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Corredo Fotografico (sintetico !)

  1. Cinzia Roganti lavora nel mio stesso Dipartimento, oltre ad essere un genio dei computers, fotografa (con fotocamera Nikon), soprattutto le partite di football americano giovanile degli Skorpions Varese, squadra in cui milita suo figlio. Ho avuto modo di vedere le sue foto, mi sono sembrate belle, così le ho chiesto se volesse gentilmente condividerne qualcuna con noi, anche perchè di foto sportive su Nikonland è un po' che non ne appaiono, ed eccole qua. La partita di questo piccolo "servizio sportivo" è un appuntamento classico del campionato giovanile: Skorpions Varese vs Seamen Milano, che ha avuto luogo il 21 dicembre 2021 allo stadio Vigorelli di Milano. Gli Skorpions entrano in campo L'entrata dei Seamen, la squadra di casa. Danza rituale! L'head coach Giorgio Nardi ci racconta: L'ultima sfida risale alla finale del campionato U15 di due anni fa. Lo scorso anno causa COVID il campionato è stato sospeso e quest'anno i ragazzi cresciuti si incontrano nel campionato U18 (foto della partita del 12 dicembre 2021 presso lo stadio Vigorelli di Milano) dove gli Skorpions hanno ultimato la regular season con 6 vittorie su 6 incontri svolti. Gli Skorpions nascono a Varese nel 1983, da un gruppo di ragazzi con la passione per questo sport ed oggi, dopo quasi 40 anni,quegli stessi ragazzi si trovano ancora, per trasmettere la loro passione ai giovani giocatori. Grazie Cinzia ! (foto di Roberta Marcellini)
  2. La tecnologia dei sensori digitali continua a progredire, tutti sappiamo da presentazioni ed anteprime delle innovative qualità del sensore della Z9 che le consentono raffiche decisamente rapide - 20, 30 o 120FPS a seconda delle modalità operative scelte. Così come sappiamo che quella velocità di lettura dei dati dal sensore ha consentito di mettere nel cassetto dei ricordi oltre allo specchio, come tutte le mirrorless ovviamente, anche l'otturatore meccanico. Nikon è stata la prima a riuscirci ed è una conquista epocale. Il tutto è accompagnato da un autofocus estremamente performante, un vero e proprio benchmark con il quale tutto il mercato dovrà confrontarsi negli anni a venire. Ma c'è un'aspetto che non ero ancora riuscito a valutare e cioè come i suoi tanti megapixel - 45 - potessero coniugarsi con le riprese ad alti ISO, a cui le ultime ammiraglie Nikon - D5 e D6, ma dalla D3 in avanti il trend è stato questo - ci hanno abituato. Ho quindi accolto con enorme interesse la possibilità di regolare il primo file NEF della Z9 che mi è capitato tra le mani, per il quale ovviamente occorre ringraziare il nostro Mauro. Purtroppo il mio software preferito - Capture One 21 - non è ancora stato aggiornato con i profili dedicati e, quindi, ho dovuto transitare dal convertitore DNG di Adobe. Questa premessa per dire che i risultati a regime, con il giusto profilo, saranno sicuramente migliori di questo, sotto tutti gli aspetti, colore e rumore compresi. Ma quello che ho riscontrato è decisamente interessante, ho quindi voluto condividerlo con voi senza attendere oltre. Occorre, però, fare un'altra premessa: La Z9 è un'ammiraglia Nikon. La sua destinazione sono mani ed occhi esperti, in ripresa ma anche sul sw preferito. E' ovvio, quindi, che per ottenere il massimo da lei si debba essere nella condizione di saper fare la propria parte. Non parlo di "scienza dei razzi", per fare quanto vi mostrerò ho impiegato giusto un paio di minuti. Ma andiamo con ordine, l'immagine in questione ha come soggetto questo bellissimo cane. E' stata scattata a 10.000ISO e con tempo di scatto 1/1000 di secondo perché, evidentemente, non sta granché fermo. La luce è pessima, poco contrasto e nessuna modellazione del soggetto. Ho quindi aggiunto contrasto con curve e livelli e, era piuttosto "opaca". Ma questa è nella sostanza la stessa luce nella quale spesso mi trovo a lavorare nel bosco, al mattino presto. In ogni caso quella dove si finisce per usare ISO a 5 cifre, che quando c'è il sole - o la luce flash - non servono. Qui vedete le regolazioni impostate con i normali default di Capture One, alle quali ho aggiunto un pizzico di chiarezza e di struttura. Niente di custom, insomma. Il file non sembra così bello, vero? Già: approccio sbagliato. I file ad alti ISO non si regolano in questo modo. Infatti, quando regolo file ad alti ISO - anche quelli della D5, non applico MAI queste impostazioni in modo indifferenziato su tutto il fotogramma. E' proprio l'ABC, anche se spessissimo mi accorgo che non tutti lo fanno. Alcuni non lo sanno, altri pensano sia complicato.... Ma di sicuro l'utilizzatore tipo di un'ammiraglia lo dovrebbe sapere. Perché il risultato è radicalmente diverso. Quindi, come si regola? Così: Lo sfondo, un livello per il soggetto ("Muso") ed uno per la parte priva di dettaglio perché fuori fuoco ("Rumore"). Su tutto il fotogramma applico un poco di nitidezza, circa metà del default, con ampia soglia per automaticamente restringerne l'applicazione alle parti con più dettaglio. Anche un po' di riduzione del rumore di luminanza, ma elevando il valore dello slider "Dettagli" per preservarli. E molto molto meno riduzione del rumore cromatico rispetto al default: nel file della Z9 è pochissimo. Vedete che quella bellissima sfumatura di colore intorno agli occhi nel secondo file è rimasta. Nel primo era obliterata dalla riduzione del rumore. E poi, prendendo un pennello molto morbido e sfumato e faccio una maschera grossolana, evidenziata in rosso, delle zone che hanno dettaglio, così: Alle quali applico ancora nitidezza, con un raggio più piccolo ed una soglia "normale". Oltre al pizzico di Chiarezza e Struttura. Questo mi consente di valorizzare il dettaglio dove è presente. La quantità è a 200 sia perché l'effetto di un raggio così fine è inferiore sia perchè la maschera non è completamene opaca. Il complessivo quantitativo è sostanzialmente lo stesso del default. Ma applicato in modo intelligente. E poi? Poi il secondo livello, quello del rumore: La maschera non è rifatta, ho semplicemente detto al software di prendere quella del muso ed invertirla. E vedete, qui non ho regolato nel complesso la riduzione del rumore. Già: fuori fuoco non ci sono particolari dettagli significativi ed il poco che serviva lo fa la nitidezza lasciata sul livello "sfondo". Risultato? questi sono 2 crop a pixel reali, compressi all'80% Sul mio schermo 4K, equivalgono a guardare col lentino una stampa di 130cm di lato lungo a 160DPI. Sul vostro l'ingrandimento, in dipendenza del pixel pitch, può essere diverso. In ogni caso ricordatevi di farci sopra un click per vederla al 100%. Che dire? Ovvio, per pixel i file della D5 sono più puliti. Ci mancherebbe, sono meno della metà e quindi ricevono per ciascuno più del doppio di luce. Ma questi sono molti di più, hanno una "grana" straordinariamente piccola e, regolati in maniera adeguata, sfornano un file perfetto anche per stampe grandissime e ricche di dettaglio e con pochissimo rumore, con un lavoro di pochi minuti. Anche a 10.000ISO. Anche nelle aree più scure del fotogramma. Spero sia di interesse, io l'ho scritto per dare ai Nikonlander qualche elemento di sostanza prima dell'arrivo su Youtube dei molti video girati da chi, spesso senza sapere cosa farci con una macchina fotografica, disserterà del rumore dei file della Z9. Ah, dimenticavo la sintesi: indovinate? un altro tassello fondamentale che troviamo al posto giusto! Brava Nikon! E beati i Nikonlander che per primi riusciranno ad usarla sui propri soggetti preferiti! Massimo per Nikonland (c) 3/12/2021
  3. La luce, e le ombre che questa produce, in fotografia sono gli ingredienti principali. E' una sorta di legge universale, un assunto di una banalità assoluta, ma nonostante questo è frequentemente sottovalutato. In particolare da chi fa fotografia naturalistica sul campo che, anzi, spesso dichiara, di fronte alla difficoltà di imparare a gestire nuovi strumenti, di fotografare tassativamente in luce naturale. Arrivandone quasi a farne un vanto. Qui su Nikonland, invece, siamo piuttosto curiosi e, appena possibile, ci piace sperimentare nuovi giocattoli. Oggi vi racconto di due di loro: - Flash Godox AD100Pro, molto noto e trattato già dalla sua uscita qui su Nikonland (Es. questo articolo di Max Aquila). Io lo comando con l'XPro. - Speedlite Softbox Neewer, che è invece una novità qui da noi (e che ho comprato su Amazon per 32€, in bundle con un'altro diffusore del quale parleremo in futuro). Scopo di questo articolo, quindi, è illustrare le caratteristiche di questo kit che, nelle mie uscite sul campo di queste settimane, ho soprannominato "il mio sole personale". Il Godox AD100Pro l'ho scelto su consiglio dei colleghi di redazione. Il solito ottimo consiglio made in Nikonland! In realtà, nell'uso che illustrerò in questo articolo, altri flash - purché piccoli, leggeri, maneggevoli, potenti, regolabili ed utilizzabili off shoe su un piccolo treppiede - potrebbero sostituirlo. Ma lui funziona veramente bene e quindi, se si decide di comprarlo apposta per questo scopo, lo consiglio vivamente. Relativamente al flash, sottolineo un punto fondamentale: non va montato sul contatto caldo della macchina. Il motivo? È semplicissimo: luce ed ombre. La luce di fronte, quella cioè che colpisce il soggetto come se arrivasse esattamente dalle spalle del fotografo, è la più noiosa che ci sia. Per me, sostanzialmente, non vale la pena di affrontare questo tema senza mettersi subito nella condizione di poter decidere, ad ogni immagine, da dove vogliamo che la luce colpisca il soggetto. L' AD100Pro è perfetto: non può essere montato sul contatto caldo! Questo, invece, il diffusore, con le sue dimensioni. Qui lo vedete montato su un flash cobra, piegato per concentrare la luce realizzando uno snoot o diffonderla, con un'angolo ed una intensità totalmente definibile dal fotografo in quanto, per effetto dei fili di metallo che ha sul dorso, si può piegare a piacere. Come vedete è un oggetto veramente semplice e costruito con un principio piuttosto ingegnoso. Per capire come usarlo, prima di uscire sul campo, ho fatto alcuni scatti di prova sul tavolo della cucina, ad un pupazzetto. Iniziamo con la sola luce naturale. Come vedete, non c'è profondità, mancano ombre e luci che rendano tridimensionale il soggetto. E poi siamo a 5600ISO. Insomma, una schifezza. Ma il sottobosco in dicembre ha sostanzialmente questa stessa luce, qui in Lombardia. In ogni caso, chi ha provato sa che, nel bosco, è comunque sempre meglio una giornata nuvolosa, per evitare sfondi bruciati dalla luce. Z6II su 105/2.8MC 1/60 f4 ISO5600. Ed allora entra l'AD100Pro. Se lo uso da solo (prima immagine) o con il suo piccolo dome (seconda) ottengo questo: Il dome è troppo piccolo per questo uso (mentre credo che fotografando in un appartamento o in un locale ed usando la riflessione su muri o soffitto abbia molto da dire, ma quello è un altro discorso). Comunque, abbiamo risolto il problema degli ISO (ora siamo a 100), ma ne abbiamo introdotto un'altro: la luce è troppo dura. Eccoci al Softbox, che sulle prossime 2 immagini ho messo in bandiera, con due diverse "pieghe" ed orientamenti. Nella prima ho tenuto un allineamento a 90° rispetto all'inquadratura, per generare una luce solo leggermente diffusa, più drammatica, mentre nella seconda l'ho avvicinato e ripiegato in modo che la luce cadesse con un angolo di circa 60° e da sopra. Ora ci siamo, finalmente abbiamo modellazione e tridimensionalità. E, pur essendo il nostro amico fatto in plastica lucida, nessun particolare riflesso. Ma le possibilità sono quasi infinite. Di seguito inizio con uno snoot (che poso sagomare sia per essere rotondo che per fare "lame di luce" verticali o orizzontali) e proseguo con un'ampia gamma di diffusioni. Per vederne meglio una, prendiamo questa: E sul campo? beh, facilissimo! Questi alcuni esempi dei set che ho messo in piedi nel bosco vicino casa: Vedete, la capacità di piegarlo è impagabile perché si dispone di infinite possibilità di regolazione della luce, rendendola perfettamente funzionale all'effetto che si vuole cercare. Quindi, alcune foto da quel set, ovviamente tutte illuminate dal "mio sole"! Le prime due immagini sono ottenute senza nemmeno muovere la macchina, solo variando la diffusione del flash ed il mix di luce artificiale/ambiente. Z6II su 105/2.8MC 1/5s f16 ISO 100 Z6II su 105/2.8MC 1/15s f16 ISO 100 - I puntini sono polvere sulla lente frontale del 105 macro in questa ripresa 100% controluce e senza paraluce. Bello o brutto dipende dai gusti, ma mi hanno fatto venire un'idea..... che esplorerò in futuro. Z6II su 40/2+con tubo di prolunga da 18mm 1/20s f11 ISO200 Z6II su 40/2+con tubo di prolunga da 18mm 1/100s f2 ISO100 Z6II su 105/2.8MC 1/4s f16 ISO100 Z6II su 105/2.8MC 1/10s f16 ISO100 Z6II su 105/2.8MC 1/10s f11 ISO100 Z6II su 105/2.8MC 1/40s f8 ISO400 Quindi credo che sia chiaro che le possibilità aperte da questo kit siano praticamente illimitate. Non vedo l'ora che sia primavera/estate, per disporre di soggetti più interessanti di questi funghetti tardivi. Ma sapete come si dice, prima ti alleni e poi fai la gara! Massimo per Nikonland (C) 2/1/2022
  4. Ho la Zfc dal 4 Agosto di quest'anno, abbastanza da farmene un'opinione. Così ho pensato di intervistare me stesso su questa "macchinetta". Eccola qui. Perchè l'hai comprata? L'acquisto è in parte razionale ed in parte sentimentale: Stavo già pensando se procurarmi una Z 50 che mi facesse soprattutto, ma non solo, da "moltiplicatore" per il 300mm (+ TC14) per la fotografia ravvicinata, recuperando così quel suo valore di quasi macro che era andato perso con la Z6,e anche in macro il formato Dx è di aiuto. Quando è stata annunciata la Z fc, il suo look astutamente retrò, ai miei occhi riuscito molto meglio di quello della Franken-Nikon Df, mi ha attratto come ha attratto tanti altri. Così la parte emotiva ha spinto dalla parte della Z fc. Abbastanza forte da farmela comprare. Per cosa la usi? Per tante cose: per la fotografia ravvicinata, macro, come ho detto sopra, con lei spesso posso evitare di montare troppi accrocchi, mi basta il guadagno di 1,5x dato dal fattore di crop del formato Dx, che mantiene 20 megapixel come nella D500. Se serve, aggiungo una buona lente addizionale. Quasi macro: Nikon Z Fc e 24-200mm Z , a 200mm con lente addizionale. Per lo street: piccola, discreta, leggerissima, con il suo 16-50 collassabile è un divertimento portarsela in giro, fa addirittura venire voglia di fotografare. Senza contare che posso andare in giro con una coppia di obiettivi (16-50 e 24-200) arrivando da 24 a 300mm. Il formato Dx sul 24-200 ne migliora la resa ai bordi (o meglio, li taglia proprio fuori). La trovi comoda come ergonomia? Diciamo che non la trovo scomoda. Non ha l'ergonomia di una fotocamera moderna, da questo punto di vista la Z50 è indubbiamente meglio, ma come ha detto qualcuno, la bellezza richiede qualche sacrificio! Scherzi a parte, nonostante abbia le mani grandi, non mi trovo poi male (più o meno come quando avevo la Nikon FG!). C'è da dire che io non faccio lunghe sessioni fotografiche con la fotocamera sempre in mano, quindi le mie considerazioni sono relative a come la uso io. In macro il maggior peso lo regge la sinistra che tiene l'obiettivo, nello street, nei momenti di "riposo" la tengo al collo con la cinghia e montato c'è il 16-50. Non senti il bisogno del grip? Penso che senza dubbio, un grip migliorerebbe sensibilmente l'ergonomia e per alcuni può addirittura essere essenziale, ma a mio personale parere ne risulta alterata l'estetica. Dato che questa fotocamera l'ho comprata al posto della Z 50 anche -se non soprattutto- per il suo look, cambiarlo non mi va. Naturalmente è una considerazione molto soggettiva. Dovessi tenerla sempre in mano, probabilmente prenderei il grip ... o forse avrei preso una Z50! Vorrei comunque prendermi una base per proteggere il fondello di plastica. Pensavo alla half-case in pelle (?) della Smallrig. Un po' leziosa forse, ma ci sta. La half case non ha l'attacco Arca Swiss incorporato, lo so, ma la cosa mi interessa relativamente. Al 300mm ho sostituito il collare originale con uno cinese ben fatto con l'attacco Arca nel piede e sul cavalletto ci metto quello. Gli altri montati sulla Z Fc si possono anche usare a mano libera, al limite, servisse proprio, posso sempre avvitare una piastra. Dal sito Smallrig Come comandi e in generale interfaccia utente? Uno dei motivi per cui continuo ad usare Nikon è che non devo nemmeno prendere in mano le istruzioni, anche con fotocamere nuove, se non in casi rarissimi, sarà anche perchè uso Nikon da trentacinque anni, ma per me interfacciarmi con una fotocamera Nikon è quasi istintivo. La qualità di immagine ti soddisfa? Assolutamente sì, per essere una fotocamera Dx è sorprendentemente buona. Non ho fatto confronti diretti, ma come impressione sono concorde con chi dice che in questo è persino superiore alla sua "antenata" (benchè molto diversa) D500. File puliti ed incisi anche ad alti iso, lavorabilissimi. Sotto un crop 100%: C'è qualcosa che non ti piace? Il display articolato di lato, apprezzo molto che si possa ribaltare, così da proteggere il display stesso, creando un dorso molto stylish, ma lo trovo scomodo da usare. Avrei preferito una soluzione a ponte levatoio, comoda per scattare ad "altezza pancia". L'hai presa con il 16-50mm, cosa ne pensi di questo kit-zoom? Come altre realizzazioni "economiche" per Z sono delle piacevoli sorprese per quanto riguarda il rapporto qualità prezzo. Il vero problema è l'apertura massima, un po' troppo chiusa. Il 16-50 nello street A volte, un paesaggio. Appena possibile aggiungerò un fisso più luminoso, il 40mm o il 50mm MC, più facilmente quest'ultimo, non è troppo grosso, la focale equivalente da 75mm mi è congeniale e l'opzione macro è sempre comoda, senza contare che la qualità generale è eccellente. E con gli altri obiettivi come si comporta? Del 24-200mm ho già detto, li trovo fatti uno per l'altra, il 24-200mm a 24mm Il 24-200mm a 200mm, con lente addizionale! l'altro obiettivo con cui la uso molto è il 300mm f4 Pf, occasionalmente moltiplicato con il TC 14 EIII, Va bene, anzi molto bene. Con il 300mm f4 Pf, senza moltiplicatore Per gioco ci ho montato anche il SIGMA 150-600mm Contemporary, su cavalletto ovviamente, non ho trovato particolari problemi, e la qualità delle immagini è molto buona, come nelle due foto sotto, ma nel complesso non è una combinazione proponibile seriamente troppo squilibrio. Per queste cose, meglio la Z6, che ho tenuto. Ho usato anche un SIGMA 12-24 (non Art) per delle foto di street quando avevo bisogno di un grandangolo spinto. Il problema è che non amo l'FTZ, anche se poverino non mi ha fatto nulla di male, non vedo l'ora che esca qualcosa di nativo ed abbordabile che mi permetta di abbandonare gli obiettivi F definitivamente. Un'ultima domanda, pensi di usarla con obiettivi "vintage" o comunque manual focus? No, di obiettivi Ai-AiS non ne ho più e di sicuro non ne comprerò più. Ho provato a montarci qualcosa per pura curiosità, ma a parte il focheggiare a mano, nella maggior parte dei casi con gli obiettivi da me provati le immagini non rendevano giustizia al sensore. Non escludo però che con altri obiettivi d'epoca la resa possa essere superiore. Un tentativo con il Micro-nikkor 55mm f3.5. Resa onesta, accettabile. A questo proposito, non penso che comprerò i vari TT Artisan e simili a messa a fuoco manuale, indipendentemente dalla loro qualità e bellezza estetica, perchè la messa a fuoco manuale non fa più per me. Non sono mai stato collezionista di niente quindi se non li posso usare non mi interessano. La Z fc è bella e fotografa più che bene, almeno per l'uso che ne faccio (chiaro, non è una Z9, ma nemmeno pretende di esserlo!), per questo è con me. Silvio Renesto
  5. Scopo di questo articolo è stimolare ad uscire dalla propria confort zone, dalle fotografie fatte e rifatte, che delimitano il nostro ambito fotografico preferito. Ma anche, mentre ci si sta impegnando in una sessione fotografica, a spingere, a provare... a migliorare il modo in cui si fotografa il soggetto che si ha davanti. Entrambi, secondo me, sono percorsi validi per crescere come fotografi. Certo, non sono gli unici, ed anzi probabilmente sono i meno praticati perché, ben più comunemente, si cerca di perfezionare quello che si sa già fare mirando a farlo sempre meglio. Ma, ad un certo punto, ci si trova contro un muro, a volte tecnico e a volte creativo, che ci sbarra la strada. Ed allora, che c’è di meglio, almeno per un po’, di prenderne un’altra? Per sviluppare ed illustrare il concetto, racconterò dell’esperienza fatta questa mattina al parco vicino casa, dove sto andando, da qualche settimana, a fotografare i funghi. Perché i funghi? Beh, sono un soggetto facile da trovare, almeno nella stagione giusta, non scappano, non si muovono se c’è vento ma anzi, stanno li e molto pazientemente lasciano giocare il fotografo. Di più, almeno a mio gusto mediamente non sono dei bei soggetti, almeno quelli che trovo di solito. E quindi per fare una “bella foto” occorre metterci del proprio, cercando la migliore situazione, la luce giusta, componendo bene… e via dicendo. Il mio obiettivo è piuttosto ambizioso: imparare a fotografare la macro con i flash. A fare qualche macro ho iniziato “grazie” al lock-down della scorsa primavera, con il 70-200 ed una lente diottrica. Mi sono divertito - apprezzando il fatto che è insieme divertente, creativo e complicato - ed ho deciso di investirci sopra, acquistando alcuni mesi fa il nuovo 105/2.8S MC e, ad inizio settimana, un flash Godox AD100Pro. Quest’ultimo sia perché la luce in dicembre nel sottobosco del parco del Ticino è raramente interessante sia perché la sua gestione è un elemento indispensabile. Ma, e questo è secondo me particolarmente interessane, anche per ibridare fotografia di natura e di studio: ho deciso di provare ad impiegare quello che ho imparato da Mauro e Ross sulla luce flash. Esattamente come cerco di ibridare fotografia di animali e paesaggio con i miei animalscapes! Dopo questa interminabile introduzione, ecco la prima foto. Questo è il fungo che ho trovato nella mia passeggiata. Ho impiegato ben più tempo rispetto all'ultima volta: temo che la stagione dei funghi sia proprio in fondo! Tra l’altro, io speravo di trovare tutto un po’ bianco e ghiacciato per la nevicata di ieri – situazione speciale per i funghi - ma evidentemente nella notte ha piovuto. Z6II su 105/2.8S MC 1.3" F16 ISO100 La foto è piuttosto banale, nonostante il fatto che ho cercato di stare basso, almeno quanto mi ha consentito il treppiede a gambe completamente aperte. Ma visti i dati di scatto c’è poco da fare, il treppiede mi serve. O no? Vedremo… Intanto, guardando bene, vedo che non ho un soggetto ma 2! Si, perché sul gambo del fungo c’è una specie di moschina. Insomma, funghi e mosche… Mi dedico innanzi tutto alla mosca: Così non va: non risalta e, usando il treppiede, non c’è modo di averla parallela al sensore, la macchina è troppo alta. Ok, è il momento di tirar fuori il flash nuovo! E di sporcarsi i pantaloni… Questo il primo tentativo. Z6II su 105/2.8S MC 1/60 F5.6 ISO800 flash Godox AD100Pro Forse va meglio, ma ancora non ci siamo. Però capisco che sto andando nella direzione sbagliata. L’interesse deriva dalle ali e dalle goccioline. Per cui occorre rivedere completamente quello che sto facendo: devo stare parallelo al soggetto, andare al massimo in controluce sulle ali e produrre un bel contrasto tra luce ed ombra per dare dinamica e movimento all’immagine. Insomma, tra il dire ed il fare ci sono voluti più di 50 scatti… Ma questo è il risultato: Z6II su 105/2.8S MC 1/100 F16 ISO800 flash Godox AD100Pro Ed ora il piatto forte: Il fungo. Z6II su 105/2.8S MC 1/30 F11 ISO900 Proseguo da dove ero arrivato, cioè dal controluce. Questa è l’immagine fatta senza flash, di nuovo piuttosto piatta. Ma con il flash si può drasticamente cambiare il rapporto di forza tra la luce sul primo piano e quella sullo sfondo - semplicemente agendo sul tempo di scatto, sugli ISO e sulla potenza flash. Inizio quindi a giocare con queste variabili e, dopo una trentina di scatti sono qui: Z6II su 105/2.8S MC 1/30 F22 ISO800 flash Godox AD100Pro Ed estremizzando il concetto, qui: Z6II su 105/2.8S MC 1/100 F8 ISO200 flash Godox AD100Pro La sintesi? Quando fotografate, non fermatevi al primo scatto ma cercate di “lavorare” il soggetto, di capire come farlo rendere al meglio attraverso la comprensione di cosa non funziona nella fotografia appena fatta. Nel farlo credo proprio vi divertirete e, se avrete raccolto la sfida di fotografare qualcosa di diverso o in un modo diverso, magari aperto una strada nuova alla vostra crescita come fotografi. Tra l’altro, cercare nuovi modi di usare nuovi strumenti è una cosa particolarmente stimolante in questo periodo di transizione! Queste foto? Il loro scopo è unicamente quello di illustrare un pezzo di strada, percorsa cercando di "far rendere il soggetto" ed usare due, per me, nuovi strumenti. Nessuna pretesa di dire che i risultati ottenuti siano particolarmente buoni in senso assoluto, ma sono piuttosto fiducioso che quelli arriveranno con applicazione e metodo! E tu? "lavori" i tuoi soggetti? pensi mai alla tua crescita come fotografo? scrivilo sotto, così ne possiamo parlare!!! Massimo per Nikonland (c) 9/12/2021
  6. Il mio contributo per il Centenario dalla fondazione di Nikon e' gia' online da ben 11 anni ed e' relativo all'Inizio della Storia che la riguarda. Un inizio non facile, perche' si trattava di una riconversione industriale post bellica, di una guerra che il Giappone aveva perso e che lo vedeva paese occupato e smilitarizzato. Una bella storia, di ripresa economica ed industriale che ci ha portato fin qui, nel nuovo secolo del nuovo millennio a parlare ancora di Nikon Kaizen indica il miglioramento continuo nella vita personale, privata, sociale, professionale.Quando e’ applicato al posto di lavoro, kaizen significa miglioramento continuo che coinvolge dirigenti, quadri, operai allo stesso modo.All'interno dell'industria, il kaizen si applica in pratica come risoluzione immediata dei problemi che si presentano.Si deve accertare con sicurezza il luogo, gli oggetti, i contenuti che hanno a che fare con un problema. Si ritiene inopportuno, infatti, fare analisi a tavolino senza osservare come si svolgano i fatti nella realta’.Infine, la continuita’ e’ la principale caratteristica del kaizen che si oppone, in questo modo, al kakushin (innovazione).Da qualsiasi angolazione lo si osservi, e’ questo il concetto-guida che ha portato alla nascita, alla crescita esponenziale ed in tempi recenti anche alla eclissi della prevalenza delle imprese sorte nel secondo dopoguerra del XX secolo in Giappone: da dovunque lo legga, questo concetto, mi suona Nikon! E’ alla fine del 1945 che la societa’ Nippon Kogaku Kogyo Kabushiki Kaisha, che durante il secondo conflitto mondiale era arrivata ad impiegare ben 23000 persone per la costruzione autarchica del vetro ottico necessario alla macchina bellica giapponese, si ritrovo’ in un Giappone occupato dagli americani a dover riconvertire all’industria civile il know-how accumulato, ridimensionata all’estremo, con una forza lavoro di appena 1400 persone.Vennero costituiti all’interno dell’azienda una Commissione ed un Comitato con lo scopo di effettuare dei sondaggi di mercato per definire la possibilite’ di produrre fotocamere e soprattutto per valutare di che tipologia.Le opzioni erano varie ed alcune molto rischiose: l’industria fotografica dell’epoca parlava prevalentemente tedesco ed i modelli obbligati si chiamavano Rolleiflex, Leica, Contax.Superata una prima fase di sperimentazione biottica gia’ nella primavera del 1946 il gruppo di studio guidato da Masahiko Fuketa indirizzato sulle 35mm Leica a vite e Contax, inizia la progettazione di una fotocamera a telemetro e baionetta Contax dall’inconsueto formato di 24x32mm progettato sia per esigenze di risparmio (di spazio e di pellicola) ma anche perche’ proporzionalmente piu’ adatto ai formati in pollici (anglosassoni) della carta da stampa: insomma un perfetto rapporto 4:3 !Gia’ nel settembre del 1946, in anticipo sui tempi preventivati, la preproduzione della nuova fotocamera e’ ultimata, ma una serie di disguidi organizzativi fanno slittare di un anno la fase di produzione in serie, ed e’ cosi’ che nel novembre 1947 vedono la luce i primi prototipi e poi, nel marzo del 1948, che inizia la produzione continuativa del progetto classificato come ’6FB’: Nell'immagine in alto il progetto dell'otturatore a piano focale, mutuato invece che dalla tendina metallica a scorrimento verticale Contax, da quella di tessuto a scorrimento orizzontale della Leica che sembrava offrire maggiori garanzie di uniformita’ di esposizione; gli viene attribuito a questo punto il nome, operando una crasi del nome NIppon Kogaku, evitando il gia’ precedentemente utilizzato nome Nikko in favore del piu’ agile Nikon che suona cosi’ tanto Nippon e, aggiungo, assomiglia cosi’ da vicino al notorio marchio Ikon, proprieta’ della celebre Zeiss, tanto da procurare una serie di fastidi non proprio da poco al momento (successivo) della commercializzazione europea del marchio. Nikon I - 1948 Il risultato e’ quello di un apparecchio a telemetro, strutturato con un otturatore in seta gommata appunto a scorrimento orizzontale e con velocita’ da 1 secondo ad 1/500 piu’ le pose B e T La regolazione dell’otturatore, come sulla totalita’ delle macchine fotografiche dell’epoca, e’ separato in due ghiere concentriche, una dedicata ai tempi veloci, dal 1/500 al 1/20, l’altra in basso, da 1/20 ad 1’’, con un manettino da collimare nel passaggio dai tempi veloci a quelli lenti.Il formato, come detto da 24x32, consente l’effettuazione di 40 pose su di una pellicola 135.Il telemetro a sovrapposizione di immagine ha una base di 60mm (effettiva da 36mm) ed e’ collegato ad un mirino galileiano che copre l’ 85% soltanto del campo inquadrato da un obiettivo di 50mm.Alle due estremita’ del tettuccio della fotocamera i due bottoni zigrinati per l’avvolgimento ed il riavvolgimento della pellicola.Alcuni esemplari (rari e di valore!) della Nikon I vengono realizzati con baionetta a vite 39x1 Leica, ma presto questa soluzione viene abbandonata in favore della meno comune baionetta rapida Contax, per evitare la possibilita’ di usare ottiche non Nikon sulla fotocamera.Non e’ la sola baionetta ad essere copiata dalla Contax II bensi’ tutta la struttura del frontale della Nikon I, ivi compresa la rotellina di messa a fuoco rapida posta a portata di indice destro e la forma stessa della macchina,escluso il tettuccio del tutto ridisegnato, con il pulsante di scatto arretrato (stile Leica), il contapose coassiale alla ghiera di avvolgimento e, decentrata sulla sinistra, la staffa porta accessori (come questo elegante e ricercato mirino folding multiformato). L’obiettivo standard e’ un Nikkor 5cm f/2 a sei lenti ed in montatura rientrante, copia dell’equivalente Sonnar Contax, con il quale la nuova fotocamera arriva a pesare 765 grammi. I primi numeri di serie, identificativi della data di progetto cominciano per 609xx(dove 6 e’ l’ultima cifra dell’anno 1946 e 09 indica il mese di settembre):la prima matricola non prototipo sembra essere la 60922 E’ a questo punto che si innesta la vicenda piu’ interessante della moderna storia della Fotografia che mi ha stimolato a ricercare e a procurarmi le protagoniste di un cantuccio della Storia degli Uomini e delle loro guerre: parlo delle similitudini dettate dall'andamento delle trattative di Pace del secondo dopoguerra che portarono Nikon a costruire una telemetro basata (e molto somigliante) a quella Contax II che era stata la protagonista dell'informazione bellica in mano non soltanto ai tedeschi ma sopratutto all'eccellenza dei reporter alleati, quel Bob Capa che se la porto’ appresso dall'Africa alla Sicilia e fino al D-Day in Normandia e nei giorni della Liberazione di Parigi, ma che per gli eventi connessi all'armistizio e alla spartizione di Berlino, cadde con tutte le maestranze e le officine in mano sovietica e continuo’ ad essere prodotta in Ucraina a Kiev, con le stesse linee di produzione che ne avevano decretato un successo universale in Germania.Tre macchine a telemetro, la Contax prodotta fino alla fine della guerra, la Nikon tra il 1948 ed il 1959, la Kiev fino quasi alla caduta del muro di Berlino, nel 1989, probabilmente il piu’ longevo esempio di imitazione pedissequa di un manufatto... effettivamente ben riuscito, ma non certo benchmark della categoria come invece la coeva Leica a vite.Mi riservo di approfondire nello specifico, avvalendomi dei lavori gia’ pubblicati in proposito da piu’ autorevoli e documentati storici come Robert Rotoloni e Danilo Cecchi, questa affascinante storia di persone sconosciute le une alle altre, ma accomunate nel progettare e costruire un unico strumento .Nel mio piccolo tentero’ di mostrare come la passione mi abbia condotto, nel cercare di recuperare le vestigia di questo abbastanza recente passato, sebbene cosi’ radicalmente rimosso. Ma agli americani occupanti il Giappone (MIOJ=Made In Occupied Japan compare su molte flange di obiettivi e piastre macchina) non piacque il formato "monco" 24x32 della Nikon I, tanto quanto invece erano piaciuti i grandangolari 2.5, 2.8 e 3.5 alcuni dei quali costruiti anche con montatura a vite 39x1, e sopratutto i medio tele 8.5 e 13.5, quest'ultimo costruito anche con baionetta per reflex Exakta (tutte le lunghezze focali sono ovviamente espresse in cm) e pertanto commissionarono presto una seconda telemetro con lato lungo piu’ vicino possibile al formato Leica :Nikon M - 1949la Nikon M da 24x34 cm di formato, utile compromesso per non gettare alle ortiche il progetto originario, vide la luce nell'ottobre del 1949 e resto’ in produzione pochissimo, fino alla fine dell'anno seguente.Si distingue dalla Nikon I per la lettera "M" anteposta al numero di serie (primo di produzione il M609760): il primo lotto di macchine non ha le prese di sincronizzazione flash S ed F che vengono inserite sul fianco sinistro (prese a banana) a partire dal S/N 6092350 costituendo una variante, detta MS che pero’ non viene mai riportata ufficialmente sul corpo macchina o altrove: ne vengono prodotte in un anno 3300 esemplari, prevalentemente in silver-chrome: alcuni piccoli lotti vengono colorati in nero per le esigenze dei fotografi di guerra americani in Corea. Insomma, nell'arco di appena due anni dalla commercializzazione del modello I, questo ibrido tra una baionetta Contax e un otturatore Leica, fortemente voluto dai reporter di guerra americani, per evitare di dover fare ricorso alle (odiate tedesche) Leica ed Exakta, si avvia a prendere forma di marchio universalmente riconosciuto in forza delle vincenti scelte ingegneristiche e avvantaggiato dall'essere uno dei pochissimi produttori (e fornitori) di vetro ottico di pregio.Sono infatti le ottiche NK a dare la spinta piu’ forte al passo successivo, la produzione in grande serie del modello S del 1950, il piu’ moderno del progetto originario, l'ultimo con l'anomalia del formato limitato a 24x34mm. Nikon S - 1950 La sigla "S" forse indica la sincronizzazione flash ormai di serie su questo modello, con due coppie di prese a banana, contrassegnate da F ed S per Fast e Slow in relazione alle velocita’ di otturazione in uso ed alle conseguenti diverse lampade flash da utilizzare. Il primo numero di serie della Nikon S e’ 6094101 e la produzione di questo modello si protrae per cinque anni, dal gennaio '50 al gennaio '55, con una produzione totale di oltre trentaseimila pezzi, fino alla matricola 6129520, ma essendo passata per numeri anche di otto cifre, fino a 60911215, pur di mantenere il prefisso iniziale 609... continuita’ e miglioramentonella tradizione= kaizen! Tutte le S costruite entro l'8 settembre 1951, data del ritiro delle truppe di occupazione americane, portano la scritta MIOJ (made in occupied Japan) incisa sul fondello, successivamente soltanto Japan o Made in Japan. La gran parte delle S prodotte viene esportata e per questo motivo tale modello ha un valore piuttosto limitato sul mercato collezionistico: pur non essendo stato il modello piu’ prodotto e’ sicuramente risultato il piu’ popolare! Se due persone diedero impulso alla Nikon S esse furono sicuramente David Douglas Duncan, reporter di guerra per la rivista LIFE, il quale gia’ nel Maggio del 1950, dopo aver avuto a disposizione per mezzo di un corrispondente giapponese di LIFE, Miki JUN, dei negativi particolarmente interessanti per incisione e dettaglio, realizzati con il primigenio 8,5cm f/2 decise di provare tale obiettivo ed il 5,0cm f/1,5 sulle proprie Leica ed in un secondo momento, direttamente sulla S, coinvolgendo molti altri colleghi nella felice sperimentazione, fino a creare una linea diretta con la stessa Casa madre alla quale vennero spesso fatte realizzare delle modifiche ad uso e consumo esclusivo dei reporter di LIFE. La seconda persona, chiave del successo commerciale di Nikon, fu l'importatore ufficiale americano, Joe Ehrenreich che succedette nel 1953 alla Nikon Camera Company di San Francisco, impiantando invece la propria sede a New York nella Fifth Avenue (EPOI: Ehrenreich Photo Optical Industries, con un catalogo marchi diviso tra Nikon e nomi come Mamiya, Bronica, Sinar, Broncolor, Durst, Metz, Kindermann, Sigma ed altro).Fu questo imprenditore a decretare il successo commerciale della Nikon S e delle sorelle che la seguirono, fino alle piu’ famose reflex, grazie anche alla vasta serie di contatti con fotografi ed editori, in tutti i settori, dal reportage alla moda.La guerra in Corea duro’ giustappunto nell'arco di tutto il periodo di sviluppo del modello S, fino al 1953, quando i prototipi del modello successivo erano gia’ pronti per essere immessi sul mercato. Il peccato originale si chiamava formato ridotto...!Motivo per cui, la Nikon S, per quanto osannata e benvoluta restava pur sempre "quella" strana telemetro diversa dalle altre...Se poi si voleva proprio paragonarla a Contax che gia’ da anni forniva come prestazione dell'otturatore addirittura il 1/1250, beh... il 1/500 sembrava un po' pochino e se in sovrappiu’ ci si mette Leica che nel 1954 sforna la sua bellissima M3 con leva di carica rapida ed un telemetro ampliato di base, accoppiato a un mirino multifocale che in confronto all'oblo’ della S sembra un televisore... ecco che il prototipo Nikon gia’ pronto nel 1953, viene con qualche indugio modificato e nel dicembre del 1954 viene presentata la:Nikon S2 - 1954 Se per passare dal formato 24x32 della I al 24x34 della M e della S era bastato a M. Fuketa & company eliminare un piolo nell'asse di avvolgimento pellicola lasciando immutato il progetto originario, adesso l'otturatore della S2 viene totalmente rivisto allo scopo di raggiungere i fatidici 24x36mm intanto la velocita’ delle tendine viene portata fino a 16 ms, quindi, per contenere i "rimbalzi" delle tendine accelerate, viene progettato un nuovo freno di tipo a pendolo, che ne smorza le vibrazioni, causando una particolare sonorita’ di questo otturatore.(Pensate che lo stesso tipo di tecnologia e’ stato applicato alla moderna Nikon F5 per lo smorzamento delle vibrazioni dello specchio reflex!)La nuova Nikon adesso pesa meno della precedente S, grazie all'utilizzo di nuove leghe metalliche, nonostante le dimensioni della S2 siano leggermente accresciute rispetto la S.La scala dei tempi (che finalmente arriva al millesimo di secondo) si giova della moderna sequenza geometrica, sempre a due livelli: coi tempi rapidi (1000-500-250-125-60-30) e quelli lenti (15-8-4-2-1) piu’ pose B e T; la velocita’ di sincronizzazione si porta a 1/50" e compare sul fianco sinistro un unico contatto sincro pc standard. Il grande progresso nell'estetica complessiva si nota in relazione all'elegante gradino che divide in due il tettuccio tra la zona di sinistra con la ghiera di aggiustamento dei millisecondi della sincronizzazione flash con la la manovella di riavvolgimento coassiale e quella di destra dedicata ai comandi principali con la ghiera di selezione dei tempi, il pulsante di scatto e, finalmente, la grande novita’ costituita dalla leva di avvolgimento rapido che va a sostituire il pur agevole ruotone zigrinato delle precedenti RF, come da innovazione Leica sulla neonata M3. Altra innovazione sicuramente il mirino, sempre rotondo ma notevolmente piu’ luminoso sia in entrata sia in uscita rispetto a quello della S, purtroppo ancora ottimizzato soltanto per la focale di 50mm, rendendo cosi’ necessario utilizzare mirini esterniIl fattore d'ingrandimento 0,9x lo rende finalmente "lifesize" rispetto al ridotto potere del vecchio mirino della Nikon S. Di Nikon S2 vennero prodotti quasi 57.000 esemplari, a partire dal S/N 6135001 del 10 dicembre 1954 fino al S/N 6198380 del 1958, divenendo pertanto la telemetro Nikon costruita nel maggior numero di esemplari.A partire dal 1956 vengono presentati dei prototipi sui quali viene sperimentato l'impiego di un motore elettrico di avanzamento, anche se tali esemplari non raggiungono mai la produzione di serie.Al contempo viene sviluppato il progetto ottico che portere’ alla luce quella meraviglia ottica che e’ il 5cm f/1.1 ... ci si prepara ad ulteriori novita’... qui dentro...ecco dove Nippon Kogaku conserva tre anni di attivita’ progettuale indirizzata fin dall'inizio del 1955 contemporaneamente su due fronti:-migliorare la S2 (impresa possibile)-innovare il sistema a telemetro (kaizen!) Ma in che modo si puo’ migliorare la S2 ?Guardando la concorrenza si puo’ obiettare che il mirino multifocale sarebbe una risposta utile al lavoro dei professionisti che devono cambiare spesso ottica sulla propria macchina, che la predisposizione al collegamento di un motore elettrico sarebbe un plus gradito a chi scatta parecchio, che inserire finalmente un autoscatto porterebbe all'acquisto molti fotoamatori, che rinnovare un'estetica "old style" alle soglie degli anni '60 parrebbe anche un buon marketing. E' per questo che da quella scatola con la scritta dorata balza fuori per prima la telemetro per i professionisti,la Nikon SP - 1957SP come S Professional, dotata di quanto auspicato prima e di molto di piu’, giacche’ con essa si gettano i ponti che porteranno solo due anni piu’ tardi alla commercializzazione della seconda parte del progetto iniziale, la reflex che spazzera’ di un sol colpo il mercato da tutte le telemetro ancora presenti (tranne una...), la Nikon F, strutturalmente identica a questa stupenda SP che non sostituisce ma affianca soltanto la S2, definendo per la prima volta in casa Nikon una bipartizione di utenza di destinazione: la Nikon SP e’ un prodotto di nicchia! Possiede un otturatore a scorrimento orizzontale prima con tendine di stoffa gommata, poi, a partire dal maggio 1959, in titanio; ha una velocita’ di traslazione delle tendine leggermente diminuita rispetto la S2 per ridurre i rischi di disuniformita’ di esposizione, un selettore delle velocita’ non piu’ sdoppiato, che finalmente non ruota durante lo scatto, una sincronizzazione flash fino al 1/60" una scala cromatica identificativa dei tempi di scatto, anche in bassa luce, grazie alla vernice verde fluorescente,ed un'estetica da urlo... che ne fa a parer mio la piu’ bella rangefinder camera mai costruita da chicchessia (parola di RFSP)! La grande innovazione e’ costituita dall'enorme mirino multifocale provvisto di selettore sul tettuccio per le focali 5 8,5 10,5 e 13,5 cm che si sovrappongono nel mirino le une alle altre, fino alla 13,5 con la quale compaiono contemporaneamente tutte e quattro All'interno della montatura unica del mirino, una seconda finestra provvede a mostrare l'inquadratura per il 2,8cm e la cornice del 3,5cm Anche la SP possiede un unico contatto sincro standard selezionabile tra X ed FP, ma a differenza della S2 possiede anche un sincro diretto sulla staffa portaaccessori Il contapose e’ adesso ad azzeramento automatico e rende possibile preselezionare rulli da 20 o 36 pose.Il frontale della macchina, completamente ridisegnato, ha costretto a decentrare il marchio e pur misurando in larghezza e profondita’ gli stessi 136mm per 43,5 della S2 adesso l'altezza e’ aumentata di poco, fino a 81mm. Le rifiniture in nero aumentano, fino a colorarne la corona esterna alla baionetta di innesto ottiche, il peso arriva a 720 grammi col 5cm f/1.4 montato. Altra innovazione non da poco, la predisposizione all'attacco del motore S36, alimentato da sei batterie da 1,5V contenute in un portabatteria separato, capace della bellezza di tre scatti al secondo con velocita’ di otturazione superiore al 1/30": da solo costava 50.000 yen da aggiungersi ai 98.000 che servivano per SP con 5cm f/1.4 La Nikon SP e’ la macchina a telemetro con la quale NK raggiunge l'apice del successo come oggetto tecnologico nella sua categoria, ma con la quale al tempo stesso gli uomini di Nippon Kogaku si rendono conto che a causa delle insormontabili difficolta’ ingenerate specie con i teleobiettivi piu’ lunghi della base telemetrica disponibile, l'era di questi apparecchi e’ rapidamente trascorsa ed e’ giunta l'ora di pensare allo sviluppo del progetto temporaneamente accantonato ma che vedra’ nella reflex F l'apoteosi della Casa di Tokio.Viene costruita in tutto in appena 22.000 esemplari a partire dal 19 settembre 1957 (S/N 6200001) per concludersi a giugno 1960 col ne’ 6232150. Nel gennaio 2005 Nikon annuncia una produzione limitata di 2500 Nikon SP riedite col Nikkor 35mm f/1.8: Non parliamo del prezzo, per favore E' soltanto nel 1958 che la Nikon decide di dare una rinverdita al progetto(vincente) della S2.Il risultato e’ quello di una macchina che si affianca alla SP, portando avanti lo stesso tipo di produzione differenziata in funzione del target di clientela, secondo lo stesso presupposto che negli anni successivi vedre’ nascere le Nikkormat accanto alle Nikon F ed F2, le FM e le FE accanto alla F3 e cosi’ via. Nikon S3 - 1958 Il risultato e’ quello di una macchina che nasce attorno allo stesso otturatore della SP, lo stesso selettore dei tempi e leva di autoscatto, nonche’ le stesse predisposizioni per il collegamento col flash e con i motori elettrici.L'unica differenza degna di nota e’ contraddistinta dal mirino (fiore all'occhiello della SP), che nella S3 offre un rapporto di ingrandimento 1:1, e’ molto luminoso e copre quasi l'intero campo inquadrato da un obiettivo da 3,5cm: le uniche tre cornici ppresenti sono appunto quella per il 3,5 e quelle per il 5 ed il 10,5 cm.La finestra anteriore del mirino e’ diversa da quella della SP e consente di riallineare al centro il marchio NikonAnche peso e dimensioni sono del tutto paragonabili a quelle della SP (peraltro quasi indistinguibile anche dalla S2) Ovviamente sul tettuccio della S3 manca la ghiera di variazione delle cornici luminose che qui sono fisse nell'unico mirino. I prezzi sono analoghi a quello della S2 prima che venisse messa fuori produzione, quindi intorno agli 86.000yen col 5cm f/1.4 al momento della sua uscita sul mercato.Viene costruita in poco piu’ di 14.000 esemplari a partire dal marzo 1958 col S/N 6300001 fino al marzo 1961 quando, in conseguenza del forte successo di vendite della reflex Nikon F, la S3 viene bruscamente messa fuori produzione. Proprio a causa di questa politica commerciale, volta a favorire il lancio della reflex F, nel marzo del 1959 viene affiancato alla Nikon S3 un ulteriore semplificazione del concetto: Nikon S4 - 1959 in sostanza una S3 senza la leva dell'autoscatto, il contapose automatico, la predisposizione per il motore e la cornice per il 3,5cm... un salto nel passato per diminuire fino a 52.000yen il prezzo di vendita col 5cm f/2Purtroppo la concomitanza del lancio della Nikon F fa rifiutare al magnate Ehrenreich di importare negli USA la S4, decretandone anzitempo il suo avvenire, che si concretizza mestamente in appena seimila esemplari costruiti, tutti cromati, a partire dal S/N 650001 Bisogna ovviamente citare anche la versione speciale della S3 del 1960, modificata per ottenere su rullino standard 72 pose, con un formato da 17,5x24mm molto simile all'APS-C di molte reflex digitali dei giorni nostri... se non fosse per l'orientamento verticale del fotogramma! Nikon S3M - 1960 Tale macchina nasce per assecondare le esigenze dei fotografi sportivi al fine di ottenere un numero maggiore di scatti in sequenza rispetto quelli ordinarii.Le caratteristiche complementari di questa ultima telemetro Nikon sono assolutamente identiche a quelle della S3, mirino e cornicette comprese.Della S3M vengono pero’ costruiti appena duecento esemplari a partire dal S/N 660001 Ringraziamenti e citazioni: alla pazienza e conoscenza di storici della fotografia moderna quali Robert Rotoloni e Danilo Cecchi, le cui opere mi hanno guidato ed ispirato nella realizzazione di queste pagine. Insieme alla copiosa quantita’ di immagini per le quali ho attinto avidamente a siti basilari per la conoscenza di queste tematiche quali: Nikon Corporation (jp) mir.com Nikon Historical Society Stephen Gandy 's CameraQuest che se non ci fossero.... dovrebbero inventarli! e ci piacerebbe un giorno lo dicessero di NOI Max Aquila (RFSP) per Nikonland 2006 (C)
  7. L' uscita sul mercato del fantastico 14-24/2.8S è stata accolta con grande favore per una lunga serie di motivi, tra i quali uno è la possibilità di utilizzare i filtri in modo decisamente più comodo di quanto non fosse con il suo predecessore. Ma quali comprare? servono ancora le lastre o bastano i ben più funzionali, e complessivamente economici, circolari? la differenza sostanziale tra i due è, evidentemente, che i Graduated Neutral Density per essere posizionati hanno bisogno di scorrere e, quindi, possono essere solo a lastra e per giunta questa deve essere di grande dimensione. Cosa ovviamente ininfluente per polarizzatori e ND, che secondo me sono gli unici due filtri che all'attualità ha senso comprare (ma ricordando che il polarizzatore non serve per scurire i cieli!!!). Per illustrare il mio ragionamento ho preso un'immagine, l'ultima scattata la scorsa domenica. Z6II su 24-70/4S@40mm 1/60 f5.6 ISO100 O meglio, questa: Il cui istogramma, ottenuto con un'attenta misurazione e regolazione dell'esposizione è questo: Qui è subito utile una nota: le fotocamere Nikon non mostrano l' istogramma calcolato sui dati RAW presi dal sensore ma, prima, applicano il Picture control selezionato. Cosa utilissima se, ad esempio, si fotografa in Bianco e Nero o se si vuole lavorare in JPG. Ma decisamente fuorviante se lo si usa per ottimizzare l'esposizione. Per questo, quando fotografo a colori uso sempre il Flat. Si, le anteprime sono visivamente un po' smorte... ma quelli sono i dati reali che il sensore ha catturato (o almeno la loro rappresentazione con la minima alterazione). Quindi, come vedete, allo scatto ho fatto molta attenzione a non bruciare le alte luci e a non bloccare le ombre. Ovviamente i dati ci sono tutti ma l'immagine è pessima. Questo perché il cielo è "giusto" scurendolo di 0.6 stop, così: Mentre la terra è "giusta" schiarendo di 1.4 stop, così: Quindi abbiamo 2 stop secchi, forse di più se guardiamo la regolazione finale dell'immagine.... il classico caso per il più tipico GND, quello da 2 stop? 3 per chi ama i cieli drammatici? Direi di no, perché con un GND 2 stop soft edge sarebbe uscito questo: L'esposizione è compensata, ma l'immagine fa schifo perché il filtro scurisce le cime delle montagne in modo assolutamente non realistico. Non solo sono scomodi e costosi, ma con le montagne (o con quasi tutto quello che non sia un orizzonte più o meno piatto) fanno a pugni. Quindi direi che per questo caso, amanti dei filtri o meno, il GND non avrebbe potuto essere la soluzione. Ma come ci siamo detti, il file contiene tutto quel che serve. Perché non provare semplicemente a schiarire le ombre e a scurire le luci? Si ottiene questo: Come vedete, il sensore della Z6II ha una eccellente gamma dinamica. Nessun rumore nelle ombre. Il risultato è già molto meglio anche se c'è poco contrasto, l'immagine è priva di croccantezza. E non posso aumentarlo perché annullerei il risultato dei due recuperi. E quindi? Facile. Si procede con regolazioni differenziate, regolando l'immagine nel suo complesso e poi, localmente, cielo e terra. Capture One chiama "sfondo" l'immagine intera, e qui a destra vedete i suoi strumenti usati. In sintesi: centrato l'esposizione, aggiunta un pochino di saturazione, aperte un poco le ombre, regolato il contrasto con una curva Luma (contrasto senza agire sulla saturazione) e regolato il punto bianco e nero. In realtà quest'ultima parte l'ho fatta dopo aver creato le regolazioni locali. Coo il pennello automatico ed 1" netto di lavoro ho creato il livello per il cielo e la relativa maschera, questo: E con un altro paio di comandi quello per la terra, invertendo la maschera: Come vedete, il cielo è scurito agendo sull'esposizione ma anche sui livelli, "stirando" l'esposizione verso le ombre. Questo ha un effetto molto più realistico rispetto ad usare chiarezza o rimozione foschia (che, a mio parere, troppo spesso e maldestramente sono usate sui cieli). E non ultimo "rispetta" la morbidezza delle nuvole. La terra, invece, è sia schiarita sia resa più croccante nei dettagli della foresta e delle rocce con chiarezza ed un pizzico di struttura. La compressione dei fili pubblicati rende difficile valutare la qualità della maschera automatica. Questo è il crop a pixel reali: E quindi si arriva qui: Ovviamente il risultato può piacere o non piacere, come sempre è questione di gusti. Ma la conclusione è che, per fotografare paesaggi, in particolare dove gli orizzonti sono ricchi di forme irregolari, imparare ad esporre bene ed un pizzico ad usare i software è meglio di comprare i costosi filtri GND. Tra l'altro, come avete visto, non si tratta di essere i proverbiali maghi di Photoshop! E se la scena non sta nella gamma dinamica che il sensore è in grado di catturare? Questo mi capitava frequentemente quando fotografavo diapositive Velvia e con le prime digitali.... ed allora usavo i GND o, più spesso, non fotografavo. Ma con i sensori attuali delle nostre Nikon è difficilissimo che una scena che fotograficamente abbia un senso - intendo come qualità della luce - non sia registrabile. E nel caso, meglio dei GND c'è comunque riprendere 2 immagini con esposizione differente e poi incollarle una sopra l'altra mediando l'esposizione con un procedimento concettualmente del tutto analogo a questo. Massimo Vignoli per Nikonland (c) 21/10/2021.
  8. Lo sappiamo, il futuro è pieno di incognite e non è semplice programmare a lunga scadenza. Quanti di noi sono certi al 100% di dove lavoreranno o abiteranno tra 5 anni? Quando prenoto viaggi fotografici, magari con due anni di anticipo (beh, dovrei dire prenotavo…. COVID VATTENE!), a volte mi chiedo se davvero sarò in grado di farlo quel viaggio. Non di meno programmiamo il futuro e tendiamo ad un risultato, anche di lungo periodo. Io lo faccio e le prossime righe sono il mio Manifesto, cioè la dichiarazione di come intendo Nikonland, il mio ruolo di redattore, gli obiettivi che mi pongo, certo che Nikonland mi sosterrà ed aiuterà a raggiungerli in un contesto di collaborazione e rispetto. E quindi, cos’è per me Nikonland? Questo sono io, nel 2015. La foto l'ha scatta il mio amico Alberto alla fine, per troppa pioggia, di un lungo ed infruttuoso appostamento a cervi. Non è un passatempo, o meglio ci passo del tempo ed impiego del tempo per scrivere e partecipare attivamente ma non lo considero solo tale. Non è un lavoro, o meglio non mi pagano per farlo e non vorrei che lo facessero ma io quando scrivo mi impegno tantissimo, come se lo fosse. È un gruppo di amici fotografi, in parte virtuale ed in parte fisicamente conosciuti, con il quale parlo di Nikon e di fotografia e, in particolare con alcuni, a volte fotografo. Si sa, se c’è passione, e nella redazione di Nikonland ce n’è una enorme quantità, a volte si discute, ma tra amici che condividono gli stessi valori fondamentali si riesce sempre a trovare una sintesi comune. Peraltro, è grazie a quella passione ed alla serietà nell’approcciare ogni tema che il livello degli articoli è così alto e, insieme, si riescono a fare cose uniche, anche a livello internazionale. Cosa farò in Nikonland nei prossimi cinque anni? E questo il mio ultimo articolo, della scorsa settimana... Proseguirò il mio percorso di fotografo e di divulgatore. Scriverò articoli e post veri, come me, sinceri al 200%, con i migliori contenuti che sarò in grado di produrre. Lo farò in base alla mia esperienza ed a quanto di nuovo imparerò come fotografo, attraverso i test e la sperimentazione di nuovi modi di fotografare e nuove attrezzature, coerentemente con la mia passione. Vorrei anche spingere la mia indagine, il mio personale percorso di crescita fotografica, verso aspetti più legati all’arte che alla meccanica della fotografia. All’estetica più che alla tecnologia. Nikonland is different! Massimo per Nikonland (c) 22/10/2021
  9. D300S su 500/4G+TC14@700mm 1/1250 f8 ISO 400 - 2/4/2011 Racconigi - Quante ore in quei capanni! Ho iniziato a fotografare con Nikon nel 2000, 21 anni fa. Nel 2000 non conoscevo la fotografia ed ancora meno le attrezzature fotografiche allora disponibili. Arrivai per caso a Nikon e quale fu il motivo? Un incidente! Infatti, in uno dei miei primi viaggi, in Norvegia per la precisione, la macchina fotografica che avevo recuperato e portato con me, per qualche bella foto-ricordo, mi cadde e si guastò. Retrospettivamente, fu un’enorme fortuna: questo inconveniente mi diede il motivo per tartassare Guido, un amico convinto Nikonista, ma proveniente da Canon e quindi capace di illustrami quelli che allora erano i punti di forza e debolezza di entrambi i marchi, con mie richieste di informazioni a 360°. Giornate intere di insistenti piogge mi diedero, per una volta, una mano e tornai a casa pieno di voglia di fotografare e con la consapevolezza che Fotografia non è, o almeno non è soltanto, l’istantanea al bel paesaggio fatta nelle vacanze agostane. Appena rientrato, la prima cosa che feci fu acquistare una F80 con il 28-105 ed un pacco di rullini…. Poi un 20… l’80-200, il 300, una F100…. Nel tempo la lista è diventata enormemente lunga. Solo dal 2006, anno in cui ho iniziato a fotografare in digitale e, curiosa coincidenza, anno della fondazione di Nikonland, ho acquistato ed utilizzato estensivamente 11 corpi macchina e 44 obiettivi, con focali da 12 a 600. E molti altri ne ho provati. Questo non solo per turn-over di lenti e macchine nel mio zaino, ma anche perché a me essenzialmente piace fotografare e lo faccio praticando, anche se ad intensità e con dedizione diverse, più generi fotografici - dal paesaggio al wildlife, dalla fotografia di viaggio a quella in studio. Ma, lo sapete, due sono i miei grandi amori: gli animali ed i paesaggi naturali! La tecnologia impiegata nelle nostre Nikon mi appassiona solo nella misura in cui rende questi strumenti così efficaci nel supportarmi mentre realizzo le mie fotografie, quindi non ho nessuna intenzione di scrivere una recensione di lenti e corpi. Questo articolo vuole raccontare le sensazioni e le soggettività che mi hanno accompagnato e fanno parte di me, quando vado a fotografare con le mie Nikon e che provo a recuperare attraverso i ricordi per condividere con voi una piccola selezione di immagini. Non partirò dal citato 2006, ma da un passato più prossimo, per rendere l’articolo “contemporaneo”. D700 su 16-35/4@22mm 1/15s f18 ISO 200 - 10/9/2011 Laghi Avic - Un posto che amo tantissimo, li in autunno il mio cuore si sincronizza con l'universo. Inizio da quella che fu una vera milestone dell’era digitale: l’uscita di D3 e D300 e, poi, D700. Cioè il periodo in cui Nikon, “nell’era moderna”, ha confezionato un sistema digitale, oggi si dice un ecosistema, convincente a tutto tondo perché composto da strumenti allo stato dell’arte – file ben lavorabili anche ad alti ISO, risolvenza delle lenti ed autofocus rapido e preciso, VR - prendendo la guida del mercato in termini di qualità ed efficacia delle soluzioni realizzate. La D3 l’ho solo provata, ero erroneamente convinto di avere sistematico bisogno di chiudere le inquadrature grazie al fattore di crop del DX, ma con D300 e D300S ho realizzato centinaia di migliaia di fotografie e, superate le mie personali resistenze, anche di più con la D700. Di fatto, quei corpi macchina insieme a 16-35/4G, 70-200/4G, 300/2.8G e 500/4G, hanno cementato il mio essere Nikonista. D700 su 500/4G+TC14@700mm 1/640 f5.6 ISO 1600 - 5/6/2011 Islanda - Un viaggio unico, che porterò nel mio cuore per sempre, insieme ai ricordi più sacri. Poi c’è stato un altro momento catartico: i sensori ad alta risoluzione. Come molti ho saltato la D3X: troppo costosa e, per chi fotografava prevalentemente animali come me in quel periodo, anche troppo lenta. Ma poi sono arrivate loro: D800, D800E e D810: una meglio dell’altra. Anzi, una più dell’altra perché la D810 ha evoluto le altre in ogni aspetto significativo, diventando per me una fantastica macchina per Landscapes ed Animalscapes. D810 su 16-35/4@21mm 6" f16 ISO 64 - 22/8/2015 Spagna del nord - Beh, è mare ma anche montagna! D810 su 70-200/4G@82mm 1/250 f4 ISO 90 - 22/6/2015 Finlandia - Il primo viaggio della mia seconda vita. Non ero sicuro di nulla, nemmeno di farcela. Ed in mezzo, la mia prima DSRL 100% professionale: la D4, che mi ha accompagnato nei primi viaggi “seri”. D4 su 500/4G 1/500 f4 ISO 2800 - 24/6/2015 Finlandia - Mi batte ancora il cuore quando ripenso a quanto ho trattenuto il respiro pregando che stesse con noi.... ma un lupo è un lupo per l'ombra! Qui su Nikonland l’abbiamo definita “la familiare”, quasi in accezione negativa rispetto alla D3S e alla D5 che l’hanno preceduta e seguita che, per stare nella metafora automobilistica, definirei due spider pepate. Arriviamo così agli ultimi dispari in ambito DSLR. Nikon come altri ha adottato un ciclo produttivo “Tick-Tock”, che significa che una serie innova e la serie dopo consolida. Per cui dopo la D4 ecco Batman, la D5. Ma fu, ed è, amore totale ed incondizionato. La D5, per me, è stato l’apice, la vetta. Ad anni di distanza, niente veramente più di lei con quella tecnologia di base: La D6 l’ho provata e saltata: da una parte intenso l’amore per la D5 e dall’altra troppo forte il richiamo delle Z. D5 su 50/1.8 1/200 f2.5 ISO 400 - 3/2/2019 Milano - Non è facile stare davanti ad uno sguardo così, pensare a come fotografarlo e... fotografarlo. D5 su 500/4E 1/1600 f4 ISO 3200 - 8/2/2017 Finlandia - La natura ha leggi semplici. Una è che la vita si costruisce sopra alla morte. Ma, grazie al consiglio di un buon amico, ho usato con profitto anche la D500. La sorellina della D5, piccante anche lei, in grado di esserle perfettamente complementare nella fotografia di Wildlife. Una squadra efficacissima, che spero Nikon reiteri in quanto per me il massimo è avere due corpi complementari. D500 su 500/4E+TC14@700 1/800 f7.1 ISO 360 - 13/5/2018 Parco del Ticino - Chiamarla TC15 è riduttivo, ma come moltiplicatore è il migliore mai costruito. E siamo alle Z. Una svolta così importante e fondativa da far coniare a Mauro e Max il nome Zetaland! Io all’epoca ero perplesso: non trovavo quello che avrei voluto. Ma tutte le rivoluzioni conquistano alcuni al primo sguardo ed altri con il tempo: io per le Z sono indubbiamente stato nel secondo gruppo ed ho impiegato un po’ di tempo, nel quale Nikon ha migliorato il SW, per trovare nelle mie Z gli aspetti positivi capaci, come ora, di farmi lasciare spesso a casa le DSRL serie 5. La prima sono le ottiche, di una qualità tale da farmi perdere ogni freno e resistenza al cambiamento: ogni lente Z di serie S che esce supera con ampio margine la lente F che l’ha preceduta, sia per prestazioni che per comodità d’uso. Inutile elencarle: lo hanno fatto tutte. La seconda è un insieme di caratteristiche abilitate dall’enorme salto tecnologico: le informazioni a mirino, la totale assenza di vibrazioni che rende possibile scattare a tempi mai visti anche con i supertele, la silenziosità solo per citarne alcune. Z6 su 500/4E 1/200 f4 ISO 6400 - 27/10/2019 Parco del Ticino - Ma allora è vero che sono così ben mimetizzato che senza Clack non mi vede?!?! E poi l’enorme versatilità di un sensore disponibile a qualsiasi utilizzo. Z6II su 14-24/2.8S@14 20s f2.8 ISO 3200 - 10/7/2021 Nivolet - Passare la notte sotto le stelle, da soli, è come trascorre del tempo davanti ad uno specchio molto speciale. Ma poi c’è il game changer per definizione: la promessa di autofocus intelligente capace di riconoscere nel soggetto viso ed occhi. Promessa che oggi con le Z6II e Z7II, e con declinazioni diverse nelle altre Nikon Z, è mantenuta nella fotografia di persone, di paesaggio e di tipo generalista, ma che attende un corpo dispari capace di portare tutto questo allo stato dell’arte per qualsiasi sfida, anche quelle nelle condizioni selvagge ed impegnative che più mi piace vivere. Z6 su 70-200/2.8E@200 1/125 f2.8 ISO 6400 - 26/5/2019 Milano - Beh, questo è uno scherzo. Le avventure impegnative e selvagge che preferisco sono altre. Ma vi assicuro che davanti ad Arya, la prima volta che usavo una Mirrorless, senza la D5 per evitare tentazioni e con la Z6 che non pilotava il flash.... ho sudato un sacco!!! D3, D5 ed ora Z9. Non so se è voluto, ma questo doppio salto rappresenta perfettamente la distanza che mi aspetto Nikon metta tra la Z professionale e l’apice delle DSRL. Ma c’è una cosa che non ho ancora detto. E cioè perché, nonostante a notevoli successi siano succedute luci ed ombre nella transizione al mirrorless, io sia così chiaramente orientato verso un futuro tutto Nikon? Perché spero così tanto nella Z9? Non sono un fan. Ancora meno un social addicted oppure un influencer che deve stupire chi lo legge ad ogni nuovo post. Amo fotografare, mi voglio concentrare nel fare le mie immagini e non sui bottoni ed i comandi dei miei attrezzi. Le mie dita ed il mio cervello, in anni d’uso, hanno raggiunto una simbiosi con le mie Nikon. I miei occhi quando guardano nel loro mirino si trovano a casa. I miei obiettivi Nikon Z sono assolutamente perfetti, il meglio che io abbia mai usato o che abbia mai visto, in assoluto. Il loro unico difetto è che non ci sono ancora tutti! Le mie Nikon sono state le affidabilissime compagne del mio sfaccettato viaggio e se le mie attuali Nikon Z (Z6 e Z6II), seppur dotate di alcuni vantaggi rispetto alle DSRL serie 5, non sono state ancora capaci di superarle nella fotografia d’azione più esigente, conto che la Z9 risolverà brillantemente il problema. D5 su 80-400/4.5-5.6@320mm 1/1000 f8 ISO 500 - 12/5/2019 British Columbia - D5: Puoi volare, nuotare, camminare o correre. Io lo metto a fuoco dove vuoi tu. Inoltre, sono convinto che l’attrezzatura sia una fondamentale componente nel produrre le nostre immagini ma anche che queste siano ben più influenzate dal fotografo: è più importante chi c’è dietro il mirino che cosa c’è davanti. Non parlo solo di Arte e di capacità del fotografo di immaginare le proprie fotografie, ovviamente fondamentali, ma della componente artigiana, quella costruita nell’uso e negli anni con quelle specifiche attrezzature. E qui il cerchio si chiude perché Nikon è stata capace di conservare la coerenza comportamentale del proprio prodotto attraverso le diverse generazioni. E così, come mi sono trovato subito a casa con i comandi delle prime Z usate, mi aspetto di esserlo anche con la Z9, che ovviamente attendo più evoluta, intelligente e veloce della mia D5. Insomma, il mio non è un semplice colpo di fulmine ma una relazione ventennale costellata di colpi di fulmine, per un’amante che si rinnova ed ogni volta mi sorprende. Nikon, what else? Massimo per Nikonland (C) 16/10/2021 - il nostro quindicennale
  10. Gigi ha dato il benvenuto a sua sorella Bella in occasione di una kermesse che si è tenuta a Cernobbio questa mattina. Gigi era in compagnia del fidanzato 28/2.8 mentre Bella, che ha perso le tracce del suo compagno 40/2, per lavoro ad Eindhoven, ed atteso in Italia per metà mese, si è fatta accompagnare dall'ex fidanzato della loro cugina Joann. Joann, ex modella curvy con il nome d'arte Z50, oggi é un'ottima fotografa in coppia con il suo nuovo boyfriend 50/2.8, detto MC (due lettere che stanno per [vero] MaCho). I due hanno curato la parte fotografica di questo servizio. Non è mancata mamma Yolanda con il suo terzo marito. le due sorelle con i rispettivi accompagnatori, Bella a sinistra, Gigi a destra. Entrambe indossano un miniabito della firma cinese SmallRig, il modello 3480, estremamente elegante ma comodo e pratico per tutti i giorni. l'acconciatura è la stessa ma Gigi porta un fermaglio sul contatto caldo. Ha pensato sia meglio perchè piove. le due sorelle sono molto affiatate ed abituate a lavorare insieme, anche se i fotografi le confondono tra loro, Joann sa come riprenderle al meglio. E a smorzare l'esibizionismo un pò incontenibile di Gigi che vorrebbe sempre essere in primo piano o, almeno, in copertina da sola le due ragazze figurano bene in testa e spalle e qui mostrano lo "spacchetto", novità esclusiva Nikon per l'estate 2021 ma già diventato un must per tutto il mondo della moda. qui confrontano i loro due accompagnatori Gigi presenta il suo stacco coscia cui Bella risponde con uno stacco coscia simmetrico Quindi un pò di foto in un set industriale e uno elegante con Gigi da sola le due sorelle hanno provato un pò di invidia per Janine che ha avuto ben 12 Stradivari tutti per lei ed hanno voluto improvvisare qualche cosa con la viola. Ma la musica non è il loro talento migliore, probabilmente ... perché rendono al meglio tra cachemire e sete preziose Ma come dicevo, alla kermesse c'era anche mamma Yolanda, splendida quarantenne che ancora attira tutti gli sguardi e le tre "ragazze" hanno improvvisato per gli obiettivi dei fotografi Bella, Yolanda e Gigi. Yolanda è accompagnata da un attempato compagno, splendido da sfoggiare nelle occasioni alla moda (ma quando c'è bisogno di prestanza e vigore preferisce scappare con giovani della metà dei suoi anni : Yolanda sarà mamma ma è ancora molto esigente !). presenza delle tre acconciature e naturalmente non si fanno problemi ad osare un lato B che non si presta ad alcuna critica E pensare che la bella ... Bella è arrivata a casa in quella brutta scatola per scarpe grigia ma guardatela adesso ! Gigi, esuberante come è, a fine servizio non ha perso l'occasione per fare uno scatto a sua cugina Joann che si è dimostrata anche in questa occasione una grande fotografa con il suo compagno MaCho. Bene, fine delle parate. Peccato che nonna-F sia in vacanza a Dubai con un ragazzo cinese f/0.95 che ha conosciuto ad Hong Kong e non sia potuta venire. Papà 28Ais è impegnato al G20 nelle trattative per la riduzione della CO2 dei paesi emergenti e non poteva staccare, altrimenti avremmo avuto un gruppo di famiglia ancora più numeroso. Nei credits ovviamente tutti i ringraziamenti dovuti a Nikon che ci ha regalato ancora una volta creature all'altezza della sua tradizione di design che segnerà la storia in questa estate del 2021, a Nital che ce le ha fornite come promesso e a tutti i numerosi tecnici ed artisti che hanno contribuito alla riuscita del set. E a tutti voi, anche i miei ringraziamenti per la pazienza, sperando di avervi almeno suscitato un paio di sorrisi.
  11. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal dirompente ingresso sul mercato delle mirrorless ed il quindicennale di Nikonland cade in un momento di transizione del mercato, con Nikon impegnata nella realizzazione delle mirrorless Z che, a tutto campo, stanno conquistando i fotografi con le loro caratteristiche innovative e le straordinarie prestazioni delle nuove lenti. Nikonland è assolutamente convinta che le reflex siano ormai superate, sostanzialmente in ogni genere fotografico. Scopo di quest’articolo è quindi fare il punto nell’ambito della fotografia di natura, genere che somma landscape – in tutte le sue declinazioni come seascape, starscape, nightscape - e wildlife, quest’ultimo particolarmente sfidante per le mirrorless, attraverso l’esame delle caratteristiche innovative del nuovo sistema. Z6 su 20/1.8S 15" f2 ISO 1600 Assenza di vibrazioni e silenziosità. Manca lo specchio, una cosa ovvia, banale ed evidente. Ma quanto è significativa e grande la ricaduta nell’uso pratico di questa caratteristica è una cosa da provare perché significa due cose fondamentali. Grazie allo scatto elettronico non produce nessun rumore pur conservando sostanzialmente tutte le funzionalità. Questo punto è da solo già determinante perché consente al fotografo naturalista impegnato, quello cioè che cerca i propri soggetti nella natura ed al di fuori di qualsiasi situazione controllata, di non essere percepito attraverso il rumore. Certo, le fotografie con il soggetto che guarda in camera hanno un look molto intimo e personale, ma l’obiettivo del fotografo naturalista è più spesso ritrarre il soggetto intento alle sue attività e, per farlo, sviluppa e sfrutta capacità di avvicinamento, appostamento e mimetismo. Ma sul più bello, con la reflex succede che… CLACK! al primo scatto il soggetto individua il fotografo o al minimo che c’è qualcosa che non va ed interrompe le sue attività. Fa un mondo di differenza, invece, poter scattare quanto si vuole ed in raffica alla massima velocità senza essere sentiti. Z6 su 500/4E 1/160 f4 ISO 7200 Non produce nessuna vibrazione. Per decenni la pratica standard del fotografo impegnato è stata usare sistematicamente il treppiede, il più grande e stabile possibile e con sopra una testa bella grossa, oltre a, nel caso della fotografia di paesaggio, scatto remoto ed alzo dello specchio. Ancora oggi il treppiede è l’attrezzo che più di altri “fa pro”. Superato, non serve più. La vibrazione da annullare arrivava dallo specchio e nelle Z l’IBIS, la riduzione delle vibrazioni sul sensore, fa il resto. Con una mirrorless è possibile ottenere scatti perfettamente privi di micromosso a tempi impossibili per una reflex anche con il setup più stabile. È possibile ottenere immagini prive di micromosso a mano libera ad 1/20 di secondo con il 500mm. Personalmente, ormai, uso il treppiede solo se mi servono tempi realmente lunghi nella fotografia in notturna o per ottenere effetti fotografici particolari sull’acqua o le nuvole. O in caso di sessioni di scatto in appostamento prolungato per sostenere il peso dell’attrezzatura o contribuire al mimetismo, drappeggiando la rete mimetica sopra il tele ed il treppiede. Ma non lo uso più in tutti gli altri casi e, comunque, uso mediamente sostegni molto più agili e leggeri non dovendo più smorzare le vibrazioni. Z6 su 500/4E 1/40 f4 ISO 3600 - A mano libera! Le attuali Z impiegano ancora i sensori di vecchia generazione, con una ridotta velocità di lettura, quindi lo scatto elettronico può produrre l’effetto distorsivo dato dal rolling shutter, ma nella fotografia di paesaggio e nella fotografia di animali è un problema più teorico che pratico, considerate le velocità relative in gioco. Per questo e nonostante i limiti sull’autofocus che vedremo più avanti, personalmente già oggi nel wildlife di animali dotati anche della minima timidezza, la maggior parte in Italia, io preferisco la Z6II alla D5. Mirino Elettronico. Niente specchio significa mirino elettronico, in pratica un minuscolo monitor. Tre aspetti fondamentali. WYSIWYG - What You See Is What You Get – Cioè il mirino riproduce esattamente quello che il sensore sta catturando. Un fotografo esperto sa pre-visualizzare nella mente le proprie immagini. Ma a volte sbaglia, o meglio poteva sbagliare: ora non più. E questo riferisce ovviamente non solo alla composizione ma alle altre caratteristiche dell’immagine, come l’esposizione ed il modo esatto in cui la luce viene catturata dal sensore e “cade sull’immagine”, in base alla gamma dinamica effettivamente disponibile per gli ISO selezionati ed in rapporto al contrasto della scena. Z6 su 24-70/4S@39mm 1/80 f8 ISO 100 Possibilità di rivedere a mirino le fotografie fatte esattamente come nel monitor. Anzi, in taluni casi molto meglio: per chi li porta, non c’è più il problema con gli occhiali nel passaggio dal mirino al monitor. Non c’è più il problema della luce forte sullo schermo. Ma soprattutto, per chi è appostato e cerca di non farsi vedere, non occorre muoversi per rivedere le foto scattate nel monitor ma lo si può fare nel mirino. Informazioni aggiuntive, come una bella implementazione della livella elettronica e l’istogramma in real time, oltre ad infinite possibilità di personalizzazione. L’EVF delle attuali Z ha un’ottima qualità di visione, che non fa rimpiangere il mirino ottico, ma è superato dalle migliori realizzazioni del mercato sulle immagini in rapido movimento e nel blackout durante le raffiche, che ostacolano una accurata composizione di soggetti in rapido movimento. Il problema, però, più che dovuto alla tecnologia del mirino deriva dal sensore. La nuova generazione di sensori lo risolverà, ne parleremo più avanti. Lenti straordinarie. Non sembra un merito diretto delle Mirrorless, ma lo è perché non si tratta semplicemente di progetti ottici aggiornati. Ma di progetti che sono stati resi possibili dal bocchettone delle nostre Z, contemporaneamente il più grande del mercato e quello con la minor distanza del sensore. Z6II su 14-24/2.8S@18mm 0.5s f11 ISO 100 Sono fantastiche, niente di meno, praticamente tutte, ovviamente ciascuna in rapporto alla propria categoria. La terna di zoom f2.8 professionali è la migliore di sempre, non solo per Nikon ma anche per il mercato. Personalmente sono innamorato del 14-24/2.8S, il 24-70/4S ha ridefinito il concetto di zoom kit, il 105/2.8S MC ha una qualità di immagine che ha ripristinato la distanza tra i fissi e gli zoom. I fissi f1.8 sono uno meglio dell’altro. La lista sarebbe troppo lunga e rinuncio qui a proseguirla. Ma già da sole le nuove lenti secondo me sarebbero motivazione sufficiente a passare al mondo Z, indipendentemente dal fatto che si provenga dal mondo Nikon F o da altri produttori del mercato. Il difetto più grande? Personalmente credo solo che ne vorrei di più! Ma Nikon sta lavorando sodo ed a breve avremo un catalogo completo di tutte le lenti fondamentali. Da lì in avanti si passerà ai fuochi artificiali…. Autofocus. Iniziamo dalle caratteristiche positive già disponibili. La messa a fuoco è sempre perfetta in quanto fatta direttamente sul sensore, cosa che significa che non occorre più inseguire e correggere la taratura di lenti e moltiplicatori. Nel tempo, come molti utilizzatori di supertele luminosi, sono diventato piuttosto abile a tarare l’AF delle reflex, ma questo testimonia unicamente di quanto fosse importante e, quindi, quanto tempo abbiamo dovuto dedicare ad imparare ed eseguire un’operazione che ora è del tutto inutile. Ad esempio, la mancanza di perfetta taratura out-of-the-box dei TC su certe lenti è la causa principale della loro cattiva reputazione. Infatti, nonostante il tempo trascorso, ricordo perfettamente quanto sudai per tarare la D4 sul 500/4G con il TC14II, una combinazione notoriamente critica. Era attrezzatura professionale ed una lente fissa, chi ha provato a tarare zoom più “amatoriali” saprà di sicuro di cosa parlo. La copertura autofocus del campo inquadrato è completa, cosa che consente di abbandonare del tutto la necessità di focheggiare e ricomporre indipendentemente da quanto sia decentrato il punto su cui si vuole mettere a fuoco o quanto perifericamente si muova questo punto. Purtroppo, le nostre Z rispetto alle più recenti realizzazioni della migliore concorrenza hanno ancora due punti deboli nel caso di fotografia wildlife. • Il riconoscimento di viso ed occhio, che è stato assolutamente un game changer nella fotografia di persone ma non è ancora adeguatamente implementato per la fotografia di animali. • Il tracking dinamico e l’autofocus continuo non sono sufficienti a garantire il risultato nella fotografia d’azione, e sono piuttosto lontani dall’affidabilità delle migliori reflex. D500 su 500/4E 1/2000 f5.6 ISO 400 Per cui, al momento, per immagini come queste resta più sicuro usare una reflex serie 5. Comune a tutte le ML, non solo quelle di Nikon, c’è poi una certa tendenza a preferire lo sfondo rispetto al soggetto, in particolare se questo è più contrastato e luminoso, cosa comune ad esempio fotografando ungulati. È per questi limiti che l’autofocus non è ancora in cima alla lista dei motivi per cui, oggi, le ML sono preferibili alle DSRL nella fotografia wildlife. Ma è solo questione di tempo, lo vedremo più avanti. Schermo orientabile. Il punto di ripresa cambia drasticamente la prospettiva e la resa estetica ed artistica delle nostre immagini e lo schermo orientabile consente di posizionare la macchina in posizioni che sarebbero impensabili dovendo comporre guardando il mirino. Certo, per le macchine prive di questa caratteristica ci sono dei palliativi, come il mirino angolare. Ma io l’ho usato ed è solo un costoso ed arcaico periscopio. Lo schermo orientabile, invece, insieme alla possibilità di lavorare estensivamente a mano libera è di una notevole comodità sulle attuali Z e, per questo, sono assolutamente contento che la nuova Z9, prima professionale, lo abbia. La Z9, l’elefante nella stanza. Siamo alla Z9, l’elefante nella stanza. O almeno quello che Nikonland vorrebbe che fosse ed è convinta che sarà, per quanto catturerà l’attenzione di ogni fotografo che usi Nikon e dell’intero mercato. Il motivo è semplice, in Nikonland ci aspettiamo che superi tutti i punti deboli delle attuali Z. Niente di meno. Riteniamo che lo farà grazie ad una componentistica e costruzione da ammiraglia, spesso ci si dimentica che Z6 e Z7 non lo sono, ed agli anni di esperienza nel SW che le attuali Z hanno consentito. Ma soprattutto al nuovo sensore che, per effetto della sua tecnologia e velocità di lettura, porterà la Z9 prima e poi le future Z a superare, a tutto tondo ed anche nelle situazioni più dinamiche e sfidanti, le più veloci reflex mai prodotte. Massimo per Nikonland (C) 16/10/2021 - il nostro quindicennale
  12. Per me un'uscita per fotografare le stelle è sempre una festa, perché una notte fuori è veramente un'esperienza fantastica. Purtroppo non è facile che i pianeti si allineino in modo da consentirmelo. E non parlo di astronomia: Occorre una notte di tempo sereno, nei pochi fine settimana di luna nuova in estate e... senza impegni di famiglia. Di fatto, questa volta, per dribblare un pranzo domenicale, ho forzato la mano e sono scappato in montagna il venerdì pomeriggio! L'obiettivo principale era ovviamente una notte di fotografia nella natura, ma volevo anche vedere come si sarebbe comportato il 14-24/2.8S in modo da raccontarlo qui. Dico subito che la fortuna aiuta gli audaci: una notte così serena non mi era ancora capitata. Ma andiamo con ordine. Queste sono le Levanne in un cielo del tutto senza nubi ed in questo caso è proprio un peccato perché con l'ultima luce delle nuvolette in quel cielo ci sarebbero proprio state bene. Z6_II su 24-70/4S@41mm 1/3s f11 ISO100 - Treppiede e polarizzatore NISI - 21:26 Z6_II su 24-70/4S@37mm 0.5s f11 ISO100 - Treppiede e polarizzatore NISI - 21:30 E' un bellissimo spettacolo, ma quel cielo - fotograficamente - è un po' insipido. Allora vado a coricarmi un poco in tenda, la notte sarà lunga! E ci siamo.... Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 23:18 Questa sera la difficoltà è che la via lattea "passa presto" e per questo non ho potuto fotografarla sopra il Gran Paradiso: era ancora chiaro. Ma questo è uno scatto fortunato: in quei 20" ho ripreso 12 stelle cadenti. Ho espresso un unico desiderio, speriamo bene!!! La resa dell'obiettivo è perfetta: nessun coma, le stelle sono perfettamente puntiformi fino agli angoli estremi. La resa è molto dolce sulle ombre, che pure con questi ISO si riescono a recuperare molto bene. Due note tecniche. La prima è una piacevole sorpresa: questa combinazione, il 14-24 è sulla Z6II, riesce ad andare in autofocus, è sufficiente mettere in pinpoint e scegliere una stella particolarmente luminosa ed è fatta. Cosa che la Z6 non riusciva a fare ne' con il vecchio 14-24F e nemmeno con il 20/1.8S. La seconda una conferma: il display OLED nel quale la lente consente di vedere focali e messa a fuoco di notte è una manna. E la visualizzazione della distanza di messa a fuoco è perfettamente tarata! Per questo, nel caso, si può andare semplicemente ad infinito con la ghiera. Questa sera ho intenzione di fare una ulteriore prova: realizzare scatti multipli da incollare con Starry Landscape Stacker! E' un software straordinario, capace di incollare più scatti, compensando il movimento apparente delle stelle e lasciando il primo piano e le montagne perfettamente nitide. Non so se interessa, ma nel caso chiedete che ne scrivo. Qui dico solo che ne vale la pena, di seguito il risultato: Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 23:23 - 8 scatti in stacking Ed il crop al 100% dell'angolino in alto a destra, così ci facciamo un'idea sia di come va la lente sia del risultato che si ottiene incollando 8 scatti a 3200ISO. In altro articolo ho già scritto di che significhi spostarsi, anche di poco.... beh, non importa il soggetto: è sempre vero. Che ne pensate? Per me avere preso meglio in infilata il lago aggiunge interesse alla composizione. Effettivamente, questo è un punto centrale nella fotografia notturna: è vero che il pezzo forte è la via lattea... ma resta una fotografia di paesaggio che ha bisogno di più ingredienti! Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 00:08 - 8 scatti in stacking Aggiungiamo un elemento di spiegazione "ambientale": la luce non è sole o luna. E' Torino: 60Km più a sud e quasi 3.000mt più in basso. L'ho già detto che era una serata incredibilmente limpida? Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 00:38 Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 01:34 - 8 scatti in stacking Come vedete la focale più utile in questo genere di fotografie è la più corta. C'è più di un motivo. Innanzi tutto, così si "tira dentro" più via lattea. E poi, all'allungarsi della lunghezza focale, è necessario accorciare i tempi e, quindi, alzare gli ISO. Z6_II su 14-24/2.8S@24mm 10s f2.8 ISO6400 - Treppiede - 01:47 - 8 scatti in stacking Come vedete, 24mm usati in verticale corrispondono più o meno al crop verticale dello scatto a 14mm. E' sempre interessante e si ingrandisce notevolmente in centro. E qui il crop, sempre 100% e sempre angolino. Niente da fare: nessun difetto visibile. L'ho già detto che quesa lente è un capolavoro? Z6_II su 14-24/2.8S@18mm 15s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 02:06 Z6_II su 14-24/2.8S@14mm 20s f2.8 ISO1600 - Treppiede - 02:09 - 8 scatti in stacking Alla fine la nuvola che avrei voluto avere ieri sera è passata... solo 5 ore di ritardo! Z6_II su 14-24/2.8S@20mm 15s f2.8 ISO3200 - Treppiede - 02:30 Conclusioni. Anche in notturna il 14-24/2.8S, grazie alla nuova progettazione dello schema ottico consentita dall'enorme bocchettone delle nostre Z, si è rivelato un performer incredibile. Nessun difetto ottico ed una personalità molto versata per questo tipo di ripresa in quanto non tende a chiudere le ombre, ha pochissima vignettatura ed è del tutto privo di aberrazione di coma fino agli angoli più estremi. Che altro dire? è proprio, a pieno titolo, il Re indiscusso ed incontrastato dei grandangoli per le nostre mirrorless. Lo consiglio senza riserve, per tutti i tipi di fotografia nella natura, ambito nel quale non ha rivali e dove letteralmente incenerisce le vecchie lenti F. Pro: - Nessun difetto ottico: la resa è assolutamente impeccabile a tutte le focali. - Ottimo range di focali: tutti i grandangoli spinti a portata di un giro di ghiera. - Costruzione meccanica contemporaneamente abbastanza leggera da poter essere portato ovunque e robusta, un vero strumento professionale. - Molto comodo il funzionamento della messa a fuoco e dello schermo oled che consente di vedere sia la distanza di messa a fuco sia la focale impostata anche al buio. - Luminosità ottimale in rapporto alla focale per la fotografia notturna. Contro: - Per me, considerato il genere e le prestazioni, nessuno. Massimo per Nikonland (c). 25/7/2021
  13. Tre anni fa ho pubblicato una experience sullo stesso film adapter, il Nikon ES-2, però con la bellissima reflex D850, addirittura, unica tra le Nikon, predisposta tra le sue features di comandi specifici e correzioni cromatiche dedicate: per tutto ciò e per la presentazione fisica delll'adattatore, rimando a quell'articolo (che peraltro sta per superare le 10mila visualizzazioni...ne approfitto quindi per ringraziare ) Oggi invece, la notizia è che il nuovissimo minimacro per Nikon Z, il Nikkor MC 50/2,8 (MC= la sigla dei nuovi macroZ) obiettivo di dimensioni minimaliste, solo 7,4 x 6,6 cm e 260gr di peso, risulta essere compatibile con l'adattatore per riproduzione di originali, grazie all'integrazione di una seconda ghiera filettata da 62mm di diametro, sul bordo esterno del barilotto, realizzata proprio per scopi come questo, (rispetto la ghiera filtri ufficiale, molto più piccola, da 46mm di diametro): assolutamente sconsigliato, quindi, usare filtri su quella da 62, a pena di potenziale danneggiamento dell'obiettivo... Ho ricevuto da pochissimo il 50MC, a ruota rispetto il fratello maggiore, il 105/2,8 MC con il quale ha colmato lustri di attesa dei nikonisti, che desideravano obiettivi di questa categoria all'altezza dei sensori con i quali Nikon ci ha abituato negli ultimi anni. Utilizzerò questo obiettivo, per nulla undersized (come potrebbe apparire), prevalentemente per still life di piccoli oggetti e di attrezzature fotografiche: tra i suoi compiti, insieme all' ES-2, quindi anche la sporadica riproduzione di originali a pellicola, i più importanti, i più cari, quelli che rappresentino degnamente la parte della nostra attività fotografica, when we were analogical L'incommensurabile salto in avanti dal 2018 ad oggi per l'adattatore ES-2 si chiama Nikon Z e si pronuncia mirrorless reinvented A pochi anni di distanza e su fotocamere ancora non allo stato dell'arte come era allora la reflex D850 oggi i vantaggi dell'utilizzo di questo adattatore si riassumono principalmente in: disponibilità di VR su sensore (quando non presente anche su obiettivo come nel caso del 50MC che ne è privo) disponibilità di sensori AF su tutto il formato FX disponibilità di valutazione diretta dell'esposizione sul mirino elettronico (e delle relative variazioni prima dello scatto) disponibilità di varie modalità AF tra le quali anche, operativo, l' EyeAf Le fasi di montaggio del set di ripresa sono semplici: ma ve le condenso in un video: dsc-3593_0Gcgm2HU_V3pZ.mp4 Ecco la visione complessiva da sopra, di ES-2 col suo rail inserito, adattatore B, MC50/2,8 esteso fino a RR 1:1 (il barilotto che sporge di 2,4 cm dalla filettatura esterna, adesso si troverà all'interno del distanziatore telescopico dell' ES-2) ed infine, la mia Nikon Z 6II Ovviamente sarà raccomandabile inserire sul fianco dell'obiettivo il limitatore del range di messa a fuoco, portando lo slider in posizione 0,3-0,16m, per evitare il più possibile che in fase di messa a fuoco l'obiettivo possa andare in hunting, tanto più frequenti, quanto più deformate saranno le dia ed i negativi che stiamo cercando di digitalizzare Come già evidenziato nel 2018, la distanza che ci separa qualitativamente dai frammenti di celluloide è ormai incolmabile. Ancor di più considerata l'età dei miei reperti, pur ben conservati, ma invariabilmente colmi di polvere, graffi, residui di sviluppo mal lavati (a suo tempo), GRANA INIMMAGINABILE, per cui i ricordi che coltiviamo di questa o quella pellicola, andrebbero annegati nell'acido acetico del bagno di arresto: senza inutili sentimentalismi. Ma l'esigenza chiama e se non possiamo fare a meno di ridare vita ad un fotogramma che affonda le radici nei nostri sentimenti, o per superiori ragioni documentative, dovremo attrezzarci alla bisogna e agire nel modo più razionale. Ecco il set: Un bank davanti ad un led da 150W a luce continua, attenuabile da telecomando (Godox FV150), una loupe di ingrandimento per le dia o i negativi, una pompetta per soffiare (o tentare di...) via la polvere, scatto remoto radiocomandato (ma siamo gratificati dal VR sul sensore), rail per gli originali... e diapositive, prevalentemente (poi spiegherò perchè) Come vedete uso almeno f/8 per compensare le frequentissime deformazioni subite dalle dia nei telaietti, causate da una serie infinita di cause, prima di tutto la loro costituzione fisica delicatissima, come ben sappiamo e fortemente condizionata da trattamento chimico ricevuto, effetti atmosferici, conservazione ed età. Una quantità di motivi che ci metteranno subito in crisi, dovendo stabilire quale sia il metodo AF che sceglieremo per scattare la foto e, sopratutto, quale sia la parte del fotogramma su cui metteremo a fuoco. Prima di tutto è già importante centrare bene la dia nel telaietto ed il telaietto nel rail: quindi il rail nel binario (due mollette) dell' ES-2... un lavoro fondamentale. Ancora prima, per stabilire dove stia sul tubo telescopico dell' ES-2 la posizione "intorno alla quale" saremo in RR 1:1 sono solito usare una dia sbagliata, tracciando dei riferimenti per poter mettere a fuoco a quel rapporto, inquadrando solo fotogramma e non telaietto (ricordiamoci che dai telai 5x5 non vediamo che il 95% circa del fotogramma) trovato il punto cruciale, traccio un rigo sul tubo telescopico per avere un riferimento stabile (ma che a seconda dello spanciamento della dia potrebbe variare) dsc-3582_k5mtXmBS_p7rd.mp4 Le diapositive (pellicole invertibili) si prestano enormemente meglio a queste operazioni, essendo state direttamente invertite in fase di sviluppo, prive di maschera cromatica antiUV (presente invece nelle pellicole negative a colori), ci consentono di lavorare in postproduzione, variando il grigio medio e operando in termini di contrasto, cromia e nitidezza, entro certi limiti, traducendo in nostri sforzi in successo, al di là del recupero in se e per se del fotogramma... le foto utilizzate in questo articolo, appartengono ad un periodo tra il 1990 ed il 2000 e sono diapositive conservate nei loro scatolini di plastica, senza ulteriori precauzioni Talora in stato eccezionale, nonostante il tempo trascorso, come questa Fuji RD100 sviluppata a marzo '90 Non è sempre soddisfacente la digitalizzazione dei negativi: per i motivi già esposti nell'articolo del 2018, pur allora operando con la D850 che tra le sue features consentiva on camera l'inversione cromatica diretta in jpg del negativo digitalizzato e la sua regolazione in termini di luminosità Già allora consideravo non sempre sufficienti queste opportunità, ma sopratutto, particolarmente ostica la gestione dell'inversione cromatica, a seconda della maschera giallo-arancio, diversa per ogni emulsione, che veniva neutralizzata dai rivelatori specifici per quella marca di pellicole. (Ove i laboratori usassero il rivelatore corretto) Tanto per intenderci, ecco il risultato ad oggi della digitalizzazione di una surfista israeliana di 30 anni fa, e poi della sua inversione cromatica su PS (CTRL+I) e delle correzioni a questa inversione, apportate nella successiva postproduzione. Soddisfatto? Beh...mi pare che la stampa A4 appesa ancora oggi a casa di mia mamma, in quella che fu la mia stanza, sia ancor oggi migliore, dopo tutto questo tempo. Ma sopratutto, quando vado a guardare il rumore del file, ossia la grana del film riprodotta fedelmente dal Nikkor Z 50/2,8 MC... mi viene da svenire... Era una docilissima e morbida AGFA XRG 100/21: il riferimento tedesco per l'assenza di grana... Ci avete viziato !!! Max Aquila photo (C) per Nikonland 2021
  14. E' vero, è vero... scrivo sempre che il 300mm è un ottimo strumento per la fotografia ravvicnata (a patto di avere un corpo APS-C e/o un moltiplicatore di focale), ma ogni tanto (spesso) mi capita di rivedere le foto che ho fatto con il micro-nikkor 200mm f4 AfD o con il Sigma 180mm f3.5 Apo macro e allora mi ricordo che il tele macro lungo è uno strumento impareggiabile, puoi fare la foto ravvicinata e la macro vera, il tutto a livelli qualitativi che non temono confronti. Qui vi mostro una piccola antologia di quel che si può fare con il Nikon micro-nikkor 200mm f4 AfD ED, vedere come passa elegantemente foto ravvicinate (la Damigella e la grossa Cavalletta) a macro vicine al rapporto 1:1 (il moscerino e il coleottero dorato-Curculionide non so quale) passando per la vespa. Ho voluto dare una omogenità di stile e vi presento solo immagini verticali: Giovane Calopteryx Mantide (nostrana) Cavalletta Tettigonide Farfalla Licenide Vespa Coleottero Curculionide Dittero Sirfide Le caratteristiche della focale mi permettono una libertà operativa "quasi" come quella del 300mm, ma con un range di ingrandimenti da vero macro, senza aggiuntivi, certo serve il treppiedi e ogni tanto il flash di schiarita, ma le immagini appagano. So che molto probabilmente non ci sarà un nuovo 200mm micro, ma sognare come sarebbe motorizzato, stabilizzato e Zetizzato...si può sempre.
  15. La fotografia di paesaggio, soprattutto se finalizzata ad ottenere immagini di elevata qualità in grado di essere stampate in grandi dimensioni, è un banco di prova estremamente severo per le lenti grandangolari. Per più di un motivo: - Occorre innanzi tutto che siano nitide, possibilmente in modo uniforme tra centro, bordi ed angoli: normalmente le composizioni più dinamiche, che sfruttano l'effetto dei grandangoli di accentuare il primo piano partono proprio da lì! - Serve che siano resistenti al flare, in quanto la luce più interessante per questo tipo di fotografia raramente arriva dalle spalle del fotografo in quanto è quella che meno scolpisce i soggetti. - Devono avere aberrazioni cromatiche molto controllate, in quanto spesso ci sono contrasti forti tra il cielo/sole e soggetti ricchi di dettaglio, come le piante. Certo, si possono "togliere con un click" nel nostro software di regolazione dei file.... ma nelle stampe grandi finiscono comunque per produrre aloni ed effetti indesiderati. - Devono avere poca distorsione, anche questa si può "togliere con un click".... ma lasciando sul campo la nitidezza, come dimostra il fratellino 14-30/4 - Devono essere filtrabili. Questo è un tema controverso, se ne è parlato molto anche qui su Nikonland all'annuncio di questa lente: per alcuni è un fatto marginale per altri addirittura dirimente per poterle utilizzare. Personalmente penso che il polarizzatore sia molto importante, spiegherò con un paio di esempi più avanti perché, e che i filtri Neutral Density siano molto utili. Mentre non uso più da tempo i filtri graduati, preferendo altre soluzioni nei rarissimi casi in cui la gamma dinamica dei moderni sensori sia inadeguata. Sul test di Max Aquila avete disponibilità di numerose immagini estremamente ben fatte di questa lente, per cui illustrerò l' articolo prevalentemente con fotografie realizzate con essa. Per chi non lo avesse letto, lo consiglio vivamente: lo trovate qui. In ogni caso, la lente di cui parliamo è questa, montata su Z6II, con il paraluce portafiltri, un polarizzatore ed un ND64: Un paio di scatti per rompere il ghiaccio, è il caso di dirlo, così capiamo cosa fa questo signorino: Z6 su 14-24/2.8S@20mm 1/80" f11 ISO100 - A mano libera. Z6 su 14-24/2.8S@20mm 1/8" f8 ISO100 - A mano libera. Si, si inizia sulla neve: l'ho avuto da Max lo scorso dicembre. Ne scrivo solo ora perché non riuscivo a trovare difetti di cui parlare, ed allora ho pensato di doverci lavorare di più.... ma non c'è stato nulla da fare: non ne ho trovati. Ma andiamo con ordine. Primo punto: quanto è nitido? un sacco, è il miglior zoom grandangolare che io abbia mai provato. Con baionetta F non è mai esistito nulla che potesse produrre risultati del genere con la disinvoltura con cui lui riesce. Certo, il vecchio 14-24 AFS era una lente straordinaria per la sua epoca ma tra flare e scarsa planarità del piano di fuoco portare a casa belle foto non era semplice. Per non parlare del peso e della pena nel provare ad usarci i filtri! Con baionetta Z solo il 20/1.8S regge il confronto (e pure lo vince, nella sua specifica destinazione d'uso!). Punto. Guardate qui, questi sono alcuni scatti all'inizio di un'alba un po' livida, dello scorso 8 gennaio - praticamente dietro casa, il massimo raggiungibile all'epoca. Z6II su 14-24/2.8S@14mm 1/40" f8 ISO100 a mano libera. I più attenti avranno notato "a mano libera". Già, con queste Z e lo scatto elettronico la necessità del treppiede è diventata sempre più rara, anche quando si sta testando la nitidezza di una lente. Questo il crop a pixel reali dell'angolo in basso a sinistra: Apritelo per vederlo non adattato. E così nitido che toglie il fiato. 14mm, f8, a mano libera. Pixel reali significa che, in dipendenza della risoluzione del vostro monitor, è probabilmente come guardare una stampa A2 con il lentino. E a 24mm? Z6II su 14-24/2.8S@24mm 1/60" f11 ISO100 a mano libera. E qui il crop, sempre a pixel reali, dell'angolino in basso a destra. Z6II su 14-24/2.8S@14mm 1/30" f16 ISO100 a mano libera. E questo il crop, sempre pixel reali, dei rametti contro il cielo per verificare le aberrazioni cromatiche. Il file è postprodotto schiarendo abbondantemente le ombre, siamo in pieno controluce. Credo che questi siano esempi più eloquenti di qualsiasi commento io possa fare. Basta guardare, ma ricordatevi di aprire i file! Ma, in premessa, parlavo dei filtri. Cioè di questo: Che qui vedete montato sulla Z6II con basetta Meike, con il paraluce monta filtri su cui ho inserito il polarizzatore Nisi - I filtri Nisi sono stati la mia scelta per questa lente. Grande? si, grande. Ma nemmeno poi troppo. Ricordiamoci che il paraluce si avvita e svita a baionetta e che quindi occorre montarlo... solo quando serve! Nikon ne fornisce un'altro, più piccolo, per i casi in cui si fotografi in esterni senza necessità di filtri, così come, vale la pena ricordare, una piccola protezione dal sole è già presente e solidale al barilotto. In ogni caso, qui vedete il paraluce, con il suo tappo, i filtri polarizzatore e ND64, le custodie originali Nisi per i filtri (dimensione 14x14cm) ed un tappo standard da 77mm per confronto. Dico subito che all'inizio ero scettico, mi sembrava una soluzione complicata, costosa ed artificiale. Ma nell'uso sul campo mi sono ricreduto al 100%. Montare i filtri da 112mm sul paraluce è una trovata assolutamente geniale! Perchè? Innanzi tutto si ottiene un insieme che non vignetta assolutamente, nemmeno a 14mm e montandoli entrambi. Non serve sempre, ma quando serve è una manna! Z6II su 14-24/2.8@14mm 25" f16 ISO100, CPL ed ND64. Il polarizzatore è servito a togliere il riflesso dal mare e dai quarzi delle rocce, saturandone bene i colori, l'ND a togliere le ondine che la brezza produceva. Altro esempio: Z6II su 14-24/2.8S@16mm 1/50" f11 ISO100 - Polarizzatore "al minimo", senza sarebbe anche peggio (non l'ho tolto per far prima, e non avevo ancora chiara una cosa, ne parlo dopo). Z6II su 14-24/2.8S@16mm 1/50" f11 ISO100 - Polarizzatore. Z6II su 14-24/2.8S@18.5mm 1/80" f8 ISO100 - Polarizzatore. Il punto è: il polarizzatore, sui grandangoli spinti, non serve ad aumentare il contrasto tra cielo e nuvole (ambito d'uso dove anzi tende a far casino) ma a togliere i riflessi dall'acqua e da tutte le superfici molto riflettenti, come le foglie o le rocce, specie se bagnate! Ma dov'é la genialità della soluzione? beh, ci ho messo un po' a capirlo, come tutte le cose devi toccare con mano. Il fatto è che il paraluce si monta "a baionetta", quindi per mettere e togliere i filtri sul campo con il treppiede in posizione precaria non occorre più avvitare il filtro in posizioni assurde con il rischio di farlo cadere: basta togliere il paraluce, tenuto fermo dal blocco "a pulsante" comune a tutte le soluzioni "pro" di nikon e lavorarci con calma. E se non serve, perché si voleva toglierlo, si può coprire e mettere in tasca, pronto per il prossimo giro. Ed è fornito anche un normale tappo per la lente frontale. GENIALE!!! Mi spiego con un esempio, che serve ad introdurre anche un altro concetto: A che servono i grandangoli così spinti nella fotografia di paesaggio? non a fotografare una scena ampia - es. una catena di montagne - ma ad enfatizzare il primo piano. Che spesso deve essere letteralmente a pochi cm dalla lente frontale. Z6II su 14-24/2.8S@14mm 1/4" f16 ISO100 - Polarizzatore. Come già avrete immaginato, quelli non sono enormi scogli tafonati, ma roccette alte, nel punto più rilevato, circa mezzo metro. La macchina stava sul treppiede a 30cm dall'acqua. Per avvitare o svitare il polarizzatore o aggiungere/togliere l'ND, in posizioni come quelle, occorre sia stare scomodi sia rischiare di avvitare male e fare cadere tutto in acqua. Lavorando così, da scogliere e su torrenti, ho perso per sempre più di un filtro! Ma ne abbiamo un'altra: il tappone da mettere sul paraluce. Questo. Geniale pure lui? Si. Mai fotografato sotto la pioggia o vicino ad una cascata? quanto vi siete rotti le scatole tra una fotografia e l'altra per ripulire la solita goccia dalla lente frontale? quante foto buttate perchè non vi siete accorti? o peggio, al mare controvento? Beh, basta il tappo king size, che pure lui si incastra a baionetta, ed il problema è risolto. E, ultimo aspetto, il tutto non è così grande come sembra: - 2 filtri da 112mm con la custodia, occupano uno spazio di cm 14x15x1 - Il "tappone" compreso paraluce è un cilindro di 12.5cm x 4cm di spessore. Il solo "tappone" 3cm di spessore. Ed il tutto sulla mia bilancia fa 300gr di peso. A portata di qualsiasi zaino. C'è poi un bonus ulteriore. Questo paraluce si può montare anche sul 24-70/2.8S e sul 70-200/2.8S. Insomma, con un set di filtri ci fai tutto. Ho provato e va anche sul 70-200/2.8 AFS FL, ma il montaggio non è sicuro (non blocca bene) per cui non lo consiglio. Ok, un mucchio di parole e di "crop da misuroni". Ora ci guardiamo qualche foto, se vi va. Z6II su 14-24/2.8S@20mm 1/800" f8 ISO100 Z6 su 14-24/2.8S@24mm 1/40" f16 ISO100 Z6II su 14-24/2.8S@20mm 1/1.6" f11 ISO100 Z6II su 14-24/2.8S@18mm 0.5" f11 ISO100 Polarizzatore Z6II su 14-24/2.8S@14mm 1.3" f16 ISO100 Polarizzatore. Conclusioni. Una lente di eccezionale ed inedita qualità, letteralmente il sogno del fotografo paesaggista impegnato al quale consente, con agilità e semplicità d'uso sorprendenti, di concentrarsi al 100% sulla fotografia, ottenendo sempre il massimo della qualità, sotto ogni profilo ed in ogni condizione. Questo vale, per effetto dei piccoli ingombri e pesi coinvolti, altro aspetto del tutto inedito, ovunque siano i suoi soggetti preferiti: dal mare a pochi passi dall'auto al cuore delle alpi raggiunto in ore ed ore di cammino. Parliamo di una lente che pesa 650gr, sostanzialmente ha peso ed ingombro del vecchio 16-35/4 AFS VR che questa meraviglia letteralmente distrugge sotto ogni profilo. Così come distrugge il precedente Re del mondo F, il 14-24/2.8 AFS che per peso, ingombro, uso problematico dei filtri e pure prestazioni ottiche è così lontano da essere inconfrontabile. Pregi: - Peso ed ingombro minimi, per il genere degli zoom grandangolari ma anche in assoluto considerato che pesa meno di 2 etti in più del 14-30/4S, che aveva fatto gridare al miracolo alla sua uscita. - Eccellente ergonomia, nell'uso normale e con i filtri. - Eccellenti prestazioni ottiche. - Eccellente qualità costruttiva. - Ottimo range di focali: tutti i grandangoli spinti accessibili con un giro di ghiera. - Ottima luminosità: è più che adatto alla fotografia notturna. Difetti: - Per me, considerato il genere e le prestazioni, nessuno. Massimo per Nikonland (c). 27/6/2021.
  16. Questo articolo ha lo scopo di raccontare, attraverso una decina di immagini, quali meravigliose e mutevoli situazioni si possono incontrare se solo ci si riserva la possibilità di restare sul campo un po' di più e non si cerca soltanto la "bella giornata". La fotografia di paesaggio, per come la vedo io, è una pratica molto legata all'unione tra tempo atmosferico e luce. Sono loro a definire il risultato più di qualsiasi altra cosa, di sicuro più dell'attrezzatura usata e, spesso, anche del posto, o soggetto, fotografato. Che non significa, ovviamente, che sia intrinsecamente sbagliato cercare la migliore attrezzatura o viaggiare verso posti lontani e famosi per fotografare, ma che occorre sempre ricordarsi che sono altri i fattori che più concorrono ad una buona fotografia. E, seppure queste immagini siano fatte al tramonto ed all'alba, neppure che solo quella sia la luce migliore o il giusto momento per fotografare. E' il soggetto e ancora di più la ripresa che si vuole farne che definiscono la "luce giusta". Cominciamo subito, questo è il soggetto: un bellissimo angolo di costa nella Sardegna sud occidentale - che è veramente una zona incantevole, anche e direi soprattutto se visitato fuori dalla stagione balneare. E' il 31/3/2018, sono le 17:04. Sono appena arrivato e sulla scogliera c'è un mucchio di gente. La mareggiata, gonfiata da un vento teso piuttosto freddo, è uno spettacolo incredibile già di suo. Il cielo è nuvoloso e la luce piuttosto piatta. D810 su 70-200/2.8FL@160mm 1/250 f11 ISO100 (17:32) Ma basta spostarsi di un centinaio di metri e la composizione diventa, a mio modo di vedere, ben più interessante grazie al cambio di sfondo. Potrebbe essere anche meglio se si potesse scendere verso il mare, per "alzare" il faro rispetto alla linea dell'orizzonte, ma con queste onde non è proprio il caso. D810 su 70-200/2.8FL@200mm 1/1600 f2.8 ISO64 (17:45) Ma bastano piccoli spostamenti ed aggiustamenti all'inquadratura per cambiare mood. E' sempre importante, però, aspettare l'istante giusto. D810 su 70-200/2.8FL@200mm 1/1600 f2.8 ISO64 (17:47) Un po' più di luce mi consente di far vedere quello che succede sulla scogliera, che in ombra era scura e priva di ogni attrattiva. Capito perché è meglio non abbassarsi? D810 su 70-200/2.8FL@75mm 1/250 f8 ISO64 (18:00) Purtroppo quello di prima sembra essere l'unico momento di luce: in un paio di minuti i nuvoloni coprono completamente il sole. E in pochissimo mi ritrovo da solo, evidentemente il richiamo di una bella cena è irresistibile. Ma credo che pure il ventaccio abbia un suo merito in questo! Ma, ed ecco il senso dell'articolo, in condizioni tempestose come queste tutto può cambiare. Infatti dopo mezzora: D810 su 70-200/2.8FL@86mm 1/1250 f5.6 ISO64 (18:31) Altri venti minuti ed uno spostamento di una cinquantina di metri ed abbiamo questo. D810 su 70-200/2.8FL@190mm 1/5000 f5.6 ISO64 (18:51) E poi, di nuovo, le nuvole coprono il sole, niente vero tramonto questa sera! Ma prima di andare mi regala questa, che credo essere la migliore immagine della giornata. D810 su 70-200/2.8FL@200mm 1/640 f2.8 ISO64 (18:56) Ma non mi arrendo, c'è ancora questa: D810 su 70-200/2.8FL@200mm 1/320 f2.8 ISO64 (19:00) Ora mollo anch'io, l'ora blu è interessante ma i tempi lunghi correlati alla poca luce trasformano questo splendido mare tempestoso in un latte senza senso. È tempo di dedicarsi alla cena! La mattina dopo la sveglia, con il pieno di vermentino che ho fatto a cena, è stata proprio pesante. Ma volevo provare a fotografare il mio amico faro illuminato dall'alba e non avevo idea delle previsioni del tempo, così l'unica cosa da fare era andare a vedere. E andare presto consente di avere in mano tutte le opzioni.... per cui via! Le condizioni sono molto cambiate, c'è meno vento ed il mare è decisamente più calmo. La mareggiata era un ingrediente importante ed insieme al cielo "chiamava" composizioni più chiuse. Ma il mare più calmo mi consente di scendere in basso senza particolari pericoli. Non c'è anima viva in giro, lo spettacolo è se possibile ancora più suggestivo di ieri sera. Riprendo l'ora blu - e qui si apprezza l'importanza del treppiede. D810 su 70-200/2.8FL@70mm 1.6" f11 ISO64 (06:06) Poi le nuvole rese rosa dalla prima luce, con la luna ad arricchire la composizione. D810 su 70-200/2.8FL@70mm 0.2" f16 ISO64 (06:32) Il mare si sta calmando, anche grazie alla marea calante: posso scendere ancora e, finalmente, è tempo di tirare fuori il grandangolo! D810 su 16-35/4@32mm 1.6" f11 ISO64 (07:01) Qui finisce la luce interessante ed io credo di non riuscire a fare più nulla. Così scappo via, le ragazze mi aspettano per la colazione! Non aggiungo note sul materiale, il senso di questo articolo è la fotografia e non l'attrezzatura. Ma se volete ne possiamo parlare nei commenti! Massimo Vignoli per Nikonland (c) 25/3/2021
  17. Il 500 Nikon è la mia lente preferita, il nostro sodalizio iniziò nel 2008 quando - finalmente - riuscii a mettere le mani sul AF-S 500/4 VR. Era il primo 500 stabilizzato Nikon, era rarissimo, e, prima che fosse finalmente prodotto, grandemente invidiato a chi usava Canon. Io lo aspettai quasi un anno! E da allora sono convinto che il 500mm sia la miglior focale per chi voglia fare fotografia di natura. Non troppo pesante, non troppo lungo, non troppo corto.... insomma l'ideale compromesso tra tutti i supertele, dotato di una qualità di immagine veramente straordinaria. Dopo 10 anni, nel 2018, l'ho permutato con il 500/4E FL: una serie di piccoli affinamenti - miglior stabilizzatore, minor peso, AF un filo più veloce - ma sostanzialmente la stessa cosa. Insomma, più la soddisfazione di una voglia che di un reale bisogno, anche per me che amo fotografare in luoghi lontani, raggiunti in viaggio o a piedi con lunghi dislivelli, perché la differenza di peso è inferiore al kg. Nello stesso anno, Nikon portò la tecnologia del 300/4 PF - la lente di Fresnel - ai 500mm. Fu una svolta epocale ma io, nonostante avessi provato quello di Mauro e vedessi la soddisfazione di un compagno di sgambate - Marco, che se ne dotò subito - lo ritenni inadeguato. Chissà perché, a volte, si prendono decisioni drastiche senza un vero razionale. Ma quest'estate, programmando un anno di fotografia in montagna per via del Covid e dell'impossibilità di viaggiare, decisi finalmente di comprarlo. Da qui questa tardiva prova. Parliamo di questo oggetto: Ma per capire il senso di questa tecnologia occorre contestualizzare. Qui lo vedete al centro, tra il 70-200/2.8FL E a sinistra ed il 500/4FL E a destra. Insomma, è un 500.... ma è grande come un 70-200, e pesa tanto uguale!!!! Beh, il 500/4 non se ne cura.... indossa la sua uniforme da lavoro e sorride sornione: abbiamo passato insieme giornate memorabili e poi.... ha la forza di Golia! Ma seguendo la metafora, il 500PF è Davide. E sappiamo com'è andata a finire tra i due. Lo dico subito: qui non andrà nello stesso modo. Ma di poco! Per contestualizzare meglio, qui le lenti frontali dei 3: Ma, come si dice, le dimensioni non sono tutto ed è il momento di far parlare qualche foto. Val di Rhemes, giugno 2020. Z6 su 500/5.6PF 1/500 f5.6 ISO 320 - A mano libera. Val di Rhemes, giugno 2020. Z6 su 500/5.6PF 1/200 f8 ISO 280 - A mano libera. E' il primo contatto, in montagna, come previsto. Un'ottima giornata, fu il debutto anche del 20/f1.8S, altra lente meravigliosa. Capii subito che la mia iniziale posizione negativa era un pregiudizio irrazionale ed ingiustificato. La lente è nitidissima ed usarla a mano libera una gioia. Di fatto il mio 500PF non l'ho mai usato sul campo da treppiede, gli unici scatti fatti in quel modo sono le comparative che vedrete tra poco. Ma non solo, in condizioni fotografiche normali anche il suo punto debole - la qualità dello sfocato - non è così male! Ma ci sono altre caratteristiche interessanti. Ad esempio, mette a fuoco da molto vicino! 3mt secondo le specifiche, con un rapporto di riproduzione 0.18x. Cioè in pratica una cosa così. Parco del Ticino, luglio 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/500 f8 ISO 560 - A mano libera. Ma io l'ho comprato per fare altro.... Gran Paradiso, settembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/400 f5.6 ISO 100 - A mano libera. Lo sfocato è effettivamente un po' duretto. Ma l'impatto sulla qualità della fotografia dipende molto dal contesto. Gran Paradiso, settembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/500 f5.6 ISO 100 - A mano libera. Gran Paradiso, settembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/500 f5.6 ISO 400 - A mano libera. Quel che è certo è che andando in montagna con la Z6, il 24-70S, il 70-300/f4-56 AF-P e questo 500/f5.6PF hai coperte focali da 24 a 500 con una qualità d'immagine stratosferica ed un peso complessivo ben inferiore ai 4KG. Una cosa veramente incredibile! Ma la sua versatilità è importante, ed anche nei boschi del Parco del Ticino sa dire la sua. Parco del Ticino, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/30 f5.6 ISO 5600 - A mano libera. Già, non è un errore: 1/30 a 500mm a mano libera. Ma poiché è così nitido, lavora bene anche a ISO altissimi - anche in mezzo alla nebbia. Parco del Ticino, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/200 f5.6 ISO 12800 - A mano libera. E chi è abituato a vedere e fotografare i selvatici avrà già capito... Parco del Ticino, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/250 f5.6 ISO 2800 - A mano libera. .... se sei ben mimetizzato, una lente frontale piccola, unita allo scatto silenzioso della Z6 ed al vento nella direzione giusta consente di fotografare animali timidissimi senza che ti percepiscano minimamente. E da "vicinanze" incredibili! Beh, per diventare così "ninja" ho impiegato un po'.... e quel che serve non è nella scatola giallo oro dei nikkor. Ma questo è un altro racconto! Parco del Ticino, ottobre 2020 - iPhone X. Quella traccia è il risultato del frequente passaggio degli ungulati.... è il primo passo, poi occorre capire dalle impronte di che ungulato si tratti, stare fermi e mimetizzati.... ed avere molta pazienza ed un pizzico di fortuna per "esserci" al momento giusto. Ma torniamo a questo bellissimo 500mm. Che è incredibilmente piccolo e leggero l'ho detto. E' anche molto nitido, ha pochissima vignettatura ed uno stabilizzatore molto efficace. L'AF è veloce. Ma rispetto al 500/4FL E? beh, è ovvio. I miracoli non esistono, ed anche se esistessero farli non è nelle prerogative degli ingegneri Nikon. E ci dobbiamo ricordare che il 500/5.6PF costa un terzo del 500/4FL E. Iniziamo dalla nitidezza. Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/400 f5.6 ISO 800 - da treppiede E qui un crop a pixel reali di tre scatti. Da sx a dx: 500/4FL E a f4, 500/4FL E a f5.6, 500/5.6PF a f5.6. Il 500/4 FL E è più nitido, di poco a tutta apertura e di più a f5.6. Ma è lui che è stellare non il PF che demerita. Perché vi posso assicurare che, senza un confronto all'americana come questo, tutta questa differenza non si vede. E lo sfocato? Beh, anticipo che, senza leggere i dati, ho sempre riconosciuto la lente semplicemente guardando l'immagine, ma ecco qui: Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/400 f5.6 ISO 800 - da treppiede Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/4FL E 1/400 f5.6 ISO 800 - da treppiede Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/4FL E 1/800 f4 ISO 800 - da treppiede Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/400 f5.6 ISO 400 - da treppiede Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/4FL E 1/400 f5.6 ISO 400 - da treppiede Corbetta, novembre 2020 - Z6 su 500/4FL E 1/400 f4 ISO 400 - da treppiede Ma queste sono immagini scattate per mettere in luce il problema, a voi valutare quanto impatti la pratica fotografica. Gran Paradiso, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/2500 f5.6 ISO 400 - a mano libera Gran Paradiso, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/320 f5.6 ISO 100 - a mano libera Gran Paradiso, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/1000 f5.6 ISO 200 - a mano libera Gran Paradiso, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/1000 f5.6 ISO 400 - a mano libera Parco del Ticino, ottobre 2020 - Z6 su 500/5.6PF 1/60 f5.6 ISO 12.800 - a mano libera In sintesi, le mie conclusioni: Pro: - Leggerissimo e dall'ingombro estremamente limitato, ma con ottima qualità costruttiva - Stabilizzatore efficacissimo, è nato per essere usato a mano libera. Anche ai confini del giorno, dove però l'apertura limitata finisce per penalizzare l'autofocus - Autofocus veloce, anche se meno di quello del 500/4FL E - Vignettatura quasi assente, molto meglio di quella del 500/4FL E - Nitidezza eccellente, anche se su livelli visibilmente inferiori a quelli - stellari - del 500/4FL E - e comunque drasticamente superiore ai vari superzoom che raggiungono queste focali - Prezzo conveniente - 1/3 di quello del 500/4FL E! - anche se non propriamente economico Contro: - Sfocato più nervoso del fratello maggiore, ma il "difetto" è limitato e non sempre evidente nelle immagini "reali" Quindi, un'ottica straordinaria ed un'esclusiva di Nikon nel panorama fotografico mondiale. Da sola, per un fotografo naturalista, può essere il motivo per usare Nikon! Certo non mi farà vendere il 500/4FL E, che resta per me il meglio del meglio, ma lo consiglio senza riserve a tutti i fotografi amanti dell'avventura, dei viaggi e della montagna - terreno sul quale, accoppiato al 70-300/f4-5.6, forma una combinazione straordinariamente efficace e dove assolutamente primeggia. E anche di più a chi, desideroso di fare il salto verso il primo "super tele", non possa o non voglia impegnare il capitale necessario all'acquisto del fratello maggiore. Sono sicuro che non si pentirà dell'acquisto e che potrà per molti anni trarre grandissime soddisfazioni dal suo utilizzo. Massimo Vignoli per Nikonland (c) 6/11/2020
  18. Molto, molto tempo prima che Gatti e i Gattini diventassero virali in internet anzi, molto prima che si diffondesse internet, c’era Walter Chandoha. Walter Chandoha, nato nel 1920, si è appassionato alla fotografia fin da bambino, da giovane si è unito ad un circolo fotografico ed ha imparato a sviluppare e stampare in camera oscura. Dopo la "high school" ha iniziato a lavorare come assistente dell’illustratore Leon de Voss. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fu arruolato nell’esercito USA prima come fotoreporter e poi come fotografo di guerra (combat photographer). Alla fine del conflitto si sposò con Maria Ratti e si iscrisse all’Università, per laurearsi in economia e intraprendere una carriera da fotografo pubblicitario. Ma un destino felino lo attendeva… In una fredda sera dell’inverno 1949 Chandoha stava tornando al suo appartamento nel Queens quando ha visto un gattino abbandonato che rabbrividiva in mezzo alla neve. Senza nemmeno pensarci se l’è infilato nella tasca del cappotto ed ha ripreso la via di casa. L’incontro con un gatto ti cambia sempre un po’ la vita, ma per Walter è stato un cambiamento totale. Lui e sua moglie furono conquistati dalle piccole follie acrobatiche di questo gattino, le corse pazze nel cuore della notte, combattimenti allo specchio e tutte le altre le cose buffe che faceva, tanto da chiamarlo Loco (matto in spagnolo), ed a Walter venne voglia di fotografarlo. Loco che fa shadow boxing con piglio professionale (NdR:. tutti i Gatti sanno le arti marziali!). Ci prese talmente gusto che decise di fare della fotografia di Gatti una professione. Divenne così fotografo freelance e, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, fu il principale fotografo commerciale di Gatti del suo tempo. Cominciò con il fotografare i gatti di strada del suo quartiere. Per poi approdare alle riviste più famose ed alla foto pubblicitaria. Una foto di Chandhoa per Vanity Fair Suo è il gatto della Friskies e di innumerevoli altri commercials, così che alla fine della sua vita (ci ha lasciati nel Gennaio 2019 a 98 anni) aveva scattato oltre 90.000 foto di gatti, tra quelle commerciali su commissione e quelle, altrettanto o forse ancora più belle, scattate in casa e outdoor. Il gatto protagonista della pubblicità Friskies. Paula, una delle figlie di Chandhoa sorride con in simmetria un gattino, questa foto divenne famosissima e vendutissima. Una delle foto più famose di Chandhoa: "The Mob", qui tratta dal libro Taschen sulle sue foto di gatti, pubblicato nel 2019 (copertina in fondo all'articolo). Chandoha racconta che per questa foto bastò richiamare i gatti con il cibo, arrivarono di corsa e dopo essersi sfamati si allontanarono rilassati in gruppo, consentendogli lo scatto. Oltre ai gatti Chandoha fotografò anche cani ed altri animali. Dopo che il dolore per morte di sua moglie gli rese difficile restare chiuso in studio o in casa, si mise a fotografare anche piante all'aperto. Chandoha mentre fotografa una pianta insieme ad un assistente a quattro zampe. Nella sua lunghissima attività usò diverse fotocamere, dalle biottiche alle medio formato; qui è con la sua nikon F. Qui un suo collaboratore preferisce la Nikon a telemetro. Continuò a fotografare ed essere attivo fino alla fine, la morte lo colse infatti mentre curava l’edizione della raccolta Walter Chandoha. Cats. Photographs 1942-2018 pubblicata da Taschen nel Settembre 2019. Nell’introduzione al volume si legge: «La moda ha Helmut Newton, l’architettura ha Julius Shulman e la fotografia di Gatti ha Walter Chandoha». Sotto, il video commemorativo della Taschen. N. B. Le foto sono copyright degli aventi diritto, riprese qui al solo scopo di divulgare l'opera di Walter Chandhoa.
  19. Visto il - tiepido - interesse per i SW di sviluppo e per la fotografia notturna, inizio a pubblicare il primo articolo di una serie - quanto lunga lo decideranno i lettori - sull'uso pratico di Capture One 20 for nikon. Come molti di noi, utilizzo Lightroom dalla prima versione. Ma alcuni mesi fa mi sono stufato delle penose prestazioni e, complice l'uscita delle versione scontata dedicata al mondo Nikon, ho deciso di comprare e provare Capture One 20 for Nikon. Devo dire che l'impatto, nelle prime ore, è stato problematico: tutto era nel posto sbagliato o funzionava in modo diverso. Ma subito dopo ho iniziato a capire, anche grazie alla enorme quantità di informazioni presenti sul sito del produttore, come funziona questo SW ed ora sto... per mollare il mondo Adobe! Sempre come molti di noi, fotografo in RAW. Questo, per beneficiare di tutte le possibilità, presuppone il fatto di fotografare pensando al risultato finale che si basa su un file NEF che catturi tutti i dati. A dire senza clip di informazioni ne' nelle alte luci ne' nelle ombre. Dati che hanno poi evidentemente bisogno di essere regolati con le giuste dosi di luminosità e contrasto. Per questo io in ripresa utilizzo sempre il picture style Neutral, l'unico che rende possibile vedere un istogramma molto vicino a come sono i dati in realtà. Ma veniamo a noi, abbandoniamo la teoria e passiamo alla pratica: per giudicare un sw di sviluppo occorre capire cosa può fare e quanto è semplice farlo. Cioè quanto è semplice passare da questo: a questo: in circa 20' di "lavoro". Qui ho fatto pochi, semplici ed intuitivi passaggi. Usando i livelli, cosi come li vedete nell'apposita sezione del menù. Li riepilogo di seguito: 1) Regolazione complessiva, sul Background. Cioè associare un profilo - qui lo "standard" in modo da non chiudere le ombre, regolare il bilanciamento del bianco e la luminosità (agendo sull'esposizione, che funziona esattamente come quella della macchina fotografica e la luminosità, che agisce sui toni medi, lasciando cioè inalterate ombre ed alte luci). Per il WB mi sono affidato a molti tutorial, ma mi sembra convincente. Nonostante quello che ci spacciano nei film, il cielo di notte non è blu! Il profilo è "Standard" per evitare il troppo contrasto del "Landscape" od il troppo poco del "Neutral". Esposizione e luminosità? ad occhio! Già perché quelle dipendono da come si vuole rendere la scena. Ed intanto vedete una feature di COne: la visione "prima e dopo" della fotografia... E notate come piccole variazioni producano già un apprezzabile risultato. 2) Ma io sono un perfezionista, per cui, con il timbro clone, ho ridotto la luminosità del riflesso sull'acqua del faro della stazione della funivia. E' un dettaglio.... ma mi dava fastidio. Ridotto e non cancellato! 3) Allo stesso modo, ho tolto alcuni puntini rossi nella zona scura a sinistra..... hot pixel? boh, stavano male.... 4) Iniziamo a fare sul serio: regoliamo il contrasto. Il contrasto, per tutte le fotografie, insieme all'esposizione è la regolazione più importante. Nella fotografia notturna è un problema particolare perché il comando "standard", il contrasto appunto, non fa altro che, contemporaneamente, rendere più chiaro ciò che è chiaro e più scuro ciò che è scuro. Qui il risultato sarebbe miserabile: è tutto scuro. E allora? Allora 3 operazioni: - Contrasto sui mezzi toni con una robusta iniezione di clarity, che è appunto, sostanzialmente, contrasto sui mezzi toni; - Piccolo recupero di luce sulle ombre con un giochino sui livelli (3 in input e 5 in output) - Curve!!!!! Nella regolazione mi è scappata la mano ed ho esagerato. Nessuno problema: ho regolato l'opacità al 70%, riducendo l'effetto complessivo (numero a destra nella barra arancione). 5) Ci occupiamo ora di altre tre, minime ma fondamentali, regolazioni locali. La prima è dedicata alle rive del lago. Ripristinare cioè la visione dei massi nell'ombra che i miei occhi mi garantivano quella notte. Come? selezione della zona con il pennello.... .... poi luminosità, clarity, structure e lo stesso giochino sui livelli: 6) Ora, sempre con il pennello, salto la screenshoot perché la tecnica è la stessa, ci prediamo cura del Cervino. Solo un pochino, ma è uno dei protagonisti della serata: tiriamolo fuori dall' ombra! In realtà ho aiutato il pennello con il luma range, sfruttando il fatto che la montagna è molto diversa dal cielo che la circonda. Se interessa, parleremo molto ancora delle capacità di selezione locale di Cone: da sole valgono l'acquisto! anche qui ho un po' ecceduto nei valori e riportato il tutto "in controllo" riducendo l'opacità. 7) E per ultima la protagonista: la via lattea! La selezioniamo con la Gradient Mask radiale e aumentiamo un po' contrasto, saturazione e luminosità. 8) Alcune stelle sono veramente al limite per la stampa (255 su ogni canale), cosa che porterebbe a far trasparire il colore della carta: non buono! Ed allora selezione con le maschere di luminosità delle alte luci e piccola riduzione di esposizione e con i livelli. E quindi.... da qui: a qui: Cioé, da qui: a qui: Pochi minuti di lavoro, la stessa foto... migliore! p.s.: questo vale come informazione per tutti quelli che non sono convinti che la Z6 abbia un sensore straordinario o che il 20mm f1.8S sia il miglior 20mm della storia di Nikon! p.s.2: per economia di tempo e per evitare di far addormentare il lettore occasionale non ho proprio scritto tutto... ma risponderò ad ogni domanda! Massimo Vignoli per Nikonland (c) 31/8/2020
  20. Io amo visceralmente la montagna e per questo sono costantemente alla ricerca, per la mia attrezzatura, delle migliori prestazioni all'interno di attrezzature leggere. Ma quanto valgano per me le prestazioni nella ricerca del miglior compromesso con il peso si può dedurre dal fatto che il mio precedente grandangolo da montagna era il 14-24/2.8 AFS! Già, precedente, perché dopo una giornata con questo Z 20/1.8 S ho potuto finalmente voltare pagina. E non per una scelta di compromesso: questo 20mm è il miglior grandangolo che io abbia mai usato, una spanna sopra a qualsiasi cosa più corta di 50mm sia stata montata su una delle mie Nikon! Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/30 f16 ISO100 Sulle caratteristiche fisiche molto hanno detto e fatto vedere Mauro e Max: non occorre ripetere, rimando gli interessati ai loro articoli. Le cose importanti per me? Parliamo di un grandangolo molto luminoso, f1.8, e quindi a priori adatto sia ad intenti fotografici basati su profondità di campo molto limitate sia, ed è il caso di alcune delle mie modalità d'uso, alla fotografia notturna. Il tutto in 500gr di peso ed in dimensioni fisiche non troppo importanti, parliamo di pochi cm in più del 24-70/4 per fare un esempio. Nota importante per la mia modalità d'uso: la lente è dotata di un normalissimo attacco filtro da 77mm, che consente, direi finalmente, di montare tutti i filtri che un paesaggista può desiderare. Senza svenarsi e portare in giro vetri di dimensione A5 o peggio. Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/80 f8 ISO100 Come va? l'articolo rischia di diventare subito monotono: io non sono stato in grado di trovare nessun significativo difetto. I pregi, invece, sono innumerevoli. Innanzi tutto va benissimo a tutti i diaframmi, con estrema nitidezza fino agli angoli anche alle più ampie aperture. Certo, chiudendo migliora..... ma significa che da ottimo diventa eccellente, anche negli angoli del formato FX. Sostanzialmente è un grandangolo con il quale chiudere il diaframma ha esclusivamente l'utilità di aumentare la profondità di campo, finiti i tempi di diaframmi chiusi 2 o 3 stop per tirare su i bordi! Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/8 f16 ISO200. Ed in coppia alla Z6 consente, tra stabilizzatore e possibilità di alzare gli ISO senza penalizzazioni, di fotografare quasi tutto anche lasciando a casa il treppiede. Un enorme vantaggio. Che ad un fotografo amante della montagna della mia generazione, cresciuto sognando di fotografare la Sierra come Galen Rowell, consente, insieme alla Z6 ed al 70-300 AFP, di costruire un kit leggero ed estremamente performante come quello che amava usare il Maestro. E non solo, nel senso che in questa gita in montagna ho portato con me la Z6, questo straordinario 20mm e l'altrettanto straordinario 500PF.... ma il secondo sarà protagonista di un altro articolo! Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/60 f11 ISO100 Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/40 f16 ISO100 Alta val di Rhêmes - Z6 su Z 20/1.8S - 1/40 f11 ISO100 Ma se nella luce mediocre di giornate plumbee è capace di restituire immagini dai colori intesi e dall'eccellente contrasto, con il sole si esalta, senza rischiare ombre troppo dense, anche nel pieno sole di questa tarda mattinata in quota. E riproducendo fedelmente il blu incredibile di questo cielo, senza necessità di ricorrere al polarizzatore! Alpe Devero - Z6 su Z 20/1.8S - 1/250 f11 ISO100 Alpe Devero - Z6 su Z 20/1.8S - 1/250 f11 ISO100 La svizzera, subito oltre il Passo della Rossa - Z6 su Z 20/1.8S - 1/500 f8 ISO100 Panoramica di 5 scatti verticali a mano libera, la soluzione semplice semplice quando si vorrebbero angoli di campo infiniti senza sacrificare l'imponenza delle montagne! E capacità di fotografare alti contrasti su dettagli minuti senza sostanzialmente incorrere in nessun problema di aberrazione cromatica. Fino agli angoli estremi del fotogramma. Alpe Devero - Z6 su Z 20/1.8S - 1/15 f8 ISO100 E sempre con la possibilità di montare il polarizzatore, giusto quel tanto da governare al meglio i riflessi. Zermatt - Z6 su Z 20/1.8S - 1/15 f13 ISO100 Ma dopo tanti paesaggi a diaframmi medi o chiusi viene l'ora di aprire tutto, aspettando che lo scoglio più nobile si avvicini alla via lattea.... Zermatt - Z6 su Z 20/1.8S - 15" f2 ISO1600 Devo dire che la fotografia notturna è stata per lungo tempo, con questi nuovi Z, il loro focus-by-wire ed il fatto che le Z resettino la messa a fuoco ad ogni spegnimento, una delle mie preoccupazioni. La ricetta è semplice: Occorre approcciare le novità con fiducia ed apertura mentale. Quindi, come si fa a mettere a fuoco di notte quando nel mirino non si vede nulla? Io, tra le molte possibilità, ho consolidato due modi: Facile, se nell'inquadratura c'è qualcosa di molto luminoso - ed in questa notte avevo il faro della stazione della funivia e pure diversi pianeti, che a f1.8 sono abbastanza luminosi per mettere a fuoco con il pinpoint della Z6 senza nessun problema. Delicato: si spegne e si riaccende la fotocamera. Automaticamente va su infinito, ma nel mio caso, non so se scelta o tolleranza di produzione, è uno zic più indietro del perfetto infinito che serve per le stelle. Quindi? Quindi basta girare pochissimo la ghiera con la lente in manual focus, capendo quanto grazie all'ausilio a monitor (torno indietro di una tacca dall'icona della montagna verso il fiore che appare impostando il manual focus....e vado avanti del doppio!) Ho provato a lungo, volevo essere sicuro: funziona sempre, ma consiglio a ciascuno di provare per trovare il "proprio zic". Ricordo, dopo lo scatto, che per verificare che la messa a fuoco sia perfetta basta verificare che le stelle non abbiano color fringing magenta! Notare, su tutte le immagini, come a fronte di una notevole saturazione e contrasto di giorno, la notte riesca a rendere perfettamente le diverse gradazioni delle zone scure, senza bloccare i neri come altre ottiche blasonate ma meno prestazioni finiscono spesso per fare. Dicevo che questo 20 ha prestazioni straordinarie già a tutta apertura ed a tutti i diaframmi... Questi, per gli amanti del genere, sono 3 crop pixel reali dell'angolo in alto a sinistra. Uno è a f1.8, uno a f2, uno a f2.5 da 1600 a 3200 ISO, sempre 15". Capite qual'è a tutta apertura e quale chiuso uno stop? ed i 1600 rispetto ai 3200 ISO? Zermatt - Z6 su Z 20/1.8S - 15" f2.2 ISO3200 - la stellina sul faro è prodotta da un po' di condensa sulla lente frontale. Zermatt - Z6 su Z 20/1.8S - 15" f2 ISO1600 - Stellisee e fotografi di fronte a sua Maestà! Quindi, in sintesi i pro che ho riscontrato: Prestazioni elevatissime, praticamente nessun difetto ottico impattante la pratica fotografica Leggero, ma con costruzione meccanica solida ed affidabile Dimensioni relativamente contenute (non è minuscolo ma nemmeno enorme, ed ha filettatura filtri 77mm standard) Paraluce efficace ed ottima resistenza ai riflessi AF istantaneo MF molto sensibile e precisa I contro: Un po' di vignettatura alle massime aperture, ma ditemi voi guardando le immagini sopra se ha un impatto pratico... Costo relativamente elevato, ma economico se si considera il livello delle prestazioni Per me, estremamente consigliabile! Massimo per Nikonland (C) 29/7/2020.
  21. Mio figlio Leonardo, al Cowboy Land di Voghera sabato scorso, mentre cercava di guardare con il naso all'insù un aereo in cielo Nikon D700 + 105mm AIS 2.8 ISO 160 1/1250
  22. Quando riesce, la fotografia trasmette un pensiero, una sensazione, un’idea, da una persona, il fotografo, ad un’altra persona, l’osservatore. In questo, è simile ad altre forme di comunicazione artistica non verbale, non solo visuali, come la musica, la scultura e la pittura ed altrettanto comunicativa. Io non sono colto, fatico a fare esempi significativi, ma guardando le immagini di natura di Vincent Munier o di Stefano Unterthiner, i ritratti di Peter Lindbergh, le immagini di Sebastiao Salgado…. Beh, mi sento coinvolto ed emozionato come davanti ad un Monet, ed io adoro gli impressionisti! o quando ascolto certe canzoni…. la lista degli esempi sarebbe enormemente lunga, ma credo il concetto sia chiaro. Il fotografo può trasmettere un messaggio, la fotografia da sola dice tutto, non è necessario nient’altro. Una fotografia riuscita consente di far vedere allo spettatore qualcosa che non ha mai visto, magari anche avendolo avuto davanti agli occhi, o solleva domande, rende il mistero di una situazione, evidenzia i tratti della personalità del soggetto ritratto. Oppure produce uno shock, immaginiamo il reportage di una delle troppe tragedie che attraversano il mondo, o diverte o meraviglia. In ambito naturalistico può anche avere il merito di rendere consapevole il pubblico della bellezza ed unicità di certi ecosistemi da preservare, è così che sono nati i primi parchi naturali. E tutto questo non necessariamente facendo leva sul “realismo” intrinseco della fotografia. Per creare questa significativa affermazione, cioè il messaggio che vuole tramettere con la propria fotografia, infatti, il fotografo deve maturare la propria personale visione del soggetto, affinarne la conoscenza, comprendere le emozioni che lui per primo prova. E poi trasmetterle attraverso il fotogramma. Ma come fare? La risposta è associata a quella di altri due quesiti: Quali sono i tuoi interessi, come li coltivi? Come rispondi ai tuoi interessi? Semplicemente perché, per impegnarti a realizzare una fotografia che abbia un significato, occorre innanzi tutto che quel significato per te esista, che sia per te importante, che tu sia motivato a “parlarne”. Non basta avere davanti a sé qualcosa di bello se per te non è interessante “parlarne”, esattamente come durante una qualsiasi discussione. Chi, su un argomento, non ha niente da dire, o non ha voglia di parlare, difficilmente potrà dire qualcosa di interessante. Per produrre il successo in qualsiasi cosa ci sono tre ingredienti: Entusiasmo, talento e duro lavoro. Ma ne bastano due, purché uno sia l’entusiasmo. È l’entusiasmo il motore! E se c’è l’entusiasmo, fotografare sarà avvincente. Sarà una cosa che cercherai di fare più possibile. E, al minimo, quell’entusiasmo farà si che tu spenda in fotografia le famose 10.000 ore, che si è valutato essere quanto serve per diventare bravi in quasi tutto. Ma non ha la minima importanza che tutte le foto che fai riescano… All’opposto, la mancanza di entusiasmo, per me è il motivo per cui molte foto sono fiacche e non trasmettono. Perché sono fatte perché “vanno fatte”, magari copiando per la milionesima volta lo scatto visto su Instagram della località scelta per le vacanze. Ed è il motivo, secondo me, per cui molti fotografano pochissimo o non mostrano le immagini fatte! Perché avevano un’idea più o meno affascinante della fotografia, si sono interessati ed hanno sviluppato una passione per gli oggetti che si usano per fotografare, ricevendo una immediata gratificazione nel possederli. Ma poi basta. E attenzione, l’entusiasmo, quello vero, non ha nulla a che fare con il desiderio di avere fatto quelle fotografie ma attiene alla spinta ad essere li in quel momento a farle, a raccontare con la propria fotografia il proprio punto di vista. È per questo che, normalmente, chi fotografa con successo lo sport è un appassionato di sport, chi fotografa gli animali ama la natura, chi fa un certo tipo di ritratto cerca la connessione con le persone, chi fa nudo vuole illustrare la bellezza e via dicendo. Ci ricordiamo le muse di Peter Lindbergh? Pensiamo che quelle foto siano frutto del suo “mestiere” o della connessione tra lui e loro? Allora, chi ha questa passione non solo vorrà fotografare il più possibile i suoi soggetti preferiti ma vorrà anche sperimentare ed imparare come farlo al meglio. Che prevalentemente, visto il livello medio delle attrezzature, non significa avere gli strumenti ideali ma essere capace. E poi portarsi nella condizione di farlo, cioè organizzare l’uscita fotografica adatta allo scopo, nella stagione giusta, cercare la luce adatta o imparare a crearla in studio, e via dicendo. Tornando alle due domande, la seconda delle due considerazioni personali è più complicata. In che modo rispondi ai tuoi interessi? Cosa ti colpisce dell’essenza dei tuoi soggetti? Cosa desideri trasmettere fotograficamente? In pratica, occorre andare oltre ed interrogarsi sul perché ci piace quello che ci piace, spingersi a capire qual è lo specifico motivo per cui lo abbiamo trovato interessante, capire cosa risuona in noi con più intensità. Ecco, quello, le sensazioni forti che evoca in noi, sono il nostro messaggio. Quello che la fotografia deve trasmettere a chi la guarda, che occorre enfatizzare contemporaneamente minimizzando tutto il resto. Qui entra in gioco la tecnica, l’artigianato per richiamare il mio precedente articolo. Qui e solo qui. Perché se “il mestiere” prende il posto delle emozioni allora probabilmente si potrà ottenere una foto tecnicamente valida, magari anche perfetta per fuoco, esposizione, “canoni compositivi” e quant’altro. Ma priva di voce. Dall’unione della propria passione per quello che si fotografa con la visione personale che ne si ha nascerà l’impronta personale, lo stile. Ad esempio, a me piace la montagna. Ma c’è la montagna dei placidi laghi, dei prati fioriti, delle pareti rocciose della neve e del ghiaccio. A me piace quella più severa, cosa che vale per quasi tutta la natura che fotografo: a me piacciono le situazioni da “grande nord”, non le spiagge assolate. Una nevicata piuttosto di un tramonto infuocato. Non sarà per sempre, tutto cambia. Ma è fondamentale restare connessi con sé stessi, con le proprie percezioni, le reazioni interne, la coscienza di sé. Tutto contribuisce ad orientare la fotografia nella giusta direzione. Capire e seguire la propria direzione, sintonizzarsi con il proprio io, conserva, ed anzi aumenta, l’entusiasmo. E si innesca il circolo virtuoso: fotografare mi piace, mi piacciono le cose che faccio quando fotografo, mi piace dove sono mentre fotografo, mi piacciono le foto che ho fatto: voglio fotografare ancora appena possibile! Ma non eccedere nell’introspezione: alla fine la cosa importante è uscire, fotografare e comunicare il proprio messaggio che è il nocciolo della fotografia creativa. Vedere la scena, interpretarla, accettando la sfida di mettere le proprie emozioni nell’immagine, esprimendo il proprio punto di vista, facendolo vedere all’osservatore della fotografia. E non importa se la scena non è una creazione del fotografo ma della natura, perché la fotografia lo è, sempre. L’ultimo punto che voglio trattare in questo articolo, dopo tanti ragionamenti sull’interpretazione, riguarda la fotografia come verità. Ecco, la fotografia di cui parlo in questo articolo non è evidentemente quella del reporter, non deve riprodurre la scena “oggettivamente”, cercando la “verità universale”. A volte, a seconda dei gusti, le fotografie rendono un mondo più bello di quello che chi stava a fianco alla macchina può aver visto con i propri occhi. È giusto, la fotografia è l’interpretazione che fa il fotografo della realtà. La sua. Non significa fare fotomontaggi o arte grafica. Ma scegliere al meglio la focale, i parametri di ripresa, il punto di ripresa, se possibile la luce – tramite la scelta del giorno e dell’ora in cui fotografare. Poi, proseguire ottimizzando l’immagine seguendo l’intento con il quale si è scattato, con la stessa cura, nella regolazione del file. Ed è per questo che rifuggo dalle scorciatoie degli automatismi nel dialogo tra macchina fotografica e software, dalle false promesse dei preset. Fanno risparmiare tempo, ma per fare cosa? come fanno a portare la fotografia nella direzione voluta dal fotografo? Ma a ben vedere, il nostro è un mondo complesso, nel quale spesso e comunque non esiste una cosa come “la verità”, ma piuttosto molte verità, alcune delle quali sono in conflitto con le altre, le contraddicono. Quindi la verità, anche quella della fotografia “come uscita dalla macchina” è inafferrabile nel migliore dei casi, inesistente nel peggiore. A chi pensa che stia parlando di “barare“ con il fotoritocco - cosa che non faccio, uso solo Lightroom per regolare il file - chiedo: che succede se riprendo a 20cm da terra con un 50mm? o a 180cm da terra con un 24? Che succede se chiudo su un particolare con un 300mm? Se ingrandisco con un’ottica macro 4x? Se uso un tempo di 30”? O di 1/8000? Se scatto a f1.4? O a f16? Se sottoespongo di 2 stop cercando un low-key? O se sovraespongo? Cosa se fotografo a colori? E in Bianco e Nero? Lo scopo, la cosa importante, è che la fotografia affermi la verità soggettiva del fotografo, veicoli il suo messaggio e lo trasmetta all’osservatore. Se la fotografia avrà successo, l’osservatore vedrà non la presunta fotocopia della realtà ma l’idea della realtà che il fotografo ha avuto, il suo punto di vista. È arte? SECONDO ME SI. Massimo per Nikonland © 25/4/2020
  23. Questo è l’ultimo articolo della serie che ho riservato alle prove fatte in questi 7 mesi – e 30.000 scatti – con la Z6, ed è relativo alla fotografia di ritratto in studio ed in esterni, anche se le immagini che userò per illustrarlo sono tutte prese in studio. Per me questo genere fotografico è una passione recente, nata e coltivata grazie a Nikonland ed a diversi Nikonlander, Mauro innanzi tutto, ma anche Ross il tailandese, e tanti altri con i quali ho condiviso splendide e sfidanti ore in studio. E devo dire che mi intriga sempre moltissimo perché, per me, è veramente un modo diverso di intendere la fotografia, fatto di preparazione ma anche di spontaneità. Fatto di tecnica – ad esempio nell’uso dei flash – ma anche di confidenza, fiducia ed empatia nello stare davanti ad una modella, pensare a come fotografare e…. farlo. Già, perché stare davanti ad una persona che ti guarda e vuole sapere da te cosa vuoi fare è molto più sfidante, almeno per me, di andare per monti ad inseguire stambecchi. Sfida che si può trasformare in delusione se non si riesce a costruire quel che si voleva o se, dopo pochi scatti, si finiscono le idee. In questo senso è probabilmente il genere fotografico dove le prestazioni del corpo macchina sono meno rilevanti, almeno rispetto all’importanza che hanno le idee del fotografo, le lenti disponibili e la capacità di gestire la luce, naturale o flash. Ricordo indelebile, quindi, quello del primo giorno in studio con Z6 e 50 1.8S lo scorso 26 di maggio, una settimana dopo che avevo ritirato il tutto da New Old Camera. 4 Nikonlander, un tema difficile, poi non seguito, ed una modella bellissima ma con un certo caratterino: fu una giornata molto molto impegnativa, tra la macchina che non ne voleva sapere di pilotare i flash di studio e neppure, almeno così mi pareva, di mettere a fuoco. Fortunatamente avevo scelto di portare solo la Z6, lasciando a casa la D5. Avevo intuito che sarebbe stata una giornata tutta in salita e non volevo avere la possibilità di scappare. Perché una cosa avevo ben chiara: per entrare nel futuro è necessario innanzi tutto volerlo fare. È necessario, qualora i risultati non arrivino subito, non avere l’inopportuna possibilità di rientrare nella propria confort zone. Ma non basta, occorre anche avere mente aperta per capire come far rendere al meglio il nuovo strumento e trovare, dopo averci messo del proprio, quali sono i punti di forza e di debolezza della nuova tecnologia rispetto alla vecchia. Insomma non bisogna cercare nella Z la DSRL che si usa abitualmente. Ovviamente non sono state quello che si possa minimamente definire due ore rilassanti, ma alla fine della mattinata le cose hanno iniziato ad allinearsi. O dovrei dire oltre la fine, visto che avremo dovuto chiudere tutto alle 13:00 e questi due scatti sono fatti quasi 10 minuti dopo… Z6 con FTZ su 70-200FL @200mm, 1/125 f2.8 ISO 4000 - illuminata con la luce pilota del flash Z6 con FTZ su 70-200FL @200mm, 1/125 f2.8 ISO 6400 - illuminata con la luce pilota del flash...... cioè con crop a pixel reali: Crop a pixel reali (100%). Questo è quello che si può ottenere il primo giorno d'uso con questa macchina fotografica.... a 6400ISO, praticamente al buio, e senza impostare nessuna riduzione di rumore sul sw di sviluppo, nitidezza sui valori abituali. Dicevo che il corpo macchina, in queste condizioni di scatto, è l’oggetto meno importante tra i tanti che un fotografo deve utilizzare. Non di meno, la Z6 ha, rispetto alle DSRL Nikon, alcuni specifici vantaggi, che riporto nell’ordine di quella che per me è la rilevanza sul risultato in questo genere di fotografia: Ottiche native Z – in particolare 50 1.8 e 85 1.8 – con prestazioni veramente degne di nota e capaci di stracciare letteralmente gli omonimi per il bocchettone F, che in precedenza ho ripetutamente usato in questi contesti sulla D5 – e anche le varianti più luminose (50 1.4 e 85 1.4). Messa a fuoco automatica sull’occhio. Precisione chirurgica dell’AF nelle riprese con profondità di campo molto limitata – seppure non riscontrabile in ogni scatto, in particolare prima degli ultimi aggiornamenti del firmware. Da qui l’utilità di scattare molto più del solito per garantire il risultato. Capacità di rendere a mirino l’effetto del bianco e nero e la resa della luce naturale. Dico subito che alcuni di questi vantaggi, quel 26 di maggio, non erano con me, nel senso che ad esempio la capacità dell’AF, con la release 2.0 del FW, era decisamente meno efficace di quella disponibile oggi, allora non l’avrei definita affatto chirurgica. Ed io, dovendo sperimentare i vari modi di messa a fuoco, ho faticato non poco a produrre immagini a fuoco dove e come volevo con una qual certa consistenza. Peraltro, anche la capacità di mettere a fuoco in luce scarsa, come può essere quella in uno studio senza finestre, con il fondale nero ed il soggetto illuminato solo dalla luce pilota nel quale fotografavamo quel giorno era fortemente limitante. Altri in realtà sono esclusivi di riprese in luce ambiente, in quanto la Z6 non è in grado di far vedere a mirino, simulandola, la caduta della luce – o il bianco nero – mentre pilota il flash (anzi a dirla letteralmente è il contrario: se si lascia attivata l’impostazione D8 “applica le impostazioni al live view” la macchina non fa scattare i flash…. cosa che ho “scoperto” parecchio dopo che la sessione era iniziata). Cosa abbastanza ovvia se ci si pensa, visto che non può conoscere la distanza tra il flash ed il soggetto, quali modificatori di luce sono usati e via dicendo. Altri ancora vanno cercati disattivando opzioni, come “scatto con riduzione sfarfallio”, che nella mia esperienza procura solo un maggior ritardo allo scatto. Ecco, per me è necessario lavorarci su ancora un bel po’, ma ora sono fermamente convinto che la scelta di entrare nel mondo mirrorless sia giusta e che, effettivamente, questa tecnologia, per Nikon purtroppo ancora acerba, ci apra possibilità del tutto nuove per farci concentrare sulla fotografia e ricercare con maggior semplicità, rispetto alle reflex, gli effetti che vogliamo nelle nostre fotografie. Z6 su 50 1.8S 1/125 f2 ISO 400 Z6 su 50 1.8S 1/125 f2.8 ISO 2200 Z6 su 50 1.8S 1/125 f1.8 ISO 1400 Z6 con FTZ su 70-200 2.8FL @70mm 1/200 f2.8 ISO 200 Z6 su 50 1.8S 1/200 f2.8 ISO 200 Z6 su 50 1.8S 1/200 f2.8 ISO 400 Z6 su 50 1.8S 1/200 f2.2 ISO 200 Z6 con FTZ su 70-200/2.8FL @170mm 1/250 f2.8 ISO 400 Z6 con FTZ su 70-200/2.8FL @110mm 1/250 f2.8 ISO 400 Z6 su 85 1.8S 1/250 f2 ISO 200 Z6 con FTZ su 70-200/2.8FL @200mm 1/200 f4.5 ISO 100 (flash godox con ombrello dall'alto) Come d’uso concludo con la sintesi di pro e contro. Pro: Ottiche native Z decisamente superiori alle corrispondenti del sistema F (50 1.8/1.4 e 85 1.8/1.4) Messa a fuoco automatica dell’occhio e AF molto preciso nelle riprese con esigua profondità di campo tipiche di questo genere fotografico Capacità di rendere a mirino l’effetto del bianco e nero e la resa della luce naturale, supportata da un sensore capace di sforare splendidi file ad ogni ISO possa avere un senso impiegare Bianco e nero superlativo, senza necessità di sviluppi particolari. In particolare i 6400 ISO sono per me assolutamente fantastici nella ricerca di una "grana naturale" a sostegno del mood cercato. Contro: In realtà niente di specifico se non il fatto che…. non ne abbiamo abbastanza! Occorre ottimizzare ed arricchire di funzionalità il firmware di queste macchine – che sta migliorando ma troppo, troppo lentamente – e fare crescere il sistema. Ma già oggi io preferisco, e di molto, portare in studio la Z6 rispetto alla D5. Massimo Vignoli per Nikonland 24/12/2019
  24. Background. La fotografia di natura presuppone l’uso di lunghe focali, l’appostamento da capanno fisso e l’arrangiamento della composizione gestendo le poche variabili disponibili. Ma io, sempre più spesso, trovo piacere nel godere del contatto con la natura e nel cercare immagini capaci di raccontare la situazione oltre che ritrarre il soggetto. È una trasformazione in atto da tempo nel mio modo di vedere e di fotografare. Per questo, sto sempre meno in capanno e sempre più giro per boschi, fiumi, monti ... e sempre più apprezzo viaggi all’estero immersivi nella natura piuttosto che indirizzati a ritrarre lo specifico animale. Un modo diverso di indirizzare le uscite, quindi, ma anche un modo diverso di “vedere” le immagini. C’è un facile trucco, che ho imparato casualmente tanti anni fa. Sostanzialmente è questo. Guarda quello che vuoi fotografare, chiudi gli occhi e riepiloga nella mente cosa ti ha colpito e cosa rende speciale quello che hai visto. Poi riapri gli occhi e concentra la tua fotografia nel ritrarlo, impostando composizione, diaframma, fuoco ecc.. per renderlo al meglio, includendo ciò che serve ed escludendo tutti gli elementi di disturbo. D5 su 180-400@400 1/1000 f4 ISO800, quando la neve inizia a sciogliersi gli stambecchi scendono molto in basso... D5 su 180-400@400 1/640 f4 ISO100 D5 su 180-400@500 1/1000 f5.6 ISO200 Bene, per fare un esempio, io sempre più, invece di “che bel camoscio” penso “fantastico quel camoscio in mezzo alla pietraia, piccolo piccolo sotto la montagna con quella cima aguzza”. Beh, così è molto enfatizzato, ma rende il senso. Ovviamente, sempre su quel binario, non vuol dire che non scatto più immagini “chiuse”. Ma che le apprezzo entrambe.Da quanto sopra, due forti spinte per valutare uno zoom prestazionale come il 180-400. Per capire, nella sostanza, se nella maggior parte delle situazioni in cui fotografo – in Italia e all’estero, da capanno e in esplorazione – possa essere effettivamente più adatta questa meraviglia piuttosto che la coppia fatta da 500/4E FL e 70-200/2.8E FL o 80-400/5.6G (uno o l’altro a seconda dei casi, ma questa è un’altra storia – il test del 80-400G lo trovate qui). Ma la mia storia di fotografo di natura inizia parecchi anni fa: il mio primo supertele fu proprio il 200-400/4 AF-S VR. Non ci siamo mai amati, l’ho sostituito dopo poco con il 300 2.8 ed i moltiplicatori…. Ma poi, visto cosa ci faceva Unterthiner, giusto per citare qualcuno proprio bravo, lo ricomprai…. Per confermare che non ci amavamo e cambiarlo con il 500/4. Ma era il 2008! Capirete quindi come il prezzo molto elevato e questi precedenti mi abbiano reso incerto e fatto cercare innanzitutto la possibilità di una prova. Prova che Nital e Mauro, ringrazio moltissimo entrambi, hanno reso possibile in questi mesi e della quale racconto con piacere qui su Nikonland. Com’è fisicamente. Parlavo di supertele, il 180-400/4E FL rientra a pieno titolo in questa definizione. Meccanicamente è costruito in maniera eccellente, come potete vedere dalle ottime immagini che Mauro ha realizzato durante l’unboxing. Io non so fare niente di neanche lontanamente così bello, ma è questo. Però vi faccio vedere com’è rispetto agli obbiettivi che ho citato poc'anzi. Il 70-200/2.8E FL, evidentemente, appartiene ad altra categoria ed è nel gruppo solo per dare un’idea. L’80-400/5.6G è qui per far capire che c’è 400 e 400, e che la ricerca della qualità ed uno stop in più di luce cambiano completamente i progetti ottici. Il 180-400 è il secondo da sinistra. Vedete che è poco più piccolo del 500/4; L'80-400 a 80 Il peso è importante, 3840gr sulla mia bilancia (con paraluce e piastra ARCA). Mentre il 500/4E FL pesa “solo” 3410gr (quindi 430gr in meno!), l’80-400/5.6G 1610gr ed il 70-200/2.8E FL 1460gr. Tutto trasuda qualità ed eccellenza meccanica e ottica, le ghiere sono perfette. Il moltiplicatore built-in semplicemente geniale. 80-400 a 400 E le lenti frontali Come si confrontano quei 4. Le foto ai muri di mattoni o alle mire ottiche non sono il mio forte, ma ho chiesto ad una vecchia amica di farmi da modella, per dare un’idea. Giusto un’idea di quali sono le differenze in nitidezza, vicino al centro del fotogramma, ma è fondamentale tenere conto che questo è solo uno dei parametri da valutare e, spesso, nemmeno il più importante nella resa complessiva dell’immagine. Per me sono più importanti il micro contrasto, le transizioni tra zone a fuoco e fuori fuoco, la resa nelle diverse condizioni di luce. Ma c’è molto "rumore" in giro sulla presunta inadeguatezza qualitativa di questa lente, in parte arrivato anche qui, e quindi ho voluto portare qualche elemento di valutazione. Come vedrete sotto veramente tanto rumore... per nulla. Personalmente trovo questo zoom letteralmente fantastico. 500/4E FL+TC14 – 700mm f5.6 500/4E FL – 500mm f4 180-400/4E FL +TC – 500mm f5.6 180-400/4E FL – 400mm f4 80-400/5.6G – 400mm f5.6 180-400/4E FL – 200mm f4 80-400/5.6G – 200mm f5.3 70-200/2.8E FL – 200mm f2.8 Le immagini sono fatte con la Z6, da distanze diverse, in modo da ritrarre il soggetto alla stessa dimensione sul sensore. Ho fatto 5 scatti di ognuna in modo da evitare che errori in ripresa inquinassero il risultato. Ho usato il treppiede, lo scatto elettronico e messo a fuoco con il pinpoint sull’occhio sinistro (quello al centro della foto). Le immagini sono a tutta apertura, regolate in LR nello stesso identico modo (stesso bilanciamento del bianco, nessuna regolazione a luci, ombre, contrasto ecc. esclusi i profili built-in delle lenti). La nitidezza è regolata per tutte allo stesso modo così come la riduzione rumore. Tutte le lenti migliorano, in misura diversa, diafframmando un po'. Questo è quindi il worstcase, in particolare per le immagini moltiplicate e per l'80-400@400mm. Come vedete, alla faccia di chi pensa che gli zoom siano sempre meno nitidi dei fissi, l’immagine più nitida è quella a 400mm fatta con il 180-400/4E FL. Non tantissimo, ma visibilmente. E che, molto più intuitivamente, a 500mm il 500/4 liscio è più nitido del 180-400/4E FL moltiplicato. Anche qui, non tantissimo ma visibilmente. E che quello che perde il 500/4E FL inserendo il moltiplicatore è molto simile a quello che perde il 180-400/4E FL moltiplicandolo. Sempre restando nell’ovvio, a dire che il moltiplicatore built in è… un moltiplicatore. A 400mm: Il 180-400/4E FL è più nitido del 80-400/5.6G che però si difende e non esce a pezzi. Scendendo ancora, a 200mm: Il 180-400/4E FL continua ad essere il più nitido. Ma, ovviamente, lo stacco del soggetto dallo sfondo, che pure è lontanissimo, del 70-200/2.8E FL è irraggiungibile dagli altri. Nota a margine: Io sono sempre più convinto di avere un esemplare straordinariamente ben riuscito dell’80-400/5.6G! A chi ritiene che la Z6 non abbia abbastanza risolvenza da mettere in crisi queste lenti e che, quindi, che avrei dovuto usare la Z7 o la D850 rispondo dicendo che questi sono supertele pensati per un certo tipo di fotografia, per la quale nessun produttore (Nikon – D5/D6, Canon - 1DX, Sony A9) ha superato i 24mpix. Come va? È molto molto nitido, sempre. A tutte le focali e anche moltiplicato. Ovviamente moltiplicato perde qualcosa. Non problematico l'uso con il TC inserito alle focali inferiori alla massima. D850 su 180-400@550 1/800 f7.1 ISO900 Crop a pixel reali L' autofocus è molto veloce, sui massimi livelli. D5 su 180-400@550 1/2000 f5.6 ISO100 D5 su 180-400@550 1/3200 f5.6 ISO400 D5 su 180-400@550 1/2000 f5.6 ISO400 Ben contrastato, tende a chiudere le ombre un po di più del 500/4E FL ma niente di problematico anche con soggetti scuri. D5 180-400@400 1/500 f4 ISO100 Lo stabilizzatore è molto molto efficace. Non mi sono dedicato a calcolare gli stop, ma quello sotto è uno scatto fatto a 400mm con tempo 1/10 di secondo. Z6 su 180-400@400 1/10 f4 ISO280 Si avete letto bene: 1/10. Per cui diciamo che, considerata la destinazione d’uso, funziona così bene da non porre al fotografo nessun limite pratico. Certo, anche la Z6 con lo scatto elettronico e l'Ibis aiuta. Anche lo sfocato, con o senza moltiplicatore, e pure con sfondi problematici come questi è bello. Valutate voi. Senza difetti? No. Innanzitutto, vignetta. In maniera molto significativa, soprattutto alle focali corte. Qui uno scatto a 180mm. D5 su 180-400@180 1/3200 f4 ISO100 Ma è un problema gestibile con la correzione automatica, come vedete sotto. D5 su 180-400@180 1/2000 f4 ISO100 E che si riduce, senza sparire, diaframmando o andando alle focali più lunghe. Inoltre, come visto, pesa veramente tanto. Questo è il primo problema pratico rilevante, per la mia destinazione d’uso. Non inatteso, basta leggere la brochure per saperlo. Ma quanto impatta, ad esempio, fotografando in montagna. Occorre provarlo con il proprio genere di fotografia. Io in montagna vado più lontano, più in alto o su terreni più difficili di quello che la maggior parte degli escursionisti fa. Beh, qui non sono molto in alto e neppure molto lontano... ma la terra finisce di botto pochi cm alla mia destra e riprende alcune centina di metri sotto. La sintesi è che riesco benissimo a usarlo fotografando a mano libera, ma l’impatto pratico è che sono molto meno mobile sui terreni difficili. Più o meno come quando porto il 500/4E FL, che per la cronaca a mano libera è per me molto più usabile del 180-400/4E FL, ma senza coprire così bene le lunghe focali che il 500 mi consente. Ed allo stesso tempo 180mm sono un poco lunghi per ambientare efficacemente in certi tipi di fotografia. Quindi, in montagna, l’80-400, almeno se ne avete uno perfetto come il mio, o il 500/4, se servono focali lunghe, sono preferibili. Ma in tutte le situazioni dove il peso e l’ingombro non impattino in maniera significativa ed il range di focali 180-400 sia appropriato – considerando di fare un uso occasionale del moltiplicatore, non teme confronto con nessuna altra lente. E anche moltiplicato resta molto molto buono. Di fatto il moltiplicatore built-in, capacità unica nel catalogo nikon e comune solo ad un’altra lente della concorrenza ormai datata, è una importante freccia al suo arco. Perché moltiplica la flessibilità prima che le focali. Immaginate di fotografare in condizioni avverse, climatiche o ambientali, o di avere tempi ristretti: consente di fare una vera e propria magia. Immaginate, fotografando dal gommone, o mentre nevica…. Beh, impagabile. Peccato che non ho avuto modo di andare a fotografare con quelle condizioni! D5 su 180-400@390 1/500 f5.6 ISO100 (con TC inserito) D5 su 180-400@500 1/2000 f5.6 ISO400 Z6 su 180-400@560 1/2000 f5.6 ISO400 (curiosità: La focale massima trasmessa a LR dalla D5 e dalla D850 è 550 mentre dalla Z6 è 560) Ma purtroppo, da noi, 400mm sono sempre pochi e, a volte, anche 500mm lo sono. E, nonostante le incredibili prestazioni ISO delle macchine attuali, tra f4 e f5.6 c’è un salto notevole vicino all’alba ed al tramonto. Ma lo zoom, ed il TC, sono utili anche in un'uscita nel bosco vicino casa. Due caprioli, 370mm Z6 su 180-400@370 1/500 f4 ISO1000 Stringo sul maschio, 560mm Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2500 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2200 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2800 Z6 su 180-400@400 1/500 f4 ISO1250 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2800 Questa orribile stagione, ed il COVID-19 (dita incrociate perché la situazione migliori presto!), hanno ostacolato la prova. Anche i viaggi che ho nei prossimi mesi sono molto a rischio - è per equipaggiarmi al meglio per quelle situazioni che ho molto pensato a questa lente. Ma credo di avere comunque avuto l’opportunità, nelle diverse uscite fatte, di provarlo adeguatamente e di farmene un’idea precisa. Conclusioni. Un ennesimo esempio delle capacità di Nikon di realizzare strumenti straordinari e capaci di supportare al meglio il fotografo. Ma questa prova non era finalizzata a verificare se il 180-400 fosse effettivamente in grado di realizzare immagini di qualità, quello lo sapevo già. Ho la fortuna di conoscere diversi fotografi molto bravi che lo usano con enorme soddisfazione e che lo hanno adottato sostituendo diversi teleobiettivi, contemporaneamente. E che me lo hanno consigliato senza riserve. A me serviva capire se, anche per me come per loro, avrebbe potuto sostituire il 500/4E FL. Stresso per me, perché gli strumenti che usiamo non si scelgono in base alle brochure, o a quello che ne pensano gli amici. Da li si parte, ma poi occorre provare e scegliere quello che agevola la nostra visione ed il nostro modo di fotografare. Con le parole di Silvio, cercavo la risposta a questa domanda: questo 180-400 può essere la mia Katana? È una risposta difficile ma, di pancia prima che con il cervello, credo di no. Non perché sia, riprendendo il titolo, un Jack of all trades... master of none. Il 180-400 è indiscutibilmente il master di un ambito, in fotografia naturalistica, molto specialistico. È il caso in cui contemporaneamente si abbiano soggetti abbastanza grandi o avvicinabili, necessità di cambiare spesso e rapidamente focali, in particolare in condizioni climatiche avverse (polvere, pioggia, neve) ed avendo difficoltà ad usare 2 corpi macchina su due diverse lenti (o necessitando addirittura di un terzo). Ma, per come, cosa e dove fotografo io, non sarebbe in grado di sostituire le lenti - in particolare il 500/4 - con le quali l’ho ritratto all’inizio del test, potrebbe solo affiancarsi. Ed il costo, non potendo sostituire altri oggetti, diventerebbe esorbitante. Quindi, dopo la prova e valutata l’usabilità nelle diverse condizioni in cui amo fotografare, considero che per me la miglior combinazione resti avere 70-200 o 80-400 su un corpo e 500 sull’altro. Avessi la fortuna di andare più spesso all’estero, in safari o in zone artiche o in zone dove gli animali sono grandi o confidenti, e meno la necessità di fotografare ai confini del giorno, sarebbe la lente perfetta! Pro: • Qualità costruttiva • Prestazioni ottiche • Stabilizzatore • Autofocus • Versatilità d’uso Contro: • Peso • Prezzo (*) (*) ma solo nel caso non si riesca ad adottarlo come unico supertele Massimo Vignoli per Nikonland © 14/3/2020
  25. Il vero tester sarà Massimo Vignoli che lo condurrà per fiumi e monti. Ma io non potevo certo lasciarlo imballato. Eccolo qua ! Unboxing Doppia scatola di cartone. Esterna : con tutti i sigilli del caso E interna : con sigillo di garanzia e talloncino Nital Vip l'interno è ulteriormente protetto da un altro foglio di cartone che protegge la sacca in nylon che contiene l'obiettivo : avvolto nel cellophane Eccola qui, liberata dall'involucro, con tutti i manuali d'uso in bella mostra all'interno, altro cellophane protettivo la cinghia e la custodia per i filtri finalmente riesco a liberare l'obiettivo che si presenta con il paraluce in carbonio montato all'inverso. La classica cappa copripolvere di protezione è identica a quella degli altri superteleobiettivi Nikkor il dettaglio del piedino del treppiedi con marchiata la focale obiettivo e paraluce : dettagli del paraluce in carbonio. Tutto made in Japan in bilico, la lente anteriore sposta il peso sull'anteriore dettaglio della ghiera di zoom e della targhetta con le caratteristiche dell'obiettivo il complesso e robusto piede del treppiedi con il suo collarino mobile. Il maniglione è abbastanza comodo anche per il trasporto e nella parte interna ha una placca in materiale morbido per le dita la bottoniera con le funzioni di base, modalità di autofocus, dello stabilizzatore integrato, del richiamo delle memorie e della limitazione di messa a fuoco che può partire dai 6 metri di distanza il cassettino portafilitri che all'origine contiene un vetro trasparente ma può essere sostituito con filtri ND o un polarizzatore il suo vano, aperto. eccolo in posa artistica con la mia D5 perfettamente bilanciata dietro il baricentro è esattamente calibrato per mantenere in perfetto equilibrio il complesso di obiettivo con paraluce e corpo macchina ma ho lasciato per ultimo la funzione principale di questo obiettivo, ovvero il teleconverter TC14 integrato, che si può innestare o disinnestare con un dito, tenendo l'occhio sul mirino (a condizione che sia disarmato il blocco, ovviamente !) ultima immagine "artistica" con l'obiettivo montato su una testa Manfrotto 400 *** COME VA SUL CAMPO Giusto pochi scatti. Ho approfittato della riapertura del Parco Faunistico Le Cornelle di Valbrembo per andare a trovare i miei amici quadupedi e fare quattro scatti di prova, prima di dare la parola a Massimo Vignoli che vedrò domani. Un saggio dell'escursione focale : paesaggio a 180mm dettaglio a 400mm superdettaglio a 560mm La zoomata è incredibilmente fluida e l'utilizzo dell'obiettivo totalmente intuitivo per ogni nikonista. Si avverte una qualità complessiva, sia costruttiva che qualitativa ben superiore al vecchio Nikon 200-400/4 che io ho usato per un paio d'anni senza mai riuscire ad innamorarmene. Qui devo ammettere che l'esperienza è abbastanza ... destabilizzante. Se non fossi costretto - per mera questione di disponibilità economica - a guardare il cartellino del prezzo, lo ordinerei già oggi stesso. Ed io ho avuto sostanzialmente ogni grosso calibro Nikon, con l'esclusione del solo 800/5.6 ... Mi immagino quale potrebbe essere la reazione di chi si deve accontentare del pur onesto Nikon 200-500/5.6 o, peggio, di qualche zoomone Sigma o Tamron f/6.3 ... Ma andiamo a quella che non esito a definire una esperienza mistica, come quella che i credenti devono provare andando in Tibet ... (immagino). Siamo con l'occhio al mirino, stiamo inquadrando un soggetto. Abbiamo sbloccato in anticipo il blocco del teleconverter. Allunghiamo il dito anulare della mano destra .... e .... con una dissolvenza degna del miglior John Ford, l'immagine si ingrandisce otticamente davanti ai nostri occhi e passiamo da 400 a 560mm. Non vi sto prendendo in giro, davvero, Io la descrivo ma provarla diventa totalmente naturale ma al contempo da ... assuefazione. Ok, mi sono dilungato abbastanza con le chiacchiere. Ecco l'album con un pò di foto dei miei amici : Le mie considerazioni sommarie e non scientifiche dopo veramente una brevissima prova di contatto che spero di bissare il mese prossimo quando riaprirà la stagione in autodromo. PRO obiettivo di classe superiore, che rivaleggia con 400/2.8 e 600/4 ultima serie flessibilità assoluta resa ancora più pratica dalla possibilità di andare da 180 a 560mm con un solo obiettivo, senza dover montare teleconverter (quindi immaginiamo chi fotografa in condizioni estreme, d'inverno, con il freddo, con i guanti, oppure in barca o in situazioni pericolose e non può avere due corpi macchina con due ottiche complementari) costruzione di livello assoluto in casa Nikon e non solo prestazioni ottiche (nitidezza, sostanziale assenza di aberrazioni, distorsioni, vignettatura) CONTRO il prezzo ne fa un oggetto per pochi, se non per pochissimi, anche perchè non è detto che possa essere l'unico obiettivo di cui uno necessita, spesso è solo un complemento ad uno o più superteleobiettivi fissi in questa fascia di prezzo ci stanno i migliori superteleobiettivi Nikkor (io sarei in forte dubbio se comprare questo o un 400/2.8 FL, per esempio !) Nikon dovrà decisamente convincersi che lo standard per gli attacchi delle teste dei treppiedi è quello Arca Swiss. Montare la piastra sotto al piedino è una rottura di scatole e potenzialmente un rischio come per il caso del Nikon 200-400/4, la sacca in dotazione è bella, anzi, fantastica, imbottita, comoda da trasportare. Ma Santiddio che cavolo ci vuole a farla leggermente più alta così che possa contenere anche una D5 già montata sull'obiettivo ? Per valutazioni più approfondite, in vero ambiente wildlife e non allo ZOO che è il massimo che può offrirvi il sottoscritto, e confronti con altri obiettivi di questa classe, dovrete però attendere le prove che farà il nostro Massimo Vignoli. Intanto tutti i ringraziamenti a Nital Spa, distributore italiano dei prodotti Nikon, per il prestito di questo superzoom. Senza la sua benevolenza nei confronti di Nikonland, questi articoli non sarebbero stati possibili.
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