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  1. Past hour
  2. Fotografia: Arte E Artigianato? Ovvero, come sviluppare sé stessi in quanto fotografi. In questi giorni sto finalmente riuscendo a dedicarmi a riflessioni che mi girano, incompiute, per la testa da molto tempo. La prima, e più importante, attiene alle fondamenta della fotografia e a come si può progredire nel nostro cammino di fotografi. Per come la vedo io, alla base della fotografia ci sono due aspetti fondamentali: Arte ed Artigianato. Si, insieme. Comincio dall’Artigianato, cioè l’aspetto più semplice, più universalmente attrattivo e riconosciuto, documentato ed approfondito. La nuova macchina, la nuova lente, la nuova procedura fotografica. Tutte cose importanti, anzi fondamentali, perché per fotografare occorre conoscere tecnica e linguaggio. È un percorso e bisogna seguirlo e, certo, può essere anche lungo. Ma seguendo solo quello per me si arriva a cose come le location instagrammabili, originariamente splendide ma rovinate da folle di “fotografi-fotocopiatori”, e poi all’abbandono della pratica attiva della fotografia per mancanza di nuovi stimoli. Ricordo, qui su Nikonland, anni fa, le parole di un Nikonlander che si prendeva una pausa dalla fotografia attiva da dedicare alla stampa perché aveva già fatto migliaia e migliaia di foto e non sapeva cosa di nuovo avrebbe potuto fotografare. Ci passiamo tutti ed è il percorso più semplice perché pone le difficoltà fuori da noi stessi. Ma è come una trappola: se si prosegue a realizzare lo stesso tipo di fotografia, semplicemente affinando ciclicamente la tecnica, ad ogni successiva iterazione ci saranno sempre più piccoli incrementali miglioramenti e si finirà per esaurire ogni stimolo. Perché, una volta risolti i macroscopici problemi del novizio ed ovviamente se in possesso degli strumenti necessari, il punto fondamentale per progredire come fotografi non è il come – una tecnica migliore. Ma il cosa - la visione artistica e creativa che serve a produrre un contenuto originale. Un conto è un’immagine tecnicamente perfetta, un altro è un’immagine significativa. Ma come si fa a sviluppare la propria creatività? Nel mio vagabondare, cercando di sviluppare questo ragionamento, ho trovato un punto fermo in una frase letta in un libro che tanto tempo fa mi ha consigliato Max Aquila: “Henri Cartier-Bresson Biografia di uno sguardo”. Beh, il libro era un po’ pesante e non l’ho mai finito. Ma ricordo questa frase, che è la risposta ad una domanda di Pierre Assouline, il biografo ed autore, circa quando fosse stata l’ultima volta in cui il maestro avesse fotografato: “Ebbene, ne ho appena fatta una a lei, ma senza macchina… è venuta bene ugualmente… la stanghetta degli occhiali perfettamente parallela alla parte superiore del quadro dietro di lei, è sorprendente”. Ora, questo non è un come nel quale mi ritrovi più di tanto, ma porta un passo avanti nella strada giusta: ognuno ha il proprio come perché è specifico del modo di vedere di ciascuno. Quindi il primo passaggio chiave è razionalizzare che la fotografia diventi arte, credo che nessuno trovi da ridire accostando la parola arte al lavoro Cartier-Bresson, nel momento in cui realizzi la visione personale ed originale del fotografo e materializzi un qualcosa più elevato e significativo della somma dei singoli componenti. Una specie di 1+1=3! Ma come trovare ed affinare, nel proprio percorso di crescita, la propria personale visione? La mia risposta è un’altra domanda: cosa dovrei fotografare perché sia mio? Qui arriviamo ad un’altra pietra miliare. Una chiacchierata con Watanabe – si lui, il proprietario di New Old Camera - di diversi anni fa. Stavo comprando una reflex per mia figlia, incredibilmente l’aveva chiesta come regalo per la promozione in quinta elementare. Beh, lui le ha dato questo consiglio: quando vedi qualcosa che ti piace e vuoi fotografarlo, chiudi gli occhi ed aspetta qualche secondo. Chiediti cosa ti ha colpito, cosa ti piace. Riapri gli occhi e fotografa quello e solo quello. E siamo all’oggi, a questi giorni di forzata permanenza in casa, in cui sto riguardando immagini in archivio. E trovo molto facile ricostruire ex-post i giorni in cui ero ispirato, le immagini sono decisamente una spanna sopra. In particolare, lo sono quelle in cui, nelle foto di natura, ho trovato la migliore connessione tra me e la situazione. Ma la stessa cosa è avvenuta anche fotografando in studio. Non è una coincidenza. Il fatto è che l’immagine si progetta, ma, se si fotografa per sé, è fondamentale fotografare quello che ci interessa, che ci piace, che ci colpisce. Allora, il primo passo per essere creativi, cioè creare le proprie immagini e non riprodurre quelle di altri, è scoprire cosa ci coinvolge, cosa notiamo, cosa ci suscita dei sentimenti. Già il feeling! Uno può essere interessato, guardando una scena, dalle trame, un altro dai contrasti, chi dalle forme, chi dai colori. Per tutti, probabilmente, c’è la luce. Ma il fatto è che ognuno vede una scena sotto gli occhi di tutti in modo personale e mediato dal proprio vissuto e dai propri sentimenti. Sentimenti: quello che ci piace e che ci colpisce è quello per cui proviamo qualcosa. D’altro canto, i sentimenti sono per noi umani la cosa più naturale. Amore, Desiderio, Empatia, Simpatia, Compassione… ma anche Rabbia, Dolore, Odio…. Quindi affidarsi ai sentimenti, capire cosa sono questi sentimenti ed in ultima analisi cosa realmente risuona dentro di noi e cosa no è il cammino fondamentale verso la creatività. Se vogliamo essere creativi dobbiamo seguire quello che provoca in noi una risposta emotiva, quello che ci fa sentire qualcosa. La creatività è questo: immaginare l’immagine e realizzarla in un particolare modo, che sia il nostro, specifico ed individuale. Perché in una foresta posso guardare l’insieme dei fusti degli alberi, ma anche il colore delle foglie, l’intrico dei rami o delle radici, ma anche la luce che filtra o la nebbia o la trama della corteccia o le foglie cadute o il muschio o gli animali che la abitano o il torrente o il lago o le pietre… infinite possibilità. Ma non posso essere creativo se niente di tutto questo mi ispira sentimento, perché in tal caso quelle infinite possibilità non le vedrei neppure. Questo è un primo importante risultato: occorre prendersi il tempo per capire cosa risuona in noi. E dopo, solo dopo fotografarlo. Con l’esperienza può essere anche solo una frazione di secondo. Ma all’inizio è un percorso da seguire nel tempo che serve a ciascuno. Anche senza avere in mano la macchina fotografica! Ma allora, quando capisco cosa mi ispira, posso cercare di portarmi in quelle situazioni dove quel qualcosa esiste, o succede, e costruire la possibilità di realizzare le mie fotografie. Questo è il passo successivo in un percorso di crescita creativa, non semplicemente reagire nel modo migliore a quello che si ha davanti ma determinarlo con le proprie scelte. Per esempio, nel mio caso di fotografo naturalista, cercare soprattutto di uscire al momento giusto. Un esempio? Beh, dentro di me risuona molto di più una giornata di tempo orribile in montagna – neve, vento, freddo – di una giornata con il cielo azzurro. Molto di più una penombra nebbiosa in un bosco di pianura di un prato al sole. Ma sono io, ognuno è diverso, ognuno deve seguire le proprie inclinazioni e sviluppare la propria individualità artistica. C’è un premio importante, e non occorre essere Henri Cartier-Bresson per riceverlo: fare, ogni volta che si fotografa, quello che ci piace e, nel tempo, migliorare come fotografi! Ci sono altri aspetti da trattare: costruire la base tecnica, progettare l’immagine e scattarla non è tutto. Uno, sarà materia di un prossimo articolo, è sviluppare l’immagine seguendo l’intento con il quale si è scattata. Cioè l’approccio diametralmente opposto al JPG strictly-out-of-camera, che prevede la regolazione di ogni file in maniera specifica e non determinata da un qualche algoritmo stabilito da un ingegnere di Nikon o Adobe o…. E voi, che ne pensate? Arte? Artigianato? entrambi? Massimo per Nikonland (c) 29/3/2020
  3. Editoriale interessante.. e appunto per questa ragione vedo se è possibile avere una risposta, non so.. provo.. magari qui vi è almeno una persona che mi potrebbe rispondere. Oggi stavo leggendo un libro di " avventure, ma vere " e di libri del genere ve ne sono pochini, lo ha scritto il Grande Walter Bonatti.. il titolo è AVVENTURA, ed è una sintesi di diverse sue spedizioni effettuate nel mondo, è stato pubblicato nel 1982 circa ed il fatto da lui raccontato era del nov. 1976, stava esplorando l'Antartide e trova una serie di valli, chiamate Valli Secche, che distano almeno 60 km dal mare, senza un filo ne di ghiaccio che di neve, con resti mummificati per le condizioni climatiche di lobodonti risalenti a circa 8.000 anni prima. la domanda è: si è poi riusciti a sapere come diavolo hanno fatto a finire laggiù?
  4. Mai posseduto a quanto ricordo.. dei trenini.. ed ora ho paura sia un pochino tardi..
  5. Paolo.. non lamentarti, pensa.. se eri costretto a fotografare che so.. " elefanti " un bel problema a farli stare nel " monitor "
  6. Hai ragione Mauro. Questa pausa forzata ci porta a poltrire. In questi giorni sto facendo quella manutenzione alla casa, quei piccoli lavoretti che rimandi per il poco tempo e perché non sono urgenti. Ma soprattutto sto mettendo mano alle numerose foto analogiche fatte in passato e che aspettavano da troppo tempo di essere catalogate e, quelle migliori, portate in auge. Sono a metà del guado… Anch'io non ho mai trovato interessante fotografare a casa, In casa. Ma condivido ciò che dice Pedrito. Se sei costretto a fermarti per un tempo lungo in un posto anonimo, per ingannare il tempo sfrutti la tua passione per "vedere" meglio cosa hai intorno e spesso trovi spunti che non ti aspettavi. Si, devo provarci, devo "annoiarmi" per fare, o almeno provarci, qualche scatto interessante…
  7. Bel reportage, scratch a parte, senz'altro bei ricordi, e si sente che è scritto col cuore.
  8. Oggi un’amica mi manda questa foto scrivendomi che “loro sanno che sarà lunga”.
  9. Today
  10. UN VIAGGIO non fotografico, principalmente da appassionato di musica. L'intento era quello di seguire il Jazz Fest & Heritage, il festival annuale, un vero e proprio patrimonio per New Orleans. Jazz Fest è una onlus che finanzia col ricavato le 130 scuole di musica della città, le quali ogni anno sfornano musicisti che faranno Pil per i prossimi 40 anni. Un'esperienza che io e Laura volevamo vivere da tempo. Un soggiorno di appena 12 giorni, dei quali 7 trascorsi quasi interamente nel grande spazio aperto adibito ad area concerti: 5 palchi, 2 tende, una media di 400.000 visitatori, 40 concerti al giorno, dalle 11 alle 19, impossibile muoversi senza seguire un programma perchè si vorrebbe vedere tutto ma si finirebbe per non vedere niente. Un happening pazzesco. In una città pazzesca. La Big Eesy non delude. Avevo con me solo la piccola Coolpix P5100, ma l'intenzione era quella di acquistare lì la reflex che mi serviva, cosa che feci il giorno dopo l'arrivo, la D80 in kit con l'obiettivo peggiore che Nikon abbia mai prodotto, il 18-135 (ma io non lo sapevo... ancora). Ciononostante pagai il kit esattamente la metà di quanto costava in Italia (nel 2008 il cambio euro/dollaro era a 1.48 e mi vennero rimborsati persino 90 dollari di tasse...) L'impatto con il Jazz Fest è dei migliori, in una giornata caldissima e... piovosissima Aspettando Stevie Wonder... che arriva insieme alla pioggia Incuriosisce e sorprende la varia umanità che popola questi festival, ad iniziare da me... che tutto sommato sono il più... sobrio (la bandana serve solo per non farmi sudare quando metto il cappellino) Coco Robicheaux, uno dei miei bluesman preferiti sul palco della Blues Tent con la sua bellissima Godin Multiac. Non dimenticherò mai quella fantastica esibizione. Nella Big Easy si vive h24, praticamente io e Laura dormivamo 4 ore, la notte intesa come momento di riposo non è contemplata: locali con musica (di qualità, credetemi) rigorosamente dal vivo, feste private e daiquiri a fiumi... Bourbon Street .... e le sue feste private. Non occorre essere conosciuti per entrare in una di queste terrazze, basta pagare: alcool q.b., tanta musica e tanto divertimento. L'ideale se non si è in compagnia delle mogli... o dei mariti. E poi Toulouse Street, con i suoi bordelli storici (ovviamente chiusi) I sex shop ---- Canal Street di notte ha pure il suo fascino Nonostante la confusione notturna, di giorno il Quartiere appare tranquillo e vivibile, sempre pulito e ordinato. A tal fine si lavora sin dalle prime ore del mattino ed è piuttosto piacevole passeggiare nel parco lungo il Mississippi o nel parco prospiciente la cattedrale di St. Peter, una chiesa non grande ma molto bella, antica e ben tenuta. Iniziarono a costruirla gli spagnoli oltre trecento anni fa, proseguirono gli inglesi e infine venne terminata dai francesi Di giorno Canal Street ha un altro volto. Vedete quelle palme? Se ricordate bene le foto dell'uragano Kathrina, erano sotto l'acqua... Il ferry che collega il French Quarter ad Algiers, il quartiere nel lato Ovest del Mississippi ... e visto che siamo nel Mississippi... Anche di giorno la varia umanità non manca Molti ci sbarcano il lunario. E qualche volta con apprezzabili risultati: tanto ci vuole a far sorridere una signora anziana costretta in carrozzina? ----------- Per terminare questo breve tour. Come ben saprete la Lousiana è un'area di particolare interesse naturalistico. Le sue paludi si estendono per 1.000 chilometri e hanno una profondità di 200 chilometri, praticamente grandi quanto l'Italia. Si tratta di un'area tra le più protette al mondo perchè _ i nostri fotonaturalisti lo sanno _ il termometro che segna la salute dell'intero pianeta sono proprio le zone umide. Un'esperienza di mezza giornata veramente favolosa. Molto difficile fotografare in quelle paludi, servono una buona esperienza e una buona attrezzatura, ma soprattutto la giusta luce: alba o tramonto, perchè la Louisiana si trova in fascia preequatoriale, per cui alle 9,30 il sole è già a picco e la palude diventa una scacchiera di luci e ombre, un disastro. Il molo d'imbarco, peccato avrei voluto un pellicano sul pilone... L'airboat passa dappertutto. E' sicuramente il mezzo più adatto a percorrere gli stretti canali del bayou ... per carità, si potrebbe fare anche in canoa, ma non è consigliabile. Loro sono molto curiosi... Fine del tour. Purtroppo questo viaggio si è concluso con un dramma dal quale ancora non mi sono ripreso: lo scratch dell'hard disk proprio nel momento in cui scaricavo l'ultima SD. Tralascio di descrivere la sgradevole sensazione di disperata angoscia e non ne sarei neanche capace. L'assistenza riuscì a recuperare più o meno un centinaio file degli oltre 2000 che avevo prodotto, per di più in un formato simil jpg da riconvertire, di qualità discutibile. Capirete bene che per me è particolarmente doloroso aprire questa cartella di immagini, purtroppo sparpagliate, senza una traccia narrante, ma visto il periodo di magra ho deciso di prendere il coraggio a due mani e di popolare il mio blog con qualche ricordo. So che apprezzerete. Pezzo consigliato: naturalmente Pit Bull, Coco Robicheaux, dall'album Spiritland
  11. Bene, grazie. L'importante, per ora, è aver capito la strada da prendere il resto lo si raggiungere con la pratica.
  12. Molto meglio. Ora gestisci come dicevi di voler fare, la luce, per concentrarla sul filo della lama e farla risaltare rispetto il manico. Ti serve uno snoot. Se non lo hai...fabbricalo col cartoncino
  13. Intanto che mi scrivevi ho scattato di nuovo. Nella precedente foto sono 20 immagini a f5.6, ora sono 30 scatti a f8. Sempre cercando la lama di luce ma questa è la parte più difficile. Messa a fuoco sulla scritta. Qui non sembra esserci grande perdita di nitidezza anche verso i bordi, forse servono più scatti ?
  14. Io presento il risultato finale dei "di volta in volta" Questo ti scriveva anche Mauro oggi
  15. Bene a quanto vedo.. si migliora di volta in volta.. anche se li allievi, ovvio me compreso avranno ( quasi ) sempre voti in rosso dal Dotto Max.. ma noi poi insistiamo..
  16. Letto or ora, ero giunto alle stesse conclusioni.. battuta da Max ( e ti pareva.. ) per la ragione che è arrivato uno.. l'unica cosa che mi lasciava perplesso è il canino, ma solo perplesso per la ragione che in questi casi quelli che fanno testo sono i molari se ti è possibile mettine ancora, comunque ti do ragione silvio, il pensare come possa essere un'animale partendo magari da poche ossa è una cosa affascinante ed implica una conoscenza, magari non individuale piuttosto ampia..
  17. La marmotta è troppo grande, però è parente. Si tratta di un piccolo roditore, come l'arvicola. Quello sotto è molto piccolo anche lui è un toporagno, insettivoro. I denti servono a sezionare gli insetti coriacei. Però direi che ci siamo andati vicino
  18. no... se le hai realizzate in FS (non ho capito se siano scatti singoli o meno) qualche impostazione non è andata bene: anche il tappeto verde in diagonale va perdendo nitidezza verso il margine basso a dx. Dove metti a fuoco? Sul fodero... Perchè non sul punto che ti interessa, ossia l'incisione? Che diaframma usi? se è medio (5,6 / 8 ) io metterei a fuoco il filo della lama, aspettandomi coerente tutto il resto.
  19. Ok. Se possibile, si potrebbe spostare gli interventi non in linea con l’argomento iniziale su altro post con altro titolo: a me la discussione sembra interessante. Condivido, ma ciò che dici non è in contrasto con quanto detto sopra: non ci si salva da soli (appunto) e se la Germania e Olanda pensano di farcela da sole sono miopi e si dovranno ricredere.
  20. boh...con quell'incisivo...una mega marmotta...? che col dentone scavava per prendere radici? Mentre la dieta è riferita al carnivoro, immagino? La forma dei denti sembrerebbe adatta a recidere e intaccare piccoli roditori ?
  21. Ho cambiato soggetto e cercato anche un minimo di risultato estetico. Pukka finlandese con fodero, non avendo macchinine o diorami ho cercato un'oggetto piccolo ma con un po di dettagli da riprodurre. Nikon Z6 + 24-70 f4, con l'ausilio dei due flash Godox TT685 e TT350 per illuminare il soggetto. Prima foto con la Z6 a 52cm dal soggetto e focale 55mm. Seconda foto con il 24-70 a poco più di 30 cm dal soggetto e focale a 35mm, devo fare più prove per trovare il modo di illuminare correttamente il filo della lama ed avere meno luce sul manico. Il fodero viene bene, il punto critico è l'incisione sulla lama, ma credo che su questo punto si vada fuori dal discorso focus stacking.
  22. Bravo Max, Osservazione corretta. I denti piatti e mancanza di canini sono indicatori di dieta vegetariana, perchè le fibre vanno triturate bene per essere assimilabili (molari piatti) e non c'è bisogno di infilzare nessuno (niente canini). Anche la parte dietro della mandibola, più grossa e complessa, indica una muscolatura forte, per masticare a lungo. Per quello sotto, come scrivi tu, i denti sono a cesoia perchè la carne, più assimilabile, basta spezzettarla. Per chi volesse continuare il gioco ed ad approfondire, le molto piccole dimensioni e l'incisivo enorme fanno pensare ad un gruppo di animali preciso ???, per l'erbivoro. Sempre le molto piccole dimensioni e (cosa un po' più complicata) la forma dei denti fanno pensare ad una dieta basata su un certo tipo di animali ???
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