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About This Club

Musica classica ed ascolti di qualità.
  1. What's new in this club
  2. Memories, how they fade so fast Look back, that is no escape Tied down, now you see too late Lovers, they will never wait I am a camera Take heart, I could never let you go And you, always let the feeling show Love us all, how you never broke your heart You lose them If you feel the feeling start I am a camera, camera, camera And you, may find time will blind you This to just remind you All is meant to be There, by the waterside Here, where the lens is wide You and me By the sea Taken in tranquility Taken, taken so easily To pass into glass reality Transform, to transfer, to energy Taken, taken, so easily To pass into glass reality Transformer, transferring energy Trevor Horn e Stewe Howe, 1980 (Yes, Drama) In tema con le cose di Nikonland, non è vero ?
  3. Non un nome famoso...E' una dottoressa Inglese, molto Amica di mia moglie, con la passione della Fotografia, come suo marito ed anche per la Musica Jazz e Classica. Il bambino della foto è il loro figlio qualche anno fa, si chiama Miles (la loro Figlia si chiama Ella vi lascio immaginare perchè). Lei è una discreta fotografa, non sapeva che una sua foto era stata usata per una copertina. Probabilmente l'ha venduta a qualche Agenzia e poi loro l'hanno usata in quel modo.
  4. Paragone tirato per i capelli ma ieri, dopo aver letto i commenti a questo articolo mi è venuto in mente Charles Ives. Di una generazione e un pezzo più vecchio di Britten e altrettanto dotato come studente e come musicista. Fine orchestratore e conoscitore degli strumenti sia solistici che strutturati in orchestra, come ha ampiamente dimostrato nelle sue pagine orchestrali. Ma ragazzo ribelle e, soprattutto, compositore per hobby dato che i soldi veri li ha accumulati facendo l'assicuratore ed investendo a Wall Street. Per questo dopo gli inizi post-brahmsiani ha potuto scrivere esclusivamente per se stesso, in modo quasi totalmente atonale. Con il risultato che la sua musica è quasi sempre inascoltabile, salvo a sprazzi, in cui si intuisce quanto grande sarebbe potuto essere. Se si fosse mantenuto su un solco più frequentabile dai normali ascoltatori. Non dico come il suo coetaneo Rachmaninoff ma almeno tipo Prokofiev le sonate per violino e pianoforte - qui registrate per DG da Hilary & Valentina - sono degli anni 1913-1917, quando Frank Bridge e Rebecca Clarke componevano le loro splendide sonate per violoncello/viola e pianoforte. Eppure passano da momenti gustosi ad altri in cui non si capisce se uno strumento ascolta cosa sta suonando l'altro. stessa "trippa" per le sinfonie. La seconda (1902) sembra una riscrittura della 5a di Schubert o della 2a di Brahms - per me molto interessante - e poi ce ne andiamo con la 4a del 1916 che é cacofonia pura. Provate ad ascoltarle qui per le baton di Gustavo, sempre per DG. Resta The unanswered question di cosa avrebbe potuto scrivere se gli fosse piaciuto farsi ascoltare ...
  5. Capisco che non c'entra niente, mi scuserete spero, ma conosco chi ha fatto la foto di Copertina al Numero 6 del Disco Chandos...Abbiamo una foto uguale nella vetrina in Cucina, (era di un suo Biglietto di Auguri).
  6. Ti consiglio di vedere, se non lo hai già fatto, Moonrise kingdom di Wes Anderson. Fatta la tara allo stile calligrafico (ma divertente!) dell'autore, il film è una dichirazione d'amore alla musica di Britten. Se non ricordo male ci sono delle parti in cui viene messa in scena l'opera breve L'Arca di Noè (Noye's Fludde).
  7. Grazie, Mauro, apprezzo molto. Con Britten ho un rapporto un po' di amore e odio, alcune cose mi piacciono moltissimo, altre mi ammorbano, ma è un autore che non sono mai riuscito ad approndire più di tanto. Chi conosce la sua musica operistica sostiene che lì sia la parte migliore del suo catalogo.
  8. Può non piacere ed è certo un repertorio - salottiero ma non galante - lontano dal gusto odierno ma ... è letteralmente da bocca aperta, sin dal primo ascolto (almeno per me).
  9. Harpa Romana - arie e cantate dei virtuosi del XVII secolo - Riccardo Pisani/La Smisuranza Arcana, 19 aprile 2024, formato 96/24 *** Gli inizi del '600 segnano un periodo d'oro irripetibile per la musica di corte a Roma. I principi-vescovi mecenati, spesso in contatto con Parigi, forniscono l'occasione per un fiorire di virtuosi, compositori, operisti, cantori, solisti che si protrarrà fino agli inizi del secolo successivo quando ne beneficerà anche il giovane Handel. In questo disco abbiamo una performance che non esito a definire eccezionale da parte del tenore Riccardo Pisani, formatosi proprio come cantore pontificio ed oggi specializzato nel repertorio barocco e tardo-rinascimentale. La Smisuranza è un ensemble di tre arpiste (Chiara Granata, Marta Graziolino ed Elena Spotti) che suonano strumenti doppi, copie moderne della famosa arpa Barberini del 1633, celebre per il suo timbro chiarissimo Smisuranza è un neologismo che fa riferimento alla liberalità fantasiosa d'estro interpretativo. Il programma prevede brani di anonimi e di celebri musicisti vissuti a cavallo di '500 e '600, protagonisti della scena artistica romana, tra cui i più celebri sono certo Orazio Michi e Giovan Carlo Rossi (fratello di Luigi). Non manca una toccata per spinetta o liuto, qui portata ad arpa, di Girolamo Frescobaldi, in quel tempo titolare organista prima in Santa Maria in Trastevere e poi nella Cappella Giulia in Vaticano. Ma in fondo non ce n'era bisogno, le altre firme sono di veri virtuosi dell'arpa che musicano canzoni d'amore, liete e leggera. Possiamo immaginare l'evoluzione della musica sempre con lo scopo di intrattenere i principi, dalla semplice rima fino alla cantata profana. Espressività e virtuosismo, con strutture a due e tre voci, con basso melodia e basso. Siamo comunque ai confini con il teatro che in quegli anni si andava creando e che, nella forma italiana, romana e veneta, avrebbe "colonizzato" l'Europa per secoli nello stile del "bel canto" ornato. L'arpa era uno strumento antico, già in mano alle divinità greche e romane che vive in questo periodo un processo di ringiovanimento che si spegnerà circa un secolo dopo con l'affermarsi dello strumento demoniaco da sonare alla spalla (il violino). Difficile da trasportare e che richiede studio lungo ed approfondito e virtuosismo delicato, l'arpa si lega all'opulenza di quella società ricca ed esclusiva. In questo disco, arpe e voce si fondono insieme con liberalità di abbellimenti, trilli ed imitazioni, con una polifonia garbata ed elegante. Restando in tema papale, il disco si chiude, giustamente, dopo sospiri amorosi e struggimenti, peccati e infelicità e pene, con una laude dedicata alla Madre del Redentore, che rende definitivamente giustizia alle qualità eccezionali di Riccardo Pisani, avvolto nella suadenza delle arpe che tessono una trama di nostalgia e struggimento attorno al testo. Registrazione di un nitore e una chiarezza abbagliante. Da ascoltare con cuffie planari di fascia alta coadiuvate da elettroniche di classe. Oppure con diffusori aperti, senza inutili casse dietro ai driver, per una esperienza "dal vivo" che ci riporta alla meraviglia del primo barocco italiano.
  10. l'eccellente Doric String Quartet, per Chandos, con i tre quartetti di Sir Benjamin Britten, insieme ai suoi tre divertimenti e alle fantasie a quattro parti di Mr. Henry Purcell.
  11. Benjamin Britten quarantenne ritratto dal grandissimo Yousuf Karsh nel 1954. Si può amare oppure detestare. Credo sia difficile mettersi su posizioni mediane, oppure semplicemente trascurarlo. La sua importanza musicale è indubbia, di fondo è il più grande compositore inglese dopo Purcell (ma forse più grande di Purcell, con le dovute, evidenti differenze). Con buona pace dei tanti Elgar, Vaughan Williams, Walton & co. che hanno popolato il "rinascimento" musicale britannico di inizio XX secolo. I suoi lavori sono di indole introversa ma caratterizzati da episodiche esplosioni di pura potenza, simili a tempeste o deflagrazioni cosmiche. Eclettico, profondissimo - tra i massimi - conoscitori delle qualità cromatiche e coloristiche di ogni singolo strumento musicale, maestro dell'orchestrazione, del colore, degli accostamenti tonali ma al limite dell'atonale. Sarebbe potuto essere anche un grande stilista o un pittore ma sempre in bilico tra realismo assoluto ed accennato surrealismo. Estremo interprete delle pulsioni del secolo breve, senza indugiare troppo nello stucchevole narcisismo del linguaggio fuori dal mondo proposto dalla Seconda Scuola di Vienna ma nemmeno nell'eccessiva zuccherosa e autoindulgente nostalgia del perduto impero dei tardo-romantici compositori britannici della sua era. Benjamin e Peter, legati per tutta la vita Io non conosco e non amo particolarmente le sue composizioni operistiche e trovo ostiche certe sue pagine che però sono comunque somme in termini di pura scrittura musicale. Il suo travaglio personale traspare spesso, anche al di là delle influenze storiche (in primo luogo l'orrore per la guerra e i totalitarismi). Ancora di più le grandi amicizie musicali e di vita, oltre a Peter Pears, con Rostropovich, con Richter, grazie ad una naturale affabilità e bonarietà d'animo. Ottimo pianista, specie come accompagnatore, fine direttore d'orchestra, coltissimo. In vita inviso da molti colleghi e critici per le sue qualità compositive senza pari e perché troppo disinvolto cosmopolita, poco "inglese". In età matura scrisse musica complicata e abbastanza indigesta, io tendo a preferire le composizioni giovanili. Dichiarò più avanti che avrebbe potuto usare un linguaggio più difficile ma che questo avrebbe reso la sua musica non fruibile dalla maggior parte degli appassionati di musica mentre il suo obiettivo era farsi ascoltare. 1 Confesso che come tanti altri, l'ho conosciuto grazie alle proposte del grande Leonard Bernstein, specie nella bellissima "The young person's guide to the orchestra", ascoltata già alle scuole medie, insieme al solito "Pierino e il lupo". Al di là della sua destinazione "culturale" per giovani ascoltatori, le qualità di questa composizione sono inarrivabili. Per la profondità delle variazioni al servizio dell'orchestrazione che mette in luce tutti gli strumenti. la troviamo in questo sensazionale disco del 1961 con Bernstein anche nella sua felice e normale vita a New York, con la NY Philarmonic. Dal primo tema di Purcell alla fuga finale qui abbiamo la voce di un ragazzino che spiega l'ingresso degli strumenti ma sotto c'è tutta la consumata abilità di Bernstein che certo aveva grande ammirazione per il collega inglese. Ogni sezione dell'orchestra è valorizzata, anche negli strumenti più inusuali. Ma traspare l'amore per l'arpa e per le percussioni. Il bello dell'interpretazione è la doppia lettura, compositiva - e qui si sente tutto il Bernstein - nelle variazioni organizzate in prima lettura, fino alla fuga. E quindi nella versione divulgativa con lo speaker. Ma questo disco contiene anche una prima versione - molto tersa e diretta -dei fantastici Four Sea Interludes dal Peter Grimes. Bernstein li riprenderà a fine carriera, nel suo lancinante ultimo concerto con la Boston Symphony del 1991 con un accostamento coloristico estremo con la 7a di Beethoven. Altrettanto immancabile è la Passacaglia, sempre dal Peter Grimes. Insomma, un primo disco imperdibile che associa pagine orecchiabili ad altre meno dirette ma non meno interessanti. La registrazione è eccezionale con livelli di bassi e dinamiche straordinarie. Di ascolto più complicato, la tarda Suite on English Folk Tunes, Op. 90 che completa il disco. 2 anche se in questo cofanetto Britten è direttore e pianista, non è possibile arrivare a capirne la maestria, senza conoscerlo. Ci sono pagine sensazionali in queste 31 ore di grande musica. A cominciare da una umanistica e dolora Johannes Passion tradotta in inglese da Imogen Holst e Peter Pears (1972). C'è l'amatissimo NH Mr. Henry Purcell con The Fairy Queen (anche qui con l'intervento culturale della figlia di Holst e di Peter Pears). C'é il meraviglioso Mozart, con lui solista, con Richter e quello indimenticabile con Clifford Curzon. La Fantasia D940 di Schubert, con Richter. L'Arpeggione con Slava Rostropovich. E sempre con Slava, la sonata di Shostakovich. Benjamin, Peter e Dimitri ad Aldenburgh per il festival musical patrocinato da Britten (1966) 3 Tornando al compositore Britten, adoro questo disco Chandos anche se contiene solo le Variazioni su un tema di Frank Bridge, composizione giovanile dedicata al suo professore e mentore, morto durante il suo viaggio negli Stati Uniti sullo scoppiare della guerra. E' musica per archi ma qui il compositore dimostra già una consumata abilità di orchestrazione e riesce con le sole voci delle sezioni di archi a costruire architetture contrappuntistiche complesse, come dimostrato nella Fuga Finale. Attenzione, la scrittura di Britten non ha nulla a che vedere con il modello Mozart, non c'è niente di classico. Le radici arrivano piuttosto da Tallis e Purcell - in questo c'è una inglesità simile a quella mostrata da Debussy per i compositori francesi classici - fusa con le strutture moderne di Mahler e Berg e i colori di Strawinsky. Un impasto originale, difficile da decifrare ma onestamente affascinante, a mio gusto. 4 ma naturalmente tutta la musica di Britten si trova, con l'autore sul podio in una serie di cofanetti editi da Decca. Il Vol. 4, per esempio, comincia con il concerto per pianoforte Op. 10 interpretato da Richter con Britten che dirige, per l'appunto, la English Chamber Orchestra. Sono registrazioni effettuate tra il 1954 - inizio dell'era stereofonica - fino al 1976, morte di Britten. Possono essere considerate le edizioni "autentiche" ma non per questo sempre esaustive. Segnalo tra le cose curiose, le Diversioni per pianoforte (mano sinistra) Op. 21 con il grande Julius Katchen questo singolo contiene la celebre registrazione dei due concerti di Britten (mi ricordo quando lo comprai, tanti anni fa e altrettanto questo, appena passato in digitale sul "nuovo" CD (nuovo per gli anni '80) come questo, con le edizioni di riferimento delle suite per violoncello con Rostropovich 5 i quartetti di Britten compongono un mondo tutto loro. Aggiungerei anche il fanciullesco e schubertiano primo lavoro, senza numero d'opera, ma i 3 catalogati coprono tutta la parabola compositiva dalla giovinezza all'ultimo periodo, con il 3° composto pochi mesi prima di morire. Ascoltarli e come fare un viaggio per il novecento, dagli anni della speranza fino a quelli dell'oscurità della guerra fredda. Qui ho scelto l'edizione del Takacs Quartet per la registrazione bellissima di hyperìon. Ma amo molto anche quella più fredda e apollinea del Belcea che oltre ai quartetti contiene anche i 3 divertimenti. Sono composizioni che oscillano a tratti tra Purcell e Haydn e la frase dopo, volano verso Bartok e Shostakovich. Trascurando tutto quello che c'è stato in mezzo. 6 ritengo il concerto per violino di Britten tra le pagine più belle scritte in questa struttura, non solo nel XX secolo. Tra le tante edizioni disponibili, quella che mi appassiona di più è l'edizione con Paavo Jarvi alla testa della LSO che accompagna la straordinaria Janine Jansen. Ma ci sono tante altre versioni interessanti, da quella di Vilde Frang alla recentissima di Isabelle Faust. E non escluderei quella all-british con Tasmin Little e la BBC Philarmonic diretta da Edward Gardner, pratocinata da BBC Radio e con Howard Shelley che suona il concerto per pianoforte il suono Chandos vale sempre il prezzo del "biglietto". 7 Ho citato il disco per violoncello DECCA con Rostropovich ma ci sono tanti dischi moderni molto interessanti. Questo del grande Truls Mork ci regala una registrazione "lavish" della sonata per violoncello op. 65 unendola a letture bellissime delle sonate di Debussy e di Frank Bridge mentre un altro disco magistrale e molto british è l'integrale delle suites con Jamie Walton per Signum Records. La registrazione è eccezionale, l'interpretazione chiarissima, tersa, essenziale. Bellissima (anche se la musica è complicatissima da seguire). 8 non vorrei assolutamente dimentica questo disco, altrettanto british, ancora Chandos, che qui cito per la bellissima e leggera Simple Symphony. E' l'Op. 4 del catalogo e questo ce le dichiara come giovanile, giustamente inserita insieme ad una bella e chiara versione delle variazioni coeve su un tema di Frank Bridge. Completa il disco un oscuro preludio e fuga Op. 29. Nove minuti e mezzo di assonanze e dissonanze a metà tra il tonale e l'atonale, contrappuntisticamente però ineccepibili. 9 le radici tardo rinascimentali inglesi (e quindi italiane) nella musica vocale di Britten sono fuse con la visione coloristica contemporanea anche quando hanno tematiche religiose. A Ceremony of Carlos unisce virtuosismi corali al suono delicato dell'arpa. L'impasto è bellissimo, specie in questa edizione dei The Sixteen. 10 Io credo che la sonorità particolare della voce e la sensibilità di Ian Bostridge sarebbero piaciute a Sir Benjamin Britten. In questo disco che contiene la serenata per Tenore, corno e archi, è accompagnato da Sir Simon Rattle. Il disco EMI/Warner è completato dalla più giovanile Les Illuminations e dal notturno crepuscolare Op. 60 e ci offre il modo di uscire da un circolo che sarebbe potuto continuare ancora più a lungo con altre letture ed interpretazioni di musica raffinata, colta, originale, irripetibile. Non per tutti i palati. Non era questo lo scopo di Britten, ma per chi lo riuscisse ad intendere, si.
  12. Hai fatto bene a mettere questa aggiunta che allarga l'orizzonte di interpretazione. Nella realtà io ho inserito solo due letture del XX secolo di paragone, come base "storica" perché volevo portare l'enfasi più su quelle direttamente confrontabili con l'ultimissima - di ieri - del coreano. Purtroppo le registrazioni - per me - di Juana Zayas - anche quella più recente del 2009 non reggono sul piano della pura ripresa, benché l'interpretazione sia di quelle, irraggiungibili. Tolto questo vincolo possiamo altrimenti chiamare in causa tutti gli Dei del Walhalla. prova ad ascoltare la differenza cromatica tra il 10/10 dei due amici qui sopra (al netto del rumore di fondo della registrazione rimasterizzata di Wilhelm che però sul piano del funambolismo non è seconda a quella di Cziffra e forse la più simile a quella di Lim - cfr. 12/10). 100 anni di storia dell'interpretazione pianistica in due dischi.
  13. ho fatto un percorso non simile (non studiavo nulla, né Frescobaldi, né Bach, né tantomeno Chopin), ma analogo. Mio padre mi ha avvicinato alla classica con Mozart e Beethoven. Chopin l'ho ripudiato da subito, con il manicheismo tipico dei teenagers, senza averlo praticamente mai sentito, a parte i pezzi "prezzemolo" arcinoti (il notturno nr 2, un paio di valzer, l'improptus fantasia op 66, i concerti, che non mi sono mai piaciuti nemmeno più tardi, la Polacca op 53...insomma, roba che mi era già uscita dalle orecchie prima ancora di aver mai conosciuto il loro compositore). Era sdolcinato, salottiero, io ascoltavo roba impegnata, mica musica per donnicciuole... Poi all'università un'amica mi invita a concerto al conservatorio. Non ricordo chi avesse dato buca, per cui si erano resi disponibili dei biglietti e il pianista era il poco noto Mikhail Rudy, sovietico naturalizzato francese, che si presentò, forse per attirare qualche ascoltatore in più, con nientepopodimeno che le 4 Ballate e la Sonata in Si minore di Listz, un programmino niente male...avevo 19 anni e non conoscevo nessuno di quei pezzi (si lo so, non dite niente...). Alla pausa, dopo le 4 ballate, dovettero raccogliere la mia mandibola da terra, perchè là era rimasta. Non avevo mai sentito nulla di così drammatico, tragico, doloroso, devastante, scritto per pianoforte con quella forza ed energia, con quella disperazione che esiste, così, quasi solo in Chopin. Iniziò allora un amore che non è mai scemato. Continuo a non sopportare i suoi 2 concerti (a parte le belle melodie per pianoforte, ma insomma, un concerto dovrebbe prevedere anche un'orchestra che suona, non che accompagni - che diamine), alcuni pezzi salottieri, le polacche, col loro piglio militaresco, mi vanno giù a malapena (a parte la Polacca Fantasia op 61), ma in generale, pensando allo Chopin dei suoi ultimi anni, che spingeva verso nuovi orizzonti le sue esplorazioni armoniche, mi chiedo cosa ci avrebbe potuto regalare con altri 10-20 anni di vita...ci avrebbe portati probabilmente alle porte del 900 del pianoforte. Ciò detto, ammesso interessi a qualcuno - lo scrivo un po' per me e un po' per rispetto al tempo che Mauro ha impiegato a scrivere il suo bel pezzo, sempre molto completo ed argomentato - non ho ascoltato tutte le versioni summenzionate degli studi. Alcune andrò certamente ad ascoltarle. Personalmente resto affezionato alla versione di Pollini, sarà che è la prima che ho scoperto, ma in realtà perchè credo che il Pollini dei primi anni 70 fosse meno cerebrale di quello degli anni successivi e ci trovo molta passione (mi vengono in mente anche la Fantasia op 17 e la Sonata nr 1 op 11 di Schumann di quel periodo, che per me sono altri capolavori). Ancora oggi faccio fatica ad ascoltare altri preludi op 28 che non siano i suoi del 74 e pure questi studi, nonostante la secchezza della registrazione e i bassi così in secondo piano da essere percepiti a malapena, come giustamente già stigmatizzato da Mauro, trovo trasmettano la giusta dose di pathos, solo raramente cedendo al virtuosismo e ad una eccessiva "velocità". L'integrale di Chopin di Ashkenazy, che ha registrato proprio tutto, pure l'Albumblatt o Wiosna, troneggia ancora nella mia CDteca oramai in disuso. La comprai di corsa appena uscì, volevo ascoltare tutto di quell'uomo (Frederick, non Vladimir). Gli studi li apprezzai, ma tornavo sempre ad ascoltare Pollini. Non ho mai sentito la versione di Perahia, cosa cui rimedierò, perchè apprezzo molto l'interprete, come non conosco quella di Lugansky. Ho sentito Lisitsa che, come sempre quando la ascolto, non solo in Chopin, mi genera reazioni contrastanti: mi pare parta benissimo, poi indugia eccessivamente su un rubato, o accelera dove, almeno secondo il mio poco educato orecchio, non starebbe bene accelerare, o "tira via" con frettolosità, insomma, mi fa storcere le orecchie e la riascolto con poco gusto. Ho sentito recentemente anche Lim, che non mi è parso affatto male, anche se non mi piace il suo nr9 op 10 (uno dei miei preferiti): non ne ha colto il pathos, o lo tira via troppo rapido, o usa dinamiche eccessivamente differenziate. Tutto sommato per un interprete così giovane, un'ottima prova. Un grazie a Mauro per il bell'articolo
  14. Mi ritrovo in quello che scrivi e aggiungo qualche altro disco, per chi abbia la voglia di approfondire. C’è la pirotecnica versione del lisztiano Georges Cziffra, che però non riesco a capire se sia ancora reperibile. Da citare il grandissimo Samson François con la sua incisione del 1959. Il suo stile è personalissimo, ma sempre molto interessante: E ora il colpo di scena. La poco conosciuta pianista cubana Juana Zayas che nel 1983 registra un capolavoro: Questo disco contiene anche un’incisione successiva del 2005, ma quella del 1983 è imbattibile. Ascoltatelo perché merita. La versione degli Études suonati da Pollini pubblicata dalla Testament non è altro che la registrazione del 1960 della EMI negli studi di Abbey Road. Pollini non volle pubblicarla e ascoltandola oggi si fatica a capirne il motivo…
  15. Si sa che io non sono un grandissimo appassionato della musica del primo romanticismo e che Chopin e Liszt, in linea di massima, mi sono antipatici. Questione di gusto musicale, preferisco la musica precedente e quella seguente e di retaggio differente. Ai miei tempi sembrava che esistesse solo Chopin, quello più sdolcinato, iper-romantico, crepuscolare. Che a me è andato subito a noia, preferendogli Bach o Brahms, oltre al più eroico Beethoven. Però naturalmente se non proprio tutto, ho ascoltato a lungo la musica di Chopin, ho riso come un matto - anche in concerto - alle trovate banali dei due concerti per pianoforte. Mi sono soffermato sull'interpretazione di studi e preludi. "Quasi" quanto per le migliori pagine di Rachmaninoff o Scriabin che invece apprezzo (specialmente il primo, e, dell'ultimo, le prime composizioni). Con questo articolo voglio approfittare dell'uscita dell'eccellente disco Decca con gli Etudes proposti dal nuovo enfant prodige Yunchan Lim per parlarne e fare ammenda. Cercando anche confronto con le altre proposte precedenti, almeno quelle per me più significative. Due parole sulle due raccolte. In parte pagine giovanili - i primi Etudes dell'Op. 10 - in parte più tarde, sono composizioni-manifesto in quanto si elevano dalla dimensione di musica scolastica destinata allo "studio" alla Czerny o alla Clementi. Perché in definitiva descrivono l'architettura della rivoluzione pianistica apportata da Chopin e poi ripresa dai tardi russi alla fine del secolo. Da cui di fatto non si è più tornati indietro. Entrambe le composizioni sono state dedicate all'amico Liszt che, almeno per l'Op. 10 le ha portate orgogliosamente in concerto. I "sottotitoli" o "nomignoli" sono stati aggiunti successivamente dagli editori o da altri pianisti, cavalcando la grande popolarità di queste pagine, tra le più eseguite e celebri di Chopin. Probabilmente più dei Preludes, Nocturnes, Ballades e C. Sono composizioni slegate tra loro che presentano vari livelli di difficoltà. Non trascendenti ma abbastanza da essere considerati impegnativi da portare per intero in concerto, almeno fino agli inizi del secolo scorso. Poi abbiamo avuto pianisti eccezionali come Cortot che l'hanno fatto, dando l'apertura agli interpreti di tempi più vicini a noi. Generalmente le due raccolte vengono registrate insieme in disco mentre una terza raccolta ancora più slegata, viene eseguita più raramente. Gli esempi a nostra disposizione sono tanti, di pianisti di livello ed autorevolezza diversi. Cavallo di battaglia per alcuni, alla ricerca di notorietà per altri. Coronamento di maturità per altri ancora. Ci sarebbe modo di parlare di ognuno in dettaglio ma io non ho abbastanza nozioni per farlo. Non è il mio pane e quindi non casco nel tranello. Vado invece a presentare i miei "campioni" per parlare delle loro interpretazioni, pregando gli interessati, già a conoscenza - i più forse - di queste proposte, di aggiungere la loro. Gli altri, di approfondire se lo gradiranno. L'ascolto è piacevole ma comunque impegnativo, in disco le due raccolte occupano 24 tracce, per circa un'ora, almeno nell'ultima lettura. Non sono i due volumi del Clavicembalo ben Temperato che richiedono ben altra tenuta. Nè i preludi e fuga di Shostakovich o il Ludus Tonalis di Hindemith. E' musica complessa sul piano esecutivo ma orecchiabile per tutti. Motivo per cui è forse l'ultima delle mie scelte quando ascolto musica per puro piacere e svago ... (?). Sono cresciuto con questo disco, comprato in LP da Ricordi a Milano quando ero ancora alle superiori. E' il Pollini impegnato politicamente, quello eroico degli anni '70. Mi dicono che la sua interpretazione del 1960 sia superiore. Ma non l'ho mai ascoltata e Pollini non l'ha autorizzata finché ha potuto. Esiste, mi pare, in una sorta di bootleg ma non so dire di che qualità sia sul piano della ripresa (parliamo dei tempi della vittoria al premio Chopin di Varsavia). Il suono è quello secco - formato CD - della casa gialla di quel periodo. Ma meno peggio di altre (microfoni vicini alle corde e riverberi a gogo). La durata complessiva è di 55 minuti (1972) dello stesso periodo é la lettura impetuosa di Vladimir Ashkenazy quando era tra i maggiori pianisti della sua generazione al mondo, eclissando sul piano discografico colossi come Richter, Horowitz e Gilels. La durata è di un'ora e 2 minuti. Il suono è un pò più caldo ed avvolgente di quello DG, non è il massimo della Decca ma si può ascoltare bene in questa rimasterizzazione in 192/24. Murray Perahia ne ha dato lettura già con la CBS, oggi Sony Classical. Il suono - qui in formato CD - è più pianistico delle due versioni Decca/DG, più avvolgente e caldo e asseconda la maestosa lettura, in uno dei tanti gloriosi momenti di uno dei miei pianisti preferiti di tutti i tempi che ho - stranamente - scoperto solo dopo averlo sentito dal vivo al Conservatorio di Milano, una trentina di anni fa. La durata di un'ora e 16 minuti ci informa di cosa siano per Perahia queste pagine. Tutt'altro che banali veicoli di fama. (2002) andando a tempi più moderni abbiamo l'edizione per Erato del giovane, allora, Nikolai Lugansky che dopo aver proposto un Rachmaninoff abbagliante, verso i ventisette anni, affrontava nel solco della tradizione di Neuhas/Gilels/Richter/Nikolayeva gli Etudes di Chopin. Siamo ancora in formato CD, il suono è pulito e terso. Lui è spettacolare nel gettare "il cuore oltre l'ostacolo" è nel suo periodo migliore, secondo me, e anche quando mette l'atletica oltre il sentimento è splendido. Siamo a un'ora e 5 minuti in tempi più recenti, il fenomeno Youtube Valentina Lisitsa viene invitata da Decca - oggi è ostracizzata perché considerata, pur cittadina americana, filoputiniana - a registrare i suoi cavalli di battaglia. E oltre al "solito" Rachmaninov lei riunisce in questo album gli studi di Chopin e di Schumann. L'unione del colto poeta tedesco con il rivoluzionario esule polacco è accettabile sul piano storico, meno, secondo me, sul piano stilistico. Chopin è un precursore di un mondo nuovo, Schumann è un figlio ribelle di Beethoven che trova nella follia un senso alla morte del padre. Comunque sembrerà eretico metterla con gli altri ma in fondo la sua lettura non è male, se non per intero ci sono momenti elevati. Il suono è secco ma ci aiuta la ripresa digitale e il master in 96/24 arriviamo al fenomeno Yunchan Lim, ancora con Decca, qui in un sontuoso 192/24 molto ravvicinato ma non doloroso - un altro mondo rispetto al disco della Lisitsa, là abbiamo un pianoforte sul palco, qui siamo tra i trefoli delle corde ! - la sua lettura, molto libera nei tempi dura circa 58 minuti. Ed è certamente la più matura di tutte in relazione all'età dell'interprete. Volendo dovrebbe essere la sua, quella vincente, parlo di età, considerando che l'Op. 10 per Chopin è stata pensata e confezionata nei primissimi anni di attività compositiva e concertistica. Ho già messo le mani avanti dicendo che non sono attrezzato sul piano tecnico ed interpretativo per approfondire ogni singolo studio e la sua lettura da parte dei singoli pianisti che ho selezionato. Ma per descriverne complessivamente la lettura - senza critica - si. Trovo Pollini ancora oggi nel suo periodo di grazia di quegli anni, più eroico e "umano" del successivo, specie quello ascetico del post-Abbado. La mia familiarità con il suo disco probabilmente mi trae in inganno ma mi piace ancora oggi la chiarezza del suono, la dizione separata ed udibile dello sviluppo armonico, rispetto all'arpeggio. La dinamica e la ritmica che nel mio immaginario lo avvicina a quello che poteva essere Chopin dal vivo. Il suono è chiaro, con piena assonanza tra il suo pianismo e il sound engineer. Brillante e un pò narcisistico l'Ashkenazy del 1975, tutto compiaciuto del suo di suono. Morbido anche nei momenti "rivoluzionari", pesta come un fabbro senza darlo apparentemente a vedere. Il suono è in primo piano, squillante, rispetto a Pollini le due mani sono più fuse tra loro. Istrionico ma elegante. Più vicino a Schubert e al Beethoven intimistico, anche o soprattutto allo Schumann casalingo, questo Chopin di Perahia. Il suono è bosendorfeggiante, caldo, poetico. Le due mani suonano insieme e i suoni che producono danzano nell'aria. C'è tanta dinamica ma non è fatta per stupire. Sono bellissime le crome che si inseguono nell'aria (in questo momento sto ascoltando il 7/10 e non c'è virtuosismo che tenga in confronto all'eleganza di questo modo di suonare). Il tutto dura ben venti minuti in più dei due precedenti. Sarà un difetto o un pregio ? Il Lungansky del 2000 è elegante, virile - direi proprio maschio - estroverso, nonostante la proverbiale introversione del pianista, le due mani qui si inseguono e si rubano le note una con l'altra. Non c'è un momento in cui pare che l'abbia presa troppo di petto, del resto il tempo complessivo è più vicino a quello di Perahia che a quello di Pollini. La Rivoluzione del 12/10 non sembra ancora scoppiata, oppure è solo il riverbero di qualche cosa di vissuto direttamente e non dall'estero ... Questo disco è stato criticato dagli editori di Gramophone, modestamente io non mi sento di condividere quel pensiero. Tanto è personale questa lettura, pur rimanendo classica. Valentina ce la mette tutta. Non vuole necessariamente esagerare e secondo me è molto brava. Però non è omogenea e quando é necessario trovare spazio in pause che non ci sono nella partitura va un pò in crisi. Appartiene ad un'altra era ma forse è anche il tocco femminile che rende differente la sua palette. Io però non la sottovaluto. Mi piace. Finiamo con il nuovo genio che ci da dentro fini dalle prime ottave. Vladimir (Horowitz) gli fa un baffo, l'1/10 è sorprendente ma il 10/25 va oltre l'umano. C'è però troppo riverbero, troppo pedale di risonanza (una cosa che per me, cembalista/organista andrebbe abolita ... o limitata per regola alla Gould), troppo fragore. Troppo Liszt. La sua è una esibizione sopra le righe. Fantastica e tecnicamente inarrivabile. Ma sinceramente ci sono dei momenti che mi pare che ... non sappia più cosa dire. Per carità, mica fa schifo. Anzi. Però mi piacerebbe esserci per risentirlo quando avrà quarantanni (a differenza di Lugansky che, adesso che ne ha 50, mi piace di più in Wagner e Franck rispetto a Rachmaninov e Chopin). Ecco ho già abusato del vostro tempo abbastanza. Ma tanto dovevo a me stesso, a queste pagine. A mio padre che tanto amava Chopin (quanto io lo detestavo ed insistevo a studiare Bach e Frescobaldi).
  16. la versione della Jansen la conoscevo e, a dire il vero, l'ho riascoltata in questi giorni, gustandomela davvero "come nuova" con i "miei nuovi apparecchi"... sensazionale!
  17. A ... digerirlo , c'è anche un altro bel disco di Britten questa settimana, quello di Sir Simon, nella sua seconda giovinezza alla LSO
  18. Si, si, senza dubbio. Ma in termini di virtuosismi Smisuranza dice la sua con l'Harpa Romana del primo '600 e si sinceramente "a me" me tocca musicalmente di più. Registrazione di una chiarezza abbagliante sulle mie Arya Organic pilotate dal RE27HE.
  19. Yunchan Lim, vincitore del Van Cliburn a 18 anni con delle prove sbalorditive, è il pianista da seguire con attenzione nei prossimi anni. Qui fa meraviglie, gioca con melodie e seconde voci come un consumato pianista, si sente che si diverte un mondo a dispetto delle difficoltà tecniche di questi pezzi, che sembra che manco lo sfiorino.
  20.  
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