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happygiraffe

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  1. Gabriel Fauré, Nocturnes. Eric Le Sage, pianoforte. Alpha, 2019. *** Gabriel Fauré (1845-1924) fu un compositore particolare: pur rimanendo ancorato a certi modelli compositivi del passato e impermeabile rispetto all'evoluzione del linguaggio musicale suo contemporaneo, e in questo senso fu sempre indietro rispetto ai suoi tempi, sviluppò uno stile originale, raffinato e di grande fascino. I tredici Nocturnes di questa raccolta furono composti nell'arco di mezzo secolo, dal 1875 al 1921, e testimoniano l'evoluzione dello stile del compositore francese. Se i primi si rifanno dichiaratamente al modello di Chopin, con il tempo Fauré sviluppa un linguaggio originale, lirico, meditavo, equilibrato, molto affascinante dal punto di visto armonico. Per carità, non tutti sono ugualmente belli o interessanti, ma ci sono dei pezzi di assoluta bellezza, come il sesto Nocturne, ma non solo quello, dopo il quale lo stile di Fauré si fa via via sempre più spoglio e concentrato. E' un peccato che questi brani e questo tipo di repertorio non sia più diffuso e sia praticamente appannaggio dei soli pianisti francesi. Eric La Sage è certamente uno specialista di questo genere di repertorio: ha inciso tutta la musica da camera con pianoforte di Fauré e tutta la musica per pianoforte di Poulenc (oltre all'integrale della musica per pianoforte e da camera di Schumann, ma questa è un'altra storia). La Sage sfodera qui una grande sensibilità interpretativa e svolge la matassa del discorso musicale, a tratti anche denso e complesso, con grande chiarezza e naturalezza, e con un'ampia tavolozza di timbri a disposizione. Buona la qualità della registrazione, disponibile in formato liquido a 24 bits/88.20 kHz, con il pianoforte reso in modo limpido, omogeneo e coerente. In conclusione un disco che consiglio, sia per la scelta del repertorio, molto bello e ingiustamente trascurato, che per la qualità dell'interpretazione.
  2. Beethoven, le sonate per pianoforte. Friedrich Gulda, pianoforte. Universal Classics 2021 *** La Universal ristampa finalmente l'integrale delle sonate di Beethoven realizzata dal geniale pianista austriaco Friedrich Gulda per l'etichetta Amadeo dieci anni dopo l'integrale per la Decca degli anni '50. Il livello della registrazione è molto buono, soprattutto se confrontato con la precedente versione mono degli anni '50. Un'integrale di assoluto livello!
  3. E' uscito anche il quinto e ultimo volume di questa integrale delle sonate per violino e pianoforte di Mozart:
  4. Alina Ibragimova (violino), Cédric Tiberghien (piano) Mozart Violin Sonatas Hyperion 2017 *** Manca ancora il quinto volume per completare questa bella integrale delle sonate per violino e pianoforte di Mozart, ma già è un fioccare di premi e menzioni per Alina Ibragimova e Cédric Tiberghien. A dire il vero sorprende la scelta dei due artisti di dedicarsi alla registrazione di tutte le sonate per violino e pianoforte, che sono trentasei, non tanto per il numero, quanto per il livello compositivo molto poco omogeneo. Le prime 16 sonate furono composte da Mozart a un'età compresa tra i sette anni e i 10 anni, mentre le successive furono composte dopo una pausa di dodici anni tra il 1778 e il 1788. Nelle sonate di gioventù è il pianoforte che ricopre il ruolo principale, mentre il violino svolge un ruolo di accompagnamento, secondo una tendenza allora in voga. Erano pensate per essere eseguite in casa e molto probabilmente per mettere in risalto le capacità del giovane pianista. Il livello delle sonate successive varia molto a seconda delle circostanze in cui ciascuna sonata fu composta, principalmente dal committente e dalla bravura del violinista destinato a suonarla. Per fare un esempio la bellissima K454 fu eseguita davanti all'Imperatore Giuseppe II e suonata dalla violinista italiana Regina Strinasacchi, celebre a quei tempi, mentre la successiva e deludente K547, ultima delle sonate, fu probabilmente pensata, sebbene mai pubblicata in vita, per essere venduta come sonata facile a musicisti principianti. Tuttavia, anche le partiture più semplici possono portare a risultati sorprendenti quando affidate a musicisti di questo calibro. Alina Ibragimova è una violinista russa, cresciuta a Londra, Cédric Tiberghien è un pianista francese. Suonano insieme ormai da più di dieci anni e si sente! E' notevole la fluidità che riescono a imprimere al discorso musicale. Anche nelle sonate più semplici, la raffinatezza, la vitalità, la sensualità delle loro interpretazioni sono totali. Cédric Tiberghien ha un ruolo di primissimo piano e non delude: con un suono molto articolato e limpido, e un uso molto parsimonioso del pedale, rende perfettamente lo stile mozartiano. Ibragimova è sublime nell'intrecciarsi con le linee del pianoforte, in modo spontaneo e naturale, sempre originale, anche nelle numerosi parti ripetute. Anche se, in tutta onestà, ad un ascolto prolungato le sonate giovanili possono diventare rapidamente stucchevoli e forse avrebbe potuto avere un senso non inciderle proprio, questa integrale rappresenta un punto di riferimento certo per chi fosse interessato a questo repertorio.
  5. Sándor Veress, Trio per archi. Bela Bartók, Quintetto per pianoforte. Vilde Frang (violino), Barnabás Kelemen (violino), Lawrence Power (viola), Nicolas Altstaedt (violoncello), Alexander Lonquich (pianoforte). Alpha, 2019 *** E' sempre bello quando il caso ci fa fare scoperte interessanti! Ho ascoltato questo disco più che altro spinto dalla curiosità per il quintetto di Bartók e sono invece rimasto folgorato dal Trio per archi di Sándor Veress, compositore ungherese poco conosciuto, che probabilmente meriterebbe maggiore attenzione. Veress fu allievo di Bartók e Kodaly all'Accademia di Budapest e sostituì quest'ultimo alla cattedra di composizione fino al 1949 anno in cui preferì trasferirsi a Berna, per sottrarsi alle imposizioni del regime comunista, dove insegnò composizione e visse fino alla morte, avvenuta nel 1992. Tra i suoi allievi vi furono György Ligeti e György Kurtág, ma anche il celebre oboista e poi direttore d'orchestra Heinz Holliger, che si è fatto promotore delle composizioni di Veress. Davvero bello e intenso il Trio per archi, in cui Vilde Frang, Lawrence Power e Nicolas Altstaedt si tuffano con straordinaria partecipazione e bravura. E' una composizione del 1954 in due movimenti, ricca di contrasti e momenti sorprendenti. Mi ha appassionato di meno il quintetto per pianoforte di Bartók. Si tratta di una composizione giovanile (1903-1904, Bartok aveva 22-23 anni) che viene eseguita di rado, ma non per questo non interessante. E' un lavoro denso, appassionato, di chiara ispirazione romantica e con forti echi brahmsiani. Si ascolta molto volentieri. La mia perplessità è legata solo al fatto che non ha proprio niente a che vedere con il Bartok che conosciamo. Se fosse stato il lavoro di un altro compositore, probabilmente lo avrei apprezzato di più, sapendo invece che l'autore è Bela Bartók, mi viene invece da considerarlo per quello che è: un lavoro giovanile, bello, per carità!, ma anacronistico e avulso dal corpus delle composizioni per le quali l'ungherese è entrato nella storia della Musica. Ad ogni modo questo disco, realizzato in collaborazione con il Festival internazionale di musica da camera di Lockenhaus, ha il grosso merito di proporci due autentiche rarità, eseguite alla perfezione da un gruppo di ottimi artisti. E mi ha lasciato con la voglia, che appagherò al più presto, di andare ad ascoltare altre composizioni di Veress!
  6. Tchaikovsky: Gran Sonata Op.37, Le Stagioni. Nikolai Lugansky Naïve Classique 2017 *** Quando parliamo di Tchaikovsky è difficile che il pensiero vada subito alle sue composizioni per pianoforte, eppure la sua produzione pianistica fu piuttosto intensa. Si tratta per lo più di brani "leggeri" destinati a un'esecuzione da salotto. Fa eccezione la sua seconda sonata per pianoforte in sol maggiore, Op.37a, composta nel 1878. E' una composizione decisamente ambiziosa che gli costò diversi mesi di lavoro. Tchaikovsky rese omaggio al genere della sonata per pianoforte, ormai passato di moda da qualche decennio, (ma destinato a rifiorire proprio in Russia nei decenni a seguire), con lo sguardo rivolto al modello di Schumann. E' un'opera caratterizzata dal contrasto tra il tono eroico e monumentale del primo movimento e il carattere più intimo e lirico del secondo movimento. Lo scherzo e il finale riportano un clima più gioioso, se vogliamo tradizionale, a una composizione che al primo ascolto può lasciare un po' spiazzati per una certa sua disomogeneità. Dimenticata poi per diverso tempo fu il grande pianista sovietico Sviatoslav Richter a riscoprirla e a riproporla al pubblico. Per chi fosse interessato, ricordo un bel disco dell'etichetta Melodiya con la sonata di Tchaikovsky e i Quadri di Mussorgsky. Tutt'altra musica i 12 pezzi "caratteristici" delle Stagioni. Composti su commissione di Nikolay Matveyevich Bernard, editore della rivista "Il Novellista", si tratta di 12 brevi pezzi che furono pubblicati mensilmente nel 1876. Bernard propose un sottotitolo per ogni mese dell'anno e Tchaikovsky ne ricavò 12 gradevolissime piccole composizioni. Alcune sono delle vere e proprie gemme e anche piuttosto note, come la Barcarolle (Giugno) e la Troika (Novembre), suonato spesso da Rachmaninov come bis nei suoi concerti. Veniamo ora all'interpretazione di NIkola Lugansky. Per chi non lo conoscesse Lugansky è un pianista russo e uno dei migliori della sua (e non solo della sua) generazione. Allievo della grande Nikolaeva, si è affermato già negli anni '90 come interprete straordinario di Rachmaninov, Chopin e Prokofiev. Ha una tecnica straordinaria, un suono cristallino e uno stile interpretativo molto elegante, sobrio e poco incline al sentimentalismo. E così sono anche queste sue letture di Tchaikovsky, sobrie, eleganti e pulite. Lugansky è perfettamente a suo agio e convincente sia nei passaggi più drammatici e tempestosi (primo movimento della sonata) , sia in quelli più intimi e lirici (secondo movimento della sonata). Alcuni potrebbero sentire la mancanza di un po' di trasporto nella sua interpretazione, specialmente perché stiamo parlando di un autore come Tchaikovsky. E allora possiamo sempre fare riferimento all'incisione della Sonata del grande Richter (Melodiya), mentre per per Le Stagioni mi sentirei di raccomandare il disco di Pletnev (Erato 2005), che ha un approccio decisamente più fantasioso. In conclusione un ottimo disco che copre un repertorio poco frequentato. Mi sento di dire, però, che probabilmente non è uno dei dischi migliori del pur sempre bravissimo Lugansky.
  7. Chopin: 2 Notturni Op.55, 3 Mazurche Op.56, Berceuse Op.57, terza Sonata per pianoforte Op.58 Maurizio Pollini, pianoforte. Deutsche Grammophon 2019 *** Con una straordinaria carriera pianistica alle spalle, migliaia di concerti e decine di dischi che hanno fatto storia, mi sono chiesto che cosa abbia spinto Pollini, alla veneranda età di 77 anni, a ritornare in studio per registrare ancora una volta Chopin. Molti dei pezzi, poi, come la terza sonata o la Berceuse, li aveva incisi quando era all'apice del suo percorso artistico. E poi l'ultimo suo disco dedicato a Chopin del 2017 mi aveva lasciato l'impressione di un artista ormai alla fine (per poi in parte ricredermi lo scorso anno con la sua lucida e moderna lettura del secondo libro dei Préludes di Debussy). Così, con la consapevolezza di chi sta andando incontro a una delusione, mi sono avviato ad ascoltare questo disco, con ben poche aspettative. Invece, è stata una sorpresa trovare un Pollini diverso dal solito. Decisamente più lirico e espressivo, con un'inconsueta flessibilità ritmica, è un Pollini che ha perso un certo suo tratto di nervoso e aggressivo, che emerge a tratti in alcuni dischi e dal vivo, per trovare una nobile serenità. Un artista finalmente in pace con se stesso. D'altra parte Pollini è un consumato interprete di Chopin, basti sentire l'eleganza belcantistica con cui conduce la melodia del Notturno Op.55 n.1 o della Berceuse. E anche se nei passaggi più impegnativi non troviamo più la tecnica infallibile di un tempo, le mani filano ugualmente veloci e senza troppe preoccupazioni. In conclusione un buon disco, che probabilmente non aggiunge molto al glorioso lascito discografico di Pollini, ma che ci mostra un'artista che, arrivato in tarda età, ha ancora il coraggio, la voglia e la passione per sperimentare percorsi diversi.
  8. Yuja Wang, the Berlin recital. Musiche per pianoforte di Rachmaninov, Scriabin, Ligeti, Prokofiev. Deutsche Grammophon 2018 *** Esce per DG la registrazione di un concerto della pianista Yuja Wang tenutosi alla Philarmonie di Berlino a giugno del 2018. Già da alcuni anni inserita nella centrifuga dello star system musicale, la trentaduenne pianista cinese riesce a mantenere un livello qualitativo sempre altissimo, migliorando anno dopo anno. Sarà merito anche della scelta di tenere pochissimi concerti da solista, nonostante il suo fittissimo calendario, privilegiando il repertorio con orchestra e la musica da camera, scelta che probabilmente la preserva da una logorante e per molti versi alienante routine, permettendole un proficuo e continuo scambio con altri musicisti. Tornando al concerto berlinese, Wang propone un bel programma tutto novecentesco e per tre quarti russo. Esegue brani di Rachmaninov, Scriabin, Ligeti e Prokofiev, tutti autori che ha in repertorio da diversi anni e per i quali, penso a Prokofiev e Rachmaninov, ha una spiccata familiarità. Si comincia con alcuni pezzi di Rachmaninov: dal celebre preludio op.23 n.5, non proprio un pezzo semplice per iniziare un concerto, passando ai due études-tableaux op.39 n.1 e op.33 n.3 e chiudendo con il magnifico preludio op.32 n.10. Se il preludio op.23 n.5 è reso con straordinaria bellezza e passione, mi hanno convinto leggermente di meno gli étude-tableaux (si può fare il confronto con il magnifico disco di Stephen Osborne del 2018 per Hyperion) e il preludio op.32 n.10, a mio avviso reso con maggiore tensione emotiva da Nikolai Lugansky (Harmonia Mundi 2018). Si passa così alla Sonata n.10 Op.70 di Scriabin. Questa breve sonata in un solo movimento (12 minuti scarsi) rappresenta uno dei momenti più alti del pianismo di Scriabin, che la definì “sonata d’insetti” per il suo tentativo di cogliere il battito vitale e solare dell’elemento naturale che ci circonda. E’ un pezzo molto interessante (e incredibilmente impegnativo) anche per il suo ricorso al trillo come elemento non tanto ornamentale, bensì strutturale della composizione. L’interpretazione di Yuja Wang è bella e intensa, regalandoci qui il momento più alto di tutto il concerto. Siamo lontani dall’elettrizzante eccitazione della celebre interpretazione di Horowitz. Wang ci conduce con grande semplicità dai misteriosi sussurri delle battute iniziali al successivo svolgimento palpitante e frenetico, in un climax reso con molta coerenza e incredibile limpidità. Seguono tre brevi études del compositore ungherese György Ligeti (n.3 “Touches bloquées), n.9 “Vertige”, n.12 “Désordre”). L’abilità tecnica di Wang non ha problemi a domare questi pezzi famosi per la difficoltà, ma qui non è solo questione di bravura: la pianista cinese ci mette molto altro e il confronto con l’edizione considerata di riferimento, quella del chirurgico Pierre Laurent Aimard, parla chiaro. Il programma si conclude con la Sonata per pianoforte n.8 op.84 di Sergej Prokofiev. Ultima delle tre sonate “di guerra” del compositore russo, quest’opera si differenzia dalle altre due per l’impronta decisamente meno drammatica. E’ una sonata lunga e complessa da rendere in modo coeso da un estremo all’altro. Qui alla Wang, che si distingue per brillantezza e effervescenza e per la delicatezza con cui affronta l’Andante sognando del secondo movimento, manca probabilmente la tensione e l’energia di un Gilels (che fu il primo a eseguire in pubblico questa sonata) o di un Richter (celebre la sua registrazione per DG). Ma i nostri sono altri tempi, Gilels e Richter avevano storie e culture molto lontane da quella della giovane pianista cinese. Il disco si conclude qui, ma DG ci concede la possibilità di acquistare separatamente un supplemento, che penso sia disponibile solo in formato “liquido”, con i sfavillanti bis che hanno chiuso il concerto e che immagino abbiano lasciato il pubblico in estasi: Tirando le somme, complessivamente un ottimo concerto, elettrizzante dalla prima all'ultima battuta, che a mio avviso ha raggiunto l'apice con la Sonata n.10 di Scriabin. Molto buona la qualità dell'incisione, che ci fa dimenticare la presenza del pubblico (applausi solo alla fine e rumori del pubblico poco percepibili), con un pianoforte reso in modo convincente, con buona dinamica e immagine. Solo nei primi minuti si avverte un po' di saturazione nei fortissimo, problema poi risolto dagli ingegneri del suono nel resto del concerto.
  9. Stravinsky, Elégie, Duo concertant, Histoire du soldat. Isabelle Faust, Alexander Melnikov, Dominique Howitz, etc. Harmonia Mundi 2021 *** Melnikov è decisamente più a suo agio nel repertorio russo e con la sua fedele compagna di musica da camera, la bravissima Isabelle Faust. Qui si producono nel bel duetto concertante per violino e piano di Stravinsky. Il piatto forte del disco è l'Histoire du soldat, recitata in francese dall'attore Dominique Horwitz. Molto interessante, ma più difficile da digerire.
  10. Mahler: das Lied von der Erde Robert Dean Smith, tenore. Gerhild Romberger, contralto. Budapest Festival Orchestra, Direttore Ivan Fischer. Channel Classics 2020 *** Mahler: das Lied von der Erde Robert Dean Smith, tenore. Sarah Connolly, contralto. Rundfunk-Sinphonieorchester Berlin, Direttore Vladimir Jurowski. Pentatone 2020 *** Mahler: das Lied von der Erde Yves Saelens, tenore, Lucile Richardot, contralto. Het Collectief, Direttore Reinbert De Leeuw. Alpha 2020 *** Il Canto della Terra, composto negli ultimi anni di vita di Mahler, rappresenta probabilmente uno dei punti più alti della su arte. E’ un’opera particolare, che Mahler definisce sinfonia, ma che curiosamente non rientra nel computo delle sue sinfonie (scaramanzia?). E’ composto da sei lieder orchestrali per tenore e contralto, su testi tratti da un’antologia di poesie cinesi curata da Hans Bethge, di cui l’ultimo, il meraviglioso Der Abschied, dura quanto gli altri cinque messi insieme. Fu composto nel periodo buio che seguì la scomparsa della figlia primogenita di Gustav e Alma a soli cinque anni nel 1907, anni in cui il loro matrimonio entrò in crisi e in cui a Mahler fu diagnosticata una patologia cardiaca che lo portò alla morte nel 1911. i coniugi Mahler cercarono rifugio dal loro dolore in Val Pusteria, nei pressi di Dobbiaco, dove Gustav si fece costruire una piccola capanna per poter comporre. E fu quindi nei boschi ai piedi delle Dolomiti che portò a compimento nel 1908 il Canto della Terra, che però fu rappresentato postumo solo nel 1911. Opera figlia di un dramma personale, ma anche così rappresentativa di un periodo storico che stava per svanire, ha avuto interpretazioni storiche di grande valore (Walter, Klemperer, Jochum, Berntein, Kubelik) con voci straordinarie (Ludwig, Ferrier, Wunderlich, Haefliger, tra gli altri). Stupisce vedere nel 2020 uscire in contemporanea tre nuove incisioni del Canto del Terra di ottimo livello. Si tratta di tre produzioni che hanno però degli elementi distintivi. Vediamole ordine cronologico di registrazione. Ivan Fischer La prima è quella pubblicata da Channel Classics che vede la Budapest Festival Orchestra diretta da Ivan Fischer. Robert Dean Smith è il tenore, Gerhild Romberger il contralto. Si tratta di una registrazione effettuata a marzo del 2017. Vladimir Jurowski La seconda esce per Pentatone e si tratta di una registrazione live di un concerto che si è tenuto nel mese di ottobre del 2018 alla Philarmonie di Berlino. La Rundfunk-Sinphonieorchester di Berlino è diretta da Vladimir Jurowski. Ritroviamo anche qui Robert Dean Smith, a distanza di un anno e mezzo dalla prova con Fischer, e Sarah Connoly come contralto. Reinbert De Leeuw La terza e più recente esce per Alpha ed è quella più particolare. Si tratta di un arrangiamento per quindici strumentisti più le due voci eseguito dallo stesso Reinbert De Leeuw, che qui è anche alla direzione. Le voci sono quelle di Yves Saelens e Lucile Richardot. La registrazione è del gennaio del 2020. Fu il canto del cigno di De Leeuw, che morì il mese successivo. Come dicevo si tratta di tre interpretazioni di grande spessore. Nel primo dei tre, Fischer può contare su un’orchestra, la sua orchestra, in forma smagliante e su un’ottima coppia di cantanti. Smith domina la partitura con naturalezza. La Romberger pure, ma mi è parsa meno emotivamente coinvolta e coinvolgente rispetto alle grandi interpreti del passato. Diciamo che interpreta il ruolo con un maggiore understatement. L'affiatamento tra direttore e orchestra è tale, che la Budapest Festival Orchestre sembra essere un'emanazione del pensiero di Fischer. Robert Dean Smith, protagonista delle versioni di Fischer e Jurowski. La versione di Jurowski ha i pregi (tanti) e i difetti (pochi) di un live: al di là della magnifica prova orchestrale, sono le voci che fanno la differenza. Smith, a distanza di un anno e mezzo dalla registrazione con Fischer, sembra aver maturato ancora di più la propria parte o forse l’esibizione dal vivo gli dà quell’adrenalina in più che gli fa fare un’ulteriore salto di qualità. La Connoly da un lato ci emoziona più della Romberger con Fischer, dall’altro ci lascia un po’ perplessi per un vibrato che a tratti (ahimè nei momenti più belli) sembra essere fuori controllo. Sarah Connoly Dovendo scegliere tra Fischer e Jurowski (scelta davvero difficile!), probabilmente sceglierei il primo, perché offre il risultato più omogeneo (la Connoly in certi momenti non mi è proprio andata giù, non me ne voglia). Gerhild Romberger Il terzo Canto della Terra, quello di De Leeuw, è davvero particolarissimo. De Leeuw sceglie di arrangiare la partitura riducendo l’immenso organico orchestrale di Mahler ad appena una quindicina di strumentisti (qualcuno suona due strumenti). L’effetto è davvero particolare e devo dire che non sembra assolutamente di ascoltare una versione semplificata o addirittura impoverita del capolavoro mahleriano, quanto piuttosto un Canto della Terra portato ai suoi elementi essenziali, in cui ogni musicista dà il meglio di sé. I cantanti, Yves Saelens e Lucille Richardot, offrono un’ottima prova, ma a differenza dei loro colleghi hanno forse la vita più semplice, non dovendo rivaleggiare con un’orchestra di grandi dimensioni, ma con un ensemble da camera. Lucille Richardot In questi mesi bui, queste pagine pregne di un senso commiato e di febbrile malinconia, mi hanno offerto quella consolazione che solo la musica può dare. Fischer, Jurowski e De Leeuw e i loro splendidi musicisti e cantanti le interpretano in modo diverso, ma con uguale sottigliezza e profonda immedesimazione. Pur andando la mia preferenza a Fischer, raccomando caldamente l’ascolto di tutte e tre le versioni!
  11. Igor Levit, Life. Musiche per pianoforte di Busoni, Brahms, Schumann, Rzewski, Liszt, Evans. Sony 2018 *** Ad ogni nuovo disco del trentunenne pianista Tedesco Igor Levit rimango senza parole. Prima l'esordio con le ultime cinque sonate di Beethoven, affrontate con una maturità e una intensità impressionanti, poi le Partite di J.S. Bach, successivamente un poderoso triplo disco contenente le variazioni Goldberg, le variazioni Diabelli e le bizzarre 36 variazioni di Frederic Rzewski “The people united will never be defeated!”. Tutto questo nell’arco di soli tre anni. Ora esce con un doppio disco, intitolato Life, un concept album che letteralmente svernicia i diversi album a programma, spesso molto simili tra loro, che le etichette discografiche ci stanno proponendo (o propinando?) sempre più frequentemente. Il programma è denso e originale, ricco di opere che non si ascoltano spesso (vivaddio!) e in grado di passare dalle epiche costruzioni di un Busoni a momenti di lirica riflessione. L’idea di questo album nasce da un momento di profonda sofferenza di Igor Levit per la morte di un caro amico avvenuta nel 2016. Ma questo programma, già dal titolo “Life”, celebra in qualche modo la continuità dell’esistenza, ma anche la continua rinascita del pensiero musicale di un compositore attraverso le riletture degli interpreti e soprattutto tramite le diverse rielaborazioni che ne possono fanno i compositori successivi. Basta uno rapido sguardo alla scaletta per accorgersi che è ricca di trascrizioni e omaggi ad altri compositori (Busoni-Bach, Brahms-Bach, Liszt-Wagner, Busoni-Liszt-Meyerbeer). L'elemento del lutto o della morte rimane tuttavia un elemento ben presente in diversi brani del disco. Si comincia infatti con Busoni e la sua Fantasia da Bach BV 253, dedicata alla memoria del padre scomparso. L'interpretazione è intensa e dolente, di un minuto più lunga della versione di Marc-André Hamelin del 2013 per Hyperion, che però tendo a preferire. Segue la trascrizione di Brahms della Ciaccona per violino solo dalla seconda partita di Bach per pianoforte, per la sola mano sinistra. Qui Levit ha preferito la rispettosa rilettura di Brahms alla più virtuosistica rilettura di Busoni, che considera più un pezzo da concerto. La sua interpretazione è pura ed essenziale, decisamente diversa dalla versione di Trifonov, più lunga di 2 minuti e mezzo e più...eccessiva in tutto. Levit è più misurato e lascia che le emozioni si accumulino gradualmente man mano che la musica avanza, evitando di eccedere con la retorica. Il terzo brano in programma sono le cosiddette Geistervariationen (Variazioni fantasma) WoO 24 di Robert Schumann. Sono l'ultima opera per pianoforte composta da Schumann prima che venisse internato in manicomio. Il povero Schumann sosteneva che il tema gli fosse stato suggerito da delle voci di angeli e durante la composizione delle variazioni tentò il suicidio gettandosi nelle gelide acque del Reno. Si tratta di un lavoro eseguito di rado, che possiede una sua scarna bellezza, sicuramente molto lontano dalle scintillanti e fantasiose opere giovanili. Si arriva quindi al lavoro del compositore americano Frederic Rzewski "A Mensch" del 2012, dedicato alla memoria dell'attore e poeta Steve Ben Israel, che lo stesso Levit aveva ascoltato in concerto insieme al suo amico scomparso. Si torna poi indietro nel tempo con la trascrizione di Liszt della marcia solenne al sacro Graal dal Parsifal di Wagner (S.450). L'interpretazione è tesa, magistralmente controllata, così intensa da togliere il fiato. Si arriva così al pezzo più lungo e complesso del disco: la mastodontica composizione di Liszt Fantasia e Fuga sulla corale "Ad nos, ad salutarem undam" di Meyerbeer (S.259) nella trascrizione dall'organo al pianoforte ad opera di Busoni. Chiaramente la trasposizione dall'organo al pianoforte ci riconsegna un pezzo che sembra totalmente nuovo rispetto all'originale. Io l'ho trovato molto bello, con il meraviglioso Adagio centrale, onirico nella versione per organo, che qui diventa qualcosa di trascendente. Si continua con Liszt e la sua trascrizione del Liebestod di Isotta, dal Tristano e Isotta di Wagner. La versione di Levit è di circa un minuto più lunga di quella di Alfred Brendel, che però a mio modo di vedere ci regala una lettura più avvincente. Ci si avvia alla conckusione del disco e passando dalla breve e dolce Berceuse tratta dalle Elegie BV 249 di Busoni, si arriva, con una certa sorpresa, alla lirica e meditativa Peace Piece, celebre brano del jazzista statunitese Bill Evans, improvvisato durante le registrazioni di "Everybody digs Bill Evans" (Riverside, 1959). Già Jean-Yves Thibaudet aveva ripreso questa composizione nel suo disco del 1997 dedicato a Bill Evans (Conversations with Bill Evans, Decca). Levit nei tempi è più vicino alla versione di Evans di quanto non lo sia Thibaudet, decisamente più lento. Il pezzo con la sua serenità prende per mano l'ascoltatore e lo accompagna fuori da un percorso contraddistinto da una certa cupezza. In sintesi un programma molto interessante e originale, che tiene la strada nonostante una certa eterogeneità dei pezzi, eseguito in modo straordinario da un pianista che si conferma dotato di una intelligenza interpretativa e di una maturità fuori dal comune. Sicuramente, visti il tema conduttore del disco e l'intensità emotiva che ne deriva, va ascoltato con una certa predisposizione d'animo. Per me è uno dei migliori dischi del 2018.
  12. Claude Debussy, Préludes II livre, La Mer (trascrizione a 4 mani) Alexander Melnikov, Olga Pashchenko Harmonia Mundi 2018 *** Sono passati pochi mesi da un disco di Alexander Melnikov che ci era piaciuto particolarmente e che avevamo recensito su queste pagine ed ecco, a sorpresa, un’altra incisione del pianista russo. Esce nella serie che Harmonia Mundi sta pubblicando in occasione del centenario della morte del compositore francese. Bisogna dire che non sono mancati quest’anno i pianisti che hanno omaggiato Debussy sfruttando questa ricorrenza: dagli anziani Daniel Barenboim, Maurizio Pollini, Menahem Pressler al giovane Seong-Jin Cho (che avevamo segnalato qui), fino agli inglesi Steven Osborne e Stephen Hough, con risultati più o meno buoni. Melnikov come di consueto utilizza uno strumento d’epoca, in questo caso un magnifico Erard del 1885 restaurato di recente. E lo utilizza straordinariamente bene nel rendere tutta una serie di sfumature e timbri ai quali non siamo abituati con gli strumenti moderni. Il programma è dedicato al secondo libro dei Préludes e si chiude con la trascrizione per pianoforte a quattro mani dello stesso Debussy de La Mer, per la quale Melnikov è affiancato da Olga Pashchenko. E’ chiaro che sono i Préludes il piatto forte di questo disco. Melnikov ancora una volta dimostra una sorprendente capacità nello sfruttare tutte le sonorità messe a disposizione dello strumento a beneficio della composizione e delle sue scelte di interprete. La partitura viene rispettata con grande fedeltà e resa con sensibilità e maestria nei minimi dettagli. E poi c’è questo strumento incredibile, che ha carattere e permette soluzioni timbriche difficilmente ottenibili su uno strumento moderno. L’arrangiamento a quattro mani de La Mer è sicuramente un “riempitivo” interessante, poco eseguito e in questo caso ben eseguito. Durante l’ascolto ci si accorge di dettagli che nella partitura per orchestra si avvertono di meno. Rimane comunque una trascrizione per pianoforte di una lussureggiante partitura orchestrale, con tutti i limiti imposti dallo strumento. In conclusione, nell’anno del centenario della morte di Debussy questo è uno dei dischi che ho apprezzato di più e che mi sento di consigliare senza esitazione.
  13. Alexander Melnikov: Four Pianos, Four Pieces. Franz Schubert, Fantasia in Do Maggiore D760 " Wanderer". Pianoforte Alois Graff, Vienna 1828-1835 circa. Fryderyc Chopin, 12 Etudes Op.10. Pianoforte Erard, Parigi 1837. Franz Liszt, Réminiscences de "Don Juan". Pianoforte Bösendorfer, Vienna 1875 circa. Igor Stravinsky, Tre movimenti da Petrushka. Pianoforte Steinway & Sons, Model D-274 Concert Grand. 2014. Harmonia Mundi 2018. *** In tutta onestà, quando ho letto di questo album in cui quattro diverse composizioni vengono suonate su altrettanti pianoforti, ho pensato all'ennesima trovata di marketing, pur conoscendo la serietà di Melnikov. E così, una volta comprato il disco in formato 96/24, mi sono messo all'ascolto, con quell'ombra di pregiudizio di chi guarda ancora con sospetto alle esecuzioni con strumenti d'epoca. E invece...bum!...una rivelazione: Melnikov spazza via tutti i miei pregiudizi e il suo disco si rivela essere uno splendido omaggio al popolare strumento a tastiera. Ma partiamo dall'inizio. Lo sviluppo del pianoforte in senso moderno avviene in epoca romantica con il francese Sébastien Erard, innovatore della meccanica dello strumento con accorgimenti tecnici impiegati ancora oggi (ad esempio il cosiddetto "doppio scappamento"). Successivamente l'introduzione dei telai in metallo e di casse armoniche più ampie, intorno al 1840, e quindi la possibilità di aumentare la tensione delle corde e di conseguenza la potenza del suono, mantenendo più a lungo l'accordatura, ha portato il pianoforte a essere utilizzabile anche in sale da concerto più ampie. Ma il percorso dai primi pianoforti dei vari Erard, Pleyel, Graff agli attuali pianoforti da concerto fu piuttosto lungo e l'evoluzione della meccanica procedette parallelamente all'evoluzione del suono prodotto. Ascoltare l'Alois Graff del 1835 usato qui da Melnikov per la fantasia Wanderer di Schubert ci riporta in una dimensione timbrica molto, molto diversa da quella alla quale siamo abituati con i moderni strumenti. E' uno strumento particolare, con un'ottava in meno rispetto agli attuali pianoforti, con i martelletti rivestiti di pelle (quello moderni sono di feltro) e ben cinque pedali a disposizione del pianista per produrre diversi effetti, da quello per suonare a "una corda" a quello che il libretto chiama "drum/bells" (tamburo e campane!). E' un pianoforte che appartiene allo stesso Melnikov e si sente, perché la facilità con la quale tira fuori tutto il meglio da questo strumento così particolare deve avergli richiesto una lunga pratica. E ricordiamoci che qui Melnikov non sta suonando una sonata di Mozart, ma la diabolica Fantasia Wanderer. Se la prima impressione è quella di un suono sferragliante, basta ascoltare l'inizio del secondo movimento per capire che nessun pianoforte moderno possa restituire l'atmosfera creata da questo Alois Graff. Negli Etudes Op.10 Melnikov usa un Erard del 1837 con martelletti in feltro. Chopin prediligeva per i suoi concerti i Pleyel e gli Erard e sono proprio alcune innovazioni meccaniche di questi ultimi, come il "doppio scappamento", che favorisce il legato e la rapida ripetizione della stessa nota, così come "la sordina", che facilitano quello che la scuola francese chiama il "jeu perlé". Anche il Boesendorfer, utilizzato qui nelle Rémoniscences de "Don Juan" di Franz Liszt, appartiene alla collezione personale di Melnikov. E' uno strumento viennese del 1875 con i martelletti in feltro rivestiti di pelle. A detta dello stesso Melnikov è un animale difficile da domare, con una meccanica primitiva rispetto agli Erard di quarant'anni prima, che rende particolarmente difficile il legato e le note ripetute, ma con un suono molto caratteristico e ricco. Melnikov lo suona ormai da vent'anni e lo ha già impiegato in tre incisioni dedicate a Brahms. Le Réminiscences sono un altro pezzo di bravura e qui l'accoppiata pianista-strumento, nonostante questo particolare brano non sia tra i miei prediletti, mi ha convinto ancor più che nelle due composizioni precedenti. Questo Boesendorfer è già uno strumento più maturo rispetto ai due precedenti, così il salto allo Steinway, sebbene lontano anni luce, non è poi così fuori misura. Lo Steinway Modello D è un bestione lungo 274 centimetri e pensato per le moderne sale da concerto: E' uno strumento da circa 100.000€, diffusissimo nelle sale da concerto di tutto il mondo, caratterizzato da una dinamica straordinaria e dal suono omogeneo e brillante. Qui Melnikov usa un bello Steinway nei difficilissimi tre movimenti da Petruschka di Stravinsky, composizione del 1921 ispirata al celebre balletto e pensata per Arthur Rubinstein. Anche qui, come nei pezzi precedenti, la tecnica pianistica e lo strumento sono solo dei mezzi attraverso i quali passa la ri-creazione del brano musicale. Mi rendo conto di aver parlato fin qui più che altro di pianoforti, com'è normale, ma vi assicuro che, in tutte le composizioni di questo disco, appena superati i primi momenti di ascolto in cui l'orecchio si adatta al suono dello strumento utilizzato, ci si abbandona con piacere al fascino dell'universo musicale e sonoro creato da Melnikov. E' un pianista che seguo con molto interesse da qualche anno, sia come solista, sia insieme alla violinista Isabelle Faust. Sapevo della sua passione per gli strumenti del passato e infatti lo avevo già acoltato alle prese con pianoforti d'epoca, come nell'ultimo disco insieme alla Faust con musiche di Fauré e Chausson, dove suona un Erard. Questo disco va molto oltre e, come dicevo all'inizio, per me rappresenta uno splendido omaggio al pianoforte attraverso due secoli di storia. Può essere interessante sapere che Melnikov ha proposto un esperimento simile anche dal vivo, portando tre diversi strumenti in scena. Un ultima nota riguarda alla qualità della registrazione. Restituire le diverse sonorità e le diverse dinamiche di quattro strumenti così diversi tra loro deve aver rappresentato una bella sfida per gli ingegneri del suono. La sfida è nel complesso riuscita, il livello complessivo della registrazione è ottimo, con l'eccezione di Stravinsky, in cui, se da un lato vengono comunque preservati la dinamiche e i timbri meravigliosi di questo strumento, dall'altro un posizionamento dei microfoni troppo vicino alle corde produce un suono che fatico a riconoscere come naturale. In conclusione, se non l'aveste ancora capito, per me questo è un bellissimo disco, candidato a essere uno dei migliori del 2018. Lo è per l'idea che ne sta alla base, ma soprattutto per come è stata realizzata. Bravo Melnikov!
  14. Franz Liszt, Années de pèlerinage première année, Suisse; Légende N.2, Saint François de Paule marchant sur les flots.Francesco Piemontesi, pianoforte.Orfeo 2018 *** E’ uscito per Orfeo il primo volume delle Années de pèlerinage di Liszt ad opera del trentacinquenne pianista svizzero Francesco Piemontesi, già recensito su queste pagine in alcuni concerti di Mozart. Il CD è accompagnato da un DVD contenente un film di Bruno Monsaingeon, celebre regista canadese autore di molti ritratti dei maggiori musicisti del nostro tempo. E’ questo il primo capitolo di un progetto più ampio che comprenderà nei prossimi anni anche il secondo e terzo volume delle Années. Pubblicato nel 1855, il primo volume degli Anni di pellegrinaggio, dedicato alla Svizzera, raccoglie materiale composto e rielaborato nell’arco di un ventennio e in parte già pubblicato dall’autore nell’Album d’un voyageur del 1842. Si tratta di una Suite di nove pezzi caratterizzata da evidenti riferimenti sia naturalistici che letterari. I brani sono infatti preceduti da citazioni di Schiller, Byron e Sénancour. In questa raccolta ci sono alcune tra le pagine più belle e celebri che Liszt abbia composto, autentico banco di prova per i più grandi pianisti. Su alcune di esse si sono cimentati i più grandi specialisti lisztiani, dal grande Lazar Berman a Arrau, Kempff, Bolet e Brendel. E proprio il grande pianista austriaco Alfred Brendel è stato uno dei maestri di Francesco Piemontesi, ma il pianista svizzero ha sviluppato un linguaggio proprio, piuttosto diverso da quello del suo maestro. Sebbene siano pezzi tecnicamente molto impegnativi, anche se non al livello degli Studi Trascendentali, l’aspetto virtuosistico passa decisamente in secondo piano, dominato in modo magistrale da Piemontesi. che appare sempre tranquillamente a proprio agio con queste pagine, affrontate con una sensibilità e una profondità di lettura poco comuni. Molto diverse le sue interpretazioni ad esempio da quelle di Bertrand Chamayou (Naive, 2011), più rapide, effervescenti e, sì, più virtuosistiche. Siamo certamente di fronte a un disco importante di un artista maturo, in grado di competere con i mie riferimenti, anche se forse a Piemontesi manca ancora la sacralità di un Berman o il guizzo di un Brendel. Aspettiamo con curiosità i prossimi dischi. Il secondo volume è già stato inciso e dovrebbe essere in uscita nei prossimi mesi.
  15. Franz Schubert, Winterreise D.911. Ian Bostridge, tenore, Thomas Adés, pianoforte. Pentatone 2019 *** Il tenore inglese Ian Bostridge è molto legato al Winterreise, il famoso e magnifico ciclo di lieder di Franz Schubert. E’ l’opera con la quale debuttò nel 1993, l’aveva incisa nel 1997 per un documentario e l’aveva già portata su disco nel 2004 con Leif Ove Andsnes, in un’ottima interpretazione. Bostridge con Andsnes. Bostridge è un cantante con un timbro e uno stile così particolari, che solitamente il pubblico si divide tra fervidi ammiratori e inaciditi detrattori. Non essendo né l’uno, né l’altro, mi sono approcciato a questo disco, senza particolari pregiudizi, con solo un lontano ricordo della sua precedente incisione con Andsnes e natualmente la conoscenza di tante altre versioni, comprese quelle relativamente recenti di Goerne (con un grande Eschenbach al pianoforte) e Kaufmann. Al pianoforte troviamo Thomas Adés, compositore inglese tra i più famosi e eseguiti in questi anni, che già aveva collaborato con Bostridge in lavori propri. Insieme hanno eseguito Winterreise durante una serie di concerti in Europa e negli Stati Uniti e questo disco è la registrazione dal vivo di una serata alla Wigmore Hall di Londra a Settembre del 2018. Bostridge con Adés in concerto. La voce di Bostridge è così peculiare che il primo ascolto può essere sorprendente o sconcertante. Non stupisce certo per il bel timbro e, come dicevo sopra, la reazione può essere di amore o odio. Quello che però rende questo disco a mio avviso straordinario è l’assoluta autenticità della sua interpretazione. Bostridge si è calato nel ruolo e lo abita “dal di dentro” con una naturalezza e una ricchezza di accenti che mette i brividi. Probabilmente, trattandosi di una registrazione dal vivo, anche questo ha contribuito al pathos della sua lettura, insieme a certe libertà espressive che in studio di registrazione difficilmente si prendono. Thomas Adés si rivela un partner di prim’ordine, non tecnicamente sopraffino come un Andsnes o un Eschebanch, ma assolutamente efficace nella resa musicale. Adés sceglie uno stile più equilibrato e rassicurante che mette in risalto proprio la tormentata espressività di Bostridge. Tante le differenze con la registrazione con Andses nel 2004, com’è normale che sia. Su tutte segnalo l’insolita lentezza di Die Krähe, probabilmente due volte più lento di qualsiasi altra edizione, che acquista così un carattere del tutto nuovo, tra il misterioso e lo spettrale. In conclusione, questo è un disco che per me è stata una vera e propria rivelazione e che, per la potenza della narrazione più che per la bellezza del canto, merita di stare al fianco delle migliori letture del Winterreise. Ottima la qualità della registrazione, con gli ingegneri della Pentatone che riescono a metterci di fronte agli interpreti, senza farci percepire la presenza del pubblico.
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