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  1. Realizzata tra il 1955 e il 1957 ad opera dell’architetto Luigi Moretti Si accede da un piccolo ingresso, chiamato dallo stesso architetto “ le fauci ” ed appare chiusa verso l’esterno, ma appena si percorre l’ingresso si apre completamente al rapporto con il mare che irrompe nel salone, o nelle camere da letto salendo per le scale o passando per il grottino affacciato sull’acqua tornando su e passando per la pensilina che richiama l’alberatura di una barca fino ad una terrazza Con le parole dello stesso architetto “una casa gelosa,saracena, degli affetti,dei pensieri e delle belle donne,per gli uomini scontenti ed irrequieti.Una casa come desiderio di altra vita.Con carattere ora chiuso ora introverso,ora aperto ad abbracciare l’intero mondo”
  2. Un piccolissimo reportage in cui condivido più sensazioni che cose. Ho già scritto due blog sul Giardino dell'Isola del Pepe Verde, c'era bisogno di un terzo? Sì, almeno per me. Qui non descrivo il giardino, ma il mio vedere il giardino (e la gatta che ne è custode e signora). Intendiamoci, credo che le foto stesse abbiano una qualche qualità (la maggior parte almeno) che le farebbe "stare in piedi" anche per conto loro. Se no non le pubblicherei. Il Giardino. Di fronte a giardini ben curati, quelli belli ordinati, con aiuole ad erba rasata e bei, grossi mazzi o siepi di fiori multicolori, magari fiori grandi, radunati secondo schemi classici.. io provo un vago senso di disagio, di costrizione, di ordine imposto in nome di un'estetica forzosa. Più il giardino sembra casuale, "libero" al limite dell'incolto, più mi sento a mio agio. L'isola del Pepe Verde mi attrae anche per questo. Se aggiungiamo il divieto di fumo e di tormento "sonoro", sono ancora più a mio agio. L'incontro. Questa foto di una statuetta un po' consunta del Buddha per me non è una foto banale per due motivi, uno personale emotivo, che non è detto sia condivisibile, e uno più strettamente fotografico su cui penso si potrebbe tranquillamente discutere. Personale è stato l'incontro, inaspettato, passeggiando in un angolo del giardino, mi ha mosso al sorriso e infuso serenità; adesso quando vengo in questo giardino torno a rivederla. La bellezza non è nella statua ma nel contesto, che anche fotograficamente non mi sembra insignificante. Fotograficamente, la statuetta emerge dall'edera che la circonda,come una cornice, sullo sfondo brutte reti metalliche e legni ricordano che c'è il mondo di fuori che continua ad agitarsi. Inquadrandola come ho fatto, ho così cercato di non fare fare un'illustrazione qualsiasi di statua del Buddha (che probabilmente vendono a milioni nei negozi di giardinaggio, arredamento d'esterni ecc.) ma mostrare che da dovunque arrivi, qui questa statua ha trovato il posto giusto, a modo suo è in armonia (molto più che un nanetto ) con ciò che la circonda e ha anche un significato*, e rafforza la sensazione di benefica tranquillità che tutto il giardino mi ispira. Pepina. L'unica cosa che non amo di lei è il nome, ma si sa, I Gatti non si curano dei nomi che gli danno gli uomini perchè hanno i loro, che non sapremo mai (lo dice Elliott). Attempata signora, sempre elegante, ultima di una colonia scomparsa da tempo, ha eletto da anni il giardino a suo regno e dimora. Quando arrivi ti viene incontro e ti valuta, ti giudica. Se ti trova interessante (e se hai crocchette) può decidere di stare un po' con te, farsi accarezzare e concedere qualche posa per poi tornare ad occuparsi del suo regno e svanire così come è comparsa. La maggior parte delle mie foto di Gatti è in bianco e nero ma Pepina è grigia con occhi intensi, e il contesto è molto vario per cui preferisco ritrarla a colori. Non prendiamoci troppa confidenza ... Ma no, mi fido, poserò per te: Possiamo capire perchè gli Egiziani consideravano sacri i gatti? Un'ultima inquadratura, ti ho concesso del tempo ma adesso è ora di separarci. Tornerò ancora all'Isola del Pepe Verde, ma non ne scriverò più, promesso. Oggi vi ho messo a parte del mio sentire, quindi non occorre tornarci sopra (Non prometto di non mettere più foto di Pepina però ). Se avete qualche commento da fare fotografico e non, mi farà piacere. *NOTA Solo per gli interessati alla spiritualità orientale: La posizione delle mani del Buddha non è mai casuale, qui mi pare sia quella associata al primo discorso dopo il Risveglio, quando l'insegnamento Buddhista prende vita (sto semplificando al massimo il concetto de "l'avvio della Ruota del Dharma") per cui la posizione delle mani è detta Dharmachakra mudra. Quindi inaspettato incontro con il Buddha che da' l'insegnamento! Se tra voi c'è qualche Buddhista, può confermarmi o smentirmi sul mudra? Grazie!
  3. La Namibia non è esattamente il primo paese che viene in mente pensando all’ Africa, moltissimi scelgono altre destinazioni più note (Kenia, Tanzania, Sud Africa,….). Io l’ho scelta perché, documentandomi, ho scoperto che è contemporaneamente ricca di cose interessanti da vedere e molto sicura, entrambi requisiti indispensabili per un viaggio di famiglia come sono state le mie vacanze agostane. Così sicura che ho fatto tutto in self-drive, guidando un 4x4 a noleggio per oltre 4.000Km effettivi di cui la maggior parte, direi i 3/4, su piste sterrate ma prevalentemente, nel pieno della stagione secca, in ottime condizioni. Per l’organizzazione mi sono appoggiato a HB Safaris, un tour operator con sede a Windhoek (la capitale della Namibia) ma gestito da italiani: Emiliano e Stefania. Qui il loro sito, che in verità è un po’ scarno ma non fatevi trarre in inganno: sono molto capaci e professionali ed hanno fatto un lavoro splendido. Con loro abbiamo pesato con attenzione cosa includere, cosa escludere e quanto tempo passare nelle diverse zone, definendo cosa fare giorno per giorno tra le varie opportunità disponibili e prenotando le attività per le quali un supporto è indispensabile (es. Il driver per le dune della skeleton coast o l'interprete-accompagnatore per il villaggio Himba). Un lavoro che ha portato ottimi risultati, devo dire che è stata proprio una vacanza fantastica a 360°, che loro hanno davvero reso facile, risolvendo anche i casini combinati dalla compagnia aerea (che ci ha fatto arrivare il giorno successivo rispetto al previsto, con necessità di "ripianificazione al volo" della prima notte). Mi hanno anche dato alcune utili "dritte" per il safari in Etosha, dove siamo stati 4 giorni, cercando gli animali da fotografare, cosa di grande soddisfazione e divertimento non solo per me ma anche per Anna e Margherita (NDR: Etosha non è una game reserve privata zeppa di animali, ma un parco nazionale di 22.000km quadrati. Per riferimento: il Parco del Gran Paradiso è 700km2, la Valle d'Aosta è 3.300km2). Il materiale fotografico. - 2 Z9 - 24-120/4 - 100-400/4.5-5.6 - 600/4TC - una batteria di scorta (mai usata). - 2 CFExpress da 512GB, una per corpo, ed 1 da 325GB in riserva (in realtà ho fatto molte meno foto del solito, complessivamente circa 6.000, avrei avuto bisogno di molto meno spazio).- materiale per la pulizia del sensore (pompetta, liquido e palette. Mai dovuti usare: la tendina protettiva della Z9 è impagabile!). Tutto dentro uno zaino Kiboko 30L+, che consente un uso ottimale delle dimensioni ammesse dalle compagnie aeree come bagagli a mano, un’ottima capacità di stivaggio ed un notevole confort nell’uso a pieno carico. Per la cronaca, conteneva anche un numero notevole di altre cose (kindle, cuffie, telefono, documenti, i blister dei medicinali che assumo, una maglia per la notte in aereo,…). Con i suoi 12kg eccedeva di 4 il peso ammesso dalla compagnia, ma l’ho gestita dando i due corpi a mia moglie al momento del check-in (il suo zainetto era decisamente entro la franchigia). Non avessi avuto questa opportunità avrei utilizzato, come al solito, una borsa porta PC (per la compagnia che ho usato, e pressoché per tutte quelle non discount, è ammesso, oltre ad un bagaglio a mano, un PC o un “personal item”). Ovviamente qui fanno premio due cose: - l’incredibile leggerezza del 600/4TC e del resto degli oggetti rispetto all’equivalente materiale dell’era DSRL. - la disponibilità di schedine molto capienti, performanti e sicure, tali da non rendere più necessario “svuotarle” giornalmente sul PC, che non ho portato anche per evitare la tentazione di “distrazioni serali” dal godermi la vacanza con la famiglia. Come dicevo il giro è stato molto vario così come le situazioni di ripresa, per luce e soggetti. Siamo in Nikonland, quindi iniziamo a parlare di tools. Il 24-120/4S è LO zoom transtandard, grandissima utilità e qualità. Perfettamente a suo agio nel fotografare i paesaggi, anche nel vento forte del deserto, nel fotografare le persone, purché si abbia adeguata sensibilità ed educazione nel proporre la fotografia invece di cercare di rubarla, e nel reportage. Letteralmente un pilastro del mio corredo, una delle lenti dalle quali faticherei di più a separarmi. E dire che i 24-xxx usciti tempo per tempo con bocchettone F li ho provati tutti non gradendone nessuno. § Il 100-400/4.5-5.6 è lo zoom per le fotografie di animali ambientate. Suonerà strano a chi ne ha letto i test su Nikonland, compreso il mio, ma era l’oggetto meno performante che avevo con me. Questo perché in termini di focali, maneggevolezza, stabilizzazione, nitidezza è eccellente. Ma nelle situazioni di scatto nelle quali l’ho usato le immagini hanno spesso risentito di uno sfocato nervoso, che è il suo punto di debolezza. Certo, tutto non si può avere ed un 100-400 meglio di questo sul mercato non c’è. Non di meno, lo sfocato del 70-200/2.8 o del 400/4.5 è di un’altra categoria e se devo dire cosa vorrei che Nikon tirasse fuori adesso è una miglior soluzione in questo range di focali (magari un 100-300/4?). E siamo al 600/4 TC VR S. La qualità delle fotografie che produce questo oggetto è stratosferica, sotto ogni profilo. Non c’è bisogno di guardare i dati di scatto per riconoscere quali immagini sono prodotte dalle sue lenti. Ma, visto il prezzo, sono considerazioni sicuramente attese. La sorpresa vera, a portarlo sul campo, è quanto sia facile da usare. Non è facile spiegarlo, questa opinione deriva da una grande quantità di dettagli che si toccano con mano nell’uso quotidiano. Provo a fare sintesi di quelli che più mi hanno conquistato: - TC integrato: dove c’è polvere e senza avere la lente su treppiede (e quindi mancando di una terza mano….) non è solo il modo velocissimo e silenzioso di cambiare focale, è l’unico modo di farlo! E senza avere apprezzabili penalizzazioni in qualità (e qui andrebbe fatto un discorso legato alla qualità dell’aria tra la lente ed il soggetto, che spesso porta a spasso gli youtubber). Davvero questo è sia un 600/4 che un 840/5.6. - Stabilizzazione: dominando la tecnica, il tempo di scatto necessario si determina davvero solo in base al movimento del soggetto. - Manegevolezza: ok, non vi voglio convincere che sia piccolo. Non lo è. Ma è perfettamente bilanciato e si usa benissimo sul beanbag appoggiato al finestrino, anche grazie al fatto che si può disattivare la ghiera di messa a fuoco. Si usa benissimo a mano libera, inquadrando attraverso il finestrino aperto dall’altra parte dell’auto. E viaggia bene in aereo, come nessun altro 600/4 Nikon (direi che vicino gli sta solo il 600/4 Sony…. Che però non ha il TC integrato). Per cui si, questo 600/4TC è a pieno titolo un altro dei pilastri del mio corredo. La Z9 è fantastica, ormai lo sappiamo tutti. Senza alcun dubbio è la migliore Nikon che io abbia mai usato, sotto ogni aspetto. In un viaggio del genere, considerata la molteplicità dei soggetti, ha distanziato la D5 (e la D6) nel mio gradimento ancora più del solito. Molti i motivi: Innanzi tutto la gamma dinamica del sensore, l’efficacia dell’autofocus, la silenziosità e la capacità di vedere a mirino come cade la luce. Ho apprezzato molto anche un ulteriore aspetto: le ricaricavo, a sere alterne, con il cavetto USB-C ed il “carichino” del telefono. In questo modo si risparmia ancora peso. Aggiungo anche che per prudenza ho portato il materiale per pulire il sensore ma non ho mai dovuto usarlo: la tendina a protezione del sensore è fantastica! Come d’uso, qualsiasi commento o domanda su viaggio, strumenti e... emozioni è molto gradito. Massimo per Nikonland (c) 17/9/2023
  4. A questi luoghi sono affezionato per mille motivi, alcuni sono personali, altri riguardano la bellezza dei luoghi stessi... Siamo dalle parti di Populonia e poi ci abbondano le bestiole che mi piacciono (anche) come soggetti fotografici. Piccoli tesori nascosti che sfuggono ai più, a quelli che passano e non sanno guardare. Ecco uno degli animali che mi stanno più simpatici in assoluto. Lo vedete? Dov'è? Foto col 12-28 Z su Zfc. Aspettate un attimo che vado un po' vicino. -2 Eccolo lì: il Geco, un "preistorico" in miniatura. .Foto con il 24-200 a 200mm con Zfc e tubo corto. Come per tutte le altre foto ai Gechi. Mi pare che in qualche regione italiana li chiamino anche tarantole , come i ragni. Da bambino, in vacanza nell'entroterra ligure, la sera mi fermavo a guardare affascinato i Gechi che dal tetto scendevano lungo il muro a dare la caccia alle falene e gli altri insetti attratti dalla luce della lampada che c'era sopra il portone della casa di campagna che ci ospitava. Da allora ne sono affascinato. E' un soggetto che grazie alla sua pelle granulare ed al pattern di colore "sta bene" sui vecchi muri coi quali si confonde e sui quali si arrampica meglio delle lucertole. Una tomba etrusca con turista molto "British". I Gechi abbondano E' un animale molto timido, se si accorge di essere osservato... si nasconde subito. Allora si deve aspettare immobili e prima o poi (più poi che prima) lui tirerà fuori di nuovo la testolina per esplorare la situazione e vedere se può uscire in sicurezza. I Gechi sono spesso notturni, perchè temono la concorrenza delle lucertole che sono più veloci e gli soffiano le prede. Dove la competizione è minore, ossia dove ci sono meno lucertole, li si può vedere in giro anche di giorno. A un metro dal geco... più spavalda, la Lucertola. Che cosa ci trovi in queste bestiole? A parte che i Gechi sono e restano -per me- molto fotogenici (hanno anche un simpatico sorriso). Il sorriso del Geco. A parte il non aver mai perso lo stupore meravigliato del bambino che scopriva le piccole cose della natura, mi si è aggiunto uno stupore ed una meraviglia ancora più grandi, quando per ragioni professionali ho scoperto che animali eccezionali sono. Perchè si ama di più quanto più si conosce. NOTA segue una parte naturalistica divulgativa, con foto di repertorio non mie, leggere se interessa. Il Geco è studiato persino nei laboratori di alta ingegneria per le sue capacità. Può facilmente arrampicarsi sui vetri completamente lisci, camminare a testa in giù sui soffitti, perchè ha inventato (evoluto!) un metodo di adesione speciale e fortissimo. Su superfici irregolari può usare gli artigli come una lucertola, ma su superfici troppo lisce dove una lucertola non potrebbe mai arrampicare lui usa una adesione "molecolare". Un geco sul vetro, visto da sotto Non ha ventose, come si potrebbe pensare, invece le squame sotto i polpastrelli si possono aprire a comando come tende veneziane scoprendo migliaia di filamenti ramificati che appoggiati al supporto creano una superficie di contatto ininterrotta di milioni di punti Foto al microscopio elettronico dei filamenti sotto alle squame dei polpastrelli del Geco. così il Geco riesce a creare una attrazione su un'area enorme fra le molecole delle dita e quelle della superficie (un po' come due fogli di carta che non vogliono saperne di separarsi, ma con molta più forza). Per spostarsi basta "chiudere le veneziane" cioè le squame e la zampa si stacca. Spiegazione grossolana ma penso di aver osato già troppo. Capite che per me è impossibile non appassionarmi! vlc-record-2023-06-14-11h07m26s-1 gekko.mp4-.mp4
  5. UNA narrazione semplice, teatrale originata da riti apotropaici propri delle antiche civiltà dell'area mediterranea. La ragione che deve dominare sull'istinto animale che alberga in ognuno di noi. La bestia (Boe, il bue) e l'uomo (Merdule*, il guardiano dei buoi). L'uomo tiene a bada la bestia con un bastone (su mazzoccu) e la lega a se con un laccio di cuoio (sa soca). La bestia resiste, si ribella e lotta con forza ma l'uomo ha la meglio e la sottomette. E' a questo punto che appare una terza figura a occupare la scena in questo immenso teatro che è la piazza e appare dal nulla, tra la gente. E' una figura femminile cupa, vestita di nero, Sa Filonzana** che stringe nella mano un fuso con avvolto un filo di lana, il filo della vita che lei sola ha il potere di spezzare, quindi ordina alla bestia di morire. Uno stato di morte apparente perchè poi la bestia si ridesta e ricomincia a lottare. Questo ci insegna che non è possibile uccidere la bestia senza uccidere anche l'uomo. Con i nostri peggiori istinti conviviamo tutta la vita ma sarà sempre la ragione a prevalere. Maschere inquietanti, ombre antiche che danzano intorno al fuoco, immerse nell'abbraccio di una folla festante, un altro Carnevale in Sardegna è iniziato. - La notte tra il 16 e il 17 gennaio segna l'inizio del Carnevale in Sardegna. Nei centri dell'isola si accendono i fuochi di Sant'Antonio e le maschere compaiono. Le maschere di Ottana sono queste, Boes, Merdules* e Sa Filonzana**. Amatissime dalla comunità ottanese che in questa notte si stringe attorno ad esse con gioiosa partecipazione. * Su Merdule. Si ipotizza che tale nome sia composto da due parole di origine addirittura nuragica mere (padrone) e ule (bue), quindi padrone del bue. Ma non esistono certezze perchè si va a ritroso nel tempo di alcune migliaia di anni forse all'epoca degli etruschi o forse prima. ** Sa Filonzana. E' sicuramente una figura inquietante e che in passato era particolarmente temuta: non è una figura propria della tradizione sarda ma si suppone sia stata importata da altre culture mediterranee, ricorda le Moire greche che avevano il potere di decidere del destino degli uomini. All'imbrunire l'accensione dell'immenso falò con un addetto della Protezione Civile che lancia un secchio di accelerante sulle fiamme (e un fotografo di passaggio che mi si para davanti all'improvviso) ... e inizia l'attesa, le fiamme dovranno essere ben alte Poi, un suono di campanacci ci avvisa che sos Boes stanno arrivando ... seguiti da sos Merdules Le bestie corrono e gli uomini tentano di trattenerle e tranquillizzarle ma una carezza non può bastare... ...si ribellano furiosamente tentando di liberarsi. La lotta ha inizio L'uomo ha la meglio, sottomette la bestia e improvvisamente, avvolta in un mantello nero, appare Sa Filonzana la quale, spezzando il filo della vita avvolto nel fuso che tiene in mano ordina alla bestia di morire Uno stato di morte apparente che dura pochissimo, quel tanto che basta perchè il calore del fuoco ridesti la bestia che riprende a lottare, inarrestabile. Ancora una volta. In un nuovo Carnevale a Ottana. Un evento che si ripete ogni anno. Uno spettacolo emozionante e una bella sfida per chiunque voglia documentarlo con una fotocamera tra le mani. Veramente incredibile la partecipazione popolare, soprattutto dei più giovani che non mostrano solo affetto nei confronti di queste maschere ma si sentono parte di questa storia antica. Sono per loro le ultime immagini di questo lavoro che finalmente, dopo tanti anni, sono riuscito a produrre. I ragazzi si avvicinano al fuoco e "rubano" pezzi di legno già carbonizzati con i quali si sporcano la faccia e li porgono anche ai bambini, con grande disperazione delle mamme che poi li dovranno lavare L'allegria di una ragazza, anche lei con la faccia sporca di carbone ... e uno sfondo nello smartphone non ce lo vogliamo mettere? Copyright Enrico Floris 2023 per Nikonland
  6. Ma non era il Coniglio (d'acqua)? Sì, certo, io scherzavo. Ma è però vero che un Ragno c'entra: il mio amico Gianni che, grazie alle doti tipiche degli Aracnidi è, riuscito a infilarsi in un buco da dove avere una visuale migliore della mia, per cui volendo offrirvi un mini-reportage dell'evento dell'evento, presento le sue foto . Foto di Gianni Ragno, Nikon Z 50 e Nikon 50-250mm Z. Saluti (reiterati) delle autorità. Il sindaco sul Maxischermo Una passata del drago Anzi dei draghi: Incomincia la danza dei leoni: Il Leone tira fuori la lingua. Fermo, sorridi please. Nota di costume, tutti i performers sono italiani ... Ops, m'è scivolato il leone: Un'altra passata del drago. Ecco qua, questo Ragno non poteva fare miracoli (si chiama Gianni, non Anansi ) , quindi intento reportagistico più che artistico il nostro, ma spero sia ugualmente gradito. Silvio e Gianni.
  7. 16 giugno 2020. Sono assente da Nikonland da parecchie settimane. Come tutti voi sono stato frenato dal lockdown la cui fine, purtroppo, è coincisa con l'inizio del mio periodo di letargo fotografico per via delle condizioni di luce che per tutta l'estate non sono esattamente il meglio che un fotografo vorrebbe. Per diversi giorni ho cercato un argomento buono per popolare il mio blog e alla fine l'ho trovato. Piuttosto ostico e capirete perchè. Diciamo il classico passo più lungo della gamba, ma è difficile scrollarsi di dosso un'idea quando arriva. Si parla di un'opera architettonica dimenticata da molti, quella che viene definita la Cupola di Antonioni, disegnata dall'architetto Dante Bini nel 1969 e realizzata a Costa Paradiso, a margine di un agglomerato residenziale d'élite, appunto per Michelangelo Antonioni. In realtà le cupole sono due, una più piccola. Ma la proprietà venne divisa e la più piccola, in seguito, ceduta. Come dicevo l'argomento è ostico perchè entrare nel merito delle filosofie di progettazione applicata di certi geni dell'architettura Made in Italy è per me estremamente complicato. Ma sono rimasto talmente affascinato da quest'opera che devo assolutamente sforzarmi di scrivere questo pezzo evitando il più possibile di scrivere stupidaggini. L'opera in sé richiama costruzioni già presenti in Italia, sin dal primo dopoguerra, esattamente a Milano, le famose case Igloo della Maggiolina. Diversa è la tecnica di costruzione: nel caso della Maggiolina le case Igloo erano costruite in mattoni e sorrette da losanghe in acciaio. Mentre la cupola costruita da Bini sfrutta una tecnica realizzativa da egli stesso ideata e denominata Binishell che consiste in un'unica colata di calcestruzzo su una forma d'aria sollevata a pressione (sostanzialmente forme prerealizzate e gonfiate ad aria). Facile oggi a dirsi e farsi, assolutamente geniale nel 1969. Ma Dante Bini (classe 1932) era e continua ad essere un visionario. Oggi viene definito l'architetto delle piramidi e un motivo c'è: ha ideato la più colossale opera architettonica mai pensata e realizzata dall'uomo, quella che viene definita Piramide di Tokyo, un'immensa struttura a forma di piramide, appunto, alta 2.004 metri, sorretta da nanotubi in carbonio e in grado di accogliere 1.000.000 di persone che _ se realizzata _ avrà un costo di 554 miliardi di euro, inizio lavori nel 2030, fine lavori nel 2110. La Cupola di Antonioni Il primo impatto con questo incredibile manufatto produce un certo disappunto. Sembra uno sfregio ambientale insanabile, su un costone di roccia e vegetazione che precipita in acqua, già largamente degradato dalla presenza di centinaia di villette che si affacciano su un mare invivibile, esposto a tutti i venti del quadrante occidentale. Incomprensibile. La cupola è fortemente degradata e in stato di abbandono, i segni del tempo sono largamente visibili. Sorprende subito il corridoio sospeso che porta all'ingresso. Ed è in questo momento che questo manufatto esercita tutto il suo fascino e riesco ad immaginare la casa del futuro, una cupola completamente rivestita di pannelli solari, una superficie inattaccabile dall'acqua che non ristagna sul tetto ma scivola per gravità; resistente al vento che, per quanto forte, non può far altro che scorrergli attorno. Interessante la seduta a destra dell'ingresso ricavata da un blocco di granito e la singolare finestra La curiosità cresce e scendo pochi scalini che mi conducono dabbasso, dove intravedo una porta aperta... ... la oltrepasso e mi ritrovo in un incredibile open space, una zona giorno piuttosto ampia e perfettamente illuminata. Ma come è possibile illuminare ciò che a prima vista appare come un bunker impenetrabile persino ai fotoni? Le soluzioni sono semplici ed estremamente efficaci: un'enorme vetrata che segue la curvatura della cupola e un "oculo" centrale che proietta dentro la luce del sole. Tanto basta. L'oculo non ha mai avuto un vetro, si capisce perfettamente. E perpendicolarmente ad esso è posizionato un piccolissimo giardino che quando piove viene innaffiato naturalmente. Molto difficile fotografarli assieme e mostrarli. Credetemi, è stata l'unica volta in vita nella quale ho desiderato di avere un decentrabile montato sulla baionetta. .. Forme inimmaginabili, luci e ombre che si fondono e talvolta creano contrasti netti. Pavimenti e scalinate basse, irregolari rigorosamente in pietra e il movimento creato sulla parete circolare dall'intonaco, anch'esso irregolare, volutamente steso con la spatola (ho tirato un po' la struttura perchè risaltasse) e in grado di generare movimento perchè un'unica parete liscia diversamente diventerebbe terribilmente occlusiva e claustrofobica. Trovo che l'architettura talvolta diventi l'arte dei particolari dove niente deve sfuggire. Michelangelo Antonioni la commissionò come rifugio per se e per Monica Vitti. E Dante Bini fece un lavoro eccellente, ahimé curandosi poco dell'ambiente circostante. Ciononostante ritengo che debba essere recuperata. Come dicevo, il Fondo Ambiente Italiano sta cercando di acquisirla e restaurarla. Sicuramente è un'opera di grande valore architettonico e anche storico. Mi auguro che il FAI riesca ad ottenere i finanziamenti necessari. D'altronde, a vedere in che stato versa, non credo che gli eredi Antonioni (se ne esistono, non so) interessi qualcosa. Perchè il Bianco e Nero Perchè gli Anni Sessanta facevano tanto Nikon F e scatti in b/n con forti contrasti. Un po' di nostalgica immaginazione non guasta mai. E poi credo che luci e ombre generate dalla matita di un architetto risaltino meglio col monocromatico. Invece le curve un po' esasperate sono opera mia (potete dissentire liberamente, ci mancherebbe) Conto di ritornarci perchè ho la sensazione di non aver finito il lavoro. Qualche volta mi capita. Buona visione a tutti Un pezzo appropriato mi pare Time Machine di Devon Allman ------------ Tutte le immagini sono realizzate con Nikon D7100 e Tamron 17-50 f.2,8 in luce ambiente. Copyright Enrico Floris per Nikonland
  8. E' la prima emersa dell'arcipelago delle Canarie. Fu un'eruzione sottomarina a formarla 5 milioni di anni fa a un centinaio di chilometri dall'Africa. Da Corralejo, guardando ad Est, ci provo a cercare il Marocco, El Ouatia, pur sapendo che i miei occhi non potranno mai coprire quella distanza, oltre l'orizzonte. Un'isola desertica. L'interno pietroso, alte scogliere e paesaggio dunale lungo le coste. Chilometri di dune continuamente rimodellate dal vento che si muovono verso l'acqua. Un'attrazione magnetica. L'ineluttabilità di un fenomeno uguale in tutto il mondo: il vento che spinge la sabbia verso il mare. Alisei sempre costanti che tengono bassa la temperatura rendendo piacevole il soggiorno, pronti a crescere fra qualche mese, ad agosto e sino alla fine di ottobre. Sempre gli stessi, quelli che salvarono la reputazione di Cristoforo Colombo Mi sarebbe piaciuto girarla in lungo e in largo ma non è stato possibile. Insomma, non si è trattato interamente di un viaggio fotografico. Diciamo che sono prevalse altre esigenze. Ciononostante ciò che sono riuscito a vedere mi ha molto colpito e in larga parte sono riuscito a documentarlo. Si inizia quindi con le Grandes Playas de Corralejo. Sabbia finissima e bianca, tanta sabbia e acque pulite e affollate dai kite, mica dai bagnanti, perchè alla temperatura dell'Atlantico ci si deve prima abituare. Come dicevo l'isola è desertica ed è proprio attraversando questo paesaggio lunare che si arriva a El Cotillo, un piccolo villaggio di pescatori con la bella Playa del Castillo esposta ad Ovest sulla quale arrivano periodicamente le onde generate dalle tempeste atlantiche, un luna park naturale per surfisti veri che _ ahimé _ in questi mesi di calma si limitano a fare lezione ai giovani appassionati di questo sport. Che sono tantissimi, provenienti da tutta Europa. Un tratturo da percorrere e finalmente si giunge alla spiaggia. Una ragazza con la tavola sotto il braccio e il suo istruttore sono il primo incontro. Entra in acqua e sembra una sirena con i capelli rossi... ed è la foto del giorno Il surf è uno sport faticoso e occorre una preparazione atletica importante. Anche di questo si occupano gli istruttori Sempre vicino ad El Cotillo il faro del Tostòn e Playa los Lagos, pozze di sabbia che quando la marea si abbassa diventano vere e proprie lagune, meravigliose. E poi ancora Playa la Concha, un altro gioiello (e detto da uno che di spiagge belle ne ha viste è un complimento che vale). Un corralito di fronte alla piccola laguna. I corralitos sono ripari in pietra che consentono di poter prendere il sole senza essere infastiditi dal vento. Ne esistono in tutte le spiagge dell'isola. Playa la Concha ------------ Dicevamo del deserto che incontra il mare. Nell'immaginario di tutti penso sia una delle icone più commoventi. Devo dirlo, ho sempre sognato di poterlo vedere. Almeno perchè ero stanco di figurarmelo. Giusto una manciata di chilometri in direzione Est e si arriva al Parco Naturale delle dune di Corralejo, attraverso un nastro d'asfalto che vi corre in mezzo: spettacolare mi pare l'aggettivo giusto Non so se così rende meglio l'idea In questa immagine si possono notare tre cose: sulla sinistra la striscia d'asfalto che attraversa la duna, altissima, un dislivello che supera i dieci metri e non è la sola; giusto dietro il promontorio la sagoma dell'Islote de los Lobos che tanto islote non è; e infine, sulla linea dell'orizzonte il profilo di Lanzarote, a nord di Fuerteventura. Anche qui non mancano le ragazze della scuola surf con la loro istruttrice --------- Credo di non aver mai pubblicato tante foto in un blog. E non ho finito. Attraversando l'interno si capisce meglio cosa sia la vera siccità. A Fuerteventura piove per soli cinque giorni all'anno. Piogge sparse, neanche localizzate, per un totale di 20 mm. Il fabbisogno idrico è garantito dai depuratori e da alcuni dissalatori. Esiste ancora qualche falda ma viene gestita con grande parsimonia. Purtroppo il vento tanto amico non solo non permette le precipitazioni perchè le nuvole passano troppo veloci ma asciuga rapidamente qualsiasi cosa cada dal cielo. Allora vediamolo un po' quest'interno. Iniziando dai caratteristici mulini a vento, sulla strada che ci porta a Betancuria, antica capitale delle Canarie perchè Fuerteventura fu la prima ad essere colonizzata da Jean de Béthencourt nel 1405 il quale fondò Betancuria che rimase capitale sino al 1834. Oggi è una cittadina-museo praticamente, poche case restaurate e la chiesa che rappresentano l'agglomerato urbano di allora e attorno il paesino moderno che ospita anche un piccolo museo. Ed è anche l'unico posto dove è possibile vedere un po' di verde. Una piccola oasi, insomma. Rientrando a Corralejo ancora il deserto. Ho provato _ lo dico per i nostri appassionati di wildlife _ a cercare l'avvoltoio egiziano, la specie più piccola, che nidifica a Fuerteventura. Su quelle montagne esistono le indicazioni sul percorso da seguire. La fortuna di incontrarlo, mi rendo conto, sarebbe stata un bel regalo. In compenso ho trovato _ e non pensavo proprio potesse succedere _ i corvi reali. E si lasciavano persino avvicinare... Per quel poco che ho visto di ques'isola potrei scrivere un blog infinito. Mi sono ripromesso di ritornarci perchè potrò pure essere un turista fugace ma non sarò mai un fotografo da mordi e fuggi. Ho bisogno di ambientarmi, di vedere, studiare le luci. Troppo vicini all'equatore cambia tutto e cambia rapidamente. Concluderò con qualche immagine da vero turista. Ogni volta che mi scappava il traversone Laura rideva come una matta. Dopo 34 anni la mia copilota ride ancora. Pezzo consigliato: Sea Breeze, Chick Corea Copyright Enrico Floris 2022 per Nikonland
  9. Les Gorges du Verdon si trovano nell’Alta Provenza, in Francia, e sono una serie di strette gole incise dal torrente Verdon in aspre montagne coperte da una vegetazione di tipo mediterraneo. Lo spettacolo offerto da questi canyon è selvaggio, impressionante. Per me che amo la vegetazione di “macchia” lo è ancora di più. Il solo panorama meriterebbe la visita, ma c’è di più. La zona è riserva naturale ed ospita una nutrita colonia di Avvoltoi Grifoni. Questa foto è di Matteo Renesto Percorrendo la Rue de la Crete, una strada in cima ad uno dei versanti delle gole, si trovano delle piazzole di sosta con parcheggio così da poter scendere dall’auto, ammirare il panorama dall’alto con i Grifoni che ti volano intorno. Un’occasione unica per vedere questi uccelli, e provare a fare delle belle foto. Non solo Grifoni. Non mi interessa fare un reportage turistico dettagliato, ma trovo giusto mostrare i diversi aspetti del rapporto fra uomo e territorio in questo ambiente particolare. Le Gole del Verdon sono frequentate anche da chi fa roccia, e sul fondo del fiume si poteva fare kayak e canoeing fino all’anno scorso, quest’anno la siccità non lo ha invece reso possibile. Ciclisti veri e “finti” si arrampicano lungo la rue de la Crete. Questa foto potrebbe creare nostalgia a qualcuno... Si possono fare anche semplici gite per ammirare il panorama, magari tenendo un comportamento un po’ più accorto di questi nostri connazionali, invero anche chiassosi, che evidentemente volevano provare l'emozone di diventare la colazione per gli Avvoltoi. Il Grifone. E’ un grande avvoltoio, un tempo diffuso in gran parte di Europa Asia e Africa. Reintrodotto in francia con esemplari provenienti dai Pirenei. Ha un’apertura alare di oltre tre metri, le ali non sono solo lunghe ma anche larghe così da diluire il peso corpo su una superficie molto ampia (gli appassionati di aerei hanno già capito: hanno carico alare bassissimo) che ne fa dei perfetti veleggiatori, capaci di restare in volo ad ali aperte senza sforzo per tempi lunghissimi, sfruttando le correnti d’aria ascensionali lungo le pareti rocciose. I Grifoni riposano in anfratti delle pareti a strapiombo e quando la temperatura sale abbastanza da innescare le correnti d’aria lungo i versanti, iniziano i loro voli in quota. Uno dei ripari dove si posano (ritaglio circa al 100% dell foto sopra, a scopo illustrativo, perchè erano lontanissimi). Fotografare i Grifoni. E’ un esercizio di creatività, c’è chi si accontenta di arrivare aspetta che l’avvoltoio sia alla giusta distanza (spesso troppo vicino) e riprenderlo contro il cielo come sfondo. Una volta ci sta, specialmente se il cielo è un po’ nuvoloso, ma poi la cosa diventa ripetitiva e il rischio di fare foto puramente documentative è alto. Invece, a dispetto di quanti pensano che la fotografia naturalistica sia un puerile inquadrare e fotografare un animale (o una pianta), come in tutti i generi fotografici tutto conta, la luce, lo sfondo, la composizione. Solo così, e se sei capace, puoi rendere onore alla bellezza del soggetto, anziché svilirlo, e puoi far capire mille cose di più che con una foto mediocre. Se sei veramente bravo, può essere che ti riesca di far capire anche agli altri che guardano le tue foto cosa ti spinge a fare 600 chilometri e stare sotto il sole per ore per fare delle foto ad un animale. Il sole è un problema, perchè i Grifoni tendono a sfruttare le correnti di risalita, che sono più forti nelle ore calde quando la luce è alta ed i contrasti sono forti, occorre farci attenzione. Nel caso dei Grifoni, si può giocare sulle distanze, sulle differenze di luce tra soggetto e sfondo, sul tipo di sfondo che cambia tantissimo se boscoso, roccioso, misto. Ci tenevo soprattutto a riprenderli con la parete di roccia sullo sfondo, per via del gioco di colori che offriva. Lontano.. Vicino Sfondo roccioso Curiosità e fortuna sono armi potenti. Attaccare bottone col cuoco del tuo albergo, anche lui appassionato di fotografia, e così venire a sapere di un sito ancora più interessante delle postazioni sulla strada. Un km e mezzo circa di sentiero dopo il paese di Rougon. In primavera la strada è fiorita, stupenda. Questa è stata scattata con la Z fc per esagerare Curiosità, il non accontentarsi di quello che fanno tutti, ma guardarsi intorno e cercare alternative, essere attenti, capita così di vedere cose che non immaginavi e fare foto che meritano quanto o più dei primi piani. Sulla via del ritorno, infatti ho seguito con gli occhi il volo dei grifoni e... L’ultimo giorno, dopo aver scattato le foto che volevo, mi sono fermato a guardarli. Accanto avevo solo poche persone consapevoli, nessuno schiamazzo. I grifoni passavano a dieci metri da me, imponenti e liberi nel loro ambiente, solenni nella loro indifferenza. Un momento di gioia. Attrezzatura? Vi interessa davvero? Ho scattato con Z6, Zfc, 16-50mm Z, 24-200mm Z e 150-600mm SIGMA C. Ho fotografato i grifoni prevalentemente con la Z6 ed il 150-600 Sigma. Solo la penultima foto è stata scattata con la Z Fc). L’obiettivo si è dimostrato all’altezza, la fotocamera …meno. Per l’af naturalmente. A parte le foto contro il cielo, dove non aveva scelta, in quelle con la montagna dietro per convincerla a mettere a fuoco il soggetto anziché lo sfondo ho dovuto sudare diverse magliette. Direi che il tasso di riuscita è stato molto basso, specialmente quando il grifone veniva verso di me. Nel secondo sito c'era un francese con la Z9 e non ne mancava una... PS: Massimo Vignoli ha già pubblicato un blog sulle gole del Verdon ed è a lui che dedico la foto del rocciatore. Lo trovate qui: http://www.nikonland.eu/forum/index.php?/blog/46/entry-372-i-grifoni-del-verdon
  10. L'uscita di Domenica mattina per fare "street photography" al Quartiere Isola di Milano si stava rivelando una valida fonte di depressione. Decidiamo di migrare verso Piazza Gae Aulenti, passando per via Guglielmo Pepe e ci imbattiamo in questo: Foto di Gianni Ragno, questo mini reportage è a due (quattro?) mani. Leggiamo sul cancello che si tratta di un giardino condiviso, ossia un giardino riconosciuto dal Comune, aperto al pubblico e gestito in forma volontaria dalle persone che vogliono averne cura, riunite in associazione. A Milano, scoprirò poi, ce ne sono sei o sette, molto diversi fra loro per aspetto e vocazione. Di solito non mi interessa fotografare i giardini come tali però, sbirciando dall'ingresso quest'isola del Pepe Verde mi appare come qualcosa di diverso, l'assenza di grossi fiori vivaci (=pacchiani) e il disordine creativo che intravedo lo mettono in sintonia col mio sentire. Così decidiamo di entrare. Davanti a noi un viottolo si snoda tra isole formate da vasi e box di legno che ospitano piante a fiore ed a fusto. A modo suo è suggestivo! Foto Silvio Renesto In pratica gran parte del giardino è fatto da piante portate in dono e qui curate. Foto: Gianni Ragno. Al nostro arrivo il giardino è vuoto di persone ma siamo accolti da uno dei figli della nobile dea Bastet, color del fumo; austero nel suo silenzio e severo nell'aspetto, (Nota del 13/02/2022: abbiamo saputo dai frequentatori/gestori che è una "figlia" e si chiama Pepina!) ci piace pensare che del giardino sia custode e guida. Foto: Silvio Renesto Prosegue l'esplorazione. Ci sono panchine classiche , ma anche casette e giochi per bambini, Foto: Gianni Ragno Foto: Silvio Renesto In realtà questo non so bene cosa sia... Foto: Silvio Renesto Foto: Gianni Ragno Ci sono delle aree coperte che ospitano spazi gioco e per altre attività: Foto: Silvio Renesto Foto: Silvio Renesto Ecco un paio di spazi/laboratori, Foto: Gianni Ragno Foto: Gianni Ragno Arriva una famigliola, mamma papà e bimbo nel passeggino, si fanno un giretto all'ombra ed al fresco. La nostra guida ci accompagna all'uscita. Foto: Silvio Renesto Una grattatina sulla zucca grigia, che è un arrivederci, e ce ne andiamo. Se volete sapere di più su questo giardino a modo suo molto suggestivo, esiste un sito web: http://isolapepeverde.org/ Da cui ho ricopiato queste note: "Isola Pepe Verde è un giardino condiviso che si trova all’Isola, storico quartiere popolare oggi in via di trasformazione. Rappresenta un esempio di organizzazione milanese dal basso nato dagli stessi cittadini. Nel giugno del 2010 desiderosi di verde e di umanità in un quartiere assediato dal cemento, identifichiamo un’area recintata in parte ricoperta da manto erboso e in parte ricoperta da asfalto per trasformarla in un giardino condiviso. Si trattava di un’area edificabile demaniale, ma inutilizzata e abbandonata. In breve tempo creiamo l’Associazione Pepe Verde allo scopo di trattare con l’amministrazione comunale e otteniamo un riconoscimento ufficiale grazie alla firma di un’apposita convenzione comunale nella primavera del 2013. Oggi Isola Pepe Verde è un giardino condiviso aperto a tutti, autosufficiente per acqua e energia, con alberi, panchine, frutti e ortaggi coltivati nei cassoni, un laboratorio artistico, uno spazio per i bambini. In questi mesi di chiusura parziale per la pandemia, IL GIARDINO RESTA APERTO TUTTI I GIORNI DALLA MATTINA ALLE 14".
  11. Questo reportage non è incentrato tanto sui gatti (anche se i gatti c'entrano), quanto su ciò che ci "gira intorno", compresi i loro fan, è piccolo e condito di un pizzico di ironia. Siamo al "Festival dei Gatti", una fiera che si tiene oggi e domani a Villa Castelbarco, a Vaprio D'Adda (MI). Ci sono stato più che altro per curiosità, visto che esponevano alcune razze feline che non avevo mai visto dal vero. Sapevo che non avrei trovato modo di fare foto significative ai gatti, ma mi son portato un po' attrezzatura perché ...non si sa mai. Mi sono divertito quasi di più a vedere la gente che c'era, che i gatti. Andiamo con ordine: Arrivo: Scultura felina. Nell'area antistante la villa c'erano degli artisti del legno intenti ad scolpire felini tridimensionali o a bassorilievo. All'interno della villa seguo il percorso segnato da frecce: incontro la modella del cat-body-art che, su richiesta, si lascia fotografare ma con l'asciugamano perchè ancora "svestita". Più tardi sarà possibile fotografarla "decorata". Segue una mostra fotografica con ottime foto delle varie razze feline. Merchandising!! Quello dei pet (animali da compagnia) è un business multimilionario, per cui non mancano gli stand di settore. Oltre a quelle con il cibo, le lettiere e l'accessoristica, le bancarelle di bazzeccole ad ispirazione felina erano innumerevoli, l'abbondanza di ninnoli era quasi inquietante. Ogni tanto una molto graziosa venditrice di cose gattesche. E questo cosa c'entra in un festival dei gatti? Serve a raccogliere i ...gattini! (non spaventatevi, in Lombardia così son detti i mucchietti di polvere che si accumulano sul pavimento, non so se anche in altre regioni). C'era anche un nutrita serie di stand delle associazioni protezionistiche che non erano fotogenici anche se forse erano l'iniziativa più utile della manifestazione. Arte felina, molti i pittori e disegnatori, a destra appare una cat girl con bombetta orecchiuta. Arte felina. C'era una piccola ma molto graziosa mostra di foto di Marianna Zampieri, dedicata ai gatti di Venezia. Marianna Zampieri mi dedica il suo libro, contenta di aver conosciuto un altro fotografo di gatti. Il cartellino del prezzo si riferisce alle borse di tela su cui si era appoggiata per scrivere, non al libro, naturalmente. C'erano anche molti stand di Pet Photographers, che si facevano pubblicità oppure offrivano un ritratto "professionale", sul posto, al tuo animale con o senza di te. Altre curiosità: Stands di counselling felino, dove puoi esporre i problemi di comunicazione che hai col tuo gatto e loro ti spiegano dove sbagli e come rimediare. Affollatissimo. Tengono anche un corso di formazione con tanto di attestato di "consulente di comportamento del gatto". Se pensate che sia una stranezza... non sapete chi è Jackson Galaxy! (cercate su Youtube e Wikipedia e, se non siete del giro, resterete di sasso). Sì, ma in questo festival dei gatti, i gatti dov'erano ? C'erano, naturalmente, ma per lo più erano tenuti ingabbiati per evitare la fuga e soprattutto lo smanacciamento a morte da parte di orde di fan. Periodicamente prendevano un pochino d'aria. In molti casi era anche vietato l'uso del flash, giustamente, per cui fare foto decenti non era per nulla semplice. C'erano soprattutto razze costose, come i bellissimi (e carissimi) Bengal, razza la cui creazione non mi rende felice, in quanto risultato di ibridazione fra gatto domestico e Gatto Leopardo dell'India e Sud Est Asiatico, un animale selvatico. Occorrono tre generazioni di reincroci con esemplari domestici perchè perda il carattere selvatico. Quello sotto è un Sacro di Birmania, docilissimo, era possibile accarezzarlo solo previa abluzione delle mani con amuchina. Fai piano, che sono di razza nobile io! Eccolo con l'allevatore, l'espressione (quella del gatto) è un po' del tipo quando si va a casa? C'erano i grandi, dolci Siberiani, che sono tra i gatti a pelo lungo più belli che ci siano (anche se io sono sempre per i gatti di strada ). No foto, sorry. Ecco uno scocciatissimo British Shorthair che mi fa: "E tu che vuoi da me?" poi si gira, ci ripensa e si volta di nuovo verso di me : " Intanto comincia col togliermi 'sto fiocco". E questo è Barivel ("Monello" in qualche dialetto piemontese) un Maine Coon di Vigevano che è nel Guinnes dei Primati come gatto più lungo del mondo, ben 119, 89 cm (il precedente detentore del record si chiamava Ludo, era di Wakefield, era lungo un cm di meno ed è morto ne 2013). L'effetto grandangolo accentua un po' la stazza, ma vi garantisco che è proprio "'na bestia" di gatto. Vedere un Maine Coon è un'esperienza, vedere un grosso maschio di Maine Coon è un'esperienza più grossa. I Maine Coon meritano assolutamente il soprannome di Gigante Gentile che gli danno negli USA, perchè in genere sono dolcissimi. C'erano molti allevatori di Maine Coon e anche molti visitatori con Maine Coon al seguito (hanno un carattere docile, a volte quasi canino, ad esempio si adattano bene al guinzaglio). E' una razza molto di moda. Maine Coon in passeggino per gatti o cani non troppo grossi. Maine Coon (non so se puro) sempre in passeggino, fotografatissimo perchè aveva gli occhi di colori diversi. Ho letto che in alcune razze la diversa colorazione è associata alla sordità dal lato dell'orecchio azzurro (associata al colore bianco, codificato dallo stesso gene, in pratica un gatto bianco con gli occhi azzurri spesso è sordo). Ho finito il giro, la cat body model non ha ancora finito, ma non ho voglia di aspettare, chiedo di poterla fotografare intanto che si sta facendo un selfie, lei accetta ridendo. Fuori, gli scultori stanno terminando le loro opere. E questo è tutto. PS Tutte le foto scattate con Nikon D500, Sigma 17-70mm f2.8-4 C, e flash Godox V860 quando possibile.
  12. Di Ermano Bianchi, Preparatore, Tassidermista e tante altre cose al Museo di Storia Naturale di Milano, ho già scritto qui: Ieri ero al Museo per motivi di lavoro, poi sono passato a salutarlo così ho potuto ammirare una sua nuova opera, quasi pronta per l'esposizione in un diorama. Ha rappresentato due Leopardi delle Nevi che inseguono un Markor, un grosso caprone asiatico, sulle scoscese rocce tipiche del loro ambiente di alta montagna. Avevo con me la fida Zeta effeci e così ho fatto un paio di foto, purtroppo lo spazio era esiguo quindi le inquadrature non sono eccezionali, ma lo scopo è solo documentativo: Trovo affascinante il dinamismo che l'opera riesce a trasmettere. I Leopardi ed il Markor sono morti di vecchiaia o comunque di morte naturale in Zoosafari o parchi faunistici come Le Cornelle, o La Torbiera. Il resto è tutto opera di Ermano, sia la parte di tassidermia, che le rocce, rese più realistiche dalle chiazze di neve e ciuffi d'erba. I corpi degli animali sotto le pelli sono scolpiti in resina e le loro posizioni ricavate da foto e video come ho scritto anche nell'altro blog citato sopra. Per fare questo lavoro occorre essere sia naturalisti che artisti, ed Ermano è tutte e due le cose, di formazione è scultore e poi è un grande conoscitore dell'anatomia degli animali. Al di sotto delle pelli, i muscoli sono riprodotti fedelmente in modo da dare un grande realismo alle ricostruzioni. Anche le rocce sono ricostruite in modo da essere identiche a quelle che affiorano sugli altopiani dell'Asia centrale dove vivono questi animali. Un lavoro di alta precisione. Ultimo ingrediente, ma che in realtà è il primo, una grande passione per quello che si fa, perchè ci vuole creatività ed ingegno. Laboratori come il suo sono "botteghe d'arte", dove chi ci lavora è artigiano ed artista al tempo stesso.
  13. Come promesso nel post sul Wushu, ecco una foto dell'esibizione della maestra della scuola di Danze Orientali. Niente di che come foto, ma almeno lo è fondo meno confuso di quello dei marzialisti. Ho pensato di tenere dentro anche le tre danzatrici colorate sullo sfondo e l'ombra, che da' un po' di movimento.
  14. Escursione al Monte Baldo che si affaccia sul Lago di Garda. La funicolare che raggiunge l'altopiano porta schiere di appassionati (quasi tutti di lingua tedesca) di Parapendio che sfruttano le forti correnti di risalita per divertirsi con evoluzioni e volteggi. Non so nulla di parapendio ma sono rimasto affascinato los tesso. Credo richeda un certo coraggio oltre ad una buona esperienza ed una forza di braccia notevole per regolare il parapendio o come si chiama. In aria poi sono belli con i loro colori vivaci, nel contempo silenziosi. Mi immaginavo come deformazione professionale di essere sorvolato da grandi pterodattili (le dimensioni sono più o meno quelle ). Altra cosa che mi ha colpito molto è che si involavano anche quando le nuvole ci coprivano e non si vedeva quasi nulla. Lascio parlare le immagini, sperando siano di vostro gradimento. Attrezzatura: Nikon Z6 e 24-200. Preparativi nelle nuvole: Via, nel nulla! Le nuvole inizano a diradarsi, nuovi preparativi. E poi via nel cielo limpido! Qui dei Gracchi alpini (piccoli corvidi) come dei caccia, ispezionano il velivolo sconosciuto Ed è tutto!
  15. Con un po' di fatica perchè a parte i problemi di salute sono fuori allenamento per via dei lockdown e del meteo che quest'inverno mi hanno tenuto chiuso in casa, mi sto impegnando in qualche passeggiata non troppo faticosa. Stranamente è piovuto ininterrottamente da novembre ad aprile. Capita ogni duecento anni? Vabbè, quest'anno è capitato. Allora riprendo in mano e cerco di concludere vecchi lavori che considero appropriati per il blog. Ho pensato bene, quindi, di raccontare una storia. La storia di una chiesetta campestre situata a Martis, un piccolo comune dell'Anglona, poco meno di 500 abitanti, a una quarantina di chilometri da Sassari. La chiesa in questione è San Pantaleo, edificata nel 1325 con una strana scelta architettonica: un'unica navata quasi interamente in stile romanico ma con qualche tratto aragonese, alla quale in seguito vennero aggiunte due navate laterali e un campanile in chiaro stile gotico (XVI secolo). Questa la brevissima descrizione ma non la storia, in fondo di chiesette campestri in Sardegna ce ne sono a decine e fin qui niente di strano. La particolarità di San Pantaleo è che venne sconsacrata nel 1920 in seguito a uno smottamento. In effetti venne edificata ai margini di un altopiano, su una base di roccia che ne garantiva, in quegli anni, l'assoluta sicurezza. Il fatto è che in tempi più moderni ci si accorse che quella base di roccia presentava una frattura netta. Parte della navata centrale e una delle due navate laterali subirono gravi danni con il crollo della copertura, il distaccamento di parecchi blocchi di pietra del colonnato e il dissesto insanabile del campanile. Sin qui la storia. Ma in epoca più recente (1988) venne tentata una ristrutturazione almeno per renderla fruibile ai visitatori. Purtroppo il progetto venne abbandonato dopo qualche anno poichè successive perizie decretarono la definitiva chiusura del luogo di culto e il divieto assoluto di ingresso in tutta l'area circostante (con un perimetro di una cinquantina di metri attorno alla chiesa). Per farla breve i geologi dell'università e i vigili del fuoco diedero per certo il crollo. Quando? Fra un'ora... fra un anno... dieci anni... Insomma, basterebbe un tuono più forte durante un temporale e metà della chiesa (o tutta la chiesa) crollerebbe a valle. La navata centrale Il campanile Come già detto non si tratta del lavoro di una giornata, è cresciuto in diversi anni durante i quali sono riuscito a produrre alcune centinaia di immagini in condizioni ambientali e di luce molto diverse. Con uno sguardo attento noterete i vari gradi di deperimento dell'intera struttura. Ma ogni volta è sempre diverso e vedo cose nuove. Quella che doveva essere la sacrestia, forse il punto più pericoloso. Ho scattato una foto secca e sono uscito immediatamente Le arcate superstiti della navata di destra Un particolare di ciò che doveva essere un affresco su una colonna portante della navata centrale Alcuni blocchi di pietra lavorati, staccatisi dalle arcate La navata di destra Lo scoperchiamento della navata centrale Lo so, non ci dovrei entrare, non dovrei superare le transenne e il recinto facendo finta di non vedere i cartelli di divieto, ma provo grande attrazione per questo luogo abbandonato. E avverto una strana sensazione nel calpestare il pavimento di una chiesa deserta, ascoltando i miei passi e pesandoli. Immerso in un'architettura silenziosa, deformata dal tempo, da una faglia nella roccia, invisibile, aperta da chissà quale sommovimento tellurico chissà quanti millenni fa e dagli eventi atmosferici... dall'abbandono. Definitivo. Inappellabile. Mi pare persino di percepire il rumore dell'otturatore che rimbomba. So che non è possibile che ciò accada, non c'è neanche il tetto... ma quel suono arriva alle mie orecchie amplificato dal vento che scorre veloce tra le navate scoperchiate. Quello che so è che ci tornerò ancora per cercare cose che mi sono sfuggite. E per godere di quel silenzio. ----- Pezzo consigliato: A Taste of Honey, nella versione che preferisco, quella di Paul Desmond. Copyright Enrico Floris 2021 - Per Nikonland
  16. Oggi, 24 aprile 2021, è la giornata mondiale del Tai Chi Chuan: la celebro con una chiacchierata, riproponendo alcune foto scattate in diverse occasioni. Impediti nella pratica di molte nostre passioni (come la fotografia!), contatti ridotti al minimo, corpi costretti a languire in casa... qualcosa deve venire in nostro soccorso per sostenere mente e corpo! Nel mio caso una valvola di sfogo molto importante è stata, e rimane, la pratica delle arti marziali tradizionali. A differenza degli sport da combattimento, che presumono un avversario (non si può, è vietato il contatto) o almeno una palestra attrezzata (non si può, sono chiuse), le arti marziali tradizionali, quasi tutte, hanno degli aspetti che possono essere praticati anche da soli. Aspetti che comprendono sia applicazione fisica che controllo mentale, per cui tengono in esercizio il corpo e intanto stimolano il cervello, in questo devo dare ragione a chi dice che si tratta di una sorta di meditazione in movimento. E' un po' riduttivo, io preferisco dire che è uno degli aspetti, ma che ce ne sono tanti altri. Maestro di Taijiquan (Tai Chi Chuan) che esegue la "Frusta singola (o semplice?)", Castello di Belgioioso. Maestro di Xing Yi Quan ed allievi che eseguono la tecnica del "Legno", uno dei Cinque Elementi che caratterizzano quest'arte molto potente. Castello di Belgioioso. Come funziona la cosa? Nelle arti marziali tradizionali, oltre alla pratica dei singoli movimenti (le "tecniche", una parola che non mi piace troppo in questo contesto) si praticano delle lunghe sequenze, dette "forme" (Kata in Giapponese, Lu in Cinese) che sono una sorta di breviario delle ..."tecniche" tipiche di quella specifica arte, eseguite con continuità, come se si stesse combattendo contro un avversario immaginario. Forma di Taijiquan, inizio della postura "il serpente scende dalla collina". Nota: il signore in primo piano è uno degli allievi diretti del Maestro Chang Dsu Yao, il primo a portare il Kung Fu in Italia negli anni '70. Parco Sempione a Milano. Ogni arte marziale ha le sue forme che si possono praticare lentamente o velocemente (di solito prima lentamente, poi velocemente) in modo sciolto, rilassato oppure esplosivo (l'ideale è alternare, una volta praticare in scioltezza, un'altra in modo esplosivo). Maestro di Taijiquan stile Chen che esegue una tecnica "esplosiva", notare lo svolazzo del vestito. Parco Sempione a Milano. Queste forme possono essere eseguite quasi ovunque, all'aperto (l'attività motoria singola è consentita...) nei parchi, ormai non ci fa più caso nessuno anche da noi, anzi siamo in tanti, ma anche in casa, in questo caso segmentando le forme, a seconda della disponiblità di spazio. Taijiquan, pratica di gruppo, Castello di Belgioioso. La pratica della forma non è mirata espressamente al combattimento, anche se nella nostra testa ci dovrebbe essere l'idea (e l'attitudine dello spirito) del combattimento (un termine che descrive benissimo la cosa è lotta con l'ombra - shadow boxing), il suo scopo principale è sviluppare equilibrio, ritmo, coordinazione e piena consapevolezza del proprio corpo. Così la pratica delle arti marziali tradizionali, oltre ad essere un'ottima ginnastica, allena anche il cervello, aumentando la consapevolezza di sè creando al tempo stesso una sensazione di benessere e sollievo dallo stress (lode alle endorfine!). Una vecchia dimostrazione della mia scuola, scansione da diapositiva. Chiusura della forma, l'intenzione era esprimere una parata a cui seguirà un pugno. Non mi ricordo dove eravamo!! La pratica ad un livello avanzato comprende anche le forme con armi tradizionali, spada, lancia bastone.. e tante altre. Studio della forma di Bastone lungo del Taijiquan. Castello di Belgioioso. Il "Ventaglio da guerra", opportunamente sostituito da un ventaglio innocuo, in origine non faceva parte delle armi del taijiquan, è stato inserito successivamente alla diffusione dell'arte. Parco Trotter a Milano. La pratica delle armi tradizionali non sembra avere (e infatti non ha) molto senso in un contesto combattivo reale (a meno di non andare in giro con alabarde o sciabole...), ma le forme con le armi rappresentano un livello più alto di abilità, perchè il maneggio di un attrezzo richiede maggiore coordinazione ed equilibrio che gli esercizi a mani nude, per poter eseguire le "figure" delle forme con le armi con la dovuta scioltezza, senza farsi del male da soli. La sciabola è la mia arma preferita, perchè ha molte tecniche in rotazione, molto fluide. [Le armi sono un po' più complicate da praticare in casa, come mi sono reso conto dopo aver "segato" una sedia con un volteggio di sciabola, meglio sostituirle con dei surrogati più corti, un mestolo di legno ad esempio ]. All'aperto, se si pratica da soli, o comunque al di fuori di manifestazioni ufficiali, è meglio usare armi di legno o di plastica, in modo da evitare problemi vari. Con l'entrata in vigore delle norme restrittive, concentrarmi su questi aspetti dello studio delle arti marziali tradizionali è stato un grande aiuto, anche per il fatto che il mio lavoro è stato trasformato in stressanti ore seduto davanti al PC in mezzo a mille impicci tecnici . Se mi avete seguito fin qui, avrete notato che non ho mai parlato degli aspetti esoterici così di moda, l'energia interna, il flusso (di cosa?). Perchè? Perchè non ci credo. Gli effetti benefici della pratica sono quelli fisiologici, oppure sono dovuti alla capacità di connettere in sequenza le diverse parti del corpo durante i movimenti, capacità che si sviluppa con la pratica. Ciascuno ha il suo cibo preferito: A me piacciono le arti marziali perchè mi piace anche la componente di contatto, così quello faccio, ma so per certo che tante altre pratiche, mi vengono in mente la Danza e lo Yoga, hanno lo stesso effetto su mente e corpo. Se uno non ha interesse alla parte "combattiva", trarrà grandissimi benefici, forse superiori, da queste arti. Infine, spesso si è curiosi di capire se le arti marziali tradizionali sono efficaci per combattere, si discute su quale sia la più efficace, o se siano meglio gli sport di combattimento, Boxe MMA ecc. . Se ne sentono di tutti i colori, ma quasi quarant'anni (come sono vecchio!) di pratica mi fanno dire che la risposta è semplicissima: Qualsiasi disciplina che comprenda anche il confronto a contatto libero (sparring) con un avversario deciso e non cooperante (cioè non del tipo: se io faccio così allora tu devi rispondere così, ma stai attento che se no ci facciamo male ...) ha delle possibilità di essere efficace, se no è un po' come pensare di poter imparare a nuotare sul tappeto di casa. Poi capita di scoprire che in acqua è un po' diverso. Le arti marziali "non combattive" hanno comunque il loro perchè come disciplina fisica e mentale, ma lì si fermano. NOTA: E' ovvio ma... tutte foto pre-Lock down.
  17. A poco più di un mese dalla mia visita in questa splendida città e a pochi giorni dal vile attentato che tante vittime e feriti vi ha mietuto, voglio dedicare alcune righe e questi scatti presi nelle strade di Barcellona a tutti coloro che rifiutano ogni forma di violenza, a tutti coloro che credono che si possa convivere pacificamente nel reciproco rispetto e nella tolleranza di culture, razze e credo religiosi diversi dal proprio e, soprattutto, a quanti in questi giorni hanno conosciuto il dolore e la sofferenza per una brutalità che non ha senso e che non può trovare giustificazione alcuna. Durante la mia permanenza sotto un bel sole estivo ma dalla temperatura gradevole ho girato a lungo in una città che mi è parsa solare, accogliente ed aperta a tutti pur nella sua superba eleganza, una città ricca di vitalità e di colori come molti centri che ho imparato a conoscere nel Mediterraneo, e che durante la sua storia grazie al suo porto ha potuto scambiare merci, esperienze, culture, uomini con ogni parte del mondo, aprendosi appunto a tutto quanto era diverso da essa. E mi è stato facile sentirmi come a casa. Per questo dopo i recenti tragici fatti, assieme a quanti rivendicano il diritto a vivere lontano dalla violenza e dalla sopraffazione non solo fisica in una pacifica coesistenza con tutti, mi unisco anch'io al grido Tots som Barcelona, Sono anch'io Barcellona. E' stato un piacere percorrere i bei viali di questo centro della Catalogna, a cominciare da La Pedrera, uno dei capolavori del famoso architetto Antoni Gaudì, lo stesso della Sagrada Familia. 1 Ma sono molti i palazzi che nella loro modernità ben si adattano allo "spirito" della città. 2 3 4 Barcellona è davvero un tripudio di colori a cominciare dal Mercato di Santa Caterina (la cui rivoluzionaria e policroma copertura è opera degli architetti Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, quest'ultima italiana) ... 5 ... per continuare con i negozi che si affacciano lungo le trafficate vie del centro ... 6 7 ... fino alla stessa segnaletica orizzontale presente nelle strade ... 8 9 ... per finire alle stazioni della metropolitana ... 10 ... e alle sue rampe di uscita. 11 E con un po' di attenzione è possibile individuare ai piedi dei grandi cartelloni pubblicitari addossati ai palazzi sui viali il naturale contrappunto al messaggio promozionato. 12 13 Ma la città permette anche di vivere quasi appartati la propria solitudine. Come nel tardo pomeriggio alle spalle della Boqueria, il più famoso e frequentato mercato di Barcellona ... 14 ... o in un vicolo del Barrio Gotico, abbastanza lontano dai rumori per godersi un po' di riposo ... 15 ... o semplicemente passeggiando fra l'antico e il moderno di un viale del centro ... 16 ... per poi tuffarsi nella Rambla prima del calare del sole. 17 (Per inciso, qui è dove qualche giorno fa è stato dato un allarme bomba, rivelatosi fortunatamente falso, che ha determinato l'evacuazione del fast food e delle strade limitrofe e aggiunto istanti di terrore alle persone ancora scosse per quanto accaduto nei giorni precedenti). Ma Barcellona è anche accogliente e tollerante verso chi ogni giorno cerca di sbarcare il lunario spostandosi in metropolitana da un punto all'altro della città ... 18 ... o semplicemente di chi approfitta della bella stagione per visitare questo capoluogo passeggiando per i viali nei pressi della Sagrada Familia. 19 20 Ringraziando l'amico Fabrizio Cortesi e la sua compagna che mi hanno guidato per i luoghi più caratteristici del centro storico aiutandomi a conoscerli ed apprezzarli, e ringraziando anche chi ha avuto la pazienza di leggere fino a qui, vorrei terminare queste righe con uno scatto che non ho potuto fare a meno di cogliere. Un gabbiano che, chissà come e chissà perché, si è avventurato fino nel pieno centro della città per volare fra i suoi viali, sfiorando l'asfalto della strada tra alberi, passanti, semafori ed auto ferme all'incrocio. 21 Mi piace pensare che per il candore del suo piumaggio si trattasse di una colomba, una grande colomba bianca che, volteggiando fra i palazzi di questa città, abbia voluto trasmettere una sorta di messaggio di pace da riprendere e ricordare oggi, un messaggio di pace per tutti.
  18. Viaggiare mi piace un sacco, vedere cose ed abitudini diverse... Spesso, molto spesso, sono stato attirato da posti lontani ma, per la fine del 2019, complice la disponibilità di pochi giorni, siamo andati in Sicilia. La nostra prima volta! Il plurale è d'obbligo: non è stata un giro dedicato alla fotografia, ma un vagabondare curioso con la famiglia, tra il piacere di provare i fantastici gusti della ricchissima cucina siciliana e l'emozione di vedere capolavori artistici unici. Ma si sa, come rinunciare a portare a casa qualche scatto? Ed allora, con me, in uno zainetto da scuola, la ormai fidata Z6 e tre lenti: 24-70/4S - insostituibile per questo tipo di vagabondaggi. 50/1.8S - mi piace un sacco la sua resa e credevo di aver bisogno della sua elevata luminosità. 14-24/2.8F - è una lente datata, pesante e problematica per i riflessi.... ma con una resa veramente fantastica. Nello zaino anche un piccolo treppiede, che dopo il primo giorno è restato in valigia. Questo grazie alla incredibile resa della Z6 in bianco e nero, che accoppiata all'efficienza dello stabilizzatore, materializza la possibilità di scattare a mano libera con qualsiasi condizione di luce e, nella pratica, relega il treppiede ad ausilio nella ricerca di immagini con tempi lunghi. Capacità che, secondo me, non è chiara nemmeno agli ingegneri di Nikon ed Adobe, che applicano per default una correzione rumore assolutamente eccessiva, sempre ma in particolare per il BN. Avevo pianificato già a casa di fotografare esclusivamente in bianco e nero sia perché mi piace molto sia perché, dopo le molte esperienze in studio, volevo mettere alla prova la resa del visore elettronico in questo specifico contesto. Già perché fotografare in BN è legato ad una specifica interpretazione della scena, che si basa sul riconoscere ed utilizzare contrasti e forme. Cosa che, con le reflex, è affidata unicamente all'immaginazione del fotografo. E questo, ovviamente, resta vero anche con le mirrorless - il fotografo deve immaginare la fotografia prima di portare la fotocamera all'occhio. Ma è anche vero che, poi, guardare nel mirino e vedere effettivamente l'immagine come sarà prima di scattarla consente di essere molto più veloci nel cercare l'ottimizzazione della composizione. Velocità che quando si "gira-in-giro" con la famiglia non guasta affatto. Dicevo che il tutto è finito in uno zainetto da scuola - il TNF Borealis, gentilmente prestato da mia figlia. Usare uno zaino non fotografico in questo tipo di fotografia è diventata per me un'abitudine. Per molti motivi. Il primo è perché è comodo da portare, buoni spallacci che non affaticano la schiena nelle lunghe giornate trascorse camminando. Il secondo è che non è appariscente e non grida "expensive stuff inside". Il terzo è che, se utile, contiene senza problemi un mucchio di altre cose. Ovviamente il materiale fotografico va comunque protetto, e per questo, dentro, inserisco una custodia imbottita Temba. Ma con il cernierone è un'attimo avere tutto a mano. Qualche parola sul giro fatto: dal 26/12 al 31/12 - Palermo, Monreale, Mazara del Vallo, Selinunte, Marsala, Trapani. Purtroppo non ho potuto vedere Segesta - complici le bellezze del Duomo di Monreale e dell'unico siciliano scortese incontrato in tutto il percorso - ed a Trapani ha piovuto un sacco.... lunga la lista delle cose non viste! vabbè, un'ottima scusa per tornarci! Cominciamo con Palermo, dove arriviamo il 26/12 molto presto - il primo volo del mattino. Grazie al consiglio di Max, non ritiro l'auto ma prendo un taxi per raggiungere l'hotel. L' autista ci da il benvenuto in Sicilia e ci segnala le cose più interessanti da vedere in città. Gentilissimo! Palermo è una città molto interessante, con un fascino decadente molto intrigante che si gusta girando per i vicoli - a me hanno ricordato molto i vicoli di Genova di quando ero bambino - ed i mercati rionali. Obbligatorio camminare un sacco, ma quando si è stanchi ci si può rifocillare mangiando delizie a qualsiasi ora. Ci sono molti turisti, qualche artista di strada ed un notevole patrimonio artistico. 01 Z6 su 24-70/4S@60 1/200 f5.6 900ISO 02 Z6 su 50/1.8S 1/125 f4 100ISO 03 Z6 su 24-70/4S@24 1/60 f8 360ISO 04 Z6 su 24-70/4S@24 1/30 f16 125ISO 05 Z6 su 50/1.8S 1/800 f1.8 100ISO 06 Z6 su 50/1.8S 1/250 f1.8 100ISO 07 Z6 su 24-70/4S@45 1/100 f10 400ISO 08 Z6 su 24-70/4S@24 1/50 f8 200ISO 09 Z6 su 24-70/4S@24 1/100 f8 2500ISO 10 Z6 su 24-70/4S@24 1/100 f8 280ISO 11 Z6 su 24-70/4S@28 1/60 f8 450ISO 12 Z6 su 24-70/4S@70 1/160 f8 800ISO 13 Z6 su 24-70/4S@60 1/50 f4 1000ISO 14 Z6 su 24-70/4S@24 1/100 f8 900ISO Il Duomo di Monreale è una meraviglia, avrebbe meritato scatti a colori ma sono rimasto aderente al mio programma. Ma è veramente una meraviglia, da solo merita il viaggio! 15 Z6 su 24-70/4S@24 1/20 f8 1600ISO 16 Z6 su 24-70/4S@70 1/40 f5.6 1400ISO 17 Z6 su 24-70/4S@50 1/40 f4 2800ISO 18 Z6 su 24-70/4S@70 1/50 f4 2200ISO 19 Z6 su 24-70/4S@70 1/50 f4 2200ISO 20 Z6 su 24-70/4S@53 1/40 f6.3 100ISO 21 Z6 su 14-24/2.8F@18 1/40 f16 180ISO 22 Z6 su 14-24/2.8F@14 1/40 f16 100ISO 23 Z6 su 14-24/2.8F@14 1/25 f16 200ISO Dopo il duomo, ed un fantastico pranzetto a base di delizie locali, proviamo ad andare a Segesta. Niente da fare: arriviamo li alle 15:50 - sul sito è indicata l'orario visite dalle 9:00 alle 17:00 - e chiediamo ad un addetto all'ingresso dove parcheggiare. Cosa che facciamo, ritornando davanti allo stesso tipo alle 16:02 per sentirci dire che è troppo tardi perché l'accesso chiude alle 16:00, anche se la visita può proseguire fino alle 17:00. Ho evitato di discutere, sarebbe bastato un suo avvertimento al primo passaggio per consentirci di accedere senza difficoltà e nei tempi! Ci consoliamo con una cena spaziale a Mazara del vallo, e la mattina dopo andiamo a Selinunte. Altro posto che, da solo, merita il viaggio! 24 Z6 su 24-70/4S@24 1/50 f11 100ISO 25 Z6 su 24-70/4S@24 1/80 f11 100ISO 26 Z6 su 24-70/4S@70 1/800 f8 100ISO 27 Z6 su 24-70/4S@24 1/320 f11 100ISO Dopo ci spostiamo verso Marsala, cittadina carina con le strade del centro piene di gente per lo struscio serale. Interessante la visita al Satiro (non fotografabile !?!?!), ma soprattutto splendida dal punto di vista paesaggistico la costa fino a Trapani. 28 Z6 su 14-24/2.8F@16 1/80 f16 100ISO 29 Z6 su 24-70/4S@70 1/500 f16 100ISO 30 Z6 su 24-70/4S@47 1/640 f8 100ISO Con, poco fuori Trapani, un piccolo museo sulla storia delle saline che invito a visitare. La guida è brillante e la storia affascinante. Ma sopra Trapani c'è Erice, un po' sopravvalutata a mio parere ma con una vista dall'alto incredibile. 31 Z6 su 24-70/4S@28 1/640 f8 100ISO 32 Z6 su 24-70/4S@24 1/10 f11 1000ISO 33 Z6 su 24-70/4S@70 1/60 f13 1250ISO Quel giorno il tempo è stato pazzo, con vento e freddo intensi ed una forte grandinata (il 30 dicembre!!!!). Ma il panorama dall'alto su Trapani con il temporale era incredibile. 34 Z6 su 24-70/4S@24 1/250 f8 100ISO Chiudiamo alla tonnara di Scopello. Altro luogo molto affascinante che visitiamo con la guida. Purtroppo anche qui è vietato fotografare, un vero peccato. Chiudo la serie con un panorama da fuori dei faraglioni. 35 Z6 su 24-70/4S@24 1/200 f10 100ISO Chiudo con la consueta sintesi. Pro: - Il BN della Z6 è fantastico, ed il sensore consente di scattare virtualmente a qualsiasi ISO praticamente utile. - Il 24-70/4 è un tuttofare impagabile. L'80% delle immagini presentate sono fatte con questa lente e ritengo sia possibile documentare un viaggio portando solo quello. - La Z6 è molto a suo agio in questo tipo di situazioni e per me, per le fotografie disimpegnate in vacanza, è in assoluto il miglior corpo che abbia mai avuto. Contro: - La mancanza di una protezione del sensore dalla polvere durante i cambi di lente. Per me questo è l'unico vero problema delle mirrorless in questo tipo di utilizzo. Dopo soli 6 giorni d'uso, in situazioni di forte vento sempre presente ma pur avendo usato all'80% una lente sola, avevo il sensore pieno di patacche. Certo, tornati a casa si risolve in pochi minuti, ma il problema andrebbe risolto a monte (diverso materiale sul vetro protettivo? maggior efficacia dello "sgrullino"? protezione meccanica?... non so) Massimo per Nikonland. 02/02/2020 (data palindroma!)
  19. Se ne va. Fine d'anno,ora di bilanci? Ma sì, come ho fatto per il 2018, provo a ripensare come è stato quest'anno, fotograficamente parlando. Per me è un esercizio utile, magari anche per altri. Ripercorrendo le foto, mi rendo conto se qualcosa è cambiato, in meglio, in peggio, se è valsa la pena. E non mancano le sorprese che la memoria burlona mi aveva nascosto. E' una cosa che faccio per me, ma mi piace condividerla, come due chiacchiere di sera fra amici. Tagliamo corto! Come è stato il mio 2019 fotografico? Ripercorrendo le foto, beh, è stato meno peggio di quanto ricordassi. Quando ho cominciato a riguardare il materiale ero un po' negativo, mi pareva di aver fotografato molto meno che negli anni scorsi (ed è in parte vero) e di non aver fatto cose particolarmente interessanti. In questo, per fortuna, un po' mi sono sbagliato. Certo, le mie no sono avventure in ambienti estremi, nè reportage superlativi, in fondo sono un piccolo fotoamatore "normale",bil19.txt con le sue passioni e i suoi soggetti preferiti, per cui questo articolo non so quanto sarà interessante . Il tema principale anche quest'anno rimane la fotografia naturalistica, dove accanto alle "solite foto" che un po' mi hanno anche stancato, Ad esempio sono riuscito a fare qualcosa di nuovo. Le mie prime foto alla Civetta e al Tarabuso Nicchia nella nicchia, chi mi legge sa che sono un esperto ed un appassionato fotografo di libellule. Quest'anno sono entrato a far parte di un gruppo fotografico che si chiama "Libellule d'Italia" che mi ha rinvigorito l'entusiasmo per il soggetto, così non solo ne ho fotografate tante, esercitandoni con variazioni sul tema: Ma la grande soddisfazione è che dopo tanto, ma tanto, tempo ho fatto un altro bello scoop, e senza farmi 500km! Oxygastra curtisii è rara, oltre che molto bella, l'avevo fotografata (malissimo) più vent'anni fa, sul Ticino poi non l'avevo mai più vista fino a quest'estate! Anche questa non è male: Colpa anche del riscaldamento globale anche questa specie africana (Trithemis annulata) che fino a pochi anni fa non si trovava a nord della Toscana ora è al Parco Nord Milano. Il "progetto gatti" ha subito un leggero rallentamento, ma ha preso una piega interessante. Ho cercato di rendere le foto più espressive (esagero, espressioniste). Dei gatti dell'Isola dei Pescatori invece ho fatto un piccolo portfolio in tema vintage, per recuperare quell'atmosfera che si immagina in una vecchia isola di pescatori, appunto. Il paesaggio non è nei miei interessi fotografici, però in alcune situazioni la luce può essere tale da ispirare persino me. Ogni tanto mi son dimenticato di non esserne capace e mi son messo a fare street, perchè mi piace, non ci posso fare nulla. In fine d'anno è arrivata la Z6. Vincent è ottimista . Silvio Renesto.
  20. Il ponte del primo maggio l'ho passato a Parigi, con la famiglia. L' idea alla base del viaggio era la ricerca di un po' di relax ed il desiderio di gironzolare qua e là perdendosi nel guardare cose belle e facendosi portare dall'ispirazione del momento tra strade e musei. Per noi, inoltre, era il modo di festeggiare in modo speciale un compleanno molto speciale. Da un po' di tempo le vacanze familiari le faccio senza macchina fotografica e scatto qualche foto ricordo col cellulare, è un'abitudine che ho preso per evitare di cadere in tentazione e dedicare energie ed attenzione alla fotografia invece che alle mie ragazze. Inoltre, quello che voglio evitare lasciando a casa l'attrezzatura fotografica, è di finire col passare più tempo con l'occhio nel mirino della reflex che guardandomi in giro e di rovinarmi queste lunghe giornate schiacciato dal peso dello zaino (il mio minimo è un corpo, lo zoom grandangolare - 16-35/4, lo zoom tele - 70-200/2.8 e l'immancabile treppiede). Oltre a tutto, lo zaino fotografico affardellato col treppiede è una delle cose meno indicate da avere con se quando si è seduti al piccolo tavolino di un bistrot o a cena in un ristorante elegante. Ma tant'è....avevo voglia di fotografare! Per questo, questa volta, ho provato a fare una cosa diversa.... non così leggera come aver con me il solo cellulare ma molto leggera. Insomma, ho portato questo: 1300 grammi di attrezzatura fotografica, nessuno zaino, niente treppiede. Insomma macchina col cinquantino a tracolla, una batteria di scorta nella tasca del giubbotto e stop! Non è stato semplice decidere un taglio così drastico ma, nel farlo, mi ha molto aiutato un articolo di Ming Thein Travel minimalism: one lens to go. È molto interessante ed invito tutti alla lettura. In breve, l'articolo si apre con una frase che non avrebbe potuto essere più centrata: Every time I travel for personal purposes, I’m always torn between experiencing the place, and photographing the place - Ogni volta che viaggio per scopi personali, sono sempre diviso tra sperimentare il posto e fotografarlo. L' articolo prosegue, raccontando viaggi passati ed argomentando i vantaggi di viaggiare leggeri per focalizzarsi sull'esperienza ed avere una visione più profonda piuttosto che cercare di fotografare qualsiasi cosa. E chiude con una call-to-action che per me è risultata irresistibile: Give it a try. On your next trip, just use a 35 or 50 prime for at least a day or two; if it makes you feel better, bring along your zooms too, but don’t use them until you absolutely feel that you’re missing shots. - Prova. nel tuo prossimo viaggio, usa solo un 35 o 50 fisso per almeno un giorno o due; se ti fa sentire meglio, porta anche i tuoi zooms, ma non usarli fino a che non senti assolutamente che stai perdendo gli scatti. Beh, detto fatto. E non ho avuto neppure l'imbarazzo della scelta visto che il 35 non lo possiedo! Devo dire che raramente un consiglio trovato su internet si è rivelato più utile. Mi sono molto goduto la zingarata per Parigi, non mi sono stancato e... ho fatto anche molte foto. Tutte in bianco e nero, nativo on-camera come spesso fotografo se nel mirino non ho una scena di wildlife. In pochissimo tempo ho fatto l'occhio alle distanze e, lavorando di piedi, riuscivo con facilità a trovarmi nella giusta posizione. Inoltre, la luminosità del cinquantino ha parecchio aiutato consentendo sia le notturne o in interno sia una enorme flessibilità nella gestione della profondità di campo. Così come sono state di grande aiuto le sue piccole dimensioni, per fotografare la gente e tra la gente. Ma soprattuto, sono "stato nel momento"! Lo rifarei? si, sicuramente si. Forse aggiungerei, nell'altra tasca, un grandangolo luminoso. Un 24 1.8, ad esempio. E probabilmente lo rifarò anche senza andare in viaggio, magari bighellonando per il centro di Milano un sabato pomeriggio. Ecco una selezione di 36 immagini: una sorta di rullino virtuale sul quale è registrato quanto mi ha più colpito. Niente di speciale, fotograficamente parlando, anche perché credo che sia veramente difficile fare qualcosa che non sia visto e rivisto in uno dei posti più fotografati al mondo. Ma il senso di questo post è, più che nelle immagini, nel racconto di questa esperienza di viaggio basata sul "less-is-more" e sul tentativo di fotografare mettendo al centro non la fotografia ma l'esperienza vissuta e lo sguardo personale. Spero comunque che vi piacciano: Parigi, anche nel clima uggioso e freddo nel quale l'abbiamo trovata, è una città fantastica! Massimo Vignoli Maggio 2018
  21. Nell'ormai lontano 2011 io, la mia allora consorte, e un'amica comune, abbiamo fatto una vacanza in quel della Turchia. Durante la parte di tour, abbiamo visitato la Cappadocia, una regione dell'entroterra turco che ha la peculiarità di essere ricca di montagne di roccia vulcanica che, nel corso dei millenni, sono state scavate per ricavarne abitazioni dai popoli che hanno abitato la zona. Una delle principali attrazioni è il Parco Nazionale di Goreme (coi puntini sulla o), dove si possono ammirare i Camini delle Fate o le pitture rupestri risalenti a prima del 6000 a.C., l'altra è senza dubbio il proliferare di agenzie che offrono un tour dei siti archeologici in mongolfiera. Si parte a orari antelucani perché le condizioni meteo favorevoli son solo al mattino, ed è più suggestivo perché si può ammirare l'alba dall'alto. Purtroppo siamo stati un po' sfortunati perché la prima mattina siamo stati rimandati indietro per troppo vento, al secondo tentativo siamo decollati ma il tempo era molto nuvoloso. Sempre per questo motivo, vedrete i colori delle fotografie un po' spenti. Il viaggio in pallone è assolutamente suggestivo, anche se le ceste metalliche dedicate ai passeggeri sono abbastanza affollate, e soprattutto sono divise in tanti piccoli recinti da 4 persone per evitare che la gente si sposti da una parte all'altra sbilanciandole pericolosamente. La cosa che più ricordo è il silenzio estremo e la quiete, interrotta solo dalle fiammate del fornello che fornisce aria calda al pallone. Un'altra sorpresa è stato constatare l'estrema manovrabilità delle mongolfiere da parte dei piloti. Sono in grado di seguire il profilo delle montagne stando anche a non più di 5 / 6m di altezza dal terreno, e a volte viaggiano in gruppi così serrati che sembra impossibile non scontrarsi con altri palloni. Menzione a parte merita l'atterraggio, in cui il pallone viene tirato a terra a forza di braccia da un gruppo di malcapitati che insegue la mongolfiera con un pick-up carico di aiutanti. I suddetti aiutanti afferrano al volo una grossa cima calata dalla mongolfiera e la tirano a terra. Tentano. Ne ho visti volare parecchi prima di farcela con l'atterraggio
  22. Qualche anno fa, un amico ed un altro ingegnere con cui a volte collaboro hanno progettato una turbina eolica ad asse verticale la cui peculiarità era quella di poter girare con pochissimo vento. Terminati i collaudi, si accordarono con la sede di Lecco del Politecnico di Milano per installare un prototipo della turbina sul tetto della sede universitaria. Il problema era il trasporto ed il montaggio della turbina, quindi l’unico modo fu quello di utilizzare un elicottero che, dalla bergamasca, avrebbe portato la turbina a Lecco e l’avrebbe calata direttamente sul basamento di installazione. Il mio amico Danilo mi chiese di andare a fotografare tutta l’operazione, e così ho fatto. Inizialmente non avevo idea delle dimensioni della turbina, ma quando l’elicottero ha iniziato l’avvicinamento ho potuto rendermene conto. Nel frattempo i tecnici a terra si preparano. La parte più difficoltosa è stata ovviamente la posa vera e propria, in cui il pilota ha dovuto mirare uno spazio molto ristretto per calare la turbina, e poi centrare la flangia su cui fissarla. Quest’ultima credo avesse un diametro di non più di 60cm. I tecnici a terra devono fissare la turbina immediatamente per non perdere l’allineamento, è visibile il loro sforzo. Infine, lo sgancio. Tutto è andato per il meglio. E' strano come me ne sia completamente dimenticato finché non ho rivisto le foto sfogliando l'archivio, ma ripensandoci devo dire che è stata un'esperienza interessante. Non mi era mai capitato di assistere ad un'operazione del genere.
  23. Fotografie di Silvio Renesto e Gianni Ragno Testo di Silvio Renesto Un fenomeno culturale. Fino a pochi decenni fa il Tai Chi Chuan (Taijiquan, secondo la translitterazione moderna) in Italia era quasi sconosciuto. Capitava di vederlo nei documentari sulla Cina, dove venivano mostrate numerose ed ordinate folle che nei parchi facevano qualcosa che sembrava una strana ginnastica lenta. Negli anni Settanta/Ottanta era già una moda negli USA: Fra personaggi dell'epoca che praticavano il Taijiquan c'erano il fisico-saggista Fritjof Capra, autore de "Il Tao della Fisica" (1975) e Benjamin Hoff, che ne scrive, un po' fantasiosamente, nel suo "Tao di Winnie Pooh" (1982, libro più che delizioso) Ne scrive anche la pediatra e psicanalista francese Francoise Dolto, confrontandolo con lo Yoga. Nello stesso periodo il Taijiquan ha fatto la sua timida comparsa in Italia, insieme ad altri stili di kung-fu, con l'arrivo dei primi maestri cinesi. Dalla fine degli anni '90, grazie a numerose dimostrazioni pubbliche delle varie scuole, anche da noi la pratica del Taijiquan all'aperto si è diffusa, ed oggi molte persone si allenano nei parchi cittadini, da sole o in gruppo, con indubbio effetto coreografico e i suoi seguaci non suscitano più (tanta) curiosità o sconcerto. Il Taijiquan è ormai così famoso che dal 1999 si celebra la "Giornata Mondiale del Taijiquan", di solito il secondo sabato di Aprile. Parco Sempione Nei parchi ,Praticato nel parco, all'ombra degli alberi, si aggiunge una sensazione liberatoria, quella di muoversi in armonia con l'ambiente che ci circonda. In gruppo, all'aperto è ancora meglio, si lavora con una maggiore sintonia e serenità di spirito. Come molte altre discipline fisiche, il Taijiquan sembra dare di più quando praticato nel verde. Parco Sempione Ed è così che di solito si immagina il Taijiquan. Una mia collega ha addirittura deciso di studiarlo dopo essere rimasta affascinata da alcune scene del film Calendar Girls in cui Helen Mirrell e le sue amiche lo praticano su un bel prato di collina. Il Taijiquan all'aperto è dunque diventato un fenomeno di costume. Giardini di Porta Venezia Inizio della pratica. Parco Trotter. Per questioni logistiche ho scelto di illustrare il Taijiquan all'aperto nei parchi di Milano, con la collaborazione delle scuole che lì lo praticano (che ringrazio sentitamente per la cortesia e disponibilità), ma è ormai così comune, che avrei potuto fare lo stesso reportage in quasi tutte le città italiane. Afferrare la coda del passero. Parco Sempione L'airone (o la Gru) apre le ali. Giardini di Porta Venezia Cos' è il Taijiquan e perchè ha successo. N.B. Quanto segue è frutto della mia trentennale esperienza pratica e di documentazione. E' un quadro forzatamente incompleto e in parte soggettivo, certamente può differire da quel che avete letto o sentito. Se qualche lettore non condivide, sarò felice di approfondire, ma in ambito più consono di un forum fotografico. Taijiquan (Tai Chi Chuan) vuol dire Pugno/Pugilato/Lotta (Quan/Chuan) della Suprema Polarità, o Supremo Principio (Tai Chi/Taiji, rappresentato dal simbolo taoista bianco e nero dello Yin/Yang). Sorvolando su miti e leggende inverificabili riguardo l'origine (ad es. vecchi monaci taoisti che sognano gru e serpenti in lotta...), Taijiquan è il nome che tra il 1700 ed il 1800 è stato dato ad un' arte marziale giudicata talmente elegante ed efficace da meritarsi questo titolo quanto mai impegnativo. Il suo fondatore, Yang Lu Chan, (detto Yang l'Invincibile), la chiamava invece Mienquan (boxe di cotone), oppure Huaquan, (boxe che neutralizza), oggi è lo Stile Yang di Taijiquan. Il nome Taijiquan venne poi esteso alle arti che Yang Lu Chan avrebbe studiato per elaborare il suo metodo (soprattutto lo Stile Chen, risalente al 1300-1400), che a stili derivati (Wu, Sun e tanti altri.), così che oggi si ha una numerosa "famiglia di stili" di Taijiquan, basati su concetti comuni, ma ognuno con le sue caratteristiche. Il più diffuso fuori dalla Cina è proprio lo lo stile Yang.Il Taijiquan comprende pratiche a corpo libero e con armi (spada, sciabola, bastone ecc.) da soli e in coppia. Aggiustarsi il vestito (mantello), postura tipica dello stile Chen. Parco Sempione Il ventaglio è un' arma (aveva in origine le stecche di acciaio appuntite) che è stata introdotta successivamente nel bagaglio tecnico del Taijiquan, ma è molto coreografico. Parco Trotter. La ragione del successo. E' un'arte marziale diversa dalle altre, è considerata interna, perchè fra l'altro, il movimento e l'espressione della forza partono dal "centro" propagandosi come un'onda (dai piedi al tronco, dalla spina dorsale alle braccia). Altre arti marziali cinesi e giapponesi hanno una notevole componente "interna", ma il Taijiquan si distingue per il modo lento di praticare le "forme". Le "forme" (Lu in Cinese, Kata in Giapponese), sono presenti in quasi tutte le arti marziali tradizionali, sono delle sequenze di movimenti, un compendio delle tecniche proprie dell'arte. Il praticante le ripete per perfezionarsi nell'esecuzione, acquisire ritmo, potenza, equilibrio, coordinazione e concentrazione (nel senso di "presenza mentale"). Le "forme" vengono di solito eseguite con velocità e potenza, come se si stesse combattendo contro un avversario. Nel Taijiquan invece si eseguono le forme molto lentamente, almeno all'inizio, per consolidare e connettere le parti del corpo, sentire gli spostamenti del peso, lo scorrere del movimento e così via. Le "tecniche" sono poco esplicite, a volte quasi incomprensibili per chi osserva (anche per qualcuno che le pratica). Anche i nomi piuttosto poetici,, come è lo stile cinese, giocano un certo ruolo (Il nome spiega in modo allegorico il concetto della postura). Il serpente scende dalla collina. Stile Yang Parco Trotter. Afferrare l'ago in fondo al mare. Parco Trotter La pratica lenta e silenziosa ha una indubbia eleganza coreografica specialmente in gruppo, e non esprime violenza. Apparentemente facile (ma a farlo bene è l'esatto contrario), è associata a concetti taoisti e di medicina tradizionale, per cui attrae le persone non interessate alle arti marziali. Come ginnastica fa bene? Se si impara da un valido istruttore e si pratica come si deve fa molto bene perchè, sviluppa la capacità di "mettere in connessione" tutto il corpo, elimina le tensioni eccessive che "bloccano"; insegna come distribuire il peso nei movimenti, migliora l'equilibrio e la scioltezza, soprattutto articolare, ottenendo una struttura fisica solida ma non rigida, che contrasta efficacemente gli effetti dell'avanzare dell'età. I movimenti formano delle spirali, così che l' intero corpo è coinvolto, direi "massaggiato", ad ogni movimento, con effetti molto positivi per tutto l'organismo. Stile Chen. Parco Sempione La lentezza e la corretta esecuzione hanno effetto tonico sulla circolazione e sulla muscolatura profonda, soprattutto del tronco. Con il Taijquan si allena anche la mente perchè i movimenti sono complessi e ci vuole attenzione in quel che si sta facendo. In questo senso è "meditazione in movimento" perchè si impara a sentire il proprio corpo, ad averne consapevolezza in ogni momento. Questo attiva il cervello e il sistema nervoso in generale, con effetto rigenerante. Così praticato, il Taijiquan è molto valido e diverso da una ginnastica stereotipata. Una volta diventati esperti, sentire il movimento che attraversa il corpo, è molto appagante. In tutti questi aspetti somiglia ad alcuni tipi di danza (e ad altre arti marziali tradizionali). Frusta semplice (o singola, tradurre dal cinese ha sempre un margine di incertezza). Giardini di Porta Venezia. Non sembra (più) un'arte marziale. Oggi la stragrande maggioranza di chi pratica Taijiquan, soprattutto nello stile Yang, lo fa per la salute e per rilassarsi. Ma non è sempre stato così.Il capostipite del clan dei Chen era un militare e i suoi discendenti erano famosi per la loro abilità nel combattere, soprattutto con la lancia. Yang Lu Chan e i suoi figli addestravano la guarnigione imperiale. Yang Bahn Hou, Uno dei figli di Yang Lu Chan, aveva fama di combattente spietato, temuto dai suoi stessi studenti. Allora il Taijiquan era veramente un'arte marziale.L'allenamento era ben diverso da oggi: Intenso, quotidiano, per molte ore al giorno, comprendeva posizioni statiche per rafforzare il corpo, forme lente per connetterlo, forme veloci per esprimere la forza in modo esplosivo e penetrante. Ci si addestrava al combattimento contro avversari a mani nude e con armi, a piena forza e velocità. L'evoluzione "salutistica" iniziò a partire dagli anni '30 in Cina, quando un discendente della famiglia Yang iniziò ad ammorbidire la pratica, almeno in pubblico, enfatizzando l'aspetto benefico per la salute, a scapito di quello marziale. I movimenti fisicamente più impegnativi vennero eliminati dalla forma lenta e le forme veloci furono man mano trascurate e per lo più andarono perse. La pratica a due venne ridottaad alcuni esercizi di base. Si recuperarono trattati che collegavano la pratica con il Taoismo e la Medicina Tradizionale Cinese. Questa "svolta terapeutica" ebbe grande successo; la popolarità dello stile Yang aumentò enormemente e col tempo altri stili di Taijiquan si adeguarono, con qualche eccezione (come lo stile Chen), che mantenne, una componente più marziale. Nello stile Chen sono presenti molti movimenti "esplosivi" tipici del Taijiquan marziale. Parco Sempione L'evoluzione "morbida" venne accentuata in Occidente da correnti di pensiero "alternative" che adottarono il Taijiquan come pratica meditativa "Yoga in movimento"oppure arte marziale non violenta (un ossimoro...), arricchita di significati che i fondatori non si sarebbero immaginati (Yang "l'Invincibile" non sapeva nemmeno scrivere...). Ad oggi, gran parte dei praticanti di ogni livello, soprattutto nello stile Yang, non ha mai provato a confrontarsi con un avversario "deciso". Il Taijiquan si può praticare lentamente per la salute. Parco Trotter Parco Sempione. Ma c'è chi continua a studiare anche la parte marziale Negli ultimi anni però si è visto aumentare l'interesse per un Taijiquan un po' più concreto in alcune scuole Yang; mentre lo stile Chen (che fa ampio uso della forza "esplosiva") sta riscuotendo maggior successo. E' importante, non perchè si debba studiare il Taijiquan per combattere, ma perchè gli aspetti marziale e terapeutico sono strettamente legati: se non si conosce il significato dei movimenti è difficile ottenere i desiderati benefici per la salute. Solo sapendo che in quel movimento si sta deviando, tirando, spingendo o colpendo, l'intenzione guida il corpo a muoversi in modo corretto, regola lo spostamento del peso, la tensione muscolare, l'equilibrio, e aiuta a mantenere la struttura. Se non c'è la consapevolezza del gesto, questo rimane un movimento astratto e ci si ritrova allora con una strana ginnastica che non rafforza granchè nè corpo nè mente. La pratica delle armi del Taijiquan oggi ha sicuramente poco senso dal punto di vista combattivo (a meno che non si decida di andare in giro con una sciabola), ma rimane ugualmente utile, perchè aumenta le capacità di coordinazione e rende più impegnativo mantenere equilibrio e connessione.Chi invece fosse attratto proprio dall'aspetto marziale tradizionale del Taijiquan, trovando le scuole in cui questo viene insegnato, avrà molto da scoprire. Una diversa intepretazione di "sistemare il vestito". Giardini di Porta Venezia Nota bibliografica. Se volete informarvi sulla storia del Taijiquan, per lo stile Yang consiglio caldamente due libri:Douglas Wile (curatore) Yang Family Secret Transmissions. Sweet Chi PresseYang Jwing-Ming Tai Chi Secrets of the Yang Style. YMAA Publication Center.Sono due traduzioni degli insegnamenti (orali) trascritti dai discepoli diretti delle prime generazioni degli Yang, commentate in modo approfondito. Gli autori sono due esperti, (un sinologo docente universitario Douglas Wile, un noto maestro di Arti Marziali Yang Jwing-ing). Partendo da background diversi concordano sostanzialmente nelle interpretazioni.Chi volesse invece sapere di più su tutto il Taijiquan, la via più breve è il monumentale sito di Peter Lim Tian Tekhttp://www.itcca.it/peterlim/Abbastanza accurato, molto completo, sufficientemente documentato e di gran (e ripeto gran) lunga meglio di tanti libracci infarciti di panzane.Lasciate stare invece i manuali e le derive troppo filosofeggianti. Come avrete forse notato nel leggere l'articolo, ho omesso volontariamente i nomi delle scuole da me fotografate, delle scuole in cui ho studiato e non ho dato consigli su dove e da chi andare. Questo per non fare pubblicità a qualcuno a scapito di qualcun altro. Pregherei quindi anche chi commenta, qualora fosse praticante, di evitare di citare scuole, nel bene o nel male. Commentate le mie foto, discutete del lato sociale, culturale, storico o tecnico ma asteniamoci tutti da (auto)promozioni. Note fotografiche: per fotografare una forma di una qualsiasi arte marziale in cui i soggetti non si fermino in posa apposta per il fotografo, è meglio sapere qualcosa di quella disciplina, per individuare i momenti significativi. Questo vale ancora di più per il Taijiquan dove i singoli movimenti, pur essendo lenti, fluiscono uno nell'altro senza soluzione di continuità (se i praticanti sono bravi) per cui non si hanno degli stop fra un movimento e l'altro. Il rischio è di cogliere i movimenti in anticipo o in ritardo mancando l'espressione finale del gesto. L'altra difficoltà è che i praticanti nei parchi mostrano di vari livelli di esperienza all'interno di uno stesso gruppo; a volte l'esecuzione dei movimenti è sincrona, con effetto piacevole, altre volte invece c'è chi è in anticipo e chi in ritardo o ha posture strette o larghe; e il risultato "fermato" dall'immagine è disarmonico. Spesso di questo ci si accorge solo quando si selezionano le immagini, al momento della ripresa è difficile avere una vista d'insieme.
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