In occasione della ‘Giornata del Patrimonio’ l’associazione ‘Treviso Sotterranea’ ha aperto, letteralmente, le porte della città di Treviso; domenica 29 settembre è stato, infatti, possibile, con un’apertura straordinaria, visitate le storiche porte di accesso alla città: Porta San Tomaso e Santi Quaranta, oltre al bastione di santa Sofia, uno dei 4 ubicati agli angoli della città.
Introduzione
L’attuale cinta muraria risale al 1500 ma la sua storia segue e condiziona l’evoluzione della città. Da un primo nucleo di epoca romana delimitato da un terrapieno e una palizzata in legno, si passa alla città medioevale delimitata da mura alte circa 12 metri e sottili che presentavano 12 aperture, ovvero 12 porte lungo tutto il perimetro. In quel periodo i borghi esterni erano strettamente comunicanti con la città murata, come fossero un’estensione della stessa. Delle mura medioevali non è rimasto quasi più nulla, dato che sono state abbattute per realizzare le fortificazioni cinquecentesche. Uno dei pochi tratti di mura rimasti si trova in via Bressa, nei pressi di Piazza Vittoria, indicato dalla targa “mura scaligere 1334-1336”.
Nel 1500, con l’aumentare dei territori sotto il controllo di Venezia il papa Giulio II stipula un’alleanza con le principali potenze europee, la Lega di Cambrai, dal nome della località in cui, nel 1508, venne stabilità contro l’espansione della potenza veneziana.
Con la caduta delle altre città, Treviso resta l’unica sulla terraferma ancora schierata con Venezia, pertanto l’ultima roccaforte in terraferma della Serenissima. La cinta muraria medioevale, però, è inadatta a difendere la città dalle armi da fuoco come i cannoni che si erano diffusi grazie all’arrivo in Europa della polvere da sparo; questo rende necessario rifortificare la città.
Per la realizzazione delle nuove mura viene incaricato un frate francescano: Giovanni Monsignori, o Ognibene, detto fra Giocondo o fra Giovanni Giocondo da Verona. Sulla storia di questo personaggio molte informazioni non ci sono pervenute; le fonti storiche non sono concordi nemmeno sull’ordine religioso a cui appartiene (secondo alcune sarebbe stato tra i domenicani, ma le uniche fonti sicure lo riportano, appunto, nell’ordine francescano). Di lui sappiamo che era uno dei massimi esperti in campo di fortificazioni, che ha curato la riedizione dei trattati di Francesco Di Giorgio Martini, considerato l’inventore del sistema di fortificazioni che sostituì quello medioevale in quanto più adatto a resistere alle artiglierie, nate e sviluppatesi con l’invenzione delle armi da fuoco.
Dal 1509 al 1511 Fra Giocondo progetta la nuova cinta muraria della città a forma quadrangolare. Per realizzare il nuovo progetto vengono demoliti i borghi esterni, in modo che il nemico potesse essere facilmente avvistabile, e le abitazioni a ridosso delle mura e vengono inclusi i borghi di san Tomaso e Santi Quaranta.
Il sistema bastionato
Viene creato un ‘sistema bastionato’ costituito da una ‘cortina’, un terrapieno che serviva a rendere le mura più robuste e una fossa esterna che in origine era larga 30/33 metri. All’esterno di questa vi era il muro di controscarpa, un camminamento per le sentinelle, uno ‘spalto’ ovvero un muro di protezione delle sentinelle e spianada, uno spazio di circa 800 metri (500 passi veneziani) completamente libero che rendeva la città una roccaforte nel deserto.
Del sistema difensivo cittadino fanno parte i torrioni posti ai 4 angoli della città, le mezze lune e le lunette, che non erano altro che postazioni di artiglieria. Nella parte sud abbiamo invece un bastione di forma poligonale (perché ci si era resi conto che i torrioni avevano dei punti morti, indifendibili).
Viene realizzato, inoltre, di fronte alle porte San Tomaso e SS. Quaranta, un rivellino, poi spianato agli inizi dell’Ottocento, ovvero una collinetta triangolare con postazioni di artiglieria sotterranee. Dalla planimetria, di epoca napoleonica e successive, si può notare come i canali ne seguissero la forma.


Uno schema simile è stato applicato anche da altri progettisti, tra cui Leonardo Da Vinci il quale, avendo ricevuto l’incarico di rifortificare il castello sforzesco di Milano progettò un sistema murario analogo con una porta centrale sporgente, simile a quelle venete, difesa da torrioni agli angoli e da un rivellino posto davanti all’ingresso. In pratica una specie di collinetta che aveva lo scopo di difendere la porta dai colpi di artiglieria nemica.
Schema del torrione
Il torrione era diviso in due livelli: un cunicolo interno alla città che si biforca a Y e porta i soldati in due stanze ovvero le ‘casematte’ comunicanti, tramite una finestrella laterale, con la cannoniera. Le cannoniere ipogee avevano il compito di difendere la fossa mediante il loro tiro radente. Sopra il torrione troviamo un altro ordine di cannoni che dovevano controllare la spianata e respingere eventuali assalitori.
Con la costruzione delle nuove mura i lati della città vengono rettificati e vengono poste tre porte d’accesso di cui una è la risistemazione di porta Altinia, e due nuove porte: porta Santi Quaranta nel 1517 e porta San Tomaso nel 1518 di chiara composizione rinascimentale poste in corrispondenza dei due grandi ampliamenti urbanistici realizzati nella città.
Tradizionalmente le porte venivano realizzate con la facciata a filo delle mura poiché i lati di queste erano potenzialmente dei punti deboli, mentre con porta SS. Quaranta prima e San Tomaso poi, l’edificio sporge rispetto al perimetro murario. Ne esistono solo 3 di questo tipo in Italia: oltre alle 2 trevigiane ricordiamo Porta Ogni Santi di Padova.
Si è trattato di una sperimentazione che è stata abbandonata, ma che ha permesso di introdurre le artiglierie ipogee posizionate sia nelle casematte che nei sotterranei delle porte. Queste ultime dovevano difendere il tratto di mura tra le porte e i torrioni.
Porta San Tomaso
Porta San Tommaso rappresenta un unicum a livello nazionale poiché è il prototipo della nuova porta che doveva essere concepita in epoca rinascimentale dove più che la funzione militare si cura la decorazione. La porta viene impostata come chiaro riferimento all’arco trionfale romano: colonne con alti basamenti e decorazioni che richiamano l’antichità classica con quadri decorativi che riportano armi e armature di epoca romana, le quali hanno eguali solo nelle decorazioni di Palazzo Ducale a Venezia. Questa era la via d’accesso principale della città, da qui passavano le delegazioni che arrivavano dal fondo della spianata, quello che oggi è viale Vittorio Veneto, entrando da qui per incontrare il podestà. Il leone che decora la facciata esterna non è quello originario, ma è stato recuperato fuori porta Altinia e riposizionato dopo la distruzione operata dal Napoleone Bonaparte. Ai piedi del leone è iscritta la data di costruzione (1518) mentre sull’arco centrale riporta l’iscrizione “Porta de San Thomaso” in dialetto veneto e dalla parte interna le scritte in latino "Porta Sancti Thomae” e “Dominus custodiat introitum et exitum tuum" oltre a diversi stemmi. Questo perché all’esterno vi si trovava il volgo, popolo, mentre all’interno vi erano le persone più acculturate. Sulla facciata si possono, inoltre, notare le feritoie per la movimentazione dei ponti levatoi: uno centrale carrabile e uno laterale pedonale.
Il nome “Porta San Tomaso” deriva dalla chiesa dedicata a St.Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury, ubicata un tempo nei pressi dell’attuale borgo Cavalli e poi demolita. La copertura della porta non è una cupola ma una carena di nave rovesciata rivestita da lastre di piombo sormontata dalla statua di San Paolo. Sul basamento della statua, di forma ottagonale, sono riportate proprio le lettere “S”, preceduta e seguita da due triangoli pieni, “P” “A” “V” “L” “V” “S” ovvero “S. Paulus”, San Paolo in latino appunto. Ciò si deve al fatto che perché il podestà dell’epoca era Paolo Nani il quale, non potendo farsi attribuire la paternità della costruzione di questo manufatto decise di porre alla sommità il suo santo protettore. Quando Venezia volle rimuovere la statua del santo, essa era stata ormai benedetta ed è così che è rimasta fino ai giorni nostri.
Contrariamente a lui, il suo predecessore, Nicolò Vendramin, aveva fatto scolpire il suo nome al di fuori di Porta Santi Quaranta su una ‘lapide autocelebrativa’ che, però, fu subito fatta cancellare dal consiglio dei dieci. Ancora oggi è possibile vedere quello che resta della scritta abrasa sopra l’apertura pedonale di destra recante la data di costruzione di SS. Quaranta.
Lo stemma principale raffigurante il Leone Marciano era quello posizionato all’esterno (ve ne era comunque uno anche all’interno) poiché la porta rappresentava una sorta di ‘lucchetto’ che chiudeva il cordolo che girava tutto attorno alla città e che in corrispondenza della porta scende per delineare il basamento della stessa.
L’attuale via di accesso alla città è un ponte in muratura a tre archi, dei quali due sono ancora visibili e il terzo è interrato, seppur tuttora presente e, potenzialmente recuperabile.
Attraversato l’arco di accesso possiamo notare all’interno delle decorazioni, fra cui un altorilievo raffigurante una Madonna con Bambino con alla sua sinistra (a destra per chi guarda) San Liberale, Santa Maria Maddalena, e dalla parte opposta il Beato Enrico e San Giorgio. L’intero gruppo poggia su tre mensole.
Vi sono inoltre due figure più piccole rappresentanti il podestà Paolo Nani e il figlio Agostino.
Sopra l’attuale uscita pedonale sulla destra dell’interno porta sono visibili due solchi ove era posizionato un camino per riscaldare il vano e la cui canna fumaria prosegue al piano superiore dove troviamo la sala d’armi.
Dalla parte opposta, invece, si nota una finestrella e, guardando meglio, delle linee incise a delimitare quella che doveva essere la feritoia dove veniva movimentato il bolzone.
Dall’interno della sala d’armi può notare meglio la forma del tetto a carena di nave incrociata con un profilo a ‘S’ con una base quadrata e una cuspide su cui è appoggiato il basamento della statua sovrastante. Questa architettura è dovuta al fatto che i veneziani, essendo specializzati nella costruzione di navi, era ritenuta più consona e più facile da realizzare.
Bastione di Santa Sofìa
Il bastione di Santa Sofìa prende il nome da una chiesa che si trovava nella zona, poi demolita per costruire le mura. Questo bastione ha una storia particolare in quanto è stato utilizzato per costruire il macello comunale nella seconda metà dell’800. Nello stesso periodo il mercato del pesce viene trasferito sull’isola della pescheria.
Con la realizzazione del macello il torrione è stato svuotate e sono state realizzate sei stanze tutte di eguali dimensioni raccordate da un corridoio a semicerchio. Dunque: nella parte superiore avveniva la macellazione delle carni, mentre nella parte inferiore venivano conservate. Questo perché i muri molto spessi rendevano l’ambiente estremamente fresco e quindi adatto alla sua conservazione.
Una delle due cannoniere, quella a protezione del lato est, venne adattata a scarico del macello e, per tenerla pulita, vi si deviarono parte delle acque del vicino canale delle Convertite antico perimetro della Treviso medioevale.
Foto della vecchia uscita del Canale delle Convertite murato e a malapena visibile.
Foto dell'attuale sbocco del canale
Il macello ha poi subito pesanti bombardamenti in 2 occasioni (una prima volta nel maggio del 1944 e successivamente a settembre dello stesso anno) ed è stato completamente distrutto e mai più ripristinato in quell’occasione si contò un solo morto: il custode che era a guardia dell’edificio.
Con la fine della guerra la priorità era ricostruire la città che aveva subito danni ingenti dai bombardamenti, il più distruttivo è stato quello del 7 aprile del 1944 (Venerdì Santo) partendo dagli edifici più rappresentativi, il ‘palazzo della ragione e le principali piazze. Tutte le macerie che c’erano andarono a riempire le stanze sottostanti del macello, poi dimenticate per lungo tempo.
Negli anni ’60 del 900 vengono costruite le scuole elementari ‘Giovanni Prati’ e il torrione diventa parte del giardino della scuola mentre la cannoniera orientata a sud-ovest viene allargata e utilizzata come uscita d’emergenza me poi recintata e abbandonata a sua volta.
Nel 1996 il comune ripulisce tutto ma poi lo richiude e questo luogo resta abbandonato ancora per diversi anni divennendo ricovero per senzatetto fino al 2015 quando viene svuotato tutto e reso disponibile per il pubblico che oggi vi può accedere con delle visite guidate ad opera di un’associazione convenzionata col Comune.
Esternamente, accanto al torrione, era posizionata una ruota che sollevava l’acqua che poi, tramite un sistema di condutture, veniva portata all’interno del macello per la lavorazione della carne.
Accanto ad essa era presente, ed è tutt’ora visibile anche se molto deteriorato, il Leone di San Marco con due stemmi ai lati, uno del doge Leonardo Loredan e uno del del podestà di Treviso, Paolo Nani che ha curato la realizzazione di questa parte di mura. Nel tempo i vari podestà che si sono succeduti hanno curato a turno un tratto di mura, trattandosi di un sistema molto complesso. Pur essendo la guerra terminata nel 1516 la costruzione delle fortificazioni è continuata fino al loro completamento.
Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. Al prossimo articolo! ciao!
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