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About This Club

Musica classica ed ascolti di qualità.

Location

Castelmagno, Italy
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  2. Amy Beach : Quintetto op. 67 - 1907 Samuel Barber : Dover Beach Op. 3 - 1931 Florence Price : Quintetto - 1935 Kaleidoscope Chamber Collective Chandos 28 maggio 2021, formato HD *** autografo del quintetto Op. 67 di Amy Beach Fortunatamente non possiamo più considerare una sconosciuta la Grande Amy Beach, probabilmente la più genuina brahmsiana che ci sia stata. Lo stesso del suo quintetto Op. 67, pluri-registrato anche da formazioni con un solido palmares. Si tratta di una composizione praticamente fuori dal suo tempo eppure intimamente originale che crea un'atmosfera tutta sua. In alcuni casi avvicinato a pagine di Elgar, è invece più melodico, sognante seppure sempre energico. Vivo dalla prima all'ultima pagina va oltre il suo modello per la sua brillantezza. Dopo una parentesi - francamente a mio gusto dispensabile di Samuel Barber - segue un inedito di Florence Price, ritrovato fortunosamente in una soffitta della sua vecchia casa solo nel 2009. Non deve sorprendere in quanto sono parole della stessa Price in vita lei ha dovuto affrontare "due handicap: quelli del sesso e della razza", e gran parte della sua musica è rimasta inedita al momento della sua morte. Siamo nel 1931 ma la musica è ancora più conservatrice e puramente romantica ancora dell'altro quintetto presente in questo disco. Più melodico con una impronta afroamericana portata da echi di stirituals. Il terzo movimento è peraltro una juba, danza tipica delle piantagioni del sud, qui ritmata con il piano quasi in tempo di ragtime. Finale un pò sopra le righe, si tratta comunque di una composizione piuttosto interessante, anche questa tipicamente americana, almeno per il nostro orecchio. Anche se sappiamo bene dove l'avanguardia americana si stesse posizionando in quegli stessi anni. Il Kaleidoscope Chamber Collective é una formazione " a geometria variabile" che vede mischiarsi le parti nelle sue performance, formata da strumentisti e cantanti di diversa formazione, legati da un'approccio intenso e creativo. Passione, intensità e ritmo si leggono in ogni momento di questo bellissimo disco che per il quintetto della Beach io vedo al momento una spanna sopra gli altri disponibili, compreso il celebrato recente del Takacs Quartet edito da Hyperion e il cui approccio compassato mi convince di più in Elgar. Certo che accostare Beach ed Elgar ci da veramente il segno di quanto tempo sia passato. Vivaddio !
  3. Louise Farrenc : sinfonie n. 1 e n. 3 - Insula Orchestra/Laurence Equilbey Erato 9 luglio 2021 *** Louise Farrenc - nata Dumont - alla sua epoca (1804-1875) era una musicista famosa e ben considerata in tutta Europa. Dimenticata dopo la sua morte, la riscopriamo solo in questi anni per l'opera di rivisitazione delle compositrici romantiche e tardo romantiche in corso. Più fortunata di altre sue colleghe, almeno in ambito familiare, perchè messa in grado di studiare musica da una famiglia di artisti (il padre e il fratello erano noti scultori parigini), potendosi formare alla scuola pianistica di Clementi e prendendo lezioni direttamente da virtuosi come Moscheles e Reicha. Il marito, il flautista Farrenc, la incoraggiò a sviluppare la sua carriera sia di insegnante di pianoforte - ebbe la cattedra al Conservatorio di Parigi per trenta anni - che di editrice musicale. La Éditions Farrenc, che divenne una delle più importanti case editrici musicali della Francia per gli ultimi 40 anni. Le sue composizioni sono varie e in tutti i generi, tranne l'opera lirica. Tra il 1820 e il 1830 esclusivamente per pianoforte. Dal 1834 anche per orchestra, ed insieme, musica da camera. Ci restano 49 composizioni, tra cui spiccano quintetti e trii, tre sinfonie - scritte tra il 1942 e il 1847, molte pagine per pianoforte. Lodata da Schumann e da molti critici, nonostante l'ostica accoglienza della musica in quanto scritta da una donna e considerata all'epoca, per lo più una curiosità. La terza sinfonia vedrà la prima al Conservatorio di Parigi nel 1849 ma la prima per ottenere una accoglienza felice fu fatta debuttare a Bruxelles. Il Conservatorio era il tempio di Beethoven e difficilmente venivano accolte composizioni di autori contemporanei, meno che meno di donne. Il debutto di una sinfonia di una contemporanea, per di più insegnante alla stessa scuola di musica è stato certamente il più elevato tributo che potesse esserle rivolto da una società non tenera con i debuttanti in generale e dove i fiaschi erano concretamente sonori. Ascoltata oggi, molta della sua musica, specie quella cameristica potrebbe essere facilmente liquidata come Biedermeier ma sarebbe uno sbaglio. Considerando ciò che circolava negli anni 30-40 dell'800, ascoltando con attenzione, le sue pagine richiamano Beethoven e Schubert nelle scelte tecniche e nei colori e possono essere facilmente accostate al miglior Mendelssohn. Il nonetto in particolare venne acclamato da critica e da pubblico, con la partecipazione alla prima esecuzione di Joseph Joachim come primo violino. Diciamola conservatrice, senza la verve iconoclasta di Berlioz ma intensamente originale una volta fatta mente locale sull'esatto periodo storico. La terza sinfonia in sol minore, presente in questo disco, è particolarmente densa di materiale tematico e il suo sviluppo è di primordine. Se pensiamo alla povertà delle pagine orchestrali di Chopin o del primo Liszt, entrambi avrebbero dovuto prendere lezioni dalla Signora Farrenc. Negli adagi si sentono temi di stile operistico, lo scherzo richiama Berlioz mentre il finale sarà piaciuto molto a Schumann perchè ci sono tutte le sue soluzioni, più un pizzico di Mozart e di Beethoven. Questo album è il primo volume della serie completa di tre Sinfonie di Louise Farrenc dirette da Laurence Equilbey a capo dell'Orchestra dell'Insula, orchestra che lei stessa ha assemblato per esplorare un repertorio poco conosciuto, in particolare per portare alla luce opere del grande dimenticato compositori come Fanny Hensel-Mendelssohn o Clara Schumann. Compito impegnativo ma per cui le siamo particolarmente grati. Ammetto che non avevo mai sentito nominare questa musicista ed ho invece trovato motivo di apprezzarla molto. Per cui vi segnalo questo disco molto al di là della semplice curiosità. ritratto ad olio di Louise Farrenc, 1835, Luigi Rubio Laurence Equilbey alla testa della Insula Orchestra Registrazione equilibrata con un ottimo apporto di bassi e percussioni che mette in mostra il piglio vigoroso dell'interpretazione.
  4. Il nuovo riferimento, per me, per la seconda sinfonia di Rachmaninov (è bellissima, non la trascurate per i soliti concerti per pianoforte !) :
  5. Cuffie che passione La mia (lunga) frequentazione con le cuffie é una storia di amore-odio. Sinceramente non trovo mai del tutto appagante l'ascolto in cuffia. Per mia fortuna non ho problemi "ambientali" e quindi posso ascoltare a volume normale dai diffusori la mia musica ad ogni ora del giorno. Le cuffie le impiego quando voglio isolarmi oppure quando cerco nuance e sfumature difficili da ritrovare nella musica riprodotta dai diffusori. Ma c'è una peculiarità delle cuffie che, lo concedo, anche per me è impagabile. Ogni cuffia ha un suono suo, diverso dalle altre. Non solo modelli differenti, anche esemplari differenti dello stesso modello. Diversa intonazione, diverso scopo, diverso carattere. Diverse tecnologie, aperte, chiuse, semichiuse, dinamiche, elettrostatiche, ortodinamiche. Di scuola europea, giapponese, americana. Alta impedenza, bassa impedenza. C'è da divertirsi. E poi le cuffie costano molto meno di una coppia di diffusori dello stesso livello. Occupano poco spazio, si possono collezionare. E poi scegliere secondo l'estro quelle che ci piacciono di più in quel momento. E' bello anche parlarne alle volte e discuterne come facciamo su queste pagine. Ma non tutte le cuffie escono perfette dalla scatola, a volte ci sono cose che piacerebbe correggere, almeno a livello di risposta globale o particolare. Una volta questi interventi potevano essere fisici. Modificando materialmente a mano le cuffie stesse. Cambiando i padiglioni, aumentando o togliendo l'imbottitura interna. Chiudendo parzialmente l'apertura esterna. Passando da sbilanciato a bilanciato. E via spropositando. Modifiche per lo più permanenti e non sempre reversibili. Oggi per fortuna la moderna tecnologia ci rende la vita più facile e si possono fare interventi soft via ... software, per modificare, addolcire, linearizzare, riplasmare la risposta delle cuffie. Capiamoci bene, un modello impostato per dare il massimo per la musica elettronica o i mix spinti non potrà diventare miracolosamente adatta all'opera barocca. E le cuffie elettrostatiche resteranno sempre confinate più o meno nell'ambito della musica acustica a bassa energia. Ma nel mezzo ci sono tante possibilità di intervento. Prendiamo per esempio questa riposta in frequenza : e il medione tra le risposte dei due canali delle Sennheiser HD700, viceammiraglia di casa di qualche anno fa, un modello da 1000 euro poco meno. Lineare come la schiena di un mulo. L'ascolto lo conferma. Eppure la forma dei padiglioni e i driver derivano da quelli dell'ammiraglia HD800, proposta a prezzo molto più alto. Con qualche potenzialità inespressa, secondo me, considerando che la tenuta in potenza è esemplare. Quindi che fare ? Ma equalizzare, è ovvio. Le orecchie Certo, si può fare ad orecchio finchè il risultato ci soddisfa. Ma se possiamo prima misurarle e poi allinearle ad un ideale perchè fare le cose a casaccio ? ci viene in aiuto miniDSP che ha messo in commercio un paio di anni fa una ... specie di testa di misura ad un costo amatoriale. Le teste sono sul mercato da anni ma costano ... un occhio della testa. EARS di miniDSP costa poco più di 200 euro e si può impiegare collegato ad un normale pc, via cavo USB, impiegando peraltro un programma di pubblico dominio. Le mie AKG K712 Pro al banco di misura nel mio studio. In breve, le cuffie vanno collegate al normale amplificatore che usiamo per ascoltare la musica. All'amplificatore si manderà un segnale generato sinteticamente da un programma di misura che riceverà dal cavo USB la risposta delle cuffie mediante due microfonini messi all'interno delle orecchie finte del dispositivo di misura. Una cosa tutto sommato banale da mettere in atto. Il programma che impiego io è REW Room EQ Wizard. Un programma che è nato proprio per ottimizzare la risposta in ambiente dei diffusori ma può essere allo stesso modo impiegato anche per le cuffie. REW - Room EQ Wizard Non sono qui per fare una guida di questo bel programma, gentilmente offerto dal suo creatore John Mulcahy e quindi salto i passaggi. Vi dico che è questione di minuti caricare la calibrazione dei microfoni e poi effettuare la misura, ottenendo un grafico come questo : una risposta che manifesta una carenza sulle basse frequenze sotto ai 100 Hz (sono cuffie aperte), un avvallamento esagerato intorno ai 2500 Hz e poi un andamento molto tormentato ed eccessivamente crescente oltre i 3000 Hz. Possiamo decidere di tenerci queste cuffie come sono, oppure provare a renderle più dolci. Impiegando la parte di equalizzazione di REW si può far modellare un filtro secondo un target prescelto. Questo target rappresenta l'ideale, non necessariamente il massimo. E deve tenere conto della tenuta in potenza delle cuffie, nonchè della facilità di implementazione nell'equalizzatore. Modellando la risposta su una linea perfettamente retta potremmo avere cuffie molto neutre, non necessariamente caratterizzate da un buon suono. Ma potrebbe essere semplicemente una base di partenza. Personalmente io preferisco una curva target tipo quella Harman che prevede un andamento decrescente verso l'aumento della frequenza, con basse in evidenza e alte in ritirata. Ma ci sono teorie che si basano sulla sensibilità delle nostre orecchie in relazione alla potenza acustica che vorrebbero invece una risposta più a U, con basse e alte in evidenza. A me le alte e altissime non interessano troppo perchè nella musica che ascolto non ci sono. Chi predilige la musica sintetica avrà altri orientamenti. E' bello poter giocare con queste cose proprio perchè si può andare a gusto. Quindi utilizzando REW si può avere una correzione con un certo numero di filtri parametri. i fitri parametrici sono caratterizzati da tre grandezze : la frequenza di intervento, l'entità del guadagno (che può essere negativa) e la forma dell'intervento, ovvero il Q del filtro. Esistono poi altri filtri che possono intervenire anzichè su una singola frequenza (i picchi o gli avallamenti che vediamo nella risposta più sopra), su una gamma di frequenza da quella in avanti oppure fino a quella data frequenza. in questo caso il Q se omesso, sottintende che il guadagno sia applicato sommando l'intervento per ogni ottava di frequenze (ovvero, partendo da una data frequenza di 1000 Hz, se il guadagno è di +3 dB, avremo un incremento di 3 decibel per ogni raddoppio di frequenza a partire da 1000 Hz). Le due immagini che vedete sono di esempio e si riferiscono ad un DSP elettronico della miniDSP. Ma noi qui utilizzeremo esclusivamente un DSP software. Quindi, tornando alle nostre Sennheiser HD700 e alla loro complicata risposta, applichiamo un target massimamente piatto : la linea quasi retta è il target. Quella verdolino è la risposta in frequenza misurata con EAR, quella in azzurrino è la risultante dell'applicazione dei filtri. Magico, no ? Attenzione che si tratta di una simulazione, non di una misurazione. Attendibile ma comunque teorica. Data dall'applicazione di questi filtri. che intervengono in queste 12 frequenze superiori a 245 Hz. Personalmente poi applicherei un guadagno di +3 dB da 120 HZ a 0 e un guadagno di -3 dB da 3000 Hz in su. Ma questo secondo i miei gusti. Bene, ma che fare adesso di questi filtri e come impiegarli ? JRiver Media Center Io uso JRiver ma immagino che altri player software (tipo Foobar) abbiano moduli di equalizzazione. JRiver ha l'equalizzatore parametrico inserito dentro al modulo DSP e questo contiene ogni tipo di filtro correttivo. Questo è un esempio, esattamente l'equalizzazione che ho applicato alle mie AKG K712 Pro per avere una risposta "Harman". Sono bastate 8 correzioni ma poi ho inserito (qui non evidenziato) anche un filtro sulle frequenze basse sotto ai 120 Hz con un guadagno di 3 dB. Ottenendo cuffie molto più piacevoli da ascoltare. Il bello di questo modulo è che si può inserire e disinserire in tempo reale mentre ascoltiamo la musica, potendo quindi avere un monitoraggio in tempo reale con le nostre orecchie di quello che succede alla risposta della cuffie. E' possibile apportare tante modifiche quante ne vogliamo e confrontarle tra loro. Le correzioni vengono apportate in dominio digitale ad alta frequenza (64 bit) senza alcun artefatto salvo un lievissimo lag che però è del tutto trasparente dal punto di vista sonoro e dipende dalla potenza del vostro computer. Con un processore veloce non noterete niente. E in ogni caso nessun degrado sonoro audibile. Si possono salvare più equalizzazioni e richiamarle a piacere, quando si cambiano cuffie. Ed è anche divertente giocarci Vediamo un altro esempio per chiudere. Le AKG K701 sono abbastanza lineari ma molto, troppo, "chiare". Secondo me la linearizzazione, abbastanza facile, non basta : e si deve proprio ridurre la risposta sopra ai 1000 Hz. Ma lascio alle vostre orecchie valutare il risultato. Lo ripeto, ogni modello e ogni esemplare di cuffie ha una storia a se e non necessariamente la ricetta andrà bene per tutte e, soprattutto, per tutte le orecchie. Ho voluto mantenere questa mia "trattazione" volutamente sul semplice per non spaventare nessuno ed invogliare altri a provarci. Per approfondimenti vi rimando al sito miniDSP (qui) e all'articolo su Wikipedia relativo all'equalizzazione e al loudness con le curve Fletcher-Munson Oltre, ovviamente, alla madre di tutte le curve di equalizzazione, il target Harman. Mi raccomando, linearizzare una risposta, non è necessariamente la cosa migliore da fare. Qui ho solo voluto mostrare un metodo. Fatemi sapere se avete osservazioni o domande da fare. L'argomento è vasto e non è una scienza esatta !
  6. Bene, parliamo di un argomento che va a braccetto con i tempi moderni ma che farà arricciare le narici e raddrizzare i peli ai puristi. Puristi di che ? Non so, vedete voi. Io sono passato da tempo al 100% al Computer Audiofilo e quindi sinceramente di certe argomentazioni tardo ottocentesche me ne infischio. In fondo credo siano battaglie di retroguardia e non voglio nemmeno perdere troppo tempo a rintuzzare i contrattacchi del nemico in fuga. Che continuino a pascersi nelle loro incertezze. Qui le cose sono molto più chiare. Dismesso l'elettrodomestico musicale (il lettore CD) da lustri e passato tutto in digitale puro con un software che fa da lettore dentro ad un bel computer, non vedo perchè legarsi le mani evitando di andare oltre. Avete presente la risposta dei vostri bellissimi diffusori in camera anecoica con cui vi siete convinti di fare l'acquisto ideale a suo tempo ? Tutte balle, valide solo in quell'ambiente. Ma nel vostro, bene che vi vada, tra riflessioni, risonanze, rimbalzi, vetri e finestre, le cose saranno di gran lunga differenti. E quindi il suono che sentirete e a cui vi abituerete sarà ben diverso da quello che il progettista ha immaginato e ... vi ha venduto. Non ci credete ? Dotatevi di un microfono USB da poche decine di euro (come il miniDSP UMIK-1 che uso io) e un programma di misurazione free come REW e lo vedrete in pochi minuti. Poi vi farete domande sciocche che non meritano grandi risposte. E' così e non ci si può fare molto. Tappeti, trappole per i bassi, sofà e controsoffitti non vi aiuteranno molto a rendere lineare, pulita e coerente la risposta dei vostri diffusori in ambiente. Tenete conto che sicuramente sarà diversa la risposta dei due diffusori tra loro. E che difficilmente vi riuscirà di sistemarla semplicemente spostando un diffusore avanti o indietro. questa è la risposta dei due canali dei miei nuovi DIP 2, due affari enormi di cui sto parlando su queste pagine. Li ho concepiti, progettati, costruiti e regolati io me medesimo da solo. Utilizzando la tecnologia che il 21° secolo ci mette a disposizione. Fa spavento, vero ? Eppure sarà facilmente simile anche quella dei vostri, purchè non abitiate in una camera anecoica o in un teatro greco. Che si può fare ? Si può ricorrere all'equalizzatore. Vi ricordate quei cosi in voga negli anni '70 e '80 del secolo scorso pieni di cursori ? Quelli belli si chiamavano parametrici e consentivano di fare correzioni oculate. Normalmente ad orecchio. E chi ha un orecchio tarato bene ? Per di più su un numero limitato di frequenze. Oggi ci sono strumenti digitali che ci consentono di intervenire manualmente sulle singole gamme di frequenza inserendo filtri precisi con un fattore di merito adeguato alla bisogna. Ma su una figura così tormentata vi immaginate quanto tempo ci vorrà ? E cosa fare, per esempio, sulla figura impulsiva, così ... smorta ? o sul ritardo delle varie gamme di frequenza. E sulla differenza tra i canali sul punto di ascolto ? Appunto, lavoro improbo, soggetto a ... soggettività, lungo e sempre troppo artigianale per una mente aperta ma che sul piano dell'audio bada al suono : bello, pulito, preciso, nitido. Come da progetto delle mie DIP21 (leggetevi gli altri articoli al riguardo ... quando saranno in linea, se vi va). E allora ? E allora si fa intervenire l'intelligenza artificiale, si chiamano gli specialisti e si lavora alla radice del problema. Una società svedese ha preso il nome di un grande fisico inglese, Paul Dirac, autore di una equazione che è diventata famosa come ... l'equazione dell'amore (parliamo di meccanica quantistica applicata ai fermioni) ed ha sviluppato un sistema di correzione automatico della risposta in ambiente che viene applicata all'ascolto domestico, agli studi di registrazione, agli auditorium e alle automobili. La trovate a questo indirizzo. Collabora con grandi case (BMW, Bentley, Rolls Royce, Theta, Nad, Oppo, Huawei ...) ma rende disponibile il suo sistema anche ai privati come noi. Il suo software - Dirac Live Room Correction - é disponibile in due versioni : quella normale stereo (cui farò riferimento in questo articolo) e quella più evoluta ad 8 canali per il theather (tematica che non mi sfrizzola moltissimo). Il sistema si compone di due parti, uno che si occupa delle misure, ed uno che si occupa di applicarle alla periferica audio utilizzata per la riproduzione della musica. Come funziona ? Sulle prime viene richiesto di individuare l'ambito e la periferica di uscita. Il campionamento disponibile va dal formato CD (44100 Hz) a 192.000 Hz, più che sufficienti per i normali usi (per frequenze più elevate sarà necessario sottocampionare). quindi il microfono, necessario per le misurazioni : si dovranno impostare i livelli opportuni perchè la misurazione sia compatibile con il sistema regolando i cursori in dotazione : io ho montato il mio microfono (acquistato online da Audiophonics di Bordeaux) su un normale treppiedi da studio fotografico, con lo spike a vite da 3/8''. L'ho regolato perchè l'altezza dosse pari a quella della mia testa (altezza orecchie) nella normale posizione di ascolto (poltroncina a rotelle da ufficio : siamo nel mio studio, non nella sala d'ascolto). A questo punto si passa nella fase di effettiva misurazione. E' possibile scegliere tra sedia, sofa e auditorium. A seconda dei casi saranno proposte più misurazioni in posizioni differenti. Ad ogni passaggio si farà una misurazione e poi si sposterà il microfono come proposto. Il sistema ad ogni misurazione emette un segnale a tutta banda (dalle frequenze più basse a quelle più alte) di circa 12 secondi, dopo di che elabora il segnale e lo accantona. Vi consiglio di tapparvi le orecchie perchè dopo un pò dà fastidio ! Il mio cane infatti mi ha lasciato infastidito al secondo fischio ad alta frequenza. nella parte bassa della finestra qui sopra vedere la figura della forma d'onda nei vari impulsi. Finite le misurazioni si potrà procedere e verrà visualizzato il responso finale. Qui c'è una rappresentazione mediata della risposta in ambiente dei due canali sovrapposti (modulati dalle diverse risposte intorno ai due diffusori, l'asimmetricità della stanza, la presenza a sinistra della finestra, a destra di un mobile davanti alla parete, io medesimo messo da qualche parte, etc. etc.). E' la figura in azzurrino sullo sfondo blu. Terribile, vero ? Un basso profondo a picco fino a sensibilità esagerate che poi precipita e recupera solo nel medio basso, per poi decrescere con una ondulazione impossibile da correggere a mano. Il medio è quasi esemplare ma la variabilità è comunque elevata. L'alto è a doppia campana con un avvallamento all'incrocio tra i midrange e il tweeter che da manuale non ci dovrebbe essere ma, peggio, una differenza tra i due canali che fa paura. In arancione viene proposta una risposta in frequenza ideale, detta di target, cui il sistema vorrebbe allineare i diffusori. é possibile modificarla a mano secondo le proprie necessità. Io sapendo che il grosso delle registrazioni di musica è pensato per chi possiede minidiffusori senza woofer o, peggio, cuffie e cuffiette con risposte sui bassi ridicole, ho modulato i bassi sotto ai 150 Hz un pò all'ingrosso, come era da propositi del mio progetto delle DIP21 : avere un basso possente su un medio articolato e pulito. A queto punto si dice al sistema di regolare l'ottimizzazione del sistema che viene normalizzato così : per quanto riguarda la risposta. Il punto flat del basso è a 24 Hz, ben al di sopra della media dei diffusori migliori al mondo. E l'impulso è questo, molto, molto realistico, considerando che stiamo parlando di 2 pannelli che sommano quasi 3 mq di superficie con 18 driver complessivi e che, soprattutto, emettono da entrambe le superfici. Salviamo il filtro e il progetto per poterlo utilizzare. Insomma, banalmente che cosa ha fatto il nostro Dirac ? Ha creato una serie di filtri (un elevato numero, anche migliaia) piccoli e ravvicinati, che vanno a manipolare la risposta dei due diffusori, allineando al contempo anche i due canali e la loro risposta nel tempo. Tenendo conto di tutti i parametri effettivamente misurati nel mio ambiente nelle mie condizioni di ascolto. Ok, bello. Ma come si utilizza questo filtro ? Dirac Audio Processor C'è un altro tool messo a disposizione da Dirac che si installa automaticamente all'avvio del computer e che va ad impossessarsi della periferica audio (in questo caso un DAC Audio-GD) per manipolarne in tempo reale la risposta in frequenza. Si presenta con questa finestrella qui. e si possono caricare fino a 4 filtri differenti, selezionando quale poi utilizzare. ho chiamato il mio semplicemente UNO, immaginando in queste settimane di messa a punto del mio sistema ne progetterò diversi e mi piacerà confrontarli tra loro. Il DAP può essere regolato in modo fine per ottenere aggiustamente ad orecchio in caso sentissimo la necessità di farlo (non è, per ora, il mio caso). in termini di risposta tra i due canali e di intervento del processore come sia, da questo momento la risposta in frequenza del sistema sarà quella imposta e non più quella effettiva. Ad una prima prova di ascolto ho riscontrato in modo netto ed evidente la differenza di qualità, pulizia e, soprattutto di sensazione di ricostruzione tridimensionale della scena sonora, praticamente con tutti i genere musicali, anche quelli - non ci avrei creduto - più beceramente "elettronici". Ne riparlerò quando descriverò nel complesso le DIP21 ma in questo articolo monografico mi premeva parlare del Dirac Live Room Correction, un must have secondo me, quanto lo sono oramai la riproduzione musicale digitale direttamente da computer, i DAC, i cross-over digitali e i collegamenti bilanciati tra le elettroniche. Il prezzo di acquisto è sensibile (389 euro cui aggiungere i 79 del microfono) ma secondo me ne vale la pena. Sicuramente ne guadagnerà il vostro sistema di ascolto molto più che cambiando .... tutti i componenti secondo quella malattia che a più riprese colpisce tutti gli audiofili. Ma su questo sito siamo musicofili e quindi cerchiamo la via migliore per ottenere il massimo da quello che abbiamo deciso di utilizzare. Alla prossima !
  7. Piotr e Johannes si sono incontrati a Lipsia intorno al 1888 in uno dei tanti giri del russo per l'Europa e pare che si siano trovati reciprocamente antipatici. Non ci deve sorprendere, tanto erano diversi ed opposti i due musicisti. Chi scrive è un discepolo osservante della musica contrappuntistica che discende dal barocco italiano attraverso Bach, Beethoven e Brahms, che vede con assoluto sospetto tutto ciò che è disorganizzato e liberamente irrazionale, come la quasi totalità della musica di Chaikovsky. Un soggetto così controverso da non sapersi mai come scrivere il nome e pure il cognome e che pare sia arrivato addirittura ad organizzare in melodramma la propria dipartita. Del resto questo sito si intitola alle Variazioni Goldberg e non c'è nulla da nascondere al riguardo. Insomma, di Chaikosky si parla come di Chopin. Sarebbe facilissimo stilare una lista di 10 dischi con la musica più passionale che ci sia e lasciare poi all'ascoltare fare una discernita. Ma sarebbe un compilato del tutto inutile. Le nostre guide invece vogliono essere una traccia per guidare chi si riconosca in certe logiche. Come per la guida sulla musica di Brahms, per l'appunto, che esclude completamente le celeberrime sinfonie e pone al centro invece musica che ai più è del tutto sconosciuta, qui si vuole fare una cosa ancora più ardita. Brahms si diceva in vita che detestasse Wagner. Ma non è vero, apprezzava sinceramente l'Opera di Wagner che ascoltava volentieri e conosceva bene. Detestava invece il mercimonio "a programma", i poemi sinfonici di Liszt. Anzi, tutta la persona e l'opera di Liszt. Chaikovsky non era il Liszt russo, per nulla ma il suo romanticismo nazionale non era poi così dissimile. Quindi come sceglierebbe 10 dischi di Chaikovsky il nostro Brahms ? Un giorno spero di poterglielo chiedere di persona se sarà di buon umore e se io sarò dell'umore giusto per chiederglielo. Oggi lo sono e quindi provo ad immaginarmi il mio Johannes che fa una selezione ragionata di ciò che va conosciuto ed apprezzato in Piotre - del resto anche qualche cosa di Liszt la si può ben salvare ! - e cosa invece non meriterebbe l'attenzione che gli viene tributata. Piotr Iliic Chaikovsky ha lasciato un catalogo con 80 opere scritte tra il 1867 e il 1893. Il corpus più importante della sua musica probabilmente pesa per lo più su quelle orchestrali. Ci sono le 6 sinfonie, i 4 concerti e pezzi concertanti, le suite orchestrali e le serenate, le musiche di scena. Ma non meno importanti sono le opere liriche, per tacere dei balletti. Sono invece da considerare per lo più composizioni minori quelle per pianoforte e la musica vocale. E anche la musica da camera non era dove il russo si esprimeva al massimo. Il massimo della sua notorietà viene certamente dai balletti e dalle opere. Dai i due più famosi concerti. E dalle ultime sinfonie. Ma forse c'è dell'altro ... 1) Sinfonie 4, 5 e 6 Pur essendo tre coacervi di "marce slave" le 3 ultime sinfonie sotto la guida del Grandissimo Mravinsky avrebbero finito per convincere anche il vecchio Brahms. Ci vuole disciplina per impedire a tutti quei sentimenti concentrati a pressione di fuoriuscire per la sala ed impregnare tutto quanto. Qui la simbiosi tra Direttore e orchestra é talmente totale che Lui poteva dirigere semplicemente con gli occhi, senza un gesto, nemmeno con il sopracciglio. La Quinta soprattutto è sensazionale. E perfino la torbida quarta risulta interessante. Per digerire la Sesta Johannes avrebbe fatto ricorso alla più amara cioccolata con panna offerta dalle pasticcerie di fronte al Prater .... 2) concerto per pianoforte e orchestra n.1 Sensazionalismo a parte, Gilels qui era una forza della natura e Reiner ha spinto la Chicago oltre i limiti della partitura. Il materiale tematico di questo concerto è essenziale, lo svolgimento volgare, i raddoppi esagerati. Ma è uno dei pochi concerti per pianoforte che si possono avvicinare al 2° di Brahms. 3) concerto per violino e orchestra Vecchia scuola qui, con la Boston nelle mani del leggendario Leinsdorf di scuola che più viennese non si può. Mentre Perlman al suo massimo alleggerisce i tratti esageratamente glicemici di certe parti del concerto per violino di Chaikovsky che Brahms di questi tempi, avrebbe scoperto con sorpresa, rivaleggia con il suo per notorietà e numero di esecuzioni. 4) Evgenij Onegin Onegin non è la Dama di Picche. Non lo è nel testo originale di Puskin e non lo è nella musica. Ci sono arie di grande lirismo mentre mancano almeno in parte i cori giovanili a tempo di marcia militare della Dama. E' la sintesi dell'operismo colto dei russi e, per lo meno, non richiede cuscini imbottiti come il Godunov o dosi massicce di antidepressivi come la Lady Macbeth. Scegliamo in questo caso un grande russo come Fedoseyev alla testa di una compagine tutta moscovita. Johannes si beveva l'Anello tutto di seguito, l'Onegin e la sua narrazione continua, senza recitativi e senza intervalli è un antipastino. Si sarebbe innamorato di Olga ? Chissà. 5) Romeo e Giulietta Brahms sarebbe uscito di senno ascoltando Manfred o Francesca da Rimini, mentre Romeo e Giulietta ha il dono, almeno, della sintesi. Il materiale tematico ha una parvenza di sviluppo e la storia si capisce tutta. E mancano del tutto i tratti ridicoli dei passi dei balletti. Per fortuna. Qui una versione sensazionale con cui Seji Ozawa - interprete magnifico del balletto di Prokofiev - lega la tragedia di Shakespeare nei colori di Berlioz, Chaikovsky e Prokofiev. 6) Il Lago dei Cigni, rigorosamente in riduzione da suite da concerto Il Lago dei Cigni è una storia commovente ma assistere al balletto e vedere paperette e tacchini che zampettano con forza sul palco richiede disciplina che il nostro Johannes non ha mai posseduto se non nell'applicare i principi del contrappunto a tutto ciò che si può scrivere in musica. Una suite, con un raddoppio di arpe, dopo una cena impegnativa. Perchè no ? Previn la vede come se fosse musica da film e toglie un pò della patina luccicante dei più classici direttori russi, troppo legati al balletto dell'800. e temo che il vecchio Brahms si fermerebbe qui, tranne che per un gesto di indulgenza finale non volesse aggiungere il trio Op. 50, un mezzo sorriso bonario, strizzando l'occhio opposto e mettendosi entrambe le mani sulla pancia con i pollici nelle bretelle ... Ovviamente questo articolo vuole solo suscitare qualche momento di ilarità ai lettori. Chaikovsky ha scritto grande musica, a tratti. Se avesse studiato a Vienna o a Berlino, probabilmente ne sarebbe uscito qualche cosa di più buono
  8. La dedica originale ("scritta per il sovvenire di un grand'uomo") della Sinfonia n. 3 "L'eroica" è lo spunto per questa piccola Guida all'ascolto. Naturalmente Beethoven bisognerebbe conoscerlo a fondo tutto ma la sua musica ha avuto uno stile in continua evoluzione, tanto che la si può separare in più fasi. Quella ... di mezzo, la più immediata all'ascolto ma anche quella che più coinvolge. Non ci sono ancora le sonorità aspre degli ultimi quartetti, della grande fuga, e nemmeno le forme arcaiche di contrappunto intricato delle ultime sonate. Della nona sinfonia, solo il tema ma non lo spirito allucutorio. E' il Beethoven della Quinta e della Terza Sinfonia. Della sonata a Kreutzer, del concerto per violino. E' il Beethoven praticamente coetaneo dell'astro europeo, quel Napoleone che da Primo Console diventa Imperatore e poi padrone d'Europa, scorrazzando con le sue armate dalla Baviera alla Polonia, passando per l'Italia e Vienna. Questo periodo "Eroico" coincide per i due titani. E' vero, anche Napoleone raggiunge la piena maturità "strategica" negli anni che vanno dal 1800 al 1809 (da Marengo a Wagram, dove si cominciano a vedere i primi segni di appesantimento del suo "metodo"). Il Napoleone che libera le genti europee per poi dominarle come Imperatore, arrivando ad essere da liberatore atteso, allo straniero che bombarda Vienna per costringerla alla resa (con Beethoven rintanato in cantina) per poi sposare la figlia dell'Imperatore Asburgico (cui prima aveva fatto decadere la corona del Sacro Romano Impero). Del Beethoven il cui ultimo concerto per pianoforte che qui chiude idealmente la lista del periodo "Eroico" viene poi attribuito l'epiteto de "L'imperatore", pur senza un reale riferimento ... all'Imperatore E' il Beethoven degli Eroi, Coriolano e Prometeo tra tutti. Ma anche Leonora, eroina ideale come molte delle dedicatarie della musica del Maestro. Naturalmente come da nostra abitudine, qui si è fatta una selezione, con le opere più rappresentative, senza voler escludere necessariamente le altre se non per il numero. Non abbiamo nulla contro la 4a e la 6a sinfonia, ne con i quartetti e le altre sonate del periodo. Mentre è esclusa sia per il periodo di composizione che per il significato, quella Wellington Sieg che celebra la sconfitta delle armate francesi ad opera del Duca inglese ma che ancora deve incontrare quello che è divenuto "l'orco corso". Più avanti Beethoven diventerà più cupo come la sua musica, più introverso, più socialmente disturbato. Morirà qualche anno dopo, rispetto all'Imperatore componendo i suoi più grandi capolavori che però, tolta la 9a sinfonia, al pari delle più brillanti manovre napoleoniche della fine della carriera, non sono mai le opere più celebrate del maestro ma più rivolte ad un uditorio erudito e preparato. Ma stiamo andando oltre, ecco qua, il catalogo è questo ! Concerto per pianoforte n. 3 in do minore Op. 37 - 1800/1802 Sonata per violino e pianoforte n. 9 in la maggiore "Kreutzer" Op. 47 - 1802/1803 Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore "Eroica" Op. 55 - 1803 Sonata per pianoforte n. 21 in do maggiore "Waldstein" Op. 53 - 1803/1804 Sonata per pianoforte n. 23 in fa minore "Appassionata" Op. 57 - 1804 Concerto per pianoforte n. 4 in sol maggiore Op. 58 - 1805/1806 Concerto per violino in re maggiore Op. 61 - 1806 Trentadue variazioni per pianoforte su un tema originale in do minore WoO 80 - 1806 Ouverture "Coriolano" in do minore Op. 62 - 1807 Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67 - 1807-1808 Fantasia corale "Schmeichelnd hold" Op. 80 - 1808 Concerto per pianoforte n. 5 in mi bemolle maggiore "Imperatore" Op. 73 - 1809 Ho inserito un paio di scelte per alcune delle composizioni ma in generale ho voluto premiare interpretazioni classiche, degli anni d'oro della stereofonia, con solo una manciate di edizioni moderne, digitali o ad alta risoluzione. Ovviamente è una scelta personale, ognuno si farà la sua compilation ideale. Iniziando questo anno Beethoveniano che anche noi cercheremo di celebrare degnamente, mi premeva principalmente tagliare esattamente in termini di repertorio e di epoca storica questo Beethoven Eroico, il mio preferito in assoluto (senza disdegnare assolutamente tutto il resto di cui avremo ampiamente tempo di dibattere di qui a dicembre). Ma se qui c'è qualcuno in ascolto o in visione che vuole aggiungere la sua gradita opinione, ci leveremo il cappello
  9. Alfred BLumen con Richard Strauss in persona alla testa della Philarmonia Orchestra a Londra nel 1947
  10. Il Burleske (la Burlesca nella nostra lingua) di Richard Strauss è un NON concerto per piaforte e orchestra. Nato come Scherzo per pianoforte e orchestra in Re minore nel 1885, fu considerato subito ineseguibile e messo da parte dall'autore stesso che all'epoca, ventunenne, guidava l'orchestra di Meiningen. Nel 1889 lo poté vedere Eugene d'Albert che propose alcune modifiche alla parte pianistica. In questa occasione ricevette il titolo di Burleske (farsa o beffa), dedicato allo stesso d'Albert che lo eseguì in prima assoluta nel 1890 ad Eisenach, città natale di Bach. Von Bulow non lo capiva ne parlava in questi termini con Johannes Brahms ("il Burleske di Strauss ha decisamente del genio ma per certi versi è terrificante") dopo averlo diretto a Berlino, sempre con d'Albert come solista nel 1891. Il giudizio di Bulow ha pesato sulla considerazione di Strauss stesso sulla composizione, tanto da ritardarne la pubblicazione che avvenne nel 1894 ma senza numero d'opera. Ma nel tempo diventò una delle sue composizioni preferite, tanto da includerla nel suo concerto finale di Londra nel 1947. La beffa o farsa e appunto, probabilmente il motivo dell'incomprensione del tradizionalista Bulow, è l'essere un concerto per pianoforte e orchestra non dichiarato, in un solo movimento ma internamente in quattro tempi. I - allegro vivace II - Tranquillo III - A tempo. Sostenuto. IV - Un poco animato. Quasi cadenza mai effettivamente dichiarati. La formazione orchestra prevede, oltre al pianoforte e agli archi, il piccolo, due flauti, due oboi, due clarinetti in Sib, due fagotti, quattro corni, due trombe e timpani. il frontespizio della partitura a stampa, con la dedica a Eugene d'Albert (1894) Richard Strauss e Alfred Blumen al concerto di Londra del 1947, pubblicato in CD nella serie Testament Dunque, cos'è il Burleske di Richard Strauss ? E' un concerto per pianoforte e orchestra che si sviluppa come una parodia del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Johannes Brahms. Un omaggio scherzoso, ovviamente, per questo definito scherzo e poi burleske. Il parallelo con il concerto di Brahms c'è tutto, sia nella tessitura che nel calore complessivo. Ma anche nel rapporto tra il pianoforte e gli altri strumenti che diventano di volta in volta solisti, come i timpani che aprono e chiudono la composizione. Il materiale tematico, la cadenza, il virtuosismo estremo ma anche l'atmosfera calma e olimpica sono genuinamente brahmsiani. La prova sta nel pudding, ovviamente, lo stesso Strauss, poi in vecchiaia critico verso Brahms, nella sua giovinezza ne era invece un grandissimo estimatore che lui esprimeva come Brahmsschwarmerei tanto da assistere alle prove del concerto della quarta sinfonia del grande amburghese. Ci stà tutto, ovviamente ma è e resta una composizione molto originale, brillantissima, ricchissima di materiale tematico e se anche lo sviluppo non è quello tipico del concerto per pianoforte romantico ha dato l'ispirazione a tutte le generazioni di successivi compositori che si sono misurati con il genere. Da Prokofiev fino a Britten. E' anche la musica del primo Strauss, iper-vigorosa, eroica, apollinea, non ancora pregna di tutta quella sovrastruttura allegorica dei poemi sinfonici e delle opere liriche. Il lirismo del Burleske va diritto al cuore e lo fa con toni riconciliatori, sebbene quella che il pianoforte intraprendere sia una battaglia totale con il resto dell'orchestra che schiera i timpani in prima battuta e poi tutti gli strumenti timbrici sostenuti dagli archi per dargli alla tastiera. Vince l'orchestra ma fino all'ultimo il pianista combatte in condizioni di parità suprema, lui da solo sovrastato da quattro corni e due trombe, oltre ai timpani, appunto e i bassi che segnano il destino. La sintesi, impossibile per loro due, tra il Brahms del secondo concerto e il Wagner della Walkiria ? Ecco, leggiamolo così. Composizione estremamente virtuosistica che non è stabilmente in repertorio oggi ma che lo è stata dei principali pianisti del nostro tempo che ne hanno dato letture, qualche volta controverse la cui misura viene immediatamente dalla durata complessiva del pezzo. Si va dai 18:30 della visione dell'ultimo Strauss (e forse nell'edizione del 1891 poteva essere anche più veloce ?) che abbiamo la fortuna di avere su disco. Ai quasi 26 minuti (!) dell'ultimo Trifonov che crede di suonare il suo Rachmaninov, passando per Glenn Gould che già mi sembrava bradipico 30 anni fa quando l'ho ascoltato la prima volta con i suoi 23:50 ai mediani 20 minuti delle tante edizioni disponibili. Nella mia collezione ne ho alcuni che vorrei commentare in chiusura di questo articolo nella speranza di aver incuriositi se non conoscevate bene questa grande composizione. Friedrich Gulda edizione SWR edito di recente Radio-Sinfonieorchester Stuttgart, diretta da Hans Muller-Kray Live del 10 gennaio 1962 durata 19:33 Friedrich Gulda, Orfeo Wiener Philarmoniker diretti da Karl Bohm 25 agosto 1957, Live dal Festival di Salisburgo durata 19:32 *** C'è poca storia, difficilissimo se non impossibile eguagliare Gulda in queste interpretazioni. L'edizione del 1962 che preferisco è un continuo fuoco d'artificio che è, credo il modo giusto di vedere una burla che si risolve nel mostrare il proprio virtuosismo sia compositivo che tecnico. Strauss qui voleva crearsi una fama duratura nonostante Brahms e d'Albert e non è un caso che sia l'ultima cosa che ha diretto in vita. Retorica l'edizione con Bohm ma solista libero di andare sopra le righe e scapicollarsi tra le ottave. La registrazione (o il riversamento) dell'edizione SWR è nettamente meglio e più si addice a valorizzare l'assoluta performance di Gulda che, io credo, è valsa il prezzo del biglietto, anche se la davano per radio ... esiste anche una edizione più anonima, con la London Symphony diretta da Anthony Collins nel 1967 che risolve il tutto in un tempo record di 18 minuti. Semplicemente incredibile se pensiamo alle letture successive. Eppure Gulda non si distoglie da una visione che va oltre la performance atletica, i temi romantici sono ben svolti e l'atmosfera complessiva mantenuta perfettamente. Insomma, non è una lettura "tirata via". Io faccio fatica a trovare di meglio di Gulda per il Burleske. Forse solo Strauss trentenne ! in un certo senso allieva di Gulda (praticamente fu l'unica allieva di Gulda), Martha Argerich credo sia l'unica che si avvicina a questa lettura. Nel concerto di capod'anno del 1992 sotto la guida di Abbado in una tutt'altro che grandiosa registrazione Sony con i Berliner, a Berlino, la strepitosa Martha ripercorre le orme di Gulda alla sua maniera. Risolve l'intero lavoro in 18:44 ma anche qui i momenti lirici sono rispettatti solo che il tratto resta forte, impetuoso, senza un attimo di tregua. C'è la maggiore dolcezza che quando vuole (è raro, lo ammetto) anche Martha sa mettere nel suo tocco. Mi piace immensamente questa lettura, tanto che ho comprato due volte questo disco, perchè il primo l'avevo perso. Risale alle gioventù l'interpretazione di Helene Grimaud del Burleske di Strauss. Con una delle orchestre minori di Berlino, originariamente per Erato, alla direzione David Zinman. A tratti un pò didascalica, molto acerba, lontana dalla semplicità di tocco proverbiali, uniche di Gulda e della Argerich ma ricca di ardore giovanile e intrisa di romanticismo genuino. L'unica edizione che mi ricordo divisa nei quattro tempi. Dura nel complesso addirittura 21:50 e si capisce quanto sia ... femminile nella lettura. Dolce eppure ardita, con un fraseggio che permette persino all'orchestra di non apparire solamente un indispensabile oggetto dello sfondo. E' un peccato che non sia stata ripresa nell'ultima fase "sperimentale" della pianista francese. Io spero sempre che si riprenda. Byron Janis era la superstar degli States e sebbene subisse la ferrea presenza di Fritz Reiner in questa edizione appare in forma. Sono 20 minuti netti di performance molto maschia dove comunque la Chicago Symphony spesso prende il sopravvento. Il pianismo di Janis è comunque molto brillante anche se un pò di maniera con accenni di virtuosismo un pò istrionico che cerca di farsi spazio in un parterre un pò troppo veemente. Posso capirlo, non doveva essere facile essere Byron Janis quando c'erano sulla scena Horowitz e Rubinstein. Bisognava dimostrare di essere diversi. E qui Byron ce la mette tutta e ci riesce anche. Ma siamo lontani dai fuochi artificiali di cui sono capaci solo Gulda e la Argerich qui le pause servono a creare effetto ma ... fanno meno effetto dell'apparente inesauribilità del tocco dei due antagonisti. Pensando al Daniel Baremboim odierno che fatica a chiudere il colletto della camicia si fa fatica a pensare quanto sia stato brillante in gioventà anche prima di sposare la Dupré. Qui sembra che il suo grande amico Zubin Metha lo spinga e i Berliner producono un suono suadente ma preciso su cui il bravo Daniel ricama da par suo. Il disco se non vado errato è del 1987 e la durata complessiva è di 19:35 ma non si direbbe tanto è spedito nel suo incedere. Generalmente trascuro sempre Claudio Arrau nelle mie considerazioni, il bello di usare Qobuz come database principale me lo offre sempre disponibile ed eccolo qua. Molto lontano dagli ultimi anni di carriera - sono registrazioni degli anni '40 - qui è più vivace del solito. La registrazione originale viene da un nastro RCA VIctor del 1946 a Chicago e purtroppo è pessima in qualità e dinamica. Il pianoforte è in secondo piano e si sentono più che altro le frequenze medie. Questa è la storica registrazione dell'ultimo concerto di Richard Struass stesso a Londra nel 1947. Scelse nel programma il Burleske che tanto amava e scelse anche un pianista decisamente di secondo piano per assecondarlo. Il risultato probabilmente rispecchia la visione dell'autore, come è ovvio che sia, nei tempi e negli spazi (18 :30 di durata) ma con tutta la benevolenza del mondo, la registrazione viene da un nastro consumato e rumoroso con dinamica zero e il pianista sembra paperino alle prese con il pianoforte di Zio Paperone. Leggiamo comunque come Strauss avrebbe voluto dirigere ... Friedrich Gulda se lo avesse avuto sotto mano e non avesse temuto che prendesse il sopravvento. Lo prendiamo come riferimento. Recentissimo, uscito solo lo scorso autunno, questo bel disco tutto dedicato a Strauss da Chandos. Contiene tra le altre cose il Burleske per una lettura molto energica di Michael Mchale (chi era costui ?) con la BBC Symphony Orchestra diretta da Michael Collins. L'esecuzione è pienamente romantica, rotonda, sontuosa nei suoi 20:19, a tratti si vorrebbe il pianoforte un pò più in evidenza ma tant'è. Comunque tutto il disco è molto interessante e ve lo segnalo (anche per il concerto per violino con la solita splendida Tasmin Little). Chiudo con la delusione assoluta. Nel disco dedicato a Strauss da Mariss Jansons compare in chiusura Trifonov nel Burleske. La sua interpretazione richiama il Gould più pedante e nonostante tutti i suoi proverbiali sudori ... in ben 25:55 di rallentamenti nonostante l'energico intervento della Bayerischen con Jansons più in forma che mai (ascoltare lo Zarathustra se non ci credete), non infiamma, anzi. Peccato perchè è un'occasione sprecata. Ma Trifonov è un genio, probabilmente avrà ragione lui se impiega 8 minuti pieni più di Strauss stagionato. Nei commenti inserisco altre interpretazioni che non si trovano in disco. Estremamente interessante, ancorchè parziale, quella di Richter che ce lo mostra istrionico come non mi era mai capitato di vederlo. Uno spettacolo. C'è poi l'Argerich di cui abbiamo parlato, Emanuel Ax, il solito Matsuev con il suo ciuffo scolpito e infine il solito Gould versione rallenty. Spero di non avervi annoiato troppo, lo so che solo io ho il pallino di questo concertino fine secolo, che ci volete fare !
  11. Molto lento (19:30) ma "sublime" duo Tal & Groethuysen gennaio 2020 (disponibile in disco Sony del 2013 in un programma tutto Schubert).
  12. Aggiungo due interpretazioni recenti che secondo me vanno molto nel solco intimista-rassegnato iniziato nella mia rassegna dalla lettura Perahia+Lupu. Julia Fischer (al piano) e Martin Helmchen potrebbero essere i protagonisti di una storia d'amore osteggiata dai genitori (di lei, naturalmente !). visionaria ma non convincente (secondo me) la più recente edizione Erato con David Fray accompagnato dal maestro Jacques Rouvier. Troppo compassata e tragica per me. In questa composizione l'emozione si deve mediare con la lotta strenua nonostante ogni avversità e anche se destinata al fallimento. Emil Gilels fa così, trascinandosi la figlia oltre ogni ostacolo in un atto d'amore continuo per tutta la partitura. Ma onore e gloria a Franz Schubert che in queste pagine raggiunge secondo me vette magnifiche. E' una delle occasioni più brillanti di pianismo doppio, per scrittura e significato complessivo. Il vero romanticismo che, sono sicuro, avrà emozionato le sorelle Bronte.
  13. La Fantasia in fa minore per pianoforte a 4 mani, pubblicata come op. 103 da Diabelli dopo la morte di Schubert, fu scritta tra i mesi di gennaio e aprile del 1828 e dedicata alla contessa Carolina Esterhàzy, come risulta da una lettera del compositore datata il 21 febbraio 1828 e inviata all'editore Schott. Simile alla Wanderer-Phantasie, questo lavoro si articola in quattro movimenti in una libera forma di sonata. L'Allegro molto moderato inizia in tono minore, secondo l'uso ungherese, ma ben presto si arricchisce di modulazioni che slanciano il discorso melodico. Il Largo in fa diesis minore è una specie di omaggio all'arte italiana, in quanto si sa che proprio in quell'anno il musicista aveva avuto occasione di ascoltare Paganini e dopo l'Adagio del Secondo Concerto op. 7 del violinista aveva detto di aver udito cantare un angelo. Lo Scherzo brillante e il Finale rivelano uno Schubert contrappuntistico quanto mai insolito tanto che il compositore per arrivare a controllare più coscientemente questa scoperta pensò negli ultimi mesi della sua vita di prendere qualche lezione (c'è chi sostiene però che si trattò di una sola) dal teorico e didatta austriaco Simon Sechter (1788-1867), che fu tra l'altro maestro di Bruckner e di numerosi artisti importanti della Vienna musicale del suo tempo. La Fantasia in fa minore per pianoforte a quattro mani di Franz Schubert è stata composta ad inizio 1828 e pubblicata postuma come Op. 103 da Diabelli (Quel Diabelli !). Solo formalmente una "fantasia" forse per evitare critiche dai colleghi più formali, é simile come struttura alla Fantasia Wanderer e si articola in quattro movimenti di sonata. La dedica è alla Contessa Carolina Esterhàzy e questo forse giustifica l'incipit alla maniera ungherese ma non sapremo mai se la dedicaria ne sia stata informata, dato che c'è traccia solo in una lettera del 21 febbraio di Schubert all'editore Schott. Si dice ci siano anche influenze italiane - nel largo - indotte forse dall'ascolto recente del Secondo Concerto di Paganini a Vienna. Nel finale c'è anche l'insolito - per Schubert che non aveva una formazione rigorosa - accenno contrappuntistico. Si tratta comunque della sublimazione dello stile di Schubert, le ampie e continue ripetizioni, i ritornelli, i cambi di melodia repentini, si fanno perdonare dal ritmo sempre incalzante e da un accenno di melodramma. Una composizione che si presta maledettamente bene alla trascrizione sinfonica. Ricamando sul materiale melodico molto drammatico e romantico nel senso più letterario del termine si sono ricamate .... fantasie sulla fantasia. C'è chi parla di amore impossibile per questa contessina, ex-allieva, conosciuta in una vacanza del 1824. Certamente il materiale emotivo è estremamente ricco e porto su un piatto di portata. Ma come tutte le composizione di Schubert necessita di mani sapienti, capaci di distillare il succo puro dell'invenzione musicale dal mare di consuetudine a volte un pò triviale in cui il compositore era solito annegare le sue intuizioni anche le più brillanti, per dovere di allungare il brodo. Ma resta assolutamente inequivocabile già nella scelta formale - pianoforte a quattro mani - il dialogo tra due parti, una in basso e una in alto. Non c'è dubbio alcuno. Poi voi datele il senso che vi pare. E se proprio vi piace, ascoltate cantare Carolina all'alto e Franz al controcanto in basso. La soluzione è un fa minore molto intimo, con i quattro movimenti collegati che consentono una distribuzione delle tonalità - fa minore il primo e l'ultimo, con il finale che è il doppio del primo movimento - i due movimenti centrali invece sono in fa diesis minore, ci fosse stato bisogno ancora di aumentare il pathos della scena. Colori e tonalità stanno perfettamente vicini al Winterreise sebbene la composizione sia stata terminata a primavera. Ma siamo negli ultimi mesi della vita di Schubert e quindi tutto ci stà. L'intera stesura è anche intrisa di inquietudine ed instabilità, anche solo a mantenere il tema per la coda. Il tema principale del primo movimento che compare dopo una breve preparazione del basso. lascia improvvisamente spazio ad un "duetto d'amore" come lo definirebbero i frequentatori dei salotti dei coevi romanzi di Jane Austen. Il secondo motivo è se vogliamo ancora più irrequieto e il basso e tutt'altro che comprimario della melodia. Primo e secondo tema vengono rielaborati più volte su luci diversi. Schubert qui manifesta appieno le sue doti pittoriche. Segue il largo, come si diceva in fa diesis minore ma non aspettatevi un preavviso. Anzi, se volete trovare le tracce separate nei dischi che segnalo, andate direttamente nella versione secondo Sviatoslav e Benjamin perchè le altre non lasciano respiro tra un movimento e l'altro. Alla faccia del largo abbiamo una serie di accordi percussivi e di trilli infiniti che aprono un dialogo tra l'alto e il basso che lascia in sospeso. Ripresa quasi sottovoce con un accenno da opera all'italiana che porta al successivo allegro. Questo non consente affatto di prendere fiato perchè è vitale e brillante, con tratti popolari, anche qui con riprese continue di ritornelli e con accompagnamento martellante, pieno, forte. Le voci non cessano di accavallarsi. E provatevi a seguirle separatamente se ci riuscite. Qui Franz mi perde un pò perchè i cinguettii durano per circa un terzo dell'intera composizione e alla terza ripetizione io sinceramente cercherei il telecomando per cambiare canale. Ma per fortuna che arriviamo magicamente alla ripresa, con una modulazione che ci riporta al tempo Primo e alla tonalità iniziale. E' un nuovo inizio che prelude ad un epilogo non troppo allegro. C'è un palpito tutto operistico. Questo è un lieder doppio, modulato dal tremolo, quasi, l'agitazione lascia posto all'inquietudine con sprazzi di speranza. L'appoggio del basso è meno esasperato, quasi rassegnato nel seguire la voce principale. Un fugato, una cosa più che rara per Schubert che forse vi ricorreva solo quando il padrone di casa chiedeva la pigione ma credo che Ludwig ne sarebbe stato felice se l'avesse potuto leggere, se non proprio ascoltare. I trilli della voce di destra elevano strilli reali, il basso diventa più concitato, aumentano pathos e agitazione. SIlenzio. Ripresa magica del tema iniziale, sottovoce, senza accelerare, forzando l'ultima frase in una conclusione a rintocchi che tutto lasciano significare (scrivete voi il finale). Applausi meritati per un chiusura di carriera che desidererei anche io. Allegro molto moderato (fa minore) Largo (fa diesis minore) Allegro vivace (fa diesis minore) Con delicatezza (re maggiore) *** La discografia di questa composizione non è straripante, perchè non ci sono tantissimi duo in attività e perchè l'intesa tra i due deve essere assoluta con la necessità di lunghe sessioni di prove, cosa sempre meno possibile. Nella disponibilità di edizione ne ho scelte cinque le più diverse che però, quasi tutte, identificano un legame quasi amoroso tra il duo. Abbiamo marito e moglie, padre e figlia, allievo e maestra, e due coppie di sodali di provata amicizia. Vediamole insieme. *** Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Avanticlassic 2010 Durata 16:30 *** Questo disco contiene solamente la Fantasia. Ed è sufficiente. Si tratta forse della interpretazione più intensa disponibile in disco. A tratti largamente commovente, forse un filo sopra le righe, mai, nemmeno in un istante, banale. Intensità emotiva ed affiatamento dell'allievo insieme alla maestra. Io rispondo con i brividi alla base della nuca. Non mi importa se sembra che Zia Martha avesse fretta di andare dal parrucchiere (una cosa che credo faccia solo ad ogni anno bisestile). Vince a mio parere per visione, per tensione, per tono, per la drammatica narrazione. Martha dà il ritmo e Sergio ricama sopra. Bellissima. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Sviatoslav Richeter e Benjamin Britten Decca Durata 17:47 *** Festival di Aldenburgh, ma quanto saranno stati fortunati quelli che al tempo hanno potuto assistere ai duetti tra Benjamin Britten e i suoi amici, Sviatoslav Richter, Slava Rostropovich e Peter Pears ? Qui abbiamo un disco straordinario, ripreso dal vivo che mostra un'intesa virile di rara chiarezza. Le due voci sono perfettamente fuse in un'unica intensa frazione di un momento. L'unico momento di perdita di tensione è nell'allegro dello scherzo del terzo movimento. Ma qui Schubert ha seminato la partitura di trappole cui nessuno - o quasi - può opporsi. Il resto è tutto urla e forza di chi vuole fermamente opporsi al destino proclamando il suo diritto, almeno, all'autodeterminazione. I momenti di struggimento ci sono tutti ma sono attenuati da una inesorabile volontà di giungere all'epilogo. Intendiamoci, non è una versione da record di velocità, l'incedere è marziale, virile appunto. Ciò che c'è da dire viene detto, sempre e con veemente potenza. Ma si sente che manca una donna. Il risultato, appunto sorvolando sul terzo movimento, lascia senza fiato. A tratti violento, collerico, potente. Beethoveniano. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Radu Lupu e Murray Perahia Decca Durata 19:19 *** Silenzio, delicata presenza. Qui lo spasimante sembra già certo dell'esito della vicenda e la sua è più una supplica rispettosa. Quasi a giustificare la differenza di ceto e di casta (sto celiando, ovviamente). Ma la rassegnazione è più forte dello struggimento e le due voci non si sovrastano, dialoga su toni omogenei. Il senso complessivo è drammatico, teso, nonostante la durata sia quasi biblica rispetto a quella dettata dalla Argerich. Non mi piace, lo devo ammettere, ma ha fatto scuola (vedi recenti edizioni Fischer+Helmchen e Fray+Rouvier) Un modo alternativo, rassegnato, romanticamente più "tedesco" che non mi si addice per indole nemmeno in una frase. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Robert e Gaby Casadesus Columbia Durata 16:54 Una coppia formidabile i due coniugi Casedus che mostrano un'intesa assolutamente ferrea. Probabilmente il ruolo guida resta Robert perchè la visione è certamente maschile, molto veemente, veloce. O alla veloce, se vogliamo. Lo si capisce sin dal primo accordo della sonata per due pianoforti K448 con cui incomincia il disco. Sia come sia, importa poco capire le dinamiche di coppia in questo contesto visto che valutiamo il risultato. Che è sensazionale, quanto se non meglio di quello dell'eccezionale coppia Britten+Richter, e scusate se è poco. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Emil ed Elena Gilels Deutsche Grammophon Durata 19:19 Questa coppia forse è la più debole tecnicamente. Adatta al concerto KV365 di Mozart ma Elena, pur bravissima, poco può contro il padre Emil. Che impone alla fine un tempo lagnoso di una lunghezza sproposita. Beninteso, non necessariamente la velocità è da considerare una debolezza ma se sommiamo la tendenza alla ripetizione pertinace di Schubert con un andamento lento come questo il risultato non può che essere un pò sonnecchioso. E' la meno interessante, per la mia opinione delle interpretazioni che ho scelto. Ma si riscatta su quella altrettanto compassata dei due Perahia+Lupu per gli scatti veeementi di Emil quando può prendere il volo. C'è tutta la sua forza e la sua voglia di vincere ad ogni costo con la sola forza delle sue dita. Solo che qui vince il suo amore paterno, non me ne voglia la graziosa Elena. C'è tutto Emil in ogni nota. Finale travolgente che da solo vale, ogni nota, di tutta l'interpretazione.
  14. Gli ultimi pezzi per pianoforte di Brahms non sono le ultime composizioni di un uomo rassegnato, stanco e solo come qualche volta si vorrebbe credere. Anzi, non sono nemmeno gli ultimi pezzi di Brahms che dopo aver pubblicato le raccolte dei numeri di opera 116-119 - in larga parte opere delle decadi precedenti - si rimetterà a comporre, per clarinetto, per basso, per organo. Il laico Brahms concluderà la sua opera con testi della Bibbia e in forma corale all'organo. Mi perdonerà Rattalino, ma non credo affatto che queste raccolte siano "il testamento di chi ripercorre il passato guardando avanti con impassibile disperazione", perché allora non so cosa dovremmo pensare delle opere corali composte o impostate sin dall'età dei 25-30 anni. Del resto basta ascoltarli per ritrovare semplicemente tutto Brahms. C'è la solita melanconia, c'è la solita rutilante forza "dell'aquila del Nord". C'è la tenerezza della madre che canta per coccolare il suo bambino. C'è la volontà di fare doni alla sua amica di una vita, come è vero che Clara Schumann scriverà nel suo diario dopo aver ricevuto i pezzi dell'Op. 116-117 «Grazie a questi brani ho sentito ancora una volta la mia anima attraversata dalla vita. Posso suonare ancora con sincero abbandono, e ho ripreso la musica pianistica di Robert con più entusiasmo [...]. Per quanto riguarda la tecnica digitale, i pezzi di Brahms non sono difficili, tranne che per alcuni passaggi; tuttavia, la loro tecnica intellettuale richiede una comprensione profonda, e bisogna avere familiarità con Brahms per poterli suonare come lui li ha concepiti». Per avere questo effetto la sua musica NON poteva essere scaturita da impassibile disperazione. Brahms la vita la vedeva così già a venti anni. E la sua musica è tutta così. E in fondo, l'intera serie non comincia con un capriccio veemente che riverbera l'inizio della 4a sinfonia o dell'introduzione sinfonica del primo concerto per pianoforte ? E come termina ? Con una marcia degna del Robert sognatore, nascosta dentro ad una rapsodia. In mezzo ci sono ballate, ninnananne, intermezzi, fantasie. Insomma, seguiamo le parole di Clara che Johannes lo conosceva bene. Bisogna avere familiarità con Brahms per frequentarlo, altrimenti si finisce per giudicarlo superficialmente. Senza offese per nessuno, naturalmente. Ma Johannes Brahms non è Sergei Rachmaninov. Le raccolte sono state tutte pubblicate negli anni 1892-1893. I precedenti brani per pianoforte solo risalivano alle Op. 76 e 79 del 1878-1879. Brahms non ha improvvisamente smesso di comporre per pianoforte ma abbozzava, annotava, schizzava. Certamente l'Op. 119 contiene musica del 1893 come da questa lettera del maggio a Clara : "Sono tentato di copiare un piccolo pezzo di pianoforte per te, perché vorrei sapere se sei d'accordo. È pieno di dissonanze! Queste possono [bene] essere corretti e [possono] essere spiegate - ma forse possono accordarsi con il tuo gusto, anzi avrei voluto che fossero anche meno corretti, ma più appetitosi e gradevoli per i tuoi gusti. Il piccolo pezzo è eccezionalmente malinconico e 'essere suonato molto lentamente' non è un eufemismo. Ogni battuta e ogni nota deve sembrare un ritardato, come se si volesse risucchiare la malinconia da ognuno, lussuriosamente e con piacere da queste stesse dissonanze ! Buon Dio, questa descrizione [sicuramente] risveglierà il tuo desiderio! Chiusa questa parentesi, andiamo alla musica. Op. 116 : sette fantasie per pianoforte capriccio in re minore intermezzo in la minore capriccio in sol minore intermezzo in mi maggiore intermezzo in mi minore intermezzo in mi maggiore capriccio in re minore Il primo capriccio è un allegro energico che con ondate investe l'ascoltatore per poi ripiegare su un tema più appassionato. Due minuti senza pause, nemmeno per prendere fiato. Segue un andante molto raccolto, anche esso con un fraseggio ampio e dei chiaroscuri dipinti dal basso. Intimo ma del tutto privo di rassegnazione. L'allegro appassionato torna impetuoso e senza pause, ancora con una costruzione ad onde. Fino ad un momento di raccoglimento con uno dei temi più romantici che lo stesso autore può provare. Niente altro che amore, in musica. Chiusura con ripresa del tema iniziale ma con solo un pò meno veemenza. Il quarto è un adagio tenero e sognante, che potrebbe aver scritto Schumann. Riflessi sull'acqua in una giornata di fine inverno. Le note sono scandite con forza pur nel rispetto della metrica. Poi un'andante che è una danza stilizzata con passi quasi da altalena. "Andantino teneramente" dice l'ultimo intermezzo, ancora con il basso che scandisce il passo. Dopo la prima frase però la lirica assume forza, si ferma, riprende da dove aveva cominciato. Il capriccio finale é assolutamente agitato come impone l'annotazione ma il tema che segue continua ad essere melanconico e al contempo tenero fino ad essere portato con forza. Op. 117 : tre intermezzi per pianoforte intermezzo in mi bemolle maggiore intermezzo in si bemolle minore intermezzo in do diesis minore Il primo di questi intermezzi è una ninna-nanna, la tonalità in maggiore lascia comunque spazio ad un filo di nostalgia pur in un quadro comunque lieto. L'andante seguente segue e non può essere che suonato di seguito per portare all'andante con moto finale che sale di tono, di ritmo e di forza mano a mano che la melodia assume corpo. Le note sono scandite in modo fermo sia dalla destra che dalla sinistra. E' una romanza senza parole con frasi lungamente ripetute per tutti i ritornelli. Op. 118 : sei Klavierstucke per pianoforte intermezzo in la minore intermezzo in la maggiore ballata in sol minore intermezzo in fa minore romanza in fa maggiore intermezzo in mi bemolle maggiore Il primo intermezzo è una ouverture che introduce ad uno dei più struggenti momenti di tenerezza di tutta la musica di Brahms che è il secondo intermezzo in la maggiore. La parte centrale di quest'ultimo è un ricordo, ancora vivo e presente, e per questo ancora più caro. Ma c'è tutto Brahms in questi sei pezzi per pianoforte, perchè senza intervalli la ballata successiva è piena di forza, coraggio, decisa, speranzosa come sottolinea il momento centrale. L'allegretto successivo (il n.4, intermezzo) resta agitato ma in punta di dita, senza momenti urlati, anzi, anche qui c'è un rallentamento centrale. La costruzione dei brani di tutte queste raccolte mantiene questa forma sostanzialmente ABA ripetuta in stili differenti. E anche qui c'è la ripresa iniziale, più forte. La romanza è tranquilla, un incedere nobile e cadenzato. Con frasi molto lunghe. Sincopato, con lunghe pause ed arpeggi, "l'andante largo e mesto" finale che riprende l'aurea dell'intermezzo n.2 ma senza raggiungerne il tenero abbandono tanto che la musica prende forza mano a mano che procedono le ellissi che la compongono. Op. 119 : quattro Klavierstucke per pianoforte intermezzo in si minore intermezzo in mi minore intermezzo in do maggiore rapsodia in mi bemolle maggiore un adagio senza fine ma non senza ritmo, giocato sulle frasi e il dialogo tra le mani che alternano la musica. Un valzer, magari non proprio ballabile ma amabile ed energico. Si prosegue con un ritmato agitato che si chiude nel successivo grazioso che gioca sul ritmo delle ribattute, variandone l'intensita. La musica per pianoforte di Brahms si conclude con una rapsodia in mi bemolle maggiore che una marcia di uomini liberi che proseguono a passo deciso verso una meta che vogliono raggiungere, non senza sforzo ma nemmeno con tutta questa fretta. C'è tutto il tempo anche per riflettere ma senza abbandono e sicuramente senza alcuna rassegnazione. Anzi, c'è speranza, mite, lieta. In fondo queste raccolte sono composte tutte da musica cantabile, ballabile, giocate di ritmo e di materiale tematico articolato tra il basso e doppie melodie con strutture simili. Nel complesso molto semplici, ripetute, ma non per questo prive di originalità o di spirito. Anzi. Dalla prima all'ultima nota viene voglia di fare musica, di cantare, di concentrarsi sull'oggi e sulle cose belle di ieri. Queste pagine sono state registrate innumerevoli volte ma non ci sono tantissime registrazioni che le contengano tutte. Ho voluto qui proporre quattro alternative molto differenti, una appena uscita che mi ha dato l'idea per questo articolo, altre di epoche differenti. Vediamole insieme. Brahms : gli ultimi pezzi per pianoforte Stephen Hough Hyperion 2020 durata complessiva 1 ora e 9 minuti Ultima uscita in ordine cronologico. Stephen Hough ha 59 anni, circa l'età di Brahms quando ha pubblicato queste "compilation". A tratti suona come un quarantenne ma un quarantenne compassato, molto british. Intendiamoci, è una visione di prim'ordine ma manca di trasporto per passare di categoria. Alla fine mi sembra un pò asciutta. Brahms : 3 intermezzi op. 117, 6 klavierstucke op. 118, 4 klavierstucke op. 119 Wilhelm Kempff DG 1964 durata complessiva 1 ora e 11 minuti Kempff aveva 69 anni quando ha registrato questo disco ma non importa, Kempff per come lo conosco io ha sempre suonato così. Va avanti a passo di marcia, quasi ci fosse Alte Fritz in testa ai prussiani che sfilano davanti alle posizioni austriache a Praga. Con distacco e in barba ad ogni sentimentalismo. Brahms : pezzi per pianoforte opp. 116-119 Helene Grimaud Erato 1995 durata complessiva 1 ora 14 minuti e 30 secondi Helene Grimaud aveva 26 anni nel 1995. E c'è tutto l'ardore giovanile che si può avere in queste opere ... senili. Non ineccepibile, né il tocco né la visione in diversi pezzi. Forse un pò acerba ma ci piacerebbe risentire la Grimaud adesso, appena sarà di nuovo ispirata. Brahms : tre intermezzi Op. 117, pezzi per pianoforte op. 118 e 119 Julius Katchen Decca 1965 durata complessiva 1 ora 14 minuti e 43 secondi Julius Katchen aveva meno di trenta anni quando ha registrato l'integrale di Brahms. Tutta l'opera è affrontata con un piglio epico, senza risparmiarsi. Come si vede è tutt'altro che veloce eppure si percepisce più forza, più anima, più coraggio e anche più vicinanza con lo scritto. Sarà un caso per cui questa lettura resta, a distanza di 55 anni, la più preziosa testimonianza omogenea dell'opera pianistica di Brahms ? *** Solo poche note perchè certamente ogni appassionato di Brahms avrà la sua opinione, in fondo ciò che volevo era solo puntualizzare i fatti e togliere un pò di mito. Di Brahms si è troppo parlato in termini distanti dalla vera personalità. Quella di un uomo che ha fatto di tutto perchè di lui ci restasse per lo più ciò per cui ha vissuto : la musica.
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