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Quando solo immaginarlo era già un’impresa
Oggi un 28mm f/1.4 non sembra più un oggetto impossibile. Nikon ne ha costruito una versione moderna, l’AF-S 28mm f/1.4E ED; Sigma ha affrontato lo stesso tema con uno dei suoi più ambiziosi Art, mettendo in campo vetri speciali, superfici asferiche, peso e potenza di calcolo ottico in quantità impensabili soltanto pochi decenni prima. Entrambi si trovano oggi sul mercato dell’usato a prezzi sorprendentemente competitivi, talvolta persino inferiori a quelli richiesti per il loro antenato. Ma questa è la prospettiva di chi conosce già il risultato: sappiamo che un 28mm f/1.4 si può costruire perché ne abbiamo visti tre. All’inizio degli anni Ottanta, quando qualcuno in Nikon cominciò seriamente a immaginarlo, la situazione era molto diversa.
Il 28mm era il grandangolare classico del fotogiornalista, abbastanza ampio da contenere una scena e abbastanza naturale da non trasformarla in spettacolo. Nikon aveva già in catalogo il prestigioso 28mm f/2, mentre il 35mm f/1.4 aveva dimostrato che un grandangolare di grande apertura poteva essere realizzato senza rinunciare alla qualità. Passare da 35 a 28 millimetri mantenendo f/1.4, tuttavia, non significava allargare un poco l’angolo di campo. In uno schema retrofocus, necessario per lasciare dietro l’obiettivo lo spazio occupato dallo specchio della reflex, tutte le difficoltà crescevano insieme: dimensione delle lenti, astigmatismo, curvatura di campo, aberrazioni fuori asse e soprattutto coma sagittale, il difetto che trasforma una sorgente luminosa puntiforme ai margini del fotogramma in una piccola figura alata.
Nikon aveva già affrontato quel problema con il Noct-Nikkor 58mm f/1.2, presentato nel 1977 e costruito intorno a una lente asferica lavorata con una precisione che conservava ancora qualcosa dell’artigianato scientifico. Il Noct non serviva semplicemente a raccogliere molta luce, ma a rispettarne la forma: mantenere piccoli e riconoscibili stelle, lampioni e riflessi notturni, evitando che si dissolvessero in comete verso la periferia. Il 28mm f/1.4 nacque dal desiderio, apparentemente temerario, di portare lo stesso principio dentro un vero grandangolare.
La stessa Nikon racconta che il progetto cominciò circa dieci anni prima della commercializzazione. Dieci anni non per aggiornare un obiettivo già esistente, ma per capire se fosse realmente possibile costruirlo. Progettisti ottici e tecnici incaricati della produzione delle superfici asferiche dovettero procedere insieme: gli uni cercavano la forma necessaria, gli altri un metodo sufficientemente preciso e ripetibile per realizzarla. Da questo lavoro nacque una nuova tecnica di molatura delle superfici asferiche, più accurata e produttiva di quelle precedenti, in seguito utilizzata anche per l’AF 20-35mm f/2.8D.
Nemmeno questo bastò. Dopo anni di sviluppo venne realizzato un prototipo funzionante, ma il controllo qualità Nikon ne bloccò la produzione. Le prestazioni erano paragonabili a quelle del già affermato 28mm f/2 e peggioravano alle distanze più brevi. Si sarebbe potuto accettare il compromesso, giustificandolo con il guadagno di un diaframma intero; ma se il nuovo 28mm doveva ereditare qualcosa dal Noct, non poteva limitarsi a essere più luminoso. Doveva fare a f/1.4 ciò che gli altri grandangolari non riuscivano a fare.
Il progetto tornò quindi al punto di partenza e passò attraverso il lavoro di quattro progettisti ottici, fatto eccezionale in un’azienda nella quale normalmente un solo responsabile seguiva un obiettivo dallo studio iniziale alla produzione. Venne ripensato anche il sistema di correzione alle brevi distanze: durante la messa a fuoco non cambiava un unico intervallo fra i gruppi, ma complessivamente quattro, permettendo di intervenire su aberrazione sferica, coma e astigmatismo proprio dove il primo prototipo aveva fallito.
Soltanto nel 1994 Nikon mise finalmente in commercio l’Ai AF Nikkor 28mm f/1.4D. Nel frattempo il mondo fotografico era cambiato. Quando lo sviluppo era iniziato, l’autofocus Nikon muoveva i primi passi e la F3 rappresentava il vertice professionale del sistema; quando l’obiettivo arrivò nei negozi, la F4 aveva già consolidato l’era AF e la F5 era vicina. Il 28/1.4D nacque quindi nella cultura della messa a fuoco manuale, ma raggiunse la produzione come autofocus a comando meccanico, completo di ghiera dei diaframmi e codifica della distanza. Esternamente apparteneva alla normale famiglia dei migliori Nikkor AF dell’epoca. Otticamente, normale non era affatto.
Bisogna anche ricordare che cosa significasse f/1.4 nel 1994. Una pellicola da 400 ISO costituiva ancora una sensibilità ordinaria per molti professionisti; 800 o 1600 ISO comportavano una scelta visibile, fatta di grana, contrasto, perdita di colore e riduzione della gamma tonale. Non esistevano sensori capaci di lavorare tranquillamente a 6400 o 12800 ISO, né programmi capaci di ripulire il rumore con un clic. Un diaframma guadagnato poteva determinare non la qualità relativa di una fotografia, ma la possibilità stessa di realizzarla.
Il 28/1.4D permetteva di entrare in una stanza, in una strada notturna, in un teatro o in un locale conservando la luce esistente e continuando a mostrare l’ambiente intorno al soggetto. Non isolava una persona cancellando il mondo alle sue spalle, come può fare un medio teleobiettivo luminoso; la collocava dentro quel mondo, conservandone relazioni, distanze e atmosfera. Era un obiettivo per fotografare non soltanto qualcuno, ma qualcuno da qualche parte, anche quando quel luogo era illuminato appena quanto bastava per essere visto.
Il suo valore storico nasce qui. Nikon non si limitò a costruire un obiettivo raro e costoso: decise che un 28mm f/1.4 quasi inimmaginabile meritasse comunque di essere immaginato, progettato, respinto, rifatto e infine prodotto. Per arrivare nei negozi impiegò circa dieci anni. Per diventare una leggenda, molto meno.
I dettagli sulla genesi, sul prototipo respinto e sui quattro progettisti provengono dal racconto tecnico ufficiale Nikon “The Thousand and One Nights – No. 28”, che collega esplicitamente questo obiettivo alla filosofia del Noct-Nikkor.

Undici lenti e quattro intervalli mobili
Osservato accanto al Nikon 28mm f/1.4E o, ancora di più, al monumentale Sigma 28mm f/1.4 Art, il vecchio 28/1.4D appare quasi piccolo. Pesa 520 grammi, è lungo circa otto centimetri e accetta filtri da 72mm: valori importanti per un grandangolare degli anni Novanta, ma sorprendentemente contenuti rispetto ai suoi discendenti. Non esibisce un’enorme lente frontale né un barilotto capace di annunciare da lontano le proprie ambizioni. Se non fosse per quel “1:1.4” inciso sull’anello anteriore, potrebbe essere scambiato per uno dei tanti solidi Nikkor AF dell’epoca.
Dentro troviamo undici elementi disposti in otto gruppi e una singola lente asferica di forte curvatura, ottenuta mediante molatura di precisione. Oggi anche obiettivi relativamente economici possono impiegare più superfici asferiche stampate; nel progetto del 28/1.4D, invece, una parte decisiva della correzione ricadeva su quell’unico elemento, la cui produzione dovette essere sviluppata insieme allo schema ottico.
Nei grandangolari retrofocus le superfici concave anteriori necessarie a ricavare spazio per lo specchio tendono a favorire proprio il coma sagittale che Nikon voleva contenere. I progettisti ridussero per quanto possibile la curvatura di quegli elementi e collocarono immediatamente davanti al diaframma una lente biconvessa molto pronunciata, associandola alla superficie asferica. Non era un dettaglio destinato a nobilitare la scheda tecnica, ma il cuore della costruzione: il mezzo con il quale cercare di conservare la forma delle sorgenti luminose fuori asse senza rinunciare né ai 28 millimetri né a f/1.4.
La sola superficie asferica non poteva garantire lo stesso comportamento dall’infinito alle distanze ravvicinate. Per questo Nikon sviluppò un sistema CRC particolarmente complesso, capace di modificare quattro intervalli interni durante la messa a fuoco. Il risultato è una distanza minima di 35 centimetri, oggi non eccezionale ma tutt’altro che banale per un progetto iniziato negli anni Ottanta, soprattutto perché l’obiettivo non doveva semplicemente arrivarvi: doveva conservare una resa coerente proprio dove il primo prototipo era stato giudicato insufficiente.
Il diaframma è composto da nove lamelle e si chiude fino a f/16. La ghiera posteriore riporta tutti i valori tradizionali e deve essere bloccata sulla minima apertura per affidarne il comando al corpo macchina. La lettera D indica la trasmissione dell’informazione sulla distanza di messa a fuoco, utilizzata dall’esposimetro e dal sistema flash Nikon: la forma più evoluta dell’integrazione elettronica prima che motore autofocus e diaframma elettromagnetico entrassero stabilmente dentro l’obiettivo.
Il motore autofocus, infatti, non c’è. La messa a fuoco viene azionata dalla presa meccanica presente sulla baionetta, il cosiddetto sistema “a cacciavite” dei Nikkor AF e AF-D. Sulle fotocamere prive del motore interno l’autofocus scompare; sulla D6, ultima ammiraglia reflex Nikon e probabilmente il corpo migliore mai costruito per azionare un obiettivo di questa generazione, il 28/1.4D può invece funzionare esattamente secondo il sistema per cui era nato. Non diventerà silenzioso come un AF-S, ma non sarà nemmeno trattato come un reduce adattato a una macchina che non lo comprende.
La costruzione esterna conserva montatura metallica, finestra delle distanze, scala della profondità di campo, ghiera dei diaframmi e un anello di messa a fuoco inevitabilmente meno ampio di quelli moderni. Non possiede stabilizzazione, trattamento al fluoro, diaframma elettromagnetico o guarnizioni dichiarate a ogni giunzione; possiede però la compattezza e la densità dei migliori Nikkor professionali della sua epoca. Uno degli schemi più tormentati della storia Nikon è racchiuso in un corpo che non sente il bisogno di dichiararlo.

Un MTF che non promette la perfezione
Il grafico MTF ufficiale descrive il 28/1.4D a tutta apertura e con messa a fuoco all’infinito. Non racconta il colore, la resistenza al controluce, lo sfuocato o il comportamento alle brevi distanze; mostra però con notevole sincerità quali priorità abbiano guidato il progetto e dove Nikon abbia accettato il compromesso.
Sull’asse orizzontale ci si sposta dal centro fino all’angolo estremo del formato 24×36, posto a circa 21,6mm. Le curve rosse a 10 linee/mm descrivono soprattutto il contrasto generale e la riproduzione delle strutture più ampie; quelle blu a 30 linee/mm sono molto più severe e riguardano il dettaglio fine. Le linee continue rappresentano l’orientamento sagittale, quelle tratteggiate il meridionale.
Le due curve rosse partono intorno a 0,83 e rimangono prossime a 0,80 per oltre metà del fotogramma. Questo significa che a f/1.4 l’immagine non dovrebbe risultare complessivamente spenta: dal centro alla zona intermedia conserva una struttura solida e un contrasto capace di dare presenza al soggetto anche quando il dettaglio più minuto non è ancora perfettamente inciso. È importante distinguere le due cose. Un obiettivo può non riprodurre ogni trama finissima e apparire ugualmente netto grazie alla buona risposta alle frequenze più basse.
Oltre i 15mm dal centro la situazione cambia. La curva rossa sagittale scende rapidamente verso l’angolo, mentre la meridionale resiste molto meglio. La separazione indica che nella periferia i dettagli orientati nelle due direzioni non vengono riprodotti con la stessa efficacia: entrano in gioco astigmatismo, curvatura di campo e altre aberrazioni residue. Non abbiamo quindi soltanto un angolo meno nitido, ma una zona nella quale la struttura del dettaglio può cambiare secondo il suo orientamento.
Le curve blu mostrano più chiaramente il prezzo pagato. Partono al centro appena sotto 0,50, scendono nei primi millimetri e assumono poi un andamento irregolare, separandosi e incrociandosi verso la periferia. A f/1.4 il 28/1.4D non è dunque un obiettivo da uniformità analitica: il dettaglio minuto è discretamente risolto al centro, più incerto nella zona intermedia e fragile agli angoli. È però esattamente la condizione per la quale venne costruito. Giudicarlo soltanto a f/5.6 significherebbe evitare la domanda più interessante.
La correzione del coma sagittale deve essere collocata nella prospettiva del 1994. Contenerlo non significava eliminarlo e la stessa Nikon ammetteva una lieve deformazione delle stelle più luminose a tutta apertura, consigliando di chiudere uno o due diaframmi per l’astrofotografia ordinaria. L’impresa non consisteva nel raggiungere agli angoli gli standard di un obiettivo progettato trent’anni più tardi, ma nel rendere praticabile una fotografia grandangolare notturna a f/1.4.
L’MTF non permette invece di concludere nulla di definitivo su sfuocato, vignettatura, cromatismo, flare e distorsione. È ragionevole attendersi una caduta di luce visibile a tutta apertura, qualche aberrazione cromatica sui contrasti più duri e trattamenti antiriflesso meno efficienti di quelli contemporanei; trasformare queste attese in giudizi prima di fotografare significherebbe però sostituire la prova con il pregiudizio. Saranno le immagini sulla D6 a stabilire quanto quei limiti siano visibili e quanto contribuiscano al modo in cui l’obiettivo distribuisce luce e dettaglio.
Il punto essenziale del grafico è già chiaro: il 28/1.4D costruisce l’immagine dal centro verso l’esterno. La parte centrale è autorevole, la fascia intermedia rimane utilizzabile, gli angoli accettano il compromesso. Questo non equivale automaticamente ad avere “carattere”, parola troppo spesso impiegata per nobilitare qualsiasi difetto. Un angolo impastato resta impastato e un riflesso fantasma non diventa poesia soltanto perché l’obiettivo è raro. Le aberrazioni residue possono però modificare la velocità con cui il dettaglio si dissolve, il distacco del soggetto dall’ambiente e il peso visivo assegnato alle diverse zone dell’inquadratura. È qui che una misura tecnica può incontrare, senza sostituirla, la fotografia.


I due grafici derivano da fonti, fotocamere e procedure differenti e i valori assoluti in LW/PH non sarebbero direttamente confrontabili. Li abbiamo quindi normalizzati ponendo uguale a 100 il massimo centrale raggiunto da ciascun obiettivo nella propria prova. Il risultato non stabilisce quale dei due risolva più linee: mostra come ciascuno distribuisca il proprio rendimento fra centro, zona intermedia e angolo al variare del diaframma.
Nel 28/1.4D il centro parte dal 78% del proprio massimo a f/1.4, raggiunge il 97% a f/2.8 e culmina a f/4; bordo e angolo crescono più lentamente, trovando il miglior equilibrio fra f/5.6 e f/8. Nel 28/1.4E misurato da Photography Life il centro raggiunge il massimo già a f/2.8, mentre zona intermedia e angolo continuano a maturare fino a f/5.6. Ventitré anni non cancellano quindi il compromesso: ne cambiano la forma. Il vecchio AF-D presenta un rendimento meno spettacolare ma relativamente più raccolto; il modello E spinge prima e più decisamente il centro, lasciando alla periferia il compito di recuperare chiudendo il diaframma.

Due eredi, due interpretazioni
Per ventitré anni il 28/1.4D rimase senza un vero successore. Nikon rinnovò quasi interamente il catalogo professionale, trasformò l’autofocus meccanico in AF-S, introdusse vetri ED, trattamenti Nano Crystal e diaframmi elettromagnetici, ma lasciò vuota proprio quella casella. Arrivarono il 24mm f/1.4G e il 35mm f/1.4G; il 28mm, focale un tempo inevitabile nel corredo del fotogiornalista, sembrava essere diventato meno urgente.
Soltanto nel 2017 Nikon presentò l’AF-S Nikkor 28mm f/1.4E ED: quattordici elementi in undici gruppi, tre lenti asferiche, due elementi ED, motore Silent Wave, messa a fuoco posteriore, diaframma elettromagnetico, trattamento Nano Crystal e rivestimento al fluoro. La distanza minima passava da 35 a 28 centimetri, il diametro dei filtri da 72 a 77mm e il peso da 520 a 645 grammi. Non era la riedizione del vecchio schema, ma una risposta nuova allo stesso problema.
Nikonland lo provò nell’agosto del 2017 sulla Nikon D5. Il titolo scelto, Sogno di una notte di mezza estate, dichiarava già che non lo avremmo trattato come un comune grandangolare. Venne usato prevalentemente a f/1.4, in strada, di notte, in controluce, nel ritratto ambientato e in studio, persino con un flash da 600 Ws. Grafici e schemi furono deliberatamente omessi con una provocazione che conteneva una precisa indicazione d’uso: «questo è uno strumento per artisti, non per ingegneri».
Il 28/1.4E modificava la relazione fra soggetto e ambiente, conservando l’ampiezza del 28mm ma introducendo una separazione dei piani associata normalmente ai medi teleobiettivi. Il soggetto a fuoco appariva perfettamente inciso, mentre ciò che lo precedeva e lo seguiva poteva dissolversi con sorprendente gradualità. Le persone restavano dentro la scena, ma non erano più obbligate a condividerne tutta la precisione.
La conclusione lo accostava senza esitazioni al 105mm f/1.4E, già considerato una leggenda in vita: «quasi fosse un teleobiettivo da ritratto costretto entro una focale di un terzo». E il consiglio d’uso era altrettanto netto: impiegarlo soprattutto a tutta apertura e quando l’occasione lo richiedesse, «come se fosse uno champagne invecchiato cinquant’anni». Non aveva molto senso acquistarlo per chiuderlo sempre a f/8; il diaframma f/1.4 doveva diventare parte della fotografia.
Due anni dopo Nikonland provò il Sigma 28mm f/1.4 DG HSM Art. L’autore fu Max Aquila, che non aveva mai nascosto la propria relativa freddezza verso questa focale e proprio per questo lo usò per circa un mese, costringendosi a pensare dentro quell’angolo di campo con Nikon D850 e Z6.
Caratteristica
Nikon 28/1.4D
Nikon 28/1.4E
Sigma 28/1.4 Art
Presentazione
1994
2017
2018
Schema ottico
11 elementi, 8 gruppi
14 elementi, 11 gruppi
17 elementi, 12 gruppi
Lenti asferiche
1 di precisione
3
3
Vetri a bassa dispersione

2 ED
2 FLD, 3 SLD
Diaframma
9 lamelle
9 lamelle arrotondate
9 lamelle arrotondate
Distanza minima
0,35m
0,28m
0,28m
Rapporto massimo
circa 1:8,5
1:5,9
1:5,4
Filtri
72mm
77mm
77mm
Peso
520g
645g
circa 865g
Autofocus
motore nel corpo
SWM interno
HSM interno
Comando diaframma
meccanico
elettromagnetico
elettromagnetico



Il Sigma appartiene alla fase più muscolare della serie Art. Impiega diciassette elementi in dodici gruppi, fra i quali tre asferici, due FLD e tre SLD; mette a fuoco fino a 28 centimetri, accetta filtri da 77mm e pesa circa 865 grammi. Autofocus HSM, diaframma elettromagnetico e costruzione massiccia dichiarano una filosofia nella quale peso e dimensioni sono conseguenze secondarie rispetto alla correzione ottica.
Dove il Nikon E invitava a trattare il 28mm come un teleobiettivo da ritratto compresso dentro una focale grandangolare, il Sigma proponeva un’interpretazione più descrittiva. Max lo utilizzò passando dal totale al particolare attraverso lo spostamento del fotografo, senza cambiare obiettivo: prima la scena intera, poi un elemento, infine il dettaglio, oppure il percorso inverso. Il 28mm tornava alla propria vocazione tradizionale, offrire una visione complessiva senza lo stiramento prospettico dei supergrandangolari, ma aggiungeva f/1.4 come possibilità espressiva e concreta riserva di luce.
La fascia privilegiata veniva individuata fra f/1.4 e f/4. A tutta apertura emergevano sfuocato, sfumature e capacità di isolare un elemento; chiudendo progressivamente, il Sigma tornava a comportarsi come un grandangolare descrittivo. Distorsione moderata, vignettatura gestibile, ottima resistenza al controluce, autofocus silenzioso e costruzione impeccabile completavano un obiettivo grande e pesante, ma capace di affrontare senza esitazioni architettura, interni, strada e fotografia in luce molto scarsa.
La conclusione di Max non cercava di trasformarlo nel vincitore economico della comparativa: «possedere questo obiettivo è un privilegio irrinunciabile per chi ami questa focale». Il Nikon veniva riconosciuto come un concorrente altrettanto forte e la scelta non poteva basarsi soltanto sulla notevole differenza di prezzo: «sono due obiettivi diversi per prestazioni, entrambi all’apice delle rispettive potenzialità».
Le due prove Nikonland raccontano quindi non un vincitore e uno sconfitto, ma due interpretazioni. Il Nikon E è sogno, atmosfera, selezione e separazione dei piani: uno strumento speciale da usare intenzionalmente a f/1.4. Il Sigma è descrizione, controllo e continuità: un grandangolare universale portato fino a f/1.4 senza rinunciare alla capacità di raccontare la scena. La differenza riflette anche lo sguardo dei due fotografi, perché un obiettivo non esiste indipendentemente da chi lo sceglie e dal modo in cui decide di usarlo.
Nikon 28/1.4E secondo Mauro
Sigma 28/1.4 Art secondo Max
Sogno, atmosfera, selezione
Descrizione, controllo, completezza
Quasi sempre a f/1.4
Fascia privilegiata f/1.4–f/4
Un teleobiettivo da ritratto dentro un 28mm
Dal totale al particolare con un solo obiettivo
D5, luce disponibile e studio
D850 e Z6, strada, architettura e interni
Champagne da aprire nelle occasioni giuste
Privilegio per chi non può fare a meno del 28mm
Raffinato strumento per artisti
Grande Art corretto e tecnicamente affidabile
Il vecchio 28/1.4D arriva prima che queste due strade potessero essere separate con altrettanta chiarezza. È contemporaneamente un obiettivo per vedere al buio, uno strumento da reportage, un grandangolare descrittivo e un tentativo di dissolvere lo sfondo senza perdere l’ambiente. Non dispone della correzione, dell’autofocus e della resistenza al controluce dei suoi eredi, ma contiene in embrione entrambe le possibilità: l’atmosfera del Nikon E e la funzione documentaria del Sigma Art.
Oggi il mercato aggiunge un ultimo paradosso. Il Sigma, offerto nel 2019 intorno ai 1.300 euro, si trova usato per circa 530–600 euro. Il Nikon E, nato con un prezzo superiore ai duemila euro, oscilla indicativamente fra 950 e 1.250 euro. Per il vecchio AF-D vengono spesso richieste cifre analoghe o superiori, nonostante sia tecnicamente meno corretto, privo di motore interno e utilizzabile in autofocus soltanto sui corpi dotati della trasmissione meccanica.
Il prezzo non segue più l’ordine delle prestazioni. Segue la rarità. Chi cerca la scelta razionalmente più conveniente dovrebbe probabilmente acquistare il Sigma; chi desidera l’interpretazione Nikon più moderna e raffinata trova nel modello E un obiettivo che Nikonland aveva già riconosciuto nel 2017 come un capolavoro. Chi compra il vecchio D allo stesso prezzo non cerca la massima correzione né il migliore rapporto fra costo e prestazioni. Sta scegliendo l’origine.
Adesso tocca alla D6
Il 28/1.4D non verrà montato sulla D6 per una passeggiata commemorativa. L’ultima ammiraglia reflex Nikon gli offre il migliore motore autofocus a comando meccanico che abbia mai potuto incontrare, un sensore da 20 megapixel abbastanza risolvente da mostrarne il comportamento senza sottoporlo al processo sommario dei 45 o 60 megapixel, e soprattutto il terreno per cui era stato progettato: fotografia reale, luce disponibile, persone e oggetti dentro gli ambienti.
Non ci interessano muri di mattoni, mire esasperate o confronti impossibili con obiettivi che non abbiamo contemporaneamente davanti. Dovremo verificare la precisione dell’autofocus a f/1.4, la resa alle distanze medio-brevi, la transizione fra piano nitido e sfuocato, la forma delle sorgenti puntiformi, la vignettatura, il comportamento in controluce e la capacità di conservare atmosfera senza trasformare ogni residuo di aberrazione in una virtù poetica.
Soprattutto dovremo capire se il vecchio schema possieda ancora qualcosa di ciò che Nikon e Sigma avrebbero poi sviluppato separatamente: la capacità di trasformare un grandangolare in uno strumento espressivo e, nello stesso tempo, quella di fotografare una scena quando la luce sembrerebbe non consentirlo.
I due eredi hanno già parlato sulle pagine di Nikonland. Adesso tocca al loro antenato.

Perché Joe McNally
Chi segue Nikonland da molti anni avrà probabilmente notato come, parlando dei grandi fotografi legati al marchio Nikon, ricorrano quasi sempre gli stessi nomi. David Douglas Duncan è il fotoreporter che contribuì a far conoscere la qualità delle ottiche giapponesi nel secondo dopoguerra; Galen Rowell rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per la fotografia di montagna e di paesaggio; Steve McCurry ha costruito un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile che lo ha reso uno degli autori più celebri della fotografia contemporanea. Accanto a questi fotografi ne esistono altri, forse meno noti al grande pubblico europeo ma non per questo meno significativi, il cui contributo non consiste tanto nell'aver realizzato una singola immagine destinata a entrare nella storia della fotografia, quanto nell'aver documentato, attraverso una lunga attività professionale, l'evoluzione di un sistema fotografico e di un modo di lavorare. Joe McNally appartiene a questa seconda categoria.

In Italia il suo nome è conosciuto soprattutto dagli appassionati di fotografia professionale e da chi si è interessato negli anni ai sistemi di illuminazione Nikon. Negli Stati Uniti, invece, McNally occupa da tempo una posizione particolare. Fotografo editoriale, autore di numerosi servizi per le principali riviste americane, docente, conferenziere e autore di libri dedicati alla tecnica fotografica, è stato per oltre tre decenni uno dei professionisti più strettamente associati all'immagine di Nikon USA. Non è questa, naturalmente, una ragione sufficiente per dedicargli una serie di articoli. Lo diventa nel momento in cui si osserva il suo percorso con una prospettiva diversa da quella abitualmente adottata dalle biografie.
La carriera di Joe McNally coincide infatti con una delle fasi più interessanti della storia recente della fotografia. Egli inizia a lavorare quando la pellicola rappresenta ancora l'unico supporto disponibile per la fotografia professionale, attraversa l'epoca delle grandi reflex autofocus, assiste alla nascita delle prime reflex digitali, partecipa alla diffusione del Nikon Creative Lighting System e continua oggi la propria attività utilizzando il sistema mirrorless della serie Z. Pochi fotografi hanno attraversato tutte queste trasformazioni rimanendo sostanzialmente fedeli allo stesso costruttore e, soprattutto, continuando a utilizzare le nuove attrezzature in un contesto professionale reale, fatto di incarichi editoriali, campagne pubblicitarie, ritratti, reportage e fotografia industriale.
Questo aspetto, a nostro avviso, merita di essere approfondito perché permette di osservare la storia di Nikon da un punto di vista diverso da quello normalmente adottato. Le vicende industriali di un costruttore possono essere raccontate attraverso i modelli di fotocamere, le innovazioni tecnologiche o le strategie commerciali; altrettanto interessante è però seguirne l'evoluzione attraverso chi quegli strumenti li ha utilizzati quotidianamente per decenni, verificandone sul campo pregi, limiti e trasformazioni. Joe McNally offre questa possibilità forse più di qualunque altro fotografo americano contemporaneo.
Non bisogna tuttavia interpretare queste pagine come una biografia celebrativa. L'intenzione non è quella di stabilire classifiche tra fotografi né di sostenere che McNally occupi un posto particolare nella storia della fotografia mondiale. Altri autori hanno esercitato un'influenza ben maggiore sul linguaggio fotografico contemporaneo e godono di una notorietà internazionale incomparabilmente più ampia. L'interesse di Joe McNally risiede altrove: nella continuità della sua attività professionale, nella capacità di adattarsi ai profondi cambiamenti tecnologici degli ultimi quarant'anni senza modificare il proprio approccio alla fotografia e nella scelta, tutt'altro che scontata, di rimanere fedele al sistema Nikon mentre numerosi colleghi percorrevano strade differenti.
Per questa ragione la serie che Nikonland inaugura con questo articolo non seguirà il modello della biografia tradizionale. I diversi capitoli affronteranno singoli aspetti della sua attività professionale, alternando ricostruzione storica, analisi tecnica e contestualizzazione delle principali tappe della sua carriera. L'obiettivo non sarà soltanto quello di ricostruire il percorso di un fotografo americano, ma anche di ripercorrere, attraverso la sua esperienza, quarant'anni di evoluzione del sistema Nikon e del mestiere stesso del fotografo professionista.
Non ho nulla contro gli zoom. Sarebbe difficile averne, oggi, quando alcuni dei migliori obiettivi disponibili sono proprio zoom e quando un 24-70mm f/2.8 o un 70-200mm f/2.8 possono offrire prestazioni che vent'anni fa avremmo considerato eccezionali persino per un fisso. Uso gli zoom, ne apprezzo la comodità e ne riconosco senza difficoltà la superiorità pratica in moltissime circostanze. Eppure, se posso scegliere, continuo a preferire un obiettivo a focale fissa. Meglio ancora se molto luminoso.
La ragione principale non è quella che generalmente si tira fuori in queste discussioni. Non è perché il fisso sia necessariamente più nitido. Non è più vero, almeno non sempre. Non è nemmeno per il peso, perché un moderno 50mm f/1.2, un 105mm f/1.4 o un 135mm f/1.4 possono essere tutt'altro che piccoli e leggeri. E non è neppure per qualche forma di nostalgia fotografica: non rimpiango affatto i tempi in cui si usciva con tre obiettivi in borsa perché semplicemente non esisteva uno zoom capace di sostituirli decentemente.
La spiegazione è molto più semplice: quando ho in mano uno zoom, dimentico che è uno zoom.
Me ne accorgo continuamente. Posso montare un 24-70mm e, dopo avere trovato l'inquadratura che mi interessa, scoprire che sto fotografando a 58mm. Continuo a fotografare e la ghiera rimane lì. Posso uscire con un 24-120mm e ritrovarmi a 105mm, dove rimango per buona parte della sessione. Non perché quelle focali abbiano qualcosa di magico, ma perché a un certo punto ho trovato l'angolo di campo con cui voglio raccontare ciò che ho davanti. Da quel momento non sento più alcun bisogno di cambiarlo.
Con il 70-200mm f/2.8 è persino peggio. Uno degli zoom più versatili mai concepiti finisce nelle mie mani per trasformarsi quasi sempre in un 180-200mm oppure, quando voglio qualcosa di diverso, in un 135mm. Tutta quella magnifica escursione focale rimane a disposizione, naturalmente. Semplicemente, non la uso.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: perché non montare direttamente un 135mm o un 180mm?
Una focale non è soltanto un numero
Credo che il punto sia questo. Non considero la lunghezza focale semplicemente come uno strumento per fare entrare nell'inquadratura ciò che ho davanti.
Un 35mm, un 50mm, un 105mm, un 135mm o un 180mm sono modi diversi di guardare. Determinano la distanza dal soggetto, la quantità di ambiente che entra nell'immagine, il rapporto fra i piani e, soprattutto, la posizione dalla quale mi viene naturale fotografare.
Naturalmente posso ottenere la stessa dimensione apparente del soggetto con focali differenti spostandomi avanti e indietro. Ma la fotografia non sarà la stessa, perché sarà cambiata la prospettiva. E quindi sarà cambiato il rapporto fra me, il soggetto e ciò che gli sta intorno.
Con uno zoom posso restare dove sono e girare la ghiera finché l'inquadratura non torna. Con un fisso devo trovare il posto dal quale quella focale produce l'immagine che voglio.
È una differenza apparentemente piccola, ma per me cambia il processo fotografico.
Il fisso elimina una variabile. Prima di cominciare ho già deciso una parte importante della fotografia. Se monto un 35mm, guarderò ciò che mi circonda pensando a 35mm. Se scelgo un 105mm, mi comporterò diversamente ancora prima di sollevare la fotocamera. Dopo qualche tempo succede una cosa che chi usa abitualmente i fissi conosce bene: si comincia a vedere l'inquadratura prima di guardare nel mirino.
Non devo più cercare la focale. La focale l'ho già scelta. Devo cercare la fotografia.
Il paradosso dello zoom
Ed è qui che nasce il mio rapporto un po' paradossale con gli zoom.
Lo zoom è nato per offrirmi una libertà in più. Io finisco spontaneamente per rinunciarvi.
Prendo il 24-120mm, arrivo a 105mm e continuo a fotografare come se avessi montato un 105mm. Prendo il 70-200mm, arrivo a 180 o 200mm e faccio la stessa cosa. Oppure mi fermo a 135mm. A quel punto lo zoom è diventato, nei fatti, un obiettivo fisso. Solo più grosso, meno luminoso e con una ghiera che non sto usando.
Non è colpa dello zoom. È il mio modo di fotografare.
Ed è anche la ragione per cui non avrebbe molto senso trasformare questo discorso in una delle solite dispute fra sostenitori delle focali fisse e difensori degli zoom. Lo zoom ha vantaggi oggettivi e in determinate circostanze è semplicemente lo strumento più adatto. Chi fotografa eventi, sport, cerimonie o situazioni nelle quali non può controllare la propria posizione difficilmente potrebbe rinunciare alla possibilità di modificare istantaneamente l'angolo di campo.
Io stesso, quando le circostanze lo richiedono, uso uno zoom senza alcuna esitazione.
Ma la versatilità è un vantaggio soltanto quando serve. Se utilizzo sistematicamente una piccola parte delle possibilità che l'obiettivo mi offre, quella versatilità perde gran parte del suo significato.
E poi c'è la luce
Rimane naturalmente l'altra ragione per cui amo i fissi: la luminosità.
Ma anche qui credo ci sia un equivoco da eliminare. Non compro un f/1.2 perché abbia continuamente bisogno di fotografare a f/1.2. Posso tranquillamente utilizzare un 50/1.2 a f/2.8, f/4 o f/8 quando la fotografia lo richiede.
Il contrario, però, non è possibile.
Posso chiudere un f/1.2 a f/4. Non posso aprire un f/4 a f/1.2.
La grande apertura non è quindi un obbligo ma una possibilità. E quella possibilità cambia molto più della quantità di luce che raggiunge il sensore. Cambia il rapporto fra soggetto e sfondo, permette di decidere quanto debba essere leggibile ciò che circonda il soggetto, modifica la transizione fra ciò che è nitido e ciò che progressivamente smette di esserlo.
È un'altra variabile espressiva che preferisco avere a disposizione, anche quando decido di non utilizzarla.
Ed è probabilmente per questo che mi attirano obiettivi che, secondo una valutazione strettamente razionale, possono sembrare esagerati. Un 35/1.2, un 50/1.2, un 105/1.4, un 135/1.4. Sono grandi, costosi e spesso pesanti. Un buon zoom potrebbe sostituirne diversi e permettermi di uscire con una borsa molto più semplice.
Ma non li sostituirebbe nel modo in cui io fotografo.
La comodità non è tutto
Forse negli ultimi anni abbiamo finito per attribuire alla versatilità un valore assoluto. Più escursione focale, meno cambi di obiettivo, una sola lente per fare tutto. È perfettamente razionale e l'evoluzione tecnologica ha reso questa soluzione sempre meno penalizzante anche dal punto di vista della qualità.
Ma fotografare non è necessariamente un'attività nella quale l'efficienza debba essere massimizzata.
A volte avere meno possibilità costringe semplicemente a decidere.
Con un fisso non posso correggere continuamente la fotografia girando una ghiera. Devo accettare quella focale, oppure cambiare posizione, oppure rinunciare allo scatto. E anche la rinuncia, qualche volta, fa parte del fotografare.
Non sostengo che questo produca fotografie migliori. Produce però un modo diverso di arrivarci.
Per questo continuo a preferire gli obiettivi fissi. Non perché siano intrinsecamente superiori agli zoom e nemmeno perché voglia imporre ad altri il mio modo di fotografare. Semplicemente perché corrispondono meglio al modo in cui guardo attraverso una fotocamera.
Uno zoom mi offre molte focali. Io, invece, cerco quella giusta. E quando l'ho trovata, smetto di girare la ghiera.
Forse, alla fine, la distinzione fra fotografi da fisso e fotografi da zoom non dipende nemmeno dagli obiettivi che possiedono. Dipende da ciò che fanno quando portano la fotocamera all'occhio.
Io posso anche uscire con uno zoom.
Ma, evidentemente, continuo a fotografare con un fisso.
Non è che mi manchino gli zoom
Forse è opportuno chiarire un dettaglio, prima che qualcuno immagini questa mia preferenza come conseguenza di un corredo costruito esclusivamente attorno alle focali fisse.
Il mio arsenale fotografico conta decine e decine di obiettivi accumulati nel corso degli anni e appartenenti a generazioni molto diverse: Nikkor Z, vecchi Nikkor AF-D che continuo volentieri a utilizzare, Nikkor AF-S, Sigma nati per le reflex Nikon, Sigma mirrorless in attacco Sony FE che oggi posso usare sulle Nikon Z attraverso adattatore e, ormai, una collezione di circa quindici Viltrox per Nikon Z. In mezzo a tutto questo ci sono naturalmente anche parecchi zoom, alcuni dei quali eccellenti.
E non mi mancano nemmeno le fotocamere: al momento ne ho otto operative. Potrei quindi organizzare una sessione con più corpi, più focali e più combinazioni senza particolari difficoltà.
Gli zoom li uso. Semplicemente tendo a usarli quando mi servono davvero.
In autodromo, per esempio, dove il soggetto cambia continuamente distanza e posizione e dove non posso chiedere a un'automobile lanciata sul rettilineo di ripassare perché avevo montato l'obiettivo sbagliato, un 70-200mm o un 100-400 hanno perfettamente senso. Lo stesso vale quando so in anticipo che non avrò il tempo o la possibilità materiale di cambiare rapidamente obiettivo o fotocamera: in quei casi la flessibilità dello zoom non è una comodità teorica, è uno strumento operativo.
Ma quando queste necessità vengono meno, torno quasi invariabilmente ai fissi.
Ed è forse questo il punto che rende la mia preferenza meno ideologica di quanto potrebbe sembrare. Non scelgo il fisso perché non abbia lo zoom. Scelgo il fisso avendo lo zoom a disposizione.
Gli scaffali possono essere pieni di alternative. Quando esco per fotografare, però, preferisco sapere quale obiettivo ho davanti al sensore e ragionare con quello. Se le circostanze mi impongono flessibilità, ben venga lo zoom. Se invece posso decidere io come fotografare, preferisco decidere anche prima quale sarà il mio angolo di campo.
Otto fotocamere e decine di obiettivi, viste da fuori, potrebbero sembrare il trionfo dell'indecisione.
Paradossalmente, servono soprattutto a consentirmi di scegliere prima.

Nel ritratto, prima viene il viso
Nel ritratto la scelta della focale non dipende soltanto dalla distanza alla quale voglio lavorare o dalla quantità di ambiente che desidero includere. Dipende anche, e qualche volta soprattutto, dalla persona che ho davanti.
Non tutti i visi sono uguali. Ci sono volti che sopportano magnificamente una ripresa relativamente ravvicinata e altri che chiedono maggiore distanza; visi nei quali una certa prospettiva valorizza la struttura del naso, degli zigomi e della mandibola e altri nei quali la stessa distanza produce esattamente l'effetto opposto. Un ritratto non comincia quindi dalla domanda «che obiettivo uso?», ma dall'osservazione della persona. La focale viene dopo, come conseguenza.
È anche per questo che non ho mai considerato l'85mm come la focale da ritratto, quasi fosse una prescrizione. Posso preferire un 50 o un 65mm per una persona, un 105 o un 135mm per un'altra, arrivare a 180mm quando voglio quella particolare distanza e quella particolare relazione fra i piani. Non esiste una focale giusta in assoluto perché non esiste un viso universale.
Oggi, oltretutto, abbiamo possibilità che un tempo erano quasi sconosciute. 65mm e 75mm, per esempio, occupano territori intermedi estremamente interessanti. Non sono né il normale tradizionale né il classico medio tele da ritratto e proprio per questo permettono di trovare distanze e proporzioni differenti. Un Sigma 65mm f/2 o un Viltrox 75mm f/1.2 non sono semplicemente due obiettivi collocati fra un 50 e un 85mm: sono due modi autonomi di stare davanti a una persona.
Naturalmente potrei prendere uno zoom e metterlo a 65 o 75mm. Numericamente non cambierebbe nulla. Fotograficamente, per me, cambia quasi tutto.
Se monto il Sigma 65mm f/2, ho già deciso. Il 65mm smette di essere una posizione momentanea della ghiera di uno zoom e diventa il mio modo di vedere per quella sessione. Lo stesso accade con il Viltrox 75mm f/1.2. Non penso più se sarebbe meglio 70, 72, 78 oppure 85mm. Guardo la persona, mi muovo, cerco la distanza giusta e costruisco la fotografia dentro l'angolo di campo che ho scelto.
Con la Nikon ZR questa sensazione diventa ancora più evidente. Usandola con il display completamente esteso, quasi fosse una moderna telemetro, posso guardare contemporaneamente il soggetto e l'immagine senza nascondermi continuamente dietro la fotocamera. A quel punto succede qualcosa che nel ritratto considero fondamentale: mi dimentico della focale.
Ed è proprio questo il paradosso. Scelgo con molta attenzione la focale prima di cominciare, anche in funzione della morfologia del viso, proprio per non doverci più pensare mentre fotografo.
La decisione tecnica è già stata presa. Rimangono la persona, la luce, l'espressione, la postura, la distanza e il rapporto che riesco a stabilire con chi ho davanti.
Potrei ottenere esattamente 65mm ruotando la ghiera di uno zoom. Ma continuerei ad avere a disposizione tutte le altre focali e quindi, almeno potenzialmente, continuerei a chiedermi se quella sia davvero quella giusta. Montare un 65mm significa invece chiudere quella discussione prima di cominciare.
La focale fissa, in questo senso, non mi limita: mi libera dalla necessità di continuare a sceglierla.
È una forma di disciplina, ma non quella un po' artificiosa del fotografo che si impone di uscire con un solo obiettivo per dimostrare qualcosa a se stesso. È una disciplina differente: fare prima le scelte che possono essere fatte prima, perché durante il ritratto io possa occuparmi di ciò che non può essere deciso in anticipo.
Del soggetto, non dell'obiettivo.
Il mio obiettivo ideale, nel ritratto, è quindi quello che scelgo con grande attenzione prima di cominciare e del quale riesco a dimenticarmi completamente un minuto dopo.
Alla fine non stiamo più parlando davvero di fissi contro zoom. Stiamo parlando di quanto spazio vogliamo lasciare alla tecnica nel momento in cui stiamo fotografando. E per me la risposta è semplice: tutto quello che posso decidere prima preferisco deciderlo prima. Quando davanti alla macchina c'è una persona, vorrei che tra me e lei rimanesse il minor numero possibile di questioni tecniche ancora da risolvere.
Perché nel ritratto viene prima il viso.
La luce che c'è. E quella che voglio lasciare fuori
C'è infine una caratteristica dei moderni fissi ultraluminosi che per me non è affatto secondaria e che, curiosamente, oggi qualcuno sembra quasi considerare un difetto: la possibilità di lavorare con profondità di campo estremamente ridotte e con pochissima luce.
Un 50mm f/1.2, un 75mm f/1.2, un 85mm f/1.2 o un 135mm f/1.4 non servono semplicemente a ottenere tempi più rapidi o ISO più bassi. Quella enorme apertura modifica radicalmente il modo in cui l'obiettivo può descrivere lo spazio. Il soggetto non viene semplicemente separato dallo sfondo: può emergere da esso progressivamente, con una transizione fra nitido e indistinto che diventa essa stessa parte della fotografia.
E sì, un ritratto nel quale è perfettamente nitido soltanto l'occhio più vicino può essere esattamente il ritratto che volevo fare.
Non capisco quindi la recente tendenza a stabilire che una fotografia del genere sia in qualche modo meno professionale, quasi che la professionalità di un ritratto si misurasse contando quanti millimetri del volto rientrano nella profondità di campo. Se la fotografia richiede entrambi gli occhi nitidi, chiuderò il diaframma. Se richiede tutto il volto nitido, lo chiuderò ancora. Ma se voglio che l'attenzione cada violentemente su un occhio e che il resto del viso cominci già a sfuggire, perché dovrei rinunciare a farlo?
La profondità di campo non è un requisito qualitativo. È una scelta espressiva.
Per la stessa ragione trovo curioso sostenere che acquistare un 85mm f/1.2 sia uno spreco perché raramente lo si utilizzerà davvero a tutta apertura. È lo stesso equivoco per cui si giudica un obiettivo soltanto in base a ciò che serve più frequentemente. Io posso utilizzare quell'85/1.2 a f/2.8, f/4 o f/8 tutte le volte che voglio. Ma un 85/2.8, per quanto eccellente, non diventerà mai un 85/1.2 quando quella fotografia richiederà f/1.2.
La differenza è tutta qui: non si compra necessariamente un ultraluminoso perché si intenda fotografare sempre alla massima apertura. Lo si compra perché quella possibilità esista.
E poi c'è la luce. Non soltanto la quantità di luce misurabile con l'esposimetro, ma la possibilità di utilizzare la luce che realmente c'è, anche quando è pochissima. Una lampada, una finestra alla fine del pomeriggio, una sorgente laterale appena sufficiente a disegnare un volto. I sensori moderni possono certamente compensare alzando enormemente gli ISO, ma non è esattamente la stessa cosa: un obiettivo ultraluminoso permette di raccogliere quella luce mantenendo contemporaneamente il carattere che deriva dalla grande apertura.
Per me questo ha un valore enorme nel ritratto. Non sempre voglio aggiungere luce. Non sempre voglio correggerla, riempire le ombre o rendere leggibile ciò che spontaneamente non lo sarebbe. Qualche volta voglio semplicemente fotografare con la poca luce che ho davanti, perché è proprio quella poca luce a fare la fotografia.
E lo sfuocato appartiene allo stesso ragionamento. Non è un effetto speciale da applicare indiscriminatamente e non è nemmeno una medaglia da appuntarsi perché si possiede un f/1.2. È uno degli strumenti attraverso i quali posso decidere che cosa mostrare e che cosa soltanto suggerire.
Un grande fisso luminoso mi consente di scegliere.
Posso chiuderlo quando voglio tutto. Posso aprirlo quando voglio quasi niente.
Ed è proprio quel «quasi niente», qualche volta, a fare tutto il ritratto.

E se il ritratto fosse semplicemente Arte?
C'è forse un equivoco alla base di molte discussioni contemporanee sul ritratto: continuiamo a giudicarlo utilizzando criteri che appartengono alla fotografia professionale su commissione.
Se devo fotografare un abito per un catalogo, devo mostrare l'abito. Se realizzo un beauty per una rivista, devo rispondere alle esigenze dell'art director, del cliente, del truccatore e del prodotto. Se sto preparando la fotografia istituzionale di un amministratore delegato, difficilmente potrò consegnare un'immagine nella quale metà del suo volto scompare nello sfuocato perché quella mattina mi sentivo particolarmente ispirato.
Quella è fotografia professionale. Ha uno scopo, un destinatario e delle regole.
Ma se sto facendo un ritratto per me?
Se davanti a me non c'è un prodotto da vendere, un vestito da mostrare o un cliente da soddisfare, ma soltanto una persona che voglio interpretare attraverso una fotografia, allora cambia tutto.
Il ritratto può diventare Arte.
E l'Arte non ha alcun obbligo di mostrarci tutto.
Un pittore non è tenuto a dipingere ogni ciglio con la stessa precisione, né a rendere entrambe le pupille perfettamente leggibili. Può lasciare mezzo volto nell'ombra, dissolvere una mano, sacrificare lo sfondo, alterare i rapporti tonali, portarci violentemente verso un particolare e lasciare che tutto il resto esista soltanto nella nostra percezione.
Perché mai al fotografo dovrebbe essere vietato?
Se decido che di una persona voglio vedere soltanto un occhio perfettamente nitido, mentre l'altro comincia già a dissolversi e il resto del volto scivola progressivamente fuori dal piano di fuoco, non ho commesso un errore tecnico. Ho preso una decisione.
Potrà essere una fotografia riuscita oppure pessima. Potrà essere intensa oppure stucchevole. Potrà sembrare gratuita, manieristica, persino insopportabile. Ma il problema sarà il risultato, non il diaframma che ho utilizzato.
Ed è qui che trovo particolarmente sterile l'idea secondo cui fotografare a f/1.2 sarebbe in qualche modo poco professionale. Forse non voglio essere professionale. Voglio essere fotografo.
Non devo dimostrare quanto sia nitido il mio obiettivo. Non devo nemmeno dimostrare quanto sia bello il suo bokeh. Voglio semplicemente avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per decidere quanto di quella persona debba appartenere alla realtà descritta e quanto possa invece essere lasciato all'immaginazione.
È anche per questo che un 85/1.2, un 75/1.2, un 50/1.2 o un 135/1.4 hanno senso al di là di qualsiasi calcolo razionale sul rapporto fra costo e utilizzo. Non compro soltanto luminosità. Compro possibilità espressive.
E forse proprio qui fotografia e pittura tornano a incontrarsi. Non perché una fotografia debba imitare un quadro, ma perché entrambe possono permettersi di scegliere. Caravaggio non illuminava tutto. Rembrandt nemmeno. Ciò che rimaneva nell'ombra non era necessariamente meno importante: qualche volta era proprio l'ombra a dare significato alla luce.
Con un obiettivo ultraluminoso posso fare qualcosa di concettualmente analogo sul piano della messa a fuoco. Posso decidere che ciò che non è nitido continui comunque a esistere nell'immagine.
Questa, per me, è la vera potenza dello sfuocato. Non cancellare lo sfondo, non produrre palline luminose perfettamente circolari, non vincere una gara di bokeh. Ma stabilire una gerarchia visiva: questo te lo mostro, questo te lo suggerisco, questo voglio che sia tu a immaginarlo.
E allora sì: posso fotografare un volto a f/1.2 con un solo occhio nitido. Posso usare la poca luce di una finestra senza aggiungerne altra. Posso lasciare che una parte del viso scompaia contemporaneamente nell'ombra e nello sfuocato.
Non perché f/1.2 sia meglio di f/4.
Ma perché, quando il ritratto non deve vendere nulla e non deve rispondere a nessuno, l'unica apertura sbagliata è quella che non produce la fotografia che avevo in mente.
Il 30 giugno 2026 l’Intellectual Property High Court di Tokyo ha respinto il ricorso presentato da Nikon e ha confermato la decisione con cui il Japan Patent Office aveva accolto l’azione di Panasonic contro alcune rivendicazioni di un importante brevetto RED sulla registrazione video RAW compressa internamente alla fotocamera. La notizia è emersa sulla stampa specializzata soltanto negli ultimi giorni.
Il brevetto giapponese è il n. 5231529, intitolato semplicemente Video camera. Deriva dalla domanda internazionale presentata da RED nell’aprile 2008, con priorità rivendicata dall’aprile 2007, e indica come inventori James Jannard e Graeme Nattress. Copre, in sostanza, un procedimento che interviene sui dati Bayer prima della demosaicizzazione, modificando le informazioni del rosso e del blu in relazione a quelle del verde, comprimendo poi il RAW con perdite matematiche ma in modo sostanzialmente invisibile nell’immagine ricostruita.
Panasonic ha sostenuto che le rivendicazioni contestate non contenessero un autentico passo inventivo, perché risultavano dalla combinazione di tecnologie già note. Il Japan Patent Office le ha dato ragione e la Corte specializzata ha confermato quella valutazione: mancanza di attività inventiva, non necessariamente assenza assoluta di novità.
C’è poi il risvolto quasi comico per Nikon. Nel 2022 RED aveva citato Nikon negli Stati Uniti per l’introduzione di N-RAW e ProRes RAW interno sulla Z9. Nikon aveva risposto contestando proprio la validità dei brevetti RED. La causa si chiuse senza una decisione nel 2023; nel 2024 Nikon acquistò RED e, insieme all’azienda, anche il suo portafoglio brevettuale. Così, davanti alla giustizia giapponese, Nikon si è trovata a difendere il brevetto che pochi anni prima aveva cercato di demolire.
Le precisazioni importanti sono queste:
l’invalidazione riguarda il brevetto giapponese, non automaticamente gli equivalenti statunitensi o quelli validi in altri Paesi;
riguarda determinate rivendicazioni del brevetto, non l’intero patrimonio tecnologico e brevettuale di RED;
non significa che chiunque possa utilizzare liberamente REDCODE RAW in tutto il mondo;
il brevetto in questione sarebbe comunque arrivato alla sua scadenza naturale nell’aprile 2028;
in Giappone l’invalidazione produce effetti retroattivi: giuridicamente le rivendicazioni annullate vengono considerate come se non fossero mai esistite.
Panasonic, peraltro, registra già internamente ProRes RAW su GH7, S1RII e S1II. Quindi non sembra tanto una battaglia combattuta per ottenere una funzione che non possedeva, quanto per eliminare un pedaggio brevettuale — presente o potenziale — sul proprio mercato domestico.
La mia lettura è che l’effetto economico immediato per Nikon sarà probabilmente limitato, anche perché restavano meno di due anni di vita al brevetto. L’effetto politico e simbolico è invece pesante: Panasonic è riuscita, almeno in Giappone, dove Apple e Sony non erano riuscite negli Stati Uniti, a incrinare il celebre recinto brevettuale costruito da RED intorno al RAW compresso interno. E Nikon subisce la sconfitta proprio adesso che ha incorporato RED e intende fare della cinematografia uno degli assi della propria strategia.
In breve: non è crollato “il brevetto mondiale sul RAW compresso”, ma Panasonic ha effettivamente fatto invalidare in Giappone una delle sue declinazioni più importanti. Ed è una notizia che, per Nikon, arriva con un’ironia davvero difficile da inventare.
Due brevetti, due Paesi, una medesima lezione
Nel giro di poche settimane Nikon si è trovata coinvolta in due vicende brevettuali diverse, ma accomunate da un esito sorprendentemente simile. In Giappone Panasonic ha ottenuto l’invalidazione di alcune rivendicazioni del brevetto RED n. 5231529 relativo alla compressione interna dei dati RAW; in Cina Viltrox ha fatto dichiarare interamente invalido il brevetto Nikon n. 202010127062.4, riguardante alcuni elementi geometrici dell’innesto Z, la disposizione delle baionette e dei contatti elettrici. In entrambi i casi le autorità competenti hanno ritenuto che le soluzioni protette non presentassero un’attività inventiva sufficiente rispetto alle tecnologie già conosciute.
Le due decisioni non sono però perfettamente sovrapponibili. Il brevetto RED è stato acquisito da Nikon insieme all’intera società americana ed è stato invalidato soltanto parzialmente in Giappone, con una decisione del Japan Patent Office successivamente confermata dall’Alta Corte per la proprietà intellettuale di Tokyo. Quello contestato da Viltrox, invece, è un brevetto sviluppato e depositato direttamente da Nikon: il 13 luglio 2026 la CNIPA, l’amministrazione cinese per la proprietà intellettuale, ne ha annullato tutte le rivendicazioni. Nikon dispone comunque di tre mesi per impugnare la decisione davanti alla Corte per la proprietà intellettuale di Pechino, quindi anche questa partita non può ancora considerarsi definitivamente chiusa.
Né Panasonic ha liberato il RAW compresso in tutto il mondo, né Viltrox ha conquistato il diritto universale di utilizzare liberamente ogni tecnologia del sistema Z. Le decisioni hanno efficacia territoriale, riguardano brevetti specifici e non cancellano il resto dei rispettivi portafogli industriali. Ma il parallelismo resta significativo: in Giappone Nikon non è riuscita a difendere un brevetto comprato da RED; in Cina non è riuscita, almeno per ora, a difendere un brevetto nato in casa propria.
La conclusione non è che Nikon non sappia più inventare né che i suoi concorrenti abbiano improvvisamente ragione su tutto. È piuttosto che un brevetto, per quanto strategico e gelosamente custodito, non diventa inattaccabile per il solo fatto di appartenere a un grande costruttore. Quando viene utilizzato per delimitare un mercato, imporre una licenza o sostenere una richiesta di risarcimento, prima o poi qualcuno può chiedere all’autorità competente se dietro quel recinto esista davvero un’invenzione. Panasonic e Viltrox lo hanno fatto, in due Paesi diversi, e per due volte Nikon si è sentita rispondere: non abbastanza
Qualora Nikon presenti ricorso, le probabilità che riesca a ribaltare la decisione mi sembrano piuttosto modeste, visto anche l'esito del ricorso contro Panasonic presentato in un tribunale amico giapponese.

Sony non deve comprare Nikon. Le basta acquisire i suoi clienti
Per un nikonista esistono due grandi concorrenti, ma non occupano lo stesso posto nel suo immaginario. Canon è il nemico storico, l’altra chiesa, la marca contro la quale Nikon ha costruito per decenni la propria identità professionale. Sony è arrivata molto dopo, provenendo dall’elettronica di consumo, e continua a essere considerata da molti fotografi Nikon una presenza estranea: tecnologicamente avanzata, aggressiva, qualche volta persino irritante, ma appartenente a un modo differente di intendere la fotografia.
Potrebbe essere vero il contrario.
Nikon e Canon sono vicine per storia, dimensione e destinazione dei prodotti, ma lontane per cultura industriale. Canon progetta i propri sensori, controlla i processori, difende gelosamente l’innesto RF, sviluppa internamente gran parte delle tecnologie fondamentali e concepisce il sistema come un ecosistema chiuso nel quale ogni elemento deve rispondere alla stessa autorità. Entrare in Canon significa accettarne la filosofia nel suo complesso.
Nikon e Sony appaiono più distanti, ma sotto la superficie condividono molto più di quanto il fotografo sia normalmente disposto ad ammettere. Sensori prodotti dallo stesso grande fornitore, architetture elettroniche convergenti, autofocus sul piano focale, mirini, stabilizzazione, riconoscimento dei soggetti, video avanzato, ottiche indipendenti e persino la possibilità di utilizzare sulle Nikon Z un intero catalogo nato per Sony E.
Canon continua a essere il rivale.
Sony sta diventando una possibile destinazione.
Lo stesso mondo tecnologico, interpretato diversamente
Dire che alcune Nikon utilizzano sensori prodotti da Sony Semiconductor non significa sostenere che una Nikon sia una Sony rivestita di nero e giallo. Nikon stabilisce specifiche, richiede personalizzazioni, progetta elettronica, filtraggio, dissipazione, firmware, algoritmi, trattamento del segnale e tutto ciò che trasforma un componente in una fotocamera. Uno stesso sensore può produrre risultati e comportamenti molto differenti secondo il modo in cui viene letto e governato.
Ma resta il fatto che le due aziende operano dentro un terreno tecnologico comune.
Il fotografo che passa da una Nikon Z8 o Z9 a una Sony Alpha non attraversa più il confine che separava una reflex Nikon da un sistema completamente differente. Ritrova un sensore di concezione familiare, autofocus a rilevamento di fase integrato, riconoscimento automatico dei soggetti, otturatore elettronico, raffiche elevate, stabilizzazione sul sensore, mirino elettronico, video ad alta risoluzione e file che, pur interpretati diversamente, nascono dalla stessa epoca industriale.
Le differenze restano importanti, soprattutto nel modo in cui queste tecnologie vengono organizzate e offerte al fotografo. Ma non esiste più un abisso tecnico da attraversare. Esistono due interpretazioni di un’architettura largamente convergente.
Sony produce una parte della tecnologia che Nikon utilizza e, nello stesso tempo, costruisce le fotocamere con cui Nikon deve competere. È una relazione industriale perfettamente normale nel mondo contemporaneo, ma contiene una contraddizione interessante: Nikon si affida, almeno per alcuni componenti fondamentali, a un gruppo che possiede anche tutti gli strumenti necessari per attirarne i clienti.
Il catalogo Sony entra nelle borse Nikon
La vera novità non si trova però nei sensori. Si trova davanti al sensore.
Il ridottissimo tiraggio dell’innesto Nikon Z consente di adattare obiettivi progettati per numerosi altri sistemi. Gli adattatori Sony E–Nikon Z hanno raggiunto un livello di maturità tale da permettere autofocus, controllo del diaframma, trasmissione dei dati, stabilizzazione e aggiornamenti firmware con una trasparenza che pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile.
Non sempre tutto funziona esattamente come con un Nikkor nativo e nessuno dovrebbe trasformare una compatibilità empirica in una garanzia universale. Ma, nella pratica, molti obiettivi Sony E di Sigma, Tamron e degli altri produttori possono essere utilizzati con piena soddisfazione sulle Nikon Z.
Noi stessi lo stiamo facendo.
Abbiamo montato sulla Z9 Sigma nati per Sony, provato focali che Nikon non offre, acquistato un 65mm f/2 Contemporary in attacco E e considerato con interesse obiettivi come il 35mm f/1.2, il 50mm f/1.2, il 105mm f/1.4, il 135mm f/1.4 e il 200mm f/2. Non lo facciamo perché desideriamo passare a Sony. Lo facciamo perché Nikon non ci permette di acquistare gli stessi obiettivi direttamente in attacco Z.
Dal nostro punto di vista stiamo ampliando il sistema Nikon.
Dal punto di vista industriale stiamo costruendo una parte del nostro futuro corredo Sony.
Ogni obiettivo E che entra nella borsa di un nikonista riduce il costo e la difficoltà di un eventuale passaggio. Oggi funziona sulla Z attraverso un adattatore. Domani potrebbe essere montato direttamente su una Sony semplicemente togliendo quell’anello di pochi millimetri che ci permette di usarlo.
Non occorre vendere l’obiettivo. Non occorre sostituirlo. Non occorre imparare a conoscerne un altro.
Basta cambiare la fotocamera.
Il ponte è a senso unico
A prima vista questa permeabilità rappresenta un grande vantaggio per Nikon. L’innesto Z permette di accedere a una quantità di obiettivi enormemente superiore a quella ufficialmente autorizzata dalla casa. Un fotografo può scegliere Nikon per ergonomia, robustezza e qualità dei corpi senza rinunciare alle proposte di Sigma, Tamron, Samyang o Sony.
Sony non gode della stessa possibilità. Il tiraggio dell’innesto E non consente di montare normalmente un Nikkor Z su una fotocamera Alpha. Gli obiettivi Nikon rimangono dentro il sistema Nikon, mentre gli obiettivi Sony E possono entrare nel sistema Z.
Sembra una porta attraverso la quale possono passare soltanto gli obiettivi.
Ma insieme agli obiettivi passa qualcos’altro: la fedeltà del cliente.
Il nikonista che possiede esclusivamente Nikkor Z incontra ancora una barriera economica importante. Per cambiare sistema deve vendere almeno una parte del corredo e ricostruirlo altrove. Il fotografo che nel frattempo ha comprato tre o quattro Sigma E, magari proprio perché Nikon non li produce e non ne autorizza la versione Z, ha già eliminato una parte sostanziale di quella barriera.
La sua borsa non appartiene più completamente a Nikon.
È diventata una borsa ibrida nella quale soltanto il corpo macchina e alcuni obiettivi portano ancora un vincolo definitivo. La transizione successiva può avvenire gradualmente: prima un corpo Sony affiancato alla Nikon, poi l’utilizzo diretto degli obiettivi E, quindi la vendita di qualche Nikkor rimasto meno utilizzato. Non serve più prendere una decisione drastica. Basta lasciarsi scivolare da una parte all’altra.
Nikon ha costruito un innesto capace di accogliere quasi tutto. Potrebbe aver costruito, senza volerlo, anche la migliore rampa di uscita dal proprio sistema.
Nikon protegge il proprio catalogo e prepara quello degli altri
Nikon continua a controllare con grande cautela l’accesso all’innesto Z. Tamron è presente, direttamente e attraverso progetti commercializzati come Nikkor; Viltrox, Laowa e altri produttori hanno conquistato spazi più o meno ampi. Sigma, invece, resta limitata a pochi obiettivi APS-C nativi Z, mentre la sua parte più interessante della gamma full frame continua a essere ufficialmente disponibile per Sony E e Leica L.
Dal punto di vista di Nikon la prudenza è comprensibile. Aprire completamente l’innesto significherebbe permettere a Sigma di competere con i Nikkor nelle focali più redditizie. Un 50mm, un 85mm o un 135mm Sigma potrebbero sottrarre vendite agli equivalenti Nikon; un 105mm da ritratto o un 200mm f/2 renderebbero ancora più visibili le lacune del catalogo Z.
Nel breve periodo la chiusura protegge qualche margine.
Nel lungo induce il cliente a comprare comunque l’obiettivo Sigma, ma nella baionetta del concorrente.
Nikon evita forse di perdere la vendita di un Nikkor che il fotografo non avrebbe acquistato e, in cambio, lo incoraggia a possedere un obiettivo pronto per essere montato su una Sony. È una strategia singolare: proteggere il recinto consegnando agli abitanti la chiave del cancello.
Il fotografo che desidera il Sigma 135mm f/1.4 non rinuncia necessariamente all’obiettivo perché Nikon non ne autorizza la versione Z. Compra quello Sony E, aggiunge un adattatore e continua a fotografare. Nikon conserva il cliente, ma non conquista la vendita e non rafforza il vincolo con il sistema. Al contrario, finanzia indirettamente la sua futura libertà.
Ogni volta che l’operazione riesce, il fotografo scopre anche che il marchio inciso sul barilotto non è indispensabile. Il Sigma mette a fuoco, espone, trasmette i dati e produce le fotografie desiderate. Il rapporto esclusivo fra corpo Nikon e obiettivo Nikkor si indebolisce. Il sistema diventa una combinazione di componenti scelti liberamente.
È una conquista per il fotografo.
Non necessariamente per Nikon.
Canon è un’emigrazione, Sony un trasferimento
Passare da Nikon a Canon rimane una decisione radicale. L’innesto RF è deliberatamente protetto, il catalogo indipendente full frame è limitato, gli obiettivi appartengono a un ecosistema che Canon governa strettamente. Il fotografo deve vendere, ricomprare e accettare una diversa filosofia progettuale.
Cambiano i comandi, le nomenclature, la logica dell’autofocus, il trattamento dell’immagine e il modo stesso in cui corpo e obiettivo vengono concepiti come parti di un sistema. Si può preferire Canon e si possono trovare ottime ragioni per sceglierla, ma il passaggio richiede una conversione consapevole.
Sony è più vicina.
Non necessariamente per ergonomia, perché sotto questo aspetto Nikon conserva un vantaggio enorme agli occhi di chi ne apprezza la tradizione. Non per continuità storica, che Sony non può rivendicare nello stesso modo. E nemmeno perché le immagini siano identiche.
È più vicina perché molti degli elementi necessari per raggiungerla sono già presenti nella borsa Nikon. Il sensore appartiene spesso alla stessa famiglia industriale, le tecnologie operative sono convergenti e gli obiettivi indipendenti utilizzati sulla Z possiedono già l’attacco Sony.
Canon è un continente nel quale bisogna emigrare.
Sony è la casa accanto nella quale abbiamo cominciato a depositare i mobili.
L’ergonomia è l’ultima vera frontiera
Una Nikon Z9 non è una Sony Alpha alla quale sia stata applicata un’impugnatura differente. Sarebbe sciocco sostenerlo. Nikon conserva una cultura fotografica riconoscibile, costruita attraverso generazioni di fotocamere professionali.
La disposizione dei comandi, il rapporto con il mirino, la presa, la risposta della macchina, la logica dei menu, la robustezza e il modo in cui le funzioni vengono rese immediatamente disponibili continuano a distinguere Nikon. Chi ha utilizzato una F5, una D3, una D6 e poi una Z9 ritrova una continuità che va ben oltre la forma esterna.
Anche la Zf, pur rivolgendosi a un pubblico diverso, esprime un’identità che Sony non ha mai realmente cercato. Non è soltanto una fotocamera con ghiere tradizionali: è un oggetto attraverso il quale Nikon rilegge la propria storia e propone un modo particolare di vivere la formazione dell’immagine.
Questa cultura operativa è oggi la più forte difesa di Nikon.
Non il sensore, perché può essere prodotto anche da altri. Non la risoluzione, che viene presto raggiunta. Non il riconoscimento dei soggetti, che tutti aggiornano. Non il video, nel quale Sony possiede una tradizione e una forza industriale enormi. Non perfino gli obiettivi, quando quelli più desiderabili possono essere acquistati già in attacco E e utilizzati sulle Nikon attraverso un adattatore.
La difesa è il piacere di utilizzare una Nikon.
Ma l’ergonomia non può sopportare da sola tutto il peso della fedeltà. Se Nikon rallenta il rinnovamento delle fotocamere, non presenta gli obiettivi attesi, lascia ai concorrenti l’iniziativa tecnologica e continua a impedire a Sigma di produrre direttamente per Z, arriverà un momento in cui il fotografo confronterà il piacere d’uso con ciò che gli altri sistemi gli permettono concretamente di fare.
Può amare l’impugnatura Nikon e tuttavia stancarsi di aspettare.
Sony non deve comprare Nikon
Nel precedente editoriale abbiamo immaginato che un grande gruppo potesse acquistare Nikon, approfittando della sua modesta capitalizzazione rispetto al patrimonio tecnologico posseduto. Sony è il nome più immediato, perché dispone del capitale, produce sensori, fotocamere e sistemi cinematografici e potrebbe integrare Nikon e RED in una piattaforma professionale impressionante.
Ma Sony non ha bisogno di comprare Nikon.
Acquistare la società significherebbe assorbirne debiti, stabilimenti, litografia, metrologia, microscopia, manifattura additiva, attività medicali, personale e difficoltà organizzative. Significherebbe affrontare le autorità antitrust e il governo giapponese, integrare culture industriali differenti e assumersi la responsabilità di ristrutturare settori lontani dal proprio interesse principale.
Per conquistare i fotografi Nikon non serve nulla di tutto questo.
Sony deve semplicemente continuare a produrre corpi competitivi, mantenere aperto l’innesto E, sostenere Sigma e Tamron e aspettare che Nikon commetta qualche errore. Ogni ritardo, ogni fotocamera troppo prudente, ogni vuoto nel catalogo e ogni obiettivo Sigma che Nikon costringe ad acquistare in attacco Sony riduce il lavoro necessario.
Il giorno in cui un nikonista deciderà che la nuova Sony gli offre ciò che Nikon non ha ancora presentato, potrebbe scoprire di possedere già metà del corredo necessario.
Non dovrà rinnegare il proprio passato. Non dovrà ammettere che per anni aveva scelto la marca sbagliata. Non dovrà nemmeno vendere tutti gli obiettivi. Potrà acquistare una Sony come secondo corpo, montarvi direttamente i Sigma già presenti nella borsa e continuare a usare la Nikon per ciò che sa fare meglio.
Poi il secondo corpo può diventare il primo.
La conquista non avverrà attraverso una drammatica migrazione di massa. Avverrà una fotocamera alla volta.
L’acquisizione silenziosa
Nikon e Sony restano concorrenti e continueranno probabilmente a esserlo. Hanno prodotti, identità, strategie e culture differenti. Non esiste una fusione nascosta e non sosteniamo che i loro sistemi siano intercambiabili.
Osserviamo però una vicinanza industriale e pratica che non esiste nello stesso modo fra Nikon e Canon.
La tecnologia converge, i sensori provengono spesso dallo stesso produttore, gli obiettivi E entrano nelle borse Nikon e l’adattatore rende sempre meno visibile il confine. Il fotografo continua a sentirsi interamente nikonista mentre acquista componenti che potrebbero accompagnarlo senza difficoltà nel sistema concorrente.
È la forma più moderna di acquisizione: non comprare l’azienda, ma ridurne progressivamente il potere di trattenere i clienti.
Nikon può contrastare questo rischio. Deve continuare a produrre corpi che nessun nikonista desideri sostituire, aprire seriamente l’innesto Z, attirare Sigma invece di regalarle vendite in attacco E e tornare a progettare obiettivi capaci di legare il fotografo al sistema attraverso il desiderio, non attraverso l’incompatibilità.
La fedeltà non si protegge chiudendo una baionetta. Si conquista offrendo una ragione per restare.
Canon continua a essere il grande rivale storico contro il quale Nikon misura prodotti, prestazioni e prestigio. Sony rappresenta un pericolo differente e probabilmente più immediato. Non chiede al nikonista di attraversare un confine netto. Gli permette di avvicinarsi gradualmente, utilizzando tecnologie familiari e portando con sé gli obiettivi che già possiede.
Sony non deve acquistare Nikon per impadronirsi della parte più preziosa del suo sistema.
Le basta acquisire i suoi clienti

Prima di cominciare: cambiamo per un momento mestiere
Questo non è un articolo speculativo, non anticipa un’acquisizione della quale avremmo avuto misteriosamente notizia e non cerca facili allarmismi intorno al futuro di Nikon. Non abbiamo informazioni riservate, non conosciamo le intenzioni di EssilorLuxottica e non sappiamo se qualcuno stia realmente studiando un’operazione sul capitale della società.
Non è nemmeno l’ennesimo titolo catastrofista costruito per raccogliere qualche clic annunciando la prossima morte di Nikon. Di morti imminenti ne sono state pronosticate abbastanza e, almeno per il momento, Nikon è ancora qui.
Per leggere questo articolo bisogna invece compiere un piccolo esercizio di immedesimazione. Dimentichiamo di essere fotografi, mettiamo da parte le nostre Nikon, smettiamo di preoccuparci degli obiettivi che vorremmo e immaginiamo di lavorare nel reparto fusioni e acquisizioni di una grande banca d’affari internazionale. Un nostro cliente dispone di molto capitale e ci ha incaricati di cercare nel mondo società sottovalutate, proprietarie di tecnologie difficilmente riproducibili e potenzialmente più redditizie sotto un’altra guida, dopo una ristrutturazione o attraverso la separazione delle loro diverse attività.
Non proviamo affetto per Nikon. Non ci interessa la F, la Z9, il 105mm f/2.5 e nemmeno il futuro della fotografia. Non collezioniamo vecchi Nikkor e non ci emoziona il suono dell’otturatore di una F3.
Abbiamo davanti bilanci, partecipazioni, brevetti, posizione finanziaria, valore di Borsa e possibili sinergie industriali. Perseguiamo soltanto l’interesse economico del nostro cliente e, naturalmente, la commissione che la banca incasserebbe portando a termine l’operazione.
Scorrendo l’elenco delle aziende possibili, ci capita sotto gli occhi Nikon: un marchio conosciuto in tutto il mondo, un secolo di competenze ottiche e industriali, attività nella fotografia, nel cinema, nella litografia, nella metrologia, nella medicina e nella manifattura avanzata; tecnologie strategiche, un azionariato frammentato, minore forza finanziaria rispetto al passato e una capitalizzazione di Borsa sorprendentemente modesta.
Inoltre, un grande gruppo straniero ne possiede già il 18,53%.
A questo punto non stiamo dicendo che Nikon verrà acquistata.
Ci stiamo domandando perché, nei panni di quella banca d’affari, non dovremmo proporre l'investimento ad uno dei nostri migliori clienti, uno di quelli che ha la liquidità sufficiente per comperarsi non Nikon, ma un intero stato europeo ...
Nel futuro immaginato da Nikon, uomini e macchine lavoreranno felicemente insieme. Robot collaborativi, sistemi ottici, intelligenza artificiale e operatori sorridenti produrranno una società più ricca, efficiente e armoniosa. È la visione offerta dai piani industriali dell’azienda per il 2030: rassicurante, inclusiva, tecnologicamente ottimista e abbastanza generica da poter essere utilizzata, cambiando il logo, da quasi ogni grande società industriale del mondo.
Manca però un personaggio.
L’azionista.
Non sappiamo chi controllerà Nikon nel 2030, chi ne stabilirà le priorità, quali attività considererà strategiche e quali invece sacrificabili. Non sappiamo nemmeno se Nikon arriverà a quella data conservando l’autonomia necessaria per decidere da sola che cosa diventare.
Non è una previsione catastrofica e non nasce da qualche rumor giapponese tradotto male. Nasce da un numero pubblicato dalla stessa Nikon: al 31 marzo 2026 EssilorLuxottica possedeva il 18,53% del capitale ed era, con ampio margine, il principale azionista industriale della società. Aveva già ricevuto dal governo giapponese l’autorizzazione a salire fino al 20%.
Mentre Nikon illustrava il proprio futuro con uomini e macchine al lavoro insieme, qualcuno ne comprava quasi un quinto.
Grande per la storia, piccola per la finanza
Per un fotografo Nikon è un gigante. Il marchio porta con sé oltre un secolo di storia, imprese scientifiche e industriali, guerre, esplorazioni, missioni spaziali, fotogiornalismo, microscopia, metrologia, litografia e alcune delle fotocamere e degli obiettivi più importanti mai costruiti.
La Borsa non si commuove davanti a tutto questo.
Nell’agosto 2026 il valore di mercato dell’intera Nikon oscilla intorno ai quattro miliardi di dollari. Un’acquisizione richiederebbe naturalmente un premio sul prezzo delle azioni, dovrebbe tenere conto della posizione finanziaria, dei debiti, delle attività e degli inevitabili vincoli politici. Ma la dimensione dell’operazione resterebbe perfettamente accessibile a molti grandi gruppi internazionali.
Nikon è più grande di Sigma e Tamron. Non è grande nel mondo in cui Microsoft può spendere quasi settanta miliardi di dollari per Activision Blizzard, Broadcom oltre sessanta per VMware e le operazioni industriali vengono ormai misurate in decine di miliardi di dollari, non in miliardi di yen.
Il paradosso è che Nikon potrebbe valere sul mercato molto meno delle competenze necessarie per ricostruirla da zero. Un eventuale compratore non acquisterebbe soltanto il marchio giallo, le Z9 e gli obiettivi Nikkor. Acquisterebbe ottica di precisione, litografia, metrologia, microscopia, imaging medicale, sistemi industriali, manifattura additiva, RED, brevetti, stabilimenti, tecnici e rapporti consolidati con settori strategici e governativi.
Un secolo di conoscenze che non può essere ordinato da un fornitore né sviluppato in qualche trimestre.
È proprio la distanza tra valore finanziario e valore tecnologico a rendere Nikon vulnerabile. Non è una società priva di patrimonio. È una società il cui patrimonio potrebbe fare gola a chi dispone del capitale che a Nikon comincia a mancare.
Mitsubishi non verrà necessariamente in soccorso
Per buona parte della propria storia Nikon ha potuto contare sull’appartenenza alla galassia Mitsubishi. Non si trattava di una controllante nel senso occidentale del termine, ma di una rete di partecipazioni, banche, rapporti industriali, forniture e solidarietà tra società che rendeva difficile immaginare una Nikon davvero sola.
Quel mondo si è progressivamente dissolto.
Nikon conserva il legame storico con il gruppo Mitsubishi e MUFG Bank compare ancora tra i suoi azionisti, ma possiede appena il 2,13% del capitale. Non esiste più un azionista Mitsubishi in grado di esercitare il controllo, né appare evidente un interesse strategico del gruppo a mobilitare capitali per difendere Nikon da un pretendente esterno. Il principale azionista industriale non è Mitsubishi, ma EssilorLuxottica con il 18,53%. La composizione ufficiale dell’azionariato è pubblicata da Nikon.
Naturalmente il sistema giapponese conserva relazioni meno visibili delle sole partecipazioni azionarie. Banche, istituzioni e governo possono ancora intervenire, favorire una soluzione domestica o scoraggiare un acquirente straniero. Ma affidarsi alla memoria del vecchio keiretsu sarebbe ingenuo. Mitsubishi non possiede più Nikon, non la controlla e non ha manifestato alcuna intenzione di tornare a farlo.
Il cavaliere bianco potrebbe anche presentarsi. Non è detto che porti ancora i tre diamanti sullo scudo.
I barbari non aspettano più alla frontiera
Per decenni l’idea che una grande società giapponese potesse essere acquistata da uno straniero è sembrata quasi un’assurdità culturale prima ancora che finanziaria. Le partecipazioni incrociate, le banche di riferimento, la diffidenza verso le offerte ostili, il ruolo dei ministeri e una concezione quasi familiare dell’impresa costruivano attorno alle aziende nazionali una barriera più efficace di molte leggi.
Ma i tabù durano finché il mondo accetta di rispettarli.
Il tentativo della canadese Couche-Tard di acquistare Seven & i, proprietaria di 7-Eleven, ha mostrato che perfino uno dei simboli più riconoscibili dell’economia e della vita quotidiana giapponese può diventare l’oggetto di un’offerta straniera da oltre quaranta miliardi di dollari. L’operazione non è arrivata a compimento, ma la sua importanza sta nel fatto che sia stata concepita, finanziata e discussa seriamente. Non era una fantasia di Borsa: sarebbe stata la più grande acquisizione straniera di un’azienda giapponese. Il tentativo si è concluso nel 2025 dopo quasi un anno di trattative e resistenze.
Toshiba, altro nome che per decenni sarebbe sembrato intoccabile, è stata ritirata dalla Borsa e acquisita da un consorzio guidato da un fondo. Sharp è finita sotto il controllo della taiwanese Foxconn. Nissan ha dovuto cercare alleanze che soltanto pochi anni prima sarebbero apparse politicamente e culturalmente indigeste. Il Giappone continua a proteggere i propri interessi strategici, ma non può più fingere che ogni impresa storica sia automaticamente immortale e inalienabile.
Nel frattempo sono arrivati i nuovi barbari. Non necessariamente rozzi e non necessariamente stranieri: fondi sovrani, private equity, gruppi tecnologici, piattaforme digitali e conglomerati capaci di mobilitare in poche settimane capitali superiori al valore di interi settori industriali giapponesi.
E poi è tornato Donald Trump, ricordando al Giappone e all’Europa che persino alleanze politiche considerate permanenti possono essere rinegoziate attraverso dazi, minacce, sussidi e accordi imposti dalla forza relativa delle parti. Nel rapporto commerciale concluso con Washington, il Giappone ha accettato un tetto tariffario del 15% e un pacchetto di prestiti e investimenti negli Stati Uniti da 550 miliardi di dollari. Nel 2026 Tokyo era ancora costretta a chiedere che gli Stati Uniti rispettassero i termini concordati.
In questo mondo, il prestigio storico non costituisce una difesa e la cortesia istituzionale non garantisce reciprocità. Se l’America può ridefinire unilateralmente le regole commerciali, la Cina può sovvenzionare intere filiere e i grandi gruppi possono acquistare aziende con capitali superiori al prodotto interno lordo di piccoli Stati, il Giappone non può più proteggere indefinitamente ogni campione nazionale soltanto perché appartiene alla propria storia.
Può proteggere le tecnologie davvero strategiche. Non necessariamente le società che le possiedono nella forma in cui esistono oggi.
Proteggere la tecnologia non significa proteggere Nikon
Nikon è classificata dal governo giapponese tra le aziende importanti per la sicurezza nazionale, a causa delle sue attività nella litografia, nei sistemi di precisione e in altre tecnologie sensibili. Questo rende un’acquisizione straniera più complessa, sottoposta al controllo previsto dal Foreign Exchange and Foreign Trade Act. Nel 2026 il Giappone ha inoltre rafforzato la normativa, estendendo l’esame anche a operazioni indirette e introducendo un coordinamento interministeriale paragonato, con qualche approssimazione, al CFIUS americano. Le nuove disposizioni ampliano sensibilmente i poteri di controllo.
Ma da questo non deriva che il governo debba preservare Nikon nella sua interezza.
Lo Stato potrebbe considerare indispensabili alcune competenze, alcuni brevetti, determinati stabilimenti e la continuità delle forniture militari o litografiche, senza ritenere altrettanto indispensabile che fotografia, microscopia, RED, manifattura additiva e strumenti di precisione continuino a vivere sotto la stessa ragione sociale.
La divisione Precision Equipment, che comprende i sistemi per litografia di semiconduttori e display, potrebbe essere ceduta o incorporata in un altro grande gruppo giapponese, preservandone tecnologia, personale e controllo nazionale. Le attività legate alla difesa potrebbero essere isolate e protette. Il settore fotografico potrebbe seguire un’altra strada. La manifattura additiva potrebbe essere venduta, ristrutturata o affidata a un partner.
Il governo difenderebbe così ciò che giudica strategico senza dover necessariamente difendere Nikon.
È una distinzione sgradevole per chi identifica la società con un organismo unitario, ma perfettamente normale per chi osserva un conglomerato attraverso la logica degli asset. Un’azienda può scomparire e le sue tecnologie continuare a essere considerate nazionali. Può essere smembrata proprio con la motivazione di proteggerne le parti importanti.
Ma quanto è ancora strategica la litografia Nikon?
Per molti anni la presenza di Nikon nella produzione di apparecchiature litografiche sarebbe bastata da sola a renderne impensabile la cessione. Senza litografia non esistono semiconduttori e senza semiconduttori non esiste industria avanzata. Il ragionamento resta valido, ma la posizione di Nikon all’interno di quella filiera è cambiata profondamente.
ASML possiede il monopolio mondiale dei sistemi EUV necessari alla produzione dei chip più avanzati e domina anche la fascia superiore della litografia DUV. Nikon continua a produrre sistemi importanti, soprattutto per processi meno estremi, applicazioni mature e particolari esigenze industriali, ma non detta più la direzione tecnologica del settore. In testa alla corsa c’è ASML; Nikon cerca spazi nei quali le proprie competenze possano ancora produrre valore senza affrontare frontalmente un concorrente diventato immensamente più grande.
Contemporaneamente la Cina investe somme enormi per ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali. I produttori cinesi non sono ancora in grado di sostituire ASML nella litografia avanzata, ma stanno crescendo rapidamente in incisione, deposizione, pulizia, metrologia e apparecchiature per nodi maturi. Samsung e SK Hynix hanno già cominciato a valutare strumenti cinesi come protezione contro l’inasprimento dei controlli statunitensi sulle esportazioni. Secondo fonti raccolte da Reuters, aziende come AMEC, Naura e ACM stanno guadagnando credibilità e spazio nella filiera.
Nikon rischia quindi di trovarsi stretta tra un monopolista europeo tecnologicamente irraggiungibile e una nuova industria cinese sostenuta da capitali pubblici, mercato interno e urgenza geopolitica.
La domanda insolente diventa inevitabile: la litografia Nikon è ancora tanto strategica da proteggere Nikon, oppure è diventata abbastanza strategica da essere separata da Nikon e affidata a qualcuno più forte?
Un grande gruppo giapponese potrebbe assorbirla senza compromettere la sicurezza nazionale. Canon rappresenterebbe l’ipotesi più evidente ma anche la più problematica sul piano della concorrenza. Tokyo Electron, Hitachi High-Tech o un consorzio sostenuto da istituzioni e fondi domestici potrebbero offrire altre soluzioni, almeno teoriche. Non stiamo indicando un compratore: osserviamo semplicemente che la tecnologia potrebbe sopravvivere alla società che oggi la possiede.
EssilorLuxottica non ha bisogno delle fotocamere Nikon
La presenza di EssilorLuxottica rende lo scenario ancora più concreto. Il gruppo franco-italiano non avrebbe motivo di acquistare Nikon per diventare il terzo produttore mondiale di mirrorless. Il mercato fotografico è maturo, costoso e combattuto. Ma potrebbe essere fortemente interessato alle conoscenze che collegano ottica, sensori, miniaturizzazione, metrologia, imaging medicale e produzione di precisione.
EssilorLuxottica controlla un’enorme parte del mercato mondiale dell’occhialeria, possiede Ray-Ban e collabora con Meta allo sviluppo degli smart glasses. Il futuro degli occhiali non riguarda più soltanto la correzione della vista: comprende acquisizione di immagini, proiezione, sensori, realtà aumentata, assistenza visiva, diagnostica e interazione con sistemi intelligenti. Nikon possiede molte delle competenze necessarie per quel futuro.
Le due società collaborano nel settore delle lenti oftalmiche fin dal 2000. EssilorLuxottica non è comparsa improvvisamente nel registro degli azionisti: conosce Nikon, ne conosce le tecnologie e ha costruito progressivamente una partecipazione che al marzo 2026 ha raggiunto il 18,53%.
Potrebbe fermarsi al 20% e mantenere una partecipazione strategica non di controllo. Potrebbe chiedere maggiore influenza sulla gestione. Potrebbe attendere una crisi, una svalutazione o la necessità di nuovo capitale. Potrebbe favorire la separazione delle attività che le interessano da quelle che non desidera. Oppure potrebbe, un giorno, chiedere l’autorizzazione a salire oltre.
Non sappiamo che cosa farà. Sappiamo che è già nella stanza.
Sony sarebbe il compratore più spettacolare, non il più logico
Sony potrebbe acquistare Nikon senza particolare difficoltà finanziaria. Possiede sensori, fotocamere, cinema, intrattenimento, elettronica e una capacità di investimento incomparabilmente superiore. Unendo Sony Imaging, RED e Nikon nascerebbe un sistema professionale impressionante.
Proprio per questo l’operazione sarebbe difficile.
Sony è già uno dei due maggiori produttori di fotocamere mirrorless e il principale fornitore mondiale di sensori d’immagine. L’acquisizione di Nikon ridurrebbe la concorrenza nel mercato fotografico, concentrerebbe ulteriormente la filiera e attirerebbe l’attenzione delle autorità antitrust. Sony dovrebbe inoltre assorbire attività industriali lontane dal proprio centro strategico e sottoposte a vincoli governativi.
Soprattutto, Sony non ha bisogno di comprare Nikon. Può venderle sensori, competere con le sue fotocamere e lasciarle il rischio finanziario dei sistemi litografici, della manifattura additiva e delle altre attività problematiche.
La soluzione giapponese, se mai arrivasse, potrebbe essere diversa: non Sony che compra tutta Nikon, ma più soggetti che ne raccolgono le parti. L’imaging a un gruppo, la Precision Equipment a un altro, le attività medicali o industriali a un terzo. Il marchio potrebbe sopravvivere sulle fotocamere anche se Nikon, come azienda autonoma, avesse cessato di esistere.
È accaduto a marchi che sembravano altrettanto eterni.
Nikon non è immobile. Forse si sta muovendo nella direzione sbagliata
Sarebbe ingiusto descrivere Nikon come un’azienda incapace di prendere iniziative. Ha acquistato RED, è entrata nella manifattura additiva con SLM Solutions, ha investito nella robotica, nella visione industriale e nella produzione avanzata. Non è rimasta seduta ad aspettare la contrazione del mercato fotografico.
Ma queste operazioni hanno consumato capitale e aumentato il rischio proprio mentre alcune attività non producevano i risultati sperati. Nikon è entrata in una posizione di debito finanziario netto per la prima volta in sedici anni. La manifattura digitale ha generato perdite e svalutazioni pesantissime. Dopo SLM e RED, la stessa società ha dichiarato di avere sospeso le grandi acquisizioni per concentrarsi sull’integrazione e sulla disciplina finanziaria. Il rapporto sul piano industriale riconosce il deterioramento delle prestazioni e la necessità di maggiore rigore nell’allocazione del capitale.
Nikon ha dunque mostrato coraggio nello spendere, ma non sempre altrettanta chiarezza nello scegliere.
La società che esita davanti a un obiettivo fotografico originale ha investito somme enormi in una manifattura additiva che continua a perdere denaro. Ha comprato RED, operazione molto più coerente con le proprie competenze, ma deve ancora dimostrare di saper trasformare quell’acquisizione in un ecosistema capace di contendere seriamente il cinema digitale ai protagonisti esistenti.
Il problema non è la mancanza assoluta di iniziativa. È l’assenza di una direzione abbastanza riconoscibile da tenere insieme tutte queste iniziative.
Ottica, fotocamere, cinema, litografia, microscopia, salute, robotica e stampa tridimensionale possono costituire una grande piattaforma tecnologica. Oppure possono essere un insieme di attività che un futuro proprietario troverà più conveniente separare.
Il controllo può cambiare senza che arrivi un’OPA
Continuiamo a immaginare le acquisizioni come assalti improvvisi: un compratore ostile, un’offerta pubblica, il consiglio di amministrazione riunito nella notte e i giornali davanti alla sede centrale. Ma il controllo di una società può cambiare molto prima che qualcuno possieda il 51%.
In un azionariato frammentato, una partecipazione vicina al 20% attribuisce già un’influenza enorme. Permette di condizionare le decisioni più importanti, dialogare con gli investitori istituzionali, chiedere posti in consiglio, sostenere o contrastare operazioni straordinarie e presentarsi come interlocutore inevitabile in qualsiasi ristrutturazione.
EssilorLuxottica non ha bisogno di acquistare domani il restante 80% per diventare determinante nel futuro di Nikon. Potrebbe esserlo già.
Se i risultati peggiorassero, il debito aumentasse o una delle attività richiedesse nuovi capitali, la posizione del primo azionista diventerebbe ancora più forte. A quel punto una ricapitalizzazione, una joint venture, una cessione o una divisione societaria potrebbero modificare l’equilibrio senza che nessuno annunci formalmente la fine dell’indipendenza.
Nikon continuerebbe a esistere. Il logo sarebbe sempre giallo. Le fotocamere continuerebbero a chiamarsi Nikon. Ma qualcun altro potrebbe avere già cominciato a decidere che cosa Nikon debba essere.
Il 2030 non è abbastanza lontano
Nei piani aziendali il 2030 viene rappresentato come un futuro remoto, uno spazio astratto nel quale collocare tecnologie sostenibili, operatori sorridenti e macchine collaborative. In realtà mancano meno di quattro anni.
Quattro anni fa Nikon non possedeva RED, EssilorLuxottica non controllava quasi un quinto della società, la manifattura additiva non aveva ancora prodotto le sue grandi svalutazioni e un’offerta straniera da oltre quaranta miliardi per 7-Eleven sarebbe sembrata quasi inconcepibile.
Quattro anni sono sufficienti per cambiare tutto.
Il piano Nikon parla di come uomini e macchine lavoreranno insieme, ma non chiarisce quale attività debba costituire il centro irrinunciabile dell’azienda. Non identifica una tecnologia capace di garantire da sola l’indipendenza del gruppo. Non spiega perché fotografia, cinema, litografia, microscopia e manifattura additiva debbano necessariamente restare unite. E soprattutto non dice chi finanzierà la trasformazione se i risultati continueranno a indebolirsi.
Questa è la parte ingenua della visione Nikon 2030. Non l’ottimismo tecnologico, ma la convinzione implicita che Nikon sarà ancora lì, sostanzialmente uguale a se stessa e libera di scegliere.
Le aziende non possiedono un diritto naturale all’indipendenza. Devono guadagnarsela attraverso risultati, capitale, innovazione e una strategia che renda più prezioso mantenerle unite che smontarle.
Il pericolo non è essere comprati. È diventare comprabili
Non sappiamo se Nikon verrà acquisita da EssilorLuxottica, da un gruppo giapponese, da un consorzio finanziario o da nessuno. Non sappiamo se il governo permetterebbe il passaggio del controllo a uno straniero e quali condizioni imporrebbe. Non sappiamo nemmeno se il principale azionista desideri realmente andare oltre il 20%.
Ma sappiamo che Nikon vale sul mercato una cifra modesta rispetto alle proprie competenze, ha perso la protezione sostanziale della vecchia galassia Mitsubishi, dispone di minore libertà finanziaria, opera in settori sottoposti alla pressione congiunta di ASML e della Cina e ha già un azionista industriale straniero vicino al 20%.
Sono fatti. Lo scenario viene dopo.
Il pericolo non è che domani qualcuno bussi alla porta di Nikon con un assegno. È che la società continui a perdere iniziativa, identità e capacità di produrre valore fino a rendere l’acquisizione la soluzione più razionale anche agli occhi di chi oggi vorrebbe difenderne l’indipendenza.
A quel punto il Giappone potrebbe proteggere la litografia affidandola a un altro gruppo nazionale. EssilorLuxottica potrebbe integrare le tecnologie ottiche e medicali. RED potrebbe trovare una collocazione differente. Il settore fotografico potrebbe essere conservato come marchio, ceduto o trasformato in una società più piccola.
Tutti i pezzi continuerebbero a esistere.
Soltanto Nikon non esisterebbe più.
E mentre nel disegno del 2030 uomini e macchine continuerebbero a lavorare allegramente insieme, fuori dall’inquadratura qualcun altro avrebbe già comprato la fabbrica.
«Ma a noi che importa di chi possiede Nikon?»
Al fotografo potrebbe sembrare indifferente chi controlli Nikon. Finché escono nuove fotocamere, gli obiettivi continuano a funzionare e l’assistenza ripara ciò che si rompe, che il principale azionista sia Mitsubishi, EssilorLuxottica o un fondo internazionale parrebbe una questione riservata agli analisti finanziari.
Non è così.
Chi possiede Nikon decide quali prodotti devono essere sviluppati, quali stabilimenti mantenere, quanto investire nella ricerca, per quanto tempo garantire assistenza e ricambi, se aprire l’innesto Z ad altri produttori e quali settori meritino ancora di esistere. Decide se il prossimo progetto sarà un 105mm da ritratto, un visore per occhiali intelligenti, una cinepresa RED oppure una macchina litografica. E decide soprattutto se la fotografia debba restare il cuore visibile di Nikon o diventare una piccola attività da conservare finché produce margini sufficienti.
Un nuovo proprietario potrebbe portare capitali, capacità industriale e quella determinazione che oggi sembra mancare. Non è detto che un’acquisizione rappresenti necessariamente una rovina. Potrebbe persino restituire slancio al sistema Z. Ma potrebbe anche concludere che sviluppare fotocamere sia meno redditizio che utilizzare brevetti, vetri, sensori e progettisti Nikon in altri mercati.
Il marchio potrebbe sopravvivere in entrambi i casi. Continuare a leggere “Nikon” sul pentaprisma o sul frontale di una Z non garantirebbe però che dietro quel nome esistano ancora la stessa cultura, la medesima continuità progettuale e la volontà di costruire un sistema fotografico completo.
Per questo ci interessa sapere chi possiede Nikon. Non perché abbiamo acquistato le sue azioni, ma perché abbiamo acquistato le sue fotocamere, i suoi obiettivi e, insieme a loro, la fiducia che qualcuno continuerà a svilupparli.
Noi non possediamo Nikon.
Ma chi possiede Nikon, in una certa misura, possiede anche il futuro di tutto ciò che abbiamo nelle nostre borse.
Il sistema Nikon Z dispone ormai di quasi tutti gli obiettivi che un fotografo ragionevole potrebbe desiderare. Ci sono zoom professionali di qualità straordinaria, fissi luminosi praticamente irreprensibili, teleobiettivi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati incompatibili con le leggi della fisica, piccoli obiettivi economici sorprendentemente buoni e perfino qualche pezzo da esposizione capace di ricordarci che, quando vuole, Nikon sa ancora mettere soggezione al resto dell’industria.
Non manca quasi nulla. Ed è proprio questo il problema.
Perché una gamma può essere completa senza essere davvero sorprendente. Può coprire ogni focale, soddisfare ogni genere fotografico, superare brillantemente ogni prova di laboratorio e tuttavia non suggerire una sola fotografia che prima non avessimo già pensato di fare.
Thom Hogan, in un recente intervento, si è domandato quale Nikkor Z possa essere considerato veramente unico rispetto a quanto offrono gli altri sistemi. La sua risposta è il 58mm f/0.95 Noct, seguito a una certa distanza dal 135mm f/1.8 Plena, dai 600 e 800mm f/6.3 PF e da qualche zoom dalle escursioni inconsuete. La conclusione è che Nikon, nel passaggio dall’innesto F allo Z, abbia preferito perfezionare formule sicure anziché inventarne di nuove.
È difficile dargli torto. Ma forse la questione è persino più grave.
Il monumento che nessuno può portarsi dietro
Il Noct è certamente unico. È anche manuale, enorme, pesantissimo, costosissimo e destinato a una quantità di fotografi così ridotta da poterli probabilmente riunire tutti nella stessa sala. È un’impresa ottica autentica, un oggetto magnifico e una dimostrazione quasi arrogante delle possibilità offerte dall’innesto Z. Ma è soprattutto un monumento eretto da Nikon a se stessa.
Il Noct dimostra ciò che Nikon sarebbe capace di fare. Non ciò che intende fare normalmente per noi.
È una concept car munita di targa, costruita per dimostrare che il motore funziona, senza alcuna reale intenzione di incontrarla nel traffico. La si ammira, la si fotografa, la si prova per qualche ora quando qualcuno ce ne presta una, poi si torna a casa con il 50mm f/1.8 S.
Il Plena è un caso diverso e molto più interessante, perché dietro il suo nome e la sua costruzione si riconosce almeno un’idea precisa dell’immagine. Non è semplicemente un 135mm molto nitido: è un obiettivo progettato per distribuire nitidezza e sfocato secondo una particolare intenzione estetica. Ma rimane pur sempre un 135mm f/1.8, cioè una combinazione ben conosciuta e già presente nei cataloghi altrui. Nikon l’ha interpretata magnificamente, forse meglio di chiunque altro, ma non l’ha inventata.
Anche i superteleobiettivi PF sono capolavori di ingegneria applicata. Il 600mm f/6.3 e l’800mm f/6.3 consentono di portare sul campo focali un tempo riservate a obiettivi molto più ingombranti, pesanti e costosi. Il 400mm f/2.8 con moltiplicatore incorporato è probabilmente uno dei teleobiettivi più completi mai concepiti. Ma si tratta ancora di risposte eccezionali a domande che conoscevamo già.
Nikon oggi risponde benissimo. È nel formulare nuove domande che sembra avere perso un po’ della propria insolenza.
Prima gli obiettivi suggerivano fotografie
Nella storia Nikon non sono mancati gli obiettivi insoliti. Hogan ricorda giustamente il 70-180mm Micro-Nikkor, il 200mm f/4 Micro, i fisheye, i decentrabili PC-E, il 180mm f/2.8 e il 180-400mm f/4 con moltiplicatore incorporato. Alcuni ebbero un grande successo, altri rimasero strumenti specialistici, ma tutti nascevano da un’esigenza fotografica riconoscibile.
Il 70-180mm Micro non era semplicemente uno zoom al quale era stata aggiunta la parola “Micro”. Permetteva di cambiare l’inquadratura senza modificare continuamente la distanza dal soggetto, un vantaggio concreto nella fotografia ravvicinata. Il 200mm Micro consentiva di lavorare mantenendo spazio tra fotografo, luce e soggetto. Il 180mm f/2.8 offriva quasi la portata di un 200mm luminoso senza costringere a portare uno zoom professionale. I PC-Nikkor non servivano a riempire una casella del catalogo, ma ad affrontare immagini che con un obiettivo normale non potevano essere realizzate nello stesso modo.
Erano strumenti nati pensando alle fotografie, non al confronto delle specifiche.
A questi aggiungerei obiettivi che non furono necessariamente i primi o gli unici della propria categoria, ma che possedevano un’identità Nikon inequivocabile. Il 105mm f/2.5, il 105mm f/2 DC, il 58mm f/1.4G, il 105mm f/1.4E, lo stesso 180mm f/2.8: obiettivi differenti per epoca, progetto e destinazione, accomunati dal fatto che dietro ciascuno si poteva riconoscere un’idea di fotografia.
Non erano perfetti in tutto. Proprio per questo erano riconoscibili.
Oggi Nikon sembra invece aver deciso che ogni obiettivo debba essere nitido fino agli angoli, corretto, lineare, silenzioso, resistente al controluce, privo di aberrazioni e possibilmente incapace di mettere in imbarazzo chi fotografa muri di mattoni. È una scelta tecnicamente ineccepibile. Ma se l’obiettivo ideale è quello al quale non si può rimproverare nulla, prima o poi avremo un catalogo pieno di obiettivi ai quali non sapremo attribuire nemmeno una personalità.
Abbiamo davvero bisogno di un altro 50mm?
Nel sistema Z troviamo il 40mm f/2, il 50mm f/1.8 S, il 50mm f/1.4, il 50mm f/1.2 S e il 58mm f/0.95 Noct. Se desideriamo un obiettivo normale, Nikon ci offre tutte le gradazioni comprese tra il piccolo, l’economico, l’eccellente, il gigantesco e l’irragionevole.
Poi si passa direttamente all’85mm.
Anche qui possiamo scegliere tra il ragionevole 85mm f/1.8 S e il maestoso 85mm f/1.2 S. Dopo di loro arriva il 105mm Micro, che è un magnifico obiettivo macro ma non diventa per questo l’erede dei grandi 105mm Nikon da ritratto. Quindi compare il Plena, splendido, luminoso e già pienamente inserito nella tradizione del 135mm.
Nel mezzo manca proprio quella focale che Nikon aveva contribuito a trasformare in un linguaggio: il 105mm da ritratto.
Non stiamo chiedendo un 105mm f/1.4 Z perché sulla mensola sia rimasto uno spazio vuoto tra l’85 e il 135. Lo chiediamo perché il 105mm stabilisce una relazione con il soggetto diversa da entrambe. Consente di mantenere una distanza naturale, isola senza cancellare completamente l’ambiente, comprime senza schiacciare e permette al volto di conservare presenza senza acquistare la teatralità del 135mm.
Nikon dovrebbe conoscere questa focale meglio di chiunque altro. Eppure, dopo aver prodotto il 105/2.5, il 105/2 DC e il 105/1.4E, sembra essersene dimenticata. Possiamo acquistare un 50mm in quasi ogni luminosità concepibile, ma non un solo 105mm Z autofocus pensato prima di tutto per il ritratto.
Forse qualche foglio di calcolo ha stabilito che ne venderanno pochi. Sarebbe interessante sapere quanti fotografi abbiano invece richiesto un 58mm manuale da quasi due chili.
Nel frattempo Sigma ha smesso di chiedere permesso
Sigma è stata a lungo considerata l’alternativa: l’obiettivo compatibile, spesso meno costoso, qualche volta sorprendentemente buono, scelto quando l’originale risultava troppo caro o semplicemente non disponibile.
Quella Sigma non esiste più.
Il 105mm f/1.4 Art non era una versione economica del Nikon. Era una dichiarazione di guerra costruita con vetro, metallo e nessuna particolare preoccupazione per le vertebre del fotografo. Il 135mm f/1.4 Art ha spinto oltre una focale che tutti ritenevano ormai stabilizzata a f/1.8. Il 200mm f/2 ha riportato in vita una categoria che Nikon aveva abbandonato nel passaggio alle mirrorless. Sigma non sta più aspettando di vedere che cosa producano Nikon, Canon e Sony per offrirne una copia a prezzo inferiore. Sta cominciando a occupare gli spazi che i costruttori di fotocamere lasciano incustoditi.
Adesso circola una voce, mai confermata, secondo cui Sigma potrebbe presentare in settembre, in occasione del proprio sessantacinquesimo anniversario, un 65mm autofocus più luminoso di f/1.2, probabilmente f/1. La prendiamo per ciò che è: un rumor, senza caratteristiche definitive, prezzo, peso e persino denominazione ufficiale. Potrebbe essere inesatto o non concretizzarsi affatto.
Ma l’idea è già più interessante di molti obiettivi realmente esistenti.
Un 65mm f/1 non sarebbe soltanto un normale ancora più luminoso. Sarebbe una focale abbastanza vicina al 50mm da conservare il rapporto con l’ambiente e abbastanza lunga da cominciare a trattare il soggetto come un ritratto. Consentirebbe di isolare senza allontanarsi troppo, di descrivere uno spazio mantenendo un centro umano e di ottenere una profondità di campo ridottissima senza assumere il punto di vista più prevedibile dell’85mm.
Potrebbe essere enorme, costoso e persino poco pratico. Probabilmente lo sarà. Ma direbbe al fotografo: proviamo a guardare da qui.
Se Sigma presenterà realmente questo obiettivo, qualcuno osserverà che 65mm è soltanto una trovata escogitata per celebrare i 65 anni dell’azienda. Può darsi. Ma persino una trovata celebrativa sarebbe più coraggiosa dell’ennesima variazione intorno al 50mm. Almeno avrebbe prodotto uno strumento nuovo anziché una targhetta commemorativa applicata a un oggetto già esistente.
Non rivogliamo indietro il catalogo F
La soluzione non consiste nel riprodurre in versione Z tutti gli obiettivi che Nikon ha costruito negli ultimi sessant’anni. Non occorre trasformare la nostalgia in un piano industriale. Alcune focali hanno perso la propria funzione, altre sono state assorbite dagli zoom moderni, altre ancora non troverebbero abbastanza acquirenti da giustificare un progetto completamente nuovo.
Non chiediamo nemmeno che Nikon insegua Sigma sul terreno dell’apertura massima, presentando un 64mm f/0.95 autofocus soltanto per poter sostenere di aver fatto qualcosa di più estremo. L’originalità ridotta a un numero scritto più grande sulla scatola diventa presto un’altra forma di conformismo.
Chiediamo che Nikon utilizzi l’innesto Z per qualcosa di più ambizioso della produzione di obiettivi impeccabili.
Quando fu presentato, il grande diametro dell’innesto venne raccontato come la liberazione degli ingegneri ottici dai vincoli del passato. Otto anni dopo, viene il sospetto che siano stati liberati dal bocchettone ma consegnati direttamente all’ufficio contabilità.
Abbiamo visto che cosa possono fare. Il Noct lo dimostra. Il 50mm f/1.2, l’85mm f/1.2, il Plena, il 400mm f/2.8 TC e i teleobiettivi PF confermano che le competenze non mancano. Quello che non vediamo abbastanza spesso è la volontà di impiegarle per creare uno strumento inatteso ma fotograficamente sensato.
Un nuovo zoom Micro sarebbe più interessante del quarto zoom tuttofare. Un moderno decentrabile, capace di dialogare elettronicamente con la fotocamera, allargherebbe davvero le possibilità del sistema. Un 180mm luminoso e relativamente compatto offrirebbe qualcosa che nessun 70-200mm può sostituire completamente. Un 105mm da ritratto restituirebbe continuità a una delle tradizioni più autentiche di Nikon.
E magari la risposta giusta non è nessuna di queste. Magari gli ingegneri Nikon hanno nei cassetti un progetto al quale noi non abbiamo ancora pensato. Sarebbe perfetto: dovrebbero essere loro a sorprenderci, non noi a compilare la lista della spesa al loro posto.

L’obiettivo che vende poco ma fa vendere tutto il resto
Un direttore finanziario potrebbe obiettare che un 105mm da ritratto, un nuovo zoom Micro o un 65mm f/1 non raggiungerebbero mai i volumi di un 24-70mm, di un 50mm f/1.8 o di uno zoom economico da kit. Avrebbe probabilmente ragione, se il conto si limitasse al numero di esemplari venduti da quel singolo obiettivo. Ma un sistema fotografico non si vende sommando il margine industriale prodotto da ciascuna casella del catalogo.
Esistono obiettivi che devono vendere ed esistono obiettivi che devono far vendere.
Il fotografo può entrare in un sistema per possedere un prodotto che non ha nessun altro e poi acquistare, insieme a quello, la fotocamera, lo zoom normale, il grandangolare, il teleobiettivo, una seconda macchina e tutto ciò che gli servirà negli anni successivi. L’obiettivo eccezionale vende forse poche migliaia di pezzi, ma attribuisce un’identità all’intera gamma. È il prodotto che compare sulle copertine, alimenta le discussioni, porta i professionisti a provarlo e convince anche chi non potrà mai permetterselo che quello sia il sistema nel quale accadono le cose interessanti.
Nessuno si aspetta che una casa automobilistica venda una supercar negli stessi numeri dell’utilitaria. Eppure nessun costruttore abbastanza intelligente valuta la supercar soltanto dividendo i costi di sviluppo per il numero degli esemplari immatricolati. Quell’automobile vende anche tutte le altre. Trasferisce prestigio, desiderio e tecnologia sul resto della gamma. Persino chi acquista il modello più comune vuole sentirsi parte della stessa storia.
Nikon questo meccanismo dovrebbe conoscerlo bene. Per decenni il fotografo vedeva un 300/2.8, un 400/2.8, un 58mm Noct, un 105mm DC oppure un 200mm Micro e finiva per acquistare una Nikon con il 50mm. Non comprava necessariamente l’oggetto che aveva prodotto il desiderio, ma comprava il sistema che lo rendeva possibile. Il grande Nikkor non doveva trovarsi in tutte le borse: doveva trovarsi nell’immaginario di tutti.
Oggi i numeri non descrivono un tracollo dell’attività fotografica Nikon, ma certamente nemmeno una conquista del mercato. Nel primo trimestre dell’esercizio che terminerà nel marzo 2027, il fatturato della divisione Imaging è sceso da 80 a 72,9 miliardi di yen, l’utile operativo da 11,1 a 8,1 miliardi e le vendite da 270.000 a 210.000 fotocamere e da 370.000 a 310.000 obiettivi. Nikon ha inoltre ridotto la previsione annuale da 900.000 a 850.000 fotocamere e da 1,3 a 1,25 milioni di obiettivi. Non è una sentenza sul futuro dell’azienda, ma non è nemmeno il risultato di una marca che sta trascinando il mercato nella propria direzione. Sono i dati pubblicati dalla stessa Nikon il 6 agosto 2026.
Ridurre gli investimenti nei prodotti meno prevedibili può proteggere il conto economico del prossimo trimestre. Può anche rendere il sistema progressivamente meno desiderabile, lasciando agli altri il compito di produrre gli oggetti che fanno parlare, sognare e, alla fine, cambiare corredo. Il rischio è risparmiare sul prodotto che avrebbe venduto poco e perdere le vendite di tutti quelli che avrebbe portato con sé.
Basterà il 120-300mm f/2.8 TC?
Il Nikkor Z 120-300mm f/2.8 TC VR S, il cui sviluppo è stato annunciato ufficialmente da Nikon, sarà quasi certamente un obiettivo straordinario. Con il moltiplicatore 1,4x incorporato offrirà in pochi secondi un 120-300mm f/2.8 e un 168-420mm f/4, diventando uno strumento formidabile per sport, spettacolo, grandi eventi e alcune forme di fotografia naturalistica. Potrebbe stabilire un nuovo riferimento professionale e aggiungere prestigio alla gamma Z.
Ma difficilmente basterà.
Il 120-300mm TC parla a un gruppo ristretto di professionisti che sa già perché gli serve, dispone probabilmente di più corpi Nikon e valuterà l’acquisto in termini di operatività, affidabilità e ritorno economico. Non apre un nuovo territorio fotografico: perfeziona, con mezzi eccezionali, un territorio che Nikon presidia da decenni. È un magnifico motivo per restare in Nikon, molto meno probabilmente un motivo per entrarci.
Inoltre rischia di sostituire nel catalogo proprio il 180-400mm f/4 TC, spostando l’escursione verso focali più corte e offrendo uno stop in più, ma senza rappresentare quella sorpresa concettuale di cui stiamo parlando. Sarà un prodotto bandiera, certamente; tuttavia una bandiera visibile quasi esclusivamente dentro gli stadi e lungo i bordi delle piste.
Per trascinare davvero il sistema servirebbe anche un obiettivo aspirazionale ma non irraggiungibile, insolito ma utilizzabile, capace di interessare migliaia di fotografi pur essendo acquistato soltanto da una parte di loro. Il 105mm f/1.4E svolgeva questa funzione. Lo stesso fecero, in modi diversi, il 58mm f/1.4G, il 105mm DC e il 180mm f/2.8. Non costavano come un’automobile e non richiedevano un accredito olimpico per trovare qualcosa da fotografare.
Il 120-300mm f/2.8 TC dimostrerà ancora una volta che Nikon sa costruire il migliore obiettivo possibile per un impiego già noto. Quello che aspettiamo è l’obiettivo capace di creare il desiderio di un impiego nuovo.
Perché conservare i clienti professionali è indispensabile. Ma non è la stessa cosa che conquistare fotografi. E una marca che pensa soltanto a non perdere chi possiede già rischia di accorgersi troppo tardi che, nel frattempo, non sta facendo innamorare più nessuno.
La perfezione non basta più
Non abbiamo alcuna intenzione di sostenere che la gamma Nikkor Z sia deludente. Sarebbe falso. È probabilmente la migliore gamma ottica che Nikon abbia mai prodotto e, considerando il sistema nel suo complesso, una delle migliori disponibili oggi.
Ma la qualità non può essere l’alibi con cui si giustifica la prudenza.
Un obiettivo può essere straordinariamente nitido e completamente prevedibile. Può vincere ogni confronto tecnico e non lasciare alcuna traccia nella storia della fotografia. Può correggere tutte le aberrazioni e non avere nulla da dire. Al contrario, alcuni obiettivi imperfetti hanno attraversato decenni perché offrivano ai fotografi un punto di vista, non soltanto una prestazione.
Nikon sembra oggi interessata soprattutto a costruire obiettivi che nessuno possa criticare. Ci piacerebbe che tornasse, almeno qualche volta, a costruirne uno che nessuno avrebbe saputo chiedere.
Sigma, intanto, presenta 135mm f/1.4, 200mm f/2 e forse sta preparando un 65mm f/1. Non sappiamo se siano prodotti indispensabili e non è detto che siano successi commerciali. Ma mostrano un’azienda disposta a correre il rischio di apparire esagerata.
Nikon quel rischio lo correva prima che Sigma diventasse Sigma.
Oggi a Nikon non mancano obiettivi, né vetri speciali, né brevetti, né progettisti capaci di imprese eccezionali. Non le manca nemmeno l’innesto adatto, perché il bocchettone Z era stato presentato proprio come l’inizio di una nuova libertà ottica.
Le manca soltanto, ogni tanto, il coraggio di comportarsi come se ci credesse davvero.
Come di consueto, ad inizio agosto sono stati pubblicati da Nikon i dati trimestrali dell'esercizio corrente, iniziato il 1° aprile 2026 e che terminerà il 31 marzo 2027.
Li riepiloghiamo per i curiosi, stando particolarmente attenti alle tendenze per il prossimo futuro.

Nikon cresce, ma non con le fotocamere
Il primo trimestre dell’esercizio 2027 conferma la tenuta finanziaria del gruppo, mentre il rallentamento cinese costringe a ridimensionare le attese sull’Imaging. Il ritorno all’utile resta possibile, ma dipenderà da una seconda metà dell’anno decisamente più forte della prima.
Il primo trimestre dell’esercizio Nikon che si chiuderà il 31 marzo 2027 racconta una società ancora in transizione. I ricavi consolidati sono saliti del 3,8%, da 158,1 a 164,1 miliardi di yen, ma il gruppo è rimasto appena sotto il pareggio operativo, con una perdita di 0,9 miliardi, solo marginalmente migliore rispetto agli 1,1 miliardi del corrispondente periodo precedente. L’utile netto di 1,2 miliardi non modifica sostanzialmente il quadro: deriva anche dal contributo della gestione finanziaria e delle partecipazioni valutate con il metodo del patrimonio netto, mentre il confronto con i 9,4 miliardi dell’anno precedente è falsato da un beneficio fiscale straordinario di 9,3 miliardi.
Non è dunque un trimestre brillante, ma nemmeno uno che metta in discussione la solidità di Nikon. Il dato più importante si trova altrove: nella diversa velocità con cui si stanno muovendo le sue attività. Healthcare e Industry crescono, Digital Manufacturing riduce le perdite, Precision Equipment aumenta il fatturato ma paga una svalutazione delle scorte, mentre Imaging — ancora una delle fonti più affidabili di profitto operativo — arretra sensibilmente.
Primo trimestre
2026/3
2027/3
Variazione
Ricavi consolidati
¥158,1 mld
¥164,1 mld
+3,8%
Risultato operativo
–¥1,1 mld
–¥0,9 mld
+¥0,2 mld
Utile netto
¥9,4 mld
¥1,2 mld
–86,4%
Free cash flow
–¥9,3 mld
¥4,5 mld
+¥13,8 mld
Ricavi Imaging
¥80,0 mld
¥72,9 mld
–8,8%
Utile operativo Imaging
¥11,1 mld
¥8,1 mld
–27,5%
La divisione fotografica ha venduto nel trimestre 210.000 fotocamere a obiettivo intercambiabile, contro le 270.000 dell’anno precedente, e 310.000 obiettivi, contro 370.000. La caduta dei volumi è quindi molto più accentuata di quella del fatturato: le fotocamere diminuiscono del 22,2%, gli obiettivi del 16,2%, mentre i ricavi cedono l’8,8%. Nikon continua evidentemente a beneficiare di un prezzo medio elevato, di una gamma concentrata sulle fasce superiori e di un cambio favorevole, ma la redditività non può restare immune quando le unità vendute scendono così rapidamente. Il margine operativo dell’Imaging passa infatti dal 14 all’11,1%.
La società indica come principale responsabile la contrazione della domanda in Cina. È un’osservazione coerente con un’economia che continua a mostrare due volti: esportazioni e manifattura tecnologica relativamente forti, consumi interni e investimenti assai più deboli. Il Fondo monetario internazionale prevede per la Cina una crescita del 4,6% nel 2026, condizionata dall’incertezza internazionale e da problemi strutturali che non si risolvono con qualche trimestre favorevole delle esportazioni. Per un produttore di beni discrezionali costosi come Nikon conta soprattutto la fiducia del consumatore urbano, non il volume delle esportazioni di semiconduttori. E da quel punto di vista il quadro cinese rimane fragile.
La revisione delle previsioni
È sulle prospettive al 31 marzo 2027, più che sui risultati dei primi tre mesi, che si misura la cautela del management. Nikon ha abbassato da 740 a 732 miliardi di yen la previsione dei ricavi annuali, pur aumentando da 10 a 11 miliardi quella dell’utile operativo. L’utile netto atteso resta invariato a 10 miliardi. La revisione dice che il gruppo pensa di poter compensare la debolezza commerciale con un migliore contributo delle attività non fotografiche, con le ristrutturazioni già avviate e con il venir meno delle enormi svalutazioni che avevano travolto l’esercizio precedente.
Previsioni al 31 marzo 2027
Maggio 2026
Agosto 2026
Revisione
Ricavi consolidati
¥740 mld
¥732 mld
–¥8 mld
Utile operativo
¥10 mld
¥11 mld
+¥1 mld
Utile netto
¥10 mld
¥10 mld
invariato
Ricavi Imaging
¥303 mld
¥290 mld
–¥13 mld
Utile operativo Imaging
¥16 mld
¥13 mld
–¥3 mld
Fotocamere Nikon
900.000
850.000
–50.000
Obiettivi Nikon
1.300.000
1.250.000
–50.000
Nikon ha ridotto da 7 a 6,7 milioni di unità la stima del mercato mondiale delle fotocamere a obiettivo intercambiabile. La previsione per le proprie vendite scende da 900.000 a 850.000 pezzi, mentre quella degli obiettivi viene portata da 1,3 a 1,25 milioni. In base a questi numeri, Nikon manterrebbe una quota vicina al 12,7% del mercato mondiale in volume: non starebbe dunque prevedendo un grave cedimento competitivo, ma una contrazione dell’intero mercato più rapida di quanto ipotizzato appena tre mesi prima.
È una distinzione importante. Il problema immediato non sembra essere una fuga dei clienti da Nikon, quanto l’insufficienza della domanda complessiva, specialmente in Cina. Ma per una società che ha deliberatamente abbandonato la corsa ai grandi volumi non è una consolazione definitiva. Una strategia premium protegge il fatturato e il margine medio per prodotto; non può però compensare indefinitamente la diminuzione del numero di apparecchi venduti.
La previsione annuale dell’Imaging appare inoltre piuttosto impegnativa. Dopo i 72,9 miliardi di ricavi del primo trimestre, Nikon si aspetta di chiudere il primo semestre a 130 miliardi e di produrne altri 160 nel secondo. Ciò significa che la seconda metà dell’esercizio dovrebbe superare di circa il 10% i 145,1 miliardi ottenuti nello stesso periodo dell’anno precedente. Ancora più marcata è l’attesa sul risultato operativo: 8,5 miliardi nel secondo semestre, contro appena 1,8 miliardi dell’anno passato.
Una parte del confronto è certamente alterata dagli oneri straordinari sostenuti nel precedente esercizio, ma resta evidente che Nikon affida il raggiungimento degli obiettivi a una forte accelerazione tra l’autunno 2026 e l’inizio del 2027. La società non ha modificato le previsioni per il secondo semestre: ha concentrato l’intera revisione negativa nella prima metà dell’anno. È una scelta che può riflettere stagionalità, disponibilità di nuovi prodotti e una domanda rinviata; al tempo stesso, lascia poco margine qualora il mercato cinese non si stabilizzasse o quello occidentale rallentasse.
Senza il favore del cambio e dei dazi
I risultati trimestrali appaiono meno rassicuranti eliminando i due principali benefici contingenti. L’indebolimento dello yen ha aggiunto 12,3 miliardi di yen ai ricavi e 0,7 miliardi al risultato operativo, mentre i rimborsi parziali dei dazi statunitensi hanno contribuito per altri 4 miliardi all’utile. A cambi invariati, quindi, il fatturato sarebbe stato di circa 151,8 miliardi anziché 164,1, con una flessione prossima al 4% rispetto all’anno precedente; senza entrambi gli effetti, la perdita operativa sarebbe salita da 0,9 a circa 5,6 miliardi di yen. Nikon non specifica quale parte del rimborso sia attribuibile alla sola divisione Imaging, ma chiarisce che anche questa ne ha beneficiato: senza cambio favorevole e restituzione dei dazi, la contrazione della fotografia sarebbe risultata sensibilmente più marcata tanto nei ricavi quanto nella redditività.
Il ritorno all’utile dipende dal resto di Nikon
Il gruppo nel suo complesso prevede di passare dalla perdita operativa eccezionale di 112,4 miliardi dello scorso esercizio a un utile di 11 miliardi. Il confronto è spettacolare solo in apparenza: il 2025/26 era stato gravato da 105,6 miliardi di oneri straordinari, di cui 91,3 miliardi nella sola Digital Manufacturing. Tolte le svalutazioni, la ripresa appare molto più graduale e il margine operativo previsto per il 2026/27 rimane appena dell’1,5%.
Il miglioramento dovrebbe provenire soprattutto da Precision Equipment, Healthcare e Industry. Precision Equipment è attesa passare da una perdita di 4,5 miliardi a un utile di 12, grazie alle vendite di sistemi litografici ArF e alla scomparsa degli oneri straordinari. Healthcare dovrebbe aumentare l’utile da 1,5 a 8 miliardi, mentre Industry salirebbe da 9 a 14 miliardi, sostenuta anche dai componenti destinati alla litografia EUV. Digital Manufacturing resterebbe in perdita per 4 miliardi, ma con un miglioramento enorme rispetto ai 106,2 miliardi negativi dell’esercizio precedente; Nikon prevede che SLM raggiunga autonomamente il pareggio durante quest’anno, mentre l’intera divisione dovrebbe diventare redditizia solo nel 2027/28. I dati completi e le previsioni sono contenuti nella documentazione finanziaria ufficiale Nikon.
Questo riequilibrio riduce la dipendenza storica dalle fotocamere, ma non l’ha ancora eliminata. Imaging dovrebbe produrre 13 miliardi di utile operativo su un totale consolidato di 11: in altri termini, senza il contributo della fotografia, Nikon sarebbe ancora in perdita. La differenza rispetto al passato è che l’Imaging non viene più considerato il principale motore della crescita futura, bensì l’attività che deve continuare a generare cassa mentre le divisioni industriali, medicali e manifatturiere raggiungono una redditività adeguata.
Cambio, dazi e costo delle memorie
Il contesto valutario continua per ora a favorire Nikon. Nel trimestre il dollaro medio è passato da 145 a 160 yen e l’euro da 164 a 185. L’effetto sui ricavi è stato positivo per 12,3 miliardi, ma quello sull’utile operativo si è limitato a 0,7 miliardi: una dimostrazione di quanto l’indebolimento dello yen gonfi il fatturato più di quanto migliori realmente la redditività.
Per il resto dell’esercizio Nikon assume un cambio di 155 yen per dollaro e 180 per euro. Ogni variazione di uno yen, tra il secondo e il quarto trimestre, vale circa 1,8 miliardi di ricavi e 0,3 miliardi di utile operativo sul dollaro, più 0,5 e 0,2 miliardi rispettivamente sull’euro. Un improvviso rafforzamento della valuta giapponese costituirebbe pertanto un rischio concreto per una previsione di utile già molto sottile.
I rimborsi relativi ai dazi statunitensi hanno portato nel trimestre un beneficio di circa 4 miliardi al gruppo e hanno attenuato il calo dell’Imaging. Ma si tratta di un sostegno contingente, non strutturale. Il commercio internazionale resta sottoposto a frequenti revisioni tariffarie e a rapporti sempre più tesi fra Stati Uniti, Cina, Giappone ed Europa. A ciò si aggiunge l’aumento del prezzo delle memorie, esplicitamente citato da Nikon fra le cause della minore redditività delle fotocamere. È un fattore che interessa in particolare i modelli più evoluti, sempre più dipendenti da grandi quantità di memoria veloce e da processori ad alte prestazioni.
Anche il quadro macroeconomico non promette un’espansione facile. Il Fondo monetario stima una crescita globale del 3,1% nel 2026 e del 3,2% nel 2027, inferiore alla media precedente alla pandemia, in un ambiente segnato da tensioni geopolitiche, prezzi energetici instabili e condizioni finanziarie ancora restrittive.
Una società più solida, ma non ancora risanata
Nikon conserva una struttura patrimoniale rassicurante: 157 miliardi di yen in disponibilità liquide, un patrimonio netto di 594,7 miliardi e un rapporto fra capitale proprio e totale dell’attivo del 54,1%. Il free cash flow trimestrale è tornato positivo per 4,5 miliardi. Non esiste quindi, allo stato attuale, un problema di sopravvivenza o di liquidità.
Esiste invece un problema di qualità e sostenibilità degli utili. L’obiettivo annuale di 11 miliardi rappresenta appena l’1,5% dei ricavi ed è esposto al cambio, alla domanda cinese, ai costi dei componenti e alla capacità delle divisioni industriali di rispettare programmi ambiziosi. Anche il dividendo previsto, dimezzato da 40 a 20 yen per azione, segnala prudenza: Nikon vuole dimostrare di essere tornata redditizia prima di ricominciare a distribuire una parte più consistente delle proprie risorse.
Il primo trimestre non smentisce la strategia di diversificazione, ma ne mostra con chiarezza la fase ancora incompleta. Healthcare e Industry stanno finalmente offrendo risultati migliori, Precision Equipment può tornare a essere una fonte rilevante di profitto e Digital Manufacturing ha superato almeno contabilmente il momento più traumatico. Tuttavia, la fotografia continua a sostenere l’intero edificio proprio mentre il suo mercato più importante sta rallentando.
Per Nikon, quindi, il vero banco di prova non sarà chiudere in utile l’esercizio al 31 marzo 2027: dopo le svalutazioni dell’anno precedente, questo risultato dovrebbe essere raggiungibile. Sarà dimostrare che gli 11 miliardi previsti rappresentano l’inizio di una redditività normale e non soltanto l’effetto della scomparsa di perdite straordinarie. Nell’Imaging, parallelamente, dovrà mantenere elevato il valore medio del venduto e riattivare la domanda senza sacrificare i margini.
La società è finanziariamente solida, tecnologicamente diversificata e meno vulnerabile di quanto fosse dieci anni fa. Ma le previsioni per la seconda metà dell’esercizio chiedono molto a quasi tutte le sue divisioni. Il giudizio, per ora, non può dunque essere negativo; deve però restare prudente. Nikon ha smesso di arretrare. Non ha ancora dimostrato di avere ricominciato a crescere.
Nikon Imaging in estrema sintesi
Nel primo trimestre chiuso il 30 giugno 2026, la divisione Imaging ha fatturato 72,9 miliardi di yen, l’8,8% in meno rispetto all’anno precedente, mentre l’utile operativo è sceso del 27,5%, da 11,1 a 8,1 miliardi. Le vendite si sono fermate a 210.000 fotocamere e 310.000 obiettivi, penalizzate soprattutto dalla contrazione della domanda cinese, dall’aumento del costo delle memorie e dai minori volumi.
Per l’intero esercizio Nikon ha ridotto la previsione a 850.000 fotocamere, 1,25 milioni di obiettivi, 290 miliardi di yen di fatturato e 13 miliardi di utile operativo. Imaging resta una divisione sana e indispensabile per la redditività del gruppo, ma non rappresenta più il suo motore di crescita: la strategia premium protegge il valore medio del venduto, senza poter compensare completamente un mercato mondiale che Nikon ora stima in calo a 6,7 milioni di fotocamere.

Nuovi prodotti ?
Non se ne parla. C’è però un indizio indiretto. Dopo aver ridotto il piano del primo semestre, Nikon lascia completamente invariata la previsione per il secondo:
ricavi Imaging: 160 miliardi di yen;
utile operativo: 8,5 miliardi;
vendite annuali: 850.000 fotocamere e 1,25 milioni di obiettivi.
Per raggiungere questi risultati, la divisione dovrebbe fatturare nel secondo semestre circa il 10% in più rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente. È difficile pensare che Nikon si aspetti una simile accelerazione contando soltanto sui prodotti già disponibili, soprattutto dopo aver riconosciuto la debolezza della domanda cinese. È quindi ragionevole supporre che il piano interno comprenda novità Imaging destinate all’autunno 2026 o ai primi mesi del 2027, ma questa è una nostra deduzione, non un’informazione dichiarata.
Nella pagina dedicata ai prodotti principali Nikon mette in evidenza soltanto novità già note — ZR, Zf Silver, Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR S II e RED V-Raptor XE Z Mount — senza mostrare sagome, categorie in sviluppo o formule del tipo “new products to be launched”.
In sintesi: nessun annuncio mascherato, ma previsioni per il secondo semestre difficilmente sostenibili senza un contributo significativo di nuovi prodotti. Il documento non ci dice quali; i numeri suggeriscono che Nikon sappia già quando arriveranno.

Il fattore Cina
La Cina era stata nel 2025 il mercato fotografico più dinamico del mondo e, per buona parte dell’anno, anche il più grande. I costruttori avevano quindi incorporato nelle proprie previsioni la prosecuzione di quella crescita. Il rallentamento dei consumi interni, la crisi immobiliare, l’aumento del costo della vita e una disoccupazione giovanile prossima al 15% hanno invece ridotto la propensione all’acquisto, soprattutto per beni costosi e non indispensabili come fotocamere e obiettivi.
Non è un problema esclusivamente Nikon. Sony dichiara che il mercato Imaging è rimasto stabile in tutte le aree geografiche tranne la Cina, dove la domanda continua a diminuire su base annua. Nikon, per la stessa ragione, ha tagliato di 300.000 unità la stima del mercato mondiale delle fotocamere a obiettivo intercambiabile e ridotto le proprie previsioni di vendita a 850.000 corpi e 1,25 milioni di obiettivi.
La Cina si rivela così un moltiplicatore in entrambe le direzioni: prima ha sostenuto la ripresa mondiale e incoraggiato previsioni ottimistiche, ora ne provoca la revisione. Nord America ed Europa non sembrano in grado di assorbire integralmente la differenza. Per Nikon la questione non è soltanto vendere meno in Cina, ma dover affrontare un mercato globale più debole proprio mentre punta sui prodotti di fascia alta, quelli maggiormente esposti alla fiducia e alla capacità di spesa dei consumatori.


Quote di mercato Nikon stimate per l’esercizio 2027
Categoria
Mercato mondiale stimato
Vendite Nikon previste
Quota Nikon
Fotocamere a obiettivo intercambiabile
6.700.000
850.000
12,7%
Obiettivi intercambiabili
10.000.000
1.250.000
12,5%
Nikon prevede dunque di rappresentare circa un ottavo del mercato mondiale sia nelle fotocamere sia negli obiettivi. Le due quote quasi identiche indicano un buon equilibrio del sistema: mediamente, Nikon venderebbe circa 1,47 obiettivi per ogni fotocamera, contro una media mondiale di 1,49.
Si tratta delle previsioni per l’esercizio fiscale che terminerà il 31 marzo 2027, non dell’intero anno solare 2027.
Produttore
Periodo
Vendite previste
Mercato stimato
Quota risultante
Canon
gennaio-dicembre 2026
2.800.000
6.450.000
43,4%
Nikon
aprile 2026-marzo 2027
850.000
6.700.000
12,7%
Sony
aprile 2026-marzo 2027
non comunicate

non calcolabile
Abbiamo provato su Z6 e Z7 la prima versione di questo obiettivo con uno dei primi adattatore ETZ (il Techart).
Sigma quest'anno ha riprogettato del tutto l'ottica e l'ha inserita nel nuovo package che caratterizza tutti i nuovi prodotti.
Non si tratta di solo maquillage, perché già i numeri parlano chiaro e l'esperienza fatta in queste settimane ha già chiarito il punto.
Sono spariti tutti i difetti della prima versione (autofocus faticoso, design elefantiaco, alcuni difetti ottici) e siamo a livelli senza dubbio superiori.
Tanto che una volta tanto, senza nemmeno una foto, vogliamo far parlare i grafici.
Lo facciamo con un raffronto tra MTF a tutti i diaframmi tra i tre 35/1.2 disponibili sul mercato, due con attacco nativo Nikon Z e uno Sony FE ma adattabile a Nikon Z via adattatore Megadap o Viltrox.

questo è il Sigma 35/1.2 II Art

Questo è il Nikkor Z 35/1.2 S che abbiamo usato a lungo e che ci ha affascinato nonostante le sue dimensioni esagerate.

questo è un raffronto sul solo centro tra Sigma, Nikon e Viltrox.
Si terrà conto che il Sigma è stato valutato con una Sony a7R III che ha una risoluzione del 7-8% meno della Z9 che è stata usata per il Nikon e il Viltrox.
Non possiamo ipotizzare il risultato con la Z9 e il Sigma anche perché non è un obiettivo nativo.
Ma immaginiamo che il livello si alzerebbe ulteriormente.
In questa vignetta abbiamo evidenziato i punti salienti della lettura dei dati tecnici disponibili online

ed ovviamente adesso è opportuno fare una tabella con le caratteristiche dei tre obiettivi. Poi parleremo diffusamente del solo Sigma : promesso !

Caratteristica
Sigma 35mm F1.2 DG DN II Art
NIKKOR Z 35mm f/1.2 S
Viltrox AF 35mm F1.2 LAB Z
Presentazione
settembre 2025
febbraio 2025
dicembre 2025 (Sony E), versione Nikon Z nel 2026
Attacco
Sony E, L-Mount
Nikon Z
Nikon Z
Formato
Full Frame
Full Frame
Full Frame
Apertura
f/1.2 – f/16
f/1.2 – f/16
f/1.2 – f/16
Schema ottico
17 elementi / 13 gruppi
17 elementi / 15 gruppi
15 elementi / 10 gruppi
Lenti speciali
4 asferiche, 1 SLD
3 ED, 1 ED asferica, 3 asferiche, elementi SR e Meso Amorphous Coat
5 ED, 3 HRI, 2 UA
Diaframma
11 lamelle
11 lamelle
11 lamelle
Distanza minima AF
28 cm
30 cm
34 cm
Rapporto massimo
1:5,3 (0,19×)
0,20×
0,17×
Diametro filtri
72 mm
82 mm
77 mm
Dimensioni
Ø81 × 113 mm (Sony E)
Ø90 × 150 mm
Ø89 × 124 mm
Peso
745 g
1.060 g
910 g
Tropicalizzazione



Motore AF
HLA lineare
Multi-Focus STM
Quad HyperVCM
Prezzo ufficiale italiano*
circa 1.699 €
3.249 €
circa 999 €
Street price (estate 2026)
~1.100 €
~2.700–2.900 €
~850 €


CONTINUA
Sigma 50mm F1.2 DG DN Art
Il primo incontro
Ci sono obiettivi che arrivano in redazione come tanti altri, destinati a essere provati, fotografati, misurati e infine raccontati ai lettori. E ce ne sono altri che rappresentano qualcosa di più, perché segnano l'inizio di una nuova stagione.
Il Sigma 50mm F1.2 DG DN Art appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.
È il primo obiettivo che Sigma Italia ci ha affidato nell'ambito della rinnovata collaborazione con Nikonland, una circostanza che ci fa particolarmente piacere ma che non cambierà di una virgola il nostro modo di lavorare. Chi ci segue da quasi vent'anni sa che le nostre prove nascono sempre dall'uso sul campo, dall'osservazione diretta e, quando possibile, da misure strumentali che aiutino a comprendere il comportamento reale di un obiettivo, senza fermarsi alle impressioni.
Il 50 mm rappresenta probabilmente la focale più difficile da progettare. È abbastanza normale da non concedere scorciatoie e abbastanza universale da essere utilizzato per qualunque genere fotografico: ritratto ambientato, reportage, street photography, paesaggio, fotografia di viaggio, fino alla riproduzione in studio. Ogni difetto emerge immediatamente e ogni pregio deve essere conquistato con un progetto ottico di altissimo livello.
Sigma ha affrontato questa sfida proponendo un obiettivo che, almeno sulla carta, appartiene alla categoria delle ottiche senza compromessi. Luminosità f/1.2, schema ottico estremamente sofisticato, autofocus HLA di ultima generazione, costruzione professionale e una qualità dichiarata che ambisce a confrontarsi con i migliori cinquantini oggi disponibili sul mercato.
Per noi il confronto di riferimento non può che essere il NIKKOR Z 50mm f/1.2 S, uno degli obiettivi che più ci hanno impressionato negli ultimi anni e che rappresenta, ancora oggi, uno dei vertici assoluti della produzione Nikon. Sarà inevitabile mettere i due contendenti uno accanto all'altro, cercando di capire non soltanto quale risolva di più, ma soprattutto quale carattere fotografico abbiano saputo imprimere i rispettivi progettisti.
Nei prossimi giorni il Sigma accompagnerà il nostro lavoro quotidiano fino alla fine del mese. Lo utilizzeremo come faremmo con un obiettivo personale, alternando prove strumentali, riprese in studio e fotografia reale, perché è soltanto sul campo che un progetto ottico rivela davvero la propria personalità.
Come sempre, sarà il fotografo a parlare. L'entusiasmo iniziale non basta mai, così come non bastano le schede tecniche o i grafici MTF. Alla fine, ciò che conta è una domanda molto semplice: viene voglia di uscire a fotografare con questo obiettivo? È a quella domanda che cercheremo di rispondere.


Caratteristica
SIGMA 50mm F1.2 DG DN Art (Sony E)
Linea
Art
Codice prodotto
A024
Destinazione
Mirrorless Full Frame
Attacco
Sony E
Copertura
Full Frame (DG)
Lunghezza focale
50 mm
Apertura massima
f/1.2
Apertura minima
f/16
Schema ottico
17 elementi in 12 gruppi
Elementi asferici
4
Angolo di campo
46,8°
Diaframma
13 lamelle arrotondate
Distanza minima di messa a fuoco
40 cm
Rapporto massimo di riproduzione
1:6,2 (0,16×)
Diametro filtri
72 mm
Diametro massimo
81 mm
Lunghezza
110,8 mm
Peso
740 g
Motore AF
HLA (High-response Linear Actuator)
Messa a fuoco interna

Ghiera diaframmi

Ghiera diaframmi disinseribile (De-click)

Blocco ghiera diaframmi

Pulsante AFL
Sì (personalizzabile sulle fotocamere compatibili)
Selettore AF/MF

Costruzione tropicalizzata
Sì, con guarnizione sull'innesto e sigillature nei punti critici
Trattamenti antiriflesso
Super Multi-Layer Coating + Nano Porous Coating
Paraluce
LH782-03 (in dotazione)
Custodia
Rigida imbottita (in dotazione)
Tappo anteriore
LCF-72 III
Tappo posteriore
LCR II
Anno di presentazione
2024

Caratteristica
SIGMA 50mm F1.2 DG DN Art
NIKKOR Z 50mm f/1.2 S
Presentazione
26 marzo 2024 (Sigma Italia)
16 settembre 2020 (Nital)
Commercializzazione
18 aprile 2024 (SIGMA Press Center)
Dicembre 2020 (Nital)
Attacco
Sony E / L-Mount
Nikon Z
Copertura
Full Frame
Full Frame
Focale
50 mm
50 mm
Apertura massima
f/1.2
f/1.2
Apertura minima
f/16
f/16
Schema ottico
17 elementi in 12 gruppi
17 elementi in 15 gruppi
Elementi speciali
4 asferici
2 ED, 3 asferici
Diaframma
13 lamelle arrotondate
9 lamelle arrotondate
Distanza minima di MAF
40 cm
45 cm
Rapporto d'ingrandimento
1:6,2 (0,16×)
1:6,7 (0,15×)
Diametro filtri
72 mm
82 mm
Diametro massimo
81 mm
89,5 mm
Lunghezza
110,8 mm
150 mm
Peso
740 g
1.090 g
Motore AF
Doppio HLA lineare
Multi-Focus con motori stepping
Messa a fuoco interna


Ghiera diaframmi

No
De-click ghiera


Pulsante funzione
AFL programmabile
L-Fn programmabile
Selettore AF/MF


Tropicalizzazione
Completa
Completa
Prezzo ufficiale di lancio (Italia)
1.559 € (sigma-imaging.fi)
2.499 € (Nital)
A colpo d'occhio

Vantaggio
Peso
Sigma (-350 g circa)
Ingombro
Sigma
Diametro filtri
Sigma (72 mm contro 82 mm)
Distanza minima di messa a fuoco
Sigma
Rapporto di riproduzione
Sigma
Comandi sul barilotto
Sigma (ghiera diaframmi con de-click)
Ottimizzazione per sistema Nikon Z
NIKKOR
Compatibilità nativa
NIKKOR
Prezzo di listino
Sigma (circa 900 € in meno al lancio)

Un obiettivo Sony... sulla Nikon Z
Qualcuno potrebbe chiedersi perché Nikonland provi un obiettivo disponibile esclusivamente con attacco Sony E. La risposta è semplice: oggi gli adattatori elettronici della serie Megadap ETZ21 PRO+ consentono di utilizzare sulle fotocamere Nikon Z gran parte degli obiettivi Sony FE con un livello di integrazione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stato difficile immaginare.
Autofocus, controllo elettronico del diaframma, trasmissione dei dati EXIF, riconoscimento del soggetto e gran parte delle funzioni operative della fotocamera rimangono normalmente disponibili, tanto da rendere l'utilizzo dell'obiettivo molto simile a quello di un modello nativo.
Naturalmente non si tratta di una soluzione perfetta. Come abbiamo già documentato su Nikonland, esistono alcune limitazioni, in particolare per quanto riguarda la gestione automatica della correzione della distorsione con determinati obiettivi progettati per il sistema Sony. Sono aspetti che il fotografo deve conoscere e che analizzeremo quando rilevanti, ma che non impediscono una valutazione seria e approfondita delle qualità ottiche e operative dell'obiettivo.
Per questa prova utilizzeremo il Megadap ETZ21 PRO+, attualmente l'adattatore che riteniamo più maturo e affidabile per questo tipo di impiego. L'obiettivo del test non sarà quindi verificare l'adattatore, bensì capire come si comporti il Sigma 50mm F1.2 DG DN Art quando viene impiegato, nella pratica fotografica quotidiana, su una moderna Nikon Z.


il Megadap ETZ21 PRO+ montato sulla baionetta Sony del Sigma 50/1.2 DG DN riporta il tiraggio e i contatti Nikon Z sulla baionetta di qualunque Nikon Z in nostro possesso.
Qui l'abbiamo voluto montare sulla più bella fotocamera esistente al mondo dai tempi della Nikon F2, la Zf ma prevediamo di usarlo più facilmente con Z8 e Z9 per avere sempre il massimo dall'autofocus e un corpo più bilanciato con l'obiettivo. Non enorme ma nemmeno minuscolo.






Altri dettagli costruttivi :


il paraluce dotato di blocco/sblocco ben realizzato


la bottoniera - notare il selettore Click ON/OFF per il movimento della bellissima ghiera del diaframma, fisica, non simulata come quella di certi cinesi (per non parlare del povero tentativo di imitazione di Nikon con la ghiera programmabile, che è a corsa infinita e soprattutto, senza fermate).

l'anello filtri da 77mm. Non reca incisioni. I cinesi da questo punto di vista sono molto meno riservati ... ma loro stanno arrivando adesso.
Sigma in fondo non ha bisogno di presentarsi.
La consistenza è solida. Il peso ben concentrato.
Da spento, si sente il movimento dei blocchi motori lineari. E' una cosa normale, non vi spaventate, appena va in tensione i motori vanno in presa.
La scatola è quella classica, bianca, tipica degli obiettivi Sigma di prima del rebranding Sigma AIZU (adesso avrebbe una bella scatola in blu carta di zucchero con i fregi in pressione e una dotazione diversa). Nella confezione è in dotazione un bell'astuccio in cordura molto robusto.

schema ottico
Il progetto ottico: un 50 mm senza compromessi
Già osservando lo schema ottico si comprende come Sigma non abbia inseguito la compattezza a tutti i costi. Il 50mm F1.2 DG DN Art è stato progettato per ottenere il massimo delle prestazioni già a tutta apertura, sfruttando le possibilità offerte da un sistema mirrorless moderno e senza i vincoli che caratterizzavano le reflex.
Lo schema prevede 17 elementi in 12 gruppi, una complessità che soltanto pochi anni fa sarebbe stata impensabile per un normale da 50 mm. All'interno troviamo quattro lenti asferiche, elemento chiave del progetto, affiancate da numerosi vetri a bassa dispersione destinati al controllo dell'aberrazione cromatica longitudinale e laterale.
Colpisce soprattutto la disposizione degli elementi. Non si tratta di una semplice evoluzione del classico doppio Gauss, ma di un progetto completamente ripensato, nel quale numerosi gruppi ottici lavorano contemporaneamente alla correzione delle diverse aberrazioni. Le superfici asferiche sono distribuite lungo tutto il percorso della luce e non concentrate nella sola parte posteriore dell'obiettivo, scelta che permette di controllare contemporaneamente coma, astigmatismo, curvatura di campo e distorsione.
Un altro aspetto interessante è la simmetria complessiva del progetto. Pur non essendo perfettamente simmetrico, come nessun moderno autofocus luminoso potrebbe essere, lo schema mantiene un equilibrio evidente fra la sezione anteriore e quella posteriore, indice di una progettazione che privilegia l'omogeneità della resa sull'intero fotogramma piuttosto che la sola nitidezza assoluta al centro.
Anche il numero relativamente elevato di superfici aria-vetro non deve impressionare. Oggi trattamenti antiriflesso come il Nano Porous Coating e il Super Multi-Layer Coating consentono di impiegare schemi molto più complessi rispetto al passato senza pagare un prezzo significativo in termini di flare o perdita di contrasto. Al contrario, la maggiore libertà progettuale permette di correggere aberrazioni che, con schemi più semplici, sarebbero inevitabili.
In altre parole, Sigma sembra avere scelto deliberatamente la strada più difficile: non progettare il cinquanta più piccolo o il più leggero possibile, ma quello otticamente più corretto, lasciando che fossero le esigenze del progetto a determinare il numero di elementi e la loro disposizione.

Le curve MTF: la conferma di un progetto estremamente ambizioso
Le curve MTF ufficiali confermano quanto suggerisce lo schema ottico.
La curva sagittale a 10 linee/mm rimane praticamente aderente al valore massimo lungo quasi tutto il fotogramma, segno di un contrasto elevatissimo già alla massima apertura. Ancora più interessante è l'andamento della corrispondente curva a 30 linee/mm, che rappresenta la capacità di riprodurre il dettaglio più fine: la discesa verso i bordi è molto contenuta e rimane regolare, senza improvvisi cedimenti.
L'aspetto forse più significativo è però il comportamento delle curve meridionali. In molti obiettivi molto luminosi queste tendono a separarsi rapidamente dalle sagittali, evidenziando coma e astigmatismo già nella parte intermedia del fotogramma. Nel Sigma, invece, la distanza rimane sorprendentemente contenuta fino a circa i due terzi del raggio utile, aumentando solo in prossimità degli angoli estremi.
Questo lascia prevedere immagini molto uniformi, con una resa che non privilegia esclusivamente il centro ma si mantiene elevata anche nelle zone periferiche. È una caratteristica importante non soltanto per il paesaggio o la riproduzione, ma anche per il ritratto ambientato, dove il soggetto raramente occupa il centro geometrico dell'inquadratura.
Naturalmente le curve MTF rappresentano sempre una simulazione teorica del progetto ottico, realizzata in condizioni ideali e a infinito. Non tengono conto delle tolleranze costruttive, del comportamento alle brevi distanze né delle prestazioni dell'autofocus. Tuttavia, quando un progetto presenta curve di questo livello, l'esperienza insegna che difficilmente ci si trova di fronte a un obiettivo mediocre.
Anzi, osservandole viene spontaneo formulare un'ipotesi: Sigma sembra essersi posta un obiettivo molto preciso. Non semplicemente costruire un eccellente 50 mm f/1.2, ma dimostrare che oggi è possibile raggiungere prestazioni di riferimento senza ricorrere necessariamente alle dimensioni e al peso dei progetti più estremi. Ogni riferimento al Nikkor 50/1.2 S è puramente voluto !
Confronto con il Nikkor Z 50mm f/1.2
Nikon ci ha proposto tra i suoi primi obiettivi più ambiziosi del sistema Z, un bellissimo 50mm f/1.2, il suo primo nella ultracentenaria storia ad essere autofocus, dicendoci che è stato pensato per essere senza compromessi. Ridurre aberrazioni, distorsione e vignettatura, oltre a mantenere la focale fissa a tutte le distanze di messa a fuoco, ha comportato per i progettisti Nikon, andare a dimensioni a dirla tutta imbarazzanti.
Il Nikkor 50/1.2 è grande quasi quanto un 70-200/2.8 e pesa ben di più del nuovo 70-200/2.8 S II.
Questo Sigma si permette di avere dimensioni che rendono possibile portarlo in borsa insieme al compagno Sigma 35mm f/1.2 II Art, senza tanti problemi o dubbi.
Ma come andranno nella realtà ?
Confrontiamo i due Imatest ai vari diaframmi.



Due filosofie, due risultati straordinari
Osservando i grafici Imatest, la prima impressione è quasi sorprendente. Non siamo di fronte a un obiettivo che domina l'altro in ogni condizione, ma a due progetti che raggiungono risultati molto simili seguendo strade differenti.
La differenza emerge già alla massima apertura.
Il Sigma 50mm F1.2 DG DN Art parte con un leggero vantaggio. A f/1.2 supera i 53 lp/mm al centro, mentre il NIKKOR Z 50mm f/1.2 S si ferma poco sotto i 50 lp/mm. Anche ai bordi, sia nell'area APS-C sia agli angoli del pieno formato, il Sigma mantiene alcuni punti di vantaggio.
Non si tratta di uno scarto enorme, ma è sufficiente a suggerire che Sigma abbia privilegiato una resa molto uniforme già a tutta apertura.
Il comportamento del NIKKOR cambia però rapidamente.
Già chiudendo a f/2 la distanza si riduce sensibilmente e fra f/2.8 e f/4 i due obiettivi raggiungono praticamente lo stesso livello assoluto di risoluzione, attestandosi entrambi attorno agli 80 lp/mm al centro del fotogramma.
Da questo momento in avanti le curve seguono un andamento quasi parallelo.
Entrambi mantengono prestazioni elevatissime fino a f/8, iniziano poi un graduale decadimento a f/11 e mostrano gli effetti della diffrazione alle aperture più chiuse. Anche sotto questo aspetto il comportamento risulta sorprendentemente simile.
La vera differenza non è dunque il valore massimo raggiunto, ma il modo con cui i due progetti vi arrivano.
Il Sigma mostra una progressione molto regolare. Le tre curve rimangono sempre piuttosto vicine fra loro, indice di una resa equilibrata che interessa non soltanto il centro ma anche le zone periferiche del fotogramma.
Il NIKKOR evidenzia invece una crescita più marcata. Parte leggermente più in basso, raggiunge rapidamente il proprio massimo e conserva una buona separazione fra le tre curve, caratteristica che suggerisce una diversa distribuzione della nitidezza all'interno dell'immagine.
Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire a queste differenze un'importanza superiore a quella che realmente possiedono. Stiamo parlando di due obiettivi che, dal punto di vista della sola risoluzione, appartengono entrambi all'eccellenza assoluta della produzione contemporanea. Nella pratica fotografica difficilmente sarà una differenza di cinque o sei linee per millimetro a determinare la riuscita di un'immagine.
Più interessante sarà capire, nelle prove sul campo, se a queste misure corrispondano anche differenze nel carattere dello sfocato, nella tridimensionalità del soggetto, nella resistenza al controluce e nella precisione dell'autofocus. Sono aspetti che nessun grafico, per quanto accurato, può raccontare completamente.
NIKKOR Z 50mm f/1.2 S vs SIGMA 50mm F1.2 DG DN Art
Aspetto
Vantaggio
Risoluzione a f/1.2
Sigma
Risoluzione a f/2.8–f/4
Parità sostanziale
Uniformità sul fotogramma
Leggero vantaggio Sigma
Progressione della nitidezza
Sigma
Picco assoluto
Parità
Comportamento alla diffrazione
Parità
In una frase
ma il resto arriverà dalle foto che faremo.
Perchè potremmo anche soffermarci sui numeri per giorni.
Ma se un obiettivo non fa le fotografie che ci aspettiamo, allora non serve a niente discuterne !
Buio, economico, di plastica, scarso.
Abbiamo processato questo obiettivo in pubblico e lo abbiamo assolto, condannando invece il pregiudizio.
Qui non vogliamo dimostrare nulla di più che, una volta che il fotografo sappia servirsene, qualunque oggetto fotografico è in grado di assolvere egregiamente il compito dato, purché non gli si chieda cose che gli sono impossibili.
In questo caso abbiamo un prodotto : il Sigma 50mm f/1.2 ART che stiamo recensendo.
Le foto di repertorio che lo rappresentano le avremmo potute scattare con qualsiasi altro obiettivo che abbiamo in casa (dal Tamron 28-75/2.8 al Nikkor Z 18-140/3.5-6.3 passando per il Nikkor 24-120/4 S e persino con il Nikkor Z 16-50/3.5-6.3.)
Ma se uno avesse in casa solo il "povero" 24-105/3.5-7.1 secondo noi potrebbe uscirsene alla grande !

cominciamo dal set.
Nulla di esoterico, siamo in studio in cantina. Un tavolo leggero costituito da tavole di legno.
Di sfondo un brandello di cappotto da donna e uno scampolo stropicciato.


usiamo la Z8 con una scheda CF4 da 1TB, assolutamente sovradimensionata per lo scopo, una SD per fare qualche decina di scatti, avanzerebbe ...
Il trigger è un Godox X-PRON, prima versione. Sempre affidabile e le cui batterie non si scaricano letteralmente mai.




attorno al tavolo, a distanze diverse, quattro flash compositi (Godox, Fomex, Dynasun) per 2400 Watt/s complessivi ognuno con un softbox diverso.
Sono regolati manualmente, a potenze diverse tra loro.
Il Godox QT600 II controlla il tutto, comandato dal Godox X-PRON, gli altri sono messi in posizione slave e scattano "per simpatia" all'unisono.
Le foto che seguono sono state scattate a 100 ISO, f/11, 1/100'', con profilo standard e bilanciamento del bianco su flash.
Non c'è praticamente editing (anche se servirebbe togliere qualche pelucco : in casa mia è normale, è tutto un casino di roba ovunque !).
Ed ecco le foto, non saprei come commentarle (sono una parte del servizio completo, disimpegnato in circa 12 minuti complessivi dall'accensione delle luci alla chiusura della porta).

















Sono foto che per le mie esigenze vanno bene per illustrare ogni articolo di Nikonland e che potrebbero essere stampate su qualsiasi rivista fotografica (ammesso che ne esistano ancora).
Si, lo so, lo prometto.
La prossima volta il Nikkor Z 24-105/3.5-7.1 lo porto fuori in gita domenicale : lo scopo per cui sembrerebbe essere stato progettato.
Ma io penso di poterci fare anche la birra con questo biroccio !
Godox iT32: il piccolo genio che si divide in due
Un flash TTL che diventa immediatamente un sistema wireless senza aggiungere nulla alla fotocamera.
Quando la semplicità del progetto vale più di qualche numero guida in più.

Ci sono prodotti che impressionano per le prestazioni e altri che convincono per l'intelligenza con cui sono stati progettati. Il Godox iT32 appartiene decisamente alla seconda categoria. A prima vista sembra soltanto un piccolo flash TTL da slitta. Basta però staccarlo dalla fotocamera per capire che l'idea è molto più interessante: il piedino rimane al suo posto e continua a dialogare con il corpo macchina, mentre il lampeggiatore diventa immediatamente una sorgente di luce remota. Nessun trasmettitore aggiuntivo, nessun accessorio da montare, nessun passaggio intermedio. Una soluzione tanto semplice da far sorgere una domanda inevitabile: perché nessuno ci aveva pensato prima ?

2026-08-06 Firmware D780 Versione 1.21
2026-08-06 Firmware D6 Versione 1.71

Non sono aggiornamenti eclatanti ma confermano, ce ne fosse bisogno, la cura di Nikon anche per prodotti che sono ovviamente a fine ciclo di vita, come le reflex citate, che stiamo rivalutando anche noi di Nikonland in queste settimane.
Aggiornamento firmware del modulo GNSS
Dopo l'aggiornamento firmware "C" della D6 (eseguito con il primo aggiornamento), il firmware del modulo GNSS verrà aggiornato con il secondo aggiornamento. Per eseguire il secondo aggiornamento, seguire gli step 3, 4 e 5 in "Aggiornamento del firmware della fotocamera".
Nota: il secondo aggiornamento non è necessario se il firmware "G" del modulo GNSS è già 0.17, dato che con tale versione, il miglioramento è già stato effettuato.
Nikon D6 : Modifiche rispetto alla versione firmware "C" da 1.70 a 1.71
• Sono stati risolti i seguenti problemi:
- Le foto scattate risultavano talvolta sottoesposte con un obiettivo di tipo D inserito.
- Il richiamo delle funzioni di ripresa talvolta limitava il tempo di posa a 1/250 s con il sincro FP automatico a tempi rapidi.
Nikon D780 : Modifiche rispetto alla versione firmware "C" da 1.20 a 1.21
• Risolto un problema per cui le foto scattate risultavano talvolta sottoesposte quando si regolava lo zoom durante la fotografia in sequenza in modo di scatto continuo ad alta velocità.
Le avvertenze di Nikonland
Nikonland non raccomanda mai, in linea generale, l’impiego dei teleconverter. Moltiplicare la focale significa inevitabilmente mortificare, almeno in parte, le qualità del teleobiettivo al quale vengono applicati: si perdono luminosità, contrasto, rapidità di messa a fuoco e soprattutto una parte di quelle prestazioni ottiche per le quali abbiamo scelto — e pagato — un obiettivo di alto livello.
Se per il proprio genere di fotografia serve abitualmente un 400mm, la soluzione migliore resta acquistare un vero 400mm. Nessun moltiplicatore può trasformare un obiettivo più corto nel suo equivalente senza imporre un prezzo alla qualità dell’immagine.
Il discorso cambia quando si parte da un’ottica eccezionale, come un 70-200mm f/2.8 o un 400mm f/2.8, e la focale aggiuntiva serve soltanto occasionalmente. In questi casi il teleconverter può rappresentare un compromesso ragionevole: consente di risparmiare molto denaro e, soprattutto, spazio e peso nella borsa, evitando di portare con sé un altro teleobiettivo destinato magari a essere utilizzato per pochi scatti. Purché rimanga chiaro che si tratta di una soluzione pratica, non di un pasto gratis.
le foto che seguono sono della versione per Sony. Ovviamente è diverso ... il colore, gli attacchi e i contatti.
Ma sul piano ottico il modello per Nikon Z, disponibile allo stesso prezzo, è identico.
Essendo il Nikkor Z 70-200/2.8 S - oggetto per cui è stato pensato questo teleconverter - sul piano del modello equivalente Sony, il discorso non cambia.
Ma non voglio anticipare nulla rispetto alle considerazioni del test.






Caratteristica
Viltrox TC-2.0X Nikon Z
Nikon Z TC-2.0x
Sony FE 2.0x TC SEL20TC
Baionetta
Nikon Z
Nikon Z
Sony E
Anno di presentazione
2025
2020
2016
Moltiplicazione focale



Perdita di luminosità
2 stop
2 stop
2 stop
Schema ottico
9 elementi in 5 gruppi
8 elementi in 5 gruppi
8 elementi in 5 gruppi
Elementi speciali
3 HR ad alto indice
1 elemento asferico
non specificati
Autofocus



Trasmissione EXIF



Stabilizzazione dell’obiettivo
mantenuta
mantenuta
mantenuta
Raffica ad alta velocità
dichiarata fino a 120 fps*
dipendente da corpo e obiettivo
dipendente da corpo e obiettivo
Protezione ambientale
polvere e spruzzi
polvere e umidità
polvere e umidità
Aggiornamento firmware
USB integrata
tramite fotocamera
tramite fotocamera
Dimensioni
70,5 × 29,5 mm
72 × 32,5 mm
62,4 × 42,7 mm
Peso
circa 280 g**
270 g
207 g
Prezzo ufficiale indicativo
280 dollari
circa 650 euro
600 euro
Street price Italia/Europa, agosto 2026
circa 260–290 euro
circa 570–620 euro
circa 520–570 euro
ue precisazioni non secondarie. Il Viltrox era apparso in anteprima nel novembre 2025 con un peso indicato di circa 229 grammi e un prezzo ipotizzato intorno ai 160 dollari; il prodotto definitivo oggi pubblicato da Viltrox riporta invece 280 grammi e 280 euro. È quindi meglio utilizzare questi ultimi valori, anche se qualche scheda commerciale continua a ripetere quelli preliminari.
La compatibilità non è universale: la presenza della baionetta corretta non significa che ogni teleobiettivo Nikon Z possa accettare il moltiplicatore, perché l’elemento anteriore sporgente richiede spazio nella parte posteriore dell’ottica. Al momento Viltrox dichiara esplicitamente il Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR S; prima di estendere la tabella all’intero gruppo dei tele Nikon compatibili con il TC originale aspetterei verifiche o aggiornamenti firmware ufficiali.
La sintesi economica, comunque, è piuttosto brutale: il Viltrox costa meno della metà del Nikon, pur offrendo contatti elettronici completi, AF, EXIF, stabilizzazione e aggiornamento USB. Il vero confronto, quindi, non si giocherà sulle specifiche, ma sulla perdita di contrasto, sulla correzione delle aberrazioni e soprattutto sulla tenuta alle alte frequenze spaziali con sensori da 45 megapixel. È lì che dovremo capire se Viltrox abbia semplicemente costruito un’alternativa economica oppure abbia davvero messo Nikon in difficoltà.
Dichiarazione Viltrox riferita alle combinazioni compatibili.
* Dato attuale del produttore; alcune comunicazioni preliminari riportavano 229 g.

la versione per Nikon Z è ovviamente nera. Cambia la geometria delle baionette, il tiraggio, i contatti e il firmware.
Ma a livello ottico gli oggetti sono identici. A conferma che se un progetto è valido, va bene per tutto.

Il nuovo Viltrox TC-2.0X per Nikon Z è un prodotto interessante prima ancora di essere un buon teleconverter, perché entra in un settore che Nikon ha finora presidiato senza concorrenti e lo fa proponendo, a meno della metà del prezzo dell’originale, tutte le funzionalità che ci si aspetta da un accessorio moderno: autofocus, stabilizzazione, trasmissione dei dati EXIF, aggiornamento del firmware e piena integrazione elettronica tra fotocamera e obiettivo.
Un moltiplicatore 2× ha un compito semplice soltanto in apparenza: raddoppiare la focale mantenendo il più possibile intatte le qualità dell’obiettivo di partenza. In cambio chiede due stop di luminosità e introduce inevitabilmente qualche compromesso nella resa, nella velocità operativa e nella consistenza della messa a fuoco. Non esistono miracoli ottici, né Viltrox pretende di averne compiuto uno; resta però da capire quanto questi compromessi siano visibili nell’uso reale e se la differenza rispetto al più costoso Nikon sia proporzionata alla distanza che separa i rispettivi prezzi.
Per scoprirlo non ci siamo limitati a fotografare il moltiplicatore sul tavolo dello studio o a ricopiarne le caratteristiche dalla scheda tecnica. Questa mattina lo abbiamo portato in autodromo, montato tra una fotocamera e uno dei migliori 70-200mm f/2.8 che ci sono sul mercato, trasformato per l’occasione in un 140-400mm f/5.6. Un ambiente sufficientemente severo da mettere alla prova non soltanto la qualità ottica, ma anche la rapidità dell’autofocus, la capacità di seguire soggetti veloci e la praticità complessiva di una combinazione che promette la portata di un 400mm senza obbligarci a portarne uno.
Nelle pagine che seguono vedremo com’è costruito, come si monta, quali obiettivi può realmente accompagnare e che cosa accade alle prestazioni del 70-200mm quando la sua focale viene raddoppiata. Ma soprattutto lasceremo parlare le fotografie e le impressioni raccolte sul campo, perché un teleconverter non si giudica contando le lenti o pesando i grammi risparmiati: si giudica osservando quanta parte dell’obiettivo originale riesce a restituirci dopo averne raddoppiato la portata.
Le foto che seguono sono state scattate con la Sony a9 III e il Sony G Master 70-200/2.8 OIS ma, ripeto, al netto del sistema, con una Z9 e un 70-200/2.8 (e con il Viltrox 2x quando usato il teleconverter) non avremmo variazioni importanti. La Sony a9 III e la Z9 sono equivalente per certi versi.


mentre tutte le successive sono state scattate con il Teleonverter inserito.




queste a 400mm (ovvero 200mm 2x)
Mi scuso ma mi sono accorto solo a casa che il sensore era sporco (polvere volata dentro in autodromo ? C'era vento).
















Ovviamente stiamo parlando di scatti in autodromo, a distanza importante dal soggetto e con diaframma chiuso per effetto dei tempi del panning.
Non azzarderei ad usare il teleconverter per ritratto ravvicinato o riproduzione (ammesso che si faccia riproduzione/macro con un 70-200/2.8 come questo).
Il Viltrox si è sempre comportato egregiamente senza un tentennamento e viene visto dalla macchina come un TC nativo Sony.
Peraltro consentendo anche la raffica a 120 frame al secondo (cosa che è invece disabilitata per gli obiettivi non Sony !).
La qualità a questi livelli (al netto delle raccomandazioni iniziali, della qualità dell'aria, del caldo, della ... polvere sul sensore come in alcuni di questi scatti) a mio parere è paragonabile tra l'obiettivo liscio e quello duplicato. Sempre che la destinazione sia la pubblicazione o la stampa.
Se invece vogliamo vedere gli scatti a monitor al 1000%, allora cambiamo mestiere (anche perché un'auto da corsa non sarà mai perfetta quando è lanciata, nemmeno se congelata a tempi da 1/10000'').
Considerando il costo e il fatto che io ho il 100-400 Nikon e non mi interessa minimamente "duplicare" il corredo con un obiettivo simile per Sony, ho risparmiato dei gran soldi.
L'avrei comprato per Nikon ? No, proprio perché ho sia il 70-200/2.8 che il 100-400/4.5-5.6 che il 28-400/4-8, che scelgo a seconda dei casi.
Ma, mi ripeto, se uno avesse il solo 70-200/2.8 S e qualche volta, non sempre, avesse voglia di tirare più lontano, l'opportunità con metà spesa del Viltrox rispetto al Nikon TC 2x, è ghiotta.
Poi, ognuno deciderà per se.
DHL, FEDEX, BRT e GLS.
Sono le scatole che mi sono arrivate in questi giorni.
Non le ho ancora aperte per lasciare il mistero.
Saranno oggetti in prova, uno già domani mattina a Monza.
Chi indovina cosa possano essere ?
Un aiutino :
uno è una vecchia gloria Nikkor AF-D
uno è una giovane gloria Nikkor AF-S
uno è un moderno obiettivo da mirrorless giapponese con attacco Sony FE
un altro è un modernissimo aggiuntivo ottico cinese che da solo non serve a niente ma unito ad altra funziona !
Chi si avvicina moltissimo o azzecca la combinazione, riceverà l'attestato di curiosone ufficiale di Nikonland !

Non abbiate paura a tentare, anche se si sbaglia, non succede nulla.
E' giusto per giocare in queste giornate di agosto 2026.


Fa strano tornare in autodromo con una reflex dopo 7-8 anni di esclusive incursioni con Z9 o Z8.
Ma il bello è proprio li. Ed è uno dei pochi segreti condivisibili dell'unica cura per non diventare troppo vecchi : mettersi alla prova.
Oggi la Z9 offre il riconoscimento dei veicoli che inquadra i soggetti anche dietro alle reti, l'obiettivo fa il resto.
E i 20 scatti al secondo assicurano di non perdere quasi nulla.
Qui abbiamo un obiettivo eccezionale ma comunque della passata generazione.
E l'ultima ammiraglia ... reflex.
Che però condivide con la Z9 :
un sistema di autofocus che sebbene concentrato nella parte DX del frame è a prova d'errore
un embrionale sistema di riconoscimento del soggetto con tracking automatico
le schede CFexpress
le batterie EN-EL18d
però, è inutile dimenticarlo o trascurarlo, si nota subito che il tempo non è trascorso invano.
La visione a mirino ottico sarà pure naturale ma mostra una immagine diversa da quella ripresa.
E non è esente da ciò che succede davanti al mirino.
Se innesto il TC del 180-400/4 sulla Z9, la visione resta esattamente la stessa.
Se lo faccio con la D6, il mirino invece si oscura parzialmente (cioé diventa più buio).
Lasciamo perdere che durante la raffica si vede lo specchio che copre la visione, mentre nella Z9 non c'è alcun blackout.
I 14 fps sono più che sufficienti, così come lo è la risoluzione di 20 megapixel.
E anche la sensibilità, utilizzabile impunemente fino a valori non raccomandabili con la Z9.
Ma è diverso.
Si può.
Ma è diverso.
Insomma, con le Nikon Z di ultima generazione ci abbiamo guadagnato parecchio e perso pochissimo, a mio parere.
Anche se in questo genere fotografico particolare, una Z non è strettamente necessaria.
Ed é quello che volevo DIMOSTRARE a me stesso con questa sessione con il 180-400/4 che in futuro lavorerà per lo più con la Z9 e l'FTZ II.
Non perché la D6 non ce la faccia - lo vedrete dalle foto - ma perché l'ho comprata per altro ... che non consumare otturatore e specchio in autodromo.
La mia Z9 più vecchia ha 1265000 scatti e sembra nuova. Lei è pensata per questo lavoro.
La D6 fa un casino bestiale quando scatta ... fattore che in autodromo non da tantissimo fastidio.
Ma che bisogna ricordare comunque.

il Monza Revival 2026 è stata poi un'occasione per veder sfrecciare vecchie glorie.
Purtroppo molte meno di quante avrei amato.
Non sono più i tempi della Coppa Intereuropea Storica.
La si vedevano centinaia di auto diverse.
Qui, qualcuno ne ha contate solo 53. E in più di una gara giravano non più di 5 auto insieme ...

le GT erano pochine.
Ma, inutile negarlo, l'interesse massimo lo hanno suscitato le F1 degli anni storici a cavallo di fine secolo scorso.
Pur con l'assenza totale di Ferrari.


la vecchia auto del compianto Elio De Angelis sfigura un pò vicino alle tante Williams vincenti che l'attorniano.


in questo periodo non cerco l'effettone con il panning, mi fermo ad un valore di compromesso tra nitidezza ed effetto filato che mi consenta belle stampe.
Va a periodi ... qui siamo ad 1/125'', f/8, ISO 50.

ad un certo punto sbuca anche qualche auto corrente, qui ripresa a 400mm, f/4, ISO 50.
Non chiedetemi di che Revival si tratterebbe (ah, si queste auto sono oramai fuorilegge in produzione per l'Europa).


c'è più di una bandiera rossa, causata da panne meccaniche, come in questo caso :





sono tutti scatti dalla tribuna della Prima Variante. File basse.

non so a voi, a me fa un pò ridere una Bentley "da corsa". 400mm, 1/200'', f/5.6

tanto vale una Aston Martin grigia, allora !


e poi infine sono tornate le F1
Queste macchine sono molto piccole e in più di un passaggio ho innestato il TC per andare oltre i 400mm. La comodità dello zoom con il teleconverter.



















Questa è invece una ripresa con TC ma attraverso la rete alla Ascari, in condizioni di scatto infami, tanto che dopo poco sono andato a casa.

Per molti fotografi Sigma continua a essere il costruttore "alternativo". Un marchio da prendere in considerazione quando il corrispondente obiettivo Nikon, Canon o Sony non esiste, oppure costa troppo. È un'immagine che appartiene al passato e che non descrive più la realtà.
Negli ultimi anni Sigma ha portato a compimento una trasformazione profonda. L'abbandono progressivo del mondo reflex a favore delle mirrorless non si è limitato a un semplice adattamento dei vecchi progetti ottici. Al contrario, ha dato origine a una famiglia completamente nuova di obiettivi, identificata dalla sigla DG DN, progettata fin dall'inizio per il ridotto tiraggio delle mirrorless full frame.
È una distinzione importante. Un obiettivo DG DN non è, salvo rare eccezioni, la versione aggiornata di un precedente DG HSM. Nella maggior parte dei casi si tratta di schemi ottici completamente ripensati, nei quali Sigma ha sfruttato la maggiore libertà progettuale offerta dalle mirrorless per ridurre dimensioni, migliorare le prestazioni e, in molti casi, proporre focali che nessun altro costruttore aveva mai osato realizzare.
Il risultato è un catalogo sorprendentemente ricco. Alla data di pubblicazione di questo articolo comprende oltre trenta obiettivi full frame per Sony E-mount, distribuiti tra le tre famiglie Art, Contemporary e Sports. A differenza di quanto avveniva in passato, non si tratta di una semplice alternativa ai prodotti originali dei vari costruttori. In diversi casi è Sigma stessa a proporre le idee più innovative: basti pensare allo straordinario 28-45 mm f/1.8, primo zoom full frame al mondo con apertura costante f/1.8, oppure al compatto 500 mm f/5.6 Sports, che ha ridefinito il concetto stesso di supertele trasportabile.
È altrettanto interessante osservare come il catalogo sia stato costruito. Non seguendo rigidamente le focali tradizionali, ma cercando di occupare spazi lasciati liberi dai grandi costruttori. Accanto ai classici 24-70 mm e 70-200 mm troviamo infatti obiettivi come il 65 mm f/2, il 90 mm f/2.8 Contemporary, il 28-105 mm f/2.8 o il già citato 28-45 mm f/1.8: prodotti che non cercano di imitare la concorrenza, ma di offrire al fotografo possibilità nuove.
Per questa ragione abbiamo deciso di non organizzare questa guida secondo il consueto ordine alfabetico. Sarebbe il modo più semplice, ma probabilmente anche il meno utile. Preferiamo invece seguire il percorso naturale di un corredo fotografico, partendo dai grandangolari per arrivare ai supertele, cercando di comprendere non soltanto che cosa produce Sigma, ma anche quale logica abbia guidato la costruzione di uno dei cataloghi mirrorless più articolati oggi disponibili.
Kazuto Yamaki, l'ultima grande azienda indipendente
In un'industria fotografica sempre più concentrata all'interno di grandi gruppi multinazionali, Sigma rappresenta un caso quasi unico. L'azienda è ancora controllata dalla famiglia che la fondò nel 1961 e, dal 2012, è guidata da Kazuto Yamaki, figlio del fondatore Michihiro Yamaki.
Questa indipendenza non costituisce soltanto un elemento di identità aziendale, ma influenza concretamente anche le scelte progettuali. Sigma non deve necessariamente rispondere alla logica dei grandi volumi o del ritorno economico immediato di ogni singolo prodotto. Può permettersi di sviluppare obiettivi destinati a una nicchia di fotografi, purché rappresentino un progresso tecnico o un'idea ritenuta interessante.
È probabilmente anche questa libertà a spiegare perché, negli ultimi anni, Sigma abbia proposto alcuni degli obiettivi più originali dell'intero panorama fotografico.
Art, Contemporary e Sports: tre famiglie, una sola filosofia
Osservando il catalogo Sigma per mirrorless full frame si nota immediatamente una caratteristica che lo distingue da quello della maggior parte dei concorrenti. Gli obiettivi non sono semplicemente ordinati per focale o luminosità, ma appartengono a tre famiglie ben definite: Art, Contemporary e Sports. Non si tratta di una scelta estetica o di una semplice classificazione commerciale. Dietro queste tre denominazioni esistono infatti criteri progettuali differenti.
La serie Art rappresenta il laboratorio tecnologico dell'azienda. È qui che trovano posto gli obiettivi più luminosi, gli schemi ottici più complessi e, spesso, le focali più insolite. L'obiettivo dichiarato non è tanto contenere peso o dimensioni, quanto raggiungere il massimo livello qualitativo compatibilmente con la tecnologia disponibile. È la famiglia che ha costruito la reputazione moderna di Sigma e che continua a ospitare alcuni dei progetti più ambiziosi dell'intero settore.
La serie Contemporary segue una filosofia diversa. In questo caso il punto di equilibrio si sposta verso la compattezza, la leggerezza e la praticità d'impiego. Sarebbe però un errore considerarla una linea economica. Molti obiettivi Contemporary offrono prestazioni ottiche di livello molto elevato, rinunciando semplicemente a qualche compromesso estremo in termini di apertura massima o di costruzione meccanica. La fortunata I Series, interamente realizzata in metallo, appartiene proprio a questa famiglia e rappresenta una delle interpretazioni più riuscite della fotografia mirrorless compatta.
Infine troviamo la serie Sports, dedicata agli impieghi più impegnativi. Superteleobiettivi, zoom di lunga focale e ottiche progettate per resistere a un utilizzo professionale intenso condividono una costruzione particolarmente robusta, una protezione accurata contro polvere e umidità e un'attenzione specifica alla rapidità dell'autofocus e alla stabilizzazione. Negli ultimi anni Sigma ha progressivamente esteso questa filosofia anche a prodotti più innovativi, dimostrando che la denominazione "Sports" identifica ormai un livello costruttivo prima ancora che una specifica destinazione fotografica.
Naturalmente queste tre famiglie non devono essere interpretate come compartimenti stagni. Esistono obiettivi Contemporary capaci di soddisfare anche un professionista, così come alcuni Art risultano sorprendentemente compatti. La classificazione serve piuttosto a comprendere quale sia stata la priorità progettuale degli ingegneri Sigma durante lo sviluppo di ciascun modello.
È una scelta che riflette bene la personalità dell'azienda. Invece di proporre una gamma uniforme, Sigma preferisce offrire strumenti differenti per esigenze differenti, lasciando che sia il fotografo a scegliere quale compromesso privilegiare. È un approccio meno convenzionale rispetto a quello dei grandi costruttori, ma probabilmente rappresenta una delle ragioni del crescente interesse che il marchio suscita anche tra gli utilizzatori dei sistemi originali.
Art
La qualità come punto di partenza
Quando nel 2012 Sigma presentò il progetto Global Vision, la serie Art fu quella che attirò immediatamente l'attenzione del mercato. Non perché fosse la più estesa o la più redditizia, ma perché rappresentava una presa di posizione molto netta. Per la prima volta un costruttore indipendente dichiarava apertamente che il proprio obiettivo non era inseguire i prodotti originali dei grandi marchi, bensì realizzare gli obiettivi migliori che fosse possibile costruire, indipendentemente dalle dimensioni, dal peso o dalla complessità del progetto.
Era una scelta coraggiosa. Per molti anni Sigma era stata identificata soprattutto come un'alternativa economicamente conveniente. Con la serie Art questo paradigma veniva completamente ribaltato. Il prezzo non diventava irrilevante, ma cessava di essere il principale argomento commerciale. Al centro del progetto comparivano invece la qualità dell'immagine, la precisione della costruzione e la libertà progettuale.
Questa filosofia è rimasta sostanzialmente immutata anche nel passaggio alle mirrorless. Gli obiettivi DG DN Art non rappresentano semplicemente un aggiornamento delle precedenti versioni reflex. Sono, nella maggior parte dei casi, progetti completamente nuovi, sviluppati sfruttando il minore tiraggio dei moderni sistemi mirrorless per ottenere prestazioni ottiche ancora più elevate o, quando possibile, una sensibile riduzione di peso e ingombro.
Ciò che distingue la serie Art non è tanto una particolare fascia di focali quanto l'atteggiamento progettuale. Ogni nuovo obiettivo nasce dalla ricerca della soluzione ritenuta otticamente più efficace, senza imporre vincoli rigidi alle dimensioni finali. Se il progetto richiede una lente frontale di grande diametro, un numero elevato di elementi ottici o una costruzione meccanica particolarmente sofisticata, Sigma accetta queste conseguenze senza tentare compromessi artificiali.
È probabilmente questa libertà ad aver consentito la nascita di alcuni degli obiettivi più originali degli ultimi anni. Il 35 mm f/1.2 DG DN Art, primo grandangolare autofocus full frame con apertura f/1.2; il 50 mm f/1.2 DG DN Art, che ha dimostrato come una luminosità estrema possa convivere con prestazioni elevate già a tutta apertura; il recente 28-45 mm f/1.8 DG DN Art, primo zoom full frame al mondo con apertura costante f/1.8; oppure il 300-600 mm f/4 DG OS Sports, che pur appartenendo formalmente a un'altra famiglia condivide la stessa volontà di superare i limiti tradizionali della progettazione ottica.
Naturalmente questa impostazione comporta anche qualche rinuncia. Gli obiettivi Art non sono quasi mai i più piccoli della loro categoria e raramente possono essere definiti leggeri. Sarebbe però un errore interpretare questo aspetto come un limite progettuale. Più semplicemente, Sigma ha deciso di non fare del contenimento del peso il criterio principale delle proprie scelte. Altri costruttori seguono una strada diversa, ugualmente legittima. La serie Art percorre deliberatamente quella opposta.
È interessante osservare come questa filosofia abbia progressivamente modificato la percezione stessa del marchio. Se in passato Sigma veniva spesso scelta in alternativa ai prodotti originali, oggi accade sempre più frequentemente il contrario. Molti fotografi iniziano la ricerca da un obiettivo Sigma e soltanto successivamente valutano l'offerta Nikon, Canon o Sony. Non è una questione di prestigio del marchio, ma della convinzione che, per alcune focali, Sigma proponga semplicemente il progetto più interessante disponibile sul mercato.
Nelle pagine che seguono analizzeremo uno per uno gli obiettivi della serie Art oggi presenti nel catalogo mirrorless full frame. Non saranno presentati come semplici schede tecniche. Cercheremo piuttosto di comprendere quale esigenza fotografica abbia motivato la loro nascita e quale posto occupino all'interno di una gamma che, più di ogni altra, ha contribuito a ridefinire il ruolo di Sigma nell'industria fotografica contemporanea.
Obiettivo
Presentazione
Peso
Filtri
AF
14mm F1.4 DG DN Art
2023
1.170 g

HLA
15mm F1.4 DG DN Diagonal Fisheye Art
2026
1.360 g

HLA
20mm F1.4 DG DN Art
2022
635 g
82 mm
STM
24mm F1.4 DG DN Art
2022
520 g
72 mm
STM
35mm F1.2 DG DN II Art
2026
940 g
82 mm
HLA
35mm F1.4 DG II Art
2026
735 g
67 mm
HLA
50mm F1.2 DG DN Art
2021
745 g
72 mm
HLA
50mm F1.4 DG DN Art
2023
670 g
72 mm
HLA
85mm F1.4 DG DN Art
2020
630 g
77 mm
STM
105mm F2.8 DG DN Macro Art
2024
715 g
62 mm
HLA
135mm F1.4 DG Art
2025
1.430 g
82 mm
HLA
14-24mm F2.8 DG DN Art
2019
795 g

STM
24-70mm F2.8 DG DN II Art
2025
735 g
82 mm
HLA
28-45mm F1.8 DG DN Art
2024
960 g
82 mm
HLA
28-105mm F2.8 DG DN Art
2025
995 g
82 mm
HLA

L'età media del catalogo
Una rapida analisi della serie Art rivela un aspetto poco evidente a prima vista. Dei sedici obiettivi attualmente in catalogo, quindici sono stati presentati dal 2020 in poi e ben nove appartengono alle annate 2023-2026. Si tratta quindi di una delle gamme ottiche più giovani oggi disponibili nel settore mirrorless full frame.
Questo non garantisce automaticamente prestazioni superiori, ma testimonia la volontà di Sigma di investire con continuità nello sviluppo di nuovi progetti, anziché limitarsi a mantenere in produzione schemi ottici concepiti per il mondo reflex. È un elemento che aiuta a spiegare la vitalità del marchio e la crescente attenzione che il mercato riserva alle sue proposte.
Di fatto gli obiettivi più "vecchi" si evidenziano per la presenza del motore STM al posto dei più prestanti HLA.

Cinque progetti emblematici della serie Art
L'omogeneità qualitativa raggiunta dalla serie Art rende difficile individuare "gli obiettivi migliori". Preferiamo quindi evidenziare cinque progetti che, per originalità, coraggio tecnico o importanza storica, raccontano meglio di altri la filosofia progettuale di Sigma.
Obiettivo
Perché rappresenta Sigma
14mm f/1.4 DG DN Art
Dimostra che anche un supergrandangolare specialistico può raggiungere livelli qualitativi assoluti senza compromessi progettuali.
35mm f/1.2 DG DN II Art
È forse il manifesto della filosofia Art: massime prestazioni, senza lasciare che peso e dimensioni condizionino il progetto ottico.
135mm f/1.4 DG Art
Un tele da ritratto che porta ancora più avanti una focale storicamente amata dai professionisti, dimostrando come Sigma continui a cercare nuove frontiere anche nei classici della fotografia.
28-45mm f/1.8 DG DN Art
Il primo zoom full frame con apertura costante f/1.8. Un progetto che, da solo, testimonia la volontà di Sigma di percorrere strade inesplorate.
28-105mm f/2.8 DG DN Art
Un'interpretazione originale dello zoom professionale, capace di coniugare un'escursione focale inconsueta con la luminosità costante f/2.8.
Ogni fotografo potrebbe compilare una classifica diversa. Questa non vuole essere una graduatoria, ma una selezione di obiettivi che, più di altri, testimoniano la libertà progettuale con cui Sigma interpreta la propria serie di punta.


Sports
L'affidabilità come progetto
Nel catalogo Sigma la denominazione Sports potrebbe essere interpretata in modo riduttivo. Non identifica semplicemente gli obiettivi destinati alla fotografia sportiva, ma una famiglia progettata per lavorare nelle condizioni più impegnative, dove robustezza, affidabilità e continuità di funzionamento sono importanti quanto la qualità dell'immagine.
È una filosofia che nasce sul campo. Il fotografo naturalista, quello di sport o di reportage ambientale difficilmente opera in uno studio fotografico. Pioggia, sabbia, neve, umidità, sbalzi di temperatura e lunghe giornate di lavoro rappresentano la normalità. Gli obiettivi Sports sono stati sviluppati proprio con questa prospettiva, privilegiando una costruzione meccanica estremamente robusta, un'efficace protezione contro gli agenti atmosferici e sistemi autofocus capaci di mantenere prestazioni elevate anche con soggetti in rapido movimento.
Negli ultimi anni Sigma ha progressivamente rinnovato questa famiglia, adottando i moderni motori HLA (High-response Linear Actuator), stabilizzatori ottici di nuova generazione e una progettazione espressamente pensata per le mirrorless. Ne è derivata una gamma relativamente compatta nel numero dei modelli, ma estremamente coerente nella destinazione d'uso.
Colpisce soprattutto il fatto che Sigma non abbia cercato di riprodurre semplicemente i grandi classici del settore. Accanto allo zoom universale 60-600 mm, che continua a rappresentare una soluzione praticamente unica sul mercato, troviamo il compatto 500 mm f/5.6, pensato per offrire un'alternativa più leggera ai tradizionali supertele professionali, e il recente 300-600 mm f/4, probabilmente il progetto più ambizioso mai realizzato dall'azienda in questo segmento.
Quest'ultimo obiettivo rappresenta bene il modo di operare di Sigma. Invece di proporre l'ennesimo 400 mm o 600 mm a focale fissa, gli ingegneri giapponesi hanno scelto di realizzare uno zoom che coprisse entrambe le focali mantenendo l'apertura costante di f/4. Un progetto estremamente complesso, rivolto a una fascia professionale ristretta ma capace di dimostrare quale livello tecnologico l'azienda abbia ormai raggiunto.
Il 200mm f/2 DG OS Sports occupa una posizione particolare. Non nasce per sostituire uno zoom professionale, ma per recuperare una tipologia di obiettivo che i grandi costruttori avevano progressivamente abbandonato con il passaggio alle mirrorless. La combinazione tra focale, apertura f/2, stabilizzazione e autofocus moderno lo rende uno strumento specialistico per ritratto, teatro, sport indoor e soggetti isolati a distanza, ma soprattutto dimostra che Sigma continua a investire anche in progetti destinati a volumi relativamente limitati, purché capaci di offrire qualcosa che il mercato non propone altrove.
Naturalmente tutto questo ha un prezzo, non soltanto economico. Gli obiettivi Sports non sono progettati per essere i più piccoli della categoria, bensì per offrire affidabilità e prestazioni costanti nel tempo. È una scelta perfettamente coerente con la filosofia Sigma: anche in questo caso il progetto ottico e meccanico precede qualsiasi considerazione commerciale.
La famiglia Sports non è oggi la più numerosa del catalogo, ma rappresenta probabilmente quella nella quale Sigma ha dimostrato con maggiore chiarezza di poter competere, senza complessi di inferiorità, con i grandi costruttori storici anche nel segmento professionale più impegnativo.

Serie Sports – Obiettivi Full Frame mirrorless attualmente in catalogo
Obiettivo
Presentazione
Peso
Ø filtri
Stabilizzazione
200mm F2 DG OS Sports
2025
1.820 g
105 mm

500mm F5.6 DG DN OS Sports
2024
1.370 g
95 mm

60-600mm F4.5-6.3 DG DN OS Sports
2023
2.495 g
105 mm

70-200mm F2.8 DG DN OS Sports
2023
1.345 g
77 mm

300-600mm F4 DG OS Sports
2025
3.985 g
40,5 mm posteriore

Tre obiettivi, tre idee completamente diverse
La serie Sports, pur ancora poco numerosa, copre anche approcci progettuali quasi opposti. Il 500 mm f/5.6 privilegia leggerezza e trasportabilità, rivolgendosi al fotografo naturalista itinerante. Il 60-600 mm punta invece sulla massima versatilità, offrendo un'escursione focale che non ha praticamente rivali nel panorama professionale. Il 300-600 mm f/4, infine, rappresenta la massima espressione della filosofia Sigma: un progetto che non nasce per sostituire un obiettivo esistente, ma per proporre una soluzione che fino a pochi anni fa sembrava semplicemente irrealizzabile.



Contemporary
L'eleganza della semplicità
Se la serie Art rappresenta il desiderio di raggiungere la massima prestazione possibile e la Sports quello di costruire strumenti destinati agli impieghi più gravosi, la famiglia Contemporary nasce da una domanda molto diversa: quale sia il punto di equilibrio tra qualità ottica, dimensioni, peso e piacere d'impiego.
È probabilmente la serie che meglio interpreta lo spirito delle moderne mirrorless. Negli ultimi anni il mercato ha assistito a una progressiva crescita di peso e ingombro degli obiettivi più luminosi, tanto da avvicinarli, in alcuni casi, ai corrispondenti modelli dell'epoca reflex. Sigma ha scelto una strada differente. Invece di inseguire sistematicamente aperture sempre più estreme, ha cercato di realizzare obiettivi che potessero accompagnare il fotografo per un'intera giornata senza rinunciare a una costruzione di alto livello e a prestazioni ottiche degne della reputazione del marchio.
Questa filosofia trova la sua espressione più compiuta nella I Series, una famiglia di obiettivi costruiti quasi interamente in metallo, caratterizzati da un'estetica essenziale e da una qualità meccanica che richiama la migliore tradizione dell'industria giapponese. Ghiera dei diaframmi, incisioni, lavorazioni superficiali e precisione degli accoppiamenti trasmettono immediatamente la sensazione di trovarsi di fronte a strumenti progettati per durare nel tempo prima ancora che per impressionare nelle specifiche tecniche.
Sarebbe però un errore considerare la serie Contemporary come una semplice alternativa più compatta agli obiettivi Art. Molti dei progetti che la compongono non hanno infatti un equivalente diretto nelle altre famiglie Sigma. Il 17 mm f/4, il 45 mm f/2.8, il 65 mm f/2 e il 90 mm f/2.8 rappresentano una diversa interpretazione della fotografia, nella quale il piacere dell'utilizzo quotidiano assume un'importanza pari alla qualità dell'immagine.
È anche la famiglia nella quale emerge con maggiore evidenza la maturità raggiunta da Sigma come costruttore industriale. La ricerca della compattezza non si traduce infatti in semplificazioni costruttive o in materiali meno pregiati. Al contrario, molti fotografi scelgono questi obiettivi proprio per la sensazione di solidità e precisione che trasmettono fin dal primo contatto.
In un'epoca nella quale la fotografia tende sempre più spesso a essere raccontata attraverso grafici MTF, punteggi e confronti di laboratorio, la serie Contemporary ricorda che esiste anche un altro modo di valutare un obiettivo. Quello che nasce dal piacere di utilizzarlo, dalla naturalezza con cui entra a far parte del corredo e dalla capacità di accompagnare il fotografo senza imporsi continuamente alla sua attenzione.
Per molti aspetti è proprio questa la famiglia che meglio sintetizza l'attuale identità di Sigma. Meno appariscente della serie Art e meno specialistica della Sports, ma capace di dimostrare come prestazioni elevate, qualità costruttiva e dimensioni contenute possano convivere nello stesso progetto.
Obiettivo
Presentazione
Peso
Ø filtri
AF
17mm F4 DG Contemporary
2025
225 g
55 mm
HLA
20mm F2 DG Contemporary
2025
370 g
62 mm
HLA
24mm F2 DG Contemporary
2025
365 g
62 mm
HLA
24mm F3.5 DG Contemporary
2021
225 g
55 mm
STM
35mm F2 DG Contemporary
2020
325 g
58 mm
STM
45mm F2.8 DG Contemporary
2019
215 g
55 mm
STM
50mm F2 DG Contemporary
2023
350 g
58 mm
HLA
65mm F2 DG Contemporary
2021
405 g
62 mm
STM
90mm F2.8 DG Contemporary
2021
295 g
55 mm
STM
16-28mm F2.8 DG DN Contemporary
2022
450 g
72 mm
STM
28-70mm F2.8 DG DN Contemporary
2021
470 g
67 mm
STM
100-400mm F5-6.3 DG DN OS Contemporary
2022
1.135 g
67 mm
STM

La serie I: il ritorno del piacere meccanico
All'interno della famiglia Contemporary esiste un gruppo di obiettivi che merita una menzione particolare: la I Series. Non è una quarta linea di prodotto, ma una selezione di focali progettate secondo una filosofia precisa. Costruzione quasi interamente metallica, ghiere lavorate con estrema precisione, incisioni profonde, paraluce in alluminio e un'attenzione quasi artigianale ai dettagli restituiscono quella sensazione di qualità meccanica che molti fotografi ricordano nelle migliori realizzazioni giapponesi degli anni Settanta e Ottanta.
La I Series dimostra che compattezza non significa rinuncia. Al contrario, questi obiettivi sono pensati per essere utilizzati ogni giorno, offrendo un equilibrio raro tra dimensioni, prestazioni e piacere tattile. È probabilmente la famiglia che più di ogni altra interpreta l'idea originale delle mirrorless: strumenti leggeri, raffinati e capaci di accompagnare il fotografo senza appesantirne il corredo.

Un catalogo senza paura
Osservando il catalogo Sigma nel suo insieme emerge una caratteristica poco comune. Molti obiettivi non sono stati progettati per colmare una semplice lacuna di gamma o per replicare quanto già offerto dai concorrenti. Nascono invece dall'idea che una determinata soluzione tecnica possa offrire al fotografo nuove possibilità espressive.
Il 28-45 mm f/1.8, il 28-105 mm f/2.8, il 200 mm f/2 Sports, il 300-600 mm f/4 o il recentissimo 135 mm f/1.4 non sono esercizi di stile, ma esempi concreti di una progettazione che preferisce esplorare territori ancora poco frequentati anziché limitarsi a seguire il mercato.
Naturalmente non tutte queste idee sono destinate a diventare grandi successi commerciali. Alcune rimarranno prodotti specialistici, altre contribuiranno a orientare l'evoluzione futura del settore. Ma è proprio questa disponibilità a sperimentare che rende il catalogo Sigma uno dei più interessanti oggi disponibili.

Una filosofia progettuale, non una semplice collezione di obiettivi
Le tre famiglie Art, Sports e Contemporary non devono essere interpretate come tre fasce di qualità crescente o decrescente. Sarebbe un errore.
La serie Art ricerca la massima prestazione ottica possibile; la Sports privilegia affidabilità, robustezza e continuità operativa nelle condizioni più difficili; la Contemporary punta invece sull'equilibrio tra qualità, compattezza e piacere d'impiego.
Tre approcci differenti che condividono la stessa impostazione progettuale: costruire ogni obiettivo in funzione dello scopo per il quale è stato pensato, senza imporre a priori compromessi estranei alla sua destinazione d'uso.
È forse questo il tratto distintivo più evidente della Sigma contemporanea. Più che un catalogo di prodotti, una raccolta di progetti sviluppati con obiettivi diversi ma accomunati dalla stessa libertà di pensiero.

Un'ultima considerazione per i fotografi Nikon
Nel corso di questo articolo abbiamo preso come riferimento il catalogo Sigma per mirrorless full frame nelle versioni Sony E e L-Mount, perché è quello che meglio rappresenta la produzione attuale dell'azienda.
Molti lettori si chiederanno inevitabilmente perché una parte così importante di questo catalogo non sia disponibile direttamente con baionetta Nikon Z. È una domanda legittima, alla quale però non intendiamo rispondere con ipotesi o indiscrezioni. Le strategie commerciali appartengono ai costruttori e soltanto loro possono spiegarne le motivazioni.
Esiste però un dato concreto che interessa direttamente gli utilizzatori Nikon. Grazie agli adattatori elettronici di ultima generazione, come le famiglie Megadap ETZ e Viltrox ETZ, è oggi possibile utilizzare gran parte degli obiettivi Sigma con innesto Sony FE anche sulle fotocamere Nikon Z, mantenendo autofocus, controllo elettronico del diaframma, trasmissione dei dati EXIF e, nella maggior parte dei casi, anche la stabilizzazione. Le prestazioni sono generalmente molto buone, anche se non sempre indistinguibili da quelle di un obiettivo nativo.
È tuttavia opportuno ricordare un aspetto che abbiamo già approfondito in un precedente articolo di Nikonland. Alcuni obiettivi progettati per affidare parte della correzione geometrica al firmware della fotocamera possono non beneficiare automaticamente del controllo della distorsione quando vengono utilizzati tramite adattatore. Il risultato non è una riduzione della qualità ottica dell'obiettivo, ma la necessità di applicare successivamente il corretto profilo di correzione in fase di sviluppo del file RAW, oppure di rinunciare alla correzione automatica nel JPEG prodotto dalla fotocamera. È un comportamento intrinseco all'adattamento tra sistemi differenti, non un limite specifico di Sigma.
Lo stesso principio vale, se possibile in misura ancora maggiore, per gli adattatori Viltrox, che condividono la medesima filosofia di funzionamento.
Per chi fotografa esclusivamente in RAW, questo rappresenta più un aspetto operativo da conoscere che un vero limite. Chi invece lavora prevalentemente in JPEG dovrà essere consapevole che alcune correzioni automatiche disponibili con gli obiettivi nativi potrebbero non essere applicate.
In definitiva, il fotografo Nikon non è oggi completamente escluso dall'accesso al patrimonio progettuale Sigma. Richiede qualche attenzione in più e la consapevolezza dei limiti propri di qualsiasi adattatore elettronico, ma rappresenta comunque una possibilità concreta di utilizzare alcune delle ottiche più originali e interessanti oggi disponibili nel panorama mirrorless.

Se dipendesse da noi...
Alla fine di questa lunga ricognizione del catalogo Sigma è inevitabile una domanda: quali di questi obiettivi vorremmo poter montare domani mattina su una Nikon Z senza ricorrere ad adattatori?
Naturalmente ogni fotografo compilerà una lista diversa. La nostra, inevitabilmente influenzata dal tipo di fotografia che pratichiamo su Nikonland, comprende soprattutto quei progetti che aggiungerebbero qualcosa di realmente nuovo al sistema Z, evitando inutili sovrapposizioni con un catalogo Nikkor già estremamente completo.
Obiettivo
Perché ci piacerebbe averlo su Nikon Z
35mm f/1.2 DG DN II Art
Una focale classica interpretata con una luminosità e una personalità che Nikon, oggi, propone solo con un oggetto enorme e costosissimo.
65mm f/2 DG Contemporary
Piccolo, raffinato, costruito magnificamente. Una focale "di una volta" che sulla Zf sembra nata per stare.
135mm f/1.4 DG Art
Il grande tele da ritratto che molti fotografi aspettano da anni e che completerebbe idealmente il corredo Nikon.
Una alternativa al Plena ? Perché no ?
200mm f/2 DG OS Sports
Un'ottica già quasi leggendaria, capace di raccogliere l'eredità di una focale che ha scritto pagine importanti della fotografia professionale.
28-45mm f/1.8 DG DN Art
Perché nessun altro costruttore offre oggi qualcosa di paragonabile. Da solo amplierebbe le possibilità creative del sistema Z.


Due giornate di test programmati all'autodromo di Monza per la già mitica Ferrari 499P.
Per l'occasione la comparativa è stata tra la versione corrente e la EVO, attesa a rinforzarne le prestazioni nell'anno 2027.
Sono test privati ma l'autodromo è aperto.
Io corro.
In casa ho più fotocamere che pulci il mio Boris e più obiettivi che capelli in testa.
Ma quando le cose sono particolarmente importanti, la prima scelta sono la Z9 e un obiettivo professionale. Uno solo, affidabile e sicuro.
Per tutto il resto, quando c'è da sperimentare o da divertirsi e magari la Z9 è di troppo, allora ho tutta la scelta del mondo.
In fondo le mie fotocamere oramai sono dorsi digitali. In base all'obiettivo scelto e allo scopo, prendo la macchina più adatta.
Quando si può ... si può.
E in questo caso non dovevo sperimentare ma portare a casa fotografie da stampare in grande.
Quindi nemmeno panning troppo arditi ma nitidezza adeguata ai soggetti.
E diaframmi non troppo chiusi, nonostante il sole forte, per non andare ad f/22.
Ho scelto di usare la modalità S, quando in genere vado sempre in manuale. Il JPG fine* a piena risoluzione, l'autofocus per lo più in AREA AUTO AF con riconoscimento veicoli.

ecco qui i due protagonisti della prova, neanche spolverati e dopo una botta di sole micidiale, nemmeno un balbettio (a casa erano ancora roventi, nonostante l'aria condizionata della macchina !). Dietro di loro la stampa in A3+ tirata da uno degli scatti del mattino.
Le auto hanno girato continuamente con solo le soste per il cambio gomme e i rabbocchi. Evidentemente gli ingegneri avevano bisogno di raccogliere tanti dati.

prima la 499P #51

e quindi la EVO, in configurazione avanzata e livrea mimetica nell'improbabile tentativo di confondere gli osservatori della concorrenza (in pista c'era anche almeno una Aston Martin Walkirye).
Qui siamo alla tribuna 23B paralleli al rettifilo, scatti a 160mm, ISO 800, f/13, 1/800'', PC Standard.

il bello di questa tribuna è che quando rientrano ai box ti passano praticamente tanto vicini da poter fare ciao con la manina ai piloti !
155mm, f/10, 1/1000'', -1/3EV

resta fuori la EVO (1/2000'', 400mm).

120mm, 1/200''

140mm, 1/160''

140mm, 1/160'', ISO 64

la visuale dalla 23B : panorama composto da N scatti fatti con il VIltrox 26/2.8 EVO che ha il vantaggio di stare in una tasca anche quando esci di casa con la Z9 e una borsa piccola ...

170mm, 500 ISO, 1/500''

240mm, 1/2000''


240mm
Alla Prima Variante, Tribuna 6C

280mm, 1/200'', f/16

attraverso la rete, la Z9 non la sbaglia mai e la azzecca subito (240mm, 1/200'', f/11, ISO 64)

400mm

1/80'', 220mm

1/80''

e quindi mi sposto alla Seconda Variante dove scatto anche in formato DX.

210mm, 1/200''

220mm, 1/200''

dall'altra parte della variante, 400mm, 1/3200'', f/8. Buona nitidezza nonostante il caldo e gli scarichi.

chiudo con la visuale dalla Variante della Roggia. Rete piena, si scatta o dallo spioncino della TV o dall'ultima fila.
Oppure attraverso la rete. Ma attenti al diaframma.
Concludendo, quando conta il risultato e si vuole andare sul sicuro, il materiale conta.
La Z9 è inossidabile in questo campo (era la mia prima da 1265000 scatti, non la seconda che conta circa 300.000 scatti non di più), mentre il 100-400, sebbene sembri attempato di fronte al nuovo 70-200/2.8 S II, mantiene la calma e sforna immagini in continuo.
Ma che bellezza avere tutte queste soluzioni a disposizione !

Obiettivo buio, apparentemente inadatto a fotografare in interni, salvo che con il flash.

qui montato sulla Nikon Zr, compagna adatta grazie al suo sensore generoso
Giusto ?
Sbagliato.
Qui abbiamo due set completamente impostati senza flash. Solo con luci di rimbalzo.



morbide e non invasive (un LED Godox da 600 watt verso il soffitto, un LED piano sempre Godox, di schiarita e niente altro, su di un "letto" improvvisato. Una parete antichizzata, una poltrona).
Unica partner del nostro buio Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1, la Nikon Zr usata come una Rollei tramite il suo display da 4 pollici a fare da seconda ottica.
Pellicole scelte dalla nostra biblioteca : Kodachrome 25, Portra 800 ed Eterna 250D.
Poco o nullo editing (qualche neo o imperfezione superficiale).
Soprattutto una sequenza di scatti continua a 5 fps, sempre in AF su AREA AUTO con riconoscimento del volto e occhio.
Sensibilità quanto necessaria senza badare ad altro che ad evitare la sottoesposizione.
Sviluppo in NX Studio e qualche passaggio in Photoshop per i citati difettucci.
E nessuna velleità di apparire da parte del fotografo. Solo di dimostrare che anche con un obiettivo poco luminoso, se si sa cosa si fa, si fa !



qui abbiamo invece luce naturale dalla finestra.
Focali da 52 a 95mm, diaframma 6.3, 6.7, 7.1, ISO 3200.
E nessuna riduzione di rumore tramite AI, plugin intelligente o altre diavolerie inutili del genere.
Qui si parla di fotografia impostata a mirino e tirata allo stesso modo al computer, senza stravolgere nulla !







qui siamo tornati al set principale, ed abbiamo focali tra 51 e 94mm, f/6.3, ISO 1600.







e qui tra focali 26mm e 52, ad ISO 2500







per poi chiudere quando necessario su focali fino a 95~105 mm








D'accordo, vi ho detto che ho fatto queste foto con il 24-105.
Ma se vi avessi detto - e non è vero - che le ho fatte con il 24-120/4 voi ve ne sareste accorti ?
Una nota personale.
Quando serve io prendo obiettivi che non aprono a diaframmi ultraluminosi, proprio per evitare, come invece faccio sempre, di fotografare esclusivamente a tutta apertura con profondità di campo limitatissima.
Mi piace ma non sempre è il caso.
E qui il dettaglio, sebbene le pellicole scelte abbiano volutamente nitidezza e chiarezza limitate, si vede proprio per la profondità di campo più importante del solito.
In qualche caso ho lasciato apposta qualche difettuccio della pelle.
Insomma, il nudo (o la fotografia di ritratto) in interni si può fare con il 24-105 e i suoi diaframmi chiusi ?
Secondo me si, basta sapere cosa si fa. E non serve nemmeno il flash.
Ma ad averlo è anche meglio !
Marchio
Data
Prodotto
Categoria
Attacco / formato
Nota essenziale
Nikon
7 gennaio
NIKKOR Z 24-105mm f/4-7.1
Zoom standard
Nikon Z, FX
Nuovo zoom leggero da 350 g, rapporto massimo 0,5× e focale 24-105 mm. (Nikon)
Nikon
24 febbraio
NIKKOR Z 70-200mm f/2.8 VR S II
Telezoom professionale
Nikon Z, FX
Seconda generazione: 998 g, zoom interno, nuovo AF SSVCM e schema ottico profondamente rivisto. (Nikon)
Canon
15 aprile
CN30×40 IAS J R1/P1
Zoom cinema/broadcast
Super 35
40-1200 mm, oppure 60-1800 mm con extender; nuova unità servo. Non risultano, finora, nuovi corpi EOS/PowerShot o obiettivi RF fotografici annunciati nel 2026. (Canon Europe)
Sony
13 maggio
Alpha 7R VI
Mirrorless
Sony E, full frame
Nuova generazione ad alta risoluzione, annunciata insieme a un nuovo sistema di alimentazione e audio professionale. (Sony Europa)
Sony
13 maggio
FE 100-400mm F4.5 GM OSS
Telezoom professionale
Sony E, full frame
Apertura costante f/4,5, zoom interno, compatibilità con teleconverter e AF fino a tre volte più rapido del predecessore. (Sony Europa)
Sony
9 luglio
RX10 V
Bridge a ottica fissa
Sensore da 1", 24-600 mm equiv.
Quinta generazione della RX10, con AF di riconoscimento AI e zoom Zeiss 24-600 mm f/2,4-4. (Sony Europa)
Sony
22 luglio
FX5
Cinema camera
Sony E, full frame
Nuovo sensore, Open Gate, RAW interno, IBIS e corpo compatto della Cinema Line. (Sony Europa)
Fujifilm
9 luglio
FUJINON GF19-35mm T3.5 PZ OIS WR
Zoom cinema motorizzato
Fujifilm G
Secondo power zoom GF; equivale circa a un 15-28 mm, apertura costante T3,5 e peso di circa 2,1 kg. (Fujifilm X)
Tamron
19 febbraio
35-100mm F/2.8 Di III VXD, A078
Zoom luminoso
Sony E e Nikon Z, full frame
Escursione inconsueta 35-100 mm con apertura costante f/2,8; commercializzazione dal 26 marzo. (Tamron Co., Ltd.)
Tamron
24 giugno
17-70mm F/2.8 Di III-A VC RXD, B070
Zoom APS-C
Nikon Z e Canon RF
Nuove versioni di attacco di un progetto già disponibile per Sony E e Fujifilm X; stabilizzazione VC e f/2,8 costante. (Tamron Co., Ltd.)
Tamron
15 luglio
12-20mm F/2.8, A084
Zoom ultragrandangolare
Sony E e Nikon Z, full frame
Nuovo 12-20 mm f/2,8: versione Sony annunciata per luglio, Nikon Z per agosto. (Tamron Co., Ltd.)
Sigma
24 febbraio
15mm F1.4 DC Contemporary
Fisso APS-C
Sony E, Fujifilm X, Canon RF
Successore del 16/1,4: 220 g, equivalente a circa 22,5-24 mm secondo il formato. (Sigma Global)
Sigma
24 febbraio
35mm F1.4 DG II Art
Fisso luminoso
L-Mount e Sony E, full frame
Terza interpretazione Sigma del 35/1,4 Art; 530 g e doppio motore HLA. (Sigma Global)
Sigma
24 febbraio
AF Cine 28-105mm T3 FF
Zoom cinema autofocus
L-Mount e Sony E
Secondo obiettivo della linea AF Cine, derivato otticamente dal 28-105/2,8 Art e presentato come prodotto definitivo. (Sigma Global)
gli annunci più importanti dei marchi giapponesi nel 2026. Si nota un certo rallentamento, considerando che siamo già ad agosto : come mai ?
Canon e Fujifilm in particolare, non solo Nikon, hanno fatto veramente pochi annunci e lasciato trapelare poco del prossimo futuro.

Meno annunci, più interrogativi
I. I fatti, prima delle opinioni
Ogni analisi dovrebbe cominciare da ciò che è verificabile. Nel nostro caso il dato è sorprendentemente semplice: contando gli annunci effettivamente effettuati dai principali costruttori fotografici nel periodo compreso tra il 1° gennaio e l'inizio di agosto 2026, emerge un'attività sensibilmente inferiore rispetto a quella cui il mercato ci aveva abituati negli anni successivi all'affermazione del sistema mirrorless.
La tabella pubblicata nelle pagine precedenti non pretende di misurare la vitalità tecnologica delle aziende, ma fotografa un fatto preciso: il numero di nuovi corpi macchina e di nuovi obiettivi realmente presentati. Restano esclusi gli accessori, gli aggiornamenti firmware, le nuove colorazioni e gli annunci di sviluppo, proprio per evitare che il conteggio venga alterato da iniziative commerciali di natura diversa.
Il quadro che ne emerge è piuttosto omogeneo. Nikon ha limitato le novità a due obiettivi. Canon, almeno nel settore fotografico, è rimasta sostanzialmente immobile. Fujifilm ha presentato un solo nuovo prodotto destinato al sistema GFX. Sony rappresenta l'eccezione più evidente, mentre Sigma e Tamron hanno continuato a mantenere un ritmo di presentazione superiore a quello dei grandi costruttori.
Da questo dato, tuttavia, non discende automaticamente una conclusione. Un numero ridotto di annunci non implica necessariamente una riduzione dell'attività di ricerca e sviluppo, così come un catalogo ricco di novità non costituisce di per sé un indicatore della salute di un'azienda. Le decisioni industriali seguono cicli pluriennali e i prodotti che arrivano oggi sul mercato sono stati progettati in un contesto economico molto diverso da quello attuale.
È quindi opportuno distinguere con chiarezza tra fatti e interpretazioni. I fatti sono quelli riportati nella tabella. Tutto ciò che segue rappresenta invece un tentativo di comprendere quali fattori possano aver contribuito a rendere il 2026 un anno insolitamente prudente per gran parte dell'industria fotografica.
II. Un mercato diventato adulto
Una delle spiegazioni più semplici è probabilmente anche la più importante. Negli ultimi otto anni il mercato della fotografia ha vissuto una fase eccezionale, destinata difficilmente a ripetersi. Il passaggio dalle reflex alle mirrorless ha costretto tutti i principali costruttori a ripensare completamente i propri sistemi, costruendo in tempi relativamente brevi un'offerta che comprendesse corpi macchina, ottiche professionali, obiettivi di fascia media, supertele, zoom standard e grandangolari.
È stato un periodo di straordinaria accelerazione industriale. Nikon ha costruito il sistema Z praticamente da zero, Canon ha fatto lo stesso con il sistema RF, Sony ha consolidato il proprio vantaggio iniziale ampliando ulteriormente il catalogo FE, mentre Fujifilm ha continuato a sviluppare parallelamente le famiglie X e GFX. A questo si sono aggiunti Sigma, Tamron, Viltrox e numerosi altri produttori indipendenti, contribuendo a un'offerta senza precedenti per ampiezza e rapidità di evoluzione.
Oggi lo scenario appare profondamente diverso. I sistemi sono ormai maturi. Un fotografo che entri oggi nell'ecosistema Nikon Z, Canon RF o Sony E trova un catalogo completo, capace di coprire praticamente ogni esigenza fotografica. Le grandi lacune che caratterizzavano i primi anni del mirrorless sono state in larga parte colmate e il numero di nuovi prodotti necessari per mantenere competitivo un sistema è inevitabilmente diminuito.
Questa maturità modifica anche le priorità delle aziende. Se nella fase iniziale l'obiettivo era completare il catalogo nel minor tempo possibile, oggi diventa più importante perfezionare ciò che esiste, aggiornare i firmware, migliorare gli algoritmi di autofocus, affinare i processi produttivi e sostituire soltanto quei modelli per i quali esiste un reale progresso tecnologico da offrire.
In questo senso, un minor numero di annunci potrebbe non rappresentare un segnale di rallentamento, ma la naturale conseguenza di un mercato che ha raggiunto una nuova fase della propria evoluzione. Del resto, anche durante il lungo predominio delle reflex gli anni più prolifici erano spesso quelli che introducevano una nuova generazione tecnologica, mentre nei periodi successivi il ritmo delle novità tendeva fisiologicamente a diminuire.
Naturalmente questa spiegazione, da sola, non basta a interpretare il quadro attuale. Se il mercato fosse diventato semplicemente più maturo, probabilmente assisteremmo a un rallentamento graduale e uniforme. Il 2026, invece, presenta caratteristiche più marcate e coinvolge contemporaneamente costruttori diversi, ciascuno con strategie e dimensioni molto differenti. È quindi ragionevole chiedersi se, accanto alla maturità del settore, non stiano agendo anche fattori esterni, comuni all'intera industria, che suggeriscono una maggiore prudenza nel programmare nuovi lanci.
III. Un mondo più instabile
Attribuire il rallentamento degli annunci esclusivamente alle strategie dei costruttori fotografici sarebbe probabilmente riduttivo. Le aziende non progettano nuovi prodotti in un ambiente isolato, ma all'interno di un contesto economico e geopolitico che negli ultimi anni è diventato sensibilmente più complesso.
Il primo elemento è rappresentato dall'incertezza internazionale. La guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, le tensioni nell'area indo-pacifica e la crescente competizione strategica tra Stati Uniti e Cina hanno modificato profondamente il quadro entro il quale si muovono le grandi multinazionali. Per un'azienda giapponese che acquista componenti in diversi Paesi, produce in stabilimenti distribuiti tra Giappone, Thailandia e Cina e vende in tutto il mondo, ogni aumento dell'instabilità comporta inevitabilmente un incremento del rischio industriale.
A questa situazione si è aggiunto il ritorno di politiche commerciali molto più protezionistiche rispetto al recente passato. L'introduzione o il possibile inasprimento dei dazi su numerose categorie di prodotti rende meno prevedibili i costi di esportazione e modifica continuamente gli equilibri dei principali mercati mondiali. Per chi pianifica investimenti pluriennali, l'incertezza diventa spesso un fattore importante quanto il costo stesso della produzione.
Non va poi sottovalutato il tema della disponibilità dei componenti elettronici. Terminata la crisi dei semiconduttori seguita alla pandemia, molti osservatori ritenevano che il settore fosse tornato alla normalità. In realtà la rapidissima espansione dell'intelligenza artificiale ha spostato una parte significativa della capacità produttiva mondiale verso processori, memorie ad alta velocità e infrastrutture destinate ai grandi data center. Le aziende fotografiche, pur rappresentando un mercato tecnologicamente avanzato, competono oggi per le stesse risorse con settori che hanno volumi economici incomparabilmente superiori.
A completare il quadro contribuiscono le variabili finanziarie. L'oscillazione dei tassi di cambio tra yen, dollaro ed euro incide direttamente sulla redditività dei produttori giapponesi, mentre l'inflazione, pur meno accentuata rispetto agli anni immediatamente successivi alla pandemia, continua a influenzare il costo dell'energia, dei trasporti e delle materie prime. Nessuno di questi elementi è sufficiente, da solo, a spiegare il rallentamento degli annunci. Considerati nel loro insieme, tuttavia, delineano uno scenario nel quale una maggiore prudenza nelle decisioni industriali appare tutt'altro che irragionevole.
Naturalmente non disponiamo di elementi per affermare che queste siano le cause dirette del minor numero di nuovi prodotti presentati nel 2026. Sarebbe una conclusione che i dati non consentono. È però difficile immaginare che un contesto internazionale così complesso non abbia avuto alcuna influenza sulla pianificazione di aziende chiamate a investire centinaia di milioni di euro nello sviluppo di nuove fotocamere e nuovi obiettivi.
In altre parole, il mercato fotografico non vive più in una dimensione separata dal resto dell'economia mondiale. Le sue decisioni seguono ormai le stesse logiche di prudenza che caratterizzano gran parte dell'industria tecnologica globale.
IV. Meno prodotti, investimenti più selettivi
Se il contesto economico e geopolitico suggerisce prudenza, è naturale che anche le strategie industriali cambino. Negli anni della rapida espansione del mercato mirrorless l'obiettivo principale era costruire un sistema completo nel minor tempo possibile. Oggi quella fase sembra essersi conclusa e le priorità appaiono diverse.
Lo sviluppo di una moderna fotocamera professionale richiede investimenti che non hanno più nulla in comune con quelli di quindici o vent'anni fa. Sensori stacked, processori sempre più potenti, algoritmi di riconoscimento dei soggetti basati sull'intelligenza artificiale, prestazioni video che ormai competono con il settore cinematografico e cicli di aggiornamento firmware sempre più articolati hanno aumentato sensibilmente la complessità dei progetti.
In questo scenario il numero di nuovi prodotti diventa un indicatore meno significativo di quanto fosse in passato. Un costruttore può decidere di rinviare un modello di alcuni mesi non perché il progetto sia in ritardo, ma perché ritiene più opportuno concentrare le risorse produttive, evitare sovrapposizioni commerciali o attendere un momento di mercato ritenuto più favorevole.
Anche osservando i singoli marchi emerge una certa prudenza. Nikon ha limitato gli annunci a due obiettivi, Canon ha sostanzialmente mantenuto invariato il catalogo fotografico, Fujifilm ha preferito concentrarsi su un unico nuovo prodotto destinato al sistema GFX, mentre Sony ha continuato a seguire un ritmo di presentazione più sostenuto. Si tratta però di strategie che riflettono situazioni industriali differenti e che difficilmente possono essere interpretate con un unico criterio.
Nel caso di Nikon, ad esempio, diverse informazioni raccolte da Nikonland nel corso degli ultimi mesi indicano che alcuni dei prodotti più attesi potrebbero essere stati riprogrammati per il 2027. L'azienda non ha confermato ufficialmente queste indiscrezioni e, proprio per questo, non possono essere considerate fatti acquisiti. Se tuttavia tali informazioni dovessero trovare conferma nei prossimi mesi, contribuirebbero a spiegare almeno in parte il ridotto numero di annunci osservato nel 2026.
Più in generale, è possibile che i costruttori stiano privilegiando una diversa distribuzione degli investimenti. L'acquisizione di RED da parte di Nikon, la crescente integrazione tra fotografia e video professionale, lo sviluppo di nuove piattaforme software e la continua evoluzione dei sistemi di autofocus suggeriscono che una quota crescente delle risorse venga oggi destinata ad attività meno visibili rispetto al semplice lancio di un nuovo corpo macchina o di un nuovo obiettivo.
Per il fotografo questa trasformazione può dare l'impressione di un mercato meno dinamico. Dal punto di vista industriale, però, potrebbe trattarsi semplicemente di una diversa allocazione degli investimenti: meno prodotti annunciati, ma una maggiore concentrazione di risorse su progetti strategici e tecnologicamente più complessi.
Naturalmente soltanto il tempo dirà se questa interpretazione sia corretta. È però interessante osservare come il numero ridotto di annunci non coincida necessariamente con una riduzione dell'attività di sviluppo. In un settore nel quale un progetto richiede spesso quattro o cinque anni prima di raggiungere il mercato, ciò che oggi appare come un periodo di apparente quiete potrebbe rivelarsi, a posteriori, una fase di intensa preparazione.
V. Un anno di transizione o l'inizio di un nuovo ciclo?
Ogni analisi di mercato corre il rischio di essere influenzata dalla prospettiva del momento. Quando i nuovi prodotti diminuiscono, la tentazione è quella di interpretare immediatamente il fenomeno come un segnale di rallentamento. È una conclusione comprensibile, ma non necessariamente corretta.
L'industria fotografica ha già attraversato altre fasi di apparente quiete. Anche durante il lungo predominio delle reflex si alternavano anni ricchi di novità ad altri nei quali i cataloghi cambiavano poco, mentre i costruttori lavoravano a progetti destinati a modificare profondamente il mercato negli anni successivi. La differenza è che oggi quei cicli sembrano essersi allungati. Le piattaforme tecnologiche sono più sofisticate, gli investimenti richiesti sono maggiori e la vita commerciale di un prodotto tende a prolungarsi rispetto al passato.
È possibile che il 2026 rappresenti semplicemente questo: un anno di consolidamento dopo la fase di straordinaria espansione che ha accompagnato la definitiva affermazione dei sistemi mirrorless. Se così fosse, il minor numero di annunci non costituirebbe un'anomalia, ma il ritorno a un ritmo di sviluppo più vicino a quello che, per decenni, ha caratterizzato l'industria fotografica.
Esiste però anche una seconda possibilità. Le grandi aziende potrebbero aver scelto di concentrare le proprie risorse su un numero più limitato di prodotti, ma tecnologicamente più ambiziosi, rinunciando a un flusso continuo di novità incrementali. Sarebbe una strategia coerente con un mercato ormai maturo, nel quale convincere un fotografo a sostituire un corpo macchina o un obiettivo richiede miglioramenti molto più significativi rispetto a quelli sufficienti dieci anni fa.
Quale delle due interpretazioni sia la più vicina alla realtà, oggi è impossibile stabilirlo. Probabilmente entrambe contengono una parte di verità. A esse si sommano i fattori economici e geopolitici che abbiamo esaminato nelle pagine precedenti, rendendo ancora più difficile attribuire il rallentamento a una sola causa.
Forse è proprio questa la conclusione più prudente. Il numero di prodotti presentati in un determinato anno rappresenta un indicatore interessante, ma non può essere considerato, da solo, una misura dello stato di salute di un costruttore o dell'intero settore. Le strategie industriali si sviluppano su orizzonti molto più lunghi, seguono logiche che raramente coincidono con il calendario degli annunci e risentono di variabili che il semplice osservatore difficilmente può cogliere nella loro interezza.
Il 2026 potrebbe quindi essere ricordato come un anno di passaggio, non perché sia mancata l'innovazione, ma perché quest'ultima sembra essersi resa meno visibile. Dietro un catalogo apparentemente immobile potrebbero essere già in sviluppo le tecnologie e i prodotti che caratterizzeranno la seconda metà del decennio.
Per il momento, tuttavia, sarebbe prematuro trasformare questa osservazione in una previsione. L'unico dato realmente oggettivo rimane quello dal quale siamo partiti: nei primi sette mesi del 2026 i principali protagonisti del mercato fotografico hanno presentato meno nuovi prodotti rispetto agli anni precedenti. Tutto il resto appartiene al terreno dell'analisi, delle ipotesi e dell'interpretazione.
Ed è probabilmente questo il modo più corretto di osservare un'industria che, oggi più che mai, evolve con tempi molto diversi da quelli della comunicazione che la racconta.
Nota dell'Editore
Negli ultimi mesi molti lettori ci hanno chiesto perché il 2026 sembri un anno insolitamente povero di novità. La domanda è legittima, ma la risposta è molto meno semplice di quanto possa apparire.
Abbiamo quindi scelto di non costruire questo editoriale attorno ai rumor, né di rincorrere indiscrezioni prive di riscontri. Abbiamo preferito partire dall'unico elemento realmente verificabile: il numero dei prodotti effettivamente annunciati dai principali costruttori nei primi sette mesi dell'anno. Tutto ciò che segue rappresenta un tentativo di leggere quel dato nel contesto economico e industriale attuale, distinguendo con chiarezza i fatti dalle possibili interpretazioni.
Forse, tra qualche mese, alcune delle ipotesi formulate in queste pagine saranno confermate dagli eventi. Altre si riveleranno incomplete o semplicemente sbagliate. È il rischio che accompagna ogni analisi quando si occupa del presente anziché del passato. Ma crediamo che porsi le domande giuste sia spesso più utile che affrettarsi a fornire risposte definitive.

...Esiste tuttavia un elemento che sembra sfuggire a questa lettura e che merita almeno una riflessione.
Mentre i grandi costruttori giapponesi mostrano una prudenza evidente nel ritmo degli annunci, una parte dell'industria cinese continua a procedere con un'intensità sorprendente. Viltrox, TTArtisan, 7Artisans, Laowa, Sirui e altri marchi hanno presentato, anche nel corso del 2026, un numero di nuovi prodotti decisamente superiore a quello dei costruttori storici.
Il fenomeno potrebbe apparire contraddittorio, ma probabilmente non lo è.
Le aziende cinesi si trovano oggi in una fase di sviluppo molto diversa. Per molti di questi marchi il catalogo è ancora in costruzione, la presenza internazionale continua ad ampliarsi e la conquista di quote di mercato passa inevitabilmente attraverso un'offerta sempre più estesa. È, sotto molti aspetti, la stessa situazione che Nikon, Canon o Sony hanno vissuto negli anni iniziali della transizione al mirrorless.
Esiste poi un secondo elemento. Molti di questi produttori operano con strutture aziendali più snelle, cicli decisionali più rapidi e una minore dipendenza da reti commerciali consolidate a livello mondiale. Questo può tradursi in una maggiore velocità nell'introdurre nuovi prodotti, anche se destinati a volumi di vendita inferiori.
Naturalmente non sarebbe corretto confrontare direttamente realtà industriali così differenti. Nikon, Canon e Sony sono gruppi multinazionali che investono contemporaneamente in fotografia, video professionale, componentistica, medicale, semiconduttori e numerosi altri settori. Viltrox o TTArtisan concentrano invece gran parte delle proprie risorse su una gamma molto più limitata di prodotti fotografici.
Resta però un dato interessante. Se il 2026 sembra caratterizzato dal silenzio dei grandi costruttori, è anche l'anno in cui i cosiddetti "nuovi barbari" continuano ad avanzare con una velocità che sarebbe stato difficile immaginare soltanto cinque anni fa. Non rappresentano ancora una minaccia in tutti i segmenti del mercato, ma hanno ormai cessato di essere una semplice curiosità industriale. Sono diventati, a tutti gli effetti, uno degli elementi più dinamici dell'intero settore fotografico.
Conclusione
Ogni editoriale corre il rischio di essere smentito dal tempo. È una possibilità che chi scrive dovrebbe accettare con serenità, soprattutto quando si occupa di un settore nel quale i cicli di sviluppo si misurano in anni e non in settimane.
Le pagine che avete appena letto non pretendono quindi di spiegare il 2026. Più semplicemente, cercano di osservare un fenomeno che appare oggettivo: nei primi sette mesi dell'anno il numero di nuovi prodotti annunciati dai principali costruttori fotografici è stato sensibilmente inferiore a quello cui il mercato ci aveva abituati durante la fase di espansione del mirrorless.
Le possibili spiegazioni sono molteplici. La maturità ormai raggiunta dai sistemi, un contesto geopolitico più instabile, l'incertezza economica, la competizione per i componenti elettronici, cicli di sviluppo sempre più lunghi e strategie industriali che privilegiano investimenti più selettivi rappresentano altrettante chiavi di lettura. Nessuna, da sola, è probabilmente sufficiente. Insieme, però, delineano un quadro coerente.
Accanto a questo scenario si muove un secondo fenomeno, altrettanto evidente. Mentre i grandi costruttori giapponesi sembrano aver rallentato il ritmo delle presentazioni, una nuova generazione di aziende cinesi continua a espandere rapidamente i propri cataloghi. Non si tratta necessariamente di due modelli industriali contrapposti, quanto piuttosto di due momenti differenti della stessa evoluzione. I primi amministrano sistemi ormai completi e consolidati; i secondi stanno ancora costruendo la propria presenza internazionale e cercano spazio attraverso una notevole rapidità di sviluppo.
È difficile prevedere quale sarà il punto di equilibrio tra queste due dinamiche. La storia dell'industria insegna che nessuna posizione di leadership è immutabile e che ogni fase di apparente stabilità contiene già i semi del cambiamento successivo.
Per questo motivo sarebbe prematuro interpretare il 2026 come un anno di stagnazione. Potrebbe esserlo. Ma potrebbe anche rappresentare il momento in cui l'industria fotografica, terminata la lunga corsa alla costruzione dei sistemi mirrorless, sta semplicemente ridefinendo il proprio ritmo di sviluppo.
Noi, oggi, non possiamo saperlo.
Possiamo soltanto registrare ciò che è accaduto, collocarlo nel contesto economico e industriale del nostro tempo e continuare a osservare l'evoluzione del mercato con la stessa curiosità con cui, da quasi vent'anni, raccontiamo la fotografia.
Perché, in fondo, è anche questo il compito di un sito specializzato: non soltanto descrivere i prodotti quando arrivano, ma cercare di comprendere il mondo nel quale quei prodotti nascono.

Abbiamo parlato in un recente articolo di cosa sia l'MTF e come leggere i grafici ufficiali messi a disposizione dalle case produttrici.
che simulano in modo sintetico la risposta (generalmente a tutta apertura) dei loro obiettivi, omogeneizzando i risultati con l'intento di renderli confrontabili.
Non sono misure universali anche se si basano in genere sulle stesse mire ottiche. Sigma, ad esempio usa un sensore Foveon full-frame "fuori serie", non disponibile in commercio, rendendo lontano dalle prestazione reali con le fotocamere di tutti i giorni, quando rappresentato.
C'è una fonte diversa però che permette valutazioni diverse ma giocoforza legate alla relazione diretta con la fotocamera utilizzata per le misure.
Sono gli Imatest, strumento commerciale (costoso) a disposizione del mercato.
In questo articolo vorremmo estendere i concetti del precedente, mettendo a confronto l'MTF ufficiale con quello Imatest che legge tutti i diaframmi.

questo è l'MTF Nikon del Nikkor F 105/1.4E, obiettivo molto particolare.
Come indicato nel riquadro stesso è valutato ad f/1.4

questo è invece il risultato dei punteggi degli Imatest diaframma per diaframma, presumiamo con un sensore da 24 megapixel (con uno da 36 o da 45 avremmo numeri più alti, probabilmente).
La sintesi l'abbiamo cercata di rappresentare in questo diagramma :


Un MTF non basta
Perché un grafico non racconta tutta la vita di un obiettivo

Negli ultimi anni i grafici MTF sono diventati quasi un linguaggio universale. Ogni nuovo obiettivo viene accolto da una pioggia di commenti ancora prima che le prime fotografie siano pubblicate e, molto spesso, il giudizio sembra già scritto osservando quattro semplici curve colorate. È un fenomeno curioso. Da un lato dimostra quanto il fotografo moderno sia interessato a comprendere gli aspetti tecnici delle ottiche; dall'altro rischia di attribuire a quei grafici un significato che essi, da soli, non hanno mai avuto.
Nel precedente articolo abbiamo cercato di imparare a leggere un MTF senza timori reverenziali. Abbiamo visto che cosa rappresentano le curve sagittali e meridionali, perché le frequenze spaziali raccontano aspetti diversi della qualità ottica e come un grafico possa già suggerire il carattere di un obiettivo molto prima di averlo montato sulla fotocamera.
Ma un MTF, per sua natura, è una fotografia istantanea.
È il ritratto di un progetto in una precisa condizione di lavoro. Come ogni fotografia, può essere molto fedele e molto significativa, ma non racconta tutto ciò che accade prima e dopo quell'istante.
Un obiettivo, invece, non vive fermo in un solo momento della sua esistenza. Cambia comportamento ogni volta che ruotiamo la ghiera del diaframma. Le aberrazioni diminuiscono, il contrasto cresce, la risoluzione raggiunge un massimo, poi lentamente interviene la diffrazione e l'intero equilibrio ricomincia a modificarsi. Il fotografo attraversa questa evoluzione continuamente, spesso senza rendersene conto.
Esiste quindi una seconda storia, molto meno conosciuta della prima.
È la storia raccontata dalle misure sperimentali eseguite a tutti i diaframmi, come quelle ottenute con sistemi di analisi quali Imatest. Non sostituiscono gli MTF ufficiali, né pretendono di farlo. Rispondono semplicemente a una domanda diversa.
L'MTF del costruttore chiede:
"Quanto è valido questo progetto nel momento più difficile della sua vita?"
Le misure sperimentali chiedono invece:
"Come si comporterà realmente questo obiettivo durante tutta la sua vita fotografica?"
Sono due punti di osservazione diversi dello stesso fenomeno. Soltanto mettendoli uno accanto all'altro si ottiene un quadro veramente completo.
Il ritratto e il film
Per comprendere perché Nikon, Canon, Sony e gli altri costruttori pubblichino gli MTF esclusivamente a tutta apertura occorre mettersi, almeno per un momento, nei panni del progettista ottico.
Quando un obiettivo nasce sul tavolo di progettazione, la prima domanda non riguarda il comportamento a f/4 o a f/8. Quei diaframmi rappresentano condizioni relativamente favorevoli, nelle quali una parte delle aberrazioni viene naturalmente ridotta dalla limitazione del fascio luminoso. La vera sfida consiste nel far funzionare lo schema ottico quando il diaframma è completamente aperto, cioè nel momento in cui ogni elemento della lente viene utilizzato fino al suo diametro massimo.
È questa la ragione per cui i grafici ufficiali vengono quasi sempre pubblicati alla massima apertura disponibile.
In quella condizione l'obiettivo affronta il suo esame più severo. Se il contrasto rimane elevato, se le curve sagittali e meridionali restano vicine, se il decadimento verso i bordi è contenuto, significa che il progetto possiede solide fondamenta. Chiudendo il diaframma, nella maggior parte dei casi, le prestazioni potranno soltanto migliorare.
L'MTF ufficiale non nasce quindi come una previsione del comportamento dell'obiettivo durante tutta la sua vita operativa. Nasce come una dichiarazione di qualità del progetto. È il documento con cui il progettista presenta il proprio lavoro ai colleghi e, indirettamente, anche ai fotografi.
Da questo punto di vista il grafico MTF possiede un pregio straordinario: rende possibile confrontare obiettivi diversi in modo estremamente rapido. Due 50 mm, due 85 mm o due 400 mm possono essere messi uno accanto all'altro e le differenze progettuali emergono quasi immediatamente. Un grafico privilegerà il contrasto, un altro la risoluzione, un terzo mostrerà un migliore controllo dell'astigmatismo. Nessuna fotografia potrebbe fornire, con la stessa immediatezza, una sintesi altrettanto efficace.
Proprio questa semplicità, tuttavia, può diventare un limite se si dimentica quale domanda il grafico stia realmente affrontando. L'MTF non racconta come useremo quell'obiettivo nei mesi o negli anni successivi. Racconta soltanto come il progetto affronta il momento più difficile della propria esistenza.
Ed è qui che comincia una seconda storia, meno conosciuta ma altrettanto importante per chi fotografa davvero.
Tutto quello che il grafico ufficiale non può raccontare
Un obiettivo fotografico non è un oggetto statico. Ogni volta che ruotiamo la ghiera del diaframma ne modifichiamo il comportamento, talvolta in maniera evidente, altre volte con sfumature che soltanto un'analisi accurata è in grado di mettere in luce. È una realtà che tutti sperimentiamo sul campo, anche senza esserne pienamente consapevoli.
Il grafico MTF ufficiale, tuttavia, rimane immutabile. Qualunque sia il diaframma al quale scatteremo le nostre fotografie, quelle quattro curve continueranno a rappresentare esclusivamente il comportamento dell'obiettivo a tutta apertura.
Non si tratta di una dimenticanza, né di una scelta arbitraria. È semplicemente la conseguenza della filosofia con cui quel grafico è stato concepito.
Il progettista vuole mostrare il punto di partenza, non l'intero percorso.
Per il fotografo, però, quel percorso è spesso altrettanto interessante del punto di partenza.
Immaginiamo un luminoso 85 mm f/1.4. A tutta apertura potrebbe presentare una lieve aberrazione sferica residua, una leggera caduta di contrasto agli angoli o una modesta separazione tra le curve sagittali e meridionali. Chiudendo il diaframma a f/2 o f/2.8, molte di queste caratteristiche cambiano rapidamente. Il contrasto aumenta, la nitidezza diventa più uniforme, le aberrazioni si riducono. Ancora uno o due diaframmi e l'obiettivo raggiunge il proprio equilibrio ottimale. Continuando a chiudere, però, entra in gioco un nuovo protagonista, ben noto ai lettori del precedente articolo: la diffrazione. Da quel momento la qualità non cresce più, ma comincia lentamente a diminuire.
Questa evoluzione costituisce, in un certo senso, la biografia dell'obiettivo.
Alcune ottiche raggiungono il massimo rendimento già a f/2. Altre continuano a migliorare fino a f/4 o f/5,6. Alcune mantengono prestazioni molto elevate anche a diaframmi relativamente chiusi, altre iniziano a risentire della diffrazione con maggiore anticipo. Ogni progetto segue una propria traiettoria e proprio questa traiettoria contribuisce a definirne il carattere.
Nulla di tutto questo compare nel grafico MTF ufficiale.
Non perché il grafico sia incompleto, ma perché non è stato progettato per raccontare questa storia.
È un po' come osservare il progetto di un'automobile. Dal disegno tecnico possiamo intuire l'efficienza dell'aerodinamica, la distribuzione delle masse, la raffinatezza delle sospensioni. Ma non sapremo mai come quella vettura reagirà dopo mille chilometri di autostrada, su una strada di montagna o sotto un acquazzone. Per scoprirlo occorre metterla in movimento.
Anche gli obiettivi, in fondo, devono essere messi in movimento. Non nello spazio, ma lungo la scala dei diaframmi.
È proprio qui che entrano in gioco le misure sperimentali.
A differenza dell'MTF teorico, esse non si limitano a fotografare il comportamento dell'obiettivo in un unico istante. Ne seguono l'evoluzione, registrando come cambino contrasto e risoluzione dal diaframma completamente aperto fino alle aperture più chiuse. Non descrivono soltanto un progetto: raccontano il modo in cui quel progetto si comporta nella pratica.
È una differenza sottile, ma fondamentale.
L'MTF ufficiale ci dice quanto è promettente un obiettivo.
Le misure eseguite a tutti i diaframmi ci mostrano come quella promessa si realizzi durante l'uso reale.
Le due prospettive non sono alternative. Si completano a vicenda, proprio come una carta topografica e il viaggio che essa permette di compiere. La prima ci aiuta a scegliere la strada; il secondo ci racconta ciò che abbiamo realmente incontrato lungo il cammino.
Dal progetto al comportamento reale
L'avvento dei moderni sistemi di misura ha profondamente cambiato il modo di analizzare un obiettivo fotografico. Fino a non molti anni fa il fotografo disponeva essenzialmente delle prove pratiche, di qualche test pubblicato sulle riviste specializzate e, naturalmente, delle impressioni maturate sul campo. Oggi strumenti come Imatest, sfruttando sensori ad altissima risoluzione e procedure di misura rigorosamente ripetibili, consentono di osservare il comportamento di un obiettivo con una precisione impensabile soltanto una generazione fa.
Il loro contributo, tuttavia, non consiste semplicemente nel fornire un numero.
La vera novità è un'altra.
Per la prima volta possiamo seguire l'intera evoluzione dell'obiettivo lungo tutta la scala dei diaframmi.
È un approccio completamente diverso rispetto a quello adottato dagli MTF ufficiali.
Immaginiamo di rappresentare le prestazioni di un obiettivo mediante una sola fotografia. È esattamente ciò che fa il grafico pubblicato dal costruttore: sceglie il momento più impegnativo, la massima apertura, e lo descrive con grande ricchezza di informazioni.
Imatest, invece, realizza una sorta di film.
Ogni fotogramma corrisponde a un diaframma diverso. Mettendo insieme tutti questi fotogrammi si osserva il modo in cui il contrasto cresce, le aberrazioni si riducono, il rendimento raggiunge il suo massimo e, infine, la diffrazione prende lentamente il sopravvento.
Questa rappresentazione dinamica possiede un grande pregio. Permette di capire non soltanto quanto un obiettivo sia buono, ma come lo diventi.
Alcuni progetti sorprendono già alla massima apertura e migliorano soltanto marginalmente chiudendo di uno stop. Altri compiono invece un'evoluzione molto più marcata, raggiungendo il loro equilibrio ideale soltanto a diaframmi intermedi. Nessuno dei due comportamenti è necessariamente migliore dell'altro. Sono semplicemente filosofie progettuali differenti.
È importante, però, non attribuire a queste misure un significato che non possiedono.
Anche il miglior sistema di analisi continua a misurare un esemplare reale. Per quanto accurata possa essere la produzione industriale, esistono sempre piccole tolleranze di assemblaggio, differenze di centratura e inevitabili variazioni tra un obiettivo e l'altro. I risultati ottenuti descrivono quindi il comportamento di quello specifico esemplare, non una verità assoluta valida per ogni copia prodotta.
Gli MTF teorici e le misure sperimentali partono dunque da presupposti differenti.
Il primo descrive ciò che il progettista si aspetta dal proprio schema ottico.
Il secondo racconta ciò che un obiettivo realmente costruito è in grado di offrire.
Quando i due risultati coincidono nelle tendenze fondamentali, il fotografo può trarre una conclusione estremamente rassicurante. Significa che il progetto non è rimasto soltanto sulla carta, ma è stato tradotto con successo in un prodotto industriale.
È probabilmente questo il modo più corretto di utilizzare entrambe le fonti di informazione.
L'MTF ufficiale ci aiuta a comprendere le intenzioni del progettista.
Le misure sperimentali verificano quanto fedelmente quelle intenzioni siano state trasformate in realtà.
Non esiste, quindi, un grafico "più vero" dell'altro.
Esistono due strumenti che osservano lo stesso obiettivo da prospettive differenti e che, proprio per questo, diventano molto più utili quando vengono letti insieme.
È una distinzione che può sembrare sottile, ma cambia profondamente il modo di interpretare una prova ottica. Il fotografo non è più costretto a scegliere quale grafico credere. Può utilizzare entrambi, sapendo che ciascuno illumina un aspetto diverso dello stesso progetto.
A questo punto, però, la teoria lascia il posto alla pratica.
Per capire quanto queste due letture possano completarsi a vicenda conviene osservare un caso reale, mettendo uno accanto all'altro il grafico MTF ufficiale e le misure eseguite sullo stesso obiettivo lungo tutta la scala dei diaframmi.
Il Nikkor 105mm f/1.4E ED costituisce un esempio quasi ideale.
Il caso del NIKKOR 105mm f/1.4E ED
Le considerazioni sviluppate fin qui potrebbero sembrare puramente teoriche se non trovassero conferma in un esempio concreto. Il NIKKOR 105mm f/1.4E ED rappresenta, da questo punto di vista, un caso quasi didattico. Da una parte disponiamo del grafico MTF ufficiale pubblicato da Nikon, dall'altra di una serie di misure sperimentali eseguite con metodologia Imatest lungo tutta la scala dei diaframmi. Osservarli insieme permette di comprendere quanto le due rappresentazioni siano complementari.
Il grafico Nikon ci presenta innanzitutto un progetto estremamente ambizioso. Le curve a 10 linee per millimetro rimangono molto elevate fino a gran parte del fotogramma, segno di un contrasto già eccellente a tutta apertura. Anche le curve a 30 linee per millimetro mostrano un comportamento di alto livello, con una lieve flessione soltanto negli ultimi millimetri del campo. È il ritratto di un obiettivo progettato per offrire prestazioni eccezionali già a f/1.4, senza chiedere al fotografo di chiudere il diaframma per ottenere immagini convincenti.
Se ci fermassimo qui, sapremmo già molto del progetto. Sapremmo che Nikon ha privilegiato un elevato contrasto, una buona uniformità del campo e un controllo accurato delle principali aberrazioni. Ma non sapremmo ancora come questo comportamento evolverà nel corso dell'utilizzo reale.
È qui che entra in scena il secondo grafico.
Le misure Imatest mostrano infatti un'evoluzione estremamente regolare. Il centro dell'immagine parte già da valori molto elevati a tutta apertura, cresce ancora leggermente fino a raggiungere il proprio massimo attorno a f/4 e rimane praticamente stabile fino a f/5.6. La zona intermedia segue un andamento molto simile, mentre gli angoli migliorano in maniera ancora più evidente nei primi due o tre diaframmi, segno che una parte delle aberrazioni residue viene progressivamente soppressa dalla chiusura dell'apertura.
È interessante osservare come il grafico non presenti improvvisi salti di qualità. Non esiste un diaframma "miracoloso" che trasformi improvvisamente il 105 mm in un obiettivo diverso. L'incremento delle prestazioni è graduale, coerente e perfettamente prevedibile. È il comportamento tipico di un progetto molto equilibrato, nel quale le qualità fondamentali sono già presenti a tutta apertura e vengono semplicemente rifinite man mano che il fascio luminoso si restringe.
Superata la soglia di f/5.6, il grafico racconta una storia altrettanto istruttiva. Le tre curve iniziano lentamente a convergere verso il basso. Non è il segnale di un peggioramento del progetto, ma la comparsa di un nuovo fenomeno fisico: la diffrazione. Lo stesso limite che abbiamo approfondito nell'articolo precedente torna a manifestarsi esattamente nel punto previsto dalla teoria. Da quel momento in poi non sono più le aberrazioni a determinare la qualità dell'immagine, ma la natura ondulatoria della luce.
Osservando i due grafici uno accanto all'altro si comprende quindi che essi non descrivono aspetti differenti dello stesso obiettivo, ma momenti differenti della sua vita.
L'MTF Nikon ci mostra il progetto nel suo istante più impegnativo, quando tutte le aberrazioni sono ancora pienamente presenti e l'obiettivo deve dimostrare il proprio valore senza alcun aiuto da parte del diaframma.
Il grafico Imatest ci accompagna invece durante tutta l'evoluzione successiva. Ci mostra come quel progetto maturi, raggiunga il proprio equilibrio e, infine, incontri il limite imposto dalla diffrazione.
La differenza è sostanziale.
Il primo grafico ci aiuta a scegliere un obiettivo.
Il secondo ci insegna a conoscerlo.
Ed è forse proprio questa la ragione per cui molti fotografi rimangono sorpresi quando osservano per la prima volta una serie completa di misure eseguite ai diversi diaframmi. Non scoprono che l'MTF Nikon fosse sbagliato. Scoprono semplicemente che esiste una seconda storia, altrettanto interessante, che il grafico ufficiale non aveva alcuna intenzione di raccontare.
Due grafici, una sola fotografia
Se dovessimo individuare un vincitore tra il grafico MTF pubblicato dal costruttore e una serie completa di misure eseguite ai diversi diaframmi, probabilmente staremmo ponendo la domanda sbagliata.
I due grafici non competono tra loro.
Semplicemente osservano lo stesso obiettivo da due prospettive differenti.
Il primo appartiene al progettista.
È il momento in cui un'idea prende forma. Le curve raccontano quanto sia stato raggiunto l'obiettivo prefissato, quali compromessi siano stati accettati e quale equilibrio si sia cercato tra contrasto, risoluzione, uniformità del campo e controllo delle aberrazioni. È, in un certo senso, la carta d'identità dello schema ottico.
Il secondo appartiene invece al fotografo.
Non descrive più ciò che l'obiettivo potrebbe fare, ma ciò che realmente fa ogni volta che il diaframma viene aperto o chiuso. È il racconto di una lunga trasformazione, nella quale ogni apertura modifica leggermente il carattere dell'immagine fino a raggiungere un equilibrio che, inevitabilmente, verrà poi limitato dalla diffrazione.
Le due letture non si escludono.
Anzi, acquistano significato proprio quando vengono osservate insieme.
L'MTF ufficiale permette di intuire il carattere di un obiettivo ancora prima di averlo visto. Le misure sperimentali aiutano invece a comprenderne il comportamento durante l'utilizzo quotidiano. Il primo suggerisce ciò che possiamo aspettarci. Il secondo ci mostra come quelle aspettative si traducano nella pratica.
Esiste tuttavia una terza dimensione che nessuno dei due riesce a descrivere.
Nessun grafico misura la delicatezza con cui un volto emerge dallo sfondo. Nessuna curva racconta la naturalezza della transizione tra il piano di fuoco e il fuori fuoco, la qualità dello sfocato, la resa della luce in controluce, il modo in cui un obiettivo interpreta il colore o restituisce la profondità di una scena.
Sono aspetti che continuano ad appartenere esclusivamente alla fotografia.
È forse questa la ragione per cui alcuni obiettivi diventano memorabili pur non possedendo i grafici più spettacolari, mentre altri, impeccabili dal punto di vista della misura, faticano a lasciare un ricordo altrettanto profondo.
I grafici rappresentano uno strumento straordinario. Ci aiutano a comprendere, a confrontare, a scegliere con maggiore consapevolezza. Sarebbe un errore ignorarli.
Sarebbe però un errore ancora più grande dimenticare che essi descrivono soltanto ciò che può essere misurato.
La fotografia, fortunatamente, continua un passo più avanti.
Quando il fotografo porta l'occhio al mirino, nessuna curva lo accompagna. Rimangono soltanto la luce, il soggetto e la sensibilità di chi osserva. Tutto il lavoro degli ingegneri, tutta la precisione delle misure e tutta la raffinatezza del progetto ottico hanno un unico scopo: permettere che quel momento avvenga nel miglior modo possibile.
È in quell'istante che il grafico smette di essere protagonista.
E torna a esserlo la fotografia.
La terza storia
L'MTF ufficiale descrive il progetto. Le misure sperimentali raccontano il comportamento dell'obiettivo durante tutta la scala dei diaframmi. Potrebbe sembrare che, mettendo insieme queste due informazioni, non rimanga più nulla da scoprire.
In realtà esiste una terza dimensione che nessun banco ottico è in grado di misurare. È quella che appartiene all'esperienza fotografica: la naturalezza dello sfocato, la progressione tra fuoco e fuori fuoco, la resa della luce in controluce, il colore, la sensazione di tridimensionalità, quella particolare "firma" che rende immediatamente riconoscibile un obiettivo anche quando due modelli ottengono risultati molto simili nelle prove di laboratorio.
È il motivo per cui alcuni obiettivi entrano nella storia della fotografia pur senza possedere i grafici più impressionanti, mentre altri, impeccabili dal punto di vista della misura, faticano a lasciare lo stesso ricordo.
I grafici aiutano a scegliere un obiettivo con maggiore consapevolezza. Le fotografie insegnano a conoscerlo. Soltanto l'esperienza permette, infine, di capire se quello strumento è davvero diventato il nostro modo di vedere il mondo.

Che cos'è Imatest?
Imatest è uno dei più diffusi sistemi professionali per la misura delle prestazioni ottiche e dei sensori digitali. Nato negli Stati Uniti all'inizio degli anni Duemila, viene oggi utilizzato da laboratori indipendenti, costruttori di fotocamere, università e siti specializzati per analizzare in modo oggettivo la qualità di un sistema fotografico.
A differenza degli MTF teorici pubblicati dai costruttori, Imatest lavora su immagini realmente acquisite da un obiettivo montato su una fotocamera. Attraverso specifiche mire di prova e sofisticati algoritmi di elaborazione è in grado di misurare risoluzione, contrasto, aberrazioni, distorsione, vignettatura e numerosi altri parametri, ripetendo le misure ai diversi diaframmi.
I risultati non sostituiscono i grafici MTF ufficiali, ma li completano, perché descrivono il comportamento di un esemplare reale durante tutto il suo campo di utilizzo.
Perché Nikon non pubblica gli MTF a tutti i diaframmi?
La risposta è molto semplice: non sarebbe il loro compito.
Un MTF ufficiale nasce per descrivere la qualità del progetto ottico nella condizione più impegnativa, cioè alla massima apertura. Pubblicare un'intera serie di grafici per ogni diaframma renderebbe il confronto tra obiettivi molto più complesso e, nella maggior parte dei casi, aggiungerebbe informazioni di interesse limitato per chi deve valutare rapidamente uno schema ottico.
L'evoluzione delle prestazioni lungo la scala dei diaframmi è invece il terreno delle prove sperimentali, che descrivono il comportamento dell'obiettivo reale e non il solo progetto.

Ricordiamo comunque che
I grafici ci aiutano a scegliere un obiettivo con maggiore consapevolezza. Le fotografie ci insegnano a conoscerlo. È un percorso che comincia in laboratorio, prosegue sul banco di prova e si conclude soltanto quando la luce attraversa il mirino e diventa immagine.
David Yarrow - Quando la fotografia diventa regia
Il leone non avrebbe dovuto essere lì.

Nemmeno il cowboy.
Nemmeno quella Chevrolet Bel Air del 1957 parcheggiata davanti al vecchio saloon, con il sole basso che accarezza la cromatura e una nuvola di polvere sospesa nell'aria come se qualcuno avesse appena gridato "azione".
Eppure, osservando una fotografia di David Yarrow, quasi nessuno si pone questa domanda.
Lo sguardo viene catturato da altro. Dalla forza della scena, dalla tensione narrativa, dall'impressione che tutto stia accadendo esattamente in quell'istante. Soltanto dopo qualche secondo ci si rende conto che quella fotografia non è stata semplicemente trovata. È stata immaginata. Cercata. Preparata. Costruita con la stessa meticolosità con cui un regista organizza il set di un film.
È qui che David Yarrow si separa dalla maggior parte dei fotografi naturalisti contemporanei.
La tradizione della fotografia wildlife ci ha abituati all'idea del fotografo come osservatore. Un uomo o una donna che affrontano lunghi viaggi, attese interminabili, condizioni climatiche spesso proibitive, nella speranza che, per pochi secondi, la natura conceda loro l'immagine desiderata. È una fotografia che nasce dall'attesa e che trova la propria legittimazione proprio nell'imprevedibilità dell'incontro.
Yarrow percorre una strada diversa.
Anche lui aspetta. Anche lui affronta spedizioni complesse. Anche lui conosce il comportamento degli animali e sa quanto poco basti per compromettere settimane di lavoro. Ma tutto questo rappresenta soltanto una parte del processo. L'altra parte assomiglia sorprendentemente poco alla fotografia naturalistica tradizionale e molto di più alla produzione cinematografica. Le location vengono studiate con mesi di anticipo, i permessi richiedono un'organizzazione rigorosa, gli spostamenti coinvolgono assistenti, guide, veterinari, addestratori quando necessario, mezzi speciali e una pianificazione nella quale ogni dettaglio ha un ruolo preciso.
La Nikon, in tutto questo, non è più soltanto una macchina fotografica.
Diventa la cinepresa di una storia che esiste già nella mente dell'autore molto prima che il primo fotogramma venga registrato.
È probabilmente questo l'aspetto che rende David Yarrow una figura tanto discussa quanto affascinante. C'è chi considera il suo lavoro il naturale punto di arrivo della fotografia contemporanea e chi, al contrario, vi vede un progressivo allontanamento dall'idea stessa di fotografia come testimonianza della realtà. Entrambe le posizioni hanno argomenti solidi e sarebbe troppo semplice scegliere da quale parte stare.
Forse, però, la domanda davvero interessante non è se David Yarrow sia un fotografo naturalista nel senso tradizionale del termine.
La domanda è un'altra.
Quando una fotografia smette di limitarsi a raccontare il mondo e comincia, invece, a metterlo in scena?
Perché è esattamente su quel confine, sottile e spesso difficile da definire, che David Yarrow ha costruito una delle opere più riconoscibili della fotografia contemporanea.

La fotografia non accade. Si prepara.
Per oltre un secolo il fotografo naturalista è stato raccontato come un osservatore privilegiato. Un uomo capace di leggere il paesaggio, comprendere il comportamento degli animali e attendere, spesso per giorni, che la natura decidesse di offrirgli un'occasione irripetibile. In questa narrazione c'è molto di vero. Ma c'è anche una componente romantica che, nel tempo, ha finito per identificare la qualità di una fotografia con il grado di casualità dell'incontro.
David Yarrow ribalta completamente questo paradigma.
Le sue immagini non nascono dal caso. Nascono da un progetto. Prima ancora di partire sa quale atmosfera desidera ottenere, quale rapporto dovrà instaurarsi tra il soggetto e l'ambiente, dove dovrà trovarsi la macchina fotografica e perfino quale luce sarà necessaria perché quella storia possa prendere forma. Non aspetta semplicemente che qualcosa accada. Costruisce le condizioni perché possa accadere.
È un modo di lavorare che ricorda molto più il cinema che la fotografia tradizionale. Una sua spedizione non assomiglia all'uscita di un fotografo solitario con uno zaino sulle spalle, ma a una piccola produzione cinematografica. Ci sono sopralluoghi, autorizzazioni, guide locali, assistenti, mezzi logistici, talvolta addestratori, un'attenta valutazione della sicurezza e una conoscenza approfondita del comportamento degli animali. Nulla è lasciato all'improvvisazione, e proprio questa apparente assenza di spontaneità ha contribuito a renderlo uno degli autori più discussi della fotografia contemporanea.
La critica più frequente è anche la più prevedibile: se tutto viene pianificato, dov'è finita la fotografia?
È una domanda legittima, ma forse nasce da un equivoco. Pianificare non significa controllare. Nessuno può convincere un leone a fermarsi esattamente nel punto desiderato, nessuno può imporre a un elefante un'espressione, nessuno può chiedere alla polvere di alzarsi nel momento giusto o alle nuvole di aprirsi lasciando filtrare un raggio di sole. La natura continua a essere imprevedibile. Quello che cambia è l'atteggiamento del fotografo. Invece di limitarsi ad aspettare un'occasione favorevole, Yarrow cerca di aumentare al massimo le probabilità che quell'occasione si presenti.
In fondo è ciò che fanno anche un regista, un direttore della fotografia o un architetto. Preparano tutto nei minimi dettagli, pur sapendo che il risultato finale dipenderà sempre da qualcosa che sfugge al loro controllo. La differenza è che nella fotografia naturalistica siamo ancora abituati a considerare la preparazione quasi un elemento da nascondere, come se diminuisse il valore dell'immagine finale.
Forse dovremmo liberarci di questo pregiudizio.
Nessuno metterebbe in discussione il valore di un grande ritratto soltanto perché il fotografo ha scelto con attenzione la luce, il fondale e l'obiettivo. Nessuno penserebbe che una fotografia di Irving Penn perda autenticità perché lo studio era stato allestito con precisione assoluta. Perché, allora, pretendiamo che un fotografo naturalista rinunci a progettare ciò che può essere progettato?
David Yarrow non elimina l'imprevisto.
Lo aspetta nel posto giusto.
Ed è una differenza sostanziale.

Quando il grandangolo incontra il leone
Se dovessimo indovinare il corredo di David Yarrow senza aver mai visto una sua fotografia, probabilmente sbaglieremmo quasi tutto. Verrebbero spontaneamente in mente gli strumenti classici della fotografia naturalistica: un 600 mm, magari un 800, un duplicatore sempre montato, chilometri di distanza tra il fotografo e l'animale. È l'immagine che abbiamo costruito negli ultimi cinquant'anni osservando il lavoro dei grandi fotografi wildlife.
Poi guardiamo una fotografia di Yarrow.
E scopriamo che il leone occupa quasi tutto il fotogramma, mentre sullo sfondo si apre un paesaggio immenso. L'animale non è isolato dal teleobiettivo. È immerso nel proprio ambiente. La prospettiva è quella di un osservatore che si trova a pochi metri, talvolta a pochi centimetri dal soggetto. È un punto di vista che il nostro cervello riconosce immediatamente come insolito e proprio per questo esercita una forza straordinaria.
Il segreto, naturalmente, non è il coraggio.
È la tecnica.
Molte delle immagini più celebri di David Yarrow vengono realizzate con focali che un fotografo naturalista di qualche decennio fa avrebbe probabilmente lasciato nello zaino. Ventiquattro, ventotto, trentacinque millimetri. Obiettivi che normalmente associamo al reportage, al paesaggio o alla fotografia di strada, non certo a un leone adulto o a un elefante africano.
Ma il grandangolo non serve ad avvicinare l'animale.
Serve ad avvicinare lo spettatore.
È una differenza fondamentale. Il teleobiettivo ci permette di osservare una scena. Il grandangolo, quando viene utilizzato in questo modo, ci costringe a entrarci dentro. L'animale smette di essere un soggetto lontano e diventa una presenza fisica, quasi tangibile. La fotografia perde la distanza rassicurante del documentario e acquista la tensione del cinema.
Naturalmente questo approccio sarebbe stato quasi impensabile fino a pochi anni fa. Una macchina fotografica lasciata da sola davanti a un leone avrebbe significato perdere il controllo della composizione, dell'esposizione, dell'autofocus e, molto probabilmente, anche della macchina stessa. Oggi la tecnologia permette di lavorare in modo completamente diverso. La Nikon Z9 diventa il cuore di un sistema che comprende radiocomandi, monitoraggio remoto e una velocità operativa tale da consentire al fotografo di concentrarsi sulla scena invece che sulla meccanica dello scatto.
È qui che la tecnologia smette di essere una scheda tecnica e diventa linguaggio fotografico.
La Z9 non rende possibili le fotografie di David Yarrow perché mette a disposizione venti fotogrammi al secondo o un autofocus capace di riconoscere gli animali. Le rende possibili perché permette al fotografo di collocare la macchina esattamente dove la sua idea richiede che sia, mantenendone il controllo anche quando lui si trova a distanza di sicurezza.
La fotocamera non sostituisce il fotografo.
Occupa il posto che il fotografo ha immaginato.
È una differenza sottile, ma decisiva.
In fondo David Yarrow utilizza la tecnologia nello stesso modo in cui un direttore della fotografia utilizza una cinepresa. Non per dimostrare quanto sia sofisticata, ma per renderla invisibile. Quando osserviamo una sua immagine non pensiamo mai alla difficoltà tecnica necessaria per realizzarla. Pensiamo soltanto alla storia che quella fotografia ci sta raccontando.
Ed è forse questo il complimento più grande che si possa fare a qualsiasi attrezzatura fotografica.
Quando smettiamo di notarla, significa che ha svolto perfettamente il proprio lavoro.

La rivoluzione del grandangolo
Per molti decenni la fotografia naturalistica ha seguito un'evoluzione apparentemente inevitabile: avvicinarsi sempre di più al soggetto utilizzando focali sempre più lunghe. Il progresso tecnologico sembrava andare in una sola direzione. Teleobiettivi più potenti, autofocus più veloci, moltiplicatori sempre migliori. L'obiettivo era semplice: riempire il fotogramma.
David Yarrow percorre spesso la strada opposta.
Non rinuncia ai grandi teleobiettivi, che fanno parte del suo corredo professionale, ma alcune delle sue fotografie più celebri sono realizzate con focali che normalmente associamo al reportage o al paesaggio: 24, 28 e 35 millimetri.
A prima vista può sembrare una scelta puramente spettacolare. In realtà è una decisione narrativa.
Un teleobiettivo comprime le distanze, isola il soggetto, elimina gran parte del contesto e concentra tutta l'attenzione sull'animale. È un linguaggio fotografico straordinariamente efficace quando l'obiettivo è descrivere una specie, un comportamento o un'espressione.
Il grandangolo racconta una storia diversa.
Non fotografa soltanto il leone, il lupo o l'elefante. Fotografa il loro mondo. La savana, la polvere, il cielo, gli alberi, la distanza, perfino lo spazio che separa l'animale dall'osservatore diventano parte integrante dell'immagine. Il soggetto non è più isolato dal paesaggio: ne diventa una conseguenza naturale.
È una scelta che modifica profondamente anche il ruolo dello spettatore.
Con un supertele abbiamo la sensazione di osservare una scena da lontano, come farebbe un naturalista attraverso un cannocchiale.
Con un grandangolo, soprattutto quando la fotocamera è collocata a pochi centimetri dal terreno, la percezione cambia completamente. Non stiamo più assistendo alla scena.
Abbiamo la sensazione di trovarci dentro la scena.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui le fotografie di David Yarrow risultano così coinvolgenti. Non chiedono allo spettatore di ammirare un animale raro.
Lo invitano a condividere, almeno per un istante, il suo spazio.
Quando finisce il documento e comincia il racconto
Ogni grande fotografo, prima o poi, finisce per dividere il proprio pubblico. È successo a Cartier-Bresson, accusato di trasformare il reportage in estetica. È successo a Richard Avedon, quando portò il ritratto fuori dallo studio tradizionale. È successo a Peter Lindbergh, criticato per avere allontanato la fotografia di moda dall'idea stessa di glamour.
Era quasi inevitabile che accadesse anche a David Yarrow.
Le sue immagini vengono spesso definite "cinematografiche". È un aggettivo usato quasi sempre come un complimento, ma che contiene anche una domanda implicita: fino a che punto una fotografia può essere costruita senza perdere autenticità?
È una questione che attraversa tutta la storia della fotografia e che oggi, nell'epoca della comunicazione digitale e dell'intelligenza artificiale, è tornata con forza al centro del dibattito. Eppure il problema non nasce con Yarrow. Nasce nel momento stesso in cui il fotografo sceglie un punto di ripresa piuttosto che un altro.
Ogni fotografia è già un'interpretazione.
Scegliere un obiettivo significa modificare la prospettiva. Scegliere un'ora del giorno significa modificare la luce. Attendere che una persona si sposti di pochi passi, oppure aspettare che una nuvola copra il sole, significa già intervenire sul racconto della realtà. Nessun fotografo registra il mondo in modo neutrale. Tutti, consapevolmente o meno, lo interpretano.
David Yarrow porta questa interpretazione un passo più avanti.
Non nasconde di preparare le proprie immagini. Al contrario, racconta con grande trasparenza il lavoro che precede ogni scatto. Settimane di sopralluoghi, autorizzazioni, studio delle location, conoscenza del comportamento animale, prove, tentativi. È un processo che richiede tempo, investimenti e una visione molto precisa del risultato finale.
Personalmente non trovo che questo diminuisca il valore delle sue fotografie.
Lo diminuirebbe, semmai, se fingesse che tutto fosse accaduto casualmente.
La differenza è tutta qui.
Esiste una fotografia che documenta un evento e una fotografia che racconta una storia. Le due cose possono coincidere, ma non sono obbligate a farlo. Nessuno chiede a un regista di giustificare la costruzione di una scena cinematografica. Allo stesso modo, nessuno considera meno autentico un ritratto perché il fotografo ha scelto con attenzione la luce, il fondale o l'espressione del soggetto.
Perché, allora, dovremmo pretendere che la fotografia naturalistica rinunci alla progettazione?
Forse perché per molti anni abbiamo identificato l'autenticità con l'imprevisto. Abbiamo immaginato il fotografo come un testimone silenzioso, quasi invisibile, che si limita a registrare ciò che accade davanti ai suoi occhi. È una figura romantica, affascinante, che continua ad avere un valore enorme e che trova interpreti straordinari come Vincent Munier o Stefano Unterthiner.
David Yarrow appartiene a un'altra tradizione.
Non quella del testimone.
Quella del narratore.
E un narratore non modifica la realtà per ingannare chi osserva.
La organizza perché quella realtà possa raccontare una storia.
È una differenza sottile, ma decisiva. E forse è proprio su questo confine che si gioca il senso più profondo della fotografia contemporanea.


Ogni fotografia racconta una storia
C'è un dettaglio che colpisce osservando il lavoro di David Yarrow.
Le sue fotografie continuano a funzionare anche se, per un momento, smettiamo di guardare l'animale.
È il segno distintivo dei grandi narratori. Il leone, il lupo o l'elefante non sono mai l'unico soggetto dell'immagine. Contano quanto la luce, il paesaggio, la polvere, il cielo e lo spazio che li circonda. Tutto partecipa alla costruzione della scena.
È questo che rende le sue fotografie così diverse dalla tradizione naturalistica.
Per decenni il fotografo wildlife ha cercato soprattutto di isolare il soggetto. Yarrow compie il percorso opposto: restituisce all'animale il suo ambiente. Non lo separa dal mondo. Lo racconta insieme al mondo.
Per questo il grandangolo diventa uno strumento narrativo prima ancora che ottico. Non serve a stupire con una prospettiva insolita, ma a dare dignità al contesto. La savana, una strada del Montana o un vecchio saloon non sono semplici sfondi. Sono personaggi della stessa storia.
È un approccio che appartiene più al cinema che alla fotografia documentaria. Un buon regista sa che una scena vive dell'equilibrio fra tutti gli elementi presenti nell'inquadratura. Yarrow applica lo stesso principio alle sue immagini.
Forse è questa la sua lezione più interessante.
Non chiedersi soltanto che cosa sto fotografando, ma che cosa sto raccontando.

Oltre la fotografia naturalistica
Esistono fotografie che documentano un incontro con un animale. Altre che ne descrivono il comportamento. Altre ancora che sorprendono per la rarità della specie o per la difficoltà tecnica dello scatto.
David Yarrow sembra perseguire un obiettivo diverso.
Le sue immagini cercano di trasformare un episodio reale in un racconto universale. Un leone non rappresenta soltanto un leone. Diventa il simbolo della forza, del dominio, della solitudine. Un lupo che attraversa una strada del Montana non è più soltanto un predatore. È l'idea stessa della frontiera, del confine fra il mondo selvaggio e quello costruito dall'uomo.
È probabilmente questa la ragione per cui le sue fotografie rimangono impresse nella memoria. Non raccontano un animale specifico, ma evocano qualcosa che appartiene all'immaginario collettivo. Hanno la forza narrativa di una scena cinematografica e la semplicità compositiva di un manifesto.
In questo senso Yarrow è molto meno naturalista di quanto comunemente si creda.
È un narratore che utilizza la fauna selvatica come altri utilizzano attori, paesaggi o architetture. Ogni elemento entra nell'inquadratura perché contribuisce alla costruzione di una storia che potrebbe essere raccontata anche senza una sola parola.
È una fotografia che non chiede allo spettatore di osservare.
Gli chiede di immaginare.
Più che un fotografo, un narratore
David Yarrow continuerà probabilmente a dividere il mondo della fotografia.
Ci sarà sempre chi preferirà la fotografia documentaria, l'incontro irripetibile, il momento colto senza alcuna preparazione apparente. È una tradizione nobile, che ha prodotto alcune delle immagini più importanti della storia della fotografia naturalistica e che continua ad avere interpreti straordinari.
Yarrow ha scelto una strada diversa.
Non rinuncia alla realtà, ma la organizza. Non cerca di sorprendere lo spettatore con un animale raro o con un'impresa tecnica. Cerca piuttosto di costruire immagini che abbiano la forza narrativa di un racconto e la permanenza visiva di un manifesto.
È una fotografia che può piacere oppure no.
Ma è difficile negarle una qualità.
È immediatamente riconoscibile.
In un'epoca nella quale miliardi di fotografie vengono prodotte ogni anno, riuscire a costruire un linguaggio personale è forse il risultato più difficile da raggiungere. Prima ancora che un fotografo di animali, David Yarrow è diventato l'autore di un immaginario. Basta uno sguardo per capire che quell'immagine appartiene a lui, indipendentemente dal soggetto fotografato o dal luogo in cui è stata realizzata.
Ed è forse questa la caratteristica che accomuna tutti i grandi fotografi che abbiamo raccontato su Nikonland.
Galen Rowell non fotografava soltanto la montagna.
Peter Lindbergh non fotografava soltanto la moda.
Milton Greene non fotografava soltanto Marilyn Monroe.
David Yarrow non fotografa soltanto la fauna selvatica.
Ognuno di loro ha costruito un linguaggio che va oltre il soggetto.
Le fotocamere cambiano. I sensori migliorano. Gli autofocus diventano più veloci, i software più sofisticati e le ottiche sempre più perfette.
Quello che non cambia è la capacità di riconoscere un autore senza aver bisogno di leggerne la firma.
Ed è probabilmente questo il traguardo più difficile che un fotografo possa raggiungere.
Per non dimenticare
David Yarrow ci ricorda una verità che vale ben oltre la fotografia naturalistica.
La tecnica può rendere possibile una fotografia.
La pianificazione può aumentarne le probabilità.
L'attrezzatura può facilitarne la realizzazione.
Ma nessuno di questi elementi è sufficiente, da solo, a costruire uno stile.
Uno stile nasce quando ogni fotografia, pur cambiando soggetto, continua a parlare con la stessa voce.
È il momento nel quale smettiamo di riconoscere una Nikon, un obiettivo o una tecnica.
E cominciamo a riconoscere un fotografo.

David Yarrow in breve
Nato a Glasgow nel 1966, David Yarrow inizia a fotografare giovanissimo. A soli vent'anni è già a bordo campo per The Times durante la finale dei Mondiali di calcio del 1986 in Messico, dove realizza una delle immagini più celebri di Diego Maradona con la Coppa del Mondo. Dopo un lungo periodo trascorso nel mondo della finanza, torna definitivamente alla fotografia, dedicandosi alla realizzazione di grandi opere fine art ispirate alla fauna selvatica, al paesaggio e alla figura umana. Oggi è considerato uno dei fotografi più affermati e collezionati al mondo, con mostre permanenti nelle principali gallerie internazionali e un'intensa attività filantropica legata alla conservazione della natura.
Nikon European Ambassador
David Yarrow utilizza fotocamere Nikon da oltre quarant'anni ed è Nikon European Ambassador dal 2018. Nel corso della sua collaborazione ha contribuito al lancio di modelli simbolo come la D850, la D6 e, più recentemente, della Z9, che definisce la sintesi ideale delle qualità delle due reflex professionali che l'hanno preceduta. Il suo corredo comprende sia ottiche grandangolari luminose, fondamentali per le sue immagini più iconiche, sia supertele professionali utilizzati nelle spedizioni naturalistiche.

Il corredo Nikon di David Yarrow
David Yarrow ama ripetere che il contenuto della sua borsa cambia in funzione del progetto, della luce e della storia che intende raccontare. Una costante, però, esiste: oggi il cuore del suo sistema è la Nikon Z9, che considera la naturale evoluzione delle reflex professionali D6 e D850, le due fotocamere che lo hanno accompagnato per molti anni.
Corpo macchina
Nikon Z9
Nikon D850 (ancora presente nel corredo per alcune applicazioni specifiche)
Ottiche NIKKOR
NIKKOR Z 14-24mm f/2.8 S
NIKKOR Z 24mm f/1.8 S
AF-S NIKKOR 28mm f/1.4E ED
AF-S NIKKOR 35mm f/1.4G
NIKKOR Z 50mm f/1.2 S
NIKKOR Z 85mm f/1.2 S
AF-S NIKKOR 105mm f/1.4E ED
NIKKOR Z 135mm f/1.8 S Plena
NIKKOR Z 70-200mm f/2.8 VR S
NIKKOR Z 400mm f/2.8 TC VR S
NIKKOR Z 600mm f/4 TC VR S
NIKKOR Z 800mm f/6.3 VR S
NIKKOR Z 500mm f/5.6 PF VR S
Più che la completezza del corredo, colpisce la sua coerenza. Da una parte i grandi teleobiettivi necessari per la fotografia naturalistica tradizionale; dall'altra una scelta sorprendentemente ricca di grandangolari e ottiche da ritratto, strumenti che spiegano molto meglio di qualsiasi intervista come David Yarrow concepisca la fotografia.
Non è un corredo costruito per avvicinare gli animali.
È un corredo costruito per raccontare storie.
Se fosse stato "solo" un fotografo wildlife, troveremmo una sequenza di teleobiettivi.
Invece troviamo un 14-24, un 24, un 28, un 35, un 50/1.2, un 85/1.2, un 105/1.4, un Plena...
È il corredo di un fotografo che passa con naturalezza dalla savana africana a Cindy Crawford, da un cowboy del Montana a un leone. In altre parole, non è il corredo di un naturalista: è il corredo di un narratore. E questo, secondo me, è il modo migliore per salutare il lettore.
Nikonland e Sigma Italia: una nuova collaborazione
Nikonland comunica che, a partire dal mese di agosto 2026, Mauro Maratta assumerà il ruolo di Key Opinion Leader per Sigma Italia, nell'ambito di una collaborazione con M Trading S.r.l., distributore ufficiale del marchio nel nostro Paese.
Per Nikonland si tratta, in un certo senso, di un ritorno.
Dal 2012 al 2018 Mauro Maratta ha infatti ricoperto il ruolo di Sigma Ambassador per l'Italia, una collaborazione che si concluse per l'assenza di obiettivi full-frame per Nikon Z. Nikonland, coerentemente con la propria vocazione editoriale, continuò a concentrare la quasi totalità della propria attività sulle fotocamere Nikon, essendo complicato svolgere un'attività continuativa di prova e approfondimento su nuovi prodotti Sigma, concentrata sugli attacchi Sony e Leica L.
Negli ultimi anni però il panorama fotografico è profondamente cambiato.
L'evoluzione del sistema Nikon Z e la disponibilità di soluzioni tecniche ormai mature consentono oggi di utilizzare efficacemente una parte significativa della produzione Sigma anche sulle fotocamere Nikon mirrorless, rendendo nuovamente possibile una collaborazione che, negli anni precedenti, aveva perso gran parte della propria ragion d'essere (e disponiamo in redazione anche di una Sony a9 III per confronti incrociati in ambiente nativo).
È importante precisare fin da subito la natura di questo accordo.
Il ruolo di Key Opinion Leader non costituisce un rapporto commerciale e non prevede alcuna forma di compenso economico. I prodotti eventualmente messi a disposizione da Sigma Italia saranno concessi esclusivamente in visione per il tempo necessario alla loro prova e dovranno essere restituiti al termine del periodo concordato. La collaborazione non comporta obblighi di pubblicazione, né approvazione preventiva dei contenuti, che continueranno a essere realizzati in piena autonomia editoriale, secondo quanto previsto dall'accordo sottoscritto con M Trading.
Per Nikonland, quindi, non cambia il modo di scrivere.
Cambia semplicemente la possibilità di provare con continuità prodotti Sigma di ultima generazione e di proporre ai propri lettori prove sul campo, confronti tecnici e approfondimenti che fino a ieri sarebbero stati più difficili da realizzare. E per questo ringraziamo il distributore italiano di Sigma - nella realtà la collaborazione era iniziata anche prima, solo per il tramite di acquisti di obiettivi Sigma per Sony Fe a spese nostre.
Rimangono invece immutati i principi che guidano Nikonland fin dalla sua fondazione: indipendenza di giudizio, trasparenza nei confronti dei lettori e assoluta libertà nelle valutazioni tecniche ed editoriali. Oltre alla esclusiva vocazione nikonista.
Per questo motivo, ogni articolo che riguarderà prodotti Sigma concessi in prova nell'ambito di questa collaborazione recherà una specifica nota informativa, affinché il lettore possa conoscere con chiarezza il contesto nel quale il prodotto è stato messo a disposizione della redazione.
Dopo quasi vent'anni di attività, riteniamo che la credibilità di una rivista specializzata non dipenda dall'assenza di rapporti con l'industria, ma dalla trasparenza con cui tali rapporti vengono dichiarati e dalla libertà con cui vengono espressi i giudizi.
È con questo spirito che inauguriamo questa nuova collaborazione.

Capitolo I - L'ultimo grande costruttore indipendente
Ci sono aziende che si misurano in quote di mercato, fatturato, capitalizzazione di Borsa. E poi ce ne sono altre il cui valore è molto più difficile da quantificare, perché risiede nella cultura industriale, nella libertà progettuale e nella capacità di seguire una visione senza dover rendere conto, ogni tre mesi, a un consiglio di amministrazione o a un fondo d'investimento.
Sigma appartiene ancora a questa seconda categoria.
Fondata il 9 settembre 1961 da Michihiro Yamaki, l'azienda si appresta a celebrare il suo sessantacinquesimo anniversario mantenendo una caratteristica che, nel panorama dell'industria fotografica contemporanea, è diventata quasi un'anomalia: è ancora una società privata, controllata dalla famiglia fondatrice e guidata oggi dal figlio Kazuto Yamaki.
Può sembrare un dettaglio. In realtà è probabilmente la chiave per comprendere tutto ciò che Sigma è diventata negli ultimi vent'anni.
In un'epoca nella quale molte aziende devono conciliare le esigenze della ricerca con quelle degli azionisti, Sigma continua a decidere secondo logiche che appartengono più all'ingegneria che alla finanza. Non significa che il profitto non conti. Significa, piuttosto, che il profitto rappresenta uno strumento per garantire l'indipendenza dell'azienda, non il suo obiettivo esclusivo.
È una differenza sottile, ma profonda.
Forse è anche per questo che Sigma ha potuto permettersi di compiere scelte che, osservate esclusivamente con gli occhi di un analista finanziario, sarebbero sembrate poco razionali. La completa rifondazione della propria gamma con le serie Art, Contemporary e Sports. La decisione di costruire la quasi totalità della produzione nel solo stabilimento di Aizu. L'investimento nella fotocamera fp, un progetto tanto coraggioso quanto di nicchia. Più recentemente, la BF, una macchina che sembra concepita più come manifesto di filosofia industriale che come semplice prodotto destinato a conquistare quote di mercato.
Sono decisioni che raccontano un'azienda libera di seguire una propria idea di fotografia.
Ed è proprio questa libertà che oggi merita una riflessione.
Negli ultimi anni il mercato fotografico ha iniziato a muoversi con una velocità diversa da quella alla quale eravamo abituati. I grandi costruttori stringono alleanze, ridefiniscono partnership, investono nella filiera produttiva, mentre i produttori cinesi crescono rapidamente sia sul piano tecnologico sia su quello industriale. In questo scenario, la proposta di acquisizione di Tamron da parte di Sony, qualora dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe soltanto l'ultimo tassello di una trasformazione più ampia.
Ed è qui che Sigma assume un ruolo del tutto particolare.
Perché, indipendentemente dall'esito di quella trattativa, Sigma rimane oggi l'unico grande costruttore di ottiche autofocus di fascia alta che possa realmente definirsi indipendente.
Tamron è una realtà industriale importantissima, ma da anni opera anche come produttore OEM per altri marchi e intrattiene rapporti consolidati con alcuni dei principali protagonisti del settore. Tokina ha progressivamente ridimensionato la propria presenza nel mercato fotografico. I nuovi costruttori cinesi stanno crescendo con grande rapidità, ma rappresentano ancora un modello industriale diverso e, per molti aspetti, ancora in evoluzione.
Sigma, invece, continua a occupare una posizione quasi unica.
Progetta, sviluppa e costruisce prodotti che portano il proprio marchio, investe nel proprio stabilimento, decide autonomamente la propria strategia e dialoga con tutti i principali sistemi fotografici senza appartenere a nessuno di essi.
È una condizione che fino a pochi anni fa poteva apparire semplicemente come una caratteristica della sua storia.
Oggi, forse, è diventata il suo patrimonio più prezioso.
Perché in un'industria che tende sempre più a concentrarsi attorno a grandi gruppi, l'indipendenza non è soltanto una scelta identitaria. Potrebbe trasformarsi in un vero vantaggio competitivo.
Ed è proprio da questa domanda che prende avvio questa riflessione.


Capitolo II - Aizu: dove l'indipendenza prende forma
Ci sono aziende che affidano la produzione ai migliori fornitori disponibili sul mercato, distribuendo gli stabilimenti in funzione dei costi, della logistica o delle opportunità offerte dai diversi Paesi. È una scelta perfettamente razionale e, per molti aspetti, inevitabile in un'economia globale.
Sigma ha scelto una strada diversa.
Da oltre sessant'anni il cuore dell'azienda continua a battere ad Aizu, nella prefettura di Fukushima, una regione che per molti fotografi è semplicemente un nome sulla carta geografica, ma che per Sigma rappresenta qualcosa di molto più profondo. È qui che vengono progettati, lavorati, assemblati e collaudati praticamente tutti i prodotti che portano il marchio dell'azienda. Non soltanto gli obiettivi di punta della serie Art, ma l'intera filosofia industriale che li rende possibili.
In un'epoca in cui la delocalizzazione è diventata quasi una regola, questa scelta può apparire controcorrente. E probabilmente lo è.
Concentrare la produzione in un unico sito significa rinunciare, almeno in parte, ai vantaggi economici che derivano dalla distribuzione internazionale delle attività. Significa accettare costi di produzione più elevati, una maggiore esposizione ai rischi locali e una minore flessibilità nel reagire alle crisi della catena di approvvigionamento.
Ma significa anche conservare qualcosa che non compare in alcun bilancio.
La continuità.
Chi visita Aizu ha spesso l'impressione di trovarsi più in un laboratorio che in una fabbrica. Le diverse fasi della progettazione dialogano quotidianamente con quelle della produzione. I tecnici che assemblano un obiettivo possono confrontarsi direttamente con chi lo ha progettato. Le modifiche vengono introdotte rapidamente, senza dover attraversare continenti o organizzazioni industriali frammentate.
È un modo di lavorare che ricorda la manifattura giapponese del secondo dopoguerra, quando il valore principale non era la quantità prodotta, ma la capacità di migliorare continuamente il prodotto.
Naturalmente sarebbe ingenuo attribuire ogni merito alla geografia. La qualità di un obiettivo nasce prima di tutto dalle competenze delle persone che lo progettano. Ma l'organizzazione industriale può favorire oppure ostacolare quel processo. Sigma ha sempre ritenuto che la vicinanza tra progettazione e produzione fosse un elemento essenziale della propria identità.
Anche per questo motivo Aizu non è soltanto uno stabilimento.
È una dichiarazione d'intenti.
Ogni investimento compiuto in quella struttura, ogni nuova linea produttiva, ogni aggiornamento delle macchine utensili rappresenta una scelta di lungo periodo. Una scelta che difficilmente sarebbe sostenibile se l'azienda fosse costretta a inseguire esclusivamente i risultati del trimestre successivo.
Ed è forse qui che si comprende meglio il significato dell'indipendenza di Sigma.
L'indipendenza non consiste semplicemente nel non appartenere a un grande gruppo industriale. Consiste soprattutto nella possibilità di prendere decisioni che produrranno effetti tra dieci o vent'anni, anche quando il loro ritorno economico immediato non appare evidente.
È una libertà rara.
Ed è proprio questa libertà ad aver consentito a Sigma di trasformare uno stabilimento di provincia in uno dei luoghi più rispettati dell'industria ottica mondiale.
Per questo motivo, quando ci si domanda quale sia oggi il vero patrimonio dell'azienda, la risposta non è un particolare obiettivo, né una specifica tecnologia.
Il patrimonio di Sigma è la possibilità di continuare a decidere autonomamente come costruire il proprio futuro.
E, in fondo, Aizu non è altro che la manifestazione concreta di quella libertà.


Capitolo III - Quanto vale l'indipendenza?
Nel linguaggio della finanza esiste un'espressione ricorrente: strategic asset. Non indica semplicemente un bene di valore, ma qualcosa che, per la sua unicità, può modificare gli equilibri di un intero settore industriale.
Fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile inserire Sigma in questa categoria. Era considerata, soprattutto dagli osservatori esterni, un eccellente costruttore di obiettivi, capace di proporre prodotti spesso superiori a quelli dei marchi ufficiali per rapporto tra prestazioni e prezzo. Una reputazione costruita con pazienza, attraverso la qualità ottica e una notevole capacità di innovazione.
Oggi la prospettiva è diversa.
Il valore di Sigma non risiede più soltanto negli obiettivi che produce. Risiede nelle competenze che ha accumulato lungo oltre sessant'anni di attività e, soprattutto, nella straordinaria integrazione verticale che è riuscita a mantenere.
Progettazione ottica, progettazione meccanica, sviluppo elettronico, lavorazioni di precisione, assemblaggio, controllo qualità. Tutto continua a convivere nello stesso ecosistema industriale, senza dipendere da acquisizioni successive o da una rete dispersa di società controllate. È una caratteristica che, nel settore fotografico, sta diventando sempre più rara.
Naturalmente non è l'unica azienda a possedere competenze di questo livello. Canon, Nikon e Sony dispongono di patrimoni tecnologici immensi, costruiti in decenni di ricerca. Ma appartengono a gruppi industriali molto più ampi, nei quali la fotografia rappresenta soltanto una delle attività. Sigma, invece, continua a concentrare quasi tutte le proprie energie in un unico settore. Questa specializzazione le conferisce una flessibilità che i grandi conglomerati difficilmente possono eguagliare.
È anche per questo motivo che l'azienda di Aizu riesce spesso a muoversi con tempi sorprendentemente rapidi.
Quando individua uno spazio nel mercato, può decidere di sviluppare un nuovo progetto senza dover necessariamente inserirlo all'interno di una strategia che coinvolga sensori, fotocamere, software, servizi cloud o piattaforme video. Deve semplicemente chiedersi se quell'obiettivo rappresenti una buona idea e se sia coerente con la propria visione del marchio.
È una libertà progettuale che non ha prezzo.
Negli ultimi anni Sigma ha dimostrato di saperla utilizzare non soltanto per realizzare prodotti competitivi, ma anche per assumere decisioni controcorrente. La serie Art ne è probabilmente l'esempio più noto, ma non l'unico. La fotocamera fp prima e la recentissima BF poi sono nate da una logica molto diversa da quella che guida normalmente i grandi costruttori: non l'inseguimento delle quote di mercato, bensì la volontà di esplorare una determinata idea di fotografia.
Questo modo di operare ha contribuito a costruire un patrimonio immateriale forse ancora più importante delle tecnologie proprietarie.
La credibilità.
Quando Sigma presenta un nuovo progetto, il mercato tende ormai a giudicarlo per quello che è, non per il prezzo che dovrebbe avere o per il marchio che porta inciso sul barilotto. È una reputazione conquistata lentamente e che oggi rappresenta uno degli asset più difficili da replicare.
Ed è proprio a questo punto che la riflessione assume una dimensione diversa.
In un mercato caratterizzato da concentrazioni industriali sempre più frequenti, aziende come Sigma diventano inevitabilmente oggetto di attenzione. Non soltanto per ciò che producono, ma per ciò che sanno fare.
Le competenze non si acquistano sugli scaffali. Si costruiscono nell'arco di decenni.
Ed è per questo che il valore strategico di un'impresa non coincide necessariamente con il suo fatturato, con il numero di dipendenti o con il volume delle vendite. Talvolta coincide con qualcosa di molto meno tangibile: la capacità di fare bene ciò che pochissimi altri sono ancora in grado di fare.
Forse è questa la vera ricchezza di Sigma.
Ed è anche il motivo per cui, osservando l'evoluzione dell'industria fotografica, viene spontaneo chiedersi se questa indipendenza sia destinata a durare ancora a lungo oppure se, proprio perché così preziosa, finirà un giorno per attirare l'interesse di qualcuno disposto a pagarla molto cara.

Capitolo IV - Quando l'indipendenza diventa un valore strategico
Per molti anni Sigma è stata considerata, soprattutto dagli appassionati di fotografia, un eccellente costruttore di obiettivi. Era un giudizio corretto, ma incompleto. Oggi, osservando il mercato con gli occhi di un analista industriale, appare evidente come il vero patrimonio dell'azienda di Aizu non coincida più soltanto con la qualità dei suoi prodotti. A rendere Sigma un caso quasi unico è il modello industriale che è riuscita a preservare mentre il resto del settore cambiava profondamente.
Negli ultimi vent'anni l'industria fotografica ha conosciuto un processo di concentrazione che ha interessato quasi tutti i suoi protagonisti. La crescente complessità delle fotocamere digitali, gli investimenti richiesti dalla ricerca e sviluppo, la trasformazione del mercato e la pressione esercitata dai produttori cinesi hanno reso sempre più difficile per le aziende di medie dimensioni sostenere da sole il peso dell'innovazione. In questo contesto molte società hanno cercato nuove alleanze, altre hanno ridefinito il proprio ruolo all'interno della filiera produttiva, altre ancora sono progressivamente uscite dal mercato.
Sigma ha scelto una strada diversa. Ha continuato a investire nello sviluppo interno delle proprie competenze, nella produzione concentrata ad Aizu e nella costruzione di un'identità che non dipendesse da un singolo sistema fotografico. È una scelta che richiede pazienza, risorse finanziarie e una visione di lungo periodo, ma che oggi restituisce all'azienda una posizione difficilmente replicabile.
Non è un caso che, negli ultimi anni, Sigma sia riuscita a dialogare contemporaneamente con Leica, Panasonic, Sony, Fujifilm, Canon e Nikon, adattando progressivamente il proprio catalogo ai diversi sistemi mirrorless senza rinunciare alla propria identità. In un mercato sempre più polarizzato, questa capacità di rimanere indipendente pur collaborando con tutti rappresenta probabilmente il suo maggiore punto di forza.
La recente proposta di acquisizione di Tamron da parte di Sony, indipendentemente dall'esito che avrà, offre uno spunto interessante per riflettere su questa evoluzione. Per la prima volta dopo molti anni uno dei grandi gruppi dell'elettronica di consumo ha manifestato apertamente l'intenzione di integrare all'interno della propria organizzazione uno dei principali costruttori indipendenti di ottiche. Non sappiamo se l'operazione si concluderà né quali saranno le sue conseguenze. Sappiamo però che essa attribuisce un valore strategico a competenze che fino a pochi anni fa sembravano appartenere esclusivamente alla sfera della progettazione ottica.
È in questa prospettiva che anche Sigma assume inevitabilmente una luce diversa. Non perché esistano indiscrezioni credibili su possibili trattative, né perché vi siano elementi che facciano pensare a un cambiamento imminente della sua struttura proprietaria. Semplicemente perché, restringendosi progressivamente il numero dei grandi costruttori realmente indipendenti, ciascuno di essi acquista un'importanza che va ben oltre il proprio fatturato.
Da molti anni circola la voce secondo cui Canon avrebbe manifestato interesse per Sigma, arrivando persino a formulare una proposta di acquisizione che sarebbe stata cortesemente declinata da Kazuto Yamaki. È un episodio che non ha mai trovato conferme ufficiali e che, come tale, deve rimanere nel campo degli aneddoti industriali. Eppure il semplice fatto che questa storia continui a riemergere ciclicamente dimostra come il mercato percepisca Sigma: non soltanto come un produttore di obiettivi, ma come un patrimonio di competenze difficilmente ricostruibile da zero.
È qui che emerge il vero paradosso. Se un grande gruppo decidesse un giorno di acquisire Sigma, non comprerebbe soltanto un marchio prestigioso o una fabbrica altamente specializzata. Acquisterebbe soprattutto quella cultura progettuale che ha consentito all'azienda di costruire la propria reputazione. Ma è lecito domandarsi se quella stessa cultura potrebbe sopravvivere immutata una volta inserita all'interno di una struttura industriale molto più ampia, inevitabilmente chiamata a rispondere a logiche diverse.
È una domanda che non riguarda soltanto Sigma. Riguarda il futuro dell'intera industria fotografica. Perché, mentre il mercato tende progressivamente a concentrarsi, l'indipendenza cessa di essere una semplice caratteristica societaria e diventa, essa stessa, un valore strategico.
Capitolo V - L'indipendenza ha ancora un futuro?
Per decenni l'industria fotografica ha vissuto un equilibrio relativamente stabile. I grandi costruttori sviluppavano fotocamere e obiettivi destinati ai propri sistemi, mentre i produttori indipendenti occupavano gli spazi lasciati liberi dai marchi ufficiali, offrendo alternative spesso più economiche o specialistiche. Era un modello che, pur con inevitabili oscillazioni, ha funzionato a lungo e ha contribuito in modo determinante all'evoluzione del mercato.
Negli ultimi anni questo equilibrio ha iniziato lentamente a modificarsi. La crescente complessità tecnologica dei sistemi mirrorless, gli investimenti necessari per sviluppare nuovi autofocus, la progettazione elettronica, il software e, più recentemente, l'intelligenza artificiale applicata ai processi di riconoscimento dei soggetti hanno innalzato sensibilmente la soglia d'ingresso. Progettare un obiettivo di alto livello non significa più soltanto calcolare uno schema ottico raffinato. Significa integrare meccanica di precisione, elettronica, firmware e protocolli di comunicazione con fotocamere sempre più sofisticate.
È un cambiamento che inevitabilmente favorisce le aziende dotate di grandi risorse economiche e di una struttura industriale molto ampia. Non sorprende quindi che il settore stia vivendo una fase di progressiva concentrazione, nella quale il valore delle competenze progettuali tende a crescere più rapidamente del semplice valore produttivo.
In questo contesto Sigma rappresenta un'eccezione. Non perché sia rimasta immobile, ma perché ha scelto di affrontare la trasformazione conservando la propria autonomia. Ha continuato a investire nelle competenze interne, nell'evoluzione della produzione e nella costruzione di un marchio riconoscibile, senza rinunciare alla possibilità di dialogare con sistemi fotografici concorrenti tra loro.
È una posizione privilegiata, ma anche delicata.
L'indipendenza offre infatti una libertà progettuale che difficilmente potrebbe essere mantenuta all'interno di un grande gruppo industriale. Allo stesso tempo richiede investimenti sempre maggiori per sostenere un livello tecnologico che continua a crescere. È un equilibrio sottile, nel quale ogni decisione assume un peso molto superiore rispetto al passato.
Osservando il settore nel suo complesso, si ha quasi l'impressione che il mercato stia imboccando due strade differenti. Da una parte grandi ecosistemi sempre più integrati, nei quali fotocamere, obiettivi, sensori, software e servizi convivono all'interno della stessa strategia industriale. Dall'altra un numero sempre più ristretto di aziende capaci di mantenere un'identità autonoma pur collaborando con tutti i principali protagonisti del mercato.
È difficile prevedere quale modello prevarrà nel prossimo decennio. Probabilmente continueranno a coesistere entrambi. Ma è altrettanto difficile immaginare che il numero dei grandi costruttori realmente indipendenti possa aumentare. Semmai, tutto lascia pensare al contrario.
È proprio questa considerazione a rendere Sigma un caso così interessante. La sua indipendenza non rappresenta soltanto un tratto distintivo della propria storia. È diventata una risorsa rara, forse irripetibile, in un settore nel quale la tendenza generale sembra andare nella direzione opposta.
Per questo motivo la domanda non è tanto se Sigma continuerà a produrre ottimi obiettivi. Su questo esistono pochi dubbi. La domanda riguarda piuttosto il ruolo che un'azienda indipendente potrà continuare a svolgere all'interno di un mercato sempre più dominato da grandi gruppi industriali e da alleanze strategiche.
È una riflessione che va ben oltre il destino di una singola azienda. Riguarda il futuro stesso dell'industria fotografica e il valore che essa attribuirà, negli anni a venire, alla libertà progettuale.


Capitolo VI - Un equilibrio che potrebbe cambiare in un prossimo futuro
L'apertura del sistema Nikon Z ai produttori indipendenti è stata una delle novità più significative degli ultimi anni. Dopo una lunga fase nella quale la casa giapponese aveva mantenuto un controllo pressoché assoluto del proprio ecosistema mirrorless, Nikon ha progressivamente autorizzato l'ingresso di alcuni costruttori esterni, riconoscendo implicitamente che la competitività di una piattaforma dipende anche dalla ricchezza e dalla varietà dell'offerta disponibile.
L'apertura, tuttavia, è avvenuta con modalità estremamente prudenti. Nel caso di Sigma, il catalogo oggi disponibile per innesto Z comprende quasi esclusivamente obiettivi appartenenti alla serie Contemporary, vale a dire prodotti rivolti prevalentemente alla fascia media del mercato. Mancano invece, almeno fino a questo momento, le linee Art e Sports, quelle che negli ultimi quindici anni hanno contribuito in misura decisiva alla reputazione internazionale dell'azienda di Aizu e che rappresentano ancora oggi la parte più riconoscibile della sua produzione.
È difficile stabilire quanto questa situazione dipenda da scelte di Sigma e quanto, invece, rifletta la politica di apertura adottata da Nikon. Dall'esterno non disponiamo degli elementi necessari per formulare un giudizio definitivo e sarebbe scorretto trasformare una semplice osservazione in una conclusione. Rimane tuttavia un dato evidente: il potenziale contributo che Sigma potrebbe offrire al sistema Z è oggi soltanto parzialmente espresso.
La questione assume un significato diverso se osservata alla luce delle trasformazioni che stanno interessando l'intera industria fotografica. Negli ultimi anni lo sviluppo di un sistema mirrorless completo è diventato un esercizio sempre più impegnativo, sia dal punto di vista economico sia da quello progettuale. Ogni nuovo obiettivo richiede investimenti importanti, tempi di sviluppo non trascurabili e una previsione accurata della domanda. Nessun costruttore, per quanto grande, può realisticamente presidiare con la stessa efficacia ogni segmento del mercato.
È proprio in questo contesto che un produttore indipendente come Sigma potrebbe rappresentare un valore aggiunto. Non perché sostituisca il costruttore principale, ma perché ne completi l'offerta. La disponibilità di una gamma professionale già consolidata, sviluppata con risorse proprie e destinata a una clientela spesso complementare a quella dei prodotti originali, consentirebbe di ampliare rapidamente il catalogo del sistema senza gravare interamente sul programma di ricerca e sviluppo del produttore della fotocamera.
Questa riflessione diventa ancora più interessante se si considera l'ipotesi, oggi ancora tutta da verificare, dell'acquisizione di Tamron da parte di Sony. Qualora l'operazione dovesse andare in porto, il panorama competitivo subirebbe inevitabilmente una trasformazione. Per la prima volta uno dei principali costruttori di fotocamere controllerebbe direttamente uno dei maggiori produttori indipendenti di obiettivi, modificando un equilibrio che per decenni aveva caratterizzato il settore.
In uno scenario di questo tipo il ruolo di Sigma assumerebbe inevitabilmente un peso diverso. Non perché esistano elementi che facciano pensare a un cambiamento della sua struttura proprietaria, ma perché diminuirebbe il numero dei grandi operatori realmente indipendenti in grado di progettare e produrre ottiche autofocus professionali per più sistemi contemporaneamente. È una semplice conseguenza della dinamica industriale: quando una risorsa diventa più rara, il suo valore strategico tende ad aumentare.
Da molti anni circola la voce secondo cui Canon avrebbe manifestato interesse per Sigma, arrivando a ipotizzare una proposta di acquisizione che sarebbe stata cortesemente respinta da Kazuto Yamaki. La vicenda non ha mai trovato conferme ufficiali e, proprio per questo, non può essere considerata un fatto. È però significativo che un'ipotesi di questo genere continui a riemergere con regolarità. Più che raccontare un episodio del passato, essa riflette la percezione che il mercato ha progressivamente maturato nei confronti dell'azienda di Aizu.
Se Tamron dovesse entrare nell'orbita di Sony, sarebbe del tutto naturale che altri grandi gruppi industriali iniziassero a interrogarsi sul futuro dell'unico grande costruttore indipendente giapponese rimasto. Non significa che esistano trattative, né tantomeno che un'acquisizione sia probabile. Significa semplicemente riconoscere che, in un mercato caratterizzato da una crescente concentrazione, il valore di un'impresa non coincide soltanto con il suo fatturato o con il numero di obiettivi venduti ogni anno. Conta, forse ancora di più, la difficoltà di ricostruire dall'esterno il patrimonio di competenze, cultura progettuale e credibilità che essa ha accumulato nel corso di oltre sessant'anni.
Paradossalmente, è proprio questa considerazione a suggerire una conclusione diversa da quella che potrebbe apparire più intuitiva. L'interesse strategico di Sigma potrebbe derivare non tanto dalla possibilità di essere acquisita, quanto dal fatto di continuare a rimanere indipendente. Per un costruttore come Nikon, ma anche per l'intero equilibrio competitivo del settore, un partner tecnologicamente forte, autonomo e capace di investire con risorse proprie potrebbe rappresentare una risorsa di valore superiore rispetto a una semplice società controllata.
Se questa interpretazione fosse corretta, la domanda non sarebbe più quale gruppo industriale possa un giorno acquistare Sigma. La domanda diventerebbe un'altra, forse più interessante: quale mercato fotografico nascerà se l'ultimo grande costruttore indipendente dovesse un giorno smettere di esserlo?
In sintesi - Che cosa sappiamo
Sigma resta oggi l'ultimo grande costruttore indipendente di ottiche autofocus professionali, controllato dalla famiglia fondatrice e dotato di una struttura produttiva interamente concentrata ad Aizu.
La proposta di acquisizione di Tamron da parte di Sony, se dovesse concretizzarsi, modificherebbe sensibilmente gli equilibri industriali del settore, riducendo ulteriormente il numero dei grandi operatori indipendenti.
Nikon ha aperto il sistema Z ai produttori di terze parti, ma il contributo di Sigma rimane oggi limitato principalmente alla gamma Contemporary in formato DX e pure in numero limitato. Le linee Art e Sports, che rappresentano il cuore della produzione Sigma, non sono ancora disponibili per l'innesto Z.
Che cosa possiamo ragionevolmente ipotizzare
In un mercato sempre più concentrato, il valore strategico di Sigma è destinato ad aumentare indipendentemente dal suo fatturato.
Per Nikon, una Sigma forte e indipendente potrebbe rappresentare un partner tecnologico di maggiore interesse rispetto a un produttore integrato all'interno di un gruppo concorrente.
Se Tamron dovesse entrare nell'orbita Sony, non sarebbe sorprendente che altri grandi costruttori iniziassero a valutare con maggiore attenzione il futuro di Sigma, anche soltanto come possibile alleato strategico.
Che cosa non sappiamo
Non esistono elementi pubblici che indichino trattative riguardanti Sigma.
Le indiscrezioni circolate negli anni su un passato interesse di Canon non sono mai state confermate ufficialmente.
Non disponiamo di informazioni che consentano di prevedere quale sarà la futura politica di Nikon nei confronti della gamma professionale Sigma per il sistema Z.
La domanda che rimane aperta
L'interrogativo, forse, non è quale azienda possa un giorno acquistare Sigma.
La domanda più interessante è un'altra.
In un'industria sempre più concentrata, quanto vale l'esistenza di un grande costruttore che continui a non appartenere a nessuno?


Alcuni numeri su cui ragionare (fonti pubbliche) :
Le dimensioni dei cinque gruppi
Azienda
Ultimo esercizio disponibile
Fatturato in yen
Fatturato indicativo in euro
Dipendenti del gruppo
Natura dell’impresa
Sony Group
marzo 2026
¥12.479,6 mld
€66,96 mld
112.300*
Conglomerato quotato
Canon
dicembre 2025
¥4.624,7 mld
€24,81 mld
165.547
Gruppo industriale quotato
Nikon
marzo 2026
¥677,2 mld
€3,63 mld
19.928
Gruppo tecnologico quotato
Tamron
dicembre 2025
¥85,1 mld
€456 mln
4.977
Specialista ottico quotato, anche OEM
Sigma
agosto 2025
¥55,0 mld
€295 mln
1.914
Società privata familiare
* Il dato Sony disponibile nella pagina societaria è riferito al 31 marzo 2025, mentre il fatturato è quello dell’esercizio terminato nel marzo 2026.
Sony dichiara 12.479,6 miliardi di yen di vendite consolidate e oltre 112.000 addetti; Canon 4.624,7 miliardi e 165.547 dipendenti; Nikon 677,2 miliardi e 19.928 addetti. Tamron registra 85,1 miliardi di yen di ricavi, 106 miliardi di attività totali e 4.977 dipendenti. Sigma dichiara invece 55 miliardi di fatturato e 1.914 dipendenti, mantenendo la proprietà privata e familiare.
Un secondo indicatore: fatturato per dipendente
Non è una misura della “qualità” dell’azienda e va interpretata con cautela, soprattutto perché i modelli industriali sono differenti. Serve però a mostrare quanto siano diverse le strutture.
Azienda
Fatturato indicativo per dipendente
Sony Group
circa €596.000
Nikon
circa €182.000
Sigma
circa €154.000
Canon
circa €150.000
Tamron
circa €92.000
Tamron impiega quasi due volte e mezzo il personale di Sigma, ma il suo fatturato è soltanto circa una volta e mezza quello dell’azienda di Aizu. La spiegazione non può essere ridotta a un solo elemento: Tamron possiede più stabilimenti, svolge attività OEM, opera in segmenti industriali differenti e ha una struttura produttiva internazionale più articolata. Sigma concentra invece l’intero processo produttivo giapponese nell’ecosistema di Aizu e mantiene una struttura molto più compatta.
Il confronto corretto non è però Sony contro Sigma
Questa tabella rischia di produrre un’impressione ingannevole. Il fatturato Sony comprende videogiochi, musica, cinema, elettronica, servizi finanziari e sensori; quello Canon comprende stampa, medicale e apparecchiature industriali. Nel 2025 la sola divisione Imaging di Canon ha fatturato 1.054,9 miliardi di yen, circa 5,66 miliardi di euro, mentre l’Imaging Products Business di Nikon ha prodotto ricavi per 290,1 miliardi di yen, circa 1,56 miliardi di euro.
Sigma e Tamron, al contrario, sono molto più concentrate sull’ottica e sulle attività a essa collegate. Per il nostro articolo, quindi, le grandezze davvero significative sono queste:
Rapporto dimensionale sul fatturato
Multiplo approssimativo rispetto a Sigma
Sigma
1
Tamron
1,55
Nikon intero gruppo
12,3
Canon intero gruppo
84
Sony intero gruppo
227

Ed è proprio qui che emerge il paradosso industriale. Sigma è molto più piccola di quanto suggerisca la sua influenza sul mercato fotografico. Con meno di 2.000 dipendenti e meno di 300 milioni di euro di ricavi, progetta e produce ottiche capaci di competere con quelle di gruppi decine o centinaia di volte più grandi.
Tamron è più grande, ma non di un ordine di grandezza differente: il suo fatturato è superiore a quello Sigma di circa il 55 per cento. Questo rende più comprensibile l’interesse di Sony per Tamron e, nello stesso tempo, mostra quanto Sigma sia finanziariamente accessibile per un grande gruppo, almeno in termini puramente dimensionali. Il vero ostacolo a un’acquisizione non sarebbe probabilmente la capacità economica dell’acquirente, bensì la disponibilità della famiglia Yamaki a vendere e la difficoltà di attribuire un prezzo a un’impresa il cui maggiore patrimonio è costituito dalla propria cultura e indipendenza.
Tamron verso Sony? Se l'operazione andasse in porto, cambierebbe il mercato delle ottiche
Nelle ultime ore Reuters ha riferito che Sony avrebbe presentato una proposta non vincolante per l'acquisizione di Tamron Corporation. La notizia è stata successivamente ripresa da numerosi siti specializzati e, proprio perché proviene da una delle principali agenzie di stampa economico-finanziaria del mondo, merita di essere presa sul serio. Allo stesso tempo è bene ricordare che, allo stato attuale, non esiste alcun accordo definitivo. Tamron ha costituito un comitato indipendente per valutare la proposta e la trattativa potrebbe ancora evolvere in molti modi diversi, compresa la possibilità che non si concluda affatto.

I termini della proposta non sono pubblici ma Reuters afferma che Sony punta al 100% del capitale di Tamron (dall'attuale 15%)
Sony ha presentato a Tamron una proposta non vincolante (non-binding proposal);
la proposta è finalizzata a trasformare Tamron in una società interamente controllata (wholly owned subsidiary);
il Consiglio di Amministrazione di Tamron ha costituito un Comitato Speciale indipendente incaricato di esaminare l'offerta;
Sony ha confermato l'esistenza della proposta, dichiarando di ritenere che l'operazione aumenterebbe il valore di Tamron e contribuirebbe allo sviluppo del business Imaging del gruppo.
Tutto il resto, almeno per ora, non è pubblico.
Cosa non sappiamo
Non è stato comunicato:
il prezzo per azione;
il premio offerto rispetto alla quotazione di Borsa;
se l'operazione avverrebbe tramite OPA (Tender Offer) o altra struttura societaria;
eventuali condizioni sospensive;
eventuali clausole di esclusiva;
il calendario dell'operazione;
gli impegni di Sony nei confronti dei dipendenti e degli stabilimenti;
il futuro del marchio Tamron.
Sono proprio questi gli elementi che normalmente vengono resi noti quando un'offerta passa dalla fase preliminare a quella formale.
Possiamo però dedurre qualcosa
Reuters riporta che Tamron capitalizzava circa 1,18 miliardi di dollari prima dell'annuncio.
Nelle acquisizioni giapponesi di società quotate è normale che venga riconosciuto un premio rispetto al prezzo di mercato, spesso nell'ordine del 20-40%, ma questa è una considerazione generale, non un dato riferito al caso Tamron. Finché Sony non depositerà un'offerta formale, qualunque cifra circoli è soltanto una stima.
C'è però un dettaglio che trovo molto interessante
Sony non ha acquistato semplicemente altre azioni sul mercato per aumentare la propria partecipazione.
Ha scelto di presentare una proposta per arrivare al 100% del capitale.
Questo significa che, almeno nelle intenzioni, non vuole essere il principale azionista di Tamron: vuole che Tamron diventi parte integrante del gruppo Sony, con tutte le conseguenze industriali che ne derivano.
Ed è proprio questo il passaggio che, a mio avviso, merita di essere seguito con maggiore attenzione. Non tanto il prezzo dell'operazione, quanto il piano industriale che Sony presenterà agli azionisti di Tamron. Sarà lì che capiremo se l'obiettivo è semplicemente integrare un fornitore storico oppure ridisegnare il ruolo di Tamron all'interno del mercato fotografico dei prossimi anni.

Proprio per questo motivo non ci interessa discutere oggi se Sony "comprerà" Tamron. Nessuno, al di fuori delle due aziende, può conoscerne l'esito. Più interessante è chiedersi che cosa potrebbe significare una simile operazione qualora arrivasse davvero a compimento.
La prima osservazione è quasi banale. Sony e Tamron non sono estranee l'una all'altra. Da molti anni collaborano sul piano industriale, condividono forniture, know-how e, in alcuni casi, progetti. Sony possiede già una partecipazione significativa nel capitale di Tamron e l'ipotesi di un'integrazione più profonda non nasce certo dal nulla. Da questo punto di vista, un'acquisizione rappresenterebbe l'evoluzione naturale di un rapporto consolidato.
Molto meno banali sono invece le conseguenze.
Tamron è oggi uno dei pochissimi costruttori capaci di progettare e produrre obiettivi autofocus moderni per più sistemi fotografici contemporaneamente. Sony E, Nikon Z e Canon RF rappresentano ormai mercati importanti per l'azienda giapponese. La sua forza commerciale deriva proprio da questa indipendenza. Diventare una società controllata da Sony significherebbe inevitabilmente mettere in discussione quella percezione di neutralità che ha accompagnato il marchio negli ultimi decenni.
Naturalmente ciò non significa che Tamron smetterebbe automaticamente di produrre obiettivi per Nikon o Canon. Sarebbe anzi economicamente poco razionale rinunciare improvvisamente a mercati che contribuiscono ai ricavi dell'azienda. Tuttavia è lecito domandarsi se, nel medio periodo, le priorità industriali rimarrebbero le stesse.
È facile immaginare che Sony possa privilegiare, almeno nelle prime fasi, il proprio sistema E. Nuovi progetti potrebbero arrivare prima su Sony, mentre le versioni dedicate agli altri innesti potrebbero essere rinviate o limitate. Non sarebbe necessariamente una scelta ostile nei confronti della concorrenza; sarebbe semplicemente la conseguenza naturale del fatto che un gruppo industriale tende a investire prima di tutto nel proprio ecosistema.
Per Nikon la questione è particolarmente interessante.
Negli ultimi anni la Casa ha scelto una strada diversa rispetto al passato. Invece di mantenere un sistema completamente chiuso, ha aperto il bocchettone Z ad alcuni partner selezionati, concedendo licenze ufficiali a produttori come Sigma, Tamron, Cosina Voigtländer e altri marchi specializzati. Una strategia che ha consentito di ampliare rapidamente l'offerta senza sostenere direttamente tutti i costi di sviluppo.
Se Tamron dovesse entrare nell'orbita Sony, Nikon perderebbe forse un partner?
Probabilmente no.
Ma potrebbe perdere un partner completamente indipendente.
La differenza non è soltanto semantica. Un'azienda indipendente decide le proprie priorità esclusivamente in funzione del mercato. Una controllata deve inevitabilmente tenere conto anche degli interessi strategici del gruppo di appartenenza. È un cambiamento sottile, ma importante.
Esiste poi un'altra conseguenza, forse ancora più interessante.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito alla crescita impetuosa di Viltrox e di altri costruttori cinesi, capaci di proporre obiettivi sempre più sofisticati e competitivi. Se Tamron dovesse progressivamente concentrarsi sul sistema Sony, Nikon potrebbe trovarsi nella necessità di rafforzare ulteriormente la collaborazione con Sigma e, nello stesso tempo, ridefinire il proprio rapporto con quei produttori cinesi che oggi rappresentano la componente più dinamica del mercato.
Paradossalmente, quindi, un'acquisizione di Tamron potrebbe accelerare proprio quel processo di apertura verso nuovi interlocutori che fino a pochi anni fa sembrava impensabile.
Dal punto di vista di Sony, invece, l'operazione avrebbe una logica industriale molto chiara. Significherebbe integrare definitivamente uno dei migliori progettisti di ottiche indipendenti, aumentare la capacità produttiva, rafforzare il controllo sull'ecosistema E e impedire che un concorrente possa beneficiare della stessa competenza progettuale.
Resta però una domanda.
Conviene davvero a Tamron?
Dal punto di vista degli azionisti, probabilmente sì, se il prezzo dell'offerta sarà ritenuto congruo.
Dal punto di vista industriale, il giudizio è meno semplice. Gran parte del valore costruito da Tamron negli ultimi vent'anni deriva proprio dalla sua capacità di essere percepita come un costruttore trasversale, capace di dialogare con più sistemi fotografici senza appartenere completamente a nessuno di essi. Rinunciare a questa immagine potrebbe comportare anche qualche costo, soprattutto nei confronti di quella parte di mercato che oggi sceglie Tamron proprio perché la considera un'alternativa indipendente ai marchi ufficiali.
Alla fine, però, la domanda più importante riguarda noi fotografi.
Se l'operazione dovesse davvero concludersi, avremmo più scelta o meno scelta?
La risposta non è scontata.
Sony potrebbe mettere a disposizione di Tamron risorse economiche, capacità produttive e tecnologie tali da accelerare lo sviluppo di nuovi obiettivi. Ma è altrettanto possibile che una parte di quella libertà progettuale che ha reso Tamron uno dei protagonisti del mercato finisca inevitabilmente per ridursi.
È ancora troppo presto per trarre conclusioni. Oggi esiste soltanto una proposta di acquisizione. Domani potrebbe esserci un accordo. Oppure nulla di tutto questo.
Vale però la pena osservare come il mercato fotografico stia cambiando con una rapidità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Mentre i grandi costruttori ridefiniscono alleanze, partecipazioni e strategie industriali, nuovi protagonisti arrivano dalla Cina con ambizioni sempre maggiori. Se davvero Sony dovesse acquisire Tamron, probabilmente non assisteremmo soltanto a un cambio di proprietà. Assisteremmo a un ulteriore passo nella trasformazione dell'intero mercato delle ottiche fotografiche.
E forse è proprio questa la notizia più importante.
Azionista
Quota stimata
Effissimo Capital Management (Singapore)
17,4%
Sony Group Corporation
14,7%
The Master Trust Bank of Japan (trust account)
~10,3%
Custody Bank of Japan (trust account)
~7,0%
Saitama Resona Bank
~4,9%
Goldman Sachs International
~3,7%
Nippon Life Insurance
~3,3%
Argo Graphics
~2,6%
Altri investitori istituzionali e flottante
~36%
Due osservazioni interessanti
La prima è che Sony non controlla Tamron. Pur essendone da molti anni l'azionista industriale di riferimento, possiede meno del 15% del capitale e non dispone della maggioranza. Per questo motivo, se davvero desidera acquisire il 100% della società, dovrà convincere gli altri azionisti ad aderire all'operazione.
La seconda è la presenza di Effissimo Capital Management, fondo d'investimento con sede a Singapore ma specializzato in partecipazioni attive nelle grandi società giapponesi. Negli ultimi mesi ha progressivamente aumentato la propria quota fino a diventare il primo azionista di Tamron, superando Sony. Questo spiega anche perché Sony abbia scelto la strada di una proposta di acquisizione complessiva anziché limitarsi ad aumentare gradualmente la propria partecipazione.

Chi ci guadagna davvero?
Sony: probabilmente sì. Acquisisce competenze, produzione e un marchio forte.
Tamron: finanziariamente forse sì, ma rischia di perdere parte della propria identità.
Nikon: nel breve periodo probabilmente no. Dovrà ripensare parte della strategia delle ottiche di terze parti.
Canon: situazione simile a Nikon.
Sigma: potrebbe uscirne rafforzata come ultimo grande costruttore realmente indipendente.
Viltrox e gli altri produttori cinesi: potrebbero trovare ancora più spazio nei sistemi Nikon e Canon qualora Tamron riducesse il proprio impegno su questi innesti.
I fotografi: è impossibile dirlo oggi. Dipenderà da una sola cosa: se Tamron continuerà a progettare con la stessa libertà di oggi oppure diventerà, di fatto, il "secondo marchio" di Sony.

Un aspetto spesso dimenticato: Tamron non è soltanto Tamron
Quando si parla di Tamron si pensa immediatamente agli obiettivi che portano il suo marchio. In realtà l'azienda svolge da molti anni anche un'importante attività come fornitore OEM, progettando e soprattutto producendo componenti e prodotti finiti per altri costruttori.
Tra questi figura anche Nikon, con la quale Tamron intrattiene da tempo rapporti industriali che vanno ben oltre la semplice commercializzazione di alcuni obiettivi autofocus per il sistema Z. In diversi casi Tamron ha infatti realizzato obiettivi destinati a essere venduti con marchio Nikon e parte di questa attività produttiva viene svolta nei propri stabilimenti in Cina e in Vietnam, nell'ambito di accordi industriali pluriennali.
Se Sony dovesse effettivamente acquisire Tamron, si troverebbe quindi a controllare non soltanto un costruttore di obiettivi concorrente, ma anche un'azienda che rappresenta un tassello della catena produttiva di Nikon.
È uno scenario insolito, ma non privo di precedenti nell'industria giapponese, dove aziende concorrenti collaborano spesso come clienti e fornitori. Proprio per questo è difficile immaginare cambiamenti improvvisi. I contratti industriali hanno normalmente durata pluriennale, prevedono rigorose clausole di riservatezza e disciplinano con precisione la tutela del know-how e delle informazioni tecniche.
Nel medio periodo, tuttavia, è legittimo domandarsi se Nikon continuerà ad affidare a una società controllata da Sony una parte della propria produzione oppure se, alla scadenza degli accordi in essere, preferirà diversificare ulteriormente i propri partner industriali. È una domanda alla quale oggi nessuno può rispondere, ma rappresenta probabilmente una delle conseguenze più interessanti e meno discusse di tutta questa vicenda.
insomma, non facciamo troppe congetture in anticipo.
Noi occidentali abbiamo un'idea molto distorta di come effettivamente funzionino i rapporti e le relazioni industriali in Giappone, spesso slegate da logiche di mercato e più a strategie familiari o politiche.


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