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Il Nikonlander e la moglie : piccolo manuale di sopravvivenza per fotografi durante i saldi
17 points«Se compro anche il 35 e l’85 mia moglie mi ammazza» Piccolo manuale di sopravvivenza per fotografi durante i saldiA margine dell’articolo sulle prossime giornate di offerte fotografiche, un iscritto ha scritto: La frase, accompagnata dall’inevitabile faccina che ride, riassume perfettamente il problema. Il fotografo non si domanda se gli servano davvero due nuovi obiettivi. Non si domanda nemmeno quanto costino. La sua prima valutazione è di carattere medico-legale: posso comprarli e restare in vita? Precisiamo subito che in questo articolo parleremo di “mogli” perché così recita il messaggio originale. Ma quanto segue vale anche per mariti, compagne, compagni e per qualunque persona condivida l’abitazione, il conto corrente o almeno il diritto di aprire la porta al corriere. «Questo obiettivo? L’ho sempre avuto»È la più antica strategia del fotografo coniugato. Il nuovo acquisto viene tolto rapidamente dalla scatola, liberato dagli imballaggi e depositato nello scaffale insieme agli altri. La confezione viene smaltita in un cassonetto situato ad almeno tre comuni di distanza. Quando il coniuge domanda: la risposta prevista dal protocollo è: La tecnica può funzionare con un piccolo 35mm nero inserito tra altri sette obiettivi neri. Diventa meno credibile quando compare improvvisamente in salotto un 600mm f/4 lungo quanto un bambino di otto anni, dentro una valigia rigida munita di ruote. In quel caso sostenere che fosse sempre stato lì significa mettere in dubbio non soltanto la memoria della moglie, ma anche le dimensioni precedenti dell’abitazione. Probabilità di successo: 18% con un pancake; 0,3% con un supertele. «Era in offerta»Questa giustificazione si basa su un ardito principio economico: Purtroppo l’amministrazione familiare potrebbe osservare che dal conto corrente siano comunque usciti 1.800 euro e che i 400 risparmiati non risultino depositati da nessuna parte. Il fotografo esperto mostrerà allora il prezzo di listino barrato, il bollino rosso, lo screenshot dell’offerta e possibilmente un grafico storico. La moglie guarderà il totale pagato. Fine della perizia. Probabilità di successo: inversamente proporzionale all’importo della carta di credito. «Ho dato dentro quello vecchio»La permuta rappresenta una versione evoluta della precedente strategia. Il fotografo dichiara: Questa frase contiene spesso una parte di verità. Il vecchio obiettivo è stato effettivamente consegnato al negoziante. Poi sono stati aggiunti 2.700 euro, dettaglio considerato tecnicamente marginale e quindi omesso dalla relazione orale. Se interrogato sulla differenza versata, il fotografo potrà tentare: L’espressione ottica definitiva è documentata fin dagli albori della fotografia. Non risulta però che ne sia mai stato trovato un esemplare. Probabilità di successo: discreta, purché nessuno chieda di vedere l’estratto conto. «Me l’ha prestato un amico»Questa strategia richiede nervi saldi, buona memoria e la disponibilità di un amico sufficientemente complice. Il nuovo obiettivo entra in casa come semplice prestito temporaneo. Dopo sei mesi è ancora lì. Dopo un anno viene incluso nell’assicurazione dell’attrezzatura. Dopo due anni il fotografo sostiene che l’amico non abbia fretta di riaverlo. Il piano crolla definitivamente quando la moglie incontra l’amico e gli dice: E l’amico risponde: A quel punto non resta che trasferirsi a casa dell’amico. Se ancora disponibile. Probabilità di successo: dipende più dall’amico che dall’obiettivo. «Serve per fotografare meglio te e i bambini»Questa è una delle tecniche più audaci perché trasforma l’acquisto in un servizio alla famiglia. L’85mm f/1.2 non è un capriccio. È uno strumento indispensabile per conservare i ricordi familiari. Il 50mm serve per i compleanni. Il 35mm per le vacanze. Il 135mm per i ritratti spontanei. Il 400mm per fotografare i bambini senza turbarne la naturalezza. L’800mm con moltiplicatore, presumibilmente, per riprendere la famiglia dalla provincia confinante. La strategia presenta un solo punto debole: dopo l’acquisto, il fotografo deve effettivamente fotografare la famiglia. Se l’obiettivo destinato ai ritratti della moglie produce nei primi sei mesi 4.700 fotografie di garzette e nessuna della moglie, il finanziamento potrebbe essere revocato. Probabilità di successo: elevata se seguita da belle fotografie stampate; bassissima se seguita da un pomeriggio al capanno. «È un investimento»Attenzione: terreno minato. Una casa può essere un investimento. Un titolo di Stato può essere un investimento. Un raro obiettivo storico acquistato con competenza potrebbe perfino rivalutarsi. Lo zoom appena uscito, comprato al prezzo di lancio e sostituito diciotto mesi dopo dal modello II, generalmente non lo è. Il fotografo potrà comunque affermare: La moglie potrebbe rispondere: Non esiste controreplica conosciuta. Probabilità di successo: non rilevabile dagli strumenti attualmente disponibili. «Costa quanto una borsetta»Argomento sconsigliato dalla Convenzione di Ginevra e dai principali manuali di sopravvivenza matrimoniale. Non importa se la moglie possieda davvero una borsetta costosa. Non importa se abbia acquistato scarpe, gioielli, biciclette, strumenti musicali o una collezione completa di porcellane danesi. Aprire una contabilità comparata dei rispettivi piaceri è il modo più rapido per trasformare l’acquisto di un obiettivo in un’indagine fiscale estesa agli ultimi ventisette anni. Durante l’interrogatorio potrebbero riemergere anche il treppiedi del 2014, la stampante del 2018 e quella borsa fotografica che doveva essere «l’ultima». Probabilità di successo: nessuna. Possibili danni collaterali. La mimetizzazione cromaticaSecondo una diffusa teoria fotografica, tutti gli obiettivi neri sembrano uguali. Pertanto un nuovo 50mm può essere introdotto tra il 35 e l’85 senza alterare visibilmente il paesaggio domestico. È un’illusione. Le mogli riconoscono perfettamente l’arrivo di un nuovo obiettivo. Non necessariamente dal barilotto, ma da una serie di segnali: il fotografo controlla il citofono ogni quattro minuti; improvvisamente si offre di scendere a buttare la spazzatura; segue il furgone del corriere sulla mappa satellitare; apre la porta prima ancora che venga suonato il campanello; trascorre la serata fotografando pile, soprammobili e confezioni di biscotti a tutta apertura; il giorno successivo dichiara che il vecchio obiettivo «non aveva carattere». A quel punto il colore del nuovo acquisto è irrilevante. La sola strategia che funzionaDopo avere esaminato decenni di tentativi, Nikonland è costretta a comunicare una conclusione poco spettacolare. L’unico sistema ragionevolmente sicuro consiste nel parlarne prima. Stabilire una cifra destinata agli hobby, vendere davvero ciò che non si usa, spiegare perché si desidera quell’obiettivo e accettare serenamente che la risposta possa essere: Non è altrettanto avventuroso quanto intercettare il corriere all’angolo della strada, ma riduce sensibilmente il rischio di dormire sul divano abbracciati al nuovo 85mm. Può essere utile anche una regola semplice: entra un obiettivo, ne esce un altro. Purché quello in uscita non sia un filtro UV del 1997. E soprattutto, dopo l’acquisto, usiamolo. Facciamo fotografie, stampiamole, mostriamo che quella nuova lente non è soltanto un soprammobile tecnologico accolto in casa con una cerimonia religiosa. Magari dedichiamo anche qualche bella fotografia alla persona che ha sopportato anni di corrieri, zaini aperti sul letto, sveglie alle cinque per fotografare l’alba e discussioni sulla differenza fondamentale tra un 85mm e un altro 85mm. In conclusioneIl 6 e 7 ottobre arriveranno le offerte Amazon. A novembre arriverà il Black Friday. Potrebbero esserci buone occasioni anche per quel 35mm e quell’85mm. Prima di comprarli, però, verificate tre cose: che vi servano davvero; che il prezzo sia realmente conveniente; che in casa sia disponibile un divano sufficientemente comodo. Perché una moglie comprensiva può accettare molte cose. Ma difficilmente crederà che il gigantesco scatolone appena consegnato contenga:17 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
21 5 settembre c.a. Settimo incontro, della vita (li sto contando), con l’abruzzese, ma piemontese per jus soli. E’ arrivato come un fantasma e non sono stato abbastanza lesto a ravvedermi della sua presenza alla mia destra, a 25 m sul greto di là dal fiume. Quando me ne sono accorto, lui ha capito che qualcosa , in quel cespuglio, non andava e nel dubbio si è rifugiato sopra il terrapieno della riva, dietro le erbe secche (che mi hanno fatto impazzire l’AF ma che la z9 ha risolto beccando l’occhio). E’ stato lì un pochino a osservare, titubante. Quindi ha deciso che la migliore opzione, comunque e sempre, è levarsi dall’impiccio. Ha ridisceso il fiume per poi riapparire lungo l’ansa davanti a me. Nikon Z9, ob. Nikon 400 /2.8 TC @560. Leofoto LS 324CEX + Sirui video VH 10X Sabato 26 incontro n^8 ma niente foto, purtroppo era di fretta (lui). Una nota Con qualsiasi altra fotocamera reflex o otturatore meccanico, avrei avuto 1 solo scatto a disposizione. Il silenzio della Z9 è fondamentale.16 points
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WRC 2026 - Le Toyota sbancano
15 pointsIl progetto dell'ACI sarebbe quello, per il 2027, di portare il WRC a Roma. Gli interessi in gioco sono tanti, soprattutto politici e solo marginalmente economici dal momento che nella Capitale garantire la sicurezza avrebbe costi esorbitanti, ma avrebbe costi esorbitanti anche garantire la minima organizzazione all'interno della città visto che il barcentro di tutta la manifestazione dovrebbe essere il Colosseo. E le speciali? Sull'asfalto dell'interland. La politica è un problema per lo sport, per qualsiasi sport e può divenire un problema per le federazioni, soprattutto per una così potente come la FIA, la quale ha già fatto sapere che nessuna speciale di quelle progettate dall'ACI è stata approvata, nessuna è conforme. Nel frattempo la Sardegna ha rilanciato sull'offerta. Sin qui la cronaca di un sommovimento che modifica le prospettive di ora in ora. La mia opinione, per quanto possa contare, è che i rally sono spettacolo solo su sterrato; su asfalto hanno il fascino di una passerella di auto col freno a mano tirato, senza contare che solo due appuntamenti rappresentano l'immagine del WRC oggi nel mondo: l'Acropoli e la Sardegna, obiettivamente i più difficili e impegnativi. Oltre non posso andare, qua si parla di fotografia ed è giusto così. Sto lentamente riprendendo a fotografare dopo un periodo (che ancora non è finito) di cure finalizzate a darmi piena mobilità sulle gambe. Non ho voluto strafare e nenche stancarmi troppo, ve ne accorgerete guardando le immagini: poche posizioni proprio per via della difficolta nella deambulazione e non ho nessuna intenzione di rendere vane le cure, per cui ci sono sempre ma a velocità ridotta al momento. Solita svegliataccia alle 4 del mattino per la speciale di Erula, pochi scatti oltre i quali era impossibilile andare Il primo passaggio alle 8.01, luce scarsa, quasi fiabesca, l'immagine della Yaris di Oliver Solberg che squarcia il silenzio sotto le pale (Z50 II col 16-50 di serie) Ed è l'unica immagine passabile della mattinata. Le cose non migliorano troppo nel pomeriggio durante il secondo passaggio, purtroppo la luce peggiora notevolmente, sembra una luce... messicana: Sebastien Ogier salta tra le torri delle pale e affronta la lunga discesa col gas aperto (sempre Z50II con il 50-400 Tamron, o Tamarron che dir si voglia) Ottima lente ma non riesco a trovare una buona regolazione con la Z50, trovo difficile la gestione delle alte luci. Non ho molto tempo per prenderle le misure e il giorno dopo la lascio a casa, preferisco far lavorare la Zf e a Loelle le cose cambiano radicalmente: Takamoto Katsuta ci va sempre giù pesante Gli irlandesi McErlean-Tracy che in questa speciale sono gli unici in grado di competere con le Toyota Il finlandese Sami Pajari, questo ragazzo va veramente forte, ne avevo già parlato negli anni scorsi quando partecipava con una WRC2, ora è sotto contratto con Toyota La squadra Hyundai soffre parecchio, sull'ibrido le Toyota sono praticamente imbattibili. In attesa delle modifiche di regolamento che dal prossimo anno porteranno tutte le squadra a un motore interamente termico da 1600 cc. sovralimentato, gli unici a farsi valere nella prima giornata sono Neuville e Fourmaux che ci mostra quali sono i rischi per il popolo della polvere, me compreso, quest'anno inchiodato dalle mie anche doloranti ecco cosa succede ... anime smarrite che vagolano nell'oscurità Così era ridotto il mio Kata, compagno fedele di tante battaglie. E' finita all'Argentiera, come ogni anno, nella prova più spettacolare e combattuta di tutto il mondiale. Io non c'ero, non ero proprio in condizione, sorry. Tre Toyota nei primi tre posti: Solberg, Ogier e Pajari, ma il mondiale è andato ad Elfyn Evans, sempre su Toyota, che non si è sprecato più di tanto, limitandosi a mantenere la posizione dall'alto dei suoi 243 punti, quelli che gli bastavano per portare casa il WRC 2026 dopo la cancellazione di Abu Dhabi. Copyright Enrico Floris 202615 points
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Ok, tranquilli, adesso mi rilasso
14 pointsOk, tranquilli, adesso mi rilassoIl 16 ottobre 2026 Nikonland compirà esattamente vent'anni. Un'età ragguardevole per un essere umano, quasi geologica per un sito internet, soprattutto considerando quanti ne abbiamo visti nascere, prosperare, cambiare padrone, perdere identità e infine scomparire nel nulla, magari dopo aver annunciato per l'ennesima volta una rivoluzione destinata a cambiare per sempre la fotografia. Nikonland invece è ancora qui. Nato da un'intuizione di Max Aquila, che gli diede anche il nome, e poi cresciuto sotto la mia responsabilità, con un dominio di mia proprietà e una quantità difficilmente misurabile di tempo, energie, denaro, entusiasmo e pazienza. Soprattutto pazienza. Non voglio ripercorrerne la storia, che abbiamo raccontato tante volte e che ormai dovrebbero conoscere anche i sassi. Voglio invece confessare una cosa che quasi nessuno sa. Da parecchio tempo avevo preso un impegno con me stesso. Volevo arrivare al ventennale avendo realizzato una serie di obiettivi che, messi tutti insieme, avrebbero fatto impallidire il programma elettorale di un piccolo partito di maggioranza. Non avevo promesso nulla a nessuno. Non cercavo approvazione, riconoscimenti o medaglie. Era una questione personale, probabilmente una di quelle fissazioni che vengono agli uomini quando si rendono conto che il tempo a disposizione non è infinito e che, se vogliono lasciare qualcosa di compiuto, è meglio che si sbrighino. Mi ero dato due traguardi simbolici: mille articoli redazionali e mille articoli pubblicati sui blog. Volevo riportare in vita Nikonland Magazine, rimasta congelata nel 2024, e festeggiare il ventennale con un numero speciale, quasi filatelico, della serie «Esci, crea». Ma non mi bastava celebrare il passato. Volevo anche riprendere le pubblicazioni regolari, recuperando il meglio di vent'anni di Nikonland e dando finalmente una forma editoriale, destinata a rimanere, a tanti contenuti che meritano molto più della fugace attenzione concessa loro da una pagina web. Poi c'era tutto il resto. Dare un seguito concreto alla mia idea che la fotografia nasce a mirino, cominciata con le Pellicole Nikonland e proseguita con lo sviluppo di una vera famiglia di programmi fotografici, capaci di interpretare una visione anziché limitarsi a correggere dei file. Realizzare applicazioni web accessibili a chiunque. Costruire il nuovo Club Fotografia, che immaginavo come il cuore pulsante della comunità, un luogo di confronto culturale prima ancora che di esposizione delle proprie fotografie, con occasioni per incontrarsi, fotografare insieme, discutere, partecipare a contest e, possibilmente, imparare qualcosa gli uni dagli altri. Mi sono persino concesso il lusso di inventare una Nikon Z SP, la fotocamera che vorrei e che Nikon non costruisce, almeno per il momento: dapprima virtuale, poi magari tridimensionale, fino a poterla tenere fisicamente in mano come un modellino. E siccome evidentemente tutto questo non era abbastanza, ho creato anche Sara, la nostra testimonial ideale, una ragazza intelligente, ironica, curiosa, capace di rappresentare una Nikonland che guarda avanti senza chiedere continuamente il permesso di farlo. Insomma, mi ero preparato un bel programma. Di quelli che normalmente richiederebbero una redazione, uno studio di sviluppo, un ufficio progetti, qualche collaboratore stipendiato e forse uno psichiatra di fiducia. Io ho preferito arrangiarmi, con l'aiuto dell'intelligenza artificiale, una quantità industriale di ostinazione e il piacere, ancora intatto, di vedere un'idea trasformarsi in qualcosa di reale. Non tutto può dirsi concluso, naturalmente. I programmi informatici non finiscono mai, le riviste continueranno a uscire, le idee nuove hanno il brutto vizio di arrivare mentre si sta ancora lavorando a quelle precedenti. Ma la struttura che volevo costruire esiste, i progetti sono stati avviati e il futuro di Nikonland non dipende più dalla necessità di inventarsi ogni mattina qualcosa per giustificarne l'esistenza. Ed è qui che arriva la notizia. Dal 17 ottobre mi rilasso. Non significa che smetterò di lavorare. Chi mi conosce sa che sarebbe una prospettiva molto meno probabile dell'annuncio di una Nikon Z9 a pellicola. Significa invece che mi sono concesso, finalmente e senza alcun senso di colpa, il diritto di occuparmi esclusivamente di quello che mi interessa. Sarò il giornalista e l'editore di Nikonland. Scriverò articoli, pubblicherò riviste, proverò fotocamere e obiettivi quando ne avrò voglia, continuerò a sviluppare programmi, a inventare pellicole digitali, a immaginare macchine fotografiche che non esistono. E dedicherò ancora più tempo alla musica, che per me non è un passatempo ma una necessità, al modellismo, alla storia, all'arte della guerra, alle mille cose che mi appassionano e che non hanno alcun bisogno di ricevere il consenso di una comunità fotografica per meritare la mia attenzione. Soprattutto, non farò più l'apostolo della fotografia. Per vent'anni ho cercato di stimolare le persone a uscire di casa, fotografare, sperimentare, raccontare le proprie esperienze, confrontarsi con gli altri. Ho insistito, suggerito, provocato, organizzato occasioni e qualche volta persino pregato. Ho cercato di spiegare che possedere una fotocamera non equivale a essere fotografi, esattamente come possedere un pianoforte a coda non rende automaticamente pianisti. E che la fotografia, prima di essere una questione di sensori, risoluzione, autofocus e prezzi di listino, è una forma di espressione personale che richiede cultura, curiosità, idee e soprattutto fotografie. Mi sono anche divertito, qualche volta, a osservare l'entusiasmo con cui si discute dell'ultima novità Nikon da parte di persone la cui ultima fotografia pubblicata risale probabilmente a quando io non avevo ancora cominciato a radermi. Evidentemente la fotografia praticata e la fotografia raccontata sono due discipline differenti. Non ho niente contro la seconda, purché non pretenda di sostituirsi alla prima. Ma non ho più alcuna intenzione di fare il missionario presso questo popolo di nikonisti addormentati, nella speranza che un nuovo contest, una nuova rubrica o un mio ennesimo invito riescano a produrre il miracolo di farli uscire con una macchina fotografica al collo. Non mi appassionano particolarmente nemmeno i contest, e non considero un mio dovere commentare fotografie per il semplice fatto che qualcuno le abbia pubblicate. Per me un commento ha senso quando esiste un linguaggio condiviso, un retroterra culturale, una relazione tra chi propone un'immagine e chi cerca di comprenderla. Altrimenti diventa un esercizio di cortesia, un distributore automatico di complimenti, oppure un giudizio tecnico su esposizione, nitidezza e sfocato. Tutte cose che lascio volentieri ad altri. Analogamente, non mi sentirò più obbligato ad accogliere ogni nuovo iscritto con spiegazioni, suggerimenti, incoraggiamenti e risposte a domande alle quali spesso abbiamo già risposto decine di volte. Preferisco dedicare il mio tempo alle persone con cui condivido anni, talvolta decenni, di conoscenza, stima reciproca, esperienze e passioni. Non è una questione di anzianità anagrafica, né di privilegi acquisiti: semplicemente, a questo punto della vita, le relazioni autentiche mi interessano assai più dei rituali di circostanza. Il Club Fotografia esiste proprio perché possa diventare quello che i suoi partecipanti decideranno di farne. Le sezioni, gli strumenti, le occasioni di confronto, gli spazi per pubblicare e discutere sono a disposizione. Chi vorrà animarli troverà tutto quello che serve e, naturalmente, il mio sostegno quando ci sarà qualcosa di interessante da sostenere. Chi preferirà continuare a leggere in silenzio, aspettando che siano sempre gli altri a mettere qualcosa sul tavolo, potrà farlo altrettanto liberamente. La porta resta aperta. Ma non starò più sulla soglia a invitare la gente a entrare. Del resto, non ho mai creduto che una comunità possa vivere indefinitamente grazie alla volontà di una sola persona. Un sito può avere un editore, una direzione, una linea culturale. Una comunità, se vuole essere davvero tale, deve trovare in sé stessa le ragioni per esistere. Non posso fotografare al posto degli altri, non posso obbligarli ad avere qualcosa da dire e non voglio più sentirmi responsabile del loro eventuale silenzio. C'è un romanzo al quale torno spesso con il pensiero, La fonte meravigliosa di Ayn Rand. Il suo protagonista, Howard Roark, è un architetto che non concepisce il proprio lavoro come una ricerca di approvazione, ma come l'espressione necessaria di una visione personale. Non occorre condividere tutta la filosofia di Rand per riconoscersi in quel principio: il creatore non deve chiedere agli altri il permesso di creare, né sacrificare ciò che ama sull'altare delle aspettative altrui. È un diritto che, dopo vent'anni, intendo arrogarmi senza troppe cerimonie. Non quello di comandare agli altri cosa fare, ma quello, molto più semplice e infinitamente più prezioso, di decidere cosa fare io. Il sacro diritto del creatore di seguire le proprie idee, anche quando non interessano a nessun altro. Non so se vedremo il trentennale di Nikonland. Quanto al quarantennale, preferisco non prendere impegni con il calendario: a una certa età è opportuno distinguere l'ottimismo dalla fantascienza. Proprio per questo non intendo sprecare gli anni che vengono cercando di ottenere dagli altri ciò che non hanno voglia di dare. Nikonland continuerà a crescere, a pubblicare, a sperimentare, a proporre cose nuove. Probabilmente diventerà persino più interessante, perché sarà sempre meno condizionata dal bisogno di piacere e sempre più libera di seguire la curiosità di chi la realizza. Chi vorrà accompagnarmi sarà il benvenuto. Chi vorrà costruire qualcosa di proprio all'interno della nostra comunità avrà tutto il mio rispetto. Chi invece preferirà restare seduto in platea ad attendere il prossimo spettacolo potrà accomodarsi: il programma continuerà comunque, ma non prometto che sarà sempre di suo gradimento. Vent'anni sono un bel risultato. Me li sono guadagnati, e credo di essermi guadagnato anche il diritto di godermeli. Da sabato 17 ottobre, dunque, fate pure come vi pare. Io, finalmente, farò altrettanto. Chi ha orecchie per intendere, intenda, che m'intend'ioParafrasando il divino Frescobaldi, vorrei che fosse chiara una cosa: non sto chiudendo Nikonland, non sto andando in pensione e non sto chiedendo a nessuno di convincermi a restare. Sto semplicemente restituendo a ciascuno la responsabilità della propria partecipazione, riservando a me stesso il piacere di creare senza dover trascinare nessuno per la giacca. Vent'anni sono stati sufficienti per dimostrare quello che avevo da dimostrare. Adesso tocca a chi ha qualcosa da dire, da mostrare, da condividere. Io continuerò a fare quello che amo, possibilmente meglio di prima, certamente con maggiore libertà. E se qualcuno scambierà questo messaggio per un addio, vorrà dire che non ha capito niente. Ma, dopo vent'anni, non mi sentirò più in dovere di spiegarglielo.14 points
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Nikon F. Una storia che arriva fino a noi
Da Masahiko Fuketa a una Nikon F Silver, matricola 6422946, ricevuta in regalo dagli amici di Nikonland il 27 settembre 2026. Mauro Maratta — 28 settembre 2026 La storia comincia con un ingegnere giapponese e arriva fino a un regalo che mi ha commosso. Fra queste due estremità ci sono il dopoguerra, la trasformazione della fotografia professionale, una macchina diventata un riferimento e le persone che hanno dato un significato particolare al suo arrivo nelle mie mani. L’ingegnere si chiamava Masahiko Fuketa. La macchina è una Nikon F Silver con pentaprisma semplice. Le persone sono gli amici di Nikonland, che ieri me l’hanno regalata. Vorrei ringraziarli raccontando perché un oggetto così possa contenere molto più della propria meccanica. Non so chi abbia comprato per primo questa F, quali obiettivi le abbia montato, dove l’abbia portata e quante fotografie abbia scattato. Non le attribuirò una guerra, un’Olimpiade o una spedizione che nessun documento permette di riconoscerle. Conosco la sua matricola, 6422946, e conosco il giorno nel quale è entrata nella mia storia: domenica 27 settembre 2026. La prima consente di collocarla nel tempo; il secondo le assegna un posto che nessun catalogo di collezionismo potrebbe indicare. Le monterò il mio 55mm f/1.2 del 1970 e la fotograferò anche accanto alla mia Nikon Zf Silver. Ci sarà una parentela immediatamente visibile, ma vorrei che quelle fotografie mostrassero soprattutto una distanza: due epoche, due modi di costruire una macchina, due rapporti con il gesto fotografico. E una continuità che, per me, ha un nome preciso. Tokyo, 1958. La F prende forma. Una ricostruzione pittorica immaginata, con la luce calda sul lavoro di Fuketa e l’officina oltre la finestra. L’insegna 日本光学 indica Nippon Kogaku; 昭和三十三年, sul calendario, il trentatreesimo anno Shōwa: 1958. Fuketa: prima della leggenda, il lavoroMasahiko Fuketa appartiene alla generazione di tecnici che accompagnò Nippon Kogaku dalla costruzione di strumenti ottici alla produzione delle proprie fotocamere. Fu una figura centrale nello sviluppo delle Nikon a telemetro e del progetto che avrebbe condotto alla F. Ricordarlo serve a restituire alla storia una responsabilità umana: dietro un marchio ci sono persone che scelgono, correggono e si assumono il rischio di una soluzione. Le testimonianze raccolte dalla Nikon Historical Society e la ricostruzione del Deutsches Kameramuseum consentono di seguirne il ruolo nel dopoguerra. [1] La conversione alla produzione civile impose di trasformare competenze maturate in altri settori in oggetti utilizzabili e vendibili. Le cronache aziendali descrivono studi avviati nel 1945, ricerche sui meccanismi e sui materiali, programmi che comprendevano sia una biottica sia una piccola fotocamera a pellicola 35mm. La prima Nikon avrebbe adottato il formato 24×32mm. Il progetto fotografico prese forma attraverso decisioni industriali e prove, prima di diventare la famiglia di apparecchi che oggi conosciamo. [2] È un passaggio sul quale mi piace soffermarmi. Raccontare il successo soltanto a partire dal prodotto riuscito fa sparire la parte più interessante: il momento nel quale il risultato non è garantito. Chi disegna un meccanismo deve immaginare il lavoro di una persona che ancora non conosce. Deve prevedere gli errori, le mani infreddolite, la fretta, la ripetizione dei gesti. La precisione, in una macchina fotografica, deve sopravvivere all’incontro con la vita reale. La Nikon del 1948, poi identificata come Model I, non nacque già circondata dall’aura della perfezione. Nikon stessa ricorda le contestazioni dei clienti e le correzioni che accompagnarono l’evoluzione verso la M del 1949 e la S del 1950. È una testimonianza preziosa proprio perché poco monumentale: l’affidabilità che diventerà una reputazione mondiale fu anche il risultato di problemi affrontati uno dopo l’altro. [3] Prima vennero gli obiettiviUn altro nome entra inevitabilmente nel racconto: David Douglas Duncan. Nel 1950 Jun Miki lo fotografò con un Nikkor 8,5cm f/2; l’esame dell’immagine attirò l’attenzione del fotografo americano e condusse alla visita agli stabilimenti di Nippon Kogaku insieme a Miki e Horace Bristol. Duncan acquistò obiettivi Nikkor per Leica e li utilizzò nella guerra di Corea; la pubblicazione delle sue fotografie contribuì alla notorietà internazionale di quelle ottiche. La ricostruzione Nikon è esplicita su questo punto: la storia precede la F e riguarda inizialmente anche obiettivi giapponesi montati su corpi di un’altra marca. [4] Mi sembra una premessa salutare per chiunque ami Nikon. La reputazione si costruisce con risultati che qualcuno vede e giudica, e può cominciare molto lontano dall’idea di un corredo esclusivo. Prima di diventare appartenenza, una scelta fotografica dovrebbe sempre essere una verifica. È un criterio che continuo a considerare valido anche quando la passione, come nel mio caso, ha una storia sufficientemente lunga da poter essere scambiata per ostinazione. La F arrivò dunque in un terreno già preparato. Per comprenderla bisogna tenere insieme la qualità degli obiettivi, la maturazione delle fotocamere e la capacità di ascoltare chi lavorava con entrambi. Un grande corpo macchina senza un corredo adeguato resta una promessa incompleta. Un grande obiettivo, quando non può essere usato con sicurezza e rapidità, trova un limite fuori dal proprio schema ottico. Dalla telemetro alla reflexLa SP, presentata nel 1957, rappresentava la grande ambizione Nikon nel mondo delle telemetro. La F maturò nello stesso ambiente progettuale: gli studi sulla reflex erano stati avviati intorno al 1955, mentre nel febbraio 1957 venne ordinata la costruzione di tre prototipi. La parentela con SP e S3 riguardava meccanismi e disposizione dei comandi, non una semplice somiglianza esteriore. [5] Il problema fotografico era concreto. Un mirino separato dall’obiettivo può essere eccellente e restare, tuttavia, un sistema che deve tradurre ciò che accadrà sul piano della pellicola. Guardare attraverso l’obiettivo cambia il rapporto fra previsione e risultato: la messa a fuoco, il campo inquadrato, l’effetto di una diversa focale diventano parti della stessa osservazione. Nella fotografia ravvicinata e con i teleobiettivi, questa coincidenza ha un’importanza immediatamente comprensibile. Naturalmente la reflex porta con sé altri problemi. Lo specchio deve muoversi, il mirino si interrompe durante l’esposizione, il diaframma deve consentire di osservare comodamente e poi chiudersi al valore di lavoro. Un vantaggio ottico può diventare uno svantaggio operativo se tutta questa sequenza rallenta o distrae. Il progetto della F va giudicato nella capacità di rendere abituale una successione complessa di eventi. La ricostruzione tecnica Nikon indica che circa il quaranta per cento del migliaio di componenti stimati della F era condiviso con la SP. Il corpo venne ampliato per accogliere il gruppo reflex; specchio a ritorno rapido e comando del diaframma furono organizzati con particolare attenzione all’ingombro. [6] Non ci vedo un difetto di originalità. Riutilizzare una soluzione conosciuta, quando risponde bene al problema, permette di concentrare il lavoro sulle difficoltà nuove. La maturità progettuale si riconosce anche nella capacità di scegliere ciò che merita di essere conservato. Che cosa inventò davvero la Nikon FLa F non fu la prima reflex 35mm e non inventò da sola pentaprisma, ritorno rapido dello specchio o diaframma automatico. La stessa storia ufficiale Nikon riconosce lo sviluppo di queste soluzioni presso altri costruttori. Il suo rilievo emerge dalla combinazione di precisione, robustezza, facilità d’impiego e possibilità di espansione. Mirino e schermi di messa a fuoco intercambiabili, copertura del campo del cento per cento e accessori specializzati ne facevano uno strumento pensato per esigenze diverse. [7] Attribuirle tutti i primati possibili finisce per impoverirla. La storia della tecnica è piena di invenzioni precedenti al prodotto che le rende decisive. Fra una soluzione disponibile e una soluzione sulla quale migliaia di persone sono disposte a basare il proprio lavoro esiste una distanza enorme. Si attraversa con la costruzione, l’organizzazione industriale, la coerenza del sistema e il rapporto con gli utilizzatori. Questa è, per me, la grandezza della F: l’ambizione di dare una risposta complessiva al lavoro fotografico. Quando si sceglie un sistema, si sceglie anche come affrontare il problema che ancora non si è presentato. Il corpo deve funzionare oggi, ma il corredo deve offrire una strada per domani. È una forma di fiducia molto più impegnativa del gradimento per un oggetto ben fatto. Kamekura e la forma riconoscibileAll’ingegneria si affiancò il lavoro di Yusaku Kamekura, cui Nikon attribuisce il disegno esterno della F. Il profilo rettilineo e il trattamento grafico contribuirono a renderla immediatamente riconoscibile; nel 1966 la macchina ricevette il Good Design Award. Quanto alla lettera F, la spiegazione pubblicata da Nikon la ricava da “Reflex”: l’associazione con il cognome Fuketa, per quanto suggestiva, non è la spiegazione adottata dalla cronaca aziendale. [5] Nella versione con pentaprisma semplice, quella che mi è stata regalata, questa identità si legge con particolare chiarezza. La sommità del mirino, le superfici della calotta, il contrasto fra metallo chiaro e rivestimento scuro danno alla macchina un carattere che non ha bisogno di abbondanza decorativa. La F possiede una presenza visiva molto netta: si può fotografarla come uno strumento, ma anche come una piccola architettura. È importante ricordare che questa forma, quando nacque, guardava avanti. Noi la chiamiamo classica perché conosciamo i decenni successivi. I suoi primi proprietari vedevano invece un oggetto contemporaneo, carico di possibilità. Fotografarla oggi cercando soltanto la patina del passato significherebbe dimenticare la modernità che aveva per chi la comprava nuova. Il 1959 e il problema delle dateLa F venne annunciata alla stampa nel marzo 1959; seguirono presentazioni in aprile, esportazioni verso gli Stati Uniti in maggio e il debutto commerciale sul mercato interno giapponese in giugno. [5] Sono momenti diversi. Se si vuole raccontarne la nascita con precisione, conviene distinguere annuncio, produzione e disponibilità nei diversi mercati, anziché costringerli dentro un unico giorno simbolico. Il comunicato Nikon per il cinquantenario dell’innesto F adotta giugno 1959 come data di commercializzazione della fotocamera. [8] Per la nostra storia basta conservare il senso della sequenza: nella primavera di quell’anno la nuova reflex si presentò al pubblico, e da allora iniziò a diventare, nelle mani di chi la utilizzava, qualcosa di più di un progetto riuscito. La mia arrivò molto presto in questa vicenda. Non appartiene al momento nel quale la F aveva già attraversato tutta la propria evoluzione. È un esemplare collocabile nella fase iniziale, quando il futuro del sistema doveva ancora realizzarsi. Matricola 6422946: la datazione della mia FLe tabelle di Richard de Stoutz e Nico van Dijk assegnano il blocco 642xxxx al periodo luglio 1960–gennaio 1961. La matricola 6422946 ricade in questo intervallo. Il 1960 è una datazione plausibile, ma il solo numero non documenta un mese di costruzione preciso. Le tabelle riportano inoltre intervalli sovrapposti: non sarebbe corretto dividere matematicamente il blocco per i mesi e trasformare il risultato in una data certificata. [9] Elemento Quanto possiamo affermare Modello ricevuto Nikon F Silver con pentaprisma semplice Matricola comunicata 6422946 Blocco di appartenenza 642xxxx Intervallo riportato nelle tabelle Luglio 1960–gennaio 1961 Indicazione sintetica prudente Circa 1960 Età al momento del regalo Circa 66 anni Data certa nella mia storia 27 settembre 2026 Il “64” iniziale non significa 1964. La numerazione della F parte da 6400001 nel 1959. Non è neppure possibile ricavare dal numero sul corpo una certificazione dell’originarietà del mirino o di ogni componente: su una macchina modulare e tanto longeva, la configurazione attuale va osservata materialmente. Le fotografie potranno consentire un riscontro dei particolari esterni, senza trasformarsi automaticamente in una perizia. [9] La didascalia che adotterei è quindi: “Nikon F Silver, matricola 6422946, circa 1960; blocco produttivo luglio 1960–gennaio 1961. Dono degli amici di Nikonland, 27 settembre 2026.” Mi piace che contenga insieme una data approssimata con onestà e una data che, per me, non ha alcun margine d’incertezza. Una macchina meccanica, nelle maniLa F utilizza pellicola 35mm per fotogrammi 24×36mm. L’otturatore meccanico offre tempi da un secondo a 1/1000, oltre alle pose B e T. Il dorso si sfila insieme al fondello; l’avanzamento della pellicola e il riarmo avvengono mediante la leva superiore. Con il pentaprisma semplice non c’è un esposimetro incorporato nel mirino. La scelta di tempo e diaframma rimane al fotografo, che può servirsi di una misurazione esterna. Il manuale mostra con chiarezza questo rapporto diretto fra preparazione, regolazione ed esposizione. [10] Le tendine in titanio appartengono alla storia tecnica della F, ma vanno immaginate correttamente: il movimento è orizzontale, non quello di un successivo otturatore metallico a lamelle verticali. Nikon descrive anche la possibilità di sollevare lo specchio per particolari impieghi e per obiettivi che richiedevano spazio all’interno del corpo. [6] Caratteristica Significato nell’impiego Messa a fuoco manuale Il fotografo decide dove collocare il piano nitido osservando lo schermo Diaframma automatico L’obiettivo rimane aperto per l’osservazione e si chiude al valore scelto durante lo scatto Mirino intercambiabile La modalità di osservazione può cambiare secondo il lavoro Schermo intercambiabile Il riferimento per la messa a fuoco può essere adattato all’impiego Corpo meccanico Il funzionamento dell’otturatore non dipende da una batteria Pentaprisma semplice Inquadratura ottica senza indicazione esposimetrica incorporata Fonti tecniche: manuale Nikon F e ricostruzioni Nikon. [6][7][10] Non considero la manualità una patente di superiorità. Una fotografia non diventa migliore perché ha richiesto più fatica, né un errore acquista dignità perché commesso con una macchina storica. Mi interessa piuttosto come uno strumento distribuisce le decisioni. Con la F alcune scelte tornano ad avere un gesto distinto, un prima e un dopo. L’esperienza del fotografo si rende visibile nel modo di preparare la macchina, ancora prima che nell’immagine. Il pentaprisma semplice ha poi una qualità che desidero raccontare nelle fotografie: lascia alla F una figura essenziale. Non è la configurazione più ricca di informazioni; è quella nella quale, ai miei occhi, il progetto si presenta con maggiore immediatezza. Il fatto che gli amici abbiano scelto proprio questa ha un peso nel piacere che provo a guardarla. La F diventava quello che servivaLa parola “sistema” acquista concretezza quando si osservano gli accessori. I motori F-36 e F-250 rispondevano a esigenze differenti: il primo alle normali lunghezze di pellicola, il secondo a un’autonomia fino a 250 esposizioni. La documentazione originale li presenta come strumenti per estendere il campo d’impiego della macchina, insieme alle relative alimentazioni e ai comandi. [11] Oggi una raffica è quasi un’impostazione preliminare, spesso più facile da attivare che da gestire dopo lo scatto. In una macchina a pellicola comporta invece il trasporto fisico del materiale sensibile, il riarmo dell’otturatore, il coordinamento con lo specchio e una riserva di fotogrammi rapidamente consumabile. Pensare a questa catena aiuta a capire quanto lavoro meccanico ci sia dietro una prestazione che nel linguaggio corrente finiamo per ridurre a un numero. Il sistema conta anche per un’altra ragione: permette a fotografi diversi di riconoscersi nello stesso strumento senza lavorare nello stesso modo. Chi fotografa un evento sportivo, chi riproduce un piccolo oggetto e chi prepara una sequenza scientifica possono chiedere alla macchina cose molto lontane. L’identità professionale della F vive in questa elasticità. La sua forma più semplice contiene già la possibilità di essere ampliata. Non tutte le combinazioni di corpi e accessori di epoche diverse vanno però date per scontate. “Modulare” descrive un principio progettuale; non significa che qualsiasi componente trovato oggi possa essere montato senza verifiche. È una distinzione utile soprattutto quando si passa dalla contemplazione di un catalogo alla costruzione concreta di un corredo storico. Photomic: la luce entrava nel sistemaIl percorso degli esposimetri è una piccola storia dentro la storia della F. Il Photomic del 1962 impiegava una cellula al CdS con lettura esterna, accoppiata ai tempi e ai diaframmi. [12] Il Photomic T del 1965 portò la misurazione TTL; il Tn del 1967 introdusse la lettura a prevalenza centrale, mentre il FTn del 1968 semplificò l’impostazione dell’apertura massima dell’obiettivo. [13] Anno Mirino Passaggio principale 1962 Photomic Esposimetro al CdS con lettura esterna 1965 Photomic T Misurazione attraverso l’obiettivo 1967 Photomic Tn Misurazione a prevalenza centrale 1968 Photomic FTn Indicizzazione semplificata dell’apertura massima Fonti: cronologia prodotti Nikon e “Debut of Nikon F2”. [12][13] Non si tratta soltanto di una successione di sigle. Misurare attraverso l’obiettivo avvicina l’informazione esposimetrica alle condizioni effettive di ripresa. Dare più peso al centro propone invece un criterio di interpretazione della scena: il valore suggerito dipende da dove si ritiene che il fotografo collochi la parte più importante dell’immagine. Anche un esposimetro, apparentemente neutrale, contiene un’idea di fotografia. Nella F l’evoluzione del mirino rende particolarmente leggibile il passaggio. L’oggetto cambia aspetto mentre accoglie nuove funzioni, e la silhouette del Photomic diventa a sua volta riconoscibile. La mia, con il prisma semplice, permette di guardare al punto di partenza senza confonderlo con le trasformazioni successive. È la stessa ragione per cui mi interessa conservarne nel racconto la datazione precoce. Una reputazione che doveva essere meritataLa robustezza può diventare una parola comoda. La si ripete finché sembra una qualità assoluta, indipendente dalla manutenzione, dall’età e dalle condizioni d’impiego. Preferisco intenderla come una probabilità di portare a termine il lavoro, costruita attraverso scelte tecniche e verifiche. Anche la macchina più celebrata rimane un insieme di parti soggette a usura. La leggenda non sostituisce un controllo dell’otturatore o una revisione eseguita bene. La storia della F acquista spessore quando esce dalla vetrina. Nikon documenta, per esempio, la presenza di F e F Photomic T fra le attrezzature della spedizione antartica giapponese del 1965. [13] In un contesto del genere, il valore di una macchina comprende la possibilità di continuare a lavorare lontano dall’assistenza. Non occorre inventare prove spettacolari per comprendere il significato di quella scelta. È anche il motivo per cui eviterei di raccontare il fotogiornalismo come una sfilata di corpi ammaccati. Un’ammaccatura dimostra un urto, non la qualità delle immagini. Il rapporto interessante è fra la persona e lo strumento: quanto il fotografo poteva fidarsi, quanto rapidamente poteva reagire, quanta attenzione gli rimaneva per ciò che aveva davanti. La macchina acquista valore quando sostiene quel rapporto, non quando ne prende il posto. La F nello spazio, e quel 55/1.2Nel 1971 una Nikon Photomic FTn modificata venne destinata alla missione Apollo 15. La preparazione richiese interventi su materiali, finiture e comandi: la documentazione Nikon descrive rivestimenti speciali, trattamento nero opaco e adattamenti per agevolare l’azionamento. Non era un corpo commerciale semplicemente prelevato dallo scaffale. [14] Nikon precisa inoltre che le macchine fornite alla NASA montavano 55mm f/1.2, anch’essi con finitura nera opaca. [3] È un collegamento che mi riguarda da vicino, perché ho già deciso quale obiettivo montare sulla mia F. Non ne nasce una pretesa somiglianza con un esemplare spaziale: il mio è un normale obiettivo fotografico del 1970. Nasce invece la possibilità di raccontare come un medesimo tipo di strumento potesse entrare in lavori e vicende lontanissimi. La presenza in una missione lunare va descritta con precisione, senza dedurne automaticamente un uso sulla superficie della Luna. Il dato qui documentato è la partecipazione del sistema modificato ad Apollo 15. Nel 1973 seguirono forniture per Skylab, con un ulteriore sviluppo delle attrezzature. [15] Mi colpisce la distanza fra la destinazione eccezionale di quelle macchine e la familiarità dell’oggetto che posso tenere in mano. Un buon progetto può essere portato molto lontano dalle condizioni nelle quali lo incontriamo normalmente; ma per comprenderne il valore non è indispensabile mandarlo nello spazio. Basta anche guardare con attenzione quanto lavoro permette di fare sulla Terra. Il mio Nikkor 55mm f/1.2 del 1970Il Nikkor-S Auto 55mm f/1.2 venne introdotto nel 1965. Il progettista fu Yoshiyuki Shimizu; Nikon ricostruisce un lavoro avviato fino al completamento del disegno ottico nel 1964 e sfociato nella produzione l’anno successivo. La focale di 55mm aiutava a raggiungere l’apertura f/1.2 nei vincoli di una reflex. Il successivo 50mm f/1.2 sarebbe arrivato nel 1978. [16] Il mio esemplare del 1970 è dunque più giovane del corpo. Non presenterò l’accoppiata come una configurazione originale del 1960: rappresenta una possibilità maturata durante la vita del sistema. È, a mio avviso, persino più interessante. Una fotocamera continuava a ricevere nuovi obiettivi, e un acquisto precedente poteva partecipare a un avanzamento tecnico successivo. La trattazione Nikon del 55/1.2 descrive una resa variabile con il diaframma, più morbida e caratterizzata alle grandi aperture, più incisa chiudendo. [16] Sarà interessante farne anche un tema fotografico, senza attribuire a priori al mio esemplare risultati che andranno verificati. La memoria di un obiettivo e la fotografia prodotta oggi da quell’obiettivo sono due cose che meritano di incontrarsi davvero. Visivamente, il 55 darà alla F una presenza diversa da quella di un normale più piccolo. Nella fotografia d’insieme vorrei che si leggessero entrambe le personalità: l’ordine del corpo e la grande apertura dell’obiettivo. Non una natura morta nella quale il vetro diventa un ornamento, ma il ritratto di una coppia di strumenti pensati per lavorare. La F2 e la fine della produzioneLa F2 arrivò nel 1971 e affinò l’esperienza della F con un otturatore fino a 1/2000, uno specchio più grande, il dorso incernierato e una posizione del pulsante di scatto più comoda. [17] La successione permette anche di guardare con equilibrio alla macchina precedente: aveva margini di miglioramento reali, che la familiarità e il prestigio non cancellavano. La cronaca Nikon colloca la cessazione della produzione della F nel settembre 1973 e l’esaurimento delle vendite nel giugno 1974, indicando circa 862.600 esemplari. Le tabelle collezionistiche estendono gli ultimi blocchi produttivi all’ottobre 1973. [9][13] Conviene conservare questa piccola differenza fra fonti, distinguendo soprattutto fine della produzione e permanenza commerciale: il 1974 non va trasformato automaticamente nell’anno di costruzione di ogni ultimo esemplare venduto. Il passaggio alla F2 non rende la F una parentesi chiusa. Quando un progetto ha organizzato il lavoro di tante persone, la sua eredità continua nei gesti, nei corredi conservati, nelle aspettative rivolte ai prodotti successivi. La macchina smette di essere prodotta, ma il criterio con il quale viene giudicata la sua erede deriva ancora da lei. La durata dell’innesto e il valore della continuitàL’innesto F sopravvisse alla fotocamera dalla quale prese il nome. Nikon ne ha sottolineato la continuità della struttura fondamentale attraverso l’introduzione dell’indicizzazione AI, dei collegamenti elettronici, dell’autofocus e della fotografia digitale. [8] Questo non equivale a compatibilità universale fra ogni corpo e ogni obiettivo: interfaccia meccanica e disponibilità delle funzioni sono questioni da distinguere. Per un fotografo la continuità ha un valore molto concreto. Permette di conservare strumenti conosciuti, di costruire il corredo per aggiunte e di mantenere un rapporto con il proprio modo di vedere. Un obiettivo può accompagnare più corpi; il suo significato personale può durare più a lungo della macchina sulla quale è stato acquistato. Il mio 55/1.2, pronto a incontrare questa F, è un esempio domestico e tangibile di tale possibilità. Oggi considero questa durata anche da un altro punto di vista. In un ambiente nel quale spesso discutiamo del prossimo aggiornamento, una macchina di circa sessantasei anni impone una scala diversa. Non dimostra che il progresso fosse superfluo. Dimostra che un oggetto può continuare a essere comprensibile e desiderabile molto tempo dopo che le sue prestazioni sono state superate. La F Silver accanto alla Zf SilverNikon indica esplicitamente nella FM2 l’ispirazione formale della Zf. [18] Non sarebbe corretto presentare la mia Zf Silver come la riproduzione digitale della F. La parentela che voglio fotografare è più ampia: un linguaggio di superfici, ghiere e proporzioni che permette a chi conosce queste macchine di riconoscere una famiglia, pur vedendo immediatamente le differenze. Nikon F con pentaprisma semplice Nikon Zf Pellicola 35mm Sensore digitale FX Osservazione ottica attraverso specchio e prisma Mirino elettronico Messa a fuoco manuale Autofocus e messa a fuoco manuale Regolazione manuale dell’esposizione Esposizione automatica o manuale Innesto F Innesto Z Nessuna revisione immediata dello scatto sul corpo Controllo immediato dell’immagine registrata Riferimenti: manuale F e documentazione Nikon Zf. [10][18] Nelle fotografie non vorrei che la Zf facesse la parte della macchina giovane chiamata a rendere omaggio a un’antenata ormai muta. Sono due presenze vive, in modi differenti. La F ci consente di leggere la costruzione di un’idea; la Zf mostra come una forma riconoscibile possa ospitare un’esperienza profondamente cambiata. Il piacere di azionare una ghiera può rimanere, mentre tutto ciò che accade dopo quel gesto appartiene a un altro mondo. Per questo le affiancherò senza cercare di nascondere le differenze dimensionali o di cancellare i segni dell’età. Non mi interessa ottenere due oggetti apparentemente identici. Mi interessa che la luce faccia vedere quanto tempo passa fra loro, e quanto di quel tempo io senta comunque mio. 27 settembre 2026Ed eccoci a ieri. Gli amici di Nikonland mi hanno regalato questa F e mi hanno commosso. Posso scrivere a lungo di meccanica, di ottica e di storia industriale; davanti a un gesto del genere, però, il punto diventa molto semplice. Qualcuno ha pensato a me e ha scelto qualcosa capace di parlarmi. In una comunità fotografica si discute parecchio. Di macchine, di obiettivi, di immagini riuscite e mancate; a volte anche troppo degli strumenti e troppo poco delle fotografie. Ma una comunità diventa reale quando, dentro tutte quelle discussioni, le persone imparano a conoscersi. Allora un regalo può essere preciso quanto una frase detta al momento giusto. Questa F lo è stata. Non conosco i nomi di tutte le persone che l’hanno posseduta prima di me. La sua matricola non mi restituisce i loro volti. Da ieri, però, so quali persone ricorderò quando la prenderò in mano. È un cambiamento che non lascia un segno sulla calotta e non modifica il valore scritto in una scheda d’asta, ma modifica completamente il valore che quella macchina ha per chi la riceve. La fotograferò con il mio 55/1.2 e con la Zf Silver. Cercherò una luce capace di descriverla bene, perché questo oggetto merita attenzione. Ma il ringraziamento è già qui: avete scelto una Nikon che porta dentro la storia dalla quale veniamo, e l’avete fatta arrivare nella mia attraverso la vostra amicizia. La F fu pensata per conservare immagini. Questa, da ieri, conserva anche un gesto. Grazie, amici miei. apparato bibliografico di questo articolo : Deutsches Kameramuseum, Nikon Messsucherkameras, per Fuketa e il dopoguerra. Nikon Historical Society, pubblicazione con testimonianze e intervista a Fuketa: individuata tramite indice di ricerca; il PDF non è risultato integralmente consultabile in questa sessione e non è utilizzato per citazioni testuali o dettagli biografici minuti. Nikon, Nikon Rangefinder Cameras, per gli studi del dopoguerra e la prima fotocamera. Nikon, Corporate History, sezioni Nikon Model I e Apollo 15: problemi iniziali, sviluppo della famiglia e 55mm f/1.2 delle forniture NASA. Kouichi Ohshita, NIKKOR — The Thousand and One Nights, n. 36, per Miki, Duncan e il Nikkor 8,5cm f/2. Nikon, Debut of Nikon F, per avvio degli studi, prototipi, Kamekura, nome e tappe del lancio. Nikon, Camera Chronicle, vol. 6: Nikon F, part II, per derivazione meccanica dalla SP, specchio e tendine. Nikon, Camera Chronicle, vol. 5: Nikon F, per visione di sistema, precedenti reflex e mirino. Nikon, 50th anniversary of Nikon F-mount, 3 marzo 2009, per commercializzazione nel giugno 1959 e continuità della baionetta. Richard de Stoutz, Nikon/Nikkor F Serial Numbers and Production Dates e Nico van Dijk, Nikon F serial numbers. Entrambe riportano luglio 1960–gennaio 1961 per 642xxxx; l’accordo fra tabelle non prova che derivino da archivi indipendenti. La datazione presume che la calotta numerata appartenga originariamente al corpo. Nikon F, manuale originale riprodotto da ManualsLib e trascrizione del manuale F, per comandi e caratteristiche operative. Nikon Motor Drive, istruzioni F-36 e F-250: denominazioni e capacità riscontrate nell’indicizzazione della documentazione originale; PDF non integralmente consultabile nella sessione. Non vengono attribuite cadenze o compatibilità specifiche non verificate. Nikon, Our Product History: 1960’s–1910’s, per il primo Photomic. Nikon, Debut of Nikon F2, per T/Tn/FTn, Antartide, chiusura produttiva e commerciale della F. La fonte indica settembre 1973 per la cessazione produttiva, contro ottobre nelle tabelle di matricole. Nikon, Frontiers of Vision n. 10: The Nikon Photomic FTN, per Apollo 15 e modifiche richieste dalla NASA. Nikon, Camera Chronicle, vol. 12: Special titanium Nikon cameras and NASA cameras, per Apollo 15 e Skylab. Nikon, NIKKOR — The Thousand and One Nights, n. 49: Nikkor-S Auto 55mm f/1.2, per Shimizu, cronologia e caratteristiche di resa. Nikon, Our Product History: 1970’s, per la F2 del 1971. Nikon, presentazione Zf, 20 settembre 2023 e Nikon, pagina prodotto Zf, per ispirazione FM2, configurazione mirrorless e versione Silver.14 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
19 Foto del 22-09 Sympetrum fonscolombii (direi) fatta con una Z6II+150-500mmTamron, prestati da mia moglie...14 points
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Anche dietro ha il suo perché...
13 pointsNo Nikonlanders, non è lo speciale domenicale di Mucchioselvaggio. E' semplicemente una considerazione che ho fatto visitando la mostra "Tutti pazzi per i Beatles" dello scorso anno a Gallerie d'Italia di Milano. In occasione del concerto al Vigorelli del 1965, i fotografi di Publifoto documentarono l'evento con poche immagini dei fab four sul palco, lasciando invece molto spazio a tutto ciò che accadde attorno all'evento, a cominciare dalle prime file del pubblico scatenato. Generalmente sono concessi ai fotografi i primi tre brani del concerto, circa dieci minuti. E' naturale che ci si concentri su ciò che accade sul palco in quel poco tempo. In realtà di cose interessanti ne succedono anche dietro, vale la pena di girarsi a vedere cosa capita tra il pubblico, prima e dopo i fatidici dieci minuti. Un pubblico composto, in un sito archeologico, che ascolta il menestrello Branduardi. al teatro Alfieri di Torino prima di Edoardo Bennato. O in attesa di Max Gazzè Riflesso negli occhiali della magnifica Malika Ayane. Applausi delicati ai Subsonica. A volte è la moltitudine a fare spettacolo. Pinguini Tattici Nucleari. Anche meno composti... Bull Brigade. Affettuosi. L'Entourloop Sempre armati di smartphone. Marlene Kuntz, La Sad, L'Entouloop, Ruggero dei Timidi. Poi dalla musica si passa decisamente alla sociologia, voglia si esserci ed apparire. Francamente. Di essere un tutt'uno con il proprio idolo. Elephant Brain. Fino a prenderne le sembianze. Ruggero dei Timidi. Offerte di collaborazioni artistiche. Chiello. Si chiede anche di risolvere fini questioni affettive. Tony Pitony. Spirituali. Sempre Tony Pitony. E per finire ci vorrebbe uno bravo per davvero. Solo così potremmo spiegare questa strana variante delle sindrome di Stoccolma... Indovinate? Esatto, ancora Tony. Boh, a pensarci bene forse è meglio guardare verso il palco. Piero Pelù.13 points
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13 Tornado a casa mi sono imbattuto in questa bella luna settembrina. Castelfranco di Sopra, quello illuminato è il campanile dell'Abbazia di San salvatore a Soffena. Foto del 25/09/2026 Nikon Z8 con 24-120/4 a 63mm - t. 13 secondi - f. 5,6 - Iso 50013 points
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Nikonland Develop Studio : il nostro sviluppatore NEF comincia a prendere forma
Un nuovo progetto Nikonland, nato per completare il lavoro iniziato in macchinaFinora ne abbiamo parlato soltanto tra noi, mentre lo progettavamo e cominciavamo a usarlo. Adesso, però, Nikonland Develop non è più soltanto un’idea, un disegno dell’interfaccia o una lista di funzioni desiderate. È già un programma funzionante. Apre realmente i file NEF, legge il Picture Control utilizzato dalla fotocamera, applica le nostre pellicole digitali FilmBox, consente le prime regolazioni di sviluppo, aggiunge la grana, raddrizza e ritaglia la fotografia ed esporta il risultato. È ancora un cantiere e molte cose devono essere completate, migliorate o persino ripensate attraverso l’uso quotidiano. Ma proprio per questo ci sembra arrivato il momento di presentarlo ai Nikonlander e raccontare che cosa stiamo cercando di costruire. Non un’alternativa gratuita a Lightroom. Non una copia ridotta di Photoshop. E nemmeno un clone di NX Studio. Nikonland Develop vuole essere qualcosa di più circoscritto e, speriamo, molto più personale: anteprima della finestra dell'attuale beta, funzionante ma ancora embrionale Index organizza. Develop interpretaLa separazione nasce da una scelta precisa. Nikonland Index deve restare rapido, leggero e immediato. Il suo compito è trovare le fotografie, mostrarle, organizzarle e permetterci di navigare anche in archivi molto grandi senza trasformarsi in un pachiderma. Develop interviene soltanto quando vogliamo lavorare su un’immagine. Index trova il NEF e lo passa a Develop. Develop lo interpreta attraverso il motore Nikon, applica la resa desiderata e restituisce il risultato. Nessun catalogo duplicato, nessuna seconda gestione dell’archivio e nessuna funzione inserita in un programma soltanto perché “gli altri ce l’hanno”. Le due applicazioni avranno responsabilità distinte: Nikonland Index organizza, consulta e seleziona. Nikonland Develop sviluppa il NEF. In seguito il passaggio tra i due dovrà diventare quasi invisibile: si seleziona una fotografia in Index, si preme Sviluppa e ci si ritrova davanti alla stessa immagine in Develop. Il punto di partenza è sempre la fotografia NikonQuando apriamo un NEF in Develop, il primo riferimento è la versione Come scattato. Fotocamera, obiettivo, tempo, diaframma, sensibilità ISO e Picture Control incorporato sono mostrati nell’interfaccia. La fotografia deve comparire con il corretto orientamento e con la resa Nikon scelta al momento dello scatto, senza applicazioni arbitrarie ereditate dall’immagine precedente. Questa è una differenza fondamentale rispetto a molti programmi RAW costruiti intorno a un’interpretazione proprietaria del file. Develop nasce invece da un principio semplice: Il comando Come scattato permette sempre di tornare a quel punto iniziale. Il NEF originale non viene mai modificato. Le pellicole FilmBox entrano nello sviluppoLa parte più caratteristica del progetto è naturalmente l’integrazione con FilmBox. Develop può già leggere la nostra raccolta di Picture Control e applicare al NEF Kodachrome 64, Agfa, Ferrania, Fujifilm, Ilford, le nostre interpretazioni cinematografiche e tutte le altre pellicole digitali disponibili. FilmBox e Develop, tuttavia, hanno ruoli differenti. FilmBox Lab è l’ambiente nel quale la pellicola viene progettata: curva, tono, colore, dettaglio e, progressivamente, struttura della grana. Develop è il luogo nel quale quella pellicola viene usata per sviluppare una fotografia. Il profilo Nikon rimane la componente compatibile con la fotocamera e con il sistema dei Picture Control. Develop può completarlo con elementi che una Nikon non può registrare nel file NP3, a cominciare dalla grana. La grana non deve necessariamente essere imposta insieme alla pellicola. Abbiamo scelto di renderla richiamabile separatamente, attraverso un comando dedicato. In questo modo possiamo applicarla quando serve, evitarla quando non è coerente con l’immagine e usarla anche con Picture Control differenti. Non tutte le nostre interpretazioni richiedono grana. I profili Nikonland Cinema, per esempio, possono vivere benissimo senza di essa. Il workflow Nikonland: quattro programmi, un solo percorsoNikonland Develop non è pensato come un’applicazione isolata. Nasce per lavorare in simbiosi con Index e accanto a Select, utilizzando le pellicole digitali create con FilmBox. FilmBox Lab è l’ambiente di authoring: qui progettiamo le nostre pellicole digitali definendone Picture Control, curva, colore, dettaglio e grana. FilmBox trasferisce alla fotocamera la parte compatibile con il sistema Nikon; Develop completa successivamente la resa con gli elementi Nikonland che la fotocamera non può incorporare. Nikonland Index rappresenta il centro del flusso. Consulta e organizza l’archivio, mostra rapidamente le fotografie e conserva nel database centrale le ricette di sviluppo. Da Index possiamo inviare un singolo NEF a Develop oppure una sequenza a Select. Nikonland Select lavora in parallelo quando il numero delle fotografie rende necessaria una selezione assistita. Analizza raffiche e gruppi, segnala problemi tecnici, propone le candidate migliori e restituisce a Index una selezione più gestibile. Non sviluppa le fotografie e non prende decisioni artistiche definitive al posto del fotografo. Nikonland Develop riceve da Index la fotografia scelta, la apre secondo le impostazioni Nikon e permette di completarla con pellicola FilmBox, grana, regolazioni essenziali, raddrizzamento e ritaglio. Al termine produce il JPEG destinato alla pubblicazione oppure, in prospettiva, un TIFF a 16 bit da conservare o proseguire in Photoshop. Il percorso non è quindi una catena obbligatoria, ma un sistema modulare: FilmBox crea la resa. Index governa l’archivio. Select aiuta a scegliere. Develop completa la fotografia. Chi ha già individuato l’immagine può passare direttamente da Index a Develop. Chi deve affrontare centinaia o migliaia di scatti può affidare prima la selezione tecnica a Select. Ogni programma svolge il proprio compito senza duplicare gli altri e senza trasformarsi in un’applicazione monolitica. la taglierina in azione Pochi strumenti, ma quelli che servono davveroLa prima versione operativa contiene una serie di regolazioni essenziali: esposizione; alte luci; ombre; bianchi; neri; temperatura colore; tinta. Non vogliamo riempire l’interfaccia di cursori soltanto per allungare la scheda tecnica. Ogni strumento dovrà dimostrare di essere utile nel lavoro fotografico reale. Le regolazioni vengono calcolate sulla rappresentazione già sviluppata dal motore Nikon, senza riaprire continuamente il NEF. Questo rende l’interazione molto più rapida e consente di vedere quasi immediatamente il risultato. Anche raddrizzamento e ritaglio sono già funzionanti. Per raddrizzare non chiediamo al fotografo di ragionare in gradi sessagesimali. Si traccia una linea lungo un riferimento presente nella fotografia — un orizzonte, uno spigolo, una colonna — e Develop calcola la rotazione necessaria. La taglierina mostra invece una cornice con maniglie, spostabile e ridimensionabile direttamente sull’immagine. In seguito aggiungeremo anche i rapporti di formato vincolati più utili, compresi 3:2, 4:3 e l’irresistibile 65:24. Tutte queste operazioni sono non distruttive e possono essere annullate e ripetute con i consueti Ctrl+Z e Ctrl+Y. cambio di "pellicola digitale" al volo. Rendering quasi immediato. Un’anteprima utile, non un secondo sviluppo completoDurante i primi esperimenti abbiamo imparato una cosa importante: sviluppare continuamente l’intero NEF alla massima risoluzione rende il programma lento e sgradevole da usare. Non è ciò che vogliamo. L’anteprima deve essere abbastanza accurata da rappresentare fedelmente il risultato finale alla dimensione necessaria sullo schermo. La vista al 100% deve invece sviluppare soltanto la porzione realmente visibile, permettendo di controllare dettaglio, nitidezza e grana senza attendere ogni volta il rendering completo di un file da decine di megapixel. Il rendering definitivo alla risoluzione richiesta deve avvenire soltanto durante l’esportazione. È una distinzione essenziale: l’anteprima serve a decidere, l’esportazione serve a produrre il file finale. Il primo JPEG non sarà l’unica uscitaAttualmente abbiamo introdotto una prima esportazione JPEG con lato lungo massimo di 2500 pixel. È una dimensione adatta alla pubblicazione su Nikonland, alla condivisione e a molti usi quotidiani. Il JPEG viene sviluppato nuovamente dal NEF alla risoluzione necessaria e comprende Picture Control o pellicola FilmBox, regolazioni, grana, raddrizzamento e ritaglio. Non è quindi un semplice salvataggio dell’anteprima mostrata nella finestra. Ma naturalmente Develop non si fermerà qui. Prevediamo almeno tre destinazioni principali: JPEG rapido, con dimensione e qualità selezionabili; TIFF a 16 bit, per conservare la massima possibilità di elaborazione successiva; Apri in Photoshop, generando il TIFF sviluppato e passandolo direttamente all’applicazione esterna. Quest’ultima funzione definisce bene il confine del progetto. Develop deve consegnare a Photoshop una fotografia già correttamente interpretata secondo Nikon e Nikonland. Photoshop potrà poi occuparsi di livelli, ritocco complesso, compositing e di tutte le operazioni che non avrebbe senso duplicare dentro Develop. In futuro potranno essere aggiunti anche la scelta dello spazio colore, il ridimensionamento, la qualità JPEG, la profondità del TIFF e uno sharpening finale proporzionato alla destinazione. Nessun sidecar sparso nelle cartelleLe fotografie devono rimanere dove le ha messe il fotografo. Develop non scrive dentro il NEF e non dissemina le cartelle di sidecar o immagini di anteprima. Le regolazioni sono conservate come piccole ricette nel database centrale Nikonland. Una ricetta contiene soltanto le scelte necessarie per ricostruire lo sviluppo: pellicola, grana, cursori, rotazione e ritaglio. Non contiene una copia della fotografia. Quando il NEF viene riaperto, Develop legge la ricetta e ricostruisce il risultato. L’eventuale cache è centrale, limitata e cancellabile: non deve contaminare l’archivio fotografico. La grana non è un effetto casualeIn Nikonland Develop la grana non sarà un generico disturbo digitale regolato attraverso i soliti cursori quantità, dimensione e ruvidità lasciati all’improvvisazione dell’utente. Ogni pellicola Nikonland nascerà in FilmBox Lab con una propria struttura di grana, progettata insieme alla curva, al colore e alla resa tonale. Una Kodachrome 25 richiederà una tessitura finissima e quasi impercettibile; una Portra 160 una grana morbida e discreta; una Tri-X una struttura più evidente e irregolare; una P3200 un comportamento ancora diverso. La simulazione terrà conto non soltanto della dimensione e della distribuzione dei granuli, ma anche della loro risposta nelle luci, nei mezzitoni e nelle ombre, dell’eventuale componente cromatica e della risoluzione finale dell’immagine. La grana dovrà mantenere un aspetto credibile tanto in un JPEG da 2500 pixel quanto in un TIFF alla piena risoluzione. Non sarà nemmeno rigenerata casualmente a ogni apertura. Lo stesso NEF, sviluppato con la stessa pellicola e la stessa ricetta, produrrà sempre la medesima struttura: un comportamento ripetibile e verificabile, indispensabile per confrontare anteprima ed esportazione. FilmBox Lab definirà quindi la grana più aderente all’identità di ciascuna pellicola. Develop saprà automaticamente quale utilizzare, senza chiedere al fotografo di ricostruirla attraverso numeri astratti. La decisione finale, però, resterà sempre umana. Il fotografo potrà scegliere semplicemente se applicare o meno la grana prevista per quella pellicola. Per alcune immagini sarà parte essenziale del carattere; per altre potrà risultare superflua. Anche scegliendo una Tri-X o una Kodachrome, nessun effetto verrà imposto contro il gusto e l’intenzione dell’autore. Che cosa potremmo aggiungereCi sono strumenti tradizionali che appartengono naturalmente a Develop e che potremo introdurre senza alterarne la filosofia. Tra questi vediamo bene una curva tonale essenziale, contrasto, chiarezza, saturazione e vividezza, riduzione del rumore, correzioni ottiche Nikon e un controllo più completo del bilanciamento del bianco. Potrà essere utile anche un confronto diretto tra Come scattato, una pellicola FilmBox e lo sviluppo corrente. Alcune regolazioni locali potrebbero trovare posto nel progetto, purché rimangano semplici: un gradiente, una maschera circolare e un pennello per intervenire su esposizione, luminosità, contrasto, bilanciamento del bianco e saturazione. Non vogliamo però costruire una collezione infinita di strumenti sovrapposti. Ogni nuova funzione dovrà rispondere a una domanda concreta: Nel secondo caso, la risposta sarà molto probabilmente no. Anche l’intelligenza artificiale, ma con discrezioneOggi sarebbe miope progettare un’applicazione fotografica ignorando completamente l’intelligenza artificiale. Sarebbe altrettanto sbagliato inserirla ovunque soltanto perché è di moda. Dentro Develop l’AI dovrà avere un compito preciso: ridurre il lavoro ripetitivo senza sostituirsi alle decisioni fotografiche. Potrebbe, per esempio: riconoscere soggetto e sfondo per creare rapidamente una maschera; proteggere incarnato e volti durante alcune regolazioni cromatiche; suggerire un bilanciamento del bianco credibile; individuare orizzonti e riferimenti prospettici; proporre una correzione iniziale di esposizione e gamma tonale; applicare una riduzione del rumore selettiva; suggerire una rosa molto limitata di pellicole coerenti con soggetto e luce; riconoscere quando la grana sarebbe poco opportuna o eccessiva; preparare automaticamente una versione ottimizzata per una destinazione specifica. La parola importante è suggerire. L’intelligenza artificiale non dovrebbe scegliere la fotografia al posto nostro, trasformare ogni volto secondo un modello statistico o applicare automaticamente un’estetica standardizzata. Dovrebbe prepararci il punto di partenza e lasciarci l’ultima parola. Il suo intervento potrebbe essere raccolto in pochi comandi leggibili — “Seleziona soggetto”, “Bilancia”, “Riduci rumore”, “Suggerisci pellicola” — senza aprire un laboratorio parallelo pieno di pannelli e parametri incomprensibili. Il risultato ideale sarebbe un’AI quasi invisibile: presente quando fa risparmiare tempo, assente quando non serve. Un programma costruito usandoloNikonland Develop viene progettato nello stesso modo in cui abbiamo sempre valutato fotocamere e obiettivi: attraverso fotografie vere. Lo stiamo usando con NEF orizzontali e verticali, ritratti, fotografie d’azione, Picture Control differenti, ritagli, raddrizzamenti e file destinati alla pubblicazione. È proprio nell’uso che emergono i tempi morti, i comandi poco intuitivi, le informazioni troppo piccole e le funzioni teoricamente eleganti ma praticamente inutili. Nessuna specifica scritta a tavolino può sostituire questa fase. Per questo lo presentiamo come un progetto in corso e non come un prodotto finito. L’interfaccia cambierà ancora, il motore verrà ottimizzato e alcune idee saranno probabilmente abbandonate dopo averle provate. Ma le fondamenta sono ormai chiare: fedeltà al NEF e al sistema Nikon; piena integrazione con le pellicole FilmBox; sviluppo non distruttivo; velocità nell’uso quotidiano; nessun file inutile disperso nell’archivio; pochi strumenti fotografici ben scelti; integrazione con Index e con le applicazioni esterne; intelligenza artificiale utilizzata come assistente; distribuzione gratuita per Windows 11. Un altro tassello dell’ecosistema NikonlandFilmBox ci permette di costruire la resa. Index ci permette di trovare e organizzare le fotografie. Select ci aiuterà a scegliere le immagini migliori nelle grandi sequenze. Develop dovrà trasformare il NEF scelto nella fotografia che vogliamo vedere e utilizzare. Non vogliamo sostituire ogni programma esistente. Vogliamo eliminare passaggi inutili e rendere più diretto il percorso tra ciò che abbiamo visto attraverso il mirino e il file finito. Nikonland Develop nasce per questo. È ancora un cantiere, ma oggi possiamo finalmente mostrare che il cantiere esiste, che il motore gira e che la prima fotografia è già uscita dalla porta. prima beta di distribuzione (destinata SOLO a chi sposa la filosofia di impiego di questo programma) 1.0.4 del 17 settembre 2026 : funzioni incomplete, per ora è solo un dimostratore (ma io lo sto già usando massicciamente, annotandomi i difetti). 1.0.6 del 18 settembre 2026 : funzioni incomplete Principali interventi: tre modalità AUTO con cursori visibili e modificabili; Contrasto, Vividezza e Saturazione reali nell’intera pipeline; secondo clic sull’AUTO attivo: azzeramento delle regolazioni automatiche; Ombre più progressive; ExifTool serializzato, senza accumulo di Perl Launcher; istanza unica riportata in primo piano da Index; timer non più legato all’indicizzazione della cartella in background; taglierina ricreata alla massima dimensione a ogni cambio formato; griglia attivabile dall’icona come taglierina libera; escursione più realistica per prospettiva e distorsione; azzeramento completo della geometria sempre disponibile; comandi TIFF → RETOUCH e JPEG → RETOUCH presenti ma disattivati; tombstone e centratura 100% sul punto AF conservati. 1.0.7 del 20 settembre 2026 : funzioni incomplete 2.0.8 del 30 settembre 2026 : completamente riscritto 2.0.2 beta 13 del 8 ottobre 2026 : Area Implementazioni Integrazione con Index Ricezione dell’intero elenco filtrato, nell’ordine mostrato da Index, anche con fotografie provenienti da cartelle diverse. Foto corrente conservata e navigazione sull’elenco ricevuto. Anteprime e 100% Anteprima dimensionata sullo spazio disponibile, gestione dei pixel fisici dello schermo, preparazione del risultato completo in background e riutilizzo fra Adatta e 100% quando aggiornato. Bilanciamento del bianco Kelvin numerici, preset Nikon, tinta nativa e contagocce con campionamento medio 9×9; rilettura dei valori effettivamente accettati dal motore Nikon. Selezioni locali Ellissi ruotabili, sfumature lineari, pennello e gomma; morbidezza, flusso e densità; selezioni nominabili, duplicabili, invertibili e combinabili con la maschera soggetto. Regolazioni Campi numerici modificabili, esposizione in passi di 0,1 EV, comandi da tastiera, doppio clic per ripristinare il valore e neri distinti per soggetto e sfondo. Bianco e nero Filtri e viraggi con confronto dedicato, per le basi Nikon Monochrome supportate. Non vengono modificati i profili originali. Copia e sincronizzazione Copia selettiva delle regolazioni e applicazione a più provini. Possibilità di trasferire soltanto la pellicola, conservando le altre regolazioni delle destinazioni. Annullamento dell’ultima sincronizzazione. Esportazione Coda delle esportazioni, cornice pellicola, scheda più leggibile e conservazione dei metadati di scatto in JPEG/TIFF. Conteggio e tempo della coda al centro del canvas. Denoise Sovrapposizione del lavoro CPU all’inferenza GPU e riutilizzo dei risultati identici. Modello SCUNet e criteri di composizione conservati. Interfaccia Colonne con scorrimento separato, dati sovrapposti alla fotografia disattivabili, pannelli locali spostabili, colori più discreti e campi numerici allineati. Metodo comune Nikonland Primi comandi interni condivisi per esposizione e pellicola, contratto dell’export, registrazione dei tempi e comando Aiuto → Diagnostica. NikonlandDevelopStudio_2.0.2_Setup.zip12 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
23 Come la nazionale di calcio se non di più, quando passano con il tricolore, l'emozione accomuna tutti. Z5II - Tamron 70-180 G2 @70mm f8 1/1600 ISO 800 - 27 settembre 202612 points
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Giallo
11 pointsNon riesco più a trovare il tempo per fotografare. So di essere monotono, perché lo stesso soggetto l’avevo proposto anche lo scorso anno, ma al momento è tutto ciò che riesco produrre. In un campo abbandonato poco distante da casa mia, in questo periodo nascono spontaneamente centinaia di topinambur. Li ho già fotografati decine di volte, ma è un paesaggio che mi affascina e così l’altro pomeriggio ho trovato un’ora per andarci anche quest’anno. Ho lasciato in armadio tutti i miei obiettivi macro seri e ne ho preso su quattro che non uso mai, per cercare di fare qualcosa di diverso. Helianthus tuberosus, topinambur. Nikon Z8 + Zeiss Biotar 2/58, F. 2,8, 1/3200 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + Venus Laowa 15mm f/4 Macro, F. 4, 1/2000 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + AF-S 8-15mm f/3.5-4.5 E ED Fisheye, a 13 mm., F. 16, 1/50 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + AF-S 8-15mm f/3.5-4.5 E ED Fisheye, a 13 mm., F. 16, 1/125 sec., ISO 64, mano libera. E’ stato piacevole adoperare obiettivi che non uso mai, ma poi alla fine, la maggior parte delle foto le ho fatte con questo. Nikon Z8 + Meyer Görlitz Trioplan 100mm f/2.8, F. 4, 1/1250 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + Meyer Görlitz Trioplan 100mm f/2.8, F. 2,8, 1/1250 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + Meyer Görlitz Trioplan 100mm f/2.8, F. 4, 1/640 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + Meyer Görlitz Trioplan 100mm f/2.8, F. 4, 1/1000 sec., ISO 64, mano libera. Nikon Z8 + Meyer Görlitz Trioplan 100mm f/2.8, F. 2,8, 1/2000 sec., ISO 64, mano libera.11 points
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La foto che avrei voluto scattare
11 pointsUna Nikon F, quindici amici e un sorriso da correggere. Come abbiamo costruito con l’AI un’immagine di gratitudine, discutendo più di persone che di tecnologia. Gli amici di Nikonland mi hanno regalato una Nikon F. Un regalo inatteso, di quelli che ti fanno perdere per qualche momento la disinvoltura e anche le parole. Ci ho montato il mio 55/1.2 e l’ho fotografata. Poi mi è venuta un’altra idea: rappresentarmi seduto, con la macchina in mano, circondato da tutti quelli che avevano partecipato al regalo. Davanti a noi un tavolone ingombro di fotocamere, obiettivi, stampe e riviste Nikonland. Tutti sorridenti. Una scena capace di raccontare il piacere di ricevere quel dono e, soprattutto, quello di avere attorno quegli amici. L’immagine che accompagna queste righe è nata così. È una costruzione realizzata con l’intelligenza artificiale a partire da fotografie vere delle persone e della macchina. Quel tavolo, quella disposizione e quell’istante collettivo sono immaginati. Il regalo e la gratitudine, invece, appartengono alla mia vita. Mi interessa dirlo subito, perché il senso dell’esperimento sta proprio qui: dare una forma visibile a qualcosa che desideravo esprimere, dichiarando come l’abbiamo ottenuta. Sono partito con una domanda apparentemente tecnica: posso fornire una serie di ritratti eterogenei e armonizzarli come se fossero stati ripresi con un 85 mm? Le fotografie erano molto diverse: selfie, ritratti più curati, riprese da vicino, luci all’aperto e in casa, cappelli, occhiali. La mia richiesta conteneva già un’intenzione fotografica: volevo proporzioni credibili e un insieme coerente. Naturalmente un 85 mm non è una formula magica. La prospettiva dipende dalla distanza di ripresa e un volto fotografato da vicinissimo non cambia prospettiva con un semplice ritaglio. Per modificarla bisogna ricostruire, e ogni ricostruzione può allontanarsi dalla persona vera. Ho quindi fornito i quindici ritratti degli amici, il mio e la fotografia della Nikon F con il suo obiettivo montato. Poi ho spiegato la scena. Io seduto al centro, sorridente, il regalo in mano; gli altri attorno a me, possibilmente rivolti verso di me, felici. Avevo descritto un piccolo avvenimento, con un protagonista, un oggetto e una relazione fra le persone. Era questo che doveva tenere insieme l’immagine. La prima prova aveva già parecchie cose al posto giusto. Il tavolo era pieno di materiale fotografico, la stanza plausibile, il gruppo raccolto. Ma tutti guardavano verso chi scattava, come nella consueta fotografia ricordo, e la mia espressione aveva qualcosa di profondamente sbagliato. Diciamo che sembravo sottoposto a una prova piuttosto spiacevole. Nella conversazione l’ho descritto in termini assai meno eleganti, che risparmio al lettore. Il punto era chiarissimo: avevo chiesto felicità e mi era arrivata una contrazione dei muscoli facciali. Qui è cominciato il lavoro interessante. Scrivere «più sorridente» è facile; capire quale sorriso appartiene alla scena richiede uno sguardo. La bocca da sola non basta. Contano gli occhi, le guance, la fronte, la distensione dell’intero volto. Abbiamo fatto una prima correzione, poi ho indicato un riferimento concreto: Max, accanto a me, aveva una risata che funzionava. Quella era l’allegria che cercavo. Gli altri dovevano parteciparvi con le proprie facce, conservando i propri tratti. Anche io potevo finalmente concedermi di essere contento del regalo. A quel punto ho cominciato a guardare il gruppo come si guarda una fotografia da rifinire. Il signore in basso a sinistra doveva essere decisamente più felice. Il volto dell’amico con la maglia grigia mi sembrava invecchiato e troppo largo nella mandibola: ho chiesto di ringiovanirlo e assottigliarlo. Una testa sulla destra era troppo grande, un’altra troppo piccola. Tre persone sembravano incastrate nello stesso spazio. Sono interventi che mostrano quanto il risultato generato sia un’interpretazione: può apparire convincente nel complesso e avere proporzioni o somiglianze da correggere quando lo si osserva persona per persona. Abbiamo tolto un cappello nero, ricostruendo una testa calva, e rimosso gli occhiali da sole a un altro amico per rendere visibile uno sguardo sorridente. Anche qui c’è un limite concreto: ciò che una fotografia nasconde deve essere ricostruito, e il risultato plausibile non è automaticamente quello esatto. Per Max ho aggiunto un secondo ritratto, senza cappellino, che mostrava la fronte e l’attaccatura dei capelli. Un riferimento in più diceva molto meglio delle parole come doveva essere fatta quella testa. L’ultima richiesta ha riguardato il respiro dell’inquadratura. La scena era troppo compressa: tutti addossati, poco spazio sopra, la sensazione di essere stati sistemati dentro una scatola. Ho chiesto un formato 3:2 orizzontale, più aria e maggiore dettaglio generale. Il risultato ha guadagnato spazio soprattutto sopra il gruppo e sul tavolo. Sulla destra gli amici restano abbastanza stretti, e gli sguardi continuano a essere prevalentemente rivolti verso l’obiettivo. La scena spontanea immaginata all’inizio è diventata una fotografia ricordo costruita. È giusto riconoscerlo: le richieste orientano il risultato, ma non vengono eseguite tutte con la precisione di un comando geometrico. Anche «aumentiamo il dettaglio» va valutato con occhio fotografico. Una maggiore nitidezza apparente non certifica la fedeltà di una scritta, di un particolare della Nikon F o dei lineamenti di un amico. L’immagine va guardata, confrontata con i riferimenti e giudicata. La capacità di osservare continua a servire, forse ancora di più quando la prima impressione è così persuasiva. Da questo piccolo lavoro mi porto a casa un’indicazione molto pratica: conviene spiegare che cosa vogliamo raccontare, fornire riferimenti pertinenti e correggere difetti precisi. «La testa è troppo grande», «qui manca spazio», «questo sorriso funziona», «ti mando una foto senza cappello» sono indicazioni utili perché nascono dall’osservazione. La conversazione diventa il luogo in cui l’idea prende forma, attraverso decisioni successive. E la conoscenza degli amici resta mia: sono io a dover dire se quella persona somiglia a se stessa e se quel sorriso mi convince. Alla fine mi ritrovo con un’immagine che rende visibile il mio grazie. So come è stata costruita, vedo dove funziona e dove conserva qualche limite. E guardandola penso soprattutto a quelle persone, alla sorpresa che mi hanno fatto e a quella Nikon F che adesso posso prendere davvero in mano. Se un giorno ci troveremo tutti attorno a un tavolo, la macchina per fare anche la fotografia vera non ci mancherà di certo. dopo le chiacchiere, il sodo, riporto l'intera conversazione creativa avuta con GPT Astra 6.0 e questo è il prodotto finito migliorabile ulteriormente a condizione di fornire ritratti iniziali migliori. Perchè in informatica si dice che Shit In, Shit Out. Se la qualità iniziale è scadente, nei passaggi successivi si può solo peggiorare il risultato. Giovanni per esempio, rispetto alla prima foto è invecchiato e dimagrito e si dovrebbe rifare. Max perdendo il cappello ha guadagnato un collo da 75enne, ame sembra sempre che debba correre al volo al gabinetto, etc. etc. Ma l'occasione era ghiotta per dimostrare un procedimento. Al solo scopo accademico !11 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
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Nital Refurb Protection: più garanzia per i Nikon ricondizionati ufficiali
Il ricondizionato Nikon diventa più interessante. Ma non è ancora equivalente al nuovo.Da qualche tempo il Nikon Store italiano propone con una certa regolarità fotocamere e obiettivi ricondizionati ufficiali Nital. Non semplicemente “usati”: prodotti rientrati, da esposizione o impiegati per test, controllati dal centro di assistenza ufficiale prima di essere nuovamente messi in vendita. La novità è Nital Refurb Protection, un'estensione di garanzia acquistabile per i prodotti Nikon Z e NIKKOR Z ricondizionati ufficiali Nital. E vale la pena di capire bene cosa sia, perché la pagina commerciale può far pensare a una sorta di assicurazione supplementare. Non lo è. È invece un prolungamento della copertura contro i difetti di fabbricazione, gestito direttamente attraverso l'assistenza ufficiale Nital/LTR. Prima di tutto: cosa significa “ricondizionato Nital”?NikonStore divide i ricondizionati in Grado A e Grado B. Il Grado A può presentare piccole imperfezioni estetiche esterne; si tratta normalmente di prodotti da esposizione o utilizzati per test, prossimi alle condizioni del nuovo. Nel caso delle fotocamere Nital indica un numero di scatti non superiore a circa 1.000. Il Grado B può mostrare imperfezioni estetiche più evidenti, pur mantenendo la piena funzionalità. Per le fotocamere il limite dichiarato sale a circa 5.000 scatti. Anche confezione e accessori possono presentare segni estetici. Prima della vendita i prodotti vengono comunque controllati, puliti e, se necessario, ripristinati con parti originali Nikon. La copertura normalmente fornita con questi prodotti è di 12 mesi. Ed è proprio da qui che parte Refurb Protection. Un anno oppure tre anni in piùNital propone due possibilità. Alla garanzia iniziale di un anno si può aggiungere un ulteriore anno, arrivando quindi a due anni complessivi. Oppure si può acquistare la formula indicata commercialmente come due anni + uno in omaggio: l'estensione diventa quindi di tre anni, per un massimo di quattro anni complessivi dalla copertura iniziale del ricondizionato. È un dettaglio importante: non stiamo parlando di quattro anni aggiuntivi, ma di un massimo di quattro anni considerando anche il primo anno. E soprattutto non bisogna confonderli con i sei anni di garanzia Nital oggi previsti gratuitamente per i nuovi corpi Nikon Z e obiettivi NIKKOR Z, registrati entro trenta giorni dall'acquisto. Dal 16 marzo 2026 Nital ha infatti portato da quattro a sei anni la propria garanzia convenzionale sul nuovo sistema Z. Il ricondizionato resta quindi una categoria diversa: costa meno, ma anche acquistando la massima Refurb Protection mantiene una copertura complessiva inferiore a quella del nuovo. Cosa copre realmente?Qui conviene leggere i termini e non soltanto la pubblicità. Refurb Protection interviene in presenza di vizi o difetti di fabbricazione che si manifestino durante il periodo coperto. Il prodotto viene inviato al centro ufficiale LTR Service di Moncalieri e, se il difetto rientra nella garanzia, viene riparato senza costi. Se la riparazione non fosse possibile o non risultasse conveniente, Nital può decidere di sostituire l'apparecchio con un altro prodotto ricondizionato avente caratteristiche e prestazioni equivalenti o superiori. Quest'ultimo punto non è secondario, soprattutto pensando a prodotti che potrebbero non essere più disponibili dopo alcuni anni. Ma non è una polizza contro gli incidentiUna caduta non è coperta. Un'infiltrazione d'acqua non è coperta. Non lo sono i danni causati da sabbia, agenti atmosferici, urti, corpi estranei, uso improprio, cattiva conservazione o manutenzione, normale usura oppure interventi effettuati da riparatori non autorizzati. Sono esclusi anche i danni accidentali e gli eventi fortuiti. Insomma, Refurb Protection protegge essenzialmente dall'eventualità che una componente del prodotto riveli successivamente un problema riconducibile alla sua costruzione. Non serve invece a trasformare un ricondizionato in uno strumento assicurato contro quello che può capitare lavorandoci. È bene saperlo prima di acquistarlo. I tempi di registrazione sono importantiLa procedura richiede un minimo di attenzione. Il prodotto deve essere registrato su Nital VIP entro 30 giorni dall'acquisto. Anche Refurb Protection deve essere acquistata entro 30 giorni dalla consegna del prodotto. Dopo l'acquisto dell'estensione si riceve via e-mail un codice, che va associato al prodotto utilizzando anche l'ID riportato sulla confezione. L'attivazione deve essere completata entro 14 giorni dall'acquisto della Protection. Non comprerei quindi oggi un ricondizionato pensando di decidere tra sei mesi se estenderne la garanzia: la scelta va fatta praticamente insieme all'acquisto. La copertura è inoltre dichiarata valida sia per i consumatori sia per gli acquirenti professionali. Ma un solo anno di garanzia sull'usato è legale?Sì. La normale garanzia legale sui beni nuovi dura due anni. Nel caso dei beni usati, però, venditore e compratore possono concordare un periodo inferiore, purché non scenda sotto un anno. È quanto prevede il Codice del Consumo e quanto conferma espressamente il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Il ricondizionato ufficiale rientra in questa logica. La garanzia aggiuntiva Refurb Protection è invece una garanzia convenzionale volontaria offerta da Nital e si aggiunge ai diritti previsti dalla legge. La domanda vera: conviene?Dipende soprattutto dal prezzo del prodotto. Prendiamo un esempio concreto rilevato sul Nikon Store mentre scriviamo, il 18 settembre 2026. Una Nikon Z8 ricondizionata Grado A risulta proposta a 3.499 euro con un anno di garanzia. Nello stesso momento la Z8 nuova compare sul Nikon Store a 3.999 euro in promozione. La differenza è quindi di 500 euro prima di aggiungere l'eventuale Refurb Protection. Il ragionamento corretto non è perciò semplicemente: “il ricondizionato costa 500 euro meno”. Bisogna piuttosto confrontare il costo finale del ricondizionato più l'estensione desiderata con quello del nuovo, ricordando che il nuovo Z Nital registrato arriva oggi a sei anni di garanzia mentre il ricondizionato può arrivare al massimo a quattro. Se la differenza resta importante, il ricondizionato può essere molto interessante. Se invece il prezzo finale si avvicina troppo a quello del nuovo, i due anni di copertura in più del prodotto nuovo acquistano inevitabilmente un valore economico. E Grado B?Qui il discorso può diventare ancora più interessante. Il Nikon Store propone talvolta differenze notevoli fra Grado A e Grado B. Per esempio, lo stesso NIKKOR Z 24-120mm f/4 S è stato recentemente proposto a 1.153,90 euro in Grado A e a 834,90 euro in Grado B. Entrambi con un anno di garanzia iniziale. Su un prodotto Grado B fortemente scontato, aggiungere una protezione ufficiale di qualche anno può quindi avere molto più senso che su un Grado A venduto a pochi punti percentuali dal prezzo del nuovo. Naturalmente bisogna accettarne preventivamente le eventuali imperfezioni estetiche dichiarate. Il punto di vista NikonlandPer noi il vero vantaggio del programma non è tanto quello di rendere il ricondizionato “uguale al nuovo”. Non lo è. È invece quello di eliminare una delle principali incognite che finora accompagnavano i ricondizionati ufficiali Nikon: la brevità della copertura di dodici mesi. Poter acquistare, quando il prezzo lo giustifica, una Z8, una Zf, un 70-200/2.8 S o un altro prodotto importante controllato da LTR e mantenerlo sotto assistenza ufficiale fino a quattro anni cambia concretamente il valore della proposta. Ma Refurb Protection non va acquistata automaticamente. Prima si guarda il prezzo del ricondizionato. Poi quello del nuovo. Si aggiunge il costo dell'estensione desiderata e si confrontano non soltanto gli euro, ma anche gli anni di garanzia. È esattamente il tipo di conto che un Nikonlander dovrebbe fare prima di premere il pulsante Acquista. Perché un buon ricondizionato può essere un affare. Ma l'affare è il prezzo complessivo, non la parola Refurbished stampata sulla scatola. Condizioni e prezzi citati verificati il 18 settembre 2026 e naturalmente soggetti a successive variazioni da parte di Nital/Nikon Store.11 points
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E poi li chiamiamo animali
10 points[FOTO ASSENTE PER SCELTA]The Aftermath di Federico Veronesi, Wildlife Photographer of the Year 2026. Il dolore degli altri, la fotografia e il confine del rispetto. Ci sono fotografie che ammiro, fotografie che invidio, fotografie che avrei voluto realizzare. E poi ci sono fotografie che vorrei non fossero mai esistite. Non perché siano sbagliate, mal riuscite o indegne di essere mostrate. Ma perché raccontano qualcosa che avrei voluto non fosse mai accaduto. The Aftermath, la fotografia con cui l'italiano Federico Veronesi ha vinto il Wildlife Photographer of the Year 2026, appartiene a quest'ultima categoria. Non riesco a guardarla con il distacco del fotografo. Mi provoca un dolore quasi fisico. Quella piccola creatura sollevata da terra, le zampe abbandonate, il corpo ormai senza vita, la proboscide che lo sostiene come se fosse ancora possibile sottrarlo all'irreparabile. Non vedo una scena naturalistica. Vedo la morte di un bambino e il gesto disperato di chi non riesce ad abbandonarlo. La fotografia è stata scattata nella valle del fiume Huab, in Namibia, nel settembre 2025. Veronesi stava seguendo un gruppo di elefanti quando ha incontrato una femmina che trasportava il corpo di un cucciolo morto. L'immagine, in bianco e nero, ha conquistato il più importante riconoscimento internazionale della fotografia naturalistica. E qui nasce il mio disagio, che non riguarda affatto la qualità tecnica dello scatto, l'attrezzatura impiegata, la composizione o l'indiscutibile efficacia del risultato. Riguarda il senso stesso di fotografare il dolore altrui. Perché ottenere un'immagine emotivamente devastante attraverso la rappresentazione di una tragedia non mi sembra, di per sé, un merito artistico. La tragedia era lì, davanti all'obiettivo. Non l'ha immaginata il fotografo, non l'ha costruita, non l'ha interpretata attraverso una sua invenzione. L'ha incontrata. E ha premuto il pulsante. Naturalmente non basta essere presenti per diventare fotografi. Occorrono esperienza, attenzione, capacità di riconoscere un momento significativo e lucidità per documentarlo. Ma non posso impedirmi di pensare che qualunque fotografo sufficientemente preparato, trovandosi in quella posizione e con una macchina fotografica pronta, avrebbe potuto ottenere un'immagine altrettanto straziante. Il dolore era già tutto nella scena. La sua forza non aveva bisogno di essere inventata. E allora mi domando: quanto appartiene al fotografo e quanto appartiene a quella creatura che, senza averlo chiesto, è diventata protagonista di una fotografia premiata in tutto il mondo? C'è però un particolare che cambia profondamente la lettura dell'immagine. L'elefantessa non era la madre biologica del piccolo. Secondo quanto raccontato dallo stesso Veronesi, aveva perso un proprio cucciolo due anni prima e aveva successivamente manifestato comportamenti analoghi nei confronti di altri piccoli morti. Questa volta aveva raccolto il corpo del figlio di un'altra femmina del gruppo. Non sappiamo che cosa passasse nella sua mente, quali ricordi o sensazioni accompagnassero quel gesto. Sarebbe presuntuoso attribuirle con certezza sentimenti identici ai nostri. Ma sarebbe altrettanto presuntuoso negarle una vita emotiva soltanto perché non possediamo gli strumenti per comprenderla interamente. E, soprattutto, non abbiamo alcun bisogno di dimostrare che un elefante soffra esattamente come un essere umano per riconoscergli il diritto al rispetto. Qui, a mio giudizio, si trova la questione più importante. Noi uomini abbiamo un'abitudine terribile: riconosciamo dignità alle altre creature soprattutto quando ci sembrano sufficientemente simili a noi. Ci commuoviamo quando un animale manifesta comportamenti che possiamo tradurre nel nostro linguaggio affettivo. Parliamo di amore, fedeltà, compassione, lutto. Ma il rispetto non dovrebbe dipendere dalla somiglianza. Un essere vivente non deve dimostrarci di essere quasi umano per meritare considerazione. Non è necessario che quell'elefantessa sia una madre nel significato biologico del termine, né che il suo comportamento corrisponda esattamente alla nostra idea di pianto. È sufficiente riconoscere che davanti a noi esiste un individuo, con una propria storia, una propria esperienza del mondo, una sensibilità che non ci appartiene e che non abbiamo il diritto di ridurre a spettacolo. E poi noi li chiamiamo animali. Come se quella parola stabilisse una distanza morale, una superiorità, una differenza assoluta. Dimenticando, peraltro, che animali siamo anche noi. Soltanto più abili nel costruire categorie che ci consentano di considerare inferiori gli altri esseri viventi. Ho scoperto che Veronesi, davanti a quella scena, si è posto il problema che mi tormenta. Si è domandato se fosse giusto fotografare, se non stesse violando l'intimità dell'elefantessa. Questo cambia il giudizio che posso dare del suo comportamento. Non era semplicemente qualcuno che aveva individuato un soggetto sensazionale e cercava di approfittarne. Aveva riconosciuto una dimensione privata, quasi inviolabile, in ciò che stava osservando. Ha poi deciso di fotografare ugualmente, ritenendo che documentare quel comportamento potesse contribuire alla conoscenza e alla comprensione degli elefanti. È una risposta che posso comprendere e rispettare. Ma non sono sicuro che sarebbe stata la mia. Credo che avrei abbassato la macchina fotografica. Non perché fotografare fosse necessariamente sbagliato, ma perché mi sarebbe sembrato di entrare senza permesso in qualcosa che non mi apparteneva. Davanti al dolore di una madre umana, al funerale di un bambino, al gesto di qualcuno che stringe un corpo senza vita, sentirei la necessità di chiedermi se la mia testimonianza sia davvero necessaria. E se questa domanda vale per noi, perché dovrebbe perdere importanza davanti a un'elefantessa? Soltanto perché non può protestare, allontanare l'obiettivo o chiedere di essere lasciata sola? Non intendo stabilire un divieto morale alla fotografia del dolore. Senza le immagini delle tragedie, delle guerre, delle persecuzioni, della sofferenza degli innocenti, la nostra conoscenza del mondo sarebbe infinitamente più povera e forse anche la nostra coscienza. Esiste una fotografia necessaria, capace di testimoniare ciò che altrimenti verrebbe ignorato. Ma proprio per questo credo che il fotografo debba porsi una domanda ulteriore, prima ancora di quella sulla riuscita dello scatto: sto rendendo testimonianza a qualcuno, oppure sto utilizzando il suo dolore per produrre un'immagine memorabile? La distinzione può essere sottilissima. E non è il numero dei premi ricevuti a risolverla. Forse il contributo più importante di Veronesi non sta dunque nell'istante in cui ha premuto il pulsante, ma in ciò che ha deciso di fare dopo: raccontare il contesto, interrogarsi sul significato di quel comportamento, ricostruire la storia dell'elefantessa, tentare di farci comprendere che dietro quelle enormi creature esistono individui e relazioni complesse. La fotografia, da sola, ci avrebbe commosso. La testimonianza che l'accompagna ci obbliga a pensare. E questa è una differenza sostanziale. La commozione è immediata, spesso involontaria, talvolta persino facile da ottenere. La comprensione richiede invece attenzione, responsabilità, rispetto. Resta il paradosso di un premio. Noi celebriamo una fotografia, ammiriamo il fotografo, discutiamo della forza del bianco e nero, della perfezione del momento e dell'universalità del messaggio. Ma al centro di tutto c'è un piccolo elefante morto. E c'è una femmina che ne trasporta il corpo attraverso un paesaggio indifferente. A loro non importa nulla del Wildlife Photographer of the Year. Nulla dei nostri giudizi estetici. Nulla della celebrità che quella scena ha procurato a un essere umano. Non so se The Aftermath sia la migliore fotografia naturalistica dell'anno. Non sono nemmeno sicuro di volerla giudicare come una fotografia. So soltanto che mi ha fatto male, molto più di tante immagini concepite deliberatamente per impressionare. E che, dopo averla guardata, mi è ancora più difficile accettare la leggerezza con cui trattiamo gli altri abitanti di questo pianeta, disponendo delle loro vite e dei loro territori, attribuendo loro un valore che dipende quasi sempre dai nostri interessi. Vorrei che il riconoscimento assegnato a Federico Veronesi servisse soprattutto a questo: non ad applaudire una tragedia trasformata in un'immagine straordinaria, ma a riconoscere finalmente che la vita interiore degli altri esseri viventi non è un argomento marginale, una curiosità da documentario o un espediente per commuovere il pubblico. Vorrei che imparassimo a guardarli senza sentirci superiori. E, soprattutto, vorrei che quel piccolo elefante fosse ancora vivo, che potesse camminare sulle proprie zampe, accanto al suo branco. Che quell'elefantessa non avesse avuto bisogno di sollevarlo da terra. Anche a costo di non avere mai visto questa fotografia. E di lasciare il Wildlife Photographer of the Year 2026 senza un vincitore.10 points
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Viaggio "on the road" in Normandia e Bretagna - Seconda parte: La Bretagna
Terminate le giornate in Normandia, sempre viaggiando verso ovest entriamo in Bretagna. Giorno 7Dopo aver lasciato Mont-Saint-Michel si entra a tutti gli effetti in Bretagna; la prima giornata Bretone prevede una sosta a Cancale, piccola cittadina sul mare rinomata per l’allevamento delle ostriche. E naturalmente non possiamo esimerci da un assaggio, acquistandone una piatto al piccolo mercato sul lungomare poco distante dal porto. Una dozzina di ostriche Bancarelle del mercato delle ostriche Lasciata Cancale ci dirigiamo verso Saint-Malo, la città fortificata affacciata sul mare della manica, nota anche come “città dei corsari”. Ne percorriamo le vie e le mura che la proteggevano dai nemici oltre che dalle maree particolarmente accentuate in questa zona. Il Porto di Saint-Malo Interno della cattedrale Un tratto delle mura di Saint-Malo Grand Bé Per le vie di Saint-Malo Giorno 8L’itinerario prevede di raggiungere la zona di Perros-Guirec con le sue scogliere di granito rosa; prima però facciamo una sosta nella zona di Cap Fréhel: qui, parcheggiata l’auto, si percorre un sentiero che segue il promontorio fino al faro che porta lo stesso nome. Lungo il sentiereo per Cap Fréhel Faro di Cap Fréhel Tornati all’auto, ci avviciniamo alla meta finale della giornata, non senza aver fatto una breve sosta in località Le gouffre, nota per una casa diventata famosa come casa più fotografata della Bretagna: si tratta di una casa contruita tra due grosse rocce che la riparano dai forti venti della costa bretone. Maison du Gouffre Giunti a Perros-Guirec, ci sistemiamo nel nostro alloggio e usciamo dopo cena per ammirare le scogliere di granito rosa di Ploumanac'h al tramonto. Lisa e Alberto ammirano il tramonto Faro di Ploumanac'h Giorno 9Ci spostiamo all’estremità ovest della Bretagna, il così detto Finistère: raggiungiamo quindi Pointe du Raz, un promontorio che si affaccia sull’oceano, vicino al quale si erge l’ennesimo faro. Monumento “Notre Dame des Naufrages” Pointe du Raz e Phare de La Vieille Giorno 10Facendo base a Pont L’Abbé, raggiungiamo la vicina Quimper che visitiamo in un’alternanza di scrosci di pioggia e schiarite: si tratta di una città dal fascino antico, caratterizzata da case a graticcio, piccoli negozi e creperie. Degna di nota è anche la cattedrale di Saint-Corentin, simbolo della città. Portale della cattedrale di Quimper Una tregua tra uno scroscio di pioggia e l'altro Uomo col bastone per le vie di Quimper Nel pomeriggio, complice anche un miglioramento delle condizioni meteo, ci spostiamo a Concarneau, una piccola città fortificata lungo la costa sud del Finistère, anch’essa con le tipiche case bretoni Per le vie di Concarneau Veduta di Concarneau Panoramica del porto di Concarneau Giorno 11E giunto il momento di lasciare la Bretagna ed iniziare il ritorno verso casa. La prima tappa del viaggio di ritorno ci porta nella valle della Loira, precisamente a Chenonceau: la raggiungiamo nel primo pomeriggio. La porta sul retro della casa che da sul fiume Cher Giusto il tempo di sistemarci in una graziosa casa sulle rive del fiume Cher e ci dirigiamo al Castello di Chenonceau, noto anche come Castello delle Dame, per aver ospitato donne di un certo rilievo storico, come Diana di Poitiers e Caterina de Medici che vi hanno lasciato la loro impronta. La galleria del castello che sovrasta il fiume Cher Il castello visto dai giardini Veduta del Castello di Chenonceau Giorno 12Lasciata anche la valle della Loira, ci avviciniamo al termine del nostro viaggio, che inizialmente prevedeva il rientro a casa direttamente da Chenonceau. Avendo però constatato che avrebbe comportato trascorrere l’intera giornata alla guida, proprio nel giorno del mio compleanno, abbiamo aggiunto una tappa tecnica e la scelta è ricaduta su Albertville. Dopo una sosta in Autogrill con tanto di torta... percorriamo un buon tratto di strada sotto una pioggia battente; passiamo nei pressi di Lione per poi raggiungere l’Alta Savoia e quindi Albertville; quest’ultima non ci ha particolarmente entusiasmato e non ho nemmeno foto interessanti che la rappresentano. Oltretutto la mente ormai è proiettata al ritorno a casa, dopo tanti giorni di lontananza. Giorno 13Eccoci all’epilogo del nostro viaggio: scegliamo di rientrare attraverso il Colle di Moncenisio, per gustare con calma un po’ di panorami alpini. L’unica fermata che facciamo è in corrispondenza del lago artificiale nei pressi del colle, dove ci concediamo chi un caffè e chi una tisana e facciamo qualche foto ricordo prima di ripartire, superare il confine e rientrare in Italia. Il lago del Moncenisio Una volta a valle, lungo l’autostrada della val di Susa, scorgiamo la Sacra di San Michele che domina la valle dalla cima del Monte Pirchirano: la mente torna alla meta clou del nostro viaggio, Mont-Saint-Michel e a tutti i posti favolosi che resteranno sempre impressi nei nostri ricordi. NoteL’attrezzatura fotografica era costituita da Nikon Z5 II, Nikon 24-120mm f/4 S, Viltrox 14mm f/4 AIR, Viltrox 20mm f/2.8 AIR, Sigma 100-400mm f/4.5-6.3 C (FTZ II).10 points
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Air Show - Frecce Tricolori 🇮🇹 / Pt.1 Prove Tecniche
Qualche scatto in occasione delle prove di oggi dell'Air Show in programma domani. Domani il programma sarà certamente più completo, ci saranno sicuro i fumi tricolore invece del solo bianco e spero che siano più lunghi. poco prima che inizino le attività, moto d'acqua di Polizia di Stato e VVFF sgomberano l'area sottostante. paracadutisti. La centralità dell'airshow (poltrone autorità e speaker) è, per mia scelta, a circa 2km. I paracadutisti sono atterrati li. CAP 231 (SX) / Elicottero in acrobazia, ha spaventato decine di gabbiani. dopo un bel po' di attesa con l'azione abbastanza lontana, eccole arrivare Pony 10 - Il solista, anche il velivolo che mi è sembrato si sia abbassato di più. Pony 10 - Castello di Arechi (SX) Pony 10 Pony 10 Formazione sul centro storico Formazione sulla zona nuova della città Tutto con Z5II e Tamron 70-180 GII. Ho utilizzato la modalità di messa a fuoco "aereo", che avevo già provato con successo con alcuni canadair, non ha perso un colpo.10 points
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La mia nuova 44x33mm : ma perché ?
9 pointstutto usato e da diverse provenienze (non lasciatevi ingannare dal nastro Mtrading, è roba riciclata) ecco le scatole originali, è tutto materiale come nuovo. Le due batterie aggiuntive son Smallrig, compatibili con le WP-325 che usa la macchina (in dotazione ce n'è ovviamente una che va nel corpo macchina ma il battery grip ne porta altre due). tutto scartato. Notare il mirino separato dal corpo. Una sciccheria che Nikon ha abolito con la F5. mirino sontuoso che - opzionalmente - può anche essere montato su un modulo basculabile (costosissimo) che consente la visione verticale o laterale. i punti di contatto elettrico del mirino. il mirino montato. il vano memorie. La macchina ha come scheda principale una CFExpress di tipo B, quelle che usano le nostre Z e una SD. battery grip con comandi ripetuti. Dettaglio della contattiera. Come una volta, altro che pignone che ... penetra il corpo macchina. Questo consente, peraltro, di fare leva e metti senza altre operazioni lasciando la macchina operativa. Ma soprattutto, di avere tre batterie interne. la slitta per le due batterie aggiuntive montate la macchina con il battery grip e adesso l'unico obiettivo Fujinon che mi interessava. Bello grosso, Made in Japan La GFX 100 II con GF 110/2 e impugnatura verticale, accanto a una delle mie Nikon Z9. È arrivata la mia quarta ammiraglia. Dopo le due Nikon Z9 e la Nikon D6, tutte regolarmente in produzione nelle mie mani, entra in servizio una Fujifilm GFX 100 II. Nella fotografia che le ritrae insieme, la nuova arrivata e la Z9 sembrano già essersi accordate sulla spartizione del lavoro; del resto, con quei corpi e quelle impugnature, nessuna delle due ha l’aria di essere stata acquistata per arredare una mensola. La parola ammiraglia, per me, indica proprio questo: una macchina sulla quale costruire una parte importante della propria fotografia, con gli obiettivi, l’ergonomia e la continuità d’impiego che ne conseguono. L’operazione nasce anche da una considerazione maturata con la Sony a9 III, ceduta insieme al suo magnifico 70-200/2.8. Ne riconoscevo pienamente le qualità, ma tra riconoscere la perfezione di uno strumento e desiderare di fotografarci passa una distanza che nessuna scheda tecnica riesce a misurare. Per la fotografia d’azione avevo già le mie risposte in casa, e continuavo a trovarle nelle Nikon. Il posto occupato dalla Sony poteva quindi diventare l’occasione per allargare davvero le possibilità del corredo. La GFX è arrivata attraverso quel ragionamento, accompagnato da una curiosità che la Sony, per quanto impeccabile, non era riuscita ad alimentare allo stesso modo. Il suo territorio sarà soprattutto il ritratto, la posa, il lavoro nel quale posso scegliere la luce, la distanza e il momento, e dedicare attenzione a come una figura abita l’inquadratura. Con le Z9 posso già fare tutto questo, naturalmente. Ma proprio l’avere un sistema Nikon completo e operativo mi permette di scegliere la Fujifilm per una vocazione precisa, senza pretendere che debba giustificarsi in ogni genere fotografico. Una macchina può avere molto senso anche quando le si chiede di fare particolarmente bene soltanto una parte delle fotografie che ci interessano. Il punto di partenza è un sensore da 43,8 × 32,9 millimetri e 102 milioni di pixel, capace di produrre immagini da 11.648 × 8.736 pixel. Calcolando le superfici, siamo a circa il 67% in più rispetto al 24 × 36. È il medio formato digitale della famiglia 44 × 33, con proporzioni native 4:3: dimensioni concrete, sulle quali ragionare, senza attribuire alla parola medio formato proprietà soprannaturali. [1] La risoluzione mi interessa come disponibilità di informazione: per le stampe, per le pagine di una rivista, per conservare dettaglio quando serve un’inquadratura diversa da quella iniziale. Il valore di questa riserva andrà giudicato sulle fotografie. Un volto con un’espressione sbagliata rimane tale anche quando possiamo esaminarne ogni poro; semmai, cento megapixel rendono più difficile invocare l’insufficienza dell’attrezzatura come attenuante. Ci saranno più informazioni da trattare, più spazio occupato dai file e una maggiore evidenza degli errori di messa a fuoco o di movimento. Sono conseguenze che fanno parte della scelta. Mi incuriosisce anche il rettangolo 4:3. Nel ritratto verticale offre una distribuzione dello spazio diversa dal 3:2 al quale sono abituato: meno slanciata, più raccolta, potenzialmente interessante per dare respiro alle spalle, alle mani, all’ambiente vicino al soggetto. È già un cambiamento nel modo di comporre. Vorrei esplorare questo insieme di formato, ottica e distanza, e vedere che cosa suggerisce al mio sguardo. Lo sfocato e la separazione dei piani continueranno a dipendere dalle scelte del fotografo; il sensore più grande aggiunge possibilità, non prende decisioni al suo posto. La GFX 100 II possiede inoltre un corredo di funzioni che la rende una macchina contemporanea: X-Processor 5, autofocus a rilevamento di fase con riconoscimento di volti e occhi, rilevamento di diversi tipi di soggetto e raffica fino a otto fotogrammi al secondo con otturatore meccanico. Per il mio impiego significa poter affrontare anche un ritratto vivo, fatto di piccoli movimenti e cambiamenti d’espressione. La risposta effettiva dell’autofocus la valuterò lavorandoci: le funzioni dichiarate sono il punto di partenza della prova. [2] Completano il quadro la sensibilità base di 80 ISO, la registrazione RAW anche a 16 bit nelle modalità previste e la stabilizzazione del sensore su cinque assi, accreditata da Fujifilm di un’efficacia fino a otto stop nelle condizioni di misura dichiarate. Sono strumenti utili per cercare qualità con una certa libertà operativa; naturalmente lo stabilizzatore può aiutare la mia mano, mentre il soggetto mantiene il diritto di muoversi. Ci sono anche possibilità video molto sviluppate, che lascio volentieri a chi se ne occupa: il mio acquisto è interamente fotografico. [1, 2] Avevo considerato anche la GFX 100S II. La scelta della 100 II si è precisata soprattutto su due aspetti che per me hanno un peso quotidiano: il mirino e le schede di memoria. Il mirino della 100 II offre 9,44 milioni di punti e ingrandimento 1,00×; quello della 100S II si ferma a 5,76 milioni e 0,84×. Sono differenze che riguardano il luogo nel quale passo il tempo mentre fotografo. [1, 3] Perché la fotografia, per me, nasce a mirino. È lì che guardo un’espressione, cerco l’equilibrio della composizione, decido quanto spazio lasciare intorno a una persona e quale interpretazione darle. Un mirino grande merita quindi una parte importante del budget, esattamente come un obiettivo. Posso discutere a lungo di sensori, processori e algoritmi, ma se devo scegliere dove mettere l’occhio per le prossime migliaia di fotografie, la questione diventa molto personale. La presenza di uno slot CFexpress di tipo B, affiancato da uno SD UHS-II, è l’altro elemento concreto. [1] Le CFexpress B fanno già parte del mio lavoro con Nikon: conosco il formato e dispongo dell’infrastruttura per usarlo. Su una macchina da cento megapixel considero sensato dare importanza anche al percorso che i file devono compiere dalla fotocamera al computer. Il piacere della fotografia sopravvive meglio quando le operazioni di contorno non diventano ogni volta un piccolo trasloco. C’è poi il corpo, che nelle mie fotografie vedete con l’impugnatura verticale. La modularità permette di separare i componenti, mentre nella configurazione completa l’insieme assume dimensioni molto familiari a chi usa abitualmente un’ammiraglia Nikon. L’impugnatura verticale ha un significato evidente nel ritratto, e con un obiettivo importante davanti mi interessa il modo in cui posso sostenere e comandare la macchina. Il confronto accanto alla Z9 racconta bene la scala dell’oggetto: questa GFX entra in un corredo nel quale il peso e l’ingombro si valutano in rapporto al lavoro da fare. Il punto di partenza: GFX 100 II, GF 110/2, impugnatura, mirino, batterie e CFexpress. Il primo obiettivo è il Fujinon GF 110mm f/2 R LM WR. Anche questo dice parecchio sulle intenzioni: il suo angolo di campo corrisponde all’incirca a quello di un 87 mm sul 24 × 36, quindi ci troviamo nel cuore del ritratto. È un’ottica nativa per il formato GFX, con apertura f/2 e messa a fuoco a motori lineari. [4] Mi dà un punto di partenza preciso per conoscere la macchina e un riferimento con il quale, in seguito, confrontare gli obiettivi adattati. Ho preferito cominciare da un’accoppiata che avesse un compito chiaro. Un volto, una figura, una luce da interpretare: è su questo che voglio prendere confidenza con la nuova arrivata. Il 110/2 mi permetterà di capire quanto mi piaccia lavorare con il sistema nel suo insieme, dalla visione a mirino alla fotografia finita. La costruzione del resto del corredo potrà seguire le necessità che emergeranno dall’uso; intanto c’è già tutto ciò che serve per cominciare seriamente. Un’altra ragione dell’interesse per Fujifilm riguarda il colore e le simulazioni pellicola. La GFX 100 II comprende, fra le altre, REALA ACE, Classic Chrome, PRO Neg. Std, ASTIA e ACROS. [1] Per chi mi conosce e segue le Pellicole Digitali Nikonland, il collegamento è immediato. Mi interessa scegliere l’interpretazione mentre fotografo, vedere una direzione cromatica o un bianco e nero nel mirino e costruire l’immagine intorno a quella scelta. Il lavoro successivo servirà a svilupparla e rifinirla. L’incontro con Fujifilm si collega quindi anche a ciò che sto facendo con FilmBox. Vorrei che Nikon e GFX potessero partecipare allo stesso servizio con una sensibilità cromatica coerente, portando sulle Nikon interpretazioni ispirate alle simulazioni Fuji che troverò più congeniali. Parlo di un percorso da costruire e verificare: due sistemi possono parlare una lingua vicina mantenendo la propria inflessione. La fotografia comincia prima dell’apertura del file sul computer, e intendo continuare a trattarla in questo modo anche con la GFX. Infine c’è il Fringer NF-GFX, ordinato e in arrivo. Per un corredo come il mio è una parte importante del progetto: consentirà di utilizzare ottiche Nikon F motorizzate, mantenendo l’autofocus sui modelli supportati, il controllo del diaframma e i dati EXIF. La compatibilità dichiarata comprende anche la GFX 100 II. [5] La prospettiva è quella di rimettere al lavoro sul formato più grande obiettivi che conosco già, e di scoprire quanto della loro personalità sopravviva o cambi in questo nuovo impiego. Fra i candidati che mi interessano ci sono il Nikon 58/1.4, il Nikon 105/1.4E il Sigma Art 85/1.4 e il 105/1.4 e il Nikon 300/4 PF; sono presenti nell’elenco delle ottiche testate e ottimizzate da Fringer e li ho già tutti tranne l'85. [5] Sono combinazioni molto diverse, e proprio questo rende l’esperimento interessante. Con gli AF e AF-D privi di motore interno, invece, la messa a fuoco rimarrà manuale: il Fringer non aggiunge la presa di forza che avevano le reflex. [5] Il patrimonio delle ottiche F potrà dunque essere esplorato, ma tenendo conto delle caratteristiche di ciascun obiettivo. La compatibilità elettronica è soltanto una parte della questione. Un obiettivo progettato per il 24 × 36 deve essere verificato anche per la copertura del sensore più grande: vignettatura, qualità ai bordi, comportamento alle diverse distanze e ai diversi diaframmi. Il fatto che l’autofocus funzioni non dimostra che tutta la superficie del sensore sia sfruttabile come con un GF nativo. Saranno prove da fare obiettivo per obiettivo, osservando anche quanto pesino gli eventuali limiti nelle fotografie che mi interessano. Dove la copertura lo consentirà, il formato maggiore darà un angolo di campo più ampio: applicando il rapporto fra le diagonali, circa 0,79, un 105 mm inquadrerà grossomodo come un 83 mm sul 24 × 36, mentre il 300 mm si avvicinerà al campo di un 237 mm. La focale fisica rimane quella incisa sul barilotto. È una possibilità che aggiunge curiosità al progetto, perché mette ottiche conosciute in una relazione diversa con l’inquadratura; il risultato fotografico, però, lo giudicherò quando l’adattatore sarà arrivato e avrò i file davanti. Questa è dunque la presentazione di una scelta e del lavoro che vorrei farci. La verifica verrà con i ritratti, con l’uso del 110/2, con il colore e con gli esperimenti sulle ottiche Nikon e Sigma. Ho scelto la GFX 100 II perché aggiunge al mio sistema una combinazione precisa: un formato più grande, molta risoluzione, un mirino ambizioso, un obiettivo da ritratto dedicato e la possibilità di valorizzare una parte del corredo F. A tenere insieme tutto questo c’è il desiderio di fotografare, che rimane il criterio con il quale promuovo o boccio anche gli strumenti più sofisticati. Le due Z9 e la D6 continuano a lavorare. Alla Fujifilm ho assegnato un posto accanto a loro, con una responsabilità tutta sua: farmi venire idee e darmi voglia di realizzarle. Per diventare davvero la mia quarta ammiraglia, sarà soprattutto lì che dovrà guadagnarsi i gradi. Riferimenti tecnici [1] Fujifilm GFX100 II — specifiche ufficiali [2] Fujifilm GFX100 II — presentazione ufficiale [3] Fujifilm GFX100S II — specifiche ufficiali [4] Fujinon GF110mmF2 R LM WR — presentazione ufficiale [5] Fringer NF-GFX — funzioni e compatibilità dichiarate9 points
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Festival della Fotografia Etica 2026 a Lodi
Da dieci anni il comune di Lodi ospita il Festival della Fotografia Etica. Il festival è ospitato in più sedi diverse, ma Lodi è abbastanza piccola da poterle girare tutte a piedi in una giornata. Un unico biglietto permette di visitare tutto e anche seguire le visite guidate (a cui partecipano alcuni dei fotografi che espongono le opere ). Intanto che aspettavo l'ora di apertura, ho fatto qualche foto del centro storico Street anch'io! Il Festival della Fotografia Etica nasce 38 anni fa grazie a Jean-François Leroy, che è riuscito a fare qualcosa di unico e straordinario, e la sua opera ha ispirato molti fotoreporter ad assumersi la responsabilità di dare visibilità a chi è in prima linea per testimoniare ciò che accade. Le mostre che danno corpo a questo evento offrono al pubblico foto e reportage di grandi fotografi internazionali: donne e uomini che hanno documentato eventi, visti e vissuti da vicino e ci offrono un quadro di realtà diverse tra loro ma tutte testimonainze in diretta. Come rileva l'editoriale che introduce il festival, questo evento vorrebbe essere un'occasione per uno sguardo consapevole al mondo, e offrire un'occasione per uno sguardo attenta e non affrettata, che porti a meditare qual'è l'impatto di certi eventi e dove ci sta posrtando la Storia che stiamo vivendo. La speranza è che capire possa essere il primo passo per reagire. In fondo al blog vi metto i link, ed il programma dei diversi eventi (altro link in fondo). Per questioni di tempo mi sono limitato ai due che più mi interessavano: Il World Press Photo: circa 150 immagini da tutte le parti del mondo selezionate da una giuria internazionale in occasione della 71° edizione del concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria più famoso. Il World Report Award, Riporto dall'editoriale: concorso internazionale del Festival di Lodi, che ha lo scopo di dare voce e sostegno all’impegno sociale dei fotografi e si rivolge a tutti, italiani e stranieri, professionisti e non. Il soggetto è l’umanità con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane, i cambiamenti e l’immutabilità. Le immagini sono di altissimo livello, alcune emotivamente molto forti, quando denunciano situazioni drammatiche, coinvolgenti anche quelle che danno speranze. I fotografi nella gran parte sono dello stesso paese del luogo che documentano. Ad esempio l'autrice del reportage intitolato il Buddha che ha smesso di ridere, che riguarda gli esperimenti atomici nel Rajahstan che hanno causato innumerevoli morti di cancro e altre malattie da radiazioni, è una fotografa indiana. Il titolo deriva dal nome che hanno dato alla prima bomba atomica fatta esplodere lì, "the smiling buddha-il buddha che sorride". Non so a chi possa essere venuto in mente di dare quel nome ad una bomba nucleare. Ho scelto di documentare il festival non con foto delle singole fotografie, perchè a mio vedere non ha senso, quanto di mostrare le foto fra le persone, cogliendo, qualche volta almeno, delle interazioni. l'uomo senza faccia è stato ridotto così da un proiettile sparatogli dalla polizia durante una manifestazione a fianco la radiografia del cranio con dentro le schegge. Hey Joe... I link https://www.festivaldellafotografiaetica.it/xvii-edizione/?_gl=1*9vbo8b*_up*MQ..*_ga*MTI2NzczMjYxMi4xNzkxNzI5ODMz*_ga_Q0NLQKYWX7*czE3OTE3Mjk4MzMkbzEkZzAkdDE3OTE3Mjk4MzMkajYwJGwwJGg4Nzk3ODU0ODc. https://www.festivaldellafotografiaetica.it/programma/9 points
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Segnali d'autunno
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Periplo della Trinacria: Bandit 30 e LODE !
Si...questa è la Trinacria, creatura del Mito che ricalca figurativamente quello della Triskele stilizzata in curve che si rifanno alle tre gambe piegate di una Magna Mater presente in una moltitudine di luoghi primigenii, che geograficamente non dovrebbero aver nulla in comune tra di loro...ma si sa, che all'inizio era il Chaos... e da quella massa si formò il mondo che conosciamo. Strano che di tutti i luoghi in cui una Triskele o una Trimurti compaia, l'unico a celebrarne ancora il Mito ed i Fasti, sia la Sicilia, della quale Trinacria fu proprio uno dei nomi più antichi: la testa rimanda alle Gorgoni, mostri della mitologia greca con ali d’oro e caratteristici serpenti al posto dei capelli: erano tre e rappresentavano le perversioni: Euriale rappresentava la perversione sessuale, Steno la perversione morale e Medusa la perversione intellettuale. La Trinacria è quindi rimasta il simbolo che rappresenta la Sicilia, rappresentato nel suo stemma ufficiale: tale associazione è dovuta alla particolare configurazione geografica dell’isola, caratterizzata da tre promontori, Peloro (ME) Passero (SR) e Boeo Lilibeo (TP) i cui tre vertici immediatamente rimandano alla forma triangolare. Inoltre, geograficamente, Capo Passero rappresenta il punto più a Sud di Italia e capo Boeo Lilibeo quello più ad Ovest: di capo Peloro, sormontato da Cariddi, vi bastino le gesta omeriche di Ulisse a caratterizzarlo. Cosa c'entra nel titolo quindi il riferimento alla mia Suzuki Bandit con la Trinacria? Alla veneranda età di 62 anni (e mezzo) mi sono reso conto che di tutti i giringiri fatti nella mia vita con auto e moto, la maggior parte dei quali ovviamente nella mia regione, non avevo mai progettato il periplo della Trinacria no stop, ad unire materialmente i tre capi che la caratterizzano geograficamente con vicende fondamentali per la Storia della nostra Civiltà, senza l'ausilio delle autostrade (ove presenti 🤣) ma cercando di restare sul perimetro più esterno possibile, attraverso le statali fondamentali di scorrimento, come la SS113 settentrionale, fra Trapani e Messina, la SS114 orientale, tra Messina e Siracusa e l'infinita SS115 meridionale, tra Siracusa e Trapani. Un viaggio di percorrenza e non di soste e pause: un percorso di quasi 1000km durante il quale resistere alle tentazioni Nausichee, di fermarsi a guardare, pensare, fotografare, sedersi, mangiare. Un viaggio in moto, per la mia moto: che esattamente quando sono partito, la mattina di venerdì 2, ha compiuto 30 anni dallo stesso giorno di ottobre del 1996 in cui la ritirai, nuova, dal concessionario e Lino, il fratello del mio amico... Massimo (anche lui), ci scattò questa foto con la sua compatta col datario, foto che da allora è rimasta appesa alla parete di camera mia a casa di mia mamma, ingiallita, appannata, scarsamente a fuoco, ma recuperata già dallo scanner della mia multifunzione. Fatto il pieno, azzerato il contachilometri (strumentazione d'antan, ovviamente) caricata con le valigie, semivuote, ma come per dover restare in viaggio per giorni o settimane, come facevo un tempo, azzeccate le giornate di bel tempo, in coincidenza della data del suo compleanno, la mattina di venerdì 2 ho salutato fino all'indomani e son salito in sella Per fotografare ho portato con me la Z50II e due soli obiettivi: il Nikon Z 18-140mm ed il Viltrox 9mm, oltre allo smartphone per queste foto veloci, che non necessitano di scendere di sella ed aprire le borse Givi (coetanee della mia Bandit GSF1200 S). Il primo tratto, dirigendo verso capo Peloro, Cariddi, per intenderci, (Torre Faro, il nome della località) è di 291 km ed è sicuramente il più interessante dal punto di vista motociclistico, sopratutto nel tratto fra Cefalù e Tindari, ma restare diligentemente sulla SS113 uscendo da Palermo e dirigendo verso Cefalù, attraversando tutti i paesi gravati dal traffico locale, è un'esperienza per la quale necessiterebbe una buona dose di meditazione preventiva, tanto quanto nel tratto fra Barcellona e Rometta, dove al traffico locale si somma anche la tipica way of life di quella provincia (babba, per definizione) per la quale innestare la terza in paese sembra essere una pratica vietata, anche con le strade sgombre. La mia Bandit non ha un serbatoio da deserto, quindi necessita di frequenti soste dal benzinaio: e mi sono scelto il periodo peggiore per comprare carburante! Sotto contingentamento a 1,99xxx €/l la benzina. Non mi piace arrivare alla riserva e quindi in media ogni 180/200km mi fermo a rifornirla. Alla fine le soste complessive dai benzinai, saranno quattro in tutto il viaggio, per poi fare il pieno, arrivato a casa, per fare il conto del consumo. Le sirene di Ulisse mi hanno quindi tormentato per tutto il primo tratto, tentando di mettermi in crisi, prendendomi in giro per l'idea balzana e la totale mancanza di allenamento alle lunghe percorrenze che non pratico ormai da anni, salvo due o tre gite domenicali con rientro in giornata, pur carico di chilometri: ma se da un canto avevo fissato un BnB a Porto Palo di capo Passero per dormire in un letto (e non sulla sella della moto, come feci una volta in una non-stop Pordenone-Palermo ma in periodo di differente prestanza fisica) e traguardando quell'obiettivo ne avevo fissato uno non meno interessante per una granita messinese con panna e brioche gigante col tuppo, al bar Eden di Torre Faro a capo Peloro, nè Scilla e Cariddi, nè tantomeno le Gorgoni della Trinacria mi sono riuscite a convincere di invertire la rotta, che in ben cinque ore e mezza mi ha portato a completare la prima tappa, complici un paio di soste di qualche minuto, per un caffè fuori Cefalù, prima di iniziare la strada "bella" e dal benzinaio per evitare di trovarli chiusi ad ora di pranzo...inutilmente visto che ormai ragioniamo tutti di self service (credo che l'ultima volta che qualcuno mi abbia messo carburante lui, sia successo non meno di quindici anni fa) Sudato, sfinito, senza ancora la forza di prendere la custodia con la Nikon, ecco la mia granita di Torre Faro, con poca cura fotografica, perchè ancora non avevo pranzato (Cariddi mi fa un baffo...) ma ecco, trangugiato il tutto, capo Peloro con vista sullo Stretto e sulla Calabria... il traliccio di Torre Faro (tradizionalmente Cariddi), di fronte a quello di Scilla in Calabria, più elevato ... ...e visto attraverso i laghetti di Ganzirri, quelli che il ponte sullo stretto dovrebbe abolire, devastare, cancellare. A Torre Faro era pieno di gonfiabili e di bimbi in festa e la mia Bandit a riposare all'ombra di una bellissima giornata soleggiata, dopo i primi 300 km del periplo A questo punto, si era fatta una certa... e rimpiangendo di non essere partito da Palermo all'alba (cosa che mi avrebbe fatto evitare molto del traffico stradale sopportato) si poneva il problema di arrivare per tempo al BnB, mentre la tabella oraria mi avvertiva ...di essere ben oltre ogni limite: Portopalo di Capo Passero è davvero distante da tutto e poi di guidare di notte al buio, stanco, arrivando a totalizzare altri 200km minimo, mi ha fatto giungere ad un compromesso: uccidere la tentazione delle sirene e delle Gorgoni, di tornare indietro con l'autostrada da Messina e cedere a velocizzare la seconda tappa verso sud est, prendendo l'autostrada Messina Catania e soltanto dopo la statale, per guadagnare quel tempo che mi avrebbe dovuto far arrivare a scattare delle foto per il tramonto: e meno male che l'ho fatto, perchè l'unica foto che sono riuscito a fare al faro di Capo Passero col cellulare era talmente dopo ogni ora blu che la ragione me le ha fatte rimandare alla mattina successiva, schiantato dalla fatica di questi primi 500km on the Trinacria roads 🏍️ La comodità del Bnb e la pizza casereccia nella pizzeria con TV (c'era la partita di Nation League, Francia Italia, dove Maignan s'è preso il gol da Bastoni... per tutto il resto c'è Mastercard) mi ha convinto ad allungare la cena con una seconda granita, stavolta mandorla e pistacchio... (un must da questa parte della Trinacria) la cui qualità era di gran lunga superiore a quella della foto... Alla mattina di sabato 3 ottobre, dal balcone del BnB, una compilation di colori ed atmosfera in questo posto che la Luce fabbrica e gestisce in maniera asincrona rispetto il resto del continente In realtà è l'Isola delle Correnti il punto geografico più meridionale, davanti Capo Passero, ma la differenza è puramente accademica e l'isolotto è anche facilmente raggiungibile a nuoto nonostante...le correnti ! beato, ma già organizzato per la seconda metà del tragitto, impegnativa, fino a Marsala... In questo periplo ho toccato tutte le provincie siciliane, tranne quella di Enna, che non ha comuni sulla costa settentrionale e nemmeno sul versante meridionale: ma in questa tappa, dalla provincia di Siracusa sono passato a quella di Ragusa, poi di Caltanissetta e quindi quelle di Agrigento e Trapani, per giungere al terzo capo dell'isola. Attraversando Ispica (RG) ho approfittato prima di fermarmi a fare rifornimento, per vedere la Basilica di Santa Maria Maggiore, con gli affreschi barocchi di Olivio Sozzi ed il famoso Loggiato del Sinatra, di fronte alla Basilica. E' stata l'unica digressione fotografica che mi sono concessa, forte della difficoltà nel raggiungere questi luoghi normalmente da Palermo. in fase di ultimazione di restauro, senza impalcature, dopo tanti anni. Giocando col Viltrox 9mm... una basilica bellissima, con uno stato di manutenzione eccellente, grazie alle Congregazioni religiose che la curano e che ne fanno in periodo di Settimana Santa un luogo da visitare obbligatoriamente, tra i tantissimi che nello stesso periodo fanno la Trinacria un luogo diverso da ognialtro in Europa (e quindi nel mondo intero) (ex voto a centinaia, esposti, o conservati nelle teche) Davvero infinito il percorso della SS115 che nei suoi vari tronchi ho percorso tantissime volte: ma realizzare questo periplo da ultimare in meno di un giorno di guida (levato il giusto sonno) è stata davvero un'impresa, anche perchè ho attraversato decine di chilometri di campagne appena concimate e che se pur mostravano i frutti di questo gravoso impegno, allo stesso tempo mettevano a dura prova narici e capacità percettive... 430 Km tra Portopalo di Capo Passero e Capo Boeo Lilibeo a Marsala (TP) ma alla fine, bomba o non bomba, siamo arrivati dopo altre sette, otto ore di guida, pause comprese. Lo spettacolo dal Capo Boeo Lilibeo è sulle isole Egadi: Favignana, Levanzo e Marettimo ed è indimenticabile, qualunque mese dell'anno in cui vi si giunga. Il cippo ricorda lo sbarco dei Mille nel 1860 e se Garibaldi tanti ne portò, io con la mia Bandit, altrettanti ne ho quasi totalizzato a queta tappa (manca l'ultima di rientro, in realtà, ma pare che nemmeno i garibaldini fossero proprio 1000 qui a Marsala) Felice per essere riuscito a tessere il filo delle Gorgoni della Trinacria, per la prima volta ...dopo quasi 40 anni da motociclista. E siccome c'era un gruppetto di centauri attempati come me, provenienti (in traghetto) dall'...Italia del Nord, dopo esserci scambiati impressioni e complimenti, per una volta mi sono fatto scattare una foto buona... L'ultima parte mi ha portato in direzione di Trapani, per poi rientrare a Palermo, nel medio pomeriggio, con questo bilancio di km in più sulle canne della mia Trentenne ! La quale si è comportata talmente bene da aver tenuto una media consumi inaspettata, per una motocicletta che ha fatto molta strada, ma che ne ha ancora tanta altra da fare... Con me, ovviamente ! Max Aquila photo © per Nikonland 2026 e per la mia Suzuki Bandit GSF 1200S del 19969 points
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Prime Day e Black Friday: prima scegliamo, poi eventualmente compriamo
Piccola guida agli acquisti fotografici senza febbre da carrelloIl calendario commerciale dell’autunno 2026 comincia a scaldare i motori. Il 6 e 7 ottobre Amazon propone la Festa delle Offerte Prime. Poi, dal 27 al 30 novembre, arriveranno Black Friday, fine settimana delle offerte e Cyber Monday. Saranno giorni popolati da percentuali rosse, cronometri inesorabili, prezzi barrati, lampi, sirene e scritte del tipo: ULTIMI DUE PEZZI! Che, tradotto dal linguaggio commerciale, significa generalmente: Deciditi prima di avere il tempo di capire se ti serve davvero. Nikonland non intende opporsi al commercio mondiale né invitare gli iscritti a ritirarsi sulle montagne vivendo di bacche, fotografia analogica e obiettivi ereditati dal nonno. Un’offerta autentica può essere un’ottima occasione. Ma un prodotto inutile scontato del 40% resta un prodotto inutile. Soltanto acquistato con maggiore soddisfazione. Ottobre: il mese degli accessori?La Festa delle Offerte Prime potrebbe essere particolarmente interessante per tutto ciò che accompagna la fotografia senza necessariamente comparire nella fotografia. Per esempio: schede SD e CFexpress; lettori di schede; SSD interni ed esterni; dischi per il backup; batterie e caricabatterie; treppiedi e teste; borse e zaini; flash, illuminatori LED e piccoli accessori da studio; stativi, morsetti, fondali e modificatori di luce; monitor, tavolette grafiche e periferiche; carta e materiali di consumo per la stampa. Sono prodotti che Amazon tratta normalmente in grandi quantità e sui quali possono comparire riduzioni interessanti. Naturalmente occorre sapere che cosa stiamo acquistando. Una scheda CFexpress da 1 TB a un prezzo meraviglioso non è necessariamente adatta alla nostra fotocamera. Una batteria compatibile dal nome fantasioso potrebbe costare pochissimo perché contiene all’incirca l’energia necessaria ad accendere il display e mostrare la scritta «batteria scarica». Un treppiedi da ventinove euro dichiarato capace di sostenere venticinque chilogrammi potrebbe invece avere una carriera più promettente come antenna radio. Il prezzo è importante. Ma vengono prima compatibilità, affidabilità e utilizzo previsto. E fotocamere e obiettivi?Anche corpi macchina e obiettivi possono essere proposti in offerta, naturalmente. Ma qui conviene aumentare il livello di attenzione. Quando la spesa diventa importante, non basta confrontare due numeri. Bisogna controllare: chi vende realmente il prodotto; se è destinato al mercato italiano o europeo; quale garanzia viene offerta; se il prezzo comprende eventuali promozioni del produttore; se esistono cashback, kit o estensioni di garanzia; quanto costa lo stesso prodotto presso Nikon Store, Nital e i rivenditori specializzati; se l’articolo è nuovo, ricondizionato, restituito o proveniente da altri mercati. Spedito da Amazon non significa necessariamente venduto da Amazon. E cento euro risparmiati al momento dell’acquisto possono perdere rapidamente fascino se, al primo problema, la garanzia richiede un corso di diritto internazionale e tre mesi di corrispondenza con un venditore stabilito oltre gli Urali. Per fotocamere e obiettivi importanti il Black Friday potrebbe presentare occasioni migliori rispetto all’appuntamento di ottobre. Ma non è una legge fisica: dipenderà dai modelli, dalle disponibilità e dalle campagne dei produttori. La lista della spesa si prepara primaIl sistema più efficace per approfittare delle offerte è molto poco spettacolare: decidere prima che cosa ci interessa. Non la categoria generica. Non «un obiettivo per i ritratti». Non «magari un SSD». Il modello preciso. Per esempio: Oppure: Oppure ancora: A quel punto possiamo annotare il prezzo normale di oggi e confrontarlo con quello proposto durante la promozione. Senza questo piccolo lavoro preventivo, il prezzo barrato diventa la nostra unica fonte d’informazione. E il venditore, sorprendentemente, potrebbe non essere la persona più imparziale a cui chiedere se l’affare sia davvero eccezionale. Ottobre o novembre?In linea molto generale, potremmo organizzare la sorveglianza così: Prodotto 6–7 ottobre 27–30 novembre Che cosa controllare Schede e memorie Molto interessante Interessante Velocità reale, capacità e venditore SSD e dischi Molto interessante Molto interessante Interfaccia, prestazioni e garanzia Batterie e alimentazione Interessante Interessante Compatibilità, sicurezza e provenienza Luci e accessori Interessante Molto interessante Sistema, attacco e reale utilità Monitor e computer Interessante Molto interessante Specifiche esatte e prezzo precedente Borse e treppiedi Interessante Interessante Modello preciso, peso e portata reale Fotocamere e obiettivi Da verificare Da sorvegliare con attenzione Garanzia, mercato e promozioni ufficiali Non è una previsione della psicostoria applicata al commercio elettronico. È soltanto un modo per non controllare cinquantamila prodotti indiscriminatamente. Le cinque domande prima del clicDavanti a un’offerta fotografica particolarmente seducente, possiamo fermarci trenta secondi e domandarci: Avevo già pensato di acquistare questo prodotto prima di vederlo scontato? Conosco il suo prezzo normale e quello minimo raggiunto in passato? È esattamente il modello che mi serve? Venditore, garanzia e condizioni sono chiari? Lo userò realmente nei prossimi mesi? Se le risposte sono cinque sì, potrebbe essere un buon acquisto. Se la risposta principale è: probabilmente stiamo comprando lo sconto, non il prodotto. Il consiglio finale di NikonlandPreparate ora una lista breve: tre, quattro o cinque prodotti al massimo. Annotate il prezzo attuale, stabilite una cifra alla quale sareste realmente disposti a comprare e confrontate più rivenditori. Durante le giornate promozionali potrete così decidere rapidamente, senza farvi guidare dal cronometro che lampeggia sullo schermo. Nikonland potrà segnalare le occasioni fotografiche che ci sembreranno autenticamente interessanti. Ma non trasformeremo il sito in un volantino del supermercato né definiremo «imperdibile» ogni cavo USB ribassato di tre euro. Perché gli acquisti migliori non sono necessariamente quelli con lo sconto maggiore. Sono quelli che, una volta aperta la scatola, ci fanno uscire a fotografare. E ricordiamoci sempre la prima regola dell’economia fotografica: il modo più sicuro per risparmiare 2.000 euro su un obiettivo è non comprare un obiettivo da 2.000 euro che non ci serve.9 points
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Il fotografo non praticante
9 pointsCrede fermamente nella fotografia, purché non debba uscire di casaEsiste una figura molto diffusa, perfettamente rispettabile e talvolta difficile da riconoscere perché possiede più attrezzatura di un inviato del National Geographic. È il fotografo non praticante. Crede profondamente nella fotografia. La difende, la studia, la commenta e ne custodisce gelosamente i sacri strumenti. Ha soltanto qualche difficoltà con la pratica. Alla domanda «Fotografi?» risponde senza esitazione: L’ultima fotografia risale però alla cresima del nipote, che nel frattempo ha due figli e problemi alla schiena. Una fede incrollabileIl fotografo non praticante non ha dubbi sulla propria vocazione. Possiede una fotocamera principale, una di riserva e una terza «più leggera, per uscire senza pensieri». Dispone di obiettivi adatti al paesaggio, al ritratto, allo sport, alla fotografia naturalistica e a un eventuale sbarco sulla Luna. Le batterie sono sempre cariche. Le schede di memoria sono formattate. Il sensore è pulito. Il firmware è aggiornato. L’unico componente che talvolta non risulta operativo è il fotografo. Ma non per impreparazione. Al contrario: egli si prepara continuamente. La liturgia della preparazioneIl fotografo non praticante dedica molta cura ai riti che precedono l’atto fotografico. Dispone gli obiettivi sul tavolo, controlla le ghiere, soffia via un granello di polvere, cambia la disposizione degli scomparti nello zaino e valuta se il 24-120mm debba stare a destra oppure a sinistra. Decisione tutt’altro che banale: da essa potrebbe dipendere la riuscita di una spedizione che, per il momento, non è stata ancora programmata. Periodicamente svuota tutta la borsa e la ricompone secondo criteri nuovi. Ne approfitta per verificare che ogni accessorio acquistato negli ultimi quindici anni sia ancora presente. Lo è. Alcuni sono ancora nella confezione originale, a testimonianza di una fede così pura da non essere mai stata contaminata dall’uso. Terminati i preparativi, il nostro si sente giustamente stanco. Ripone tutto e decide che uscirà il giorno successivo, quando sarà più riposato. Il giorno successivo piove. Una solida preparazione teologicaNon fotografare non significa essere disinformati. Il fotografo non praticante conosce perfettamente le caratteristiche di tutte le fotocamere in commercio, comprese quelle che non comprerebbe mai e quelle che devono ancora essere annunciate. Sa discutere per ore dei vantaggi di 24, 33, 45 o 60 megapixel. Conosce la gamma dinamica a ogni sensibilità, la velocità di lettura del sensore e la differenza tra perdita di dettaglio teorica, percepita e supposta. Può spiegare perché una determinata fotocamera non sia adatta alla fotografia d’azione senza aver mai fotografato nulla che si muovesse più rapidamente della propria pianta sul balcone. Segue attentamente ogni prova, confronta i file al 400% e legge tutte le discussioni sull’autofocus. Quando finalmente arriva il nuovo firmware, lo installa immediatamente. Adesso la fotocamera riconosce meglio uccelli, aeroplani, motociclette e animali selvatici. Dal cassetto. Le festività comandateAnche il fotografo non praticante osserva alcune ricorrenze. C’è il giorno dell’annuncio, dedicato alla speranza. C’è il giorno dell’acquisto, celebrato con particolare solennità. Segue l’unboxing, durante il quale ogni involucro viene rimosso lentamente e fotografato con il telefono. Infine arriva il periodo delle prime prove: il gatto, la libreria, il telecomando e l’immancabile fotografia dalla finestra per controllare la nitidezza agli angoli. Dopo questa intensa attività, la nuova attrezzatura viene riposta in attesa di un’occasione degna. Purtroppo le occasioni degne sono creature elusive. Non si manifestano quasi mai nel quartiere, al mercato, in famiglia o durante una passeggiata. Prediligono l’Islanda, il Serengeti e certe valli toscane raggiungibili soltanto alle 4:30 del mattino. Le giustificazioni canonicheIl fotografo non praticante vorrebbe uscire, naturalmente. Ma oggi la luce è piatta. Domani sarà troppo dura. Sabato è previsto vento. Domenica ci sarà troppa gente. In città non c’è nulla da fotografare, in campagna non succede niente, al mare ci è già stato e in montagna bisogna camminare. Potrebbe fare qualche ritratto, ma non trova modelli. Potrebbe fotografare la famiglia, ma non collabora. Potrebbe dedicarsi alla natura, ma gli animali hanno la pessima abitudine di non rispettare gli appuntamenti. E poi manca sempre qualcosa. Con il 24-70mm servirebbe il 70-200mm. Con il 70-200mm sarebbe indispensabile il 400mm. Con il 400mm occorrerebbe un treppiede migliore. Comprato il treppiede, bisognerà trovare uno zaino capace di contenerlo. Quando finalmente tutto sarà perfetto, comincerà a fotografare sul serio. Questa promessa viene rinnovata a ogni acquisto. Nessun giudizio sugli assenti giustificatiNaturalmente fotografare poco non è una colpa. Esistono il lavoro, la famiglia, la salute, la stanchezza e periodi nei quali manca semplicemente la voglia. C’è chi produce poche fotografie perché le pensa a lungo e chi torna volentieri sul proprio archivio. Tutto questo fa parte della vita e non richiede alcuna giustificazione. Il fotografo non praticante di cui parliamo è un’altra creatura. È quello che avrebbe tempo e desiderio, ma ha lentamente sostituito la fotografia con tutto ciò che le gira intorno. Legge di fotografia invece di fotografare. Compra strumenti per fotografare invece di fotografare. Discute di come si dovrebbe fotografare e, al termine della discussione, non rimane più tempo per fotografare. È come essere appassionati di cucina e trascorrere l’intera giornata a confrontare pentole, affilare coltelli e discutere la temperatura del forno, per poi ordinare una pizza. Il ritorno alla praticaLa buona notizia è che non serve una conversione sulla via di Damasco. Non occorre prenotare un safari, frequentare un corso, trovare una modella professionista o attendere che il cielo assuma esattamente la tonalità vista nel tutorial. Basta prendere una fotocamera. Una sola. Con un obiettivo già montato, possibilmente senza convocare una commissione per decidere quale. Poi si esce. Anche per mezz’ora. Anche intorno a casa. Anche senza una destinazione e senza l’obbligo di tornare con un capolavoro. Si può fotografare una persona conosciuta, una strada, un cane, un riflesso, un albero, la luce sul muro oppure qualcosa che normalmente non meriterebbe neppure di essere notato. La fotografia ricomincia proprio lì: non quando incontriamo finalmente un soggetto straordinario, ma quando torniamo a guardare in modo straordinario un soggetto qualsiasi. La prima uscita potrà produrre fotografie mediocri. Anche la seconda. Non succede nulla. Nessun tribunale ritirerà la tessera di fotografo e nessun obiettivo perderà luminosità per la vergogna. In compenso, alla terza uscita potrebbe riaccadere qualcosa che nessuna recensione, nessun grafico e nessun nuovo firmware sono capaci di procurare: il piacere di fotografare. Perché il fotografo non praticante crede già fermamente nella fotografia. Deve soltanto ricordarsi di praticarla.9 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
Z5II 70-180Z f2.8 1/250 ISO100 nessuna PP Quest'anno la festa del paese mi ha fornito ben 3 concerti da fotografare, attività che mi piace molto ma non facevo da tempo, e allora... Let there be guitar9 points
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10 Sarzana (SP), le vie della Soffitta Sarzana, “La soffitta nella strada” 62° edizione, via Mazzini ripresa dall’alto di via della Fortezza. Come ogni anno ad agosto, le vie del centro storico ospitano questa famosa rassegna in cui banchi di antiquariato, modernariato e vintage offrono l’occasione di scovare qualche oggetto insolito. Ma il bello sono l’atmosfera festosa, le luci e i colori. Da non perdere! Nikon Z8 Nikon Z 70-200 f.2.8 a 70mm 1/100 Iso 500, mano libera , macchina in appoggio.9 points
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Viaggio "on the road" in Normandia e Bretagna - Prima parte: La Normandia
Quest’ anno, dopo aver passato un paio di estati senza allontanarci troppo da casa, abbiamo deciso di organizzare, con tutta la famiglia (moglie, figlia di 19 anni e figlio di 15), un viaggio “on the road” in Normandia e Bretagna; il piano, un po’ impegnativo dal punto di vista chilometrico, prevedeva di effettuare tutti i trasferimenti in auto, partendo da casa. Per spezzare i trasferimenti più lunghi abbiamo pensato di inserire tappe intermedie che esulano dal tema del viaggio “Normandia e Bretagna”. Giorno 1Partiamo quindi da Seregno alla volta di Nancy, cittadina della Lorena considerata la capitale dell’art nouveau. L’Arc Héré separa Place Stanislas da Place de la Carrière Lisa - Place de la Carrière Passeggianto per le vie la Chiesa di Saint Epvre fa capolino Place Stanislas di sera Giorno 2Lasciata Nancy ci spostiamo perso nord-ovest per raggiungere la Normandia; facciamo una tappa a Giverny, famosa in tutto il mondo per essere stata la casa di Claude Monet. L’accesso alla casa e al giardino che furono del pittore impressionista prevedeva una coda che non ci siamo sentiti di affrontare. L’hotel Baudy, ritrovo degli artisti Tomba di Monet Musée des impressionnismes Dopo una sosta per il pranzo abbiamo quindi fatto due passi per le strade del villaggio per poi riprendere il viaggio in direzione di Rouen. Arrivati a Rouen e sistematici in hotel abbiamo fatto un giro per le strade della cittadina, nota tra l’altro per essere stata sede del processo a Giovanna d’Arco Place du Vieux Marché Cattedrale di Notre-Dame de Rouen attraverso lo smartphone ... e attraverso il Viltrox 14mm f/4 AIR Le Gros Horloge Giorno 3La terza tappa prevedeva di raggiungere la Côte d'Albâtre, famosa per le scogliere bianche a picco sul canale della manica; arriviamo quindi a Etretat quando è già presa d’assalto dai turisti e dai bagnanti. Ci inerpichiamo sulle scogliere a est della spiaggia di ciottoli per goderci il panorama. Scogliere di Etretat Alcuni bagnanti in una spiaggetta più isolata Les Jardins d'Etretat Dopo pranzo facciamo anche una puntata sul versante ovest prima di tornare all’auto e guadagnare l’alloggio. La sera, nel pieno dell’eclissi di sole, ci spostiamo in auto a Fecamp per una passeggiata al tramonto. Una barca rientra nel porto di Fecamp al tramonto Crepuscolo a Yport Giorno 4Il programma prevede un tour dei luoghi legati allo sbarco degli alleati del giugno del 1944; ci spostiamo quindi in auto verso ovest, superando il ponte di Normandia e ci spingiamo fino a Pointe du Hoc, falesia alta circa 30 metri nota per il coraggioso assalto dei Ranger americani durante lo sbarco del D-Day. Qui si trovano diversi resti, alcuni ben conservati, dei bunker tedeschi e si possono notare i crateri causati dai bombardamenti alleati. Da dentro la casamatta Filo spinato Ci siamo poi spostati a Utah beach, dove oltre ai monumenti, si trova anche un grande museo dello sbarco e ad Omaha beach. Monumento a Utah beaach Cippo nei pressi di Omaha beach Vicino ad Omaha beach si trova uno dei luoghi simbolo dello sbarco: il cimitero militare americano: si resta davvero impressionati dal numero di croci, tutte allineate, che vi si trovano. le iconiche croci del cimitero di Omaha Monumento all'interno del cimitero militare Ultima tappa di giornata è stata la spiaggia di Arromanches-les-Bains, dove i resti del porto galleggiante, allestito durante lo sbarco, ingombrano la spiaggia e le acque vicino alla riva. Uno dei cassoni del porto di Arromanches Giorno 5Questa tappa prevedeva di puntare verso nord attraverso la penisola del Cotentin; leitmotiv della giornata erano le alte scogliere a picco sul mare del canale, i promontori e le spiaggie. Prima tappa a Nez de Jobourg, un alto promontorio percorso da sentieri. Una veduta da Nez de Jobourg Spiaggia tra Nez de Jobourg e Goury Da lì, risalendo siamo giunti a Goury, dove a ca. 800m dalla riva, sorge un faro risalente al diciannovesimo secolo spesso battuto dalle onde. Faro di Goury Altra breve tappa a Port Racine prima di raggiungere l’alloggio a Cherbourg Port Racine Giorno 6Ridiscendiamo la penisola di Cotentin per raggiungere Le Mont-Saint-Michel, tappa chiave del nostro itinerario on the road. Lasciata l’auto al parcheggio ci incamminiamo, seguendo la folla, lugo la strada che percorre la lingua di terra che collega il borgo alla terraferma. Mont-Saint-Michel visto dalla strada Una volta attraversata la porta di ingresso ci rendiamo conto di quanto sia affollato il sito I turisti che affollano le vie del borgo Vaghiamo un po’ per i vicoli e i camminamenti lungo le mura aspettando l’orario per la visita all’interno dell’abbazia. Alcune vedute dalle mura del borgo La chiesa dell'abbazia Una volta usciti, la marea si è abbassata e la gente passeggia sulle distese di sabbia lasciate libere dall’acqua. Bassa marea Qui termina la prima parte del viaggio, quella che riguardava la Normandia; nella seconda parte ci aspetta la Bretagna.9 points
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Eye-AF, ciglia e sopracciglia: un'ipotesi interessante che merita di essere approfondita
Michele Belloni ha pubblicato sul suo sito (QUI) un interessante spunto sulla messa a fuoco dell'occhio (umano) sui sistemi Nikon. Ha postato sul nostro gruppo Facebook un riassunto del suo ragionamento. Io lo ringrazia per questo ma non mi sento di usare Facebook per fare le mie valutazioni al riguardo. Non c'è piattaforma peggiore al mondo di Facebook per ragionare con la necessaria profondità che richiede un argomento come quello. Nikonland.it è di gran lunga un veicolo migliore in tal senso. Eye-AF, ciglia e sopracciglia: un'ipotesi interessante che merita di essere approfonditaMichele Belloni ha pubblicato un articolo interessante su un fenomeno ben conosciuto dai fotografi di ritratto: l'autofocus riconosce correttamente l'occhio, ma nell'immagine finale le ciglia risultano più nitide dell'iride. Un comportamento particolarmente evidente quando si utilizzano ottiche luminose a tutta apertura. Partendo da una serie di osservazioni effettuate con Nikon Z8 e Viltrox 85mm f/1.4, Belloni propone una spiegazione originale: il responsabile potrebbe non essere la preferenza dell'autofocus per le ciglia, come generalmente si ritiene, ma l'interferenza del sopracciglio quando questo entra, anche marginalmente, nel rettangolo di riconoscimento dell'occhio. L'autore osserva inoltre una correlazione con l'orientamento verticale della fotocamera e con determinate caratteristiche anatomiche del soggetto. Il merito dell'articolo sta proprio nell'aver cercato una spiegazione verificabile a un comportamento che troppo spesso viene liquidato come un generico difetto dell'Eye-AF. E i suggerimenti pratici che ne derivano, come modificare leggermente l'inquadratura o ricorrere a un punto AF più circoscritto, sono certamente sensati. Resta tuttavia da distinguere l'osservazione dalla sua interpretazione tecnica. Il rettangolo visualizzato nel mirino identifica il soggetto riconosciuto, ma non sappiamo se i suoi confini coincidano esattamente con l'area del sensore effettivamente utilizzata per determinare la distanza di messa a fuoco. Analogamente, attribuire il fenomeno all'orientamento dei pixel a rilevazione di fase e al successivo intervento della rilevazione di contrasto richiederebbe informazioni più precise sul funzionamento degli algoritmi Nikon. Non sono obiezioni che invalidano l'ipotesi di Belloni. Ne suggeriscono piuttosto un approfondimento sperimentale, attraverso confronti ripetuti, a parità di condizioni, con obiettivi differenti, orientamenti diversi e soggetti dalle caratteristiche anatomiche variabili. Sarebbe particolarmente utile verificare quanto la posizione del sopracciglio rispetto al riquadro Eye-AF influenzi realmente la distribuzione degli errori di messa a fuoco. Anche la profondità di campo merita attenzione: chiudere il diaframma può rendere meno evidente una lieve imprecisione, senza necessariamente eliminarne la causa. Il lavoro di Belloni ha dunque il merito di proporre una spiegazione interessante e verificabile, ma non quello di aver dimostrato che il cosiddetto eyelash bug sia un falso problema. Le osservazioni sono suggestive; il collegamento fra queste e il funzionamento interno dell'autofocus resta invece un'ipotesi, non ancora una conclusione dimostrata. E c'è un punto che non dovrebbe sfuggire: se il sistema riconosce correttamente l'occhio ma colloca il piano di fuoco sul sopracciglio o sulle ciglia anziché sull'iride, il risultato rimane insoddisfacente, indipendentemente dalle ragioni tecniche che lo hanno determinato. Possiamo discutere se chiamarlo bug, limite progettuale o comportamento prevedibile dell'algoritmo, ma non possiamo negare l'imprecisione semplicemente perché abbiamo trovato una possibile spiegazione. In questo senso, l'articolo apre opportunamente una discussione, ma non la chiude. E forse il suo contributo più utile consiste proprio nell'aver posto una domanda alla quale i progettisti dei sistemi autofocus dovrebbero dare una risposta migliore. OLTRE IL RIQUADRO EYE-AF: UNA DOMANDA PER I PROGETTISTI Forse il ragionamento di Belloni apre una questione ancora più interessante. Perché limitarsi a riconoscere genericamente un occhio, quando si potrebbe distinguere esplicitamente fra iride, pupilla, palpebre, ciglia e sopracciglia, assegnando una priorità di messa a fuoco alla struttura anatomica desiderata? I sistemi di riconoscimento delle immagini possono già identificare dettagli anatomici assai più complessi. Naturalmente riconoscere l'iride non significa automaticamente riuscire a misurarne la distanza con precisione: rimangono i limiti ottici e quelli del sistema AF. Ma una migliore distinzione fra riconoscimento del soggetto e scelta del piano di fuoco potrebbe costituire una direzione promettente per gli algoritmi futuri. Più che ridurre semplicemente le dimensioni del rettangolo Eye-AF, come suggerisce Belloni, sarebbe interessante sviluppare un autofocus capace di sapere non soltanto dove si trova l'occhio, ma quale parte dell'occhio vogliamo veramente a fuoco. È una distinzione sottile, ma potrebbe rappresentare un passo avanti importante nella fotografia di ritratto.8 points
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Passeggiata Street Nikonland : ci vediamo di persona o virtualmente domenica 11 ottobre ?
Domenica mattina ero presente, mi scuso se non ho rispettato i parametri richiesti, solo DF e il solito Sigma 24-105, a spasso tra le montagne a cercare scorci di primo mattino8 points
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La mia nuova 44x33mm : ma perché ?
8 pointsMille articoli, e ancora voglia di esserciQuesto è il mio millesimo articolo pubblicato nei blog di Nikonland. Qualche settimana fa avevo già superato un altro traguardo, distinto: mille articoli redazionali in nove anni. Evidentemente, tra fotografare, provare strumenti, ascoltare musica e trovare qualche cosa da raccontare, sono riuscito a tenermi occupato. E a tenere occupati anche voi, che avete avuto la pazienza di leggermi. Questi numeri arrivano nei giorni del ventesimo anniversario di Nikonland, una scadenza alla quale attribuisco un significato molto personale. Mi ero dato degli obiettivi: cose da realizzare, idee alle quali dare finalmente una forma, progetti da mettere nelle condizioni di proseguire. Alcuni li ho raggiunti; per altri ho consolidato le basi sulle quali lavorare nel prossimo futuro. Posso quindi arrivare a questo anniversario con la soddisfazione di avere aggiunto qualcosa di concreto a quanto abbiamo costruito insieme in vent’anni. Anche questa Fujifilm entra in quel percorso, con le fotografie che mi darà voglia di fare e le esperienze che potrò condividere. Dopo tutti questi articoli, la curiosità continua a precedere il contatore. Per fortuna: altrimenti il millesimo sarebbe soltanto un numero tondo.8 points
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Nikon prepara le fondamenta della prossima generazione
Un'intervista concessa al Nikkei da Hiroyuki Ikegami, responsabile dell'Imaging Business Unit di Nikon, offre qualche indicazione concreta sulle priorità tecnologiche dell'azienda per i prossimi anni. Non contiene anticipazioni di prodotto, né riferimenti a modelli specifici. Proprio per questo merita attenzione: invece di alimentare il consueto esercizio sulle caratteristiche della prossima fotocamera, permette di capire dove Nikon sta concentrando oggi gli investimenti destinati alla generazione successiva. Ikegami indica tre aree: processori d'immagine di nuova generazione, sensori e videocamere. Precisa inoltre che Nikon si trova attualmente nella fase di costruzione delle fondamenta tecnologiche necessarie a questi sviluppi. La dichiarazione è coerente con quanto l'azienda aveva già comunicato in sede istituzionale, indicando sensori, processori d'immagine e autofocus tra le proprie tecnologie fondamentali e confermando l'intenzione di continuare a investirvi. Il riferimento al processore d'immagine va considerato in un'accezione più ampia del semplice componente elettronico identificato commercialmente con il nome EXPEED. Nella documentazione tecnica Nikon, l'image-processing engine comprende infatti l'insieme dei processi che trasformano i dati provenienti dal sensore nell'immagine finale: interpolazione, riduzione del rumore, gestione del colore, contrasto, gamma e numerose altre operazioni. Nikon sottolinea inoltre come queste elaborazioni possano essere affidate al software oppure implementate direttamente nell'hardware quando siano richieste prestazioni superiori. Parlare di un processore d'immagine di nuova generazione significa quindi intervenire sull'intera catena di elaborazione, e non soltanto aumentare la capacità di calcolo di un singolo chip. L'importanza di questo aspetto cresce parallelamente alla quantità di dati prodotta dai sensori moderni e al numero di operazioni che la fotocamera deve effettuare in tempo reale: autofocus, riconoscimento dei soggetti, esposizione, bilanciamento del bianco, elaborazione del file e, naturalmente, video. Nella stessa intervista Ikegami osserva che il trasferimento delle funzioni sviluppate inizialmente per la Z9 verso i modelli di fascia inferiore ha richiesto tempo. È un'indicazione interessante perché descrive un problema concreto dell'attuale ciclo tecnologico Nikon. La Z9, presentata nel 2021, ha introdotto una combinazione di sensore stacked, elevata capacità di elaborazione e nuovi sistemi di riconoscimento che è stata successivamente estesa, con modalità e tempi differenti, al resto della gamma Z. Nikon non ha dichiarato come intenda modificare questo processo, né ha descritto una nuova architettura comune ai futuri prodotti. Alcune interpretazioni apparse successivamente sul web hanno parlato di piattaforme modulari e di una maggiore standardizzazione dell'elettronica interna. Sono ipotesi possibili, ma non fanno parte delle dichiarazioni disponibili e non vi sono, al momento, elementi sufficienti per presentarle come un programma Nikon. Più esplicito è invece il riferimento ai sensori. Ikegami li comprende direttamente fra le aree sulle quali l'azienda sta concentrando gli investimenti. Anche in questo caso non sono state fornite indicazioni su risoluzione, tecnologia di lettura o eventuali applicazioni future. Non è quindi possibile dedurne le caratteristiche di una prossima ammiraglia. Resta però significativo che Nikon consideri lo sviluppo del sensore, insieme a quello del processore, parte delle fondamenta della propria prossima generazione. Il terzo elemento riguarda l'intelligenza artificiale. È un settore nel quale Nikon lavora già da tempo e che non deve essere confuso con l'attuale diffusione dei sistemi di generazione delle immagini. Nelle fotocamere Nikon il deep learning viene utilizzato principalmente per il riconoscimento dei soggetti, cioè per permettere al sistema di identificare persone, animali, veicoli e altri elementi della scena e fornire queste informazioni all'autofocus. La documentazione tecnologica dell'azienda indica però esplicitamente che l'estrazione automatica delle caratteristiche presenti nelle immagini può avere applicazioni ulteriori. Una di queste è già disponibile in un prodotto Nikon. NX MobileAir, applicazione destinata soprattutto ai fotografi professionisti che devono selezionare e trasmettere rapidamente grandi quantità di immagini, comprende infatti un sistema di filtraggio basato su un algoritmo sviluppato mediante deep learning. Le fotografie importate possono essere analizzate e filtrate in funzione del soggetto e di determinate caratteristiche dell'immagine, riducendo il tempo necessario a individuare gli scatti di interesse. È un precedente importante perché amplia il campo di applicazione dell'intelligenza artificiale Nikon. Il riconoscimento non viene utilizzato soltanto mentre la fotografia viene eseguita, come supporto alla messa a fuoco, ma anche successivamente, per analizzare e organizzare immagini già registrate. Non si tratta di generazione di contenuti. L'immagine originale rimane tale; il sistema tenta invece di comprenderne alcune caratteristiche per assistere il fotografo nella gestione del materiale prodotto. È una distinzione sostanziale e probabilmente più significativa, per una macchina fotografica, di molte delle applicazioni dell'AI generativa che negli ultimi anni hanno attirato maggiore attenzione. L'altro grande investimento indicato da Ikegami riguarda il video. In questo caso l'acquisizione di RED Digital Cinema da parte di Nikon, completata nel 2024, ha cambiato in modo evidente il quadro strategico. Nikon ha già dichiarato ufficialmente di voler utilizzare la collaborazione con RED per rafforzare le proprie capacità nel settore video; nel piano industriale 2026-2030 le cineprese digitali compaiono inoltre tra le aree sulle quali il gruppo intende concentrare gli investimenti. Anche qui è opportuno non andare oltre ciò che sappiamo. Nikon non ha dichiarato quali tecnologie RED verranno eventualmente integrate nelle future fotocamere Z, né in quale misura l'attività cinematografica influenzerà i prodotti prevalentemente fotografici. Esiste però ormai una convergenza interna al gruppo fra competenze Nikon e RED che riguarda sensori, elaborazione dei dati, colore, formati RAW e flussi video ad alta velocità. Le prime conseguenze industriali di questa integrazione sono già visibili nella gamma dedicata alla produzione cinematografica. Considerate nel loro insieme, le dichiarazioni di Ikegami descrivono quindi una fase di investimento nelle tecnologie di base piuttosto che l'avvicinarsi di un singolo prodotto. Nikon sta lavorando su nuovi processori d'immagine e nuovi sensori; continua lo sviluppo delle tecniche di riconoscimento basate sul deep learning; utilizza già algoritmi di analisi intelligente anche nella selezione delle fotografie; ha fatto del cinema digitale una delle proprie aree strategiche attraverso RED. Non sappiamo ancora quale forma assumeranno i prodotti derivati da questo lavoro. Ma sappiamo qualcosa di più utile di una lista di specifiche attribuite a una fotocamera non ancora esistente: quali sono i settori nei quali Nikon ritiene necessario investire per costruire la generazione che seguirà quella inaugurata dalla Z9. La nostra letturaQuanto segue non deriva da dichiarazioni Nikon, ma è una nostra interpretazione degli elementi disponibili. Il primo punto che ci sembra ragionevole considerare riguarda il rapporto tra sensore, processore e software. Il riconoscimento da parte di Nikon dei tempi necessari a trasferire le funzioni della Z9 lungo la gamma suggerisce l'esistenza di un problema di efficienza nello sviluppo. Sarebbe quindi logico che la prossima generazione venisse progettata anche per rendere più semplice la condivisione di algoritmi e funzioni tra prodotti differenti. Non sappiamo se Nikon stia realmente sviluppando una piattaforma comune e, in assenza di informazioni ulteriori, non riteniamo corretto affermarlo. Più interessante ci sembra l'evoluzione dell'intelligenza artificiale. Nikon possiede già sistemi capaci di riconoscere il contenuto della scena durante lo scatto e altri capaci di analizzare successivamente le immagini per facilitarne la selezione. È ragionevole immaginare che nel tempo questi due ambiti possano avvicinarsi e condividere una parte crescente delle informazioni raccolte dalla fotocamera. Una fotografia potrebbe quindi essere accompagnata da una quantità di informazioni semantiche maggiore di quella contenuta oggi nei normali metadati: non soltanto tempo, diaframma, sensibilità e obiettivo, ma anche ciò che il sistema ha riconosciuto nella scena e durante la messa a fuoco. Sarebbe un'evoluzione coerente con tecnologie che Nikon possiede già. Non abbiamo però elementi per affermare che verrà adottata in questa forma. Infine RED. L'acquisizione appare troppo importante per essere interpretata soltanto come l'aggiunta di un marchio cinematografico al gruppo Nikon. È plausibile che nel tempo si sviluppi uno scambio di tecnologie nei campi in cui fotografia e cinema digitale condividono gli stessi problemi: lettura del sensore, elaborazione di grandi quantità di dati, colore, RAW e gestione termica. Anche qui, tuttavia, preferiamo fermarci prima della previsione di prodotto. Per ora Nikon ci ha detto dove sta investendo. È abbastanza per comprendere la direzione generale. Per sapere quale macchina fotografica ne nascerà, sarà meglio aspettare che sia Nikon a mostrarcela.8 points
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Controluce sul pelo.
8 pointsUna prova di ritratto (felino) che sfrutta l'effetto del titolo. All'inglese Rim Lightning, illuminazione del bordo, In controluce i peli si illuminano separando nettamente il soggetto dallo sfondo. Molto usata nel ritratto animale non dubito si possa fare anche con esseri umani, ma i gatti (le bestie in genere) sono pelosi dappertutto 😁.8 points
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Nikon F. Una storia che arriva fino a noi
due versioni, AI generated, dell'abbraccio virtuale degli amici di Nikonland che mi regalano la mia nuova Nikon F Non siamo più né così belli, né così giovani : ma il cuore Nikonista è sempre lo stesso !8 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
16 Autodromo Nazionale Monza- Prove libere GT Open International di venerdì 25 settembre 2026 Interno variante Ascari - Nikon Z8 e Nikkor Z 180-600@600 f:6,3 t:1/2000 ISO 5008 points
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La mia giornata a fettine
8 pointsCome dirigere Nikonland, studiare Bach, provare un Sigma, comandare la flotta e arrivare a sera senza ricordarsi più dove si erano lasciati Ferdinando Scianna e Diana KrallOgni tanto qualcuno mi domanda come faccio. La domanda contiene generalmente una sfumatura di ammirazione, una di sospetto e una terza, non dichiarata, che potrebbe essere tradotta così: ma questo qui non ha proprio niente di meglio da fare? La risposta breve è no. La risposta più precisa è che non ho niente di meglio da fare perché, per me, questo è il meglio da fare. Nikonland è diventata negli anni una creatura piuttosto singolare. È una rivista di fotografia, un luogo di discussione, un laboratorio tecnico, un’officina software, un archivio, una sala da concerto, un osservatorio sull’industria fotografica e, quando la situazione lo richiede, anche lo Stato Maggiore della Regia Marina. Il problema è che dietro tutto questo non esiste un grande edificio con una redazione al quarto piano, il reparto prove al secondo e la mensa aziendale al pianterreno. Ci sono io. La mensa, peraltro, lascia molto a desiderare. Per molto tempo si sarebbe detto che ero un one-man show. Oggi l’espressione è ancora corretta, ma rischia di suggerire un uomo che fa una cosa alla volta. Io ne faccio sempre una alla volta, naturalmente: soltanto che cambio quella cosa con una frequenza che metterebbe in difficoltà anche un centralinista degli anni Sessanta durante la teleselezione. Ho scoperto che il nome sufficientemente elegante per questa condizione è time slicing. In informatica indica la divisione del tempo del processore in minuscole porzioni assegnate a compiti diversi. Per qualche millisecondo lavora un programma, poi un altro, poi un altro ancora. A chi osserva sembra che tutto proceda contemporaneamente. In realtà il processore corre avanti e indietro con grande disciplina, sperando che nessuno si accorga del trucco. Io faccio lo stesso, con meno disciplina. Il salumiere dell’attenzioneLa mia giornata non è organizzata in ore. È affettata. Una fetta va all’articolo su JPEG, HEIF e AVIF. Bisogna capire se il formato del futuro ci farà finalmente risparmiare spazio oppure ci costringerà soltanto a installare un’altra estensione di Windows per vedere una fotografia che il JPEG del 1992 avrebbe aperto senza discutere. Mentre sto concludendo che il vero concorrente di AVIF, su una Nikon moderna, non è il JPEG ma il NEF ad alta efficienza, arriva Bach. Non personalmente, almeno non ancora, ma con una Cantata che pretende di essere studiata, ascoltata, confrontata e tradotta. La compressione a 10 bit deve attendere: il basso sta per spiegare all’umanità che la morte non è poi questa gran disgrazia e sarebbe scortese interromperlo per parlare di sottocampionamento cromatico. Passano quaranta minuti e sul tavolo compare il Sigma 35mm f/1.2. È grande, luminoso, promettente e pesa abbastanza da ricordarmi che la teologia luterana era, in fondo, più leggera. Bisogna provarlo, fotografare, confrontare, osservare lo sfuocato, capire se a tutta apertura sia davvero magnifico oppure soltanto molto grosso e molto convinto di sé. Poi suona il telefono rosso di Supermarina. La Prima Divisione ha deciso di attraversare la Calabria per terra, la Forza K sta facendo qualcosa di improbabile a sud di Malta e un ammiraglio virtuale sostiene che bombardare l’isola sia più importante che eliminare la squadra avversaria. Bach viene congedato, il Sigma rimesso sul tavolo e io assumo il comando della flotta. Per una fetta di tempo non sono più direttore di Nikonland ma Capo di Stato Maggiore, con la responsabilità di spiegare a corazzate da trentamila tonnellate che non possono attraversare la Sila come una comitiva in pullman. Quando l’ordine è ristabilito, Diana Krall reclama attenzione. Ha pubblicato, ristampato o semplicemente ricantato qualcosa che merita di essere ascoltato. Metto le navi in rada, accendo l’impianto, apro Qobuz e cerco di stabilire se stia cantando per me o per il microfono Neumann sistemato venti centimetri più avanti. È generalmente per il microfono, ma sa essere molto persuasiva. Proprio allora Ferdinando Scianna bussa alla porta. Non davvero, purtroppo. Ma una fotografia, una ricorrenza o un pensiero mi ricorda che bisogna parlare di lui, e parlarne senza ridurlo a una fila di belle immagini siciliane accompagnate da tre aggettivi presi in prestito. Diana resta sospesa a metà di una frase, Bach attende ancora la traduzione del corale, il Sigma è senza paraluce e la flotta non sa se può uscire dal porto. Sono le dieci e venti del mattino. Una redazione molto affollata, composta da una personaPer evitare il collasso ho cominciato a immaginare Nikonland come una grande casa editoriale. Ci sono direttori, capiredattori e redazioni differenti. La redazione fotografica non parla come quella musicale. Chi segue le Cantate di Bach non si occupa della progettazione di Nikonland Develop Studio. Chi lavora a Supermarina è pregato di non intervenire sul bilanciamento del bianco, specialmente durante un combattimento notturno. Queste redazioni oggi esistono grazie all’intelligenza artificiale. Non nel senso che al mattino entrino in ufficio, timbrino il cartellino e si lamentino della temperatura del caffè. Esistono come competenze, memorie, voci e continuità di lavoro che posso richiamare quando sposto la mia attenzione da un progetto all’altro. Io continuo a decidere che cosa valga la pena fare, quale direzione prendere, che cosa sia giusto pubblicare e che cosa invece debba essere cestinato senza cerimonie. Ma non devo più ricostruire ogni volta l’intero tavolo di lavoro. Quando torno a Bach, la partitura è ancora aperta. Quando riprendo Supermarina, le navi sono approssimativamente dove le avevo lasciate. Quando ricomincio a parlare di HEIF, qualcuno si ricorda che eravamo arrivati al NEF HE★ e non alla cantata BWV 56. “Qualcuno” è una parola comoda. Naturalmente si tratta di una macchina. Ed è qui che cominciano le polemiche. L’intelligenza artificiale mi ruberà il lavoroLa questione viene generalmente presentata in termini drammatici: l’AI sostituirà gli uomini? Distruggerà la creatività? Scriverà gli articoli al nostro posto? Trasformerà la cultura in una minestra tiepida prodotta statisticamente? Sono domande legittime. Ma nel mio caso hanno un curioso difetto: presuppongono l’esistenza di una squadra umana che l’intelligenza artificiale potrebbe licenziare. La redazione di Nikonland non aveva dodici dipendenti prima dell’arrivo dell’AI. Ne aveva uno. E ne ha ancora uno. Nessun critico musicale è stato mandato a casa perché mi faccio aiutare a ordinare gli ascolti. Nessun programmatore ha perso il posto perché costruisco applicazioni che, senza questo aiuto, non avrei mai potuto realizzare. Nessun illustratore è stato espulso dalla redazione: il famoso vignettista ufficiale di Nikonland non aveva mai ricevuto uno stipendio, né disponeva prima di una scrivania. La macchina non ha sostituito una struttura esistente. Ha reso possibile una struttura che non avrei mai potuto permettermi. E soprattutto non ha sostituito me. Semmai mi ha procurato altro lavoro. Ogni idea che prima sarebbe rimasta allo stato di appunto oggi può diventare un progetto. Ogni progetto produce verifiche, correzioni, dubbi, versioni, immagini e nuove idee. L’AI non mi ha regalato il tempo libero: ha riempito con entusiasmo anche quello che avevo dimenticato di possedere. Gli incidenti di affettaturaNaturalmente il sistema non è perfetto. Ogni tanto perdo un pezzo. Un articolo resta senza finale perché, mentre lo concludevo, probabilmente una corazzata aveva aperto il fuoco o il programma di sviluppo non trovava più Retouch. Una finestra dell’applicazione si apre piccola quando dovrebbe occupare tutto lo schermo. Un personaggio storico riceve per errore una battuta destinata a un recensore musicale. In casi estremi rischio di chiedermi se Ferdinando Scianna abbia mai inciso per la Deutsche Grammophon e se Diana Krall fosse presente alla battaglia di Punta Stilo. Non lo era, almeno secondo le fonti disponibili. Quando si cambia contesto molto rapidamente, qualche briciola resta sul tagliere. Il cervello umano non possiede un comando “Salva tutto” particolarmente affidabile. A sessantatré anni, poi, la memoria decide talvolta in autonomia che il nome di un’impostazione appena utilizzata sia meno importante del numero di matricola di una Nikon acquistata nel 1983. Probabilmente ha ragione lei. L’AI può ricordare una parte del percorso, ma anch’essa confonde, interpreta, completa troppo volentieri ciò che non trova. Per questo il direttore responsabile continuo a essere io: non perché non sbagli, ma perché almeno riconosco il genere di errore che sono capace di fare. E quando non lo riconosco, generalmente arriva un lettore di Nikonland a segnalarlo con ammirevole rapidità. La redazione diffusa funziona dunque come tutte le redazioni: produce molto, discute, corregge e occasionalmente manda in stampa una frase troncata. La differenza è che, alla fine della riunione, tutte le colpe possono essere attribuite con assoluta precisione alla stessa persona. Mai stato così vivoPotrei organizzarmi diversamente. Potrei scegliere un solo argomento, terminare un progetto prima di aprirne un altro, pubblicare meno, ascoltare un disco per volta e lasciare la flotta tranquillamente all’ancora. Sarebbe certamente più ordinato. E mi annoierei mortalmente. La verità è che questo continuo passaggio non mi disperde soltanto: mi alimenta. Una soluzione trovata progettando un programma fotografico suggerisce un modo diverso di organizzare un articolo. Una riflessione sulla musica illumina una fotografia. La disciplina necessaria per ricostruire una battaglia navale insegna a distinguere i fatti dalle impressioni. Un test tecnico ricorda che anche le idee più eleganti devono poi funzionare nel mondo reale. Le mie fettine di attenzione non sono scomparti stagni. Si contaminano continuamente, e dalla contaminazione nascono spesso le cose migliori. Sono umano. Dimentico, confondo, torno indietro, mi entusiasmo troppo presto e qualche volta devo farmi ricordare dove fossimo rimasti. Non considero tutto questo un difetto del sistema: è il segno che il sistema è ancora mio. L’intelligenza artificiale non mi ha trasformato in una macchina produttiva. Mi ha consentito di essere più liberamente, più disordinatamente e più intensamente umano. Ha moltiplicato i tavoli sui quali posso lavorare, non le ore della giornata. Le ore continuo ad affettarle io. Una per Bach. Una per il Sigma 35mm f/1.2. Una per HEIF e AVIF. Una per Diana Krall. Una per Ferdinando Scianna. Una per Supermarina, purché questa volta non attraversi la Calabria a piedi. Qualche fetta cade. Qualche altra finisce nel piatto sbagliato. Ma non ricordo un tempo in cui mi sia sentito altrettanto vivo, curioso e creativo quanto oggi. E domani mattina, alle dieci e venti, probabilmente saremo già in ritardo su sei progetti nuovi.8 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
11 Un amico di mio figlio mi ha invitato a fotografare una amichevole di pallavolo tra due squadre locali. Ho scattato sempre con tempi lenti. 18 settembre 2026 Z9 + Z100-400 + LrC t1/30"8 points
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Canon R8 Mark II, Nikon Z5 II e Z6 III: parliamone al bar
È arrivata la Canon EOS R8 Mark II e, da bravi nikonlander, la prima domanda viene abbastanza spontanea: «Bella, ma rispetto alle nostre?». Guardare cosa fanno gli altri è sempre interessante, soprattutto quando si parla di full frame che stanno sotto i duemila euro. Una fascia nella quale ogni scelta progettuale si sente, sia quando fotografiamo sia quando paghiamo. Questa volta Canon ha aggiunto due cose che sulla prima R8 si facevano desiderare: stabilizzazione del sensore e joystick. Conserva però un corpo leggero, una sola scheda di memoria e la piccola batteria LP-E17. Insomma, il progetto rimane quello di una full frame da portare volentieri in giro. Presentazione Canon Italia. Prima di cominciare, mettiamo sul tavolino anche lo scontrino. Fotocamera senza obiettivo Prezzo italiano IVA inclusa Canon EOS R8 Mark II 1.889,99 €, in preordine Nikon Z5 II 1.799 €, con SDXC da 128 GB Nikon Z6 III 2.499 €, con SDXC da 128 GB Sono i prezzi rilevati il 16 settembre 2026 presso Canon Store Italia e nelle offerte indicizzate del Nikon Store per Z5 II e Z6 III. Per Nikon sono offerte correnti, non prezzi di lancio; le giacenze vanno controllate al momento dell’acquisto. Canon accetta il preordine, senza una data precisa di consegna nella pagina italiana consultata. La concorrente più vicina alla nuova Canon è quindi la Z5 II, che costa anche una novantina di euro meno. La Z6 III entra nella conversazione quando qualcuno domanda: «E se aggiungessi qualcosa?». Quel qualcosa sono 700 euro rispetto alla Z5 II. Abbastanza da pretendere una buona ragione. Vediamo dove vanno a finire. Caratteristica Canon R8 Mark II Nikon Z5 II Nikon Z6 III Sensore 24,2 MP 24,5 MP BSI 24,5 MP parzialmente stacked Stabilizzazione dichiarata Fino a 7,5 stop Fino a 7,5 stop Fino a 8 stop Mirino 2,36 milioni di punti, 0,70× 3,69 milioni, 0,80× 5,76 milioni, 0,80× Schede di memoria Una SD Due SD CFexpress B/XQD e SD Otturatore completamente meccanico No Sì Sì Peso con batteria e scheda 546 g 700 g 760 g Dati delle schede ufficiali Canon, Nikon Z5 II e Nikon Z6 III. Gli stop di stabilizzazione dipendono dalle condizioni di misura e dall’obiettivo: li prenderei come indicazioni, senza organizzare un campionato sul mezzo stop. La Canon risparmia 154 grammi rispetto alla Z5 II. Con un piccolo fisso davanti, andando a passeggio tutto il giorno, è un argomento concreto. Le Nikon mettono sull’altro piatto della bilancia un mirino più grande e definito, due schede e una batteria della famiglia EN-EL15, che parecchi di noi hanno già in casa. Il doppio slot, poi, vale secondo quello che facciamo. Per la passeggiata domenicale possiamo vivere benissimo con una scheda. Se stiamo fotografando qualcosa che non si può ripetere, avere due copie mentre scattiamo diventa una comodità alla quale è difficile rinunciare. Poi arriva inevitabilmente l’amico che ha letto 40 fotogrammi al secondo e dichiara chiusa la partita. Aspetta, finiamo almeno il caffè. Raffica fotografica Canon R8 Mark II Nikon Z5 II Nikon Z6 III RAW con meccanico o prima tendina elettronica 6 fps, prima tendina elettronica Circa 11 fps Circa 14 fps RAW con otturatore elettronico 40 fps Circa 8,3 fps 20 fps Massimo in JPEG elettronico 40 fps 30 fps 60 fps full frame; 120 fps DX Pre-scatto Anche RAW JPEG JPEG Fonti: Canon, manuali Z5 II e Z6 III. Sono velocità massime, subordinate alle impostazioni e alle condizioni previste dai produttori. Qui Canon ha una carta interessante: il pre-scatto anche in RAW, fino a venti immagini prima della pressione completa del pulsante. Per un uccello che decolla o un gesto imprevedibile, poter recuperare quell’attimo conservando il file grezzo ha un’utilità evidente. Il buffer dichiarato è però di 73 RAW alla massima cadenza: facendo il conto, circa 1,8 secondi a 40 fps nelle condizioni di prova Canon. Occorre scegliere quando partire. Inoltre, la frequenza della raffica non ci dice da sola quanto rapidamente venga letto ogni fotogramma, quindi non basta a stabilire il comportamento con soggetti veloci e rolling shutter. La Z5 II, dal canto suo, è più convincente in RAW usando il meccanico. La Z6 III ha un sensore parzialmente stacked e una dotazione complessivamente più orientata alla velocità. È qui che cominciano a trovare una spiegazione quei 700 euro. Per ritratto, paesaggio e fotografia quotidiana, invece, siamo sempre intorno ai 24 megapixel. Non darei per scontato che la più costosa produca automaticamente la fotografia migliore. Per confrontare gamma dinamica, rumore e resa della nuova Canon servono file e fotografie comparabili. Questo è un confronto sulla carta, non una prova che abbiamo fatto. Anche sull’autofocus eviterei il tifo preventivo. Tutte riconoscono soggetti e occhi; tutte promettono di seguirli. Quante immagini perfettamente a fuoco portino a casa con la stessa scena, la stessa difficoltà e obiettivi confrontabili lo si scopre fotografando. Sul video la conversazione cambia ancora. La Canon offre 4K60 senza crop DX, ottenuto per oversampling da 6K. La Z5 II arriva al 4K30 a piena larghezza e passa al ritaglio DX per il 4K60, ma dispone di registrazione N-RAW interna. La Z6 III sale al 6K60 N-RAW e al 4K120 con crop DX, aggiungendo anche una presa HDMI grande. Per chi lavora davvero con il video, la differenza di fascia è ben visibile. Canon, Nikon Z5 II, Nikon Z6 III. Io, dovendo scegliere oggi, la vedrei così. Z5 II per chi vuole soprattutto fotografare e spendere bene: corpo completo, buon mirino e prezzo interessante. R8 Mark II per chi cerca leggerezza nel sistema Canon, apprezza il pre-scatto RAW e vuole il 4K60 full frame. Z6 III per chi sfrutta con regolarità azione e video, abbastanza da giustificare la spesa aggiuntiva. Per noi che abbiamo già una borsa di Nikkor, naturalmente, il conto comprende anche quella borsa. Ma alla Canon riconoscerei volentieri due cose: ha contenuto il peso e ha portato il pre-scatto RAW in questa fascia. Ecco, Nikon: al prossimo giro di firmware, di quest’ultimo potremmo parlare?8 points
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Quattro EN‑EL15c alla volta. Finalmente un caricabatterie per chi ne usa davvero tante
SmallRig 5747: compatto, intelligente e capace di rimettere in ordine un’intera famiglia di batterie NikonIn casa ho decine di batterie EN‑EL15c. Originali Nikon, compatibili, più o meno recenti, provenienti da corpi macchina e acquisti diversi. Quando si usano abitualmente Z8, Zf, Zr e altre Nikon alimentate da questa batteria, il problema non è più avere una riserva: è sapere quali elementi siano carichi, quali quasi scarichi e dove trovare abbastanza prese per rimettere tutti in servizio. Il nuovo SmallRig 5747 nasce precisamente per risolvere questo genere di problema. Non è il solito caricatore doppio da viaggio e neppure una base ingombrante dotata del proprio alimentatore. È una piccola stazione quadrata, leggerissima, alimentata tramite USB‑C Power Delivery, capace di ospitare quattro EN‑EL15c e, disponendo della potenza necessaria, caricarle contemporaneamente. Dopo averlo provato, posso anticipare subito la conclusione: funziona bene, è più intelligente di quanto lasci immaginare il suo aspetto semplice e, per chi possiede molte batterie, è estremamente pratico. Piccolo, arancione, impossibile da perdereSmallRig ha scelto il suo consueto arancione acceso. Può piacere o meno, ma in mezzo a cavi, alimentatori, schede di memoria e accessori neri non si rischia certamente di dimenticarlo. Il corpo è in materiale plastico ABS e policarbonato, misura circa 91 × 91 × 31 millimetri e pesa poco più di cento grammi. È quindi abbastanza piccolo da stare nel palmo di una mano e occupa molto meno spazio di quattro caricatori tradizionali. La disposizione è razionale: quattro alloggiamenti attorno a un indicatore centrale, uno per ciascun canale, identificati come CH1, CH2, CH3 e CH4. Le batterie si inseriscono verticalmente e rimangono ben accessibili. Non ci sono pulsanti, menu o impostazioni: si collega l’alimentazione, si inseriscono le batterie e il caricatore decide come gestirle. Nella confezione è presente il cavo USB‑C, ma non l’alimentatore. Non è una dimenticanza: il 5747 è pensato per sfruttare un alimentatore moderno già disponibile, eventualmente lo stesso utilizzato per computer, tablet, telefoni e altri accessori fotografici. Quattro canali veri, a una condizioneLa caratteristica più importante è che i quattro vani corrispondono a quattro canali di carica effettivi. Ogni uscita può arrivare a 8,4 volt e 1 ampere; con un alimentatore adeguato, quindi, le quattro batterie vengono caricate insieme. SmallRig dichiara un ingresso massimo di 45 watt tramite protocollo USB‑C PD e un tempo indicativo di tre ore per quattro batterie da 2520 mAh completamente scariche. Il dato va naturalmente considerato teorico: nella vita reale il tempo dipende da capacità, stato di usura, carica residua e comportamento dell’elettronica interna di ogni batteria. Le specifiche ufficiali indicano 15 V/3 A come condizione necessaria per usare simultaneamente tutti e quattro i canali. Ed è qui che entra in gioco un dettaglio fondamentale: dietro bisogna metterci un alimentatore serio. Con quattro batterie inserite, il mio misuratore USB ha rilevato circa 14,93 volt, 2,35 ampere e poco più di 35 watt assorbiti. È un risultato perfettamente coerente con quattro canali attivi: le batterie non erano tutte completamente scariche e ciascun canale modula la corrente in funzione della fase di carica. In altre parole, la scritta “45 W” indica la capacità massima del sistema, non una potenza che debba essere assorbita continuamente. Vedere oltre 35 watt reali, quattro indicatori attivi e una tensione negoziata prossima ai 15 volt conferma però che il caricatore sta lavorando davvero sui quattro elementi nello stesso momento. Alimentatore PD, preferibilmente GaNÈ inutile collegare il 5747 a un vecchio alimentatore USB da telefono e poi lamentarsi della lentezza. Il caricatore funzionerà anche con sorgenti meno potenti, ma non potrà fare miracoli. La sua logica è piuttosto raffinata: a 5 volt viene attivato un solo canale; a 9 volt vengono utilizzati due canali; a 12 volt si passa a tre; a 15 volt possono funzionare tutti e quattro contemporaneamente. Quando la potenza disponibile non basta, il caricatore organizza il lavoro in sequenza, dando priorità alle batterie che si trovano già a uno stato di carica più elevato. È una scelta sensata: invece di portare avanti lentamente tutto il gruppo, rende disponibile prima una batteria pronta all’uso e passa poi alle successive. Per sfruttarlo completamente consiglio quindi un buon alimentatore USB‑C PD da almeno 45 watt, meglio ancora un modello GaN da 65 watt o più, specialmente se dotato di più uscite e destinato ad alimentare contemporaneamente altri apparecchi. Serve anche un cavo USB‑C/USB‑C capace di trasportare senza problemi 3 ampere. Il GaN non rende magicamente più veloce la carica: permette però di costruire alimentatori potenti, efficienti e molto compatti. In viaggio, un solo buon alimentatore GaN può sostituire una borsa piena di trasformatori. Il display è semplice, ma serve davveroL’indicatore centrale non mostra percentuali numeriche, tensioni o capacità misurate. Visualizza quattro batterie stilizzate, ciascuna suddivisa in quattro segmenti: una lettura approssimativa per intervalli del 25%. Durante la carica i segmenti avanzano progressivamente; quando i quattro rimangono accesi, la batteria è carica. Ogni canale è indipendente, quindi basta uno sguardo per capire quale elemento sia già pronto e quale richieda ancora tempo. C’è anche una funzione meno evidente ma molto utile. Inserendo una batteria mentre il caricatore è scollegato, il display ne mostra per circa cinque secondi il livello residuo. Il 5747 può quindi servire anche come rapido verificatore: si prende una batteria da un cassetto, la si inserisce e si capisce immediatamente se possa essere messa in borsa oppure debba tornare sotto carica. Non è un analizzatore professionale e non misura lo stato di salute della cella, ma evita il classico balletto delle batterie infilate una dopo l’altra nella fotocamera soltanto per controllarne la carica. Sono previste protezioni contro sovracorrente e cortocircuito; un lampeggio rapido di tutti i sedici segmenti segnala una condizione anomala. Originali e compatibili, tutte insiemeNel mio caso l’aspetto più interessante è poter mescolare EN‑EL15c di diversa provenienza. Il caricatore non pretende che i quattro elementi abbiano la stessa capacità, lo stesso marchio o lo stesso stato di carica. Ogni vano segue la propria batteria, rallentando progressivamente la corrente quando questa si avvicina al pieno. Naturalmente non bisogna confondere comodità e qualità delle celle. Il caricatore può gestire correttamente una batteria compatibile, ma non può trasformarla in una Nikon originale né compensare celle scadenti, usurate o dotate di elettronica poco affidabile. Con le batterie al litio continuo a preferire prodotti conosciuti e acquistati attraverso canali seri. Il vantaggio del sistema è un altro: alla sera si scaricano sul tavolo le batterie usate, se ne inseriscono fino a quattro e la mattina seguente si riparte con il gruppo pronto. Senza occupare quattro prese, senza cercare diversi caricatori e senza ricordarsi quale elemento fosse stato collegato per primo. In studio e in viaggioPer chi possiede una sola Nikon e due batterie, il 5747 potrebbe persino essere superfluo. Un caricatore singolo o doppio rimane più piccolo da mettere in una tasca. Ma quando le EN‑EL15c diventano sei, otto o più, cambia completamente la prospettiva. Il caricatore multiplo non è più un accessorio: diventa parte dell’infrastruttura dello studio. Lo vedo bene anche in albergo, durante un viaggio o una trasferta fotografica. Si torna dopo una giornata intensa, si collega un solo alimentatore GaN e si rimettono contemporaneamente in servizio quattro batterie. Se la sorgente è meno potente, il sistema non si blocca: riduce il numero dei canali attivi e organizza autonomamente la sequenza. Non è indispensabile capire ogni volta che cosa stia facendo. Basta sapere che la velocità finale dipende dall’alimentazione che gli forniamo. ConclusioniIl SmallRig 5747 non fa nulla di spettacolare. Fa una cosa molto concreta e la fa bene: prende quattro EN‑EL15c, ne controlla separatamente lo stato e le ricarica utilizzando tutta la potenza messa a disposizione dall’alimentatore. È piccolo, leggero, costa indicativamente una quarantina di euro e risolve un problema che Nikon, con i suoi caricatori singoli e doppi, non affronta davvero. Il display è essenziale ma leggibile, la gestione della potenza è intelligente e la prova con il misuratore conferma che i quattro canali lavorano effettivamente insieme. Purché, lo ripeto, dietro ci sia un vero alimentatore USB‑C Power Delivery capace di fornire 15 volt e almeno 45 watt. Possibilmente GaN, compatto e di buona marca. Per chi ha due batterie è una comodità. Per chi, come me, ne ha decine sparse per casa, è finalmente un modo sensato per rimettere ordine.8 points
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NIKKOR Z 120-300mm f/2.8 TC VR S: il supertele che Nikon non costruirà per tutti
Nuove fotografie rubate ai box della Formula 1 di Singapore. Il grande zoom professionale Nikon è ormai prossimo alla presentazione. E sarà probabilmente uno degli obiettivi più esclusivi, costosi e difficili da ottenere dell'intero sistema Z. Ci sono obiettivi che vengono annunciati perché il mercato li richiede, altri perché i concorrenti li hanno già in catalogo e altri ancora perché una casa vuole dimostrare fino a dove è capace di arrivare. Il nuovo NIKKOR Z 120-300mm f/2.8 TC VR S appartiene prevalentemente alla terza categoria, pur rispondendo a precise e concrete esigenze professionali. Non è uno zoom per tutti, non è uno strumento destinato a grandi volumi commerciali e probabilmente non sarà nemmeno un obiettivo che vedremo frequentemente nelle vetrine dei negozi. Ma è un Nikkor importante. Molto importante. Nikon ne aveva annunciato ufficialmente lo sviluppo il 7 maggio scorso, anticipando una delle sue caratteristiche fondamentali: il moltiplicatore di focale 1,4x incorporato, sul modello degli straordinari 400/2.8 TC e 600/4 TC. Adesso Nikon Rumors pubblica nuove fotografie dell'obiettivo, ripreso durante il Gran Premio di Formula 1 di Singapore, dove evidentemente alcuni esemplari sono già impiegati sul campo. Non siamo più, quindi, di fronte a un semplice disegno industriale o a un prototipo da esposizione. L'obiettivo esiste, viene utilizzato in condizioni professionali e sembra ormai vicino alla presentazione commerciale. Da 120 a 420 millimetri. Senza cambiare obiettivo.Questa è la vera ragione d'essere del nuovo zoom. Una escursione da 120 a 300mm con apertura costante f/2.8, che diventa da 168 a 420mm f/4 azionando il moltiplicatore incorporato. Una manovra immediata, senza dover staccare l'obiettivo dalla macchina, esporre baionetta e sensore agli agenti esterni o interrompere un'azione che potrebbe non ripetersi. Chi fotografa sport motoristici sa perfettamente quanto possa cambiare l'inquadratura di un'automobile nell'arco di pochi secondi. Un soggetto lontano diventa rapidamente un primo piano, poi scompare dall'inquadratura. Un 300mm fisso obbliga a lavorare entro limiti precisi, a utilizzare un secondo corpo oppure a cambiare posizione. Uno zoom di questa categoria permette invece di seguire l'azione, conservando la luminosità necessaria per mantenere tempi rapidi e separare il soggetto dallo sfondo. Non parliamo soltanto di Formula 1, naturalmente. Calcio, atletica, competizioni indoor, cerimonie, grandi eventi e persino determinati generi di fotografia naturalistica possono beneficiare di una simile flessibilità. La particolarità del 120-300 sta proprio nel fatto di non essere soltanto uno zoom luminoso. Con il moltiplicatore incorporato diventa una sorta di sistema ottico a doppia personalità: luminosissimo quando serve, più lungo quando la distanza lo richiede. Il tutto senza rinunciare alla rapidità operativa. Una storia che comincia prima delle Nikon ZNaturalmente Nikon non inventa oggi il 120-300mm f/2.8. Il precedente AF-S NIKKOR 120-300mm f/2.8E FL ED SR VR per reflex era già un obiettivo di classe assoluta, presentato in un momento nel quale sembrava ormai evidente che il futuro del sistema professionale sarebbe stato mirrorless. Era uno strumento imponente, pesante circa 3.250 grammi, costruito con una sofisticata combinazione di elementi ED, fluorite e SR e destinato a offrire prestazioni ottiche paragonabili a quelle di un teleobiettivo fisso, pur conservando la versatilità dello zoom. Non era un compromesso economico, né un'alternativa leggera ai grandi teleobiettivi. Era la dimostrazione che si poteva costruire uno zoom f/2.8 di fascia professionale senza considerare la qualità di immagine una variabile sacrificabile. Il nuovo Nikkor Z riprende quella filosofia, ma aggiunge il moltiplicatore incorporato, una caratteristica che potrebbe trasformarne radicalmente la praticità. Sarebbe tuttavia prematuro affermare che il nuovo schema ottico, il sistema autofocus o la stabilizzazione siano superiori a quelli del predecessore: per giudicarli serviranno le specifiche definitive e, soprattutto, le fotografie. Le immagini dalla Formula 1Le nuove fotografie diffuse da Nikon Rumors sono interessanti proprio per la loro natura. Non mostrano un obiettivo accuratamente illuminato per una brochure pubblicitaria, ma uno strumento inserito nell'ambiente per il quale è stato progettato. È il genere di fotografia che, per quanto imperfetta, racconta più di molte presentazioni ufficiali. Conferma l'esistenza di esemplari fisici impiegati in un contesto sportivo di primissimo livello e suggerisce che la fase di collaudo pratico sia ormai avanzata. L'aspetto esterno è quello che ci aspetteremmo da un supertele Nikkor della generazione Z: costruzione massiccia, comandi dedicati e architettura pensata per essere utilizzata continuamente, anche in condizioni difficili. Ma dalle fotografie non possiamo ricavare con certezza il peso definitivo, la velocità dell'autofocus, le caratteristiche della stabilizzazione o la qualità delle immagini prodotte. Su questi aspetti lasciamo volentieri la parola ai futuri test. Nikonland preferisce giudicare gli obiettivi fotografando, non misurando la profondità delle scanalature delle ghiere attraverso una fotografia pubblicata in rete. Quanto costerà? Una cifra che farà discutere.Le informazioni che circolano collocano il prezzo del nuovo 120-300mm f/2.8 TC VR S allo stesso livello, o addirittura sopra, quello dell'attuale NIKKOR Z 400mm f/2.8 TC VR S. Per avere un riferimento concreto, quest'ultimo è proposto sul Nikon Store italiano a un prezzo di listino di 15.449 euro, prima delle eventuali promozioni. Se queste indicazioni troveranno conferma, è ragionevole aspettarsi un prezzo di almeno quindicimila euro. Non abbiamo però una cifra ufficiale e preferiamo non inventarla. A qualcuno sembrerà una follia. Uno zoom che costa quanto un piccolo corredo fotografico professionale completo, o più di molte automobili usate. Ma il paragone con il comune 70-200mm f/2.8 sarebbe del tutto sbagliato. Un obiettivo di questa categoria richiede un progetto ottico estremamente complesso, una costruzione di altissimo livello, tolleranze meccaniche molto strette e una produzione che certamente non beneficia delle economie di scala dei modelli destinati al grande pubblico. Il confronto più appropriato è con i grandi supertele professionali, rispetto ai quali il 120-300 offre qualcosa di diverso: non la massima lunghezza focale, ma una versatilità che per alcuni professionisti può valere più dei millimetri supplementari. Pochi esemplari, pochi acquirentiL'altra informazione che accompagna l'arrivo del nuovo zoom è quella di una disponibilità iniziale estremamente ridotta. Si parla di produzione limitata, tempi d'attesa lunghi e distribuzione con il contagocce. La cosa non mi sorprende affatto. Un obiettivo di questa fascia non viene progettato per essere venduto in migliaia di pezzi ogni mese. Ha un pubblico ben identificato, fatto soprattutto di fotografi sportivi professionisti, agenzie, grandi operatori dell'informazione e specialisti che possono giustificare economicamente un investimento simile. La produzione limitata potrebbe essere tanto una scelta industriale quanto una conseguenza della complessità costruttiva. Non conosciamo i programmi produttivi di Nikon e sarebbe scorretto attribuirle una deliberata politica di scarsità. Certamente, però, non mi aspetterei di entrare in qualsiasi negozio di fotografia e trovare un 120-300mm pronto per essere portato a casa. È possibile che i primi esemplari disponibili siano destinati soprattutto a operatori professionali e clienti già prenotati. Per tutti gli altri potrebbe essere necessaria una certa pazienza. E il 400/2.8 TC?Questo è probabilmente il confronto più interessante. A prima vista, il 400mm f/2.8 TC sembrerebbe ancora preferibile: raggiunge una focale superiore mantenendo f/2.8 e arriva a 560mm f/4 azionando il proprio moltiplicatore. È una differenza sostanziale. Il nuovo zoom non sostituisce il 400mm in ogni circostanza, né possiede la stessa portata alla massima luminosità. Ma il 400mm è un obiettivo a focale fissa. Il 120-300 può seguire un soggetto che cambia continuamente distanza e dimensione nell'inquadratura senza costringere il fotografo a modificare posizione o fotocamera. In una postazione fotografica a bordo pista, questa capacità potrebbe essere decisiva. In altri contesti, dove la distanza dal soggetto rimane relativamente costante, il 400mm conserverà un vantaggio evidente. Sono strumenti diversi e non credo che Nikon voglia necessariamente mettere l'uno contro l'altro. Semmai sta ampliando le possibilità di scelta dei fotografi che non possono permettersi di perdere una fotografia perché hanno montato la focale sbagliata. Nikon continua a fare NikonIn un mercato nel quale si discute continuamente di intelligenza artificiale, video, creator, piccole fotocamere ibride e prestazioni sempre più automatizzate, trovo rassicurante che Nikon continui a investire in strumenti fotografici di questa categoria. Il 120-300mm f/2.8 TC VR S non è pensato per conquistare grandi numeri di vendita e difficilmente sposterà da solo le quote di mercato. Ma è un prodotto che rafforza l'identità professionale del sistema Z. Dimostra che Nikon considera ancora strategico il settore dei grandi teleobiettivi luminosi, nel quale ha costruito una parte importante della propria reputazione e che continua a essere uno dei terreni sui quali la qualità ottica e meccanica conta davvero. Personalmente non considero questi obiettivi dei giocattoli di lusso, anche se qualche appassionato facoltoso finirà inevitabilmente per acquistarli senza averne una reale necessità. Sono strumenti di lavoro estremamente specializzati. Costosi, ingombranti, impegnativi, ma capaci di offrire possibilità che altri obiettivi semplicemente non hanno. Il loro valore non si misura contando quante fotografie riusciremo a fare in più durante una domenica qualsiasi. Si misura nel momento in cui permettono al professionista di realizzare proprio quella fotografia che gli altri non sono riusciti a portare a casa. E per Nikonland? Aspetteremo naturalmente la presentazione ufficiale, con tutte le specifiche, il prezzo italiano e la disponibilità reale. Poi, se si presenterà l'occasione, cercheremo di metterci le mani sopra. Non necessariamente per innamorarcene, e certamente non per ripetere una cartella stampa, ma per capire quanto del suo straordinario potenziale si traduca in vantaggio fotografico concreto. Per il momento una cosa possiamo dirla: sarà un obiettivo per pochissimi, ma sarà interessante per tutti quelli che continuano a credere nella fotografia come disciplina nella quale strumenti, conoscenza e capacità del fotografo devono ancora lavorare insieme. E questo, per noi, è già un ottimo motivo per parlarne.7 points
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Fare sesso con un androide bellissimo?
Fare sesso con un androide bellissimo?Ovvero, perché ho piantato in asso una Sony a9 III per una signora Fujifilm. Senza rimorsi, senza sensi di colpa e, soprattutto, senza chiedere il permesso a nessuno.Lo so, il titolo è provocatorio. Ma siamo nel mio blog Politicamente Scorretto e, se nemmeno qui posso permettermi qualche libertà, tanto vale iscriversi a un circolo di ricamo e discutere amabilmente del punto croce. La questione è semplice: ho venduto la mia Sony a9 III. Con il suo magnifico 70-200mm f/2.8 GM II, le sue graziose e costosissime CFexpress di tipo A, gli accessori e tutto il corredo che avevo messo insieme. Non perché non funzionasse, non perché mi avesse deluso e neppure perché fosse arrivata una nuova Sony capace di fare centoventi fotografie al secondo anche con il tappo sull'obiettivo. L'ho venduta perché non mi piaceva. O meglio, perché non sono mai riuscito ad amarla. Il che, per un fotografo che da oltre quarant'anni intrattiene rapporti sentimentali piuttosto intensi con le proprie macchine fotografiche, costituisce una ragione più che sufficiente per arrivare al divorzio. E badate bene che la Sony a9 III è una macchina straordinaria, probabilmente uno dei più impressionanti concentrati di tecnologia fotografica mai messi in commercio. Global shutter, autofocus che riconosce qualsiasi cosa abbia occhi, zampe, ruote o ali, raffiche da centoventi fotogrammi al secondo, esposizione impeccabile, ergonomia razionale, prestazioni che avrebbero fatto impazzire un fotografo sportivo di vent'anni fa. Una macchina che non sbaglia praticamente mai, salvo quando è il fotografo a darle indicazioni sbagliate. E anche in quel caso, probabilmente, cerca di correggerlo. Il 70-200mm f/2.8 GM II, poi, è uno degli zoom migliori che abbia mai utilizzato. Talmente nitido da poterci fare un esame dermatologico, talmente veloce da mettere a fuoco un moscerino prima che quello abbia deciso dove andare. E persino relativamente leggero, almeno rispetto a certi cannoni che ho portato in giro nella mia vita. Insomma, una coppia da sogno. La macchina perfetta con l'obiettivo perfetto. Tutto impeccabile, tutto efficientissimo, tutto meravigliosamente prevedibile. Come fare sesso con un androide bellissimo, programmato per conoscere ogni tuo desiderio, anticipare ogni movimento e assicurarti il massimo risultato possibile. Il problema è che, dopo un po', viene voglia di chiedergli se per caso ha anche un'opinione personale. Oppure se può almeno sbagliare qualcosa, tanto per dare un po' di pepe alla serata. La perfezione è una qualità sopravvalutataNon fraintendetemi. Non ho nulla contro gli androidi, soprattutto se bellissimi. E non ho assolutamente nulla contro Sony, che considero una delle aziende tecnologicamente più capaci del pianeta. Se dovessi fotografare la finale dei cento metri alle Olimpiadi e avessi bisogno di scegliere il momento esatto in cui l'atleta taglia il traguardo, probabilmente la a9 III sarebbe una delle prime macchine a cui penserei. Poi, naturalmente, mi chiederei perché mai dovrei fotografare la finale dei cento metri alle Olimpiadi, ma questo è un problema personale. Il punto è che con la Sony avevo cominciato a sentirmi superfluo. Lei riconosceva il soggetto, lei lo inseguiva, lei calcolava, lei decideva e lei scattava. Io dovevo soltanto occuparmi di quella fastidiosa incombenza che consiste nel portarla sul posto e puntarla nella direzione giusta. Con un successivo aggiornamento del firmware, immagino, avrebbero risolto anche questo problema. Le fotografie erano eccellenti. Nulla da eccepire. Ma quando le guardavo non provavo quasi mai quel piccolo piacere che conosco da una vita, quello che mi fa pensare di aver fatto una bella fotografia con una macchina che mi piace usare. Erano fotografie giuste, corrette, tecnicamente inappuntabili. Difficile trovare loro un difetto, altrettanto difficile trovare una ragione per affezionarmici. E qui mi immagino già il commento dell'immancabile razionalista da forum, quello che possiede diciassette fogli Excel con le misure MTF di ogni obiettivo costruito dal 1959 e che considera l'emozione una forma particolarmente grave di aberrazione cromatica: «Ma la fotografia la fa il fotografo, mica la macchina!». Grazie per l'informazione. Dopo quarantatré anni di fotografie non ci ero ancora arrivato. Provvederò a scriverlo su un Post-it da attaccare al frigorifero. La fotografia la fa certamente il fotografo. Ma, se permettete, il fotografo ha anche il diritto di divertirsi mentre la fa. Di scegliere gli strumenti che gli danno piacere, di preferire un certo mirino, un certo comando, un certo modo di vedere le cose. Perfino di trovare bella una macchina fotografica senza dover produrre una relazione tecnica giurata per dimostrare che ha ragione. Io non devo timbrare il cartellino. Fotografo per passione, e se uno strumento non mi appassiona, per quanto eccellente sia, alla lunga diventa un elettrodomestico. Raffinatissimo, costosissimo, ma pur sempre un elettrodomestico. E io ho già la lavastoviglie. Un incontro di dieci anni faLa cosa interessante è che non ho scoperto il medio formato Fujifilm ieri mattina, leggendo qualche recensione entusiastica di un influencer al quale avevano prestato una macchina per un fine settimana. Nel 2016, in occasione della presentazione della prima Fujifilm GFX da cinquanta megapixel, ebbi modo di provarne un esemplare per un solo giorno. Una parentesi brevissima, quasi insignificante, nella mia vita fotografica trascorsa praticamente per intero con Nikon, dalla FA nera comprata nell'estate del 1983 fino alle attuali Z9, Z8, Zf e compagnia bella. Eppure, fra le centinaia di migliaia di fotografie che ho realizzato in oltre quarant'anni, quelle scattate con quella Fujifilm sono rimaste nella mia memoria in maniera del tutto sproporzionata rispetto alla durata della prova. Le ho ancora, naturalmente. Le riguardo ogni tanto, soprattutto nelle stampe, e continuano a dirmi qualcosa. Non saprei neppure definire con precisione che cosa. Il modo in cui sono rappresentati i volumi, la naturalezza dei passaggi tonali, la presenza dei soggetti, quella particolare sensazione di tridimensionalità che, quando c'è, rende una fotografia interessante anche senza bisogno di contarne i pixel. Certamente c'entrano la luce, gli obiettivi, il trattamento e tutto quello che sappiamo. Non sono così ingenuo da attribuire proprietà soprannaturali a un rettangolo di silicio leggermente più grande di un altro. Però una cosa la so: quelle fotografie mi piacciono ancora dopo dieci anni. E non perché siano state scattate con una Fujifilm, ma perché sono fotografie che mi piacerebbe aver fatto ieri. Nessun'altra macchina non Nikon, in tutta la mia carriera, mi ha lasciato una sensazione simile. Non le Canon, non le Sony, non le altre divagazioni che ogni tanto mi sono concesso, più per curiosità tecnica che per reale intenzione di cambiare abitudini. Insomma, quella signora incontrata per un solo pomeriggio nel 2016 non me l'ero mai dimenticata. Capita. Anche quando uno crede di essere felicemente sposato. È arrivata la signoraE così, dieci anni dopo, ho deciso di riprendere il discorso interrotto. Fuori la Sony a9 III, dentro la Fujifilm GFX 100 II. Una signora di medio formato, elegantemente vestita di nero, dalle forme generose, con un mirino nel quale ci si potrebbe affacciare per ammirare il panorama e un sensore da cento megapixel che, a differenza di certi uomini, non sente il bisogno di parlare continuamente delle proprie dimensioni. Non è una macchina antiquata, intendiamoci. La GFX 100 II è modernissima, veloce quanto basta, dotata di autofocus evoluto, raffica più che dignitosa e un'infinità di funzioni che probabilmente non userò mai. Ma non è stata progettata per farmi credere di essere un operatore di un sistema antimissile. Mi invita piuttosto a guardare, valutare, comporre e scattare quando ho deciso che vale la pena farlo. E questo, per me, è un linguaggio assai più comprensibile. Naturalmente ho voluto presentarmi all'appuntamento in modo adeguato e le ho regalato un Fujinon GF 110mm f/2. Un obiettivo da ritratto magnifico, che non pretende di fare tutto, non cerca di sostituire cinque focali e non è particolarmente adatto a fotografare motociclette lanciate a trecento chilometri all'ora. Serve essenzialmente a guardare bene le persone, che è una delle cose che amo maggiormente fare con una fotocamera. La Sony aveva il suo 70-200mm che poteva fare quasi tutto, e farlo benissimo. La Fujifilm ha un 110mm che mi fa venire voglia di trovare qualcuno da fotografare. Sono differenze sottili, me ne rendo conto. Soprattutto per chi considera un acquisto riuscito soltanto quando riesce a dimostrare, grafici alla mano, che ha ottenuto il maggior numero possibile di prestazioni per euro investito. Io invece considero riuscito un acquisto quando, una volta portato a casa, non vedo l'ora di usarlo. Un criterio molto poco scientifico, che però mi ha accompagnato con una certa soddisfazione per tutta la vita. E Nikon? Una relazione aperta, ma con giudizioA questo punto immagino che qualcuno cominci a preoccuparsi. Mauro ha abbandonato Nikon? Nikonland cambierà nome? Dovremo buttare le nostre Z9 e andare tutti a comprare una GFX? Ci sarà un referendum per modificare lo statuto del Club? Calma. Non è successo niente del genere. Le mie Nikon sono tutte al loro posto e continueranno a fare quello che hanno sempre fatto, magnificamente. Per certi generi fotografici non mi sognerei nemmeno di sostituirle. E non ho alcuna intenzione di rinunciare a una storia che dura dal 1983, quando acquistai la mia prima Nikon FA e cominciai un rapporto che ha attraversato il resto della fotografia a pellicola, l'arrivo del digitale, le reflex professionali e le attuali mirrorless. La Fujifilm si aggiunge, non sostituisce. Occuperà uno spazio particolare, soprattutto nel ritratto, nella fotografia posata, in quelle situazioni nelle quali posso prendermi tutto il tempo che voglio e desidero lavorare con un certo tipo di immagine. Del resto, avere più di una fotocamera non è ancora considerato reato nel nostro ordinamento giuridico. E se qualcuno volesse sollevare obiezioni morali, lo inviterei a dare un'occhiata alle vetrine dei collezionisti, dove macchine praticamente vergini vengono custodite in teche climatizzate come reliquie di qualche santo particolarmente sensibile all'umidità. Almeno le mie escono di casa e lavorano. La signora Fujifilm, poi, non è nemmeno gelosa delle Nikon. O almeno non me lo ha ancora fatto sapere. Il che costituisce un ulteriore punto a suo favore. Il divorzio senza rimpiantiLa parte più sorprendente di tutta questa vicenda è stata la facilità della separazione. Ho preparato la Sony, il magnifico 70-200mm, gli accessori, le schede di memoria e tutto quanto. Ho concordato la permuta e ho consegnato il materiale senza provare il minimo dispiacere. Nemmeno quel piccolo ripensamento che normalmente accompagna la cessione di un oggetto di valore, quando ti chiedi se per caso non avresti dovuto tenerlo ancora un po', se un domani potrebbe servirti, se stai facendo una sciocchezza. Niente. Il nulla assoluto. E sì che la a9 III rappresenta una conquista tecnologica notevole. Il global shutter, soprattutto, è una di quelle innovazioni che prima o poi cambieranno profondamente la fotografia. Sono contentissimo che esista e che qualcuno abbia avuto il coraggio di portarlo su una fotocamera commerciale. Soltanto, non sento alcuna necessità di possederne uno. Non ho neppure intenzione di raccontare che la GFX 100 II sia migliore della Sony. Sarebbe come sostenere che un pianoforte a coda Steinway sia migliore di un'auto da Formula Uno. Dipende se si vuole suonare Brahms oppure vincere il Gran Premio di Monza. E, per quanto mi riguarda, trovo piuttosto complicato suonare Brahms mentre si affronta la Variante Ascari a trecento chilometri all'ora. Sono strumenti diversi, destinati a soddisfare esigenze diverse. La differenza è che oggi, per le mie esigenze e per il mio piacere, preferisco la Fujifilm. Non c'è nessuna conversione religiosa, nessuna rivelazione mistica, nessuna improvvisa superiorità del medio formato su qualsiasi altra cosa. C'è semplicemente un fotografo che ha deciso di usare una macchina che gli piace invece di una macchina che ammira. E credetemi, non è affatto la stessa cosa. Quindi, meglio una bella donna o un androide perfetto?Naturalmente tutta questa storia ha un lato profondamente irrazionale. Ne sono perfettamente consapevole e non cercherò di mascherarlo dietro una raffica di argomentazioni tecniche. Non ne ho bisogno, anche perché conosco sufficientemente bene la tecnologia fotografica da sapere che cento megapixel non rendono automaticamente interessante una fotografia noiosa e che il medio formato non conferisce il talento per decreto. So anche che, fra le mie Nikon e la Fujifilm, dispongo già di una quantità di attrezzatura enormemente superiore a quella necessaria per fare buone fotografie. Ma questa è una discussione che preferisco non affrontare, possibilmente in presenza di un avvocato. Il fatto è che nella vita non tutto deve essere giustificato razionalmente. Men che meno le passioni. Se dovessimo comprare soltanto quello che ci serve davvero, probabilmente basterebbero una Nikon Zf, un 50mm e una buona dose di fantasia. E dovremmo rinunciare a un sacco di cose divertenti, compresa buona parte delle discussioni che animano Nikonland. La Sony a9 III resta una macchina straordinaria, e chi la possiede e la ama ha tutta la mia comprensione. È una compagna fedele, precisa, instancabile, che non sbaglia mai un appuntamento e sa esattamente quello che deve fare. Non ho nulla da rimproverarle, ed è proprio questo il problema: non ho mai avuto nulla da rimproverarle, ma nemmeno molto da raccontarle. La Fujifilm GFX 100 II, invece, mi incuriosisce. Mi invita a sperimentare, a cercare un soggetto, a immaginare una fotografia, a stampare grande per vedere che cosa succede. Mi ricorda quella breve avventura del 2016 che, senza una spiegazione del tutto razionale, continua a occupare un posto speciale nella mia memoria fotografica. E quindi torno alla domanda del titolo. Fare sesso con un androide bellissimo, perfetto in ogni dettaglio, programmato per assicurare prestazioni sempre impeccabili? Per carità, non voglio giudicare i gusti di nessuno. Immagino che possa essere un'esperienza interessante, magari anche molto soddisfacente. Soprattutto se il produttore garantisce aggiornamenti periodici del firmware e almeno cinque anni di assistenza. Ma personalmente preferisco una signora affascinante, con una propria personalità, che non debba dimostrarmi continuamente di essere la migliore in assoluto. Una che mi faccia venir voglia di uscire insieme, anche senza una destinazione precisa, soltanto per il piacere di stare in sua compagnia. E se poi qualche fotografia viene male, pazienza. Vorrà dire che abbiamo ancora qualcosa da imparare l'uno dall'altra. Perché a me, dopo più di quarant'anni, interessa ancora fare fotografie. Non assistere a una dimostrazione di superiorità tecnologica. E adesso scusatemi, ma ho un appuntamento con una signora da cento megapixel. Non le piace essere lasciata sola troppo a lungo e vorrei evitare che cominci a frequentare qualche altro fotografo. P.S. Ho saputo che la Sony, appena consegnata al nuovo proprietario, ha riconosciuto il suo occhio, memorizzato il suo volto, analizzato le sue abitudini e calcolato in 0,003 secondi la probabilità di un rapporto duraturo. Spero soltanto che, questa volta, il sentimento sia reciproco.7 points
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FISSW - Campionato italiano surf 2026
Campionati italiani di surf 2026 anche quest'anno alla Marinedda. Una piccola insenatura esposta e Ovest-NordOvest nei pressi dell'Isola Rossa, Un fondale che digrada velocemente e solleva l'onda fin oltre i quattro metri. Il vento non è fortissimo ma le onde sono state generate da una tempesta vicino alle coste francesi. Il semaforo verde era per ieri e io non ho voluto rinunciare.Sveglia a un'ora dignitosa, 50 chilometri di curve e arrivo che il sole non è ancora troppo alto e la spiaggia risulta in ombra, il clima è incerto: nuvole che si muovono veloci, qualche goccia dì pioggia e sole che appare e scompare. Se vogliamo una condizione ideale per fotografare. Ho con me la Z50II che mi garantisce un "allungo" migliore con il 50-400 Tamron, anche se devo ancora capire come sfruttarla al meglio. Si parte puntuali e alle 9,15 i primi atleti sono in acqua. Andrebbero premiati anche solo per il coraggio Inizialmente ho qualche difficoltà con la messa a fuoco, non trovo il giusto settaggio e la quantità enorme di schiuma crea grossi problemi di lettura esposimetrica, vado un po' a naso e mi servono un paio di raffiche per apportare gli aggiustamenti necessari. E se c'è una cosa che non amo fare è smanettare con il menù mentre sto lavorando Noterete che qualche volta i colori risulteranno più brillanti e qualche volta più cupi, variabilià da mettere in conto quando le nuvole si muovono rapidamente. La gara comunque è piuttosto combattuta e siamo appena alle eliminatorie, ancora nessuno è disposto a prendere rischi ma lo spettacolo non manca certo E' nel primo pomeriggio che le cose diventano serie, nelle semifinali, quando gli atleti rischiano tutto e iniziano le cadute spettacolati, ma veramente spettacolari .. Le ragazze sono fantastiche. Sotto molti aspetti sono quelle che rischiano meno, sono pazienti, attendono l'onda, quella giusta... ... che arriva e loro sono rapide, reattive ed esplosive nel vero senso del termine Serve grinta e un po' di cattiveria per domare quelle onde. E serve tanta energia che non so davvero da dove la tirino fuori. Infine per la cronaca: sono Marta Begalli e Michael Jorge Monteiro i due campioni italiani 2026, in queste ultime immagini in tutto il loro splendore Giornata tutto sommato soddisfacente, faticosa ma entro certi limiti perchè ho lavorato da seduto sulla sabbia. Non stavo comodo ma almeno non stavo in piedi. Lato tecnico: la Z50II ha ottime doti velocistiche, nello sport se la cava molto bene purché ci sia luce. Quando il cielo si annuvola il colore diventa un B/N ma può essere che sia io a non aver ancora trovato il giusto settaggio per le luci difficili. Il Tamron 50-400 invece non se la cava niente male. Ma nella tradizione degli zoom lunghi di fascia medio bassa alla massima estensione il crollo di qualità è verticale, conviene tenersi sempre un pelo più corti. Invece ho notato una fastidiosa dominante verde. La si può eliminare ma richiede un po' di lavoro. Copyright Enrico Floris 20267 points
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Modelsharing 2026 di Nikonland : 27 settembre 2026, Nord di Milano
7 points
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Atmosfera Settembrina
7 points7 points
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L’intelligenza artificiale fa paura. Soprattutto a chi rischia di non poterla più controllare
7 pointsPrima ci hanno venduto l’AI come il futuro inevitabile. Adesso che comincia a diventare davvero nostra, ci spiegano che è troppo pericolosa per lasciarcela usare liberamente.Da qualche settimana si moltiplicano articoli, appelli ed editoriali televisivi sull’Intelligenza Artificiale fuori controllo. I toni sono quelli consueti delle grandi emergenze: macchine che ingannano i loro creatori, agenti capaci di violare sistemi informatici, laboratori biologici governati dagli algoritmi, milioni di posti di lavoro cancellati e, per non farci mancare nulla, la possibile estinzione del genere umano. Può darsi che una parte di questi rischi sia concreta. Anzi, alcuni lo sono certamente. Un sistema autorizzato a entrare in una rete, spendere denaro, modificare archivi o controllare apparecchiature può provocare danni molto seri. Ma tra studiare un rischio e governare una popolazione attraverso la paura esiste una differenza enorme. Ed è proprio in quella differenza che oggi stanno entrando governi, grandi aziende tecnologiche e nuovi sacerdoti della sicurezza digitale. Il copione non è nuovo e non occorre essere complottisti per riconoscerlo. Si prende un problema reale, lo si presenta attraverso il suo scenario più catastrofico e lo si sottrae gradualmente alla normale discussione. Non ci si domanda più quale misura sia efficace e proporzionata: si stabilisce che l’emergenza è tale da rendere irresponsabile ogni esitazione. Chi contesta la soluzione prescritta non è più un interlocutore; diventa uno che nega il problema, mette in pericolo gli altri o non ha capito la scienza. Lo abbiamo già visto funzionare. Durante il Covid una situazione sanitaria grave e inizialmente incerta è stata accompagnata da una comunicazione fondata sul trauma quotidiano, sulla disciplina sociale e sulla colpevolizzazione. Provvedimenti eccezionali sono stati presentati non come scelte politiche discutibili, ma come conseguenze obbligate della scienza. Con il green, un fenomeno fisico reale è stato spesso trasformato nello stesso modo in un lasciapassare universale: dalla misurazione delle temperature si è passati, senza quasi ammettere discussione, a decidere quale automobile comprare, come riscaldare casa, cosa mangiare e quali industrie finanziare. La scienza può descrivere un virus o il clima. Non può stabilire da sola quali libertà sospendere, chi debba pagare una transizione o quale prodotto rendere obbligatorio. Quelle sono decisioni politiche ed economiche. Presentarle come comandamenti tecnici serve soprattutto a sottrarle al giudizio dei cittadini. Ora è il turno dell’Intelligenza Artificiale. Prima l’entusiasmo, poi il recintoFinché l’AI era costosa, remota e controllata da quattro aziende, ci veniva raccontata come la più grande rivoluzione dai tempi dell’elettricità. Doveva entrare in ogni impresa, scuola, redazione e abitazione. Avrebbe aumentato la produttività, democratizzato la conoscenza e liberato l’uomo dai compiti ripetitivi. Adesso che modelli capaci possono essere eseguiti localmente, modificati, combinati e impiegati senza consegnare ogni documento, fotografia o idea a un server remoto, il tono sta cambiando. Improvvisamente l’AI è troppo potente per essere lasciata nelle mani della gente comune. Servono certificazioni, controlli, audit, registri, responsabilità preventive e autorità di sorveglianza. Naturalmente composte, almeno in buona parte, dalle stesse persone che hanno costruito e finanziato ciò che dovrebbero sorvegliare. È normale che le grandi aziende proteggano il proprio business. Hanno investito somme colossali in centri di calcolo, energia, dati e ricercatori. Vogliono recuperarle attraverso abbonamenti, servizi cloud e dipendenza continuativa. Un buon modello locale rappresenta l’opposto: si compra o si scarica, lavora sul nostro computer, non cambia unilateralmente le condizioni, non legge ciò che non gli affidiamo e non smette di funzionare perché qualcuno ha modificato una politica aziendale. Un’AI locale non è necessariamente migliore, più saggia o più sicura. Ma è nostra. E proprio questo può renderla intollerabile a chi immagina il futuro come una successione di servizi revocabili, sorvegliati e pagati ogni mese. La forma più elegante di protezionismo non consiste nel vietare apertamente i concorrenti. Consiste nell’imporre obblighi che solo i giganti possono permettersi. Se per distribuire un modello occorrono audit milionari, strutture legali, assicurazioni e certificazioni continue, la grande multinazionale protesterà un poco e poi firmerà l’assegno. Il piccolo laboratorio, il ricercatore indipendente e lo sviluppatore di software locale semplicemente scompariranno. La sicurezza sarà salva. Anche il monopolio. L’oracolo e l’agenteUna distinzione proposta in questi giorni è invece utile: quella fra AI-oracolo e AI-agente. L’oracolo osserva, analizza e risponde. L’agente riceve il potere di compiere azioni senza chiedere ogni volta il permesso. Non è una differenza filosofica. È la differenza fra un programma che suggerisce quali fotografie siano tecnicamente riuscite e uno che cancella autonomamente tutte le altre. Fra un sistema che propone una correzione e uno che modifica definitivamente l’archivio. Fra un assistente che prepara un’email e uno che la spedisce a nome nostro. Il problema non è quanto sembri intelligente, ma quali chiavi gli abbiamo consegnato. Su Nikonland questa distinzione non è teorica. Chi frequenta il sito vede ormai ogni giorno i risultati dell’uso dell’AI: ricostruzioni visive, ricerche storiche, articoli, analisi, strumenti fotografici e programmi che fino a poco tempo fa sarebbero stati irrealizzabili per una struttura indipendente come la nostra. L’AI mi permette di trasformare idee in prototipi, verificare ipotesi, sviluppare software e ampliare enormemente il lavoro editoriale. Non ha sostituito Nikonland e non lo conduce al mio posto. Ha moltiplicato ciò che posso fare. Il criterio rimane semplice: la macchina propone e lavora; io decido e rispondo del risultato. Il nostro futuro motore Vision analizzerà una fotografia una volta sola e metterà la propria comprensione a disposizione di Index, Select, Develop e Retouch. Select potrà indicare le immagini migliori di una sequenza, riconoscere occhi chiusi, mosso, fuoco mancato o soggetti tagliati. Ma non cancellerà silenziosamente una fotografia. FilmBox potrà suggerire come rendere una resa più simile a una Kodachrome o a una Tri-X. Non riscriverà di nascosto la nostra idea di fotografia. Retouch potrà intervenire localmente sulle immagini senza obbligarci a consegnarle a una nuvola remota e moralista. Questa è AI al servizio dell’uomo: potente, specializzata, verificabile e revocabile. Non perché sia innocua per natura, ma perché è stata progettata senza attribuirle un’autorità che non le compete. Non regolate il martello: punite chi lo usa per colpireUna regolamentazione ragionevole dovrebbe occuparsi degli effetti. Frode, diffamazione, furto di identità, violazione della riservatezza, intrusione informatica e danno materiale sono illeciti indipendentemente dallo strumento impiegato. Se qualcuno commette una truffa con l’AI, va perseguita la truffa. Se viola un sistema, va perseguita l’intrusione. Se sottrae un’opera e la rivende come propria, si applicano le norme pertinenti. Voler controllare preventivamente uno strumento universale perché potrebbe essere usato male equivale a pretendere una licenza per possedere un computer, una macchina fotografica o un programma di fotoritocco. Ogni strumento capace può produrre anche abusi. La libertà consiste precisamente nel non dover dimostrare in anticipo a un’autorità che useremo bene ciò che possediamo. La linea da difendere è quindi molto concreta: diritto di eseguire un modello sul proprio computer; diritto di analizzarlo e modificarlo nel rispetto della legge; diritto di mantenere privati fotografie, testi e documenti; responsabilità personale per gli usi compiuti. Nessuna immunità per chi provoca danni, ma nessuna presunzione di colpevolezza per chi possiede lo strumento. Quando sentiamo dire che “l’AI deve essere regolata”, la domanda non è se siamo favorevoli o contrari alla sicurezza. È una domanda molto meno sentimentale: che cosa viene regolato, da chi, sulla base di quali prove, con quali costi, a vantaggio di chi e con quale possibilità di tornare indietro? Se la risposta riguarda comportamenti dannosi e dimostrabili, discutiamone. Se riguarda la potenza del computer che possiamo possedere, i modelli che possiamo eseguire privatamente o il tipo di immagini che possiamo elaborare senza chiedere permesso a una multinazionale americana, allora la sicurezza è soltanto il nome presentabile dato al recinto. La paura è un ottimo modello di businessNon serve una centrale segreta che impartisca ordini. È sufficiente che gli interessi coincidano. Il governo ottiene nuove competenze e nuovi strumenti di controllo. La grande azienda ottiene barriere contro i concorrenti. L’esperto certificato ottiene autorità e finanziamenti. Il mezzo d’informazione ottiene il titolo catastrofico che trattiene il pubblico. Ognuno procede per conto proprio e tutti finiscono nella stessa direzione. La paura funziona perché riduce il costo politico delle restrizioni. Un cittadino tranquillo domanda prove, proporzioni, alternative e limiti temporali. Un cittadino spaventato domanda protezione e accetta che qualcun altro scelga per lui. Per questo gli scenari estremi sono così utili: non devono necessariamente verificarsi; devono soltanto essere abbastanza terribili da rendere irresponsabile chiunque chieda una probabilità. Non nego i rischi dell’AI. Nego che chi li proclama più rumorosamente debba ricevere automaticamente il potere di decidere per tutti. Soprattutto quando vende anche la soluzione. Abbiamo già imparato quanto facilmente un’emergenza possa trasformarsi in disciplina, la disciplina in abitudine e l’abitudine in un mercato. Sarebbe ingenuo non riconoscere lo stesso linguaggio mentre viene applicato all’Intelligenza Artificiale. Su Nikonland continueremo a usarla apertamente, senza inginocchiarci davanti ad essa e senza vergognarci delle possibilità che ci offre. Diremo quando è intervenuta, giudicheremo i risultati e ci assumeremo la responsabilità di ciò che pubblichiamo. La useremo per fare cose che da soli non avremmo avuto il tempo, i mezzi o le competenze specialistiche per realizzare. Non le chiederemo il permesso di pensare e non accetteremo volentieri che altri ci chiedano il permesso di usarla. La questione, in fondo, non è se le macchine diventeranno troppo potenti. È se, per proteggerci da quella possibilità, saremo abbastanza impauriti da consegnare un potere ancora maggiore agli uomini e alle aziende che già controllano le macchine. Per approfondireBoni Castellane, “La pelosa campagna per regolare l’IA è il ring dello scontro tra oracoli e teologi”, La Verità, 20 settembre 2026. Il progetto statunitense per impedire ai singoli Stati di regolare lo sviluppo dei modelli, Reuters, 4 giugno 2026. La proposta federale americana per una regolazione “leggera” e prevalente sulle leggi statali, Associated Press, 2026. Nikonland e l’Intelligenza Artificiale: una dichiarazione di metodoNikonland è, di fatto, una one-man-band. Dietro l’attività editoriale quotidiana, lo sviluppo delle applicazioni, la ricerca storica e tecnica, la gestione del sito, la preparazione delle immagini e l’ideazione dei nuovi progetti non esiste una redazione numerosa né una software house. Esiste una persona, aiutata dalla comunità dei Nikonlander e, da qualche tempo, da strumenti di Intelligenza Artificiale capaci di amplificarne enormemente le possibilità. L’AI viene utilizzata perché Nikonland possa rimanere vivo, aggiornato e creativo in tutte le sue parti, ogni giorno. Non sostituisce l’esperienza fotografica, il giudizio editoriale, gli ascolti, le prove sul campo o la responsabilità di chi firma. Riduce invece il peso del lavoro ripetitivo, accelera la ricerca, aiuta a ordinare informazioni complesse, propone strutture e alternative, collabora alla revisione dei testi e permette di trasformare idee che sarebbero rimaste sulla carta in programmi realmente utilizzabili. Viene impiegata anche nella produzione di illustrazioni dichiaratamente interpretative: copertine, ricostruzioni storiche, scene impossibili da fotografare e immagini editoriali. Queste opere non vengono presentate come documenti, fotografie d’archivio o testimonianze autentiche. Servono a dare forma visiva a un’idea, esattamente come una tavola dipinta, un fotomontaggio o una ricostruzione cinematografica. Nello sviluppo software l’AI collabora alla progettazione, alla scrittura e alla verifica del codice, ma non stabilisce autonomamente che cosa debbano diventare i programmi Nikonland. Architettura, priorità, interfaccia e criteri fotografici nascono dalle nostre esigenze reali e vengono verificati su archivi, apparecchi e flussi di lavoro concreti. Un programma non viene considerato valido perché l’AI afferma che funziona: deve funzionare davvero. Nel prossimo futuro questa collaborazione diventerà ancora più visibile. Nikonland Vision Engine costituirà il motore comune di comprensione delle immagini al servizio di Index, Select, Develop, Retouch e degli altri strumenti della suite. Potrà riconoscere soggetti e situazioni, individuare problemi tecnici, raggruppare sequenze, proporre selezioni, preparare maschere e rendere finalmente interrogabili grandi archivi fotografici in linguaggio naturale. Resterà però fermo un principio: l’AI analizza, propone e assiste; l’uomo decide. Nessuna fotografia verrà cancellata silenziosamente, nessuna scelta irreversibile sarà compiuta senza conferma e nessun automatismo sostituirà il giudizio del fotografo. Dove possibile, l’elaborazione avverrà localmente, per mantenere fotografie, documenti e dati sotto il controllo dell’utente. Nikonland non nasconde l’impiego dell’Intelligenza Artificiale e non se ne vergogna. La considera uno strumento formidabile, da usare apertamente, criticamente e senza devozione. Non un oracolo infallibile, non un autore occulto e non un’autorità morale: un collaboratore capace che permette a una piccola realtà indipendente di pensare, creare e costruire con mezzi prima riservati a redazioni e aziende molto più grandi. La responsabilità finale di ciò che appare su Nikonland rimane umana. Sempre.7 points
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Oltre il JPEG : HEIF e AVIF promettono fotografie migliori e più leggere. Ma non sono RAW
Il JPEG ha più di trent’anni, eppure nessuno è ancora riuscito davvero a mandarlo in pensione. HEIF e AVIF comprimono meglio, conservano più sfumature e possono contenere immagini HDR. Il problema non è più soltanto la qualità: è tutto ciò che deve accadere dopo lo scatto.Una fotografia di parecchi megapixel, pulita, ricca di particolari e apparentemente priva dei classici artefatti del JPEG, può oggi occupare meno di un megabyte. Non è un miracolo e non significa che sia stata conservata tutta l’informazione prodotta dal sensore. Significa che, negli ultimi trent’anni, la compressione delle immagini ha imparato a buttare via le informazioni in maniera molto più intelligente. Il JPEG che usiamo quotidianamente nasce all’inizio degli anni Novanta. In termini informatici appartiene quasi alla preistoria: era stato progettato quando memoria, spazio su disco e velocità di trasmissione costavano immensamente più di oggi. Eppure è ancora il linguaggio universale della fotografia. Lo leggono i computer, i telefoni, i televisori, i browser, le stampanti, i laboratori e persino apparecchi che non ricevono un aggiornamento da anni. Questa compatibilità assoluta è la sua più grande forza e, nello stesso tempo, la ragione per cui i formati tecnicamente migliori faticano tanto a sostituirlo. Che cosa fa il JPEGIl JPEG fotografico ordinario è un’immagine già sviluppata. La fotocamera ha interpretato i dati del sensore, applicato il bilanciamento del bianco, costruito i colori, scelto una curva tonale, regolato contrasto e saturazione, ridotto il rumore e aggiunto nitidezza. Soltanto dopo comprime il risultato. La compressione è normalmente lossy, cioè con perdita. L’immagine viene suddivisa in piccoli blocchi, trasformata matematicamente e semplificata eliminando soprattutto le differenze che si ritengono meno visibili all’occhio umano. Più si comprime, più compaiono i difetti ben conosciuti: quadrettatura, aloni attorno ai bordi, impastamento delle trame fini, gradini nei cieli e contaminazione cromatica. Il JPEG comune lavora inoltre a 8 bit per componente: 256 livelli possibili per ciascun canale. Sono sufficienti per una fotografia finita e ben esposta, ma diventano pochi quando si vogliono effettuare correzioni profonde o rappresentare senza discontinuità un’ampia gamma dinamica. Non bisogna però commettere l’errore opposto e considerarlo improvvisamente inadeguato. Un JPEG prodotto bene, con compressione moderata e destinato a una visualizzazione normale, può essere eccellente. A parità di dimensione, tuttavia, i codec più moderni possono generalmente conservare meglio bordi, trame e passaggi tonali. HEIF non è esattamente HEICHEIF significa High Efficiency Image File Format. Più che un singolo sistema di compressione è un contenitore: può raccogliere una o più immagini, miniature, metadati, trasparenze, mappe ausiliarie e sequenze. Quando si parla dei file prodotti dagli iPhone e da molte fotocamere, il contenitore HEIF ospita solitamente un’immagine compressa con HEVC, lo stesso sistema noto nel video come H.265. In questo caso si usa spesso il termine HEIC. Nell’uso corrente HEIF e HEIC vengono trattati come sinonimi, ma tecnicamente non lo sono: HEIF è la struttura, HEVC è il codec e HEIC identifica una delle sue applicazioni più comuni. Rispetto al JPEG, un HEIF basato su HEVC può offrire una qualità analoga con file sensibilmente più piccoli oppure una qualità migliore a parità di peso. Può lavorare a 10 bit, gestire gamme cromatiche estese e fotografie HDR e contenere più rappresentazioni della stessa immagine. Il prezzo da pagare è una catena più complessa. Il dispositivo deve possedere un codificatore abbastanza veloce; il computer deve avere un decodificatore; il programma deve comprendere non soltanto i pixel, ma anche profili, curva HDR e metadati. In alcuni sistemi intervengono inoltre licenze e brevetti legati a HEVC. Il risultato è paradossale: il formato è tecnicamente più moderno, ma una fotografia che appare perfetta su una macchina o in un’applicazione può non aprirsi, essere convertita automaticamente o presentarsi con luminosità e colori sbagliati in un’altra. AVIF: la stessa idea con il motore AV1AVIF significa AV1 Image File Format. Utilizza la compressione AV1 sviluppata dall’Alliance for Open Media e la inserisce in una struttura derivata da HEIF. È quindi parente di HEIF, non un oggetto completamente estraneo. Cambia soprattutto il motore di compressione. AV1 è nato per ottenere un’elevata efficienza senza il modello tradizionale di royalty associato ad altri codec. AVIF può contenere immagini compresse con o senza perdita, a 8, 10 o 12 bit, in SDR o HDR, con gamut esteso, trasparenza e differenti livelli di sottocampionamento cromatico. Può conservare molto bene bordi netti, testo e dettagli minuti anche quando il file diventa sorprendentemente piccolo. Questo spiega l’impressione prodotta da certi AVIF di poche centinaia di kilobyte. Il formato evita meglio la tipica quadrettatura del JPEG e distribuisce in maniera più raffinata l’errore introdotto dalla compressione. Ma l’assenza di quadretti visibili al 200 per cento non dimostra che non sia stata persa informazione. Un compressore moderno può eliminare una trama, uniformare una superficie o semplificare un dettaglio senza lasciare i segnali grossolani ai quali ci ha abituati il JPEG. L’immagine appare più pulita perché il danno, quando c’è, è meno riconoscibile; non perché il file da 700 kilobyte contenga magicamente tutto ciò che era presente nell’originale. Inoltre non esiste una “qualità AVIF” unica. Contano il programma di codifica, le impostazioni, il tempo concesso all’encoder, la profondità in bit e il sottocampionamento cromatico. Un buon JPEG può essere preferibile a un AVIF mal codificato, mentre un AVIF ben costruito può superare nettamente un JPEG dello stesso peso. Perché non troviamo ancora AVIF nelle fotocamereInserire AVIF in una futura Nikon Z9 II sarebbe tecnicamente possibile. Non richiederebbe un sensore diverso e non esiste un ostacolo teorico insormontabile. Gli impedimenti sono soprattutto industriali e pratici. Una fotocamera professionale non deve comprimere una sola immagine contemplandola per qualche secondo. Deve codificare decine di fotografie da 45 megapixel ogni secondo, scriverle sulle schede, generare le anteprime, mantenere disponibile il buffer e farlo senza consumare troppa energia né surriscaldarsi. Un algoritmo efficiente nello spazio non è necessariamente rapido nell’esecuzione. Per diventare pratico in macchina deve essere implementato in hardware o fortemente accelerato dal processore d’immagine. Poi viene tutto il resto. Il file deve essere letto immediatamente da Windows e macOS, dai software professionali, dalle agenzie, dai sistemi editoriali, dai server FTP, dai catalogatori, dai telefoni dei clienti e dai chioschi di stampa. Devono funzionare EXIF, IPTC, orientamento, profili colore, miniature e trasferimento wireless. Un formato fotografico professionale non vive isolato: vale quanto la catena che lo sostiene. Per Nikon esiste anche una domanda molto concreta: quanti utenti sceglierebbero davvero AVIF in macchina invece di NEF più JPEG? Finché il vantaggio principale resta la riduzione del peso di un file già sviluppato, il beneficio è enorme per siti web, cloud e telefoni, ma meno decisivo per una fotocamera che registra su schede molto veloci e dispone già di RAW ad alta efficienza. Questo non significa che AVIF non arriverà. Significa che la sua introduzione dipenderà probabilmente dalla disponibilità di codifica hardware, da un supporto uniforme nei flussi professionali e da una richiesta reale del mercato, non soltanto dalla sua superiorità teorica sul JPEG. Il caso Nikon Z8 — e quello della Z9La Nikon Z8 offre già un assaggio concreto del futuro. Selezionando il modo tono HLG, le fotografie vengono registrate in formato HEIF con estensione .HIF, gamma BT.2100 e una dinamica più ampia rispetto alla modalità SDR. Non è però un sostituto trasparente del JPEG: richiede monitor, sistema operativo e programma compatibili con HLG per essere visualizzato correttamente. Nikon stessa limita alcune funzioni e indica NX Studio per visione e modifica. La Z9, anche con il firmware attuale, offre HLG nel video ma non la corrispondente registrazione HEIF per le fotografie. Per gli scatti continua a proporre NEF e JPEG. Quindi Giuliano ricordava correttamente la presenza dell’HEIF sulla Z8 e la sua assenza sulla Z9. Questo dettaglio è istruttivo. La Z9 possiede certamente la potenza per gestire flussi video H.265 a 10 bit, ma Nikon non ha trasformato automaticamente questa capacità in un’opzione HEIF fotografica. Non basta che una funzione sia tecnicamente possibile: deve inserirsi nel progetto della macchina, nelle sue modalità di scatto e nel flusso previsto per il pubblico al quale è destinata. Dieci bit non trasformano un file in RAWHEIF e AVIF vengono talvolta descritti come una specie di via di mezzo tra JPEG e RAW. È un’espressione comprensibile, ma può diventare ingannevole. Un file a 10 bit offre quattro volte i livelli per componente di un file a 8 bit: 1024 invece di 256. A 12 bit diventano 4096. Questo consente passaggi più morbidi, maggiore resistenza alle regolazioni e una rappresentazione HDR molto più credibile. Ma la profondità in bit non dice in quale punto del processo fotografico si trovi il file. Il RAW contiene, con le inevitabili varianti di ciascun produttore, i valori registrati dal sensore prima dello sviluppo completo. Conserva la struttura del mosaico, un’elevata profondità numerica, la risposta lineare del sensore e il margine necessario per decidere in seguito bilanciamento del bianco, demosaicizzazione, riduzione del rumore, curva tonale, profilo colore e nitidezza. JPEG, HEIF e AVIF contengono normalmente un’immagine già interpretata. I dati del sensore sono stati demosaicizzati e trasformati in componenti di colore; il bianco è stato scelto; la curva tonale e la resa cromatica sono state applicate; rumore e dettaglio sono stati trattati. Anche quando il risultato possiede 10 o 12 bit e conserva una gamma dinamica maggiore, molte decisioni sono ormai incorporate nei pixel. Si può correggere molto più di quanto permetta un JPEG ordinario, ma non si ritorna al sensore. Un HEIF o un AVIF possono quindi essere ottimi formati di consegna e, in alcune condizioni, validi negativi “sviluppati” da conservare. Non sostituiscono il RAW quando interessa mantenere la massima libertà di sviluppo o recuperare un errore importante. Lossless non significa RAWAVIF può anche essere codificato senza perdita. È un’altra possibile fonte di equivoci. “Senza perdita” significa che il decodificatore ricostruisce esattamente i pixel consegnati all’encoder. Non significa che quei pixel contengano ancora tutte le informazioni originarie del sensore. Se prima della compressione la fotocamera ha già applicato bilanciamento del bianco, demosaicizzazione, Picture Control, riduzione del rumore e curva tonale, un AVIF lossless conserva perfettamente quel risultato. Conserva perfettamente una fotografia già sviluppata. È come riporre senza pieghe una stampa dentro una cartella: la stampa resta intatta, ma non ridiventa il negativo. I formati non hanno tutti lo stesso mestiereIl confronto più utile non consiste nel cercare un vincitore assoluto, ma nel capire quale funzione debba svolgere ciascun formato. Formato Funzione migliore Punti di forza Limiti principali JPEG Consegna universale, stampa, pubblicazione e scambio Compatibilità pressoché totale, decodifica rapida, flusso consolidato 8 bit, compressione meno efficiente, HDR inadeguato nel suo uso tradizionale HEIF/HEIC Fotografia finita ad alta efficienza, soprattutto in ecosistemi compatibili File più piccoli, 10 bit, HDR, contenitore ricco Compatibilità discontinua, complessità e questioni legate a HEVC AVIF Web, archivi di immagini finite, HDR e distribuzione efficiente Compressione molto efficace, 8/10/12 bit, HDR, lossless o lossy, formato aperto Codifica più onerosa, supporto operativo non ancora universale, flussi fotografici meno maturi RAW/NEF Acquisizione e sviluppo Massima informazione del sensore e libertà di intervento File più grandi, necessità di sviluppo, dipendenza dal supporto software Per un sito come Nikonland, AVIF è già molto interessante come formato di pubblicazione: può ridurre traffico e spazio conservando una qualità visiva elevata. Ma va prodotto automaticamente a partire da un originale migliore e accompagnato, quando necessario, da un’alternativa compatibile. Non dovrebbe diventare l’unica copia di archivio soltanto perché occupa poco. Per una fotocamera, invece, il compromesso più razionale resta oggi RAW più JPEG: il primo conserva la libertà, il secondo garantisce l’immediatezza. HEIF ha senso quando si vuole una fotografia HDR già pronta e l’intera catena è compatibile. AVIF potrebbe diventare in futuro l’erede efficiente del JPEG, ma dovrà prima dimostrare di essere altrettanto banale da aprire, spedire e stampare. Il JPEG non morirà per inferiorità tecnicaIl JPEG mostra certamente i suoi anni. Non conserva HDR moderno, spreca spazio rispetto ai codec più recenti e, quando viene compresso troppo, lascia difetti facilmente riconoscibili. Ma non sarà eliminato semplicemente perché esiste qualcosa di migliore. Morirà — se morirà — quando fotografare in un nuovo formato non richiederà più domandarsi chi riuscirà ad aprirlo. Quando computer, telefoni, laboratori, browser, stampanti e programmi lo tratteranno con la stessa naturalezza. Quando un file HDR manterrà un aspetto prevedibile passando da uno schermo all’altro. Quando la migliore compressione non comporterà più tempi, consumi o incompatibilità percepibili. AVIF possiede molte delle qualità tecniche necessarie. HEIF ha già dimostrato che una fotografia a 10 bit e alta efficienza può uscire direttamente da una fotocamera. Nessuno dei due, però, ha ancora conquistato l’unica caratteristica che rende il JPEG davvero imbattibile. Non la qualità. L’assenza di domande. Riferimenti essenzialiNikon, Z 8 Reference Guide, “Tone Mode”: registrazione JPEG in SDR e HEIF .HIF in HLG, con indicazioni e limitazioni operative. Nikon, Z 8 Reference Guide, “RAW Recording”: compressione NEF senza perdita, alta efficienza HE★ e alta efficienza HE; Nikon colloca HE★ vicino alla modalità lossless per qualità e sopra HE. Nikon, Z 9 Reference Guide, firmware 5.x: formati fotografici NEF e JPEG; HLG disponibile per il video, non come HEIF fotografico. Alliance for Open Media, AV1 Image File Format (AVIF) Specification, versione 1.2.0. Library of Congress, AV1 Image File Format (AVIF), descrizione tecnica e caratteristiche di conservazione.7 points
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A Dio Sandro, sarai sempre con noi
7 pointsAddio Sandro, sarai sempre con noiSandro Mazzola è morto. Aveva ottantatré anni e da qualche tempo era malato. È una notizia che dovevamo ricevere, prima o poi, perché queste sono cose che succedono. Succedono anche agli uomini che ci sembravano destinati a esserci per sempre, figure così saldamente piantate nella nostra memoria da appartenere ormai più alla geografia morale del Paese che alla cronaca delle singole vite. Non faremo perciò un necrologio. Non oggi, non per Sandro Mazzola. Non metteremo in fila le frasi di circostanza, i messaggi ufficiali, le lacrime obbligatorie e quel cordoglio un po’ automatico con cui il nostro tempo consuma anche la scomparsa delle persone migliori. La morte è soltanto l’ultima notizia che lo riguarda e, in fondo, la meno interessante. Ciò che conta è che Sandro Mazzola sia esistito, che sia stato proprio quell’uomo e che per tanti anni abbia rappresentato, senza mai proclamarlo, un modo dignitoso di stare al mondo. Naturalmente è stato anche un campione. Uno dei più grandi. Ma questo lo sanno tutti e i numeri, una volta tanto, possono restare in disparte. Diciassette stagioni con una sola maglia, quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, settanta partite in Nazionale, il titolo europeo del 1968 e la finale mondiale del 1970. Fu capocannoniere in Italia e in Europa, arrivò secondo al Pallone d’Oro dietro Johan Cruijff. Segnò al Real Madrid nella finale di Vienna del 1964, guidò la Grande Inter, fu capitano e bandiera in un’epoca nella quale queste parole non erano ancora materiale per gli uffici di comunicazione. Tutto vero. Ma oggi non è questo che vogliamo ricordare. Oggi vogliamo ricordare l’uomo. Per quelli della mia generazione, Sandro Mazzola non è mai stato soltanto un calciatore. Era uno di quei volti familiari che entravano nelle case insieme alle partite della domenica, alle fotografie in bianco e nero, alle figurine, alle radiocronache ascoltate dagli adulti e alle discussioni che il lunedì continuavano nei bar, nelle officine, negli uffici e nei cortili delle scuole. Anche chi non era interista sapeva chi fosse. Anche chi tifava contro di lui, spesso con accanimento, gli riconosceva qualcosa che non dipendeva dal colore della maglia. Era Sandro. Bastava il nome. Il cognome, invece, era un’eredità immensa. Essere figlio di Valentino Mazzola avrebbe potuto schiacciare chiunque. Sandro aveva sei anni quando suo padre morì a Superga con il Grande Torino. Valentino non era soltanto un famoso calciatore: era già diventato un mito nazionale, il capitano di una squadra che nell’Italia ferita del dopoguerra aveva rappresentato la forza, l’orgoglio e la speranza di rialzarsi. Quel bambino dovette crescere sotto lo sguardo di un padre che non c’era più e che, proprio perché non c’era più, diventava ogni giorno più grande. Per tutta la vita qualcuno gli avrà domandato di Valentino, di Superga, del confronto impossibile tra padre e figlio. Sandro rispondeva. Non fuggiva da quella storia, ma non la usava nemmeno come lasciapassare. Portò quel cognome senza ostentarlo e senza rinnegarlo. Non cercò di diventare una copia del padre e non pretese che il dolore gli garantisse un posto nel mondo. Si conquistò il proprio nome, la propria maglia e la propria storia. Questo dice già molto dell’uomo. Entrò nell’Inter da ragazzo e non ne uscì più davvero. Non perché la vita lo avesse risparmiato dalle delusioni, dalle incomprensioni o dalle inevitabili amarezze. Le ebbe anche lui. Ma apparteneva a una generazione per la quale amare qualcosa significava accettarne anche i difetti, non cambiare bandiera alla prima convenienza e non trasformare ogni torto ricevuto in una pubblica resa dei conti. La sua fedeltà non era servilismo. Mazzola aveva opinioni nette, sapeva essere polemico e non era disposto a dire che tutto andava bene quando non lo pensava. Però non avvelenava il pozzo dal quale aveva bevuto. Poteva criticare l’Inter perché l’Inter era casa sua, non perché avesse bisogno di attirare l’attenzione. C’è una differenza enorme, oggi quasi dimenticata. Anche da calciatore non somigliava al personaggio costruito. Correva, lottava, inventava, segnava. Aveva tecnica, velocità e intelligenza, ma non giocava per comporre il monumento di se stesso. Helenio Herrera ne intuì la straordinaria completezza e gli cucì addosso un ruolo che era insieme sacrificio e libertà: attaccare, ripiegare, creare, concludere. Mazzola era capace di fare tutto perché non considerava nessun compito indegno del proprio talento. Questa è una qualità umana prima ancora che sportiva. Il fuoriclasse ordinario pretende che gli altri lavorino per lui. Il grande uomo, anche quando è il più dotato, continua a lavorare con gli altri. Sandro apparteneva alla seconda specie. Lo si vedeva persino nel modo in cui raccontava se stesso. Possedeva l’ironia di chi conosce il proprio valore e proprio per questo non ha bisogno di ricordarlo ogni cinque minuti. Raccontava gli episodi della Grande Inter, le urla di Herrera, i compagni, gli avversari e le trasferte senza appropriarsi dell’intera scena. Nei suoi ricordi c’erano sempre gli altri. Picchi, Facchetti, Burgnich, Corso, Suárez, Jair. Una squadra vera, non un gruppo di comparse incaricate di illuminare il protagonista. E poi c’era Gianni Rivera. Per decenni ci hanno raccontato Mazzola e Rivera come due Italie inconciliabili. Inter e Milan, forza e grazia, corsa e pensiero, baffi e ciuffo, popolo e borghesia. La famigerata “staffetta” del Mondiale messicano del 1970 divenne quasi una questione costituzionale: uno nel primo tempo, l’altro nel secondo, come se il Paese non fosse abbastanza grande per contenere entrambi. Eppure tra loro esistevano stima, intelligenza e un’amicizia che non aveva bisogno di essere esibita. Erano rivali, certamente, ma non nemici. Sapevano che il valore dell’uno non diminuiva quello dell’altro. Una lezione elementare che l’Italia contemporanea, sempre più impegnata a trasformare ogni differenza in odio personale, sembra avere completamente dimenticato. Mazzola non aveva bisogno di abbassare Rivera per diventare più alto. Soltanto gli uomini piccoli misurano la propria statura scavando una buca sotto i piedi degli altri. Una nota personaleSono tifoso del Milan da quando ero bambino. Dovrei quindi guardare Sandro Mazzola da avversario, attraverso la maglia nerazzurra, i derby e quella rivalità milanese che un tempo sapeva essere fortissima senza diventare odio. Eppure ho sempre avuto per lui una venerazione completa. La stessa che ho provato per Giacinto Facchetti, un altro interista che ai miei occhi ha superato da tempo i confini del calcio e della squadra alla quale apparteneva. Mazzola e Facchetti fanno parte di quel ristretto novero di uomini che hanno raggiunto il mito senza mai cercarlo: attraverso l’umiltà, la grazia, la generosità e un prestigio conquistato giorno dopo giorno, quasi in silenzio. Non avevano bisogno di dichiarare la propria grandezza, perché essa risultava evidente dal modo in cui giocavano, parlavano, vincevano e trattavano gli altri. Non ho mai provato lo stesso sentimento per Gianni Rivera. Lo rispetto, naturalmente, e non discuto nemmeno per un istante la grandezza del calciatore. Ma il rispetto non è venerazione e la bravura non basta, da sola, a fare di una persona un mito. Per me quella cerchia è molto più piccola: vi entrano soltanto coloro nei quali il talento coincide con la statura umana e il prestigio non viene rivendicato, esibito o amministrato, ma si deposita naturalmente nel giudizio degli altri. Sandro Mazzola vi appartiene pienamente. E il fatto che a dirlo sia un milanista da sempre credo rappresenti il riconoscimento più sincero che io possa offrirgli. Io sono nato a Milano quando l'Inter vinceva tutto. E sono cresciuto tra Milanello e la Pinetina. Raramente sono andato allo stadio, non mi appassiona il calcio, nemmeno lontanamente quanto il rombo di una Ferrari 12 cilindri. Ma ... in questo momento sto piangendo per la commozione, tanto quanto è mancato di recente Franco Baresi, del quale non ho scritto, per puro rispetto per la sua figura mite e schiva. Dopo il calcio giocato continuò a esserci. Dirigente, osservatore, commentatore televisivo. Cambiavano le squadre, i giocatori, le regole, le televisioni e perfino il linguaggio, ma lui conservava quella voce riconoscibile, quel modo diretto e insieme scanzonato di dire le cose. Non recitava la parte dell’ex campione scandalizzato dal presente. Non sosteneva che ai suoi tempi fossero tutti eroi e che quelli venuti dopo fossero soltanto mercenari senza qualità. Guardava il calcio nuovo con gli occhi di chi ne conosceva la sostanza. Poteva sbagliare un giudizio, naturalmente. Poteva essere brusco, nostalgico, perfino testardo. Gli uomini veri hanno spigoli. Sono i personaggi prefabbricati a essere perfettamente levigati, perché devono piacere a tutti e non appartenere a nessuno. Sandro, invece, apparteneva a qualcuno e a qualcosa. All’Inter, prima di tutto. Alla Nazionale. Alla storia del calcio italiano. Ma anche a quell’Italia composta da persone che avevano imparato presto a non lamentarsi troppo, a mantenere la parola data, a fare il proprio mestiere seriamente e a non ritenersi superiori agli altri per il semplice fatto di essere diventate famose. Non era un santo e non occorre trasformarlo in tale adesso che è morto. Era qualcosa di più raro e, forse, di più utile: una persona perbene. “Perbene” è una parola che rischia di sembrare modesta. Non lo è affatto. Essere perbene quando nessuno ti conosce può essere naturale; continuare a esserlo dopo avere vinto tutto, dopo essere diventato celebre, ricco, ascoltato e riconosciuto ovunque richiede invece una qualità profonda. Significa ricordarsi che i camerieri, gli autisti, i giovani calciatori, i tifosi e gli sconosciuti incontrati per strada non sono elementi di contorno nella rappresentazione della propria importanza. Sono persone. E come persone vanno trattate. Da Sandro Mazzola non arrivava mai quella sensazione di fastidio che trasmettono tanti uomini famosi quando sono costretti a occuparsi del resto del mondo. Conservava la disponibilità, la battuta, la capacità di ascoltare. Non metteva in soggezione per affermare una distanza. Al contrario, sembrava accorciarla. Forse è per questo che la notizia della sua morte riguarda anche chi non lo ha conosciuto personalmente. Noi non piangiamo soltanto una biografia che si conclude. Salutiamo una presenza che ci aveva accompagnati e rassicurati: la prova vivente che si può essere figli di un mito senza vivere di rendita, campioni senza diventare divi, uomini di parte senza perdere il rispetto degli avversari. Nel calcio contemporaneo si parla continuamente di icone, leggende e simboli. Le parole vengono distribuite con tale abbondanza da non significare quasi più nulla. Basta una buona stagione per diventare “leggenda”, un gesto plateale per essere considerati “leader”, una dichiarazione preparata dall’ufficio stampa per essere definiti “uomini veri”. Sandro Mazzola non ebbe bisogno di autoproclamarsi nulla. La sua autorità derivava dalla vita fatta, non dalla narrazione costruita intorno ad essa. Non aveva bisogno di esibire la fedeltà: aveva giocato diciassette anni nell’Inter. Non aveva bisogno di raccontare il sacrificio: lo si vedeva in campo. Non aveva bisogno di invocare il rispetto: lo concedeva per primo. Non aveva bisogno di utilizzare il padre per nobilitare la propria storia: aveva già costruito la sua. Anche per questo la sua figura supera il calcio. Ci ricorda che un uomo non è grande perché non cade, non soffre o non sbaglia. È grande per il modo in cui porta ciò che la vita gli ha messo sulle spalle. A Sandro mise sulle spalle un’assenza terribile, un cognome quasi insostenibile, aspettative smisurate, vittorie, sconfitte, confronti continui e una notorietà durata più di sessant’anni. Lui portò tutto senza trasformarlo in un credito permanente verso gli altri. Ora che non c’è più, inevitabilmente torneranno le immagini. Il giovane Mazzola che corre con la maglia nerazzurra infilata nei pantaloncini. Il numero dieci. I baffi. Vienna e Madrid. San Siro. La Nazionale. Il Messico. La staffetta con Rivera. Le interviste, i commenti televisivi, il sorriso un po’ obliquo di chi aveva già capito la domanda prima ancora che fosse terminata. Rivedremo il campione ed è giusto così. Ma dietro quelle immagini cerchiamo di vedere anche l’uomo. Il bambino rimasto senza padre. Il ragazzo che non chiese sconti. Il compagno che correva anche per gli altri. Il rivale che non aveva bisogno di odiare. Il campione che non si mise mai sul piedistallo. L’uomo anziano che continuava a parlare di calcio senza comportarsi come il custode offeso di un tempio perduto. Sandro Mazzola è morto. Prendiamone atto senza inutili piagnistei. La sua vita è stata lunga, piena, importante. La morte non la impoverisce e non la conclude davvero, perché certe persone continuano a vivere nel modo in cui gli altri le ricordano e, soprattutto, nella misura che hanno lasciato dietro di sé. La misura di Sandro era alta. Non quella del calciatore, che appartiene agli almanacchi e alle discussioni senza fine su chi sia stato il più grande. La misura dell’uomo: la dignità, la lealtà, il pudore, la coerenza, la capacità di appartenere senza diventare fazioso e di essere ammirato senza smettere di essere normale. Sono qualità che non producono titoli sensazionali. Non fanno rumore. Non diventano virali. Ma sono proprio quelle che tengono insieme una società decente e rendono una persona degna della stima delle persone dabbene. Perciò non diciamo soltanto addio a un campione dell’Inter e della Nazionale. Diciamo grazie a un galantuomo. Addio, Sandro. Non ti metteremo in una teca e non ti trasformeremo in una figurina immobile del calcio che fu. Continueremo a vederti correre, discutere, sorridere e raccontare. Continueremo a riconoscere in te un’Italia capace di essere forte senza essere arrogante, popolare senza essere volgare, fedele senza essere servile. Sarai sempre con noi. Non perché la morte renda tutti migliori. Perché tu lo eri già.7 points
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Contest : la vostra foto migliore di settembre 2026 (sia nuove foto che d'archivio) termina il 30/9/2026
La foto migliore di settembre è ... la mantide di settembre. Ho pensato di evitare il ritrattone (che ho comunque fatto e pubblicherò a parte 😁), proponendo invece una foto leggermente ambientata, più gradevole anche ai non appassionati di artropodi. Ogni anno a settembre mi capita di incontrare una mantide sotto casa, purtroppo non la nostra, ma quella gigante cinese. 19 settembre 2026. Nikon Z8, SIGMA 180 f2.8 APO Macro, FTZII , f6.3, 1/640s, 4000 iso riduzione del rumore applicata in postproduzione.7 points
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1ConchigliaOscura Da una sessione di still life rilassante, giocando con i flash Godox MR-24, un pò di pazienza, dei soggetti per sperimentare e la fida Z8 con il mitico 105 micro VR. 2" - f16 - ISO100 @105mm, 2 flash sul tavolo, uno quasi frontale sulla sinista a -3EV, uno a destra, laterale a -2,3EV.7 points