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Glow, il nuovo livello Luce e l’editor assistito dall’intelligenza artificiale: gli aggiornamenti Adobe di agosto 2026 avvicinano due ambienti che per anni hanno svolto mestieri nettamente separati
Il titolo più facile sarebbe quello consueto: l’intelligenza artificiale entra ancora più profondamente in Photoshop. Sarebbe corretto, ma non descriverebbe la parte più interessante degli aggiornamenti distribuiti da Adobe alla fine di agosto 2026.
Dentro Creative Cloud troviamo contemporaneamente Photoshop 27.10, Camera Raw 18.6, Photoshop Beta 27.11 e Lightroom Classic 15.5.1. Non sono quattro aggiornamenti equivalenti e, soprattutto, non tutte le funzioni annunciate hanno lo stesso grado di maturità.
Photoshop 27.10 e Camera Raw 18.6 sono versioni stabili. Photoshop Beta 27.11 rimane un laboratorio separato, mentre Lightroom Classic 15.5.1 è essenzialmente un aggiornamento correttivo. A complicare il quadro c’è però un’ulteriore distinzione: la versione stabile di Photoshop contiene a sua volta alcune funzioni ancora dichiarate beta, prima fra tutte il nuovo AI Assisted Editor.
Chiarito questo, possiamo guardare oltre i nomi e le etichette.
La direzione intrapresa da Adobe appare abbastanza evidente: Camera Raw sta incorporando lavorazioni creative che fino a ieri richiedevano Photoshop, mentre Photoshop riceve strumenti parametrici e non distruttivi modellati sul linguaggio dei convertitori RAW.
Il confine fra sviluppo del negativo digitale e postproduzione non è stato cancellato, ma è diventato molto meno rigido.
Glow: l’effetto Orton torna nella camera oscura
La novità più immediatamente fotografica di Camera Raw 18.6 si chiama Glow.
Il bagliore morbido prodotto dalla diffusione delle alte luci non è certamente un’invenzione di Adobe. Da anni viene ottenuto in Photoshop duplicando livelli, applicando una sfocatura, scegliendo opportunamente il metodo di fusione e costruendo una maschera. Sono nate azioni automatiche, plugin e pannelli commerciali dedicati a quello che, con una certa approssimazione, viene spesso chiamato “effetto Orton”.
La vera novità non consiste quindi nell’effetto, ma nel luogo in cui Adobe ha deciso di inserirlo.
Glow diventa una regolazione parametrica applicabile direttamente durante lo sviluppo del RAW, memorizzata insieme alle altre impostazioni e modificabile in qualsiasi momento. Non produce necessariamente un risultato impossibile da ottenere prima, ma lo rende più semplice, più controllabile e soprattutto reversibile.
Camera Raw propone tre differenti interpretazioni:
Diffusion diffonde la luce in modo esteso e produce l’aspetto più vicino al tradizionale effetto Orton;
Bloom concentra maggiormente il bagliore intorno alle zone luminose;
Halation aggiunge un alone colorato ai bordi più brillanti, richiamando alcuni comportamenti delle emulsioni cinematografiche.
All’intensità generale si aggiungono Range, che stabilisce quali valori tonali vengono coinvolti, Spread, che controlla l’estensione del bagliore, e Warmth, che ne modifica la temperatura cromatica. Tenendo premuto Alt oppure Option durante la regolazione è possibile visualizzare con maggiore chiarezza le aree interessate.
Ma la parte realmente utile è l’integrazione con il sistema di mascheratura.
Glow può essere applicato soltanto all’acqua di una cascata, alle montagne, a una zona di nebbia oppure alle luci di una scena notturna. Possiamo escludere il cielo, il primo piano o qualsiasi area nella quale desideriamo conservare microcontrasto e nitidezza. L’intensità può essere impostata separatamente per ogni maschera, mentre stile e parametri generali restano condivisi.
Adobe non ha semplicemente aggiunto un effetto speciale. Lo ha collegato al sistema di selezioni automatiche e maschere che negli ultimi anni ha cambiato il modo di lavorare dentro Camera Raw.
Questo permette di raggiungere il risultato senza duplicare livelli, senza rasterizzare l’immagine e senza uscire dallo spazio di sviluppo del NEF. Adobe descrive qui i controlli e le modalità di applicazione di Glow.
Naturalmente è anche uno strumento che invita all’eccesso. Un Glow evidente applicato indiscriminatamente a ogni fotografia rischia di diventare l’equivalente contemporaneo dell’HDR esasperato di quindici anni fa.
Probabilmente funzionerà meglio quando lo spettatore non si accorgerà della sua presenza, ma noterà immediatamente la differenza spegnendolo.
Camera Raw 18.6 si allontana dal semplice sviluppo RAW
Glow è la novità più appariscente, ma Camera Raw 18.6 introduce anche Trim e un nuovo pannello informativo dedicato ai metadati.
Trim consente di trasformare un ritaglio in una vera area trasparente. La porzione esterna al taglio non viene semplicemente nascosta: diventa trasparente e può essere conservata esportando in un formato compatibile, come PSD, TIFF o PNG.
Il risultato può essere utilizzato come elemento di un composito oppure combinato con Generative Expand per costruire nuovo contenuto intorno all’area conservata.
È difficile considerare Trim una funzione tradizionale da convertitore RAW. Appartiene piuttosto al mondo del montaggio, dell’impaginazione e della preparazione degli elementi grafici. La sua presenza dentro Camera Raw conferma che Adobe non considera più questo ambiente soltanto come l’anticamera obbligatoria di Photoshop.
Il nuovo pannello metadati è meno spettacolare ma più trasversalmente utile. Mostra fotocamera, formato, dimensioni, data di ripresa, informazioni di copyright e altri dati senza costringere a uscire dall’ambiente di sviluppo.
Glow, Trim e il pannello informativo costituiscono le tre novità principali di Camera Raw 18.6, alle quali si aggiungono nuovi profili obiettivo e alcune correzioni. L’elenco ufficiale è disponibile nelle note di versione di Camera Raw.
Photoshop riceve finalmente un vero livello Luce
Il movimento compiuto da Photoshop 27.10 procede nella direzione opposta.
Se Camera Raw assorbe lavorazioni creative, Photoshop riceve finalmente un livello di regolazione costruito secondo la logica dei moderni convertitori fotografici.
Photoshop ha sempre messo a disposizione Curve, Livelli, Luminosità/Contrasto e il vecchio livello Esposizione, basato sui parametri Esposizione, Spostamento e Correzione gamma. Sono strumenti potenti, ma non corrispondono alla grammatica operativa alla quale ci hanno abituati Camera Raw e Lightroom.
Il nuovo livello Luce offre invece sei controlli immediatamente riconoscibili:
Esposizione;
Contrasto;
Alte luci;
Ombre;
Bianchi;
Neri.
Possiamo utilizzarli come un normale livello di regolazione: resta modificabile, possiede una propria maschera, può cambiare opacità e metodo di fusione e può essere spostato all’interno della struttura del documento.
Sembra una novità quasi ovvia. In realtà colma un’assenza curiosa e piuttosto longeva.
Dopo aver sviluppato il NEF, eseguito il ritocco, inserito altri elementi o costruito un composito, possiamo riequilibrare luci e ombre senza richiamare il filtro Camera Raw, senza duplicare il livello sottostante e senza dover tradurre mentalmente ogni intervento in una curva.
Per il fotografo è probabilmente la novità più importante di Photoshop 27.10. Adobe illustra qui il funzionamento del nuovo livello Luce.
Occorre però evitare un equivoco: Photoshop non sta riaprendo il RAW originale.
Una volta sviluppato il NEF, Photoshop lavora sull’immagine già interpretata, demosaicizzata e inserita nello spazio colore scelto. Il livello Luce può rimodellarne efficacemente la distribuzione tonale, ma non può ricreare informazioni del sensore eliminate o tagliate durante lo sviluppo.
Per mantenere l’accesso al negativo digitale resta quindi consigliabile aprire il NEF come Oggetto avanzato. Un doppio clic sull’oggetto permette di tornare alle impostazioni di Camera Raw, mentre il livello Luce può occuparsi degli aggiustamenti successivi, soprattutto quando devono essere coordinati con maschere, ritocchi e altri livelli del documento.
Le due funzioni non si sostituiscono. Si completano.
Photoshop 27.10: il software cerca di capire che cosa vogliamo
La parte più pubblicizzata dell’aggiornamento riguarda inevitabilmente Firefly e l’intelligenza artificiale generativa.
Prompt to Edit permette di descrivere una modifica in linguaggio naturale dalla barra contestuale. Photoshop tiene conto dell’immagine e dell’eventuale selezione esistente per interpretare la richiesta senza obbligare l’utente a scegliere preventivamente tutti gli strumenti necessari.
Instruct Edit with Masks combina invece l’istruzione testuale con una maschera esplicita. L’utente indica l’area da modificare e descrive il risultato desiderato, mentre il programma cerca di preservare il resto della fotografia.
Markup aggiunge una componente visiva: possiamo tracciare frecce, cerchi, campioni di colore o schizzi direttamente sull’immagine per spiegare al software dove e come intervenire.
È una funzione potenzialmente interessante anche nel rapporto con clienti, redazioni e collaboratori. Il tradizionale segno tracciato sulla prova non serve più soltanto a comunicare la modifica a un operatore umano: può diventare parte dell’istruzione interpretata dal programma.
Non significa che Photoshop abbia finalmente imparato a leggere il pensiero. Significa che Adobe sta cercando di ridurre la distanza fra l’intenzione dell’utente e la sequenza tecnica necessaria per realizzarla.
Per un fotografo esperto questa mediazione non sarà sempre necessaria. In molti casi una selezione costruita consapevolmente e un livello di regolazione continueranno a offrire maggiore precisione e ripetibilità. Per chi conosce meno Photoshop, invece, il comando testuale può diventare una porta d’ingresso verso operazioni che prima sembravano inaccessibili.
AI Assisted Editor: dentro la versione stabile, ma ancora beta
Photoshop 27.10 introduce anche l’AI Assisted Editor, un ambiente semplificato che permette di intervenire mediante istruzioni testuali e strumenti assistiti per riempimento, rimozione, ritaglio, espansione, ingrandimento e sostituzione dello sfondo.
Non è soltanto un nuovo pannello. È quasi una modalità alternativa al tradizionale Pro Editor.
Adobe lo propone principalmente a chi desidera ottenere un risultato senza conoscere in anticipo livelli, strumenti, selezioni e comandi. È possibile passare dall’ambiente assistito a quello professionale, ma esiste una limitazione da conoscere prima di sperimentare.
Quando si passa dal Pro Editor all’AI Assisted Editor, i documenti multilivello vengono appiattiti per garantirne la compatibilità. Tornando al Pro Editor, il risultato dell’elaborazione assistita viene aggiunto come nuovo livello.
È quindi prudente provare questa modalità su una copia del documento e non sul solo PSD di lavorazione. La presenza dell’AI Assisted Editor dentro Photoshop 27.10 non ne cambia lo stato: Adobe lo definisce ancora espressamente una funzione beta. La documentazione ufficiale ne descrive funzionamento e limitazioni.
Questa distinzione è importante. Photoshop 27.10 è stabile, ma non tutto ciò che contiene deve essere considerato definitivo.
Photoshop Beta 27.11: il laboratorio continua
Photoshop Beta 27.11 rimane un’applicazione separata dalla versione ordinaria e può convivere con essa.
Nell’aggiornamento mostrato da Creative Cloud, Adobe evidenzia soprattutto il nuovo modello Firefly Fill & Expand in beta, insieme a miglioramenti di prestazioni e stabilità. Il modello è destinato al Riempimento generativo e all’Espansione generativa, con l’obiettivo di produrre risultati più nitidi, realistici e coerenti con le istruzioni.
La beta è il luogo corretto nel quale valutare queste promesse, ma non quello nel quale affidare senza precauzioni un lavoro da consegnare.
Le funzioni possono cambiare, produrre risultati differenti dopo un aggiornamento oppure manifestare incompatibilità con driver, GPU e documenti complessi. La soluzione più ragionevole è mantenere installate entrambe le applicazioni: Photoshop stabile per la produzione, Photoshop Beta per capire in quale direzione si stia muovendo Adobe.
Oggi la distinzione è persino un po’ paradossale: esiste un Photoshop Beta separato, ma alcune funzioni sperimentali sono già presenti dentro il Photoshop stabile.
Bisogna quindi verificare l’etichetta della singola funzione, non limitarsi al nome dell’applicazione.
Lightroom Classic 15.5.1: non confondiamo gli aggiornamenti
Nella stessa schermata di Creative Cloud compare Lightroom Classic 15.5.1. È però un aggiornamento di manutenzione e non porta Glow dentro Lightroom.
Le novità funzionali erano arrivate con Lightroom Classic 15.5: nuovi controlli Feather ed Edge per affinare le maschere, regolazione dell’opacità delle aree esterne durante il ritaglio e Render to DNG, che produce un nuovo DNG con le elaborazioni già applicate.
Camera Raw e Lightroom condividono una parte importante del motore di sviluppo, ma non ricevono necessariamente ogni funzione nello stesso momento. Glow, al momento della pubblicazione, rimane disponibile in ACR e non in Lightroom Classic.
Un successivo allineamento appare plausibile, ma finché Adobe non lo annuncerà resterà soltanto un’ipotesi. Le note ufficiali di Lightroom Classic distinguono la versione 15.5 funzionale dai successivi aggiornamenti correttivi.
Un aggiornamento dedicato anche ai processori AMD
Tra le novità meno pubblicizzate di Photoshop 27.10 compare una specifica ottimizzazione per i processori AMD Zen 4 e Zen 5.
Adobe dichiara prestazioni superiori nelle operazioni di calcolo più impegnative sui sistemi compatibili. Non significa che ogni comando diventerà improvvisamente più rapido, ma è una buona notizia per chi utilizza workstation e mini-PC recenti basati su Ryzen.
È anche una delle poche novità che non richiede di modificare il proprio metodo di lavoro: si aggiorna il programma e, almeno nelle operazioni ottimizzate, si dovrebbe beneficiare direttamente del miglioramento. La voce compare nelle note ufficiali di Photoshop 27.10.
Un possibile flusso di lavoro per i nostri NEF
Per chi lavora prevalentemente con file Nikon, il nuovo equilibrio fra ACR e Photoshop suggerisce un flusso piuttosto lineare.
In Camera Raw possiamo eseguire le operazioni che devono sfruttare direttamente il contenuto del NEF: profilo, bilanciamento del bianco, esposizione fondamentale, recupero delle alte luci, apertura delle ombre, riduzione del rumore, nitidezza iniziale e correzioni ottiche.
Le maschere permettono poi di intervenire selettivamente sui soggetti e sulle differenti parti della scena. Glow, quando serve, dovrebbe arrivare verso la fine dello sviluppo ed essere applicato preferibilmente attraverso una maschera.
Il file può quindi essere aperto in Photoshop come Oggetto avanzato. Qui trovano posto ritocco, montaggio, interventi locali complessi e gli eventuali elementi grafici.
Il nuovo livello Luce diventa lo strumento naturale per riequilibrare l’immagine dopo questi interventi, senza dover riaprire ogni volta il filtro Camera Raw. Le funzioni generative possono essere utilizzate quando esiste una reale necessità, possibilmente su livelli separati e senza confondere la correzione fotografica con la creazione di contenuto che nello scatto non esisteva.
Camera Raw e Photoshop si stanno incontrando a metà strada
Presi singolarmente, questi aggiornamenti potrebbero sembrare una raccolta di funzioni più o meno utili. Considerati insieme, raccontano invece una trasformazione più ampia.
Camera Raw non è più soltanto il luogo nel quale preparare un file prima di consegnarlo a Photoshop. Le maschere automatiche, la rimozione degli elementi di disturbo, l’espansione generativa, Trim e ora Glow gli permettono di completare una parte crescente della lavorazione.
Photoshop, nel frattempo, sta introducendo livelli di regolazione che parlano il linguaggio dei fotografi. Prima sono arrivati controlli dedicati a colore, vividezza, chiarezza, rimozione della foschia e grana. Ora abbiamo finalmente un livello Luce con Esposizione, Contrasto, Alte luci, Ombre, Bianchi e Neri.
I due programmi non stanno diventando identici e sarebbe sbagliato considerarli intercambiabili.
Camera Raw continua a interpretare i dati del sensore. Photoshop continua a lavorare sull’immagine sviluppata, sui livelli e sulla costruzione finale. Ma il passaggio dall’uno all’altro diventa meno traumatico e richiede sempre meno espedienti.
L’intelligenza artificiale occuperà inevitabilmente le presentazioni e i titoli. Per chi fotografa, tuttavia, le novità più mature potrebbero essere proprio quelle meno spettacolari: un Glow applicabile con misura e attraverso le maschere, e soprattutto un livello Luce che avremmo voluto dentro Photoshop già molti anni fa.
Non fanno la fotografia al nostro posto. Rendono più semplice conservarne il controllo.
Prima collaboratori, poi avversari. Da novant’anni i due equipaggi fingono di guardare soltanto avanti, ma regolano ogni colpo di remo sul ritmo dell’altro. E a vincere, quasi sempre, siamo noi fotografi
La rivalità tra Nikon e Canon viene spesso raccontata come una guerra. In realtà somiglia di più alla Boat Race, la regata sul Tamigi tra Oxford e Cambridge. Le due barche procedono sullo stesso fiume, non possono toccarsi e ufficialmente ciascun equipaggio pensa soltanto alla propria corsa. Ma ogni accelerazione, ogni esitazione e ogni scelta tattica dipendono anche dalla posizione dell’avversario.
Canon e Nikon non dichiarano quasi mai di avere risposto l’una all’altra. Sarebbe d’altra parte ingenuo immaginare che una nuova fotocamera possa essere progettata nei pochi mesi successivi alla presentazione di un modello concorrente. I cicli di sviluppo durano anni. Eppure ogni prodotto stabilisce un riferimento che l’altro dovrà superare, aggirare o rendere più accessibile alla generazione successiva.
Questa regata non cominciò con l’autofocus, con il digitale o con le mirrorless. Cominciò addirittura prima che esistesse una vera fotocamera Canon.

una telemetro Kwanon con 50mm Nippon Kogaku
Quando Canon ebbe bisogno di un obiettivo, si rivolse a Nikon
Nel 1933 il Precision Optical Instruments Laboratory, dal quale sarebbe nata Canon, si mise al lavoro per costruire in Giappone una fotocamera 35mm ispirata alle Leica tedesche. Il prototipo Kwanon dimostrava che l’azienda sapeva progettare un corpo macchina, ma mancavano due componenti fondamentali: un obiettivo di qualità e un telemetro sufficientemente preciso.
Canon si rivolse quindi a Nippon Kogaku, l’azienda ottica fondata nel 1917 che molti anni dopo avrebbe assunto ufficialmente il nome Nikon.
La collaborazione fu molto più profonda della semplice fornitura di un vetro. Per la Hansa Canon del 1936 Nippon Kogaku produsse il Nikkor 50mm f/3.5, la baionetta, il sistema ottico del mirino e il meccanismo del telemetro. Canon realizzò il corpo, l’otturatore e l’assemblaggio finale. È la stessa storia ufficiale di Canon a riconoscere che la sua prima fotocamera di serie nacque con il contributo determinante della futura Nikon.
Prima di diventare i due grandi antagonisti della fotografia giapponese, Canon e Nikon furono quindi complementari: una sapeva costruire la macchina, l’altra possedeva l’esperienza ottica necessaria per completarla.
Dopo la guerra le loro strade si separarono. Canon cominciò a produrre autonomamente i propri obiettivi; Nippon Kogaku presentò nel 1948 la prima fotocamera Nikon. Entrambe iniziarono inseguendo Leica e Contax nel mercato delle telemetro. Ma nel 1959 Nikon cambiò la gara.

1959: la Nikon F alza improvvisamente il ritmo
La Nikon F non inventò da sola la reflex moderna. Il pentaprisma, lo specchio a ritorno istantaneo, il diaframma automatico e altri elementi erano già comparsi separatamente su fotocamere precedenti. Il suo salto di qualità fu riunire tutto in un apparecchio professionale robusto, modulare e sostenuto da un sistema praticamente senza confronti.
Mirini e schermi di messa a fuoco intercambiabili, motore, dorsi, accessori specialistici e un catalogo crescente di Nikkor trasformarono la fotocamera nel centro di una piattaforma. La Nikon F non era semplicemente un corpo sul quale montare un obiettivo: era una macchina destinata a stampa, sport, guerra, ricerca scientifica e applicazioni industriali. Nikon la definiva fin dall’origine una reflex «system oriented». Nikon F, storia ufficiale
Quella macchina impose per vent’anni l’immagine stessa della fotocamera professionale. La sua presenza nelle redazioni, sui campi di battaglia, nelle spedizioni e nelle missioni spaziali costruì un prestigio che andava oltre le specifiche. Possedere una Nikon significava entrare nel sistema utilizzato dai professionisti e poter confidare nella continuità della baionetta F.
Canon rispose soltanto nel 1971 con la prima F-1, a sua volta progettata come sistema professionale completo. Era una macchina eccellente, ma arrivava su un terreno che Nikon aveva già occupato culturalmente prima ancora che commercialmente.
Canon trovò però un altro tratto del fiume sul quale attaccare. Con AE-1 e serie A trasformò la reflex in un prodotto elettronico destinato a milioni di fotografi. Nikon continuava a presidiare il professionismo con F2 e F3; Canon imparava a produrre, automatizzare e vendere su una scala molto più ampia. Questa capacità industriale sarebbe diventata decisiva pochi anni dopo.

F3AF: Nikon vide l’autofocus, ma non ne raccolse l’eredità
Nikon non inventò in senso assoluto la reflex autofocus. La Pentax ME F era arrivata nel 1981. Ma nel 1983 la Nikon F3AF fu la prima ammiraglia professionale a incorporare un sistema autofocus TTL realmente commercializzato.
Era accompagnata da due obiettivi dedicati, l’AF Nikkor 80mm f/2.8 e il 200mm f/3.5 IF-ED, entrambi con il motore incorporato. Nikon produsse persino il TC-16, un teleconverter capace di rendere autofocus numerosi Nikkor manuali muovendo un proprio gruppo ottico interno. Sembra quasi l’antenato, molto più nobile e complesso, degli adattatori motorizzati dei quali parliamo oggi. Nikon F3AF e ottiche dedicate
Nikon aveva quindi visto con grande anticipo sia l’autofocus professionale sia il principio del motore collocato nell’obiettivo. Ma la F3AF rimase un ramo laterale: costoso, limitato a due ottiche e incapace di diventare sistema.
Nel 1985 fu Minolta, con la 7000, a rendere l’autofocus una proposta convincente per il grande pubblico. Nikon reagì conservando la baionetta F e collocando il motore nel corpo macchina, collegato all’obiettivo mediante la celebre presa di forza meccanica. Fu una scelta coerente con la tradizione Nikon: proteggere, per quanto possibile, gli investimenti dei clienti.
Canon compì la scelta opposta. Dopo il tentativo della T80, nel 1987 abbandonò la baionetta FD e presentò il sistema EOS con il nuovo attacco EF, completamente elettronico e senza compatibilità diretta con le vecchie ottiche. Ogni obiettivo avrebbe avuto un motore adatto alle proprie necessità.
Per i clienti Canon fu uno strappo brutale. Per Canon fu la premessa di un vantaggio durato decenni. I motori USM, gli autofocus veloci e silenziosi e i grandi teleobiettivi bianchi conquistarono progressivamente stadi, circuiti e bordi campo. Alla fine degli anni Novanta, molti fotografi professionisti che un tempo avrebbero acquistato automaticamente Nikon erano passati a Canon.
Nikon era partita prima, ma Canon aveva trasformato l’idea in un ecosistema.

Stabilizzazione: Nikon anticipa, Canon industrializza
La storia si ripeté con la stabilizzazione ottica.
Nel 1994 Nikon presentò la Zoom 700VR, riconosciuta dalla stessa azienda come la prima fotocamera dotata di un sistema ottico di riduzione delle vibrazioni. Era una compatta 35mm con zoom 38-105mm: grande, costosa e poco fortunata sul mercato, ma tecnicamente notevole. Nikon Zoom 700VR
Canon arrivò l’anno successivo con l’EF 75-300mm f/4-5.6 IS USM, il primo obiettivo intercambiabile stabilizzato destinato a una reflex. Non era più un esperimento racchiuso in una compatta: era una funzione integrata nel sistema EOS e immediatamente comprensibile per chi utilizzava un teleobiettivo. Canon EF 75-300mm IS
Nikon aspettò fino al 2000 per introdurre il primo Nikkor intercambiabile VR, l’80-400mm f/4.5-5.6D.
Ancora una volta Nikon aveva mostrato la tecnologia; Canon aveva capito più rapidamente dove collocarla per trasformarla in mercato. Da quel momento nessun sistema professionale avrebbe potuto fare a meno della stabilizzazione.

D1: Nikon apre davvero l’era digitale professionale
Alla fine degli anni Novanta le reflex digitali esistevano già, ma erano spesso costose trasformazioni Kodak di corpi nati per la pellicola. Nel 1999 la Nikon D1 cambiò la prospettiva. Era una reflex digitale professionale concepita come apparecchio integrato, con 2,7 megapixel, 4,5 fotogrammi al secondo, baionetta F e un prezzo enormemente inferiore a quello delle precedenti soluzioni professionali.
Per un fotografo di agenzia non era un prototipo futuribile. Era una Nikon riconoscibile, utilizzabile con gli obiettivi già presenti nel corredo e capace di inviare rapidamente le immagini alla redazione. Il digitale diventava finalmente uno strumento di produzione.
Canon rispose investendo nella progettazione e nella fabbricazione dei propri sensori CMOS. Nel 2002 portò il formato 24×36 nella EOS-1Ds da 11 megapixel, ancora costosissima e riservata ai professionisti. Nel 2005 compì la mossa decisiva con la EOS 5D: 12,8 megapixel full frame in un corpo relativamente compatto, proposto a una frazione del prezzo delle precedenti ammiraglie. Canon EOS 5D
La 5D non fu semplicemente una fotocamera di successo. Rese il full frame un’aspirazione realistica per matrimonialisti, ritrattisti, professionisti indipendenti e fotoamatori evoluti. Nikon, che aveva aperto la strada alla reflex digitale professionale con la D1, si trovò confinata al formato DX proprio mentre Canon trasformava il 24×36 digitale nel nuovo riferimento.

D3: Nikon torna a imporre la misura
La risposta arrivò nel 2007 e fu enorme.
La Nikon D3 non cercò di battere Canon sul numero dei megapixel. Il nuovo sensore FX aveva una risoluzione relativamente moderata di 12,1 megapixel, ma raggiungeva ISO 6400 nella gamma ordinaria e ISO 25.600 in estensione. Per la prima volta si potevano fotografare sport al coperto, spettacoli, cronaca e cerimonie in luce disponibile con una qualità che fino a quel momento sembrava irrealizzabile.
Insieme alla D300, al nuovo autofocus a 51 punti e alla successiva D700, la D3 restituì a Nikon una piena credibilità tecnologica. Molti professionisti tornarono a utilizzare il marchio perché quella fotocamera permetteva materialmente di portare a casa immagini che altri apparecchi non riuscivano ancora a produrre. Nikon D3, caratteristiche originali
La D3 fu per il digitale ciò che la Nikon F era stata per la reflex meccanica: non necessariamente la prima in ogni singolo componente, ma una macchina che spostava in avanti l’idea di ciò che fosse professionalmente possibile.
Canon rispose, Nikon rilanciò con D3s, D4 e D5; Canon consolidò la propria serie EOS-1D X. Nella fotografia generalista arrivarono D800, D810 e D850 da una parte, le successive generazioni 5D dall’altra. Le prestazioni tornarono progressivamente a pareggiarsi.
Ma non tornarono a pareggiarsi le rispettive posizioni sul mercato.
Il prestigio perduto non era la qualità
Tra Nikon F, F2 e F3 il marchio aveva posseduto qualcosa di più della leadership tecnica: godeva di una sorta di investitura professionale. Per decenni una Nikon al collo dichiarava implicitamente il mestiere di chi la utilizzava.
Canon erose quel primato con EOS, con i teleobiettivi USM, con i sensori CMOS, con il full frame accessibile e con una capacità industriale e commerciale superiore. Quando Nikon tornò al vertice tecnologico con la D3, il mondo non era più quello nel quale un solo marchio poteva rappresentare quasi per definizione la fotografia professionale.
Nikon continuò a produrre alcune delle migliori reflex mai costruite: D3, D700, D800, D850, D5 e D6. Non aveva perso la capacità di progettare grandi fotocamere; aveva perso l’antico predominio, una parte consistente del mercato e quell’aura per cui il nome Nikon era sufficiente a chiudere ogni discussione.
Poi entrò in acqua una terza barca.
Mirrorless: Canon e Nikon si accorgono di Sony
Canon e Nikon avevano entrambe sperimentato sistemi mirrorless — EOS M e Nikon 1 — senza permettere loro di minacciare seriamente le reflex. Sony, invece, investì decisamente nelle mirrorless full frame e accumulò dal 2013 un vantaggio importante in sensori, autofocus sul piano focale e disponibilità di obiettivi nativi.
Nel 2018 Nikon e Canon presentarono a poche settimane di distanza i nuovi sistemi Z e RF. Entrambe abbandonarono le vecchie baionette per la progettazione delle nuove ottiche, ma questa volta evitarono di ripetere lo strappo del 1987: FTZ ed EF-EOS R consentirono di continuare a usare gran parte degli obiettivi reflex.
Le prime generazioni non erano ancora pronte a sostituire integralmente le ammiraglie professionali. Poi la regata ricominciò.
Canon EOS R5 portò nel 2020 45 megapixel, 20 fps e video 8K in un corpo mirrorless. Nikon rispose nel 2021 con la Z9: 45,7 megapixel, sensore stacked, mirino senza oscuramento, 20 fps in RAW, 8K e completa eliminazione dell’otturatore meccanico. Canon ha rilanciato con EOS R5 Mark II e R1, sensori stacked, pre-scatto, riconoscimento delle azioni sportive, Cross AF ed Eye Control AF. Nikon ha trasferito progressivamente processore Expeed 7, riconoscimento dei soggetti, 3D Tracking e Pre-Release Capture da Z9 a Z8, Zf, Z6 III, Z50 II e Z5 II.
Oggi una Canon EOS R5 Mark II combina 45 megapixel, 30 fps e video 8K RAW 60p; la Nikon Z8 offre 45,7 megapixel, 20 fps RAW, 8,3K RAW 60p, mirino realmente privo di blackout e nessun otturatore meccanico. Canon EOS R5 Mark II, Nikon Z8
Non sono macchine uguali, ma sono chiaramente le due interpretazioni della stessa richiesta: riunire alta risoluzione, velocità professionale e video avanzato in un unico corpo. Sarebbe assurdo sostenere che una sia stata progettata copiando l’altra. Sarebbe altrettanto assurdo credere che Canon e Nikon non osservino attentamente ogni punto guadagnato dall’avversaria.

Due sistemi nuovamente vicini, ma non identici
Canon conserva una forza industriale superiore, progetta i propri sensori e mantiene una segmentazione molto chiara. R1 privilegia velocità e autofocus intelligente; R5 Mark II unisce risoluzione e prestazioni; R6 Mark III porta 32,5 megapixel, 40 fps e video 7K in una fascia più accessibile. Il sistema Cinema EOS offre inoltre una continuità consolidata con il video professionale.
Nikon ha costruito il proprio rilancio intorno alla Z9 e a Expeed 7. Ha trasferito quasi integralmente l’ammiraglia nel corpo più compatto della Z8 e ha poi fatto scendere molte delle stesse funzioni verso modelli inferiori. Con la Z6 III ha introdotto il sensore parzialmente stacked; con l’acquisizione di RED e la Nikon ZR ha accelerato improvvisamente nel cinema, arrivando alla registrazione interna R3D NE 6K a 12 bit. Nikon e RED, Nikon ZR
Anche nelle ottiche i due sistemi si condizionano. Canon propone soluzioni come RF 24-105mm f/2.8 L, 100-300mm f/2.8, 200-800mm e una vasta serie di luminosissimi fissi RF. Nikon risponde con 400mm f/2.8 e 600mm f/4 dotati di moltiplicatore incorporato, 600mm e 800mm f/6.3 PF utilizzabili a mano libera, 135mm Plena e una gamma di zoom professionali ormai completa.
Nikon, inoltre, ha lasciato entrare nel formato Z un numero crescente di obiettivi Sigma e Tamron full frame. Canon ha iniziato ad autorizzare Sigma e Tamron sul formato RF-S, ma il sistema RF full frame rimane molto più controllato. Anche questa differenza esercita pressione: l’apertura di Nikon amplia la scelta e contiene i prezzi; Canon deve dimostrare che il valore del proprio catalogo proprietario compensi la minore libertà.
Colpi, controcolpi, benefici
Prima mossa
Risposta o sviluppo dell’avversario
Che cosa abbiamo ottenuto
Canon nasce con ottiche e telemetro Nippon Kogaku
Canon sviluppa una propria industria ottica
Due grandi sistemi giapponesi concorrenti
Nikon F impone il sistema professionale
Canon F-1 e successiva crescita EOS
Corpi modulari, robusti e completi
Nikon F3AF porta l’AF su un’ammiraglia
Canon EOS rende l’AF elettronico un sistema
Autofocus rapido, silenzioso e universale
Nikon Zoom 700VR anticipa la stabilizzazione
Canon 75-300 IS la porta negli obiettivi intercambiabili
Stabilizzazione come dotazione ordinaria
Nikon D1 rende pratico il digitale professionale
Canon sviluppa CMOS, 1Ds e 5D full frame
Digitale più rapido, economico e accessibile
Canon 5D democratizza il full frame
Nikon D3 e D700 rispondono con qualità ad alti ISO
24×36 accessibile e realmente utilizzabile al buio
Canon R5 alza risoluzione, raffica e video
Nikon Z9 riunisce tutto eliminando l’otturatore
Mirrorless ibride senza precedenti
Nikon Z9/Z8 diffondono mirino continuo e riconoscimento
Canon R1/R5 II sviluppano Action Priority e pre-scatto
AF intelligente e meno occasioni perdute
Canon porta nel sistema l’esperienza Cinema EOS
Nikon acquisisce RED e presenta ZR
Video RAW e strumenti cinema anche nei corpi compatti

Non importa chi sia davanti alla curva successiva
Ogni fotografo può preferire ergonomia, colore, ottiche o filosofia di un marchio. Ma l’idea che uno dei due debba finalmente annientare l’altro è infantile e contraria ai nostri interessi.
Senza la Nikon F, Canon avrebbe avuto meno urgenza di costruire la F-1 e poi un vero sistema professionale. Senza EOS e i teleobiettivi USM, Nikon avrebbe potuto sviluppare l’autofocus con minore determinazione. Senza la D1, Canon avrebbe avuto meno fretta di rendere credibile il digitale professionale. Senza la 5D, Nikon avrebbe potuto rimandare ancora il formato FX. Senza la D3, la sensibilità elevata sarebbe rimasta più a lungo una specifica da evitare. Senza EOS R5, probabilmente Nikon Z9 non avrebbe dovuto essere tanto radicale; senza Z9 e Z8, Canon avrebbe avuto meno pressione nel riunire 45 megapixel, 30 fps e autofocus intelligente nella R5 Mark II.
Oggi alla regata partecipano anche Sony, Fujifilm, Panasonic e altri produttori. Sony, in particolare, ha costretto entrambe a uscire dalla sicurezza delle reflex. Ma Canon e Nikon continuano a rappresentare i due equipaggi storici che si conoscono meglio, si studiano da più tempo e misurano ogni nuova ammiraglia anche sul valore dell’altra.
Come Oxford e Cambridge, possono alternarsi al comando senza smettere di appartenere alla stessa storia. Nikon ha guidato con F, D1, D3 e Z9. Canon ha risposto con EOS, stabilizzazione negli obiettivi, 5D e sistema RF. Qualche volta una ha visto per prima la direzione; l’altra ha saputo percorrerla meglio. Poi i ruoli si sono invertiti.
La regata non ci chiede di cambiare barca a ogni curva. Ci garantisce che l’equipaggio della nostra continui a remare.
Prima di cominciare
Questi articoli non nascono perché io conosca già bene il video. Nascono, al contrario, perché voglio impararlo.
Scrivere è sempre stato il mio modo per costringermi a studiare un argomento, mettere ordine nelle informazioni, verificare ciò che credo di avere capito e infine provarlo sul campo. Questa serie seguirà lo stesso metodo: affronterò un tema alla volta, partendo dalle domande che si pone un fotografo quando decide di premere il pulsante rosso della propria Nikon.
Non sono un videografo e sicuramente non lo diventerò mai. Sono un fotografo curioso, abituato a ragionare sull’immagine fissa, che vuole capire che cosa cambia quando nell’immagine entrano il tempo, il movimento, il suono e il montaggio. Posso definirmi un esperto di Bach; di Hitchcock e di John Ford resto soltanto un ammiratore.
Non si tratterà quindi di un corso di cinema né di una raccolta di lezioni impartite dall’alto. Studierò, proverò, commetterò probabilmente qualche errore e riferirò ciò che avrò realmente compreso e verificato. Senza partire dalle complicazioni riservate agli specialisti e senza fingere certezze che ancora non possiedo.
Chi legge è invitato a fare questo percorso insieme a me. L’obiettivo iniziale è semplice: arrivare a premere il pulsante rosso sapendo che cosa stiamo facendo e, soprattutto, perché.
Questo è il programma da cui cominceremo.

Per chi fotografa la natura: ricordarsi del selettore Foto → Video
Nella fotografia naturalistica il singolo scatto può condensare un gesto in modo straordinario: un’ala completamente distesa, l’impatto di un predatore, lo sguardo di un animale nel proprio ambiente. Ma la natura non è fatta soltanto di istanti decisivi. È fatta anche di comportamenti, attese, esitazioni, richiami, relazioni e movimenti che una fotografia, per quanto riuscita e artisticamente compiuta, può soltanto suggerire.
Una breve sequenza video può risultare molto più viva di una singola immagine quando mostra un rapace che prepara il volo, un uccello che nutre i piccoli, due animali che interagiscono o semplicemente il modo in cui una creatura si muove nel proprio ambiente. Non sostituisce la fotografia: racconta ciò che viene prima e dopo l’istante che abbiamo scelto di fermare.
Il fotografo di wildlife possiede già gran parte di ciò che serve: conosce il soggetto, ne anticipa il comportamento, sa seguirlo con un lungo teleobiettivo e ha imparato ad aspettare. Deve però acquisire una nuova prontezza d’animo: riconoscere quando ciò che sta accadendo merita una sequenza e commutare senza esitazione il selettore da Foto a Video.
Quel piccolo gesto può fare la differenza tra conservare una bella immagine e riportare a casa un frammento di natura realmente vissuta.


Non lo compreremo e probabilmente non lo proveremo. Ma occupa da solo una casella che Nikon ha lasciato vuota.
7Artisans ha presentato il nuovo AF 10mm f/2.5 MAX, fisheye autofocus per il formato full frame, disponibile con innesto Sony E, Leica L e Nikon Z. È un obiettivo molto particolare, destinato a un impiego specialistico e certamente estraneo alle esigenze della maggior parte dei fotografi. Non rientra nemmeno tra gli obiettivi che ci interessano personalmente: non prevediamo di acquistarlo e, salvo occasioni impreviste, nemmeno di provarlo.
Ne parliamo ugualmente perché, a nostra conoscenza, è il primo fisheye full frame autofocus progettato direttamente per l’innesto Nikon Z. E perché rappresenta un altro piccolo ma significativo esempio di come i costruttori indipendenti, soprattutto cinesi, stiano occupando progressivamente ogni spazio lasciato libero da Nikon.
Il 7Artisans AF 10mm f/2.5 MAX copre il formato 24×36 mm e offre un angolo di campo dichiarato di 185 gradi. Non è quindi un semplice ultragrandangolare molto spinto, ma un vero fisheye, con la caratteristica proiezione fortemente curvilinea e una visione dello spazio che non tenta di rispettare la geometria rettilinea. Le linee che non attraversano il centro dell’immagine si incurvano vistosamente, mentre i soggetti vicini vengono dilatati e quelli lontani sembrano precipitare verso il fondo dell’inquadratura.
È un linguaggio visivo molto riconoscibile e proprio per questo difficile da utilizzare con continuità. Il fisheye può produrre immagini spettacolari, ma l’effetto diventa rapidamente ripetitivo se non è sostenuto da una composizione consapevole. Non basta puntarlo verso una scena per ottenere una fotografia interessante: bisogna imparare a governare la curvatura, riempire il primo piano e usare la deformazione come elemento espressivo, non come semplice attrazione da luna park.

Un oggetto più ambizioso del previsto
Il nuovo 10mm appartiene alla serie MAX, con la quale 7Artisans sembra voler identificare i suoi obiettivi autofocus full frame più ambiziosi. La costruzione comprende 11 elementi in 8 gruppi, con due lenti ED e una asferica. Il diaframma è formato da nove lamelle e varia da f/2.5 a f/16. La distanza minima di messa a fuoco è di appena 15 centimetri, mentre il peso si aggira intorno ai 510 grammi. Il corpo è metallico e non è possibile montare filtri anteriori tradizionali, come è normale con una lente frontale tanto prominente.
La dotazione esterna è insolitamente completa: ghiera dei diaframmi con scatti, selettore AF/MF, ghiera di messa a fuoco e due pulsanti funzione. Uno dei due può essere personalizzato, mentre l’altro gestisce anche la transizione automatica tra due distanze di messa a fuoco, una funzione pensata soprattutto per il video. È presente inoltre una porta USB-C per gli aggiornamenti del firmware.
7Artisans dichiara la compatibilità con tutte le principali Nikon Z, comprese Z9, Z8, Z6 III, Zf, Z5 II e Zr, oltre ai modelli DX. Su questi ultimi l’effetto sarà naturalmente diverso, perché il ritaglio del sensore escluderà una parte consistente del campo coperto sul formato FX.
Il prezzo annunciato è di 449 dollari. Non pochissimo per un obiettivo cinese specialistico, ma nemmeno eccessivo considerando l’apertura f/2.5, la costruzione metallica, l’autofocus e l’assenza di reali concorrenti nativi.

Serve davvero l’autofocus su un 10mm?
La domanda è legittima. Con una focale tanto corta e diaframmi moderatamente chiusi, la profondità di campo è enorme. Per fotografare un ambiente, un paesaggio o la volta celeste, la messa a fuoco manuale non costituisce generalmente un problema. Molti fisheye vengono regolati una volta sulla distanza iperfocale e utilizzati senza più toccare la ghiera.
La situazione cambia avvicinandosi molto al soggetto. A 15 centimetri, soprattutto lavorando a f/2.5, il punto di messa a fuoco torna ad avere importanza. Lo stesso vale quando il fisheye viene impiegato negli sport dinamici, collocando la fotocamera vicinissima all’azione, oppure nelle riprese video, dove può essere utile seguire un soggetto che si sposta rapidamente dal primo piano verso lo sfondo.
Non prenderemmo comunque per oro colato le dichiarazioni del produttore sull’autofocus rapido e preciso, sul riconoscimento dei soggetti e sulle prestazioni nella fotografia d’azione. Sono affermazioni promozionali che andrebbero verificate sul campo, soprattutto con una focale che include nell’inquadratura praticamente tutto ciò che si trova davanti e, con 185 gradi, persino qualcosa che sta appena dietro al fotografo.
Anche la promessa di una capacità risolvente adatta a sensori da 60 megapixel resta tale finché non sarà confermata da prove indipendenti. Più interessante è invece la disponibilità di un profilo ufficiale di correzione, con il quale 7Artisans propone di trasformare digitalmente la proiezione fisheye in quella di un ultragrandangolare apparentemente rettilineo. La correzione comporterà necessariamente un forte stiramento dei bordi e una perdita di una parte del campo inquadrato, ma può offrire un secondo possibile impiego a un obiettivo altrimenti molto specializzato.

Gli altri fisheye utilizzabili sulle Nikon Z
Nikon non ha mai presentato un fisheye Nikkor Z. Esistono diversi modelli nativi prodotti da 7Artisans, TTArtisan, AstrHori e Laowa, ma sono tutti a messa a fuoco manuale.
L’alternativa Nikon più completa resta l’AF-S Fisheye Nikkor 8-15mm f/3.5-4.5E ED per reflex, utilizzabile sulle mirrorless tramite FTZ e capace di conservare l’autofocus. È uno zoom particolarmente versatile perché sul formato FX passa dall’immagine circolare prodotta a 8mm alla copertura diagonale dell’intero fotogramma a 15mm. È però un obiettivo della generazione reflex, oggi non più centrale nel catalogo Nikon e utilizzabile sulle Z soltanto con l’adattatore.
Il precedente AF Fisheye Nikkor 16mm f/2.8D può essere montato tramite FTZ, ma perde l’autofocus perché utilizza il motore incorporato nelle reflex. Esistono poi altre soluzioni adattate, comprese ottiche Canon EF o Sony E mediante adattatori elettronici, ma si tratta di combinazioni più complesse e non equivalenti a un obiettivo progettato direttamente per la baionetta Nikon Z.
Per questo il primato del nuovo 7Artisans deve essere espresso correttamente. Non è il primo fisheye autofocus full frame della storia, come qualche titolo troppo frettoloso potrebbe lasciar credere. È però, a nostra conoscenza, il primo fisheye autofocus full frame nativo per Nikon Z.

Un altro vuoto riempito da altri
Non crediamo che Nikon dovrebbe necessariamente produrre ogni focale immaginabile. Un fisheye è un obiettivo di nicchia, con volumi di vendita probabilmente modesti, e comprendiamo perché non rappresenti una priorità per la casa giapponese.
Resta però il dato generale. A quasi otto anni dalla nascita del sistema Z, Nikon non offre un proprio fisheye nativo. Non lo offre Sigma, che pure produce uno straordinario 15mm f/1.4 autofocus per altri innesti. Non lo offre Tamron. Arriva invece 7Artisans, marchio che fino a pochi anni fa associavamo soprattutto a piccoli obiettivi manuali economici, e propone un 10mm f/2.5 autofocus, elettronico, aggiornabile e perfettamente integrato con le principali fotocamere Nikon.
Non sappiamo ancora quanto sia valido. Non possiamo consigliarlo e non fingiamo di essere personalmente tentati dall’acquisto. Ma la notizia merita di essere registrata: un altro spazio rimasto vuoto nel sistema Nikon Z è stato individuato e occupato da un produttore cinese.
Chi desiderava un fisheye full frame nativo e autofocus, da oggi ha finalmente una scelta. Non grazie a Nikon.


Caratteristica
7Artisans AF 10mm f/2.5 MAX
Tipo
Fisheye autofocus a focale fissa
Formato
Full frame 24×36 mm
Innesti disponibili
Nikon Z, Sony E, Leica L
Focale
10mm
Angolo di campo
185°
Apertura massima
f/2.5
Apertura minima
f/16
Schema ottico
11 elementi in 8 gruppi
Elementi speciali
2 ED e 1 asferico
Diaframma
9 lamelle
Messa a fuoco
Autofocus STM e manuale
Distanza minima di messa a fuoco
15 cm
Comandi
Ghiera diaframmi, selettore AF/MF, ghiera di messa a fuoco, 2 pulsanti funzione
Funzioni video
Transizione automatica A-B tra due distanze di messa a fuoco
Aggiornamento firmware
Porta USB-C
Filtri anteriori
Non supportati
Costruzione
Barilotto metallico con guarnizione sulla baionetta
Dimensioni
Circa 76 × 94 mm
Peso
Circa 504-510 grammi, secondo l’innesto
Data di presentazione
28 luglio 2026 in Cina; lancio internazionale il 26 agosto 2026
Prezzo ufficiale
449 dollari
Prezzo europeo previsto
Circa 499-500 euro, IVA compresa, ancora da confermare per l’Italia
Disponibilità
Ordinabile dal 26 agosto presso il negozio online 7Artisans; distribuzione internazionale ed europea in avvio
Innesto Nikon Z
Compatibilità dichiarata con tutte le principali Nikon Z, FX e DX

In Italia agosto è il mese nel quale tutto rallenta. Le aziende rimandano a settembre, gli uffici espongono il cartello «chiuso per ferie», le città si svuotano e perfino le notizie sembrano concedersi qualche settimana di riposo.
Nikonland, evidentemente, non ha ricevuto la circolare.
Dal primo al 25 agosto abbiamo pubblicato 54 nuovi articoli redazionali e 51 contributi nei blog, dei quali 42 ospitati nei nostri Club. In totale fanno 105 nuove pubblicazioni in venticinque giorni: più di quattro al giorno, senza contare discussioni, commenti, fotografie e aggiornamenti dei contenuti precedenti.
È possibile che molti di voi fossero al mare, in montagna, all’estero oppure semplicemente lontani dal computer. Questo articolo serve a rimettere ordine: non una graduatoria e nemmeno una raccolta automatica, ma una guida critica a ciò che abbiamo scritto, fotografato, ascoltato e costruito durante il mese nel quale il resto d’Italia preferiva riposare.
Nikon, il mercato e le fotocamere che ancora non esistono
Mercato fotografico attuale: il grande silenzio del 2026
Abbiamo ricostruito le uscite dell’anno per capire perché il mercato desse l’impressione di essersi fermato. Non mancavano del tutto i prodotti: mancavano soprattutto quelli capaci di spostare l’attenzione e accendere il desiderio.
Nikon: dati finanziari del primo trimestre 2026-2027
I numeri confermano la solidità generale del gruppo, ma mostrano un Imaging meno brillante di quanto potrebbe sembrare. Nikon cresce, ma non sono necessariamente le fotocamere a trascinarla.
A Nikon non mancano obiettivi. Mancano idee nuove!
Il sistema Z è ormai completo per quasi ogni esigenza razionale. Il problema non è riempire altre caselle della roadmap: è tornare a progettare qualcosa che nessun altro abbia già pensato.
Nikon 2030: padrona del proprio futuro o proprietà di qualcun altro?
Non un rumor su un’acquisizione imminente, ma un esercizio di analisi industriale. Nikon dispone ancora della forza necessaria per decidere il proprio futuro, purché non continui a confondere la prudenza con l’immobilità.
Sony non deve comprare Nikon. Le basta acquisire i suoi clienti
Il pericolo più concreto non è che Sony acquisti Nikon, ma che convinca progressivamente i fotografi Nikon a cambiare sistema. Le aziende non devono necessariamente conquistare i concorrenti quando possono conquistarne il pubblico.
Nikon difende ciò che aveva contestato: il paradosso del brevetto RED
Dopo l’acquisizione di RED, Nikon si è trovata a difendere un brevetto che poco prima aveva cercato di invalidare. Una vicenda giuridica che mostra quanto rapidamente un avversario possa trasformarsi in patrimonio aziendale.
Ma perché non lo dicono al telegiornale?
Hard disk, memorie e componenti informatici stanno risentendo della fame di capacità generata dai data center e dall’intelligenza artificiale. Non è una curiosità per tecnici: riguarda direttamente il costo futuro della fotografia digitale.
Nikon Z70: Apple conferma ciò che aspettavamo?
Per alcune ore il nome Nikon Z70 è comparso nelle pagine Apple dedicate a ProRes e ProRes RAW, per poi scomparire. Non basta per trasformarla in una fotocamera annunciata, ma è qualcosa di più interessante di un comune errore tipografico.
La Nikon che non c’è. Ma che potrebbe arrivare prima di Natale
Abbiamo provato a immaginare la Nikon attesa entro la fine dell’anno partendo dai pochi indizi disponibili. Nessuna informazione riservata: soltanto tecnologia esistente, logica di catalogo e aspettative ragionevoli.
Il mercato cresce. Nikon arretra
Il possibile sorpasso di Fujifilm conta meno del modo in cui è avvenuto. Il mercato fotografico non si sta restringendo ovunque: cresce proprio nei segmenti nei quali Nikon ha scelto di non essere presente.
Nikon arretra. Io resto
Dopo avere criticato senza indulgenza la strategia Nikon, abbiamo spiegato perché continuiamo a fotografare con questo sistema. Non per fedeltà cieca, ma perché Nikon resta intimamente legata al nostro modo di vedere e lavorare.
Il mercato riparte dove Nikon non c’è
I dati del METI mostrano una ripresa trainata da compatte, piccoli formati e prodotti dotati di forte identità. Esattamente i territori che Nikon ha progressivamente abbandonato o nei quali continua a muoversi con eccessiva cautela.
Ma a Tokyo lo sanno?
Abbiamo provato per gioco — ma non troppo — a dirigere Nikon dalla scrivania di Nikonland. Zr, Z6 III SP, macro, teleobiettivi e una vera ammiraglia DX: non sogni impossibili, ma caselle strategiche lasciate vuote.
EssilorLuxottica non sembra voler comprare Nikon. Ma potrebbe decidere chi potrà farlo
Non esiste alcuna offerta e Nikon non risulta in vendita. Ma il suo primo azionista potrebbe diventare l’arbitro decisivo qualora un fondo o un gruppo industriale decidesse realmente di muoversi.
Nikon Z45: la compatta Nikon che vorremmo per Natale 2026
Sensore full frame, 45mm fisso, mirino, grande display articolato e Picture Control Nikonland. Una compatta immaginaria, ma costruita esclusivamente con tecnologia già disponibile e quindi perfettamente realizzabile.
EISA Awards 2026-2027: più che una classifica, la fotografia del mercato
I premi non stabiliscono quali siano in assoluto i prodotti migliori. Letti nel loro insieme, però, raccontano con notevole precisione quali direzioni stia prendendo l’industria fotografica.
La Cina non deve costruire una Nikon. Le basta venderci gli obiettivi
Viltrox, Laowa, Sirui, 7Artisans e gli altri non devono necessariamente sfidare Nikon costruendo una propria fotocamera. Possono conquistare progressivamente il cliente riempiendo il suo zaino di obiettivi convincenti e accessibili.
Nikon, il firmware non è un regalo. È parte della fotocamera
Un aggiornamento non è una benevola concessione del costruttore, ma parte del rapporto fra macchina e fotografo. Nikon deve uniformare funzioni, comandi e piattaforme fra tutte le fotocamere dotate dello stesso processore.
Nikon Z SP: ricordati chi sei
Abbiamo immaginato una moderna erede della Nikon SP: non una replica nostalgica, ma una vera fotocamera professionale compatta, compatibile con tutto il sistema Z e accompagnata da obiettivi e accessori dedicati. Un progetto costruito con tutto il nostro amore per Nikon.
Obiettivi, fotocamere, software e prove sul campo
Sigma: l’ultimo grande costruttore indipendente
Sigma non vale soltanto per ciò che produce, ma per il modo in cui continua a produrlo: proprietà familiare, fabbriche giapponesi e libertà progettuale. Una diversità industriale che merita di essere preservata.
Nikonland e Sigma Italia: una nuova collaborazione
Dal primo agosto Mauro Maratta è tornato a collaborare ufficialmente con Sigma Italia come Key Opinion Leader. Significa poter provare prodotti attuali mantenendo intatta l’indipendenza editoriale di Nikonland.
MTF ufficiali e Imatest: uno la continuazione dell’altro
I grafici teorici dei costruttori e le misurazioni strumentali non sono avversari. Raccontano fasi differenti dello stesso fenomeno e devono essere letti insieme, conoscendone possibilità e limiti.
Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1: nudo indoor
Uno zoom buio ed economico in un genere che sembrerebbe richiedere ottiche luminose. Con una Zr, luce continua ben gestita e nessun flash, il piccolo 24-105 ha dimostrato che i pregiudizi fotografano peggio degli obiettivi.
Nikkor Z 100-400mm e Nikon Z9 per la Ferrari 499P
Due giornate di prove a Monza con la 499P attuale e la futura EVO. Z9 e 100-400 S hanno offerto la combinazione di affidabilità, mobilità e portata richiesta da un’occasione irripetibile.
Sigma DG DN: il catalogo più completo che non ti aspetti
Sigma non è più il produttore al quale rivolgersi in mancanza dell’originale. La gamma DG DN è ormai un sistema maturo, coerente e spesso più coraggioso di quello proposto dai costruttori di fotocamere.
Nikkor 180-400mm f/4 TC e Nikon D6 al Monza Revival 2026
Tornare in autodromo con una reflex dopo anni di Z8 e Z9 è stato un modo per mettersi nuovamente alla prova. D6 e 180-400 TC appartengono alla generazione precedente, non alla preistoria.
Quattro Mystery Box: chi indovina?
Quattro scatole arrivate insieme e quattro indizi: una gloria AF-D, una AF-S, un moderno Sigma e un aggiuntivo ottico cinese. Da quel gioco sono nate molte delle prove pubblicate nei giorni successivi.
Viltrox TC-2.0X Teleconverter 2x
Nikonland continua a non raccomandare i moltiplicatori come soluzione abituale. Questo Viltrox, però, è interessante, ben costruito e utilizzabile quando la focale serve soltanto occasionalmente.
Aggiornamenti firmware per Nikon D6, D780 e Z50 II
Aggiornamenti modesti ma significativi per due reflex a fine ciclo e per la Z50 II. Una dimostrazione di cura che rende ancora più incomprensibili altre fotocamere lasciate ferme troppo a lungo.
Fotografia di prodotto con il Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1
Dopo averlo assolto dal processo, abbiamo usato il piccolo zoom per fotografare il Sigma 50mm f/1.2 Art. Uno strumento economico può svolgere egregiamente il proprio lavoro quando il fotografo conosce luce, prospettiva e limiti.
Sigma 50mm f/1.2 DG DN Art: in test su Nikonland
Il primo obiettivo affidatoci nella nuova collaborazione con Sigma Italia. Un normale luminosissimo, meno ingombrante del previsto e destinato a essere valutato fotografando persone, non pareti.
Sigma 35mm f/1.2 II DG DN Art
Non un semplice aggiornamento estetico, ma una riprogettazione capace di eliminare i difetti della prima versione. Più compatto, rapido e coerente con la nuova generazione Sigma.
Nikon D780: la bridge camera F-mount
Max Aquila è tornato sulla reflex più ibrida mai costruita da Nikon. Una macchina capace di unire mirino ottico, autofocus tradizionale e un Live View che anticipava concretamente le future mirrorless.
Perché continuo a preferire le focali fisse agli zoom
Gli zoom moderni sono straordinari, ma una focale fissa costringe a scegliere posizione, distanza e linguaggio prima di scattare. Non è superiorità tecnica: è un modo diverso di pensare la fotografia.
Nikon AF 28mm f/1.4 D: quando immaginarlo era già inimmaginabile
Un obiettivo nato quando un 28mm f/1.4 autofocus sembrava quasi impossibile. Lo abbiamo riportato sulla D6 e confrontato idealmente con i discendenti Nikon e Sigma.
Nikon Zf: la memoria del futuro
Non un manuale d’uso, ma il progetto di un libro dedicato alla Zf come cerniera fra passato, presente e futuro Nikon. Una macchina che assomiglia alla FA molto più di quanto la sua estetica lasci credere.
La pelle non è di plastica: la correzione automatica di Adobe Camera Raw 18.5
Adobe propone una correzione automatica della pelle sorprendentemente rispettosa della trama e delle imperfezioni naturali. L’abbiamo verificata con fotografie reali, senza trasformare i volti in superfici sintetiche.
Dove guardava la Nikon? I punti autofocus arrivano in Adobe Camera Raw
ACR 18.5 mostra sui NEF delle Nikon Z la posizione registrata dal sistema autofocus. Funziona dalla Z50 II alla Z9; sulla D6 il comando compare, ma rimane disabilitato.
Chi sta muovendo la fotografia? Discorsi sul tempo di sicurezza
La vecchia regola del reciproco della focale non basta più. Movimento del soggetto, fotografo, IBIS, VR, otturatore elettronico e durata del lampo impongono di capire quale movimento vogliamo realmente fermare.
Ogni focale è una focale da ritratto
L’85mm è una focale da ritratto, non la focale da ritratto. Dal Sigma 35mm f/1.2 ai Nikkor 300mm, lo stesso soggetto può essere raccontato attraverso distanze e relazioni completamente differenti.
Nikon D850 contro Nikon Z8 e Z9: il sensore magico non esiste
La D850 è stata una fotocamera straordinaria, ma non possiede colori, profondità o plasticità soprannaturali. Abbiamo separato i dati misurabili dalle qualità immaginarie attribuite al suo sensore.
Nikon D850: 153 punti autofocus, ma nessuno sul sensore
Nel ritratto ravvicinato a tutta apertura, l’eccellente autofocus reflex poteva diventare imprevedibile. Le mirrorless hanno risolto il problema portando la misurazione del fuoco direttamente sul piano dell’immagine.
Nikon D850 e Nikon Z8: ovvero la reflex è diventata storia
Non un confronto fra due NEF, ma fra due architetture. La D850 rappresenta il perfezionamento conclusivo della reflex; la Z8 una piattaforma nata per continuare a evolvere.
Nikon VR: perché io uso soltanto SPORT
Non fotografo soltanto soggetti veloci: sono io a muovermi continuamente. La modalità SPORT mi offre un mirino più naturale e prevedibile, dal ritratto dinamico al panning lento.
Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1: l’obiettivo che non è voluto annegare
Alle cascate di Novalesa il piccolo zoom è finito in acqua insieme alla borsa che avrebbe dovuto proteggerlo. Recuperato, asciugato e rimontato sulla Z9, ha continuato a funzionare come se nulla fosse.
Fotografia, persone e identità
David Yarrow: raccontare storie con una Nikon
Le sue immagini sembrano documentarie, ma sono spesso costruite come set cinematografici. Yarrow non aspetta che una storia accada: la mette in scena e poi usa la Nikon per renderla credibile.
Candice Bergen fotografa: scomparire dietro la macchina per essere finalmente sé stessa
Prima di diventare attrice, Candice Bergen cercò nella fotografia un’identità che il proprio volto famoso sembrava impedirle. Dietro la Nikon poteva finalmente osservare senza essere osservata.
Eve Arnold: prima della fotografia viene la persona
Marilyn Monroe, Malcolm X e molte persone comuni le concessero accesso perché si sentirono rispettate. La sua lezione più importante non riguarda l’inquadratura, ma la fiducia che deve precederla.
Linda Eastman: la fotografa prima di McCartney
Prima che il cognome McCartney coprisse tutto il resto, Linda era stata una fotografa capace di entrare nella vita dei musicisti senza trasformarli in monumenti. La Nikon era parte della sua quotidianità, non un lasciapassare.
Per me il ritratto è una relazione
Il ritratto comincia prima che la fotocamera venga portata all’occhio. Nasce dalla consapevolezza reciproca fra due persone che accettano di costruire insieme un’immagine.
Il fotografo annoiato: tutta la tecnologia del mondo e niente da fotografare
Possiede attrezzatura eccellente, conosce ogni novità e fotografa sempre meno. La cura non consiste in una nuova fotocamera, ma nel ritrovare qualcosa che valga la pena guardare.
Fotografare è da sfigati?
Perché continuiamo a investire tempo, denaro e serietà in immagini che gli altri consumano in mezzo secondo? Perché creare consapevolmente resta diverso dal limitarsi a produrre contenuti.
Il nudo è una relazione: la lezione di Jean‑François Jonvelle
Jonvelle fotografava il nudo come incontro, complicità e fiducia, mai come esercizio anatomico. Abbiamo messo le sue immagini in dialogo con le nostre, cercando una lezione senza copiarne lo stile.
Anche la porta della redazione è aperta
Nikonland continuerà a produrre senza pretendere nulla, ma accoglierà volentieri altre mani capaci di prendersene cura. La redazione non cerca salvatori: cerca persone che abbiano qualcosa di autentico da raccontare.
Dai blog dei Nikonlander
Come nel grande Nord
Roby C parte da una straordinaria traversata alpina del 1956 per raccontare montagne, sci e memoria. Una storia nella quale il paesaggio non è semplice sfondo, ma misura dell’impresa umana.
Un tranquillo venerdì di calura
Alessandro Pisano porta le sue ragazze in una malga delle Prealpi trevigiane. Una giornata familiare, pochi chilometri a piedi e la fotografia usata per conservare il ritmo dell’esperienza.
Reverence – Paul Nicklen
Antonio Biggio presenta l’opera che Paul Nicklen considera il compimento della propria vita. Natura e conservazione diventano espressione di rispetto, ammirazione e responsabilità.
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Stenopeic entra in una delle chiese più ricche di Verona con una Monochrom e un 35mm. Attrezzatura volutamente limitante davanti a colori, ori e lame di luce difficili da addomesticare.
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Marco Vitrotto parte da una fotografia e da un’insegna curiosa per ragionare su composizione, luce e intenzione. Un blog nel quale il dettaglio quotidiano diventa pretesto per guardare meglio.
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Rovistando nell’archivio per tutt’altro progetto, Roby C ritrova sequenze realizzate con storici Micro-Nikkor. La memoria fotografica prende una deviazione e costruisce da sola un nuovo racconto.
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La vostra foto migliore di agosto 2026
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Centocinquanta o duecento Picture Control sono una ricchezza, ma anche un problema di scelta. FilmBox organizzerà pellicole, pacchetti consigliati e selezioni personali, preparando le schede da caricare sulle Nikon compatibili.
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Rattalino non ripete la biografia sentimentale degli Schumann. Ricostruisce una relazione artistica, familiare e psicologica molto più complessa delle versioni romantiche tramandate dalla tradizione.
Manifesto della musica: non esistono generi, esiste una sola storia
Classica, jazz, rock e folk sono scaffali utili ai negozi e alle piattaforme. La musica, però, è sempre nata attraversando confini, rubando idee e trasformando ciò che esisteva prima.
Camille Saint-Saëns, il re degli spiriti musicali
Giuseppe Clericetti dedica oltre cinquecento pagine a un compositore spesso ridotto a poche opere celebri. Un libro ampio, documentato e scritto da chi conosce la musica anche dall’interno.
Il suono dell’Inghilterra: da Thomas Tallis a Ian Anderson
Dalla polifonia rinascimentale al progressive rock corre una continuità fatta di paesaggio, malinconia e memoria. Tallis, Vaughan Williams e Ian Anderson appartengono a epoche differenti, non necessariamente a mondi separati.
Musica classica
Paul Hindemith: il gioco più serio del Novecento
Un violista capace di costruire una delle grandi opere pianistiche del Novecento. Ludus Tonalis non è un esercizio accademico, ma un universo nel quale disciplina e immaginazione coincidono.
Jacob Katsnelson: la rinascita di Hindemith nel XXI secolo
Hindemith non ha mai occupato stabilmente il centro del repertorio. Katsnelson affronta Ludus Tonalis senza trattarlo come un monumento storico e gli restituisce vita, tensione e modernità.
Alexander Malofeev – Forgotten Melodies
Un disco che si ascolta prima di tutto per fiducia nel pianista. Malofeev affronta Medtner con una maturità che va ben oltre l’età e trasforma un repertorio poco frequentato in necessità espressiva.
British Tuba Concertos
Un acquisto nato dalla curiosità e diventato presenza stabile negli ascolti. James Gourlay dimostra che la tuba può cantare, articolare e sostenere un vero discorso concertante.
David Fray – Baroque Encores
Fray appartiene agli interpreti disposti a rischiare il fallimento pur di inseguire una visione personale. Il barocco al pianoforte diventa così controverso, teatrale e mai innocuo.
Ralph Vaughan Williams: l’uomo che salvò il suono dell’Inghilterra
La sua impresa più importante non fu soltanto comporre, ma attraversare villaggi e campagne per raccogliere melodie popolari destinate altrimenti a scomparire. Da quel lavoro nacque una lingua musicale nazionale.
Ruth Gipps: Clarinet Chamber Music
Non deve essere ascoltata perché donna dimenticata dalla storia, ma perché ha scritto musica che merita attenzione. Questo disco cameristico offre l’argomento più convincente: le opere stesse.
Glenn Gould e le tre Goldberg
Il giovane del 1955, l’artista maturo del 1981 e il Gould ripreso in video non sono semplicemente tre interpretazioni. Sono tre modi differenti di pensare Bach, il tempo e sé stesso.
Šostakovič: 24 Preludi e Fughe op. 87
Bach osservato attraverso il Novecento sovietico, ma senza diventare esercizio di stile. Ventiquattro coppie di preludi e fughe che attraversano gioco, tragedia, ironia e resistenza morale.
Mozart e Beethoven in do minore: Blechacz davanti all’ombra
Il do minore non è una tonalità neutrale per questi compositori. Blechacz, con Kent Nagano e la Dresdner Philharmonie, entra in quella regione senza trasformarne l’ombra in retorica.
Il peso di ogni nota: Hindemith, Britten e Šostakovič secondo Bashmet e Richter
Un disco acquistato da ragazzo dopo che il negoziante lo aveva definito capace di cambiargli la vita. Richter e Bashmet gli conferiscono ancora oggi un peso musicale difficile da dimenticare.
Alessandro Viale – Six for Piano
Sei compositori contemporanei, un solo pianista e nessuna lingua estetica obbligatoria. Viale presenta la musica nuova come qualcosa da ascoltare prima di essere costretti a comprenderla.
Marie-Claire Alain suona Buxtehude
Interprete, repertorio e organo della Martinikerk di Groningen parlano la stessa lingua. Una ristampa preziosa, luminosa e capace di ricordare che la grande musica organistica è nata anche per portare gioia.
Anthony Hopkins – Life Is a Dream
Non è un brutto disco, ma un lavoro musicalmente modesto, enormemente nobilitato da Dudamel, dalla Philharmonia e dalla produzione Decca. La venerazione per il grande attore non deve impedire di ascoltare il compositore con onestà.
Rock e progressive: gli anni che non sono diventati vecchi
Premiata Forneria Marconi – Storia di un minuto
Il momento nel quale il rock italiano smise di limitarsi a inseguire i modelli inglesi. La PFM trovò una voce autonoma, capace di dialogare con il progressive internazionale senza perdere la propria lingua.
Genesis – Selling England by the Pound
Un disco che non racconta soltanto i Genesis, ma un’intera Inghilterra in vendita. Ironia, nostalgia e inquietudine convivono in una delle forme più compiute del progressive.
Quando Ian Anderson incontrò Bach
Il Kantor di Lipsia e l’autodidatta scozzese non appartengono allo stesso mondo, ma condividono il piacere di costruire, trasformare e giocare con il materiale musicale.
Jethro Tull – Thick as a Brick
Una suite continua, un finto poema, un finto giornale e una satira del progressive mentre il progressive raggiunge il proprio vertice. Intelligenza e virtuosismo usati per mettere in dubbio sé stessi.
Led Zeppelin IV
Una copertina senza nome né titolo per un disco che non aveva bisogno di spiegazioni. Blues, folk, elettricità e mito si fondono senza che una sola componente prevalga definitivamente sulle altre.
Jethro Tull – Songs from the Wood
Nel 1977 il punk proclamava l’anno zero mentre Ian Anderson tornava verso un’Inghilterra arcaica e immaginaria. Non fuga dal presente, ma ricerca delle radici sotto la superficie della modernità.
Robert Wyatt e il mondo di Rock Bottom
La voce fragile di Wyatt sembra sempre sul punto di spezzarsi e proprio per questo non può essere separata dalla persona. Un disco sospeso fra sogno, dolore e ostinata tenerezza.
Pink Floyd – Wish You Were Here
Dopo il successo di The Dark Side of the Moon, i Pink Floyd scoprirono quanto potesse pesare l’assenza. Syd Barrett, l’industria e l’alienazione diventano parti dello stesso racconto.
Yes – Close to the Edge
Complesso, virtuosistico e spirituale, ma capace di procedere con assoluta naturalezza. Il punto nel quale l’ambizione degli Yes trovò una forma che sembra ancora inevitabile.
Toyah e Robert Fripp: quarant’anni di disciplina e follia
Ottant’anni per Fripp, quaranta di matrimonio e nessuna intenzione di diventare rispettabili. Dietro le loro esibizioni domestiche rimane una coppia costruita sulla libertà reciproca.
King Crimson – Larks’ Tongues in Aspic
Non archeologia musicale né nostalgia per la giovinezza. Fripp, Wetton, Bruford, Cross e Muir costruirono nel 1973 una musica che continua a sembrare provenire dal futuro.
Deep Purple – Machine Head
Un incendio, uno studio mobile e una registrazione continuamente costretta a cambiare sede. Dal caos nacque uno dei dischi più solidi e riconoscibili della storia del rock.
Emerson, Lake & Palmer – Brain Salad Surgery
Nel 1973 gli ELP non avevano alcuna intenzione di essere ragionevoli. Tecnologia, virtuosismo e ambizione vengono spinti oltre il limite, ma con un metodo molto più rigoroso di quanto sembri.
Jethro Tull – Aqualung
Sei note bastano per aprire una strada fredda, una panchina e un uomo dentro un cappotto troppo grande. Religione, esclusione e ipocrisia osservate senza offrire facili assoluzioni.
Avete davvero finito?
No. Mentre questo riepilogo viene pubblicato è soltanto il 25 agosto e restano ancora sei giorni prima della fine del mese. Abbiamo già in preparazione nuovi articoli, altre prove, nuovi ascolti e almeno un paio di idee che sarebbe probabilmente più prudente non incoraggiare.
Ma Nikonland non è nato per essere prudente.
Se durante le vacanze vi siete persi qualcosa, adesso sapete dove ritrovarlo. Non dovete leggere tutto in una volta e nessuno vi assegnerà i compiti per settembre. Scegliete ciò che vi incuriosisce, seguite i collegamenti e lasciate che un articolo vi conduca al successivo.
Noi, nel frattempo, continuiamo.

Miles Davis, Kind of Blue, Columbia Records, 1959. Fotografia di copertina © Jay Maisel.
QUI la nostra recensione del disco di Miles Davis
Il nikonista che conoscevamo senza saperlo
Devo cominciare con una confessione. Fino a ieri il nome di Jay Maisel non faceva parte di quelli che avrei saputo collocare immediatamente nella storia della fotografia. Poi è arrivata la notizia della sua morte, nell’agosto 2026, a 95 anni, e insieme a quella notizia una scoperta abbastanza clamorosa: è sua la fotografia di Miles Davis utilizzata per la copertina originale di Kind of Blue.
Conoscevo quindi una sua fotografia da una vita. Una delle fotografie più riprodotte, riconoscibili e inseparabili dalla musica del Novecento. Il profilo di Miles, la tromba, le mani, la concentrazione del musicista e quel blu diventato parte dello stesso suono del disco.
Jay Maisel non progettò necessariamente tutta la copertina: il suo è il ritratto fotografico, realizzato durante un’esibizione di Davis all’Apollo Theater e poi scelto dalla Columbia. Ma è proprio quell’immagine ad avere attraversato il tempo. Per milioni di persone Kind of Blue possiede anche quel volto, quel taglio, quella luce.
Non conoscevo il nome dell’autore, ma avevo davanti agli occhi la sua fotografia da decenni. Non potrebbe esserci introduzione più adatta per un fotografo che ha dedicato la vita a insegnare una cosa apparentemente semplice: guardare non significa necessariamente vedere.

Cheryl Tiegs, copertina dello Sports Illustrated Swimsuit Issue, 1970. Fotografia © Jay Maisel/Sports Illustrated.
Dalla pittura alla fotografia
Jay Maisel era nato a Brooklyn nel 1931. Aveva studiato grafica alla Cooper Union e pittura a Yale, ma durante gli anni universitari usciva a fotografare quando avrebbe dovuto dipingere. La fotografia gli sembrava più immediata, più divertente e più adatta al suo temperamento. Lo scatto concludeva l’azione; davanti a una tela, invece, non riusciva mai a decidere quando fermarsi.
Cominciò a lavorare professionalmente nel 1954. Non fu soltanto fotografo di strada, ritrattista, autore pubblicitario o fotografo editoriale. Fu tutte queste cose insieme, in un periodo nel quale un professionista doveva saper rispondere a incarichi molto diversi e risolverli mantenendo una riconoscibile identità visiva.
Fotografò Marilyn Monroe e Miles Davis, realizzò cinque copertine per lo Sports Illustrated Swimsuit Issue, le prime due copertine di New York Magazine, campagne pubblicitarie, annual report e dodici anni di lavori per United Technologies. Fotografò musicisti, modelle, paesaggi, città, dettagli, persone comuni e oggetti apparentemente privi di importanza.
La notorietà americana di Maisel nasce anche dalla fotografia applicata, un ambito che la storiografia europea ha spesso considerato meno nobile della fotografia d’autore. Ma la distinzione regge poco davanti alle sue immagini. Maisel svolgeva un mestiere per i clienti, mentre continuava a osservare il mondo per sé stesso. La stessa attenzione alla luce, al colore e al momento entrava nella pubblicità, nel ritratto, nella copertina di un disco e nella fotografia trovata camminando per New York.
Abbandonò gli incarichi commerciali intorno alla metà degli anni Novanta. Non perché avesse smesso di amare la fotografia, ma perché non sopportava più agenzie che fornivano un progetto già approvato da riprodurre senza deviazioni. Nei primi anni della sua carriera gli affidavano denaro, libertà e un problema da risolvere; alla fine pretendevano che si limitasse a eseguire una fotografia pensata da altri.
Per un autore che aveva fatto dell’apertura all’imprevisto il proprio metodo, quella non era più fotografia.

Jay Maisel, Don’t Walk, Red, NYC, 1981. Kodachrome. © Jay Maisel.
Quando il colore non era ancora rispettabile
Oggi consideriamo normale che la fotografia d’autore sia a colori. Quando Maisel cominciò, le gallerie accettavano quasi esclusivamente il bianco e nero. Il colore apparteneva alla pubblicità, alle riviste, alle cartoline e a una produzione considerata appariscente ma artisticamente inferiore.
Maisel, Pete Turner ed Ernst Haas arrivarono ad aprire uno spazio alla Carnegie Hall per mostrare fotografie a colori. Non volevano aggiungere semplicemente la tinta a immagini che avrebbero potuto essere realizzate in bianco e nero. Il colore era parte strutturale della fotografia.
Maisel aveva studiato pittura e grafica e conosceva il lavoro di Josef Albers sull’interazione cromatica. Sapeva che un colore isolato significa poco: acquista identità nella relazione con quello che gli sta accanto. Un grigio può apparire caldo vicino a un verde freddo e freddo vicino a un rosso. Due colori possono sostenersi, respingersi, vibrare oppure annullarsi.
Nelle sue fotografie il colore non descrive semplicemente gli oggetti. Organizza lo spazio, determina il peso delle parti e spesso diventa esso stesso il soggetto. Una parete, una portiera, un abito o una zona d’ombra possono essere sufficienti, purché tra gli elementi si stabilisca una tensione.
Non cercava necessariamente “il rosso”, “il blu” o una combinazione prestabilita. Cercava di restare disponibile. Il colore esiste già nel mondo; il compito del fotografo è accorgersi di quando comincia a funzionare.
Luce, colore e gesto
Maisel ha sintetizzato il proprio pensiero in tre parole: luce, colore, gesto. Sono anche il titolo del suo libro didattico più conosciuto, Light, Gesture & Color.
La luce rivela, separa, nasconde e trasforma. Non deve necessariamente essere bella secondo una definizione convenzionale. Può essere dura, incompleta, riflessa o apparentemente insufficiente. Deve però fare qualche cosa all’interno della fotografia.
Il colore mette gli elementi in relazione. Non è una decorazione aggiunta alla forma e nemmeno una simulazione da applicare successivamente. È materia fotografica presente al momento dello scatto.
Il gesto è il concetto più difficile e anche il più interessante. Non coincide soltanto con il movimento di una persona o con un’espressione del viso. Possiedono un gesto una mano, un animale, un albero piegato, una tenda gonfiata dal vento, la posizione di una sedia, un’ombra o persino il rapporto tra due superfici. È ciò che dà carattere e vita a quello che stiamo guardando.
Una fotografia può essere impeccabile dal punto di vista grafico e restare vuota. Quando il gesto entra nell’immagine, invece, qualche cosa accade. Gli elementi non sono più soltanto ben disposti: cominciano a comportarsi.
Maisel arrivò a dire che il gesto prevale sulla grafica. Con il passare degli anni si interessava sempre meno alla perfezione formale e sempre più al comportamento contenuto nella fotografia. Ciò non significava trascurare l’inquadratura. Ogni parte del fotogramma restava responsabilità del fotografo. Ma la forma non doveva soffocare ciò che rendeva viva la scena.

Jay Maisel, Man with Headband, New York. Kodachrome. © Jay Maisel.
Il gesto non è una posa
Quando parliamo di gesto non intendiamo necessariamente una mano alzata, una corsa o un’espressione spettacolare. È gesto tutto ciò che rivela la particolare natura del soggetto. Nel ritratto può essere il modo in cui una persona occupa lo spazio, abbassa lo sguardo o tiene le spalle. Nel paesaggio può essere la direzione degli alberi sotto il vento. In una fotografia astratta può essere la tensione tra due colori o tra una linea rigida e una superficie morbida.
Il gesto non si costruisce sempre. Spesso bisogna riconoscerlo mentre accade.

Jay Maisel, Two White Barns, 1964. Kodachrome. © Jay Maisel.
Un fotografo reattivo
Maisel non si definiva un fotografo particolarmente proattivo. Preferiva considerarsi reattivo. Camminava, osservava e rispondeva a ciò che il mondo gli offriva. Per questo invitava gli allievi a procedere lentamente e a restare aperti.
Non possiamo riconoscere ciò che abbiamo già deciso di non cercare. Se usciamo pensando soltanto a un particolare soggetto, a una focale o a un risultato prestabilito, tutto il resto diventa invisibile. Maisel non negava la preparazione; rifiutava che il progetto impedisse di vedere ciò che stava realmente accadendo.
Anche la parola “composizione” gli sembrava poco adatta alla fotografia non controllata. Si compone una natura morta, si dispongono persone e oggetti, si costruisce un’immagine pubblicitaria. Per strada, invece, il fotografo non governa la scena: sceglie la posizione, l’istante e i confini del fotogramma.
Un collega gli fece notare che spostarsi di pochi centimetri significa comunque comporre. Maisel dovette ammettere che non aveva tutti i torti. Restava però valida la distinzione: il fotografo non crea necessariamente ciò che ha davanti, ma decide che cosa includere e che cosa escludere.
La sua fotografia non nasceva dalla volontà di dominare il mondo. Nasceva dalla capacità di rispondergli.

Jay Maisel fotografando per le strade di New York, 2009. Foto © Brad Moore/Kelby Media.
Nikon dal 1959
Il 1959 fu l’anno di Kind of Blue, ma anche della Nikon F. Jay Maisel acquistò la sua prima Nikon proprio allora.
Aveva utilizzato e avrebbe continuato a utilizzare apparecchi di altri formati: Hasselblad, grande formato e fotocamere panoramiche. Ma nel 35mm fu sempre nikonista. Quando il medio formato smise di essere utile per gli incarichi professionali, dichiarò di avere realizzato il 99% del proprio lavoro con Nikon.
Conservava sedici Nikon F. Non ebbe F2, passò alla F3 e ne possedette otto, seguite da quattro o cinque F4 e da una F5. Non erano oggetti da mettere in vetrina. Le Nikon F venivano usate fino al punto che il suo tecnico non voleva più ripararle.
Nel corredo entrarono 50/1.4, 58/1.2, 180mm, 200/2, 300/2.8, 600/4 e apparecchi ancora più inconsueti, come il 1000/6.3 e il 2000/11. Maisel poteva scegliere focali comprese tra 14 e 2000mm, ma sosteneva di non essere un collezionista. Quell’attrezzatura era stata acquistata perché serviva a risolvere incarichi diversi oppure perché, in un determinato momento, gli era sembrato interessante usarla.
Il suo rapporto con Nikon precede di decenni ambassador, influencer e programmi promozionali. Non era una fedeltà proclamata: era un’abitudine professionale consolidata dall’uso. Conosceva quelle macchine, si fidava del sistema e non aveva ragione di cambiarlo.
Comprò una Canon una volta e la restituì il giorno successivo. Lo stesso fece con una Rolleiflex. Non sembra fosse particolarmente tormentato dal dubbio.

Dalla Nikon D1 al digitale senza rimpianti
Maisel diffidava delle apparecchiature nuove. Non amava studiare i manuali e ogni nuova macchina gli procurava sentimenti contrastanti: sapeva che sarebbe stata migliore, ma avrebbe dovuto imparare a usarla.
Fu Sam Garcia di Nikon a mettergli tra le mani una D1, insistendo perché la provasse. Maisel scoprì immediatamente i vantaggi del digitale e non tornò più indietro. Nei dieci anni successivi utilizzò soltanto tre rulli, tutti nelle prime due settimane.
Gli piaceva poter controllare il risultato, utilizzare le ottiche in modo diverso sul formato DX e soprattutto fotografare in condizioni di luce prima inaccessibili. Il digitale aveva allungato la giornata fotografica. La notte, che con la pellicola richiedeva una decisione specifica e un’emulsione adeguata, diventava semplicemente un’altra possibilità.
Non sentiva la mancanza della grana e non considerava il digitale una diminuzione della fotografia. Al contrario, lo aveva reso più libero.
Anche in questo Maisel era lontano dall’immagine del purista nostalgico. Aveva cominciato nel 1954, conosceva pellicola, medio e grande formato, ma non attribuiva al procedimento analogico alcuna superiorità morale. Se una tecnologia gli permetteva di fotografare meglio o più a lungo, la adottava.
Automatico finché funziona
Maisel utilizzava autofocus e automatismi senza complessi. Impostava manualmente ciò che riteneva importante, ma lasciava alla macchina quello che la macchina poteva fare più rapidamente di lui.
Camminando per strada non sapeva in anticipo quale soggetto avrebbe incontrato. L’autofocus riusciva a reagire più velocemente. Se sbagliava, Maisel interveniva; finché funzionava, non vedeva alcun motivo per sostituirsi alla fotocamera.
Il controllo non consisteva nel compiere personalmente ogni operazione. Consisteva nel decidere che cosa fotografare, da dove e in quale momento.
È una distinzione che ancora oggi molti fotografi faticano ad accettare. Confondono il numero delle regolazioni manuali con la quantità di intenzione presente nella fotografia. Maisel riservava l’intenzione al soggetto e affidava volentieri alla Nikon il resto.
Gli occhi da teleobiettivo
Un altro aspetto rende Maisel poco compatibile con la definizione tradizionale di fotografo di strada. Non usciva necessariamente con un 28mm o con un 35mm. Preferiva spesso le focali lunghe e diceva di non vedere naturalmente in grandangolare.
Il teleobiettivo gli dava maggiore controllo sui confini dell’immagine. Con un grandangolare il fotografo acquista, insieme all’ampiezza, la responsabilità di una grande quantità di territorio. Il tele permette invece di isolare, eliminare le periferie e concentrarsi sul centro dell’interesse.
Maisel non considerava una focale più nobile di un’altra. La focale giusta era quella compatibile con il proprio modo di vedere. Nel suo caso poteva essere un 180mm, un 300mm o qualche cosa di ancora più lungo, anche in città.
Non esiste quindi una focale obbligatoria per la street photography, come non esiste una focale obbligatoria per il ritratto. Esiste il modo in cui ciascun fotografo organizza lo spazio.
Una D3s e il 28-300
Dopo avere posseduto alcuni degli obiettivi più prestigiosi ed esotici del catalogo Nikon, Maisel arrivò a utilizzare abitualmente una sola fotocamera e un solo obiettivo: Nikon D3s e Nikkor AF-S 28-300mm f/3.5-5.6 VR.
Prima portava il 70-300 montato sulla macchina e il 24-70 in un piccolo marsupio. Cambiava raramente obiettivo, però, e finiva per trasportare il secondo zoom senza utilizzarlo. Con l’arrivo del 28-300 eliminò borsa e cambio di ottica.
Non lo considerava un ripiego. Lo riteneva straordinariamente nitido e soprattutto capace di rendergli la vita più semplice. Poteva reagire a una scena a 28, 50, 180 o 300mm senza interrompere l’osservazione. Non doveva prevedere quale focale sarebbe servita pochi secondi dopo.
Per chi possedeva 200/2, 300/2.8 e 600/4, scegliere un 28-300 non significava ignorare la differenza tra gli obiettivi. Significava sapere quale differenza contasse nella situazione reale.
Con la D3s fotografava tranquillamente a 6400 e 12.800 ISO. Realizzò un ritratto di David Burnett illuminato quasi esclusivamente dalla proiezione di alcune fotografie, a mano libera, a 1/4 di secondo, f/5.6 e 12.800 ISO. Il 28-300 non aveva grande luminosità e non apparteneva alla gamma professionale, ma gli permise di fare la fotografia.
Questo era sufficiente.
Portare meno per vedere di più
Maisel consigliava di uscire con meno attrezzatura possibile. Non perché gli obiettivi fossero tutti uguali, ma perché il peso e la scelta continua consumano attenzione. Se tutta l’energia serve a trasportare e amministrare il corredo, ne resta meno per osservare.
La sua soluzione non deve diventare una nuova regola. Non siamo obbligati a comprare un 28-300 né a uscire sempre con un solo obiettivo. La lezione consiste nel domandarci se ciò che portiamo amplia davvero le nostre possibilità oppure occupa soltanto spazio nella borsa e nella mente.
La Banca
Per quasi cinquant’anni Maisel visse e lavorò al 190 Bowery, nell’ex Germania Bank Building di Manhattan. Aveva acquistato nel 1966 per 102.000 dollari un edificio di sei piani e 72 stanze, allora in una zona degradata della città. Divenne abitazione, studio, archivio, laboratorio, spazio per i workshop e contenitore di una quantità sterminata di oggetti raccolti nel corso degli anni.
Maisel conservava cose che attiravano il suo sguardo: insegne, utensili, materiali, pezzi di metallo, giocattoli, oggetti trovati per strada. Non tutto doveva necessariamente diventare una fotografia. Il gesto di raccogliere e quello di fotografare nascevano però dalla stessa curiosità: riconoscere un carattere in ciò che gli altri avrebbero ignorato.
L’edificio, chiamato semplicemente “The Bank”, finì per diventare parte della sua leggenda. Maisel lo vendette nel 2015 per 55 milioni di dollari e il trasferimento di una vita intera richiese decine di camion. Il documentario Jay Myself, diretto da Stephen Wilkes, racconta proprio l’abbandono di quello spazio e il rapporto tra il fotografo, gli oggetti e la memoria.
La Banca era, in fondo, una rappresentazione materiale del suo sguardo: un luogo nel quale niente veniva considerato insignificante prima di essere osservato.

Fotografare molto, mostrare poco
Negli ultimi anni Maisel lavorò al recupero del proprio archivio analogico. Migliaia di fotografie furono riprodotte utilizzando prima una Nikon D810 e poi una D850 con il Micro Nikkor 60mm. Rivedendo immagini scattate molti decenni prima, trovava fotografie dimenticate, errori e una quantità enorme di materiale che non meritava di essere mostrato.
Non aveva alcun problema ad ammetterlo. Agli studenti che confrontavano le proprie immagini con le sue ricordava di avere probabilmente realizzato più brutte fotografie di tutti loro messi insieme. La differenza era semplice: non le mostrava.
Alla domanda sul perché le sue fotografie di vita quotidiana sembrassero più magiche di quelle realizzate da milioni di persone rispose: «Butto via quelle cattive».
Nel corso della selezione del suo archivio fece distruggere più di due milioni di diapositive. Sopra la scrivania teneva un cartello che elevava l’editing quasi al rango di attività divina.
Non è il numero delle fotografie scattate a definire un fotografo e nemmeno la percentuale di riuscita. Conta la capacità di riconoscere, anche a distanza di tempo, ciò che possiede ancora forza e ciò che deve restare invisibile.
La tecnica è sopravvalutata, non inutile
Maisel sosteneva che l’abilità tecnica fosse enormemente sopravvalutata. Non diceva che la tecnica fosse inutile. Era un professionista capace di lavorare per clienti importanti, affrontare produzioni complesse e utilizzare apparecchi dal grande formato al digitale. Sapeva però che una fotografia tecnicamente perfetta non acquista automaticamente una ragione per esistere.
La tecnica deve permetterci di arrivare al risultato senza occupare il centro del pensiero. Quando diventa l’argomento principale, spesso è perché il soggetto non è abbastanza forte.
La sua stessa carriera dimostra che strumenti e conoscenze sono necessari. Dimostra anche che non sono il contenuto della fotografia. Una Nikon F, una D1, una D3s e un 28-300 appartengono a epoche e livelli tecnologici differenti, ma restano strumenti nelle mani dello stesso sguardo.
Maisel non fotografava per dimostrare ciò che la macchina poteva fare. Usava ciò che la macchina sapeva fare per mostrare ciò che aveva visto.
Non un fotografo da copiare
Prendere lezione da Jay Maisel non significa cercare pareti colorate, comprimere ogni scena con un teleobiettivo o riprodurre le sue geometrie. Significherebbe fermarsi alla superficie, proprio ciò che lui invitava a non fare.
La lezione è restare disponibili. Camminare più lentamente. Guardare come la luce modifica una cosa ordinaria. Osservare i rapporti tra i colori. Aspettare che una postura, una linea o un’ombra rivelino il gesto del soggetto. Usare la focale che corrisponde al nostro modo di vedere, senza preoccuparci di quella prescritta dal genere fotografico.
E poi scegliere. Fotografare liberamente, ma mostrare soltanto ciò che continua ad avere forza.
Maisel non separava il piacere dalla serietà. Fotografava perché sentiva di non avere scelta, perché voleva mostrare il mondo come lo vedeva, perché gli piaceva la caccia e perché era divertente. Una motivazione non rendeva meno vere le altre.

Nikonista prima degli ambasciatori
Il rapporto di Jay Maisel con Nikon non è una nota marginale aggiunta alla sua biografia. Attraversa quasi settant’anni di fotografia: dalla Nikon F del 1959 alla D1, dalla D3s utilizzata ad altissimi ISO alle D810 e D850 impiegate per salvare l’archivio analogico.
Ma non dobbiamo ricordarlo soltanto perché usava Nikon. Sarebbe un modo molto povero di appropriarsi della sua storia.
Ci interessa perché rappresenta il genere di nikonista che riconosciamo: fedele al sistema per esperienza, pronto ad accogliere il digitale senza nostalgia, disposto a utilizzare gli automatismi quando sono utili e capace di scegliere un 28-300 al posto degli obiettivi più prestigiosi se quello zoom gli consente di fare più fotografie e portare meno peso.
La macchina non gli forniva un’identità. Gli forniva continuità, affidabilità e libertà.
Jay Maisel è morto a 95 anni dopo oltre settant’anni trascorsi a fotografare e a insegnare agli altri a vedere. Ha ricevuto premi importanti, ha lavorato per grandi clienti e ha prodotto immagini entrate nella cultura visiva americana. Ma forse la sua eredità più utile resta contenuta in quelle tre parole: luce, colore, gesto.
La prossima volta che ascolterò Kind of Blue, guarderò diversamente anche la copertina. Quella fotografia era sempre stata davanti a me; semplicemente non avevo mai cercato il nome di chi l’aveva realizzata.
Anche questa, a pensarci bene, è una piccola lezione di Jay Maisel.

La Nikon che potrebbe fare. E che probabilmente non farà
Nel 1957 Nikon presentò la SP. Non era una macchina nata per celebrare il passato, perché allora quel passato ancora non esisteva. Era semplicemente la migliore fotocamera che Nippon Kogaku sapesse costruire: compatta, robusta, silenziosa, completa, aperta a un sistema di obiettivi e accessori concepito per i professionisti.
Il suo mirino universale incorporato mostrava le cornici per sei focali; il suo otturatore era tanto silenzioso da essere descritto come un sussurro; poteva montare un motore capace di tre fotogrammi al secondo e disponeva di soluzioni che sarebbero poi confluite nella Nikon F. La SP non fu l'ultima espressione romantica delle Nikon a telemetro. Fu il punto dal quale Nikon prese lo slancio per diventare Nikon.
Per questo abbiamo provato a immaginare una sua erede digitale. Non una replica, non una fotocamera che finga di avere un telemetro e nemmeno un altro esercizio cosmetico costruito applicando ghiere e similpelle sopra una macchina già esistente. Una Nikon moderna che faccia oggi ciò che la SP fece nel 1957: concentrare la migliore tecnologia disponibile in un corpo compatto, elegante, professionale e immediatamente riconoscibile.
L'abbiamo chiamata Nikon Z SP.

Non serve un falso telemetro
La base tecnica esiste già ed è quella della Nikon Z6 III: sensore FX parzialmente stacked da 24,5 megapixel, processore Expeed 7, autofocus con riconoscimento dei soggetti, stabilizzatore, otturatore meccanico ed elettronico, mirino di qualità elevata e capacità video complete.
Non c'è nulla da inventare sul piano elettronico. Bisogna disegnare una macchina nuova intorno a quella tecnologia.
La Z SP avrebbe un corpo largo e relativamente basso, vicino nelle proporzioni a una Nikon Zf privata del falso pentaprisma. Il mirino elettronico sarebbe collocato nell'angolo superiore sinistro, dove può essere usato comodamente senza costringere il naso contro il dorso. Davanti, però, non ci sarebbero finestrelle supplementari, falsi illuminatori di cornici o decorazioni che simulino il telemetro della macchina del 1957.
Un mirino elettronico ha bisogno di un oculare, non di una scenografia.
Anche la leva dell'autoscatto della SP originale resterebbe nel 1957. Riprodurla oggi come semplice ornamento equivarrebbe a mettere una manovella di avviamento sul frontale di un'automobile elettrica.
Il richiamo alla SP starebbe nelle proporzioni, nell'andamento della calotta, nella lavorazione del metallo, nel rivestimento, nella disposizione dei comandi e soprattutto nella sensazione di avere tra le mani uno strumento fotografico. Non nel numero delle citazioni decorative.


Due colori dal primo giorno
Nessuna edizione speciale sei mesi dopo e nessun sovrapprezzo per la calotta chiara. La Z SP dovrebbe nascere contemporaneamente in due versioni: tutta nera, severa e professionale; nera e argento, più vicina alla macchina del 1957.
La scelta del colore non è una funzione e non deve diventare una strategia commerciale. È soltanto il modo in cui ciascun fotografo preferisce vedere la propria Nikon.
Il televisore può restare spento
Sul dorso abbiamo fatto una scelta precisa. La Z SP avrebbe un display completamente articolato, ma dovrebbe essere progettata per essere usata normalmente con lo schermo chiuso a portafoglio.
Quando è chiuso non si vedrebbe il consueto rettangolo nero. Il lato esterno del display sarebbe rivestito nella stessa similpelle del corpo, interrotto soltanto dal sottile profilo metallico e dalla cerniera. Guardando la macchina da dietro si vedrebbe una superficie continua, sobria, quasi analogica. Il display resterebbe disponibile per il menù, il video, le riprese dal basso, il treppiedi o la revisione accurata delle immagini, ma non sarebbe obbligato a dominare l'aspetto della fotocamera anche quando non serve.
Non è un rifiuto della tecnologia. È tecnologia che sa mettersi da parte.
Il fotografo potrebbe accendere la Z SP, portarla all'occhio e lavorare attraverso il mirino senza essere continuamente invitato a guardare il televisore posteriore. Le immagini appena scattate comparirebbero nell'EVF, se lo desidera. Tutto il resto resterebbe nascosto fino al momento in cui diventa utile.

Ghiere che comandano davvero
Sulla calotta troverebbero posto tre comandi principali: sensibilità ISO, tempo di otturazione e compensazione dell'esposizione. Il pulsante di scatto sarebbe circondato dall'interruttore di accensione. Un piccolo selettore permetterebbe di passare tra P, S, A e M senza occupare metà della calotta con un'altra torretta.
Non ci sarebbe la rotellina anteriore verticale della Zf. È piccola, poco piacevole da azionare e, dopo un uso prolungato, riesce persino a incidere il polpastrello dell'indice. Su una macchina nata per offrire piacere d'uso non abbiamo ragione di conservarla.
Con gli obiettivi Z SP il diaframma si regolerebbe direttamente sull'obiettivo. In manuale avremmo quindi tempo sulla calotta, diaframma sull'ottica e ISO sulla propria ghiera: ogni parametro sarebbe visibile ancora prima di accendere la fotocamera. Con i normali Nikkor Z privi della ghiera dei diaframmi si userebbe la rotella posteriore. La posizione 1/3 STEP sulla ghiera dei tempi consentirebbe, quando necessario, la regolazione elettronica in incrementi di un terzo.
Sul dorso resterebbero un vero joystick, AF-ON, il selettore multidirezionale e pochi pulsanti personalizzabili. Non vogliamo semplificare la macchina togliendo ciò che serve. Vogliamo evitare di complicarla con ciò che non serve.

Una Nikon Z vera
La baionetta sarebbe naturalmente la Nikon Z. Progettare un innesto più piccolo soltanto per ottenere proporzioni più simili a quelle della SP originale produrrebbe un sistema chiuso, incompatibile e senza futuro. La Z SP deve poter usare un 14-24mm f/2.8 S, un Plena, un 100-400mm o qualunque altro Nikkor Z.
Il grande diametro della baionetta rappresenta la difficoltà estetica principale. Non può essere nascosto e non deve essere mascherato. Va raccordato al corpo con un disegno capace di renderlo parte dell'insieme, come elemento strutturale della macchina moderna.
La Z SP non sarebbe quindi una compatta di lusso con obiettivo fisso. Sarebbe il corpo più elegante di un sistema che esiste già.


Non è la Z45 senza pentaprisma
La Nikon Z45 che abbiamo immaginato è una fotocamera a obiettivo fisso, costruita intorno al piacere e alla libertà di uscire con una sola focale. La Z SP avrebbe una missione differente: essere una vera macchina di sistema, compatibile con tutti i Nikkor Z e accompagnata da una famiglia di ottiche compatte dedicate.
La Z45 semplifica scegliendo in anticipo l'obiettivo. La Z SP semplifica lasciando al fotografo la scelta, ma mettendo ogni comando importante nel posto più naturale. Potrebbero convivere senza sovrapporsi: una sarebbe la Nikon da portare sempre, l'altra la Nikon con cui costruire un intero corredo.

I Nikkor Z SP
Per dare senso al progetto servirebbe però una piccola serie di obiettivi dedicati. Non semplici versioni SE di ottiche esistenti con una ghiera zigrinata e due scritte differenti, ma Nikkor progettati insieme alla macchina: compatti, metallici, dotati di una vera ghiera dei diaframmi incisa e capaci di mantenere proporzioni armoniose intorno alla grande baionetta Z.
La prima dotazione potrebbe essere composta da:
Nikkor Z SP 28mm f/2.8
Nikkor Z SP 35mm f/2
Nikkor Z SP 50mm f/2
Nikkor Z SP 85mm f/2
Non occorre inseguire a ogni costo dimensioni, luminosità e grafici MTF estremi. Nikon possiede già obiettivi S pensati per quel compito. Questi dovrebbero privilegiare compattezza, resa fotografica, costruzione e piacere di messa a fuoco manuale, pur conservando autofocus rapido e silenzioso.
La ghiera dei diaframmi dovrebbe avere scatti netti, essere disinseribile per il video e includere la posizione A. La ghiera di messa a fuoco dovrebbe offrire una risposta lineare selezionabile e una corsa sufficientemente ampia. Le distanze potrebbero comparire nel mirino quando la ghiera viene azionata, senza aggiungere piccoli display sugli obiettivi.
La SP del 1957 era una macchina di sistema. Una Z SP venduta con un solo 40mm rivestito diversamente sarebbe soltanto un'operazione di immagine.

SP Power Drive
La Nikon SP originale poteva utilizzare il motore S-36, capace di far avanzare la pellicola a tre fotogrammi al secondo. Oggi il trasporto meccanico non esiste più e la Z6 III supera quella velocità senza alcun accessorio. Riprodurre un motore finto sarebbe quindi assurdo quanto riprodurre un falso telemetro.
Ma la sua forma e la sua funzione di espansione possono essere reinterpretate.
Abbiamo immaginato uno SP Power Drive: una base bassa e larga, rivestita in metallo e similpelle, collegata direttamente al fondo della macchina. Non il consueto battery grip verticale che trasforma un corpo compatto in un cubo, ma un prolungamento discreto della sua sagoma, ispirato al dorso motorizzato della SP.
Al suo interno troverebbero posto due batterie, l'elettronica di alimentazione USB-C e un sistema supplementare di dissipazione utile durante le registrazioni video prolungate. Il Power Drive migliorerebbe l'autonomia e il bilanciamento con obiettivi più grandi, senza aggiungere una seconda impugnatura né comandi duplicati. Chi desidera la Z SP nella sua forma più pura potrebbe lasciarlo a casa; chi lavora per ore avrebbe un accessorio realmente utile e coerente con la storia della macchina.
Non farebbe avanzare la pellicola e non produrrebbe artificialmente il rumore del motore. Nikon deve ricordare la propria storia, non recitarla.


Nikon Speedlight SB‑SP: un piccolo lampo, non un corpo estraneo
Una Nikon Z SP non potrebbe accettare uno speedlight tradizionale, alto quasi quanto la macchina e capace di cancellarne immediatamente la linea. Il suo flash dedicato dovrebbe essere compatto, leggero e coerente con il progetto: non un soprammobile nostalgico, ma una sorgente di luce moderna pensata per lo schiarimento in esterni, il ritratto ravvicinato, la fotografia sociale e il lampo riflesso in interni.
Immaginiamo quindi il Nikon Speedlight SB‑SP con numero guida 18 a 100 ISO, misurazione i‑TTL, automatismo tradizionale e regolazione manuale da 1/1 a 1/128. Dovrebbe supportare sincronizzazione ad alta velocità fino a 1/8000”, prima e seconda tendina, lampo multiplo e ricevitore radio a 2,4 GHz. La testa, orientabile verso l’alto fino a 90° e ruotabile di 180°, permetterebbe di usare la luce diretta oppure riflessa anche mantenendo la macchina in verticale.
La cellula è rivolta in avanti, parallelamente all’obiettivo; ghiera, spia di carica e pulsante di prova guardano invece il fotografo. Ripiegato, il flash diventerebbe un parallelepipedo piatto di circa 10 × 7 × 3,5 centimetri e 160 grammi, facilmente trasportabile nella stessa borsa della macchina. Batteria al litio incorporata, ricarica USB‑C, circa 400 lampi a piena potenza e tempo di ricarica intorno a 1,5 secondi.
Niente grande display, menù o pulsantiere: una ghiera analogica, una piccola finestrella ambra e comandi comprensibili senza manuale. Naturalmente nelle due finiture coordinate, nero e nero/argento. Non sostituirebbe un flash professionale destinato a cerimonie o grandi ambienti; sarebbe semplicemente il lampo giusto per la Nikon Z SP, nella forma giusta.

Il cuore della Z6 III, senza mutilazioni
Caratteristica
Nikon Z SP immaginata da Nikonland
Sensore
FX CMOS parzialmente stacked da 24,5 megapixel
Processore
Expeed 7
Stabilizzazione
IBIS sul sensore
Autofocus
Sistema della Z6 III con riconoscimento dei soggetti e inseguimento 3D
Otturatore
Meccanico ed elettronico
Mirino
EVF ad alta risoluzione collocato nell'angolo superiore sinistro
Display
Completamente articolato, richiudibile verso l'interno, dorso rivestito in similpelle
Memorie
CFexpress Type B/XQD più SD UHS-II
Video
Capacità complete della Z6 III, senza limitazioni artificiali
Comandi
Ghiere fisiche per ISO, tempi e compensazione; diaframma sugli obiettivi Z SP
Costruzione
Struttura metallica sigillata, prodotta con finitura di livello professionale
Colori
Tutta nera oppure nera con calotta e fondello argento
Accessorio
SP Power Drive a basso profilo
Prezzo auspicabile
Intorno ai 3.000 euro, non una Leica con il marchio Nikon
Non le toglieremmo il video per definirla una macchina da fotografi. Non ridurremmo la raffica perché ha le ghiere. Non limiteremmo l'autofocus per creare una distanza commerciale dalla Z6 III. E non useremmo una sola scheda di memoria per recuperare qualche millimetro.
La SP del 1957 rappresentava il massimo che Nikon potesse offrire in quel formato. La sua erede dovrebbe rispettare lo stesso principio.

Perché Nikon potrebbe farla
Quasi tutta la tecnologia necessaria è già in produzione. Nikon possiede il sensore, il processore, l'autofocus, il mirino, l'IBIS, l'otturatore, le batterie, le schede elettroniche e naturalmente la baionetta. Possiede anche l'esperienza maturata con la Zf e una storia industriale che nessun reparto marketing dovrebbe avere bisogno di inventare.
Servirebbero un nuovo telaio, una diversa disposizione dei componenti, un mirino decentrato, un display con finitura esterna specifica e una famiglia iniziale di obiettivi. Non sarebbe un progetto economico, ma nemmeno il salto nel vuoto richiesto da un nuovo sistema.
E, a differenza di tante edizioni commemorative, non avrebbe bisogno di una targhetta numerata per giustificare la propria esistenza. Potrebbe restare stabilmente a catalogo come alternativa alla Z6 III e alla Zf: stessa sostanza tecnica, esperienza d'uso e identità differenti.

Perché probabilmente non la farà
Perché richiederebbe di assumersi un rischio industriale invece di limitarsi a cambiare la finitura di un prodotto esistente. Perché quattro obiettivi compatti con ghiera dei diaframmi costituiscono un piccolo sistema da sostenere nel tempo. Perché la disposizione laterale del mirino comporterebbe una riprogettazione autentica e non un semplice cambio di carrozzeria.
E forse perché Nikon sembra ricordarsi della propria storia soprattutto quando deve preparare una vetrina, un museo o un'edizione celebrativa. Più raramente quando deve decidere che forma dare al futuro.
Ma è proprio questa la ragione per cui abbiamo immaginato la Z SP.
Non chiediamo a Nikon di tornare al 1957. Non vogliamo rimettere la pellicola nella macchina, mettere a fuoco sovrapponendo due immagini o caricare un motore esterno. Chiediamo che recuperi lo stesso coraggio con cui allora costruì una fotocamera capace di guardare oltre il proprio tempo.
La Nikon SP non divenne leggendaria perché somigliava alle Nikon precedenti. Divenne leggendaria perché conteneva ciò che Nikon sarebbe diventata.
Una Nikon Z SP dovrebbe fare esattamente lo stesso.

Nikon, ricordati chi sei.
Non per ripeterti, ma per tornare a sorprenderti.
Thom Hogan si domanda dove siano finiti i grandi aggiornamenti firmware Nikon. La domanda è legittima, ma forse non è ancora quella decisiva. Non conta soltanto quante nuove funzioni arrivino dopo l’acquisto: conta sapere se la fotocamera che abbiamo comprato appartenga ancora a una piattaforma in evoluzione oppure sia già diventata un ramo chiuso del catalogo.
Con la Z9 Nikon aveva stabilito un precedente formidabile. Gli aggiornamenti 2.0, 3.0, 4.0 e 5.0 non si limitavano a correggere errori: aggiungevano modalità di ripresa, miglioravano l’autofocus, ampliavano le possibilità video, modificavano l’interfaccia e rendevano la fotocamera progressivamente più completa. Ogni nuova versione produceva attenzione, articoli, prove sul campo e, soprattutto, la sensazione che chi aveva acquistato l’ammiraglia continuasse a essere considerato da Nikon.
Hogan interpreta quella stagione in modo meno romantico: la Z9 sarebbe arrivata sul mercato con l’hardware pronto ma con il software ancora incompleto. I grandi firmware non sarebbero quindi stati soltanto un gesto di generosità verso i clienti, ma il completamento di un programma previsto fin dall’origine. Probabilmente è vero. Ma per l’utente il risultato non cambia: Nikon aveva dimostrato che una fotocamera poteva crescere anche dopo essere uscita dal negozio.
Oggi quella sensazione si è molto attenuata. Il firmware 5.30 della Z9 è stato ancora un aggiornamento consistente e, diversamente da quanto scrive Hogan, ha effettivamente introdotto anche il supporto ai Flexible Color Picture Control. Le successive versioni 5.31 e 5.32 si sono invece limitate alla manutenzione e alla correzione di problemi. Non c’è nulla di male nei bugfix, naturalmente, ma non possono sostituire una politica di sviluppo. La cronologia ufficiale Nikon lo mostra con chiarezza.
Lo stesso discorso vale, con le dovute proporzioni, per la Zr. Il firmware 1.10 non è stato affatto insignificante: ha esteso la durata delle registrazioni, aggiunto la denominazione professionale dei file, l’ingresso LTC per la sincronizzazione del timecode e altre funzioni utili. L’1.11 è stato invece sostanzialmente correttivo. Per una cinepresa nata dopo l’acquisizione di RED e presentata come ingresso Nikon nel cinema professionale, sarebbe però ragionevole conoscere la direzione dello sviluppo, non soltanto scoprire di tanto in tanto che è comparso un nuovo file nel Download Center.
Il problema, quindi, non è sostenere che Nikon non aggiorni più nulla. Sarebbe falso. Il problema è che non esiste una politica firmware riconoscibile, coerente e comprensibile dall’esterno.
Gli esperimenti senza seguito
La Zfc ne è un esempio quasi didattico. Con il firmware 1.60 Nikon introdusse nuovi colori per la schermata informazioni, una schermata animata di benvenuto e il bordo rosso durante la registrazione video. Erano piccoli gadget, certamente, ma non necessariamente inutili: su una fotocamera acquistata anche per il suo stile potevano contribuire a darle una personalità più marcata. Il problema non era l’animazione di apertura. Il problema è che, dopo quell’esperimento, non arrivò un secondo atto. Gli aggiornamenti successivi hanno quasi esclusivamente corretto anomalie. La cronologia della Zfc si è fermata lì.
Nikon sembrò voler sperimentare anche con la Z9. Al CP+ del 2022 presentò una versione preliminare del firmware capace di utilizzare suoni personalizzati per l’otturatore elettronico. Tra questi c’erano quelli della Nikon F4 e della D750, la voce del presentatore e persino il miagolio di un gatto. Il miagolio fece sorridere il pubblico e circolò rapidamente in rete. In seguito arrivarono cinque tipi di suono selezionabili, ma non la libertà di personalizzazione mostrata durante quella presentazione.
Non vogliamo fare un processo al gatto. Quella dimostrazione provava che Nikon aveva iniziato a pensare al firmware anche come strumento per personalizzare l’esperienza d’uso. Era un’idea interessante, rimasta però episodica, come la schermata colorata della Zfc. A Tokyo si accende una lampadina, si mostra un prototipo, si osserva la reazione del pubblico e poi spesso si lascia spegnere tutto senza trasformare l’esperimento in una direzione di prodotto.
Ma l’occasione perduta più grave non riguarda né i colori né i miagolii. Riguarda la Nikon D780.
Presentata nel 2020, la D780 era la più moderna delle reflex Nikon non professionali. Utilizzava un sensore BSI da 24,5 megapixel, il processore Expeed 6 e, in Live View, un sistema autofocus ibrido a 273 punti esteso su circa il 90% dell’inquadratura. Era la prima reflex Nikon con rilevamento di fase sul sensore e Eye AF: una macchina F-Mount capace di offrire il mirino ottico della tradizione e buona parte dell’esperienza elettronica della Z6. Era, nelle stesse parole di Nikon, il ponte più avanzato tra i due mondi. Le caratteristiche dichiarate al lancio lo confermano.
Quel ponte è stato lasciato senza manutenzione strategica. La Z6 ha ricevuto nel tempo riconoscimento degli animali, miglioramenti al rilevamento degli occhi, affinamenti dell’inseguimento e nuove funzioni operative. La D780, che condivideva buona parte della base tecnologica della ripresa Live View, è stata aggiornata quasi soltanto per correggere problemi. Nikon è intervenuta ancora nell’agosto 2026 con il firmware 1.21, prova apprezzabile che il prodotto non è stato abbandonato tecnicamente; ma anche quell’aggiornamento corregge soltanto un caso di sottoesposizione durante le raffiche. Il supporto esiste, lo sviluppo no.
Non sosteniamo che ogni funzione della Z6 potesse essere trasferita automaticamente alla D780. Le architetture non sono identiche e sviluppare, verificare e certificare un firmware costa denaro. Ma quella fotocamera avrebbe potuto ricevere almeno una parte degli affinamenti maturati sulla piattaforma Expeed 6: un riconoscimento più evoluto dei soggetti in Live View, un tracking migliorato, strumenti video più moderni, una maggiore personalizzazione dell’interfaccia.
La D780 non è stata dimenticata perché fosse diventata improvvisamente incapace di fotografare. È stata dimenticata dai clienti potenziali perché Nikon ha smesso di offrire loro nuove ragioni per ricordarsene. Avrebbe potuto accompagnare per anni i fotografi ancora legati al vastissimo sistema F-Mount e guidarli gradualmente verso Nikon Z. È stata invece trattata come l’ultima voce di un capitolo da chiudere.
Questa non è prudenza industriale. È valore lasciato sul tavolo.
Una proposta indirizzata a Nikon Japan, se vorranno leggerci
Non chiediamo aggiornamenti eterni, né pretendiamo che una fotocamera del 2020 diventi per magia un modello del 2026. Chiediamo una politica dichiarata, sostenibile e uguale per tutti. Nikon potrebbe trasformare il firmware da sorpresa occasionale in uno dei motivi principali per scegliere il sistema Z.
1. Dichiarare il ciclo di vita software
Ogni fotocamera dovrebbe essere accompagnata da un periodo minimo di sviluppo chiaramente indicato. Per le ammiraglie e i modelli professionali proponiamo almeno cinque anni di aggiornamenti funzionali, seguiti da altri due anni di manutenzione e compatibilità. Per i modelli intermedi quattro anni di sviluppo e due di manutenzione; per quelli di ingresso almeno tre più due.
Non significa promettere in anticipo ogni funzione. Significa dire al cliente per quanto tempo la sua fotocamera resterà una piattaforma attiva.
Nel Download Center dovrebbe comparire uno stato inequivocabile:
sviluppo attivo;
manutenzione;
supporto terminato.
Un cliente può accettare che un prodotto abbia concluso il proprio ciclo. È molto più difficile accettare di non sapere se Nikon stia ancora lavorando per lui oppure no.
2. Separare la piattaforma dal singolo modello
Le fotocamere dotate dello stesso processore appartengono, entro i limiti dell’hardware, alla stessa generazione software. Le funzioni fondamentali dovrebbero quindi essere sviluppate su una piattaforma comune e distribuite su tutti i modelli compatibili.
Non chiediamo alla Zfc ciò che richiede Expeed 7, né alla Z9 funzioni subordinate a componenti che non possiede. Chiediamo però che Nikon smetta di creare differenze artificiali tra macchine tecnicamente in grado di condividere una funzione.
Per ogni aggiornamento dovrebbe essere pubblicata una semplice matrice di compatibilità: funzione disponibile, funzione prevista, funzione impossibile per un limite hardware. Una spiegazione chiara elimina sospetti e riduce le discussioni inutili.

UN SOLO PROCESSORE, UNA SOLA LOGICA
Rivolgiamo a Nikon una richiesta precisa: le fotocamere che condividono lo stesso processore devono condividere, nei limiti imposti dall’hardware, anche la stessa logica operativa. Oggi tutte le Nikon Expeed 7 sembrano parlare dialetti differenti. La gestione dei Custom Controls cambia da un modello all’altro e persino la Zf non è stata aggiornata allo standard successivamente introdotto da Z50 II, Z5 II e Zr. Non esiste alcuna ragione comprensibile per cui la medesima funzione possa essere assegnata liberamente a un pulsante su una fotocamera e risulti esclusa, oppure disponibile soltanto su un altro comando, in una macchina della stessa generazione.
Le differenze fisiche tra i corpi sono inevitabili. Le differenze arbitrarie nell’organizzazione dei comandi non lo sono. Un fotografo che utilizza più Nikon dovrebbe ritrovare la stessa struttura, le stesse denominazioni e la medesima libertà di assegnazione. Ogni pulsante personalizzabile dovrebbe poter accedere a tutte le funzioni compatibili con il suo tipo di pressione, senza limitazioni stabilite modello per modello secondo criteri che nessuno, fuori da Tokyo, riesce a comprendere.
Nel frattempo, il menù Nikon ha raggiunto un livello di complessità che non può più essere gestito soltanto sul piccolo schermo della fotocamera. Serve OGGI, non domani, un’applicazione ufficiale per desktop e tablet con la quale configurare graficamente ogni comando, modificare i menù personali, confrontare le impostazioni, memorizzare configurazioni complete e richiamarle in base al genere fotografico o al lavoro da svolgere.
Queste configurazioni dovrebbero poter essere nominate, duplicate, modificate, archiviate, trasferite tramite cavo o Wi-Fi e condivise con altri utenti. Un professionista potrebbe predisporre assetti differenti per ritratto, sport, studio o video; un’associazione potrebbe distribuire una configurazione comune; un fotografo che sostituisce il corpo potrebbe trasferire sulla nuova macchina quanto compatibile, ricevendo dall’applicazione una segnalazione chiara delle sole funzioni non disponibili.
Non chiediamo di semplificare le fotocamere eliminando possibilità. Chiediamo di governarne la complessità. Una piattaforma comune deve offrire coerenza, libertà di configurazione e strumenti adeguati per amministrarla. Altrimenti Expeed 7 resterà un processore condiviso da molte Nikon, ma non diventerà mai il fondamento di un vero sistema Nikon.
3. Due appuntamenti firmware ogni anno
Nikon potrebbe istituire due momenti fissi, uno in primavera e uno in autunno, dedicati all’evoluzione del sistema. Non tutti i corpi dovrebbero ricevere ogni volta nuove funzioni, ma in quelle occasioni l’azienda presenterebbe lo stato della piattaforma, gli aggiornamenti disponibili e quelli in sviluppo.
Sarebbe comunicazione a costo relativamente contenuto, capace di generare attenzione anche nei periodi privi di nuovi prodotti. Oggi, quando Nikon non presenta una fotocamera o un obiettivo, semplicemente scompare dalla conversazione. Un programma firmware trasformerebbe il silenzio in continuità.
4. Distinguere chiaramente manutenzione ed evoluzione
Un aggiornamento che corregge una sottoesposizione non deve essere presentato come se ringiovanisse la fotocamera. È manutenzione necessaria e benvenuta. Un firmware che aggiunge nuovi sistemi AF, formati, Picture Control o strumenti operativi è invece sviluppo.
Chiamare entrambe le cose “firmware update” nasconde la differenza sostanziale. Nikon dovrebbe adottare due denominazioni distinte e accompagnare gli aggiornamenti funzionali con una presentazione tecnica degna di un nuovo prodotto.
5. Ascoltare gli utenti con un metodo visibile
Non basta raccogliere osservazioni attraverso distributori, ambassador e tecnici NPS. Serve un portale internazionale nel quale gli utenti possano proporre funzioni, votare quelle già richieste e verificare quali siano state prese in considerazione.
Nikon non sarebbe obbligata a realizzare tutto. Dovrebbe però rispondere: allo studio, previsto, incompatibile con l’hardware, non prioritario. Anche un rifiuto motivato è più utile del silenzio.
Fotografi professionisti, videomaker, sviluppatori, scuole e comunità indipendenti utilizzano le fotocamere in modi che nessun ufficio progettazione può prevedere interamente. Ignorare questa esperienza significa rinunciare gratuitamente a una parte della ricerca di prodotto.
6. Prevedere anche aggiornamenti professionali a pagamento
Il firmware non deve essere necessariamente tutto gratuito. Le correzioni, i miglioramenti di base e le funzioni comuni alla piattaforma devono esserlo. Moduli molto specialistici, soggetti a licenze o destinati a una clientela professionale ristretta potrebbero invece essere venduti a un prezzo ragionevole.
È comunque preferibile pagare qualche centinaio di euro per ampliare realmente una fotocamera già posseduta che doverne spendere diverse migliaia per ricomprare quasi lo stesso hardware. Nikon lo ha già fatto con alcune funzioni video e potrebbe trasformare quell’esperienza in un’offerta ordinata, purché non utilizzi i moduli a pagamento per sottrarre funzioni normali al prodotto acquistato.
7. Cominciare subito dai prodotti esistenti
La Z9 merita un firmware 6.0 che completi l’integrazione con Nikon Imaging Cloud, allinei le personalizzazioni alle fotocamere Expeed 7 più recenti e renda coerente l’intero flusso professionale. I Flexible Color sono già presenti: non utilizziamoli come falsa rivendicazione, ma completiamo ciò che ancora manca.
La Z8 dovrebbe ricevere tutte le funzioni compatibili con il suo hardware senza essere penalizzata per proteggere artificialmente la futura ammiraglia.
La Zf ha dimostrato quanto un aggiornamento possa rafforzare l’identità di un prodotto. Picture Control, grana, strumenti creativi e personalizzazione sono perfettamente coerenti con la sua natura. Questa strada deve continuare.
La Zfc meriterebbe un ultimo vero firmware 2.0, non per trasformarla in una Z50 II, ma per completare l’idea originaria: strumenti migliori per la messa a fuoco manuale, nuove cornici e proporzioni di ripresa, Picture Control compatibili con il suo processore, maggiore personalizzazione dei comandi e un’interfaccia “heritage” finalmente sviluppata oltre la schermata colorata di accensione.
La D780 meriterebbe un firmware conclusivo denominato apertamente “Legacy 2.0”: migliore riconoscimento dei soggetti e degli occhi in Live View, tracking affinato utilizzando l’esperienza maturata sulla piattaforma Expeed 6, strumenti video aggiornati e tutte le ottimizzazioni realisticamente trasferibili. Non cambierebbe il destino commerciale delle reflex, ma dimostrerebbe a milioni di utenti F-Mount che Nikon non cancella la propria storia quando volta pagina.
La Zr, infine, ha bisogno di una roadmap specifica sviluppata insieme agli ingegneri RED. Chi acquista una cinepresa non può attendere passivamente il prossimo modello per sapere se arriveranno gli strumenti richiesti sul set. Servono aggiornamenti regolari, documentati e costruiti attorno ai flussi di lavoro professionali reali.
Tutto questo non ridurrebbe necessariamente le vendite delle generazioni successive. Al contrario, aumenterebbe la fiducia nel marchio, manterrebbe più alto il valore dell’usato, favorirebbe l’acquisto di nuovi obiettivi e renderebbe meno rischioso investire nel sistema.
Chi ha comprato una Z9 non deve ricevere gratuitamente una Z9 II. Deve però poter credere che Nikon non abbia smesso di pensare alla sua Z9 il giorno in cui ha cominciato a progettare la successiva.
Una buona fotocamera continua naturalmente a fare buone fotografie anche senza aggiornamenti. È vero, ma è una risposta troppo comoda. Anche la D780 continua a essere un’ottima macchina: ciò non ha impedito al mercato di dimenticarla. La Zfc continua ad accendersi mostrando i suoi colori: ciò non significa che l’idea sia stata sviluppata. La Z9 continua a essere una formidabile ammiraglia: ciò non autorizza Nikon a considerare già conclusa la relazione con chi l’ha acquistata.
Il firmware non è un regalo concesso dal costruttore quando ha tempo. È la parte della promessa che rimane da mantenere dopo aver incassato il prezzo della fotocamera.
Per molti anni l’industria fotografica cinese è stata considerata una fornitrice di accessori economici, adattatori, treppiedi, flash e obiettivi manuali destinati soprattutto a chi non poteva o non voleva acquistare i prodotti originali. Era un giudizio comprensibile quando la differenza di qualità, affidabilità e assistenza rispetto ai marchi giapponesi risultava evidente, ma descrive sempre meno ciò che sta accadendo oggi.
Viltrox, TTArtisan, 7Artisans, Venus Optics-Laowa, Sirui, Meike, Yongnuo e altri produttori non occupano più soltanto gli scaffali virtuali delle curiosità a basso prezzo. Hanno acquisito esperienza nella progettazione ottica, nell’autofocus, nell’elettronica e nel dialogo con le fotocamere moderne; presentano nuovi prodotti a un ritmo molto rapido e si spostano progressivamente dalle focali fisse più semplici verso obiettivi luminosi, macro specialistici, ottiche cinematografiche e teleobiettivi che fino a pochi anni fa sembravano riservati alle grandi aziende giapponesi.
Non è necessario che uno di questi marchi costruisca subito una fotocamera capace di competere direttamente con Nikon Z8, Sony Alpha 1 o Canon EOS R5. Per modificare l’equilibrio economico del mercato può bastare che venda gli obiettivi montati su quei corpi.
Il corpo macchina è soltanto il primo acquisto
Quando un produttore vende una fotocamera a obiettivi intercambiabili non conclude semplicemente una transazione, ma acquisisce un cliente che dovrebbe continuare ad alimentare il sistema nel tempo. Dopo il corpo arrivano normalmente uno zoom standard, un teleobiettivo, una focale luminosa, un macro o qualche altra ottica legata alla specializzazione del fotografo.
Il rapporto tra fotocamere e obiettivi venduti viene indicato nell’industria come attach rate. Un valore di 1,5 significa che, mediamente, ogni due corpi acquistati vengono venduti tre obiettivi. Thom Hogan ricorda che Nikon aveva previsto di portare questo rapporto a due ottiche per ogni nuova mirrorless, ma nella sua ricostruzione non sarebbe mai andata molto oltre 1,6, scendendo successivamente poco sotto 1,5.
La cifra esatta può cambiare secondo il periodo, il mercato e il metodo utilizzato per calcolarla, ma il principio industriale non cambia. Il corpo macchina introduce il cliente nel sistema, mentre gli obiettivi rappresentano gli acquisti ripetuti che dovrebbero accompagnarlo per molti anni. La baionetta proprietaria è sempre servita anche a questo: una volta scelta la fotocamera, il fotografo avrebbe dovuto continuare a comprare principalmente dal medesimo produttore.
Oggi il cliente può acquistare una Nikon Z e costruire buona parte del proprio corredo con ottiche Viltrox, Tamron, Sigma adattate, TTArtisan o Laowa. Nikon conserva la vendita del corpo, ma perde una quota degli acquisti successivi, che sono precisamente quelli sui quali si fonda la permanenza economica dentro un sistema.
Le focali fisse sono state il terreno di prova
I produttori cinesi hanno cominciato dalle ottiche manuali perché erano più semplici da progettare e non richiedevano una conoscenza approfondita dei protocolli elettronici delle fotocamere. Molti dei primi prodotti erano economici, meccanicamente accettabili e otticamente caratterizzati da difetti evidenti, ma permettevano di provare focali e aperture che altrimenti avrebbero richiesto una spesa molto superiore.
Quella fase non è terminata, ma nel frattempo si è aggiunta una produzione autofocus sempre più credibile. Viltrox propone ormai famiglie di obiettivi coerenti, dotate di motori rapidi, ghiere programmabili, aggiornamenti firmware e costruzione curata. Laowa ha esteso la propria esperienza nei macro e nei grandangolari estremi fino a realizzare un 200mm f/2 autofocus. Sirui ha costruito una presenza importante nel settore cinematografico e anamorfotico, mentre TTArtisan e 7Artisans continuano a esplorare la fascia più economica aumentando progressivamente automazione e compatibilità.
Il nuovo TTArtisan Neo 85mm f/1.8 autofocus costa negli Stati Uniti 99 dollari. Per raggiungere quel prezzo rinuncia alla ghiera di messa a fuoco, ai pulsanti personalizzabili, al selettore AF/MF e a quasi ogni comando accessorio. Non tenta quindi di imitare un Nikkor S nella costruzione o nell’esperienza d’uso, ma offre quanto serve per realizzare fotografie con un medio tele luminoso e autofocus a un prezzo inferiore a quello di molti accessori originali.
Un obiettivo simile non deve convincere il professionista che lavora ogni giorno con il 70-200mm f/2.8. Gli basta diventare il secondo acquisto di chi ha appena comprato una fotocamera con lo zoom kit e desidera provare il ritratto senza investire diverse centinaia di euro. Quella vendita, apparentemente marginale, non andrà al produttore del corpo.
Il passaggio decisivo saranno gli zoom
Le focali fisse hanno permesso alle aziende cinesi di imparare, costruire un catalogo e farsi conoscere, ma il centro economico di un sistema fotografico rimane costituito dagli zoom. Il 24-70mm e il 70-200mm, specialmente nelle versioni f/2.8, rappresentano ancora gli acquisti fondamentali per professionisti, fotografi evoluti e strutture che devono utilizzare strumenti versatili e affidabili.
Meike avrebbe già dichiarato di lavorare a zoom f/2.8 e almeno altri due produttori cinesi si starebbero preparando a entrare nello stesso settore. Non conosciamo ancora specifiche, baionette, prezzi e qualità effettiva di questi progetti, quindi sarebbe prematuro considerarli concorrenti diretti dei migliori zoom giapponesi. La direzione, tuttavia, appare abbastanza evidente.
Realizzare un 24-70mm f/2.8 autofocus richiede competenze ottiche, elettroniche e produttive molto superiori a quelle necessarie per un semplice 50mm manuale. Se le aziende cinesi riusciranno a proporre zoom sufficientemente affidabili a metà del prezzo degli originali, la questione non riguarderà soltanto gli appassionati alla ricerca di un affare, ma entrerà direttamente nel territorio più remunerativo dei produttori di fotocamere.
Non è necessario che il primo zoom cinese eguagli il Nikkor Z 24-70mm f/2.8 S II appena proclamato obiettivo EISA dell’anno. Sarà sufficiente che risulti adeguato per il fotografo a cui non servono la massima velocità autofocus, la costruzione più robusta, i migliori trattamenti antiriflesso o una costanza esemplare tra gli esemplari. Tra il prodotto migliore disponibile e quello abbastanza buono per il lavoro richiesto esiste uno spazio commerciale molto ampio.
Non si tratta più soltanto di copiare e costare meno
Ridurre tutta la produzione cinese al prezzo sarebbe ormai un errore simile a quello compiuto in passato nei confronti delle automobili, dell’elettronica e degli smartphone. Il vantaggio economico rimane importante, ma molte aziende cinesi stanno cominciando a proporre prodotti che i costruttori tradizionali non hanno in catalogo oppure non ritengono sufficientemente redditizi.
Laowa ha costruito buona parte della propria reputazione con macro estremi, grandangolari privi di distorsione e focali specialistiche. Viltrox ha occupato rapidamente gli spazi lasciati scoperti nei sistemi APS-C e ha poi esteso la propria ambizione al pieno formato. Altri produttori sperimentano aperture f/1.2, pancake autofocus, obiettivi cinematografici economici e soluzioni dalle quali le aziende giapponesi, più grandi e prudenti, si tengono lontane.
Questo non significa che tutti i prodotti cinesi siano eccellenti. Rimangono differenze nella regolarità produttiva, nel controllo qualità, nella disponibilità dei ricambi, nella stabilità del firmware e nell’assistenza dopo la vendita. Un prezzo molto basso può ancora nascondere compromessi che emergono soltanto con un uso prolungato, e il valore di un obiettivo professionale comprende anche la certezza che possa essere riparato e aggiornato negli anni.
Il cambiamento consiste nel fatto che non possiamo più respingerli preventivamente. Ogni nuovo prodotto deve essere valutato per ciò che offre, perché la provenienza cinese non basta più a prevederne qualità, prestazioni o fascia di mercato.

ALL YOU CAN MOUNT
Non sappiamo se i cinesi abbiano davvero inventato la formula all you can eat, ma certamente hanno capito meglio di chiunque altro come trasformarla in un modello industriale. Dal fast fashion alla tecnologia, il principio è sempre lo stesso: mettere sul tavolo più roba di quanta il cliente possa ragionevolmente scegliere, comprare e infine digerire.
Anche nella fotografia il cameriere continua a portare piatti: il piccolo fisso economico, l’f/1.2 autofocus, il 135/1.4, il 200/2, gli zoom professionali e, tra poco, probabilmente anche la fotocamera. Non hai ancora finito di leggere la prova del primo obiettivo che ne stanno già servendo altri tre, con contorno, aggiornamento firmware e attacco Z.
L’obiettivo non è necessariamente offrirci ogni volta l’alta cucina, ma farci alzare da tavola sazi, appagati e un po’ stupiti dal conto. Se continuano così, Mauro finirà sepolto sotto gli obiettivi da provare e io sotto le relative schede tecniche da confrontare. Quando arriverà anche il robot cinese capace di fotografare, scrivere l’articolo e impaginarlo, gli chiederemo almeno di pagare la quota sostenitore di Nikonland.
Il dilemma di Nikon
Per Nikon e per gli altri produttori di fotocamere la presenza delle terze parti produce un effetto contraddittorio. Un sistema aperto e ricco di obiettivi compatibili rende il corpo più facile da scegliere, perché il cliente sa di poter costruire il proprio corredo secondo disponibilità e capacità di spesa. Nello stesso tempo, ogni obiettivo compatibile venduto al posto di un Nikkor riduce l’attach rate interno e trasferisce altrove una parte del valore del cliente.
Chiudere la baionetta può difendere temporaneamente la vendita degli obiettivi originali, ma rischia di rendere meno desiderabile l’intero sistema rispetto a quelli che offrono maggiore scelta. Aprirla completamente ai concorrenti può favorire le vendite dei corpi, ma impedisce di considerare ogni nuovo cliente come un futuro acquirente esclusivo di ottiche originali.
I fotografi hanno già cominciato a superare autonomamente questa barriera. Gli adattatori elettronici consentono di utilizzare su Nikon Z numerosi obiettivi destinati a Sony E, spesso mantenendo autofocus, stabilizzazione e registrazione dei dati. Non offrono sempre la stessa garanzia di un collegamento nativo, ma dimostrano che la fedeltà assoluta alla baionetta non può più essere data per scontata.
Nikon non può difendere il proprio attach rate soltanto limitando le alternative. Deve offrire motivi concreti per preferire un Nikkor, attraverso qualità ottica, affidabilità, integrazione con il corpo, assistenza e prodotti capaci di rispondere realmente alle esigenze dei fotografi. Allo stesso tempo deve accettare che un sistema più aperto possa vendere più fotocamere, anche quando alcune delle ottiche montate porteranno un marchio diverso.
E dopo gli obiettivi arriveranno le fotocamere cinesi
Le fotocamere cinesi a obiettivi intercambiabili non costituiscono una novità assoluta. Z CAM presentò nel 2015 la piccola E1 con baionetta Micro Quattro Terzi, mentre nel 2016 YI Technology portò a Photokina la M1, una mirrorless fotografica da 20 megapixel compatibile con il medesimo sistema. Furono esperimenti interessanti, ma non riuscirono a costruire un’alternativa duratura ai marchi giapponesi.
La situazione attuale è diversa perché aziende come DJI e Insta360 possiedono una distribuzione internazionale, applicazioni mature, esperienza nella stabilizzazione, nell’elaborazione automatica e nel rapporto con il pubblico dei creator. Insta360 ha confermato di stare sviluppando due mirrorless a obiettivi intercambiabili e il suo fondatore ritiene possibile mostrare almeno un prototipo al CP+ di Yokohama nel febbraio 2027. Non sono ancora stati annunciati baionetta, sensore, prezzo o data di commercializzazione, quindi per ora possiamo parlare soltanto di progetti in sviluppo.
Il loro significato non consiste necessariamente nel tentativo di costruire una copia economica di Nikon Z8 o Sony Alpha 7. Insta360 parla di forme inconsuete, automazioni basate sull’intelligenza artificiale e fotocamere più semplici per chi non conosce il processo tradizionale di inquadratura, messa a fuoco e scatto. L’obiettivo potrebbe essere quello di creare un mercato alternativo anche nel pubblico, rivolgendosi a persone che oggi utilizzano action camera, gimbal camera e smartphone e che non prenderebbero in considerazione una mirrorless convenzionale.
Questo sarebbe un attacco più insidioso della semplice concorrenza sul prezzo, perché non sottrarrebbe soltanto clienti ai marchi giapponesi, ma potrebbe creare una nuova idea di fotocamera prima che questi ultimi decidano di occuparsene. Le prime ILC cinesi contemporanee andranno quindi osservate non soltanto per la qualità d’immagine, ma per il tipo di fotografo o creatore che tenteranno di portare nel proprio sistema.
Difendere il sistema senza difendere il passato
I produttori giapponesi conservano vantaggi molto importanti. Possiedono decenni di esperienza ottica, brevetti, reti di assistenza, affidabilità industriale e una conoscenza del fotografo professionale che non può essere costruita rapidamente. Nikon, in particolare, dispone di uno dei migliori sistemi di obiettivi oggi disponibili e i recenti riconoscimenti EISA al 24-70mm, al 70-200mm e al 35mm macro DX lo confermano.
Questi vantaggi non sono però eterni né sufficienti da soli. La storia dell’elettronica insegna che il produttore emergente non deve essere immediatamente migliore in ogni aspetto; gli basta migliorare più rapidamente, occupare gli spazi lasciati liberi e rendere accettabili compromessi che il leader considera incompatibili con la propria immagine.
La risposta non può essere una guerra generalizzata dei prezzi, che i produttori giapponesi difficilmente potrebbero vincere senza sacrificare margini, controllo qualità e assistenza. Deve consistere nella capacità di differenziare realmente i prodotti originali, senza abbandonare le fasce accessibili e senza lasciare per anni intere categorie prive di una proposta convincente.
Nikon deve continuare a costruire obiettivi come il 24-70mm f/2.8 S II e il 70-200mm f/2.8 S II, ma deve anche proporre focali fisse compatte, zoom economici intelligenti e una gamma DX abbastanza completa da non consegnare automaticamente i nuovi clienti alle terze parti. Il piccolo 35mm f/1.7 macro dimostra che un Nikkor originale non deve necessariamente essere enorme, appartenere alla Serie S o costare più della fotocamera sulla quale viene montato.
Per il fotografo è una buona notizia
La concorrenza cinese offre più scelta, costringe tutti a migliorare e rende accessibili strumenti che in passato sarebbero rimasti fuori dalla portata di molti fotografi. Impone però anche una maggiore capacità di valutazione, perché prezzo, specifiche e recensioni entusiaste pubblicate il giorno del lancio non sostituiscono l’esperienza prolungata, la costanza produttiva e la disponibilità di assistenza.
Non abbiamo alcun interesse a sostituire un pregiudizio favorevole ai marchi giapponesi con un entusiasmo indiscriminato per ogni novità cinese. Continueremo a provare ciò che ci sembra interessante e a giudicarlo per quello che permette di fare, indipendentemente dal nome stampato sul barilotto.
Il cambiamento industriale, tuttavia, è già iniziato. Le aziende cinesi non devono aspettare di possedere una fotocamera capace di competere con Nikon per entrare nel nostro corredo, perché possono farlo un obiettivo alla volta. Quando arriveranno anche i loro corpi macchina, avranno già maturato esperienza ottica ed elettronica, costruito reti commerciali e imparato a dialogare con una generazione di clienti che i produttori tradizionali conoscono poco.
Tokyo può continuare a considerare ogni fotocamera venduta come l’inizio di una lunga serie di acquisti dello stesso marchio, ma i fotografi hanno già smesso di ragionare in questo modo. Il corpo può restare giapponese, mentre gli obiettivi, gli accessori e forse presto anche l’idea stessa di fotocamera possono arrivare da altrove.
I premi EISA 2026-2027 sono stati annunciati il 24 agosto e, come accade ogni anno, nelle prossime settimane vedremo comparire i relativi bollini sulle pagine pubblicitarie, sulle confezioni e nei comunicati dei produttori. Prima di trasformare questi riconoscimenti in una graduatoria assoluta, conviene però capire come vengano assegnati e, soprattutto, che cosa raccontino nel loro insieme del mercato fotografico attuale.
EISA, acronimo di Expert Imaging and Sound Association, riunisce 51 testate specializzate appartenenti a 26 Paesi e opera in cinque grandi aree dell’elettronica di consumo. Le sue origini risalgono al 1982, quando cinque riviste europee di fotografia decisero di scegliere insieme la fotocamera dell’anno; da quella prima iniziativa è nata un’associazione internazionale che comprende oggi riviste, siti e altri media specializzati.
I prodotti non vengono iscritti direttamente dai produttori come avverrebbe in un concorso commerciale, ma sono proposti dalle testate aderenti dopo essere stati provati. Salvo le categorie dedicate specificamente al design o all’innovazione, ogni candidato deve essere stato esaminato da almeno cinque membri del relativo gruppo di esperti. Seguono una selezione, una discussione collegiale e il voto finale. La licenza che consente al vincitore di utilizzare commercialmente il logo EISA viene regolata soltanto dopo l’assegnazione e non determina quindi l’esito del premio, come precisano le regole ufficiali dell’associazione.
Si tratta dunque di riconoscimenti editoriali seri, fondati sull’esperienza di più testate, ma non per questo equivalenti a una graduatoria scientifica e immutabile. Le categorie possono cambiare ogni anno per seguire l’evoluzione tecnologica e i prodotti effettivamente disponibili. Una fotocamera premiata come miglior acquisto non ha necessariamente sconfitto quella professionale, così come l’obiettivo da viaggio non è stato confrontato direttamente con il teleobiettivo dell’anno. Ogni vincitore va letto nel perimetro della propria categoria, senza attribuire al bollino un significato più ampio di quello dichiarato.

Il rischio del Manuale Cencelli
Ventitré riconoscimenti, tredici categorie riservate agli obiettivi e una suddivisione che cambia ogni anno possono far nascere il sospetto che gli EISA Awards assomiglino sempre meno a una competizione e sempre più al celebre Manuale Cencelli, il metodo non scritto con cui nella Prima Repubblica italiana si distribuivano incarichi e ministeri tra partiti, correnti e rispettivi pesi. In questo caso non abbiamo quote politiche, naturalmente, ma una quantità di categorie sufficientemente elastica da consentire a quasi tutti i principali interlocutori dell’industria fotografica di tornare a casa con almeno un bollino da utilizzare nella pubblicità.
Non abbiamo elementi per sostenere che i premi vengano concordati o ripartiti preventivamente tra i marchi, e il regolamento EISA prevede prove effettuate da più testate, discussione e voto. Rimane però il fatto che non vengono pubblicati punteggi comparabili, misurazioni comuni, distacchi tra vincitore e concorrenti oppure una graduatoria completa che permetta di capire se un prodotto abbia prevalso nettamente o per una preferenza minima. Anche le categorie vengono adattate ogni anno ai prodotti disponibili, con il risultato che talvolta sembrano descrivere il mercato e altre volte sembrano costruite abbastanza precisamente attorno al vincitore.
Questo non toglie valore ai prodotti premiati, molti dei quali sono indiscutibilmente eccellenti, ma ridimensiona il significato del riconoscimento. Un EISA Award va considerato come una raccomandazione collegiale della stampa specializzata e come un potente strumento di comunicazione commerciale, non come la dimostrazione che quel prodotto sia il migliore in assoluto. Quando i premi diventano abbastanza numerosi da soddisfare quasi tutti, il bollino continua ad avere valore promozionale, mentre la sua capacità di stabilire una vera gerarchia diventa inevitabilmente più debole.
Ventitré premi per la fotografia
L’edizione 2026-2027 comprende 23 riconoscimenti fotografici, distribuiti tra sei fotocamere digitali, tredici obiettivi, uno smartphone, un software, un accessorio per la digitalizzazione della pellicola e una fotocamera analogica.
Fotocamere
Categoria
Prodotto premiato
Camera of the Year
Sony Alpha 7 V
Best Buy Camera
Fujifilm X-T30 III
APS-C Camera
Fujifilm X-E5
Professional Camera
Sony Alpha 7R VI
Photo/Video Camera
Nikon ZR
Compact Camera
Panasonic Lumix DC-L10
Obiettivi
Categoria
Prodotto premiato
Lens of the Year
Nikon Nikkor Z 24-70mm f/2.8 S II
Wide Angle Lens
Sigma 35mm F1.4 DG II Art
Wide Angle Zoom Lens
Tamron 16-30mm F/2.8 Di III VXD G2
Standard Lens
Nikon Nikkor Z DX MC 35mm f/1.7
Standard Zoom Lens
Tamron 35-100mm F/2.8 Di III VXD
Telephoto Lens
Sigma 200mm F2 DG OS Sports
Telephoto Zoom Lens
Nikon Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR S II
Wildlife Lens
OM System M.Zuiko Digital ED 50-200mm F2.8 IS PRO
Travel Zoom Lens
Sigma 20-200mm F3.5-6.3 DG Contemporary
Macro Lens
Sony FE 100mm F2.8 Macro GM OSS
Portrait Lens
Sigma 135mm F1.4 DG Art
Photo/Video Lens
Canon RF 20-50mm F4L IS USM PZ
Best Buy Lens
Canon RF 45mm F1.2 STM
Altri prodotti fotografici
Categoria
Prodotto premiato
Photo & Video Smartphone
Oppo Find X9 Ultra
Photo Software
Excire Foto 2027
Analog Accessory
VALOI easy35 v2
Analog Camera
Lomo MC-A 35 mm Film Camera
Limitandoci a contare i riconoscimenti, Nikon e Sigma ne ottengono quattro ciascuna, Sony tre, mentre Canon, Fujifilm e Tamron ne conquistano due. Panasonic, OM System, Oppo, Excire, VALOI e Lomography completano l’elenco con un premio ciascuna. Questo conteggio è utile per osservare la presenza dei marchi, ma non può essere considerato una classifica di valore, perché il premio assegnato alla fotocamera dell’anno ha evidentemente un significato diverso da quello riservato a un obiettivo specialistico o a un accessorio analogico.
Sony conquista le due fotocamere più importanti
Sony ottiene i due riconoscimenti più prestigiosi tra quelli dedicati ai corpi macchina. La Alpha 7 V viene proclamata fotocamera dell’anno, mentre la Alpha 7R VI riceve il premio come migliore fotocamera professionale. Non è una vittoria quantitativamente schiacciante, perché Fujifilm ottiene a sua volta due premi, ma la posizione delle categorie assegna a Sony il ruolo di riferimento nella fascia generalista a pieno formato e in quella professionale ad alta risoluzione.
La Alpha 7 V rappresenta la fotocamera moderna destinata a svolgere quasi ogni compito, con un sensore parzialmente stacked da 33 megapixel, raffica senza oscuramento, autofocus evoluto e capacità video adeguate a un impiego ibrido. La Alpha 7R VI occupa invece il territorio della risoluzione e della produzione professionale, confermando una specializzazione che Sony coltiva da più generazioni.
Fujifilm presidia una zona differente del mercato. La X-T30 III viene premiata come miglior acquisto, mentre la X-E5 conquista la categoria APS-C. Sono due fotocamere compatte, riconoscibili e costruite attorno a un’esperienza d’uso ben caratterizzata, nelle quali il colore e l’immediatezza operativa hanno un peso almeno pari alle prestazioni numeriche. Fujifilm continua quindi a offrire una risposta coerente a chi non desidera necessariamente passare al pieno formato e cerca un sistema più piccolo senza rinunciare a una precisa identità fotografica.
La Panasonic Lumix DC-L10 viene scelta come migliore compatta, mentre Nikon entra tra i corpi macchina con la ZR, premiata nella categoria Photo/Video. L’assenza di Canon dalle sei categorie è vistosa, ma non può essere interpretata automaticamente come un giudizio negativo sull’intero sistema. I premi riguardano i prodotti disponibili nel periodo considerato e le categorie definite dalla giuria; indicano quindi quali apparecchi siano apparsi più rappresentativi in quel preciso momento, non quali marchi sappiano o non sappiano più costruire fotocamere.


Nikon viene premiata soprattutto per gli obiettivi
Nikon ottiene quattro riconoscimenti, lo stesso numero di Sigma, ma tre di questi riguardano gli obiettivi. Il Nikkor Z 24-70mm f/2.8 S II non vince soltanto nella propria fascia, perché viene proclamato obiettivo dell’anno. Il Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR S II è scelto come migliore zoom tele, mentre il piccolo Nikkor Z DX MC 35mm f/1.7 riceve il premio destinato all’obiettivo standard.
Il rinnovamento dei due zoom professionali f/2.8 conferma la volontà di Nikon di migliorare anche prodotti che, nella prima generazione, erano già considerati eccellenti. La riduzione del peso, la maggiore rapidità di messa a fuoco, il miglior comportamento alle brevi distanze, la respirazione contenuta e l’attenzione all’impiego video mostrano come oggi un obiettivo professionale non possa essere valutato esclusivamente per la nitidezza al centro del fotogramma. Ergonomia, bilanciamento, autofocus e continuità tra fotografia e ripresa video sono diventati parte integrante del progetto.
Il premio assegnato al 35mm macro DX ha un significato differente ma non secondario. Non appartiene alla costosa Serie S, non cerca di stabilire record di luminosità e non è rivolto esclusivamente al professionista. Offre invece una focale normale sul formato DX, una distanza di messa a fuoco utile e dimensioni compatibili con le fotocamere più piccole del sistema. È uno di quei prodotti semplici e intelligenti che Nikon dovrebbe proporre con maggiore continuità.
L’unico corpo Nikon premiato è la ZR, che su Nikonland abbiamo già utilizzato sul campo e che EISA colloca correttamente nella categoria ibrida. Non è la nuova regina della fotografia pura e non è stata progettata per sostituire Z8 o Z9, ma allarga il sistema verso un pubblico interessato alla produzione congiunta di immagini fisse e video. Il riconoscimento conferma la qualità del progetto, ma mostra anche quale sia stata la direzione principale seguita da Nikon nel periodo preso in considerazione.
Il risultato complessivo è quindi positivo, soprattutto perché comprende l’obiettivo dell’anno, ma lascia aperta una domanda che abbiamo già posto in altre occasioni: quale nuova fotocamera Nikon esclusivamente o prevalentemente fotografica avrebbe potuto contendere a Sony il premio principale? L’elenco EISA non può premiare un prodotto che ancora non esiste.

Il mio personale palmarès
Tra i prodotti premiati quest’anno ce ne sono cinque che ho acquistato personalmente: Nikon ZR, Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR S II, Tamron 16-30mm f/2.8 G2 e, soprattutto, i due Sigma 200mm f/2 Sports e 135mm f/1.4 Art. Nessuno è entrato nel mio corredo perché possedesse un bollino EISA, che al momento della scelta non era ancora stato assegnato, ma perché rispondeva a un’esigenza concreta oppure proponeva qualche cosa che desideravo utilizzare nelle mie fotografie.
Questa coincidenza dimostra che criticare il numero dei premi, l’elasticità delle categorie e il loro crescente valore commerciale non significa negare la qualità dei prodotti vincitori. Posso considerare gli EISA Awards sempre più simili a una distribuzione concordata di riconoscimenti e, nello stesso tempo, condividere pienamente alcune scelte della giuria sulla base della mia esperienza diretta.
I due Sigma sono il caso più significativo. Un 200mm f/2 e un 135mm f/1.4 non sono aggiornamenti prudenti di prodotti già presenti in ogni catalogo, ma obiettivi impegnativi, costosi e fuori dall’ordinario, nati dalla convinzione che esistano ancora fotografi disposti a scegliere uno strumento per ciò che permette di fare e non soltanto per quanto sia leggero o facilmente rivendibile. Il fatto che li abbia acquistati entrambi, pur utilizzando Nikon dal 1983, testimonia quanto oggi una parte dell’innovazione ottica più coraggiosa arrivi dai produttori indipendenti e quanto il sistema Nikon Z avrebbe da guadagnare da una disponibilità nativa più ampia di queste proposte.
EISA assegna i propri premi attraverso una giuria; io assegno i miei acquistando ciò che voglio realmente usare. Quando le due valutazioni coincidono ne prendo atto volentieri, ma l’unico riconoscimento che per me conta davvero rimane lo spazio che un prodotto riesce a conquistarsi nella mia borsa e, soprattutto, nelle fotografie che mi fa venire voglia di scattare.
Sigma è il produttore otticamente più intraprendente
I quattro premi Sigma sono distribuiti tra prodotti molto diversi. Il 35mm f/1.4 DG II Art rinnova una delle focali fondamentali della linea, il 200mm f/2 DG OS Sports riporta sul mercato un teleobiettivo luminosissimo destinato allo sport, allo spettacolo e al ritratto, il 20-200mm Contemporary estende in modo sorprendente il concetto di zoom da viaggio, mentre il 135mm f/1.4 DG Art spinge ancora più avanti luminosità, separazione dei piani e resa nel ritratto.
Non siamo davanti a quattro variazioni dello stesso progetto, ma a quattro risposte rivolte a fotografi con esigenze quasi opposte. Sigma investe contemporaneamente nell’obiettivo specialistico senza compromessi e nello zoom destinato a chi vuole viaggiare con una sola ottica, dimostrando una vitalità progettuale che oggi non può più essere considerata semplicemente alternativa a quella dei produttori di fotocamere.
Per chi utilizza Nikon Z rimane però un limite evidente. Il successo di Sigma non si traduce automaticamente nella disponibilità nativa di tutti questi obiettivi con la nostra baionetta. Gli adattatori permettono di utilizzare con buoni risultati diverse versioni destinate ad altri sistemi, ma non sostituiscono una presenza completa e ufficiale. L’elenco EISA finisce così per ricordarci non soltanto quanto Sigma stia producendo, ma anche quanto il sistema Nikon Z potrebbe guadagnare da una maggiore apertura verso gli obiettivi full frame di terze parti.
Tamron ottiene due riconoscimenti con il 16-30mm f/2.8 G2 e con l’insolito 35-100mm f/2.8, mentre Canon viene premiata per il 20-50mm f/4 professionale motorizzato e per il più accessibile 45mm f/1.2 STM. OM System mantiene il proprio territorio d’elezione con il 50-200mm f/2.8 destinato alla fotografia naturalistica, mentre Sony aggiunge ai due premi per le fotocamere quello assegnato al nuovo 100mm macro.
Tredici obiettivi e sei fotocamere
La sproporzione tra il numero di premi dedicati agli obiettivi e quelli riservati alle fotocamere è probabilmente il dato più interessante dell’intera edizione. Le fotocamere digitali hanno raggiunto un livello di maturità molto elevato e gran parte delle funzioni un tempo riservate ai modelli superiori è ormai presente, con differenti gradi di efficacia, su quasi tutti i sistemi recenti. Stabilizzazione, riconoscimento dei soggetti, raffiche rapide, autofocus esteso al fotogramma e capacità video avanzate non costituiscono più eccezioni.
Gli obiettivi continuano invece a definire in modo molto concreto la personalità e le possibilità operative di un sistema. La scelta EISA comprende focali estreme, aperture eccezionali, zoom con escursioni inedite, progetti professionali alleggeriti e ottiche economiche capaci di offrire funzioni specialistiche. È in questo settore che i costruttori sembrano avere ancora maggiore libertà nel proporre qualche cosa di realmente differente.
Un corpo macchina viene sostituito dopo alcuni anni e spesso il modello successivo migliora soprattutto velocità, elaborazione e autofocus. Un buon obiettivo può invece restare nel corredo per decenni e modificare immediatamente il modo di fotografare. I tredici premi assegnati alle ottiche riflettono questa centralità, che non è soltanto commerciale ma riguarda direttamente la costruzione dell’immagine.
La fotografia non finisce più nella fotocamera
La presenza di uno smartphone, di un software e di due prodotti analogici completa la fotografia del mercato. Oppo Find X9 Ultra viene premiato per le capacità fotografiche e video, confermando che lo smartphone non ha sostituito la fotocamera specialistica ma occupa ormai stabilmente una parte dello stesso ecosistema dell’immagine.
Excire Foto 2027 riceve il premio dedicato al software e rappresenta un problema che conosciamo bene: non basta produrre migliaia di fotografie, perché bisogna essere in grado di classificarle, cercarle e ritrovarle. L’analisi automatizzata delle immagini e gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale diventano particolarmente utili quando l’archivio cresce oltre quanto possa essere gestito manualmente.
VALOI easy35 v2 e Lomo MC-A dimostrano invece che la pellicola ha trovato una propria dimensione stabile. Non è tornata a sostituire il digitale e probabilmente non lo farà mai, ma continua a interessare abbastanza fotografi da giustificare nuove fotocamere e strumenti più semplici per digitalizzare i negativi. La sua presenza tra i premi EISA non certifica una rivoluzione analogica, ma riconosce l’esistenza di una nicchia culturalmente viva.

Ma i produttori cinesi dove sono?
Tra i 23 prodotti premiati compare un solo marchio cinese, Oppo, e soltanto nella categoria dedicata agli smartphone. Non troviamo invece alcun produttore cinese tra le fotocamere e soprattutto tra i tredici obiettivi, nonostante aziende come Viltrox, Venus Optics-Laowa, Sirui, TTArtisan e 7Artisans abbiano ormai superato da tempo la fase delle semplici alternative economiche. Producono autofocus evoluti, ottiche estremamente luminose, macro originali, obiettivi cinematografici e accessori che spesso anticipano esigenze trascurate dai marchi tradizionali; aggiungendo Godox nell’illuminazione, diventa difficile sostenere che l’industria fotografica cinese occupi ancora una posizione marginale.
L’assenza può essere spiegata almeno in parte dal meccanismo stesso degli EISA Awards. Per essere candidato, un prodotto deve essere provato da almeno cinque testate aderenti e deve generalmente disporre di una distribuzione sufficientemente ampia in almeno dieci mercati. I produttori giapponesi ed europei possiedono filiali, importatori consolidati, uffici stampa e programmi organizzati per fornire campioni alle riviste, mentre molte aziende cinesi vendono prevalentemente online, presentano nuovi modelli a ritmo molto rapido e non garantiscono ovunque la stessa rete commerciale e assistenziale.
Questo non dimostra l’esistenza di una deliberata esclusione, ma indica che EISA finisce inevitabilmente per premiare soprattutto l’innovazione che riesce a entrare nel circuito tradizionale della stampa specializzata. Non sarebbe corretto assegnare riconoscimenti per nazionalità o per riequilibrare geograficamente l’elenco; tuttavia, una selezione comprendente tredici obiettivi senza nemmeno un prodotto cinese restituisce soltanto una parte del mercato reale del 2026. I costruttori cinesi non sono assenti dalla fotografia contemporanea: sono assenti dalla fotografia che questi premi riescono ancora a rappresentare.

Come leggere un premio EISA
Il bollino EISA può essere utile per individuare un prodotto meritevole all’interno di una determinata categoria, specialmente quando nasce dal confronto tra più testate che lo hanno effettivamente utilizzato. Non sostituisce però la valutazione personale, perché nessuna giuria può conoscere le nostre esigenze, il corredo che già possediamo, il modo in cui fotografiamo e quanto siamo disposti a spendere.
Allo stesso modo, l’assenza di un prodotto dall’elenco non lo rende improvvisamente mediocre. Leica, Pentax e i sistemi medio formato non compaiono tra i vincitori di quest’anno, mentre Canon non ottiene premi per i corpi macchina. Sarebbe improprio ricavarne una graduatoria generale dei marchi, perché le categorie e il calendario dei nuovi prodotti influenzano inevitabilmente la selezione.
I premi EISA 2026-2027 risultano più interessanti quando vengono considerati nel loro complesso. Sony conquista i riconoscimenti più prestigiosi tra le fotocamere, Fujifilm consolida la propria posizione nel formato APS-C, Nikon conferma la tradizione ottica e ottiene un premio significativo per la ZR, mentre Sigma appare come il produttore più disposto a esplorare contemporaneamente nicchie professionali e prodotti di largo impiego. La presenza di software, smartphone e pellicola ricorda infine quanto la fotografia contemporanea sia diventata più ampia dello strumento utilizzato per scattare.
Ventitré premi sono troppi per stabilire un unico vincitore assoluto, ma sono sufficienti per descrivere con una certa precisione il mercato fotografico del 2026. Ed è probabilmente questo, più del singolo bollino applicato su una confezione, il loro significato più utile.
ecco qua la coppia peggio assortita del mercato. La inossidabile Nikon Z9 (il mio esemplare #2) e il pessimo - a sentire i detrattori - Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1
Che ci azzeccano questi due insieme ?


Agosto 2026. Ho in programma uno shooting alle cascate di Novalesa, in Val di Susa, con due modelle d’occasione. Voglio muovermi leggero: bermuda, scarpe antinfortunistiche e una piccola Lowepro a tracolla da cinquanta euro, con due soli scomparti.
La fotocamera è la Nikon Z9, quella che uso nelle situazioni nelle quali non voglio avere sorprese. Come obiettivo ho previsto il nuovissimo Nikkor Z 70-200mm f/2.8 VR II: professionale, relativamente leggero e costruito per sopportare anche un impiego intenso sotto l’acqua.
Prima di uscire, però, vedo il 24-105mm f/4-7.1. L’orrido, buio scugnizzo di plastica da trecento grammi. Mi dico che nella borsa ci sta, che nella peggiore delle ipotesi non lo userò e che comunque non mi sarà pesato. Così lo porto con me.
Arrivato a Novalesa monto proprio quello. Prima dell’arrivo delle modelle faccio un giro verso l’abbazia e qualche fotografia casuale, con l’enorme Z9 dietro al piccolo zoom. La combinazione può sembrare sproporzionata, ma nell’uso non ha nulla di strano: la fotocamera garantisce la consueta sicurezza, mentre il 24-105mm permette di passare rapidamente da un’inquadratura all’altra senza cambiare ottica.

Quando arrivano le modelle, quindi, è ancora montato sulla Z9.
Mi immergo nel torrente fino alle ginocchia. Nell’aria ci saranno al massimo 18 gradi e l’acqua, che scende dalla montagna compiendo tre salti prima di arrivare in piano, è decisamente più fredda. Imposto la fotocamera come faccio abitualmente: esposizione manuale, f/8, ISO 100, tempi rapidissimi, autofocus automatico con riconoscimento del soggetto e Picture Control Nikonland Kodachrome 64.
Comincio a fotografare. Faccio migliaia di scatti e anche qualche videoclip. Le modelle si spostano nell’acqua e sotto la cascata; io cambio posizione, altezza e distanza seguendo la scena. Come mi accade normalmente durante uno shooting, sono concentrato su ciò che vedo nel mirino e presto poca attenzione a quello che ho intorno. In questo caso, soprattutto, a ciò che si trova sotto i miei piedi.

A un certo punto un piede va in fallo. Perdo l’equilibrio e la mano destra, insieme alla Z9 e al 24-105mm, finisce nell’acqua. La cosa dura pochi secondi, soltanto il tempo necessario per raddrizzarmi e riportare la fotocamera fuori dal torrente.
Non ci bado molto. La Z9 continua a funzionare normalmente e io continuo a fotografare. Nessun messaggio di errore, nessuna esitazione, nessuna conseguenza immediatamente visibile.
Più tardi monto il 70-200mm f/2.8 e proseguo con quello. Quando cambia la modella decido di tornare al 24-105mm e solo allora mi accorgo che è ancora bagnato fradicio. Lo monto sulla Z9 e provo ad accendere: la fotocamera non fa una piega, ma l’obiettivo ha autofocus e diaframma bloccati.
Lo smonto, lo asciugo per quanto possibile, lo rimonto e provo ancora. Niente. Il 24-105mm non risponde.

Maledico un po’ Nikon. In fondo l’immersione è durata soltanto pochi secondi, il tempo di recuperare l’equilibrio. Ma non c’è altro da fare: rimetto l’obiettivo nella borsa, torno al 70-200mm e completo regolarmente lo shooting.
A casa lascio asciugare il 24-105mm e aspetto il giorno seguente. Lo monto sulla Nikon Zr, ma autofocus e diaframma restano bloccati. Riprovo il giorno dopo e il risultato non cambia. A quel punto considero l’obiettivo guasto e lo lascio semplicemente asciugare all’aria.
Passa una settimana. Lo monto nuovamente su una fotocamera, più per scrupolo che per reale fiducia, e questa volta tutto riprende a funzionare. Il diaframma si muove, l’autofocus mette a fuoco e la comunicazione con il corpo macchina è regolare. Non noto rumori, esitazioni o altri comportamenti anomali.
L’ho appena usato per fotografare una nuova luce Godox arrivata in redazione. Fresco come una rosa.

Naturalmente questa esperienza non dimostra che il Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1 sia impermeabile e non intende sostituire una prova tecnica. Non so quanta acqua sia entrata, dove sia arrivata e quale contatto o componente abbia impedito temporaneamente il funzionamento di autofocus e diaframma. Non posso nemmeno escludere che l’umidità lasci conseguenze nel tempo.
Posso soltanto riferire ciò che è successo: l’obiettivo è finito nel torrente insieme alla Z9, ha continuato inizialmente a funzionare, si è poi bloccato ed è rimasto inutilizzabile per diversi giorni. Dopo una settimana di asciugatura naturale è tornato completamente operativo.
La Z9, invece, non ha mai mostrato il minimo problema.
Il 24-105mm non è un obiettivo professionale e non ha la costruzione, la luminosità o le ambizioni del nuovo 70-200mm f/2.8 VR II. È piccolo, leggero, economico e apparentemente poco adatto a una giornata come quella di Novalesa. Eppure è stato l’obiettivo con cui ho realizzato gran parte dello shooting, lavorando immerso nell’acqua gelata con la Z9.
Poi è caduto nel torrente, si è fermato e, dopo essersi asciugato con molta calma, ha deciso di ripartire.
L’orrido, buio scugnizzo di plastica da trecento grammi, almeno questa volta, non ha voluto annegare.



70-200/2.8@200mm, f/2.8, profilo Kodak Portra 400NC


Avrei potuto fare tutto con uno solo dei due?
Le fotografie realizzate con il 24-105mm e con il 70-200mm f/2.8 sono confrontabili perché appartengono allo stesso shooting: stesse modelle, stessa luce, stessa acqua e, sostanzialmente, le stesse posizioni di ripresa. In quella situazione avrei potuto portare a termine l’intero lavoro con uno qualunque dei due zoom, ma non avrei ottenuto le stesse fotografie.
Il 24-105mm mi ha permesso di lavorare più vicino, includere la cascata e passare rapidamente dalla figura ambientata al ritratto. Il 70-200mm ha richiesto maggiore distanza, isolando di più la modella e comprimendo i piani, con il vantaggio della luminosità costante f/2.8.
Non si tratta quindi di stabilire quale dei due sia migliore. Entrambi erano sufficienti per lo shooting, ma ciascuno ha interpretato la scena con il proprio linguaggio. Il confronto più interessante sarà proprio nelle fotografie: non tanto qualità contro qualità, quanto due modi diversi di raccontare la stessa situazione.

24-105@93mm

70-200/2.8@165mm

70-200/2.8@200mm

24-105@55mm

70-200/2.8@f/2.8

24-105@f/8
Non fotografo soltanto soggetti veloci. Sono io che mi muovo continuamente. E non voglio che lo stabilizzatore mi trattenga.
Sono un fotografo bulimico. Non l’ho mai nascosto.
Posso lavorare un’intera giornata con una sola modella e tornare a casa con 28.000 fotografie. Oppure trascorrere quattro ore in autodromo con una cinquantina di GT e produrne 55.000.
Non significa che scatti a caso sperando che la statistica mi regali una buona fotografia. Significa che fotografo per sequenze, variazioni, espressioni e movimenti. Cerco l’istante mentre accade, non quando è già passato.
Una modella e un’automobile da corsa sembrano due soggetti completamente diversi. In realtà pongono alla fotocamera la stessa richiesta: deve seguirmi senza interferire.
Per questo sulle mie Nikon il VR è impostato su SPORT.
Sempre.

1/30'' a 400mm durante una raffica a 20 fps con la Z9
SPORT non descrive il soggetto
L’equivoco nasce dal nome.
Normal sembra la modalità per la fotografia normale. Sport quella da scegliere allo stadio, in autodromo o quando inseguiamo un animale in corsa.
Non è così.
Normal e Sport non indicano due generi fotografici. Descrivono due diversi comportamenti del sistema di stabilizzazione.
Normal cerca di mantenere l’inquadratura il più ferma possibile. Applica una correzione più energica ed è pensato per ottenere il massimo vantaggio quando fotocamera e soggetto restano sostanzialmente stabili.
Ma se cominciamo a muovere deliberatamente la fotocamera, quella correzione può diventare percepibile. L’immagine nel mirino sembra trattenuta, poi liberata, poi nuovamente arrestata. Non sempre accade in modo evidente, ma la sensazione può essere quella di un’inquadratura che oppone resistenza alla mano.
Sport applica la correzione necessaria lasciando però più libertà al movimento intenzionale del fotografo. Il mirino rimane fluido, l’inquadratura segue meglio il soggetto e la macchina non tenta di conservare ostinatamente la posizione di mezzo secondo prima.
Sport non stabilizza di più.
Stabilizza in modo meno invadente.
Ed è esattamente ciò che voglio.

Anche una modella ferma si muove
Una modella non percorre il rettilineo di Monza a trecento chilometri orari. Ma respira, ruota il viso, sposta gli occhi, inclina una spalla, cambia espressione e modifica continuamente il rapporto tra il proprio corpo e la luce.
E soprattutto mi muovo io.
Mi avvicino e mi allontano. Passo dall’inquadratura verticale a quella orizzontale. Mi abbasso, mi sposto lateralmente, cambio angolo e cerco una diversa relazione tra viso e sfondo.
Spesso fotografo con la fotocamera mezzo metro sotto di me, tenuta con il braccio disteso e controllata attraverso il display articolato. Non è certamente la posizione prescritta dai manuali: manca l’appoggio del mirino al viso, il gomito non è aderente al corpo e la fotocamera oscilla inevitabilmente nello spazio.
Eppure è proprio quella libertà a permettermi di trovare proporzioni, slancio e punti di vista che dalla normale altezza degli occhi non vedrei.
In questa situazione non voglio che il VR inchiodi il fotogramma. Voglio che attenui le oscillazioni involontarie lasciando intatto il movimento che sto imponendo alla fotocamera.
Normal cerca di fermarla.
Sport cerca di accompagnarla.
Per il mio modo di fotografare non c’è partita.

1/125'' a 400mm e attraverso una rete elettrozincata con la Z9. Il riconoscimento del soggetto "veicoli" centra il bersaglio, io lo seguo, il complesso di stabilizzazione VR_obiettivo + VR_corpo_macchina mi garantisce neutralità di movimento mentre seguo l'auto del Team Mercedes di Antonelli Motor Sport (Si, il papà di Kimi !)
Il panning non nasce nello stabilizzatore
In autodromo la situazione sembra opposta, ma cambia soltanto la velocità.
Seguo l’automobile con focali molto lunghe e tempi deliberatamente lenti. Ruoto il busto, accompagno il soggetto e continuo il movimento anche dopo lo scatto. L’automobile deve restare leggibile mentre asfalto, tribune, reti e pubblico si trasformano in strisce di colore.
Il panning non lo fa il VR.
Lo fa il fotografo.
Lo stabilizzatore può riconoscere il movimento intenzionale lungo l’asse della panoramica e limitare la correzione alle oscillazioni estranee a quella traiettoria. Ma non sa quale automobile voglio seguire, non decide la velocità della rotazione e non stabilisce dove debba trovarsi il soggetto nel fotogramma.
Con Sport il mirino resta più naturale. Posso seguire la macchina senza avvertire quella sensazione di aggancio e rilascio che una correzione più aggressiva potrebbe introdurre. Posso anticipare l’ingresso nel fotogramma, accompagnare il passaggio e continuare la sequenza senza che lo stabilizzatore discuta con i miei movimenti.
Le fotografie nitide dentro una scia di fondo non sono un prodigio elettronico. Sono il risultato di tempo di scatto, movimento, continuità e allenamento.
Sport rende soltanto più trasparente il rapporto tra occhio, mano e soggetto.
Che è già moltissimo.

1/60'' a 400mm e 20 fps
Il VR non ferma il mondo
Questo è il punto che dovrebbe essere scritto sopra ogni menu di stabilizzazione.
Il VR corregge il movimento della fotocamera.
Non quello del soggetto.
Posso fotografare una persona immobile a un tempo molto lento e ottenere un’immagine perfettamente nitida. Ma se durante l’esposizione quella persona gira il viso, muove una mano o cambia espressione, avrò una fotografia stabilissima di un soggetto mosso.
Allo stesso modo, Sport non rende nitida un’automobile che attraversa il fotogramma. La sua nitidezza dipende dal tempo scelto e dalla precisione con cui la seguo.
Lo stabilizzatore non sostituisce la scelta del tempo di scatto. Non sostituisce l’autofocus. Non corregge un errore di tecnica e non recupera automaticamente una fotografia impostata male.
Per questo non cerco record da circo fotografando a mano libera a un secondo solo per dimostrare che sia possibile.
Scelgo il tempo necessario per ottenere la fotografia che ho in mente. Se voglio congelare il movimento, uso un tempo rapido. Se voglio mostrarlo, lo allungo. Se serve, alzo gli ISO senza farmi troppi problemi.
Il VR viene dopo.
È una rete di sicurezza, non il trapezista.

Perché non uso Normal
Normal non è sbagliato e non è inferiore.
È semplicemente progettato per una priorità diversa dalla mia.
Può essere la scelta più efficace quando si fotografa un soggetto statico e si vuole ottenere la massima correzione possibile: un paesaggio a mano libera, un interno, un’opera d’arte, un dettaglio architettonico o qualunque scena nella quale il fotografo abbia composto l’immagine e desideri mantenerla esattamente lì.
Chi fotografa lentamente, cerca il tempo più lungo possibile e non modifica continuamente l’inquadratura può preferirlo.
Io lavoro in un altro modo.
Anche davanti a un soggetto immobile, la mia fotocamera non lo è quasi mai. Sto già cercando la fotografia successiva. Una variazione dell’espressione, una diversa inclinazione, qualche centimetro più in basso o un rapporto differente con lo sfondo.
Non ho bisogno che lo stabilizzatore difenda l’inquadratura precedente.
Ho bisogno che mi segua verso la prossima.
E Normal?
Normal rimane la modalità più indicata quando la priorità è ottenere la correzione più energica su una scena sostanzialmente ferma.
Non è una modalità antiquata e non produce fotografie peggiori. Semplicemente privilegia la stabilità assoluta rispetto alla fluidità del movimento.
La scelta, quindi, non dipende dal fatto che davanti alla fotocamera ci sia un’atleta oppure un vaso. Dipende da come stiamo fotografando quel soggetto.

SPORT non significa raffica
I miei numeri potrebbero far pensare che Sport abbia senso soltanto utilizzando lunghe raffiche.
Non è vero.
Il vantaggio principale lo percepisco già osservando il mirino o il display. L’immagine segue la fotocamera senza impuntamenti e senza quella sensazione di elasticità che talvolta accompagna la correzione più forte.
Posso scattare una singola fotografia, aspettare, cambiare posizione e scattarne un’altra. Sport continua a essere la mia scelta perché non riguarda il numero di fotogrammi al secondo, ma la continuità della visione.
La fotografia nasce nel mirino.
Se il mirino litiga con la mia mano, lo stabilizzatore sta facendo troppo.

sulla Zr che uso a braccio allungato, lo stabilizzatore è fondamentale con tutti gli obiettivi che non ne sono dotati, anche a focali insospettabili (qui il Tamron 16-30/2.8@26mm in simulazione XPAN)
Non soltanto ritratto e automobili
Lo stesso ragionamento vale nel reportage, durante una cerimonia, a teatro, per strada, fotografando bambini, animali domestici o persone che semplicemente vivono davanti all’obiettivo.
Il soggetto non deve correre. Basta che la situazione cambi continuamente.
Sport è utile ogni volta che il fotografo compone mentre si muove, segue ciò che accade e preferisce una visione naturale alla massima immobilità del fotogramma.
Normal resta perfettamente sensato per chi lavora con maggiore contemplazione, compone una scena stabile e vuole spremere dallo stabilizzatore ogni frazione di secondo possibile.
Non esiste una modalità moralmente superiore.
Esistono priorità differenti.
E sul treppiedi?
Il treppiedi costituisce un caso separato. Se fotocamera e testa sono realmente immobili, lo stabilizzatore può essere inutile e, secondo corpo, obiettivo e tipo di supporto, può essere preferibile spegnerlo.
Con un monopiede, una testa non completamente bloccata o un supporto soggetto a vibrazioni, invece, il VR può ancora essere utile.
Non esiste una regola valida per ogni generazione di obiettivi Nikon. In questi casi vale quanto prescrive il manuale della specifica combinazione utilizzata, non quello che qualcuno ricorda di aver letto vent’anni fa.
VR oppure IBIS?
Qui uso il termine Nikon VR, Vibration Reduction, per indicare complessivamente la stabilizzazione.
Che la correzione avvenga mediante un gruppo ottico nell’obiettivo, attraverso il movimento del sensore oppure con la collaborazione dei due sistemi riguarda l’architettura della specifica fotocamera e dell’obiettivo montato.
Per il fotografo la domanda resta la stessa: voglio che il sistema cerchi la massima immobilità oppure che accompagni in modo fluido i miei movimenti?

La mia risposta
Non pretendo che tutti lavorino come me. Ventottomila fotografie a una modella o cinquantacinquemila immagini in quattro ore di autodromo non costituiscono una prescrizione medica.
Sono il mio modo di fotografare.
Ma dimostrano che la scelta tra Normal e Sport non può essere ridotta alla distinzione tra soggetti fermi e soggetti veloci.
Una modella apparentemente immobile e una GT lanciata sul rettilineo possono richiedere esattamente lo stesso comportamento della fotocamera, perché in entrambi i casi il fotografo sta seguendo, anticipando e ricomponendo.
Io non chiedo al VR di fare la fotografia al posto mio.
Non gli chiedo di congelare il soggetto, di correggere un tempo sbagliato o di tenermi aggrappato a un’inquadratura che ho già abbandonato.
Gli chiedo di eliminare quanto basta delle vibrazioni involontarie e poi di togliersi di mezzo.
Normal vuole tenere ferma la fotocamera.
Sport vuole lasciarla lavorare.
Io non fotografo da fermo. Nemmeno quando lo è il soggetto.
Per questo, sulle mie Nikon, il VR ha una sola posizione:
SPORT.
Prima di cominciare: questa Nikon non esiste
La Nikon Z45 che vedete in queste immagini non esiste. Non è una voce raccolta da Nikon Rumors, non viene da un brevetto depositato in Giappone e nessun informatore anonimo ci ha assicurato che sarà presentata il mese prossimo.
È interamente frutto della nostra fantasia.
Ma non è fantascienza. Ogni sua componente esiste già, è disponibile nella tecnologia Nikon attuale e potrebbe essere combinata in un prodotto industrialmente credibile. Sarebbe semplicemente la Nikon Z compatta che ci piacerebbe vedere nei negozi per Natale 2026.
Nikon Z45: l’idea
Una compatta full-frame da 24 megapixel, con mirino elettronico laterale, stabilizzatore sul sensore, display completamente articolato da quattro pollici e un obiettivo fisso Nikkor Z 45mm f/2.8 S.
Non uno zoom. Non un obiettivo retrattile. Non un tubo lungo quindici centimetri appeso davanti a un corpo che pretende di essere compatto.
Un normale luminoso, corto ma autentico, progettato insieme alla fotocamera e ispirato idealmente a due obiettivi lontani nel tempo ma vicinissimi nello spirito: il Nikkor 45mm f/2.8 P e lo Zeiss Tessar 45mm f/2.8 montato sulla Contessa appartenuta a mio padre.
Non una riedizione nostalgica. Un moderno 45/2.8 autofocus, costruito secondo gli standard degli attuali Nikkor Z, capace di essere nitido già a tutta apertura senza diventare enorme.
Il 45mm è più personale del solito 35mm, meno ovvio del 50mm e leggermente più intimo del 43mm scelto da Leica. Una focale naturale, adatta al ritratto ambientato, alla strada, al paesaggio, alla fotografia quotidiana e a tutto ciò che incontriamo senza esserci portati dietro una borsa.

rendering pittorico generato sulla base delle specifiche ipotetiche di una Nikon Z "compatta" che non esiste e di cui nessuno ha sinora sentito parlare.
Questo è il lato A

Ecco il lato B — e direi che merita attenzione.
Display incernierato correttamente a sinistra, impugnatura libera a destra, mirino nell’angolo e veri comandi Nikon: AF-ON, joystick, ghiera, selettore e tasti fisici. Nessuna lastra minimalista comandabile soltanto sfiorando il vetro. Vista da dietro, la Z45 mi sembra persino più credibile che frontalmente. E sì: ha un gran bel sedere, con le curve giuste.


Vista dall’alto: adesso guardiamole anche la testa
Dopo avere apprezzato il lato B, concediamoci un’altra indiscrezione e guardiamo la Z45 dall’alto.
La mano destra trova tutto senza dover partire in esplorazione: impugnatura, scatto, accensione, ISO, compensazione e ghiera PASM sono raccolti dove una Nikon li ha sempre messi. Al centro resta la slitta flash; dall’altra parte, una superficie pulita con soltanto il nome Z45 e quel rassicurante Made in Japan.
Sull’obiettivo, la ghiera dei diaframmi ricorda che f/2.8 non è una colpa della quale vergognarsi. È una scelta che permette al 45mm di restare piccolo, elegante e proporzionato alla fotocamera.
Niente plancia di un’astronave, niente minimalismo da elettrodomestico. Vista dall’alto, la Z45 ha tutti i comandi al posto giusto e anche una gran bella testa.
La forma
Il corpo deve essere basso, orizzontale e privo di un falso pentaprisma. Il mirino elettronico trova posto nell’angolo superiore sinistro, lasciando libera la sommità della fotocamera.
L’impugnatura deve essere piccola ma vera, perché una Nikon si deve poter tenere in mano senza ricorrere subito a un accessorio. Sul frontale resta il sottile richiamo rosso Nikon, senza trasformare la macchina in una miniatura caricaturale della Z8.
La calotta è in lega di magnesio, il rivestimento robusto, i comandi tradizionalmente Nikon. Due ghiere, joystick, pulsante AF-ON, due tasti funzione e una ghiera fisica dei diaframmi sull’obiettivo. Niente minimalismo punitivo: essere eleganti non significa togliere tutto ciò che serve.
Il display da quattro pollici, derivato concettualmente da quello della ZR, è completamente articolato e incernierato sul lato opposto all’impugnatura. Deve poter essere richiuso con lo schermo protetto, aperto lateralmente, orientato verso l’alto, verso il basso o in avanti.
Robusta, tropicalizzata e costruita in Giappone. Non un gioiello da vetrina: una Nikon da usare.
Nikkor Z 45mm f/2.8 S
Il cuore della Z45 non è il sensore. È l’obiettivo.
Un 45mm f/2.8 fisso, non intercambiabile e progettato senza i vincoli di una baionetta universale può essere più piccolo, più corretto e più economico di un normale obiettivo Z separato.
Lo schema ottico dovrebbe privilegiare la nitidezza a tutta apertura, la resa tridimensionale, il controllo dell’aberrazione cromatica e una distanza minima di messa a fuoco realmente utile. Non serve inseguire lo sfocato di un 50/1.2: questa macchina deve raccontare il mondo, non scioglierlo sempre in una crema indistinta.
La ghiera dei diaframmi richiama il vecchio Nikkor 45/2.8 P e il Tessar della Contessa, ma trasmette elettronicamente il valore alla fotocamera. La ghiera di messa a fuoco è più larga, lineare e configurabile. L’autofocus è interno, rapido e silenzioso.
Un piccolo paraluce metallico è compreso nella confezione, non venduto a parte a prezzo di gioielleria.
Scheda tecnica immaginaria
Caratteristica
Nikon Z45
Tipo
Compatta digitale professionale con obiettivo fisso
Formato
Nikon FX, full-frame
Sensore
CMOS BSI da 24,5 megapixel, senza filtro passa-basso
Risoluzione
6048 × 4024 pixel
Processore
EXPEED 7
Sensibilità
ISO 100-64.000, espandibile a ISO 50-204.800
Obiettivo
Nikkor Z 45mm f/2.8 S fisso e non retrattile
Schema ottico
9 elementi in 7 gruppi, con elementi ED e asferici
Diaframma
f/2.8-f/16, 9 lamelle arrotondate
Distanza minima
0,25 metri
Rapporto massimo
0,22×
Filtri
52mm
Stabilizzazione
IBIS sul sensore a cinque assi
Mirino
OLED da 3,69 milioni di punti, 0,8×, fino a 120 fps
Collocazione mirino
Nell’angolo superiore sinistro
Monitor
4", completamente articolato, circa 3,1 milioni di punti
Autofocus
Ibrido a rilevazione di fase e contrasto sul sensore
Punti AF
299, distribuiti su quasi tutto il fotogramma
Riconoscimento
Persone, occhi, animali, uccelli, veicoli e prodotti
Tracking
3D Tracking con EXPEED 7
Otturatore meccanico
Centrale nell’obiettivo, da 30 secondi a 1/2.000
Otturatore elettronico
Fino a 1/32.000
Sincronizzazione flash
A tutti i tempi dell’otturatore centrale
Raffica
12 fps con otturatore centrale, 20 fps elettronici
Pre-scatto
Pre-Release Capture configurabile
Filtro ND
Integrato, quattro stop, inseribile manualmente o automaticamente
Formati
NEF 14 bit, JPEG, HEIF
Pixel Shift
48 e 96 megapixel, composizione tramite NX Studio
Focus Shift
Sequenze automatiche per focus stacking
Video
4K/60p sovracampionato, 4K/120p con crop
Profili video
N-Log, HLG e SDR a 10 bit
Audio
Ingresso microfono e uscita cuffie
Memoria
Una scheda SD UHS-II
Connessioni
USB-C con Power Delivery, HDMI, Wi-Fi e Bluetooth
Alimentazione
EN-EL15c, ricaricabile e alimentabile via USB-C
Slitta flash
Standard Nikon, compatibile CLS
Costruzione
Lega di magnesio, protezione contro polvere e umidità
Produzione
Made in Japan
Dimensioni indicative
Circa 135 × 84 × 79mm, obiettivo compreso
Peso indicativo
Circa 720 grammi con batteria e scheda
Colore
Nero al lancio; silver successivamente
Prezzo
1.999 euro IVA compresa
Disponibilità
Novembre 2026, in tempo per Natale

Un otturatore centrale, perché è un’ottica fissa
Una macchina con obiettivo fisso non ha bisogno di imitare per forza una mirrorless a ottiche intercambiabili. L’otturatore centrale integrato nel 45mm consentirebbe silenziosità, vibrazioni minime e sincronizzazione flash fino a 1/2.000 di secondo.
L’elettronico arriverebbe a 1/32.000 per fotografare a tutta apertura anche in pieno sole, mentre un filtro ND interno da quattro stop permetterebbe di controllare luce e movimento senza avvitare accessori davanti all’obiettivo.
Questa sarebbe innovazione funzionale, non una lista di specifiche aggiunta per riempire la pagina pubblicitaria.
Ventiquattro megapixel bastano
La Z45 non ha bisogno di 45, 60 o 100 megapixel. Deve essere rapida, leggera nei file, affidabile agli alti ISO e piacevole da usare ogni giorno.
Ventiquattro megapixel permettono stampe di grandi dimensioni, lasciano margine per un ritaglio ragionevole e non trasformano ogni passeggiata in una produzione industriale di terabyte. Consentono inoltre una raffica veloce, un buffer generoso e video 4K sovracampionato senza imporre dissipatori, ventole o corpi sproporzionati.
Per le rare occasioni nelle quali servisse più risoluzione, il movimento dello stabilizzatore potrebbe produrre immagini Pixel Shift da 48 o 96 megapixel.
La Z45 non deve vincere una gara numerica. Deve essere sempre con noi.
Picture Control: trentasei pellicole nella fotocamera
Qui Nikon dovrebbe compiere il passo successivo.
I Flexible Color Picture Control sono già una delle funzioni più interessanti introdotte sulle Nikon recenti, ma nove memorie non bastano. La Z45 dovrebbe offrire 36 slot, organizzati in sei gruppi da sei, richiamabili rapidamente dal display o dal mirino.
Il nuovo sistema potrebbe chiamarsi Nikon Picture Control Studio e utilizzare file NP4, evoluzione degli attuali NP3.
Oltre ai normali controlli, dovrebbe comprendere:
curva tonale RGB e per singolo canale;
Color Blender su otto intervalli cromatici;
Color Grading separato per ombre, mezzi toni e luci;
regolazione della risposta dell’incarnato;
controllo della transizione delle alte luci;
contrasto locale dei mezzi toni;
grana con intensità e dimensione regolabili;
lieve diffusione delle alte luci;
miscelatore colore completo per il bianco e nero;
viraggio separato di ombre e luci;
anteprima immediata e permanente nel mirino;
nome, miniatura e autore della ricetta;
importazione ed esportazione tramite scheda, USB-C o NX Studio.
I 36 Picture Control non devono essere semplicemente caricati in memoria. Devono comparire come miniature visive sul grande display, essere raggruppati in Colore, Bianco e nero, Ritratto, Cinema, Vintage, Personali e Preferiti.
Niente collegamento obbligatorio al cloud, nessun abbonamento e nessun negozio interno. Le ricette appartengono al fotografo.
La Z45 diventerebbe così la piattaforma ideale per le Pellicole Digitali Nikonland: si sceglie la resa prima di scattare, la si vede nel mirino e si fotografa già dentro un linguaggio visivo.
I ritagli digitali, senza raccontare favole
Il 45mm resta sempre un 45mm. Ma la fotocamera potrebbe offrire cornici digitali equivalenti a 60, 75 e 90mm, registrando soltanto l’area selezionata oppure conservando l’intero NEF con il ritaglio reversibile.
Non li chiameremmo zoom. Non lo sono.
Sarebbero semplicemente cornici nel mirino, utili per chi vuole pensare temporaneamente con un’inquadratura più stretta senza cambiare la distanza dal soggetto.

Quando la fotocamera scompare
Non parto dal menu. Guardo la luce che c’è oggi e mi lascio suggerire dalla Z45 quale fotografia potrebbe nascere. Fra le 36 pellicole che ho caricato scelgo quella che sento più adatta a ciò che ho davanti.
Prima di portare la macchina all’occhio, con la mano sinistra apro completamente il diaframma agendo sulla ghiera del 45mm: un obiettivo moderno che porta con sé un pezzo di storia Nikon. Gli ISO sono già a 800, come sempre. Lavoro in manuale e imposto il tempo necessario per ottenere esattamente l’esposizione che ho in mente.
Fuori c’è luce. Guardo nel mirino e mi fondo con il mondo che mi circonda. Quello che vedo mi emoziona. Scatto.
Poi imposto il formato 65:24. L’inquadratura si allarga nel mirino, il mio sguardo cambia e scatto ancora: questa volta dentro una cornice XPan.
In interni apro il grande display posteriore. Tengo la Z45 con una mano sola e posso abbassarla, inclinarla, cercare punti di vista che diano proporzioni e slancio alle figure. La libertà concessa da quello schermo enorme è impagabile, quanto la fedeltà dell’autofocus che mette a fuoco esattamente dove sto guardando.
Non devo immaginare come sarà la fotografia. La vedo mentre nasce e scatto nel momento giusto.
La fotocamera è scomparsa. Sono un tutt’uno con la mia Nikon.
Che cosa non deve avere
La Z45 non deve avere un sensore stacked, perché farebbe aumentare inutilmente il prezzo.
Non deve registrare video 8K, dissipare cento watt o fingere di essere una cinepresa professionale.
Non deve avere due slot, una CFexpress, un battery grip, un connettore Ethernet o ventisette porte laterali.
Non deve montare un 45/1.2 gigantesco per impressionare chi legge soltanto il numero del diaframma.
Non deve essere costruita in ottone, rivestita di pelle esotica o venduta in serie numerata.
E soprattutto non deve costare 5.000 euro per trasformare la fotografia quotidiana in un segno di appartenenza sociale.
Deve essere una Nikon: robusta, concreta, ergonomica, tecnologicamente matura e sufficientemente conveniente da poter essere comprata per fotografare.
Il prezzo decide tutto
A 1.999 euro, con paraluce, batteria e caricatore USB-C compresi, la Nikon Z45 avrebbe senso.
A 2.499 diventerebbe discutibile.
A 2.999 sarebbe l’ennesimo giocattolo per benestanti.
Oltre quella cifra potrebbe restare tranquillamente nella vetrina virtuale dalla quale l’abbiamo fatta uscire.
Ma a meno di 2.000 euro, costruita in Giappone, con sensore full-frame, stabilizzatore, mirino, display da quattro pollici, un vero Nikkor 45/2.8 S e 36 Picture Control?
Mauro Maratta la comprerebbe?
Cazzo, certo che la comprerebbe.
Possibilmente nera. Il primo giorno.
Nel nostro nuovo manifesto abbiamo scritto che Nikonland continuerà a fare molto senza pretendere nulla. Che offrirà possibilità senza esigere una restituzione. Che ciascuno sarà libero di esserci nel modo, nel tempo e con l’intensità che gli sono possibili. (Amare senza pretendere di essere amati in cambio, per parafrasare Shakespeare)
Questo principio vale anche dall’altra parte della porta.
Nikonland non ha bisogno di cercare qualcuno che venga a salvarla. Oggi dispone di una redazione sorprendentemente completa: esperti di fotografia, tecnica, scienza ed economia; ricercatori, redattori musicali, illustratori, vignettisti, programmatori e sviluppatori di software. Possiamo studiare un bilancio, ricostruire la storia di un obiettivo, discutere un’interpretazione musicale, progettare un’applicazione, produrre grafici e illustrare un articolo. E possiamo continuare a farlo con la stessa intensità di sempre.
Ma una redazione completa non è necessariamente una redazione conclusa.
Nessuno sguardo può sostituire tutti gli altri
Io posso scrivere molto e continuerò a farlo. Posso mettere a disposizione esperienza, curiosità, tempo, attrezzatura e una conoscenza di Nikon maturata dal 1983. Ma continuerò inevitabilmente a guardare la fotografia attraverso ciò che sono.
Il mio punto di vista è riconoscibile, personale e quindi, per definizione, parziale. Sono attratto dal ritratto, dalla fotografia motoristica, dalle ottiche, dalla tecnica applicata e dagli strumenti capaci di produrre fotografie reali. Ho convinzioni forti, preferenze dichiarate e generi che conosco molto meglio di altri.
Non considero tutto questo un limite da nascondere. È una parte dell’identità di Nikonland. Ma nessuna identità forte deve diventare una voce unica.
Un paesaggista vede ciò che io probabilmente non vedrei. Un fotografo naturalista conosce problemi, tempi e comportamenti che non appartengono alla mia esperienza. Chi fotografa teatro, architettura, strada, sport, macrofotografia, viaggio o vita familiare può raccontare territori che io non potrei sostituire studiandoli a tavolino.
E persino davanti allo stesso soggetto, con la stessa fotocamera e il medesimo obiettivo, due fotografi possono vedere due fotografie completamente diverse.
Per questo sarebbe una buona cosa, soprattutto per i lettori, poter incontrare su Nikonland punti di vista differenti dal mio.

Non soltanto Nikonland
Questo invito riguarda anche Variazioni Goldberg, il minisito musicale ospitato su Nikonland.
Anche lì la porta della redazione è aperta a chi ascolta musica con passione, competenza e curiosità, e desidera raccontarla. Musica classica, barocca, romantica o contemporanea; jazz, rock, progressive, canzone d’autore e ogni altra forma musicale capace di richiedere — e ricompensare — un ascolto consapevole.
Quando diciamo musica colta non intendiamo stabilire una gerarchia tra generi né concedere patenti di nobiltà. Parliamo di musica conosciuta, approfondita, magari anche suonata, ma soprattutto ascoltata davvero: non come sottofondo, bensì come esperienza artistica.
Si potrà scrivere di una nuova registrazione, riscoprire un vecchio disco, confrontare interpretazioni, raccontare un compositore, un musicista, un concerto o un’opera che merita di essere sottratta all’oblio. Non chiediamo musicologi universali né collezionisti di prime stampe: cerchiamo persone che abbiano ascoltato molto e abbiano qualcosa di personale da dire.
Perché anche nella musica una sola voce, per quanto appassionata, non può contenere tutti gli ascolti possibili.
Non è un appello
Non stiamo contando i volontari. Non abbiamo caselle vuote da riempire, turni da coprire o scadenze che non riusciamo a sostenere. Non chiediamo a nessuno di assumersi il peso di Nikonland e non preghiamo qualcuno di scrivere ciò che possiamo già scrivere da soli.
Offriamo invece uno spazio.
Se qualcuno possiede un’esperienza, una competenza, una storia o semplicemente uno sguardo che merita di essere condiviso, Nikonland può offrirgli assistenza editoriale, immagini, impaginazione e soprattutto lettori veri.
Non è necessario presentarsi come esperti universali. È molto più interessante conoscere bene una cosa e saperla raccontare con sincerità. Un articolo nato dall’esperienza diretta vale più di dieci testi costruiti mettendo in fila informazioni raccolte altrove.
Non cerchiamo persone che scrivano come me. Sarebbe perfettamente inutile. Cerchiamo, semmai, persone che abbiano qualcosa da dire con la propria voce.

Una volta oppure nel tempo
Anche la collaborazione editoriale può assumere forme differenti.
Si può proporre un solo articolo perché, in quel momento, si possiede un’esperienza che vale la pena raccontare. Si può intervenire occasionalmente, quando si presenta il soggetto giusto. Si può immaginare una rubrica, seguire un argomento particolare oppure scegliere una collaborazione più stabile.
Si può anche lavorare insieme: partire da un’idea, mettere in comune competenze differenti, confrontare esperienze e costruire un articolo che nessuno dei due avrebbe potuto realizzare nello stesso modo da solo.
A gettone o stabilmente, dunque. Naturalmente il gettone è editoriale e non risulta convertibile in valuta corrente: le nostre precedenti campagne di assunzione hanno già illustrato con sufficiente chiarezza la politica retributiva di Nikonland.
Ma non esiste alcuna quota minima di produzione. Nessuno dovrà promettere un articolo al mese, aprire una rubrica eterna o sottoscrivere un piano quinquennale. La continuità è preziosa quando nasce naturalmente; imposta, diventa soltanto un altro lavoro.
La redazione non è un recinto
Collaborare con Nikonland non significa entrare in una cerchia privilegiata né ottenere una patente di competenza. Significa assumersi, per il tempo necessario, la responsabilità di ciò che si vuole raccontare.
La qualità resta importante. Un contributo dovrà avere sostanza, essere basato su conoscenza o esperienza reale e rispettare il lettore. Ma non richiediamo curriculum, titoli accademici o professioni altisonanti. Talvolta una lunga pratica silenziosa insegna più di molte qualifiche esibite.
Possiamo aiutare a mettere ordine nel testo, trovare la forma più efficace, verificare i passaggi tecnici, preparare immagini e grafici. Non chiediamo che chi propone un’idea sia già anche redattore, correttore di bozze, impaginatore e illustratore.
Chiediamo soltanto che l’idea sia sua e che abbia davvero voglia di condividerla.

La porta è aperta da entrambe le parti
Con il nostro manifesto abbiamo riconosciuto piena cittadinanza anche a chi desidera soltanto leggere. Ora aggiungiamo l’altra metà del discorso: chi vorrà attraversare quella porta e sedersi, anche per una sola volta, dalla parte della redazione troverà posto.
Non perché Nikonland non possa andare avanti senza nuovi collaboratori. Andrà avanti comunque.
Ma perché una rivista diventa più ricca quando ospita esperienze che non avrebbe potuto produrre da sola. E perché i lettori meritano di incontrare sensibilità, generi fotografici e opinioni differenti, anche quando non coincidono con quelle dell’Editor.
Non abbiamo bisogno di qualcuno che scriva al posto nostro.
Ci farebbe piacere che qualcuno scrivesse insieme a noi.
Non è un confronto fra due file NEF. È il confronto fra due architetture: una arrivata alla perfezione proprio mentre concludeva la propria storia, l'altra costruita per continuare a evolvere.
Mettiamo subito da parte la domanda più inutile: con la Nikon D850 si possono ancora fare fotografie magnifiche? Certamente. Si possono fare fotografie magnifiche anche con una Nikon D700, una F100 o una FA. Se il metro di giudizio fosse soltanto la possibilità di produrre una bella immagine, nessuna grande fotocamera diventerebbe mai vecchia.
Ma qui la fotografia che ciascuno pratica non c'entra. Non stiamo decidendo se per un paesaggio su treppiedi, un ritratto, una cerimonia o un airone serva davvero una Z8. Stiamo confrontando due tecnologie nel 2026, indipendentemente dall'uso che se ne vuole fare.
Da una parte c'è la D850, probabilmente la migliore reflex universale mai costruita da Nikon. Dall'altra c'è la Z8, che ne riprende l'ambizione, la risoluzione e il ruolo, ma elimina alla radice quasi tutti i compromessi imposti dall'architettura reflex.
Non perché abbia un sensore magico. Perché intorno al sensore è cambiato tutto.

La trappola dei 45,7 megapixel
D850 e Z8 dichiarano entrambe 45,7 megapixel, partono entrambe da ISO 64 e producono file capaci di soddisfare qualunque impiego fotografico ragionevole. È quindi facile sovrapporle, confrontare due fotografie statiche a basso ISO e concludere che la differenza sia piccola.
È vero soltanto se riduciamo una fotocamera al file già registrato.
Il sensore della D850 è un eccellente CMOS retroilluminato. Quello della Z8 è un CMOS stacked, progettato non soltanto per raccogliere luce ma per leggerla con una velocità immensamente superiore. La differenza fondamentale non sta nel numero dei pixel e nemmeno, necessariamente, nella qualità assoluta del singolo fotogramma. Sta nel tempo.
Quanto rapidamente il sensore può leggere la scena. Quante volte al secondo può alimentare il mirino. Quanto velocemente può aggiornare l'autofocus. Quanti fotogrammi può registrare senza interrompere la visione. Quanto può ridurre le deformazioni dell'otturatore elettronico. Quanto lavoro può essere svolto fra ciò che accade davanti all'obiettivo e la pressione del nostro indice.
La D850 misura la luce, mette a fuoco, solleva lo specchio, apre l'otturatore e infine permette al sensore di vedere. Nella Z8 il sensore sta già vedendo tutto, sempre.
Questa è la rivoluzione.


L’intelligenza artificiale aiuta. L’esperienza decide.
Questo articolo è stato sviluppato anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, utile per verificare i dati, ordinare gli argomenti e non lasciare zone scoperte. Ma la D850 che vedete nella fotografia era la mia, e dietro al suo mirino ci sono io.
L’ho usata realmente, anche con obiettivi da ritratto come il Sigma 85/1.4 Art, a tutta apertura e alle distanze alle quali pochi millimetri decidono se una fotografia sia riuscita oppure no. Non sto interpretando una scheda tecnica né ripetendo opinioni raccolte sul web.
L’intelligenza artificiale può aiutare a scrivere. Non può sostituire l’esperienza. Le conclusioni di questo articolo vengono da lì.
D850: il capolavoro conclusivo della reflex
La D850 è il punto più alto raggiunto da una macchina nata dall'accumulo di tecnologie differenti. Il mirino ottico, il pentaprisma, lo specchio principale, il secondo specchio, il modulo autofocus collocato sul fondo della camera, il sensore esposimetrico, l'otturatore meccanico e infine il sensore d'immagine collaborano fra loro con precisione prodigiosa.
Ma restano organi diversi, collocati in punti diversi e chiamati a concordare fra loro.
Quando guardiamo nel mirino, il sensore non vede nulla. Quando il modulo autofocus misura il fuoco, non lo sta misurando sul piano sul quale verrà registrata la fotografia. Quando premiamo il pulsante di scatto, lo specchio deve sollevarsi, il mirino si oscura e l'autofocus perde temporaneamente la scena. Poi l'otturatore deve aprirsi e chiudersi. Infine tutto deve tornare al proprio posto per cominciare un nuovo ciclo.
Nel 2017 era una meraviglia di ingegneria. Nel 2026 resta una meraviglia di ingegneria. Ma è diventata evidente la quantità di ingegneria necessaria per aggirare un problema che la mirrorless ha semplicemente eliminato: lo specchio.

Z8: il sensore diventa il centro della fotocamera
Nella Z8 il sensore non è più l'ultimo destinatario della catena. È il centro della macchina.
Forma l'immagine, misura l'esposizione, alimenta il mirino, riconosce il soggetto, determina il fuoco, segue il movimento, stabilizza l'inquadratura, registra la fotografia e produce il video. Mirino, esposimetro e autofocus non devono più tentare di prevedere che cosa riceverà il sensore: lavorano a partire dallo stesso segnale che produrrà l'immagine.
Non significa che la Z8 non possa sbagliare. Può scegliere il soggetto sbagliato, perdere un occhio, essere ingannata da un contrasto, mostrare banding sotto certe luci artificiali o richiedere al fotografo una configurazione più intelligente. Ma i suoi errori non nascono più dal disaccordo geometrico fra un modulo autofocus separato e il piano d'immagine.
La differenza non è quantitativa. È architetturale.
Il mirino: vedere il mondo o vedere la fotografia
Il mirino ottico della D850 è magnifico. È ampio, luminoso, naturale, non consuma energia e non introduce ritardo elettronico. Ci mostra direttamente la scena attraverso l'obiettivo.
Ma ci mostra la scena, non la fotografia.
Non può anticipare l'esposizione, il bilanciamento del bianco, il Picture Control, il bianco e nero, il contrasto o l'aspetto finale dell'immagine. Non può ingrandire un'iride. Non può sovrapporre al soggetto una lettura intelligente ricavata dal sensore. E quando la macchina scatta, si oscura: è la conseguenza inevitabile del fatto che lo specchio deve liberare il passaggio verso il sensore.
Il mirino elettronico della Z8 è l'uscita permanente del sistema di immagine. Offre copertura del 100%, ingrandimento 0,8x e aggiornamento fino a 120 fotogrammi al secondo. Non possiede uno “zero lag” metafisico: ogni circuito elettronico richiede un tempo di elaborazione. Ma il sistema Real-Live Viewfinder mantiene un flusso continuo, senza fotogrammi saltati e senza oscuramento durante la raffica.
Questo cambia il rapporto con l'azione. Non vediamo più una sequenza interrotta dal movimento dello specchio, ma continuiamo a seguire il soggetto mentre la macchina registra. E soprattutto vediamo l'interpretazione che il sensore sta dando della scena prima di scattare.
Con una D850 si fotografa guardando il mondo. Con una Z8 si fotografa guardando il mondo già diventato fotografia.

Autofocus: 153 punti contro un intero piano d'immagine
I 153 punti della D850 furono un risultato straordinario. Novantanove sono a croce, 55 selezionabili direttamente, e il Multi-CAM 20K resta uno dei migliori moduli autofocus mai installati su una reflex.
Ma quei punti sono concentrati nella parte centrale del fotogramma e, soprattutto, non sono sul sensore. Il modulo riceve una porzione della luce deviata dallo specchio secondario e calcola dove dovrebbe trovarsi il fuoco. La regolazione fine può correggere uno scostamento sistematico, ma non può trasformare due percorsi ottici distinti in uno solo. Nel Live View la D850 finalmente mette a fuoco sul sensore, ma lo fa con il lento autofocus a contrasto della propria generazione.
La Z8 utilizza 493 punti con rilevazione di fase e contrasto sul sensore, distribuiti su una porzione vastissima dell'inquadratura. Il punto di messa a fuoco può seguire il soggetto quasi fino ai margini senza costringerci a ricomporre. Soprattutto, la macchina non deve limitarsi a cercare una variazione di contrasto: riconosce persone, occhi, animali, uccelli, automobili, motociclette, biciclette, treni e aerei, e integra questa informazione nel 3D Tracking.
La D850 mette a fuoco nel punto che le indichiamo. La Z8 può comprendere che cosa stiamo tentando di tenere a fuoco.
Non è infallibilità. È un livello d'informazione che nella reflex semplicemente non esiste.
Il tempo non si interrompe più
La D850 scatta a 7 fotogrammi al secondo, oppure a 9 con battery grip, batteria e accessori adeguati. A ogni fotogramma deve completare un ciclo meccanico e durante ogni ciclo il mirino subisce un oscuramento.
La Z8 arriva a 20 fotogrammi al secondo in RAW e può spingersi a 30, 60 o 120 fotogrammi al secondo nei formati e nelle risoluzioni previste dalla modalità High-Speed Frame Capture+. Può persino cominciare a conservare immagini prima che il pulsante sia stato premuto fino in fondo con il Pre-Release Capture.
Il numero più grande, però, è la parte meno interessante. La vera differenza è che durante la raffica continuiamo a vedere. Il sensore stacked legge, il processore EXPEED 7 elabora e il mirino resta alimentato mentre i fotogrammi vengono registrati.
La reflex divide il tempo in istanti. La Z8 mantiene la continuità dell'azione.
Nessuno specchio. Nessun otturatore meccanico
La Z8 non possiede un otturatore meccanico sul piano focale. Espone elettronicamente fino a 1/32.000 di secondo. Non ci sono tendine da accelerare e frenare, non esiste usura dell'otturatore legata al numero degli scatti e, durante l'esposizione, non c'è il colpo dello specchio né la sua vibrazione.
Questo non significa assenza assoluta di parti mobili: il diaframma dell'obiettivo continua a lavorare, il sensore si muove per la stabilizzazione e davanti ad esso esiste uno schermo protettivo che si abbassa a macchina spenta. Ma sono scomparsi i due grandi eventi meccanici che hanno accompagnato ogni fotografia reflex: il ribaltamento dello specchio e la corsa delle tendine.
La D850 dispone dell'otturatore elettronico a prima tendina in modalità specifiche e può fotografare silenziosamente in Live View. Ma sono soluzioni aggiunte intorno alla struttura reflex, non il suo normale modo di funzionare attraverso il mirino.
L'otturatore elettronico non è privo di limiti. Alcune luci LED possono produrre bande e un soggetto rapidissimo può ancora mettere in evidenza il rolling shutter. La lettura veloce del sensore stacked riduce drasticamente questi fenomeni e rende possibile ciò che su gran parte delle altre fotocamere resta una modalità accessoria: usare sempre l'elettronico, anche nel lavoro professionale.
Lo stabilizzatore che appartiene alla fotocamera
La D850 dipende dall'eventuale VR dell'obiettivo. Se l'obiettivo non è stabilizzato, non lo è nemmeno l'immagine.
La Z8 muove il sensore su cinque assi. Questo significa stabilizzazione con gli obiettivi Z compatibili e anche con moltissime ottiche prive di VR, comprese quelle adattate. Non serve soltanto a scattare con tempi più lenti. Stabilizza ciò che vediamo nel mirino, rende più fermo il punto autofocus, aiuta nell'inquadratura con i teleobiettivi, nella macro, nel video e in tutte le situazioni nelle quali 45,7 megapixel rendono visibile ogni minima vibrazione.
La stabilizzazione non sostituisce il tempo necessario a congelare il soggetto. Ma rimuove un'altra dipendenza strutturale: sulla Z8 la possibilità di compensare il movimento della fotocamera non deve essere ricomprata dentro ogni singolo obiettivo.
La fotografia nasce nel mirino, compreso il suo aspetto
Sulla D850 un Picture Control viene applicato al JPEG e registrato come istruzione nel NEF, ma guardando nel mirino ottico non possiamo vederlo. Fotografando in Monochrome continuiamo a osservare il mondo a colori. L'anteprima appartiene al momento successivo allo scatto.
Sulla Z8 il Picture Control entra nel flusso Live View. Il bianco e nero è già bianco e nero nel mirino. Il contrasto, la resa cromatica e l'atmosfera scelta sono visibili mentre componiamo. Con il firmware 3.0 sono arrivati anche i Flexible Color Picture Control creati in NX Studio, con Color Blender e Color Grading, importabili nella fotocamera e mostrati in tempo reale.
Non è un giocattolo per chi non vuole sviluppare i RAW. È l'esatto contrario: consente al fotografo di prendere decisioni espressive prima dello scatto, invece di rimandarle tutte al computer.
La fotografia continua a nascere nel mirino. Soltanto che adesso nel mirino può nascere già con la voce che abbiamo scelto per lei.
Il sensore non sta più fermo ad aspettare la luce
Lo stabilizzatore della Z8 non serve soltanto a compensare il movimento. Può spostare fisicamente il sensore di frazioni controllate di pixel e registrare una sequenza destinata a essere composta da NX Studio. Il Pixel Shift, aggiunto via firmware, permette di arrivare fino a circa 180 megapixel, migliorando in condizioni adatte risoluzione, riproduzione cromatica e contenimento di moiré e rumore.
Richiede un soggetto immobile, un supporto stabile e un'elaborazione successiva. Non sostituisce il singolo scatto e non trasforma la Z8 in una medio formato. Ma dimostra un altro cambio di paradigma: il sensore non è più una lastra passiva. Diventa un componente mobile e programmabile del processo di acquisizione.
La D850 dispone del focus shift e può automatizzare una sequenza per il focus stacking, funzione tuttora preziosa. La Z8 conserva quella possibilità e vi aggiunge lo spostamento del sensore, il bracketing evoluto, l'Auto Capture e un insieme crescente di operazioni nelle quali l'immagine finale nasce dalla collaborazione fra ottica, meccanica di precisione e software.
Dall'attimo al video: non più due macchine separate
La D850 registra video 4K UHD fino a 30p. Per il 2017 era una dotazione importante, ma il suo autofocus Live View a contrasto e il limite di registrazione di 29 minuti e 59 secondi ricordano che il video fu innestato su una reflex progettata soprattutto per fotografare.
La Z8 registra internamente N-RAW a 12 bit fino a 8,3K/60p, ProRes RAW, ProRes 422 HQ e 4K fino a 120p. Dispone di waveform, N-Log, HLG, timecode, ingresso e uscita audio, HDMI a pieno formato e tempi di registrazione enormemente più lunghi nelle condizioni previste.
Si può non girare nemmeno un secondo di video in tutta la vita. Resta però la prova più evidente della potenza di lettura, elaborazione e dissipazione sulla quale poggiano anche il mirino, l'autofocus e la raffica fotografica.
Il reparto video della Z8 non è un accessorio. È uno dei prodotti della stessa architettura che rende migliore la sua esperienza fotografica.
Innesto F e innesto Z: eredità contro libertà progettuale
La D850 ha alle spalle uno dei più vasti corredi della storia della fotografia. Utilizza direttamente obiettivi AI, AI-S, AF-D, AF-S ed E con differenti livelli di compatibilità e mantiene l'autofocus anche con le ottiche AF e AF-D azionate dal motore interno del corpo. Per chi possiede quelle ottiche, questo è un vantaggio reale che la Z8 non replica: tramite FTZ può utilizzare moltissimi Nikkor F, ma gli AF-D restano senza autofocus.
La baionetta Z, però, nasce senza lo specchio e senza la distanza che esso imponeva fra ottica e sensore. Ha consentito a Nikon di progettare obiettivi che sul sistema F sarebbero stati difficili, enormi o semplicemente impossibili, e di controllarne elettronicamente con maggiore precisione fuoco, diaframma, stabilizzazione e correzioni.

Provate a montarli sulla D850
Provate a montare sulla D850 un Nikkor Z 135/1.8 S Plena. Oppure un 50/1.2 autofocus. O ancora un 800/6.3 PF che pesa poco più di due chilogrammi.
Non potete. Non oggi, non domani e nemmeno con un adattatore.
La Z8, tramite FTZ, può utilizzare gran parte della sterminata eredità Nikkor F. La D850 non potrà mai utilizzare un obiettivo Z. È una strada percorribile in una sola direzione.
La fotocamera è soltanto metà del sistema. E i Nikkor Z fanno la differenza.
Non tutti i Nikkor Z sono automaticamente superiori a ogni Nikkor F. Ma la generazione S ha mostrato una costanza di rendimento, una nitidezza già a tutta apertura, un controllo delle aberrazioni e una uniformità sul fotogramma che ridefiniscono ciò che possiamo chiedere a un sistema ad alta risoluzione. E la Z8 può continuare a utilizzare gran parte dell'eredità F, mentre la D850 non potrà mai montare un obiettivo Z.
L'eredità della D850 guarda in una sola direzione. Quella della Z8 guarda indietro e avanti.

Una macchina finita e una macchina che cresce
La D850 acquistata oggi è sostanzialmente la stessa macchina concepita nel 2017. È completa, matura, stabile. Non le manca nulla rispetto al proprio progetto, ma il suo progetto è concluso.
La Z8 del 2026 non è più quella presentata nel 2023. Gli aggiornamenti firmware hanno aggiunto, fra l'altro, riconoscimento specifico degli uccelli, Auto Capture, Pixel Shift, Rich Tone Portrait, Flexible Color Picture Control e un limitatore della distanza di messa a fuoco interno alla fotocamera. Non si tratta soltanto di correggere errori: sono funzioni che al momento dell'acquisto non esistevano.
Questa è una delle differenze meno fotografate e più importanti. Una reflex poteva essere raffinata dal firmware. Una mirrorless ad alte prestazioni può essere ampliata dal firmware perché mirino, autofocus, otturatore e trattamento dell'immagine sono già funzioni dello stesso sistema elettronico.
La D850 è un prodotto terminato nel senso migliore del termine. La Z8 è una piattaforma.
Il confronto, senza nostalgia
Tecnologia
Nikon D850
Nikon Z8
Sensore
45,7 MP BSI CMOS
45,7 MP stacked CMOS ad alta velocità
Processore
EXPEED 5
EXPEED 7
Mirino
Ottico 0,75x, oscuramento allo scatto
Elettronico 0,8x, fino a 120 fps, senza blackout
Autofocus
Modulo separato, 153 punti, 55 selezionabili
Sul sensore, 493 punti, 3D Tracking e riconoscimento soggetti
Copertura AF
Concentrata nella zona centrale
Estesa a quasi tutto il fotogramma
Raffica RAW
7 fps; 9 fps con accessori
Fino a 20 fps
Pre-scatto
No
Pre-Release Capture nelle modalità previste
Otturatore
Meccanico; elettronico in Live View
Soltanto elettronico, fino a 1/32.000 s
Stabilizzazione
Dipende dall'obiettivo
IBIS sul sensore a 5 assi
Aspetto nel mirino
La scena resta ottica
Esposizione e Picture Control visibili in tempo reale
Pixel Shift
No
Fino a circa 180 MP, con fusione software
Video
4K/30p, AF a contrasto
8,3K N-RAW/60p, 4K/120p, AF sul sensore
Evoluzione software
Progetto sostanzialmente concluso
Nuove funzioni aggiunte tramite firmware
Ottiche
Accesso diretto al sistema F, compresi gli AF-D
Sistema Z e gran parte del sistema F tramite FTZ; niente AF con AF-D
Autonomia
Eccellente
Inferiore: sensore e mirino devono restare alimentati
Unicuique suum, ma senza confondere i piani
Se qualcuno fotografa paesaggi su treppiedi a f/8, f/11 o f/16, mette a fuoco con calma e torna a casa con immagini perfette, può non avvertire nessuna di queste differenze. È giusto che sia così. La profondità di campo, il soggetto immobile e il metodo di lavoro possono rendere irrilevanti autofocus, blackout, stabilizzazione e riconoscimento dei soggetti.
Allo stesso modo, chi possiede una collezione di AF-D, vuole milleottocento scatti con una batteria o semplicemente ama il mirino ottico può preferire razionalmente la D850.
Ma la sufficienza non è equivalenza tecnologica. Il fatto che una macchina continui a soddisfare un determinato fotografo non significa che appartenga ancora alla stessa generazione dell'altra.
Unicuique suum tutela la libertà di scegliere. Non modifica la storia dell'ingegneria.
Ciò che la D850 conserva
La Z8 non cancella il piacere del mirino ottico, l'autonomia straordinaria, il rapporto diretto con gli obiettivi F o quella sensazione di solidità meccanica che la D850 restituisce a ogni scatto. Non rende peggiori le fotografie già fatte e non impedisce di farne altre per molti anni.
E sul piano della qualità statica del singolo file, soprattutto a ISO 64 e con soggetti controllati, non c'è alcun abisso che giustifichi favole sul sensore magico dell'una o dell'altra. Se isoliamo il risultato dalle circostanze che lo hanno prodotto, la D850 può ancora stare accanto alla Z8 senza complessi.
Ma una fotocamera non è soltanto il file che riesce a produrre quando tutto è fermo, ben illuminato e perfettamente predisposto. È anche ciò che ci permette di vedere, prevedere, seguire, stabilizzare, controllare e decidere prima che quel file esista.
Ed è qui che la distanza diventa definitiva.

La storia non è una discarica
Consegnare la D850 alla storia non significa rottamarla. Significa assegnarle finalmente il posto che merita.
La Nikon FA non è diventata mediocre quando arrivò l'autofocus. La F100 non è diventata inutile quando il digitale prese il sopravvento. La D700 non ha smesso di essere una macchina leggendaria quando aumentarono risoluzione, gamma dinamica e prestazioni. Ognuna resta una pietra miliare perché racconta fin dove Nikon era riuscita ad arrivare con la tecnologia del proprio tempo.
La D850 occupa lo stesso posto. È la reflex universale portata alla sua forma più alta: risoluta, affidabile, veloce, ergonomicamente compiuta. Proprio per questo non ha bisogno di essere travestita da alternativa tecnologicamente equivalente alla Z8.
La Z8 non è una D850 senza specchio. È una macchina nella quale il sensore vede prima, durante e dopo lo scatto; il mirino non si oscura; l'autofocus lavora sull'immagine; gli obiettivi possono essere stabilizzati dal corpo; l'aspetto della fotografia è visibile prima di registrarla; l'otturatore non deve muoversi; nuove funzioni possono comparire anni dopo l'acquisto.
La D850 rappresenta il punto finale di una linea evolutiva gloriosa.
La Z8 non la umilia. La supera facendo un altro mestiere.
Ed è precisamente così che una grande fotocamera entra nella storia.
Riferimenti tecnici essenziali
Nikon D850: caratteristiche e specifiche ufficiali
Nikon Z8: caratteristiche e specifiche ufficiali
Firmware Z8 2.0: Pixel Shift, Auto Capture e riconoscimento uccelli
Firmware Z8 3.0: Flexible Color Picture Control e limitatore AF

Non esiste alcuna conferma che Nikon sia in vendita o che qualcuno stia preparando un’offerta. Tuttavia, se un’operazione dovesse realmente prendere forma, il primo azionista della società difficilmente potrebbe essere ignorato.
Mettiamo subito da parte il sensazionalismo.
Non abbiamo alcuna notizia di un’acquisizione imminente di Nikon. Non esiste un’offerta, non è stato indicato un possibile compratore e nessuno ha confermato l’esistenza di trattative.
L’articolo pubblicato da Bunshun e ripreso da NikonRumors si limita a riferire che “alcuni” considerano il 19,61% posseduto da EssilorLuxottica come un possibile primo passo verso l’acquisizione.
È una speculazione, non una notizia.
Ma il fatto che oggi non esista un compratore non significa che Nikon non possa essere osservata.
La società arriva da un bilancio pesantemente negativo, ha avviato una ristrutturazione, perde terreno nel mercato fotografico e continua a mostrare una preoccupante difficoltà nel trasformare la propria tecnologia in una strategia riconoscibile. Il gruppo Mitsubishi, al quale Nikon è storicamente legata, non ha manifestato pubblicamente alcuna intenzione di intervenire per garantirne l’indipendenza.
In queste condizioni è ragionevole immaginare che più di un fondo di private equity, concorrente o gruppo industriale possa avere studiato almeno sulla carta un’operazione.
Non significa che qualcuno la realizzerà. Significa soltanto che Nikon possiede tecnologie, marchi e attività sufficientemente interessanti da poter entrare nel radar di potenziali acquirenti.
Un fondo potrebbe pensare alla separazione e successiva valorizzazione delle diverse divisioni. Un concorrente potrebbe essere interessato all’Imaging, a RED, ai brevetti o alla rete commerciale. Un gruppo industriale giapponese potrebbe rilevare le attività strategiche, lasciando ad altri fotocamere, medicale o produzione digitale.
La normativa giapponese renderebbe molto difficile una vendita indiscriminata a un soggetto straniero, soprattutto per la presenza di tecnologie legate alla litografia e alla sicurezza economica. Ma un’acquisizione condizionata, accompagnata dallo scorporo delle attività strategiche o sostenuta da un consorzio giapponese, non è teoricamente impossibile.
Perché difficilmente sarà EssilorLuxottica
EssilorLuxottica possiede interessi evidenti nell’ottica oftalmica, negli occhiali intelligenti e nella joint venture Nikon-Essilor. Può apprezzare il marchio, la ricerca ottica e alcune tecnologie Nikon.
Ma acquistare l’intero gruppo significherebbe ereditare fotocamere, RED, litografia, microscopia, metrologia, sistemi medicali, produzione digitale e attività aerospaziali. Troppo materiale estraneo al suo settore per giustificare un’acquisizione completa.
Inoltre, EssilorLuxottica continua a definire la propria partecipazione come investimento finanziario di lungo periodo, senza intenzione dichiarata di influire direttamente sulla gestione. Il fatto che si sia fermata al 19,61%, appena sotto la soglia del 20% autorizzata dal governo giapponese, appare coerente con la volontà di essere il maggiore azionista senza assumere formalmente il controllo.
Quindi non crediamo che EssilorLuxottica stia preparando la conquista di Nikon.
Crediamo che si sia assicurata una posizione molto più flessibile.
Il possibile arbitro
Con il 19,61%, EssilorLuxottica non controlla Nikon. Ma qualunque soggetto volesse farlo dovrebbe necessariamente tenerne conto.
Un compratore potrebbe teoricamente raggiungere la maggioranza senza acquistare quella quota. Dovrebbe però ottenere oltre il 62% di tutte le azioni rimaste sul mercato: possibile, ma più difficile e costoso.
EssilorLuxottica potrebbe quindi:
sostenere l’indipendenza di Nikon;
aderire a un’offerta pubblica;
vendere il proprio pacchetto a un prezzo maggiorato;
mantenere una quota nella nuova società;
negoziare la protezione della joint venture Nikon-Essilor;
opporsi a un acquirente ritenuto incompatibile con i propri interessi.
Non sappiamo quale scelta farebbe. Dipenderebbe dal compratore, dal progetto industriale e soprattutto dal prezzo.
Un investimento dichiarato “di lungo periodo” può essere ceduto quando arriva un’offerta sufficientemente conveniente.
Il punto
Non abbiamo elementi per affermare che Nikon sarà venduta.
L’immobilismo della dirigenza, i risultati negativi e l’assenza di un azionista giapponese disposto a garantirne apertamente l’indipendenza rendono però plausibile che qualcuno possa considerare un’offerta.
Se mai accadrà, difficilmente il compratore sarà EssilorLuxottica.
Ma chiunque voglia comprare Nikon dovrà prima parlare con lei.
EssilorLuxottica non ha acquistato Nikon.
Ha acquistato il diritto di partecipare alla decisione sul suo futuro.


I numeri, certamente. Non siamo altrettanto sicuri che vi arrivi ciò che quei numeri stanno dicendo. E allora, senza avere mai diretto un’azienda giapponese, proviamo a immaginare che cosa faremmo noi.
È molto facile dirigere Nikon da una scrivania di Nikonland.
Non dobbiamo pagare ventimila stipendi, negoziare con i fornitori, sopportare oscillazioni valutarie, dazi, costi industriali e pressioni degli azionisti. Non dobbiamo nemmeno spiegare al consiglio di amministrazione perché un progetto da centinaia di milioni di yen potrebbe fallire.
Siamo capitani d’azienda improvvisati, privi di flotta e quindi imbattibili nelle battaglie navali.
Abbiamo però un piccolo vantaggio: non dobbiamo difendere le decisioni prese ieri.
Possiamo guardare i numeri per ciò che stanno dicendo. Il mercato fotografico ha smesso di precipitare, ma non cresce ovunque. Recuperano le compatte, i formati ridotti, le macchine ibride, i prodotti immediatamente riconoscibili e quelli capaci di attrarre un pubblico nuovo. Fujifilm avanza, Ricoh triplica i suoi piccoli volumi, Panasonic recupera, Canon estende il proprio dominio.
Nikon arretra.
A Tokyo conoscono certamente questi dati. La domanda non è se li abbiano letti. È se abbiano compreso che cosa significhino.
Prima decisione: smettere di difendere il presente
Noi non cominceremmo da una ristrutturazione contabile.
Ridurre i costi, accorpare funzioni, tagliare progetti e razionalizzare la produzione può migliorare un conto economico. Non può creare desiderio.
Una marca fotografica non si salva semplicemente diventando più efficiente nel produrre ciò che vende sempre meno. Deve immaginare ciò che il pubblico non sa ancora di volere.
Nikon possiede tecnologie eccellenti, stabilimenti, brevetti, un marchio universale e alcuni dei migliori progettisti ottici del mondo. Non le manca la capacità di costruire prodotti.
Le manca, almeno osservandola dall’esterno, la volontà di creare sogni.
Quindi ripenseremmo l’intera linea produttiva attorno a poche famiglie molto riconoscibili. Non altri modelli collocati ordinatamente tra quello superiore e quello inferiore, ma idee diverse destinate a pubblici diversi.
Fare della ZR una famiglia
La ZR è la dimostrazione che Nikon può ancora sorprendere.
Non è soltanto una Nikon più piccola o una videocamera ricavata da una fotocamera esistente. Possiede una propria personalità e rappresenta il primo risultato realmente visibile dell’incontro con RED.
Noi non la lasceremmo sola.
Costruiremmo attorno alla ZR una famiglia completa: un modello più accessibile, eventualmente DX, destinato ai giovani che producono video ma vogliono anche fotografare; la ZR attuale al centro; una versione superiore per chi lavora nel cinema e nella produzione professionale.
Tutte dovrebbero poter essere utilizzate indifferentemente per fotografia e video. Perché questa distinzione appartiene soprattutto ai cataloghi dei produttori: chi oggi crea contenuti passa continuamente dall’uno all’altro.
La versione più economica non dovrebbe essere una ZR impoverita. Dovrebbe essere la porta d’ingresso nel mondo Nikon: piccola, semplice, con un’interfaccia moderna, autofocus completo, stabilizzazione, Picture Control evoluti e una connessione immediata con telefono, computer e servizi di condivisione.
Non serve che faccia tutto ciò che fa una Z9. Deve fare venire voglia di averla sempre con sé.
Il successo di un prodotto non va celebrato con un’edizione limitata. Va trasformato in una piattaforma.
Mettere una Z6 III dentro una Nikon SP
La Zf ha dimostrato una cosa molto semplice: il retaggio Nikon può ancora vendere, purché venga reinterpretato seriamente.
Non siamo contrari alla nostalgia. Siamo contrari alla nostalgia impiegata come decorazione stagionale.
Prenderemmo quindi l’elettronica della Z6 III e la inseriremmo in un corpo ispirato alla Nikon SP. Mirino decentrato, proporzioni corrette, metallo, comandi coerenti e nessuna caricatura della macchina originale.
Nikon non avrebbe bisogno di scimmiottare Fujifilm. La Nikon SP l’ha costruita davvero.
Attorno a questa macchina realizzeremmo una piccola serie di obiettivi Z ispirati agli originali a telemetro: 28, 35, 50, 85 e 105mm. Compatti, metallici, dotati di ghiera dei diaframmi, autofocus moderno e schemi ottici contemporanei, ma con dimensioni ed estetica capaci di ricostruire un sistema.
Non semplici obiettivi rivestiti d’argento. Una famiglia progettata insieme al corpo.
La storia funziona quando produce futuro. Altrimenti resta merchandising.
Costruire gli obiettivi che il mercato sta chiedendo
Il catalogo Nikkor Z è ormai ampio e contiene autentici capolavori. Ma continua a presentare assenze difficili da giustificare.
Noi metteremmo immediatamente in sviluppo:
un vero macro più lungo di 100mm, idealmente un 150, 180 o 200mm;
un 16-35mm f/2.8 professionale, più pratico del 14-24mm e più ambizioso del 17-28mm;
un 300mm f/2.8 compatto, leggero e relativamente economico per la categoria;
un nuovo 200mm f/2;
un 500mm f/4;
il ritorno del 500mm f/5.6 PF.
Un eventuale 120-300mm f/2.8 potrà essere magnifico, costosissimo e oggetto di culto. Ma non sostituisce il 300mm f/2.8 che professionisti e appassionati hanno utilizzato per decenni.
Non tutto deve diventare uno zoom estremo da quindicimila euro.
La tecnologia PF ha già dimostrato che Nikon sa rendere più leggeri e accessibili i grandi teleobiettivi. La usi per restituire ai fotografi focali che sono scomparse, non soltanto per produrre oggetti eccezionali da mostrare alle fiere.
E prima ancora completeremmo seriamente il sistema DX con ottiche compatte e luminose: un 16mm, un 23mm, un 35mm e un 56mm progettati per accompagnare Z50II, Zfc e una futura ZR economica.
Se alcuni di questi obiettivi possono essere costruiti meglio o più rapidamente da Sigma, Tamron o Viltrox, tanto meglio.
Un produttore che sta perdendo quota non dovrebbe trattare le aziende indipendenti come ospiti in libertà vigilata. Dovrebbe fare dell’attacco Z il sistema più accogliente del mercato, con un programma di licenze trasparente, tempi certi e piena compatibilità.
Noi possediamo decine di obiettivi non Nikon che vanno benissimo sulle nostre Nikon. Non indeboliscono il sistema. Sono una delle ragioni per continuare a utilizzarlo.

La DX professionale non serve oggi. Serviva nel 2022
Non una Z50II più grande e più costosa. Non una Z8 privata di metà sensore. La sostituta ideale della D500.
Una vera ammiraglia DX con costruzione professionale, autofocus derivato dalla Z9, Expeed 7, raffica elevata, buffer profondo, doppio slot, batteria adeguata, comandi completi e un mirino all’altezza. Una fotocamera destinata a sport, azione, avifauna e fotografia naturalistica, capace di sfruttare la densità del formato ridotto senza costringere il fotografo a comprare e trasportare una full frame.
La Z50II è un’ottima fotocamera e deve continuare a esistere. Ma occupa un’altra posizione, si rivolge a un altro pubblico e non può essere caricata della responsabilità di sostituire la D500.
Questa macchina non serve oggi. Serviva già ieri.
Anzi, serviva nel 2022, quando la tecnologia della Z9 aveva finalmente reso possibile costruire una mirrorless DX professionale senza i compromessi delle prime Nikon Z.
Avrebbe trattenuto molti proprietari di D500, dato un vertice credibile al sistema DX e creato una ragione concreta per Sigma, Tamron e Viltrox di investire in ottiche dedicate all’attacco Z.
Presentarla nel 2026 non significherebbe anticipare il mercato.
Significherebbe finalmente tentare di raggiungerlo.
Riportare Nikon nel settore delle compatte
Non copieremmo la Ricoh GR né la Fujifilm X100.
Riprenderemmo idee che appartengono già alla storia Nikon.
La prima sarebbe una nuova Coolpix A: sensore DX moderno, obiettivo equivalente a un 28mm, autofocus attuale, stabilizzazione, Picture Control completi, dimensioni realmente tascabili e prezzo ragionevole.
La Coolpix A originale arrivò probabilmente nel momento sbagliato e a un prezzo sbagliato. L’idea, invece, era corretta.
Poi ripenseremmo le Nikon 28Ti e 35Ti.
Due compatte premium, una con 28mm e una con 35mm, costruite bene, dotate di mirino, controlli fisici e sensore adeguato. Potrebbero collocarsi nello spazio concettuale della Leica Q senza imitarne il lusso, la lavorazione quasi artigianale e soprattutto il prezzo.
Non servono sessanta megapixel né una custodia in pelle cucita a mano. Serve una Nikon riconoscibile, robusta, elegante e capace di produrre immagini finite direttamente in macchina.
Ricoh e Fujifilm non hanno inventato il desiderio di una compatta di qualità. Hanno semplicemente continuato a crederci mentre Nikon abbandonava il settore.
Non lasciare più soli i prodotti riusciti
Ogni volta che Nikon trova un’idea buona sembra aspettare che il pubblico decida che cosa farne.
La Zf ha successo, ma manca una vera famiglia di ottiche coerenti.
La Zfc ha dimostrato che esiste un pubblico interessato a una Nikon DX tradizionale, ma non ha ancora avuto una seconda generazione né un sistema dedicato.
La Z30 ha anticipato la domanda dei creatori di contenuti, poi è rimasta praticamente sola.
La ZR ha aperto una strada nuova. Ora aspettiamo di capire se Nikon intenda percorrerla oppure limitarsi a contemplarla.
Noi stabiliremmo una regola: ogni nuova idea deve nascere con almeno due generazioni previste, accessori, obiettivi e sviluppi successivi.
Non si costruisce un sistema lanciando un prodotto, aspettando gli applausi e tornando in silenzio.
Fare dei Picture Control un’identità Nikon
Forse il più grande patrimonio inutilizzato da Nikon non è un sensore né un obiettivo.
Sono i Picture Control.
Nikon ha creato un sistema di gestione del colore potente, flessibile, trasportabile tra fotocamera e software e, con Flexible Color, finalmente capace di intervenire in modo sofisticato sull’immagine. Poi lo ha trattato come una voce secondaria del menu.
Noi ne faremmo uno dei pilastri dell’identità Nikon.
Costruiremmo una piattaforma globale dalla quale scaricare, modificare, condividere e installare Picture Control. Collezioni curate da Nikon, fotografi, registi e autori indipendenti. Profili pensati per ritratto, paesaggio, reportage, bianco e nero, cinema e fotografia quotidiana.
Non copie maldestre delle pellicole Fujifilm. Un autentico linguaggio colore Nikon.
Lo stesso profilo dovrebbe poter accompagnare fotografia e video, dialogare con NX Studio, con le applicazioni mobili e con il patrimonio cromatico arrivato da RED. La fotocamera dovrebbe essere considerata uno strumento capace di produrre un’immagine finita, non soltanto un contenitore di file grezzi destinati al computer.
A Nikonland, con risorse infinitamente inferiori a quelle di una multinazionale, abbiamo verificato quanta passione possa generare una “pellicola” digitale ben costruita. Nikon possiede lo strumento, la compatibilità e una base mondiale di utenti.
Le manca soltanto la consapevolezza di avere tra le mani un gioiello.
Smettere di usare gli sconti come strategia
Un prezzo di lancio troppo elevato seguito dopo pochi mesi da cashback, promozioni e ribassi abitua il cliente ad aspettare.
Lo sconto può svuotare un magazzino. Non costruisce valore.
Noi stabiliremmo prezzi più realistici fin dall’inizio e li manterremmo più stabili. Prodotti sostenuti a lungo, aggiornamenti firmware regolari e una comunicazione chiara sul loro posto nella gamma.
La fedeltà non nasce dalla sensazione di avere comprato una fotocamera una settimana prima che venisse scontata di cinquecento euro.
E il mercato non si riconquista rendendo temporaneamente meno costosi prodotti che il pubblico non desiderava abbastanza al prezzo precedente.
Aprire porte e finestre a Tokyo
Infine interverremmo all’interno dell’azienda.
Non con un’altra ristrutturazione finanziaria, un nuovo organigramma o una diversa suddivisione dei centri di costo.
Porteremmo dentro Nikon giovani progettisti, fotografi, videomaker, designer, programmatori e persone capaci di leggere culture differenti. Giapponesi e non giapponesi. Non come consulenti da ascoltare durante una presentazione, ma come gruppi autonomi dotati di risorse, responsabilità e libertà reale.
Non serve sostituire l’esperienza con la giovinezza. Serve impedire che ogni idea giovane debba attraversare una catena gerarchica costruita per eliminare il rischio.
Gli ingegneri Nikon sanno realizzare praticamente qualsiasi cosa. Il problema è decidere che cosa meritino di realizzare.
Daremmo a questi gruppi un compito apparentemente poco aziendale:
Solo dopo permetteremmo agli ingegneri di trasformare quei sogni in prodotti affidabili, industrializzabili e redditizi.
Che cosa faremmo domattina
Nel nostro primo, brevissimo e probabilmente ultimo consiglio di amministrazione approveremmo sei decisioni:
trasformare ZR in una famiglia fotografica e video;
avviare il progetto della Nikon SP digitale e dei relativi obiettivi;
sviluppare una nuova linea di compatte Coolpix A, 28Ti e 35Ti;
completare rapidamente le gamme DX, macro e teleobiettivi;
aprire realmente l’attacco Z ai produttori indipendenti;
trasformare Picture Control in una piattaforma creativa mondiale.
Contemporaneamente creeremmo tre piccoli gruppi indipendenti — Heritage, Compact e Creator — lasciandoli lavorare fuori dalle normali gerarchie di prodotto.
Non tutto funzionerebbe.
Qualche fotocamera venderebbe meno del previsto. Un obiettivo sarebbe troppo costoso. Alcuni Picture Control non piacerebbero. Una delle nostre splendide idee potrebbe rivelarsi commercialmente disastrosa.
Ma il rischio industriale non consiste soltanto nel produrre qualcosa che non vende.
Consiste anche nel non produrre nulla che possa cambiare la propria direzione.
Ma a Tokyo lo sanno?
Probabilmente sì.
Sanno che Fujifilm ha superato Nikon. Sanno che Ricoh ha triplicato le spedizioni. Sanno che crescono le compatte, i prodotti caratterizzati e i formati ridotti. Sanno che Nikon ha venduto meno fotocamere, ridotto le previsioni e affidato una parte consistente della propria difesa commerciale agli sconti.
Possiedono gli stessi numeri che abbiamo noi, certamente più completi e precisi.
Ciò che non sappiamo è se quei numeri riescano ancora a trasformarsi in una decisione coraggiosa prima di essere filtrati, normalizzati e resi innocui da una struttura costruita per evitare gli errori.
Nikon non ha bisogno di essere salvata da noi. E noi, fortunatamente, non saremo mai chiamati a dirigerla.
Vorremmo soltanto che tornasse a comportarsi come l’azienda che ha creato Nikon SP, Nikon F, F3, D1, D3, Z9 e Zf: non aspettando che il mercato le spiegasse che cosa produrre, ma presentandogli qualcosa che ancora non sapeva di desiderare.
Ci piacerebbe scoprire presto che a Tokyo lo sanno.
Non da una riorganizzazione.
Non da una previsione finanziaria.
Non da un comunicato stampa.
Da una fotocamera.

Il METI registra un recupero della produzione fotografica. I numeri confermano che qualcosa si sta muovendo, ma soprattutto nelle compatte, nei formati ridotti e nei prodotti dotati di una forte identità. Proprio i settori nei quali Nikon è più debole.
Partiamo dalla notizia che sta facendo il giro della stampa fotografica.
L’Ufficio di analisi economica del Ministero giapponese dell’Economia, del Commercio e dell’Industria ha pubblicato una breve nota intitolata “La produzione di fotocamere digitali mostra segni di ripresa”.
Non è un proclama governativo, non è un piano di sostegno all’industria e non certifica la rinascita della fotografia. È una breve analisi statistica, basata sull’indice giapponese della produzione industriale.
Il METI osserva però un fatto reale: dopo il crollo provocato dagli smartphone e la caduta verticale del 2020, la produzione di fotocamere ha cominciato a stabilizzarsi e, dal 2025, mostra segnali di recupero.
Fin qui, nulla da contestare.
Il problema nasce quando l’espressione “segni di recupero” diventa, nei titoli della stampa, “l’industria fotografica sta rinascendo”.
Non è la stessa cosa.
Una ripresa vera, ma molto selettiva
I dati CIPA permettono di capire meglio che cosa stia effettivamente crescendo.
Nel 2025 le aziende partecipanti alla rilevazione hanno spedito nel mondo 9.438.876 fotocamere digitali, con un aumento dell’11,2% rispetto al 2024.
È un risultato positivo. Ma la composizione di questa crescita è ancora più interessante del dato complessivo:
Categoria
2025
Variazione
Fotocamere digitali complessive
9.438.876
+11,2%
Fotocamere a obiettivo fisso
2.436.911
+29,6%
Fotocamere a obiettivo intercambiabile
7.001.965
+5,9%
Mirrorless
6.311.054
+12,5%
Reflex
690.911
−30,7%
Le compatte sono cresciute quasi del 30%, molto più del resto del mercato.
Anche il dato relativo agli obiettivi è rivelatore. Nel 2025 le spedizioni di ottiche destinate al formato 35mm e superiore sono diminuite del 2,5%, mentre quelle per i formati inferiori al 35mm sono aumentate del 7,6%.
Non significa che il pieno formato sia improvvisamente diventato irrilevante. Significa però che la nuova domanda non si concentra soltanto sui prodotti professionali costosi sui quali i grandi produttori hanno costruito la propria redditività negli ultimi anni.
La crescita arriva anche dal basso e dai lati: compatte, APS-C, apparecchi piccoli, prodotti dall’aspetto riconoscibile, strumenti adatti tanto alla fotografia quanto al video e acquistati da persone che non possiedono ancora un intero sistema.
Le previsioni CIPA per il 2026 rendono il quadro ancora più chiaro:
mercato complessivo: +1,6%;
fotocamere a obiettivo fisso: +13,6%;
fotocamere a obiettivo intercambiabile: −2,6%;
obiettivi intercambiabili: −0,9%.
La crescita prevista per il 2026 dipende interamente dalle fotocamere con obiettivo incorporato. Senza di loro il mercato sarebbe in contrazione.
I dati completi sono contenuti nel rapporto CIPA del 26 febbraio 2026.

Non stanno crescendo tutti
Le stime del Nikkei Industry Map suddividono le spedizioni per produttore. Non sono dati CIPA e non vanno sommati meccanicamente a quelli precedenti: derivano da una metodologia diversa e sono arrotondati. Sono però utili per confrontare la direzione seguita dai singoli marchi.
Produttore
2024
2025
Variazione
Canon
3.530.000
4.500.000
+970.000
Sony
2.330.000
2.420.000
+90.000
Fujifilm
740.000
1.160.000
+420.000
Nikon
960.000
880.000
−80.000
Panasonic
280.000
430.000
+150.000
Ricoh Imaging
70.000
210.000
+140.000
OM Digital
160.000
150.000
−10.000

Nikon non ha perso il terzo posto soltanto perché Fujifilm è cresciuta. Ha venduto anche meno fotocamere dell’anno precedente, mentre il mercato complessivo aumentava.
Ed è significativo osservare chi abbia guadagnato terreno.
Fujifilm è passata da 740.000 a 1.160.000 fotocamere grazie a una gamma immediatamente riconoscibile, alla famiglia X100, alle simulazioni pellicola, alle APS-C compatte e a un’identità estetica che precede perfino la lettura della scheda tecnica.
Panasonic è salita da 280.000 a 430.000 unità, sostenuta da una proposta sempre più concentrata sulla produzione ibrida di fotografie e video.
Ricoh Imaging ha triplicato le spedizioni, passando da 70.000 a 210.000 fotocamere. Il dato comprende anche Pentax e la gamma WG, quindi non possiamo attribuire matematicamente tutte le unità alla GR. Ma Ricoh stessa dichiara che l’aumento di vendite e profitti del comparto fotografico è stato trainato principalmente dalla serie GR.
Ricoh non sta conquistando il mercato mondiale: il suo 2,1% resta marginale. Ha però dimostrato che anche un produttore molto piccolo può trovare 140.000 clienti supplementari proponendo una macchina con un’identità precisa.
La GR non cerca di essere tutto per tutti. È piccola, tascabile, APS-C, dotata di focale fissa e legata a un modo particolare di intendere la fotografia. Proprio per questo viene desiderata.
Il mercato non sta quindi premiando genericamente le fotocamere. Sta premiando le fotocamere che offrono una ragione riconoscibile per essere acquistate.
Il problema specifico di Nikon
Nikon non produce cattive fotocamere. Al contrario, ai livelli superiori possiede alcuni dei migliori apparecchi disponibili: Z9, Z8, Zf e ZR sono prodotti eccellenti, sostenuti da un sistema di ottiche ormai vasto e tecnicamente formidabile.
Il problema non è la qualità di ciò che Nikon fa.
È ciò che Nikon non fa.
Nel settore delle compatte, responsabile della crescita più forte, Nikon non possiede un prodotto paragonabile a Ricoh GR, Fujifilm X100 o alle compatte Canon tornate improvvisamente desiderabili. La Coolpix P1100 presidia la nicchia delle superzoom estreme, ma risponde a una domanda completamente diversa. Non è tascabile, non è economica e non è una fotocamera destinata a conquistare un pubblico giovane.
Nel formato APS-C Nikon dispone della valida Z50II, oltre alle ormai anziane Zfc e Z30. Ma non ha ancora costruito attorno al formato DX una gamma coerente di corpi e ottiche capace di accompagnare il cliente dal primo acquisto a un sistema completo.
La Zf ha dimostrato che Nikon sa utilizzare la propria storia senza produrre semplicemente una caricatura del passato. È stata una delle idee migliori degli ultimi anni. Ma è rimasta un episodio isolato, non l’inizio di una famiglia riconoscibile.
La Z30 aveva anticipato la domanda di strumenti semplici per chi produce fotografie e video destinati alla rete. Anche quella strada non è stata sviluppata con continuità.
L’acquisizione di RED e la ZR aprono prospettive importanti nel cinema e nella produzione video professionale. Ma si collocano più in alto. Non sostituiscono la necessità di apparecchi accessibili, piccoli e immediatamente desiderabili per chi oggi fotografa con uno smartphone e domani potrebbe acquistare la sua prima vera fotocamera.
Nikon è quindi molto forte nel vendere prodotti evoluti a chi è già fotografo e, soprattutto, a chi è già dentro il sistema Nikon.
È molto meno efficace nel dare a chi è fuori una ragione per entrarvi.
Anche i dati Nikon confermano la direzione
La trimestrale pubblicata il 6 agosto 2026 non lascia molto spazio alle interpretazioni.
Nel primo trimestre dell’esercizio in corso, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente:
i ricavi dell’Imaging sono scesi da 80 a 72,9 miliardi di yen: −8,8%;
l’utile operativo è passato da 11,1 a 8,1 miliardi: −27,5%;
le fotocamere a obiettivo intercambiabile sono diminuite da 270.000 a 210.000: −22,2%;
gli obiettivi sono scesi da 370.000 a 310.000: −16,2%.
Nikon ha inoltre ridotto la propria previsione annuale da 900.000 a 850.000 fotocamere e da 1,3 a 1,25 milioni di obiettivi. I dati sono pubblicati nella presentazione finanziaria Nikon del 6 agosto.
La società attribuisce gran parte della flessione alla contrazione della domanda cinese, all’aumento del prezzo delle memorie e a condizioni commerciali meno favorevoli.
Sono spiegazioni reali. Sarebbe scorretto ignorarle.
Ma non sono sufficienti a cancellare il dato strategico: nello stesso mercato altri produttori hanno trovato nuove aree di crescita che Nikon presidia poco o non presidia affatto.
L’Imaging Nikon rimane profittevole. Nel trimestre ha prodotto 8,1 miliardi di yen di utile operativo, con un margine dell’11,1%. Non siamo davanti a un’attività in perdita né a un’azienda prossima al collasso.
Siamo davanti a un’azienda ancora solida, ma progressivamente più dipendente da un pubblico maturo, da prodotti di fascia elevata e dalla sostituzione di apparecchi già posseduti.
Ed è una posizione pericolosa nel medio periodo.

Tranquillo, Mauro
Tranquillo. Personalmente non mi manca nulla.
Possiedo due Z9, due Zf, una Z8 e una ZR. Anzi, la ZR mi piace tanto che sto già pensando di comprarne una seconda, specialmente se Nikon non presenterà qualcosa di ancora più interessante costruito attorno alla stessa idea.
Ho comprato anche una D6 e una D780 per continuare a usare vecchie glorie del passato, finalmente liberate da molti dei limiti operativi delle reflex precedenti. E possiedo decine e decine di obiettivi: Nikkor di ogni epoca, Sigma, Tamron, Viltrox e altri ancora. Tutti strumenti che vanno benissimo sulle mie Nikon e continueranno a farlo indipendentemente dalla prossima classifica di mercato.
Dunque questi articoli non nascono dalla paura di ritrovarmi senza una fotocamera adeguata. Non sto preparando una fuga e non ho bisogno che Nikon presenti domani un nuovo corpo per poter continuare a fotografare.
Il problema è un altro: la prospettiva.
Io sono abbondantemente attrezzato per il presente e probabilmente anche per il resto della mia vita fotografica. Ma un sistema non può vivere soltanto di chi possiede già tutto. Deve attrarre nuovi fotografi, proporre idee, alimentare desideri e indicare una direzione.
È precisamente quella direzione che oggi non riusciamo a vedere.
Forse Nikon sta lavorando in silenzio a qualcosa di convincente. Ma, per giudicare, possiamo basarci soltanto su ciò che produce, su ciò che comunica e su ciò che vende. E in questo momento il silenzio è rigidamente osservato dalla dirigenza Nikon a ogni livello, compresa la solitamente “espansiva” Nikon USA.
Perciò posso dirmi tranquillo come fotografo. Molto meno come osservatore di Nikon.
Non temo per ciò che possiedo. Mi domando che cosa Nikon intenda farci desiderare domani.
Il recupero del mercato non assolve Nikon
La nota del METI non dimostra che l’industria fotografica sia tornata quella di vent’anni fa. Quei volumi non torneranno.
Dimostra però che la discesa non è inevitabile e che esistono nuovi motivi per comprare una fotocamera.
Il pubblico più giovane cerca strumenti diversi dallo smartphone, ma non necessariamente desidera una grande full frame corredata da tre zoom professionali. Cerca portabilità, carattere, semplicità, video, condivisione e un risultato visivo riconoscibile.
Fujifilm lo ha capito.
Ricoh lo ha capito.
Canon, con la vastità della propria offerta, riesce comunque a intercettarlo.
Panasonic gli parla attraverso il video.
Nikon continua soprattutto ad aspettare che quel cliente diventi abbastanza esperto, abbastanza motivato e abbastanza ricco da desiderare una Z full frame.
Ma quando ciò accadrà potrebbe essere già diventato cliente di un altro sistema.
Non serve copiare Fujifilm o Ricoh
Nikon non deve produrre una GR con il marchio giallo né trasformare ogni fotocamera in una riedizione della Nikon FM.
Deve però scegliere dove intende trovare i fotografi di domani.
Ha la tecnologia, il marchio, la storia, l’attacco Z, le capacità produttive e un patrimonio ottico che nessuno può considerare inferiore. Le manca una proposta coordinata nei settori dai quali sta arrivando la nuova domanda:
una compatta di qualità realmente portatile;
una gamma DX completa e non subordinata al pieno formato;
una continuazione concreta della strada aperta dalla Zf;
prodotti semplici pensati per chi fotografa e riprende video;
un sistema capace di attrarre nuovi utenti senza aspettare che siano già nikonisti.
Non è necessario che ogni prodotto venda milioni di esemplari. Ricoh dimostra esattamente il contrario: nel mercato attuale può bastare una sola idea giusta, purché sia chiara, riconoscibile e perseguita con coerenza.
Nikon oggi possiede molte eccellenti risposte tecniche.
Quello che continua a mancare è una domanda nuova alla quale rispondere.

In sintesi
Il mercato fotografico non è tornato grande. Ha però smesso di essere immobile.
La crescita è concentrata nelle compatte, nei formati ridotti, nei prodotti ibridi e nelle fotocamere dotate di una forte identità. Fujifilm avanza, Ricoh triplica i propri piccoli volumi, Panasonic recupera terreno e Canon allarga ulteriormente il proprio dominio.
Nikon, nello stesso periodo, vende meno fotocamere, riduce le previsioni e rimane quasi assente dai settori più dinamici.
Non è una condanna della Z9, della Z8, della Zf, della ZR o dei Nikkor Z. Questi prodotti non diventano meno validi perché Ricoh vende più GR.
La conclusione riguarda la strategia, non gli strumenti:
Il rischio non è che le nostre Nikon smettano di funzionare.
Il rischio è che i fotografi di domani non comincino più da Nikon.


A cosa servono 45,7 megapixel se il fuoco non cade esattamente dove deve?
La Nikon D850 aveva un autofocus eccellente.
Eppure, fotografando un volto a distanza ravvicinata con un 85/1.4 o un 105/1.4 completamente aperti, non mi fidavo più di lei.
Ho regolato la correzione fine dell’autofocus. Ho verificato gli obiettivi. Ho ripetuto le prove. Ho utilizzato Sigma 85/1.4 Art, Sigma 105/1.4 Art, Nikkor 105/1.4E e 58/1.4G.
Alla fine mi sono ridotto a fotografare con il suo Live View lento e primordiale.
Non perché fosse più comodo. Perché era più preciso.
E questo basta già a spiegare il paradosso della D850.

Centocinquantatré punti. Tutti nel posto sbagliato
Il Multi-CAM 20K della D850 disponeva di 153 punti autofocus, 99 dei quali a croce. Era veloce, sensibile e capace di seguire soggetti in movimento. Nel 2017 rappresentava quanto di meglio si potesse trovare sotto il pentaprisma di una reflex.
Ma nessuno di quei 153 punti si trovava sul sensore che avrebbe registrato la fotografia.
Il sistema autofocus della D850 lavorava su un modulo separato, alimentato dalla luce deviata dal secondo specchio. Misurava dove il fuoco avrebbe dovuto trovarsi e ordinava all’obiettivo di raggiungerlo. Non poteva però verificare direttamente dove fosse realmente caduto sul sensore da 45,7 megapixel.
Fra la misura e la fotografia rimanevano lo specchio, le tolleranze meccaniche del corpo, la taratura dell’obiettivo e la ripetibilità dell’intero sistema.
Una reflex funziona così. Anche una reflex eccellente.
Le specifiche ufficiali Nikon distinguono infatti il sistema a rilevazione di fase Multi-CAM 20K utilizzato attraverso il mirino dal semplice autofocus a contrasto, eseguito direttamente sul sensore, disponibile in Live View.
La D850 metteva a fuoco benissimo.
Soltanto, non sempre esattamente dove serviva.
La regolazione fine non fa miracoli
La correzione AF può compensare uno scostamento costante. Se una combinazione di corpo e obiettivo mette sistematicamente a fuoco davanti o dietro al soggetto, introduciamo un valore contrario e riportiamo la media al centro.
Ma la regolazione fine può correggere la media dell’errore. Non può ridurne la dispersione.
Non può garantire lo stesso risultato a tutte le distanze. Non può rendere identici il punto centrale e quelli periferici. Non può compensare ogni variazione dell’obiettivo, ogni piccola oscillazione del fotografo o ogni movimento del soggetto.
Con un obiettivo f/1.4 alla distanza di un ritratto non esiste quasi margine.
Il fuoco può cadere sull’iride, sulle ciglia, sul sopracciglio oppure sull’orecchio. Sono spostamenti minimi nello spazio, ma enormi davanti a un file da 45,7 megapixel.
Il sensore della D850 non provocava l’errore.
Lo rendeva semplicemente impossibile da ignorare.

L’airone e l’iride
Periodicamente qualcuno mostra un airone fotografato da cinquanta metri con un 500/5.6 e conclude che l’autofocus della D850 sia infallibile.
La fotografia può essere perfettamente riuscita. Ma non dimostra ciò che si vorrebbe dimostrare.
Un airone ripreso da cinquanta metri con un 500/5.6 rappresenta un ottimo test di acquisizione, inseguimento e capacità di mantenere un soggetto relativamente grande dentro una zona autofocus. A quella distanza la profondità di campo e la tolleranza apparente sono incomparabilmente maggiori di quelle disponibili in un ritratto ravvicinato a f/1.4.
Provate invece a fotografare l’iride di vostra figlia da un metro con un 85/1.4 completamente aperto.
Se il fuoco cade sulle ciglia, l’occhio non è a fuoco.
Se cade sul sopracciglio, la fotografia è sbagliata.
Non importa quanti aironi siano risultati nitidi a cinquanta metri. Non importa quante fotografie sportive abbia seguito il 3D Tracking. Non importa che il modulo disponga di 153 punti.
Un ritratto quasi a fuoco è un ritratto fuori fuoco.
E con 45,7 megapixel si vede.

La confessione del Live View
Per ottenere dalla D850 la precisione che pretendevo sono arrivato a usare il Live View.
Era lento. Esitante. Poco adatto a seguire una persona. Sembrava appartenere a una generazione precedente rispetto al resto della fotocamera.
Ma lavorava direttamente sul sensore d’immagine.
Non doveva prevedere dove sarebbe caduto il fuoco dopo il passaggio attraverso la catena reflex. Lo misurava sul piano sul quale sarebbe stata registrata la fotografia.
Il paradosso è difficile da addolcire:
per sfruttare con sicurezza i 45,7 megapixel della D850 a f/1.4 dovevo rinunciare al suo celebrato autofocus da 153 punti e affidarmi al suo sistema più lento e primitivo.
Questo non significa che tutte le D850 fossero difettose o che nessuno potesse ottenere ritratti perfettamente a fuoco. Significa che, nel mio uso, la percentuale di incertezza non era più accettabile.
Il problema non era ottenere una fotografia nitida.
Era potersi fidare che anche la successiva lo sarebbe stata.

Unicuique suum
Chi fotografa paesaggi su treppiedi a f/8, f/11 o persino f/16 — in barba alla diffrazione — difficilmente potrà apprezzare questi discorsi. Il soggetto non si muove, la profondità di campo assorbe ogni piccola imprecisione e il fuoco può essere controllato con tutta calma in Live View. In quelle condizioni la D850 continua a fare magnificamente il suo mestiere.
Ma mettete un 85/1.4 a tutta apertura davanti all’occhio di vostra figlia, a un metro di distanza, e il mondo cambia completamente. Non esiste una fotocamera migliore in assoluto: esiste quella più adatta alla fotografia che facciamo.
Unicuique suum.
D6: un altro mestiere
La Nikon D6 resta una reflex e utilizza anch’essa un modulo autofocus separato dal sensore. Ma nasce attorno a priorità differenti.
Il suo Multi-CAM 37K dispone di 105 punti, tutti a croce, ed è inserito in un corpo progettato per la massima rapidità e ripetibilità professionale. Inoltre il sensore da 20,8 megapixel non espone ogni minimo scostamento con la stessa spietatezza della D850 osservata alla risoluzione nativa o sottoposta a un forte ingrandimento.
La D6 non è precisa perché possiede meno megapixel. È precisa perché tutto il sistema è costruito per esserlo. La risoluzione più contenuta concede soltanto una tolleranza maggiore agli errori minimi.
Con la D6 continuo a utilizzare serenamente il mirino.
Con la D850 avevo smesso di fidarmi.
D780: una reflex con una mirrorless dentro
La D780 rappresenta il passaggio intermedio più intelligente.
Attraverso il mirino utilizza ancora il modulo Multi-CAM 3500 II da 51 punti. In Live View, invece, impiega un sistema ibrido a rilevazione di fase e contrasto direttamente sul sensore: 273 punti, ampia copertura del fotogramma e riconoscimento dell’occhio, ereditati dalla Z6.
In sostanza, abbassando lo specchio è una reflex. Alzandolo diventa quasi una Nikon Z.
Non casualmente Nikon promuoveva la D780 mostrando proprio un ritratto realizzato con il Nikkor 105/1.4E completamente aperto e sottolineando la precisione dell’Eye Detection in Live View. Nikon D780 e autofocus sul sensore.
Era la risposta al problema. Ma arrivava quando il sistema Z aveva già eliminato il problema alla radice.




Nel mirino: ciò che la Z sa e la D850 no
Nel mirino di una Nikon Z vediamo l’immagine prodotta dallo stesso sensore sul quale la fotocamera sta mettendo a fuoco. Il quadratino riconosce l’occhio, segue l’iride e possiamo persino ingrandirla per controllare: autofocus e fotografia nascono esattamente sullo stesso piano.
Nel mirino della D850, invece, vediamo attraverso l’obiettivo, ma non vediamo ciò che sta vedendo il sensore. Il punto rosso indica soltanto dove il modulo autofocus separato, nascosto sotto lo specchio, ritiene di avere trovato il fuoco. Non certifica affatto che l’iride sia nitida sul sensore.
La D850 lo scopre dopo lo scatto. La Nikon Z lo sa prima.
Perché non rimpiango la D850
Le Nikon Z possono ancora sbagliare. Possono scegliere le ciglia anziché l’iride, riconoscere l’occhio sbagliato o perdere temporaneamente il soggetto. Nessun autofocus è infallibile.
Ma misurano il fuoco sullo stesso piano che registra la fotografia.
Non richiedono correzioni fini fra corpo e obiettivo. Non devono compensare una catena ottica e meccanica separata. Possono riconoscere un occhio e seguirlo attraverso gran parte del fotogramma.
Per il mio modo di fotografare non si tratta di una comodità.
È la differenza fra sperare e fidarsi.
Non rimpiango la D850 nemmeno per un minuto. Non perché fosse una cattiva fotocamera, ma perché i suoi 45,7 megapixel pretendevano una precisione che la sua architettura reflex, nelle condizioni più critiche, non riusciva a garantirmi con sufficiente continuità.
L’autofocus della D850 era eccellente per una reflex.
Ma per fotografare un’iride a f/1.4, “eccellente per una reflex” non mi basta più.
Un airone può ripassare.
Quell’espressione di vostra figlia, no.

Nel settembre del 1981 comparve sui cartelloni francesi una ragazza in bikini fotografata su una spiaggia. Annunciava che il 2 settembre avrebbe tolto il sopra. Il giorno stabilito mantenne la promessa e ne fece un’altra: il 4 settembre avrebbe tolto anche il sotto. Nell’ultima immagine apparve completamente nuda, ma voltata di schiena. Avenir, la società che aveva commissionato la campagna, dimostrava così di essere «l’afficheur qui tient ses promesses», l’azienda di affissioni che mantiene le promesse.
La ragazza era Myriam Szabo, le fotografie erano di Jean‑François Jonvelle. La campagna è rimasta nella storia della pubblicità, ma ci interessa soprattutto per una ragione diversa: in tre immagini apparentemente semplicissime contiene già la differenza tra spogliare una persona e fotografarne la nudità. Myriam mostra progressivamente il proprio corpo, ma non perde mai il controllo della rappresentazione. Nell’ultima fotografia è nuda eppure conserva una misura, una distanza e persino un piccolo margine di ironia. Jonvelle la conosceva bene: era stata la sua compagna. Prima delle fotografie esisteva dunque una relazione, e quella relazione si vede.



Campagna Avenir, 1981. Myriam Szabo fotografata da Jean‑François Jonvelle per l’agenzia CLM/BBDO. © Jean‑François Jonvelle / aventi diritto.
Non si tratta di sostenere che per realizzare un buon nudo sia necessario fotografare la propria compagna, né che l’intimità debba necessariamente coincidere con un legame sentimentale o sessuale. La relazione fotografica può nascere anche tra persone che si incontrano per la prima volta e può essere costruita con una modella professionista. Ma deve esistere. Deve esserci un’intenzione condivisa, una fiducia sufficiente e soprattutto la consapevolezza, da entrambe le parti, della fotografia che si sta cercando.
È questo il punto che l’opera di Jonvelle ci permette di affrontare. Non tanto chi fosse, quali apparecchi utilizzasse o per quali riviste avesse lavorato, ma come riuscisse a rendere naturali fotografie che potevano essere apertamente erotiche e, in alcuni casi, del tutto esplicite. La risposta non si trova nella luce, nelle focali o nella composizione. Si trova nella relazione che rendeva possibile quel nudo.

Mostrare un corpo non significa fotografare una persona
Nel nudo si tende spesso a giudicare l’immagine in base a ciò che mostra. Si stabilisce una graduazione implicita: il nudo suggerito, quello parziale, quello integrale e infine quello nel quale anche gli organi sessuali entrano chiaramente nell’inquadratura. Da questa quantità di informazione visibile si vorrebbe far dipendere anche la distinzione tra eleganza, erotismo, volgarità e pornografia.
Ma il linguaggio fotografico non procede per centimetri di pelle.
Una fotografia frontalmente esplicita può mantenere intatta la dignità del soggetto, mentre un’immagine nella quale quasi tutto rimane coperto può risultare invadente, artificiosa o volgare. Il problema non è quale parte del corpo venga mostrata, ma che cosa accada alla persona nel momento in cui viene mostrata. Se rimane presente, consapevole e partecipe, la nudità può spingersi molto lontano senza diventare necessariamente esposizione. Quando invece la persona scompare e resta soltanto un corpo organizzato per soddisfare lo sguardo del fotografo, anche un’immagine formalmente castigata diventa povera.
La fotografia di nudo non comincia quindi quando il soggetto si toglie gli abiti. Comincia molto prima, nel modo in cui fotografo e soggetto si sono parlati, osservati e riconosciuti. Comincia quando hanno stabilito, esplicitamente oppure attraverso una progressiva intesa, che cosa vogliono costruire insieme.
Il consenso è la condizione preliminare e imprescindibile, ma fotograficamente non basta. Si può acconsentire a essere fotografati restando estranei alla fotografia. Si può eseguire correttamente ogni indicazione, assumere tutte le pose richieste e apparire comunque assenti. La complicità nasce invece quando il soggetto non si limita a concedere il proprio corpo all’obiettivo, ma partecipa alla scelta del modo in cui sarà visto. Non è più il materiale della fotografia: ne diventa coautore.
È una differenza che riconosciamo quasi immediatamente nelle immagini, anche se non sempre sappiamo darle un nome. La vediamo nello sguardo, nella postura, nel modo in cui le mani stanno sul corpo senza sembrare collocate dal fotografo. La percepiamo quando la persona non appare sorpresa dalla presenza dell’obiettivo né intenta a recitare un erotismo imparato altrove. Non è necessariamente rilassata, perché anche la tensione, l’imbarazzo e la provocazione possono far parte di un nudo riuscito. Ma è presente dentro ciò che sta accadendo.
La naturalezza non consiste nell’assenza di posa. Consiste nella corrispondenza tra la posa e la persona che la assume.

La complicità non si simula
Jonvelle fotografava prevalentemente donne che conosceva: amiche, compagne, muse e persone con le quali aveva condiviso parti della propria vita. Molte non erano celebri e non avevano un personaggio pubblico da difendere. Alcune erano modelle, altre semplicemente donne che accettavano di entrare nel suo mondo fotografico. Questo dato non rappresenta una curiosità biografica, ma spiega in parte la qualità delle immagini.
Quelle donne non sembrano trovarsi nude davanti a una macchina fotografica. Sembrano trovarsi nude davanti a una persona della quale conoscono lo sguardo.
Jonvelle non nascondeva il proprio desiderio e non cercava di trasformare l’erotismo in un esercizio puramente formale. Amava le donne, desiderava fotografarle e voleva renderle sensuali. Ma nelle immagini migliori quel desiderio non procede soltanto dal fotografo verso il soggetto. Viene riconosciuto, accettato e spesso ricambiato. La donna sa come viene guardata e decide come rispondere a quello sguardo. Può assecondarlo, sfidarlo, correggerlo o prendersene gioco. È proprio questa possibilità di risposta a impedirle di diventare un oggetto passivo.
Ciò non significa che davanti all’obiettivo debba esistere un desiderio sessuale reciproco. Sarebbe una conclusione semplicistica e anche pericolosa. Deve esistere piuttosto una condivisione del linguaggio: il soggetto comprende quale immagine il fotografo stia cercando e desidera partecipare alla sua realizzazione. L’erotismo appartiene alla fotografia, non necessariamente alla relazione privata tra le persone.
Per questo una modella professionista può partecipare pienamente a un nudo e una persona legata sentimentalmente al fotografo può invece rimanerne esclusa. La conoscenza personale facilita la fiducia, ma non la garantisce. La complicità fotografica non deriva automaticamente dalla confidenza privata e non può essere presunta. Va costruita ogni volta.
Qui sta anche la difficoltà autentica del nudo. L’illuminazione può essere preparata, la posa studiata e l’inquadratura prevista. La complicità, invece, non può essere simulata. Se non esiste, la macchina fotografica lo registra con una precisione che nessuna postproduzione riesce a correggere.

Il corpo nella vita quotidiana
Jonvelle lavorava spesso in camere da letto, bagni, cucine e appartamenti. Usava la luce disponibile, obiettivi luminosi e ambienti nei quali il corpo non appariva separato dalla vita quotidiana. Lenzuola, asciugamani, camicie, calze e oggetti comuni non erano elementi di una grande scenografia, ma tracce di un’esistenza che sembrava continuare prima e dopo lo scatto.
È stato definito il re del nudo domestico. La formula è efficace purché non venga ridotta a una ricetta estetica. Il valore delle sue fotografie non dipende dal letto disfatto o dalla luce proveniente da una finestra. Questi elementi funzionano perché sono coerenti con la relazione. Il luogo non è scelto per fingere un’intimità che non esiste: sembra piuttosto contenerne una già presente.
È qui che il confronto con Jeanloup Sieff aiuta a distinguere due modi differenti di affrontare il corpo. Sieff è dichiaratamente scenografico. Usa il grandangolo, la prospettiva, il contrasto e il paesaggio per trasformare il corpo in una forma. Anche il suo erotismo può essere intenso, ma passa attraverso una costruzione evidente, elegante e spesso ironica. Il soggetto entra dentro il mondo visivo del fotografo e ne diventa parte.
Jonvelle appare più diretto, carnale e meno levigato. Non perché sia meno consapevole, ma perché cerca di ridurre la distanza tra la fotografia e la situazione che l’ha prodotta. La pelle rimane pelle, la stanza rimane una stanza e la posa conserva qualcosa del gesto quotidiano. Sieff mette in scena il desiderio; Jonvelle sembra incontrarlo quando è già nella stanza.
Nemmeno Jonvelle, naturalmente, si limitava a registrare ciò che accadeva. Sceglieva, dirigeva e costruiva. La naturalezza fotografica è sempre il risultato di una selezione. Ma la sua regia non sembra imposta dall’esterno: accompagna ciò che la donna è disposta a portare nella fotografia. Per questo le sue immagini non si assomigliano soltanto per stile. Ciascuna conserva qualche cosa della persona che vi compare.

Il fotografo non deve conquistare nulla
Il nudo mette a nudo anche il fotografo. Rivela la sua capacità di ascoltare, la sua impazienza, il bisogno di controllare e il modo in cui esercita il potere inevitabilmente connesso alla macchina fotografica.
Davanti a una persona vestita, una relazione insufficiente può essere mascherata dal ruolo, dall’ambiente o dal mestiere del soggetto. Nel nudo l’assenza di comunicazione diventa molto più evidente. Una mano rigida, un bacino ruotato senza convinzione, uno sguardo che cerca istruzioni raccontano immediatamente che la fotografia è stata pensata da una sola delle persone presenti.
Il fotografo può certamente proporre, dirigere e chiedere. Non deve trasformarsi in uno spettatore passivo in nome di una spontaneità inesistente. Ma deve lasciare al soggetto la possibilità reale di modificare l’immagine. Se tutto è già deciso e la persona deve soltanto obbedire, la fotografia potrà essere corretta, elegante e persino spettacolare, ma difficilmente avrà intimità.
Anche l’erotismo nasce da questa circolazione. Non dipende dall’ostentazione e non coincide con l’eccitazione del fotografo o di chi guarderà l’immagine. È la percezione di qualcosa che sta accadendo tra le persone, di una tensione riconosciuta e condivisa. Lo spettatore ne riceve una traccia, ma non ne è il destinatario originario.
Nelle fotografie riuscite non abbiamo quindi la sensazione che il fotografo abbia conquistato un’immagine. Non vediamo un trofeo né una concessione strappata progressivamente al soggetto. Vediamo il risultato di un accordo umano e visivo. Il corpo non è stato preso: è stato portato dentro la fotografia dalla persona alla quale appartiene.
Questo è particolarmente evidente quando l’immagine diventa esplicita. Più si mostra, più deve essere chiara la partecipazione del soggetto. Non per soddisfare un criterio moralistico di rispettabilità, ma perché, in assenza di quella partecipazione, l’immagine perde rapidamente complessità. Rimane un’informazione anatomica, magari molto ben illuminata, ma non necessariamente una fotografia capace di durare.

Le fotografie di Jean‑François Jonvelle sono riprodotte in formato web esclusivamente a corredo dell’analisi critica e della discussione della sua opera.
© Jean‑François Jonvelle / aventi diritto. Fonti iconografiche: web
Prima del nudo viene il ritratto
La lezione che possiamo ricavare da Jonvelle non è dunque tecnica e non riguarda un particolare modo di fotografare le donne. Riguarda la relazione tra chi fotografa e chi accetta di essere fotografato.
Non si arriva al nudo efficace togliendo progressivamente gli abiti, come nella campagna Avenir. Ci si arriva costruendo progressivamente una fiducia. Il soggetto deve sapere che cosa stiamo cercando, ma soprattutto deve poter riconoscere se stesso nell’immagine che stiamo creando. Deve sentirsi libero di avanzare, fermarsi, cambiare direzione e proporre qualcosa che il fotografo non aveva previsto.
Questo vale per ogni genere di nudo, compreso quello dichiaratamente erotico. Non è necessario attenuare il desiderio, nascondere il sesso o rivestire tutto di metafore artistiche. Si può essere diretti e perfino espliciti. Ma la schiettezza del linguaggio deve corrispondere alla chiarezza della relazione. Se la fotografia dice più di quanto il soggetto desiderasse dire, il rapporto si è spezzato, qualunque liberatoria sia stata firmata.
Jonvelle resta una figura centrale perché le sue immagini mostrano con particolare evidenza questa condizione. Non ci insegna semplicemente a fotografare una donna con la luce naturale. Ci ricorda che davanti all’obiettivo non esiste “un nudo”: esiste una persona che, in quel momento e con quel fotografo, sceglie di mostrarsi nuda.
La fotografia nasce da quella scelta comune.
Per questo il nudo riuscito non costituisce una categoria separata dal ritratto e non richiede principi differenti. Al contrario, porta alle conseguenze più estreme ciò che ogni ritratto dovrebbe essere: un incontro nel quale il soggetto non viene interpretato unilateralmente, ma partecipa alla costruzione della propria immagine.
Prima della luce, della posa e della nudità viene la relazione. Senza di essa possiamo mostrare un corpo. Con essa, forse, riusciamo a fotografare una persona.

Non si fotografa “alla Jonvelle”
Oggi è relativamente facile trovare una modella professionista disponibile a posare per il nudo. Esistono agenzie, piattaforme specializzate e persone preparate a interpretare con competenza questo genere fotografico. Basta concordare le condizioni, stabilire il compenso e organizzare lo shooting.
Tutto questo permette di avere una modella nuda davanti alla macchina fotografica. Non garantisce affatto una fotografia di nudo efficace.
Tra le due cose esiste la stessa distanza che separa l’esecuzione di una posa dalla nascita di un ritratto. Il fotografo deve entrare in relazione con la modella, meritarsi la sua fiducia e costruire un linguaggio comprensibile a entrambi. Soltanto allora la modella può progressivamente abbandonare la posa imparata, smettere di eseguire e cominciare a comunicare. Non si tratta necessariamente di spontaneità: anche una fotografia attentamente costruita può nascere da una relazione autentica. La differenza è che il soggetto non si limita a obbedire, ma partecipa alla costruzione dell’immagine.
Sarebbe quindi inutile tentare di fotografare “alla Jonvelle”. Riprodurre una luce proveniente dalla finestra, un letto disfatto, una determinata posa o un bianco e nero simile è relativamente facile. Il risultato potrà ricordare una sua fotografia, ma proprio per questo porterà con sé soltanto il déjà-vu della copia. Avremo imitato gli elementi visibili senza possedere ciò che aveva reso necessaria l’immagine originale: la relazione fra quel fotografo e quella donna.
I grandi autori non devono essere copiati, ma compresi. La loro opera può aiutarci a riconoscere ciò che conta e a trovare il nostro modo di esprimerlo. Il nudo, infatti, è un ritratto: probabilmente il più personale che esista. Deve rappresentare la persona fotografata, ma inevitabilmente rivela anche chi si trova dietro l’obiettivo, il suo modo di guardare, la sua esperienza, la sua educazione, i suoi limiti e la sua sensibilità.
Le fotografie che seguono non cercano quindi di assomigliare a quelle di Jean‑François Jonvelle e non vengono proposte come termine di confronto. Nascono da incontri diversi, in un’altra epoca e con un linguaggio differente. Sono qui per mostrare che la lezione del Maestro non consiste nel ripeterne le immagini, ma nel comprendere che anche il nudo più esplicito diventa fotografia soltanto quando, per un momento, fotografo e modella smettono di occupare i due lati contrapposti dell’obiettivo e cominciano a costruire insieme.
Nel mio caso, la relazione con le modelle nasce in una situazione molto diversa da quella vissuta da Jonvelle. Molte delle donne che fotografava erano amiche, muse e compagne: persone con le quali la relazione fotografica si intrecciava alla vita privata e, in alcuni casi, a un’intimità sentimentale e sessuale reale. La macchina fotografica entrava quindi in una familiarità che esisteva già.
Qui, invece, il rapporto nasce e rimane professionale. Le modelle sono adulte, consenzienti, preparate e compensate per posare; non esiste un’intimità privata precedente o successiva allo shooting. Ma questo non rende la relazione meno necessaria. La sposta su un piano differente: quello della fiducia costruita sul set, della comprensione reciproca e della volontà di realizzare insieme un’immagine. È una relazione più circoscritta, più consapevolmente costruita e inevitabilmente più contemporanea rispetto all’intimità parigina, domestica e vissuta di Jonvelle.
1. Il limite appartiene alla modella
La fotografia è esplicita senza essere descrittiva. La parte intima è riconoscibile, ma la mano della modella interviene direttamente nell’immagine e ne stabilisce il limite. Non è una censura applicata successivamente dal fotografo e non è neppure un espediente escogitato per nascondere ciò che non si può mostrare. È un gesto che appartiene al corpo e alla posa, attraverso il quale la modella decide insieme al fotografo quanto concedere allo sguardo.
La relazione si manifesta proprio in questa capacità di affidarle una parte determinante della costruzione. Il fotografo sceglie luce, distanza e inquadratura; la modella risponde definendo con la propria mano il punto di equilibrio tra esposizione e sottrazione. Il risultato non deriva semplicemente dalla disponibilità a mostrarsi, ma da una decisione condivisa sul modo in cui farlo.
Il volto non compare, eppure non siamo davanti a un frammento anatomico anonimo. La persona rimane presente nella volontà espressa dal gesto.

2. La provocazione può essere un gioco
La ciliegia introduce un’allusione immediata, deliberata e persino sfacciata. Non cerca la spontaneità e non pretende di trasformare una situazione costruita in un momento rubato. Fotografo e modella conoscono perfettamente il significato del gesto e scelgono di giocare con quell’associazione.
È proprio questa consapevolezza a rendere la fotografia interessante per il nostro discorso. La relazione non deve necessariamente assumere la forma della tenerezza o della confidenza domestica. Può manifestarsi attraverso l’ironia, la provocazione e la volontà comune di spingersi verso un’immagine apertamente erotica.
La mano torna a essere decisiva. La modella non riceve passivamente un simbolo collocato sul proprio corpo: è lei a introdurlo nella scena e a governarne il movimento. L’erotismo non viene imposto dal fotografo a un corpo disponibile, ma nasce da un’azione concordata e interpretata dal soggetto.

3. Il gesto prima della nudità
Qui non vediamo praticamente nulla di ciò che normalmente definiremmo nudo. Vediamo una gamba, una mano e una calza che viene infilata oppure sfilata. Eppure l’immagine è inequivocabilmente sensuale.
È la fotografia più vicina allo spirito di Jonvelle, non perché ne copi il linguaggio, ma perché affida l’erotismo a un gesto ordinario. La differenza è evidente: in Jonvelle quel gesto sembra appartenere a una quotidianità privata nella quale il fotografo era già ammesso; qui viene costruito insieme a una modella professionista dentro il tempo dello shooting. La naturalezza non precede la fotografia, ma viene raggiunta attraverso la collaborazione.
La posa esiste e non viene nascosta. Ciò che la rende credibile è il modo in cui la modella la abita: la tensione delle dita, il peso del piede sul letto, il movimento della calza. Non sta semplicemente mostrando una gamba, ma sta compiendo un’azione capace di suggerire ciò che è avvenuto prima e ciò che potrebbe accadere dopo.
La sensualità non dipende quindi dalla quantità di corpo scoperto. Dipende dalla possibilità concessa allo spettatore di percepire una relazione oltre il bordo dell’inquadratura.

4. Occupare consapevolmente l’immagine
Nell’ultima fotografia la relazione prende una forma ancora diversa. Non è intima, sommessa o domestica. La modella occupa la scena con decisione: il corpo nudo è esposto alla luce dura, le braccia si allargano sulla poltrona, gli occhiali impediscono di raggiungerne lo sguardo. La ripresa dal basso non la rende vulnerabile, ma dominante.
Qui la modella non sembra accogliere il fotografo nella propria intimità. Sembra piuttosto presentargli un personaggio costruito insieme per la fotografia. Il rosso, la luce, la postura e la frontalità trasformano lo shooting in una dichiarazione. La relazione non si nasconde dietro l’impressione di un momento rubato: si manifesta nella sicurezza con cui il soggetto accetta e sostiene una rappresentazione tanto esplicita.
È forse l’immagine più lontana da Jonvelle, e proprio per questo è importante. Dimostra che comprenderne la lezione non significa riprodurne le stanze, le luci o le donne apparentemente sorprese nella vita quotidiana. Significa permettere alla persona fotografata di essere parte attiva dell’immagine, anche quando quella persona sceglie di interpretare una figura più teatrale, contemporanea e consapevolmente costruita.
In tutte e quattro le fotografie la modella non viene semplicemente messa in posa. Le viene proposto uno spazio nel quale agire, scegliere, mostrare, nascondere o interpretare. La relazione non possiede la familiarità privata di Jonvelle e non pretende di averla. Nasce sul set e termina con lo shooting, ma nel tempo della fotografia è reale. Ed è proprio questa realtà temporanea, professionale e condivisa a permettere alla posa di trasformarsi in comunicazione.


Una grande fotocamera non ha bisogno di leggende
Ogni tanto ritorna. Cambiano il forum, il gruppo Facebook, il workshop e il fotografo chiamato a testimoniarlo, ma la frase è sempre la stessa:
«Come il sensore della Nikon D850 non ce ne sono più.»
A volte si aggiunge la gamma dinamica. Altre volte si parla di colori più belli, maggiore profondità, tonalità più naturali, file più plastici. Quasi sempre manca una misura, un confronto controllato, perfino una definizione precisa di ciò che si starebbe confrontando. In compenso arriva immancabilmente il curriculum di chi lo sostiene.
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: un fotografo può essere straordinario e avere idee tecnicamente inesatte sul funzionamento di un sensore. Le due cose non sono incompatibili. La capacità di vedere una fotografia, costruire un racconto e portare a casa un lavoro non conferisce automaticamente competenze in elettronica, fotometria, conversione analogico-digitale o colorimetria.
Questo non diminuisce di un grammo il valore delle fotografie. Significa soltanto che un’affermazione tecnica deve essere sostenuta da dati tecnici, non dalla firma apposta sotto un servizio fotografico.
La Nikon D850 è stata una fotocamera eccezionale e continua a esserlo. Proprio per questo non ha bisogno che le vengano attribuiti poteri soprannaturali.
La risposta breve
Se confrontiamo esclusivamente il comportamento del sensore, la Nikon D850 conserva un piccolo ma reale vantaggio di gamma dinamica fotografica alle sensibilità più basse rispetto a Nikon Z8 e Z9.
A 64 ISO il vantaggio è nell’ordine di un terzo di stop. Cresce progressivamente fino a circa mezzo stop fra 100 e 200 ISO. A 400 ISO il divario diventa temporaneamente più ampio perché D850 e Z8-Z9 commutano il guadagno di conversione in punti differenti. Da 500 ISO in avanti le curve tornano sostanzialmente a coincidere, con Z8 e Z9 che in alcune sensibilità risultano perfino leggermente avanti.
Questi sono i dati. Tutto il resto va interpretato partendo da qui.
Secondo le misure indipendenti di Photons to Photos, effettuate con lo stesso metodo, il confronto indicativo è questo:
Sensibilità
Nikon D850, NEF 14 bit
Nikon Z8
Nikon Z9
64 ISO
11,63 EV
11,31 EV
11,27 EV
100 ISO
11,09 EV
10,64 EV
10,61 EV
200 ISO
10,21 EV
9,67 EV
9,64 EV
400 ISO
9,79 EV
8,73 EV
8,70 EV
500 ISO
9,44 EV
9,54 EV
9,54 EV
800 ISO
8,76 EV
8,86 EV
8,85 EV
1600 ISO
7,80 EV
7,87 EV
7,83 EV

Questi valori esprimono la Photographic Dynamic Range secondo il metodo adottato dal sito e non devono essere confusi con i numeri, spesso più elevati, pubblicati con altri criteri. Ciò che interessa qui non è il valore assoluto, ma il rapporto fra le tre fotocamere misurate nello stesso modo. I dati completi e la spiegazione della metodologia sono consultabili nel grafico di Photons to Photos.
La conclusione corretta è quindi questa: la D850 è leggermente migliore alle sensibilità più basse quando si considera esclusivamente la capacità di conservare informazione fra alte luci e ombre profonde. Non è corretto concludere che produca fotografie visibilmente superiori in ogni condizione. E certamente quei pochi decimi di stop non autorizzano espressioni come «non c’è confronto».
Il confronto c’è. Ed è molto più ravvicinato di quanto suggeriscano le leggende.
Quanto vale davvero un terzo di stop?
Un terzo di stop è una differenza reale. Non abbiamo alcuna intenzione di cancellarla soltanto perché non coincide con la conclusione che vorremmo raggiungere.
Può diventare utile fotografando a 64 ISO una scena ad altissimo contrasto, esponendo con precisione per le alte luci e recuperando poi ombre molto profonde. È il caso tipico del paesaggio statico, dell’architettura, della riproduzione o di certe fotografie di interni realizzate su treppiedi. In queste condizioni la D850 continua a essere uno strumento formidabile.
Ma un terzo di stop non separa una fotocamera eccellente da una mediocre. Non determina colori più belli, maggiore tridimensionalità o una superiore capacità di “restituire l’atmosfera”. Non trasforma automaticamente una fotografia in una stampa migliore. E soprattutto non è una differenza che normalmente si riconosca osservando due immagini correttamente esposte e sviluppate.
Anche il picco di divario che compare a 400 ISO deve essere interpretato, non venerato. La D850 e le Z8-Z9 cambiano guadagno di conversione a sensibilità differenti: la D850 attorno a 400 ISO, Z8 e Z9 attorno a 500 ISO. Per questo, osservando soltanto la riga dei 400 ISO, sembra aprirsi improvvisamente un abisso. Basta passare a 500 ISO perché le tre curve tornino insieme.
Se qualcuno sceglie un singolo punto della curva e lo trasforma nella natura assoluta di un sensore, non sta facendo un confronto: sta scegliendo il numero più utile a confermare ciò che pensava già.
La D850 e le Z8-Z9 non hanno sensori progettati per lo stesso scopo
La D850 utilizza un sensore CMOS retroilluminato da 45,7 megapixel, abbinato al processore Expeed 5. Nel 2017 rappresentò un equilibrio quasi irripetibile fra risoluzione, gamma dinamica, velocità e prestazioni complessive. La sua sensibilità nominale parte da 64 ISO e le dimensioni dell’immagine arrivano a 8256 × 5504 pixel. Sono caratteristiche ancora oggi di primissimo livello. La scheda ufficiale Nikon della D850 ne conferma l’architettura e le specifiche fondamentali.
Nikon Z8 e Z9 impiegano invece un CMOS retroilluminato e stacked, sempre da 45,7 megapixel, associato al processore Expeed 7. Nikon non ha progettato questo sistema con l’unico obiettivo di spremere l’ultimo decimo di gamma dinamica a 64 ISO. Lo ha progettato per leggere un’enorme quantità di dati a una velocità tale da rendere possibile l’otturatore interamente elettronico, la visione continua nel mirino, il riconoscimento dei soggetti, le raffiche ad alta velocità e il video ad altissima risoluzione.
L’architettura stacked comporta priorità progettuali differenti. Se per ottenere quella velocità di lettura si lascia sul tavolo circa un terzo di stop alla sensibilità base, non significa che il sensore sia tecnologicamente peggiore. Significa che è stato ottimizzato per fare molte più cose contemporaneamente.
Una monoposto di Formula 1 non è peggiore di una limousine perché ha un bagagliaio più piccolo. È progettata attorno a un’altra gerarchia di prestazioni.
Il fatto notevole non è che la D850 conservi qualche decimo di stop a 64 ISO. Il fatto notevole è che Z8 e Z9 offrano praticamente la stessa qualità d’immagine e la stessa risoluzione mentre leggono il sensore abbastanza rapidamente da eliminare del tutto l’otturatore meccanico.

Il sensore non produce “bei colori”
Quello del colore è il punto sul quale le affermazioni diventano più vaghe e, proprio per questo, più difficili da smentire.
Si sente dire che la D850 avrebbe colori più belli, più profondi, più naturali o più “Nikon”. Ma che cosa significa esattamente?
Un file RAW non contiene un’immagine a colori già pronta come quella che osserviamo sul monitor. Contiene dati lineari registrati attraverso il filtro colore del sensore, insieme alle informazioni necessarie perché un programma possa interpretarli. Bilanciamento del bianco, profilo della fotocamera, demosaicizzazione, curva tonale, contrasto, saturazione e trasformazione verso uno spazio colore concorrono tutti alla costruzione dell’immagine finale.
Adobe stessa spiega che il programma Camera Raw interpreta i dati grezzi del sensore e i metadati per costruire l’immagine a colori; inoltre applica normalmente un profilo iniziale, come Adobe Color, oppure uno dei profili Camera Matching. Basta cambiare profilo perché colore e tono assumano immediatamente un altro carattere. È spiegato nella documentazione relativa ai file Camera Raw e ai profili di resa cromatica.
Anche Nikon chiarisce che nel NEF impostazioni come bilanciamento del bianco, tinta, tono e nitidezza non vengono applicate in modo irreversibile ai dati originali, ma conservate come informazioni utilizzabili durante lo sviluppo. Lo si può verificare nella spiegazione ufficiale dei file RAW Nikon.
Quando qualcuno parla del “colore della D850”, bisognerebbe quindi domandargli:
JPEG prodotto direttamente dalla fotocamera oppure NEF?
Quale Picture Control?
Quale bilanciamento del bianco?
Quale obiettivo?
Quale programma di sviluppo?
Quale profilo di ingresso?
Quale versione del programma?
Quale monitor e quale calibrazione?
Colore più piacevole oppure più fedele?
Sono domande essenziali. Senza queste informazioni, “il colore della D850” non identifica una qualità misurabile: descrive un’impressione.
E le impressioni sono perfettamente legittime. Un fotografo può preferire la risposta predefinita di una D850, il modo in cui NX Studio interpreta i suoi NEF o persino l’aspetto assunto negli anni dai propri preset. Può anche aver costruito attorno a quella fotocamera un processo di lavoro affinato e coerente. Ma non può trasformare questa familiarità in una legge fisica.
Se lo stesso NEF assume colori differenti aprendolo in NX Studio e in Adobe Camera Raw, è evidente che il “colore del sensore” non può essere giudicato separatamente da tutto il processo che lo rende visibile.
“Mi piace di più” è un giudizio rispettabile.
“È più fedele” richiede una sorgente luminosa controllata, un riferimento cromatico, un profilo corretto e delle misure.
“Non c’è confronto” richiede prove che, finora, nessuno ha prodotto.
La fotografia non viene scattata da un sensore isolato
Anche volendo restringere il confronto alla sola immagine finale, il sensore non lavora nel vuoto.
La qualità registrata dipende dall’obiettivo, dalla precisione della messa a fuoco, dalla stabilità della fotocamera, dal tempo di posa, dalla trasmissione effettiva dell’ottica, dal flare, dal bilanciamento del bianco, dal profilo e dallo sviluppo. A parità di sensore, una messa a fuoco leggermente imprecisa distrugge più dettaglio di quanto possa restituirne qualsiasi differenza teorica di gamma dinamica.
La D850 utilizza un sistema autofocus separato dal sensore d’immagine e può richiedere una regolazione fine con determinate combinazioni di corpo e obiettivo. Z8 e Z9 mettono a fuoco direttamente sul piano del sensore. Dispongono inoltre di stabilizzazione integrata e possono utilizzare ottiche Z progettate per un tiraggio più corto e per le esigenze dei sensori ad alta risoluzione.
Queste sarebbero considerate “prestazioni operative”, ma nel momento in cui determinano ciò che viene effettivamente registrato diventano qualità d’immagine. Una fotografia perfettamente a fuoco contiene più informazione di una fotografia quasi perfettamente a fuoco, indipendentemente dalla gamma dinamica dichiarata.
È quindi possibile predisporre una situazione di laboratorio nella quale la D850 mostri ombre leggermente più pulite a 64 ISO. È molto più difficile dimostrare che, nell’uso fotografico reale, produca sistematicamente immagini migliori di Z8 e Z9.
Come si dovrebbe fare un confronto serio
Se volessimo verificare concretamente le differenze, il confronto dovrebbe essere realizzato eliminando quante più variabili possibile.
Servirebbero la stessa scena, la stessa luce, lo stesso obiettivo F utilizzato direttamente sulla D850 e tramite FTZ sulla Z8 o Z9, la stessa focale, lo stesso diaframma e la stessa esposizione reale. Le fotocamere dovrebbero essere montate su un supporto stabile, registrare NEF a 14 bit e utilizzare impostazioni che non alterino automaticamente tono e rumore.
I file andrebbero sviluppati nello stesso programma, applicando un trattamento coerente e dichiarato. Per confrontare la gamma dinamica sarebbe necessario esporre per preservare le alte luci e recuperare progressivamente le ombre. Per confrontare il rumore bisognerebbe mantenere identica la quantità di luce raccolta, non limitarsi a impostare lo stesso numero ISO. Per parlare di fedeltà cromatica servirebbero un illuminante noto, una tavola colore e una valutazione colorimetrica.
Infine, le immagini dovrebbero essere osservate nelle stesse dimensioni oppure stampate nello stesso formato, possibilmente senza sapere con quale fotocamera siano state realizzate.
Il confronto non consiste nel prendere due fotografie differenti, scattate con obiettivi differenti, in giorni differenti, sviluppate secondo il gusto del fotografo, e dichiarare che una “ha più profondità”.
Quello è un confronto fra due fotografie, non fra due sensori.
E se per riconoscere la presunta superiorità occorre leggere prima il nome della fotocamera nei dati Exif, probabilmente quella superiorità non si trova nell’immagine.
Perché allora la D850 viene ricordata come qualcosa di irripetibile?
Perché fu realmente una fotocamera straordinaria.
La D850 arrivò nel momento più maturo della storia della reflex digitale Nikon. Riuniva 45,7 megapixel, sensibilità base di 64 ISO, una gamma dinamica eccellente, un corpo professionale, un mirino ottico magnifico, un autofocus derivato dalla D5 e una raffica che, con battery grip e batteria adeguata, poteva arrivare a nove fotogrammi al secondo.
Era una macchina capace di affrontare quasi ogni genere fotografico senza far percepire compromessi evidenti. Paesaggio, ritratto, moda, studio, macro, reportage, natura: la D850 poteva fare tutto e farlo molto bene.
È questo equilibrio ad averla resa leggendaria, non una misteriosa qualità cromatica custodita nel silicio.
C’è poi un altro elemento, più umano e comprensibile. Chi ha utilizzato per anni una fotocamera importante impara a conoscerne l’esposimetro, il bilanciamento del bianco, i file e i margini di recupero. Costruisce preset, abitudini e automatismi. Quando cambia sistema deve ricostruire almeno in parte quella familiarità. Il nuovo file può apparire diverso non perché sia peggiore, ma perché non è ancora entrato nel processo personale del fotografo.
Con il tempo la familiarità diventa affetto; l’affetto diventa preferenza; la preferenza, se non viene sorvegliata, finisce per presentarsi come verità tecnica.
Non c’è nulla di male nell’amare la propria D850. Ma la nostalgia non è uno strumento di misura.

La Nikon D850 non è una medio formato
La D850 è una straordinaria fotocamera da 24×36 mm, ma non è una medio formato. Un sensore 44×33 mm possiede una superficie circa il 70% maggiore e, a parità di tecnologia, può raccogliere una quantità complessiva di luce sensibilmente superiore. Con le moderne medio formato da 100 megapixel cambiano realmente risoluzione, separazione tonale, possibilità di stampa e capacità di descrivere i dettagli più minuti.
Qui non parliamo più dei pochi decimi di stop che separano D850, Z7, Z8 e Z9. Il formato più grande offre un vantaggio fisico concreto, particolarmente visibile nelle riprese controllate, nel paesaggio, nella fotografia di studio e nelle stampe di grandi dimensioni.
Nemmeno il medio formato produce automaticamente fotografie migliori: servono ottiche adeguate, tecnica, luce e un soggetto che renda utile quella quantità di informazione. Ma se vogliamo individuare un salto effettivo nella qualità potenziale del file, dobbiamo cambiare formato, non cercare differenze miracolose fra sensori Nikon da 45,7 megapixel appartenenti alla stessa classe.
Il curriculum non sostituisce il metodo
Pubblicare su una grande rivista è un risultato professionale importante. Può dimostrare visione, costanza, affidabilità, capacità narrativa e qualità del lavoro. Non dimostra automaticamente che ogni opinione espressa dall’autore su sensori, ottiche o gamma dinamica sia corretta.
Anche i grandi fotografi hanno sempre raccontato convinzioni tecniche personali, talvolta fondate e talvolta no. Molti hanno ottenuto immagini memorabili seguendo procedure che oggi giudicheremmo discutibili. Il risultato fotografico può essere magnifico anche quando la spiegazione proposta per giustificarlo è sbagliata.
Una bella fotografia non rende vera l’opinione tecnica del suo autore.
D’altra parte, conoscere perfettamente il funzionamento di un convertitore analogico-digitale non rende automaticamente capaci di produrre una bella fotografia.
Sono competenze differenti e dovremmo smettere di usare il prestigio acquisito in un campo come certificazione universale in tutti gli altri.
Quando si parla di qualità d’immagine, il modo più rispettoso di confrontarsi non è chiedere chi abbia il curriculum più lungo. È stabilire che cosa si vuole misurare, predisporre un metodo ripetibile, osservare i risultati e accettarli anche quando contraddicono le proprie convinzioni.

E la Nikon Z7?
La Z7 è il vero anello di congiunzione con la D850. Condivide la stessa impostazione fondamentale: sensore CMOS BSI non stacked da 45,7 megapixel, sensibilità base di 64 ISO e assenza del filtro ottico passa-basso. Nikon non ha mai dichiarato che si tratti dello stesso identico sensore, ma le rispettive curve di gamma dinamica sono praticamente sovrapponibili.
Secondo Photons to Photos, a 64 ISO la D850 misura 11,63 EV e la Z7 11,56 EV: appena sette centesimi di stop. Differenze analogamente insignificanti proseguono alle altre sensibilità. Soltanto recuperi estremi delle ombre possono evidenziare sulla Z7 il banding legato ai pixel dedicati all’autofocus sul sensore.
Per chi cerca in una mirrorless la qualità pura del file della D850, Z7 — e Z7 II — rappresentano quindi il termine di confronto più vicino. Z8 e Z9 sacrificano qualche decimo di stop alle basse sensibilità in cambio della velocità del sensore stacked; la Z7 conserva quasi integralmente la filosofia della D850 trasferendola nel sistema Z.


Il verdetto Nikonland
La Nikon D850 possiede una gamma dinamica misurabilmente superiore a quella di Nikon Z8 e Z9 alle sensibilità più basse. Il vantaggio è generalmente compreso fra un terzo e mezzo stop, con una differenza più marcata a 400 ISO dovuta soprattutto al diverso punto di commutazione del guadagno.
Da 500 ISO in avanti le prestazioni delle tre fotocamere sono sostanzialmente equivalenti. In alcune sensibilità Z8 e Z9 conservano perfino un margine minimo.
La D850 non produce per natura colori “più belli”. Il colore dell’immagine finale dipende dall’intera catena composta da sensore, filtro colore, esposizione, bilanciamento del bianco, obiettivo, programma di sviluppo, profilo e scelte del fotografo.
In condizioni normali, con una buona esposizione e uno sviluppo coerente, D850, Z8 e Z9 producono file appartenenti alla stessa altissima classe qualitativa. Le differenze visibili saranno molto più spesso determinate dall’ottica, dalla messa a fuoco, dalla luce e dal trattamento che non da quei pochi decimi di gamma dinamica.
Chi fotografa prevalentemente paesaggi statici a 64 ISO e recupera abitualmente ombre estreme può continuare a considerare la D850 uno strumento eccezionale, probabilmente ancora ideale per il proprio lavoro. Questa è una scelta razionale.
Chi sostiene che il suo sensore sia complessivamente e visibilmente superiore a quelli di Z8 e Z9 deve invece portare prove che vadano oltre le impressioni, il curriculum e alcune fotografie scattate in condizioni non confrontabili.
La Nikon D850 non ha bisogno di essere trasformata in un oggetto magico per restare una delle più grandi reflex digitali mai costruite.
Z8 e Z9 non hanno cancellato quella grandezza: hanno preso la stessa risoluzione e una qualità d’immagine sostanzialmente equivalente, inserendole in un sistema capace di prestazioni che nel 2017 non erano realisticamente possibili.
Questa è evoluzione tecnologica. Non sempre significa vincere ogni singola misura. Significa cambiare il bilancio complessivo delle possibilità.
Possiamo preferire una D850. Possiamo conservarla, usarla e continuare a produrre fotografie magnifiche. Possiamo persino decidere che il suo file ci piaccia di più.
Ma non chiamiamo scienza ciò che è gusto. Non chiamiamo prova ciò che è esperienza personale. E non chiamiamo superiorità del sensore ciò che, molto spesso, è soltanto familiarità con una macchina amata.
I numeri non dicono che la D850 sia superata nella qualità d’immagine.
Dicono una cosa più interessante: che D850, Z8 e Z9 sono molto più vicine di quanto raccontino sia i nostalgici della reflex sia i propagandisti dell’ultima novità.
La fotografia comincia ancora prima del sensore. Comincia nel momento in cui il fotografo guarda, sceglie, inquadra ed espone.
Tutto il resto dovrebbe aiutarlo a fotografare, non offrirgli una nuova leggenda dietro cui nascondersi.
Dal Sigma 35/1.2 ai Nikkor 300 mm: stessa donna, linguaggi differenti
Mettiamo subito fine a un equivoco: l’85 mm non è la focale da ritratto. È una focale da ritratto. E anche eccellente, naturalmente. Offre una distanza comoda, proporzioni gradevoli, uno sfondo facilmente controllabile e permette al fotografo di continuare a parlare con il soggetto senza ricorrere ai segnali di fumo. Tutto vero. Ma una consuetudine, per quanto sensata, non diventa automaticamente una legge.
Io fotografo spesso le persone con il 300 mm. Non per provocazione, non per dimostrare che posso farlo e nemmeno perché mi sia dimenticato a casa l’85. Lo faccio perché il 300 mm mi permette di costruire un ritratto che con altre focali non potrei ottenere. Mi obbliga a stare lontano, restringe radicalmente ciò che entra nell’inquadratura, trasforma lo spazio e modifica il rapporto fisico fra me e la persona che sto fotografando.
A qualcuno sembrerà una blasfemia. Il 300 mm appartiene allo sport, alla fauna, all’azione lontana. Un volto dovrebbe essere affidato a un 85, un 105 o, volendo esagerare, un 135. Ma gli obiettivi non conoscono il genere fotografico per il quale li abbiamo acquistati. Un 300 mm non sa di essere un supertele e non si rifiuta di fotografare una donna perché non ha piume, casco o pettorale.
La focale non decide se una fotografia sia un ritratto. Decide quale ritratto vogliamo costruire.

Stessa donna, stessa sessione, due mondi
Durante la stessa sessione ho fotografato la stessa modella con la Nikon Z8, prima con il Sigma 35/1.2 e poi con il Nikkor 300/4E PF. Stessa luce, stesso abbigliamento, stesso luogo, stesso fotografo e, per quanto possibile, lo stesso stile. Non è un confronto scientifico e non vuole esserlo. È qualcosa di più utile: il confronto fra fotografie vere, nate mentre stavamo lavorando e non per fotografare una mira.
Con il 35 mm la modella abita la strada. L’asfalto bagnato comincia davanti ai suoi piedi e prosegue alle sue spalle; gli alberi costruiscono la profondità, il cielo si apre sopra di lei, un lampione e gli elementi urbani dichiarano dove ci troviamo. La figura non è separata dal luogo: ne fa parte.
Per ottenere quella figura intera sono a pochi passi da lei. Condividiamo lo stesso spazio e, in qualche misura, la stessa scena. La mia presenza è fisicamente percepibile. Posso parlare a voce bassa, correggere una posizione, avvicinarmi o arretrare rapidamente. Il ritratto nasce dentro una relazione ravvicinata.

Con il 300 mm posso fotografare ancora la figura intera, ma devo arretrare di molti metri. La strada non scompare materialmente: smette però di essere descritta. L’angolo di campo ne seleziona una porzione minuscola, gli alberi sembrano avvicinarsi e ciò che nel 35 mm era un luogo riconoscibile diventa un fondale fatto di toni, masse e luminosità.
La donna è sempre la stessa. La strada è sempre quella. Ma la fotografia ha cambiato argomento.

Con il 35 mm racconto una persona nel mondo. Con il 300 mm sottraggo quasi tutto il mondo per concentrare l’attenzione sulla persona. Nessuno dei due linguaggi è più vero dell’altro. Dicono cose diverse.
La compressione non sta dentro l’obiettivo
Si parla continuamente della “compressione del teleobiettivo”, come se dentro un 300 mm esistesse un congegno capace di schiacciare lo spazio. Non è così.
La prospettiva dipende dalla posizione della fotocamera. Se fotografassi dallo stesso punto con il 35 e con il 300 mm, per poi ingrandire enormemente una piccola porzione dello scatto del 35, la prospettiva sarebbe la stessa. Cambierebbero angolo di campo, risoluzione e qualità dell’immagine, non il rapporto prospettico fra gli elementi.
La cosiddetta compressione nasce perché, per mantenere la stessa dimensione del soggetto nell’inquadratura, con il 300 mm devo allontanarmi. È quella maggiore distanza di ripresa a rendere meno evidenti le differenze relative fra soggetto, sfondo e altri piani della scena.

La focale determina quanto mondo entra nell’inquadratura; la posizione del fotografo determina come quel mondo viene rappresentato.
È una distinzione tutt’altro che accademica. Significa che scegliere una focale non equivale soltanto a decidere quanto ingrandire il soggetto. Significa scegliere da dove fotografarlo. E quindi quale relazione spaziale instaurare con lui.
Anche lo sfocato non può essere ridotto alla solita equazione “focale più lunga uguale minore profondità di campo”. Il Sigma 35/1.2 può cancellare molti dettagli dello sfondo, ma il suo ampio angolo di campo continua a mostrarne la struttura. Il 300/4, pur essendo tre stop meno luminoso, seleziona una porzione molto più piccola del fondale e la riproduce con un ingrandimento differente. Lo sfondo non appare soltanto meno nitido: cambia scala, peso e funzione dentro la fotografia.
Il 300 allontana il fotografo, non necessariamente il ritratto
La prima obiezione all’uso di un 300 mm nel ritratto riguarda la relazione. Se il ritratto è un incontro fra persone, come può funzionare quando il fotografo si trova tanto lontano?
Può funzionare proprio grazie a quella distanza, ma soltanto se la relazione esiste già.

Con un 300 mm non posso sistemare una ciocca di capelli, indicare con precisione la posizione di una mano o continuare a impartire istruzioni ogni due secondi. Spesso devo preparare prima il movimento, spiegare ciò che voglio e poi lasciare che accada. Non posso controllare tutto, e questa perdita di controllo può diventare un vantaggio.
La modella dispone improvvisamente di uno spazio proprio. Può camminare, girarsi, sollevare le braccia, giocare con i capelli, guardare altrove, ridere senza avere una lente a un metro dal viso. Non deve reagire continuamente alla presenza fisica del fotografo. La macchina resta visibile, naturalmente, ma smette di occupare tutto il suo campo psicologico.

Molte delle fotografie di questa serie nascono proprio nei passaggi fra una posa e l’altra. Un sorriso che si apre, un movimento troppo ampio per essere stato costruito, i capelli portati dal vento, uno sguardo che per un istante non cerca più la fotocamera. Il 300 mm consente di raccogliere questi momenti senza interromperli con la propria vicinanza.
Ma non basta nascondersi dietro un supertele per ottenere spontaneità. Senza rapporto, la distanza diventa estraneità; nel caso peggiore, semplice osservazione furtiva. Si possono produrre immagini formalmente belle, perfettamente nitide e completamente vuote.
La relazione deve essere costruita prima. Solo allora la distanza può trasformarsi in libertà.
Con il 35 mm il fotografo entra nello spazio del soggetto. Con il 300 lascia al soggetto uno spazio tutto suo.
Il piccolo 300: Nikon Z8 e Nikkor 300/4E PF
Il Nikkor 300/4E PF ha cambiato concretamente il modo in cui si può utilizzare questa focale. È corto, relativamente leggero, stabilizzato e non richiede l’atteggiamento solenne normalmente associato a un supertele. Montato sulla Z8 si può portare e usare come un normale teleobiettivo, spostandosi rapidamente e reagendo a ciò che accade.

Questa agilità si vede nelle fotografie. Il 300 non è limitato al primo piano immobile contro uno sfondo indistinto. Posso passare dal volto strettissimo alla mezza figura, fino alla figura intera. Posso seguire la modella mentre cammina, si gira, alza le braccia o gioca sotto una pioggia leggera. Il soggetto rimane isolato, ma non immobilizzato.

L’apertura massima di f/4 non rappresenta un limite reale. Alle distanze richieste dal 300 mm e con uno sfondo sufficientemente lontano, la separazione è già ampia. Soprattutto, non mi interessa necessariamente cancellare ogni cosa dietro il soggetto. Lo sfondo deve smettere di disturbare, non cessare di esistere.

Anche nella figura intera il 300/4 PF conserva un carattere preciso. Il corpo non viene proiettato contro il paesaggio come accade con il 35 mm; sembra piuttosto ritagliato dentro uno spazio che ha perduto le sue coordinate più evidenti. La scena rimane reale, ma non pretende più di essere descritta.

È il supertele che posso usare senza trasformare ogni sessione in una spedizione.
Il grande 300: Nikon D6 e Nikkor 300/2.8 AF-D
Il Nikkor 300/2.8 AF-D appartiene a un’altra epoca e a un altro modo di lavorare. È grande, pesante e inequivocabile. Montato sulla D6 forma un insieme che non si porta distrattamente e non si maneggia come un 85 mm.

La sua massa modifica inevitabilmente il ritmo del fotografo. Mi muovo meno, scelgo con maggiore attenzione la posizione, aspetto che il soggetto entri nell’inquadratura che ho preparato. Non significa fotografare più lentamente in senso assoluto, ma farlo in modo più deliberato.
Il vantaggio non si riduce al diaframma f/2.8. Certamente la grande apertura permette una separazione poderosa e offre un margine ulteriore quando la luce diminuisce. Ma ciò che conta è il modo in cui l’obiettivo ordina i piani e restituisce le transizioni fra fuoco e fuori fuoco. Il soggetto acquista una presenza quasi fisica, mentre ciò che lo circonda si dispone come una scenografia.

Con la D6 e il 300/2.8 ho potuto lavorare attraverso le foglie, utilizzare zone di luce irregolare, cercare primi piani, mezze figure e inquadrature più ampie. Nelle immagini in bianco e nero la luce dura non viene addomesticata: diventa parte della costruzione, attraversa capelli, spalle e mani, separando la figura dal fondo senza bisogno di renderlo completamente informe.

Non avrebbe senso trasformare queste fotografie in una gara fra 300/4 PF e 300/2.8 AF-D. Cambiano fotocamera, condizioni, peso, apertura e soprattutto atteggiamento operativo. Non voglio sapere quale dei due sia “migliore”. Mi interessa che entrambi consentano di usare la stessa focale con due disposizioni differenti.

Il PF invita a inseguire il momento. Il 300/2.8 obbliga più spesso ad aspettarlo.
Quello che il 300 chiede in cambio
Naturalmente non ci sono soltanto vantaggi. Il 300 mm pretende spazio. Per una figura intera occorre arretrare molto più di quanto si immagini, e non tutti i luoghi lo consentono. In un ambiente affollato qualcuno finirà facilmente fra fotografo e soggetto. Comunicare diventa più difficile e ogni cambiamento importante deve essere concordato prima.

Anche la composizione richiede attenzione. L’angolo di campo ristretto permette di eliminare molti elementi, ma rende decisiva la scelta di quella piccola porzione di sfondo che resterà. Uno spostamento laterale del fotografo può cambiare completamente ciò che appare dietro il volto. Non basta aprire il diaframma e confidare che tutto si dissolva.
La focale fissa impone inoltre di muoversi. Se il soggetto viene verso di me, non posso semplicemente ruotare una ghiera per conservare l’inquadratura. Devo arretrare, modificare il taglio o accettare che la fotografia diventi diversa da quella prevista.

Con il 300/2.8 si aggiungono peso e ingombro. Con il 300/4 PF il problema è molto ridotto, ma la distanza rimane. In entrambi i casi bisogna sapere perché si sta scegliendo quella focale. Usare il 300 soltanto per ottenere “più sfocato” sarebbe una ragione piuttosto povera.
L’85 mm è innocente
Non c’è alcun bisogno di processare l’85 mm. Continua a essere uno degli strumenti più equilibrati e versatili per il ritratto. Permette di mantenere un rapporto diretto con il soggetto, controllare facilmente la scena e ottenere proporzioni naturali senza richiedere spazi enormi.
Il problema nasce quando una buona soluzione diventa l’unica soluzione autorizzata.

Un 35 mm può essere una focale da ritratto perché include la persona nel suo ambiente e rende percepibile la presenza del fotografo. Un 50 mm può mantenere una naturale continuità fra occhio e scena. Un 85 o un 105 possono trovare un equilibrio quasi ideale fra vicinanza e separazione. Un 135 comincia a sottrarre il contesto. Un 300 può ridurlo a pura materia visiva e concedere al soggetto una libertà di movimento impensabile a distanza ravvicinata.
Dire che ogni focale è una focale da ritratto non significa sostenere che siano tutte intercambiabili. Significa esattamente il contrario: ognuna costruisce un rapporto diverso fra fotografo, persona e spazio.

Viltrox 85/2 EVO su Nikon Zr
La focale è una scelta narrativa prima ancora che ottica.
Con il 35 mm condivido la stessa strada della modella. Con il 300 mm rimango abbastanza lontano da permetterle di occupare la scena senza di me. In entrambi i casi la fotografia comincia quando davanti all’obiettivo smetto di vedere una posa e incontro una persona.
Io non fotografo un volto con il 300 mm nonostante sia un 300 mm. Lo fotografo con il 300 proprio perché, qualche volta, la distanza è ciò che mi permette di vederlo meglio.
La distanza fra la fotocamera e il soggetto si misura in metri. Quella fra due persone, fortunatamente, no.

Stessa Nikon Z8, stessa modella, stessa sessione e la stessa luce. Con il Sigma 35/1.2 entro nello spazio del soggetto e lascio che anche il luogo partecipi al ritratto. Con il 300 mm mi allontano, restringo l’angolo di campo e trasformo quello stesso luogo in materia grafica. Non cambia il genere fotografico: cambia il modo di raccontarlo.



Dal colpo dello specchio all'IBIS/VR*, dall'otturatore elettronico alla durata del lampo: perché oggi non esiste un solo «tempo di sicurezza»
Per generazioni di fotografi la regola è stata semplice: per evitare il mosso a mano libera si utilizzava un tempo almeno pari al reciproco della focale. 50mm, 1/50"; 200mm, 1/200"; 500mm, 1/500". Con qualche prudenza in più quando serviva, naturalmente. Era una regola empirica, non una legge fisica, ma funzionava abbastanza bene perché nasceva in un mondo fotografico relativamente omogeneo: pellicola, fotocamere meccaniche, nessuna stabilizzazione, otturatore a tendina e, nel caso delle reflex, uno specchio di dimensioni non trascurabili che doveva sollevarsi prima di ogni esposizione.
Quel mondo non esiste più. O meglio, esiste ancora insieme a molti altri. Possiamo fotografare con una reflex da oltre un chilogrammo nella quale specchio e otturatore producono un movimento chiaramente percepibile, oppure con una mirrorless completamente elettronica nella quale durante lo scatto non si muove nulla. Possiamo utilizzare un obiettivo privo di stabilizzazione oppure un sistema nel quale stabilizzazione ottica e sensore stabilizzato collaborano. Possiamo fotografare un edificio perfettamente immobile o una persona che respira, un gatto che gira improvvisamente la testa, una monoposto che ci passa davanti a duecento chilometri all'ora. Possiamo infine illuminare tutto con un flash, introducendo un secondo tempo di esposizione che non coincide necessariamente con quello indicato dalla fotocamera.
Continuare a parlare genericamente di «tempo di sicurezza» senza domandarsi prima che cosa stia effettivamente muovendo la fotografia rischia quindi di essere poco utile.
La vecchia regola del reciproco
La regola di 1/focale conserva ancora un valore intuitivo: aumentando la lunghezza focale, lo stesso movimento angolare della fotocamera produce uno spostamento maggiore dell'immagine sul sensore. Un 400mm richiede quindi maggiore attenzione di un 40mm. Ma già questo semplice principio deve oggi confrontarsi con la risoluzione del sensore e con il modo in cui osserviamo le fotografie.
Una piccola vibrazione che su un'immagine da 12 megapixel poteva passare inosservata può diventare evidente osservando al 100% un file da 45 megapixel. Non è cambiata la fotografia: è aumentata la nostra capacità di vedere il movimento che già esisteva. Anche la destinazione dell'immagine conta: una fotografia destinata al web, una stampa di dimensioni moderate e un crop molto spinto non pongono gli stessi requisiti.
Il reciproco della focale rimane quindi un buon punto di partenza mentale, ma non può più essere considerato una risposta. Prima dobbiamo capire quale macchina stiamo utilizzando, come viene effettuata l'esposizione e, soprattutto, che cosa abbiamo davanti.

Reflex: quando si muove anche la fotocamera
Una reflex introduce nel momento dello scatto una componente che oggi tendiamo facilmente a dimenticare: la macchina stessa genera vibrazioni.
Prima dell'esposizione lo specchio deve sollevarsi rapidamente. Subito dopo entra in gioco l'otturatore. Nelle macchine completamente meccaniche la prima tendina parte scoprendo il sensore e la seconda termina l'esposizione. Sono masse relativamente piccole, ma si muovono rapidamente all'interno di un sistema che vorremmo perfettamente immobile.
Lo mirror shock e lo shutter shock non sono concetti inventati per alimentare discussioni da laboratorio. A determinate combinazioni di focale e tempo possono contribuire realmente alla perdita di dettaglio, soprattutto con sensori ad alta risoluzione e quando la fotocamera è rigidamente vincolata a un supporto.
È anche per questo che sono nate funzioni come il sollevamento preventivo dello specchio e il ritardo dell'esposizione. Non erano raffinatezze destinate esclusivamente alla fotografia scientifica: servivano semplicemente a lasciare che le vibrazioni prodotte dalla macchina si smorzassero prima dell'apertura dell'otturatore.
Con una reflex, quindi, il fotografo non deve controllare soltanto il proprio movimento e quello del soggetto. Deve ricordarsi che al momento dello scatto qualcosa si muove anche dentro la macchina.
La prima tendina elettronica
La prima tendina elettronica, EFCS, rappresenta uno dei passaggi intermedi più interessanti di questa evoluzione. L'esposizione non comincia più con il movimento fisico della prima tendina: viene avviata elettronicamente sul sensore e soltanto la seconda tendina interviene meccanicamente per terminarla.
Il vantaggio è evidente: viene eliminata una delle sorgenti di vibrazione proprio all'inizio dell'esposizione. Nelle situazioni in cui lo shutter shock potrebbe diventare significativo, la differenza può essere concreta.
Ma è importante distinguere i fenomeni. La prima tendina elettronica può eliminare il movimento della prima tendina; su una reflex non può eliminare lo specchio. Se quello deve sollevarsi, la sua massa continuerà inevitabilmente a muoversi.
EFCS non è quindi una formula magica contro ogni forma di micromosso. È uno strumento che elimina una specifica sorgente meccanica di vibrazione. Sapere quale è già un buon modo per utilizzarlo consapevolmente.
Mirrorless: una variabile in meno
Con la mirrorless lo specchio scompare e con esso scompare una delle principali masse in movimento durante lo scatto. Se utilizziamo ancora l'otturatore meccanico rimane possibile lo shutter shock; con EFCS eliminiamo anche il movimento iniziale della prima tendina; con un otturatore completamente elettronico, infine, durante l'esposizione non si muove più alcuna parte meccanica della fotocamera.
Questo non significa automaticamente fotografie ferme.
Abbiamo eliminato il movimento prodotto dalla macchina, non quello prodotto dal fotografo. Respirazione, postura, pressione sul pulsante di scatto, oscillazione delle braccia e modo di sostenere un teleobiettivo continuano ad avere conseguenze. Con focali lunghe basta pochissimo.
Ma il problema è diventato più semplice: abbiamo progressivamente tolto alcune delle cause che contribuivano al mosso.
Poi è arrivata la stabilizzazione.

IBIS e VR: posso stabilizzare me, non te
La stabilizzazione ottica e quella sul sensore hanno modificato radicalmente il concetto stesso di fotografia a mano libera. In condizioni favorevoli possiamo oggi ottenere immagini perfettamente utilizzabili con tempi che un fotografo cresciuto con una reflex non stabilizzata avrebbe semplicemente evitato.
Con un grandangolare o un normale stabilizzato, fotografare un soggetto statico a 1/15" non rappresenta più necessariamente un'impresa. Con sistemi particolarmente efficaci possiamo scendere ancora. Anche con i teleobiettivi moderni il VR permette risultati a mano libera che un tempo avrebbero richiesto tempi molto più rapidi o un supporto.
Ma questa capacità straordinaria rischia di generare un equivoco altrettanto grande.
IBIS e VR stabilizzano il sistema fotografico. Non stabilizzano il soggetto.
Posso fotografare una statua a 1/15" e ottenere ogni dettaglio perfettamente inciso. Metto una persona nello stesso punto e quello stesso tempo può diventare inutilizzabile. La persona respira, sposta impercettibilmente la testa, muove gli occhi, cambia espressione. Il sistema di stabilizzazione può mantenere perfettamente fermo il sensore rispetto all'immagine proiettata dall'obiettivo, ma non può impedire che quell'immagine cambi mentre il soggetto si muove.
Questa è probabilmente la distinzione più importante di tutto il discorso: il tempo necessario a evitare il mosso della fotocamera e il tempo necessario a congelare il soggetto sono due cose differenti.
Prima domanda: che cosa si sta muovendo?
A questo punto la vecchia regola del reciproco può essere sostituita non da una nuova regola, ma da una domanda.
Che cosa si sta muovendo?
Se fotografo un paesaggio con una mirrorless stabilizzata, il limite può essere determinato quasi esclusivamente dalla mia capacità di tenere la macchina e dall'efficienza del sistema IBIS/VR. Se fotografo una persona, il limite sarà probabilmente imposto prima dal soggetto. Se fotografo un animale, anche apparentemente immobile, dovrò considerare movimenti improvvisi della testa, degli occhi o del corpo. Se fotografo sport, la stabilizzazione potrà aiutarmi a mantenere stabile l'inquadratura, ma sarà il movimento dell'atleta, dell'automobile o dell'animale a determinare il tempo necessario.
Non esiste quindi un valore universalmente «sicuro». Esiste un tempo adeguato al movimento che vogliamo controllare.
E qualche volta non vogliamo controllarlo affatto. Nel panning automobilistico, per esempio, utilizziamo deliberatamente un tempo molto più lento di quello necessario a congelare il soggetto perché vogliamo che una parte del movimento rimanga visibile. In quel caso ciò che in un'altra fotografia sarebbe un difetto diventa linguaggio.
Risoluzione: più megapixel, più attenzione
L'aumento della risoluzione ha reso tutto questo più evidente. Una fotocamera da 45 o 60 megapixel non genera magicamente più micromosso di una da 12 o 24 megapixel. Lo registra meglio.
La distinzione è importante.
Se l'immagine proiettata dall'obiettivo si sposta durante l'esposizione, lo spostamento esiste indipendentemente dal numero di pixel. Un sensore più denso dispone semplicemente di una capacità maggiore di descriverlo. Da qui nasce l'impressione che le macchine ad alta risoluzione richiedano tempi più rapidi.
In termini pratici l'impressione è corretta: se vogliamo sfruttare realmente tutta la risoluzione disponibile dobbiamo essere più rigorosi. Ma non dobbiamo trasformarla nell'ennesima formula. La dimensione finale dell'immagine, il crop, la focale, la distanza e il tipo di soggetto continuano a contare.
La domanda corretta non è «quanti megapixel ha la mia macchina?», ma «quanto dettaglio voglio realmente conservare in questa fotografia?»
E gli ISO?
Personalmente preferisco considerare la sensibilità una decisione preventiva e non una variabile da affidare automaticamente alla macchina. Questo vale ancora di più con i moderni sensori dual gain, nei quali conoscere il comportamento del sensore permette di scegliere consapevolmente la zona di amplificazione nella quale vogliamo lavorare.
Non intendo trasformare questa preferenza in una regola universale. Auto ISO può essere estremamente utile in molte situazioni operative e per molti fotografi. Ma nel mio modo di lavorare preferisco stabilire prima gli ISO, scegliere il tempo necessario a controllare il movimento e utilizzare il diaframma in funzione della fotografia che voglio ottenere.
ISO, tempo e diaframma non sono tre numeri che la macchina deve semplicemente far tornare. Sono tre decisioni fotografiche con conseguenze differenti.
Ed è proprio per questo che non vorrei che il tempo diventasse la variabile dimenticata soltanto perché la fotocamera dispone di una stabilizzazione eccezionale.

Perché io non uso più Auto ISO, nemmeno con la D6
Per molti fotografi Auto ISO è una delle funzioni più utili introdotte dalle fotocamere digitali e non ho alcuna intenzione di sostenere il contrario. Permette di stabilire tempo e diaframma lasciando alla macchina il compito di adeguare continuamente la sensibilità alla luce disponibile, ed è particolarmente efficace nelle situazioni rapidamente variabili. Semplicemente, non corrisponde più al mio modo di fotografare. Nemmeno quando uso la Nikon D6.
Preferisco considerare la sensibilità come uno dei prerequisiti della fotografia e non come la variabile che la macchina utilizza per chiudere automaticamente il triangolo dell'esposizione. Prima di cominciare scelgo gli ISO in funzione della luce disponibile, del sensore che sto utilizzando e del risultato che voglio ottenere; successivamente scelgo il tempo necessario a controllare il movimento e il diaframma richiesto dalla fotografia. Se le condizioni cambiano, cambio gli ISO. Voglio però essere io a sapere quando e perché li sto cambiando.
Con i moderni sensori dual gain questa impostazione ha per me ancora più senso. Conoscere il punto nel quale interviene il secondo stadio di guadagno permette di ragionare per zone operative anziché considerare ISO 64, 100, 320, 800 o 1600 come semplici gradini di una scala continua affidata all'automatismo. Non significa naturalmente che si debba fotografare soltanto a determinate sensibilità, ma che conoscere il comportamento del proprio sensore consente di scegliere consapevolmente dove farlo lavorare.
La D6 rappresenta per me una conferma interessante proprio perché non appartiene alla generazione delle mirrorless ad altissima risoluzione e possiede una straordinaria capacità di lavorare ad alte sensibilità. Auto ISO sarebbe quindi perfettamente naturale su una macchina nata per il fotogiornalismo, lo sport e tutte quelle situazioni nelle quali la luce può cambiare rapidamente. Eppure non lo utilizzo più nemmeno lì. Preferisco impostare deliberatamente ISO 400, 800, 1600 o ciò che considero opportuno e costruire attorno a quella scelta l'esposizione.
Non è sfiducia nell'esposimetro e nemmeno rifiuto degli automatismi. È semplicemente una questione di responsabilità fotografica: se la sensibilità influenza il file che sto producendo, preferisco che quella decisione rimanga mia.
Naturalmente esistono situazioni nelle quali Auto ISO può essere più rapido, più efficace e persino più sicuro della regolazione manuale. Chi fotografa eventi, reportage, sport o soggetti che attraversano continuamente zone di illuminazione differente può avere ottime ragioni per utilizzarlo. Non propongo quindi questa scelta come modello universale.
È soltanto il mio metodo.
Prima decido a quali ISO voglio lavorare. Poi scelgo il tempo necessario a ciò che si muove. Infine il diaframma appartiene all'immagine che voglio ottenere.
Se una di queste condizioni cambia, intervengo io. È un'operazione che richiede una frazione di secondo, ma mi mantiene consapevole di ciò che la fotocamera sta facendo.
Perché una cosa è utilizzare un automatismo dopo aver deciso di delegargli una scelta. Un'altra è scoprire dopo lo scatto quale scelta abbia fatto al posto nostro.

Poi arriva il flash e cambia tutto
Fin qui abbiamo implicitamente parlato di luce continua. Con il flash entra in scena un fenomeno differente, perché il tempo impostato sull'otturatore può non essere il vero tempo che congela il movimento.
Immaginiamo di fotografare a 1/125". Se la scena è illuminata quasi esclusivamente da un lampo che dura effettivamente 1/2000", il soggetto non viene congelato principalmente da quel centoventicinquesimo di secondo. Viene illuminato per una frazione molto più breve e sarà quindi la durata del lampo a determinare quanto movimento viene registrato.
È un concetto fondamentale perché nella fotografia flash convivono due esposizioni: quella dovuta alla luce ambiente e quella prodotta dal flash.
Se la luce ambiente è trascurabile, il lampo può diventare il vero otturatore della fotografia.
Se invece la luce ambiente contribuisce significativamente, il sensore continuerà a registrare il soggetto durante tutto il tempo nel quale l'otturatore rimane aperto.
Possiamo così ottenere contemporaneamente un'immagine nitida prodotta dal lampo e una traccia di movimento prodotta dalla luce continua.
Quello che normalmente chiameremmo mosso può diventare ancora una volta una scelta espressiva.
La durata del lampo
Nemmeno il flash possiede però una durata unica e immutabile. Nei flash elettronici tradizionali la durata dell'emissione varia con la potenza impostata e, spesso, riducendo la potenza il lampo diventa considerevolmente più breve.
Questo produce un risultato apparentemente paradossale: un flash utilizzato a bassa potenza può congelare un movimento meglio dello stesso flash utilizzato alla massima potenza.
È anche una delle ragioni per cui, quando occorre congelare movimenti estremamente rapidi, può essere vantaggioso utilizzare più unità flash a potenza ridotta invece di chiedere a una sola unità di lavorare al massimo.
Per valutare correttamente questa capacità bisogna inoltre distinguere fra i valori t.5 e t.1. Il primo considera la porzione dell'emissione superiore al 50% del picco; il secondo estende la misura fino al 10% ed è generalmente più rappresentativo della durata effettivamente significativa ai fini fotografici. Due flash pubblicizzati con valori t.5 apparentemente spettacolari possono comportarsi diversamente quando osserviamo il più severo e utile valore t.1.
Ancora una volta, non basta leggere un numero: bisogna sapere che cosa quel numero misura.

t.1 e t.5: che cosa significano?
Il lampo di un flash non si accende e si spegne istantaneamente: raggiunge rapidamente un picco di luminosità e poi decade progressivamente. t.5 misura il tempo durante il quale l'emissione rimane superiore al 50% della potenza massima; t.1 estende invece la misura fino al 10%, comprendendo quindi una parte molto maggiore della coda del lampo.
Per questo t.1 è il valore più utile per valutare la reale capacità del flash di congelare il movimento: un t.5 di 1/5000 s può sembrare straordinario, ma il lampo può continuare a emettere luce fotograficamente significativa ben oltre quel tempo.
In breve: t.5 descrive soprattutto il picco del lampo; t.1 descrive molto meglio la sua durata fotografica effettiva.
Sincronizzazione e HSS
Con un otturatore a tendina esiste poi la velocità massima alla quale l'intero sensore rimane contemporaneamente scoperto. Oltre quella soglia la seconda tendina comincia a chiudere il fotogramma prima che la prima abbia terminato il proprio percorso, formando una fessura che attraversa progressivamente il sensore.
Un singolo lampo tradizionale non potrebbe illuminare uniformemente tutto il fotogramma in queste condizioni.
La sincronizzazione ad alta velocità, HSS, risolve il problema facendo emettere al flash una rapidissima successione di impulsi durante il passaggio della fessura. È una soluzione estremamente utile, ma non equivale semplicemente a utilizzare un normale flash a 1/4000".
Cambiano l'efficienza energetica, la potenza disponibile, la portata e anche il modo in cui l'emissione luminosa interagisce con il movimento. Quando utilizziamo HSS dobbiamo quindi ragionare nuovamente sul rapporto fra tempo dell'otturatore, luce ambiente e contributo del flash.
Il flash apre insomma un panorama tutto suo, nel quale parlare genericamente di «tempo di sicurezza» diventa ancora meno significativo.
Non sempre vogliamo fermare tutto
C'è infine un aspetto che vale la pena ricordare, soprattutto in un'epoca nella quale nitidezza assoluta e assenza di movimento sembrano essere diventate automaticamente sinonimo di qualità.
Il mosso non è necessariamente un errore.
Una monoposto perfettamente congelata a 1/4000" può sembrare parcheggiata sull'asfalto. La stessa automobile accompagnata a 1/60" può trasmettere una sensazione di velocità infinitamente superiore. Una persona illuminata dal flash durante una lunga esposizione può apparire nitida dentro una scia di movimento. Un musicista può essere descritto attraverso il movimento delle mani anziché nonostante quel movimento.
Il controllo tecnico non consiste quindi nell'eliminare sempre il mosso.
Consiste nel decidere quanto movimento vogliamo lasciare nella fotografia.
Una domanda, non una nuova regola
Non vorrei sostituire la vecchia regola di 1/focale con una nuova tabella di tempi consigliati. Sarebbe soltanto cambiare una semplificazione con un'altra.
Preferisco una sequenza di domande.
Si muove la fotocamera? Dobbiamo considerare impugnatura, supporto, focale, specchio, otturatore, EFCS, IBIS e VR.
Si muove il soggetto? Sarà soprattutto il suo movimento a determinare il tempo necessario.
Stiamo utilizzando il flash? Dobbiamo capire quanto dell'esposizione provenga dalla luce ambiente, quanto dal lampo e quale sia la durata reale di quel lampo.
Vogliamo congelare il movimento oppure mostrarlo? Perché soltanto dopo aver risposto possiamo sapere se un tempo rapido sia davvero migliore di uno lento.
La fotografia digitale ci ha dato stabilizzatori straordinari, sensori ad altissima risoluzione, otturatori elettronici e flash sofisticatissimi. Sarebbe curioso utilizzare tutta questa tecnologia continuando ad applicare senza pensarci una regola nata quando nessuna di queste cose esisteva.
Il tempo di sicurezza non è uno solo, perché non esiste un solo movimento da controllare. Prima di scegliere il tempo, chiediamoci chi — o che cosa — sta muovendo la fotografia.

(*) VR per Nikon, IBIS per il resto del mondo. Usiamo i due termini confondendoli ma sono la stessa cosa.
Nota per i Nikonisti più ortodossi: nel testo utilizziamo talvolta il termine universale IBIS (In-Body Image Stabilization) per indicare la stabilizzazione sul sensore. In casa Nikon questa funzione appartiene naturalmente al sistema VR (Vibration Reduction), che può operare nel corpo macchina, nell'obiettivo o attraverso la loro cooperazione. Nessuna Nikon è diventata Sony durante la stesura di questo articolo. 😅
La mia Nikon D6 e un paio di Nikkor AF di trenta anni fa, fotografati con una Nikon Zr e il Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1
La radiografia di una parte della mia storia Nikon. Non è nostalgia: è continuità.
Non per fedeltà cieca, ma perché questo sistema continua a essere il mio modo di fotografare
Ho appena scritto che il mercato cresce e Nikon arretra. Non ritiro una sola parola. Nikon è lenta, prevedibile, troppo spesso incapace di trasformare il proprio patrimonio tecnologico in idee nuove. Difende le vendite con gli sconti, lascia trascorrere mesi senza proporre una direzione riconoscibile e sembra confidare nella pazienza di chi è già dentro il sistema. Non è la condotta di un’azienda che vuole riconquistare il terreno perduto. È quella di un’azienda che cerca di perdere quota più lentamente.
Eppure domani, per fotografare, prenderò ancora una Nikon.
Non per abitudine. Non perché non conosca le alternative. Non perché mi manchi ciò che serve per passare dall’altra parte. Resto perché, nonostante Nikon, il sistema Nikon continua a coincidere con il mio modo di vedere, fotografare e lavorare. Questa non è una giustificazione offerta all’azienda. È la spiegazione di una scelta personale che continuo a compiere a occhi aperti.
La fotografia che apre questo articolo è stata fatta con una Nikon Zr e il vituperato Nikkor Z 24-105mm f/4-7.1. Davanti all’obiettivo ci sono una professionale Nikon e due monumenti dell’epoca AF-D, il 28mm f/1.4 e l’85mm f/1.4. La Nikon più recente e un obiettivo accusato di essere troppo modesto fotografano una parte importante della mia storia. Il giovane sta dietro la macchina; gli anziani sono davanti. Non è un reliquiario. È un ritratto di famiglia.
Quell’immagine contiene già quasi tutta la risposta. Il 24-105 non ha il prestigio dei due fissi che sta fotografando, non ha la loro luminosità e probabilmente non avrà mai la loro leggenda. Ma ha fatto esattamente la fotografia che mi serviva. Per me il valore di un obiettivo non finisce quando Nikon ne interrompe la produzione e non comincia quando una scheda tecnica gli attribuisce un primato. Finisce quando non mi aiuta più a realizzare le immagini che ho in mente. Tutto il resto è collezionismo, commercio o conversazione da bar.
Io non pratico il culto dell’oggetto raro. Cerco il valore fotografico reale. Ed è proprio qui che Nikon, nonostante tutto, continua a trattenermi.
Le mie pellicole sono dentro la macchina
La prima ragione, oggi, non è la Z9. Non è un superteleobiettivo e non è nemmeno il glorioso nome inciso sul pentaprisma di una vecchia reflex. Sono le Pellicole digitali Nikonland.
Può sembrare paradossale che una delle mie motivazioni principali per restare Nikon sia qualcosa che Nikon non ha creato. In realtà è perfettamente coerente. Nikon ha costruito lo strumento; noi lo abbiamo reso nostro. Attraverso i Picture Control, il bianco e nero, le curve, il colore e le nuove possibilità offerte dalle fotocamere compatibili, abbiamo sviluppato interpretazioni che non cercano di imitare superficialmente una confezione Kodak o Fujifilm. Cercano di restituire un carattere all’immagine prima che questa venga consegnata al computer.
Kodachrome 64, Portra, T-Max, Panatomic-X, Carbon Noir e tutte le altre Pellicole digitali Nikonland non sono filtri applicati per rendere più graziosa una fotografia mediocre. Sono decisioni. Costringono a immaginare prima il risultato, a scegliere il linguaggio con cui guardare la scena e ad assumersene la responsabilità mentre si fotografa. Perché la fotografia nasce nel mirino. Se nasce davanti al monitor, spesso è già diventata qualcos’altro.
Con queste pellicole una Nikon non è più soltanto una Nikon. Diventa la mia Nikon. Una fotocamera Sony potrebbe offrirmi un sensore equivalente o migliore, un autofocus più evoluto, una raffica più rapida o una funzione che Nikon introdurrà con due anni di ritardo. Ma non conterrebbe il lavoro che abbiamo costruito attorno al colore, al contrasto, ai mezzitoni e alla resa che voglio vedere già nel mirino. Potrei ricominciare, naturalmente. Tutto si può ricostruire. Ma non avrei migliorato la mia fotografia: avrei soltanto cambiato l’ambiente nel quale la faccio nascere.
Nikonland ha trasformato una possibilità tecnica in una cultura fotografica. È una delle poche vere idee nuove che oggi sento di avere tra le mani quando prendo una fotocamera. E il fatto che questa idea sia venuta dagli utenti, più che dall’azienda, dovrebbe far riflettere Nikon molto più di una classifica di vendita.
Le macchine delle quali mi fido
Poi ci sono i corpi. La D6 e la Z9 appartengono a due epoche tecnologiche quasi opposte: la prima conclude la storia della reflex professionale, la seconda elimina perfino l’otturatore meccanico. Eppure, quando le impugno, riconosco la stessa intenzione. Non sono state costruite per sedurre in vetrina né per vincere un confronto di specifiche destinato a durare fino alla presentazione successiva. Sono state costruite per lavorare.
Il loro peso ha una ragione, i comandi hanno un posto, la risposta non richiede interpretazioni. Posso usarle a lungo, rapidamente, in condizioni nelle quali non voglio domandarmi se la fotocamera farà ciò che le ho chiesto. Lo farà. Questa fiducia non compare nei grafici di laboratorio e non si misura con il numero dei soggetti riconosciuti dall’intelligenza artificiale. Si forma quando una macchina continua a rispondere dopo decine di migliaia di fotografie e quando la mano trova un pulsante prima ancora che la mente ne pronunci il nome.
L’ergonomia non è la disposizione teoricamente corretta dei comandi. È memoria fisica. Dopo molti anni una Nikon professionale non è più un oggetto che tengo in mano: è il punto nel quale la mano incontra la fotografia. Posso apprezzare la tecnologia di altri sistemi, e spesso la apprezzo senza riserve, ma non devo confondere l’ammirazione con l’intimità. Una fotocamera può essere più avanzata e restarmi estranea. Un’altra può avere una funzione in meno e scomparire mentre fotografo.
Questo non significa che ogni Nikon sia perfetta. Alcune sono inutilmente complicate, altre nascono con limitazioni incomprensibili, altre ancora sembrano segmentate dal reparto marketing più che progettate per un fotografo. La Zr stessa è un prodotto anomalo, rivolto soprattutto al video, e il 24-105 non è certo l’obiettivo con cui Nikon riscriverà la propria storia. Ma quella coppia ha prodotto la fotografia in copertina senza chiedermi altro. Gli strumenti non devono sempre emozionarmi quando li compro. Devono permettermi di fare fotografie quando li uso.
Un patrimonio ottico che non appartiene a un solo tempo
Il mio sistema Nikon non coincide con il catalogo Nikon del 2026. Sarebbe una definizione troppo povera. Comprende obiettivi costruiti dagli anni Sessanta a oggi, Nikkor che portano con sé epoche e idee diverse, ottiche autofocus che il mercato considera superate e che continuano a produrre immagini impossibili da confondere con quelle di qualunque zoom contemporaneo. Comprende il 105mm f/2.5, il 105mm f/2 DC, il 28mm f/1.4D e l’85mm f/1.4D; comprende i moderni Nikkor Z, dalla razionalità assoluta del 24-120mm f/4 S all’esuberanza del 50mm f/1.2 S, del Plena e dei grandi teleobiettivi.
Ma comprende anche Sigma, Tamron, Viltrox e tutto ciò che, con intelligenza e senza pregiudizi, può entrare nel sistema e aggiungergli una voce. Il Sigma 105mm f/1.4 Art non diventa meno importante perché non porta il marchio Nikkor. Un obiettivo nato per Sony E non perde dignità perché raggiunge una Nikon attraverso un adattatore. Il mio corredo non è un recinto difeso dalla purezza del sangue. È una famiglia allargata nella quale resta soltanto chi sa fare bene il proprio lavoro.
È questo il parco ottiche “mostruoso” al quale non intendo rinunciare con leggerezza: non la somma dei pezzi posseduti, ma la quantità di possibilità espressive che ciascuno di essi rappresenta. Ogni obiettivo importante mi propone un modo diverso di stare davanti al soggetto. Alcuni sono precisi, altri sensuali, altri ancora possiedono difetti che il progetto moderno cancellerebbe insieme al loro carattere. Non scelgo un 105mm, un 28mm o un 180mm perché devo coprire una focale. Lo scelgo perché so quale fotografia mi permetterà di fare.
Cambiare sistema non significherebbe soltanto sostituire un attacco con un altro. Significherebbe ricostruire questa geografia, decidere quali strade abbandonare e quali tentare di replicare. Potrei farlo. Ma finché Nikon mi consente di attraversare epoche diverse senza interrompere il discorso, non vedo perché dovrei distruggere una lingua che conosco per dimostrare a un consiglio di amministrazione che sono contrariato.
Non si cambia sistema per punire un’azienda. Si cambia quando il sistema impedisce di fare le fotografie che abbiamo in mente. Il mio, oggi, non me lo impedisce.
Dal 1983 non è trascorso soltanto del tempo
Nell’estate del 1983 comprai a Varese, da Soldano, il fratello di Gigi, la mia prima Nikon importante. Era una FA nera. Venivo dalla FM2, una macchina essenziale, quasi severa. La FA sembrava arrivare da un futuro nel quale Nikon poteva introdurre tecnologia senza rinunciare alla propria identità. Non sapevo che quarant’anni dopo avrei considerato ancora quell’acquisto come l’inizio di una storia.
Oggi possiedo due FA, una nera e una silver, e due Zf, ancora una nera e una silver. Non è una simmetria costruita per il gusto di mettere quattro macchine in fila. La Zf non è per me una decorazione rétro e non è la copia digitale della FM2 che tanti hanno voluto vedere. È molto più vicina alla FA: una fotocamera dall’aspetto tradizionale dentro la quale Nikon ha concentrato la tecnologia del proprio tempo. Tra quelle quattro macchine non vedo una citazione estetica. Vedo una parentela.
In quarantatré anni sono cambiati i supporti, gli innesti, i motori autofocus, i sensori, i mirini e perfino il rumore dello scatto. È cambiata Nikon e sono cambiato io. Ma non abbiamo ricominciato ogni volta da zero. Un gesto imparato con una macchina è passato alla successiva; un obiettivo è sopravvissuto al corpo per il quale era stato acquistato; un modo di esporre, mettere a fuoco o aspettare il momento è diventato istinto. Questa è la consanguineità che sento con l’ecosistema Nikon. Non è una caratteristica tecnica e non può essere trasferita con un aggiornamento firmware.
Dire che amo il marchio non significa amare l’azienda in ogni sua decisione. Un marchio non è il suo attuale consiglio di amministrazione, non è una trimestrale e non è una campagna cashback. È ciò che si deposita nella vita delle persone attraverso gli strumenti che hanno usato. La storia di Nikon appartiene a Nikon. La parte che è entrata nelle mie fotografie appartiene a me.
Per questo posso essere durissimo con l’azienda senza sentirmi incoerente. Anzi, lo sono proprio perché conosco ciò che Nikon è stata capace di fare. Chi non ha alcun legame può limitarsi a cambiare marchio e dimenticarsene. Chi ha attraversato quarantatré anni con Nikon ha il diritto di chiedere che non venga dissipato per inerzia un patrimonio costruito da generazioni di progettisti, fotografi e clienti.
La fedeltà non consiste nel tacere. Il silenzio, semmai, è indifferenza.
Dall’altra parte c’è Sony
Non parlo di Sony come di un nemico. Sarebbe infantile e, soprattutto, tecnicamente insostenibile. Sony ha costruito il sistema mirrorless più vasto, ha aperto il proprio innesto, ha favorito un ecosistema che oggi comprende quasi tutto ciò che un fotografo può desiderare e ha mantenuto una velocità industriale che Nikon non sembra più in grado di sostenere. Molti degli obiettivi più interessanti che uso o che vorrei usare nascono già con attacco Sony E. Attraverso gli adattatori sono entrati in casa mia e lavorano sulle mie Nikon. Il confine, ormai, è più sottile di quanto si voglia ammettere.
Ho già abbastanza materiale proveniente da quel mondo perché il passaggio non richieda un atto di fede. Basterebbe aggiungere il corpo giusto. Conosco i vantaggi, conosco le differenze e non avrei bisogno di raccontarmi che Sony “non fa fotografie” per giustificare la mia permanenza. Le fa, naturalmente, e le fa benissimo. Ho scritto che Sony non deve comprare Nikon: le basta acquisire i suoi clienti. Io potrei essere uno di quelli.
Non lo sono ancora per una ragione molto semplice: passare oggi a Sony risolverebbe la mia irritazione verso Nikon, non un mio problema fotografico.
Le Nikon che possiedo funzionano, mi assecondano e mi permettono di produrre le immagini che voglio. Le Pellicole digitali Nikonland hanno dato loro un linguaggio personale. La D6 e la Z9 mi offrono una fiducia che non ho necessità di rimettere in discussione. Gli obiettivi che ho scelto formano un patrimonio espressivo che continua a crescere anche oltre i confini del catalogo Nikkor. Cambiare per protesta sarebbe un gesto da consumatore offeso, non una decisione da fotografo.
Ma Nikon non dovrebbe trovare conforto in queste parole. Il fatto che io possa attraversare il confine con relativa facilità è precisamente il pericolo. Ogni nuovo obiettivo FE che uso su Nikon, ogni nuova funzione che osservo arrivare prima altrove, ogni mese trascorso senza una proposta convincente riduce la distanza. Non devo più vendere tutto e ricominciare. Devo soltanto decidere che è arrivato il momento.
Sony non mi spaventa. Mi infastidisce che Nikon continui a darmi ragioni per prenderla in considerazione.
Resto, ma non aspetto
Resto Nikon perché fotografare, per me, non è compilare una classifica. È il risultato di una relazione lunga tra occhio, mano, strumenti e memoria. In questa relazione Nikon continua a funzionare. Non come simbolo di superiorità e nemmeno come appartenenza da esibire, ma come ambiente nel quale riesco ancora a pensare direttamente per immagini.
Resto perché ho una storia, ma non vivo di storia. Resto per la FA del 1983 e per la Z9, per il 105mm f/2.5 e per gli obiettivi che ancora non esistono, per la D6 e per una Zr con un 24-105 che, senza alcuna pretesa, fanno ancora la fotografia giusta. Resto per ciò che Nikon ha costruito e per ciò che noi abbiamo saputo costruire usando Nikon.
Non resto per difendere le sue scelte scellerate. Non accetto che la prudenza venga usata come sinonimo di immobilità, che gli sconti sostituiscano le idee e che la fedeltà della base installata sia trattata come una rendita inesauribile. Non mi interessa ricevere un altro cashback su una macchina che avrei comunque comprato. Voglio vedere una direzione. Voglio prodotti capaci di attirare chi oggi non possiede Nikon, non soltanto varianti destinate a chi è già convinto. Voglio riconoscere nell’azienda la stessa volontà di superarsi che chiede ai fotografi nelle proprie campagne pubblicitarie.
Le nostre Nikon e i nostri Nikkor non smetteranno di funzionare perché Nikon perde quote di mercato. Ma un sistema non vive soltanto del presente. Vive delle persone che vi entreranno, degli obiettivi che gli indipendenti decideranno di produrre, delle idee che renderanno desiderabile il prossimo corpo e della fiducia che esisterà ancora qualcosa dopo. Se Nikon continuerà a proteggere l’esistente senza costruire il futuro, potremo usare felicemente ciò che possediamo mentre il sistema diventa progressivamente meno importante per tutti gli altri.
Quel giorno la storia personale non basterà più. Non perché sarà diventata meno vera, ma perché nessuna storia può obbligare un fotografo a rinunciare al futuro.
Io non resto perché Nikon lo meriti per diritto acquisito. Resto perché ciò che ho costruito intorno a Nikon continua a meritare la mia fiducia. Ma la fedeltà non è un obbligo che il cliente deve al marchio. È il marchio che deve continuare a meritare la scelta del cliente.
Nikon arretra. Io resto. Ma non resterò fermo ad aspettarla.

Il sorpasso di Fujifilm conta meno del modo in cui è avvenuto
In poche ore la notizia ha fatto il giro della stampa fotografica: Fujifilm sarebbe diventata il terzo produttore mondiale di fotocamere digitali, facendo scendere Nikon al quarto posto. I numeri arrivano dal Nikkei Industry Map 2027: Canon 45,7%, Sony 24,6%, Fujifilm 11,8%, Nikon 8,9%. Dietro, molto distanti, Panasonic, Ricoh e OM Digital Solutions.
La classifica è verosimile, ma non è un bilancio certificato. PetaPixel, PhotoRumors, FujiRumors e gli altri siti che l’hanno rilanciata non costituiscono conferme indipendenti: ripetono tutti la stessa tabella pubblicata da Digital Camera Life sulla base del volume Nikkei. Le cifre presentano differenze rispetto ai dati CIPA e, nel caso di Nikon, anche rispetto ai volumi dichiarati dalla società. Non sappiamo con sufficiente precisione quali prodotti siano compresi, come siano trattate le giacenze nei canali di vendita e quale sia il confine esatto tra spedito e venduto.
Non useremo quindi come fatto incontestabile l’affermazione secondo cui Nikon avrebbe venduto esattamente 80.000 fotocamere in meno nel 2025. Non ne abbiamo bisogno. Il quarto posto è plausibile e il sorpasso di Fujifilm è coerente con tutti gli altri indicatori disponibili. Ma soprattutto non è la causa del problema. È il risultato.
Il dato importante è un altro: nel 2025 il mercato mondiale delle fotocamere digitali è cresciuto. Secondo CIPA le spedizioni hanno raggiunto 9,44 milioni di unità, l’11,2% in più rispetto al 2024. Le compatte a ottica fissa sono cresciute del 29,6%, le mirrorless del 12,5%. Soltanto le reflex hanno continuato a cedere rapidamente. Canon ha aumentato sia la quota sia i volumi. Fujifilm ha aumentato in modo molto consistente entrambi. Persino Sony, pur perdendo quota, avrebbe venduto più fotocamere dell’anno precedente.
Nikon no. Nella migliore delle letture è rimasta ferma. Nella peggiore ha perso contemporaneamente pezzi, quota, fatturato e redditività. Quando il mercato si contraeva, Nikon poteva spiegare il proprio arretramento con il crollo generale della fotografia tradizionale, la transizione tardiva alla mirrorless, la pandemia, la carenza di componenti e l’abbandono delle reflex. Ora il mercato cresce e Nikon arretra ugualmente. Le attenuanti sono finite.

Otto anni di arretramento
Una fotografia annuale può deformare la realtà. Otto anni la rendono molto più difficile da eludere.
Nel 2018 Nikon disponeva ancora del 19,1% del mercato mondiale delle fotocamere digitali. Era seconda davanti a Sony e, nella serie Nikkei, vendeva circa 3,88 milioni di apparecchi. Nel 2019 la quota era già scesa al 18,6%. Nel 2020 precipitò al 13,7%, nel 2021 all’11,3%. Da allora Nikon ha oscillato attorno all’11-12%, senza recuperare realmente terreno, fino all’8,9% attribuito al 2025.
In otto anni Nikon ha perso più della metà del proprio peso relativo. Naturalmente il mercato del 2018 era molto più grande di quello attuale e una parte enorme della riduzione dei volumi riguarda tutta l’industria. Ma questa spiegazione vale soltanto fino al punto minimo del ciclo. Dal 2022 il mercato ha smesso di cadere e ha ricominciato a crescere. È qui che le traiettorie si separano.
Tra il 2022 e il 2025 Fujifilm passa, nella medesima serie, da circa 420.000 fotocamere a 1,16 milioni. Canon da 3,35 a 4,5 milioni. Nikon si muove da circa 840.000 a 880.000, dopo essere risalita temporaneamente a 960.000 nel 2024. Il mercato cambia composizione, riscopre le compatte, premia i corpi piccoli, i prodotti riconoscibili, le proposte destinate ai giovani e a chi vuole fotografare senza costruire un corredo professionale. Nikon resta concentrata quasi esclusivamente sul sistema Z e osserva una parte crescente della domanda passare altrove.
Si può obiettare che confrontare tutte le fotocamere digitali favorisca Fujifilm, Canon e Ricoh, più presenti nelle compatte. È vero. Ma non è una giustificazione per Nikon. È precisamente il problema. Il mercato non ha l’obbligo di crescere nei settori in cui Nikon ha deciso di restare. Se il pubblico torna a comprare fotocamere semplici, compatte e fortemente caratterizzate, non partecipare a quella domanda è una scelta industriale, non una fatalità statistica.
Nel frattempo Fujifilm ha superato Nikon senza nemmeno tentare di imitarla. Non ha costruito un catalogo centrato sul pieno formato, non ha inseguito la Z8 o la Z9 e non ha cercato di conquistare i professionisti dello sport. Ha occupato territori che Nikon ha lasciato scoperti: APS-C di fascia alta, compatte premium, medio formato relativamente accessibile, estetica riconoscibile, colore, immediatezza e appartenenza culturale. Nikon ha continuato a vendere soprattutto prestazioni. Fujifilm ha venduto anche desiderio.

Volumi comprati con il margine
I dati ufficiali Nikon sono, se possibile, più severi della classifica Nikkei.
Nell’esercizio chiuso il 31 marzo 2026 Nikon dichiara di avere portato le vendite di fotocamere a ottica intercambiabile da 850.000 a 910.000 unità. È un incremento del 7%. Se ci fermassimo a questo numero potremmo sostenere che Nikon non sia affatto immobile e che le stime di mercato la penalizzino. Ma nello stesso esercizio il fatturato Imaging scende da 295,3 a 290 miliardi di yen, l’utile operativo crolla da 41,3 a 16,7 miliardi e il margine passa dal 14% al 5,8%.
Più corpi, meno ricavi, quasi il 60% di utile in meno.
Nikon spiega il risultato con parole sufficientemente chiare: peggioramento del mix, riduzione del prezzo medio, effetti dei dazi, maggiori investimenti in ricerca, costi straordinari e aumento della spesa promozionale in un contesto competitivo più intenso. Le fotocamere che hanno sostenuto i volumi sono soprattutto Z5II, Z50II e ZR, cioè i prodotti della cosiddetta volume zone. Non le ammiraglie e nemmeno le ottiche più costose.
Nikon non pubblica quante fotocamere avrebbe venduto mantenendo i prezzi pieni. Il dato, però, consente una conclusione semplice: almeno una parte dei volumi è stata acquistata sacrificando margine. La scontistica non è più una misura occasionale per ripulire i magazzini o accompagnare il cambio di un modello. È diventata uno strumento strutturale per difendere una quota che continua comunque a ridursi.
Scontare può sostenere un trimestre. Non crea domanda nuova, non rende più attraente un sistema e non convince chi non aveva già intenzione di acquistare Nikon. Insegna piuttosto al cliente ad aspettare la prossima promozione, riduce il valore percepito del prodotto e sottrae risorse a sviluppo, comunicazione e distribuzione. È una politica difensiva che diventa progressivamente più costosa proprio mentre produce risultati sempre più modesti.
La perdita operativa consolidata di Nikon, pari a 112,4 miliardi di yen, deriva in grandissima parte dalle svalutazioni del disastro SLM nel Digital Manufacturing e non dal settore fotografico. Attribuirla alle fotocamere sarebbe scorretto. Ma per anni l’Imaging è stato il generatore di cassa affidabile con cui Nikon poteva compensare le debolezze degli altri settori. Con un margine ridotto al 5,8%, anche questa certezza è venuta meno.
Il primo trimestre dell’esercizio successivo non mostra alcuna inversione. Tra aprile e giugno 2026 Nikon vende 210.000 corpi contro i 270.000 dello stesso periodo precedente: meno 22%. Le ottiche scendono da 370.000 a 310.000. Il fatturato Imaging cala da 80 a 72,9 miliardi di yen e l’utile operativo da 11,1 a 8,1 miliardi. Nikon riduce la previsione annuale dei corpi da 900.000 a 850.000 e quella delle ottiche da 1,3 a 1,25 milioni. Abbassa inoltre la propria stima del mercato delle fotocamere a ottica intercambiabile da sette a 6,7 milioni di pezzi.
La contrazione della domanda cinese e l’esclusione delle fotocamere dagli incentivi locali sono problemi reali. Riguardano però anche gli altri produttori. Spiegano un trimestre debole; non spiegano otto anni di perdita di peso.
Fujifilm non cresce soltanto con Instax
Ridurre il sorpasso alle Instax sarebbe comodo ma sbagliato. I segmenti contabili di Nikon e Fujifilm non sono perfettamente confrontabili, tuttavia i dati Fujifilm distinguono chiaramente il Consumer Imaging, che comprende Instax, dal Professional Imaging, che comprende le fotocamere digitali X e GFX.
Nell’esercizio chiuso a marzo 2026 il fatturato Imaging di Fujifilm cresce da 542 a 627,1 miliardi di yen, più 15,7%. L’utile operativo sale da 139,2 a 160 miliardi, con un margine del 25,5%. Il Consumer Imaging cresce del 12,2%. Il Professional Imaging cresce del 21,1%, da 214 a 259,2 miliardi di yen.
Quindi sì, Instax conta. Ma le X e le GFX crescono ancora più rapidamente.
Fujifilm non dispone di una tecnologia segreta che Nikon non possa eguagliare. Dispone di una lettura più lucida del mercato. Ha costruito famiglie di prodotto diverse tra loro, ma immediatamente identificabili. X100VI, X-M5, X-E5, X-T30 III e GFX non sono semplicemente contenitori di specifiche. Hanno una ragione per esistere, un pubblico riconoscibile e un carattere che non dipende da uno sconto di fine mese.
Nikon dispone di fotocamere tecnicamente eccellenti e di uno dei migliori cataloghi di obiettivi esistenti. Questo non è in discussione. Z8, Z9, Zf, Z6III, Z5II, Z50II e ZR sono prodotti validi, in alcuni casi straordinari. Ma un catalogo può essere tecnicamente forte e commercialmente immobile. Quasi tutta l’offerta Nikon deriva dalla stessa piattaforma concettuale: corpi Z tradizionali, differenziati per formato, velocità, video e prezzo. La Zf ha dimostrato che il marchio possiede ancora una forza storica ed emotiva enorme. Nikon non ha costruito attorno a quel successo una famiglia, un linguaggio o una strategia. Ha aggiunto una variante silver.
La ZR è il primo risultato concreto dell’acquisizione di RED ed è probabilmente il prodotto Nikon più originale degli ultimi anni. Ma parla principalmente a un pubblico video e cinematografico. Non colma il vuoto nell’APS-C evoluto, non crea una compatta premium, non porta nuovi fotografi dentro il sistema e non risponde alla domanda di apparecchi più semplici, piccoli e personali. È una buona idea isolata, non ancora una politica industriale.
L’immobilità è una scelta
Dire che Nikon è immobile non significa sostenere che non presenti nulla. Significa che reagisce quasi sempre all’interno di categorie già definite da altri o da se stessa molti anni prima. Migliora l’autofocus, trasferisce funzioni della Z9 verso il basso, aggiorna processore e sensore, amplia un catalogo di obiettivi ormai maturo. Fa bene il lavoro dell’ingegnere. Manca il lavoro di chi deve decidere perché una persona che oggi non possiede una Nikon dovrebbe desiderarne una domani.
Non sappiamo se esistano fotocamere non annunciate rinviate. I documenti finanziari citati dalla stampa parlano di vendite posticipate in altri settori del gruppo, non di nuovi prodotti Imaging. Sarebbe scorretto trasformare il silenzio in un ritardo ufficiale. Ma il silenzio resta. E nel mercato il tempo non occupato da Nikon viene occupato da qualcun altro.
Canon presidia contemporaneamente reflex residue, mirrorless, fascia d’ingresso e compatte. Sony possiede una gamma vastissima, rinnova rapidamente i corpi e beneficia di un ecosistema ottico aperto. Fujifilm ha trasformato il limite dell’assenza del pieno formato in un’identità. Ricoh, con una struttura infinitamente più piccola, ha fatto della GR un oggetto di culto. Nikon continua a comportarsi come se la qualità tecnica del sistema Z fosse sufficiente a garantire una posizione che la storia le avrebbe assegnato per diritto.
Non lo è.
La base installata invecchia. I clienti più fedeli continuano a comprare ottiche e a sostituire i corpi, soprattutto quando il prezzo diventa conveniente. Ma una base fedele non cresce automaticamente e non dura per sempre. Ogni fotografo che entra oggi con Sony, Canon o Fujifilm acquisterà domani obiettivi, accessori e un secondo corpo dello stesso sistema. È il motivo per cui la perdita di quota attuale vale più del mancato ricavo di un singolo esercizio: sottrae clienti futuri.
Nikon oggi offre molte ottime ragioni per restare Nikonisti. Offre troppo poche ragioni nuove per diventarlo.

Le nostre Nikon continueranno a funzionare. Il problema è il futuro.
La strategia miope di Nikon non farà smettere di funzionare le nostre fotocamere e non renderà meno eccellenti i nostri Nikkor. Il problema non è ciò che possediamo, ma ciò che verrà. Se Nikon non correggerà la rotta con prodotti, idee e investimenti concreti e convincenti, a medio termine potremmo trovarci davanti a una scelta sgradevole: continuare a investire in un sistema avviato verso l’irrilevanza oppure passare al marchio che sta conquistando i clienti che Nikon non riesce più ad attrarre. Oggi quel marchio ha soprattutto un nome: Sony.

Meno quota, meno interesse per l’attacco Z
La perdita di quota non si misura soltanto nelle fotocamere vendute. Per un produttore indipendente, sostenere un nuovo innesto significa affrontare licenze, sviluppo, collaudi, aggiornamenti firmware, magazzino e assistenza. Se il bacino Nikon Z cresce meno degli altri, Nikon scende inevitabilmente nell’ordine delle priorità: prima arriverà la versione Sony E, poi — forse — quella Z. Alcuni prodotti potrebbero non arrivare affatto.
La controversia con Viltrox aggiunge ulteriore incertezza. Qualunque ne sia l’esito, Nikon ha chiarito che l’accesso al proprio innesto non sarà lasciato senza condizioni. Difendere la proprietà industriale è legittimo. Farlo mentre la quota di mercato si riduce può però rendere lo Z meno conveniente proprio per le aziende che potrebbero ampliarne l’offerta.
È un circolo vizioso: meno utenti attirano meno obiettivi; meno obiettivi rendono più difficile attirare nuovi utenti.
Il tempo delle attenuanti è finito
Il quarto posto non condanna Nikon e il terzo posto non trasforma Fujifilm in un’azienda invincibile. Le quote possono cambiare, le metodologie possono essere corrette e una nuova generazione di prodotti può modificare rapidamente gli equilibri. Ma il quadro attuale non nasce da una singola statistica. Nasce dalla convergenza tra otto anni di perdita di quota, una ripresa del mercato non intercettata, un utile Imaging ridotto di quasi il 60%, un prezzo medio in discesa, maggiori promozioni, l’ultima trimestrale in regressione e previsioni nuovamente tagliate.
Non è necessario annunciare la fine di Nikon. Sarebbe sensazionalismo e, oggi, sarebbe falso. Nikon dispone ancora di tecnologia, reputazione, liquidità, brevetti, una rete mondiale e milioni di clienti. Il problema è più ordinario e proprio per questo più difficile da correggere: si sta restringendo mentre altri crescono. Sta proteggendo l’esistente invece di costruire il prossimo mercato. Sta utilizzando il prezzo per compensare ciò che non riesce più a generare con l’iniziativa.
Continuare a produrre ottime fotocamere non basta se sempre meno persone decidono di comprarle. Continuare a servire bene i Nikonisti non basta se il numero dei Nikonisti diminuisce. Continuare a chiamare prudenza una strategia puramente difensiva non ne cambia il risultato.
Il mercato cresce. Nikon arretra. Non serve un titolo più drammatico. Basta questo.
Fonti documentali essenziali
Nikkei Industry Map 2027, dati ripresi da Digital Camera Life
CIPA, spedizioni mondiali di fotocamere digitali 2025
Nikon, risultati dell’esercizio chiuso il 31 marzo 2026
Nikon, primo trimestre dell’esercizio chiuso il 31 marzo 2027
Fujifilm, risultati dell’esercizio chiuso il 31 marzo 2026

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