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About This Club

Il Club personale dei due soci fondatori di Nikonland. Molto politicamente scorretto A questo Club l'Iscrizione é obbligatoria (premere il tasto JOIN a destra per iscriversi)

Location

Trecastagni, Italy
  1. What's new in this club
  2. Anche perchè i Suv non esistono più. Il primo e ultimo Suv che sia mai stato costruito era il Rav4 prima serie che era leggero e aveva anche una ridotta. Da lì in poi solo berline ingrassate il cui unico vantaggio è la guida alta (neanche più la vetratura ampia che è stata sacrificata per l'estetica).
  3. Premesso che non mi piacciono i suv, se vuoi sentire i brividi lungo la schiena, la alfa su Stelvio e Giulia ha fatto un lavoro direi notevole, sia sul piano estetico che come sensazione di guida. Una 911 è un due posti e non sono poi tanti i modelli che in pista le danno la paga. (Alla Giulia qv) Insomma Alfa avrà i suoi problemi, ma per lo meno in questi due modelli, senza dover orientarsi sulle QV, l’intenzione è quella (dichiarata apertamente) delle prestazioni e piacere di guida. Su auto che puoi anche usare per la famiglia.
  4. Dario, per correre non ti serve la MC callan ma almeno una 911 o le sue sorelle recentissime, la Maca quel che è.. è una roba che mi fà ridere.. comunque sia, lo stabilimento che costruisce la Stelvio, lavora 7 giorni al mese.. difatti tra non molto se la vuoi sarà su ordinazione..
  5. Basta guardare quel video.. Se vuoi un suv per correre, lo Stelvio QV si beve il Macan che è più vettura di lusso comoda, e se lo beve nonostante il doppia frizione del Porsche
  6. Non sono del tutto d'accordo. La Stelvio ha poco da invidiare alla sua Porsche concorrente, e forse è vero il contrario. Come base di partenza per un vero rilancio sono state due auto strepitose, la Stelvio e la Giulia. Persino opinionisti e testate tra le più autorevoli le hanno messe davanti, sotto moltissimi aspetti, rispetto ad ogni tedesca che di si voglia. Però incomincio a nutrire fortissimi dubbi che, morto Marchionne, sia già finito tutto. Speriamo di sbagliarsi.
  7. Articolo estremamente condivisibile, compresi anche molte risposte. Personalmente io non so chi siano queste persone amanti del troppo lavoro, io sono uno di quelli che ha troppo poco tempo disponibile e non lo vedo assolutamente come un vanto, ma come elemento di depressione e tristezza... Il mio lavoro mi piace, mi considero fortunato a farlo (anche se in certi periodi, come questi ultimi mesi, "abbiamo bisticciato"), ma non vuol dire che sono contento di arrivare tutti i giorni cotto alla sera da non riuscire a decidere con la moglie (cotta forse pure di più) cosa mangiare la sera. Se c'è qualcuno che considera questo un modello da seguire lo vorrei conoscere!
  8. Guarda, non l'ho scritto proprio perché anche per me a quel modello - il vero smart working - non si è arrivati ancora, la strada è lunga. In qualche modo ho una realtà personale decisamente privilegiata - la mia azienda lavora per obiettivi, lavoravamo in smart working anche prima della pandemia e siamo tutti a lavoro da casa dal febbraio 2020. La produttività ed il livello di servizio è eccellente, al punto che HR sta pensando di consolidare una situazione molto spinta anche a fine emergenza nel rapporto tra numero di giorni in ufficio e giorni fuori. Ma questa non è la media nazionale ed il problema è proprio nel primo punto: lavorare per obiettivi. Da questo ciascuno - lavoratore ed azienda - può ottenere la valutazione sui risultati raggiunti, come misura fondamentale al posto del più tradizionale tempo trascorso lavorando, ed in base a questo deve variare quanto si è pagati, il più significativamente possibile. Come al solito la questione è nelle mani di tutti, aziende e lavoratori. Altrimenti, se conservi il "modello del cartellino" e quindi paghi le giornate lavorate, lo smart working resta solo "tele lavoro remoto". Ma per andare avanti su quella strada bisogna accettare che, chi non è obbligato ad andare in ufficio, se non raggiunge gli obiettivi possa essere pagato meno - significativamente meno - di chi li raggiunge e ancora meno di chi li supera. Cosa piuttosto impopolare. E dobbiamo considerare anche che la soluzione smart working si applica ad una parte delle persone, credo quella più piccola. Ma sono piuttosto off-topic...
  9. E' proprio così Mauro, il lavoro spesso si mangia quasi tutto, se poi c'è la famiglia, rimane davvero poco. Ma quello che trovo più allarmante e veritiero, tra le tante cose che hai scritto, è la tendenza di trasformare in impegno quasi lavorativo, anche quelle cose che dovrebbero essere uno svago... Ansia!
  10. a casa ho ancora il modello superiore al tuo il 995 con CF da 16 Mb marchiato Nikon e con batteria dedicata ricaricabile e non alle stilo. comodo il sistema a due blocchi e facevo tante foto a sorpresa e tutti credevano che stavo maneggiando le impostazioni e invece scattavo le foto di nascosto
  11. Mi ricordo che all'epoca mi aveva affascinato non poco per la sua forma un po' fantascientifica. Poi avevo ripiegato su una economica Coolpix 2000. Purtroppo non la ho più perché si era scassata a livello meccanico.
  12. ci ho schiaffato dentro una 512 MB e ...niente: ancora solamente 650 fotogrammi disponibili... Vediamo se mi sia rimasta qualche CF da 32 o 64 GB... forse così riuscirò a cortocircuitarla
  13. Io dico solo che non c'è proprio pericolo che sia il mio caso Lavorando in uno studio proprio, possono capitare i periodi in cui faccio (ormai facevo) -letteralmente- 36 ore filate in ufficio, perché avevo a che fare con simulazioni talmente lunghe che se non fossi stato presente al termine di una per lanciare la successiva, avrei perso una giornata intera. Però che lavorare come un somaro sia uno status symbol, mi sembra proprio una fregatura calata dall'alto, e da chi ha interesse a sfruttare la gente.
  14. E' straordinario che un affare del genere (che pure io acquistai, ancora in lire per una cifra spropositata) funzioni ancora perfettamente dopo due ere gelogiche. Insomma, Nikon ci mette anche troppa cura nel fare le cose
  15. Molti di noi sono passati dalle reflex a pellicola al digitale in punta di piedi, cercando di capire poco alla volta concetti totalmente alieni dalla personale esperienza: informatici più che fotografici, come i pixel, la loro distribuzione su di un sensore, la loro capacità di reazione elettrica, la loro quantità come elemento distintivo della qualità, il rapporto tra dimensione del file ed il formato di stampa, i formati di compressione e quelli grezzi. Abbiamo quindi accostato, alla fine del secolo scorso, i primi apparecchi digitali che, senza il mutuo necessario per l'acquisto di una reflex Nikon D1 (una scheda di memoria da mezzo giga costava 500mila lire, ossia quanto 50 pellicole tutte insieme) consentissero un rispetto minimo del risultato (rispetto ai parametri delle migliori pellicole di allora) ed un esborso che consentisse un...ripensamento. La Coolpix 990 non è la prima della serie 9xx iniziata nel 1998 con la capostipite 900 La vedete su Nikonland e nel Club di Omnia vincit Amor, perchè è la prima macchina fotografica digitale che comprai nel 2000, alla sua uscita, al prezzo inaudito (allora) di duemilioniemezzo di lire (oggi soltanto 1250 euro circa), che alternai alla pellicola per le riprese ai miei bambini (di allora...) e per i primi tentativi di lavoro in digitale: riprese in still life, riproduzione di originali col suo tubo in tutto e per tutto simile all'attuale ES-2, didattica digitale con i miei primi corsi di fotografia nei quali venivano inserite queste nuove concettualità: che allora insegnavo all' Accademia di Belle Arti. Come tutta la serie 9xx possiede una struttura in due blocchi, impugnatura/comandi e obiettivo/flash/esposimetro. Geniale l'articolazione, perfettamente funzionante in questo esemplare a più di venti anni dalla sua fabbricazione: consentiva riprese in ogni angolazione rispetto il soggetto e perfino in "selfie" controllando sul monitor da 1,8 pollici... (110k punti) Questa 990 possiede un sensore CCD da 1/1,8" dotato di 2048x1536 pixel, per un totale (allora enorme) di 3,34 Mpx (3.15 effettivi) le quali dimensioni determinavano un rapporto di moltiplicazione 4,75x, trasformando lo zoom 3x di cui era dotata da 8-24mm f/2,5-4 in un 38-115mm-eq La scheda di memoria standard era una Compact Flash I da 16MB (si, avete letto bene) che consentiva alla massima risoluzione circa 24 scatti quelli cioè di una pellicola corta... La corsa alla ricerca di carte di memoria più capienti cominciò quindi in parallelo all'esigenza di poter disporre di capacità maggiori, anche se in questa fase del digitale continuavamo a ragionare con la stessa psicologia della pellicola: pochi scatti e ragionati...come se le schede di memoria potessero offendersi di quantitativi maggiori di fotogrammi. Alimentazione a batterie stilo contenute nell'impugnatura disegnata per essere assolutamente super ergonomica, del tutto inutile se non per il trasporto, la tracolla Mirrorless certamente ma senza il prezioso mirino elettronico che equipaggia le nostre Z e prima di esse alcune ONE: la serie 9xx Coolpix possiede un semplicissimo mirino zoom a traguardo, che funziona col rumore della cremagliera che lo trasporta avanti e indietro, ma che per l'epoca rappresentava un elemento di grande pregio (il mirino, non il rumore) Menù arcaico, colorato in azzurro ed arancio, ma a quattro sezioni, assolutamente in linea con i menù Nikon delle reflex elettoniche di allora e di quelle digitali che sarebbero seguite, dotato di tutte le facilities del tempo, compreso il BKT e la possibilità di pilotare il flash incorporato con un sistema di flash esterno, collegabile via cavo attraverso la presa tripolare sotto il blocco ottico, collegabile agli SB Nikon attraverso modulo multiflash o cavo singolo. Ricordi di venti anni fa, di figli ormai ventenni, di un'interesse che era preesistente ma che mi fece scollinare il nuovo secolo con un bagaglio di cose da imparare ancora. Cose che poi hanno condotto a NIkonland: così oggi ho fatto un selfie
  16. Ecco il punto d'arrivo. Lavorare tutti per lavorare meno, guadagnare tutti più soldi e avere tutti il tempo per spenderli quei soldi. Si inizia a quagliare. Il Pil andrebbe alle stelle, il denaro circolerebbe alla velocità della luce producendo sempre più denaro e garantendo ai ricchi di arricchirsi sempre di più e agli altri di vivere degnamente. Attenti, la provocazione non è questa, ma sta per arrivare: in una tale condizione di cosa non avremo più bisogno? Facile: della politica che esisterà solo finchè ci sarà gente che sta male, gente alla quale promettere meno tasse, più soldi, più tempo... più tutto. Una rivoluzione incruenta, anticamera per una società distopica (oggi vanno di moda termini tipo distopico, biopico, resiliente... azz, siamo messi male), ma con molto più tempo a disposizione.
  17. Eppure quando siamo venuti al mondo nessuno ci ha detto che arbitrariamente ci avrebbero cambiato le regole del gioco. Come dire che prima avevamo pieno diritto alla tetta e poi è finita che ce la dovevamo guadagnare... Quale passaggio ci siamo persi?
  18. Si, ma non nel terzo millennio che pensavamo quando ci siamo entrati. L’editoriale parla di chi superlavora per scelta, considerando la carriera l’obiettivo. Con i disastri che possono arrivare dal burnout e dalla frustrazione di non averla avuta quella carriera, o averla persa perché qualcuno intorno ha cambiato i piani. Il terzo millennio che pensavo io da ragazzo era una situazione di equilibrio globale tra quello che si fa, il perché lo si fa e quello che si è. Dove insomma la ricchezza non si misura con il PIL, non si produce quello che non serve per poterlo contare e si usano le risorse con intelligenza, soprattutto quelle umane. In un terzo millennio così si lavorerebbe tutti, magari 2 giorni a settimana perché è quanto basta. E chi ne ha voglia, perché come dice Silvio ha nel lavoro una passione, quanto vuole. Utopico, ovviamente, ma un primo passo in quella direzione c’è chi lo sta facendo, dalla settimana di 4 giorni al diritto alla disconnessione. Invece, progressisti esclusi, abbiamo un meccanismo da criceti nel girello per chi lavora ed un mucchio di ragazzi che un lavoro non lo trovano. Da qui, per chi è più criceto di altri, vedere il mondo ribaltato e pensare che lavorare troppo sia cool perché usa la quantità di lavoro, concettualmente analoga al PIL, come misura del successo. Per come la vedo io neanche la quantità di soldi lo sono, figuriamoci quella di lavoro!
  19. Andrebbe studiato un algoritmo, secondo me, che stabilisca quanto lavoro, per quanto tempo, per quanto guadagno e definisca in maniera inequivocabile ciò che resta (al netto del sacrosanto riposo) per poter garantire ad ogni essere umano di farsi i cazzacci propri come meglio preferisce. E che diamine, siamo nel Terzo Millennio, o no?
  20. Stempero il clima ricordando una lettura che, tempo fa, mi ha fatto scoppiare a ridere da solo in metropolitana (e tutti mi hanno guardato come fossi matto), cioè il capitolo "Bisy Backson" (nella versione italiana Trorno Busito, storpiatura di Torno Subito), di uno di più divertenti e, a modo suo istruttivi, libri che abbia mai letto: The Tao of Pooh (ed. it. Il Tao di Winnie Pooh). Nel capitolo si tratteggia e si sbeffeggia la tendenza, ai quei tempi presente quasi solo negli USA, di superlavorare, superoccuparsi, superdivertirsi senza mai un attimo di requie. Ahimè, nel libro si citavano alcune situazioni anche europee (es. il caffè/bistrot francese vs il carretto degli hot dog USA) come esempio virtuoso di slow time, ora l'infezione ci ha raggiunto .
  21. Si, si, naturalmente - a scanso di equivoci - qui si sta parlando di chi è ancora in grado di ragionare di queste cose e non è costretto a fare tre lavori contemporaneamente per far sopravvivere la famiglia. Parliamo di quelli che un tempo erano considerati "in carriera", quelli che frequentavano i bar alla moda e i circoli sportivi. Oggi si suicidano perché non hanno raggiunto l'obiettivo e quindi non avranno il bonus, o saranno licenziati l'anno prossimo al successivo piano industriale o che schiattano ancora lontani dalla pensione, per burn-out.
  22. Proprio così Mauro, ma perchè così? Ciò che dovrebbe essere status symbol, in realtà, sarebbe che ognuno vivesse la propria vita. Diversamente sarebbe sopravvivere, o vivere una vita che viene decisa da altri, secondo schemi pensati per soddisfare esigenze altrui e garantire ad altri piena soddisfazione per ogni attimo trascorso a respirare la nostra stessa aria. Forse siamo noi che pretendiamo troppo dalla nostra esistenza. Se pretendessimo meno non ci proverebbe nessuno a toglierci il tempo che serve ad alcuni per stare meglio, non bene, meglio, molto meglio... (Un amico scherzando, ma non so quanto scherzando, un giorno mi disse "Homeless è una forma di protesta, non è una disgrazia, loro sanno bene che scelta hanno fatto").
  23. Rifuggo dalla tentazione, in me innata, di andare sul personale, cosa che credo non sia nello scopo di questo editoriale mi limito solo a dire che amo, profondamente, il mio lavoro, ma non me ne faccio comunque sopraffare, nè vivo per lavorare, anche perchè almeno metà del mio lavoro è comunque una passione (l'altra metà, quella che non mi piace, sono per lo più conflitti con stolide burocrazie e simili). Quello che voglio sottolineare è che concordo assolutamente su quanto scrivi tu (anche sociologicamente) e aggiunge Massimo, il superlavoro come status symbol è un'emerita XXXX. E la distruzione delle classe media una tragedia. La famosa trasformazione della curva statistica della ricchezza da campana a bicchiere di champagne... mi atterrisce. Lasciando la sociologia e la politica e tornando al superlavoro, chiaramente ci sono dei distinguo è c'è chi è costretto al superlavoro da motivi reali, ma questi in genere non se ne vantano affatto, lo soffrono e basta.
  24.  
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