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  1. Nell'editor del sito, se si va semplicemente a capo

    (cioé si preme soltanto INVIO) si ottiene una interlinea doppia.
    Che può essere utile alle volte quando si vuole separare un paragrafo dal successivo.
    Ma se vogliamo scrivere all'interno dello stesso paragrafo con interlinea semplice ?

    Facilissimo : basta ricordarsi di premere il maiuscolo (lo shift, la freccia a sinistra della tastiera) appena prima di premere l'invio :

    e l'interlinea sarà semplice.

    :sayonara:

  2. Parsifal
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    https://www.variazionigoldberg.it/index.php?/articles.html/recensioni/strumentale/bach-in-bologna-mauro-valli-r101/

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    https://www.variazionigoldberg.it/index.php?/articles.html/recensioni/vocale-e-corale/voglio-cantar-r79/

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    https://www.variazionigoldberg.it/index.php?/articles.html/recensioni/strumentale/berlioz-sinfonia-fantastica-trascrizione-per-pianoforte-vis-a-vis-r77/

    https://www.variazionigoldberg.it/index.php?/articles.html/recensioni/strumentale/yuja-wang-dal-vivo-a-berlino-r74/

  3. Tutti gli anni di questa stagione ho la smania di fotografare i pochi fiori che spuntano dopo il freddo. Sono sempre gli stessi, li ho fotografati innumerevoli volte, e ogni anno li cerco,   è un rito: li fotografo e le foto mi paiono più belle degli anni scorsi. Non è vero, ma fin che sarò in grado di farlo, per me è la felicità.

    1222613730_Pulsatillamontana.thumb.jpg.76755ecabdcd9b68af545c33978956ab.jpgAnemone montana, D850 + 2/100 Milvus F.2  1/500 sec. ISO 64

    Erba trinità   D850 + 4/200 Micro Nikon   F.6,3  1/400 sec. ISO 64

    908709189_Hepaticanobilis.thumb.jpg.23937b5d2f0b0dd5214cc2598dee6a92.jpg

    Dente di cane,   D850 + 4/200 Micro Nikon   F. 4,5  1/320 sec.  ISO 64

    Erythronium dens-canis.jpg

    Viola soave,  D850 + 2/100 Milvus   F.2  1/800 sec.  ISO 64

    Viola suavis.jpg

    Mimosa,   D5 + 4/200 Micro Nikon   F.5  1/400 sec.  ISO 100

    Acacia dealbata.jpg

    D850  + 4/200 Micro Nikon   F.4,5 1/400 sec.  ISO 64

    Castagne.jpg

    Consiglio di ingrandirle.

  4. Se per caso siete stati di recente in un moderno Museo di Storia Naturale, come ad esempio quello di Milano (Corso Venezia 55, dentro ai Giardini Pubblici), avrete visto  come è cambiato il modo di esporre gli animali.

    Non più rigidi come statue (come "imbalsamati" ;) ) fissi su quattro zampe, gli animali vengono esposti in pose  molto dinamiche,  come colti in un momento di vita, e non più in aride teche, ma ben ambientati in splendidi diorami che ricostruiscono il più fedelmente possibile l'ambiente originale dove questi animali vivevano.
    La ricostruzione del diorama è un lavoro complesso che richiede un team di professionisti esperti di varie tecniche,  ma anche la preparazione del singolo animale da esporre non è da meno. Ci vuole una competenza ed una abilità artistica non da poco, per riprodurre delle  pose realistiche, che oltre a spiegare di più sull'animale e la sua vita,  rendono il soggetto più "vivo" (si fa per dire) e  sicuramente più attraente.

    Sono passato di recente a trovare Ermanno Bianchi, il preparatore (tassidermista, ma non solo) del Museo di Storia Naturale di Milano, dove lavora da decenni, quasi tutti gli animali che vedete nei diorami di quel Museo sono opera sua. Ermanno è uno dei migliori nel suo campo.
    Ho fotografato la sua ultima fatica per mostrarvi che perfetta alchimia di arte e scienza ci sia "sotto":

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    E, come mio solito,   vi voglio annoiare un po' raccontandovi i come e i perchè  😛 

    Cominciamo dal soggetto, l'animale è un Ghepardo ed è  mostrato in corsa, mentre insegue una preda.

    Da dove viene? Di solito si tratta animali che muoiono di morte naturale in parchi-zoo. Questo ghepardo proviene al Parco delle Cornelle (BG). Una volta arrivato in laboratorio da Ermanno, viene stoccato in una cella frigorifera fino al momento di iniziare il lavoro. La fase iniziale è togliere la pelle e metterla da parte,  l'animale poi viene scarnificato fino a liberare le ossa. Le ossa poi vengono  sottoposte ad un trattamento di essiccazione e "sgrassamento". Poi viene rimontato lo scheletro osso per osso (sono un  centinaio). Per la postura finale  Ermanno si è basato su fotografie di ghepardi in corsa. Adesso viene la parte più importante, la creazione del modello su cui rimontare la pelle.

    Si usa parlare di imbalsamazione, di impagliatura, ma oggi non c'è più nulla di tutto questo. Fino a qualche decennio fa si usava il gesso per riprodurre alla meglio le fattezze di un animale, ma il gesso è pesante e fragile al tempo stesso, per cui le pose erano forzatamente statiche perchè il tutto potesse reggere. Adesso si usa fare una scultura in poliuretano, che è leggerissimo. Il lavoro è da una parte una vera opera d'arte, perchè se di certi particolari più minuti (unghie, dita), si possono prendere delle impronte prima di scarnificare, il resto va modellato da zero. Qui, oltre alla capacità artistica ci vuole una grande conoscenza dell' anatomia, della volumetria della muscolatura dell'animale, specialmente per renderlo realistico in una postura dinamica come quella che vedete.

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    Il modello è una scultura creata da zero.

    Una volta ultimato il modello,  gli si monta la pelle e si inseriscono gli occhi (di vetro, o di resina trasparente);  le basi esistono in commercio, ma la rifinitura, l'iride colorata ad esempio, spesso si dipinge a mano (all'interno). gli artigli, sono sempre copie perfette in resina e così l'animale è pronto.

    Questa preparazione è stata progettata e verrà esposta come la vedete,  con le tre fasi, scheletro, modello con la muscolatura in evidenza e animale finito affiancati; proprio per mostrare ai visitatori cosa ci "sta sotto" al lavoro di preparazione.

    L'avreste mai detto quanta arte, conoscenza e "manico" c'è dentro a questo lavoro? 

    La prossima volta che visitate il Museo di Milano e guardate quegli splendidi diorami, lo saprete.

     

     Nota tecnica. ( questo è un sito di fotografia....), il laboratorio era ingombro al di sotto dei soggetti e di lato. I tre soggetti in fila erano troppo lunghi e sottili, a meno di tagliare la coda allo scheletro; in più, visti di lato perdevano molto, diventavano troppo didascalici; così per la foto principale ho optato per un  tre quarti davanti, con focale corta, che mi pare renda bene il dinamismo della ricostruzione.

     

  5. Domani come da titolo è la festa di tutte le Donne.. però tanti di noi ci si mettono d'impegno per fare ben altro..  accoltellamenti, acidi, vessazioni varie e abbondanti ma io oggi vorrei fare una cosa differente, visto che è reale che a questa categoria Umana dobbiamo tanto.. pubblico uno scatto fatto poco fa, lo metto su NL ma su un sito per Donne è già stato messo.. visto che collaboro attivamente ai lavoretti di mia Moglie..

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    Con la speranza che Tutte le Donne possano realmente avere, un domani molto migliore.. 

    Roby c 4

  6. Il Carnevale di Venezia è una buona occasione per ritrarre persone altrimenti restie in occasioni normali. 
    La preparazione dei costumi può essere maniacale. Da tutta Europa si riuniscono in Laguna appassionati del Carnevale, ansiosi di farsi fotografare al loro Top.

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  7. La fotografia è un mezzo o è il fine della mia passione? Domanda che presupporrebbe un bel teschio in mano e una declamazione shakespeariana... al limite mi potrei chiedere se ci sia del metodo in questa follia, ma la risposta non credo sia alla mia portata. Riflettevo proprio oggi sul perchè stavo andando in giro per i sentieri dell'ultimo lembo di pianura padana orientale con un piccolo teleobiettivo attaccato alla macchina. E devo ammettere di essermi illuminato, almeno sufficientemente per accendere il computer e tediare il malcapitato su queste pagine... ma perchè dico questo?

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    Molto semplice: senza la macchina fotografica al collo non sarei uscito! Col naso all'insù, per cercare apparentemente qualcosa da riprendere ma soprattutto - grazie a questo "mezzo" - per cercare di capire e comprendere chi e cosa ci sia intorno! Chiaro che se per me fosse il fine mi sarei dovuto attrezzare diversamente (e/o alla luce dei risultati comprendere l'inutilità delle mie azioni...). Ma essendo il mezzo sono tornato a casa arricchito non solo per essere riuscito ad inquadrare anche un Picchio Rosso (andate in fiducia, il volatile seminascosto della seconda foto si comportava proprio come un picchio...) o per avere cercato di mettere in un fotogramma una Poiana (ho sufficienti elementi per poterlo dire, anche perchè l'ho vista spesso appollaiata transitando in macchina per quelle parti...). 

    Certo c'è sempre l'eccezione che conferma la regola: mi sono detto spesso "il primo giorno di borino invernale voglio riprendere il castello di Miramare da Barcola con le montagne sullo sfondo". Certo ci sono andato per questo....

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    Ma per me è raro... perchè alla fine per fare una foto si deve guardare, ma soprattutto osservare... e questo porta a riflettere. Magari su S.E. Ferdinando Massimiliano d'Asburgo-Lorena, che manco l'ha visto concluso il suo castello per finire fucilato in Messico, sull'ineluttabilità della vita e sulle sue (e nostre...) piccole o grandi sfighe...

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    La fotografia come un mezzo grazie al quale osservare: che a due passi da casa mia (ma anche vostra....) può essere successo qualcosa che non si trova in nessun libro, ma che alla fine è reale e tangibile.... come morire a 22 anni nel più disgraziato dei fronti della nostra storia, quello della guerra civile...

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    O che magari siamo portati a edulcorare qualcosa... guardate il cartello delle informazioni: i nostri antenati non li chiamavano caduti, ma "morti in guerra".....

    E poi... che magari in qualche parte del mondo non ci sia bisogno di un recinto. E che sarebbe per un attimo simpatico immaginare l'albero, prendere vita e staccarsi coi suoi rami uno dei chiodi del cartello...

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    Ma questo super pippone ha bisogno della morale. Che il fine è importante, come l'obiettivo adatto e la composizione, la mano e la tecnica sono necessarie, altrimenti saremmo tutti Vincent Mounier dell'orto dietro casa o i Maratta dell'Album di famiglia.... ma per uscire di casa c'è bisogno che la fotografia sia un mezzo per esprimerci. Bene questo per me, e per voi? 

  8. bergat
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    Richard Butler di Dpreview si è posto la domanda se avesse oggi come oggi più senso l'APS-C o il full frame. Ovvero in un mercato di sviluppo tutto orientato al Full frame si chiede che senso abbia le numerose vendite che si hanno nel settore APS-C. E' solo un momento di distorsione di mercato, oppure c'è una certa concretezza nella scelta verso l'APS-C. E' quindi l'APS-C un capriccio della storia oppure ... non c'è nulla di ottimale nella scelta del full frame?

    Del resto si potrebbe dire che il full frame è un punto arbitrario di riferimento da parte di chi è rimasto ancorato alla pellicola 35 mm da cui deriva ma non c'è niente di correttezza intrinseca.

    La verità è che i produttori, Canon e Nikon in primis, non hanno mai investito in Aps-c se non agli inizi, perchè faceva molto comodo poter continuare a utilizzare e non a perdere i soldi investiti nella progettazione di ottiche nate per il 35 mm. Cosichhè da loro è sempre stato visto come un formato minore su cui non investire seriamente.

    Si, da parte dei colossi c'è stata una produzione di zoom, più o meno luminosi, ma sono mancati gli obiettivi fissi e di qualità per il formato Aps-c. Per ottenere il massimo dal formato APS-C sono necessari dei fissi luminosi. Questa mancanza di obiettivi fissi luminosi dedicati all'Aps-c è il vero motivo che ha minato tale formato. E dire che Nikon ad esempio ha prodotto diverse macchine in quel formato: la D300, la D500 la serie 7000, Tutte ottime reflex che hanno pagato lo scotto del peccato originale di non poter essere utilizzate appieno, perchè non full frame, come se, essendo un appassionato, se non hai ancora aderito al full frame, allora forse non sei un vero appassionato.

    Eppure se analizziamo bene ad esempio gli obiettivi  della fuj per il formato Aps-c, questi ti permettono di ottenere una qualità di immagine a pieno formato, quando si ha la necessità, senza doversi trascinare dietro obiettivi full frame per il resto del tempo.

    I sensori d'i mmagine sono migliorati in modo sorprendente per tutta la durata di vita dell'Aps-c, in conseguenza dello sviluppo tenologico, e hanno migliorato le prestazioni in condizioni di scarsa illuminazione nochè la loro gamma dinamica. E mentre i chip full frame hanno seguito lo stesso sviluppo, mi riesce difficile pensare che le esigenze e le aspettative delle persone abbiano seguito lo stesso trend evolutivo.

    In parole povere se 40 anni fa alcuni sentivano l'esigenza del formato 6X6 e la massa utilizzava il 35 mm, c'è ancora la necessità, essendo il 6x6 diventato un formato per pochi professionisti, di utilizzare in massa il 35mm?

     

     

     

     

  9. Cris7-BLOG

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    cris7
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    Come lo scorso anno, anche per questo 2019 mi è stato proposto di realizzare delle immagini per il calendario della società di Short Track - Bormio Ghiaccio.
    Se volete sapere qualche cosa di più su questa società e su questo sport, lo potete trovare sull'articolo "Calendario 2018" del mio blog.

    Quest'anno ho deciso che il filo conduttore del calendario, il tema se vogliamo, sarebbe stato: "Il Colore".
    Per cui, come potete vedere dalle foto che seguiranno, mi sono parecchio divertito con l'uso dei flash e delle gelatine colorate.

    Questa è la foto di copertina, che è stata realizzata avvolgendo delle luci natalizie colorate attorno al braccio e alla gamba dell'atleta, tempo di esposizione "lungo" e sincronizzazione sulla seconda tendina. Messa a fuoco manuale in iperfocale obbligatoria, visto che il palazzetto era buio pesto (volontariamente) e neppure la D5 riusciva minimamente a tenere il tracking della messa a fuoco.

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    Per i gruppi dei ragazzini più piccoli ho realizzato dei collage colorati con le singole foto, di cui ne posto una solamente. Per rendere l'effetto "riflesso" del ghiaccio ho usato dei semplici pannelli di plexiglass.

    Gruppo-1.thumb.jpg.934427c6d2cfb4464ddabd40607caf3d.jpgGruppo-2.thumb.jpg.ec2a065cf254bc30c3e9f9ef1b822036.jpgGruppo-3.thumb.jpg.2f73ac54a21d8ae6f9dabf3f698663a2.jpgL1000237-552.thumb.jpg.ad3574783963062be79e01de93621287.jpg

     

    Di seguito posto altre foto di altri mesi del calendario, fatte agli atleti più grandi:

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    L1000288-566-567-588.thumb.jpg.9bc5a4c1db5b5864bc0ba19d670765b2.jpg

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    E anche per quest'anno è fatta!

    Ciao e già che ci siamo Buon 2019 a voi!

  10. Uno dei luoghi che più mi è rimasto impresso di quel poco che ho visto del Giappone è Shirakawa-gō (白川郷 "Vecchio distretto del fiume bianco"). Si tratta di un antico villaggio collocato tra le montagne nella valle del fiume Shogawa raggiungibile in pullman sia da Kanazawa che da Takayama (personalmente ho apprezzato anche le temperature più miti rispetto all’afosa Kyoto).

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    Costruite in stile gasshō-zukuri le case (i cosiddetti minka, che non è una parolaccia) sono in legno, col caratteristico tetto spiovente in paglia. Il nome gasshō-zukuri (合掌造り) significa letteralmente “mani giunte in preghiera” per il fatto che il tetto in paglia fortemente spiovente ricorda due mani nell’atto di pregare. Le prime costruzioni di questo tipo, di cui abbiamo documentazione, risalgono all'ultima parte del periodo Heian. Per la loro costruzione vennero impiegati materiali locali e molta manodopera. Originariamente i minka erano le abitazioni di agricoltori, artigiani e mercanti (le tre caste non-samurai) oggi il termine viene usato per qualsiasi abitazione tradizionale sufficientemente antica.

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    Fino agli anni 70, le famiglie che vivevano qui erano dedite alla lavorazione della seta, allevando i bachi all’interno delle case che, costituite da due o tre piani, erano in grado di ospitare nuclei familiari di 20/30 persone. I bachi venivano tenuti ai piani superiori, dove si poteva modificare illuminazione, calore e aria a seconda della fase di lavorazione.

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    Le proprietà della paglia, combinate con la forma del tetto, fanno sì che le costruzioni possano resistere alle forti nevicate che si verificano in questa regione nei periodi invernali. Oltre a sopportare il peso della neve, questi tetti devono anche permettere all’acqua piovana di scivolare senza ristagnare, in modo che la paglia non marcisca.

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    Delle 1800 case di un tempo ne restano meno di 150 e 25 di quelle abbandonate sono state spostate e aperte al pubblico, in quello che è un museo all’aperto, per mostrare com’era la vita in questi luoghi anche con dimostrazioni e laboratori di arti tradizionali, che possono essere tintura e tessitura o le tecniche di fabbricazione della soba. Il museo all’aperto è raggiungibile attraversando un ponte sospeso sul fiume Shogawa.

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    Shirakawa-gō dal 1995 è patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.

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    Nel 2004 è iniziato un percorso che ha portato al gemellaggio con un'altra città dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco: Alberobello.

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  11. 205dfffc-0eb4-11e9-81e4-4ae8cf051eb7.jpg.4fc4845abd33abf75eba6f1cc6f7afb9.jpg LANDED...! monalisa31.jpg.9b908652f1a289609a2669b3a279ad89.jpg

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    (Brain Damage)
    ...
    the lunatic is in my head
    ...

    And if the cloud bursts, thunder in your ear
    you shout and no one seems to hear
    and if the band your'e in starts playing different tunes
    I'll see you on the dark side of the moon.
    (Pink Floyd 1973)

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    I cinesi sono riusciti al loro quarto tentativo:

    Cita

    Con il lancio di Chang’e 4, la sua quarta missione con destinazione Luna, la Cina realizza il sogno nel cassetto di molti astronomi: utilizzare la faccia nascosta della luna a scopi astronomici.

    Tutti sanno (o dovrebbero sapere) che la Luna rivolge alla Terra sempre lo stesso emisfero perché il periodo di rotazione intorno al suo asse è identico al periodo orbitale (intorno alla Terra). Tecnicamente si dice che la Luna è in rotazione sincrona. Non è un fenomeno né unico né peculiare che ci fa vedere sempre la stessa porzione di Luna. L’altra metà è rivolta verso l’esterno. Attenzione, però, a parlare di faccia oscura della Luna. L’emisfero che non guarda la Terra non è affatto oscuro. Riceve una dose di insolazione identica a quella della faccia che noi vediamo. Se vogliamo essere evocativi, possiamo parlare di faccia nascosta che gli umani hanno visto per la prima volta nel 1959 attraverso la fotocamera della sonda sovietica Luna 3.

    Mentre fotografare la faccia nascosta della Luna è diventato un esercizio di routine per tutte le missioni in orbita lunare, lavorare sulla faccia nascosta della Luna implica grande difficoltà di comunicazione perché non è mai possibile avere un contatto diretto con la Terra. Eppure c’è chi sarebbe disposto a tutto pur di poter mettere i suoi strumenti proprio lì perché si tratta del luogo più “silenzioso” che conosciamo, l’unico ad essere naturalmente protetto dal fracasso elettromagnetico che la nostra civiltà produce. La faccia nascosta della Luna è il sogno proibito dei radioastronomi alla ricerca dei debolissimi segnali prodotti dalle nubi di gas prima che si formassero le prime stelle qualche centinaio di milioni di anni dopo il big bang. 
    Tuttavia, per poter fare qualsivoglia attività in questo posto così isolato occorre costruire un ponte (forse più prosaicamente un ripetitore) che unisca la faccia nascosta della Luna con la Terra. E’ proprio questo che vuole fare la missione cinese lanciata lunedì 21 maggio. Si chiama Queqiao che si potrebbe tradurre con ponte di gazze da una favola cinese dove le gazze costruiscono un ponte per fare incontrare due amanti che vivono nel lati opposti della nostra galassia. Quengiao dovrà andare al di là della Luna e orbitare intorno ad un  punto ben preciso (che gli astronomi chiamano L2) a circa 60.000 km dalla superficie della Luna proprio sopra la faccia nascosta. Se il satellite fosse posizionato in L2 sarebbe stabilissimo perché lì l’attrazione gravitazione della Terra e della Luna si annullano reciprocamente, ma sarebbe purtroppo invisibile da Terra perché nascosto dal corpo della Luna.  Per poter dialogare con il satellite occorre farlo orbitare intorno a L2 in modo di tenerlo fuori dall’ombra della Luna per continuando a sfruttare la combinazione gravitazione favorevole, che permette di mantenere la situazione stabile con poco dispendio di carburante. In più, l’orbita scelta permette di vedere sempre il Sole che può così fornire continuamente energia al satellite illuminando i suoi pannelli solari.
     
    missione cinese faccia nascosta luna  
    Una volta che il ripetitore dimostri di saper fare bene il suo compito, verrà inviato sulla faccia nascosta un lander completo di un rover, al quale è stato dato il nome di Yutu, che dispiegherà i tanto desiderati strumenti. Si tratterà ancora di prototipi, ma permetteranno di validare l’idea che gli astronomi discutono da almeno 40 anni.
    missione cinese faccia nascosta luna  
    Aspettando il lander ed il rover Yutu, che arriverà tra 5 mesi circa, Queqiao inizierà a fare misure con uno strumento radio fornito da radioastronomi olandesi, nel quadro di una collaborazione tra Olanda e Cina. Mentre l’orbita di Queqiao non è quieta come la superficie lunare (dell’emisfero nascosto) è ben al di sopra dell’atmosfera che è una sorgente di rumore per chi voglia studiare l’emissione radio di bassa frequenza dai corpi celesti. Queqiao ha anche un riflettore laser che permetterà di misurare con estrema precisione distanza tra la Terra e la sonda (quindi mappare con accuratezza il campo gravitazionale della Luna).
    La strumentazione è completata da due microsatelliti Longjiang-1 e 2 che lavoreranno in tandem e faranno altre test tecnologici. Uno dei due ha a bordo una microcamera fotografica sviluppata dall’Arabia Saudita. Quenqiao impiegherà 8-9 giorni per raggiungere la sua orbita, speriamo che il volo delle gazze sia coronato dal successo.
     
    Fonte AGI Blog Spazio - Patrizia Caraveo
     

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    e già si racconta di impianti alieni...1108965037_AlienbaseAliensbuildingstructuremoonsurfaceancientChinaChange2missionannouncementChinesediscoveredfoundETW56lunalunarapolloNASAufosight.png.f0482a24b4c6490a49e4d0bb6830c575.png

    The lunatic is on the grass...

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  12. ... e di nuovi propositi!

    Il mio 2018 è stato schizofrenico, fotograficamente sostenuto da un numero di viaggi e di giornate sul campo a fotografare decisamente superiore alla mia media con a contrasto impegni lavorativi asfissianti ed interminabili giornate in ufficio. Uno insegue l'altro perché se è vero che la stanchezza data dal troppo lavoro e la materiale mancanza di tempo tende a rallentare ed ostacolare tutto, è anche vero che appena possibile mette ancora più voglia e bisogno di staccare la spina per... sopravvivere!
    Gennaio in Canada, a fotografare gli splendidi gufi delle nevi.

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    Poi in Sardegna, a Pasqua, per fare seascapes ed un po' di relax familiare nella costa sud occidentale.

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    Fine aprile, alcuni giorni a Parigi, un po' di street. 

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    Poi Portogallo, agosto è tempo di vacanze - uno splendido giro on-the-road in camper tra Porto e l'Algarve, con le mie ragazze!

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    Per finire, ieri sono rientrato da Istanbul, dopo 5 giorni di zingarata a zonzo tra strade, moschee, bazar e localini, con le ragazze, Simona e Leo. 

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    Per non parlare delle decine di migliaia di metri di dislivello fatti in montagna (come qui andando per ungulati) e di tutte le ore passate in natura. 

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    Last-but-not-least quest'anno 10 giornate in studio/loft, tutte fantastiche.

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    Ho ricordi bellissimi, non solo molti file negli hard disks! 

    In totale:

    • 66 giorni di fotografia - secondo il catalogo di Lightroom, almeno quelli nei quali ho portato a casa foto da non cestinare.
    • 13.138, immagini per l'esattezza (io cancello moltissimo, anche se per motivi di tempo quest'anno non ho ancora terminato la selezione - quelli scattati in totale sono stati 34mila).
    • La D5 è la regina, con 9.651 immagini. Seguono, con enorme distacco, la D810 con 2996 e la D500 con 491.
    • Tre le ottiche più usate, che insieme fanno oltre l'85%, sostanzialmente nelle stesse quantità perché ciascuna di queste ha un numero di file compreso tra 3.500 e 4.000 - sono: 50, 70-200 e 500. 

    Già qui una mezza rivoluzione, perché nel 2017 con il 500 avevo fatto il 65% delle fotografie.

    Dicevo che è tempo di bilanci. Ma questo non è un post sui numeri, oltre a quelli che poc'anzi ho usato per riepilogare le giornate sul campo e le immagini fatte, e neppure sugli strumenti usati per fotografare. Bensì uno focalizzato sulla fotografia o, meglio, sul modo di fare fotografia che in questi anni e soprattutto nel 2018 sto imparando.

    La cosa più importante, il centro di tutto, è la definizione del Progetto. L'idea, cioè, da sviluppare fotograficamente. Questa è una cosa che ovviamente viene più alla mente pensando alla fotografia in studio - il regno della creatività perché li l'unico limite è la fantasia e l'unico ostacolo la capacità tecnica di realizzare quello che si è sognato. Ma non è, nei fatti, una cosa limitata a questo ambito perché se è vero che fotografando in natura è la natura a stabilire molto di quello che è possibile fare, è anche vero che è il fotografo a decidere quando andare, cosa fotografare, come comporre e via dicendo. 

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    Aiuta molto, nel pensare a cosa e come fotografare, ispirarsi a Maestri della fotografia. Personalmente trovo che sfogliare il libro di un fotografo che amo sia ogni volta un' esperienza nuova, perché ogni volta scopro aspetti diversi. Altrettanto efficace valuto la visione delle immagini di diversi di noi qui su Nikonland. Grazie a Mauro, qui, ci si è spinti ancora più avanti. Organizzando un corso sulle luci e numerose occasioni per condividere sessioni di scatto. Momenti che sono stati la colonna portante della mia crescita fotografica in quell'ambito. Si, direi che dopo Progetto la seconda parola chiave di quest'anno è stata Condivisione. È la Condivisione che in questo 2018 mi ha fatto crescere nella fotografia in studio e con il tramite della fotografia di studio anche negli altri generi che pratico, facendomi acquisire la consapevolezza della necessità di ragionare la fotografia come costruzione e non come reazione e cattura. Ricordo, Nikonland 1.0, una discussione di qualche anno fa tra fotografia attiva e passiva: proprio quello, per chi la ricorda, intendo.

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    Come detto, progetto significa innanzi tutto pensare a cosa e come fotografare, poi viene la scelta dell'attrezzatura per farlo. Spesso sento/leggo richieste di consigli sul materiale e sul modo di sfruttarlo al meglio senza indicare a quale fine questo debba essere impiegato. Stesso ragionamento circa le modalità più tecnologiche con le quali impiegarlo, come la scelta del diaframma più nitido e via dicendo.
    Io sono sempre più convinto che una bella foto dipenda esclusivamente dalla Visione del fotografo. Il materiale fotografico è asservito alla Visione, è il mezzo per realizzarla e non il fine. Questo, ovviamente, non significa che non siano utili ottime lenti e corpi prestazionali ma che, semplicemente, se una fotografia non trasmette non inizierà a farlo perché è stata scattata con l'obiettivo più nitido sul mercato. Questa cosa è ricorrentemente osservabile semplicemente mostrando le nostre fotografie a persone che non fotografano: Nessuno di loro guarda quanto sono nitide ciglia/piume/foglie ma tutti guardano l'espressione dei nostri soggetti, il contesto, la luce. Cercano insomma il messaggio, il perché della fotografia.

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    Quindi, l'attrezzatura giusta è quella che ci consente di assecondare la nostra visione. In questo senso, ci sono alcune scelte semplicissime, che quasi si fanno da sole - per fotografare l'azione con poca luce c'è bisogno di lenti luminose e corpi con sensori che reggano bene gli alti ISO e siano molto reattivi - altre da basare sullo stile personale - per fotografare in giro per la città si può optare per un paio di fissi leggeri e poco ingombranti o uno o più zoom, ma la scelta non deve essere fatta cercando la copertura di tutte le focali ma la disponibilità di quelle che servono con i diaframmi necessari a costruire le immagini desiderate. E questo non vale solo per corpi e lenti ma anche, banalmente, per treppiede, flash e quant'altro. E, di nuovo, torna il nostro forum perché qui su Nikonland sono condivise informazioni basate sull'esperienza sul funzionamento di elementi chiave dell'attrezzatura che consentono di orientare meglio le nostre scelte. Alcuni esempi sono la copertura delle nuove Z, o i test dei sigma Art o.....  

    Per me, il risultato più importante di questo 2018 appena concluso non sono le tante fotografie fatte quanto questa presa di coscienza, che considero per me un importante passo avanti sotto il profilo artistico.

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    Ma oggi è il primo dell'anno, un 2019 nuovo di zecca davanti a noi. E' quindi tempo dei buoni propositi per il futuro.
    Fotograficamente, questi i miei:

    • Proseguire la ricerca nella fotografia alle persone, non tanto nel ritratto da studio o nel nudo - anche se una cosa che vorrei molto fare è del nudo alla Angels di Russel James - quanto in quello ambientato, in un contesto come lo street fatto ai navigli o le immagini fatte nei loft del Cross Studio nel 2018.
    • Dedicare più tempo, in particolare alla fotografia di paesaggio, urbano o naturale, genere che negli ultimi 2 anni ho molto trascurato.
    • Ma anche uscire a fare street vicino casa, non solo se sono in vacanza in qualche posto particolarmente stimolante. 
    • Stampare, stampare, stampare. Perché la foto è di carta e già vederla uscire dalla stampante è una emozione, la chiusura del cerchio.

    Ovviamente non abbandonerò il Wildlife, finché potrò voglio continuare ad andare in montagna e regalarmi un viaggio esclusivamente fotografico ogni anno. Per il 2019 è già fissato il British Columbia per fotografare l'ecosistema della Great Bear Rainforest ed i suoi abitanti non umani, ma vorrei proprio, finalmente, riuscire ad organizzarmi per fotografare l'orso polare nel 2020, prima che sia troppo tardi!

    Ma ce n'è un altro: Contribuire di più alla vita di Nikonland

    Massimo
    1/1/2019

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    Una città dove i problemi non mancano anzi, sembrano irrisolvibili. A malincuore devo ammettere che la qualità della vita negli ultimi anni è peggiorata. Ma è la mia città e quando ho il tempo per fare il turista in giro nelle sue strade mi rendo conto di essere fortunato. Nel corso della storia diverse città hanno avuto l'appellativo di Città Eterna, per esempio Gerusalemme o Kyoto, ma se Roma è la prima e l'unica ad averlo conservato per oltre due millenni... ci sarà un motivo!

    Un saluto a tutti

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  13. Nicola

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    Non saprei dire perché questa città mi piace e ci torno sempre volentieri. Sarà perchè da piccino (forse avevo 4 o 5 anni) ci andammo in treno con i miei, oppure perché è così urbanisticamente monumentale ma se ti sposti di poco sembra il retrobottega di un negozio del centro. O ancora la cadenza del dialetto o il fatto di essere vicino al confine di un mondo totalmente diverso dal nostro fino a qualche decennio fa. La città si arrampica dal litorale alla montagna aspra che le sta alle spalle; sembra quesi di essere in Liguria. In realtà il richiamo è superficiale per diversità di profumi, odori, fisionomia delle persone. 

    Sono partito senza aspettative particolari e con un tempo incerto per non aspettare sempre le condizioni “migliori” che spesso è un ottimo alibi. Mi sono lasciato guidare dal caso, anche se una qualche idea programmatica era ben presente, ma aperto anche a cambiamenti repentini. Sono tornato soddisfatto e con la voglia di tornarci, magari col brutto tempo. Vi mostro qualche immagine di questo giorno. 

    # 1

    Il celebre Faro

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    # 2 

    San Giusto

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    # 3

    Interno della chiesa

     

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    # 4

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    #5

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    # 6

    Il Santo a cui è dedicata la chiesa

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    # 7

    Duomo di Muggia dalla facciata particolare

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    # 8

    Verso il castello di Duino

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    # 9

    dal sentiero Rilke

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    # 10

    Il Castello di Duino visto dalla Rocca

     

     

    # 11

    Veduta da una finestra del castello

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    # 12

    Particolari: terrazza

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    # 13

    All'interno

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    # 14

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    # 15

    Parte del giardino

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    # 16

    Ritorno verso Trieste

     

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    # 17

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    #18

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    # 19 In Centro

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    # 20

    Piazza Unità d'Italia

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    Andateci se potete: è una città di mare ma con tradizioni culinarie di terra, severa e austera, aperta e misteriosa. O almeno a me è parsa così.

     

    P.S. Aggiornate le foto ed inserite più grandi. Ma sono spariti i commenti precedenti. (Sorry…)

     

     

     

  14.  

    Una seconda serie di foto con l’accoppiata D500-500 f5,6 PF, sono foto fatte tutte al volo, dalla macchina, sfruttando dove possibile le caratteristiche di maneggevolezza e praticità del 500 PF, cercando di cogliere l’attimo che mi si presentava, durante una girata alla Diaccia Botrona ed Orbetello (GR) un giorno, ed un’altro a M. Labbro,

    per provare ancora questa accoppiata, sia liscia che con TC 1,4 e 2,0.

    Anche questa volta solo ridimensionamento e conversione in JPG.

     

    A monte Labbro

     

    comincio con due degli abitanti più comuni di questo posto meraviglioso….

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    poi due piccoli passeriformi


     

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    .Fringuello maschio con TC 1,4

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    in ultimo una coppia di caprioli allarmati quando ho fermato la macchina

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    Passiamo alla giornata in Maremma

    Diaccia Botrona Grosso Padule (Palude) vicino a Castiglion della Pescaia

    trovo subito una Juv. Ballerina Bianca mooolto confidente

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    Qui mentre si mangia tre formiche in un colpo solo

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    Falco di Palude in controluce con sfondo di due Gru

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    Falco Pescatore che mangiava su un Palo del telefono, ho fermato la macchina,

    era lontanissimo ma è partito lo stesso…..

    solo che mi è venuto passandomi un pò più vicino (sono pazzi questi F. Pescatori)

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    Garzetta  con TC 1,4

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    Airone Bianco Maggiore

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    Nella foto dell’Airone B. M. in Post Prod. un pò sparato l’animale e troppo saturo il campo lavorato con i diserbanti voi come Agireste???

    Gru lontanissime

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     Gheppio

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    infine una Libellula mentre mangia un’insetto con TC 1,4

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    Orbetello, dal posteggio

    Piro Piro Piccolo lontano ma bellino l’ambiente se non ci fosse quella buccia di arancio con TC 1,4

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    un Pettirosso    

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    una  Gazza        

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    Tre foto di Airone cenerino con all’incirca la stessa posizione del corpo e della testa,

    fatte con un appoggio decisamente precario (il finestrino) soprattutto per il 2,0

    liscio

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    con Tc 1,4                                                                                                                                                                                    

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    e TC 2,0

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    infine le uniche fatte da un capanno

    Pettegola con TC 1,4

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    ed una F. di Mestolone che non mi aspettavo davanti alle feritoiee troppo vicina…..   

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    mentre spicca il volo

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    mentre rulla sulla pista 

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    mentre tira su il carrello….

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    Ho finito, sono anche troppe e soprattutto non sono gran che, forse con un pò di ritocco e un pò di Crop qualcuna potrebbe passare….

    Continuo a pensare che sia una bella bellissima accoppiata ottima in svariate occasioni, reattiva pratica leggera,

    a volte mi sembra anche troppo leggera, ma bisognerà farci la mano,

    comodissima da traportare, maneggevole in macchina e nei posti stretti.

    Col TC1,4 direi che si possa usare con soddisfazione, col TC 2,0 proprio se è una foto necessaria e senza pretese.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

  15. effe
    Ultimi Argomenti

    Una delle mie solite passeggiate con fotocamera. Stavolta ad Alghero, un giro per il centro storico già addobbato di luminarie in attesa del Natale. Nei pressi di Lo Quarter un'indicazione richiama la mia attenzione: Presepe contemplativo sonoro in movimento. Sono curioso abbastanza da seguire la freccia ed entrando nel salone trovo qualcosa che non avevo mai visto: un immenso presepe con statuine animate (animali compresi) e controllate, evidentemente, con sequenze di comandi in loop da un computer remoto. Straordinaria l'ambientazione con un impianto luci led, anch'esso controllato dal computer, che riproduce tutte le condizioni di luce delle 24 ore, dall'aurora al tramonto, per non parlare dei suoni, ahimè non riproducibili su file fotografico. Ho pensato subito che fosse una buona idea per un blog natalizio, senza valutare le prevedibili difficoltà.

    Experience: perchè non mi era mai capitato di fotografare in semioscurità con luci artificiali così complesse che variavano colore, intensità e producevano dominanti diverse. Non ho voluto rinunciare alle atmosfere e non mi sarei mai sognato di usare il flash appiattendo tutta quella profondità. Per cui ho impostato la fotocamera su WB auto (con l'intenzione di eliminare qualche dominante in pp, salvaguardando le atmosfere), ISO 1600 (non ho osato andare oltre) e tempi di esposizione che variavano fra 1/50 e 1/20 a TA. La considero una scelta estrema e guardando le foto ve ne renderete conto anche voi: ho utilizzato la fotocamera come fosse una steadicam, inserendola nel paesaggio senza, ovviamente, guardare nel mirino e ho scattato cercando di tenere la fotocamera ben ferma e possibilmente orizzontale, a distanze minime di maf. La linea di fuoco, sottilissima, qualche volta mi ha lasciato i soggetti fuori fuoco, ciononostante rende bene l'idea della profondità di tutta la struttura paesaggio. Sinceramente: avrei voluto la Z6 per poter selezionare il punto di fuoco sullo schermo touch e poter spingere gli iso a 6400 senza colpo ferire... questo non è proprio il terreno della D7100.:(

     

    Non so se le immagini saranno di vostro gradimento, ma ciò che mi interessa è sapere cosa pensate della strategia di ripresa (ribadisco, assolutamente improvvisata).

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    Non preoccupatevi se mancano i protagonisti (il Bambin Gesù, Maria, Giuseppe, l'asino e il bue), sono certo che verranno aggiunti al momento giusto.
    Buona visione e grazie per qualunque consiglio.:)

    Pezzo consigliato: ovviamente Let it snow (Frank Sinatra)

     

  16. Con il passare del tempo, molto tempo, è mia intenzione postare foto dei vari castelli che ho visitato e visiterò in futuro. Per rendere il tutto più fruibile creerò via via un album per ogni castello nel quale ripeterò l'introduzione  ed aggiungerò le foto così da dare la possibilità di vedere le immagini anche di un solo castello piuttosto che di tutti. In ogni album inserirò, oltre alle classiche immagini cartolina, anche fotografie di dettagli e particolari che magari sono peculiari di un determinato luogo. Questo che presento è Kanazawa-jo (il kanji che si legge jo accanto al nome di un castello significa appunto...castello), splendido castello nel cuore di un'antica città che è famosa per l'arte, l'artigianato e la cultura, nella prefettura di Ishikawa sull'isola di Honshu e rivolta verso il Mar del Giappone.

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    Shiro

    Vi fu un tempo in Giappone durante il quale la pace era soltanto un'utopia, un'epoca di guerre e di violenza, secoli di lotte per il predominio di uomini su altri uomini. Così come nel medioevo europeo, anche in quello giapponese potenti signori feudali muovevano guerra l'uno verso l'altro in una spirale apparentemente infinita. Nonostante tutto questo il medioevo giapponese, proprio come il nostro, ha lasciato un'eredità romantica fatta di storie di coraggio e determinazione, popolata da nobili guerrieri samurai, dai loro signori con le loro corti ospitate in splendidi palazzi protetti da meravigliosi ed imponenti castelli.

    In Giappone si trovano tracce delle prime fortificazioni fin dal III° Sec. A.C. ma possiamo dire che i castelli giapponesi, per come li conosciamo oggi, vennero eretti a partire dalla metà circa del 1400 fino a fine 1600 (periodi Sengoku e Azuchi-Momoyama). In questi anni il Giappone vide il proliferare delle lotte interne tra daimyo (signori feudali) fino a che due di loro, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi, inziarono un lento processo di unificazione del paese che culminò con l'ascesa al potere del famoso shogun Tokugawa Ieyasu ed il trasferimento della capitale del Giappone ad Edo, l'odierna Tokyo.

    Con l'unificazione del Giappone finalmente iniziò un lungo periodo di pace durante il quale i castelli persero la loro funzione e divennero solamente imponenti strutture dispendiose da mantenere. Inoltre Ieyasu emanò una legge che proibiva ai vari daimyo di possedere più di un castello, per garantirsi che i suoi sudditi non costituissero una minaccia troppo grande, e moltissimi castelli furono così demoliti. Molti altri caddero in rovina poiché erano stati abbandonati ed altri ancora furono smontati per poterne rivendere i materiali con i quali erano stati edificati. Fu così che dei circa settemila castelli che si stima esistessero in quel periodo, ne sopravvissero poche decine. In seguito a causa di varie calamità naturali, come gli incendi, o a causa delle successive guerre, per ultima la Seconda Guerra Mondiale, la maggioranza dei castelli superstiti fu parzialmente o completamente distrutta e soltanto negli ultimi decenni ne sono stati ricostruiti svariati, utilizzando tecniche antiche ma con materiali a volte del tutto moderni come il calcestruzzo.

    Ad oggi sono solamente dodici i castelli che sono giunti a noi con la loro struttura originale e, di questi, solo quattro sono considerati Tesoro Nazionale (Himeji, Hikone, Matsumoto, Inuyama) ed uno di essi addirittura Patrimonio dell'umanità dell'UNESCO (Himeji).

    Dopo secoli di declino e oblio, negli ultimi anni i castelli giapponesi hanno riconquistato un posto speciale nel cuore del popolo ed hanno anche acquistato un sempre crescente numero di fan provenienti da ogni parte del mondo. Molti castelli sono divenuti mete turistiche molto apprezzate, la maggioranza sono presi d'assalto questa volta non da eserciti di soldati bensì da moltitudini di turisti, specialmente durante il periodo della fioritura dei ciliegi che, a migliaia, adornano le mura ed i parchi intorno al corpo centrale dei castelli.

    Parte di questo successo è dovuto al fatto che

    "I castelli giapponesi non sono affatto quei tremendi bastioni di granito che si è soliti associare all’Europa. I castelli giapponesi hanno un aspetto delicato, sembrano torte nuziali decorative in cima agli alberi"
    (Cit.Will Ferguson, Autostop con Buddha).

    Si, è assolutamente vero, i castelli giapponesi sono estremamente eleganti, affascinanti, semplicemente bellissimi. Uniamo questo al fatto che molte volte sono circondati da un ampio territorio trasformato in parco o a volte sono adiacenti a degli splendidi giardini come i famosissimi Kenroku-en, Koraku-en, Koko-en ed altri, ed è facile capire il perché di questo successo.

     

    Ma veniamo al titolo che ho scelto per parlare di castelli giapponesi, Shiro.

    Shiro significa bianco ed è per questo che i castelli in Giappone sono chiamati così, a causa del candore affascinante delle mura della maggior parte di essi.

    Uno degli aspetti che mi affascinano dei castelli giapponesi è che sono strutture militari costruite secondo precisi progetti frutto di studi su attacco e difesa, su tecniche di guerra e presidio del territorio, al contempo sono così eleganti, piacevoli, imponenti certo ma con grazia infinita. Oggi possiamo sederci ad ammirarne l'eleganza e la potenza evocativa che richiama un passato glorioso e ricco di tradizioni, un tempo perduto che vive nella memoria di ogni giapponese che ha nel castello un grandioso testimone.

    Quando visitiamo un castello giapponese la prima cosa che salta agli occhi è che non sembra di camminare all'interno di una struttura militare, piuttosto sembra di visitare un giardino su più livelli con strutture create per godersi il panorama circostante. Bastioni di pietra dai quali affacciarsi, fossati con limpide acque nelle quali talvolta ammirare il riflesso delle torri o scorgere una carpa o un candido cigno, panchine all'ombra di splendidi ciliegi o aceri che sapranno regalare, ciascuno a suo tempo, una tavolozza di colori degna compagna del profilo dei tetti, un mare di petali e foglie del quale rimanere meravigliati vedendoci nuotare gli Shachihoko, le mitologiche carpe che adornano gli angoli delle torri più alte.

    Ma erano e rimangono strutture militari e trovo altresì molto interessante vedere come il passare del tempo abbia influito sulle competenze degli ingegneri che hanno costruito castelli sempre più evoluti, con fortificazioni sempre più efficaci e complesse per far fronte al contemporaneo sviluppo delle armi. Parlando dei castelli classici che conosciamo oggi possiamo trovarne esempi relativamente semplici costituiti da una o più cinte murarie, sormontate da torri e separate da vari cancelli, che proteggono un maschio (chiamato tenshukaku o tenshu) isolato come a Hikone, fino ad arrivare ad imponentissime fortezze costituite da un tenshu di dimensioni molto maggiori, collegato direttamente ad altre torri secondarie attraverso mura sormontate da corridoi coperti, intricatissimi percorsi che attraversano anche vari fossati inondati di acqua, come a Himeji. Percorsi studiati accuratamente per intralciare eventuali eserciti nemici, letteralmente decine di porte da oltrepassare, il tutto affiancato da mura irte di torri dotate di feritoie e caditoie dalle quali poter facilmente colpire i nemici con armi come archi o armi da fuoco.

    Visitando un castello giapponese è impossibile rimanere insensibili al fascino delle caratteristiche mura in pietra. Sono uno dei loro tratti distintivi, la presenza costante di mura non verticali ma più o meno inclinate, di altezza estremamente variabile. Si chiamano Ishigaki (gaki significa recinto e ishi pietre) e costituiscono sia le mura esterne che danno forma ai fossati, allagati o meno, sia le mura che creano corridoi e cortili interni, sia le possenti mura che sostengono i vari terrapieni o costituiscono le fondamenta di tenshu e torri secondarie. Sono generalmente le uniche parti in pietra costituenti queste fortezze, e tra le pochissime costruzioni in pietra dell'antico Giappone, infatti tutto il resto è fatto di legno. Ci sono comunque vari stili costruttivi, con nomi diversi, in base all'inclinazione ed al modo di lavorare ed incastrare le pietre. Le fortificazioni più antiche non disponevano di ishigaki, infatti non erano necessarie difese così massicce e stabili, a partire però dall'era Sengoku si iniziarono a costruire questo tipo di mura poiché la guerra era ormai divenuta una costante quotidiana. I primi esempi ci mostrano uno stile costruttivo che si basava sul reperire pietre in loco ed ammassarle l'una sull'altra con maestria e viene chiamato stile nozurazumi. Successivamente l'arte degli scalpellini e degli ishiku (i muratori specializzati in questo tipo di costruzioni) si affinó e le pietre furono via via lavorate sempre più precisamente ed incastrate con sempre maggior maestria permettendo di creare superfici lisce, grazie alle quali offrire pochi appigli ad eventuali nemici, ed innalzare mura sempre più alte e maestose come per esempio a Himeji, Osaka, Kumamoto e questo stile invece si chiama uchikomihagi.

    Ad un certo punto gli ishigaki assunsero un ulteriore funzione, quella di status symbol che mostrava in modo chiaro la potenza anche economica del daimyo di un castello. Infatti le fortezze divennero sempre più imponenti e richiedevano una quantità di materiali da costruzione davvero mastodontica, basti pensare che gli ishigaki del castello di Osaka contano oltre mezzo milione di pietre. Ammassare, lavorare ed impilare quantità così enormi di materiale non era certo un affare di poco conto e lo sforzo economico era davvero notevole. Poi si sviluppò un'ulteriore tradizione che voleva che i vari vassalli estraessero, scolpissero e consegnassero pietre sempre più grandi al loro signore come omaggio. In realtà era un modo per il daimyo di tenere sotto controllo le finanze dei suoi sudditi con questo tipo di richieste sempre più esose, impedire che costruissero fortezze per proprio conto ed infine reperire materiale a basso costo per loro stessi ed i loro castelli. Comunque questo fece si che in vari castelli, Osaka ne è il miglior esempio, si trovino ishigaki che inglobano pietre davvero colossali che arrivano a pesare decine di tonnellate e misurare metri e metri in larghezza ed altezza come la famosa Tako-ishi che pesa 108 tonnellate e misura oltre 59 metri quadri di superficie complessiva.

    Se gli Ishigaki, segnati da tempo e guerre, sono sopravvissuti fino ad oggi, lo stesso purtroppo non si può dire delle innumerevoli torri, chiamate Yagura, che vi erano ospitate e che, per mille motivi, sono andate perdute.

    Le funzioni di queste Yagura erano estremamente varie ed anche le strutture erano diverse per dimensioni e forme. Da quelle più semplici ad un piano (hira yagura), a quelle più comuni a due piani (niju yagura) fino a quelle più imponenti a tre piani (sanju yagura) che sono assimilabili ad un tenshu in miniatura e sono presenti solitamente soltanto nei castelli più grandi come Himeji. In effetti però in alcuni castelli dove il tenshu non fu mai costruito (Kanazawa per esempio), le yagura a tre piani svolgevano il ruolo di tenshu e prendevano il nome di gosankai yagura (nobili torri a tre piani) poiché era lì che risiedeva il daimyo durante i periodi di guerra. Potevano poi essere semplici magazzini per il cibo o per le armi ed avevano nomi diversi in base a ciò che vi si stivava, per esempio nelle shio yagura vi si conservava il sale (shio, sale), nelle yoroi yagura le armature (yoroi, armatura) e così via. Vi erano yagura che fungevano da alloggi per le truppe, torri per la protezione dei pozzi, potevano ospitare il grande tamburo che scandiva le ore o dava segnali in guerra (chiamato taiko e quindi la torre taiko yagura), postazioni di avvistamento e tantissime altre ancora.

    Tuttavia tra tutte queste tipologie di yagura, quella che mi affascina di più è certamente la rara torre per l'osservazione della luna, tsukimi yagura (tsuki significa luna e mi è il verbo miru, vedere). Sono torri nelle quali il daimyo si poteva ritirare, o intrattenere i suoi ospiti, ed osservare la luna. Sono facilmente riconoscibili perché normalmente non possiedono strutture difensive, sono costituite internamente da un singolo ambiente arioso e più lussuoso del resto del castello e possiedono pareti scorrevoli e rimovibili dalle quali vedere la luna. Per esempio nel caso della tsukimi yagura del castello di Matsumoto, si trovano tre pareti rimovibili (nord-est-sud) e un elegante corrimano esterno dipinto di rosso. Questa particolare torre fu costruita successivamente al castello, durante il periodo di pace seguito al regno di Ieyasu, e per questo non necessitava di sistemi difensivi. Per finire ci sono yagura che prendono il nome semplicemente in base alla loro posizione rispetto all'asse nord sud con nomi presi dal calendario giapponese e dai segni zodiacali.

    Dopo aver parlato però di mura e torri non è possibile concludere senza menzionare l’elemento più affascinante e caratteristico di un castello giapponese, quello che lo rappresenta maggiormente e che è la vera icona che il mondo si raffigura quando pensa a queste fortezze, il tenshu.

    Diciamo che il tenshu come lo conosciamo oggi prende vita con il castello di Azuchi, fatto erigere da Oda Nobunaga a fine 1500. Il primo stile con il quale vennero costruiti i tenshu si chiamava borogata ed era costituito da una torre di tre piani sopra la quale veniva aggiunto un edificio a due, come nel castello di Inuyama. Dopo il 1600 invece lo stile si affinò ed il tenshu fu così costituito da un edificio i cui livelli si sovrappongono regolarmente diminuendo di ampiezza con l’aumentare dell’altezza, come nel castello di Nagoya, questo stile si chiama sotogata. A dispetto dell’eleganza, raffinatezza e splendore esterno, l’interno dei tenshu è generalmente molto sobrio e privo di fronzoli, essendo in realtà una fortezza dove rifugiarsi in caso di guerra e non una residenza per i periodi di pace. Anche l’altezza dei tenshu varia da castello a castello e non solamente per mere questioni di potenza economica ma anche in funzione del luogo dove sorge l’edifico. Un castello che sorge in montagna o su una collina probabilmente non necessita di un tenshu molto alto per poter avvistare i nemici, per esempio il castello di Hikone dispone di un tenshu di soli tre piani ma è situato su un’altura dalla quale domina pianura e lago adiacenti. Viceversa un castello di pianura avrà bisogno di innalzarsi molti metri al di sopra della città che generalmente sorge intorno alla fortezza, infatti per esempio il castello di Matsumoto dispone di un tenshu a sei piani ed addirittura il castello di Aizu ha il tenshu con il maggior numero di piani in Giappone, ben nove.

    Ad ogni modo, se è vero che il tenshu attrae inevitabilmente gli sguardi e le attenzioni della maggior parte dei visitatori me compreso, spero di essere riuscito a trasmettere un po’ di quell’emozione e voglia di scoprire che mi pervade ogni qual volta visito un castello giapponese ed esploro la sua struttura per intero.

    Andrea

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    P.S. Click sulle foto per una risoluzione migliore, grazie

    Precedenti articoli:

    Castello di Matsumoto

    Castello di Okayama

    Castello di Hikone

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    Kanazawa

    La storia di questo castello risale al 1583 quando il daimyo Maeda Toshiie diede ordine di edificare una fortezza a Kanazawa.
    Prima del suo arrivo Kanazawa era una sorta di città fortezza, sostenuta da alte colline e protetta da due fiumi, principale roccaforte di una sorta di repubblica teocratica chiamata "Il Regno dei Contadini". Questa città castello fu la base sulla quale fu fondata l'attuale città di Kanazawa. La svolta più importante fu appunto nel 1583 quando il daimyo Maeda, alla guida delle forze di Toyotomi Yedeyoshi, sconfisse il rivale Morimasa (che regnava da pochi anni su Kanazawa), fece di Kanazawa la base delle sue proprietà che si estendevano su tutta la provincia di Kaga ed ordinò la costruzione del castello.
    Durante i secoli successivi questo castello fu colpito più volte da devastanti incendi il primo dei quali, nel 1602, distrusse il maschio (alto ben sei piani) che non fu mai più ricostruito.
    Fu nel 1631 che la struttura della fortificazione cambiò drasticamente, fu ampliata la seconda cinta muraria, fu costruito un fossato all'interno del castello e le dimore dei vassalli furono spostate all'esterno delle mura. In quel periodo l'aspetto della fortezza doveva essere davvero impressionante con oltre 3 chilometri di fossati interni ed un sistema di canali per fornire acqua potabile che portava l'intero complesso idrico ad una lunghezza di oltre 15 chilometri. I terreni del castello furono divisi in 9 recinti divisi e protetti da bastioni di terra,  mura di pietra e grandi cancelli fortificati.

    Le peripezie che il castello dovette attraversare non finirono lì, fu distrutto ancora nel grande incendio che nel 1759 distrusse gran parte della città ed oggi possiamo vedere il castello così com'era stato ricostruito nel 1850 e sono poche le parti risalenti al XVIII secolo arrivate fino a noi.

     

    Una di queste parti è la famosa porta d'accesso chiamata Ishikawa-mon.

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    Il cortile interno, racchiuso tra due possenti cancelli e difeso da alte mura con numerose feritoie, passaggio obbligato per ogni eventuale aggressore.

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    Varcando il secondo cancello e salendo una rampa lastricata ci troviamo di fronte all'impressionante corpo centrale del castello, costituito da una splendida tamon-yagura, di cui stupisce l'estensione che gli è valsa l'appellativo di "Palazzo dei 1000 tatami" poichè il tatami è da sempre considerata un'unità di misura in Giappone (la superficie di questa yagura è di quasi 1.400mq).

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    La tamon-yagura che collega le due torri è davvero splendida e raffinata grazie a varie scelte costruttive come la particolare decorazione a quadretti del muro del primo piano con una tecnica particolare e di difficile realizzazione chiamata Namako Kabe.

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    All'estrema destra troviamo quella che forse è la struttura più rappresentativa del castello di Kanazawa (insieme al cancello Ishikawa-mon), la yagura a tre piani chiamata Hishi Yagura (hishi = rombo e yagura = torre) che possiamo tradurre con Torre Diamante perchè la pianta non è quadrata ma romboidale con angoli di 80 e 100 gradi, cosa che ha comportato notevoli difficoltà per gli ingegneri dell'epoca.

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    Particolare che sottolinea l'eleganza che una struttura militare può comunque avere.

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    In questa immagine possiamo ammirare come una semplice caditoia sia stata trasformata in un'elegantissima finestra grazie ad un tetto ondulato e spiovente.
    Particolari che donano eleganza e raffinatezza al castello.

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    Dettaglio delle mura.

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    All'estremità sinistra della tamon-yagura invece troviamo un cancello protetto da una grande torre chiamata Tsuzuki-yagura ma il complesso prende il nome di Hashizume-mon.
    Questa era una parte molto importante e delicata del castello poichè, attraversando il ponte chiamato Hashizume, si potevano varcare due cancelli ed accedere al secondo recinto interno e quindi al cuore della fortezza.

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    Lo stile costruttivo di questa porta, con cortile interno racchiuso tra due cancelli, è chiamato Masugata ed è lo stesso stile che contraddistingue la porta principale Ishikawa-mon.

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    Per motivi di spazio consentito per l'upload, continuo nei commenti sotto...

  17. Alla voce "Giallo" Wikipedia afferma che in zoologia il giallo, soprattutto se associato al nero, indica agli altri animali il pericolo, come ad esempio accade per api e vespe e animali marini tossici.

    Aggiunge inoltre che è il colore sacro del Buddhismo, simbolo della saggezza, così come è uno dei colori simbolo della Cina.

    Dalle nostre parti il Giallo è utilizzato da quei partiti e movimenti che esprimono una politica più radicale rispetto ad altre formazioni, è adoperato da chi allestisce cantieri per indicare una segnaletica stradale provvisoria, mentre per i napoletani affermare di aver avuto molta paura si dice "Ho fatto il giallo".

    Bene, benissimo. Fantastico.

    Ma oltre le dotte affermazioni de "L'enciclopedia libera" del web, confermo che per me il Giallo è soltanto un colore straordinariamente fotogenico che mi piace cercare e ritrarre nelle mie immagini.

    Pertanto, chi non si fosse ancora stancato di guardare fotografie ben fornite di giallo, dia un'occhiata anche a queste: l'autore gliene sarà riconoscente e lo ringrazierà premiandolo con una virtuale medaglia.

    Di oro giallo, naturalmente. :P

    (aprire le foto)

    1.

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    2.

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    3.

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    4.

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    5.

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    6.

    DSC_1233low.jpg.b79cbfe717558efc4ebfb9beeabd141d.jpg

    7.

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    bimatic
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    Valli piacentine, quella che è stata un centinaio e più di anni fa la casa di una famiglia numerosa ora viene ribattezzata "museo" e raccoglie, in un ambiente per quanto possibile conservato, oggetti di uso dell'epoca con riferimenti alle persone del posto ( principalmente contadini ).

    Vista dall'esterno

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    La casa era ed e' priva di corrente elettrica e acqua

    Al piano terra si trova un ingresso/cucina ( per dirla con nomi moderni ), con l'immancabile camino/stufa ( focolare )

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    lavandino e pentolame

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    frigor, cioe' ghiacciaia

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    l'altro un locale che ora raccoglie attrezzi per macinare, banconi per fare il pane e armadi con stoviglie e accessori per cucina

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    lampade per la notte

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    Dettaglio dei pavimenti

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    la scala che porta al piano superiore,

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    Dettaglio delle assi del pavimento e delle travi del soffitto ( tutte originali, solo sabbiate )

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    Camera matrimoniale

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    Stanza "da lavoro", cucito...

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    Al secondo piano, disimpegno con la scala per andare nel sottotetto

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    Cameretta

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    Camera da letto

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    Al piano interrato , che era la stalla, sono stipati alcuni attrezzi da lavoro dell'epoca.

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    A fianco della casa ( sulla sinistra rispetto all'ingresso ) un ampio spazio areato che fungeva da fienile

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    Dettaglio della fattura dei muri

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    e delle travi di sostegno

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    Scatti effettuati "di corsa" e senza pretese ( ne' cavalletto ) nell'agosto del 2017 "con D750 e 14-24, alcuni con il flash integrato ; mi riprometto ogni volta che torno lì di fare un lavoro migliore, in quella casa nel 1910 era nato mio nonno.

     

     

     

     

     

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  18. Esperienze

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    Per il mio primo post vi racconto le mie prime esperienze di escursione fotografica wildlife, tra le montagne della Val d'Aosta, a caccia di camosci!
    Ho la fortuna di conoscere Massimo Vignoli di persona, che mi ha guidato in questa mia prima volta e da cui ho imparato moltissimo.
    Quindi sveglia alle cinque e partenza per la Val d'Aosta! All'arrivo il tempo era insolitamente caldo, per cui si è optato per viaggiare leggeri e lasciare le ciaspole in macchina. La prima salita ha dimostrato la mia forma fisica abbondantemente precaria, tanto che dopo poche centinaia di metri già i polpacci avevano deciso di smettere di collaborare, e il peggio doveva ancora venire! Dopo neanche una mezz'oretta si inizia a vedere neve e dopo pochi altri minuti si vede solo quella... Ovunque, mezza sciolta dal caldo e fino al ginocchio, con ogni passo si sprofondava e con quello successivo cedeva ulteriormente, raddoppiando lo sforzo. Dopo oltre 4 ore riusciamo ad arrivare in cima stremati, ma ce l'avevamo fatta! E lo sforzo ci ha ripagato con qualche splendido esemplare, che evidentemente ha voluto premiare lo sforzo, mostrandosi vicino senza doverlo andare a cercare, anche perché... Non avremmo mai potuto fare un altro passo! Ma ormai il tempo era poco, la neve alta, gli altri camosci ben nascosti, quindi poche foto ed era già ora di prendere la via della discesa, che si è dimostrata sicuramente meno stancante, ma con la neve sciolta non è stata comunque una passeggiata.
    Una volta a casa c'è stato un pò di disappunto rivedendo le foto, troppi errori sciocchi, di messa a fuoco, di impostazioni della reflex... La stanchezza e l'aria rarefatta forse hanno giocato un tiro mancino, forse semplicemente l'emozione era troppa. Man mano che la stanchezza passava, aumentava la voglia di tornare nuovamente lassù, per cui alla fine abbiamo organizzato anche per il weekend successivo.
    Sveglia nuovamente alle 5 e via pronti a partire nuovamente! Questa volta il tempo era meno aperto, faceva un po' di nevischio, ma durante la settimana aveva fatto relativamente caldo, per cui anche questa volta niente ciaspole. Inoltre abbiamo fatto un percorso leggermente più lungo, ma anche meno ripido, che non ha convinto troppo i miei polpacci, ma complice la neve ben più ghiacciata in circa 2 ore e mezza eravamo già su, pronti per poter abbandonare il sentiero e lanciarci verso la vera "caccia".
    Ma la fortuna non era particolarmente dalla nostra, quindi dopo aver avvistato un gruppo di stambecchi, cercando di avvicinarci un nuvolone si piazza proprio intorno a noi. E siccome non c'era vento, il nuvolone ha pensato di tenerci compagnia per qualcosa tipo 4-5 ore, impossibilitandoci non solo di fotografare, ma anche di muoverci, con il freddo che penetrava sempre più attraverso le scarpe, i guanti, i vestiti. Momenti in cui le speranze ci stavano abbandonando.
    Ma proprio quando stavamo per cedere, all'improvviso le nuvole spariscono e lasciano spazio ad un sole bellissimo e diversi camosci intorno a noi! Abbiamo valutato la possibilità di tornare anche con il buio e ci siamo lanciati in altre foto, regalandoci scorci mozzafiato, animali stupendi, paesaggi emozionanti e persino una luna gigante che fa capolino dietro la cima di una montagna. Alla fine, sazi dell'abbuffata siamo tornati giusto in tempo per attraversare il bosco con la sola torcia ad illuminare il cammino, stanchi ma felici.
    Queste sono alcune delle foto scattate, e anche se sono il primo a dire che non sono le più belle mai viste, non è importante, perché sono le mie, scattate durante un'esperienza spaziale, che non vedo l'ora di ripetere nuovamente. Inoltre l'esperienza mi ha permesso di imparare con sul campo diverse cose. Per esempio:
    - la montagna la devi conoscere, non si può improvvisare. Siamo partiti con il sentiero pulito e ben tracciato, ci siamo ritrovati in un mondo di neve in cui tutto era ricoperto. Se non fosse che Massimo riusciva ad orientarsi e sapeva dove mettere i piedi, saremmo ancora lì dispersi... Inoltre bisogna anche sapere quali attrezzature portarsi, non può bastare la voglia e un paio di sneakers.
    - come approcciarsi agli animali: bisogna sapere come fare, mantenendo distanze di sicurezza, facendo capire il disinteresse attraverso il proprio comportamento, tutte cose che magari sulla carta si sanno a menadito, ma quando poi si è lì è tutto un altro paio di maniche da mettere in pratica, tra la foga, la stanchezza, la neve e i saliscendi.
    - ma soprattutto: mai mollare. Dopo 4 o 5 ore nella nebbia e nel freddo le speranze iniziavano davvero a vacillare, ma se non fossimo rimasti fino alla fine non avremmo avuto le occasioni che poi si sono presentate. Insomma è proprio vero quanto si dice: se ci sei può andare male, ma se non ci sei diventa una certezza.

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  19. Dopo poco più di un mese di utilizzo della Nikon Z 7 ed un migliaio di scatti, scrivo le mie osservazioni, anzi meglio i miei primi appunti sul viaggio intrapreso con la nuova creatura e l’obiettivo 24-70/4 S (presente nel Kit), note da utilizzatore non professionale, ma molto molto normale.

    Premetto che quanto già scritto già da Mauro (Z 7) e Max (Z 6) è “SCIENZA" ed anche più comprensibile del manuale d’uso, anche se la lettura di quest’ultimo resta necessaria. Io con questo blog ho buttato giù due righe terra terra, attesa la differente esperienza e professionalità, oltre alla diversa mole di scatti effettuati con Z 7 dal sottoscritto (la mia non ha ancora completato il rodaggio) e da Mauro. La sua, se fosse un’auto, avrebbe già sostenuto il primo tagliando.

     

    Ergonomia: la macchina cade in mano bene, le dita stanno comodamente sull’impugnatura ed anche lavorando a lungo con il 70-200/4 più FTZ (non ho ottiche più lunghe e neppure più pesanti), l’insieme non stanca, seppure la ghiera delle focali non sia posizionata nella parte anteriore a quella del fuoco, come nelle ultime creazioni. Mentre con il compatto 24/70 è una meravigliosa compagna di viaggio. Sarà perché ho le mani lunghe ed affusolate, ma per me le dimensioni sono giuste. D’altronde io mi sono trovato benissimo con l’F.3 e pure bene con la Df, come non potevo trovare confortevole anche la Z 7.

    Riporto le misure dei tre corpi per giustificare quanto sopra detto:

    F3 – 148,5x115x7,1

    Df – 143,5x110x66,5

    Z 7 – 134x100,5x67,5.

    Come si può notare le differenze sono minime, specie in altezza e profondità.

     

    Mirino: è semplicemente eccezionale, chiaro, grande, nitido. Sembra un mirino ottico che però non si scurisce quando fa buio. Inoltre, la sua conformazione (sporge circa 2 cm. dal corpo macchina), consente ai portatori di lenti ed a quelli come il sottoscritto che inquadra con l’occhio sinistro ed è pure dotato di una discreta proboscide, di vedere comodamente il 100% dell’area inquadrata e di lavorare con il pollice della mano destra senza colpire il naso o la lente degli occhiali.

    Da questo punto di vista il mirino è superiore a quello già ottimo della D850 (sempre per coloro che hanno i soliti miei problemi nell’inquadrare, per gli altri è eccezionale).

    Una nota negativa riguarda l’orizzonte artificiale, che seppure a colori e facile da mettere in bolla, invade completamente il centro del mirino ed ostruisce in maniera significativa la scena inquadrata. E’ utile solo per livellare la macchina sul cavalletto. Avrei preferito che fosse stata adottata la soluzione utilizzata per la D850, dove abbiamo due cursori ai lati del mirino che non danno alcun fastidio ed utilizzabili anche a mano libera. Posto le foto dei mirini (quello della D850 ripreso dal manuale) per rendere meglio l’idea.

     

     

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                                                        Z 7                                                                                                                                                                                      D850 - I riferimenti della livella sono i n. 1 e 5

     

    Quindi, per evitare le linee cadenti operando a mano libera con la Z 7 è adoperabile solo il reticolo.

     

     

    Comandi principali e tasti funzione: dopo i primi scatti ho cercato di assegnare ai tasti programmabili tutte le mie funzioni preferite, cercando di riportare, seppure lontanamente, la funzionalità della D850. Utile è anche il menù selezionabile con il tasto “i”, anche se la manovra non è così immediata ed ancora stento ad operare correntemente, tanto che ricorro ai tasti funzione anteriori (facili da usare), a quelli posti vicino al pulsante di scatto (ho programmato anche quello destinato a video) e quelli posti sul retro, limitatamente al Joystick, al pulsante AF/ON e DISP. Gli altri con l’occhio sinistro al mirino non sono molto comodi da utilizzare.

    La torretta di sinistra non è confortevole e rapida come quella della D850, però lavorando quasi sempre in manuale, la uso poco. Comunque, è utile la selezione “U1/U2/U3”, dove si può personalizzare le impostazioni più diverse senza lavorare con i menù. Ad esempio ho settato sulla posizione “U1” le impostazioni che uso quando metto la macchina sullo stativo, per cui ho disattivato il VR interno alla macchina, ho impostato l’automatismo a priorità di diaframmi e la sensibilità ISO in manuale (64). Tale sistema mi consente con un solo clic di settare la macchina senza dimenticare qualche variazione necessaria quando uso il treppiede e con un altro clic torno ad operare a mano libera con le impostazioni preferite.

     

     

    Autofocus: Dell’autofocus dico solo che mi manca la messa a fuoco a gruppi, non ho ancora capito con cosa sostituirla, per il resto occorre leggere quanto già scritto da Mauro, ma per me è già ottimo così.

    Infatti, utilizzo raramente la raffica, in quanto i miei soggetti sono per lo più statici o non veloci (auto d’epoca), per cui non ho incontrato problemi. Le rare incertezze che per ora ho potuto verificare, le ho notate puntando il cursore dell’autofocus sui cofani delle auto, specie quelli piatti senza modanature. Comunque, è stato sufficiente spostare il punto di fuoco sulle intersezioni fra il cofano e il parafango o il frontale ed il gioco è fatto. Peraltro, una delle qualità sufficienti all’acquisto di tale macchina, è la possibilità di mettere a fuoco da un angolo all’altro del mirino, senza dover spostare l’inquadratura, bloccare la messa a fuoco, ricomporre l’inquadratura e scattare. Qui basta spostare il cursore con il joystick, mettere a fuoco il soggetto ed il gioco è fatto.

     

     

    Buffer: non parlo del buffer perché non scatto a raffica, ma ho notato, scattando in raw a monitor con Lexar 2933, che la spia di segnalazione della registrazione della foto si illumina solo per un battito di ciglia.

    Modi di scatto (otturatore elettromeccanico o elettronico): quando scatti la macchina non vibra neppure con l’otturatore meccanico, che è dotato pure di un suono molto soft ed usabile perfino a teatro. In modalità silenziosa è notevole. A proposito di quest’ultima modalità operativa, mi auguro che i progettisti quando installeranno sulle future mirrorless solo l’otturatore elettronico, inseriscano la possibilità di abbinare allo scatto un suono simile al rumore dell’otturatore meccanico, magari con il volume del “clic” regolabile.

    Inoltre, grazie alla modalità silenziosa ed alla sua forma, la fotocamera passa abbastanza inosservata, per cui tenendola ad altezza ombelico con il monitor leggermente aperto, si scatta che è una meraviglia senza destare sospetti o curiosità.

    stand-by: Una cosa particolare e un po’ fastidiosa è quando la macchina va in stand-by, perché non operativa. In questo caso il tempo di riattivazione è superiore a quello, brevissimo, che occorre passando da “Off” ad “On” con l’interruttore posto a corona del pulsante di scatto.

    Per ottimizzare i tempi morti dello stand-by, come ha già suggerito Mauro, basta avere l’accortezza di premere leggermente il pulsante di scatto o più comodamente il tasto “af/on” a portata di pollice e nel mentre si porta all’occhio, la Z 7 è già attiva. Tengo, tuttavia, a sottolineare che se perdo una foto è solo per colpa mia non della macchina.

    Batteria: La batteria in dotazione prima di chiedere di essere sostituita ha fatto 750 scatti, con un uso intenso del monitor, dello scatto silenzioso e di numerose foto eseguite con alti ISO.

    L’obiettivo: per ora il solo Nikkor Z 24-70/4 S Line del Kit. E’ un ottimo zoom direi pari al mio Sigma 24-35/2 anche se paga due stop di luminosità. E’ compatto, silenzioso e rapido nella messa a fuoco. Di seguito posto alcune immagini ed i relativi ingrandimenti di particolari al 100%, dove si può notare la nitidezza dell’ottica anche ai bordi.

    Speriamo, comunque, che i prossimi zoom non mantengano la necessità di essere sbloccati per attivare la ripresa, come accadeva anche con gli zoom della serie One. E’ solo un’inutile passaggio in più.

     

     

    ZSC_0197.thumb.jpg.fb9297d77d86a415f9e09c804cb5d629.jpg   Aston Martin Le Mans del 1933 (Focale 26,5 - F. 5,6 - ISO 1800 - 1/100) ZSC_0197-2.thumb.jpg.3da1bcc3c54aa31e9e941bd03f2652a3.jpg  Crop 100%

    ZSC_0238.jpg.c832dce138d3f34d7e953b613dd8a0de.jpg

    Aston Martin DB4 del 1959 (focale 41 - F. 5,6 - ISO 280 - 1/100)

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    ZSC_0301.jpg.8dbbd4ff1478d2a8d3170602a5b89e95.jpg 

    Ferrari 365 GTC 4 del 1971 (Focale 53 - F. 5,6 - ISO 140 - 1/100) 

    ZSC_0301-2.thumb.jpg.8c7e4653ccdba5b842a6aedbd936461b.jpg  Crop 100%

    ZSC_0377.jpg.ba344182fc4f9f6f033154a7f3595511.jpg  

    Stand Porsche – auto restaurate in attesa di premiazione (Focale 28,5 - F. 5,6 - ISO 320 - 1/100)  

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    ZSC_0541.jpg.ebe5188580c76f2c8e8e50e385cf8c05.jpg 

    Motore Ferrari V12 Tipo 125 di 2953cc montato su una Ferrari 250 GT Boano del 1956  (Focale 24 - F. 5,6 - ISO 5000 - 1/100)

    ZSC_0541-2.thumb.jpg.3f3d313845af96a0fae6d74bc264f858.jpg Crop 100%

    ZSC_0573.thumb.jpg.9f29168075121b27ae0e05c7caafdcef.jpg ZSC_0573-2.thumb.jpg.5052a3d63f6809cca0523432e604a306.jpg

    Alfa Romeo Giulia Sprint Speciale del 1964  (Focale 70 - F. 5,6 - ISO 720 - 1/100)                                                                                                Crop 100%

    ZSC_0591.jpg.429fd8f8850bb3dfdf8dbf173ce851e8.jpg  

    Maserati 3500 GT del 1960 (focale 48 - F. 5,6 - ISO 640 - 1/100) ZSC_0591-2.jpg.da794da936c0732e0e63c06e91b91cc2.jpg  Crop 100%

    ZSC_0598.jpg.37c4fb868154a9150ad09f0f94b1768a.jpg  

    Motore Maserati 8V 4200 del 1963 che equipaggiava la Maserati Quattroporte del 1963 (Focale 29,5 - F. 5,6 - ISO 7200 - 1/100)

    ZSC_0598-2.jpg.5082ba2d58ce06f8ed511301a7f3e08c.jpg  Crop 100%

    Le foto sono state effettuate tutte a mano libera

    FTZ: una sola parola, efficientissimo. Non fosse per il rumore del VR del 70/200 non avverti differenze prestazionali. Ottimo anche con il Sigma.

    La Z 7 è divertente e facile da usare anche in modalità manual focus, ma di una cosa sono certo, non ci monterò i miei cari AIS, che resteranno nella vetrina della mia stanza dei giochi in bella mostra con la F 3. Per cui avanti con lo zoom dedicato, il 24-35/2 ed il 70-200/4 “effetizzati”. Resto, comunque, in attesa che Nikon mantenga gli impegni presi con la roadmap, ad iniziare dal 50/1,8 (previsto per dicembre) e successivamente del 20/1,8 e del 70/200 (previsti per il 2019), per mandare in pensione l’FTZ, seppure stia dimostrando tutta la sua efficacia. Non è previsto nella roadmap, ma confido anche in un 105 micro, per completare le necessità e le voglie.

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    Tramonto a Volpaia (24/70 - focale 24 - F. 5,6 - ISO 160 - 1/100)

    DSC_0070.jpg.c532bffda1b58d981fcf4185767cd64c.jpg 

    Tramonto a Volpaia (24/70- focale 70 - F. 5,6 - ISO 200 - 1/100)

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    Vallombrosa - la foresta (24/70 - focale 64 - F. 5,6 - ISO 64 - 15 Sec.)

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    Limone selvatico (70/200 - focale 200 - F. 5,6 - ISO 64 - 1/320)

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    Fiore di Cardo selvatico (70/200 - focale 200 - F. 5,6 - ISO 560 - 1/160)

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    Loc. Casa Maggio  (70/200 - focale 120 - F. 5,6 - ISO 64 - 1/160)

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    Evoluzioni di storni (70/200 - focale 70 - F. 5,6 - ISO 640 - 1/160)

    ZSC_0883.thumb.jpg.b482f332d7af19c168549e80b557507f.jpg (70/200 - focale 70 - F. 5,6 - ISO 400 - 1/160)

    ZSC_0884.thumb.jpg.b68fbf45172b0529add5fad05f318e51.jpg (70/200 - focale 70 - F. 5,6 - ISO 560 - 1/160)ZSC_0888.thumb.jpg.2174e7db4627115124d9346b7f55a664.jpg (70/200 - focale 70 - F. 5,6 - ISO 640 - 1/160)

     

     

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    Simona85
    Ultimi Argomenti

    Finalmente, c’è l’ho fatta: sono andata al Lucca Comics!!!

    Il più importante appuntamento italiano dedicato ai fumetti, ai giochi di ruolo e da tavolo, ai videogiochi e fantasy. La fiera del Lucca Comics è considerata la più importante in Europa e forse seconda solo al Comic-Con di San Diego.

    Immaginatevi l’intero centro storico dentro le mura di Lucca e al suo interno migliaia di espositori, fumetterie, associazioni ludico-culturali e migliaia e migliaia di cosplayer.

    Durane l’evento oltre gli espositori si svolgono concerti, proiezioni di anteprime, incontri con autori, tornei di giochi di ruolo e varie parate di cosplayer.

    Pensate a un personaggio dei fumetti, di fantasy o fantascienza… c’era!!! Una folla sconfinata di cosplayers, dai personaggi di Star Wars a quelli di Walking Dead, dai personaggi di Overwatch a quelli di World of Warcraft e ovviamente non potevano mancare i personaggi Marvel e i grandi classici come Nightmare o IT.

    E ora vi lascio un estratto di alcune anteprime delle foto che ho fatto… ovviamente ogni suggerimento e/o commento è ben accetto!!!

    918905157_2018_11_03(01).thumb.jpg.3a44dee1534a113f51d2264b65542a72.jpg  1720799747_2018_11_03(07).thumb.jpg.a6427ee9a4928567bb0264b660d51357.jpg

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  20. Giannantonio
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    E' un bell'obiettivo e non avrei mai pensato di metterlo in vendita, ma usarlo sulla nuova D850 e sacrificare più di metà sensore, non mi va giù.
    Avevo già previsto che sarebbe stato da cambiare in favore di un wide fisso (24) o zoom (24-35) stesso brand stessa linea.
    L'ho acquistato per la D7100 sostituendo il 18-105,  e da quel momento ho finalmente potuto godere di immagini migliori senza limiti di luce anche nelle chiese.
    A mio parere va bene anche sulla D850 a patto di accettare i limiti del fatto che è ottimizzato per il sensore DX e dell'angolo di campo risultante.
    Inserisco qui di seguito alcune immagini di test alla buona, per rispondere ad una richiesta di Max Aquila su come va agli angoli; sono foto, convertite in JPG senza nessuna PP, di un muro esterno alla minima focale (18) ed alla massima (35), da tutta apertura (F1,8) fino ad F8.
    Per tutte tempo fisso di 1/125 ed ISO da 320 fino a 6400 per quelle ad F8, in questa uggiosa giornata di oggi 28 ottobre 2018 alle 17:15:

    35mm F1,8

    DSC_0461.thumb.jpg.25525ace0f47ffa6d96d02f47240b2ef.jpg

    35mm F2,8

    DSC_0462.thumb.jpg.b50a0197f24bda456cbd63e484ddb83a.jpg

    35mm F4

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    35mm F5,6

    DSC_0464.thumb.jpg.d5b85a9dcbcd16deae3217cf2de6614d.jpg

    35mm F8

    DSC_0465.thumb.jpg.40f4b5a8671b10130b5ee6ca5c4c0cf2.jpg

    18mm F8

    DSC_0466.thumb.jpg.55f6edc76584f98cdc5e161bfbee6f74.jpg

    18mm F5,6

    DSC_0468.thumb.jpg.e3e940141ec5dad602f81d48be26ef35.jpg

    18mm F4

    DSC_0469.thumb.jpg.62fc2fb93c1d74404fe6cf92edbb54c6.jpg

    18mm F2,8

    DSC_0470.thumb.jpg.bafc88b371c9312dde35261942918d68.jpg

    18mm 1,8

    DSC_0471.thumb.jpg.79a56a3662b17b3380c9abb1f17bd34f.jpg

    Ora basta con i test sui muri e vediamo come funziona dal vero su questo monumento posto all'ingresso dell'ippodromo San Siro di Milano

    35mm F2,8

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    35mm F4

    DSC_0415.thumb.jpg.d8d4a47ba847be5e512f079fca39feeb.jpg

    35mm F5

    DSC_0418.thumb.jpg.6ce0ede71ef0fa58730d975ab68d25b1.jpg

    Ecco come viene reso il soggetto in una giornata di tempo variabile ( 21 ottobre 2018) con il sole in alto a sinistra che quasi entra nell'obiettivo.
    A me non sembra un pessimo risultato considerando che siamo a 20mpx di risoluzione massima utilizzata, sui 46mpx della D850.
    E sulla D7100 non va peggio.

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    Nick Brandt il fotografo di natura con l’anima al posto del obiettivo.

    Si possono fare le foto della natura selvaggia in B&W?  La risposta e’ si, se consideriamo questi scatti del fotografo britannico Nick Brandt. Non sono fatti con la macchina fotografica, sono fatti con la sua anima. Sono immagini poetiche, spettacolari e di forte impatto. Vibrano di vita anche se manca il colore. Anzi l’assenza cromatica ci svela una nuova dimensione, un mondo tutto da scoprire che le nostre macchine non hanno l’automatismo che consenta loro di vederlo, ci vuole l’occhio umano allineato al cuore.

     

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    Per Nick Brandt, la fotografia è allo stesso tempo un mezzo di espressione artistica e un modo per focalizzare l'attenzione sulle specie in via di estinzione. Le sue fotografie belle, elegiache e spesso malinconiche sono guidate dalla sua passione per gli animali e dalla sua ambizione di aiutare a salvare la popolazione selvatica in declino dell'Africa.

    Ha iniziato a dedicarsi alla fotografia nel 2000 dopo una carriera di successo come regista di spot pubblicitari e video pop. Ha lavorato con artisti come Moby, XTC e più famosi come Michael Jackson, e per la prima volta ha visitato l'Africa orientale durante le riprese del video di Jackson's Earth Song. È stato l'inizio di una passione per questa regione e la sua natura selvaggia che ha cambiato la vita di Nick. "C'è qualcosa di profondamente iconico, persino mitologico, riguardo agli animali dell'Africa orientale e meridionale", ha scritto nel suo libro On This Earth (2005).

     

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    Brandt avvicina i suoi soggetti da una prospettiva artistica. Mentre la fauna selvatica tradizionale i fotografi sparano a colori, le sue immagini sono in bianco e nero; invece di usare il kit digitale, sceglie una fotocamera a pellicola Pentax 67 II di medio formato e sebbene molti dei suoi contemporanei utilizzino lunghi teleobiettivi, Brandt preferisce avvicinarsi al soggetto usando obiettivi molto più corti. Forse la caratteristica più distintiva del suo lavoro è che evita completamente i drammatici colpi di azione animale, come la caccia e l'uccisione. Le immagini di Brandt di solito prendono la forma di ritratti statici e meditativi che mostrano gli animali come individui. 'Voglio avere un vero senso di connessione intima con ciascuno degli animali - con quello scimpanzé specifico, quel particolare leone o elefante di fronte a me ", scrisse in On This Earth. "Credo che essere così vicino all'animale faccia una grande differenza nella capacità del fotografo di rivelare la sua personalità.

    In questo modo, Brandt ci invita a guardare di nuovo alle specie conosciute e a riacquistare un senso di meraviglia per quanto siano davvero straordinarie. L'originalità delle fotografie di Brandt ha portato inevitabilmente alla speculazione su come esattamente sono state create. Usa solo tre obiettivi: 55 mm, 105 mm e 200 mm (quest'ultimo è equivalente a circa 100 mm in termini di 35 mm). Preferisce usare la pellicola Kodak T-Max 100 e scatta attraverso pesanti filtri ND grad e rossi. Dopo lo sviluppo convenzionale, le immagini vengono ulteriormente perfezionate nella fase di post-acquisizione dopo essere state digitalizzate in Photoshop. Sebbene utilizzi tecniche digitali per migliorare le sue immagini attraverso un maggiore dettaglio delle ombre e una gamma tonale, rifiuta le manomissioni più evidenti, come la "clonazione" di animali aggiuntivi o la sostituzione di cieli. A volte la perfetta collocazione di animali in una scena ha portato alcuni critici a chiedersi se le sue immagini siano state alterate digitalmente. Tuttavia, Brandt insiste che le sue fotografie derivano da molte ore, giorni e talvolta settimane di pazienza in attesa che tutti gli elementi si uniscano, piuttosto che usare una soluzione rapida di post-elaborazione.

     

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    On this earth 2000-2004

     

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    A shadow falls 2008-2009

     

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    La sua prima mostra, nel 2004, seguita da On This Earth un anno dopo, ha rapidamente consolidato Brandt come una delle principali nuove voci nella fotografia d'arte (lui, tuttavia, era estremamente scontento della qualità di stampa del libro e da allora lo ha rinnegato). La sua seconda collezione, A Shadow Falls (2009), ha ulteriormente cementato la sua reputazione, seguita da On This Earth, A Shadow Falls (2010), una raccolta delle migliori immagini dei due libri con una qualità di stampa notevolmente migliorata. Nel 2010, Brandt ha iniziato a lavorare al terzo nella sua trilogia di libri. Queste immagini sono molto più scure e più scure di quelle girate negli anni precedenti e riflettono la crescente rabbia e disperazione di Brandt al ritmo accelerato della distruzione della fauna africana.

    Brandt dice di essere sempre stato pessimista sul futuro degli animali, ma che dopo il 2008 le cose si sono deteriorate ancora di più di quanto avesse previsto. Ad esempio, secondo alcuni esperti, l'aumento della domanda di avorio, in particolare dalla Cina, ha provocato la morte di almeno il 10% della popolazione di elefanti ogni anno. Gli animali uccisi hanno incluso molti elefanti particolari presenti nei precedenti lavori di Brandt. Le sue immagini più recenti includono una fotografia di una lunga fila di guardie forestali che tengono le zanne di elefanti uccisi dai bracconieri (un severo aggiornamento della sua prima fotografia di un branco di elefanti che cammina in fila), un cranio di giraffa in un vuoto, prosciugato paesaggio e resti calcificati di animali morti che Brandt è risorto in una macabra ri-creazione delle creature che erano una volta.

    Queste fotografie sono una potente condanna del nostro fallimento collettivo nel porre fine alla distruzione di queste specie un tempo abbondanti. La convinzione di Brandt che è necessaria un'azione urgente per arrestare il drammatico declino del numero di animali lo ha portato, nel settembre 2010, a fondare la Big Life Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che mira a porre fine al bracconaggio e conservare gli animali nel loro habitat naturale . La grande vita ha ha finanziato l'assunzione di un certo numero di ranger per pattugliare il Parco Nazionale di Amboseli in Kenya, con il risultato che molti bracconieri sono stati arrestati. In effetti, gli sforzi della Fondazione hanno avuto un tale successo che Brandt intende estendere la propria area operativa.

     

     

    Nick Brandt Across the ravaged land (2010-2012)

     

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    Parte del testo e' stato tradotto dall'intervista che ha rilasciato Nick Brandt al David Clark il 20/02/2012

    Website:  www.nickbrandt.com

     

     

     

     

     

     

     

     

  22. Silvio Renesto
    Ultimi Argomenti

    La serie di Quattro chiacchiere con...  si chiude in bellezza con l'intervista al co-fondatore e anima vivace di Nikonland. Non ha bisogno dia presentazioni è lui: Mauro Maratta.

    Raccontaci qualcosa di te
    Ho da un pezzo passato i cinquanta anni ed ho rinunciato ancora da prima a tenere sotto controllo il mio "peso forma".
    Il mio lavoro é tra le cose più lontane al mondo dall'espressione fotografica o dall'arte in genere.
    Perchè io considero la fotografia come un mezzo di espressione, alla pari con le altre forme di arte e non certamente come una forma di riproduzione meccanica fedele.
    Io come fotografo non mi sento affatto un cronista o un "contastorie", ma un pittore o un compositore. Fotografare per me è il sistema più facile per esprimere la mia creatività.
    Da giovane studiavo musica e sognavo di diventare organista o direttore d'orchestra. Ma non ne avevo né il talento né lo spirito d'abnegazione necessari.
    Sono pigro e trovo sempre più pratiche le scorciatoie. Fotografare è - in apparenza - molto meno impegnativo. Ecco perchè !

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    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?
    Confesso che non mi sono mai interessato particolarmente alla fotografia fino ai venti anni di età.
    Le mie forme espressive più naturali sono la musica e la pittura.
    In casa c'era una Zeiss Contessa deputata alle foto familiari che usava mio padre esponendo aiutandosi con un misterioso foglietto piegato e riposto dentro l'astuccio della fotocamera (di quelle a soffietto, avete presente ?). Da grande ho poi scoperto che l'esposimetro era guasto e nel foglietto c'erano le coppie tipo di diaframma/tempo. Ma all'epoca non mi interessava per nulla.
    Tutto il mio interesse si riversava sulle macchinine, sui modelli da costruire, sui dischi di musica classica.
    La mia prima esperenza fotografica risale all'epoca del mio primo alano - Lisa - e di un regalo inaspettato, una Polaroid.
    Le foto erano pessime ma vedere lo scatto del mio cane che si materializzava in pochi minuti era emozionante.

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    Nikon perchè? Un caso o una scelta? E quando hai iniziato?

    Quindi con uno dei miei primi stipendi, nel 1983, finii per acquistare prima il mio primo vero impianto stereo con cui valorizzare i miei dischi e poi, solo poi, la mia prima macchina fotografica.
    Non ne sapevo nulla e quindi come mia abitudine mi documentai approfonditamente prima dell'acquisto. Tanto da capire che doveva essere una reflex. Che doveva avere un obiettivo fisso di qualità molto luminoso. Che doveva essere una macchina seria ed affidabile. Quindi uscii dal negozio con uno stipendio in meno e una Nikon FE2 e un Nikkor 50/1.4 AIs in più.

     

    Qual'è il tuo genere preferito oggi?

    Fotografo le cose vive - anche quelle animate da motori potenti - che mi guardano. Sostanzialmente i miei simili.
    Ma mi devono poter guardare negli occhi, come io guardo negli occhi loro.
    In fondo considero creature vive anche le automobili sportive. Gli aerei e le locomotive. Hanno anche loro occhi, cuore, braccia e gambe.
    E i fiori, che io cerco di fotografare come se fossero persone, quando ci riesco.
    Ho sempre fotografato questo e non mi riesce di stancarmi mentre il resto mi annoia.

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    Come ti trovi? Cosa ti manca?

    Ho sempre avuto la fortuna di potermi permettere il meglio del mercato. Se c'è qualcosa che mi manca, presto o tardi sarà disponibile.
    In generale per me la pellicola_è_una_cosa_fragile_che_puzza che non ho mai apprezzato, sono nato digitale per tutto quanto; i megapixel non sono mai abbastanza così come la focale che sto usando é sempre troppo corta. Già ad 85mm mi sento a disagio, quasi come se avessi un grandangolare in mano ...
    Ultimamente, per curiosità, ho usato materiale fotografico di altri marchi per vedere se dall'altro lato della siepe l'erba era altrettanto verde. Ho trovato la stessa risposta di quando ho scelto la mia prima Nikon. E non penso che mi avventurerò più fuori dal confine della Contea.
    Ho apparecchi che hanno svariate decine o centinaia di migliaia di scatti all'attivo, eppure sembrano nuovi appena acquistati. Facilità d'uso, ergonomia e tenuta nel tempo.
    Che altro chiedere di più ?

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    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?

    In realtà dovrei rispondere che oltre alle mie passioni, c'è anche la fotografia. La fotografia spesso è semplicemente la scusa per vincere la pigrizia e la ritrosia verso il mio prossimo ed andare là dove posso fotografare, con la scusa di fotografare ciò che mi piace. Proprio non riesco a fotografare qualcosa che non mi appassiona, non mi piace, trovo brutta o non mi parla !
    La mia più grande passione è la musica - quella cosiddetta "classica" - e poi la storia, quella militare in particolare. Mi interessano poi molte altre cose che mi appassionano ma che ho accantonato in attesa di riavere tutto il mio tempo per me (e non dovrebbe mancare oramai tantissimo tempo, toccando ferro !).

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    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 

    La musica non si può fotografare ma le belle donne e le automobili da sogno che non mi potrò mai permettere nemmeno di provare, quelle si ! Va bene come risposta ?

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    Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?

    La realizzazione di una promessa fatta ad una ex-modella tanti anni fa. Essere l'ultimo a fotografarla prima che smettesse di posare.
    Il risultato sono più di 9000 foto molto personali che non mi piace condividere con gli altri ma che resteranno per sempre nella mia memoria e con cui mi confronterò per sempre, probabilmente incapace di andare oltre, in termini di coinvolgimento e di tensione emotiva e creativa.

     

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    E in futuro?

    Nell'immediato futuro voglio dedicarmi ancora di più a fotografare ciò che, facilmente, dopo non potrò più avvicinare come posso oggi.
    Più avanti non lo so. Come vi sto dicendo, per me la fotografia è tutt'altro che il fine, è un mezzo. E in futuro avrò modo di utilizzare più continuamente anche altri mezzi, con ritmi più tranquilli di oggi.
     

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    Nikonland, perchè?

    Bella domanda. Ci vorrebbe un libro solo per rispondere a questa. Diciamo che Max ed io ci siamo buttati in questa avventura perchè gli altri siti dell'epoca, non ci sembravano abbastanza nikonisti. O se lo erano, il vero motore non era la nostra stessa passione. Può bastare ?

     

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    Cosa ha rappresentato Nikonland e cosa rappresenta oggi?

    Grazie a Nikonland ho conosciuto tante persone care, con alcune ho costruito veri rapporti di amicizia duratura. Con molti ho avuto ed ho contatti frequenti. Qualcosa di inestimabile.
    Spesso Nikonland è lo sfogo principale della mia necessità di comunicare e di scrivere. La scusa è il test di un apparecchio, il vero scopo e dire agli altri le cose che penso.
    Metterlo a fattor comune, insieme alle esperienze di altri amici che condividono la mia stessa inclinazione per Nikon è un moltiplicatore che ha consentito al sito di arrivare fino ad oggi a 12 anni dal lancio.
    Oggi forse ci sono online meno contatti, ma è normale, quando pensiamo che per molti oramai uno smartphone è più che sufficiente per fotografare.
    Per quelli - sempre meno - per i quali una Nikon resterà invece l'unica risposta all'esigenza di avere una fedele compagna fotografica, Nikonland é parimenti l'unica voce fuori dal coro nella lingua del si.
    Averla fatta nascere ed aver contribuito a creare quella sottile rete di relazioni umane che l'ha alimentata, sarà sempre motivo di orgoglio per me.
    Ma Nikon, prima che Nikonland, per sempre. Non credete ?

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