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    Silvio Renesto
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    Ora è Gianni,  fotografo e naturalista che si racconta...

     

    Raccontaci qualcosa di te. 

    Sono nato in Toscana ad Abbadia San Salvatore sul monte Amiata,per il resto c’è veramente poco da raccontare vado a lavoro la mattina presto, compreso il sabato i pomeriggi sono normalmente liberi, quindi ho decisamente molto tempo a disposizione per girare e dedicarmi ai miei due hobby la Fotografia ed il Birdwatching, quest’ultimo ha lasciato il posto negli ultimi anni al controllo-protezione del Falco Lanario in Toscana. Impegno che mi porta via molto del mio tempo libero soprattutto nei primi sei mesi dell’anno, periodo della nidificazione di questo Falcone.

     

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    Monachella del Deserto

    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?

    E’ nata poco prima dei 18 anni facevo foto ai miei amici, ed in giro, con una piccola macchina di mio padre ( la Comet S che possiedo ancora ), con il diploma la prima reflex e li la passione è presa via…. Mi ero convinto, ma ci credo ancora, che la fotografia mi faceva “Vedere” e non  “guardare” il mondo intorno a me. 

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    Qual'è il tuo genere preferito oggi?

    Il genere che preferisco è il Bianco e Nero quindi fotografo tutto quello che secondo me sta bene in B&W, mi piacerebbe fare anche i ritratti e foto alle persone in genere (unico genere che pratico pochissimo) perché come si dice mi vergogno un po’….Continuo ancora a praticare la fotonaturalistica e girando con il Binocolo ed il Cannocchiale mi capita di fotografare qualche animale, soprattutto Uccelli.

     

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    Piovanello Pancianera

     

    E quando hai iniziato?

    Quando mi regalarono la mia prima reflex, all’incirca 40 anni fa, facevo foto di paesaggio ma quasi subito con un amico cominciammo a cercare di far foto agli animali, ci facemmo un capanno in montagna andavamo in giro sempre con la macchina pronta. A quei tempi cominciarono ad uscire riviste come Oasis ed Airone ma devo dire che non trovavi mai i capanni occupati nelle oasi e se avevi il Sigma 400 f5,6 eri già qualcuno.. ;-))) 

     

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    Scricciolo

    Nikon perchè? Un caso o una scelta?

    La mia prima reflex non fu una Nikon e nemmeno il secondo corredo è stato Nikon. Con il diploma è arrivata una Olimpus OM 1n, allora non c’era la “globalizzazione” e fu comprata nel negozio del Fotografo del Paese aveva quella. Poi la OM 2n e alcuni obbiettivi. Quindi son passato alle Contax con alcune ottiche poche perché erano carissime e non facili da trovare per me. Finalmente il passaggio alla Nikon, il perché non lo ricordo, molto probabilmente perché quelli con cui fotografavo avevano Nikon. Era arrivato l’Autofocus probabilmente già da un pò quando cambiai, mi presi 2 F90X, facevo soprattutto foto agli animali, e da li è cominciata la mia Passione per il Birdwatcing. La mia prima Digitale comunque è stata la Coolpix4500, poi date via le F90x passai alle varie D200-300-D4 ecc. ecc.

     

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    Zigolo Capinero

    6) Come ti trovi? Cosa ti manca?

    Come mi trovo? Bene. Cosa mi manca? come “scimmia" un sacco di cose ;-))). In realtà mi manca poco, ho molte ottiche troppe forse, ed: esco con gli zoom o con i fissi è la domanda di quasi tutti i giorni se non vado a Rapaci. Ho anche le V, mi piacciono e mi ci diverto ancora nonostante tutto… Una Mirrorless concettualmente all’avanguardia è sicuramente più che auspicabile….

     

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     Zigolo delle Nevi

    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?

    L’unica altra grande passione è come dicevo il Birdwatching, ed ora da qualche anno lo studio e la conservazione del Falco Lanario. Ho avuto la fortuna di trovare una moglie con la mia stessa passione per l’osservazione (conosciuta ad un Pelagic Trip), e che fa anche foto, era Nikonista anche lei, ora gira con una Fuji X100T.

     

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    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 

    Si come dicevo è stato il mio genere fotografico principale per molti anni. Le mie ottiche per questo tipo di foto sono state prima un 400mm f4 Tamron manuale lo usavo anche con le Contax poi il 500mm sigma f4.5 AF. La fotografia in Digitale, l’ho cominciata con la D70 di mia Moglie avevo smesso da qualche tempo e mi dedicavo solo all’osservazione, la crisi non fu sulla fotografia ma sulla “caccia fotografica” e su come molti di noi la fanno o facevano, si crea disturbo spesso molto pesante non c’è cultura del rispetto la foto avanti a tutto, smisi quando per fotografare un Gufo lo feci volare da un probabile nido, non so neanche se stesse covando non era proprio il periodo giusto, comunque mi vennero i rimorsi e per qualche anno ho praticamente smesso. 

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    Biancone

     

    Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?

    Io di Portfolio non ne ho mai fatti, tanto meno di progetti Fotografici e invidio tutti quelli che riescono a fotografare con un progetto in mente. Di mie foto che mi piacciono ce ne sono, certamente, ma a giorni molte a giorni poche o niente e butterei tutto. Ne ricordo una in particolare più per la situazione e la fortuna che altro, è in Diapositiva, di tanti anni fa quindi, ritraeva una Poiana che aveva catturato una Natrice, mi sembra, niente di che ora che viene fotografato tutto e di più, ma allora era qualcosa. Era successo accanto al mio capanno che  avevo montato per Fotografare un’Albanella Min., avevo appena finito di fotografarla o meglio l’Albanella era appena volata (probabilmente per la Poiana) che sento rumori alla dx del capanno guardo dalla feritoia e trovo la Poiana con il serpente avvolto intorno al corpo, il tutto moooolto vicino 4-5 metri riuscii a fare 7-8 foto con uno zoom 70-210 Tamron, poi la Poiana lascio il serpente e volò via, nelle foto si vedeva solo mezzo corpo della Rapace ed un paio di spire della Natrice un primo piano che faceva intuire cosa stava succedendo. Queste sono le foto che ricordo sempre con soddisfazione non sono probabilmente le più belle, però una la mandai al primo???? concorso fotografico di Oasis e fu premiata (5 mi sembra arrivò, con un binocolo come premio),  insomma ero all’inizio perciò fui tanto tanto contento….. 

     

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    Lui Forestiero

     

    E in futuro?

    Continuerò certo a far foto agli animali, quando capita ma soprattutto il Bianco e Nero che ora è il mio genere preferito. Vi posso dire però che cosa vorrei fotografare più di tutto, vorrei fotografare bene anzi benissimo e da posati Maschio e Femmina di Falco Lanario. So che non mi capiterà e che come ho fatto finora non mi ingegnerò per fotografarli a tutti i costi, men che mai intorno al nido (per me non bisognerebbe MAI fotografare intorno ai NIDI) quindi rimarranno le foto dei miei SOGNI…….continuerò ad accontentarmi dei filmati (anche belli ed interessanti vista la situazione della specie) ma comunque fatti tramite il cannocchiale ed a distanze notevoli.

    E’ tutto…. probabilmente sì, senza dimenticare però quanto ho imparato guardando e leggendo Nikonland…….

     

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    Albanella Pallida


    Tutte le foto sono state fatte nei miei giri per L’Italia.

  1. Nell'editor del sito, se si va semplicemente a capo

    (cioé si preme soltanto INVIO) si ottiene una interlinea doppia.
    Che può essere utile alle volte quando si vuole separare un paragrafo dal successivo.
    Ma se vogliamo scrivere all'interno dello stesso paragrafo con interlinea semplice ?

    Facilissimo : basta ricordarsi di premere il maiuscolo (lo shift, la freccia a sinistra della tastiera) appena prima di premere l'invio :

    e l'interlinea sarà semplice.

    :sayonara:

  2. Nella grammatica italiana le frasi si compongono partendo da 3 elementi, il soggetto (io, tu, noi..) il predicato verbale (mangiare, bere, disegnare...) e un complemento oggetto (un panino, un'aranciata, un fiore...) che essendo appunto un complemento non è necessario in sè ma da un senso alla frase

    Se il SOGGETTO è la componente più importante allora dobbiamo chiederci cosa è più adatto in quel momento associare come predicato. Se il soggetto sono IO ed ho un certo appetito allora dico IO MANGIO, se invece ho sete dico IO BEVO se sono ispirato artisticamente allora dico IO DISEGNO. Nello specifico del momento posso aggiungere che IO MANGIO UN PANINO, IO BEVO L'ARANCIATA, IO DISEGNO UN FIORE. La frase ha un senso compiuto ed esprime esattamente ciò che IO sento di fare.

    Se il PREDICATO è la componente più importante allora dobbiamo scegliere i soggetti che sono adatti a compiere quell'azione. Se il verbo è MANGIARE allora mi interrogo se io ho fame o magari TU o chi altri hanno fame, e alla fine otteniamo che IO MANGIO, LEI MANGIA, LORO MANGIANO, ma tu non hai fame allora non mangi... anche in questo caso definiamo a seconda dei soggetti cosa preferiscono mangiare e otteniamo che IO MANGIO UN PANINO, LEI MANGIA UNA PESCA, LORO MANGIANO I POPCORN.

    Nella fotografia è la stessa cosa.

    Se noi abbiamo un soggetto (componente principale) che ci piace fotografare, dobbiamo trovare un "verbo" da fargli fare che sia adatto al soggetto stesso. Il nostro scopo è quindi fotografare QUEL soggetto , magari facendogli fare diverse cose che sono quelle in cui si esprime meglio. In altre parole, in fotografia, se scelgo prima la modella, poi creo intorno un insieme di cose che la rendono al meglio, come un particolare trucco che si adatta al viso, o un abito che ne metta in risalto le caratteristiche, o un ambiente adatto al tipo di foto che voglio fare con lei.

    Se invece abbiamo un "mood" (componente principale) che vogliamo realizzare allora scegliamo il soggetto più adatto. Il nostro scopo diventa quindi fotografare QUELL'abito, QUELLA location o realizzare QUEL tipo di editoriale o QUEL catalogo e occorre scegliere le modelle adatte a rivestire quel ruolo.

    Le due cose sono distinte, si deve partire da uno (principale) per arrivare all'altro (secondario), in questo modo si ottiene sempre il massimo in entrambi i casi.

    Selezionare la modella sbagliata compromette il risultato del lavoro, quindi se vogliamo realizzare un catalogo alta moda e ci fissiamo con una modella che ci piace tanto ma è alta un metro e mezzo, è come se avessimo fame e disegnassimo un fiore. NON CI AZZECCA NULLA!

    Quindi non mescolate SOGGETTI con VERBI, date la giusta importanza ad uno per ottenere il meglio dall'altro.

  3. Shiro

    Vi fu un tempo in Giappone durante il quale la pace era soltanto un'utopia, un'epoca di guerre e di violenza, secoli di lotte per il predominio di uomini su altri uomini. Così come nel medioevo europeo, anche in quello giapponese potenti signori feudali muovevano guerra l'uno verso l'altro in una spirale apparentemente infinita. Nonostante tutto questo il medioevo giapponese, proprio come il nostro, ha lasciato un'eredità romantica fatta di storie di coraggio e determinazione, popolata da nobili guerrieri samurai, dai loro signori con le loro corti ospitate in splendidi palazzi protetti da meravigliosi ed imponenti castelli.

    In Giappone si trovano tracce delle prime fortificazioni fin dal III° Sec. A.C. ma possiamo dire che i castelli giapponesi, per come li conosciamo oggi, vennero eretti a partire dalla metà circa del 1400 fino a fine 1600 (periodi Sengoku e Azuchi-Momoyama). In questi anni il Giappone vide il proliferare delle lotte interne tra daimyo (signori feudali) fino a che due di loro, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, inziarono un lento processo di unificazione del paese che culminò con l'ascesa al potere del famoso shogun Tokugawa Ieyasu ed il trasferimento della capitale del Giappone ad Edo, l'odierna Tokyo.

    Con l'unificazione del Giappone finalmente iniziò un lungo periodo di pace durante il quale i castelli persero la loro funzione e divennero solamente imponenti strutture dispendiose da mantenere. Inoltre Ieyasu emanò una legge che proibiva ai vari daimyo di possedere più di un castello, per garantirsi che i suoi sudditi non costituissero una minaccia troppo grande, e moltissimi castelli furono così demoliti. Molti altri caddero in rovina poiché erano stati abbandonati ed altri ancora furono smontati per poterne rivendere i materiali con i quali erano stati edificati. Fu così che dei circa settemila castelli che si stima esistessero in quel periodo, ne sopravvissero poche decine. In seguito a causa di varie calamità naturali, come gli incendi, o a causa delle successive guerre, per ultima la Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza dei castelli superstiti fu parzialmente o completamente distrutta e soltanto negli ultimi decenni ne sono stati ricostruiti svariati, utilizzando tecniche antiche ma con materiali a volte del tutto moderni come il calcestruzzo.

    Ad oggi sono solamente dodici i castelli che sono giunti a noi con la loro struttura originale e, di questi, solo quattro sono considerati Tesoro Nazionale (Himeji, Hikone, Matsumoto, Inuyama) ed uno di essi addirittura Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO (Himeji).

    Dopo secoli di declino e oblio, negli ultimi anni i castelli giapponesi hanno riconquistato un posto speciale nel cuore del popolo ed hanno anche acquistato un sempre crescente numero di fan provenienti da ogni parte del mondo. Molti castelli sono divenuti mete turistiche molto apprezzate, la maggioranza sono presi d'assalto questa volta non da eserciti di soldati bensì da moltitudini di turisti, specialmente durante il periodo della fioritura dei ciliegi che, a migliaia, adornano le mura ed i parchi intorno al corpo centrale dei castelli.

    Parte di questo successo è dovuto al fatto che

    "I castelli giapponesi non sono affatto quei tremendi bastioni di granito che si è soliti associare all’Europa. I castelli giapponesi hanno un aspetto delicato, sembrano torte nuziali decorative in cima agli alberi"
    (Cit.Will Ferguson, Autostop con Buddha).

    Si, è assolutamente vero, i castelli giapponesi sono estremamente eleganti, affascinanti, semplicemente bellissimi. Uniamo questo al fatto che molte volte sono circondati da un ampio territorio trasformato in parco o a volte sono adiacenti a degli splendidi giardini come i famosissimi Kenroku-en, Koraku-en, Koko-en ed altri, ed è facile capire il perché di questo successo.

     

    Ma veniamo al titolo che ho scelto per parlare di castelli giapponesi, Shiro.

    Shiro significa bianco ed è per questo che i castelli in Giappone sono chiamati così, a causa del candore affascinante delle mura della maggior parte di essi.

    Uno degli aspetti che mi affascinano dei castelli giapponesi è che sono strutture militari costruite secondo precisi progetti frutto di studi su attacco e difesa, su tecniche di guerra e presidio del territorio, al contempo sono così eleganti, piacevoli, imponenti certo ma con grazia infinita. Oggi possiamo sederci ad ammirarne l'eleganza e la potenza evocativa che richiama un passato glorioso e ricco di tradizioni, un tempo perduto che vive nella memoria di ogni giapponese che ha nel castello un grandioso testimone.

    Quando visitiamo un castello giapponese la prima cosa che salta agli occhi è che non sembra di camminare all'interno di una struttura militare, piuttosto sembra di visitare un giardino su più livelli con strutture create per godersi il panorama circostante. Bastioni di pietra dai quali affacciarsi, fossati con limpide acque nelle quali talvolta ammirare il riflesso delle torri o scorgere una carpa o un candido cigno, panchine all'ombra di splendidi ciliegi o aceri che sapranno regalare, ciascuno a suo tempo, una tavolozza di colori degna compagna del profilo dei tetti, un mare di petali e foglie del quale rimanere meravigliati vedendoci nuotare gli Shachihoko, le mitologiche carpe che adornano gli angoli delle torri più alte.

    Ma erano e rimangono strutture militari e trovo altresì molto interessante vedere come il passare del tempo abbia influito sulle competenze degli ingegneri che hanno costruito castelli sempre più evoluti, con fortificazioni sempre più efficaci e complesse per far fronte al contemporaneo sviluppo delle armi. Parlando dei castelli classici che conosciamo oggi possiamo trovarne esempi relativamente semplici costituiti da una o più cinte murarie, sormontate da torri e separate da vari cancelli, che proteggono un maschio (chiamato tenshukaku o tenshu) isolato come a Hikone, fino ad arrivare ad imponentissime fortezze costituite da un tenshu di dimensioni molto maggiori, collegato direttamente ad altre torri secondarie attraverso mura sormontate da corridoi coperti, intricatissimi percorsi che attraversano anche vari fossati inondati di acqua, come a Himeji. Percorsi studiati accuratamente per intralciare eventuali eserciti nemici, letteralmente decine di porte da oltrepassare, il tutto affiancato da mura irte di torri dotate di feritoie e caditoie dalle quali poter facilmente colpire i nemici con armi come archi o armi da fuoco.

    Visitando un castello giapponese è impossibile rimanere insensibili al fascino delle caratteristiche mura in pietra. Sono uno dei loro tratti distintivi, la presenza costante di mura non verticali ma più o meno inclinate, di altezza estremamente variabile. Si chiamano Ishigaki (gaki significa recinto e ishi pietre) e costituiscono sia le mura esterne che danno forma ai fossati, allagati o meno, sia le mura che creano corridoi e cortili interni, sia le possenti mura che sostengono i vari terrapieni o costituiscono le fondamenta di tenshu e torri secondarie. Sono generalmente le uniche parti in pietra costituenti queste fortezze, e tra le pochissime costruzioni in pietra dell'antico Giappone, infatti tutto il resto è fatto di legno. Ci sono comunque vari stili costruttivi, con nomi diversi, in base all'inclinazione ed al modo di lavorare ed incastrare le pietre. Le fortificazioni più antiche non disponevano di ishigaki, infatti non erano necessarie difese così massicce e stabili, a partire però dall'era Sengoku si iniziarono a costruire questo tipo di mura poiché la guerra era ormai divenuta una costante quotidiana. I primi esempi ci mostrano uno stile costruttivo che si basava sul reperire pietre in loco ed ammassarle l'una sull'altra con maestria e viene chiamato stile nozurazumi. Successivamente l'arte degli scalpellini e degli ishiku (i muratori specializzati in questo tipo di costruzioni) si affinó e le pietre furono via via lavorate sempre più precisamente ed incastrate con sempre maggior maestria permettendo di creare superfici lisce, grazie alle quali offrire pochi appigli ad eventuali nemici, ed innalzare mura sempre più alte e maestose come per esempio a Himeji, Osaka, Kumamoto e questo stile invece si chiama uchikomihagi.

    Ad un certo punto gli ishigaki assunsero un ulteriore funzione, quella di status symbol che mostrava in modo chiaro la potenza anche economica del daimyo di un castello. Infatti le fortezze divennero sempre più imponenti e richiedevano una quantità di materiali da costruzione davvero mastodontica, basti pensare che gli ishigaki del castello di Osaka contano oltre mezzo milione di pietre. Ammassare, lavorare ed impilare quantità così enormi di materiale non era certo un affare di poco conto e lo sforzo economico era davvero notevole. Poi si sviluppò un'ulteriore tradizione che voleva che i vari vassalli estraessero, scolpissero e consegnassero pietre sempre più grandi al loro signore come omaggio. In realtà era un modo per il daimyo di tenere sotto controllo le finanze dei suoi sudditi con questo tipo di richieste sempre più esose, impedire che costruissero fortezze per proprio conto ed infine reperire materiale a basso costo per loro stessi ed i loro castelli. Comunque questo fece si che in vari castelli, Osaka ne è il miglior esempio, si trovino ishigaki che inglobano pietre davvero colossali che arrivano a pesare decine di tonnellate e misurare metri e metri in larghezza ed altezza come la famosa Tako-ishi che pesa 108 tonnellate e misura oltre 59 metri quadri di superficie complessiva.

    Se gli Ishigaki, segnati da tempo e guerre, sono sopravvissuti fino ad oggi, lo stesso purtroppo non si può dire delle innumerevoli torri, chiamate Yagura, che vi erano ospitate e che, per mille motivi, sono andate perdute.

    Le funzioni di queste Yagura erano estremamente varie ed anche le strutture erano diverse per dimensioni e forme. Da quelle più semplici ad un piano (hira yagura), a quelle più comuni a due piani (niju yagura) fino a quelle più imponenti a tre piani (sanju yagura) che sono assimilabili ad un tenshu in miniatura e sono presenti solitamente soltanto nei castelli più grandi come Himeji. In effetti però in alcuni castelli dove il tenshu non fu mai costruito (Kanazawa per esempio), le yagura a tre piani svolgevano il ruolo di tenshu e prendevano il nome di gosankai yagura (nobili torri a tre piani) poiché era lì che risiedeva il daimyo durante i periodi di guerra. Potevano poi essere semplici magazzini per il cibo o per le armi ed avevano nomi diversi in base a ciò che vi si stivava, per esempio nelle shio yagura vi si conservava il sale (shio, sale), nelle yoroi yagura le armature (yoroi, armatura) e così via. Vi erano yagura che fungevano da alloggi per le truppe, torri per la protezione dei pozzi, potevano ospitare il grande tamburo che scandiva le ore o dava segnali in guerra (chiamato taiko e quindi la torre taiko yagura), postazioni di avvistamento e tantissime altre ancora.

    Tuttavia tra tutte queste tipologie di yagura, quella che mi affascina di più è certamente la rara torre per l'osservazione della luna, tsukimi yagura (tsuki significa luna e mi è il verbo miru, vedere). Sono torri nelle quali il daimyo si poteva ritirare, o intrattenere i suoi ospiti, ed osservare la luna. Sono facilmente riconoscibili perché normalmente non possiedono strutture difensive, sono costituite internamente da un singolo ambiente arioso e più lussuoso del resto del castello e possiedono pareti scorrevoli e rimovibili dalle quali vedere la luna. Per esempio nel caso della tsukimi yagura del castello di Matsumoto, si trovano tre pareti rimovibili (nord-est-sud) e un elegante corrimano esterno dipinto di rosso. Questa particolare torre fu costruita successivamente al castello, durante il periodo di pace seguito al regno di Ieyasu, e per questo non necessitava di sistemi difensivi. Per finire ci sono yagura che prendono il nome semplicemente in base alla loro posizione rispetto all'asse nord sud con nomi presi dal calendario giapponese e dai segni zodiacali.

    Dopo aver parlato però di mura e torri non è possibile concludere senza menzionare l’elemento più affascinante e caratteristico di un castello giapponese, quello che lo rappresenta maggiormente e che è la vera icona che il mondo si raffigura quando pensa a queste fortezze, il tenshu.

    Diciamo che il tenshu come lo conosciamo oggi prende vita con il castello di Azuchi, fatto erigere da Oda Nobunaga a fine 1500. Il primo stile con il quale vennero costruiti i tenshu si chiamava borogata ed era costituito da una torre di tre piani sopra la quale veniva aggiunto un edificio a due, come nel castello di Inuyama. Dopo il 1600 invece lo stile si affinò ed il tenshu fu così costituito da un edificio i cui livelli si sovrappongono regolarmente diminuendo di ampiezza con l’aumentare dell’altezza, come nel castello di Nagoya, questo stile si chiama sotogata. A dispetto dell’eleganza, raffinatezza e splendore esterno, l’interno dei tenshu è generalmente molto sobrio e privo di fronzoli, essendo in realtà una fortezza dove rifugiarsi in caso di guerra e non una residenza per i periodi di pace. Anche l’altezza dei tenshu varia da castello a castello e non solamente per mere questioni di potenza economica ma anche in funzione del luogo dove sorge l’edifico. Un castello che sorge in montagna o su una collina probabilmente non necessita di un tenshu molto alto per poter avvistare i nemici, per esempio il castello di Hikone dispone di un tenshu di soli tre piani ma è situato su un’altura dalla quale domina pianura e lago adiacenti. Viceversa un castello di pianura avrà bisogno di innalzarsi molti metri al di sopra della città che generalmente sorge intorno alla fortezza, infatti per esempio il castello di Matsumoto dispone di un tenshu a sei piani ed addirittura il castello di Aizu ha il tenshu con il maggior numero di piani in Giappone, ben nove.

    Ad ogni modo, se è vero che il tenshu attrae inevitabilmente gli sguardi e le attenzioni della maggior parte dei visitatori me compreso, spero di essere riuscito a trasmettere un po’ di quell’emozione e voglia di scoprire che mi pervade ogni qual volta visito un castello giapponese ed esploro la sua struttura per intero.

    Andrea

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    Con il passare del tempo, molto tempo, è mia intenzione postare foto dei vari castelli che ho visitato e visiterò in futuro. Per rendere il tutto più fruibile creerò via via un album per ogni castello nel quale ripeterò l'introduzione  ed aggiungerò le foto così da dare la possibilità di vedere le immagini anche di un solo castello piuttosto che di tutti. In ogni album inserirò, oltre alle classiche immagini cartolina, anche fotografie di dettagli e particolari che magari sono peculiari di un determinato luogo. Ho scelto di inziare con uno dei castelli più belli ed antichi del Giappone, Matsumoto-jo (il kanji che si legge jo accanto al nome di un castello significa appunto...castello).

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    P.S. Click sulle foto per una risoluzione migliore, grazie

     

    MATSUMOTO

    Benchè la prima fortezza costruita sul luogo risalga al periodo Sengoku, il castello così come lo vediamo oggi è stato eretto a partire dal 1593 da parte del daimyo Ishikawa Norimasa e suo figlio Yasunaga. E' uno dei quattro castelli Tesoro Nazionale ed è anche uno dei pochi ad essere laccato di nero. Questo suo colore ed il fatto che si affacci su un fossato enorme, gli hanno conferito il soprannome di Castello del Cormorano.

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    In primo piano l'elegante ponte chiamato Uzumibashi

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    Il tenshu si riflette nell'immenso fossato che, nel punto di ripresa della foto, è largo ben 60mt.

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    L'ultima porta da oltrepassare per accedere al tenshu è chiamata Kuro-mon

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    Un dettaglio del lato destro della Kuro-mon e, più specificatamente, della torre che affianca il possente secondo cancello interno

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    Una volta oltrepassata la porta principale si accede all'area del tesnhu e la vista è mozzafiato per l'imponenza del castello, quasi 30 metri di altezza massima. In primo piano si possono vedere le tracce che delimitavano gli edifici che fungevano da residenza privata del daimyo e che non sono giunti fino a noi. La torre a destra del tenshu si chiama Inui Kotenshu ed è collegata al maschio tramite una particolare yagura che prende il nome di watari yagura. Alla sinistra del corpo principale, connessa direttamente, invece troviamo la tatsumi tsukeyagura (dal verbo tsukeru, legare) con annessa in primo piano con il corrimano rosso una hira yagura ad un solo piano che, nello specifico, è la tsukimi-yagura di cui ho parlato nell'introduzione.

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    Ma è quando ci si avvicina ad essa che possiamo apprezzarne meglio l'eleganza, con le sue forme slanciate ed il magnifico contrasto di colori che la contraddistingue

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    Per motivi di spazio consentito per l'upload, continuo nei commenti sotto...

     

  4. Il ponte del primo maggio l'ho passato a Parigi, con la famiglia. L' idea alla base del viaggio era la ricerca di un po' di relax ed il desiderio di gironzolare qua e là perdendosi nel guardare cose belle e facendosi portare dall'ispirazione del momento tra strade e musei. Per noi, inoltre, era il modo di festeggiare in modo speciale un compleanno molto speciale.

    Da un po' di tempo le vacanze familiari le faccio senza macchina fotografica e scatto qualche foto ricordo col cellulare, è un'abitudine che ho preso per evitare di cadere in tentazione e dedicare energie ed attenzione alla fotografia invece che alle mie ragazze. Inoltre, quello che voglio evitare lasciando a casa l'attrezzatura fotografica, è di finire col passare più tempo con l'occhio nel mirino della reflex che guardandomi in giro e di rovinarmi queste lunghe giornate schiacciato dal peso dello zaino (il mio minimo è un corpo, lo zoom grandangolare - 16-35/4, lo zoom tele - 70-200/2.8 e l'immancabile treppiede). Oltre a tutto, lo zaino fotografico affardellato col treppiede è una delle cose meno indicate da avere con se quando si è seduti al piccolo tavolino di un bistrot o a cena in un ristorante elegante.
    Ma tant'è....avevo voglia di fotografare! Per questo, questa volta, ho provato a fare una cosa diversa.... non così leggera come aver con me il solo cellulare ma molto leggera. Insomma, ho portato questo:

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    1300 grammi di attrezzatura fotografica, nessuno zaino, niente treppiede. Insomma macchina col cinquantino a tracolla, una batteria di scorta nella tasca del giubbotto e stop!

    Non è stato semplice decidere un taglio così drastico ma, nel farlo, mi ha molto aiutato un articolo di Ming Thein Travel minimalism: one lens to go. È molto interessante ed invito tutti alla lettura. In breve, l'articolo si apre con una frase che non avrebbe potuto essere più centrata: Every time I travel for personal purposes, I’m always torn between experiencing the place, and photographing the place - Ogni volta che viaggio per scopi personali, sono sempre diviso tra sperimentare il posto e fotografarlo.
    L' articolo prosegue, raccontando viaggi passati ed argomentando i vantaggi di viaggiare leggeri per focalizzarsi sull'esperienza ed avere una visione più profonda piuttosto che cercare di fotografare qualsiasi cosa. E chiude con una call-to-action che per me è risultata irresistibile: Give it a try. On your next trip, just use a 35 or 50 prime for at least a day or two; if it makes you feel better, bring along your zooms too, but don’t use them until you absolutely feel that you’re missing shots. - Prova. nel tuo prossimo viaggio, usa solo un 35 o 50 fisso per almeno un giorno o due; se ti fa sentire meglio, porta anche i tuoi zooms, ma non usarli fino a che non senti assolutamente che stai perdendo gli scatti.

    Beh, detto fatto. E non ho avuto neppure l'imbarazzo della scelta visto che il 35 non lo possiedo!

    Devo dire che raramente un consiglio trovato su internet si è rivelato più utile. Mi sono molto goduto la zingarata per Parigi, non mi sono stancato e... ho fatto anche molte foto. Tutte in bianco e nero, nativo on-camera come spesso fotografo se nel mirino non ho una scena di wildlife. In pochissimo tempo ho fatto l'occhio alle distanze e, lavorando di piedi, riuscivo con facilità a trovarmi nella giusta posizione. Inoltre, la luminosità del cinquantino ha parecchio aiutato consentendo sia le notturne o in interno sia una enorme flessibilità nella gestione della profondità di campo. Così come sono state di grande aiuto le sue piccole dimensioni, per fotografare la gente e tra la gente. Ma soprattuto, sono "stato nel momento"!

    Lo rifarei? si, sicuramente si. Forse aggiungerei, nell'altra tasca, un grandangolo luminoso. Un 24 1.8, ad esempio. E probabilmente lo rifarò anche senza andare in viaggio, magari bighellonando per il centro di Milano un sabato pomeriggio.

    Ecco una selezione di 36 immagini: una sorta di rullino virtuale sul quale è registrato quanto mi ha più colpito. Niente di speciale, fotograficamente parlando, anche perché credo che sia veramente difficile fare qualcosa che non sia visto e rivisto in uno dei posti più fotografati al mondo. Ma il senso di questo post è, più che nelle immagini, nel racconto di questa esperienza di viaggio basata sul "less-is-more" e sul tentativo di fotografare mettendo al centro non la fotografia ma l'esperienza vissuta e lo sguardo personale. 

    Spero comunque che vi piacciano: Parigi, anche nel clima uggioso e freddo nel quale l'abbiamo trovata, è una città fantastica!

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    Massimo Vignoli

    Maggio 2018

     

  5. Ad "Itinerari", l'annuale mostra fotografica che il fotoclub di cui faccio parte organizza da oltre trent'anni, sono presente anch'io con un mio lavoro, il terzo da quando espongo qui.

    Il titolo del lavoro è "RGB", una raccolta di dieci immagini di foto di strada, molte delle quali forse vi sono già note avendole pubblicate su queste pagine.

    Gli scatti sono appunto del genere street photography, il mio preferito, ma questa volta sono declinati secondo ciascuno dei tre colori dell'acronimo indicato. Ma con un'eccezione: ho infatti "italianizzato" in qualche modo la sigla sostituendo alla lettera "G" - che sta per "Green" - il Giallo, un colore che mi ispira particolarmente quando giro per strada con la fotocamera.

    La mostra è aperta dal 24 aprile al 2 maggio nelle sale del "Circolo Artistico" nel centro cittadino di Arezzo, e chi volesse visitarla è ovviamente il benvenuto.

    Devo dire con soddisfazione e senza falsa modestia che i primi visitatori hanno molto apprezzato le foto che, per inciso, ho anche stampato personalmente. Ma la soddisfazione più grande, come ripeto sempre, è poter partecipare a simili manifestazioni! (E De Coubertin qui non c'entra niente... :marameo:)

    Di seguito ecco il cartellone della mostra, una breve illustrazione del lavoro che accompagna le stampe esposte in sala, e le dieci fotografie che lo compongono.

    Enjoy! ^_^

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    " R G B "

    Il modello RGB è un sistema di codici di colori internazionale.

    RGB  è l'acronimo di Red (rosso) , Green (verde) e Blue (blu), i nomi dei colori additivi in lingua inglese.

    Secondo la Teoria Codici RGB una qualsiasi immagine è scomponibile, attraverso procedimenti più o meno semplici, in colori base.

    Miscelando in varie proporzioni tali colori base è possibile ottenere tutto lo spettro dei colori percepibili dall'occhio umano.

    Il metodo RGB si usa soltanto per il web e rappresenta la visione del colore su di uno schermo.

    Ma per me RGB significa soltanto ROSSO, GIALLO E BLU, ed è un pretesto per cercare singolarmente questi colori nelle foto di strada.

    1.

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    2.

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    3.

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    4.

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    5.

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    6.

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    7.

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    8.

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    9.

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    10.

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  6. Eh niente ci è preso il divertimento dei giocattoli luminosi cinesi...

    Modello Yongnuo (giusto per rimanere coerenti col ring light) YN360 RGB

    Si tratta di una spada di luce, ne girano tante oggi, di tante marche e questa non è la migliore nella sua fascia di prezzo ma ha caratteristiche interessanti.

    Pro

    Possibilità di personalizzare la scelta della batteria io ne ho messa una da 4.4A

    Gestione software controlli comoda rapida e completa se si stacca la batteria tutte le impostazioni restano in memoria (esiste anche l'app per il controllo RGB totale e dei livelli di potenza dei led 3200°k e 5500°k)

    Costruzione abbastanza di qualità per la fascia di prezzo

    Autonomia pazzesca

    Cons

    Il pulsante di accensione si pigia facilmente anche nella borsa, mi sono abbagliato almeno 10 volte appoggiandolo verso l'alto e me lo sono trovato acceso in borsa, quindi per il trasporto si consiglia di togliere la batteria per la quale non c'è un taschino nella borsa.

    i led RGB sono pochi un divertente giochino diciamo

    il bluetooth è sempre attivo in attesa della app, questo consuma la batteria anche spento.

    La qualità della luce è un po' duretta

    Con batterie grandi non è per nulla ergonomico (e questo fa a pugni con il primo pro, che di fatto mi ha portato a scegliere questo modello piuttosto di quelli a tubo con batterie piccole interne)

     

    La scatola si presenta in uno stile a noi "nikonisti" familiare, che mi piace (è solo una scatola lo so ma mi piace)

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    È piatto e non tondo come si usa di solito su questi oggetti, questo lo rende meno ergonomico ma la possibilità di mettere su batterie anche da 7A è un valore aggiunto

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    C'è un filtro arancio magnetico, non capisco a cosa serve perché ha i led da 3200°k forse per fare i segnali agli aerei quando atterrano?

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    Filtro che sta perennemente attaccato sul dorso

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    La batteria (non compresa) da 4.4A sporge parecchio ma consente un'autonomia di un paio d'ore a piena potenza

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    La pulsantiera è bella, essenziale e rapida da impostare in ogni situazione (manca una cifra perché i led vibrano più lentamente della mia reflex lo fanno i led davanti alle ferrari e lamborghini perché non dovrebbero farlo questi)

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    Con luce colorata che la forza sia con me.....

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    Veniamo ai dati tecnici:

    La luce non è tantissima ma sufficiente per svariate situazioni 2550lm massimi con led 5500 e 3200 accesi

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    Allora veniamo alle prove con il CC

    Solo luce 5500 al 100% mi misura 6300 -19 (dominante magenta come nel ring light ma qui siamo sballati anche come temperatura)

    Fortuna che abbiamo i led caldi

    19% di led 3200 + 100% 5500 fanno esattamente 5500°K (tié)

    100% led 3200 misura 3150 -5

    100% 3200 + 100% 5500 misurano 4350 -20

    Ho finito di dare i numeri.

    Vediamo qualche esempio:

    Solo barra piena potenza 100 iso f4

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    Barra più ring light sullo sfondo (si vede l'anello sulla testa a sx) come sopra 1/125 f4 100 iso

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    Led verdi più un po' di blu.. non ho cambiato le impostazioni ho solo avvicinato la barra ad una spanna dalla testa

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    Il solito troll

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    Un altro toll..

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    Ah no era il mio gatto... da questa foto si evince che la luce a circa 1,5m dal gatto ed appoggiata sul divano proietta un'ombra dura del cuscino

    Sotto invece usato come luce di schiarita in una condizione di forte contrasto tra luce naturale ed ombra della finestra

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    Insomma, un giocattolino che può essere utile, sicuramente più trasportabile di un ring light, ma anche meno luminoso (la metà circa)

     

  7. Annunzio ufficialmente che è arrivata la stagione del colore.
    Un tempo, quello analogico, era dominio della Fuji Velvia. Oggi del Foveon, ma non solo.

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    Dopo anni di chiusura per radicali interventi di ristrutturazione, è stato nuovamente aperto al pubblico il Deposito Rotabili Storici di Pistoia con un "Porte Aperte" che si è svolto Sabato 7 e Domenica 8 Aprile 2018. L'esposizione dei rotabili storici è essenzialmente imperniata sulla vocazione specialistica che caratterizza l'impianto, ovvero la trazione a vapore. Erano aperte le officine completamente ristrutturate con mostra di locomotive tutt'ora operative in fase di manutenzione, di restauro o in attesa di essere rimesse a nuovo.

    Oltre a ciò erano esposte due locomotive a vapore accese. Contestualmente erano allestite mostre specifiche (anche fotografiche) dedicate al DRS Pistoia, alla trazione a vapore in Toscana, nonché esposizioni di collezioni private.

    Sono state effettuate due corse con treni storici a trazione elettrica (E.626), con una composizione di vetture "Corbellini" lungo la Porrettana, con prenotazioni esaurite da tempo e una lunga lista di attesa.

    Il Deposito di Pistoia fu costruito a metà Ottocento per servire la Porrettana, prima ferrovia fra Nord e Italia centrale. Attualmente l'intero D.R.S. costituisce a pieno titolo un'area ferroviaria di proprietà di Trenitalia, non aperta al pubblico. Le visite sono possibili esclusivamente previo contatto preventivo con A.T.T.S. Italvapore, la quale ha la propria sede operativa presso il Deposito.

    Ogni anno l'intera struttura è aperta al pubblico in occasione dell'evento espositivo "Porte Aperte".

    La suddetta Associazione Toscana Treni Storici Italvapore nasce a Firenze nel 1995 con lo scopo di favorire il recupero, il restauro ed il mantenimento in esercizio del materiale rotabile ferroviario di carattere storico ed il suo utilizzo, nonché lo studio, la divulgazione della storia dei trasporti ferroviari, la diffusione di conoscenze tecniche o storiche indispensabili alla salvaguardia ed all'utilizzazione concreta di tale materiale ferroviario.

    L’ATTS Italvapore, è un’Associazione convenzionata con la Fondazione Ferrovie dello Stato Italiane e collabora con il personale FS nell'esecuzione di treni storici che periodicamente effettuano corse straordinarie in Toscana.

    Le FS assieme all’ATTS sono oggi impegnate fattivamente nell’ambito dei lavori di recupero e manutenzione dei rotabili storici conservati in Toscana. Questa attività, prestata a titolo volontario e del tutto gratuito da parte degli associati all’ATTS, ha un duplice scopo: da un lato consente una riduzione dei costi di esercizio dei rotabili storici e dall’altro favorisce il travaso di conoscenze e perizie, indispensabili per la sopravvivenza di tali mezzi, dalle generazioni di ferrovieri e tecnici che hanno regolarmente operato su di essi verso le nuove maestranze, evitando la dispersione di un patrimonio storico e culturale altrimenti non più ricostruibile.

    Di seguito posto alcune immagini del materiale rotabile presente in occasione del “porte aperte”:

    Locomotiva 746-038 del 1926 costruita dalle officine Ansaldo/Breda sviluppa 1750 CV alla velocità di 75 Km/h con una punta massima di 100Km/h.

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    Il 25 febbraio del 1956 la 746.038 del deposito locomotive di  Pescara, dopo avere urtato una frana abbattutasi sulla linea nella notte, deragliava dal binario finendo in mare presso punta Ferruccio. Il recupero della locomotiva dalle acque dell’Adriatico iniziò il 6 marzo e si protrasse fino al 5 aprile successivo. L'unità 038 è rimasta all’aperto esposta alle intemperie presso le Officine Grandi Riparazioni di Verona Porta Vescovo per molti anni. Nel 2011 la locomotiva è stata rimossa dal tronchino su cui sostava ed è stata trasferita presso il Deposito Rotabili Storici di Pistoia per il ripristino.

     

    Locomotiva 640-121 del 1911 costruita dalle officine Breda sviluppa 800 CV a 75 Km/h, con una punta massima di 100Km/h.

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    Locomotiva 640-003 del 1907 costruita dalle officine tedesche L. Schwrtzkopff sviluppa 589 CV alla velocità di 75 Km/h, con una punta massima di 100Km/h.

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    Locomotiva 835-098 del 1906 costruita dalle officine Breda sviluppa 272 KW alla velocità di 50 Km/h. La macchina veniva utilizzata per i servizi di manovra e per la composizione dei convogli ferroviari. La 835 è senza tender con i cassoni dell’acqua laterali e la carbonaia subito dietro la cabina.

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    Locomotiva 625-100 del 1913 costruita dal Consorzio Meccaniche Saronno su licenza della tedesca Maschinebau L. Schwrtzkopff, sviluppa 880 CV, con una velocità di punta di 80Km/h. Queste locomotive vennero soprannominate “signorine”, per la linea aggraziata e le dimensioni compatte.

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    Locomotiva 744-118 del 1929 costruita dal Consorzio Ansaldo/OM sviluppava 1460 CV alla velocità di 55 Km/h con una velocità di punta di 80 Km/h. Attualmente è in fase finale di restauro.

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    Locomotive 740-244 e 740-254 del 1911 costruite dalle officine Ansaldo/Breda, disponevano di 980 CV alla velocità di 65 Km/h. Entrambe in attesa di un impegnativo restauro.

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    Locomotiva 740-115 del 1911 costruita dalle officine Ansaldo sviluppava 980 CV alla velocità di 65 Km/h, in attesa di restauro.

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    Locomotiva 940-008 del 1922 costruita dalle Officine Meccaniche di Napoli, sviluppava 980 CV alla velocità di 65 Km/h, in attesa di restauro. E’ una macchina senza tender con i bei cassoni dell’acqua laterali e la carbonaia subito dietro la cabina.

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    Locomotiva 685-089 del 1912 costruita dalle officine Breda sviluppa 1250 CV alla velocità di 120 Km/h – è stata la locomotiva più rappresentativa e diffusa delle FS.

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    Locomotore E626-128 (1927) costruito dalle officine OM sviluppa 1850 CV alla velocità di 95 Km/h. in attesa di restauro.

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    Una motrice come questa è stata preferita alla locomotiva a vapore per trainare i quattro vagoni storici (Corbellini) utilizzati per effettuare le corse lungo la Porrettana. In origine erano previste due vetture trainate da una macchina a vapore, ma l’alta richiesta di biglietti ha costretto gli organizzatori a raddoppiare i vagoni e le vecchie locomotive a vapore non assicuravano il superamento delle salite caratteristiche del tragitto, per cui è stata scelta la motrice elettrica.

    DSC_1903.thumb.jpg.64360053f0073e4703ab78263f7d9dda.jpg   vagoni storici “Corbellini”

     

    Locomotore E424-005 (1943) costruito dalle officine Breda sviluppa 500 Kw per una velocità di 120 Km/h.

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    Locomotore ALn 668-1452 (1956) costruito dalla Fiat Materfer, monta due motori diesel Fiat 203S turbocompressi (turbo Brown Boveri VT 150) di 10.6765 cmc che sviluppano 125 CV cadauno. La velocità è stimata in 110Km/h.

    DSC_1910_668.thumb.jpg.cdd976fedd70f4a05ab55492ff62b257.jpg con livrea Verde lichene-Giallo coloniale

     

    Locomotore Diesel D 342-4010 del 1957 costruito dalle officine Ansaldo, monta un 12 cilindri a V, su licenza Maybach, che eroga 735 Kw e consente una velocità di 110Km/h. 

    DSC_1801_342.thumb.jpg.dfe2af2969db2282313da706b6d21db8.jpg D342 con vettura storica “Corbellini”

     

     

    DSC_1796.thumb.jpg.f8e2aa27826695c0a27fda5a6ce1dff1.jpgVagone Postale dove veniva effettuato un annullo filatelico per l’occasione.

     

    Locomotore E656-023 del 1975 soprannominato “caimano” costruito dal consorzio Officine Casaralta/Ansaldo, ha una potenza di 4800Kw che gli consente una velocità di 160 Km/h.

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    Automotrice OM ALn 772-3265 del 1937, chiamata “littorina”, costruita dal consorzio OM/FiatMaterfer, monta due motori da 110 Kw cadauno (2x6 cilindri in linea di 14330cmc). la velocità è di circa 130Km/h.

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    Automotrice Breda 556/2331 del 1938 chiamata anch'essa “littorina”, monta due motori da 95,5 Kw per unità (2x6 cilindri in linea). La velocità è di circa 140Km/h.

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    Carro spalaneve 806-215 del 1961.

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    La posa sui binari di un’altra 740 da restaurare.

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    E' stata una giornata interessante e istruttiva, anche se il viaggio sulla Porrettana avverrà chi sa quando. Spero, comunque, che queste tre righe abbiano suscitato anche in Voi un certo interesse.

     

     

     

     

     

  9. E’ un po’ di tempo che mi frulla per la testa il passaggio al formato pieno ed ogni occasione per ottenere il meglio dalla mia D7100 è buona.
    Mi piace molto la mia attuale e unica fotocamera, ma so che questo modesto fotografo può fare di meglio crescendo in esperienza e cambiando il formato del sensore.
    Restando sulla prima ipotesi, il tema che mi sono posto è: fotografiamo questa piccola rosa ottenendo una immagine piacevole su uno sfondo scuro.
    Ok la rosa c’è, la mettiamo in un vaso che posizioniamo sulla scrivania distante dal muro di fondo un metro circa.
    La stanza è illuminata da una illuminazione diretta verso il soffitto con lampada alogena, quindi non diretta sul soggetto, per questo poco creativa.
    Niente flash, niente gabbie di luce mi devo arrangiare, quindi decido di utilizzare una piccola lampada da scrivania che ha la possibilità di modificare l’altezza agendo su due bracci che si estendono come le antenne dei televisori portatili o delle piccole radio.
    La posiziono dal lato che ritengo migliore, più alta rispetto al soggetto ed inclinata; bene, il set di ripresa è pronto, monto il Sigma 50 Art ed inizio a fotografare per vedere se almeno lo sfondo risulta scuro come lo voglio.
    Si, questo primo parametro sono riuscito ad ottenerlo, almeno così mi appare sul monitor della fotocamera, andiamo avanti; devo però stare molto vicino al soggetto al limite della MDF.
    Treppiedi si o no? lasciamo perdere che è tardi e domani si lavora, andiamo avanti a mano libera, mi appoggerò sulla scrivania se serve.

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    In post ho reso un po’ più scuro lo sfondo che sembrava buono sul display della fotocamera e ritagliato leggermente le immagini.

    La composizione poteva esser più curata, quei ramoscelli di ulivo nelle foto ad F4 ed F5,6 ( nelle foto ci sono gli Exif) sono forse un poco fastidiosi, ma il soggetto mi pare reso decentemente.

    Grazie per essere arrivati fin qui e per i commenti, suggerimenti che vorrete esprimere.

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    Questa volta.. si inizia alla rovescia, prima del testo uno scatto, un po' particolare è vero..  ma ha una ragione, e la ragione è la mia passione ( tra le altre  ) di leggere ma facciamo un piccolo salto temporale...

     

    "   Oudna Tunisia, è il 24 novembre del 1943 e, il comando bombardieri alleato ha previsto un bombardamento sulle fabbriche della Riv -Fiat a Torino dove vengono prodotti cuscinetti a sfere che  prendono in gran parte la strada per la Germania; il rilevamento metereologico  dà un tempo brutto da capo corse sino le Alpi  ma la missione deve essere eseguita.. a nulla valgono le rimostranze.. devono partire ..

    Alle 16,30 i 15 Wellington del 142° Stormo Bombardieri iniziano il decollo..   ma seguiamo LN 466, alla meno peggio superano Capo Corse.. poi il tempo inizia a dare seri problemi.. i banchi di nuvole sono a strati dai 600 piedi sino ai 7000...  il bombardiere bimotore è sballottato con il suo pesante carico, la tensione dei cinque uomini dell'equipaggio è altissima.. alle 22,30 sempre alla cieca.. lanciano un messaggio alla lontana base: torniamo indietro.. ma indietro non tornarono ne loro e ne altri cinque equipaggi; non si resero conto nelle nubi andarono ad impattare in una montagna di 2750 metri nella val d'ayas in val d'Aosta, un boato sentito dai valligiani...  poi il nulla per 66 anni..  "

    Ho trovato il libro " Operation  Pointblank " scritto dal dott. Marco Soggetto, biellese, nel lontano ormai 2009 si trovava a fare un'escursione in montagna, in val d'Ayas nel paese di Issime salendo verso la vetta del monte voghel, accompagnato dal suo fido amico, un pastore tedesco, tra i sassi trovo un piccolo pezzo di metallo.. poi un altro e un altro ancora..  una dozzina di frammenti, la sua curiosità era alle stelle..  ci ha messo circa un paio d'anni ed ha ricostruito la vicenda, pubblicando un libro su di essa; ha trovato informazioni in Inghilterra, e nella lontana Australia..  erano solo cinque ragazzi..  dai 21 ai 26 anni, cinque degli oltre 55.000 caduti del solo comando Bombardieri, tutti più o meno della loro età.. 

    I resti dell'equipaggio LN 466, sono a Trenno, ho visto il posto e credetemi ero e sono, mentre scrivo.. commosso.. il giorno 20 di questo mese, un lontano parente è giunto in visita dalla lontana nuova Zelanda.. 

    Ora vi mostro le fotografie dei reperti.. e della montagna.. il volume dettagliatissimo è di ben oltre 440 pagine, è esaurito da tempo ed ho fatto fatica a rintracciarlo.

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    Questa è la lapide di tre su cinque..

    Speriamo solamente che tutta l'umanità non torni in un simile baratro..

    Durante le sue ricerche seppe che una commissione Britannica era stata sul posto dopo il 1945, trovo i resti mortali dell'equipaggio , due britannici e tre australiani, e vennero traslati a Trenno, ma nel nostro paese sono molteplici i cimiteri dei caduti alleati e questo è veramente piccolo, vi sono circa 450 aviatori caduti in alta Italia.

     

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    Simona85
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    La settimana scorsa, insieme ad amici, sono andata a vedere il Cartoomics a Milano.

    Cominciamo con lo spiegare “Cos’è il Cartoomics”.

    Il Cartoomics è il più grande appuntamento del Nord Italia dedicato al mondo del fumetto, organizzato da Upmarket. Nato e cresciuto come un importante punto d’incontro tra i professionisti del settore del fumetto e quello dei suoi fedeli appassionati.

    Anno dopo anno, l’evento si è evoluto arricchendosi di novità del fumetto e non, seguendo un po' il trend delle altre fiere internazionali dove “nerd is the new cool”.  Questo ha permesso alla fiera di ingrandirsi, stagione dopo stagione, fino ad arrivare alla sua 25° edizione con oltre 45.000 mq espositivi, spaziando dal fumetto ai libri per bambini, dalla fantascienza al fantasy, dai cartoni animati ai videogiochi con diverse aree tematiche come l’area dei Cosplay, del Cinema, del Western e dell’Horror.

    Quest’anno l’edizione di Cartoomics ha registrato 96 mila visitatori, riconfermandosi ancora una volta come la fiera ludica-culturale-nerd più importante nel Nord Italia.

     

    Ma torniamo alla mia esperienza….. durante la giornata mi sono ritrovata a divertirmi tra gli stand fumettistici con gli eroi della Marvel che ne facevano da protagonisti, almeno per me!! Successivamente sono stata colta di sorpresa da un palloncino volante che ha attirato la mia attenzione e all'improvviso eccolo!!!

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    IT, dal celebre libro di Stephen King, pubblicato nel 1986, e divenuto poi film nel 1990 e poi di nuovo nel 2017.

    Credendo che il peggio fosse passato, mi dirigo verso un nuovo stand……. e nonostante fossi sveglissima, chi mi ritrovo davanti…

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    Freddy Krueger, uscito direttamente del fumetto “A Nightmare on Elm Street” della DC Comics disegnato da Chuck Dixon, o se preferite dall’omonimo film scritto e diretto da Wes Craven.

    Da quel momento in poi è stato un susseguirsi di personaggi di ogni genere…

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    fino a fine serata, decisa di andare a casa, sono stata salutata da Deadpool della Marvel.

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  11. Castello di Kanazawa

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    Uno dei luoghi più famosi di Kanazawa è il castello situato nel cuore della città tra i fiumi Sai e Asano, posizione strategica che assicurava all’edificio una maggiore protezione da eventuali attacchi.

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    Il castello venne edificato nel 1583, nel periodo in cui la famiglia Maeda, che regnava sull’area di Kaga, si trasferì a Kanazawa quando Toshiie Maeda divenne daimyo. Con lui al potere la città conobbe il suo periodo di massimo splendore, tanto da essere paragonata a città come Madrid o Roma. Con la popolazione in aumento, Toshiie Maeda cercò di attirare mercanti e artigiani garantendo loro condizioni favorevoli di lavoro.

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    L’attuale castello è una ricostruzione fedele dell’originale, più volte distrutto da incendi e guerre.
    Una prima ricostruzione risale al 1592, dopo la battaglia di Bunroku; in quel periodo venne aggiunto il fossato.

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    Altri incendi si sono verificati in periodi successivi: nel 1620-21 e nel 1631-32, oltre a quello del 1759 ricordato come il ‘grande incendio di Kanazawa’ che lo distrusse completamente. 
    Ancora ricostruito tra il 1762 ed il 1788, fu ripetutamente danneggiato da altri piccoli incendi ed eventi sismici, fino alla sua completa distruzione avvenuta nel 1881.
    Il castello, che per le sue dimensioni è stato soprannominato ‘il palazzo dei 100 tatami’, è oggi parte integrante dell'omonimo parco.

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    In tempi recenti il castello è stato adibito a funzioni differenti: prima della seconda guerra mondiale fu sede della 9ª Divisione dell'Esercito imperiale giapponese, successivamente, e fino al 1989, campus della locale università (ora situato nella zona di Kakuma).

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    In seguito si diede vita a un progetto di ricostruzione degli edifici, con l'intento di riportarli di riportarli alla struttura originaria. Non è prevista la ricostruzione dell’intero complesso, che sarebbe simile al castello di Osaka.

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    Le due torrette, l’Hishi Yagura a nord, e l’Hashizume-mon Tsuzuki Yagura vicino all’ingresso, sono state le prime ad essere ricostruite, seguite dal Gojukken Nagaya, un grandissimo magazzino che le collega.

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    L’accesso al castello può avvenire attraverso i tre portali principali: Kahokumon, che era andato distrutto 130 anni fa, furicostruito (la ricostruzione è stata completata nella primavera del 2010) secondo il metodo di costruzione tradizionale ed è di fatto l’ ingresso principale, Ishikawamon, situato di fronte al giardino di Kenroku-en, e hashizumemon.

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    Una delle caratteristiche salienti del castello è costituita dalle tegole che ricoprono il tetto: sono di colore chiaro e per realizzarle è stato utilizzato il piombo, in quanto resistente al fuoco. Alcune leggende narrano che, quando il castello si trovava sotto attacco, venissero fuse per farne proiettili.

    Il giardino Gyokusen’ Inmaru

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    La realizzazione di questo giardino si deve a Toshitsune Maeda che diede il via alla costruzione nel 1634. Alla fine del periodo feudale il giardino venne abbandonato per poi essere ricostruito solo nel 2015. Oggi è visitabile e, nei fine settimana, illuminato fino alle 21.

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  12. Domenica scorsa pioveva e mi son preso un raffreddore, oggi piove e domani pioverà, di uscire a fotografare "all'umido" non mi va proprio,  allora sfrutto l'occasione per  qualche esperimento.

    Così  prendo: La Sigma Sd quattro H, il Sigma 105mm Macro OS, un vecchio Nikon 50mm f1.8 af "vissuto", un anello adattatore per filtri 62-52, un anello di inversione 52-52, flash e trigger , illuminatore led come luce pilota, slitta macro, piedistalli per i flash e "carta da forno" come diffusore (Mauro docet ;)

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    L'attrezzatura usata, meno la carta da forno, i 20centesimi servono a stringere le viti e da scala per le dimensioni del soggetto, come vedrete :) 

    L'idea è provare a fare macro spinta con il 50mm invertito sul 105mm. Il 50mm invertito equivale ad una lente addizionale (più che) acromatica da 20 diottrie.

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    Risultati?  La nitidezza è buona ma a 20 diottrie la profondità di campo scarsissima.  E' necessario fare dello stacking

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    Questa è la parte interna di uno schiaccianoci, fortemente concava, unione di 8 foto, ma non basta. 

    Non ho voglia di fare decine di scatti ad uno schiaccianoci, proviamo con qualcosa di più interessante. Ad esempio una ammonite piccola, ma proprio piccola.

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    Come vedete è proprio minuscola (foto scattata con compatta, ritagliata,  non ridimensionata, per questo fa un po'... ribrezzo).

     

    Ecco cosa esce scattando con il 105mm focheggiato ad infinito: unione di 26 scatti con Zerene Stacker. Si nota una certa vignettatura dovuta al minore diametro del 50mm. Probabilmente sul formato APS-C si sarebbe notata meno, sul formato APS-H è più evidente . 

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    La profondità di campo è veramente minima, a f11 ecco come risulta con un singolo scatto:

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    Sotto, focheggiando alla minima distanza di messa a fuoco, unione di 17 scatti, sempre con Zerene Stacker. La vignettatura è scomparsa

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    Messa a fuoco manuale a distanza fissa, spostando il piano di messa a fuoco muovendo avanti/indietro la fotocamera tramite la slitta. 

    La distanza del soggetto  dalla lente frontale (del 50mm) con il 105 focheggiato ad infinito  era di 5cm. 

    La qualità direi che è soddisfacente. Anzi molto.

    Rimangono  delle ombre indesiderate, colpa  mia che  essendo  interessato soprattutto alla resa come incisione ho un po' trascurato questo aspetto. Riconosco inoltre  che l'attrezzatura per l'illuminazione è un po' rudimentale, il flash è dedicato nikon non superlativo. Ho già in programma di dotarmi di un sistema di illuminazione come si deve, appena possibile  e poi mi dedicherò a perfezionare anche questo aspetto .

     

  13. Sakurambo
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    Ogni anno, il 21 aprile, Roma festeggia la data della sua fondazione. La data è accompagnata da eventi speciali a tema.
    L'anno scorso le manifestazioni principali si sono tenute tra il 20 ed il 23 aprile, in particolare nell'area del Circo massimo e dei vicini Fori Imperiali.

    L'area del Circo Massimo è stata sede di una rievocazione storica in costume resa possibile grazie al lavoro, volontario, delle locali associazioni di ricostruzione storica. Il periodo rievocato è stato, ovviamente, quello che va dalla fondazione del primo insediamento a tutta la vita dell'Impero Romano che abbiamo tutti studiato sui libri di scuola.
    Gli organizzatori hanno concesso alle locali associazioni e scuole di fotografia di inviare fotografi, che sarebbero stati certificati, per la copertura mediatica dell'evento. In questo modo ho potuto reperire un pass che mi ha consentito di entrare anche nelle aree interdette al pubblico. Peccato che fossimo davvero in molti ad avere lo stesso pass, dubito che gli organizzatori saranno di manica così larga nel 2018. Visto anche il comportamento non sempre esemplare di alcuni di noi durante alcune fasi delle rievocazioni.

    E' stato interessante incontrare così tanti appassionati, provenienti dai 5 continenti ( compresa una piccola legione Maori... ) accomunati dalla passione per la storia e per l'antica Roma. Alcuni costumi ed armature mostravano un livello di fattura davvero notevole ( come anche il costo sostenuto da chi le indossava ).

    Nella spianata del Circo Massimo era possibile incontrare vari rappresentanti della società romana sia civile che religiosa o militare.

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    Durante la giornata si sono svolti i festeggiamenti dei riti pagani del periodo romano, riti propiziatori e di omaggio alle varie divinità, parliamo del periodo precedente aell'avvento del cristianesimo.

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    Successivamente si è svolto un rapido spiegamento dei gruppi per il saluto delle autorità cittadine e la preparazione alla sfilata che si sarebbe svolta sui Fori Imperiali, con passaggio di fronte alla statua di Adriano.

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    La sfilata sui fori imperiali è stata aperta dalla Dea Roma, impersonata da una giovane ragazza Romana.

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    I vari gruppi sono passati lungo i fori per arrivare alla statua dove l'Imperatore Adriano avrebbe salutato ed omaggiato i figuranti e la città con la lettura di una formula in latino.

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    Si, è una pelle di lupo vera. ( Sono pochissime, per ovvi motivi, e soggette a controlli serrati, costosissime, pochi gruppi riescono ad averne come parte del loro equipaggiamento ).

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    Al termine della sfilata l'attenzione è tornata al Circo Massimo dove si sono svolte alcune rievocazioni di fatti storici e di combattimenti tra gladiatori. Intervallate da danze storiche ( sopratutto etrusche e romane ).

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    Spero che le foto non siano troppe e grazie a chi ha voluto leggermi.

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    Negli ultimi anni si sono molto diffuse le tracolle “Sling” ovvero quelle che si collegano all’attacco cavalletto del corpo macchina o dell’obiettivo.

    Nel caso del collegamento al corpo macchina e’ una questione di preferenze personali, io mi trovo bene con gli attacchi tradizionali, ma nel caso di teleobiettivi il collegarsi alla staffa per il cavalletto e’ l’unico modo per trasportare il sistema a tracolla, pronto all’uso e con il giusto equilibrio dei pesi.
    Il produttore leader in questo campo e’ Black Rapid (www.blackrapid.com). Roba di qualita’, prezzi da gioielleria.

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    Ho posseduto una Curve Breathe, e ritenevo i 50 Euro pagati uno sproposito, ma qualche volta bisogna aprire il portafogli e pagare “troppo”.
    Questa cinghia oggi e’ in mano a qualcun’altro, dimenticata 10 minuti sugli spalti dell’autodrono di Monza si e’ volatilizzata. Mi si e’ quindi posto il problema di ricomprarla.
    “Maledizione altre 50 carte” mi sono detto. Sbagliato, sbagliatissimo. La cinghia e’ stata sostituita con un modello nuovo e il prezzo e’ salito a circa 80 Euro.
    Lo ho ritenuto un prezzo oltraggioso e mi sono messo in cerca di altro.

    Ovvaimente Amazon pullula di cloni cinesi dai 10 ai 20 Euro. Troppo facile. Guardate i commenti e vi accorgerete che l’anello debole della catena, il moschettone, va in frantumi con troppa facilita’.
    Questo e’ il moschettone Black rapid, montato su una cinghietta da polso. E’ uno di quelli che ruotano attorno ad un “pirulino” che ovviamente deve essere fatto a regola d’arte per reggere diversi chili.

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    Dopo parecchie ricerche ho pero’ scoperto che la Optech (https://optechusa.com) produce una cinghia Sling, non proprio bella come quelle BlackRapid ma robusta e dal costo ragionevole. Fanno Euro 28:
    https://www.amazon.it/OP-TECH-USA-Utility-Strap/dp/B003T0EYVE/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1520793638&sr=8-4&keywords=optech+sling

    La parte in Neoprene e’ un po’ piu’ morbida di quelle tipiche Optech ed e’ molto aderente, difficilmente scivola via. Mi piace molto.
    Non e’ finita, perche’ La Optech fa le pentole ma non i coperchi, ovvero gli anelli per l’attacco cavalletto e i moschettoni.
    Gli anelli si trovano, sia da Black Rapid (20 Euro) che cinesi. Sono dei pezzi di metallo tornito quindi, a patto che la filettatura sia decente difficilmente soggetti a rotture, io ho preso questi (uno era perfetto, uno con qualche sbavatura da limare via) 2 pezzi 7 Euro:
    https://www.amazon.it/gp/product/B01KFU7T08/ref=oh_aui_detailpage_o05_s00?ie=UTF8&psc=1 

    Il sistema Optech che va sul moschettone e’ diverso per cui basta un modello semplice ed e’ stato banale: Bricocenter, 2 pezzi 1 Euro. Carico di rottura 120 Kg.
    Questo e’ il sistema che uso da qualche mese con soddisfazione:

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    Nei giorni scorsi ho avuto una pensata, dato che sto’ cambiando testa del cavalletto con una Arca, e cioe’ creare una Sling con attacco Arca.
    Questo evita di dover svitare ed avvitare le piastre e la cinghia, azione tediosa, che puo’ causare usura e che era sta la causa della perdita della mia prima cinghia.
    Serve un oggetto di questo genere a 8.9 Euro :
    https://www.amazon.it/gp/product/B00OCG0B7K/ref=oh_aui_detailpage_o00_s00?ie=UTF8&psc=1

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    Ed ecco il risultato, sicuramente un po’ piu’ pesante e ingombrante ma molto pratico e con il pregio che si puo’ equilibrare il peso, cosa piuttosto importante nel trasportare carichi.
    Attenzione poi che non si allenti il meccanismo di fissaggio Arca.

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    Segnalo un’ultima cosa, ovvero che Optech vende diversi kit di adattamento per le cinghie, e fra questi ne trovate uno per far diventare la Sling una cinghia normale.
    Io l’ho pagato 8 Euro ma al momento lo vedo a 17:
    https://www.amazon.it/gp/product/B0010HE2CY/ref=oh_aui_detailpage_o03_s00?ie=UTF8&psc=1

    E questa la seconda configurazione:

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  14. effe

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    Herman Leonard - (C) Douglas Kirkland

    Per un appassionato di fotografia e di musica jazz come me è quasi un dovere parlare di Herman Leonard, classe 1923.
    Il suo percorso fotografico inizia quando ha appena 9 anni, appassionato dal lavoro del fratello in camera oscura, da ragazzo decide che frequenterà la Ohio University, l'unica allora in grado di garantire un corso di fotografia. Purtroppo i suoi studi vengono interrotti dalla seconda guerra mondiale: viene chiamato dall'esercito e inviato in Birmania come anestesista in un ospedale da campo. In realtà avrebbe preferito servire come fotografo di guerra ma questa opportunità gli viene negata solo per aver fallito un test sulla composizione chimica del bagno di sviluppo (capita anche questo).
    Dopo la guerra riesce a terminare gli studi e a conseguie la tanto agognata laurea. Immediatamente si trasferisce in Canada, alla corte del maestro Yousuf Karsh, il quale capisce subito che in quel giovane fotografo non ci sono solo entusiasmo e passione, c'è qualcosa in più, qualcosa che gli ricorda se stesso agli esordi. E il maestro non sbaglia, Herman Leonard è una spugna, impara in fretta e bene qualsiasi nozione, soprattutto la più importante: "Devi raccontare la verità, ma in termini di bellezza", la somma lezione di Yousuf Karsh che Leonard non dimenticherà mai.
    Ma tra le sue passioni non c'è solo la fotografia, c'è anche il jazz e nel 1948 decide di trasferirsi a New York e inizia a frequentare il Greenwich Village e i locali nei quali il jazz impazza, stringendo amicizie importanti con i più grandi jazzisti della storia e... fotografandoli, col suo stile inconfondibile, leggendo la loro anima complessa e tormentata attraverso l'obiettivo della sua fotocamera. Immagini che finiscono pubblicate sulle riviste specializzate e che il produttore discografico Norman Granz utilizza spesso per le copertine dei dischi.

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    Dexter Gordon 1948 - (C) Herman Leonard

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    Il viso di Ella Fitzgerald, segnato da una goccia di sudore che racconta della sua grande generosità sul palco - (C) Herman Leonard

     

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    Duke Ellington . (C) Herman Leonard

    Nel 1956 Leonard accetta un incarico come fotografo personale di Marlon Brando, un impengno gravoso (ma proficuo sul piano professionale) che lo porta ad accompagnare l'attore in un lungo viaggio nell'Estremo Oriente. Al suo rientro, ad attenderlo, una nuova proposta di lavoro da parte di una casa di produzione discografica, la Barclay Records di Parigi. Un'occasione da non perdere considerato lo straordinario fermento nell'ambiente jazz della capitale francese. Herman Leonard vivrà a Parigi per ben 25 anni, alternando il suo "jazz project" (che ancora non ha visto la luce) con collaborazioni di grande rilievo: Yves St. Laurent, Christian Dior, Playboy.

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    Clifford Brown 1954, allora astro nascente, trombettista di indiscutibile talento. Morirà due anni dopo, a soli 26 anni, in un incidente stradale - (C) Herman Leonard

     

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    Il commovente e geniale ritratto di Lester Young. Il suo cappello, la custodia del suo sax. Poesia allo stato liquido. (C) Herman Leonard

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    Louis Armstrong che sembra ringraziare la sua tromba, un nanosecondo di assoluta intimità - (C) Herman Leonard

    Nel 1980 si trasferisce a Ibiza con la sua famiglia ed è lì che riordina tutto il suo lavoro e riesce a dare forma solida alla sua antica passione per il jazz pubblicando il suo primo libro nel 1985: The Eye of Jazz, il comprendio di un trentennio straordinario che raccoglie i ritratti e le storie dei più grandi jazzisti dalla fine degli Anni 40 sino alla fine degli Anni Settanta: Louis Armstrong, Ella Fitzgerald, Charlie Parker, Thelonius Monk, John Coltrane, Miles Davis... le leggende, i loro volti, i loro tormenti. The Eye of Jazz è la storia di questa musica, oltre ogni nota, oltre ogni rigo.

    Nel 1988 la prima mostra a Londra, un vernissage in notturna in una piccola galleria di Notting Hill, con un'affluenza assolutamente imprevista, oltre diecimila persone la maggior parte delle quali non vedranno mai quelle immagini ma che testimoniano di quanta gente nel corso degli anni abbia apprezzato e amato il suo lavoro.

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    Thelonius Monk sembra quasi accanirsi con lo spartito. L'uomo dall'orecchio assoluto, un privilegio che la natura ha riservato a pochi nella storia della musica - (C) Herman Leonard

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    Chet Baker che sembra voler nascondere con la sua tromba un viso segnato dalla vita. - (C) Herman Leonard

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    Miles Davis, immerso nella luce del suo genio - (C) Herman Leonard

    Nel 1992, dopo oltre trent'anni, Leonard torna negli Usa, a New Orleans, il posto dove il jazz è nato e continua a proliferare. Decide di stabilirsi definitivamente in quella città che ama profondamente. Purtroppo, come spesso accade, sarà il fato a segnare questa magnifica storia. E lo farà nel modo più brutale, nel 2005, sotto forma dell'uragano Kathrina. Pur riuscendo a salvare i negativi (spostati prontamente nel caveau protetto dell'Ogden Museum of Southern Art) il prezzo pagato fu di oltre ottomila stampe distrutte, tutte realizzate su carte ad alto tenore d'argento dallo stesso Leonard.

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    Lo sguardo sognante di Stan Getz, il jazzista più delicato e romantico - (C) Herman Leonard

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    Il visionario e innovativo Wynton Marsalis - (C) Herman Leonard

     

    Nel 2006 il definitivo trasferimento a Los Angeles, dove riorganizza il suo lavoro e rimette ordine nella sua vita dopo il disastro, pubblicando il suo ultimo libro, Jazz, giganti e viaggi: la fotografia di Herman Leonard.
    Morirà a Los Angeles il 14 agosto del 2010.
    Oggi le sue foto sono conservate nello scrigno della storia americana, lo Smithsonian Museum a Washington, nello stesso padiglione che ospita la tromba di Louis Armstrong, un riconoscimento dovuto, un passo obbligato che onora i curatori del più importante museo degli Stati Uniti.

    http://hermanleonard.com/

    E' stato un grandissimo fotografo che ha portato avanti un progetto difficile e di grande impegno per tutta la sua vita. Ammirevole. Confesso che nel mio piccolo, senza tante ambizioni, anch'io vorrei essere così.
    Spero di non avervi annoiato e spero anche che qualcuno di voi inizi ad appassionarsi a questa splendida musica.:)

    Pezzo consigliato: Jordu, Duke Jordan.

     

  15. Giallo

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    Non so voi, ma io sono nato fotograficamente assai prima del digitale e - udite, udite! - anche prima dell'autofocus.
    "E' un problema tuo" direte, e probabilmente avete ragione.

    Ma se c'è qualcuno che in passato ha provato la croce e la delizia di fotografare su pellicola, invertibile, negativa bianconero od anche negativo colore, forse può capire come adesso, pur non rinnegando niente della transizione al digitale, io sento sovente la mancanza di un approccio più meditato.

    Voglio dire, ma non per fare il vecchio che "ai miei tempi era meglio..." che il rullino era molto educativo sotto questo profilo.
    Non rimpiango certo di non dover più spendere 0,5€ circa ogni volta che faccio click (tra costo della Velvia e sviluppo) o di dover aspettare giorni per vedere i risultati,  nè di dovermi fermare per un po' ogni 36 scatti: però questi fatti erano un antidoto alle mitragliate di raffiche "qualcosa verrà" od all'eccessivo uso del bracketing "qualcosa verrà bene". Imparavo a leggere la scena, a puntare l'esposimetro, a tener conto del colore che rifletteva la luce, alla messa a fuoco attenta, alla stima della profondità di campo, a ragionare sui tempi di scatto, a studiare con più cura l'inquadratura (la diapositiva sotto questo aspetto non perdonava niente) eccetera.

    A fotografare, insomma.

    Sembra una fesseria, ma un certo, lungo intervallo fra il click ed il momento in cui le diapositive finivano sul visore a luce calibrata, pronte per essere osservate col lentino da 10 ingrandimenti, costituiva un serio deterrente a "tirar via" alla bell'è meglio, tanto poi c'è fotoscioppe. 

    Beninteso: tutte queste cose si possono (e si devono) fare anche adesso scattando in digitale.

    E dalle foto che vedo qui è lecito pensare che tutti voi operiate in modo accorto, attento, diligente, appassionato e senz'altro meglio di me. Ma mi riferisco alle moltitudini che scattano col telefono e poi - senza nemmeno guardare loro stessi - vi fanno vedere, ancora stupiti del miracolo - un'immagine da tre pollici in cui si vede un puntino in mezzo al mare - e vi raccontano che quello è il loro nipotino Gennaro, che lì non si vede bene, ma è bellissimo. Diamine, anche con una vecchia compatta Bencini 126 caricata a negativo colore avrebbero ottenuto di meglio: e non perchè la Bencini sia meglio dell'Iphone X, ma perchè il loro processo di condivisione delle immagini sarebbe stato mediato dal costo e dall'attesa. Il problema non è scattare con il telefono o con l'Hasselblad, ma avere un minimo di senso critico verso i propri risultati.

    E' un paradosso che oggi, che fotografare non costa nulla e consente di rivedere subito le immagini, l'educazione tecnico/estetica documentata dalla stragrande maggioranza delle foto che vengono condivise sia calata in modo abissale.

    Ripeto, non voglio sostenere che la pellicola sia meglio, sono vecchi discorsi e discussioni morti e sepolti da almeno un decennio: ma che il metodo imposto (volenti o nolenti) dal fotografare sul rullino era molto educativo, e per certi versi farebbe bene ancora, anche se non so come. 

    Buona luce

     

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  16. Purtroppo per me, l'arte non mi emoziona come la musica. La musica mi coinvolge e interagisce con i miei sentimenti. Purtroppo come ho detto l'arte non mi fa lo stesso effetto, ma non disdegno quando sono all'estero di visitare qualche museo, e dopo il museo dedicato a Van Gogh e altri musei minori, eccomi a visitare quello di arte moderna sempre ad Amsterdam.

    Per me la pittura è stata sempre tentativo di rappresentare la realtà fino all'avvento della fotografia e dopo di questa chiaramente la pittura ha cercato altre forme espressive di rappresentazione. Più che altro stati d'animo e sentimenti. La priva volta che ho visto una tela tagliata da 2 spacchi in diagonale ho pensato, ma cos'è questa cazzata? Poi mi sono avvicinato al cartellino e ho trovato scritto... concetto spaziale Lucio fontana e allora ho intravisto la grandiosità dell'autore nel concepire e trasmettere quel concetto. Certo poi sono arrivati, tante forme espressive d'arte, alcune per me ignote, ma senza senso,  quali ad esempio una stanza con una scarpiera e tante scarpe di ginnastica messe sopra con la scritta ordine nella scarpiera, oppure una stanza con tanti ombrelli aperti con scritto pioggia.O.o Ho  quindi ho capito che mai come prima si sta vivendo il periodo del manierismo. Fare cose strambe senza significato e dare loro un nome e dichiararsi artista, sempre che si trovi un critico d'arte  che ci riconosca, in virtù di un'amicizia o di un vil danaro, come tali.

    Ecco apparire barattoletti venduti a peso d'oro contenenti merda d'artista o altre stronzate micidiali.

    Sono quindi andato al museo d'arte moderna ad Amsterdam e anche li accanto ad opere famose alcune senza capo ne coda.

    Non c'è bisogno che vi indichi quali sono quelle che rappresentano per me qualcosa e quelle insulse.

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  17. L'isola di Linosa (Aricipelago delle Pelagie) costituisce uno dei siti di nidificazione più importanti nel mediterraneo per la Berta Maggiore (Colonectris Diomedea), procellariforme come l'albatro, l'uccello delle tempeste e la Berta Minore. Questi uccelli hanno abitudini pelagiche: passano cioè la loro vita in mare aperto e ritornano a terra soltanto durante la stagione riproduttiva. A Linosa, per tutta la durata della stagione riproduttiva, è possibile osservarle, poco prima del tramonto, il formarsi in mare di grossi stormi in prossimità della costa. Quando è buio, avviene il rientro a terra, accompagnato dal caratteristico canto, una specie di lamento simile al pianto di un neonato, che ha dato luogo in passato a interpretazioni piene di fantasia. Una leggenda vede in questi uccelli la reincarnazione delle anime di Diomede, condannate a vagare in mare alla ricerca del loro condottiero scomparso in battaglia. Le immagini documentano il tentativo di avvicinarci, per fotografarle, ascoltare il loro canto e osservare il loro comportamento nel loro ambiente... mare aperto, siamo oltre un miglio e mezzo dalla costa con profondità che si aggirano dai 100 a 200metri di profondità.

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  18. IN CAMPO - TEORIA MODERNA DEL COLORE PER FOTOGRAFI parte quinta

    Finalmente stiamo fotografando! 

    Possiamo essere nella natura, in studio, per strada e i colori ci circondano e ci ispirano. La foto può essere progettata o scattata d'istinto sul momento, ma dopo aver pensato all'esposizione ed alla composizione, abbiamo pensato al colore?

    Come abbiamo visto può aiutarci moltissimo a creare un senso estetico maggiore ed a trasmettere emozioni, comunicare. Allora pensiamo un momento se escludere o includere un colore possa essere una scelta intelligente, possiamo anche scattare tenendo conto di come gestiremo l'elaborazione dell'immagine successivamente, sovraesponendo o sottoesponendo. In studio avremo maggiore possibilità di controllo fino ad arrivare ad utilizzare anche i colori puri (primari o no). Nella natura invece difficilmente arriveremo al bordo esterno della ruota dei colori (colori puri, saturi), molto facilmente ci troveremo all'interno della ruota, i risultati migliori si ottengono comunque introducendo almeno due colori complementari. Frequente è il caso di due gruppi complementari, ma analoghi all'interno del gruppo. In fase di elaborazione dell'immagine potremo muoverci lungo il raggio della ruota verso il centro o l'esterno (shading, tinting, toning .. ricordate?), manterremo così un equilibrio e un armonia dei colori, e limitandoci negli spostamenti la naturalezza. Cosa faremo in pratica? Interventi locali sul colore mediante il pannello HSL, il pennello, ecc... e otterremo risultati migliori, naturali, realistici rispetto a un generico spostamento del cursore Vibrance/Vividezza applicato a tutta la foto. Inoltre scurendo e schiarendo i colori (non parlo di esposizione e contrasto) potremo dare un maggior senso di tridimensionalità alla foto, anche mantenendo colori pastello (che io amo) senza esagerare nel contrasto. 

    Metto qui di seguito l'analisi di alcune mie foto di paesaggio.

     

     

     

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    e di natura

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    Naturalmente lo stesso vale per altri generi fotografici, ho "rubato" qualche immagine dalla galleria di Nikonland che di seguito riporto con la relativa analisi.

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    copyright Mauro Maratta

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    copyright Mauro Maratta

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    copyright Dario Fava

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    copyright Pedrito

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    copyright Pedrito

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    Ringrazio i miei quattro lettori sopravvissuti fino a qui.

    Spero vi siate divertiti e che abbiate voglia di sperimentare con i colori (potrete creare degli schemi usando i supereroi ad esempio, creando o realizzando in campo che la situazione è di tipo Superman, ecc..), o perché no scegliendo un colore nella ruota dei colori, per poi pensare a quale schema estetico vi piacerebbe utilizzare (diade, monocromatico?) e su quello sviluppare un progetto.

    Se anche soltanto uno di voi avrà nuovo impulso per uscire a fotografare, e in quel momento penserà anche soltanto per un momento a rendere al meglio i colori, e così a raggiungere un passo avanti, un evoluzione nel suo modo di fotografare, allora tutto questo lavoro avrà raggiunto il risultato sperato. 

    E adesso divertitevi. Fotografando ovviamente!

    Buona Luce a tutti!

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    A me piace il vento, in tutte le sue componenti e quindi mi piacciono molto tutti i posti dove il vento è percepibile come una cosa viva, direte e giustamente “ma da tutte le parti il vento è una cosa viva anche in pianura”, è vero ma a me il vento in alcuni posti mi piace di più non so che farci.
    Uno di questi è Monte Labbro in Prov. di Grosseto, montagnola posta a fianco della “mia” montagna ma con una morfologia completamente diversa.
    Questo posto lo consiglio a chiunque abbia la possibilità di poterlo visitare, non c’è un momento o una stagione migliore di altre, se passate da quelle parti fateci un salto ne vale la pena sia per il paesaggio che si offre, per le specie di animali che si possono trovare e per le senzazioni che può dare. Un solo consiglio, se possibile visitatelo quando c’è poca gente meglio quando non c’è nessuno e non ve ne pentirete.
    Il pomeriggio che scattai le 4 foto che seguono tirava un vento fortissimo e teso, veniva dal mare che da lassù si può quasi toccare nelle giornate limpide, penso fosse Maestrale e mi venne in mente di cercare di fotografare il movimento del vento, queste sono le 4 foto che ho scelto per rappresentarlo.

    Era settembre ed i lunghi fili di erba secca si schiacciavano a terra nei canaloni tra le rocce…

     

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    La torre di Davide Lazzaretti, l’unica cosa immobile insieme alle rocce quella sera.

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    Questa roccia accanto al sentiero, con i fili d’erba che mi venivano incontro.
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    E questa specie di Cardo che sembrava resistere meglio degli altri vegetali  alle folate del Maestrale.

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    Spero di essere riuscito in quello che ho tentato, farvi se possibile “sentire” il vento,
    ma spero soprattutto di avervi con le mie parole, fatto venire la voglia di visitare questo posto,
    una volta sconosciuto ai più anche della zona ed ora frequentato da torme di persone che non sempre vi si avvicinano nella maniera che meriterebbe.
    Per questo vi ripeto fateci un salto se potete, chi sta qui vicino o magari è di passaggio, 
    evitate le feste comandate, troppa gente di troppi generi, non preoccupatevi del tempo:
    il posto vale in qualunque situazione metereologica.

    Gianni


     

     


     

  19. Di Mauro Maratta
     
    Quando ho acquistato la mia prima reflex, oramai 35 anni fa, non avevo bene in mente chi e cosa fosse Nikon.
    L'ho scoperto in seguito, documentandomi.
    Fatto sta che la scelta tra Nikon e Olympus, i due modelli offertimi dal negoziante, fu facile.
    Da quel giorno è stato quasi un matrimonio, reso pieno e felice da un innumerevole numero di figlie femmine, tutte belle, efficienti, affidabili, potenti.
    Dopo quel giorno non sono mai stato senza almeno una reflex Nikon (in questo momento credo di averne 9 efficienti e un paio non in perfetta forma, di cui 3 sono quelle che uso correntemente) ed almeno un teleobiettivo Nikon.
    Che diluvi o ci sia il sole forte in cielo, anche per una intera giornata, zuppo come un pulcino o incapace di sedermi perchè gradoni e transenne sono roventi per il caldo, le mie Nikon stanno sempre con me.
    Centinaia di migliaia di scatti lo confermano. Un sodalizio sincero, sebbene qualche nuvola ci sia stata, come in tutte le unioni di questo mondo.
    In autodromo, a bordo campo, in studio o per strada. Con le auto da corsa che sfrecciando a pochi passi da me ci inondano di ghiaia e polvere o quando è necessario essere veloci e scostarsi perchè un giocatore lanciato verso la meta non ti può scansare anche se tu sei li con il tuo monopiedi e il tuo bel Nikkor 400mm F2.8 che cerchi di prendere l'ultimo scatto utile prima di toglierti dalla traiettoria.
    Nikon e Nikkor, soddisfazione intima dallo scatto fino allo sviluppo. Un fatto inspiegabile per chi non lo capisca da se.
    Azioni fatte a memoria, confidenza nel risultato sin dall'esposizione. Qualche cosa che con nessun altra è possibile allo stesso modo.
    Ecco perchè, non avrò mai altra reflex all'infuori di Nikon.
     
    Mauro Maratta, per il centenario di Nikon, 1917-2017.
     
     
    In autodromo a Monza, con la bella accoppiata formata da Nikon D500 e Nikkor 200-500/5.6, 2016
     
    Immagine Allegata
    Immagine Allegata
    Immagine Allegata
    acqua a catinella, la pioggia incessante non rallenta le auto e nemmeno la mia Nikon D500, forte di una potente memoria XQD da 128gigabyte e il suo buffer che non si riempie mai.
    Immagine Allegata
    Immagine Allegata
    e quando le condizioni cambiano, basta scrollare l'acqua con il taglio della mano e continuare a scattare in continuo.
     
    La Nikon D3 è stata la prima macchina digitale Nikon con cui ho ritrovato esattamente il feeling che avevo a pellicola con la gloriosa Nikon F5. Le due macchine che ho avuto hanno totalizzato quasi 300.000 scatti e sono ancora in azione in mano altrui.
    Immagine Allegata
    Nikon D3 e Nikkor 600/4 AF-S II
    F11, 1/1250'', ISO 900
    Immagine Allegata
    Immagine Allegata
    Nikon D3 e Nikkor 400/2.8 VR, F6.3, 1/1000'', ISO 200
     
    Immagine Allegata
    Nikon D3 e Nikkor 500/4 AF-I, F5, 1/1000'', ISO 200
    Monza, 27 agosto 2009
     
    La Nikon D4 non mi ha trasmesso la stessa passione e se ne è andata dopo pochi scatti.
    Forse anche perchè intanto erano arrivate altre macchine in grado di fare una parte del suo lavoro.
     
    Immagine Allegata
    Nikon D4 e Nikkor 400/2.8 VR, F2.8, 1/1000'', ISO 200
    Milano 2012
     
    Ma solo con la Nikon D5 il mio amore per Nikon è tornato all'apice. Se dovessi dire quali sono le due macchine Nikon che più ho amato, direi senza dubbi la meravigliosa Nikon D3x, ancora indimenticata, e l'attuale Nikon D5 che l'ha di fatto sostituita.
    Immagine Allegata
    Nikon D3x, Nikkor 70-200/2.8 VR II, Milano, settembre 2010
    Immagine Allegata
    Nikon D5, Nikkor 300/4E PF, la mia musa adorata. Un puro momento di gioia.
    Bibione, giugno 2016.
     

          

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    Milano, venerdì pomeriggio, festival aperto da poco, poca gente e riesco a muovermi bene

    inizio con le immagini d'ambiente

     

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    la campana tibetana applicata a chi ne faceva richiesta,

    questa modalità non la conoscevo,

    credo che il gesto nella sua delicatezza vada bene per tutti, senza entrare nel dettaglio dei benefici o delle aspettative e senza rischiare di fare danno

     

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    a casa l'ho provato sulle mie bimbe e a loro è piaciuto

     

    questa bella ragazza che dipinge le mani con l'hennè, mi ha colpito per l'insieme dei colori e della luce "caraveggesca"

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    veduta insolita

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    tecnica di rilassamento, è la prima volta che la vedo

    la campana applicata ai piedi

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    ma i corpi nelle amache non mi piacciono

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    il festival è fatto di luci e colori e quest'anno addirittura quattro palchi

    le vibrazioni dei tamburi sono per me irresistibili

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    al centro della fiera il mandala di sabbia, appena iniziato

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    verrà distrutto, come gesto benaugurante, con una cerimonia alla chiusura del festival

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    spazio per la meditazione

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    angolo mediorientale, con assaggio del narghilè

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    sempre bello a vedersi

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    Stefano, mio compagno di qi-gong, che si scalda prima di salire sul palco

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    e per chiudere

    accostamenti poco gradevoli:

     

    il Buddha e i tarocchi

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    ma peggio ancora

    sul palco il chiassoso balletto di bolliwhood e di fronte, sul tatami il tai chi in silenzio

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    si è arrabbiata anche lei

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    grazie per avermi seguito fino a qua

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    ops

    un'ultima cosa

    se ricordate, Silvio nel suo reportage parlava della ragazza che dipingeva i cappelli

    eccola, era sera e stava ancora dipingendo

    ZEGI_3179.thumb.JPG.e3f7fca2b3a145750c523571e3f580fd.JPG

     

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