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I blog della comunità

  1. Da qualche giorno a questa parte abbiamo deciso di sottoporre a preventiva approvazione i commenti degli iscritti agli articoli redazionali presenti in prima pagina.

    Non è un tentativo di riscoprire la censura, e nemmeno un deterrente per limitare il numero di commenti (ci auguriamo).

    Ma abbiamo notato che qualche volta, qualche (raro) utente, inserisce commenti off-topics su articoli cui noi teniamo particolarmente, per l'importanza dell'argomento trattato o perchè ci sono costati particolare fatica (e tempo e spesso anche denaro) e ciò fa derivare la discussione, non sull'oggetto dell'articolo, ma sul commento. Qualche volta addirittura un frammento di un commento.

    E' capitato più di una volta. L'ultima sul nostro test comparativo dei tre Sigma Art da ritratto, una prima italiana e tra i più approfonditi - per fotografie e punti di vista espressi - a livello mondiale.

    Non ce ne vorrete, si tratta di una pura formalità. Voi inserite il vostro commento come siete soliti fare.

    Non comparirà subito ma solo dopo un rapido vaglio da parte di un moderatore.

    I commenti pertinenti ed interessanti (che vi esortiamo a continuare a fare come avete sempre fatto) verranno approvati al volo, quelli non pertinenti, superflui o che si potrebbero prestare a flame o polemiche lontane dalla linea dell'articolo, invece non verranno approvati e verranno cestinati.

    Non si tratta di un esame, né, lo ripetiamo di censura. Solo una forma gratuita per preservare il gusto di continuare a fare il nostro lavoro di sempre : scrivere articoli genuini, approfonditi e ... personali.

    Grazie per la comprensione.

    _____________________________________
    la Redazione

  2. Silvio Renesto
    Ultimi Argomenti

    Tutti abbiamo apprezzato le sue foto di street, in cui ombre, luci forme e colori (con un po' di ironia) giocano fra loro:  è Pedrito.

    Raccontaci qualcosa di te

    Sono nato a Bari da genitori romani e ho vissuto quasi sempre in Toscana dove i miei decisero di fermarsi dopo vari trasferimenti per lavoro. Forse per questo motivo ho maturato la necessità di muovermi, viaggiare, o comunque di non rimanere fisso in un luogo, e ciò mi ha portato dopo la laurea ad abbandonare l'idea di scrivere per un giornale e scegliere un'attività commerciale per avere appunto la possibilità di allargare i miei orizzonti e svolgere un lavoro più dinamico. A questa "esigenza" si legava l'innata curiosità di conoscere sempre luoghi e persone nuove per la quale la fotografia è forse la naturale passione da praticare per ritrarre e documentare ciò che scoprivo e conoscevo.

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    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?

    Un caro amico di infanzia aveva (e ha ancora) il papà appassionato di fotografia, e con lui a tredici anni ho iniziato a provare il divertimento di uscire tutti insieme con la macchina al collo per andare a fotografare qualsiasi cosa che attirasse la nostra attenzione. Poi la "scoperta" della reflex e delle nuove possibilità che offriva rispetto alla vecchia telemetro utilizzata fino a quel momento mi fece definitivamente scoccare la scintilla per questo hobby, assieme alla frequentazione di alcuni compagni di scuola anch'essi appassionati di fotografia.

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    Qual è il tuo genere preferito oggi?

    Il reportage nei luoghi via via conosciuti e visitati è stato il primo genere praticato, che si è poi "evoluto" nella fotografia di strada quando ho capito che ciò che mi interessa maggiormente è ritrarre le persone nel loro contesto urbano e in rapporto ad esso, così come anche le geometrie, i colori e gli scorci delle città cercando di coglierne gli aspetti meno consueti o le forme più originali.

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    E quando hai iniziato?

    Non saprei indicare un momento preciso, ma sicuramente l'aver osservato gli scatti di grandi fotografi quali Elliott Erwitt, Henri Cartier-Bresson, Gary Winogrand, Matt Stuart, Joel Meyerowitz, ecc. mi ha reso nel tempo più consapevole nel voler praticare questo genere fotografico.

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    Nikon perché? Un caso o una scelta?

    La straordinaria attrezzatura Nikon che sfoggiava il papà del mio amico ha forse inconsciamente determinato la mia scelta quando ho acquistato la prima reflex digitale, o anche la piccola Coolpix che ebbi in regalo anni prima e con la quale mi sono definitivamente "consegnato" alla fotografia  mi ha probabilmente fatto nascere la passione per questo marchio. In ogni caso, la scoperta e la frequentazione di Nikonland hanno poi definitivamente orientato la mia scelta.

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    Come ti trovi? Cosa ti manca?

    Con la D750 che uso attualmente mi trovo benissimo poiché la macchina si sposa perfettamente con le mie esigenze di fotografo di strada. Tra l'altro per il genere che pratico i due 35mm e 50mm che uso quasi esclusivamente per le mie foto coprono praticamente tutte le attuali esigenze e al momento non sento la necessità di altro. Vorrei semmai una compatta di qualità da portare sempre appresso quando non posso girare con la reflex: la mia V1 comincia a mostrare i limiti della sua età ma in casa Nikon non esiste ancora la sua naturale evoluzione, mentre le macchine della concorrenza non mi convincono appieno.

     

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    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?

    Il calcio è l'altra mia grande passione, praticata in gioventù... dall'altra parte della barricata, cioè come direttore di gara, e che continuo a seguire oggi quale dirigente della mia Sezione arbitri per aiutare la crescita dei colleghi più giovani. Amo anche il teatro, l'arte, la lettura ma, come anche la fotografia, sono tutti interessi che devono fare i conti con lo scarso tempo a disposizione lasciatomi dal lavoro, e questo è il mio cruccio più grande.

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    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 

    Ovviamente per questa mia passione sono fatalmente diventato il fotografo ufficiale della Sezione arbitri durante le riunioni tecniche con ospiti importanti, nei raduni, ecc.  Per il resto queste attività non mi consentono di affiancare la fotografia ad esse, stante le loro specifiche peculiarità.

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    Qual è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?

    Sono molto severo con me stesso e molte foto che a prima vista sembrano buone mi appaiono in seguito meno valide. Tuttavia credo di aver fatto un buon lavoro per la mia prima mostra fotografica nel fotoclub di cui faccio parte e vi sono particolarmente affezionato, anche se penso che le migliori immagini sono quelle che devo ancora scattare.

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    E in futuro?

    Per il tempo a venire l'augurio che mi faccio è di poter aumentare i momenti da dedicare alla fotografia e di ottenere scatti sempre migliori, o perlomeno in linea con le mie aspettative, nella street photography.

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  3. All'inizio ci fu un timido tentativo di chiamarle EVIL Camera. Electronic Viewfinder  Interchangeable Lens Camera, ovvero l'acronimo inglese per indicare fotocamere ad ottica intercambiabile con mirino elettronico.
    Ma EVIL in inglese correntemente è riferito a Il Male.
    E si può capire che chiamare una intera categoria di fotocamere ... il Male sembri brutto.
    Peraltro molte di queste fotocamere in effetti il mirino elettronico nemmeno ce l'hanno, come la Nikon AW1 di qualche anno fa, da usare sott'acqua a braccia tese :

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    quindi si è passati rapidamente ad un altro termine, un neologismo coniato per l'occasione : mirrorless

    Mirrorless fa riferimento alla parola "mirror" che in inglese significa specchio con il suffisso "less" che in parole composte inglesi crea aggettivi che negano la parola stessa.
    Quindi mirrorless significa nel linguaggio comune senza specchio (forse sarebbe stato altrettanto o più corretto lackmirror ma probabilmente non sarebbe stato altrettanto di immediato effetto).

    Perciò questa categoria di fotocamere si è caratterizzata più per l'assenza di qualcosa - lo specchio - che per avere qualche nuova qualità.

    Un termine che si é andato in fondo a sovrappore con fotocamere che già esistono e che sono sempre esistite. Perchè di fotocamere tradizionali (non digitali, senza mirino elettronico e/o senza mirino o con mirino diverso) senza specchio ce ne sono sempre state.
    E' sempre stata a rigor di termine mirrorless la Leica M, lo stesso si può dire per le Nikon SP, o le telemetro Contax e Zeiss.
    Ma anche gli ovetti Olympus erano senza specchio.
    E continuano ad esserlo tutte le compattine, le vecchie fotocamere usa e getta. Quelle a mirino galileiano etc. etc.

    Ma a parte la confusione, la chiamiamo così per essere priva di qualche cosa, in particolare questa cosa qua :

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    il blocco mirror-box della Nikon D800

    mirroless sembra passato come termine comunemente accettato. Come fosse un privilegio, un segno distintivo, un qualche cosa ... in più.

    Eppure in inglese, normalmente, ogni aggettivo con suffisso "less" non viene visto in senso positivo, al contrario.

    Ne cito qualcuno :

    worthless : privo di valore
    meaningless : senza senso
    senseless : insensato
    homeless : senza casa
    moneyless : senza denaro
    penniless : squattrinato
    careless : sbadato, senza cura
    tasteless : privo di gusto

    e via di seguito ce ne sono a decine.

    I pochi che possono avere un significato positivo, come fearless (senza paura) o painless (senza dolore) in realtà non hanno lo stesso significato di parole positive come coraggioso o indolore.

    Potremmo vedere un vantaggio in un apparecchio wireless (senza cavi) ma questo non lo caratterizzerebbe affatto in nessuna delle sue funzioni. Come cordless, pensiamo sia un telefono senza il tradizionale cavo a muro ma potrebbe essere anche un trapano elettrico a batteria.

    Lascerei il termine topless come uno degli aggettivi più accattivanti della lista, ma anche questo se associato all'aggettivo titless, diventerebbe worthless di un secondo sguardo (ometto la traduzione, è  solo un gioco di parole da parte di chi è convinto che non ci può essere vero amore sotto la quarta misura di reggiseno :marameo: ).
     

    Insomma la questione è questa. Ci stiamo riferendo alle - probabili - fotocamere del futuro per l'assenza di quella che è la caratteristica base delle reflex, il cui funzionamento non può prescindere dalla presenza dello specchio.
    E non per le peculiarità proprie dei nuovi sistemi.

    E qui il gioco si fa più duro.

    La Nikon D850 già dispone di funzionalità che la avvicinano a quelle di una mirrorless ... in modalità live-view a specchio alzato

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    ma niente impedirebbe a Nikon, se il mercato richiederà una futura D900 o comunque un modello aggiornato della Nikon D850 di integrarla con :

    - sensore stabilizzato
    - sensore di tipo stacked oltre che BSI
    - autofocus di tipo dual o quad-pixel cooperante con quello, già presente, a differenza di contrasto

    in questo modo quella ipotetica reflex Nikon del futuro, in live-view avrebbe sostanzialmente tutte le potenzialità delle migliori mirrorless, restando comunque una reflex se utilizzata a specchio abbassato.
    Non ci sarebbe nulla di strano giacchè nessuna di queste tecnologie viene da mondi alieni del futuro e nulla vieta a Nikon di implementarle in una futura reflex.

    Richiederebbe di usare la reflex a specchio alzato e su treppiedi o a braccia tese, ma potremmo avere, pixel-shift, stabilizzazione integrata, 20 o più scatti al secondo in silenzioso e senza oscuramento del display.
    E qualsiasi altra funzionalità che gli ingegneri Nikon volessero aggiungere, presente o meno sul mercato in modelli della concorrenza.

    E quindi ?

    Quindi sto dicendo che al momento le mirrorless si caratterizzano per novità che non sarebbero a stretto rigore di loro esclusiva pertinenza ma che sono state implementate per creare ragioni di vendita.

    Ma in fondo sono macchine "abbastanza" tradizionali ad ottica intercambiabile, il più delle quali dispone di mirino elettronico

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    il mirino elettronico opzionale per la Nikon 1 V3, modello DF-N1000

    Dunque, concludiamo questo ragionamento ?

    Insomma, con la discesa imminente di Nikon e Canon nelle mirrorless in formato 24x36mm ci sarà una intera categoria di macchine che si caratterizzerà per l'assenza dello specchio ma con funzionalità - stresso il concetto - non così discoste da quelle della fotocamere tradizionali.

    Non è il caso che da qui in avanti i progettisti comincino a pensare in modo creativo per darci realmente prodotti più avanzati ?

    Finalmente si libereranno dallo specchio, non avranno più il timore che, rompendolo, si carichino anni e anni di sfortuna in casa !

    Non vorrei fare un trattato di grammatica inglese, non ne sono in grado e non è il caso ma anche in inglese c'è un suffisso che invece, all'opposto di less valorizza una qualità positiva.
    E' ful, quello di powerful, di beautiful, di wonderful.
    Troviamo una caratteristica positiva di queste mirrorless e valorizziamo quella anzichè la semplice assenza di un oggetto che di per se, per decine di anni ci ha ben servito (lo specchio).
    E se non c'è, perchè in fondo le mirrorless quello sono, delle reflex ... senza specchio : ebbene mettiamocela dentro in quelle future !

    Le chiameremmo wonderful cameras :) e non mirrorless cameras :(

  4. Paolo Mudu
    Ultimi Argomenti

    L' Emilia Romagna è ricca di suggestive cascate, perché quindi non visitarle tutte e... fotografarle?!
    Iniziamo con la: 
    Cascata di Moraduccio (Cascata del Rio dei Briganti)
    Si trova lungo il fiume Santerno, al confine tra le province di Bologna e Firenze, percorrendo la provinciale Montanara per il Passo della Futa.
    Frazione di Moraduccio, comune di Castel del Rio.

    In estate è affollato come Rimini ma di mattina presto e dopo le 19:00 si riesce a fotografare bene, senza gente e senza forti contrasti


     

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  5. Il giorno 26 dello scorso mese, trovavo un trafiletto sul corriere..  " è in edicola la montagna scintillante 2 sulla conquista della montagna fatta nel 1958 il 6 agosto, quindi quasi 60 anni fa..

    Un pensiero mi è corso per la mente.. ma che bisogno c'era dico io, di fare una cosa simile, con un divario temporale siffatto, ormai sarà una cosa che probabilmente interessa a pochi, mi sono detto.. poi, noto che è in vendita anche in libreria ad un costo di 17€, contro i 12,90 € dell'edicola; ci sarà un qualche differenza mi sono detto.

    Questa mattina trovato un messaggio per cui dovevo andare a Milano, ho elaborato che fosse il momento giusto per indagare, trovato in una libreria e dopo la trattativa sul costo me lo sono portato via, arrivato a casa è stato messo a confronto con il volume di Fosco Maraini del 1959 sullo stesso contenuto, ma teorico..

    Dove sta la differenza? la differenza consiste che nel volume del 1959, la parte specifica della salita è di pochissime pagine, su un totale di 350 e oltre; mentre nell'odierno vi è la trascrizione dei diari di Bonatti, che vedono la luce solo ora.. oltre ad esserci diverse pagine che mi hanno lasciato semplicemente basito in fondo, non dico di più.. solo che persone come Francesco o Valerio farebbero bene a pensare di acquistarlo.. a mio parere..

    Lunedì 06 agosto con ritrovo alle ore 9,30 davanti al Museo della montagna di Torino, vi sarà la commemorazione dell'impresa se volete andare.. dovrebbe essere interessante, perché non vado io? ormai la camminata in montagna è un capitolo purtroppo chiuso, per me.. ma voi, è un'altra cosa..

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    Il volume

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    La montagna.. è la prima a sx

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    ed infine il Walter in quei tempie luoghi..

  6. ross
    Ultimi Argomenti

    Quando ero piccino si andava alle "giostre" ed erano sempre presenti i "castelli degli orrori", le "case delle streghe" sia quelli a piedi sia quelli in cui ti sedevi sulle automobiline.

    I bambini erano terrorizzati, gli adolescenti erano spaventati ma per far vedere che erano coraggiosi ci andavano ...in gruppo.

    dal di fuori sentivi le urla delle ragazzine e i rumori delle catene e i suoni agghiaccianti dei mostri che apparivano dal buio.

    Quando mi facevo convincere a partecipare a questa "prova di coraggio" pensavo semplicemente che tutto quello che era lì dentro era semplicemente "esagerato" per farti paura ma che in realtà era routine e che se ci andavi due volte sapevi prevedere esattamente cosa sarebbe accaduto. la "paura" poteva esserci la prima volta perchè non "sapevamo" ma non la seconda. E alla fine si esce più che spaventati direi, divertiti.

    Perchè racconto tutto questo?

    perchè mi rivolgo a te, fotografo di paesaggi, di sfilate, di ritratti ai propri bambini, di fiori e lucertole, a te che hai paura del buio!

    Il buio in questo caso è la figura femminile nuda che sta sul set in attesa di essere fotografata.

    Lo so che hai paura. Lo so che pensi "ma chissà cosa succede in quella casa degli orrori di cui si sentono urla strazianti dal di fuori"

    Ma si tratta di una paura effimera, inesistente, che si è creata nella tua testa "guardando la giostra dal di fuori".

    Ma hai provato ad entrarci? Hai verificato di persona che gli scheletri che ti parlano non sono veri? che i mostri senza testa sono di plastica? che i suoni terrificanti sono registrati?

    Se non hai verificato di persona, allora fai questa "prova di coraggio" e partecipa magari in gruppo ad uno shooting di nudo artistico e vedrai che i mostri sono frutto delle tue paure, nella tua testa.

    E se a farti paura, più che le modelle è tua moglie che minaccia il divorzio se vedi un'altra donna (più bella e giovane di lei) nuda allora porta anche la moglie, la fidanzata, l'amante o chiunque ti crei questi blocchi, in modo che non solo tu ma anche chi ti circonda capisca di cosa si tratta.

    Le nostre paure sono frutto della nostra 1) ignoranza e della 2) mancanza di fiducia in noi stessi.

    1) Abbiamo paura di ciò che non conosciamo e si combatte l'ignoranza con la conoscenza, in questo caso diretta sullo stage. Vedere con i propri occhi per credere, senza ascoltare rumors, voci di corridoio o quelle della moglie. E chiedetevi perchè i più grandi fotografi di moda e le top models hanno fatto nudo. Perchè il nudo non è altro che un abito naturale che si indossa, quello con cui siamo nati e quello che religioni, governi e facebook hanno dipinto come "amorale", da non mostrare perchè "INDECOROSO", creando nella massa paure come facevano nel Medioevo con le streghe.

    2) Se invece conosciamo l'argomento (quindi non siamo ignoranti) e non lo affrontiamo in prima persona è perchè non abbiamo fiducia in noi stessi. Ma in questo caso, cosa potrà mai capitare se falliamo? che non facciamo delle belle foto. Quindi non finisce il mondo, nè l'universo, semplicemente possiamo dire "ho provato di persona e non riesco".

    Quello che personalmente faccio da anni è proprio far affrontare l'argomento "foto di nudo" nel modo più naturale e semplice possibile, e dimostrare che non c'è differenza tra fotografare un antilope nella savana e una persona nuda, entrambe sono foto "naturalistiche" perchè ritraggono una bellezza della Natura. Perchè questo è lo scopo, immortalare la bellezza, che nella donna diventa arte e armonia.

    Hai ancora paura del buio? Allora accendi la luce e guarda con occhi diversi quello che ti circonda, partecipa ai nostri incontri dove imparerai divertendoti in un clima di assoluta professionalità e rilassatezza.

    L'unico modo per vincere la paura del buio è provare a te stesso che puoi trovare l'interruttore.

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  7.   

    Nel mese di giugno ho fatto una visita ai musei Ferrari di Maranello e di Modena, per concludere il giro dei marchi famosi (dopo Lamborghini e Ducati) che hanno reso celebre questo lembo di terra emiliana.
    Nel lontano 12 marzo 1947 Ferrari fa muovere i primi passi alla sua prima vettura autoprodotta (dal telaio al motore) e vuole rendersi conto in prima persona delle potenzialità del mezzo per il quale è stato già deciso il nome: 125 S. Stringe tra le mani il volante e fa cenno di essere pronto a partire. Esce a destra dal cancello dello stabilimento dove fino a qualche ora prima tecnici e ingegneri avevano lavorato su quel telaio e su quel propulsore, e affronta il rettilineo che conduce alla vicina Formigine. Inizia così la storia della moderna Ferrari. Una storia che, a settanta anni di distanza, si è colorata di leggenda ed ha trasformato la piccola fabbrica di Maranello, un paesino della provincia italiana, in un centro di eccellenza famoso nel mondo e il simbolo più riconosciuto del “Made in Italy”.
    Con tali premesse mi aspettavo di trovare all’interno dei due musei le più importanti pietre miliari, anche se numerose, della produzione sportiva della Ferrari. Invece, nonostante le tante belle vetture presenti, mancavano alcune auto che per vari motivi (vittorie, tecnica, ecc.) hanno costituito una svolta nella storia della Casa di Maranello. Al riguardo cito alcuni esempi:

      La 250 GTO del 1962 – auto che riassume nel migliore dei modi la filosofia Ferrari, prestazioni e design d’eccellenza. Non è semplicemente una gran turismo stradale, ma è una vera vettura da corsa con la targa. Un’icona, che per la sua linea sinuosa ed allo stesso tempo aggressiva affascina ancora oggi, e per molti, compreso il sottoscritto, è la più bella Ferrari di sempre. Ha vinto tutto quello che doveva vincere in pista, ed oggi è l’auto storica dal valore economico più elevato al mondo; parliamo di cifre che superano i trenta milioni di euro, in costante aumento.

     

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       La 330 P4 del 1967 - La vettura nasce con un’aerodinamica sofisticata, studiata nelle gallerie del vento di Pininfarina e del Politecnico di Stoccarda, in Germania, città dove anno sede Mercedes e Porsche. La P4 ha minor resistenza all’aria, maggior deportanza e un assetto con il muso radente all’asfalto. Il motore V12 è quello della F1 con cui Scarfiotti ha vinto a Monza l’ultimo GP d’ Italia: con doppio albero a camme e 3 valvole per cilindro, 4 litri di cilindrata e 450 CV dichiarati. La vettura è ricordata per la sua bellezza e per lo storico arrivo in parata alla 24 ore di Daytona. Concluse l’anno con la vittoria nel Campionato Costruttori.

     

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      F1 312 68 del 1968 – La monoposto soprannominata spaghetti, per i bianchi tubi di scarico posti all’interno della “V” del dodici cilindri, va ricordata perché è stata la prima F. 1 a montare l’alettone posteriore, anche se non ha colto roboanti vittorie (su 38 corse disputate solo tre vittorie).

     

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       512S del 1970 - Nella seconda metà del 1969, Ferrari dette il via al progetto di una Sport per la nuova classe riservata ai motori da 5 litri. Per omologare il modello, occorreva costruire 25 esemplari, impresa titanica per una casa come la Ferrari. I tempi erano strettissimi, ma Forghieri e il suo staff riuscirono a progettare e realizzare la macchina in soli tre mesi. Nasce ufficialmente la 512 S che partecipò al Mondiale Marche nel Gruppo 5. La vettura utilizzava un telaio multitubolare semi monoscocca in lega leggera, derivato dalla P4 e dalla 612 CAN AM, e montava in posizione centrale il motore V12 di 4993,53 cc anch’esso in lega, con quattro valvole per cilindro, in grado di erogare inizialmente 550 CV per una velocità massima di 340 km/h.

     

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       312PB del 1972 - La 312 P che Ferrari mette in cantiere nel 1970, nasce come lontana parente della 312 P del 1969, profondamente modificata nella meccanica dallo staff diretto da Mauro Forghieri, tanto da esser ribattezzata informalmente 312 PB in funzione dell’installazione del 12 cilindri Boxer di derivazione F. 1 (3.000 cc. da 460 CV). Il dominio di questa sport prototipo è schiacciante, con ben dieci successi su dieci gare. Due Ferrari sono sul podio ad ogni corsa: le doppiette al primo e secondo posto sono otto, mentre a Monza arrivano vittoria e terza posizione. L’apoteosi si raggiunge a Zeltweg, quando le quattro Ferrari arrivano nelle prime quattro posizioni: la Casa di Maranello vince il Campionato Marche 1972.

     

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      F1 312 T2 del 1975 - La 312 T monta il motore Boxer (12V di 180° di 2991,80 cc per una potenza stimata di 515 CV), adotta il cambio trasversale, ovvero montato davanti all’asse delle ruote posteriori, da qui la T nella sigla di progetto. L’obiettivo è quello spostare i pesi il più possibile al centro. In questo modo la monoposto è più corta e maneggevole. Il telaio ha una forma a trapezio, con le fiancate che declinano verso il basso. Nuove anche le sospensioni, che fanno lavorare meglio le gomme, e il grande alettone posteriore a sbalzo. La vettura è campione del mondo con Lauda nel 1975 e con poche modifiche anche nel ’77. Nel 1976 perse il campionato per il terribile incidente in cui vide coinvolto Lauda al Nurburgring.

     

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      F. 1 312 T4 del 1979 - Con la 312 T4 la Ferrari torna alla vittoria nel 1979, dominando entrambi i Campionati. In quello Piloti la lotta è fra Villeneuve e il sudafricano Jody Scheckter, vincitori di tre gare ciascuno: la spunta quest’ultimo grazie ad una maggiore regolarità. La macchina è un’evoluzione di quella serie T, che ha portato a Maranello tre titoli Piloti e quattro Costruttori, ma il motore a cilindri contrapposti (12V di 180° di 2991,80cc per una potenza stimata di 515 CV) ha un ingombro trasversale che mal si adatta alla evoluzione della aerodinamica delle “Wing Car”. Per superare il problema i tecnici della Ferrari allargano ancor più le fiancate per creare al loro interno i condotti che, opportunamente suddivisi, portano aria ai radiatori ed ai condotti di aspirazione. Le sospensioni sono ridisegnate in modo da creare la minima resistenza possibile all’aria ed i freni posteriori sono entrobordo per ridurre le masse non sospese ed aumentare l’aderenza e la motricità.

     

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    Dopo questo lungo preambolo delle auto, purtroppo, non presenti, mostro le foto delle vettture più significative esposte nei musei:

     

     

    195 Inter Vignale del 1950 - il motore V12 di 60° di 2715,46 cc erogava 170 CV

     

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    225S coupé Vignale del 1952: il motore V12 di 60° di 2341 cc erogava 210 CV

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    166 MM Vignale del 1952: il motore V12 di 60° di 1992,5 cc erogava 140 CV – Con una vettura simile nel 1949 la Ferrari vinse la sua prima 24 ore di Le Mans

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    250 Europa del 1953 carrozzata da Vignale – il motore era un V12 di 60° di 2963,45 cc. ed erogava 200 CV

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    Scocca della 750 Monza del 1954 – il motore era V12 di 60° di 2999,62 cc ed erogava 260 CV

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    250 GT Coupé Pininfarina del 1954 - il motore era un V12 di 60° di 2953,21 cc ed erogava 240 CV

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    290 MM del 1956 – il motore era un V12 di 60° di 3490,61 cc. ed erogava 320 CV

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    Ferrari 250 GT SWB Berlinetta Pininfarina - il motore era un V12 di 60° di 2953,21 cc. ed erogava 280 CV - Il modello vinse per tre edizioni consecutive il Tour de France dal 1960 al 1962, il Tourist Trophy di Goodwood nel 1960 e nel 1961, la classe GT di Le Mans negli stessi anni, e la 1000 Km del Nurburgring nel 1961 e 1962. La “250 GT Berlinetta passo corto” vinse anche la classe GT del Campionato Costruttori nel 1961 ed il periodico di automobili Motor Trend la piazzò al quinto posto nella classifica delle più grandi Ferrari di tutti i tempi, mentre la rivista Sports Car International nel 2004 la giudicò settima nella classifica delle migliori auto da competizione degli anni sessanta. Fu auto molto ambita anche fra i VIP e famoso rimane l’esemplare costruito per la Principessa Maria Gabriella di Savoia, Figlia del Re Umberto II e sorella di Vittorio Emanuele di Savoia.

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    250 LM del 1953 - il motore era un V12 di 60° di 3285,72 cc. ed erogava 320 CV - La carriera agonistica della Ferrari 250 LM fu influenzata dalla mancata omologazione tra le Gran Turismo che concorrevano al campionato del mondo sport prototipi, pertanto la vettura fu iscritta nella classe prototipi gran turismo oltre 3.0 litri che gareggiavano nel mondiale endurance, andando a confrontarsi con vetture espressamente progettate per tale categoria. Nonostante ciò ottenne il primo e il secondo posto assoluto alla 12 Ore di Reims del 1964 e alla 24 Ore di Le Mans del 1965 (ultimo successo della casa di Maranello nella maratona francese), nello stesso anno vinse la 500 Km di Spa e nell'anno successivo conquistò la 1000 km di Parigi. Presente con i colori della scuderia NART (North American Rancing Team) di Luigi Chinetti

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    275 GTB Pininfarina - il motore era un V12 di 60° di 3286 cc. ed erogava 280 CV

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    Manichino della Ferrari 365 P Berlinetta Speciale a motore centrale del 1966

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    365 GT coupé 2+2 del 1967 - il motore era un V12 di 60° di 4390,35 cc. ed erogava 320 CV

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    365 GTB 4 Daytona del 1968 - il motore era un V12 di 60° di 4390,35 cc. ed erogava 352 CV

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    Dino 246 Tasmania del 1968 - il motore era un V6 di 65° di 2404,74 cc. ed erogava 285 CV – Corse e vinse la formula Tasmania sui circuiti della Nuova Zelanda con Chris Amon

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    Dino 246 GTS del 1972 - il motore era un V6 di 65° di 2419,20 cc. ed erogava 195 CV

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    F. 1 87 - 88 C del 1988 di Berger - il motore era un V6 di 90° di 1496,93 cc. Turbocompresso - La potenza era stimata in circa 620 CV

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    F. 1 89 (n. 640 di progetto) del 1989 di Mansell - il motore era un V12 di 65° di 3497,96 cc. La potenza era stimata in circa 600 CV. Portò per prima in corsa un cambio semiautomatico a 7 rapporti. Vinse solo il Gran Premio del Brasile.

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    F. 1 2002 di Michel Schumacher del 2002 - il motore era un V10 di 90° di 2996,62 cc. La potenza era stimata in circa 835 CV - Vinse il mondiale piloti con Schumacher ed il campionato costruttori, con 15 vittorie su 17 gran premi.

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    F. 1 2007 di Raikkonen del 2007 - il motore era un V8 di 90° di 2398 cc. La potenza era stimata in circa 750 CV – Vinse il mondiale piloti con Raikkonen ed il campionato costruttori, con 10 vittorie su 17 gran premi.

     

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    Dalla vostra destra:
    156 F. 1 – 63 del 1963 di John Surtees - il motore era un V6 di 120° di 1476,6 cc. La potenza era stimata in circa 205 CV. Vinse il GP di Germania del 1963 con Surtees. 
    126CK del 1981 di Gilles Villeneuve - il motore era un V6 di 120° di 1496,93 cc. Turbocompresso - La potenza era stimata in circa 540 CV. Nel 1981 vinse due GP con Villeneuve a Monaco ed in Spagna.
    156 – 85 del 1985 di Michele Alboreto - il motore era un V6 di 120° di 1476,6 cc. La potenza era stimata in circa 780 CV. Vinse con Alboreto in Canada ed in Germania con Alboreto arrivando secondo nel mondiale Piloti.
    F. 1 - 90 del 1990 di Alain Prost - il motore era un V12 di 65° di 3497,96 cc. La potenza era stimata in circa 680 CV. Vinse 5 GP con Prost ed 1 con Mansell.
    F. 1 2004 di Michel Schumacher - il motore era un V10 di 90° di 2996,62 cc. La potenza era stimata in circa 865 CV - Vinse il mondiale piloti con Schumacher ed il campionato costruttori, con 15 vittorie su 18 gran premi – n. 13 con Schumacher e n. 3 con Barrichello.

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    Dalla vostra destra:
    500 F2 del 1951 di Alberto Ascari - il motore era un in linea di 1984,85 cc. La potenza era stimata in circa 185 CV. Vinse il mondiale piloti con Ascari con 6 gran premi vinti su 8 gare. Non era stato ancora istituito il campionato costruttori.
    D50 del 1955 - il motore era un V8 di 90° di 2485,98 cc. La potenza era stimata in circa 265 CV. Vinse nel 1956 con Fangio il mondiale piloti con tre gran premi vinti su otto gare.
    246 F.1 del 1958 di Mike Hawthorn - il motore era un V6 di 65° di 2417,33 cc. ed erogava 280 CV – Vinse nel 1958 con Hawthorn il mondiale piloti grazie ad un 1 gran premio vinto e numerosi piazzamenti.
    156 F. 1 – 63 del 1963, già descritta sopra.

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    F. 1 2008 (Progetto n. 659) del 2008 – V8 di 90° di 2398 cc. La potenza era stimata in circa 750 CV - Vinse il campionato costruttori, con 8 vittorie su 18 gran premi – n. 2 con Raikkonen e n. 6 con Massa, che perse il mondiale piloti per il famoso tubo di rifornimento rimasto attaccato alla scocca in occasione del Pit-Stop, per un errore del responsabile delle operazioni ai box, quando era saldamente al comando del G.P. di Singapore.

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    750 Monza del 1954 - il motore era V12 di 60° di 2999,62 cc ed erogava 260 CV – questa vettura, oltre a correre e vincere il mondiale costruttori, è stata protagonista del film “Le dernier rivage”, con attori del calibro di Ava Gardner, Gregory Peck e Fred Astaire.

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    Ferrari 375 MM del 1953 - il motore era un V12 di 60° di 4522,68 cc. ed erogava 340 CV

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    ed in versione Carrera Panamericana Mexico, vittoriosa nel 1954 con Umberto Maglioli

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    Ferrari 250 GT California del 1957 - il motore era un V12 di 60° di 2953,21 cc. ed erogava 240 CV – La vettura nacque dall’idea dell’importatore americano Luigi Chinetti che sollecitò Ferrari a costruire una cabriolet da offrire ai ricchi abitanti della California. La carrozzeria fu disegnata e costruita in lega leggera da Scaglietti. L’auto divenne un’icona del jet set e fu acquistata da numerosi attori e cineasti dell’epoca (Alain Delon, Roger Vadim, Brigitte Bardot, ecc.).

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    330 GTC del 1966 - il motore era un V12 di 60° di 3967,44 cc. ed erogava 300 CV – La vettura disegnata da Pininfarina fu presentata al Salone di Ginevra e prese il soprannome di “Principessa”, in quanto quel modello era destinato alla Principessa del Belgio, moglie del Re Leopoldo, famoso appassionato e cliente di Maranello.

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    212 Inter Coupé del 1951 - il motore era un V12 di 60° di 2562,51 cc. ed erogava 170 CV – L’auto, carrozzata da Vignale, fu presentata al salone di Parigi e fra l’altro acquistata anche dall’attrice Anna Magnani. Le successive variazioni estetiche furono curate da Pininfarina, con il quale iniziò una strettissima collaborazione.

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    Sala d’ingresso del museo di Modena con il motoscafo “Arno” che nel 1953 ottenne il record di velocità sul lago d’Iseo con passaggi alla media di 242 Km/h, condotto da Achille Castoldi. L’idroplano da record montava un motore 12V di 60° di 4493 cc sovralimentato da due compressori Roots e sviluppava una potenza dichiarata di 510 CV. Il tutto era installato su uno scafo dei cantieri Timossi. 

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    In questo lungo viaggio ho tralasciato la produzione recente delle auto destinate alla vendita che, seppur bellissime, non hanno a mio modesto parere il fascino di quelle ormai datate. Forse perché sono datato anch’io.

    Se siete arrivati fino qui, Vi ringrazio per la pazienza e spero che la lettura sia stata utile a conoscere qualcosa in più, o a rinfrescare i ricordi di questa preziosa eccellenza italiana.

    Le foto tranne le prime sei, che sono state scaricate da internet, sono state effettuate con una D850 ed il Sigma 24-35/2.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Simona85
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    Grazie ad un’apertura straordinaria del luna park, avvenuta domenica 17 settembre 2017, in occasione della visita fotografica libera a cura dell'associazione culturale I Luoghi dell'Abbandono, ho avuto la possibilità di visitare il parco divertimenti Città satellite.

    Il parco nasce a metà degli anni '60, più precisamente tra il 1964 e il 1965, e sorge su un’area di 370 mila m² circa, nel comune di Limbiate all'interno del Parco delle Groane.

    L'idea di creare un grande luna park urbano venne realizzata da Simeone Sardena, che lavorò gomito a gomito con Giuseppe Brollo, parco che sarebbe poi stato ribattezzato con il nome di Greenland.

    Il progetto venne portato avanti realizzato in concomitanza con la nascita di un altro parco divertimenti molto importante: Gardaland, rendendo così i due parchi attrattive pioneristiche nel loro settore, laddove esistevano solo parchi giochi itineranti.

    Nato in origine con un trenino per bambini ed un laghetto, ben presto prosperò con numerose attrazioni e aree di ristoro, raggiungendo il suo massimo splendore a metà degli anni '80.

    Negli anni 2000 però iniziarono i primi problemi sfociati, nel 2002, in un sequestro giudiziario causato da alcune difficoltà di gestione e irregolarità nelle norme di sicurezza e igiene. Il colpo di grazia, però, arriva nel 2008 quando il parco viene sequestrato dal tribunale di Milano e così definitivamente chiuso.

    Cosa è rimasto del parco? Beh… una vera è propria boscaglia che ha ingoiato le rovine di quello che un tempo era uno dei parchi più belli della Lombardia.

    È un posto molto suggestivo, dove il degrado e la decadenza del parco si mischiano con le giostre per bambini, enormi pupazzi sorridenti e vecchie insegne colorate ormai erose dal tempo… percorrendo i sentieri ormai invasi dalla vegetazione mi sentivo rapita da quel luogo un po’ nostalgico...

     

    Ma ora vi allego qualche scatto di quella giornata (tutte fatte con una D3300)

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  8. Voglio raccontare di una fotografia molto difficile che ho fatto, di sicuro la più difficile, o meglio che ho collaborato a fare. Di fatto, dico subito che, pur essendo miei sia la macchina che l'obiettivo utilizzati, il 99.99% del merito di questo scatto va al mio amico Fabrizio. Ed in ultima analisi, l'intero post è un ringraziamento al mio amico per l'emozione che mi ha fatto provare e per quanto mi ha fatto vedere circa le tecniche necessarie a realizzare immagini come queste.

    Ricordo che anni fa, su Nikonland 1.0, ci fu una lunga ed articolata discussione sul tema della fotografia attiva o passiva. Nella discussione si dibatteva del ruolo e del merito del fotografo e si indicavano come appartenenti alla prima categoria le immagini "costruite" dal fotografo, che cioè le progetta e le realizza scegliendo con cura ed amalgamando tutti gli ingredienti - cosa che tipicamente avviene in studio. Mentre alla seconda appartengono le immagini per le quali il fotografo ha più un ruolo da spettatore, scegliendo cioè come gestire quello che vede ed a volte procurandosi occasioni che però, in ultima analisi, si verificano in modi indipendenti dalla sua volontà. Questa premessa per dire che questa è indiscutibilmente una immagine che pur sottostando alla volontà ultima della natura - l'allocco ritratto è assolutamente libero e sceglie dove, se e quando andare - appartiene alla categoria di quelle attivamente costruite dal fotografo che ha sviluppato la tecnica necessaria per realizzarle e dispone della conoscenza naturalistica adeguata a sapere dove e come provare a realizzarle. 

    Premetto anche, argomento sensibile, che il soggetto oltre a essere assolutamente libero non è stato attirato fornendogli prede vive, che l'immagine non è realizzata in un'area protetta e che non è stata realizzata nessuna operazione di fotoritocco oltre al normale "sviluppo" del file RAW.

    Come detto, c'è molto lavoro da fare, innanzitutto in osservazione per capire, in una zona frequentata da questi animali, qual'è il punto dove realizzare il "set". Set che è composto da numerosi flash, in questo caso 3 - in altri molti di più, installati e regolati nel bosco con un controllo delle luci molto simile a quello che ho visto, e personalmente sto imparando a gestire, in studio. Occorre inoltre una fotocellula per attivare automaticamente lo scatto ed una videocamera di sorveglianza per vedere, dal punto in cui i fotografi sono appostati, che cosa succede. La macchina, in questo caso con un'ottica grandangolare, è messa su treppiede ed il fuoco, pur aiutato dal diaframma chiuso e dall'intrinseca ampia profondità di campo dell'ottica grandangolare, messo a punto con cura. Inoltre occorre avere l'energia per alimentare il tutto, compresa la macchina fotografica che deve stare accesa per tutta la notte in attesa di scattare.
    Mettere insieme tutto questo è molto complesso e per farlo occorre avere un vero e proprio progetto che consideri qual'è l'azione che si vuol fotografare, quale dimensione ha il soggetto, in quale posizione e distanza si immagina di volerlo ritrarre e da quale direzione nel suo giro notturno debba arrivare. Il tutto deve essere già preparato al pomeriggio in modo che i fotografi, girando per il bosco, non creino disturbo provocando variazioni nelle abitudini degli animali che lo abitano e che possono essere percepite anche da questo notturno. Cosa che, invariabilmente, si tradurrebbe in una lunga ed inutile attesa a vuoto.

    Ultimo ingrediente è la pazienza. A questa immagine abbiamo dedicato 3 ore di lavoro per configurare il set ed una notte intera ad aspettare nella jeep di Fabrizio, mascherata con diversi teli cerati per evitare di essere visti attraverso i vetri (nella notte la lucetta dentro l'auto è visibile da molto lontano) e collegata al set con 100mt di cavo. Sembra tanto, ma è niente rispetto al lavoro di Fabrizio per preparare tutto questo, imparare le tecniche necessarie e dotarsi della strumentazione - in parte autocostruita - che abbiamo usato.

    Dopo tante parole, ecco l'immagine.

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    D810, 16-35 AFS VR

    Massimo
    30/6/2018

      

  9. Con il passare del tempo, molto tempo, è mia intenzione postare foto dei vari castelli che ho visitato e visiterò in futuro. Per rendere il tutto più fruibile creerò via via un album per ogni castello nel quale ripeterò l'introduzione  ed aggiungerò le foto così da dare la possibilità di vedere le immagini anche di un solo castello piuttosto che di tutti. In ogni album inserirò, oltre alle classiche immagini cartolina, anche fotografie di dettagli e particolari che magari sono peculiari di un determinato luogo. Questo che presento è Okayama-jo (il kanji che si legge jo accanto al nome di un castello significa appunto...castello), stupendo castello che si trova nell'omonima città, nella zona Chugoku sull'isola principale di Honshu.

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    Shiro

    Vi fu un tempo in Giappone durante il quale la pace era soltanto un'utopia, un'epoca di guerre e di violenza, secoli di lotte per il predominio di uomini su altri uomini. Così come nel medioevo europeo, anche in quello giapponese potenti signori feudali muovevano guerra l'uno verso l'altro in una spirale apparentemente infinita. Nonostante tutto questo il medioevo giapponese, proprio come il nostro, ha lasciato un'eredità romantica fatta di storie di coraggio e determinazione, popolata da nobili guerrieri samurai, dai loro signori con le loro corti ospitate in splendidi palazzi protetti da meravigliosi ed imponenti castelli.

    In Giappone si trovano tracce delle prime fortificazioni fin dal III° Sec. A.C. ma possiamo dire che i castelli giapponesi, per come li conosciamo oggi, vennero eretti a partire dalla metà circa del 1400 fino a fine 1600 (periodi Sengoku e Azuchi-Momoyama). In questi anni il Giappone vide il proliferare delle lotte interne tra daimyo (signori feudali) fino a che due di loro, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, inziarono un lento processo di unificazione del paese che culminò con l'ascesa al potere del famoso shogun Tokugawa Ieyasu ed il trasferimento della capitale del Giappone ad Edo, l'odierna Tokyo.

    Con l'unificazione del Giappone finalmente iniziò un lungo periodo di pace durante il quale i castelli persero la loro funzione e divennero solamente imponenti strutture dispendiose da mantenere. Inoltre Ieyasu emanò una legge che proibiva ai vari daimyo di possedere più di un castello, per garantirsi che i suoi sudditi non costituissero una minaccia troppo grande, e moltissimi castelli furono così demoliti. Molti altri caddero in rovina poiché erano stati abbandonati ed altri ancora furono smontati per poterne rivendere i materiali con i quali erano stati edificati. Fu così che dei circa settemila castelli che si stima esistessero in quel periodo, ne sopravvissero poche decine. In seguito a causa di varie calamità naturali, come gli incendi, o a causa delle successive guerre, per ultima la Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza dei castelli superstiti fu parzialmente o completamente distrutta e soltanto negli ultimi decenni ne sono stati ricostruiti svariati, utilizzando tecniche antiche ma con materiali a volte del tutto moderni come il calcestruzzo.

    Ad oggi sono solamente dodici i castelli che sono giunti a noi con la loro struttura originale e, di questi, solo quattro sono considerati Tesoro Nazionale (Himeji, Hikone, Matsumoto, Inuyama) ed uno di essi addirittura Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO (Himeji).

    Dopo secoli di declino e oblio, negli ultimi anni i castelli giapponesi hanno riconquistato un posto speciale nel cuore del popolo ed hanno anche acquistato un sempre crescente numero di fan provenienti da ogni parte del mondo. Molti castelli sono divenuti mete turistiche molto apprezzate, la maggioranza sono presi d'assalto questa volta non da eserciti di soldati bensì da moltitudini di turisti, specialmente durante il periodo della fioritura dei ciliegi che, a migliaia, adornano le mura ed i parchi intorno al corpo centrale dei castelli.

    Parte di questo successo è dovuto al fatto che

    "I castelli giapponesi non sono affatto quei tremendi bastioni di granito che si è soliti associare all’Europa. I castelli giapponesi hanno un aspetto delicato, sembrano torte nuziali decorative in cima agli alberi"
    (Cit.Will Ferguson, Autostop con Buddha).

    Si, è assolutamente vero, i castelli giapponesi sono estremamente eleganti, affascinanti, semplicemente bellissimi. Uniamo questo al fatto che molte volte sono circondati da un ampio territorio trasformato in parco o a volte sono adiacenti a degli splendidi giardini come i famosissimi Kenroku-en, Koraku-en, Koko-en ed altri, ed è facile capire il perché di questo successo.

     

    Ma veniamo al titolo che ho scelto per parlare di castelli giapponesi, Shiro.

    Shiro significa bianco ed è per questo che i castelli in Giappone sono chiamati così, a causa del candore affascinante delle mura della maggior parte di essi.

    Uno degli aspetti che mi affascinano dei castelli giapponesi è che sono strutture militari costruite secondo precisi progetti frutto di studi su attacco e difesa, su tecniche di guerra e presidio del territorio, al contempo sono così eleganti, piacevoli, imponenti certo ma con grazia infinita. Oggi possiamo sederci ad ammirarne l'eleganza e la potenza evocativa che richiama un passato glorioso e ricco di tradizioni, un tempo perduto che vive nella memoria di ogni giapponese che ha nel castello un grandioso testimone.

    Quando visitiamo un castello giapponese la prima cosa che salta agli occhi è che non sembra di camminare all'interno di una struttura militare, piuttosto sembra di visitare un giardino su più livelli con strutture create per godersi il panorama circostante. Bastioni di pietra dai quali affacciarsi, fossati con limpide acque nelle quali talvolta ammirare il riflesso delle torri o scorgere una carpa o un candido cigno, panchine all'ombra di splendidi ciliegi o aceri che sapranno regalare, ciascuno a suo tempo, una tavolozza di colori degna compagna del profilo dei tetti, un mare di petali e foglie del quale rimanere meravigliati vedendoci nuotare gli Shachihoko, le mitologiche carpe che adornano gli angoli delle torri più alte.

    Ma erano e rimangono strutture militari e trovo altresì molto interessante vedere come il passare del tempo abbia influito sulle competenze degli ingegneri che hanno costruito castelli sempre più evoluti, con fortificazioni sempre più efficaci e complesse per far fronte al contemporaneo sviluppo delle armi. Parlando dei castelli classici che conosciamo oggi possiamo trovarne esempi relativamente semplici costituiti da una o più cinte murarie, sormontate da torri e separate da vari cancelli, che proteggono un maschio (chiamato tenshukaku o tenshu) isolato come a Hikone, fino ad arrivare ad imponentissime fortezze costituite da un tenshu di dimensioni molto maggiori, collegato direttamente ad altre torri secondarie attraverso mura sormontate da corridoi coperti, intricatissimi percorsi che attraversano anche vari fossati inondati di acqua, come a Himeji. Percorsi studiati accuratamente per intralciare eventuali eserciti nemici, letteralmente decine di porte da oltrepassare, il tutto affiancato da mura irte di torri dotate di feritoie e caditoie dalle quali poter facilmente colpire i nemici con armi come archi o armi da fuoco.

    Visitando un castello giapponese è impossibile rimanere insensibili al fascino delle caratteristiche mura in pietra. Sono uno dei loro tratti distintivi, la presenza costante di mura non verticali ma più o meno inclinate, di altezza estremamente variabile. Si chiamano Ishigaki (gaki significa recinto e ishi pietre) e costituiscono sia le mura esterne che danno forma ai fossati, allagati o meno, sia le mura che creano corridoi e cortili interni, sia le possenti mura che sostengono i vari terrapieni o costituiscono le fondamenta di tenshu e torri secondarie. Sono generalmente le uniche parti in pietra costituenti queste fortezze, e tra le pochissime costruzioni in pietra dell'antico Giappone, infatti tutto il resto è fatto di legno. Ci sono comunque vari stili costruttivi, con nomi diversi, in base all'inclinazione ed al modo di lavorare ed incastrare le pietre. Le fortificazioni più antiche non disponevano di ishigaki, infatti non erano necessarie difese così massicce e stabili, a partire però dall'era Sengoku si iniziarono a costruire questo tipo di mura poiché la guerra era ormai divenuta una costante quotidiana. I primi esempi ci mostrano uno stile costruttivo che si basava sul reperire pietre in loco ed ammassarle l'una sull'altra con maestria e viene chiamato stile nozurazumi. Successivamente l'arte degli scalpellini e degli ishiku (i muratori specializzati in questo tipo di costruzioni) si affinó e le pietre furono via via lavorate sempre più precisamente ed incastrate con sempre maggior maestria permettendo di creare superfici lisce, grazie alle quali offrire pochi appigli ad eventuali nemici, ed innalzare mura sempre più alte e maestose come per esempio a Himeji, Osaka, Kumamoto e questo stile invece si chiama uchikomihagi.

    Ad un certo punto gli ishigaki assunsero un ulteriore funzione, quella di status symbol che mostrava in modo chiaro la potenza anche economica del daimyo di un castello. Infatti le fortezze divennero sempre più imponenti e richiedevano una quantità di materiali da costruzione davvero mastodontica, basti pensare che gli ishigaki del castello di Osaka contano oltre mezzo milione di pietre. Ammassare, lavorare ed impilare quantità così enormi di materiale non era certo un affare di poco conto e lo sforzo economico era davvero notevole. Poi si sviluppò un'ulteriore tradizione che voleva che i vari vassalli estraessero, scolpissero e consegnassero pietre sempre più grandi al loro signore come omaggio. In realtà era un modo per il daimyo di tenere sotto controllo le finanze dei suoi sudditi con questo tipo di richieste sempre più esose, impedire che costruissero fortezze per proprio conto ed infine reperire materiale a basso costo per loro stessi ed i loro castelli. Comunque questo fece si che in vari castelli, Osaka ne è il miglior esempio, si trovino ishigaki che inglobano pietre davvero colossali che arrivano a pesare decine di tonnellate e misurare metri e metri in larghezza ed altezza come la famosa Tako-ishi che pesa 108 tonnellate e misura oltre 59 metri quadri di superficie complessiva.

    Se gli Ishigaki, segnati da tempo e guerre, sono sopravvissuti fino ad oggi, lo stesso purtroppo non si può dire delle innumerevoli torri, chiamate Yagura, che vi erano ospitate e che, per mille motivi, sono andate perdute.

    Le funzioni di queste Yagura erano estremamente varie ed anche le strutture erano diverse per dimensioni e forme. Da quelle più semplici ad un piano (hira yagura), a quelle più comuni a due piani (niju yagura) fino a quelle più imponenti a tre piani (sanju yagura) che sono assimilabili ad un tenshu in miniatura e sono presenti solitamente soltanto nei castelli più grandi come Himeji. In effetti però in alcuni castelli dove il tenshu non fu mai costruito (Kanazawa per esempio), le yagura a tre piani svolgevano il ruolo di tenshu e prendevano il nome di gosankai yagura (nobili torri a tre piani) poiché era lì che risiedeva il daimyo durante i periodi di guerra. Potevano poi essere semplici magazzini per il cibo o per le armi ed avevano nomi diversi in base a ciò che vi si stivava, per esempio nelle shio yagura vi si conservava il sale (shio, sale), nelle yoroi yagura le armature (yoroi, armatura) e così via. Vi erano yagura che fungevano da alloggi per le truppe, torri per la protezione dei pozzi, potevano ospitare il grande tamburo che scandiva le ore o dava segnali in guerra (chiamato taiko e quindi la torre taiko yagura), postazioni di avvistamento e tantissime altre ancora.

    Tuttavia tra tutte queste tipologie di yagura, quella che mi affascina di più è certamente la rara torre per l'osservazione della luna, tsukimi yagura (tsuki significa luna e mi è il verbo miru, vedere). Sono torri nelle quali il daimyo si poteva ritirare, o intrattenere i suoi ospiti, ed osservare la luna. Sono facilmente riconoscibili perché normalmente non possiedono strutture difensive, sono costituite internamente da un singolo ambiente arioso e più lussuoso del resto del castello e possiedono pareti scorrevoli e rimovibili dalle quali vedere la luna. Per esempio nel caso della tsukimi yagura del castello di Matsumoto, si trovano tre pareti rimovibili (nord-est-sud) e un elegante corrimano esterno dipinto di rosso. Questa particolare torre fu costruita successivamente al castello, durante il periodo di pace seguito al regno di Ieyasu, e per questo non necessitava di sistemi difensivi. Per finire ci sono yagura che prendono il nome semplicemente in base alla loro posizione rispetto all'asse nord sud con nomi presi dal calendario giapponese e dai segni zodiacali.

    Dopo aver parlato però di mura e torri non è possibile concludere senza menzionare l’elemento più affascinante e caratteristico di un castello giapponese, quello che lo rappresenta maggiormente e che è la vera icona che il mondo si raffigura quando pensa a queste fortezze, il tenshu.

    Diciamo che il tenshu come lo conosciamo oggi prende vita con il castello di Azuchi, fatto erigere da Oda Nobunaga a fine 1500. Il primo stile con il quale vennero costruiti i tenshu si chiamava borogata ed era costituito da una torre di tre piani sopra la quale veniva aggiunto un edificio a due, come nel castello di Inuyama. Dopo il 1600 invece lo stile si affinò ed il tenshu fu così costituito da un edificio i cui livelli si sovrappongono regolarmente diminuendo di ampiezza con l’aumentare dell’altezza, come nel castello di Nagoya, questo stile si chiama sotogata. A dispetto dell’eleganza, raffinatezza e splendore esterno, l’interno dei tenshu è generalmente molto sobrio e privo di fronzoli, essendo in realtà una fortezza dove rifugiarsi in caso di guerra e non una residenza per i periodi di pace. Anche l’altezza dei tenshu varia da castello a castello e non solamente per mere questioni di potenza economica ma anche in funzione del luogo dove sorge l’edifico. Un castello che sorge in montagna o su una collina probabilmente non necessita di un tenshu molto alto per poter avvistare i nemici, per esempio il castello di Hikone dispone di un tenshu di soli tre piani ma è situato su un’altura dalla quale domina pianura e lago adiacenti. Viceversa un castello di pianura avrà bisogno di innalzarsi molti metri al di sopra della città che generalmente sorge intorno alla fortezza, infatti per esempio il castello di Matsumoto dispone di un tenshu a sei piani ed addirittura il castello di Aizu ha il tenshu con il maggior numero di piani in Giappone, ben nove.

    Ad ogni modo, se è vero che il tenshu attrae inevitabilmente gli sguardi e le attenzioni della maggior parte dei visitatori me compreso, spero di essere riuscito a trasmettere un po’ di quell’emozione e voglia di scoprire che mi pervade ogni qual volta visito un castello giapponese ed esploro la sua struttura per intero.

    Andrea

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    P.S. Click sulle foto per una risoluzione migliore, grazie

     

    OKAYAMA

    Il castello di Okayama si innalza elegante alle spalle del giardino Korakuen.
    Il giardino, uno dei tre considerati i più belli del Giappone, fu costruito a partire dal 1687 dal vassallo Tsuda Nagatada per ordine del daimyo Ikeda Tsunamasa e fu completato nel 1700.
    Fondamentalmente è rimasto invariato nei secoli fino ad oggi ed è un posto magico, nel quale respirare l'atmosfera di quel periodo se si ha l'accortezza di visitarlo in orari e periodi nel quale sia praticamente privo dei tantissimi turisti che normalmente lo affollano. Questo tipo di giardini veniva ideato generalmente come luogo di svago e relax per il signore del vicino castello e, nelle costruzioni edificate al suo interno, venivano anche accolti gli ospiti più importanti.

     

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    Il vicino fiume Asahi fu deviato ed usato come fossato protettivo per la parte posteriore del castello e, attraversandolo, si può godere di una splendida vista del tenshu e riconoscerne lo stile architettonico classico del periodo Azuchi-Momoyama.

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    Quando si giunge alla base del tenshu possiamo apprezzarne meglio la complessa struttura. Infatti la sua base è a pianta pentagonale irregolare, cosa che rende questo edificio decisamente inconsueto rispetto al resto dei castelli giapponesi.

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    La porta principale, chiamata Roka-mon, protetta dalle alte mura tempestate di feritoie dalle quali i difensori potevano facilmente colpire i nemici in avvicinamento.

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    Una volta oltrepassata la porta ci aspetta un altra cinta muraria, meno imponente della prima ma ugualmente difficile da espugnare.

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    Nel dettaglio si può apprezzare la struttura esterna di questa seconda cinta muraria e lo stile costruttivo delle mura stesse che, come abbiamo letto nell'introduzione, viene chiamato Nozura-zumi.

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    Ci sono soltanto due porte che interrompono quest'ultime mura, una porta è piccola e nascosta, inadatta al passaggio delle truppe invasori, l'altra è ben più grande e fortificata ed è chiamata Akazu-no-mon.
    Questa porta è un perfetto esempio di Yagura-mon (come abbiamo detto nell'introduzione Yagura significa torre, mentre mon significa cancello) e quindi abbiamo una torre costruita direttamente sopra al cancello, perfetta per proteggerlo dagli assalti nemici.

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    Da quest'angolazione si può capire meglio anche l'altezza che le mura raggiungono in determinati punti, cosa che obbligava gli assalitori a cercare forzatamente di abbattere i cancelli protetti.

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    Per motivi di spazio consentito per l'upload, continuo nei commenti sotto...

     

  10. Gabriele Castelli
    Ultimi Argomenti

    Verso fine Maggio il buon Rossano propone una modella giapponese per un modelsharing. Intrigato dal non aver mai fotografato una fanciulla del Sol Levante, ho partecipato con entusiasmo agli scatti con Myu, apprezzandola a tal punto da fermarmi dopo la sessione comune per qualche foto 1 to 1.

    Tra le altre, è uscita una serie molto minimal: una luce, una poltrona, e lei. Niente di trascendentale, ma mi piace.

  11. L’ultima volta fu 37 anni fa, nel 1981, Rally della Costa Smeralda e avevo 22 anni.  Quella volta vinse Markku Alen al volante della 131 Abarth. Riuscii a fotografarlo da meno di quattro metri di distanza con il 35mm, ancora ricordo il ruggito assordante del motore, il fango che schizzava da tutte le parti e quel brivido… ma che ci faccio qui, in mezzo alla strada… A pensarci oggi quasi mi viene un coccolone.

    Ma tutti questi anni non sono bastati per ridurre la mia passione per la fotografia sportiva. Aspettavo solo l’occasione, quasi un ultimo sprazzo di vitalità e non lo dico per scherzo. Si suda dall’alba per raggiungere il tracciato, l’auto spesso parcheggiata a qualche chilometro, zaino sulle spalle e via su sentieri limitrofi… che neanche le capre…

    E poi l’attesa, lunga e snervante (accessi chiusi alle 6-7 del mattino e passaggio delle auto in gara alle 11-12) in cerca di due-tre postazioni da utilizzare durante lo svolgimento della speciale. Le litigate con i marshall, tanti soldatini  ai quali non va mai bene niente. Godevo di maggiori libertà 37 anni fa e non avevo bisogno di croppare per via della troppa distanza dal soggetto.

    Ho davvero sopportato di tutto per provare ancora quelle sensazioni, e allora ho deciso che riprenderò la discussione polemicamente e compiutamente più tardi. Quasi 500 immagini (la 7100 non ha praticamente un buffer), ne ho scelte alcune, quelle che si sono fatte notare prima….

     

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    Un omaggio al popolo del rally che si muove a carovane: I Love the Dust, come si fa a vivere senza la polvere....O.o

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    Nella giornata di oggi ho deciso di seguire il finale di gara nella prova speciale dell’Argentiera, non avevo in programma di fare molte foto, conosco bene il tracciato _ lo batto regolamente in inverno con la fotocamera al collo _ e so che non è possibile trovare punti particolarmente spettacolari, per cui mi sono adeguato alle regole e senza dare troppo fastidio, prima del secondo passaggio, mi sono posizionato ben distante, verso l’esterno, diciamo in linea d’aria a circa 50 metri dal mare e più o meno a 200 metri dal tracciato, zona assolutamente sicura e non riservata alle famigerate “pettorine verdi”, i supermegaprofessionisti (alcuni dei quali non ancora maggiorenni, armati di smartphone e fotocamere bridge. Dovrò scoprire chi ungere per avere una di quelle pettorine) che invece avrebbero libertà di posizionarsi persino sul tergicristalli dell’auto di Sebastien Ojer senza che nessuno osi proferire parola. Per cui mi sono seduto su una roccia in attesa. A questo punto la mia attenzione è stata richiamata da un poliziotto il quale mi ha gentilmente chiesto di allontanarmi da quel punto. Non riuscivo a capire il perché e alle mie rimostranze il gentile poliziotto ha risposto: “Per cortesia, non mi renda la vita difficile, io eseguo ordini del questore”… già, ordini che valgono per tutti, proprio in piena area demaniale, nella quale qualsiasi cittadino italiano o del mondo dovrebbe avere il diritto di transitare e, se vuole, fermarsi. Valgono per tutti, gli ordini, ma non per le “pettorine verdi”… Oops dimenticavo, di fianco a me ce n’erano un paio che si saranno pure vergognate (?) di quanto stava accadendo.

    Due parole per il questore di Sassari: il diritto è diritto e le aree demaniali sono aree demaniali. Per il prossimo anno le chiedo solo una cortesia: non permetta a chi riceve 1.500.000 euro di soldi pubblici per organizzare la tappa italiana del WRC in Sardegna di riscrivere le regole. I diritti in questa nazione ce li siamo guadagnati pagando un prezzo enormemente più alto.

    Agli amici di Nikonland: scusate lo sfogo, ma quando ci vuole ci vuole. Dovremo aprire un thread su questo argomento.
    Comunque mi sono divertito lo stesso e qualche buono scatto credo di averlo tirato fuori. Ma che fatica… non è roba da sessantenni.:/

    Buona visione.

    Pezzo consigliato: Emperor Jones, Joe Lovano

  12.  

     

    ATTRAZIONI ORNITOLOGICHE

     

    Oggi scrivo 4 righe per raccontarvi delle ultime attrazioni ornitologiche presenti in Toscana,  una anche in gran parte d’italia.

     

    E’ ormai da qualche settimana che uno dei Gabbiani “piccoli” americani soggiorna nel porto di Livorno,

    è lo splendido Gabbiano di Sabine, inconfondibile per il disegno del dorso e delle ali e con gli spot sulle primarie,

    visibilissimi sia in volo

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    che da posato

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    E’ come dicevo qualche settimana che è stato scoperto e che i pescatori e marinai del porto di Livorno assistono alla “processione” di Birder che tentano di vedere e quindi di mettere nella propria lista personale questo yankee capitato chissà come.

    E’ come tutti i Gabbiani in genere abbastanza confidente e nei suoi giri si avvicinava molto alla postazione dei birder e dei fotografi appostati sopra i massi del molo, attratto anche da apposite Sardine comprate da qualcuno alla Pescheria. In questo caso ritengo che dare il cibo agli animali non comporti una interferenza negativa nella vita dei gabbiani, anzi le varie specie di gabbiano, Reale, Comune, Gabbianello, Corallino girano tra le piccole barche ed i Traghetti che passano o ormeggiano nel porto alla ricerca dei piccoli pesci che salgono in superfice sballottati dalle eliche dei natanti, quindi credo sia solo stata aumentata la possibilità di reperire cibo solo un pò più vicino a riva.

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    un pò più piccolo dei nostrani

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    e con la punta del becco gialla

     

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    Riesce spesso a spuntarla 

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    Una domanda che ci ponevamo con mia moglie, mentre andavamo a Livorno, saremo in grado di riconoscerlo tra gli altri Gabbiani??? I Gabbiani sono specie difficili soprattutto nei piumaggi dei primi anni di vita, ogni anno il piumaggio è diverso e per i grandi gabbiani si parla anche di 3-4 piumaggi, insomma molte specie, molti piumaggi, noi abitiamo in montagna e soprattutto studiamo poco :-)))))

    Ma non ci sono stati problemi questo è inconfondibile,

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    Quella mattina, il 20-05-2018, siamo partiti presto verso le 4,30 con mia moglie per tentare la sorte, il Sabine in genere si è fatto vedere tutti i giorni soprattutto in prima mattina, niente però è scontato con gli uccelli. Siccome nei nostri tentavi di “beccare” le varie specie rare che capitano in Italia  non abbiamo avuto sempre fortuna, anzi, ultima in fatto di tempo il tentativo in giornata al Nibbio Bianco a Novara un tre anni fa, ma anche 14 anni fa il tentativo ancora in un giorno solo a Boccasette, delta del Po, dove segnalavano tutti insieme, nella stessa vasca  Corriere di Leschenault, Piro-piro del Terek e vari Gambecchi Frullini visto niente…un pò di apprensione come sempre c’era, si perchè è un gioco ed una passione ma le occasioni non si ripresentano spesso. Appena arrivati ore 7,15 c’era già una decina di persone ed un Birder, di Modena mi sembra, lo aveva già visto, lontano, alle 6,30, poi sparito e non più rivisto. Col Nibbio Bianco era successa la stessa cosa, “è appena sparito dietro gli alberi ma tanto torna sempre” ci dissero :-(((( non si face più vedere. Comunque è sempre in zona mi sono detto, ma con il timore di un viaggio a vuoto, il tempo passava la gente presente aumentava e l’Ammerricano non si faceva vedere, erano arrivati birder soprattutto dalla Toscana ma alla fine ci saranno anche di Verona e di Brescia.

    Intanto avevamo potuto vedere anche un bel Pellegrino che pare nidifichi sulle gru del porto ed il vociante e rumoroso andirivieni dei Rondoni Pallidi della numerosa colonia del porto di Livorno

    Tagliando corto alla fine lo abbiamo visto bene e da vicino e anche potuto fotografare abbastanza bene, a volte troppo vicino troppo veloci ed imprevedibili i movimenti.

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    Conoscendo il posto e la situazione uno poteva portare anche il Tele “grosso” ed il Cavalletto,

    quindi per chi ha la possibilità di tornare al porto spesso e avendo imparato come si muove, le possibilità di foto migliori e con pose più varie aumentano sicuramente,

    Ma questo ha molta meno importanza…..

    Le foto al gabbiano di Sabine sono con la D500 ed il 200-500, tutte a mano libera.

     

    L’altra attrazione ornitologica, in questo momento, in Italia è  l’invasione da parte di Storni Rosei, una bellissima specie di Storno proveniente dall’est dell’Europa, con una colorazione particolare che lo rende inconfondibile, Rosa e Nero.

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    Tutto è cominciato con le prime segnalazioni, una 15na di giorni fa, di grandi gruppi di questa specie, specie che “quasi” tutti gli anni viene segnalata nelle regioni italiane orientate ad Est ma con num. di uno-due individui, quest’anno invece sono vari gruppi di centinaia di individui da soli o mischiati con il nostro normale Storno comune, si spostano e sono stati visti anche nelle regioni del centro sud oltre che in tutto il nord, in Italia è presente anche lo Storno Nero ma solo nelle nostre grandi isole….

    Comunque, leggiamo sulla piattaforma Ornitho la presenza di 1 Storno Roseo in mezzo ai nostri Storni, in un paese vicino al nostro e di 250 Storni Rosei nelle piane del Lago di Montepulciano e decidiamo di tentare la sorte dove le possibilità erano sicuramente maggiori, al lago di Montepulciano.

    Premetto che il giorno prima lo avevamo cercato in Val d’Orcia ma ricerca era stata vana, partiamo e questa volta viene anche nostra figlia.

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    Avevamo letto che bisogna cercare i filari di piante di Gelso, pare che vadano matti per i frutti di questa pianta che costeggia le strade soprattutto di campagna dalle nostre parti, non sapevamo nemmeno come era, prima, una pianta di Gelso, comunque nelle strade bianche che traversano i campi della riserva provinciale del lago di Montepulciano questi filari ci sono e ricoperti di frutti, e noi abbiamo girato avanti indietro per tre ore, osservando Storni si ma i Comuni e neanche in grossi numeri. Avevano ancora molto da mangiare in zona ma chissà per qualche motivo se ne sono andati, d’altra parte gli uccelli hanno le ali e fanno come gli pare, questo era il nostro pensiero quando rassegnati stavamo tornando verso la provinciale per tornare a casa. Poi come a volte, non sempre, succede qualcosa ci attraversa davanti alla macchina, mia moglie dice era chiaro con la testa nera torna indietro…

    Erano LORO dentro ad un Cipresso

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    una decina di Spendidi Storni Rosei facevano avanti ed indietro tra il Cipresso e le piante di Gelso all’altro lato della strada.

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    La confidenza, è maggiore come lo è in genere per tutti gli animali “stranieri” non abituati, come i nostri, alle eccessive attenzioni, da parte di tutti gli “Amanti della Natura”, come definiscono se stessi i cacciatori, ma anche dalla pochissima sensibilità e rispetto che ha l’Italiano medio….

    Abbiamo passato una mezz’ora a goderceli per benino, anche qui qualche foto poi il saggio musicale di nostra figlia ci ha costretti a tornare a casa.

    Questo è il racconto di due Twicciate, come si dice con un inglesismo usato per indicare l’andare a cercare una specie rara, che vi ho voluto proporre.

    Le foto agli Storni Rosei sono state fatte con D500 + 500mm f4 G + TC1,4 appoggiato al finestrino della macchina o a mano libera……

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  13. “The Reunion” è la festa dedicata a tutti gli appassionati di motociclette cafe racers, scrambler, special (veramente speciali) e dallo stile classico.

    La location che ospita l’evento è l’Autodromo Nazionale Monza, il luogo al mondo con più fascino per gli appassionati della velocità. Si è svolta il 19 maggio.

    Durante le due giornate è possibile non solo assistere, ma anche partecipare, a una sfida di accelerazione 1 contro 1 a eliminazione diretta sull’ottavo di miglio… come si faceva 60 anni fa, fuori dai motorcycle bars inglesi o a un inseguimento nel fango in sella alla propria scrambler.

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    Andrea Marzorati
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    Da qualche anno perdevo l'incontro con i gruccioni, bellissimi migratori che dall'Africa arrivano da noi per riprodursi, questa avviene in colonie, deponendo le uova in nidi scavati nel terreno, di solito sui ripidi argini dei fiumi o a volte in cave di sabbia. Quest'anno sono riuscito a rimediare e grazie ad un amico ho potuto passare qualche ora in loro compagnia.

     

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  14. Ad "Itinerari", l'annuale mostra fotografica che il fotoclub di cui faccio parte organizza da oltre trent'anni, sono presente anch'io con un mio lavoro, il terzo da quando espongo qui.

    Il titolo del lavoro è "RGB", una raccolta di dieci immagini di foto di strada, molte delle quali forse vi sono già note avendole pubblicate su queste pagine.

    Gli scatti sono appunto del genere street photography, il mio preferito, ma questa volta sono declinati secondo ciascuno dei tre colori dell'acronimo indicato. Ma con un'eccezione: ho infatti "italianizzato" in qualche modo la sigla sostituendo alla lettera "G" - che sta per "Green" - il Giallo, un colore che mi ispira particolarmente quando giro per strada con la fotocamera.

    La mostra è aperta dal 24 aprile al 2 maggio nelle sale del "Circolo Artistico" nel centro cittadino di Arezzo, e chi volesse visitarla è ovviamente il benvenuto.

    Devo dire con soddisfazione e senza falsa modestia che i primi visitatori hanno molto apprezzato le foto che, per inciso, ho anche stampato personalmente. Ma la soddisfazione più grande, come ripeto sempre, è poter partecipare a simili manifestazioni! (E De Coubertin qui non c'entra niente... :marameo:)

    Di seguito ecco il cartellone della mostra, una breve illustrazione del lavoro che accompagna le stampe esposte in sala, e le dieci fotografie che lo compongono.

    Enjoy! ^_^

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    " R G B "

    Il modello RGB è un sistema di codici di colori internazionale.

    RGB  è l'acronimo di Red (rosso) , Green (verde) e Blue (blu), i nomi dei colori additivi in lingua inglese.

    Secondo la Teoria Codici RGB una qualsiasi immagine è scomponibile, attraverso procedimenti più o meno semplici, in colori base.

    Miscelando in varie proporzioni tali colori base è possibile ottenere tutto lo spettro dei colori percepibili dall'occhio umano.

    Il metodo RGB si usa soltanto per il web e rappresenta la visione del colore su di uno schermo.

    Ma per me RGB significa soltanto ROSSO, GIALLO E BLU, ed è un pretesto per cercare singolarmente questi colori nelle foto di strada.

    1.

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    2.

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    3.

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    4.

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    5.

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    6.

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    7.

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    8.

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    9.

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    10.

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  15. Eh niente ci è preso il divertimento dei giocattoli luminosi cinesi...

    Modello Yongnuo (giusto per rimanere coerenti col ring light) YN360 RGB

    Si tratta di una spada di luce, ne girano tante oggi, di tante marche e questa non è la migliore nella sua fascia di prezzo ma ha caratteristiche interessanti.

    Pro

    Possibilità di personalizzare la scelta della batteria io ne ho messa una da 4.4A

    Gestione software controlli comoda rapida e completa se si stacca la batteria tutte le impostazioni restano in memoria (esiste anche l'app per il controllo RGB totale e dei livelli di potenza dei led 3200°k e 5500°k)

    Costruzione abbastanza di qualità per la fascia di prezzo

    Autonomia pazzesca

    Cons

    Il pulsante di accensione si pigia facilmente anche nella borsa, mi sono abbagliato almeno 10 volte appoggiandolo verso l'alto e me lo sono trovato acceso in borsa, quindi per il trasporto si consiglia di togliere la batteria per la quale non c'è un taschino nella borsa.

    i led RGB sono pochi un divertente giochino diciamo

    il bluetooth è sempre attivo in attesa della app, questo consuma la batteria anche spento.

    La qualità della luce è un po' duretta

    Con batterie grandi non è per nulla ergonomico (e questo fa a pugni con il primo pro, che di fatto mi ha portato a scegliere questo modello piuttosto di quelli a tubo con batterie piccole interne)

     

    La scatola si presenta in uno stile a noi "nikonisti" familiare, che mi piace (è solo una scatola lo so ma mi piace)

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    È piatto e non tondo come si usa di solito su questi oggetti, questo lo rende meno ergonomico ma la possibilità di mettere su batterie anche da 7A è un valore aggiunto

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    C'è un filtro arancio magnetico, non capisco a cosa serve perché ha i led da 3200°k forse per fare i segnali agli aerei quando atterrano?

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    Filtro che sta perennemente attaccato sul dorso

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    La batteria (non compresa) da 4.4A sporge parecchio ma consente un'autonomia di un paio d'ore a piena potenza

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    La pulsantiera è bella, essenziale e rapida da impostare in ogni situazione (manca una cifra perché i led vibrano più lentamente della mia reflex lo fanno i led davanti alle ferrari e lamborghini perché non dovrebbero farlo questi)

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    Con luce colorata che la forza sia con me.....

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    Veniamo ai dati tecnici:

    La luce non è tantissima ma sufficiente per svariate situazioni 2550lm massimi con led 5500 e 3200 accesi

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    Allora veniamo alle prove con il CC

    Solo luce 5500 al 100% mi misura 6300 -19 (dominante magenta come nel ring light ma qui siamo sballati anche come temperatura)

    Fortuna che abbiamo i led caldi

    19% di led 3200 + 100% 5500 fanno esattamente 5500°K (tié)

    100% led 3200 misura 3150 -5

    100% 3200 + 100% 5500 misurano 4350 -20

    Ho finito di dare i numeri.

    Vediamo qualche esempio:

    Solo barra piena potenza 100 iso f4

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    Barra più ring light sullo sfondo (si vede l'anello sulla testa a sx) come sopra 1/125 f4 100 iso

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    Led verdi più un po' di blu.. non ho cambiato le impostazioni ho solo avvicinato la barra ad una spanna dalla testa

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    Il solito troll

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    Un altro toll..

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    Ah no era il mio gatto... da questa foto si evince che la luce a circa 1,5m dal gatto ed appoggiata sul divano proietta un'ombra dura del cuscino

    Sotto invece usato come luce di schiarita in una condizione di forte contrasto tra luce naturale ed ombra della finestra

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    Insomma, un giocattolino che può essere utile, sicuramente più trasportabile di un ring light, ma anche meno luminoso (la metà circa)

     

  16. E’ un po’ di tempo che mi frulla per la testa il passaggio al formato pieno ed ogni occasione per ottenere il meglio dalla mia D7100 è buona.
    Mi piace molto la mia attuale e unica fotocamera, ma so che questo modesto fotografo può fare di meglio crescendo in esperienza e cambiando il formato del sensore.
    Restando sulla prima ipotesi, il tema che mi sono posto è: fotografiamo questa piccola rosa ottenendo una immagine piacevole su uno sfondo scuro.
    Ok la rosa c’è, la mettiamo in un vaso che posizioniamo sulla scrivania distante dal muro di fondo un metro circa.
    La stanza è illuminata da una illuminazione diretta verso il soffitto con lampada alogena, quindi non diretta sul soggetto, per questo poco creativa.
    Niente flash, niente gabbie di luce mi devo arrangiare, quindi decido di utilizzare una piccola lampada da scrivania che ha la possibilità di modificare l’altezza agendo su due bracci che si estendono come le antenne dei televisori portatili o delle piccole radio.
    La posiziono dal lato che ritengo migliore, più alta rispetto al soggetto ed inclinata; bene, il set di ripresa è pronto, monto il Sigma 50 Art ed inizio a fotografare per vedere se almeno lo sfondo risulta scuro come lo voglio.
    Si, questo primo parametro sono riuscito ad ottenerlo, almeno così mi appare sul monitor della fotocamera, andiamo avanti; devo però stare molto vicino al soggetto al limite della MDF.
    Treppiedi si o no? lasciamo perdere che è tardi e domani si lavora, andiamo avanti a mano libera, mi appoggerò sulla scrivania se serve.

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    In post ho reso un po’ più scuro lo sfondo che sembrava buono sul display della fotocamera e ritagliato leggermente le immagini.

    La composizione poteva esser più curata, quei ramoscelli di ulivo nelle foto ad F4 ed F5,6 ( nelle foto ci sono gli Exif) sono forse un poco fastidiosi, ma il soggetto mi pare reso decentemente.

    Grazie per essere arrivati fin qui e per i commenti, suggerimenti che vorrete esprimere.

  17. Castello di Kanazawa

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    Uno dei luoghi più famosi di Kanazawa è il castello situato nel cuore della città tra i fiumi Sai e Asano, posizione strategica che assicurava all’edificio una maggiore protezione da eventuali attacchi.

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    Il castello venne edificato nel 1583, nel periodo in cui la famiglia Maeda, che regnava sull’area di Kaga, si trasferì a Kanazawa quando Toshiie Maeda divenne daimyo. Con lui al potere la città conobbe il suo periodo di massimo splendore, tanto da essere paragonata a città come Madrid o Roma. Con la popolazione in aumento, Toshiie Maeda cercò di attirare mercanti e artigiani garantendo loro condizioni favorevoli di lavoro.

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    L’attuale castello è una ricostruzione fedele dell’originale, più volte distrutto da incendi e guerre.
    Una prima ricostruzione risale al 1592, dopo la battaglia di Bunroku; in quel periodo venne aggiunto il fossato.

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    Altri incendi si sono verificati in periodi successivi: nel 1620-21 e nel 1631-32, oltre a quello del 1759 ricordato come il ‘grande incendio di Kanazawa’ che lo distrusse completamente. 
    Ancora ricostruito tra il 1762 ed il 1788, fu ripetutamente danneggiato da altri piccoli incendi ed eventi sismici, fino alla sua completa distruzione avvenuta nel 1881.
    Il castello, che per le sue dimensioni è stato soprannominato ‘il palazzo dei 100 tatami’, è oggi parte integrante dell'omonimo parco.

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    In tempi recenti il castello è stato adibito a funzioni differenti: prima della seconda guerra mondiale fu sede della 9ª Divisione dell'Esercito imperiale giapponese, successivamente, e fino al 1989, campus della locale università (ora situato nella zona di Kakuma).

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    In seguito si diede vita a un progetto di ricostruzione degli edifici, con l'intento di riportarli di riportarli alla struttura originaria. Non è prevista la ricostruzione dell’intero complesso, che sarebbe simile al castello di Osaka.

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    Le due torrette, l’Hishi Yagura a nord, e l’Hashizume-mon Tsuzuki Yagura vicino all’ingresso, sono state le prime ad essere ricostruite, seguite dal Gojukken Nagaya, un grandissimo magazzino che le collega.

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    L’accesso al castello può avvenire attraverso i tre portali principali: Kahokumon, che era andato distrutto 130 anni fa, furicostruito (la ricostruzione è stata completata nella primavera del 2010) secondo il metodo di costruzione tradizionale ed è di fatto l’ ingresso principale, Ishikawamon, situato di fronte al giardino di Kenroku-en, e hashizumemon.

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    Una delle caratteristiche salienti del castello è costituita dalle tegole che ricoprono il tetto: sono di colore chiaro e per realizzarle è stato utilizzato il piombo, in quanto resistente al fuoco. Alcune leggende narrano che, quando il castello si trovava sotto attacco, venissero fuse per farne proiettili.

    Il giardino Gyokusen’ Inmaru

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    La realizzazione di questo giardino si deve a Toshitsune Maeda che diede il via alla costruzione nel 1634. Alla fine del periodo feudale il giardino venne abbandonato per poi essere ricostruito solo nel 2015. Oggi è visitabile e, nei fine settimana, illuminato fino alle 21.

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  18. Domenica scorsa pioveva e mi son preso un raffreddore, oggi piove e domani pioverà, di uscire a fotografare "all'umido" non mi va proprio,  allora sfrutto l'occasione per  qualche esperimento.

    Così  prendo: La Sigma Sd quattro H, il Sigma 105mm Macro OS, un vecchio Nikon 50mm f1.8 af "vissuto", un anello adattatore per filtri 62-52, un anello di inversione 52-52, flash e trigger , illuminatore led come luce pilota, slitta macro, piedistalli per i flash e "carta da forno" come diffusore (Mauro docet ;)

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    L'attrezzatura usata, meno la carta da forno, i 20centesimi servono a stringere le viti e da scala per le dimensioni del soggetto, come vedrete :) 

    L'idea è provare a fare macro spinta con il 50mm invertito sul 105mm. Il 50mm invertito equivale ad una lente addizionale (più che) acromatica da 20 diottrie.

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    Risultati?  La nitidezza è buona ma a 20 diottrie la profondità di campo scarsissima.  E' necessario fare dello stacking

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    Questa è la parte interna di uno schiaccianoci, fortemente concava, unione di 8 foto, ma non basta. 

    Non ho voglia di fare decine di scatti ad uno schiaccianoci, proviamo con qualcosa di più interessante. Ad esempio una ammonite piccola, ma proprio piccola.

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    Come vedete è proprio minuscola (foto scattata con compatta, ritagliata,  non ridimensionata, per questo fa un po'... ribrezzo).

     

    Ecco cosa esce scattando con il 105mm focheggiato ad infinito: unione di 26 scatti con Zerene Stacker. Si nota una certa vignettatura dovuta al minore diametro del 50mm. Probabilmente sul formato APS-C si sarebbe notata meno, sul formato APS-H è più evidente . 

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    La profondità di campo è veramente minima, a f11 ecco come risulta con un singolo scatto:

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    Sotto, focheggiando alla minima distanza di messa a fuoco, unione di 17 scatti, sempre con Zerene Stacker. La vignettatura è scomparsa

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    Messa a fuoco manuale a distanza fissa, spostando il piano di messa a fuoco muovendo avanti/indietro la fotocamera tramite la slitta. 

    La distanza del soggetto  dalla lente frontale (del 50mm) con il 105 focheggiato ad infinito  era di 5cm. 

    La qualità direi che è soddisfacente. Anzi molto.

    Rimangono  delle ombre indesiderate, colpa  mia che  essendo  interessato soprattutto alla resa come incisione ho un po' trascurato questo aspetto. Riconosco inoltre  che l'attrezzatura per l'illuminazione è un po' rudimentale, il flash è dedicato nikon non superlativo. Ho già in programma di dotarmi di un sistema di illuminazione come si deve, appena possibile  e poi mi dedicherò a perfezionare anche questo aspetto .

     

  19. Sakurambo
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    Ogni anno, il 21 aprile, Roma festeggia la data della sua fondazione. La data è accompagnata da eventi speciali a tema.
    L'anno scorso le manifestazioni principali si sono tenute tra il 20 ed il 23 aprile, in particolare nell'area del Circo massimo e dei vicini Fori Imperiali.

    L'area del Circo Massimo è stata sede di una rievocazione storica in costume resa possibile grazie al lavoro, volontario, delle locali associazioni di ricostruzione storica. Il periodo rievocato è stato, ovviamente, quello che va dalla fondazione del primo insediamento a tutta la vita dell'Impero Romano che abbiamo tutti studiato sui libri di scuola.
    Gli organizzatori hanno concesso alle locali associazioni e scuole di fotografia di inviare fotografi, che sarebbero stati certificati, per la copertura mediatica dell'evento. In questo modo ho potuto reperire un pass che mi ha consentito di entrare anche nelle aree interdette al pubblico. Peccato che fossimo davvero in molti ad avere lo stesso pass, dubito che gli organizzatori saranno di manica così larga nel 2018. Visto anche il comportamento non sempre esemplare di alcuni di noi durante alcune fasi delle rievocazioni.

    E' stato interessante incontrare così tanti appassionati, provenienti dai 5 continenti ( compresa una piccola legione Maori... ) accomunati dalla passione per la storia e per l'antica Roma. Alcuni costumi ed armature mostravano un livello di fattura davvero notevole ( come anche il costo sostenuto da chi le indossava ).

    Nella spianata del Circo Massimo era possibile incontrare vari rappresentanti della società romana sia civile che religiosa o militare.

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    Durante la giornata si sono svolti i festeggiamenti dei riti pagani del periodo romano, riti propiziatori e di omaggio alle varie divinità, parliamo del periodo precedente aell'avvento del cristianesimo.

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    Successivamente si è svolto un rapido spiegamento dei gruppi per il saluto delle autorità cittadine e la preparazione alla sfilata che si sarebbe svolta sui Fori Imperiali, con passaggio di fronte alla statua di Adriano.

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    La sfilata sui fori imperiali è stata aperta dalla Dea Roma, impersonata da una giovane ragazza Romana.

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    I vari gruppi sono passati lungo i fori per arrivare alla statua dove l'Imperatore Adriano avrebbe salutato ed omaggiato i figuranti e la città con la lettura di una formula in latino.

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    Si, è una pelle di lupo vera. ( Sono pochissime, per ovvi motivi, e soggette a controlli serrati, costosissime, pochi gruppi riescono ad averne come parte del loro equipaggiamento ).

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    Al termine della sfilata l'attenzione è tornata al Circo Massimo dove si sono svolte alcune rievocazioni di fatti storici e di combattimenti tra gladiatori. Intervallate da danze storiche ( sopratutto etrusche e romane ).

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    Spero che le foto non siano troppe e grazie a chi ha voluto leggermi.

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    Negli ultimi anni si sono molto diffuse le tracolle “Sling” ovvero quelle che si collegano all’attacco cavalletto del corpo macchina o dell’obiettivo.

    Nel caso del collegamento al corpo macchina e’ una questione di preferenze personali, io mi trovo bene con gli attacchi tradizionali, ma nel caso di teleobiettivi il collegarsi alla staffa per il cavalletto e’ l’unico modo per trasportare il sistema a tracolla, pronto all’uso e con il giusto equilibrio dei pesi.
    Il produttore leader in questo campo e’ Black Rapid (www.blackrapid.com). Roba di qualita’, prezzi da gioielleria.

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    Ho posseduto una Curve Breathe, e ritenevo i 50 Euro pagati uno sproposito, ma qualche volta bisogna aprire il portafogli e pagare “troppo”.
    Questa cinghia oggi e’ in mano a qualcun’altro, dimenticata 10 minuti sugli spalti dell’autodrono di Monza si e’ volatilizzata. Mi si e’ quindi posto il problema di ricomprarla.
    “Maledizione altre 50 carte” mi sono detto. Sbagliato, sbagliatissimo. La cinghia e’ stata sostituita con un modello nuovo e il prezzo e’ salito a circa 80 Euro.
    Lo ho ritenuto un prezzo oltraggioso e mi sono messo in cerca di altro.

    Ovvaimente Amazon pullula di cloni cinesi dai 10 ai 20 Euro. Troppo facile. Guardate i commenti e vi accorgerete che l’anello debole della catena, il moschettone, va in frantumi con troppa facilita’.
    Questo e’ il moschettone Black rapid, montato su una cinghietta da polso. E’ uno di quelli che ruotano attorno ad un “pirulino” che ovviamente deve essere fatto a regola d’arte per reggere diversi chili.

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    Dopo parecchie ricerche ho pero’ scoperto che la Optech (https://optechusa.com) produce una cinghia Sling, non proprio bella come quelle BlackRapid ma robusta e dal costo ragionevole. Fanno Euro 28:
    https://www.amazon.it/OP-TECH-USA-Utility-Strap/dp/B003T0EYVE/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1520793638&sr=8-4&keywords=optech+sling

    La parte in Neoprene e’ un po’ piu’ morbida di quelle tipiche Optech ed e’ molto aderente, difficilmente scivola via. Mi piace molto.
    Non e’ finita, perche’ La Optech fa le pentole ma non i coperchi, ovvero gli anelli per l’attacco cavalletto e i moschettoni.
    Gli anelli si trovano, sia da Black Rapid (20 Euro) che cinesi. Sono dei pezzi di metallo tornito quindi, a patto che la filettatura sia decente difficilmente soggetti a rotture, io ho preso questi (uno era perfetto, uno con qualche sbavatura da limare via) 2 pezzi 7 Euro:
    https://www.amazon.it/gp/product/B01KFU7T08/ref=oh_aui_detailpage_o05_s00?ie=UTF8&psc=1 

    Il sistema Optech che va sul moschettone e’ diverso per cui basta un modello semplice ed e’ stato banale: Bricocenter, 2 pezzi 1 Euro. Carico di rottura 120 Kg.
    Questo e’ il sistema che uso da qualche mese con soddisfazione:

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    Nei giorni scorsi ho avuto una pensata, dato che sto’ cambiando testa del cavalletto con una Arca, e cioe’ creare una Sling con attacco Arca.
    Questo evita di dover svitare ed avvitare le piastre e la cinghia, azione tediosa, che puo’ causare usura e che era sta la causa della perdita della mia prima cinghia.
    Serve un oggetto di questo genere a 8.9 Euro :
    https://www.amazon.it/gp/product/B00OCG0B7K/ref=oh_aui_detailpage_o00_s00?ie=UTF8&psc=1

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    Ed ecco il risultato, sicuramente un po’ piu’ pesante e ingombrante ma molto pratico e con il pregio che si puo’ equilibrare il peso, cosa piuttosto importante nel trasportare carichi.
    Attenzione poi che non si allenti il meccanismo di fissaggio Arca.

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    Segnalo un’ultima cosa, ovvero che Optech vende diversi kit di adattamento per le cinghie, e fra questi ne trovate uno per far diventare la Sling una cinghia normale.
    Io l’ho pagato 8 Euro ma al momento lo vedo a 17:
    https://www.amazon.it/gp/product/B0010HE2CY/ref=oh_aui_detailpage_o03_s00?ie=UTF8&psc=1

    E questa la seconda configurazione:

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  20. Giallo

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    Non so voi, ma io sono nato fotograficamente assai prima del digitale e - udite, udite! - anche prima dell'autofocus.
    "E' un problema tuo" direte, e probabilmente avete ragione.

    Ma se c'è qualcuno che in passato ha provato la croce e la delizia di fotografare su pellicola, invertibile, negativa bianconero od anche negativo colore, forse può capire come adesso, pur non rinnegando niente della transizione al digitale, io sento sovente la mancanza di un approccio più meditato.

    Voglio dire, ma non per fare il vecchio che "ai miei tempi era meglio..." che il rullino era molto educativo sotto questo profilo.
    Non rimpiango certo di non dover più spendere 0,5€ circa ogni volta che faccio click (tra costo della Velvia e sviluppo) o di dover aspettare giorni per vedere i risultati,  nè di dovermi fermare per un po' ogni 36 scatti: però questi fatti erano un antidoto alle mitragliate di raffiche "qualcosa verrà" od all'eccessivo uso del bracketing "qualcosa verrà bene". Imparavo a leggere la scena, a puntare l'esposimetro, a tener conto del colore che rifletteva la luce, alla messa a fuoco attenta, alla stima della profondità di campo, a ragionare sui tempi di scatto, a studiare con più cura l'inquadratura (la diapositiva sotto questo aspetto non perdonava niente) eccetera.

    A fotografare, insomma.

    Sembra una fesseria, ma un certo, lungo intervallo fra il click ed il momento in cui le diapositive finivano sul visore a luce calibrata, pronte per essere osservate col lentino da 10 ingrandimenti, costituiva un serio deterrente a "tirar via" alla bell'è meglio, tanto poi c'è fotoscioppe. 

    Beninteso: tutte queste cose si possono (e si devono) fare anche adesso scattando in digitale.

    E dalle foto che vedo qui è lecito pensare che tutti voi operiate in modo accorto, attento, diligente, appassionato e senz'altro meglio di me. Ma mi riferisco alle moltitudini che scattano col telefono e poi - senza nemmeno guardare loro stessi - vi fanno vedere, ancora stupiti del miracolo - un'immagine da tre pollici in cui si vede un puntino in mezzo al mare - e vi raccontano che quello è il loro nipotino Gennaro, che lì non si vede bene, ma è bellissimo. Diamine, anche con una vecchia compatta Bencini 126 caricata a negativo colore avrebbero ottenuto di meglio: e non perchè la Bencini sia meglio dell'Iphone X, ma perchè il loro processo di condivisione delle immagini sarebbe stato mediato dal costo e dall'attesa. Il problema non è scattare con il telefono o con l'Hasselblad, ma avere un minimo di senso critico verso i propri risultati.

    E' un paradosso che oggi, che fotografare non costa nulla e consente di rivedere subito le immagini, l'educazione tecnico/estetica documentata dalla stragrande maggioranza delle foto che vengono condivise sia calata in modo abissale.

    Ripeto, non voglio sostenere che la pellicola sia meglio, sono vecchi discorsi e discussioni morti e sepolti da almeno un decennio: ma che il metodo imposto (volenti o nolenti) dal fotografare sul rullino era molto educativo, e per certi versi farebbe bene ancora, anche se non so come. 

    Buona luce

     

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  21. Purtroppo per me, l'arte non mi emoziona come la musica. La musica mi coinvolge e interagisce con i miei sentimenti. Purtroppo come ho detto l'arte non mi fa lo stesso effetto, ma non disdegno quando sono all'estero di visitare qualche museo, e dopo il museo dedicato a Van Gogh e altri musei minori, eccomi a visitare quello di arte moderna sempre ad Amsterdam.

    Per me la pittura è stata sempre tentativo di rappresentare la realtà fino all'avvento della fotografia e dopo di questa chiaramente la pittura ha cercato altre forme espressive di rappresentazione. Più che altro stati d'animo e sentimenti. La priva volta che ho visto una tela tagliata da 2 spacchi in diagonale ho pensato, ma cos'è questa cazzata? Poi mi sono avvicinato al cartellino e ho trovato scritto... concetto spaziale Lucio fontana e allora ho intravisto la grandiosità dell'autore nel concepire e trasmettere quel concetto. Certo poi sono arrivati, tante forme espressive d'arte, alcune per me ignote, ma senza senso,  quali ad esempio una stanza con una scarpiera e tante scarpe di ginnastica messe sopra con la scritta ordine nella scarpiera, oppure una stanza con tanti ombrelli aperti con scritto pioggia.O.o Ho  quindi ho capito che mai come prima si sta vivendo il periodo del manierismo. Fare cose strambe senza significato e dare loro un nome e dichiararsi artista, sempre che si trovi un critico d'arte  che ci riconosca, in virtù di un'amicizia o di un vil danaro, come tali.

    Ecco apparire barattoletti venduti a peso d'oro contenenti merda d'artista o altre stronzate micidiali.

    Sono quindi andato al museo d'arte moderna ad Amsterdam e anche li accanto ad opere famose alcune senza capo ne coda.

    Non c'è bisogno che vi indichi quali sono quelle che rappresentano per me qualcosa e quelle insulse.

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