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  1. Silvio Renesto
    Ultimi Argomenti

    La serie di Quattro chiacchiere con...  si chiude in bellezza con l'intervista al co-fondatore e anima vivace di Nikonland. Non ha bisogno dia presentazioni è lui: Mauro Maratta.

    Raccontaci qualcosa di te
    Ho da un pezzo passato i cinquanta anni ed ho rinunciato ancora da prima a tenere sotto controllo il mio "peso forma".
    Il mio lavoro é tra le cose più lontane al mondo dall'espressione fotografica o dall'arte in genere.
    Perchè io considero la fotografia come un mezzo di espressione, alla pari con le altre forme di arte e non certamente come una forma di riproduzione meccanica fedele.
    Io come fotografo non mi sento affatto un cronista o un "contastorie", ma un pittore o un compositore. Fotografare per me è il sistema più facile per esprimere la mia creatività.
    Da giovane studiavo musica e sognavo di diventare organista o direttore d'orchestra. Ma non ne avevo né il talento né lo spirito d'abnegazione necessari.
    Sono pigro e trovo sempre più pratiche le scorciatoie. Fotografare è - in apparenza - molto meno impegnativo. Ecco perchè !

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    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?
    Confesso che non mi sono mai interessato particolarmente alla fotografia fino ai venti anni di età.
    Le mie forme espressive più naturali sono la musica e la pittura.
    In casa c'era una Zeiss Contessa deputata alle foto familiari che usava mio padre esponendo aiutandosi con un misterioso foglietto piegato e riposto dentro l'astuccio della fotocamera (di quelle a soffietto, avete presente ?). Da grande ho poi scoperto che l'esposimetro era guasto e nel foglietto c'erano le coppie tipo di diaframma/tempo. Ma all'epoca non mi interessava per nulla.
    Tutto il mio interesse si riversava sulle macchinine, sui modelli da costruire, sui dischi di musica classica.
    La mia prima esperenza fotografica risale all'epoca del mio primo alano - Lisa - e di un regalo inaspettato, una Polaroid.
    Le foto erano pessime ma vedere lo scatto del mio cane che si materializzava in pochi minuti era emozionante.

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    Nikon perchè? Un caso o una scelta? E quando hai iniziato?

    Quindi con uno dei miei primi stipendi, nel 1983, finii per acquistare prima il mio primo vero impianto stereo con cui valorizzare i miei dischi e poi, solo poi, la mia prima macchina fotografica.
    Non ne sapevo nulla e quindi come mia abitudine mi documentai approfonditamente prima dell'acquisto. Tanto da capire che doveva essere una reflex. Che doveva avere un obiettivo fisso di qualità molto luminoso. Che doveva essere una macchina seria ed affidabile. Quindi uscii dal negozio con uno stipendio in meno e una Nikon FE2 e un Nikkor 50/1.4 AIs in più.

     

    Qual'è il tuo genere preferito oggi?

    Fotografo le cose vive - anche quelle animate da motori potenti - che mi guardano. Sostanzialmente i miei simili.
    Ma mi devono poter guardare negli occhi, come io guardo negli occhi loro.
    In fondo considero creature vive anche le automobili sportive. Gli aerei e le locomotive. Hanno anche loro occhi, cuore, braccia e gambe.
    E i fiori, che io cerco di fotografare come se fossero persone, quando ci riesco.
    Ho sempre fotografato questo e non mi riesce di stancarmi mentre il resto mi annoia.

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    Come ti trovi? Cosa ti manca?

    Ho sempre avuto la fortuna di potermi permettere il meglio del mercato. Se c'è qualcosa che mi manca, presto o tardi sarà disponibile.
    In generale per me la pellicola_è_una_cosa_fragile_che_puzza che non ho mai apprezzato, sono nato digitale per tutto quanto; i megapixel non sono mai abbastanza così come la focale che sto usando é sempre troppo corta. Già ad 85mm mi sento a disagio, quasi come se avessi un grandangolare in mano ...
    Ultimamente, per curiosità, ho usato materiale fotografico di altri marchi per vedere se dall'altro lato della siepe l'erba era altrettanto verde. Ho trovato la stessa risposta di quando ho scelto la mia prima Nikon. E non penso che mi avventurerò più fuori dal confine della Contea.
    Ho apparecchi che hanno svariate decine o centinaia di migliaia di scatti all'attivo, eppure sembrano nuovi appena acquistati. Facilità d'uso, ergonomia e tenuta nel tempo.
    Che altro chiedere di più ?

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    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?

    In realtà dovrei rispondere che oltre alle mie passioni, c'è anche la fotografia. La fotografia spesso è semplicemente la scusa per vincere la pigrizia e la ritrosia verso il mio prossimo ed andare là dove posso fotografare, con la scusa di fotografare ciò che mi piace. Proprio non riesco a fotografare qualcosa che non mi appassiona, non mi piace, trovo brutta o non mi parla !
    La mia più grande passione è la musica - quella cosiddetta "classica" - e poi la storia, quella militare in particolare. Mi interessano poi molte altre cose che mi appassionano ma che ho accantonato in attesa di riavere tutto il mio tempo per me (e non dovrebbe mancare oramai tantissimo tempo, toccando ferro !).

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    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 

    La musica non si può fotografare ma le belle donne e le automobili da sogno che non mi potrò mai permettere nemmeno di provare, quelle si ! Va bene come risposta ?

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    Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?

    La realizzazione di una promessa fatta ad una ex-modella tanti anni fa. Essere l'ultimo a fotografarla prima che smettesse di posare.
    Il risultato sono più di 9000 foto molto personali che non mi piace condividere con gli altri ma che resteranno per sempre nella mia memoria e con cui mi confronterò per sempre, probabilmente incapace di andare oltre, in termini di coinvolgimento e di tensione emotiva e creativa.

     

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    E in futuro?

    Nell'immediato futuro voglio dedicarmi ancora di più a fotografare ciò che, facilmente, dopo non potrò più avvicinare come posso oggi.
    Più avanti non lo so. Come vi sto dicendo, per me la fotografia è tutt'altro che il fine, è un mezzo. E in futuro avrò modo di utilizzare più continuamente anche altri mezzi, con ritmi più tranquilli di oggi.
     

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    Nikonland, perchè?

    Bella domanda. Ci vorrebbe un libro solo per rispondere a questa. Diciamo che Max ed io ci siamo buttati in questa avventura perchè gli altri siti dell'epoca, non ci sembravano abbastanza nikonisti. O se lo erano, il vero motore non era la nostra stessa passione. Può bastare ?

     

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    Cosa ha rappresentato Nikonland e cosa rappresenta oggi?

    Grazie a Nikonland ho conosciuto tante persone care, con alcune ho costruito veri rapporti di amicizia duratura. Con molti ho avuto ed ho contatti frequenti. Qualcosa di inestimabile.
    Spesso Nikonland è lo sfogo principale della mia necessità di comunicare e di scrivere. La scusa è il test di un apparecchio, il vero scopo e dire agli altri le cose che penso.
    Metterlo a fattor comune, insieme alle esperienze di altri amici che condividono la mia stessa inclinazione per Nikon è un moltiplicatore che ha consentito al sito di arrivare fino ad oggi a 12 anni dal lancio.
    Oggi forse ci sono online meno contatti, ma è normale, quando pensiamo che per molti oramai uno smartphone è più che sufficiente per fotografare.
    Per quelli - sempre meno - per i quali una Nikon resterà invece l'unica risposta all'esigenza di avere una fedele compagna fotografica, Nikonland é parimenti l'unica voce fuori dal coro nella lingua del si.
    Averla fatta nascere ed aver contribuito a creare quella sottile rete di relazioni umane che l'ha alimentata, sarà sempre motivo di orgoglio per me.
    Ma Nikon, prima che Nikonland, per sempre. Non credete ?

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  2. Da qualche giorno a questa parte abbiamo deciso di sottoporre a preventiva approvazione i commenti degli iscritti agli articoli redazionali presenti in prima pagina.

    Non è un tentativo di riscoprire la censura, e nemmeno un deterrente per limitare il numero di commenti (ci auguriamo).

    Ma abbiamo notato che qualche volta, qualche (raro) utente, inserisce commenti off-topics su articoli cui noi teniamo particolarmente, per l'importanza dell'argomento trattato o perchè ci sono costati particolare fatica (e tempo e spesso anche denaro) e ciò fa derivare la discussione, non sull'oggetto dell'articolo, ma sul commento. Qualche volta addirittura un frammento di un commento.

    E' capitato più di una volta. L'ultima sul nostro test comparativo dei tre Sigma Art da ritratto, una prima italiana e tra i più approfonditi - per fotografie e punti di vista espressi - a livello mondiale.

    Non ce ne vorrete, si tratta di una pura formalità. Voi inserite il vostro commento come siete soliti fare.

    Non comparirà subito ma solo dopo un rapido vaglio da parte di un moderatore.

    I commenti pertinenti ed interessanti (che vi esortiamo a continuare a fare come avete sempre fatto) verranno approvati al volo, quelli non pertinenti, superflui o che si potrebbero prestare a flame o polemiche lontane dalla linea dell'articolo, invece non verranno approvati e verranno cestinati.

    Non si tratta di un esame, né, lo ripetiamo di censura. Solo una forma gratuita per preservare il gusto di continuare a fare il nostro lavoro di sempre : scrivere articoli genuini, approfonditi e ... personali.

    Grazie per la comprensione.

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    la Redazione

  3. effe
    Ultimi Argomenti

    Una delle mie solite passeggiate con fotocamera. Stavolta ad Alghero, un giro per il centro storico già addobbato di luminarie in attesa del Natale. Nei pressi di Lo Quarter un'indicazione richiama la mia attenzione: Presepe contemplativo sonoro in movimento. Sono curioso abbastanza da seguire la freccia ed entrando nel salone trovo qualcosa che non avevo mai visto: un immenso presepe con statuine animate (animali compresi) e controllate, evidentemente, con sequenze di comandi in loop da un computer remoto. Straordinaria l'ambientazione con un impianto luci led, anch'esso controllato dal computer, che riproduce tutte le condizioni di luce delle 24 ore, dall'aurora al tramonto, per non parlare dei suoni, ahimè non riproducibili su file fotografico. Ho pensato subito che fosse una buona idea per un blog natalizio, senza valutare le prevedibili difficoltà.

    Experience: perchè non mi era mai capitato di fotografare in semioscurità con luci artificiali così complesse che variavano colore, intensità e producevano dominanti diverse. Non ho voluto rinunciare alle atmosfere e non mi sarei mai sognato di usare il flash appiattendo tutta quella profondità. Per cui ho impostato la fotocamera su WB auto (con l'intenzione di eliminare qualche dominante in pp, salvaguardando le atmosfere), ISO 1600 (non ho osato andare oltre) e tempi di esposizione che variavano fra 1/50 e 1/20 a TA. La considero una scelta estrema e guardando le foto ve ne renderete conto anche voi: ho utilizzato la fotocamera come fosse una steadicam, inserendola nel paesaggio senza, ovviamente, guardare nel mirino e ho scattato cercando di tenere la fotocamera ben ferma e possibilmente orizzontale, a distanze minime di maf. La linea di fuoco, sottilissima, qualche volta mi ha lasciato i soggetti fuori fuoco, ciononostante rende bene l'idea della profondità di tutta la struttura paesaggio. Sinceramente: avrei voluto la Z6 per poter selezionare il punto di fuoco sullo schermo touch e poter spingere gli iso a 6400 senza colpo ferire... questo non è proprio il terreno della D7100.:(

     

    Non so se le immagini saranno di vostro gradimento, ma ciò che mi interessa è sapere cosa pensate della strategia di ripresa (ribadisco, assolutamente improvvisata).

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    Non preoccupatevi se mancano i protagonisti (il Bambin Gesù, Maria, Giuseppe, l'asino e il bue), sono certo che verranno aggiunti al momento giusto.
    Buona visione e grazie per qualunque consiglio.:)

    Pezzo consigliato: ovviamente Let it snow (Frank Sinatra)

     

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    fosse sfuggito, lo ricordo. Siete su Nikonland, la casa italiana dei nikonisti.
    Nikonland si occupa di tutto ciò che ruota attorno al mondo Nikon.

    Oggi, ieri, domani, sempre.

    It's a Nikon, it's an ... icon

    non è uno slogan, è un modo di essere.

    Nikon come retaggio storico

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    Nikon come presente

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    glorie di oggetti irraggiungibili ma che ancora oggi possono dire la loro

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    ma anche straordinari strumenti fotografici che, pur a prezzo di qualche sacrificio, molti di noi hanno potuto usare o usano correntemente

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    un sito come il nostro è nato con lo scopo di favorire lo scambio di opinioni, di esperienze ma anche semplicemente di conoscenze, di ricordi, di racconti personali, aventi come fulcro, centro, scopo, Nikon.

    Non è una questione di tifoseria, c'è il pieno rispetto per ogni altro produttore fotografico al mondo. Ma altro non è il nostro, il nostro è Nikon.

    Per questo vi ricordo che questo sito si chiama Nikonland, la terra di Nikon.
    Chiunque è bene accetto. Purchè si ricordi di essere nikonista.
    Dicendo qualche cosa di Nikonista agli altri.
    Ogni giorno. Secondo quello che sa o che può.

    Niente di più ma nemmeno nulla di meno.

    Excelsior !

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    Il Sorridente

  5. Per promuovere un evento mediatico (Film? Documentario? Un qualcosa che si intitola "Dinosaurs")  In Stazione Centrale a Milano hanno esposto uno dei più grandi  esemplari di  Tyrannosaurus rex , affettuosamente soprannominato "Stan" (il più grande di tutti, ma è questione di centimetri, si chiama "Sue", ma non è detto che sia una femmina). Sue l'ho vista/o a Chicago, è spettacolare, ma  Stan mi piace di più come è montato. Inoltre ha il cranio più bello.

    Sono andato a vederlo per curiosità e poi perchè volevo provare a fotografarlo con tempi molto lunghi, in modo da dissolvere la folla.  Purtroppo era posizionato in modo che non avessi appoggio  per un'inquadratura corretta (non so se sia permesso piazzare un cavalletto in stazione senza autorizzazione), così ho dovuto accontentarmi di foto più banali. E' comunque un'occasione per raccontare qualcosa sul dinosauro forse più famoso al mondo.  Ecco le foto. 

     

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    Questo è Stan in tutta la sua bellezza, in un momento in cui non c'è troppa folla a farsi i selfie. Per la cronaca, Stan è lungo  11,8 metri, peso stimato 6 tonnellate (un po' più di un grosso maschio di elefante africano) .

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    il cappotto a righe della signora mi ha fatto venire in mente che sarebbe stato meglio in bianco e nero.  Flash di schiarita .

    Come ho detto la location è così così.

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    Ho "tirato" un po' in postproduzione per aprire le ombre. A destra uno dei due "gorilla" a difesa del Tirannosauro.

    Di Stan sono state fatte 30 copie, (e questa è una copia) vendute in tutto il mondo a 100.000 dollari l'una. Se per caso ne volete uno per il vostro giardino, adesso sapete qual'è il budget. Vi posso indicare anche la ditta :) .

    Un paio di ritratti commentati in chiave da ...paleontologo (ehm).

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    Ci sono stati Dinosauri carnivori più lunghi dei Tirannosauri, ma il Tirannosauro era il più robusto. Le vertebre del collo così massicce indicano una forza di trazione della muscolatura potentissima. Usava la testa come arma proiettandola a fauci aperte e col morso sfondava anche le ossa delle prede.
    La forza applicata dal morso è stata stimata pari a circa 6,8 tonnellate (60.000 newton).

     

    Ed ecco un ritratto frontale. I denti anteriori del Tirannosauro erano fatti come i denti della benna degli escavatori, con un morso poteva asportare oltre 30 kg di carne in una volta.

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    Non so se si vede, ma gli occhi del Tirannosauro guardavano avanti e non di lato come quelli dei coccodrilli o delle lucertole. Aveva perciò un'ottima visione tridimensionale per afferrare con precisione

    (La "balla" che il tirannosauro non ti vede se stai fermo,  l'ha inventata Crichton  nel suo Jurassic Park, per ragioni narrative, il film l'ha ripresa e fino a  poco tempo fa degli studenti mi chiedevano ancora se era vero). 

    Sul Tirannosauro, miracolo di ingegneria della natura,  si potrebbe  parlare per tantissimo tempo ( i miei studenti poverini sono "costretti" a sentirmi!), ogni dettaglio ha il suo perchè,  ma qui mi fermo.

    PS Se non fate in tempo a vedere Stan  in Stazione Centrale ,  suo fratello gemello vi aspetta sempre al Museo di Storia Naturale di Milano. 

     

     

  6. Con il passare del tempo, molto tempo, è mia intenzione postare foto dei vari castelli che ho visitato e visiterò in futuro. Per rendere il tutto più fruibile creerò via via un album per ogni castello nel quale ripeterò l'introduzione  ed aggiungerò le foto così da dare la possibilità di vedere le immagini anche di un solo castello piuttosto che di tutti. In ogni album inserirò, oltre alle classiche immagini cartolina, anche fotografie di dettagli e particolari che magari sono peculiari di un determinato luogo. Questo che presento è Hikone-jo (il kanji che si legge jo accanto al nome di un castello significa appunto...castello), piccolo ma delizioso castello che sorge sulla riva ovest dell'immenso lago Biwa nel centro di Honshu, nella prefettura di Shiga tra le prefetture di Kyoto e Nagoya.

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    Shiro

    Vi fu un tempo in Giappone durante il quale la pace era soltanto un'utopia, un'epoca di guerre e di violenza, secoli di lotte per il predominio di uomini su altri uomini. Così come nel medioevo europeo, anche in quello giapponese potenti signori feudali muovevano guerra l'uno verso l'altro in una spirale apparentemente infinita. Nonostante tutto questo il medioevo giapponese, proprio come il nostro, ha lasciato un'eredità romantica fatta di storie di coraggio e determinazione, popolata da nobili guerrieri samurai, dai loro signori con le loro corti ospitate in splendidi palazzi protetti da meravigliosi ed imponenti castelli.

    In Giappone si trovano tracce delle prime fortificazioni fin dal III° Sec. A.C. ma possiamo dire che i castelli giapponesi, per come li conosciamo oggi, vennero eretti a partire dalla metà circa del 1400 fino a fine 1600 (periodi Sengoku e Azuchi-Momoyama). In questi anni il Giappone vide il proliferare delle lotte interne tra daimyo (signori feudali) fino a che due di loro, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, inziarono un lento processo di unificazione del paese che culminò con l'ascesa al potere del famoso shogun Tokugawa Ieyasu ed il trasferimento della capitale del Giappone ad Edo, l'odierna Tokyo.

    Con l'unificazione del Giappone finalmente iniziò un lungo periodo di pace durante il quale i castelli persero la loro funzione e divennero solamente imponenti strutture dispendiose da mantenere. Inoltre Ieyasu emanò una legge che proibiva ai vari daimyo di possedere più di un castello, per garantirsi che i suoi sudditi non costituissero una minaccia troppo grande, e moltissimi castelli furono così demoliti. Molti altri caddero in rovina poiché erano stati abbandonati ed altri ancora furono smontati per poterne rivendere i materiali con i quali erano stati edificati. Fu così che dei circa settemila castelli che si stima esistessero in quel periodo, ne sopravvissero poche decine. In seguito a causa di varie calamità naturali, come gli incendi, o a causa delle successive guerre, per ultima la Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza dei castelli superstiti fu parzialmente o completamente distrutta e soltanto negli ultimi decenni ne sono stati ricostruiti svariati, utilizzando tecniche antiche ma con materiali a volte del tutto moderni come il calcestruzzo.

    Ad oggi sono solamente dodici i castelli che sono giunti a noi con la loro struttura originale e, di questi, solo quattro sono considerati Tesoro Nazionale (Himeji, Hikone, Matsumoto, Inuyama) ed uno di essi addirittura Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO (Himeji).

    Dopo secoli di declino e oblio, negli ultimi anni i castelli giapponesi hanno riconquistato un posto speciale nel cuore del popolo ed hanno anche acquistato un sempre crescente numero di fan provenienti da ogni parte del mondo. Molti castelli sono divenuti mete turistiche molto apprezzate, la maggioranza sono presi d'assalto questa volta non da eserciti di soldati bensì da moltitudini di turisti, specialmente durante il periodo della fioritura dei ciliegi che, a migliaia, adornano le mura ed i parchi intorno al corpo centrale dei castelli.

    Parte di questo successo è dovuto al fatto che

    "I castelli giapponesi non sono affatto quei tremendi bastioni di granito che si è soliti associare all’Europa. I castelli giapponesi hanno un aspetto delicato, sembrano torte nuziali decorative in cima agli alberi"
    (Cit.Will Ferguson, Autostop con Buddha).

    Si, è assolutamente vero, i castelli giapponesi sono estremamente eleganti, affascinanti, semplicemente bellissimi. Uniamo questo al fatto che molte volte sono circondati da un ampio territorio trasformato in parco o a volte sono adiacenti a degli splendidi giardini come i famosissimi Kenroku-en, Koraku-en, Koko-en ed altri, ed è facile capire il perché di questo successo.

     

    Ma veniamo al titolo che ho scelto per parlare di castelli giapponesi, Shiro.

    Shiro significa bianco ed è per questo che i castelli in Giappone sono chiamati così, a causa del candore affascinante delle mura della maggior parte di essi.

    Uno degli aspetti che mi affascinano dei castelli giapponesi è che sono strutture militari costruite secondo precisi progetti frutto di studi su attacco e difesa, su tecniche di guerra e presidio del territorio, al contempo sono così eleganti, piacevoli, imponenti certo ma con grazia infinita. Oggi possiamo sederci ad ammirarne l'eleganza e la potenza evocativa che richiama un passato glorioso e ricco di tradizioni, un tempo perduto che vive nella memoria di ogni giapponese che ha nel castello un grandioso testimone.

    Quando visitiamo un castello giapponese la prima cosa che salta agli occhi è che non sembra di camminare all'interno di una struttura militare, piuttosto sembra di visitare un giardino su più livelli con strutture create per godersi il panorama circostante. Bastioni di pietra dai quali affacciarsi, fossati con limpide acque nelle quali talvolta ammirare il riflesso delle torri o scorgere una carpa o un candido cigno, panchine all'ombra di splendidi ciliegi o aceri che sapranno regalare, ciascuno a suo tempo, una tavolozza di colori degna compagna del profilo dei tetti, un mare di petali e foglie del quale rimanere meravigliati vedendoci nuotare gli Shachihoko, le mitologiche carpe che adornano gli angoli delle torri più alte.

    Ma erano e rimangono strutture militari e trovo altresì molto interessante vedere come il passare del tempo abbia influito sulle competenze degli ingegneri che hanno costruito castelli sempre più evoluti, con fortificazioni sempre più efficaci e complesse per far fronte al contemporaneo sviluppo delle armi. Parlando dei castelli classici che conosciamo oggi possiamo trovarne esempi relativamente semplici costituiti da una o più cinte murarie, sormontate da torri e separate da vari cancelli, che proteggono un maschio (chiamato tenshukaku o tenshu) isolato come a Hikone, fino ad arrivare ad imponentissime fortezze costituite da un tenshu di dimensioni molto maggiori, collegato direttamente ad altre torri secondarie attraverso mura sormontate da corridoi coperti, intricatissimi percorsi che attraversano anche vari fossati inondati di acqua, come a Himeji. Percorsi studiati accuratamente per intralciare eventuali eserciti nemici, letteralmente decine di porte da oltrepassare, il tutto affiancato da mura irte di torri dotate di feritoie e caditoie dalle quali poter facilmente colpire i nemici con armi come archi o armi da fuoco.

    Visitando un castello giapponese è impossibile rimanere insensibili al fascino delle caratteristiche mura in pietra. Sono uno dei loro tratti distintivi, la presenza costante di mura non verticali ma più o meno inclinate, di altezza estremamente variabile. Si chiamano Ishigaki (gaki significa recinto e ishi pietre) e costituiscono sia le mura esterne che danno forma ai fossati, allagati o meno, sia le mura che creano corridoi e cortili interni, sia le possenti mura che sostengono i vari terrapieni o costituiscono le fondamenta di tenshu e torri secondarie. Sono generalmente le uniche parti in pietra costituenti queste fortezze, e tra le pochissime costruzioni in pietra dell'antico Giappone, infatti tutto il resto è fatto di legno. Ci sono comunque vari stili costruttivi, con nomi diversi, in base all'inclinazione ed al modo di lavorare ed incastrare le pietre. Le fortificazioni più antiche non disponevano di ishigaki, infatti non erano necessarie difese così massicce e stabili, a partire però dall'era Sengoku si iniziarono a costruire questo tipo di mura poiché la guerra era ormai divenuta una costante quotidiana. I primi esempi ci mostrano uno stile costruttivo che si basava sul reperire pietre in loco ed ammassarle l'una sull'altra con maestria e viene chiamato stile nozurazumi. Successivamente l'arte degli scalpellini e degli ishiku (i muratori specializzati in questo tipo di costruzioni) si affinó e le pietre furono via via lavorate sempre più precisamente ed incastrate con sempre maggior maestria permettendo di creare superfici lisce, grazie alle quali offrire pochi appigli ad eventuali nemici, ed innalzare mura sempre più alte e maestose come per esempio a Himeji, Osaka, Kumamoto e questo stile invece si chiama uchikomihagi.

    Ad un certo punto gli ishigaki assunsero un ulteriore funzione, quella di status symbol che mostrava in modo chiaro la potenza anche economica del daimyo di un castello. Infatti le fortezze divennero sempre più imponenti e richiedevano una quantità di materiali da costruzione davvero mastodontica, basti pensare che gli ishigaki del castello di Osaka contano oltre mezzo milione di pietre. Ammassare, lavorare ed impilare quantità così enormi di materiale non era certo un affare di poco conto e lo sforzo economico era davvero notevole. Poi si sviluppò un'ulteriore tradizione che voleva che i vari vassalli estraessero, scolpissero e consegnassero pietre sempre più grandi al loro signore come omaggio. In realtà era un modo per il daimyo di tenere sotto controllo le finanze dei suoi sudditi con questo tipo di richieste sempre più esose, impedire che costruissero fortezze per proprio conto ed infine reperire materiale a basso costo per loro stessi ed i loro castelli. Comunque questo fece si che in vari castelli, Osaka ne è il miglior esempio, si trovino ishigaki che inglobano pietre davvero colossali che arrivano a pesare decine di tonnellate e misurare metri e metri in larghezza ed altezza come la famosa Tako-ishi che pesa 108 tonnellate e misura oltre 59 metri quadri di superficie complessiva.

    Se gli Ishigaki, segnati da tempo e guerre, sono sopravvissuti fino ad oggi, lo stesso purtroppo non si può dire delle innumerevoli torri, chiamate Yagura, che vi erano ospitate e che, per mille motivi, sono andate perdute.

    Le funzioni di queste Yagura erano estremamente varie ed anche le strutture erano diverse per dimensioni e forme. Da quelle più semplici ad un piano (hira yagura), a quelle più comuni a due piani (niju yagura) fino a quelle più imponenti a tre piani (sanju yagura) che sono assimilabili ad un tenshu in miniatura e sono presenti solitamente soltanto nei castelli più grandi come Himeji. In effetti però in alcuni castelli dove il tenshu non fu mai costruito (Kanazawa per esempio), le yagura a tre piani svolgevano il ruolo di tenshu e prendevano il nome di gosankai yagura (nobili torri a tre piani) poiché era lì che risiedeva il daimyo durante i periodi di guerra. Potevano poi essere semplici magazzini per il cibo o per le armi ed avevano nomi diversi in base a ciò che vi si stivava, per esempio nelle shio yagura vi si conservava il sale (shio, sale), nelle yoroi yagura le armature (yoroi, armatura) e così via. Vi erano yagura che fungevano da alloggi per le truppe, torri per la protezione dei pozzi, potevano ospitare il grande tamburo che scandiva le ore o dava segnali in guerra (chiamato taiko e quindi la torre taiko yagura), postazioni di avvistamento e tantissime altre ancora.

    Tuttavia tra tutte queste tipologie di yagura, quella che mi affascina di più è certamente la rara torre per l'osservazione della luna, tsukimi yagura (tsuki significa luna e mi è il verbo miru, vedere). Sono torri nelle quali il daimyo si poteva ritirare, o intrattenere i suoi ospiti, ed osservare la luna. Sono facilmente riconoscibili perché normalmente non possiedono strutture difensive, sono costituite internamente da un singolo ambiente arioso e più lussuoso del resto del castello e possiedono pareti scorrevoli e rimovibili dalle quali vedere la luna. Per esempio nel caso della tsukimi yagura del castello di Matsumoto, si trovano tre pareti rimovibili (nord-est-sud) e un elegante corrimano esterno dipinto di rosso. Questa particolare torre fu costruita successivamente al castello, durante il periodo di pace seguito al regno di Ieyasu, e per questo non necessitava di sistemi difensivi. Per finire ci sono yagura che prendono il nome semplicemente in base alla loro posizione rispetto all'asse nord sud con nomi presi dal calendario giapponese e dai segni zodiacali.

    Dopo aver parlato però di mura e torri non è possibile concludere senza menzionare l’elemento più affascinante e caratteristico di un castello giapponese, quello che lo rappresenta maggiormente e che è la vera icona che il mondo si raffigura quando pensa a queste fortezze, il tenshu.

    Diciamo che il tenshu come lo conosciamo oggi prende vita con il castello di Azuchi, fatto erigere da Oda Nobunaga a fine 1500. Il primo stile con il quale vennero costruiti i tenshu si chiamava borogata ed era costituito da una torre di tre piani sopra la quale veniva aggiunto un edificio a due, come nel castello di Inuyama. Dopo il 1600 invece lo stile si affinò ed il tenshu fu così costituito da un edificio i cui livelli si sovrappongono regolarmente diminuendo di ampiezza con l’aumentare dell’altezza, come nel castello di Nagoya, questo stile si chiama sotogata. A dispetto dell’eleganza, raffinatezza e splendore esterno, l’interno dei tenshu è generalmente molto sobrio e privo di fronzoli, essendo in realtà una fortezza dove rifugiarsi in caso di guerra e non una residenza per i periodi di pace. Anche l’altezza dei tenshu varia da castello a castello e non solamente per mere questioni di potenza economica ma anche in funzione del luogo dove sorge l’edifico. Un castello che sorge in montagna o su una collina probabilmente non necessita di un tenshu molto alto per poter avvistare i nemici, per esempio il castello di Hikone dispone di un tenshu di soli tre piani ma è situato su un’altura dalla quale domina pianura e lago adiacenti. Viceversa un castello di pianura avrà bisogno di innalzarsi molti metri al di sopra della città che generalmente sorge intorno alla fortezza, infatti per esempio il castello di Matsumoto dispone di un tenshu a sei piani ed addirittura il castello di Aizu ha il tenshu con il maggior numero di piani in Giappone, ben nove.

    Ad ogni modo, se è vero che il tenshu attrae inevitabilmente gli sguardi e le attenzioni della maggior parte dei visitatori me compreso, spero di essere riuscito a trasmettere un po’ di quell’emozione e voglia di scoprire che mi pervade ogni qual volta visito un castello giapponese ed esploro la sua struttura per intero.

    Andrea

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    P.S. Click sulle foto per una risoluzione migliore, grazie

    Precedenti articoli:

    Castello di Matsumoto

    Castello di Okayama

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    HIKONE

    La storia di questo castello ha inizio dopo la storica e famosa battaglia di Sekigahara, che ebbe luogo nella Provincia di Mino (l'odierna Prefettura di Gifu) il 21 ottobre del 1600.
    Come ricompensa per la partecipazione e l'appoggio datogli, il condottiero (futuro Shogun) Tokugawa Ieyasu offrì al generale Li Naomasa il castello di Sawayama e le terre circostanti.
    A causa della posizione e delle sue cattive condizioni, Naomasa progettò di costruire un nuovo castello al suo posto ma in un luogo più adatto lì vicino, nacque così Hikone-jo, su un'altura vicino alle rive del lago Biwa. La sua costruzione ebbe inizio nel 1603 e terminò nel 1622 ma fu Naotsugu, il figlio di Naomasa, a dare inizio ai lavori poichè il padre morì prematuramente. Nel 1615 divenne Daimyo il fratello di Naotsugu, Naotaka, che si occupò del completamento del castello.

    Hikone-jo è uno dei quattro castelli considerati Tesoro Nazionale ed è uno dei pochissimi ancora originali.

    Al nostro arrivo ci accoglie la maestosa Sawaguchi Tamon Yagura. Le Tamon Yagura sono queste particolari costruzioni che sormontano le mura (Ishigaki) e sono di fatto corridoi coperti dai quali difendere le mura. Il nome deriva probabilmente dal castello di Tamon dove furono utilizzate per la prima volta e, per dare un'idea di che spettacolo impressionante offrissero i castelli dell'epoca, basti pensare che, secondo i documenti di quel tempo, il castello di Osaka era circondato da una Tamon Yagura lunga ben 1.720 metri (oggi ne rimangono meno di 60 metri).

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    La presenza di un largo fossato e di queste torri coperte erano ostacoli davvero difficili da oltrepassare per un eventuale assalitore.

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    Oltrepassato il cancello ci troviamo di fronte ad un ulteriore fossato, attraversato da pochissimi e stretti ponti, al di là del quale si erge la collina boscosa sulla cui sommità svetta il Tenshu.

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    Inerpicandoci su per una stradina in mezzo agli alberi veniamo sopraffatti dall'imponente e minacciosa Tenbin Yagura, uno strumento difensivo davvero impressionante.
    Prende il nome dalla sua peculiare ed unica forma, quella di una bilancia (Tenbin significa appunto bilancia) ed è uno dei simboli più famosi e riconoscibili di questo castello essendo unica.

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    Chiunque avesse voluto conquistare il castello, avrebbe avuto un bel da fare arrivato in questo punto. La strada, volutamente contorta, obbliga a fare un giro largo (dando le spalle ai difensori) per poter arrivare di fronte al cancello della torre e cercare di capire come attraversare lo spazio di molti metri che separa i due lati del fossato. Infatti il ponte chiamato Rokabashi era progettato per essere facilmente abbattuto in caso di necessità, per far sì che il cancello rimanesse isolato a metri e metri di altezza dalla strada sottostante.

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    Una volta arrivati di fronte alla Tenbin Yagura possiamo notare facilmente la differenza di stile costruttivo delle mura a destra e sinistra del cancello, rispettivamente Gobo-zumi e Otoshi-zumi.
    Si dice che questa torre provenisse dal cancello principale del castello di Nagahama, costruito originariamente da Toyotomi Hideyoshi. Visto il costo di queste costruzioni, era prassi comune sfruttare materiali provenienti da altri castelli se possibile.

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    La salita non è ancora terminata, un'ulteriore rampa di accesso ci porta ai piedi della Taiko Yagura che, come ho spiegato nell'introduzione, ospitava il possente tamburo di guerra.
    Dovremo attraversare anche questo cancello per poter accedere finalmente alla sommità della collina e poter ammirare il Tenshu.

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    La salita è stata faticosa ma lo spettacolo del maschio del castello di Hikone ci ripaga ampiamente dei nostri sforzi.
    A differenza di altri maestosi ed imponenti castelli (come Matsumoto, Himeji, Aizu e molti altri) questo Tenshu non è altissimo, soltanto tre livelli, dimensioni di poco superiori alle Yagura laterali del castello di Matsumoto per intenderci. La scelta di un Tenshu così basso è stata logica vista la posizione dominante sulla quale è stato edificato. La collina sovrasta la pianura circostante e domina il lago Biwa, offrendo una vista molto migliore di quella che potremmo godere dall'alto dei molti piani dei Tenshu di tanti castelli di pianura.

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    Per motivi di spazio consentito per l'upload, continuo nei commenti sotto...

  7. Alla voce "Giallo" Wikipedia afferma che in zoologia il giallo, soprattutto se associato al nero, indica agli altri animali il pericolo, come ad esempio accade per api e vespe e animali marini tossici.

    Aggiunge inoltre che è il colore sacro del Buddhismo, simbolo della saggezza, così come è uno dei colori simbolo della Cina.

    Dalle nostre parti il Giallo è utilizzato da quei partiti e movimenti che esprimono una politica più radicale rispetto ad altre formazioni, è adoperato da chi allestisce cantieri per indicare una segnaletica stradale provvisoria, mentre per i napoletani affermare di aver avuto molta paura si dice "Ho fatto il giallo".

    Bene, benissimo. Fantastico.

    Ma oltre le dotte affermazioni de "L'enciclopedia libera" del web, confermo che per me il Giallo è soltanto un colore straordinariamente fotogenico che mi piace cercare e ritrarre nelle mie immagini.

    Pertanto, chi non si fosse ancora stancato di guardare fotografie ben fornite di giallo, dia un'occhiata anche a queste: l'autore gliene sarà riconoscente e lo ringrazierà premiandolo con una virtuale medaglia.

    Di oro giallo, naturalmente. :P

    (aprire le foto)

    1.

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    2.

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    3.

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    4.

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    5.

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    6.

    DSC_1233low.jpg.b79cbfe717558efc4ebfb9beeabd141d.jpg

    7.

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  8. bergat
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    Sono nato a Roma. Abito a Roma dal 1976. Non giro molto per la città. Infatti sono pigro,  e,  pur essendo Roma una città visitata da tanti turisti, io non la fotografo. Forse le mie foto di Roma risalgono ai primi anni sessanta quando venivo da bambino, anch'io come turista. Mia moglie mi ha smosso almeno per oggi dal letargo e sono andato a fotografare la cosiddetta Roma Augustea ovvero la Roma Imperiale, quella che si estende dal Palatino al Colosseo  fin dietro il Campidoglio.

    Stamattina quindi con dovuta calma ho munito la mia fotocamera con uno zoom grandangolare e ho fatto qualche foto. La folla di turisti purtroppo è immensa e sono onnipresenti.

    Aprite le foto alla massima risoluzione impostata 1800 x  1200 in linea di massima, se volete immergervi nel paesaggio

     

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    Qui le persone quasi a fare da contraltare alle colonne

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    ed ecco finalmente il colosseo. Si c'è un effetto linee cadenti, ma in una delle prossime foto ho raddrizzato l'effetto.

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    Qui in formato cartolina con l'arco augusteo sulla destra

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    ecco come vi dicevo raddrizzato

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    Questo invece è l'arco di  Tito

     

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    Questa è la tomba di Cesare, successivamente adorato come una divinità. Notare la presenza delle rose al centro che vengono sostituite giornalmente dall'amministrazione comunale.

    Inoltre i turisti buttano come nella fontana di Trevi delle monete, per buon augurio.

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    La strada principale della Roma Antica alla fine della quale si sono poi sviluppate le diverse arterie, Appia, Tuscolana, Ardeatina, Salaria ecc 

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    Il tempio di Romolo

     

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    bimatic
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    Valli piacentine, quella che è stata un centinaio e più di anni fa la casa di una famiglia numerosa ora viene ribattezzata "museo" e raccoglie, in un ambiente per quanto possibile conservato, oggetti di uso dell'epoca con riferimenti alle persone del posto ( principalmente contadini ).

    Vista dall'esterno

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    La casa era ed e' priva di corrente elettrica e acqua

    Al piano terra si trova un ingresso/cucina ( per dirla con nomi moderni ), con l'immancabile camino/stufa ( focolare )

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    lavandino e pentolame

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    frigor, cioe' ghiacciaia

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    l'altro un locale che ora raccoglie attrezzi per macinare, banconi per fare il pane e armadi con stoviglie e accessori per cucina

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    lampade per la notte

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    Dettaglio dei pavimenti

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    la scala che porta al piano superiore,

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    Dettaglio delle assi del pavimento e delle travi del soffitto ( tutte originali, solo sabbiate )

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    Camera matrimoniale

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    Stanza "da lavoro", cucito...

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    Al secondo piano, disimpegno con la scala per andare nel sottotetto

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    Cameretta

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    Camera da letto

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    Al piano interrato , che era la stalla, sono stipati alcuni attrezzi da lavoro dell'epoca.

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    A fianco della casa ( sulla sinistra rispetto all'ingresso ) un ampio spazio areato che fungeva da fienile

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    Dettaglio della fattura dei muri

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    e delle travi di sostegno

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    Scatti effettuati "di corsa" e senza pretese ( ne' cavalletto ) nell'agosto del 2017 "con D750 e 14-24, alcuni con il flash integrato ; mi riprometto ogni volta che torno lì di fare un lavoro migliore, in quella casa nel 1910 era nato mio nonno.

     

     

     

     

     

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  9. Esperienze

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    Per il mio primo post vi racconto le mie prime esperienze di escursione fotografica wildlife, tra le montagne della Val d'Aosta, a caccia di camosci!
    Ho la fortuna di conoscere Massimo Vignoli di persona, che mi ha guidato in questa mia prima volta e da cui ho imparato moltissimo.
    Quindi sveglia alle cinque e partenza per la Val d'Aosta! All'arrivo il tempo era insolitamente caldo, per cui si è optato per viaggiare leggeri e lasciare le ciaspole in macchina. La prima salita ha dimostrato la mia forma fisica abbondantemente precaria, tanto che dopo poche centinaia di metri già i polpacci avevano deciso di smettere di collaborare, e il peggio doveva ancora venire! Dopo neanche una mezz'oretta si inizia a vedere neve e dopo pochi altri minuti si vede solo quella... Ovunque, mezza sciolta dal caldo e fino al ginocchio, con ogni passo si sprofondava e con quello successivo cedeva ulteriormente, raddoppiando lo sforzo. Dopo oltre 4 ore riusciamo ad arrivare in cima stremati, ma ce l'avevamo fatta! E lo sforzo ci ha ripagato con qualche splendido esemplare, che evidentemente ha voluto premiare lo sforzo, mostrandosi vicino senza doverlo andare a cercare, anche perché... Non avremmo mai potuto fare un altro passo! Ma ormai il tempo era poco, la neve alta, gli altri camosci ben nascosti, quindi poche foto ed era già ora di prendere la via della discesa, che si è dimostrata sicuramente meno stancante, ma con la neve sciolta non è stata comunque una passeggiata.
    Una volta a casa c'è stato un pò di disappunto rivedendo le foto, troppi errori sciocchi, di messa a fuoco, di impostazioni della reflex... La stanchezza e l'aria rarefatta forse hanno giocato un tiro mancino, forse semplicemente l'emozione era troppa. Man mano che la stanchezza passava, aumentava la voglia di tornare nuovamente lassù, per cui alla fine abbiamo organizzato anche per il weekend successivo.
    Sveglia nuovamente alle 5 e via pronti a partire nuovamente! Questa volta il tempo era meno aperto, faceva un po' di nevischio, ma durante la settimana aveva fatto relativamente caldo, per cui anche questa volta niente ciaspole. Inoltre abbiamo fatto un percorso leggermente più lungo, ma anche meno ripido, che non ha convinto troppo i miei polpacci, ma complice la neve ben più ghiacciata in circa 2 ore e mezza eravamo già su, pronti per poter abbandonare il sentiero e lanciarci verso la vera "caccia".
    Ma la fortuna non era particolarmente dalla nostra, quindi dopo aver avvistato un gruppo di stambecchi, cercando di avvicinarci un nuvolone si piazza proprio intorno a noi. E siccome non c'era vento, il nuvolone ha pensato di tenerci compagnia per qualcosa tipo 4-5 ore, impossibilitandoci non solo di fotografare, ma anche di muoverci, con il freddo che penetrava sempre più attraverso le scarpe, i guanti, i vestiti. Momenti in cui le speranze ci stavano abbandonando.
    Ma proprio quando stavamo per cedere, all'improvviso le nuvole spariscono e lasciano spazio ad un sole bellissimo e diversi camosci intorno a noi! Abbiamo valutato la possibilità di tornare anche con il buio e ci siamo lanciati in altre foto, regalandoci scorci mozzafiato, animali stupendi, paesaggi emozionanti e persino una luna gigante che fa capolino dietro la cima di una montagna. Alla fine, sazi dell'abbuffata siamo tornati giusto in tempo per attraversare il bosco con la sola torcia ad illuminare il cammino, stanchi ma felici.
    Queste sono alcune delle foto scattate, e anche se sono il primo a dire che non sono le più belle mai viste, non è importante, perché sono le mie, scattate durante un'esperienza spaziale, che non vedo l'ora di ripetere nuovamente. Inoltre l'esperienza mi ha permesso di imparare con sul campo diverse cose. Per esempio:
    - la montagna la devi conoscere, non si può improvvisare. Siamo partiti con il sentiero pulito e ben tracciato, ci siamo ritrovati in un mondo di neve in cui tutto era ricoperto. Se non fosse che Massimo riusciva ad orientarsi e sapeva dove mettere i piedi, saremmo ancora lì dispersi... Inoltre bisogna anche sapere quali attrezzature portarsi, non può bastare la voglia e un paio di sneakers.
    - come approcciarsi agli animali: bisogna sapere come fare, mantenendo distanze di sicurezza, facendo capire il disinteresse attraverso il proprio comportamento, tutte cose che magari sulla carta si sanno a menadito, ma quando poi si è lì è tutto un altro paio di maniche da mettere in pratica, tra la foga, la stanchezza, la neve e i saliscendi.
    - ma soprattutto: mai mollare. Dopo 4 o 5 ore nella nebbia e nel freddo le speranze iniziavano davvero a vacillare, ma se non fossimo rimasti fino alla fine non avremmo avuto le occasioni che poi si sono presentate. Insomma è proprio vero quanto si dice: se ci sei può andare male, ma se non ci sei diventa una certezza.

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  10. Dopo poco più di un mese di utilizzo della Nikon Z 7 ed un migliaio di scatti, scrivo le mie osservazioni, anzi meglio i miei primi appunti sul viaggio intrapreso con la nuova creatura e l’obiettivo 24-70/4 S (presente nel Kit), note da utilizzatore non professionale, ma molto molto normale.

    Premetto che quanto già scritto già da Mauro (Z 7) e Max (Z 6) è “SCIENZA" ed anche più comprensibile del manuale d’uso, anche se la lettura di quest’ultimo resta necessaria. Io con questo blog ho buttato giù due righe terra terra, attesa la differente esperienza e professionalità, oltre alla diversa mole di scatti effettuati con Z 7 dal sottoscritto (la mia non ha ancora completato il rodaggio) e da Mauro. La sua, se fosse un’auto, avrebbe già sostenuto il primo tagliando.

     

    Ergonomia: la macchina cade in mano bene, le dita stanno comodamente sull’impugnatura ed anche lavorando a lungo con il 70-200/4 più FTZ (non ho ottiche più lunghe e neppure più pesanti), l’insieme non stanca, seppure la ghiera delle focali non sia posizionata nella parte anteriore a quella del fuoco, come nelle ultime creazioni. Mentre con il compatto 24/70 è una meravigliosa compagna di viaggio. Sarà perché ho le mani lunghe ed affusolate, ma per me le dimensioni sono giuste. D’altronde io mi sono trovato benissimo con l’F.3 e pure bene con la Df, come non potevo trovare confortevole anche la Z 7.

    Riporto le misure dei tre corpi per giustificare quanto sopra detto:

    F3 – 148,5x115x7,1

    Df – 143,5x110x66,5

    Z 7 – 134x100,5x67,5.

    Come si può notare le differenze sono minime, specie in altezza e profondità.

     

    Mirino: è semplicemente eccezionale, chiaro, grande, nitido. Sembra un mirino ottico che però non si scurisce quando fa buio. Inoltre, la sua conformazione (sporge circa 2 cm. dal corpo macchina), consente ai portatori di lenti ed a quelli come il sottoscritto che inquadra con l’occhio sinistro ed è pure dotato di una discreta proboscide, di vedere comodamente il 100% dell’area inquadrata e di lavorare con il pollice della mano destra senza colpire il naso o la lente degli occhiali.

    Da questo punto di vista il mirino è superiore a quello già ottimo della D850 (sempre per coloro che hanno i soliti miei problemi nell’inquadrare, per gli altri è eccezionale).

    Una nota negativa riguarda l’orizzonte artificiale, che seppure a colori e facile da mettere in bolla, invade completamente il centro del mirino ed ostruisce in maniera significativa la scena inquadrata. E’ utile solo per livellare la macchina sul cavalletto. Avrei preferito che fosse stata adottata la soluzione utilizzata per la D850, dove abbiamo due cursori ai lati del mirino che non danno alcun fastidio ed utilizzabili anche a mano libera. Posto le foto dei mirini (quello della D850 ripreso dal manuale) per rendere meglio l’idea.

     

     

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                                                        Z 7                                                                                                                                                                                      D850 - I riferimenti della livella sono i n. 1 e 5

     

    Quindi, per evitare le linee cadenti operando a mano libera con la Z 7 è adoperabile solo il reticolo.

     

     

    Comandi principali e tasti funzione: dopo i primi scatti ho cercato di assegnare ai tasti programmabili tutte le mie funzioni preferite, cercando di riportare, seppure lontanamente, la funzionalità della D850. Utile è anche il menù selezionabile con il tasto “i”, anche se la manovra non è così immediata ed ancora stento ad operare correntemente, tanto che ricorro ai tasti funzione anteriori (facili da usare), a quelli posti vicino al pulsante di scatto (ho programmato anche quello destinato a video) e quelli posti sul retro, limitatamente al Joystick, al pulsante AF/ON e DISP. Gli altri con l’occhio sinistro al mirino non sono molto comodi da utilizzare.

    La torretta di sinistra non è confortevole e rapida come quella della D850, però lavorando quasi sempre in manuale, la uso poco. Comunque, è utile la selezione “U1/U2/U3”, dove si può personalizzare le impostazioni più diverse senza lavorare con i menù. Ad esempio ho settato sulla posizione “U1” le impostazioni che uso quando metto la macchina sullo stativo, per cui ho disattivato il VR interno alla macchina, ho impostato l’automatismo a priorità di diaframmi e la sensibilità ISO in manuale (64). Tale sistema mi consente con un solo clic di settare la macchina senza dimenticare qualche variazione necessaria quando uso il treppiede e con un altro clic torno ad operare a mano libera con le impostazioni preferite.

     

     

    Autofocus: Dell’autofocus dico solo che mi manca la messa a fuoco a gruppi, non ho ancora capito con cosa sostituirla, per il resto occorre leggere quanto già scritto da Mauro, ma per me è già ottimo così.

    Infatti, utilizzo raramente la raffica, in quanto i miei soggetti sono per lo più statici o non veloci (auto d’epoca), per cui non ho incontrato problemi. Le rare incertezze che per ora ho potuto verificare, le ho notate puntando il cursore dell’autofocus sui cofani delle auto, specie quelli piatti senza modanature. Comunque, è stato sufficiente spostare il punto di fuoco sulle intersezioni fra il cofano e il parafango o il frontale ed il gioco è fatto. Peraltro, una delle qualità sufficienti all’acquisto di tale macchina, è la possibilità di mettere a fuoco da un angolo all’altro del mirino, senza dover spostare l’inquadratura, bloccare la messa a fuoco, ricomporre l’inquadratura e scattare. Qui basta spostare il cursore con il joystick, mettere a fuoco il soggetto ed il gioco è fatto.

     

     

    Buffer: non parlo del buffer perché non scatto a raffica, ma ho notato, scattando in raw a monitor con Lexar 2933, che la spia di segnalazione della registrazione della foto si illumina solo per un battito di ciglia.

    Modi di scatto (otturatore elettromeccanico o elettronico): quando scatti la macchina non vibra neppure con l’otturatore meccanico, che è dotato pure di un suono molto soft ed usabile perfino a teatro. In modalità silenziosa è notevole. A proposito di quest’ultima modalità operativa, mi auguro che i progettisti quando installeranno sulle future mirrorless solo l’otturatore elettronico, inseriscano la possibilità di abbinare allo scatto un suono simile al rumore dell’otturatore meccanico, magari con il volume del “clic” regolabile.

    Inoltre, grazie alla modalità silenziosa ed alla sua forma, la fotocamera passa abbastanza inosservata, per cui tenendola ad altezza ombelico con il monitor leggermente aperto, si scatta che è una meraviglia senza destare sospetti o curiosità.

    stand-by: Una cosa particolare e un po’ fastidiosa è quando la macchina va in stand-by, perché non operativa. In questo caso il tempo di riattivazione è superiore a quello, brevissimo, che occorre passando da “Off” ad “On” con l’interruttore posto a corona del pulsante di scatto.

    Per ottimizzare i tempi morti dello stand-by, come ha già suggerito Mauro, basta avere l’accortezza di premere leggermente il pulsante di scatto o più comodamente il tasto “af/on” a portata di pollice e nel mentre si porta all’occhio, la Z 7 è già attiva. Tengo, tuttavia, a sottolineare che se perdo una foto è solo per colpa mia non della macchina.

    Batteria: La batteria in dotazione prima di chiedere di essere sostituita ha fatto 750 scatti, con un uso intenso del monitor, dello scatto silenzioso e di numerose foto eseguite con alti ISO.

    L’obiettivo: per ora il solo Nikkor Z 24-70/4 S Line del Kit. E’ un ottimo zoom direi pari al mio Sigma 24-35/2 anche se paga due stop di luminosità. E’ compatto, silenzioso e rapido nella messa a fuoco. Di seguito posto alcune immagini ed i relativi ingrandimenti di particolari al 100%, dove si può notare la nitidezza dell’ottica anche ai bordi.

    Speriamo, comunque, che i prossimi zoom non mantengano la necessità di essere sbloccati per attivare la ripresa, come accadeva anche con gli zoom della serie One. E’ solo un’inutile passaggio in più.

     

     

    ZSC_0197.thumb.jpg.fb9297d77d86a415f9e09c804cb5d629.jpg   Aston Martin Le Mans del 1933 (Focale 26,5 - F. 5,6 - ISO 1800 - 1/100) ZSC_0197-2.thumb.jpg.3da1bcc3c54aa31e9e941bd03f2652a3.jpg  Crop 100%

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    Aston Martin DB4 del 1959 (focale 41 - F. 5,6 - ISO 280 - 1/100)

    ZSC_0238_1.thumb.jpg.538873d7df035e8b8b0a280b44b651e4.jpg Crop 100%

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    Ferrari 365 GTC 4 del 1971 (Focale 53 - F. 5,6 - ISO 140 - 1/100) 

    ZSC_0301-2.thumb.jpg.8c7e4653ccdba5b842a6aedbd936461b.jpg  Crop 100%

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    Stand Porsche – auto restaurate in attesa di premiazione (Focale 28,5 - F. 5,6 - ISO 320 - 1/100)  

    ZSC_0377-2.jpg.b855efad678146e162d56854e400efa6.jpgCrop 100%

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    Motore Ferrari V12 Tipo 125 di 2953cc montato su una Ferrari 250 GT Boano del 1956  (Focale 24 - F. 5,6 - ISO 5000 - 1/100)

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    Alfa Romeo Giulia Sprint Speciale del 1964  (Focale 70 - F. 5,6 - ISO 720 - 1/100)                                                                                                Crop 100%

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    Maserati 3500 GT del 1960 (focale 48 - F. 5,6 - ISO 640 - 1/100) ZSC_0591-2.jpg.da794da936c0732e0e63c06e91b91cc2.jpg  Crop 100%

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    Motore Maserati 8V 4200 del 1963 che equipaggiava la Maserati Quattroporte del 1963 (Focale 29,5 - F. 5,6 - ISO 7200 - 1/100)

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    Le foto sono state effettuate tutte a mano libera

    FTZ: una sola parola, efficientissimo. Non fosse per il rumore del VR del 70/200 non avverti differenze prestazionali. Ottimo anche con il Sigma.

    La Z 7 è divertente e facile da usare anche in modalità manual focus, ma di una cosa sono certo, non ci monterò i miei cari AIS, che resteranno nella vetrina della mia stanza dei giochi in bella mostra con la F 3. Per cui avanti con lo zoom dedicato, il 24-35/2 ed il 70-200/4 “effetizzati”. Resto, comunque, in attesa che Nikon mantenga gli impegni presi con la roadmap, ad iniziare dal 50/1,8 (previsto per dicembre) e successivamente del 20/1,8 e del 70/200 (previsti per il 2019), per mandare in pensione l’FTZ, seppure stia dimostrando tutta la sua efficacia. Non è previsto nella roadmap, ma confido anche in un 105 micro, per completare le necessità e le voglie.

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    Tramonto a Volpaia (24/70 - focale 24 - F. 5,6 - ISO 160 - 1/100)

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    Tramonto a Volpaia (24/70- focale 70 - F. 5,6 - ISO 200 - 1/100)

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    Vallombrosa - la foresta (24/70 - focale 64 - F. 5,6 - ISO 64 - 15 Sec.)

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    Limone selvatico (70/200 - focale 200 - F. 5,6 - ISO 64 - 1/320)

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    Fiore di Cardo selvatico (70/200 - focale 200 - F. 5,6 - ISO 560 - 1/160)

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    Loc. Casa Maggio  (70/200 - focale 120 - F. 5,6 - ISO 64 - 1/160)

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    Evoluzioni di storni (70/200 - focale 70 - F. 5,6 - ISO 640 - 1/160)

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  11. Non è quello delle piogge interminabili delle passate settimane ma quello della neve in montagna a coprire i larici gialli. Che finalmente è arrivata, molto copiosa e molto prima di quando è capitato gli scorsi anni. Basti pensare che 2 settimane fa ho dovuto rinunciare ad andare in quota per il rischio valanghe mentre la settimana scorsa sono salito faticando moltissimo, a causa della neve ancora inconsistente e di una errata valutazione sulla necessità delle ciaspole, finendo per non fotografare nulla. Ma tutto è andato a posto lo scorso sabato!

    Novembre è la stagione degli amori dei camosci, per cui scegliere la destinazione era semplicissimo: Parco Nazionale del Gran Paradiso. Questa volta in compagnia di una new entry in questo tipo di fotografia: Leo!

    Le previsioni meteo erano di tempo molto nuvoloso con deboli nevicate, proprio come piace a me (che sono genovese, ma i miei amici dicono che evidentemente devo avere origini scozzesi: più è tempo brutto e più mi piace). In realtà è stato molto peggio, nel senso che quasi tutta la giornata abbiamo avuto, causa mancanza di vento, un nebbione persistente che impediva, al netto di pochi rari istanti, di vedere a pochi metri. Quindi da una parte grosse difficoltà a rintracciare e poi fotografare i soggetti e dall'altra la forte umidità che aumentava, nell'attesa nella neve, la percezione del freddo.
    Ma la pazienza, prima attitudine indispensabile al fotografo naturalista, ha fatto premio anche questa volta ed a un certo punto tutto è andato a posto: un po' più di vento o un cambio di pressione e la nebbia si è alzata. 
    E qui è entrata in azione la seconda attitudine: la voglia di provarci ancora. Perché era ormai tardi e noi stavamo già rientrando. Ma c'era, laggiù in fondo, un bel maschietto di camoscio sdraiato a ruminare nelle neve!
    Per cui, verificato che Leo avesse preso la pila, che poi per tornare all'auto in sicurezza si è dimostrata indispensabile, siamo tornati sui nostri passi, scoprendo dopo poco che in zona erano in tre! 
    L' alzarsi della nebbia ha fatto si che divenissero consapevoli della presenza uno dell'altro, regalandoci momenti indimenticabili in una scenografia da sogno. Peccato che, per la neve, in giro non ci fossero femmine a scaldare, con gli ormoni, il livello del loro confronto. Per questo, ci sarà la prossima volta! 

    E ora le immagini, tutte a mano libera con D5, 24 1.8G e 80-400/4.5-5.6G (che anche questa volta si è guadagnato la mia stima!).

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    Massimo 

    19/11/2018.

     

     

  12. lo avevo detto, sabato 17 novembre vado a Re Panettone, dolce kermesse che si svolge ormai da ben undici anni quindi non poco, quest'anno sono in via Watt allo spazio Mega Watt , per chi nella zona volesse andare sono aperti anche domani dalle ore 10,00 alle 18,00.

    Riesco a trovare posto alla vettura poco prima dell'ingresso, entro senza problemi essendomi registrato prima ma per chi non lo fosse la cosa è risolvibile in pochi secondi, subito mi si presenta una bella visione..  cosa volete un pochino goloso lo sono..

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    Le variazioni sono diverse e, tutte eccellenti.. ma alle mie spalle incombe.. ( credetemi ero veramente all'ingresso.. ) che cosa direte voi?  ma i nostri  " Amici Giapponesi perbacco.. "

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    Tutto mi sarei aspettato, fuorché che l'arte del panettone la vogliano creare anche nel "Sol Levante " e questo passi ma, che lo producano anche da noi..  sono al secondo anno,  mi sembrava un' azzardo..  poi titubante su loro richiesta ho assaggiato e beh non male insomma..   " si sente poco il fiore di Loto, ma passi.. " e che ci sia sotto sotto la casa giallo nera? magari chissà chi lo può negare con assoluta certezza?

    Ma una cosa mi capita subito all'occhio.. che la fantasia e la creatività umana non ha eguali, vediamo..  i meneghini sono abituati allo panettone tradizionale con uvetta, scorza d'arancia e cedro.. ma i creativi incombono..

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    Questa poi.. non me l'aspettavo.. in uno stand, come vedete vi trovo la scritta sotto..  sono un pochino basito e allora chiedo, scusi .. ma perché ?  la risposta è di una semplicità che spiazza: il ragionamento è: dunque il panettone con il burro diventa un pochino pesante, e allora abbiamo pensato di sostituirlo con l'olio exrtra vergine dei nostri ulivi e lo assaggi..

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    è stato assaggiato, per la miseria non male per davvero.. ed ha anche una leggera consistenza, forse è suggestione.. però è buona..

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    In questa Kermesse di prodotti " Meneghini d'origine " vi sono bel quaranta piccoli artigiani, ebbene i Lombardi io ne ho contato tre, pochi di centro Italia e Toscana ma la maggior parte dal profondo sud, e senza timore asserisco, ma è stato anche " assaggiato " da me senza timore alcuno di smentite che...

    Mannaggia sono bravi..  comunque il signore gentilissimo qui sopra ha la sua pasticceria in viale Cogni Zugna a Milano

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    Giuro.. queste le ho solo viste, avrei potuto assaggiare.. ma sapevo che poi dovevo mettermi alla guida, però ho intravisto signori distintissimi con al collo un porta flute ...

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    Dalla tivvù.. alla Kermesse  popolare..  con questo pasticcere, ho avuto un piacevole scambio di vedute ed ho avuto il piacere di sentirmi dire che non avevo torto, anzi..  il nodo era, che non esattamente tutto quello che fan vedere sia in tivvù che in altre maniere siano cose riproducibili tra le mura domestiche, o meglio e più chiaramente.. magari riproducibili lo sono anche.. ma non esattamente allo stesso livello qualitativo, in fondo se non si hanno determinate attrezzature, materiali e quant'altro..  in casa si possono fare " BENE " solo poche cose..

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    In questo stand poi..  sono state eliminate le uvette e sostituite con le olive nere, provare per credere, il panettone siffatto è quello a sinistra.. inutile dirvi che.. beh dai, poco poco...

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    Ma volete mettere la Veneziana?  soffice dolce.. morbida, due occhi azzurri..  beh.. ho divagato..

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    Sempre dal tema: famolo strano..  si, quello al barolo l'ho assaggiato..    ( e te pareva... )

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    Questa confezione mi è sembrata particolarmente azzeccata...

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    Salato e piccantino quanto bastava.. dopo tutto sto dolce... peccato che era una treccia che penso pesasse almeno un paio di chili..

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    Non dico nulla..  sarebbero da divorare tutti..  beh, questo sopra no, non mi sono permesso...  ( forse.. )

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    Ormai i cabaret sono vuoti..  è stato spazzato via tutto e non resta che...

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    Lasciare quella splendida folla e tornare verso casa..  un po' pieno, lo ammetto..

    Dimenticavo, quest'anno il costo al chilo era di 26 €, con la possibilità di acquistare anche pezzi da 500 e 750 grammi..    comunque ho messo solo una parvenza di quanto ho visto e..  ingurgitato.. 

    alla prossima..

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    Simona85
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    Finalmente, c’è l’ho fatta: sono andata al Lucca Comics!!!

    Il più importante appuntamento italiano dedicato ai fumetti, ai giochi di ruolo e da tavolo, ai videogiochi e fantasy. La fiera del Lucca Comics è considerata la più importante in Europa e forse seconda solo al Comic-Con di San Diego.

    Immaginatevi l’intero centro storico dentro le mura di Lucca e al suo interno migliaia di espositori, fumetterie, associazioni ludico-culturali e migliaia e migliaia di cosplayer.

    Durane l’evento oltre gli espositori si svolgono concerti, proiezioni di anteprime, incontri con autori, tornei di giochi di ruolo e varie parate di cosplayer.

    Pensate a un personaggio dei fumetti, di fantasy o fantascienza… c’era!!! Una folla sconfinata di cosplayers, dai personaggi di Star Wars a quelli di Walking Dead, dai personaggi di Overwatch a quelli di World of Warcraft e ovviamente non potevano mancare i personaggi Marvel e i grandi classici come Nightmare o IT.

    E ora vi lascio un estratto di alcune anteprime delle foto che ho fatto… ovviamente ogni suggerimento e/o commento è ben accetto!!!

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    Max Aquila
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    Ho lasciato da mesi un annuncio di vendita su di un sito, relativo ad una Nikon D500 (che ho comunque ormai deciso di tenere) ad un prezzo di vendita che vado adeguando per essere tra i più bassi di quel sito per la stessa macchina, ma ormai superato dal prezzo al nuovo su HongKong o similari: mi aspettavo di ricevere proposte al ribasso, come avviene di solito, ma questa volta ho preso il pesce grosso all'amo.

    Pubblico integralmente (salvo il nome) le otto mail intercorse in due giorni a suffragare nel nostro ambito la necessità di aiuto terapico (o forse tale funzione viene prescritta a chi ne abbia bisogno?)

     

    L' ANNUNCIO:

    inviato il 21 Luglio 2018 ore 15:03
    sell_2856564.thumb.jpg.53742bdac8a5cd48c69d7fffaf0db313.jpg 
    vendo Nikon D500 in perfette condizioni con battery grip Meike (con telecomando) in regalo. Imballi ed accessori di scatola originali e completi. No Nital. Diritto di ripensamento alla ricezione della macchina. Due batterie EN-EL15 comprese. Euro 1300 spedizione assicurata inclusa.

     

    Prima mail ricevuta:

    Ciao Max, 
    ho visto il tuo annuncio sulla nikon d500, se è ancora disponibile vorrei qualche informazione più : 
    1)Numero scatti e data acquisto 
    2)E' importazione Asiatica (quindi Cina,Taiwan,altro..) o è Europa? 
    Qual'ora non dovesse essere + disponibile anticipo i miei saluti 
     

    Risposta:

    Ciao, 
    la mia D500 ha 21mila scatti circa, non è Nital...ma è perfettamente funzionante e ad un prezzo che deve farti dimenticare ogni remora. 
    Garantita! 
    Non dovesse piacerti all'arrivo, me la restituisci, al netto delle sole spese di spedizione 

     

    Seconda mail:

    Ciao Max, 
    intanto grazie per la tua gentilezza e disponibilità. 
    Si ho letto nell'annuncio che non è Nital per questo ti chiedevo se fosse Europea o ExtraEU, qual'ora fosse d'importazione extraEU tranquillo puoi dirmelo tranquillamente, non mi intimorisco, ho acquistato prodotti d'importazione extraEU. 
    Mentre puoi dirmi se è ancora in garanzia e la data d'acquisto? 
    Nuovamente saluti,

    Risposta:

    Comprata in EU da cinesi con stabilimento in UK... 
    Direi che sono differenze trascurabili in ordine ad assistenza e garanzia. 
    Cmq fuori garanzia: ha più di due anni

     

    Terza mail:

    Ok grazie per le info Max 
    Ho visto che la tua richiesta è 1300€, a quanto potresti scendere?

    Risposta:

    Posso levare il bg ed una batteria e scendere di 50 euro

     

    Quarta mail:

    Ciao Max, mi sembra una richiesta assurda, sono sincero. 
    Non sò se sei aggiornato sui prezzi attuali della d500, attualmente la D500 nuova,con garanzia di due anni,anch'essa import la vendono 1275€,quindi ad un prezzo inferiore al quale vendi la tua usata. Per farti capire che non ti stò raccontando balle puoi dare un'occhiata direttamente tu a questo link. Capisci bene che se devo spendere 1300€ preferisco prenderla nuova ed in garanzia,credo anche tu faresti lo stesso. Purtroppo ci dobbiamo rendere conto che la tecnologia si svaluta abbastanza in fretta, e le cose poi diventano due , o si tiene il prodotto e si continua ad utilizzarlo, o se non si utilizza più si vende al giusto prezzo di mercato. Nel tuo caso, 1300€ per un'usato non più in garanzia e d'importazione può darteli solo chi non ne capisce nulla...e chi spende 1300€ nn sono di certo novellini, quindi credo che a questo prezzo ti rimarrà invenduta. 
    Detto ciò, io sono interessato alla macchina, ma non a questo prezzo ovviamente, per me il giusto prezzo è : 
    -considerato che non è + in garanzia 
    -considerato che è un'import 
    -considerato che è un 21.000 scatti 
    -considerato che il bg meike nuovo costa 90€ 
    -considerato che la seconda batteria nuova costa 50€ 

    sono 1275-90€-50€= 1135€ a questo si deve togliere un percentuale che va tra il 25-30% in meno perchè usata e non + in garanzia, se in ottime condizioni come dici posso fare 25%. 
    1135€-25%=850€ prezzo finale. 

    Lo sò son sicuro che ti sembrerà un prezzo basso...ma purtroppo come dicevo Max la tecnologia svaluta facilmente e velocemente, e + passerà il tempo e più si svaluterà... 
    Non prendermi come un'affarista, il mio prezzo è ragionato e te l'ho spiegato..e se dovessi investire 1300€ la prenderei nuova ed in garanzia come faresti anche tu. 
    Saluti 

    Risposta:

    grazie per la consulenza, ma non ti ho cercato io. 
    Dovessi tenermela, sarò ben contento: la D500 è una macchina prodigiosa e con i miei teleobiettivi consente col suo fattore crop opportunità difficili da permettersi con lenti della lunghezza focale risultante. 
    Cosa aspetti? Ad 850 euro nessuno te la venderà mai: comprala senza indugio al miglior prezzo che troverai da nuova. 
    Se mi avessi scritto in partenza che non eri interessato, ti avrei risposto: piacere di aver fatto la tua conoscenza. 
    Ma dopo 8 mail...

     

    Lo so...ho un brutto carattere... :supermarameo: ma siete sicuri che dopo la disamina col bilancino del signore in questione sareste rimasti impassibili anche voi?

    Secondo me la stessa lezioncina di economia la fa anche agli altri indecenti truffaldini come me, di quelli che abbiamo colpa di averla comprata a 2000-2500 euro un paio di anni fa, alcuni dei quali chiedono anche 1650 euro.

    Dovete considerare che ad oggi su quel sito, su 20 inserzioni relative a Nikon D500 di tutte le provenienze geografiche (e nessuna con BG e due batterie originali) la mia è la più vecchia e la quarta per prezzo più basso e che quella in assoluto meno costosa sta a 1100 euro e ha il mio stesso numero di scatti, ma garanzia Nital fino a giugno 2020 (per il primo proprietario...)

    NOC invece D500 al momento non ne ha, ma vende in compenso una D610+bg a 1090 euro e le D800 autosfocus mediamente a 1050 euri

     

    Insomma siete avvisati: la corsa al massacro delle reflex è già cominciata anche sui pezzi pregiati.

    Chi si vuole prenotare per comprare la mia D850 di sette mesi quando avrà due anni e mezzo come la mia D500? Si accettano offerte...ma attenzione, che già ad oggi sta a 18mila scatti:fotografo::mabravo:

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    Prezzo: 1300 € 

     

  13. Giannantonio
    Ultimi Argomenti

    E' un bell'obiettivo e non avrei mai pensato di metterlo in vendita, ma usarlo sulla nuova D850 e sacrificare più di metà sensore, non mi va giù.
    Avevo già previsto che sarebbe stato da cambiare in favore di un wide fisso (24) o zoom (24-35) stesso brand stessa linea.
    L'ho acquistato per la D7100 sostituendo il 18-105,  e da quel momento ho finalmente potuto godere di immagini migliori senza limiti di luce anche nelle chiese.
    A mio parere va bene anche sulla D850 a patto di accettare i limiti del fatto che è ottimizzato per il sensore DX e dell'angolo di campo risultante.
    Inserisco qui di seguito alcune immagini di test alla buona, per rispondere ad una richiesta di Max Aquila su come va agli angoli; sono foto, convertite in JPG senza nessuna PP, di un muro esterno alla minima focale (18) ed alla massima (35), da tutta apertura (F1,8) fino ad F8.
    Per tutte tempo fisso di 1/125 ed ISO da 320 fino a 6400 per quelle ad F8, in questa uggiosa giornata di oggi 28 ottobre 2018 alle 17:15:

    35mm F1,8

    DSC_0461.thumb.jpg.25525ace0f47ffa6d96d02f47240b2ef.jpg

    35mm F2,8

    DSC_0462.thumb.jpg.b50a0197f24bda456cbd63e484ddb83a.jpg

    35mm F4

    DSC_0463.thumb.jpg.7f5224c6bbc555553b22d5620972a268.jpg

    35mm F5,6

    DSC_0464.thumb.jpg.d5b85a9dcbcd16deae3217cf2de6614d.jpg

    35mm F8

    DSC_0465.thumb.jpg.40f4b5a8671b10130b5ee6ca5c4c0cf2.jpg

    18mm F8

    DSC_0466.thumb.jpg.55f6edc76584f98cdc5e161bfbee6f74.jpg

    18mm F5,6

    DSC_0468.thumb.jpg.e3e940141ec5dad602f81d48be26ef35.jpg

    18mm F4

    DSC_0469.thumb.jpg.62fc2fb93c1d74404fe6cf92edbb54c6.jpg

    18mm F2,8

    DSC_0470.thumb.jpg.bafc88b371c9312dde35261942918d68.jpg

    18mm 1,8

    DSC_0471.thumb.jpg.79a56a3662b17b3380c9abb1f17bd34f.jpg

    Ora basta con i test sui muri e vediamo come funziona dal vero su questo monumento posto all'ingresso dell'ippodromo San Siro di Milano

    35mm F2,8

    DSC_0296.thumb.jpg.991e72b77ced0053600d6622f067599d.jpg

    35mm F4

    DSC_0415.thumb.jpg.d8d4a47ba847be5e512f079fca39feeb.jpg

    35mm F5

    DSC_0418.thumb.jpg.6ce0ede71ef0fa58730d975ab68d25b1.jpg

    Ecco come viene reso il soggetto in una giornata di tempo variabile ( 21 ottobre 2018) con il sole in alto a sinistra che quasi entra nell'obiettivo.
    A me non sembra un pessimo risultato considerando che siamo a 20mpx di risoluzione massima utilizzata, sui 46mpx della D850.
    E sulla D7100 non va peggio.

  14. Con tutti questi cambiamenti nell’aria, ma soprattutto con il cambiare del mio modo di fare foto soprattutto naturalistiche o preso la decisione di dare indietro alcuni obbiettivi ed accessori per prendermi il nuovo 70-200 e soprattutto il nuovo 500mm PF.

    Logicamente ho dato indietro il 200-500, preso per avere un buon 500 portatile, e con molto rammarico ho dato il 500 Af s VR.

    Era stato il coronamento di un sogno e darlo via mi è costato tantissimo. Ma come dicevo non faccio più fotografa naturalistica in maniera continua, come prima e quando la faccio è dalla macchina e quest’estate in Spagna tutte le foto fatte con il 500 f4 le ho fatte a mano senza usare il cavalletto…..quindi???? Niente più appostamenti, i miei capanni sono inutiulizzati in cantina, niente più visite alle oasi perciò invogliato dai commenti di Mauro M. e calcolando che il mio Cannone si deprezzava sempre di più ho preso la decisione.

    Ho dato via anche la testa a bilanciere della Photoseiki, lo zaino Tamrac dedicato ai teleobbiettivi, il 24-70 AFs ed il 70-200 vrII a si  anche il mio flash sb800 che credo di aver usato una volta…..:-(((((

    Evito le foto (che non ho fatto) dello spacchettamento tanto la confezione l’ha già mostrata M.M.

    Per provare il nuovo 500 con la D500, sono andato a Monte Labbro venerdì scorso, ma ho trovato pochi soggetti, scusate quindi la poca varietà, pochi soprattutto da fotografare al volo che era quello che mi interessava di più comunque qualche foto l’ho fatta e ve le faccio vedere, naturalmente senza nessun ritocco solo ridimensionate per poterle postare.

    Questo M. di Codirosso Spazzacamino è con il TC f8 +0,3

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    Femmina con TC f8

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    Questa F. sempre di Codirosso Spazz. invece con il 500 liscio f8 +0,3

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    Coodibugnolo senza TC f6,3 vicinissima e dietro ad una recinzione

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    Cinciarella senza TC f6,3 +0,3

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    Lui pIccolo senza TC f5,6

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    Codibugnolo senza TC f6,3

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    F. di Codirosso Spazz. con TC f8

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    Codirosso Spazz. con TC f8 +0,3

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    Due Lui Piccolo senza TC f6,3

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    f5,6

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    Cinciarella senza TC f6,3

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    Cornacchia in disturbo su Nibbio Reale con Tc f8 decisamente a distanza

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    Foto lontane allo stesso soggetto, Cornacchie sulla Torre Giurisdavidica una con TC f8

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    una senza TC sempre ad f8

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    Le prossime foto sono del giorno dopo fatte vicine al "fiume" Paglia....

    Un controluce ad una Libellula posata praticamente sotto la Macchina senza TC f7,1

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    poi due foto a delle Garzette in litigio, loro molto lontane ma secondo me sono quelle venute meglio tra quelle distanti,

    senza TC f5,6

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    Certo questa non è una gran prova e non lo voleva essere, perché non sono in grado e c'è già in questo forum chi lo sa fare ottimamente.

    Però spero che queste poche foto vi possano aiutare a creare un opinione su questo obbiettivo, in questo genere di fotografia.

    Per me sicuramente da vicino e media distanza ha una resa ottima abbinata ad una maneggevolezza eccezionale.

    Per le foto con soggetti più lontani per ora non posso esprimere un'opinione, sicuramente non potrà competere con i "grossi" ma con il 200-500 certamente si, obbiettivo che comunque a me qualche soddisfazione anche da lontano l'ha data.

     

     

     

     

     

     

     

     

  15. Un'erbaccia, detestata dai contadini, ma venduta anche a chi ha dei giardini con villa per i suoi bei fiori.

    Si tratta dello stramonio comune, detta anche l'erba del diavolo o delle streghe, probabilmente perché molto velenosa, sia la pianta che i frutti e i semi.  E' molto fotogenica e si presta ad interpretazioni astratte. Vi propongo una sequenza del fiore chiuso alla mattina, mentre si schiude, aperto ed infine il frutto contenente i semi.

    D850 + 2/100 Zeiss Milvus, a mano libera ed in luce naturale.

     

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    Nick Brandt il fotografo di natura con l’anima al posto del obiettivo.

    Si possono fare le foto della natura selvaggia in B&W?  La risposta e’ si, se consideriamo questi scatti del fotografo britannico Nick Brandt. Non sono fatti con la macchina fotografica, sono fatti con la sua anima. Sono immagini poetiche, spettacolari e di forte impatto. Vibrano di vita anche se manca il colore. Anzi l’assenza cromatica ci svela una nuova dimensione, un mondo tutto da scoprire che le nostre macchine non hanno l’automatismo che consenta loro di vederlo, ci vuole l’occhio umano allineato al cuore.

     

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    Per Nick Brandt, la fotografia è allo stesso tempo un mezzo di espressione artistica e un modo per focalizzare l'attenzione sulle specie in via di estinzione. Le sue fotografie belle, elegiache e spesso malinconiche sono guidate dalla sua passione per gli animali e dalla sua ambizione di aiutare a salvare la popolazione selvatica in declino dell'Africa.

    Ha iniziato a dedicarsi alla fotografia nel 2000 dopo una carriera di successo come regista di spot pubblicitari e video pop. Ha lavorato con artisti come Moby, XTC e più famosi come Michael Jackson, e per la prima volta ha visitato l'Africa orientale durante le riprese del video di Jackson's Earth Song. È stato l'inizio di una passione per questa regione e la sua natura selvaggia che ha cambiato la vita di Nick. "C'è qualcosa di profondamente iconico, persino mitologico, riguardo agli animali dell'Africa orientale e meridionale", ha scritto nel suo libro On This Earth (2005).

     

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    Brandt avvicina i suoi soggetti da una prospettiva artistica. Mentre la fauna selvatica tradizionale i fotografi sparano a colori, le sue immagini sono in bianco e nero; invece di usare il kit digitale, sceglie una fotocamera a pellicola Pentax 67 II di medio formato e sebbene molti dei suoi contemporanei utilizzino lunghi teleobiettivi, Brandt preferisce avvicinarsi al soggetto usando obiettivi molto più corti. Forse la caratteristica più distintiva del suo lavoro è che evita completamente i drammatici colpi di azione animale, come la caccia e l'uccisione. Le immagini di Brandt di solito prendono la forma di ritratti statici e meditativi che mostrano gli animali come individui. 'Voglio avere un vero senso di connessione intima con ciascuno degli animali - con quello scimpanzé specifico, quel particolare leone o elefante di fronte a me ", scrisse in On This Earth. "Credo che essere così vicino all'animale faccia una grande differenza nella capacità del fotografo di rivelare la sua personalità.

    In questo modo, Brandt ci invita a guardare di nuovo alle specie conosciute e a riacquistare un senso di meraviglia per quanto siano davvero straordinarie. L'originalità delle fotografie di Brandt ha portato inevitabilmente alla speculazione su come esattamente sono state create. Usa solo tre obiettivi: 55 mm, 105 mm e 200 mm (quest'ultimo è equivalente a circa 100 mm in termini di 35 mm). Preferisce usare la pellicola Kodak T-Max 100 e scatta attraverso pesanti filtri ND grad e rossi. Dopo lo sviluppo convenzionale, le immagini vengono ulteriormente perfezionate nella fase di post-acquisizione dopo essere state digitalizzate in Photoshop. Sebbene utilizzi tecniche digitali per migliorare le sue immagini attraverso un maggiore dettaglio delle ombre e una gamma tonale, rifiuta le manomissioni più evidenti, come la "clonazione" di animali aggiuntivi o la sostituzione di cieli. A volte la perfetta collocazione di animali in una scena ha portato alcuni critici a chiedersi se le sue immagini siano state alterate digitalmente. Tuttavia, Brandt insiste che le sue fotografie derivano da molte ore, giorni e talvolta settimane di pazienza in attesa che tutti gli elementi si uniscano, piuttosto che usare una soluzione rapida di post-elaborazione.

     

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    On this earth 2000-2004

     

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    A shadow falls 2008-2009

     

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    La sua prima mostra, nel 2004, seguita da On This Earth un anno dopo, ha rapidamente consolidato Brandt come una delle principali nuove voci nella fotografia d'arte (lui, tuttavia, era estremamente scontento della qualità di stampa del libro e da allora lo ha rinnegato). La sua seconda collezione, A Shadow Falls (2009), ha ulteriormente cementato la sua reputazione, seguita da On This Earth, A Shadow Falls (2010), una raccolta delle migliori immagini dei due libri con una qualità di stampa notevolmente migliorata. Nel 2010, Brandt ha iniziato a lavorare al terzo nella sua trilogia di libri. Queste immagini sono molto più scure e più scure di quelle girate negli anni precedenti e riflettono la crescente rabbia e disperazione di Brandt al ritmo accelerato della distruzione della fauna africana.

    Brandt dice di essere sempre stato pessimista sul futuro degli animali, ma che dopo il 2008 le cose si sono deteriorate ancora di più di quanto avesse previsto. Ad esempio, secondo alcuni esperti, l'aumento della domanda di avorio, in particolare dalla Cina, ha provocato la morte di almeno il 10% della popolazione di elefanti ogni anno. Gli animali uccisi hanno incluso molti elefanti particolari presenti nei precedenti lavori di Brandt. Le sue immagini più recenti includono una fotografia di una lunga fila di guardie forestali che tengono le zanne di elefanti uccisi dai bracconieri (un severo aggiornamento della sua prima fotografia di un branco di elefanti che cammina in fila), un cranio di giraffa in un vuoto, prosciugato paesaggio e resti calcificati di animali morti che Brandt è risorto in una macabra ri-creazione delle creature che erano una volta.

    Queste fotografie sono una potente condanna del nostro fallimento collettivo nel porre fine alla distruzione di queste specie un tempo abbondanti. La convinzione di Brandt che è necessaria un'azione urgente per arrestare il drammatico declino del numero di animali lo ha portato, nel settembre 2010, a fondare la Big Life Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che mira a porre fine al bracconaggio e conservare gli animali nel loro habitat naturale . La grande vita ha ha finanziato l'assunzione di un certo numero di ranger per pattugliare il Parco Nazionale di Amboseli in Kenya, con il risultato che molti bracconieri sono stati arrestati. In effetti, gli sforzi della Fondazione hanno avuto un tale successo che Brandt intende estendere la propria area operativa.

     

     

    Nick Brandt Across the ravaged land (2010-2012)

     

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    Parte del testo e' stato tradotto dall'intervista che ha rilasciato Nick Brandt al David Clark il 20/02/2012

    Website:  www.nickbrandt.com

     

     

     

     

     

     

     

     

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    Un pomeriggio tra le mele della Val di non

    La coltivazione delle mele è senza dubbio l’attività tipica della Val di Non e quella che ad essa viene più facilmente associata. Durante le vacanze nella valle ho avuto la fortunata opportunità di trovare qualcuno che si è offerto di raccontarci come vengono coltivate, quello che segue è quanto ne ho ricavato.

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    Nella Valle, gli appezzamenti di terreno coltivati a mele (si parla di circa 6.500 ettari) si perdono a vista d’occhio a discapito di altre produzioni che, seppur marginali, sono presenti. Ci sono migliaia di aziende produttrici di mele (4.500) che già negli anni 50 hanno iniziato a raggrupparsi in piccoli consorzi. Col tempo questi consorzi si sono ridotti di numero e, dagli iniziali 100, si è arrivati a 16, i quali, a loro volta, si sono riuniti in un ulteriore consorzio. Si tratta, in pratica, di un consorzio di secondo grado, in quanto i presidenti dei 16 consorzi ne formano il consiglio di amministrazione.

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    La coltivazione della frutta da queste parti ha radici antiche, che trovano testimonianza nel nome di due città della valle: Malé e Malosco, il cui nome deriva da maletum, ovvero meleto.

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    La coltivazione intensiva delle mele, però, risale al dopoguerra e si è ‘evoluta’ fino ai giorni nostri. Col tempo, infatti, le grandi piante di mele hanno lasciato il posto alle coltivazioni ‘a filare’, in cui le piante raggiungono un’altezza massima di 3 metri. Con questo sistema una persona, oggi, è in grado di raccogliere dai 15 ai 20 quintali di mele al giorno, contro i 5/6 precedenti.

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    Gli ‘impianti’ vengono rinnovati ogni 20 anni circa, a rotazione, in modo che ogni anno avvenga il rinnovo di un certo numero di appezzamenti. Il periodo in cui si effettua il rinnovo è la primavera: una volta eliminate le vecchie piante, il terreno viene lavorato e vengono messi a dimora i nuovi ‘impianti’ che nel giro di qualche anno raggiungeranno il massimo della produttività.

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    Sempre più diffusi, gli impianti di irrigazione a goccia stanno sostituendo quelli a pioggia, in quanto consentono un minor speco d’acqua poiché, al contrario di quelli precedenti, questa va a finire dove serve e non si disperde inutilmente finendo in posti come strade e quant'altro.

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    Prima della raccolta i frutti vengono sfoltiti eliminando quelli troppo piccoli e quelli ‘danneggiati’ per motivi vari, tenendo un numero di 80/100 mele massimo per pianta, questo per non ‘disperdere’ il nutrimento disponibile su troppi frutti e mantenere un’elevata produttività delle piante.

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    Il periodo di raccolta, o finestra, varia a seconda del tipo di mela: il più breve è di 15 giorni entro i quali vanno raccolti quanti più frutti possibili poiché, una volta passato il periodo di raccolta, la qualità delle mele inizia a calare, cosa che ne riduce anche il valore di vendita.

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    La coltivazione delle mele oggi avviene col metodo della ‘lotta integrata’ regolamentata dalla U.E. con i relativi controlli a campione (e conseguenti analisi) sia in stagione che durante il raccolto.

    La lotta integrata è un metodo di coltivazione che prevede una drastica riduzione nell’uso dei fitofarmaci utilizzando diversi accorgimenti, tra cui:

    • l'uso di fitofarmaci poco o per niente tossici per l'uomo e per gli insetti utili;
    • la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale (uso di diffusori di feromoni);
    • fitofarmaci selettivi (che eliminano solo alcuni insetti);
    • fitofarmaci che possono essere facilmente denaturati dall'azione biochimica del terreno e dall'aria;
    • la lotta agli insetti dannosi tramite le tecniche di autocidio, come la tecnica dell'insetto sterile (SIT);
    • la previsione del verificarsi delle condizioni utili allo sviluppo dei parassiti, in modo da irrorare con fitofarmaci specifici solo in caso di effettivo pericolo di infezione e non ad intervalli fissi a scopo preventivo.
    • la lotta agli insetti dannosi tramite l'inserimento di altri che siano loro predatori naturali e che non siano dannosi alle coltivazioni (lotta biologica);
    • l'uso di varietà colturali maggiormente resistenti;
    • l'uso della rotazione colturale;
    • particolare attenzione ed eliminazione di piante infette.

    “I limiti della lotta integrata sono costituiti dai maggiori costi di produzione, dalla necessità di una assistenza tecnica qualificata, e la obbiettiva difficoltà nel certificare il prodotto. La prima regione a creare un marchio di garanzia e tutela per i prodotti agroalimentari realizzati con tecniche di agricoltura integrata è la Toscana con il marchio “Agriqualità” (creato con legge regionale N.25 del 1999).” (fonte Wikipedia)

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    Durante la raccolta viene effettuata una selezione sommaria che divide le ‘mele buone’, destinate al consumo in tavola, da quelle di qualità inferiore, che andranno alle industrie di trasformazione per la produzione di succhi di frutta (tutti i succhi di frutta di base sono succhi di mela), purè di mela, etc.

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    La conservazione delle mele avviene in alcuni stabilimenti presenti in valle, dove le mele vengono portate alla temperatura di un grado centigrado che ne rallenta la maturazione e permette di conservarle per un tempo che può arrivare fino a un anno. Ci sono 18 stabilimenti per lo stoccaggio delle mele in tutta la valle.

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    Alcune delle varietà oggi coltivate sono la Gala, la Renetta del Canada, la Star Delicious, la Golden Delicious e la Fuji.

    Un’ultima cosa prima di chiudere: si stanno utilizzando sempre più i cosiddetti magazzini ipogei, che non sono altro che cave di dolomia non più usate per l’estrazione di questo materiale impiegato nell’edilizia. In queste cave (per il cui utilizzo non è necessario materiale isolante) la temperatura è di 12°C costanti e consente di risparmiare il 50% della spesa energetica necessaria alla conservazione delle mele. A oggi vi si possono conservare fino a 30.000 t, ma il progetto è di arrivare a 50.000 t. Attualmente questi magazzini non sono visitabili dal pubblico (lo saranno in futuro) per cui non ho materiale fotografico da accludere.

  18. Nicola

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    Non saprei dire perché questa città mi piace e ci torno sempre volentieri. Sarà perchè da piccino (forse avevo 4 o 5 anni) ci andammo in treno con i miei, oppure perché è così urbanisticamente monumentale ma se ti sposti di poco sembra il retrobottega di un negozio del centro. O ancora la cadenza del dialetto o il fatto di essere vicino al confine di un mondo totalmente diverso dal nostro fino a qualche decennio fa. La città si arrampica dal litorale alla montagna aspra che le sta alle spalle; sembra quesi di essere in Liguria. In realtà il richiamo è superficiale per diversità di profumi, odori, fisionomia delle persone. 

    Sono partito senza aspettative particolari e con un tempo incerto per non aspettare sempre le condizioni “migliori” che spesso è un ottimo alibi. Mi sono lasciato guidare dal caso, anche se una qualche idea programmatica era ben presente, ma aperto anche a cambiamenti repentini. Sono tornato soddisfatto e con la voglia di tornarci, magari col brutto tempo. Vi mostro qualche immagine di questo giorno. 

    # 1

    Il celebre Faro

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    # 2 

    San Giusto

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    # 3

    Interno della chiesa

     

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    # 4

    _D007248.thumb.JPG.2ccece0665bf27e550e2bb0ffbf82a1d.JPG

     

    #5

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    # 6

    Il Santo a cui è dedicata la chiesa

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    # 7

    Duomo di Muggia dalla facciata particolare

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    # 8

    Verso il castello di Duino

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    # 9

    dal sentiero Rilke

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    # 10

    Il Castello di Duino visto dalla Rocca

     

     

    # 11

    Veduta da una finestra del castello

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    # 12

    Particolari: terrazza

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    # 13

    All'interno

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    # 14

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    # 15

    Parte del giardino

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    # 16

    Ritorno verso Trieste

     

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    # 17

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    #18

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    # 19 In Centro

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    # 20

    Piazza Unità d'Italia

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    Andateci se potete: è una città di mare ma con tradizioni culinarie di terra, severa e austera, aperta e misteriosa. O almeno a me è parsa così.

     

    P.S. Aggiornate le foto ed inserite più grandi. Ma sono spariti i commenti precedenti. (Sorry…)

     

     

     

  19. Andrea Zampieron
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    Eccomi provo a raccontare la mia "esperienza " chi mi conosce sa bene che tipo di foto faccio, quindi quando 2 anni fa mi fu chiesto di fare qualche scatto ad un una prova prima di un concerto , mi vennero i brividi solo al pensiero.

    Non fotografo mai persone, ma non potevo dire di no, il presidente della onlus di cui faccio parte scelse proprio me. Quindi con la mia fida d700 e qualche vecchia ottica AFD  mi reco in pieno centro storico di Padova in un contesto bellissimo ( per Mauro sarebbe una location ideale ) , quindi senza cavalletto, senza flash e senza esperienza mi butto, mi consola il fatto che le foto saranno solo ad uso personale.

    Quello che mi ha sorpreso di più è stata la partecipazione dei Musicisti ,completamente rapiti da quello che il direttore d'orchestra proponeva.

    Adesso lascio parlare le immagini,piene di difetti ma a mio avviso molto vere.

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    happygiraffe
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    Oggi per lavoro mi è capitato di essere a Genova non molto lontano dal ponte Morandi. Già dall'autostrada la visione del cavalcavia spaccato a metà mi aveva riempito il cuore di angoscia e di rabbia. Poi casualmente ho intravisto questi bambini che giocavano a pallone con lo sfondo del ponte spezzato e mi sono fermato per fare uno scatto. 

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    "La vita continua?" mi ha chiesto Mauro. Sì, la vita continua come sempre, ma la rabbia e l'angoscia rimangono, così come il senso di precarietà.
    Il contrasto in questa immagine è molto forte, spero di non urtare la sensibilità di nessuno. In caso contrario non avrò problemi a rimuoverla.

  20. Paolo Mudu
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    L' Emilia Romagna è ricca di suggestive cascate, perché quindi non visitarle tutte e... fotografarle?!
    Iniziamo con la: 
    Cascata di Moraduccio (Cascata del Rio dei Briganti)
    Si trova lungo il fiume Santerno, al confine tra le province di Bologna e Firenze, percorrendo la provinciale Montanara per il Passo della Futa.
    Frazione di Moraduccio, comune di Castel del Rio.

    In estate è affollato come Rimini ma di mattina presto e dopo le 19:00 si riesce a fotografare bene, senza gente e senza forti contrasti


     

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  21. ross
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    Quando ero piccino si andava alle "giostre" ed erano sempre presenti i "castelli degli orrori", le "case delle streghe" sia quelli a piedi sia quelli in cui ti sedevi sulle automobiline.

    I bambini erano terrorizzati, gli adolescenti erano spaventati ma per far vedere che erano coraggiosi ci andavano ...in gruppo.

    dal di fuori sentivi le urla delle ragazzine e i rumori delle catene e i suoni agghiaccianti dei mostri che apparivano dal buio.

    Quando mi facevo convincere a partecipare a questa "prova di coraggio" pensavo semplicemente che tutto quello che era lì dentro era semplicemente "esagerato" per farti paura ma che in realtà era routine e che se ci andavi due volte sapevi prevedere esattamente cosa sarebbe accaduto. la "paura" poteva esserci la prima volta perchè non "sapevamo" ma non la seconda. E alla fine si esce più che spaventati direi, divertiti.

    Perchè racconto tutto questo?

    perchè mi rivolgo a te, fotografo di paesaggi, di sfilate, di ritratti ai propri bambini, di fiori e lucertole, a te che hai paura del buio!

    Il buio in questo caso è la figura femminile nuda che sta sul set in attesa di essere fotografata.

    Lo so che hai paura. Lo so che pensi "ma chissà cosa succede in quella casa degli orrori di cui si sentono urla strazianti dal di fuori"

    Ma si tratta di una paura effimera, inesistente, che si è creata nella tua testa "guardando la giostra dal di fuori".

    Ma hai provato ad entrarci? Hai verificato di persona che gli scheletri che ti parlano non sono veri? che i mostri senza testa sono di plastica? che i suoni terrificanti sono registrati?

    Se non hai verificato di persona, allora fai questa "prova di coraggio" e partecipa magari in gruppo ad uno shooting di nudo artistico e vedrai che i mostri sono frutto delle tue paure, nella tua testa.

    E se a farti paura, più che le modelle è tua moglie che minaccia il divorzio se vedi un'altra donna (più bella e giovane di lei) nuda allora porta anche la moglie, la fidanzata, l'amante o chiunque ti crei questi blocchi, in modo che non solo tu ma anche chi ti circonda capisca di cosa si tratta.

    Le nostre paure sono frutto della nostra 1) ignoranza e della 2) mancanza di fiducia in noi stessi.

    1) Abbiamo paura di ciò che non conosciamo e si combatte l'ignoranza con la conoscenza, in questo caso diretta sullo stage. Vedere con i propri occhi per credere, senza ascoltare rumors, voci di corridoio o quelle della moglie. E chiedetevi perchè i più grandi fotografi di moda e le top models hanno fatto nudo. Perchè il nudo non è altro che un abito naturale che si indossa, quello con cui siamo nati e quello che religioni, governi e facebook hanno dipinto come "amorale", da non mostrare perchè "INDECOROSO", creando nella massa paure come facevano nel Medioevo con le streghe.

    2) Se invece conosciamo l'argomento (quindi non siamo ignoranti) e non lo affrontiamo in prima persona è perchè non abbiamo fiducia in noi stessi. Ma in questo caso, cosa potrà mai capitare se falliamo? che non facciamo delle belle foto. Quindi non finisce il mondo, nè l'universo, semplicemente possiamo dire "ho provato di persona e non riesco".

    Quello che personalmente faccio da anni è proprio far affrontare l'argomento "foto di nudo" nel modo più naturale e semplice possibile, e dimostrare che non c'è differenza tra fotografare un antilope nella savana e una persona nuda, entrambe sono foto "naturalistiche" perchè ritraggono una bellezza della Natura. Perchè questo è lo scopo, immortalare la bellezza, che nella donna diventa arte e armonia.

    Hai ancora paura del buio? Allora accendi la luce e guarda con occhi diversi quello che ti circonda, partecipa ai nostri incontri dove imparerai divertendoti in un clima di assoluta professionalità e rilassatezza.

    L'unico modo per vincere la paura del buio è provare a te stesso che puoi trovare l'interruttore.

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