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    Capovaccaio : l’ avvoltoio sapiente che tira le pietre

    Testo e foto di Jorgos Hatziangelidis (c) 2023 - per Nikonland

     

    1987.  L’ avvoltoio sapiente che tira le pietre.

    “Angelo, vieni subito per favore , e’ successo un pasticcio”. 
    1987, Spagna, Estremadura. La voce nella radio da campo era di Marco Pavese che invitava Angelo Gandolfi al capanno. Erano trascorsi sette giorni di appostamenti senza esito. Il capovaccaio, l’avvoltoio egizio, si era visto solo da lontano sorvolare il posto ma non si era mai posato sul terreno. I due amici erano partiti alla fine di maggio di quell’ anno verso l’ Estremadura, dove i capovaccai nidificavano in quel periodo.

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    Sei mesi dopo sfogliavo le pagine dell’ articolo sulla rivista Airone che compravo immancabilmente in quel periodo quando studente all’universita’ di Venezia. ‘’L’avvoltoio che tira le pietre’’ figurava sulla copertina del numero 79 e aveva colpito pure me. Le foto di Angelo e Marco mi avevano stregato. Nella mia testa cercavo di ricostruire la scena e viverla di persona: L’avvoltoio che tira le pietre.
    Infatti gli esemplari di Neophron percnopterus, nome scientifico del Capovaccaio, in particolare quelli presenti in Africa, sono noti per l'utilizzo di pietre come utensili. Quando un capovaccaio individua un uovo di grandi dimensioni, per esempio come quello di uno struzzo, si avvicina ad esso tenendo un grosso sasso nel becco e poi lancia la pietra, facendo oscillare il collo sopra l'uovo. L'operazione viene ripetuta fino a quando l'uovo non si rompe.
    Per tale scopo prediligono sassi arrotondati. Questo comportamento, venne riportato per la prima volta da Jane Goodall nel 1966 nella rivista Nature. Tale abilità e’ innata, non appresa da altri uccelli, e viene messa in atto ogni qualvolta gli uccelli associano uova al cibo e hanno a disposizione dei ciottoli.
    Tornando all’ avventura etologica-fotografica di Pavese e Gandolfi, nel 1987, in Europa era impossibile trovare l’uovo di struzzo commestibile. I due avevano deciso di costruire uova finte. Partirono avendo con loro sei uova di gesso. Purtroppo quattro si ruppero durante il viaggio a causa di un banale incidente. Una volta arrivati sul posto riempirono uno dei gusci ancora intatti con il contenuto di ben diciotto uova di gallina e si appostarono presso la carogna di una pecora, che aveva la funzione di attirare gli avvoltoi presenti nelle vicinanze. Per cinque giorni non accadde nulla, poi nelle notti successive due uova sparirono depredate da una volpe. Angelo decise di prendersi una vacanza esplorando I dintorni. Marco invece volle insistere da solo. Incollo’ pazientemente i frammenti di un uovo rotto lasciandolo vuoto per evitare tentazioni di furto. Tale espediente fu causa del ‘’pasticcio’’ accaduto in quella famosa mattina. Quando Angelo arrivo’ al nascodiglio Marco gli racconto’ il deludente esito della visita dell’avvoltoio. Decisero subito di ritentare. Incollarono nuovamente il guscio di gesso e sacrificarono il loro pranzo riempendo il finto uovo con tre etti di prosciutto crudo e yogurt all’ ananas. Da li’ in poi assisterono nei giorni successivi alla ripetuta visita di una coppia di capovaccai, con la femmina che invitava il maschio a compiere Il suo dovere di marito generoso che offre la cena. Nasce cosi l’ articolo pubblicato sulla rivista.

    2023.  Si riprova l’ esperimento.

    Maggio, 2023, Nord della Grecia. La nostra macchina entra in una strada sterrata nella campagnia sperduta fuori dal paese Pentapoli di Serres. Babis Giritziotis, mio compagno di avventure ed io, eravamo partiti da Salonicco con destinazione Madzharovo in Bulgaria. Dopo aver raccontato l’ avventura dei due italiani al mio amico e sapendo che nella localita’ Bulgara ogni anno nidificano almeno due coppie di capovaccai, abbiamo deciso di riprovare l’esperimento.  Eravamo gia’ in ritardo per il nostro viaggio ma dovevamo recuperare il cibo speciale per i nostri amici avvoltoi. Avevamo un appuntamento in un allevamento locale di struzzi. Il proprietario si e’ dimostrato molto curioso quando ha saputo che fine avrebbero fatto le quattro uova fresche che aveva appena confezionato per noi.  Siamo ripartiti, 308 km ci separavano dalla cittadina bulgara che ospita la Rewilder Rhodopes Foundation. 
    Essendo in contatto con Marin Kurtev, membro onorario-fondatore dell’ associazione e gestore del capanno per l’ avvistamento degli avvoltoi, eravamo stati informati da tempo dell’ arrivo di due coppie di capovaccai. L’ avvoltoio egizio è monogamo e nidifica ogni anno nella stessa cavità, grotta o cengia rocciosa. ‘E l'unica delle quattro specie di avvoltoio in Europa che osa fare un viaggio così pericoloso! Gli uccelli che vengono in Grecia e in Bulgaria di solito trascorrono l'inverno in Ciad o in Sudan. Da lì percorrono in media 5.000 km, attraversando almeno 7 o 8 Paesi (Ciad, Sudan, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Siria, Turchia), alcuni dei quali dilaniati dalla guerra, attraversando deserti, grandi città e il mare per raggiungere la cengia preferita, dove si trova il loro nido.
    La sera tardi arrivammo a destinazione. La mattina successiva, molto presto, ancora col buio, entriamo nel nostro nascodiglio. Marin ci ha spiegato che la postazione del capanno in questo periodo primaverile viene visitata da tante specie di volatili e non. Oltre ai capovaccai, che si sono fatti presenti il giorno precedente, ci sono i grifoni, l’ aquila reale, l’ avvoltoio monaco e forse anche il lupo. Prima di entrare nel capanno Babis posiziona due delle quattro uova a una distanza di una quindicina di metri dalla nostra postazione. Fa in modo che le grosse uova si vedano bene e si assicura che sul posto tra l’ erba si possano trovare anche dei sassi. La macchina di Marin riparte e noi rimaniamo nel buio a preparare la nostra attrezzatura.
     

    Qualcosa va storto.

    La prima luce del giorno spunta fiacca e illumina lo scenario davanti a noi. Siamo ansiosi di veder realizzato il nostro progetto. Intanto speriamo nell’ incontro ravvicinato con il mitico uccello sacro all'epoca delle piramidi, utilizzato simbolicamente nei geroglifici. 
    Da esperienze precedenti sul posto sappiamo che i primi ad arrivare sono i grifoni. Questi uccelli sono molto ansiosi e molto sospettosi. Di solito stanno ad una distanza di una ventina di metri dal capanno e non si avvicinano di piu’. Se loro avvertono un pericolo e scappano, suscitano un allarme generale. In questo caso sara’ difficile che durante il giorno arrivino altri avvoltoi o rapaci.
    E’ passata quasi mezz’ ora dallo spuntar del sole. Babis era distratto a preparare un po’ di caffe’, quando si sente l’arrivo di grossi uccelli. Io che facevo da guardia lo avverto sotto voce. I primi quattro grifoni erano atterrati davanti a noi alla distanza di una ventina di metri piu’ o meno. Mentre altri sorvolano sopra il capanno e un po’ alla volta atterrano anche loro. In  un quarto d’ ora sono arrivati piu’ di una ventina di esemplari. Noi potevamo solo assistere al momento, stringendo le macchine fotografiche ma immobili e senza poter muovere i nostri obiettivi che spuntavano fuori dal capanno. Cominciamo a scattare in modalita’ silenziosa. I grifoni si prestano a farsi fotografare con i loro movimenti goffi. In quel momento di silenzio assoluto all’ interno del capanno sentiamo i passi saltellanti di un uccello sul nostro tetto, non diamo retta e continuiamo a scattare. All’ improvviso appare alla nostra destra e a soli quattro metri dalle nostre finestre un uccello un po’ piu’ grande di una gallina. Era lui, il capovaccaio in persona. Guardava verso di noi incuriosito dai nostri ‘’tubi’’ che fuoriuscivano dalle finestre. Potevamo solo osservarlo senza poter muovere i nostri obiettivi per riprenderlo. I grifoni avrebbero subito avvertito pericolo e sarebbero scappati via. Fa due passi curiosando senza dimostrare paura. Sono rimasto colpito, dimostrava intelligenza e sicurezza. Noi impotenti a fotografarlo abbiamo assistito al suo improvviso involo una decina di metri piu’ in la’ verso una delle due uova. Non abbiamo avuto neanche il tempo per realizzare cio’ che stava accadendo sotto i nostri occhi quando il capovaccaio solleva dal terreno un sasso e comincia a fare le prove di tiro. Una, due, tre, quattro volte. Tutte senza prendere di mira l’ uovo ma esercitandosi facendo prove di tiro. Io e Babis ci siamo guardati con grande sodisfazione, il nostro progetto di osservare di persona questo comportamento dell’ avvoltoio egizio si realizzava davanti a noi. Quasi stregati dall’ evoluzione dei fatti, assistiamo ai primi tentativi di rottura dell’ uovo di struzzo. La luce e’ buona, il nostro soggetto in piena azione si esibiva e faceva quello che noi speravamo tanto ma i nostri obiettivi, fissati su cavalletti, puntavano dalla parte opposta, verso i grifoni. Cominciamo a muovere i nostri tele  con spostamenti micrometrici. Per compiere una rotazione di piu’ o meno  100 gradi ci mettiamo una eternita’ di 40-50 secondi. Il capovaccaio nel frattempo aveva gia colpito piu’ volte l’ uovo di struzzo che si dimostrava molto resistente. Al quarto-quinto tentativo riesce a romperlo e comincia a gustare il suo pasto. Avendo perso fotograficamente quasi del tutto la scena, assistevamo con interesse agli avvenimenti sperando che in un secondo tempo il nostro protagonista o un altro suo simile avrebbe tentato di rompere il secondo uovo.

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    Gli amici del banchetto e la guest star.

    Nel frattempo i grifoni hanno cominciato ad essere piu’ vispi e meno sospettosi. Cualquno ha dimostrato interesse per i pezzi di carogne sparsi in luogo da Marin la mattina presto. Il capovaccaio ora figurava contento e sazio del suo pranzo e non si avvicinava piu’ alle uova.
    Il tempo passava. Altri rapaci cominciano ad arrivare. In alto, in cielo una coppia di cornacchie grigie infastidivano un nibbio bruno che cercava di atterrare ma esse non gli lasciavano spazio e lo cacciavano via. Le evoluzioni dgli uccelli erano magnifiche, piene di dinamismo e dimostrazione delle proprie capacita’, proprio delle vere battaglie aeree, uno spettacolo. Il capovaccaio continuava a pascolare tranquillo nel prato quando dal niente arriva, con il suo volo maestoso, un’ aquila reale adulta e atterra vicino ai grifoni.  Le ore passano e scene interessanti si alternano con diversi protagonisti. Non per ultimo fa la sua comparsa anche l’avvoltoio Monaco. Il nibbio dopo tante evoluzioni e’ finalmente riuscito ad appolaiarsi su un ramo secco. Le cornacchie curiose dell’ uovo sono le uniche che hanno provato ad assaggiare il suo contenuto, tutte le altre specie non hanno dimostrato alcun interesse. Ormai e’ pomeriggio avanzato, il capovaccaio va e viene. Si tratta sempre dello stesso individuo anche se abbiamo notato un secondo esemplare svolazzare nel cielo. Una seconda aquila, un po’ piu’ giovane questa volta, si presenta e si ciba della carogna di una pecora cercando adirittura di portarsela via intera ma non ce la fa.  II gruppo di grifoni, diminuito di numero, sta sempre la’ ad assistere alle scene messe in atto dalle varie specie. La luce ormai comincia a calare. All’ improvviso un movimento insolito nel gruppo degli avvoltoi lascia lo spazio libero attorno ad una delle carogne. Un nuovo arrivato fa la sua comparsa tra il gruppo. Questa volta non si tratta di un uccello ma di un animale a quattro zampe, lo sciacallo. I raggi del sole ormai sono di una tonalita’ bella calda e accarezzano la pelliccia della improvvisa guest star. Un incontro che ci ha regalato bellissime immagini completando cosi le occasioni offerte dalla prima giornata. Il secondo uovo pero’ stava ancora la’ intatto, il capovaccaio non ha voluto regalarci una seconda chance come tanto speravamo.

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    Un inaspettato lieto fine.

    All’ alba del giorno dopo abbiamo ripreso le nostre postazioni, come al solito, riposizionando nel campo due uova intere, rinnovando in questa maniera le nostre speranze di riprendere la scena fatidica. Questa volta i nostri teleobiettivi puntavano direttamente verso le due uova aspettando i capovaccai. Come al solito, i primi ad arrivare sono i grifoni, le cornacchie sono anche loro presenti a disturbare un po’ tutti. Nel cielo sorvolano ben tre esemplari di capovaccai. Due di loro atterrano e cominciano a saltellare e svolazzare bassi qua e la’. Eccolo uno, e’ il nostro amico del giorno precedente. Le uova stanno la’, intatte.
    La mattinata ci regala scatti interessanti ma niente di eccezionale e particolare. Verso mezzogiorno il tempo diventa nuvoloso e un leggero vento, che accarezza l’erba alta, spazza via anche le nostre speranze. Ormai e’ pomeriggio, le ore che ci rimangono di questo secondo e ultimo giorno sono poche. Ma la natura e’ la’ fuori, viva, a far muovere i nostri inconsapevoli attori dentro una scena che diventa quasi drammatica e fa intrecciare i loro passi e i loro movimenti con il nostro destino  di fotografi. Le spighe dell’ erba alta danzano seguendo la melodia di una canzone che non si sente. Il gruppo di grifoni conta pochi esemplari che stanno la’ come spettatori. Due capovaccai si intrufolano tra l’erba, giocando con noi un nascondino interessante come se sapessero che cosi’ diventano i protagonisti assoluti della scena. La luce anche se diffusa diventa calda. L’adrenalina fotografica sale. Cerco le inquadrature migliori dei miei soggetti. All’ improviso il capovaccaio veste il suo aspetto sacro. Anche se piccolo di taglia con l’ aria tra il piumaggio si gonfia. La criniera attorno al collo gli offre imponenza e diventa maestoso come un leone alato. Apre le ali come per equilibrare contro il vento e diventa divino ed imperiale. Questa volta non perdo la scena e la mia Z9 registra con maniacale precisione l’evolversi dei fatti. Con l’occhio nel mirino cerco il secondo capovaccaio. La natura scherza di brutto con noi. Sempre attraverso il mirino scopro la presenza di un altro rapace che pascola nel prato, probabilmente e’ arrivato senza che noi ce ne accorgessimo essendo impegnati a scattare. Un bellissimo esemplare di aquila di mare, Haliaeëtus albicilla, si muove tra l’ erba alta e il gruppo di grifoni cercando cibo. Passano parecchi minuti nei quali ci vengono offerte scene interessanti e scatti  che segnano la nostra memoria. 

     

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    L’ attivita’ cala, i grifoni ripartono uno alla volta, lo stesso fanno anche i capovaccai. Un’aquila crhysaëtos ci regala un passaggio furtivo di qualche minuto. Messaggiamo con Marin e ci informa che sarebbe venuto a prenderci dopo un’ora. Ormai sono le 18:40 e la luce comincia a calare. Guardo le due uova che giacciono ancora intatte di fronte a noi. Il nostro progetto di ripetere l’ esperimento di Angelo e Marco e’ andato in porto con successo ma non documentato con altrettanto successo. Cominciamo un po’ alla volta a raccogliere e mettere via il nostro materiale sparso all’ interno del capanno, mantenendo pero’ fino all’ultimo una fotocamera sul cavalletto. Ci distraiamo a rivedere sullo schermo delle nostre fotocamere alcuni momenti interessanti della giornata. Marin dovrebbe arrivare fra mezz’ ora piu’ o meno.  Guardo fuori, il vento si e’ calmato. Di colpo, quasi a spaventarci, arriva dal nulla il capovaccaio. E’ sempre lui, l’esemplare del giorno precedente. Capisce che siamo ancora la’, guarda i nostri obiettivi che scrutano i suoi passi, si avvicina e poi si allontana. All’ improvviso invola un po’ piu in la’ verso una delle due uova. Io e Babis ci guardiamo senza poter credere ai nostri occhi. Il nostro amico alato comincia a scegliere sassi e a fare le prove di tiro. informiamo Marin del fatto e gli chiediamo di non avvicinarsi senza il nostro consenso. E’ il momento che tanto desideravamo. L’ avvoltoio sacro e’ stato veramente generoso con noi ed ha voluto regalarci questi momenti proprio all’ ultimo istante, come un vero amico . Vivere questa esperienza e’ stato al limite del commovente.

     

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    User Feedback

    Recommended Comments

    • Administrator

    @Jorgos

    Jorgos è stato così gentile da regalarci questo suo articolo per la pubblicazione a stampa sul numero 11 di Nikonland Magazine.
    Ma nell'attesa, ci è sembrato giusto renderlo pubblico già qui sul sito, a vantaggio di tutti gli iscritti.

    Non è solo un pezzo di autobiografia che prende l'avvio addirittura dal 1979 ma è una esperienza viva, appassionata, palpitante, testimoniata per noi in questo articolo che, probabilmente, ma forse ce lo confermerà lui nei commenti, si é potuta concretizzare solo oggi grazie anche agli straordinari strumenti fotografici che ci mette a disposizione Nikon.

    Da parte nostra lo ringraziamo per il contributo a Nikonland, confidando non sia l'ultimo e che non ci faccia aspettare altri 44 anni prima di proporci una nuova esperienza.

    Cogliamo infine l'occasione per ricordare a tutti - foto/naturalisti e non - che le nostre pagine redazionali sono aperte ad ogni proposta di articolo che vorrete immaginare e che pensiate possa arricchire il nostro sito a vantaggio esclusivo dei nostri lettori.
    Testo e foto, anche solo in via preliminare per una valutazione condivisa, possono essere inoltrati, senza alcun impegno reciproco, in ogni momento, alla nostra mail di redazione : magazine@nikonland.it

    Ma c'è un intero Club Redazionale dove parlarne per chiarirsi dei dubbi (qui)

    L'Admin di Nikonland

     

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    • Nikonlander

    Bellissimo racconto di un'esperienza e di un'emozione unica che hai raccontato in maniera magistrale. Sono stato letteralmente incollato alle parole. Le foto completano molto bene ciò che hai descritto. 

    Bravissimo ma soprattutto grazie.

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    • Nikonlander Veterano

    Esperienza pazzesca, racconto emozionante, foto superlative... WOW!
    Quella del capovaccaio in modalità "maestoso come un leone alato" è da commuoversi dalla bellezza. :cuoricini:

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    • Administrator

    Sono stato uno dei primissimi a mettere una coppa a Jorgos dopo aver bevuto d'un fiato la sua novella Hemingway-ana.

    Bellissime le foto tutte, anche degli altri attori e comparse intorno agli avvoltoi: ma mi manca una sequenza della scena madre: quella della rottura dell' uovo, di cui vedo solo due foto (una con uovo intero e l' altra con l' uovo già rotto)

    Sono certo che tra i due fotografi ci siano anche le fasi intermedie della sequenza: secondo me aggiungerebbero compiutezza al lavoro.

    Il fatto di avere due Z9 in azione sugli stessi soggetti mi mette anche nella aspettativa che insieme alle foto, la seconda camera possa girare un video della scena tanto auspicata: cosa che nel 1979 Gandolfi e Pavese, poveretti, non potevano neppure immaginare nello spazio di una fotocamera a pellicola...

    Sono troppo esigente?

    :x

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    • Nikonlander

    Grazie a tutti quanti dei vostri commenti e delle vostre belle parole.

    Sono molto contento del fatto che sono riuscito a trasmettere anche con il mio racconto le emozioni vissute di questa esperienza.

    Grazie a Mauro per la pubblicazione sul sito anche se mi sarebbe piaciuto vedere l'articolo stampato e pubblicato sul Nikonland Magazine.

    A piu' tardi per il resto.

    Edited by Jorgos
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    • Administrator
    17 minuti fa, Jorgos ha scritto:

    Grazie a Mauro per la pubblicazione sul sito anche se mi sarebbe piaciuto vedere l'articolo stampato e pubblicato sul Nikonland Magazine.

    Prossimamente. Il numero 11 di Nikonland Magazine è in corso di editing.
    Questa è un'anteprima.

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    • Nikonlander Veterano

    Solo complimenti per le foto, lo scritto e, ma direi soprattutto, per l'esperienza cercata, organizzata e vissuta.
    E grazie di averla condivisa.

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    • Nikonlander

    Magnifiche immagini, grazie anche del racconto sul campo. Riguardo all'esperienza di Angelo Gandolfi è un bel tuffo nel passato, quando lo seguivo nella sua rubrica su "Fotografare" e del quale ho potuto vedere le foto su "Airone" a cui ero abbonato. Grazie.

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    • Nikonlander Veterano

    complimenti per il foto-racconto delle vostre esperienze su questi maestosi avvoltoio con la dedizione e pazienza che viene ripagata ampiamente come evince dalle vostre foto

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