Oggi un 28mm f/1.4 non sembra più un oggetto impossibile. Nikon ne ha costruito una versione moderna, l’AF-S 28mm f/1.4E ED; Sigma ha affrontato lo stesso tema con uno dei suoi più ambiziosi Art, mettendo in campo vetri speciali, superfici asferiche, peso e potenza di calcolo ottico in quantità impensabili soltanto pochi decenni prima. Entrambi si trovano oggi sul mercato dell’usato a prezzi sorprendentemente competitivi, talvolta persino inferiori a quelli richiesti per il loro antenato. Ma questa è la prospettiva di chi conosce già il risultato: sappiamo che un 28mm f/1.4 si può costruire perché ne abbiamo visti tre. All’inizio degli anni Ottanta, quando qualcuno in Nikon cominciò seriamente a immaginarlo, la situazione era molto diversa.
Il 28mm era il grandangolare classico del fotogiornalista, abbastanza ampio da contenere una scena e abbastanza naturale da non trasformarla in spettacolo. Nikon aveva già in catalogo il prestigioso 28mm f/2, mentre il 35mm f/1.4 aveva dimostrato che un grandangolare di grande apertura poteva essere realizzato senza rinunciare alla qualità. Passare da 35 a 28 millimetri mantenendo f/1.4, tuttavia, non significava allargare un poco l’angolo di campo. In uno schema retrofocus, necessario per lasciare dietro l’obiettivo lo spazio occupato dallo specchio della reflex, tutte le difficoltà crescevano insieme: dimensione delle lenti, astigmatismo, curvatura di campo, aberrazioni fuori asse e soprattutto coma sagittale, il difetto che trasforma una sorgente luminosa puntiforme ai margini del fotogramma in una piccola figura alata.
Nikon aveva già affrontato quel problema con il Noct-Nikkor 58mm f/1.2, presentato nel 1977 e costruito intorno a una lente asferica lavorata con una precisione che conservava ancora qualcosa dell’artigianato scientifico. Il Noct non serviva semplicemente a raccogliere molta luce, ma a rispettarne la forma: mantenere piccoli e riconoscibili stelle, lampioni e riflessi notturni, evitando che si dissolvessero in comete verso la periferia. Il 28mm f/1.4 nacque dal desiderio, apparentemente temerario, di portare lo stesso principio dentro un vero grandangolare.
La stessa Nikon racconta che il progetto cominciò circa dieci anni prima della commercializzazione. Dieci anni non per aggiornare un obiettivo già esistente, ma per capire se fosse realmente possibile costruirlo. Progettisti ottici e tecnici incaricati della produzione delle superfici asferiche dovettero procedere insieme: gli uni cercavano la forma necessaria, gli altri un metodo sufficientemente preciso e ripetibile per realizzarla. Da questo lavoro nacque una nuova tecnica di molatura delle superfici asferiche, più accurata e produttiva di quelle precedenti, in seguito utilizzata anche per l’AF 20-35mm f/2.8D.
Nemmeno questo bastò. Dopo anni di sviluppo venne realizzato un prototipo funzionante, ma il controllo qualità Nikon ne bloccò la produzione. Le prestazioni erano paragonabili a quelle del già affermato 28mm f/2 e peggioravano alle distanze più brevi. Si sarebbe potuto accettare il compromesso, giustificandolo con il guadagno di un diaframma intero; ma se il nuovo 28mm doveva ereditare qualcosa dal Noct, non poteva limitarsi a essere più luminoso. Doveva fare a f/1.4 ciò che gli altri grandangolari non riuscivano a fare.
Il progetto tornò quindi al punto di partenza e passò attraverso il lavoro di quattro progettisti ottici, fatto eccezionale in un’azienda nella quale normalmente un solo responsabile seguiva un obiettivo dallo studio iniziale alla produzione. Venne ripensato anche il sistema di correzione alle brevi distanze: durante la messa a fuoco non cambiava un unico intervallo fra i gruppi, ma complessivamente quattro, permettendo di intervenire su aberrazione sferica, coma e astigmatismo proprio dove il primo prototipo aveva fallito.
Soltanto nel 1994 Nikon mise finalmente in commercio l’Ai AF Nikkor 28mm f/1.4D. Nel frattempo il mondo fotografico era cambiato. Quando lo sviluppo era iniziato, l’autofocus Nikon muoveva i primi passi e la F3 rappresentava il vertice professionale del sistema; quando l’obiettivo arrivò nei negozi, la F4 aveva già consolidato l’era AF e la F5 era vicina. Il 28/1.4D nacque quindi nella cultura della messa a fuoco manuale, ma raggiunse la produzione come autofocus a comando meccanico, completo di ghiera dei diaframmi e codifica della distanza. Esternamente apparteneva alla normale famiglia dei migliori Nikkor AF dell’epoca. Otticamente, normale non era affatto.
Bisogna anche ricordare che cosa significasse f/1.4 nel 1994. Una pellicola da 400 ISO costituiva ancora una sensibilità ordinaria per molti professionisti; 800 o 1600 ISO comportavano una scelta visibile, fatta di grana, contrasto, perdita di colore e riduzione della gamma tonale. Non esistevano sensori capaci di lavorare tranquillamente a 6400 o 12800 ISO, né programmi capaci di ripulire il rumore con un clic. Un diaframma guadagnato poteva determinare non la qualità relativa di una fotografia, ma la possibilità stessa di realizzarla.
Il 28/1.4D permetteva di entrare in una stanza, in una strada notturna, in un teatro o in un locale conservando la luce esistente e continuando a mostrare l’ambiente intorno al soggetto. Non isolava una persona cancellando il mondo alle sue spalle, come può fare un medio teleobiettivo luminoso; la collocava dentro quel mondo, conservandone relazioni, distanze e atmosfera. Era un obiettivo per fotografare non soltanto qualcuno, ma qualcuno da qualche parte, anche quando quel luogo era illuminato appena quanto bastava per essere visto.
Il suo valore storico nasce qui. Nikon non si limitò a costruire un obiettivo raro e costoso: decise che un 28mm f/1.4 quasi inimmaginabile meritasse comunque di essere immaginato, progettato, respinto, rifatto e infine prodotto. Per arrivare nei negozi impiegò circa dieci anni. Per diventare una leggenda, molto meno.
I dettagli sulla genesi, sul prototipo respinto e sui quattro progettisti provengono dal racconto tecnico ufficiale Nikon “The Thousand and One Nights – No. 28”, che collega esplicitamente questo obiettivo alla filosofia del Noct-Nikkor.
Undici lenti e quattro intervalli mobili
Osservato accanto al Nikon 28mm f/1.4E o, ancora di più, al monumentale Sigma 28mm f/1.4 Art, il vecchio 28/1.4D appare quasi piccolo. Pesa 520 grammi, è lungo circa otto centimetri e accetta filtri da 72mm: valori importanti per un grandangolare degli anni Novanta, ma sorprendentemente contenuti rispetto ai suoi discendenti. Non esibisce un’enorme lente frontale né un barilotto capace di annunciare da lontano le proprie ambizioni. Se non fosse per quel “1:1.4” inciso sull’anello anteriore, potrebbe essere scambiato per uno dei tanti solidi Nikkor AF dell’epoca.
Dentro troviamo undici elementi disposti in otto gruppi e una singola lente asferica di forte curvatura, ottenuta mediante molatura di precisione. Oggi anche obiettivi relativamente economici possono impiegare più superfici asferiche stampate; nel progetto del 28/1.4D, invece, una parte decisiva della correzione ricadeva su quell’unico elemento, la cui produzione dovette essere sviluppata insieme allo schema ottico.
Nei grandangolari retrofocus le superfici concave anteriori necessarie a ricavare spazio per lo specchio tendono a favorire proprio il coma sagittale che Nikon voleva contenere. I progettisti ridussero per quanto possibile la curvatura di quegli elementi e collocarono immediatamente davanti al diaframma una lente biconvessa molto pronunciata, associandola alla superficie asferica. Non era un dettaglio destinato a nobilitare la scheda tecnica, ma il cuore della costruzione: il mezzo con il quale cercare di conservare la forma delle sorgenti luminose fuori asse senza rinunciare né ai 28 millimetri né a f/1.4.
La sola superficie asferica non poteva garantire lo stesso comportamento dall’infinito alle distanze ravvicinate. Per questo Nikon sviluppò un sistema CRC particolarmente complesso, capace di modificare quattro intervalli interni durante la messa a fuoco. Il risultato è una distanza minima di 35 centimetri, oggi non eccezionale ma tutt’altro che banale per un progetto iniziato negli anni Ottanta, soprattutto perché l’obiettivo non doveva semplicemente arrivarvi: doveva conservare una resa coerente proprio dove il primo prototipo era stato giudicato insufficiente.
Il diaframma è composto da nove lamelle e si chiude fino a f/16. La ghiera posteriore riporta tutti i valori tradizionali e deve essere bloccata sulla minima apertura per affidarne il comando al corpo macchina. La lettera D indica la trasmissione dell’informazione sulla distanza di messa a fuoco, utilizzata dall’esposimetro e dal sistema flash Nikon: la forma più evoluta dell’integrazione elettronica prima che motore autofocus e diaframma elettromagnetico entrassero stabilmente dentro l’obiettivo.
Il motore autofocus, infatti, non c’è. La messa a fuoco viene azionata dalla presa meccanica presente sulla baionetta, il cosiddetto sistema “a cacciavite” dei Nikkor AF e AF-D. Sulle fotocamere prive del motore interno l’autofocus scompare; sulla D6, ultima ammiraglia reflex Nikon e probabilmente il corpo migliore mai costruito per azionare un obiettivo di questa generazione, il 28/1.4D può invece funzionare esattamente secondo il sistema per cui era nato. Non diventerà silenzioso come un AF-S, ma non sarà nemmeno trattato come un reduce adattato a una macchina che non lo comprende.
La costruzione esterna conserva montatura metallica, finestra delle distanze, scala della profondità di campo, ghiera dei diaframmi e un anello di messa a fuoco inevitabilmente meno ampio di quelli moderni. Non possiede stabilizzazione, trattamento al fluoro, diaframma elettromagnetico o guarnizioni dichiarate a ogni giunzione; possiede però la compattezza e la densità dei migliori Nikkor professionali della sua epoca. Uno degli schemi più tormentati della storia Nikon è racchiuso in un corpo che non sente il bisogno di dichiararlo.
Un MTF che non promette la perfezione
Il grafico MTF ufficiale descrive il 28/1.4D a tutta apertura e con messa a fuoco all’infinito. Non racconta il colore, la resistenza al controluce, lo sfuocato o il comportamento alle brevi distanze; mostra però con notevole sincerità quali priorità abbiano guidato il progetto e dove Nikon abbia accettato il compromesso.
Sull’asse orizzontale ci si sposta dal centro fino all’angolo estremo del formato 24×36, posto a circa 21,6mm. Le curve rosse a 10 linee/mm descrivono soprattutto il contrasto generale e la riproduzione delle strutture più ampie; quelle blu a 30 linee/mm sono molto più severe e riguardano il dettaglio fine. Le linee continue rappresentano l’orientamento sagittale, quelle tratteggiate il meridionale.
Le due curve rosse partono intorno a 0,83 e rimangono prossime a 0,80 per oltre metà del fotogramma. Questo significa che a f/1.4 l’immagine non dovrebbe risultare complessivamente spenta: dal centro alla zona intermedia conserva una struttura solida e un contrasto capace di dare presenza al soggetto anche quando il dettaglio più minuto non è ancora perfettamente inciso. È importante distinguere le due cose. Un obiettivo può non riprodurre ogni trama finissima e apparire ugualmente netto grazie alla buona risposta alle frequenze più basse.
Oltre i 15mm dal centro la situazione cambia. La curva rossa sagittale scende rapidamente verso l’angolo, mentre la meridionale resiste molto meglio. La separazione indica che nella periferia i dettagli orientati nelle due direzioni non vengono riprodotti con la stessa efficacia: entrano in gioco astigmatismo, curvatura di campo e altre aberrazioni residue. Non abbiamo quindi soltanto un angolo meno nitido, ma una zona nella quale la struttura del dettaglio può cambiare secondo il suo orientamento.
Le curve blu mostrano più chiaramente il prezzo pagato. Partono al centro appena sotto 0,50, scendono nei primi millimetri e assumono poi un andamento irregolare, separandosi e incrociandosi verso la periferia. A f/1.4 il 28/1.4D non è dunque un obiettivo da uniformità analitica: il dettaglio minuto è discretamente risolto al centro, più incerto nella zona intermedia e fragile agli angoli. È però esattamente la condizione per la quale venne costruito. Giudicarlo soltanto a f/5.6 significherebbe evitare la domanda più interessante.
La correzione del coma sagittale deve essere collocata nella prospettiva del 1994. Contenerlo non significava eliminarlo e la stessa Nikon ammetteva una lieve deformazione delle stelle più luminose a tutta apertura, consigliando di chiudere uno o due diaframmi per l’astrofotografia ordinaria. L’impresa non consisteva nel raggiungere agli angoli gli standard di un obiettivo progettato trent’anni più tardi, ma nel rendere praticabile una fotografia grandangolare notturna a f/1.4.
L’MTF non permette invece di concludere nulla di definitivo su sfuocato, vignettatura, cromatismo, flare e distorsione. È ragionevole attendersi una caduta di luce visibile a tutta apertura, qualche aberrazione cromatica sui contrasti più duri e trattamenti antiriflesso meno efficienti di quelli contemporanei; trasformare queste attese in giudizi prima di fotografare significherebbe però sostituire la prova con il pregiudizio. Saranno le immagini sulla D6 a stabilire quanto quei limiti siano visibili e quanto contribuiscano al modo in cui l’obiettivo distribuisce luce e dettaglio.
Il punto essenziale del grafico è già chiaro: il 28/1.4D costruisce l’immagine dal centro verso l’esterno. La parte centrale è autorevole, la fascia intermedia rimane utilizzabile, gli angoli accettano il compromesso. Questo non equivale automaticamente ad avere “carattere”, parola troppo spesso impiegata per nobilitare qualsiasi difetto. Un angolo impastato resta impastato e un riflesso fantasma non diventa poesia soltanto perché l’obiettivo è raro. Le aberrazioni residue possono però modificare la velocità con cui il dettaglio si dissolve, il distacco del soggetto dall’ambiente e il peso visivo assegnato alle diverse zone dell’inquadratura. È qui che una misura tecnica può incontrare, senza sostituirla, la fotografia.
I due grafici derivano da fonti, fotocamere e procedure differenti e i valori assoluti in LW/PH non sarebbero direttamente confrontabili. Li abbiamo quindi normalizzati ponendo uguale a 100 il massimo centrale raggiunto da ciascun obiettivo nella propria prova. Il risultato non stabilisce quale dei due risolva più linee: mostra come ciascuno distribuisca il proprio rendimento fra centro, zona intermedia e angolo al variare del diaframma.
Nel 28/1.4D il centro parte dal 78% del proprio massimo a f/1.4, raggiunge il 97% a f/2.8 e culmina a f/4; bordo e angolo crescono più lentamente, trovando il miglior equilibrio fra f/5.6 e f/8. Nel 28/1.4E misurato da Photography Life il centro raggiunge il massimo già a f/2.8, mentre zona intermedia e angolo continuano a maturare fino a f/5.6. Ventitré anni non cancellano quindi il compromesso: ne cambiano la forma. Il vecchio AF-D presenta un rendimento meno spettacolare ma relativamente più raccolto; il modello E spinge prima e più decisamente il centro, lasciando alla periferia il compito di recuperare chiudendo il diaframma.
Due eredi, due interpretazioni
Per ventitré anni il 28/1.4D rimase senza un vero successore. Nikon rinnovò quasi interamente il catalogo professionale, trasformò l’autofocus meccanico in AF-S, introdusse vetri ED, trattamenti Nano Crystal e diaframmi elettromagnetici, ma lasciò vuota proprio quella casella. Arrivarono il 24mm f/1.4G e il 35mm f/1.4G; il 28mm, focale un tempo inevitabile nel corredo del fotogiornalista, sembrava essere diventato meno urgente.
Soltanto nel 2017 Nikon presentò l’AF-S Nikkor 28mm f/1.4E ED: quattordici elementi in undici gruppi, tre lenti asferiche, due elementi ED, motore Silent Wave, messa a fuoco posteriore, diaframma elettromagnetico, trattamento Nano Crystal e rivestimento al fluoro. La distanza minima passava da 35 a 28 centimetri, il diametro dei filtri da 72 a 77mm e il peso da 520 a 645 grammi. Non era la riedizione del vecchio schema, ma una risposta nuova allo stesso problema.
Nikonland lo provò nell’agosto del 2017 sulla Nikon D5. Il titolo scelto, Sogno di una notte di mezza estate, dichiarava già che non lo avremmo trattato come un comune grandangolare. Venne usato prevalentemente a f/1.4, in strada, di notte, in controluce, nel ritratto ambientato e in studio, persino con un flash da 600 Ws. Grafici e schemi furono deliberatamente omessi con una provocazione che conteneva una precisa indicazione d’uso: «questo è uno strumento per artisti, non per ingegneri».
Il 28/1.4E modificava la relazione fra soggetto e ambiente, conservando l’ampiezza del 28mm ma introducendo una separazione dei piani associata normalmente ai medi teleobiettivi. Il soggetto a fuoco appariva perfettamente inciso, mentre ciò che lo precedeva e lo seguiva poteva dissolversi con sorprendente gradualità. Le persone restavano dentro la scena, ma non erano più obbligate a condividerne tutta la precisione.
La conclusione lo accostava senza esitazioni al 105mm f/1.4E, già considerato una leggenda in vita: «quasi fosse un teleobiettivo da ritratto costretto entro una focale di un terzo». E il consiglio d’uso era altrettanto netto: impiegarlo soprattutto a tutta apertura e quando l’occasione lo richiedesse, «come se fosse uno champagne invecchiato cinquant’anni». Non aveva molto senso acquistarlo per chiuderlo sempre a f/8; il diaframma f/1.4 doveva diventare parte della fotografia.
Due anni dopo Nikonland provò il Sigma 28mm f/1.4 DG HSM Art. L’autore fu Max Aquila, che non aveva mai nascosto la propria relativa freddezza verso questa focale e proprio per questo lo usò per circa un mese, costringendosi a pensare dentro quell’angolo di campo con Nikon D850 e Z6.
Caratteristica
Nikon 28/1.4D
Nikon 28/1.4E
Sigma 28/1.4 Art
Presentazione
1994
2017
2018
Schema ottico
11 elementi, 8 gruppi
14 elementi, 11 gruppi
17 elementi, 12 gruppi
Lenti asferiche
1 di precisione
3
3
Vetri a bassa dispersione
—
2 ED
2 FLD, 3 SLD
Diaframma
9 lamelle
9 lamelle arrotondate
9 lamelle arrotondate
Distanza minima
0,35m
0,28m
0,28m
Rapporto massimo
circa 1:8,5
1:5,9
1:5,4
Filtri
72mm
77mm
77mm
Peso
520g
645g
circa 865g
Autofocus
motore nel corpo
SWM interno
HSM interno
Comando diaframma
meccanico
elettromagnetico
elettromagnetico
Il Sigma appartiene alla fase più muscolare della serie Art. Impiega diciassette elementi in dodici gruppi, fra i quali tre asferici, due FLD e tre SLD; mette a fuoco fino a 28 centimetri, accetta filtri da 77mm e pesa circa 865 grammi. Autofocus HSM, diaframma elettromagnetico e costruzione massiccia dichiarano una filosofia nella quale peso e dimensioni sono conseguenze secondarie rispetto alla correzione ottica.
Dove il Nikon E invitava a trattare il 28mm come un teleobiettivo da ritratto compresso dentro una focale grandangolare, il Sigma proponeva un’interpretazione più descrittiva. Max lo utilizzò passando dal totale al particolare attraverso lo spostamento del fotografo, senza cambiare obiettivo: prima la scena intera, poi un elemento, infine il dettaglio, oppure il percorso inverso. Il 28mm tornava alla propria vocazione tradizionale, offrire una visione complessiva senza lo stiramento prospettico dei supergrandangolari, ma aggiungeva f/1.4 come possibilità espressiva e concreta riserva di luce.
La fascia privilegiata veniva individuata fra f/1.4 e f/4. A tutta apertura emergevano sfuocato, sfumature e capacità di isolare un elemento; chiudendo progressivamente, il Sigma tornava a comportarsi come un grandangolare descrittivo. Distorsione moderata, vignettatura gestibile, ottima resistenza al controluce, autofocus silenzioso e costruzione impeccabile completavano un obiettivo grande e pesante, ma capace di affrontare senza esitazioni architettura, interni, strada e fotografia in luce molto scarsa.
La conclusione di Max non cercava di trasformarlo nel vincitore economico della comparativa: «possedere questo obiettivo è un privilegio irrinunciabile per chi ami questa focale». Il Nikon veniva riconosciuto come un concorrente altrettanto forte e la scelta non poteva basarsi soltanto sulla notevole differenza di prezzo: «sono due obiettivi diversi per prestazioni, entrambi all’apice delle rispettive potenzialità».
Le due prove Nikonland raccontano quindi non un vincitore e uno sconfitto, ma due interpretazioni. Il Nikon E è sogno, atmosfera, selezione e separazione dei piani: uno strumento speciale da usare intenzionalmente a f/1.4. Il Sigma è descrizione, controllo e continuità: un grandangolare universale portato fino a f/1.4 senza rinunciare alla capacità di raccontare la scena. La differenza riflette anche lo sguardo dei due fotografi, perché un obiettivo non esiste indipendentemente da chi lo sceglie e dal modo in cui decide di usarlo.
Nikon 28/1.4E secondo Mauro
Sigma 28/1.4 Art secondo Max
Sogno, atmosfera, selezione
Descrizione, controllo, completezza
Quasi sempre a f/1.4
Fascia privilegiata f/1.4–f/4
Un teleobiettivo da ritratto dentro un 28mm
Dal totale al particolare con un solo obiettivo
D5, luce disponibile e studio
D850 e Z6, strada, architettura e interni
Champagne da aprire nelle occasioni giuste
Privilegio per chi non può fare a meno del 28mm
Raffinato strumento per artisti
Grande Art corretto e tecnicamente affidabile
Il vecchio 28/1.4D arriva prima che queste due strade potessero essere separate con altrettanta chiarezza. È contemporaneamente un obiettivo per vedere al buio, uno strumento da reportage, un grandangolare descrittivo e un tentativo di dissolvere lo sfondo senza perdere l’ambiente. Non dispone della correzione, dell’autofocus e della resistenza al controluce dei suoi eredi, ma contiene in embrione entrambe le possibilità: l’atmosfera del Nikon E e la funzione documentaria del Sigma Art.
Oggi il mercato aggiunge un ultimo paradosso. Il Sigma, offerto nel 2019 intorno ai 1.300 euro, si trova usato per circa 530–600 euro. Il Nikon E, nato con un prezzo superiore ai duemila euro, oscilla indicativamente fra 950 e 1.250 euro. Per il vecchio AF-D vengono spesso richieste cifre analoghe o superiori, nonostante sia tecnicamente meno corretto, privo di motore interno e utilizzabile in autofocus soltanto sui corpi dotati della trasmissione meccanica.
Il prezzo non segue più l’ordine delle prestazioni. Segue la rarità. Chi cerca la scelta razionalmente più conveniente dovrebbe probabilmente acquistare il Sigma; chi desidera l’interpretazione Nikon più moderna e raffinata trova nel modello E un obiettivo che Nikonland aveva già riconosciuto nel 2017 come un capolavoro. Chi compra il vecchio D allo stesso prezzo non cerca la massima correzione né il migliore rapporto fra costo e prestazioni. Sta scegliendo l’origine.
Adesso tocca alla D6
Il 28/1.4D non verrà montato sulla D6 per una passeggiata commemorativa. L’ultima ammiraglia reflex Nikon gli offre il migliore motore autofocus a comando meccanico che abbia mai potuto incontrare, un sensore da 20 megapixel abbastanza risolvente da mostrarne il comportamento senza sottoporlo al processo sommario dei 45 o 60 megapixel, e soprattutto il terreno per cui era stato progettato: fotografia reale, luce disponibile, persone e oggetti dentro gli ambienti.
Non ci interessano muri di mattoni, mire esasperate o confronti impossibili con obiettivi che non abbiamo contemporaneamente davanti. Dovremo verificare la precisione dell’autofocus a f/1.4, la resa alle distanze medio-brevi, la transizione fra piano nitido e sfuocato, la forma delle sorgenti puntiformi, la vignettatura, il comportamento in controluce e la capacità di conservare atmosfera senza trasformare ogni residuo di aberrazione in una virtù poetica.
Soprattutto dovremo capire se il vecchio schema possieda ancora qualcosa di ciò che Nikon e Sigma avrebbero poi sviluppato separatamente: la capacità di trasformare un grandangolare in uno strumento espressivo e, nello stesso tempo, quella di fotografare una scena quando la luce sembrerebbe non consentirlo.
I due eredi hanno già parlato sulle pagine di Nikonland. Adesso tocca al loro antenato.
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