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Corredo Fotografico (sintetico !)

  1. Nikon Zfc e 24-200mm, ieri mattina alla "Biblioteca degli Alberi", parco/giardino in zona Isola/Piazza Gae Aulenti a Milano.
  2. Qui: https://www.nikonland.it/index.php?/forums/topic/4080-con-il-100-400mm-z-si-fa/ Avevo pubblicato delle foto tanto per far capire la grande versatilità di questo zoom per il naturalista (e non solo), in questo Blog approfondisco un po' di più, non tanto con le parole ma con le immagini, quello che si può fare, in questo caso da appostamento fisso. Classico Picchio Rosso leggermente ambientato: Tortora Comune La voglio leggermente più ambientata? Verdone: Fringuello e riflesso (e pure un'ape): Capinera femmina al bagno: Bagnetto a due (Cinciallegre) Ma se voglio posso cambiare completamente soggetto, con disinvoltura: Api all'abbeverata: Oh, un Ramarro maschio in amore (lo so perchè ha la gola blu)! Ramarro femmina: Lucertolina alla pozza: La foto più simpatica di oggi: Ramarro maschio in amore ...con Ape! Qualità di immagine? Voi che ne dite (crop immagine precedente)? Se devo trovare un difetto in questo zoom è che... devo renderlo al proprietario. CIAOOO! Ancora grazie a Mauro Maratta per avermi prestato il suo 100-400mm.
  3. Sabato scorso mentre ero in un capanno del Vercellese ad aspettare altro, si è fatto vivo più volte anche un Pettirosso. Siccome è un soggetto sempre carino, gli ho dedicato diverse foto. La foto che volevo di più, e che ho ottenuto, è questa: Nikon Z6, Sigma 150-600mm f5-6.3 Contemporary (su FTZ) a 300mm, f7.1, 1/1000s, 1000 ISO, treppiedi. Ho scelto di fotografarlo quando c’era un po’ di foschia rispetto a quando è arrivato il sole e di inquadrarlo molto piccolo nell’immagine, con uno sfondo presente ma il più tenue possibile, appena suggerito, un po’ come in certa pittura orientale , o in una foto di Galen Burrell. Perché questa scelta? Perché volevo trasmettere una sensazione di quiete, con un po’ malinconia e delicatezza dell’insieme. Dare l’idea che il pettirosso è un esserino, un piccolo punto vivo nella immensità dell’inverno. Se posso osare , la mia scelta è stata di esprimermi con lo “spazio negativo” cioè lasciando spazio al vuoto, proprio per trasmettere delle sensazioni lievi, diverse da quelle di un soggetto che riempie il fotogramma. E’ una foto naturalistica o solo un tentativo artistico? Per me tutti e due perchè, sempre che sia riuscita ( voi che ne dite?), rappresenta un soggetto naturale nel suo ambiente e, almeno nelle intenzioni, dovrebbe andare oltre la pura documentazione. Meglio così o meglio riempire l’inquadratura col soggetto? Per me questa domanda non ha senso. Non c’è un meglio od un peggio. C’è una scelta., Quale emozione provo in quel momento? Quale sensazione voglio suscitare in chi guarda? Altre volte ho fotografato il Pettirosso, sempre d’inverno; così: Qui la foto mi da' una sensazione opposta alla precedente: E' più vivace, colpisce di più, c’è presenza, energia. Intendiamoci, una foto a soggetto pieno può anche essere triste o drammatica, ma in ogni caso è più "forte", mentre l'altra è "delicata" come ho scritto. Se volete lasciare il vostro pensiero nei commenti, mi farà molto piacere!
  4. Un proverbio cinese (mi pare) dice che cento sentito dire non fanno un vedere. Ho passato qualche ora in capanno con Mauro Maratta ed ho avuto modo di vedere all'opera e provare io stesso la Z9 con il 100-400mm f4.5-5.6 Z. Non è certo stata una prova esaustiva, ma è stata più che sufficiente per farmi capire diverse cose, soprattutto ho capito perchè la Z9 davvero ti può cambiare, se lo vuoi, il modo di fotografare. Ci arrivo fra poco. Prima due brevissime considerazioni sul 100-400mm f4.5-5.6 Z: la prova è stata una conferma della validità dell'obiettivo. Sulla mia Z6 (!) è veloce, silenziosissimo, usabile senza treppiede se i soggetti lo consentono. La differenza con il SIGMA 150-600 che mi ero portato è notevole. Sotto l' aspetto operativo e costruttivo. Nikon Z6, SIGMA 150-600 a 480mm f.8, 1/1000s, 16.000 ISO. Il SIGMA non è velocissimo di suo, ma con l'FTZ sulla Z6, è ancora più lento, la ghiera dello zoom richiede un certo impegno e così via, il 100-400 è assolutamente fluido in tutto. Un piacere da usare. Dal punto di vista della qualità di immagine più che la nitidezza in sè, non malvagia nemmeno nel SIGMA, la differenza sta nella resa dei colori, la saturazione e in tante altre cose. Sul 100-400 non ne scrivo oltre qui, mi riservo di fare un articolo dettagliato appena arriverà il mio. Nikon Z6, Nikon 100-400 a 280mm f6.3, 1/1250s 1000 ISO. Nikon Z6, Nikon 100-400 a 400mm f5.6, 1/1250s 2000 ISO, Topaz Denoise AI. Torniamo alla Z9. Quando Mauro scriveva che la Z9 cambia il modo di fotografare, non ero sicuro di capire bene cosa volesse dire e a volte mi sembrava un po' troppo entusiasta. Nel breve tempo che l'ho provata ... ho capito. La Z9 ti apre nuove vie, nuove possiblità, che si può decidere o meno di seguire, secondo i gusti e le inclinazioni di ciascuno, la Z9 non obbliga a fare altro, ma ti fa vedere che ci può essere altro. Troppo astratto? Concretizzo: La raffica veloce, la capacità di seguire il soggetto erratico tenendo a fuoco l'occhio o la testa, la capacità di fare video, il non oscuramento del mirino, la quasi impossibilità di sbagliare le foto a meno di non impegnarcisi, sono tutte cose che non solo ti semplificano la vita, ma ti fanno venir voglia di sperimentare di più. Ho visto la sequenza a "millemila" fotogrammi al secondo del fringuello che fa il bagno, una serie di scatti enorme fra cui scegliere quello più spettacolare, che magari con una raffica lenta avresti perso. La Z9 non si sostituisce alla nostra capacità e sensibilità di fotografi, ma ci toglie impicci e questa libertà fa venir voglia di sperimentare approcci diversi, soprattutto rende molto più facile ottenere le immagini che vogliamo con la qualità che vogliamo (certo si possono ottenere foto pessime anche con la Z9, ma nel caso il problema non è nella fotocamera ). I video, lo dice uno che li ha sempre snobbati, diventano un'altra opportunità da esplorare che la Z9 permette di ottenere con grande qualità. Io continuo a non vederli come sostitutivi della fotografia, ma nella foto naturalistica sono interessanti come "opportunità aggiuntive", secondo quello che si vuole trasmettere, a volte può essere meglio un video, altre una foto. Non sono categorico, per carità si può fotografare con qualsiasi cosa, si possono fare belle foto con quasi tutto (a patto di esserne capaci), ma per un certo tipo di fotografia d'azione, potendo, si dovrebbe provare ad esplorare le possibilità che si offrono.
  5. Il nuovo Nikon Z 100-400mm f5.6 S mi sembra (il sembra è d'obbligo, perchè non l'ho ancora provato, ma ne sono piuttosto convinto) riunire in sè tutto quello che desidero da un tele zoom. Vi spiego i "miei" motivi. Al di là della qualità di immagine che do' per scontata, non dovrebbe certo tradire gli standard elevati a cui ci hanno abituato le ottiche S, è la versatilità estrema che mi attira, come si può ben capire dalle specifiche. Per la piccola avifauna da capanno andrà bene così com'è, raramente mi è servita una focale più lunga. Frosone, Focale 400mm, corpo Fx, da capanno. Picchio Rosso, focale 400mm corpo Fx, da capanno. Airone Rosso, focale 400mm, corpo Fx, foto scattata dalla barca. Per altre occasioni, può trasformarsi in un 600mm f8 di qualità con il TC14 dedicato, oppure un 600mm (equivalente) f5.6 con un corpo Dx come la Z50 o la Z Fc (o le future probabili/possibili Z Dx che erediteranno le meraviglie della Z9 e che saranno appetitose per i fotografi di wildlife). Ancora un Frosone, corpo Dx stavolta, focale 400mm(=600mm equivalente). Fistione turco, corpo Fx, focale 300mm Gruccioni, corpo Dx focale equivalente 250mm Fin qui non ho scritto niente di nuovo? Bene, allora passiamo alla fotografia ravvicinata. Le specifiche danno un rapporto di riproduzione massimo di 0,38x alla massima focale, che significa circa 1:2,6, a poco meno di un metro di distanza di messa a fuoco, il che corrisponde ad una focale effettiva di circa 200mm (prima che pensiate cose strane, anche gli altri 100-400mm in circolazione come ad esempio il Sony G, o il Fuji X hanno gli stessi valori di focale effettiva alle brevi distanze, sono leggi dell'ottica, non esiste un 400mm che mette a fuoco ad un metro!). Un rapporto di riproduzione ottimo per la fotografia close-up (non parlo di macro dove ci vuole un macro vero), con una distanza di lavoro sufficiente a non spaventare i soggetti. Questi rapporti di riproduzione si possono raggiungere senza alcun problema con il 100-400mm ed un corpo Fx Bocciolo di Fior di Loto, corpo Fx, focale 400mm Questo per me vuol dire che "dentro" il 100-400 ci sta uno di quei 300mm f4 che sono sempre stati i miei preferiti per la fotografia ravvicinata e con il Tc 14 o un corpo Dx si arriverebbe ad un rapporto di riproduzione (dovuto al fattore di crop nel caso di un corpo Dx) di 1:2. Il tutto con un peso/ingombro limitati e senza lenti addizionali od altri aggiuntivi che possano diminuire la qualità di immagine. La cosa mi entusiasma. Per queste ragioni preferisco il 100-400mm al futuro 200-600mm che presumo avrà certamente una buonissima qualità di immagine, però avrà una distanza di messa a fuoco compatibile sì con la wildlife, ma molto probabilmente dovrei avere qualcos'altro per la fotografia ravvicinata. Il 100-400 diventa davvero all in one! Le mie considerazioni sono riferite strettamente al mio modo di fotografare in natura, "your mileage may vary"-ognuno ha il suo metro; se fotografate come me, pensateci sopra, se la vostra fotografia è diversa, le esigenze saranno magari altre. E' ovvio ma lo dichiaro lo stesso: le foto non sono state scattate con il Nikon Z 100-400mm f5.6 S, ma con focali equivalenti su corpi DSLR e mirrorless, qui pubblicate solo per far capire la potenziale versatilità di questo obiettivo nelle foto di natura.
  6. Si può fotografare per tanti motivi (anche) nella fotografia naturalistica, anche nella macro-fotografia naturalistica. Propongo degli esempi di lettura critica di foto che per me hanno significato e destinazioni differenti. Non solo, ma provo a spiegare quale è la mia idea sulle finalità. Discuto foto scattate da me, alcune già pubblicate, in modo da non urtare involontariamente la sensibilità di nessuno, però il mio è un invito a considerare il punto di vista che offro e sarebbe bello sentire le vostre opinioni in merito, che siate fotonaturalisti o no anzi, se non praticate il genere, il vostro feedback potrebbe essere particolarmente significativo. Grazie! Prima foto Rappresenta un caso di predazione da parte di una Vespa su una Damigella. Questa per me è una foto dal valore solo documentativo, esteticamente mi piace assai poco, sfondo confuso, soggetto in posizione contorta. L'ho scattata perchè mi incuriosiva e mi interessava registrare il comportamento particolare, non è molto frequente infatti. La pubblicherei su un forum/gruppo facebook naturalistico? Sì. La considero adatta ad un gruppo come ad esempio Libellule d'Italia, perchè lì trova una sua ragione d'essere in quanto segnalazione. Ai membri di questi gruppi interessano naturalmente le belle foto (ma questa non lo è) ma apprezzano anche quelle con un buon valore documentativo anche se esteticamente non sono il massimo. La pubblicherei su un forum fotografico, come Nikonland? Tendenzialmente no, perchè di valenza "fotografica" ne vedo poca, al limite potrei proporla come curiosità, corredata da abbondante spiegazione, come esempio per far capire come funzionano le cose in natura, ma non come foto in quanto tale. La stamperei? Penso di ...no. Seconda foto Libellula Panciapiatta (Libellula depressa) maschio. Questa foto per me ha un valore documentativo, ma piuttosto relativo, è una specie molto comune. L'interesse naturalistico può essere significativo come segnalazione della sua presenza in un sito, ma nulla di più. Esteticamente invece ho cercato di curarla al meglio, attenzione allo sfondo, luce, esposizione nitidezza, composizione, ho tentato di valorizzare al massimo il soggetto. Mi piace, sono soddisfatto, ma mi rendo conto che non va molto più in la' del "bel soggetto". In alte parole è una foto corretta (almeno spero) che rappresenta il soggetto (per chi apprezza il genere almeno), con una resa esteticamente gradevole, ma tutto si ferma lì. La pubblicherei su un forum/gruppo naturalistico? Sì, penso ci starebbe bene, ai naturalisti piace comunque vedere i loro animali (funghi, piante) preferiti ben ripresi (scusate l'immodestia), anche se il valore documentativo non è grandissimo (discorso diverso se fosse una specie rara). La pubblicherei su un sito fotografico come Nikonland? Sì, perchè la foto mi sembra tutto sommato esteticamente gradevole, chiaramente fruibile diciamo godibile anche da un non esperto, ma con la consapevolezza che non è una foto particolarmente "brillante". Questo aspetto un tempo mi sfuggiva perchè mi perdevo nell'ammirazione del soggetto "in sè" e pensavo bastasse illustrare correttamente la sua bellezza per fare della foto un capolavoro. Invece no, il soggetto è lui un capolavoro (della natura) ma con gli occhi ed il senno di oggi sono convinto che non basta che la foto non sia brutta (nelle intenzioni almeno) perchè il rischio è che non vada molto oltre l'essere una foto "interessante", si può e si dovrebbe andare oltre, se interessa anche un appagamento estetico prima di tutto personale e poi anche in chi altro guarda la foto . La stamperei? Ne ho stampate e ne stamperei altre, qualora mi mancasse il soggetto nella "collezione". Terza, quarta e quinta foto Frecciarossa (Crocothemis erythraea) maschio che divora una Damigella. Questa foto unisce le due componenti presenti nelle foto che la precedono e, a mio parere, questo la rende superiore. Ha un valore documentativo perchè mostra un comportamento. Dal punto di vista estetico, oltre ad essere curati gli stessi parametri della foto precedente (postura, esposizione ecc. ecc.), il fatto che mostri un'azione anzichè essere statica, il vivace contrasto di colori e, elemento a mio parere non secondario, le ali della preda che formano una specie di pizzo, di trama che concentra l'interesse sul cosa succede, pone questa foto su un gradino superiore rispetto alla precedente. Lo stesso discorso si può fare per queste altre foto. C'è qualcosa in più oltre alla bellezza del soggetto. Libellula depressa femmina, il fatto che sia in volo, rende dinamica l'immagine rispetto alla foto statica del maschio. Cardinale (Sympetrum sp.) femmina. L'inquadratura frontale con le ali a X e lo sfuocato selettivo da' una valenza estetica maggiore rispetto alla onesta ma didattica seconda foto. Frecciazzurra (Ortethrum brunneum) femmina, appena emersa dalla ninfa le cui spoglie si vedono sotto. E' un momento cruciale della vita dell'insetto, ripreso in modo che, mi auguro, sia gradevole. Di nuovo quindi, qualcosa in più, anche se un po' più didattica delle due che la precedono, un pizzico meno intepretata. Le pubblicherei su un forum naturalistico? Senz'altro. Sono le migliori per questo scopo. Le pubblicherei su un forum fotografico? Senz'altro, perchè penso che siano immagini che, ciascuna a modo suo, vanno un po' oltre la foto carina e basta (ai miei occhi si intende) . Le stamperei? Sì certo. Sesta foto Libellula frontenera (Libellula fulva) posata, in controluce. Questa foto è una foto non documentativa che, se non fosse stata elaborata in bianco e nero, sarebbe di poco o nessuno interesse per me, sia dal punto di vista naturalistico che estetico: E' tra le specie più comuni, non sta facendo niente ed è pure controluce ed il posatoio sta davanti all'insetto. Eppure, questa foto è stata da me cercata apposta, per esercitare un po' di creatività. Trovo che la trama delle ali delle libellule, la forma del corpo siano graficamente molto interessanti qualora il posatoio non sia invasivo (vedi molte pitture orientali) e la postura si presti, come mi è sembrato in questo caso. Ho cercato di valorizzare l'aspetto grafico con il bianco e nero, cercando comunque di non tradire mai quella che è l'essenza dell'animale, che è il primo motivo per cui fotografo gli animali. Provo a spiegarmi, nella mia intenzione la foto naturalistica può e deve essere una interpretazione originale, ma che comunque vuole rispettare, anzi rivelare con pù forza, la natura del soggetto, il quale non deve essere trasformato in un'altra "cosa", creando un'immagine fuorviante anche se esteticamente valida. Nei miei tentativi più "interpretati" tendo drammatizzare o sottolineare l'aspetto grafico andando a togliere, non ad aggiungere orpelli, come in certe correnti figurative orientali. La pubblicherei su un forum naturalistico? Sì penso ci sia chi potrebbe apprezzarla, ma non l'ho scattata con quel proposito. La pubblicherei su un forum fotografico? Certo! E' concepita per essere vista quale fotografia in sè, da chiunque, interessato o no alle foto di natura (ma senza tradire la natura); in un certo senso questa foto è l'opposto della prima. La stamperei? Assolutamente sì. Settima foto Libellula imperatore (Anax imperator) immaturo. Questa foto è una classica figlia dell'entusiasmo. Forse era una delle prime volte che riuscivo fotografare delle Anax posate e scattavo per la gioia di poterlo fare, dimentico del resto. Questa foto oggi è ai miei occhi poco documentativa, considerabile da questo punto di vista solo come segnalazione di una specie rara (ma non lo è) o di una localizzazione insolita per la specie, ma non è questo il caso. La pubblicherei in un forum/gruppo naturalistico? Un po' di anni fa probabilmente sì. Oggi, la pubblicherei solo se non conoscendo la specie avessi bisogno di identificarla e non avessi foto migliori. Siccome so cos'è, non la pubblicherei su un forum naturalistico. La pubblicherei su un forum fotografico? Oggi no. Dal punto di vista estetico non mi soddisfa, è indubbiamente meglio della prima foto, ma il soggetto è un po' piccolo, il che ci potrebbe anche stare, ma in un contesto diverso in qualche modo più interessante, mentre in questo caso lo sfondo mi sembra solo invasivo e il tutto porta ad un risultato che non è il massimo. Oggi non scatterei nemmeno. A proposito, ho fatto anche il contrario. A volte preso dall'entusiasmo fotografavo il soggetto a piena inquadratura senza curarmi d'altro. Stesso discorso. La stamperei? Credo che questa foto mi sia rimasta nel'hard disk fra i residui delle mie prime uscite nelle oasi del Burchvif nel Novarese (Valerio batti un colpo se le conosci!) ma, ripeto, oggi finirebbe nel cestino. Questo è il metro di giudizio che applico (... che cerco di applicare) alle mie foto naturalistiche, indipendentemente dal soggetto, che siano insetti, uccelli rettili... il principio rimane lo stesso, documentare se serve, andare oltre la foto corretta e basta, se si può. Poi come a tutti (penso), mi succede di essere incoerente qualche volta, oppure mi sfuggono errori che altri mi fanno notare, però l'intenzione c'è. Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, la mia è una condivisione allo scopo di suscitare riflessioni in chi legge, anche nella speranza di uno scambio fertile di opinioni. Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi! Silvio Renesto
  7. Potevo metterla nel "now linstening" ma le immagini meritano un discorso a sè: Nick Cave e Warren Ellis firmano la colonna sonora del film "La Panthére des Neiges" un film documentario di Vincent Munier alla ricerca del Leopardo delle Nevi. Uscito mi pare il 22 dicembre, ma non da noi. A me piace Nick Cave e con Vincent Munier il documentario va oltre , è pura poesia, basta vedere questo frammento, godetevi le immagini. Il profilo controluce del leopardo delle nevi , fugace momento, mi ha profondamente commosso. Ma... c'è un altro "Leopardo delle Nevi" che potrei consigliarvi, se amate i libri che parlano di viaggi come esperienza di crescita. Il "Leopardo delle Nevi" è infatti anche un libro di Peter Matthiessen. Narra del viaggio che ha fatto insieme ad uno dei più grandi zoologi del ventesimo secolo, George Schaller, in Nepal alla ricerca del Leopardo delle Nevi. Più che del Leopardo, Matthiessen parla degli uomini, dei diversi popoli, dell'ambiente e della ricerca di sè. Triste è come in questo libro scritto a fine anni '70, siano già ben evidenti i segni di quel degrado ambientale che stava già rovinando e continua a rovinare irreversibilmente uno dei posti più belli del mondo. Incredibile invece la fibra di questi uomini che pur privi di tutte le risorse tecnologiche (alimenti compresi) dei moderni "trekkisti" affrontavano ogni sorta di avversità. Matthiesen è anche un adepto Zen, il che traspare nel libro. E... il libro stesso è Zen, infatti il Leopardo delle nevi ... no, niente spoiler, magari qualcuno lo legge . Questa la versione italiana, spero sia una traduzione fedele, io ho letto l'originale.
  8. Dopo diecimila imprevisti sono riuscito a organizzare con un amico una piccola uscita naturalistico-fotografica ad un capanno, dove mi avevano detto che c'era un po' più di varietà rispetto alle solite cince e, se fossi stato fortunato ... anche una sorpresa. Amo gli animali, amo vederli in libertà e li fotografo al meglio che posso, soprattutto per portarmi a casa il ricordo e l'emozione di quell'incontro, e pubblico le foto per condividere queste emozioni, questi ricordi, con chi ama gli animali come me. Fare foto diverse alle vecchie conoscenze è sempre bello, ma fare nuovi incontri è ancora più emozionante! Ecco, per gli amanti del genere, qualcuno degli gli amici vecchi e nuovi che ho incontrato (tutte le foto sono state scattate con la Nikon Z6 ed il Sigma 150-600 f5-6.3 Contemporary): Appena sistemati nel capanno davanti alla piccola pozza, subito una novità, una Balia Nera femmina (Il nome deriva dal maschio che è veramente bianco e nero, la femmina è un po' smorta). Cince bigie, Cinciallegre, Cinciarelle non si contano, formano una chiassosa brigata che mette allegria, starei a vederle per ore, ma le ho fotografate già tante volte, per cui ho dedicato a loro solo qualche scatto quando ho visto scenette simpatiche, ve ne propongo uno solo: Ma insomma, non si può fare il bagno in pace! Indaffaratissimo, il Picchio Muratore corre su è giù per i tronchi. Il Picchio Rosso Maggiore, metodico, ispeziona tutto il vecchio tronco. Bellissimo, un maschio di Codirosso Comune, non l'avevo mai fotografato come si deve! A me piace inquadrarlo così: Per chi preferisce invece ritratti più stretti metto un crop (l'unico di tutta la serie). Sorpresa, arriva un giovane scoiattolo assetato. Doppia sorpresa c'è anche il fratellino, più scuro, direi che i due sono quasi agli estremi del range della variabilità di colore dello Scoiattolo Europeo. Normalmente è solo in alta montagna che se ne trovano di più scuri. Probabilmente sono in cerca di un territorio libero dove insediarsi. Ho fatto veramente tante foto, in condizioni di luce diverse, anche ad altri uccelli, ma mostrarne altre qui sarebbe troppo, le farò vedere un'altra volta. Ora veniamo al piatto forte: Ad un certo punto della giornata spariscono tutti, di colpo. Ed arriva lui, lo Sparviero. E' così bello che mi sarebbe bastato il solo vederlo, ma... comincio a scattare ! Si posa e si guarda intorno più volte, Sembra sapere che ci sono. Ma non gli interessa. Non resisto e faccio un ritratto stretto a 600mm. Purtroppo il bosco e fitto e gli ISO tanti. Si rilassa e si concede un bagno. Una scrollata finale. Un istante dopo è già su un ramo, da cui si involerà subito, scomparendo nel bosco. Io, dopo giornate come queste sono contento, di più, sono felice. Poche cose mi fanno bene come stare nel bosco (nella palude...) con gli animali! Silvio Renesto
  9. Dal Dizionario Treccani: Karma (o kàrman) s. m. [..]. Termine che, nella religione e filosofia indiana, indica il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, che influisce sia sulla [...] rinascita nella vita seguente, sia sulle gioie e i dolori nel corso di essa; sinon. quindi di «destino», concepito [...] come complesso di situazioni che l’uomo si crea mediante il suo operato. Sono uscito con la Nikon Z Fc, il 16-50 ed il 24-200 perchè volevo fare street photography, in bianco e nero. Scendo dalla metro all'altezza del Naviglio Martesana (dove c'è il famoso teatro-cabaret Zelig) e mi incammino in cerca dello spiazzo con l'anfiteatro a gradini che mi aveva già dato qualche occasione di scatti interessanti. Invece niente di buono. La cosa migliore è pittosto deprimente, o peggio insignificante. Non mi perdo d'animo e decido di proseguire un po' oltre, verso dei murales dove mettermi in agguato in attesa che passi qualcosa che sia "combinabile" con il disegno murale, ma prima l'occhio mi cade sull'argine opposto: un Airone Cenerino sta pescando tranquillo, indifferente a joggers, bikers, mamme, nonni, cani e quant'altro (più una nutrita serie di fotografi cellularisti) a pochi metri da lui sull'altra sponda. Con la Z Fc i 200mm diventano 300mm (equivalenti), quindi ho l'agio per fargli un po' di foto, ambientate e no. Sto per incamminarmi di nuovo quando un Angelo, travestito da attempata signora in bicicletta, si ferma e mi chiede se quello che ha visto passare è il Martin Pescatore. Piccolino, verde e azzurro? Sì Sì, allora è lui. Oh càspita, ma io non l'ho visto! Decido allora di aspettare un po', chissà mai che ripassi. Dopo un minuto, forse due, eccolo che arriva, si posa un po' qua ed un po' là. . E' molto piccolo e nonostante un generoso ritaglio, con il 24-200mm posso solo riprenderlo ambientato. Ma non importa, secondo me il fatto di documentare la presenza del Martino nella concitata Milano, vale comunque. Uno scatto apparentemente sbagliato, ma per me il più significativo, è questo: Come ho scritto altrove, è una foto po' triste ma anche incoraggiante. Vedere la resilienza (parola oggi di moda), la capacità della natura, di resistere, di intrufolarsi nella confusione e nella spazzatura che creiamo, e andare avanti finchè può ,da' speranza. Avere visto il Martin Pescatore mi rende felice come un bambino a cui abbiano fatto un regalo inaspettato. Lo osservo mentre fa.. il martino: i suoi buffi movimenti su e giù con il collo, il guardarsi attorno a 360°, lo schizzare via come un dardo colorato. L'averlo fotografato è in fondo secondario, la magia è lui. Torno a casa contento, anche se ho fotografato poco e niente di artisticamente valido, ho visto un caro amico. Ecco, gli animali mi ricordano che il mio destino è questo, il mio Karma, anche quando provo a fare altro.
  10. Quando ho poco tempo, ma tanta voglia di fare un giretto fotografico, Trezzo sull'Adda è fra le mie mete preferite; è ragionevolmente vicino a me che sto al confine nordest di Milano, e anche se non offre occasioni strepitose, di solito c'è di che passare un paio d'ore divertenti, fotograficamente parlando. Arrivati a Trezzo, si seguono le indicazioni per il fiume Adda, una strada tortuosa porta all'alveo del fiume, poco prima c'è un ampio parcheggio dove io lascio l'auto e faccio l'ultimo tratto a piedi sono, meno di cento metri (per i pigri, si può arrivare in macchina fino alle rive, ma si fa più fatica a parcheggiare e si sollevano tonnellate di polvere). la discesa termina in corrispondenza di un paio di ristorantini e da lì parte la strada sterrata, che è sbarrata più in là da ambo le parti, diventando ciclopedonale. Fondamentale andarci di pomeriggio, altrimenti si è in pieno controluce. Vi si trova abbondante avifauna ( Folaghe, Gallinelle, Tuffetti, Svassi, cigni, Gabbiani, Cormorani, in inverno diverse anatre -in estate solo i Germani-, fuggevole il Martin pescatore, qualche volta ho visto degli Aironi, ma sempre troppo lontani, anni fa era frequente l'Usignolo di palude, ma dopo la "pulizia" delle rive... addio). Ai lati delle barche ormeggiate è dove ho scattato le foto successive. Nikon Z Fc con il suo 16-50mm Z Proprio il tratto di riva fra i ristorantini e gli sbarramenti è il mio sito preferito per fotografare le libellule a Trezzo. Ieri ci sono andato per qualche prova con la Nikon Z fc ed alcuni obiettivi non sempre "ortodossi" La piccola suona il trombone, e lo suona bene , ossia: Nikon Z Fc e Sigma 150-600 C, su monopiede. Messa fuoco sicura, effettivamente meglio come velocità che con la Z6, nitidezza più che soddisfacente, una "strana coppia" che funziona (ma non vedo l'ora che arrivi il 200-600 Z, non fosse che per togliere di mezzo l'FTZ): Svassi, Nella stagione buona da questa postazione a Trezzo è possibile, se si ha fortuna e l'acqua non è troppo alta, fotografare il complesso corteggiamento, che è molto bello, anche da vicino, e la costruzione del nido. Una delle tantissime Gallinelle d'Acqua. Folaga e Cormorano, molto distanti, l'aria umida vela un po', ma non ci si può lamentare. Nikon Z fc, 300mm f4 pf + Tc14. Questo kit sul formato Dx è fra i più validi per foto ravvicinata: Crocothemis erytraea (rosso) e Orthetrum cancellatum (azzurro). Crocothemis erytraea, maschio. No crop... Fiore di Oleandro con il 16-50 Z, perchè no? E' uno zoomino simpatico. Non occorre dire, ma lo dico, tutte queste foto si potevano fare anche con la Z50. La Z fc con il 24-200 l'ho provata altrove per cui ne racconterò prossimamente in un'experience, nel club fotografico.
  11. News: Vincitori e menzioni onorevoli del concorso Audubon Photgraphy Awards. Fotografi naturalisti, birdwatchers & C., lucidatevi gli occhi. Ma è una serie di fot di rara bellezza anche per chi non si interessa di fotografia naturalistica. https://www.audubon.org/magazine/summer-2021/the-2021-audubon-photography-awards-winners-and?fbclid=IwAR0r_dnpk94OLYuJTyaQ4lb9g9keQeqibv713y6-v5B4d157A7qBTl-9d8A Un assaggio:
  12. Un animalscape, indegna imitazione di quelli bellissimi di Massimo Vignoli. Airone Rosso. Nikon Z6, Sigma 150-600mm Contemporary. Cliccare per vedere a 1800p. Avrei aggiunto volentieri anche qualche soggettiva, ma circostanze sfortunate (all'arrivo mi son trovato una allegra comitiva di pescatori d'ambo i sessi decisa a fare un chiassoso picnic proprio lì ) non lo hanno consentito.
  13. Le folaghe sono territoriali e molto litigiose. Formato Cinemascope (2.35:1)! Scatto a raffica con la Z6, AfC punto singolo, ha tenuto a fuoco molto bene tutta la sequenza.
  14. E' bello anche solo stare a vederla, fotografarla è quel che ti permette di portartela "a casa" per rivederla quando vuoi. A chi interessa, ho usato la Z6.
  15. Cherry picking (scegliere le ciliegie) è un modo di dire inglese che significa scegliere accuratamente i pezzi migliori, come si cercano le ciliegie senza bachi. In attesa di tornare a fotografare quel che mi interessa, ho pensato di riproporre qualcuna delle foto a cui sono più affezionato, anche se non tutte al top della qualità possibile, accompagnate da un piccolo commento e dove esista il link al mio precedente blog sullo stesso soggetto. LIBELLULE ESCLUSE, gli ho già dedicato il diario e niente ragni così anche gli aracnofobi possono dare un'occhiata. Gufo di palude ambientato, Nikon D800, 330mm f4 AFS + TC 14. Qui il blog: http://www.nikonland.eu/forum/index.php?/gallery/image/5842-gufo-nella-palude/ Le raganelle sono piccole e timide (ho delle foto a formato pieno eh, però.. questa è più interpretata). Nikon D700, 500mm (300mm + tc 17?). Mantide, sempre affascinante. Nikon D700 ed il glorioso micro-nikkor 200mm f4 AfD ED. Un Gruccione non può mancare. Nikon D500, 300mm f4 Pf e Tc 14. Il più rosso Scoiattolo Rosso che abbia mai visto. Una delle mie prime foto a scoiattoli, per quello ci sono particolarmente affezionato. Nikon D300, 80-400mm Af VR (a 180mm, siamo in Engadina). Poiane che litigano. Foto da capanno. Nikon D500, Sigma 100-400 a 135mm. Alba dorata. Nikon D700, 300mm f2.8 Af. Codibugnolo, folletto fantastico. Nikon D300, 300mm f4 AFS + TC17. Airone Bianco Maggiore. Nikon D500, 300mm f4 Pf. Cucù, Gheppio, fotografato dal tavolino del bar, mentre sorseggiavo un calice di Prosecco . Nikon D500, 300mm f4 Pf.
  16. Ho acquistato la Nikon Z6 a novembre dell'anno scorso (2019). Appena comprata ho fatto soprattutto delle foto "casual" per strada e degli esperimenti in casa, giocherellando con il focus stacking, ma tutto sommato ero rimasto freddino, convinto che andasse bene più che altro per al macro statica e lo street, che per me è un genere occasionale. Anche Vincent non era molto convinto. Passato il lockdown, ho inziato ad usarla un po' di più per il genere fotografia che preferisco, ed è allora che ho cominciato a "scaldarmi" nei confronti di questa piccola grande fotocamera e capire meglio tutto quello che mi può dare (e quello che non posso pretendere). Non mi metterò a scrivere un articolo sulle caratteristiche, pregi e difetti della Z6, ripeterei solo quanto hanno fatto a più riprese Mauro Maratta e Max Aquila in modo più che esauriente, preferisco fare qualcosa di simile alle experience di foto notturna e di street di Massimo Vignoli, portando delle foto di esempio e commentandole. Sono un naturalista fotoamatore, anche se mi piace provare altri generi è nella fotografia in natura, soprattutto agli animali che mi diverto davvero. Di questo scriverò. Primo impatto? Avendo usato praticamente solo reflex, al mirino elettronico ho dovuto farci l'abitudine, perchè anche se è ottimo e la resa dell'immagine è molto vicina alla realtà, rimane a volte un lieve scostamento dal punto di vista dell'esposizione verso la sovraesposizione, cosa che ho imparato a tenere presente ed ora non ho problemi. Per il resto, sul campo la Z6 è confortevole, specialmente con la basetta smallrig e usata con ottiche compatte come il 300mm f4 Pf anche accoppiato a dei converter, non si hanno problemi a mano libera. Inoltre, come tutte le nikon di un certo livello, non ti "sta tra i piedi", comandi accessibili e ergonomia sperimentata. La Nikon Z6 e il suo 24-70mm f4 S sono un'accoppiata formidabile. Questa foto sembra una macro fatta con un buon obiettivo macro, no? Invece no! E' un minuscolo crop al 100% di una foto ambientata!!!. questa: Nikon Z6 24-70mm f4 a 28mm, f11, 1/1600s 2000 ISO. La vedete la libellula sulla destra, quant'è piccola? Questo per me dice tutto quello che c'è da dire sulla qualità nei dettagli di questa accoppiata ed è uno dei motivi della mia riscoperta della Z6. Non è solo il fatto che si può mettere a fuoco più o meno su tutto il campo inquadrato, lo fanno tutte le mirrorless, qui c'è di più. Lo ripeto risultati di questo genere di solito si hanno con dei tele macro. Amazing, dicono gli inglesi. Naturalmente come tutti gli altri 24-70mm si presta a fare dei paesaggi "normali" con ottimi risultati, Nella fotografia ravvicinata e in quella di natura non ho dubbi quale sarà d'ora in poi la mia fotocamera d'elezione, anche sul campo, salvo soggetti erratici. In attesa di focali native un po' più lunghe, il 300mm da solo con Tc e/o lenti addizionali funziona e molto bene: In questo "animalscape" ho usato il 300mm, ho composto l'inquadratura e scattato dal display col dito. Se il soggetto è relativamente tranquillo, non ci sono problemi anche per le soggettive: Anche se il soggetto si muove a velocità ragionevole secondo una traiettoria prevedibile non ci sono troppi problemi, t scatto silenzioso, a mano libera e soggetto indifferente: Nella fotografia close-up la qualità è eccellente: 70-300mmP a 210mm con lente addizionale 300mm f4 Pf + TC14 Eiii. Ancora: Posso scattare in condizioni di luce molto sfavorevoli, con ottime possibilità di recupero nelle ombre. Questi scoiattoli erano nel bosco fitto dove ad occhio nudo era ... buio pesto. Anche qui a Torrile giornata di pioggia... luce pessima, eppure.. Per non bruciare il cigno, che non era fermo, quindi non permetteva esposizioni multiple, ho dovuto sottoesporre, Ma è bastato pochissimo per recuperare le ombre. Infine, basta back-front focus, i miei nikon ora sono tutti "tarati", o meglio non devo tarare più nulla. L'accoppiata 300mm più TC 14 sulla m D500 tendeva a funzionare in modo alterno. A volte andava benissimo, altre non azzeccava il fuoco e come da consigli ricevuti, dovevo spegnere smontare e rimontare il tutto. Questi sono cropo 100% di due foto scattate con la D500, il 300mm f4 Pf e il TC 14: due giorni diversi due rese diverse. Smonta e rimonta poi il tutto è tornato a funzionare, però non è entusiasmante, se sei in attesa che succeda qualcosa non è il massimo, perchè di solito succede mentra stai armeggiando con l'atttrezzatura. Se poi osavo accoppiare il 300mm al TC 17... addio, il fuori fuoco era garantito: Con la Z6, come cantava Lucio Battisti, tutto questo non c'è più: Nikon 300mm f4 Pf Tc 17, crop 100% Alti ISO? ecco qui tempo grigio e 7000 ISO! Crop 100%: Tutte rose e fiori? Naturalmente no, per quel che faccio io, vedo soprattutto due punti di miglioramento e riguardano l'autofocus: come per la maggior parte delle mirrorless le manca un po' di reattività. Questi cigni in volo li ha presi, ma soggetti più veloci o più erratici sono spesso un problema, al contrario di auto e moto, con gli animali non è possibile prevedere la traiettoria e predisporsi allo scatto in un punto prefissato. L'altro punto è la tendenza a perdersi nello sfondo più delle mie DSLR, anche se devo dire che credevo peggio. In qualche situazione occorre "aiutare" l'autofocus. Sfondo terribilmente confuso ed elementi di disturbo in primo piano, ma con un po' di malizia, soggetto centrato! Non so se il fatto che si usino teleobiettivi F tramite adattatore possa in qualche modo accentuare il problema, si vedrà quando ci saranno teleobiettivi S nativi. Dopo novemila scatti posso dire di essere contento della Z6, sono convinto che se si sa come usarla e quando, i risultati sono ottimi. Adesso anche Vincent ne è convinto, tanto da autorizzarmi a mettere un crop al 100% di un suo ritratto Scattato con... (musica da suspense)... UN VECCHIO CIMELIO!! Con la Z6 ci si può divertire, il relativamente contenuto numero di pixel aiuta a perdonare qualche segno di vecchiaia presente in queste lenti d'epoca. In conclusione, la Z6 mi piace, ho iniziato ad apprezzarne le qualità e conto di usarla sempre di più. Ultima nota: Questa l'avete già vista, la ripropongo perchè è la migliore foto che ho fatto quest'anno, con la Z6 a mano libera in presenza di vento. Silvio Renesto per Nikonland.
  17. Vitantonio dell'Orto, per chi non lo conoscesse, è un fotografo naturalista professionista, le sue foto sono apparse su diverse riviste ed ha pubblicato dei libri, è stato presente anche su Nikon school. Il suo approccio alla natura è particolare, più che il bel soggetto, cerca di cogliere e di trasmetterci l'emozione del vivere la natura come un tutto. Ci conosciamo, sia pure "a distanza", da molto tempo così gli ho proposto di raccontarci la sua storia di fotografo e il suo punto di vista sulla fotografia di natura. Ne è uscita un'intervista ricca e sotto molti aspetti originale, buona lettura (e grazie Vitantonio!). Raccontaci qualcosa di te Sono un fotografo naturalista con un passato da informatico in un’azienda metalmeccanica: due cose del tutto antitetiche, a parte l’uso del computer; e se qualcuno immagina che sia arrivato alla prima scappando dalla seconda, non si sbaglia. Fotografavo già da molti anni: quando si è trattato di cambiare mestiere era semplicemente l’unica altra cosa che sapessi fare abbastanza bene da giustificare un’entrata economica. Non c’era alcuna particolare ambizione personale o vanità dietro la scelta, solo pura sopravvivenza. E passione, perché non è certo una carriera che si scelga per arricchirsi. Dalla fotografia di natura ho avuto molte soddisfazioni: pubblicazioni, riconoscimenti e il mio quarto d’ora di notorietà nel settore, ma le gratificazioni maggiori sono sempre arrivate dal semplice fatto di fotografare, di stare in natura. Mi sono sempre sentito un fotografo, anche se facevo altro, e non lo sono diventato di più solo perché ne ho poi fatto una professione. Una solitaria pianta di trifoglio fibrino tra quinte di equiseto acquatico, Norbotten (Svezia). Quando e come ti è nata la passione per la fotografia? Come ogni ragazzino ho sperimentato diversi hobby per poi abbandonarli quasi subito; questo fino al momento in cui ho preso in mano la mia prima reflex, la Olympus OM-1 di famiglia che nessuno usava. Sono passati quarant’anni da quel momento (ne avevo 17), e non avrei più smesso di tenere una fotocamera in mano, anche se allora non potevo immaginarlo. Ricordo di aver comprato un paio di libri di tecnica generale e uno di composizione e di averli consumati a furia di sfogliarli fino a mandarli a memoria. Prima la passione per la natura e poi quella per la fotografia o viceversa? Fin da piccolo sono stato un avido consumatore di libri, e quelli sugli animali erano i miei preferiti; conservo ancora l’esemplare di “Guarda e scopri gli animali” (magnifica serie di fine ‘60 basata su illustrazioni) sulla fauna artica. Un segno del destino, forse, visto che da tempo vivo in Scandinavia; o, più semplicemente, probabilmente attraversiamo la vita restando in gran parte gli stessi, in fondo, a dispetto di quel che ci piace pensare. Ciò detto, solo diversi anni dopo i due mondi sono andati a coincidere e mi sono dedicato esclusivamente alla fotografia naturalistica; per arrivarci ho dovuto prima maturare sia come fotografo che, direi soprattutto, come individuo consapevole. Crescita di lichene centrifugo su un ammasso di rocce moreniche, Norbotten (Svezia). In un'intervista ti sei definito un fotografo naturalista "a tutto tondo", cosa volevi dire, qual'è il tuo concetto di Wildlife photography? In natura sono ancora come un bambino nel proverbiale negozio di giocattoli: voglio vedere tutto, provare tutto, “possedere” tutto. Amo ogni suo aspetto e non sono mai riuscito a limitarmi a un sottogenere, nel fotografarla. Non è solo bulimia visiva, se mi si passa il termine: la natura è complessità, infinità di relazioni e interdipendenze, e ho sempre sentito la necessità di far corrispondere il mio sguardo a questa realtà nel modo più ampio possibile. So che può essere stato un fattore limitante rispetto alla qualità della mia produzione: ci sono ambiti ai quali non puoi fare a meno di dedicarti corpo e anima, meglio se in modo ossessivo, se vuoi raggiungere risultati di primissimo livello, ma il punto non è mai stato quello: ho sempre fotografato per soddisfare un impulso interiore, non tanto per ottenere un certo risultato, per scalare una qualche gerarchia di bravura. Inoltre, saper raccontare storie attraverso una varietà di punti di vista si è rivelato utile quando si è trattato di descrivere in modo completo ambienti e luoghi per articoli e reportage. Relitto e renne in corsa nella riserva naturale Sandfjorden, Penisola di Varanger (Norvegia). Cosa rappresenta per te la natura? C’è certamente il piacere infantile, fisico, di entrare in contatto con animali e piante, essere all’aperto, sentire il vento, gli odori; ma c’è molto di più. Considero la natura il valore assoluto: c’è il piacere intellettuale e spirituale di relazionarsi col tutto, di sentirsi parte integrante di un disegno magnifico seppur casuale. Anzi, magnifico proprio perché casuale: non ho mai capito perché occorra presupporre una volontà superiore, per di più antropomorfa, per poter apprezzare il mondo naturale; o l’intero universo, se è per quello. Le cose sono, e per me è sufficiente; il caso ha intessuto sull’ordito di poche leggi fondamentali – che esistono intrinsecamente – una trama che induce in me sconfinate reverenza e meraviglia. E le proporzioni immani riempiono di umiltà e restituiscono un senso alla nostra minuscola individualità: fai parte di qualcosa di più grande. Paiono concetti banali, letti mille volte: bisogna uscire e viverli con tutti i sensi per capire che non lo sono affatto. E ancora: il senso di innocenza che deriva da un sistema naturale in cui non ci sono colpe o responsabilità, non malvagità o malizia, in cui ogni essere partecipa allo schema complessivo con eguale dignità e importanza. Ci sono lezioni infinite da trarre da questa considerazione soltanto, e considerazioni infinite da fare oltre a questa. Ci sono tutte le risposte, nella natura: sapere quali domande porre è la parte difficile. Felci su un tappeto di piante di mirtillo nero, parco nazionale Fulufjället, Dalarna (Svezia). Quali aspetti della natura ti attraggono di più come soggetti fotografici? Gli animali sono stati per parecchi anni tra i soggetti prediletti; è stato un modo per conoscerli intimamente, per stabilire una relazione empatica che andasse al di là della conoscenza didascalica. Una delle gioie maggiori è un animale indifferente alla mia presenza: la sensazione di essere in qualche modo accettato, di non sentirmi un intruso, un ladro di immagini, è straordinaria. Anche per questo mi sono spostato verso altri generi: non sento più l’esigenza di carpire una foto per provare l’emozione dell’incontro; ho superato l’idea del possesso, e la presenza, il momento in sé sono sufficienti, un binocolo mi è suffficiente. Continuo a ritrarre animali, se è il caso, solo come elemento estetico e come punto di interesse all’interno di composizioni più complesse. Altri soggetti che ho sempre amato sono i fiori: sono stregato dalla grazia di forme e profumi (a proposito di banalità) così come dal dovermi abbassare a terra per fotografarli, quasi in un inchino. Ho trascorso alcune delle ore più serene della mia vita sdraiato nei prati aridi delle colline del primo Appennino, tra il profumo delle ginestre e i colori di mille orchidee selvatiche. Cinque pernici bianche nella tundra montana della riserva naturale Städjan-Nipfjället, Dalarna (Svezia). Cigno selvatico al nido in una palude presso Fagersta, Västmanland (Svezia). Cosa dà a te la fotografia naturalistica e cosa vuoi trasmettere agli altri con le tue fotografie? Armonia, sensazione di innocenza ritrovata, senso di appartenenza e di annullamento. Questo è quello che ci trovo io, e in modo istintivo, di pelle… in modo quasi animale, se mi è consentito il paragone; è una dinamica necessariamente molto personale. La fotografia è un modo per sintonizzarsi con la natura assecondandone il ritmo, respirandola attraverso una decodifica visiva che ti obbliga a essere lì, vivere il momento, approfondire, sentire, vivere. In questo senso non può che essere un processo interiore, difficilmente condivisibile, un processo che, paradossalmente, trascende il risultato che se ne ottiene, l’immagine. Questa diventa quasi un sottoprodotto; la scusa per stare là fuori. Un mezzo, non un fine. Ho sempre trovato maggiore gratificazione in tutto ciò che precede lo scatto che non nelle foto in se’. Poi queste “mettono gambe”, vivono di vita propria, e se hai lavorato bene qualcosa passa: sono le persone a raccontarmelo, ognuno vedendoci qualcosa di diverso, attingendo a qualche elemento personale che risuona con una determinata immagine. Cielo riflesso in un torrente di foresta, Dalarna (Svezia). Col tempo è cambiato qualcosa nel tuo modo di fotografare la natura, ad esempio adesso preferisci ritrarre altri aspetti della natura o comunque ritrarli in modo diverso rispetto ad una volta? Ho seguito, nel tempo, alcune inclinazioni rispetto ad altre, perché è naturale che la spinta interpretativa evolva e diventi più esigente: quel che prima ci soddisfaceva dopo non è più sufficiente, si cerca qualcosa di diverso, si sperimenta. Si capiscono delle cose e si passa a capire quelle che ancora ci sfuggono. Una delle svolte è l’aver abbandonato da anni la “caccia fotografica” propriamente detta; come già accennato ora preferisco fotografare animali in modo estremamente ambientato, un ingrediente dello scenario come altri. Oltre a ciò, mi dedico soprattutto al paesaggio cosiddetto “intimo”, visioni di proporzioni ridotte in cui lettura delle forme e composizione rigorosa hanno priorità rispetto alla spettacolarità fine a se stessa e alla grandiosità degli scenari. Certamente vivere nelle foreste svedesi ha avuto un ruolo in questo, poiché mancano prospettive imponenti e, viceversa, abbondano scorci ricchi di grazia e dettaglio ma di certo visivamente più circoscritti e dalla scarsa tridimensionalità; i boschi in genere sono ambienti magnifici (quantomeno quelli che ancora mantengono carattere di naturalità, sempre meno diffusi persino al Nord) ma fotograficamente ostici e questo è ancor più vero nel caso delle foreste di conifere: una sfida stimolante quanto frustrante. Per fortuna ci sono le betulle, il mio albero preferito, a salvare spesso la giornata. Una betulla in autunno, Dalarna (Svezia). Betulle e sottobosco di corniolo nano nei colori autunnali, Abisko, Norbotten (Svezia). Ad un certo punto della tua vita hai deciso di lasciare l'Italia e vivere in una piccola località della Svezia, nella regione che hai chiamato "Piccola Lapponia"… Mi sono trasferito nella Svezia centrale – ai piedi delle montagne della Dalarna, per la precisione – nel 2007. “Piccola Lapponia” perché ambienti e specie presenti sono in sostanza i medesimi dei grandi spazi lapponi un migliaio di chilometri più a Nord. Conoscevo già il paese e cercavo un’alternativa all’Italia; ho sempre percepito un sentimento di appartenenza in Scandinavia, per il tipo di natura e il clima, la rarefazione degli spazi e delle complicazioni della vita quotidiana. La scelta è stata facile. Ovviamente non si prende una decisione simile solo per amore della natura: il Bel Paese mi stava stretto per una serie di fattori che con natura e fotografia avevano poco a che fare, e molto invece con la civiltà e i costumi. Non è stato un passo facile, e non è ancora detto che resti definitivo, ma è stato tutto ciò che speravo che fosse, e qualcosa di più. Con mia sorpresa, espatriando ho finito anche per apprezzare alcuni aspetti dell’Italia, quelli che non notiamo per mancanza di confronti; il che, per certi versi, fa ancora più rabbia, al pensiero di come potrebbe essere. Una su tutte, per restare in argomento: la biodiversità, l’enorme varietà degli ambienti naturali presenti nello Stivale; la stessa diversità che peraltro esiste anche in ambito culturale e sociale, che in Italia è spesso vissuta come un ostacolo o un motivo di frizione laddove andrebbe considerata una ricchezza. Hälleskogsbrännan, in Västmanland (Svezia), è una riserva naturale che tutela 6.420 ettari interamente bruciati nel 2014, il più grande incendio svedese in tempi storici. Multi esposizione in ripresa. Tu hai usato soprattutto fotocamere ed obiettivi Nikon, come ti sei trovato? Ho sempre amato le fotocamere meccaniche e manuali, immagino sia un fatto generazionale. Quando si è trattato di cambiare il corredo Olympus ormai datato, erano gli anni 90, la casa giallo-nera offriva ancora corpi tradizionali; inoltre ho sempre trovato l’ergonomia Nikon superiore a quella della concorrenza. Le FM2n, F90x e F100 mi hanno accompagnato fino all’ineluttabile rivoluzione digitale ma, se i corpi si sono allineati alla modernità, con le ottiche ho percorso una strada inversa: non avendo più necessità di supertele o di performances estreme, oggi utilizzo obiettivi manuali che risalgono a più di trent’anni fa. Con Nikon posso sfruttare ottiche storiche che in alcuni casi si comportano meglio dei loro successori (“nuovo” non è sempre “meglio”, soprattutto se l’autofocus è superfluo). Ho poi aggiunto un corredo mirrorless APSC leggero per le uscite fisicamente più impegnative (e comincio ad avere un’età in cui lo sono tutte). Felci e carici in un bosco allagato nel parco nazionale Stenshuvud, Scania (Svezia). Qual è la foto, il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato? C’è uno scatto così, in effetti: l’immagine di una rapida vicino casa su cui il sole novembrino proietta il riflesso della foresta circostante. Questo assume tinte dorate e tinge la corrente scolpita in forme plastiche, incorniciate dalla spuma resa fluida dall’esposizione prolungata. Avrebbe dovuto essere altro, in realtà: un merlo acquaiolo si era involato dal ghiaccio emergente, e ne ho atteso a lungo il ritorno, invano. Lo scatto ha coinciso con la mia nuova vita scandinava e incarna la mia concezione dell’immagine di natura (oltre a essere uno dei miei più venduti): partire dal reale per interpretarlo, trasfigurarlo, tradurlo in emozioni – se possibile – ma senza tradirlo o “migliorarlo” in modo artificioso e posticcio; non c’è quasi ritocco in quella foto, ma molti tra coloro che la vedono dicono “sembra un quadro” (altri credono che lo sia), provando in tre parole quel che cerco di mostrare: la magia che nasce da una raffigurazione onesta della natura, ma non per questo “oggettiva”, mera rappresentazione documentale, bensì uno sguardo personale che resti fedele al materiale di partenza. Assolutamente non la mia miglior foto, ma una che sicuramente mi rappresenta. Salti d’acqua illuminati dai riflessi del sole novembrino sulla foresta; foto citata nel testo sopra , Dalarna (Svezia). Fra i miei studenti all'Università ce n'è qualcuno che vuole diventare fotografo di natura, ma c'è un futuro per la professione di fotografo naturalista? Qualche anno fa gli avrei detto: “È difficilissimo, ma non rinunciare a priori ai tuoi sogni; non c’è nulla di meglio che far coincidere passione e lavoro” (quest’ultima affermazione non è sempre vera, ad essere del tutto onesto). Nel frattempo il mondo è cambiato, e non in meglio. Quello della comunicazione e della divulgazione in particolare è uscito stravolto dagli ultimi dieci anni ancor più di quanto non lo fosse già stato dai dieci precedenti. È scomparso un intero ecosistema, molti operatori hanno sentito la terra franare sotto i piedi (a partire dal sottoscritto). A quella domanda oggi risponderei: “Aggrappati con le unghie al primo lavoro dignitoso che trovi; con quello mantieniti e pagaci anche la passione fotografica e i costi (a volte notevoli) che implica. Ma in quella buttati a corpo morto: le vere soddisfazioni arrivano dal praticarla, a prescindere”. Se sarà il caso si potrà sempre aspirare a qualcosa di più in seguito: con marcate capacità organizzative, didattiche, di autopromozione e soprattutto di empatia nelle relazioni interpersonali, si può immaginare di guadagnare qualcosa con la docenza fotografica; allo stesso modo, padroneggiando le tecniche più sofisticate e con una vasta conoscenza naturalistica, è ancora possibile pubblicare a (scarso) pagamento, soprattutto scegliendo ambiti specializzati e poco frequentati. Tutto questo, tuttavia, richiede intuibilmente anni di esperienza, e non solo in campo fotonaturalistico. Rinnovamento nella foresta matura, parco nazionale Fulufjället, Dalarna (Svezia). Pino silvestre ricoperto di galaverna, Dalarna (Svezia). Come vedi l'evoluzione dell'editoria nel settore della fotografia di natura? La crisi dell’editoria aveva già ridotto gli interlocutori disponibili nel mercato asfittico della foto di natura (soprattutto in Italia), poi è arrivata la fotografia digitale, con la disponibilità di masse di immagini a basso (o nessun) costo, la facilità di veicolazione delle foto da parte dei singoli e il crollo della qualità richiesta per fruirne (un conto è pubblicare su una rivista, un altro sul web). Oltretutto il pubblico si è abituato alla gratuità e la maggioranza preferisce guardare gratis foto qualsiasi in bassa risoluzione che spendere per apprezzare quelle buone nel modo che meritano; e, lasciatemelo dire, col tempo sta perdendo la capacità di distinguere le prime dalle seconde. Oggigiorno i servizi all’individuo sono rimasti quasi l’unico modo per monetizzare la propria arte. Non è un caso che ci sia stata una proliferazione di corsi e viaggi fotografici. Non si vendono più le immagini, si vende se stessi pubblicizzandosi attraverso le proprie immagini. Da un lato è stata una rivoluzione drammatica; da un altro lato, come avvenuto in altri comparti economici, la semplificazione del modello di business, l’eliminazione di filtri e intermediari, rendono possibile a chiunque di contattare direttamente chiunque altro via social network ecc. Ne consegue, però, che l’offerta è enorme, poco discernibile per meriti (proprio per la scomparsa di intermediari professionali in grado di filtrare e promuovere la qualità: il ruolo della vecchia editoria) e la qualità richiesta è in media di basso livello (con un aumento esponenziale dell’offerta). Si vive, in sostanza, il paradosso comune in questa età della connessione permanente continua: chiunque può comunicare qualsiasi cosa al resto del mondo; gli strumenti per farlo sono a portata di tutti, ma pochi hanno qualcosa da dire o che valga la pena di essere ascoltato, meno ancora quelli in grado di farlo propriamente, e ancora meno quelli che ne ottengono un qualche profitto. Non mancate di visitare il sito web di Vitantonio QUI, ricco di immagini e QUI potete trovare un'anteprima del suo libro "La mia Svezia". Silvio Renesto per Nikonland Tutte le foto (c) Vitantonio dell'Orto.
  18. Non sono un naturalista da grandi avventure, mi accontenterei dei mie miei giri in garzaia, nelle risaie e nei fossi, dove in primavera si ha la rinascita di tante piccole e grandi creature. Gli Ardeidi intenti a costruire il nido: Gli Svassi amorevoli genitori O formidabili pescatori E tutti i piccolini, a cominciare dalle raganelle che fanno meditazione La Mantide, Femme fatale... Le mie preferite, le Libellule che proprio in questo periodo cominciano a emergere dalla forma larvale. Per poi riempire l'aria dei loro voli acrobatici e letali, E tanti altri ... Ma non li hai già fotografati un milione di volte, non ne hai abbastanza? Certo che no, almeno per due ragioni: sono come degli amici, andarli a trovare è sempre un piacere, fotografarli mentre fanno le loro cose è sempre bello. E poi si spera di fare foto sempre migliori, più belle, più interessanti. E non dimentichiamo che ogni tanto ci sono le sorprese. Erano più di dieci anni che andavo all'Oasi dell'Alberone, e fino all'anno scorso, non l'avevo mai vista, e poi eccola lì, regalo inaspettato: L'avevo fotografata, male, sul Ticino tredici anni fa e poi mai più vista. Ritrovarla è stata un'emozione. Si ama quel che si conosce, si fotografa quel che si ama, solo così rimane la passione.
  19. Nello spirito delle "pulizie primaverili" e per allinearsi al nuovo corso Nikonland 3.0, mi sembra utile spiegare cosa mi aspetterei di vedere in questo club e, soprattutto cosa sarebbe meglio evitare, per avere idee più chiare e sperare in una partecipazione produttiva. Il club si chiama "Fotografia Naturalistica" che in inglese si traduce con Wildlife Photography, ovvero "Fotografia dedicata alla vita selvatica", animali, piante, funghi (possibilmente nel loro ambiente naturale) con una connotazione estetica ma anche di conoscenza. Per cui: Wildlife Photography non è Pet photography: il vostro cane, il vostro (e mio) gatto, criceto, canarino, mucca, pitone, tarantola o pesce rosso, qualunque animale da compagnia che ci giri per casa in giardino o o nell'acquario non è Fotografia naturalistica. Altrimenti il Club si dovrebbe chiamare " Fotografie di Animali e Piante" ed allora ci sta dentro tutto e non si capisce niente. Le foto dei nostri amici mettiamole da qualche altra parte, ok? Questo club è un club principalmente fotografico. Nel forum sono bene accette segnalazioni, richieste di identificazioni e simili, ma nelle gallerie e nei post fotografici (che dovrebbero essere la maggioranza) ci si aspetta di vedere soprattutto foto di qualità fatte al meglio delle proprie possibilità, come composizione, luci e quant'altro. In pratica questo club non è come Naturamediterraneo, eccellente forum di informazione e divulgazione naturalistica, in cui c'è anche un piccola sezione di fotografia naturalistica, ma per il restante 90% le foto sono solo a scopo informativo e/o documentativo e visto lo scopo, giustamente, poco importa che siano ben a fuoco, illuminate, composte, fatte con la compattina , il cellulare o chissà cosa. Qui è il contrario, un club dove presentare belle foto che ha anche uno spazio per identificazioni e segnalazioni. La fotografia naturalistica non è nemmeno fotografia "fantasy", mi riferisco a quelle poetiche (a volte inquietanti) invenzioni, che danno un'immagine distorta, diseducativa, della natura, che è l'esatto contrario della fotografia naturalistica. Ambientazioni false, fotografie di interazioni impossibili fra soggetti incompatibili, intesi come modelli a scopo creativo, si possono definire in qualsiasi modo che so, concept art?Non ne ho idea, ma il loro posto non è qui. Come ho già scritto , una Bambina col mantellina rossa che abbraccia un Pastore Cecoslovacco (intendo il cane di quella razza che più di tutti somiglia al Lupo) non è naturalistica. Ma allora che foto mettiamo qui? Non possiamo limitare i contributi alla fotografia naturalistica "dura e pura" alla Valerio e Massimo (Vignoli), altrimenti di foto se ne vedrebbero ben poche. Quindi siamo elastici, ma con onestà, magari dichiarando le condizioni di ripresa. Vanno bene: Foto naturalistiche vaganti o da appostamento nel territorio (quelle "dure e pure") Ballerina gialla che ha pescato un pesce, Calolziocorte (LC) senza capanno. Ballerina Gialla, tutto come sopra Ibis in Risaia , dall'auto. Foto in oasi naturalistica senza mangiatoie e altri richiami (ad esempio Torrile o Marcaria) Spatola a Torrile, foto da capanno. Foto da capanno attrezzato (con attrezzato si intende con presenza di cibo che attira i soggetti, che siano i passeriformi nel Monferrato o gli Orsi in Finlandia). Frosone , da capanno con mangiatoia ed abbeverata. Foto di animali che hanno colonizzato le città, Gazze, Cornacchie, Passeri, Falchi, Ratti, ma anche Aironi, Gabbiani e tanti altri animali si possono trovare in contesto urbano o periferico e si possono fare foto molto interessanti e significative. Airone Cenerino sul tetto a Pescarenico (LC)ù Airone Cenerino al Parco Nord Bresso/Cinisello/Milano. Nel contesto di natura urbana ci stanno anche gli invasori come queste tartarughe americane. Macrofotografie di animali e piante "sul campo", che non abbiano comportato manipolazioni a danno dei soggetti sempre, ma soprattutto se volte allo scopo di creare surreali scenette fantasy di cui ho già scritto sopra. A rigor di logica, come la pet photography non è fotografia naturalistica, così non lo è la garden photography; ossia la foto alla Begonia, Petunia, o altra specie non "spontanea". E gli Zoo-Parchi ? Ehm... hum... mah ... Le foto in uno zoo possono essere indubbiamente interessanti se contestualizzano lo zoo, magari come messaggio. Procione reso "obeso" dalla prigionia. Bayerische Wald. Altrimenti il soggetto a volte rischia di diventare fine a se stesso, o che le foto vengano "strane": Ad esempio un leone che passeggia su un prato rasato all'ombra di un abete, beh, fa strano. In senso stretto, un animale fuori dal suo ambiente non è proprio una foto naturalistica, ma qui non si vuole essere troppo restrittivi, per cui se a qualcuno piace il genere e gli riesce di fare belle foto di un animale allo zoo, va bene. Lince al Bayerische Wald, che in fondo è un grosso parco zoologico. La foto non è molto bella. A volte nei parchi si ottengono buoni ritratti come per questi lupi del Bayerische Wald. Spero di avere chiarito quali sarebbero gli intenti di questo club, aspetto le vostre foto con entusiasmo e perchè no, osservazioni e commenti qui di seguito.
  20. Oggi era in programma solo un breve giro. Così sono passato da Pescarenico, dopo tanto tempo. Naturalmente non ero interessato al paesello manzoniano quanto come sempre... agli animali. Lì un breve tratto di fiume incassato fra le colline collega il Lago di Lecco al Lago di Garlate, la corrente è forte e il vento di più così si ha sempre una percezione di frescura (anzi, all'arrivo c'erano poco più di tre gradi!). Il lungofiume è piuttosto affollato di ogni genere di umanità (famigliole, persone con cani, joggers, bikers , sfaccendati, fotografi ...). ma se si arriva presto e ci si infila tra le barche tirate in secca, usandole un po' come riparo, si possono fare incontri interessanti. Un banalissimo gabbiano, ma mi sembrava elegante. Qualcosa di meglio? Fistione Turco Bello lui e bei riflessi . Le anatre hanno pattugliato la zona poi si sono spostate sulla riva opposta fuori tiro anche con i moltiplicatori. Così mi sono dedicato ad altri soggetti. Un diverbio tra un airone Cenerino ed un Cigno Delle composizioni di aironi e muro sull'Isola Viscontea, striato dalle variazioni di livello del lago. La vera star del giorno però sarebbe stato il maschio di Smergo Maggiore ma. accidenti, l'ho preso male (avevo cambiato corpo, ossia ho preso la D500 per avvicinare, ma nella fretta ho colpevolmente dimenticato di regolare qualcosa...). Peccato. Pazienza, Magari ci torno un'altra volta.
  21. Nel bosco era buio pesto, tempi rapidi, a ISO dodicimilaottocento ed ecco qui: E' rimasto sorpreso anche lui: Nikon Z6, FTZ, 300mm f4 PF +TC14 EIII. Mica male!
  22. Oggi ho voluto provare a fare "quasi" wildlife photography con la Nikon Z6, scegliendo un soggetto non terribilmente difficile ma comunque impegnativo: cince e altri uccelletti. Avevo già provato (con la Z6 di Mauro e un'altra volta con quella di un amico) a fotografare "uccellacci", dalle poiane agli aironi, con buoni risultati, ma gli "uccellini" sono più sfidanti, per le dimensioni (molto piccole) e l'irrequietezza. Ulteriore elemento di difficoltà la giornata, iniziata con la nebbia e rimasta scura fino a tarda mattinata quando l'entusiasmo per la natura ormai era stato sostituito da quello per un caffè caldo. Niente capanno, solo appesa una noce bucata ad un ramo e aspettato. Sulla Z6 ho montato il 300mm f4 PF con il TC14EIII tramite ovviamente l'FTZ. La poca luce ha comportato ISO alti alti (12.800 a volte) perchè gli uccellini necessitano di tempi ultrarapidi. Come mi sono trovato? Meglio di come pensassi, una volta superato il leggero ostacolo del passaggio da Dx (D500) a Fx, dove tutto è più lontano (ma sarebbe valso anche se avessi avuto la D5 ). A volte "piccolo è bello", ritratto ambientato che da' l'idea del grigiore invernale: E' andata bene in quanto ad incontri: Un bel picchio rosso! E poi i soliti piccoli amici: La tenuta agli alti ISO mi ha soddisfatto appieno. Il rumore è contenuto e la nitidezza rimane soddisfacente. A ISO più bassi passa a eccellente. Crop 100% della foto precedente, 7200 ISO. Ho usato AfC e area dinamica. Ho prefocheggiato sul ramo e poi aggiustato il tiro sui soggetti se questi si posavano su rami vicini. Confermo la tendenza a cercare lo sfondo quando questo è intricato, ignorando il soggetto; a volte capita anche con le DSLR, ma meno spesso. Alla fine però i fuori fuoco non sono stati poi troppi, in sostanza non ho trovato la cosa ingestibile. Non ho avuto particolari problemi di lag (a parte il blackout al risveglio dallo standby che già sappiamo), oppure può essere che io sia più lento della fotocamera . Ho scattato a raffica veloce, ho fatto del chimping (riguardato foto a monitor per cancellare), ho fatto circa 400 scatti ed ho consumato due tacche di batteria, mi sembra un buon risultato. Cosa molto positiva, non ho sentito il bisogno di tirare fuori la D500 che mi ero portato come backup (per la serie non-si-sa-mai-che-non-ne-azzecchi-una ), devo solo riabituarmi ad avvicinarmi un po' di più! Unica cosa noiosa, il 300 PF con gli sfondi intricati può essere davvero irritante (non è colpa della Z6 però!). Sfondo "sdoppiato" il 300 PF vuole sfondi puliti, se no si innervosisce! In conclusione, mi sembra che la Z6 abbia dato una buona prova di sè.
  23. Ho incontrato per caso Olivier Larrey sulla rivista Black and White Photography. Mi ha subito affascinato. Olvier Larrey, francese, di sè racconta (traduzione mia dal suo sito) fin da piccolo mi appassionava l'estremo Nord. Sulle ginocchia di mia nonna ho scoperto la fauna dell'Artide mentre mi leggeva i libri illustrati di Paul-Emile Victor. Trichechi, orsi, foche e le aurore boreali hanno alimentato i miei sogni e ispirato i miei progetti. Tornerò nell'estremo Nord ancora e ancora, certamente per conoscere meglio le terre gelide, ma sicuramente per conoscere meglio me stesso. Al momento sono un fotografo naturalista professionista per in Regard du Vivant e lavoro anche come guida dell'organizzazione Decouverte du Vivant. Olivier Larrey non fotografa solo l'Artide e non fotografa solo in bianco e nero, molti dei suoi lavori comprendono splendide immagini a colori, ma quello che mi ha colpito maggiormente e su cui voglio portare l'attenzione è la magia del suo incantato bianco e nero (più bianco che nero). Prima però di lasciare spazio alle fotografie ecco dei link su Olivier Larrey (andateci a fare un giro, ne vale la pena) e su Regard du Vivant: https://olivierlarrey.org/ http://www.faunesauvage.fr/fsphotographe/larrey-olivier http://regard-du-vivant.fr/fr/equipe.html Qui alcune sue immagini a colori: https://www.photo-montier.org/fiche-exposant/taiga-regards-croises-nature-finlandaise/ Ed ecco le sue foto, non occorre che le commenti, parlano da sole. Dai suoi lavori sulla fauna nordica Da altri suoi portfolio Disclaimer: Tutte le foto qui pubblicate sono copyright (c) di Olivier Larrey e sono qui riportate al solo scopo di divulgare la sua opera.
  24. Da qualche anno ho la possibilità di passare una settimana di agosto sul lungomare di Sabaudia, nel territorio del parco naturale del Circeo. Precisamente sul litorale a ridosso del lago costiero di Caprolace e alla riserva naturale Pantani dell'Inferno, che, a dispetto del nome, rappresenta un'importante zona umida riconosciuta dalla convenzione di Ramsar. Nei mesi di luglio ed agosto, sulle dune colonizzate dal Ginepro coccolone (Juniperus oxycedrus macrocarpa) e da altre specie altamente adattate alla dura vita sulla sabbia, fioriscono i meravigliosi Gigli di mare (Pancratium maritimum) , anche chiamati Narcisi di mare. Si tratta di piante che nulla hanno a che fare con il giglio, se non per il dolce e persistente profumo che si diffonde per tutta la spiaggia al mattino presto e di notte, quando il vento è una leggera brezza gradevole. I fiori sono candidi e molto grandi, possono arrivare a circa quindici centimetri di lunghezza e circa otto di diametro massimo, più circa cinquanta centimetri di gambo. Esibiscono una corolla doppia, quella esterna costituita da sei petali, quella interna che forma una specie di tromba dalla quale prendono forma stami e pistillo, quest'ultimo più lungo degli stami per evitare l'autoimpollinazione, impollinazione che avviene di notte a cura delle falene. Il loro candore ha dato origine alla leggenda secondo la quale uno schizzo di latte di Era (la Giunone dei romani), succhiato con troppa foga da Ercole infante, volando in cielo abbia formato la via Lattea e ricadendo sul suolo abbia dato origine ai gigli di mare. I Gigli di mare fanno parte delle piante che si affidano al mare per trasportare i propri semi che, quindi, sono in grado di galleggiare per lunghi periodi e distanze (disseminazione idrocora, la noce di cocco ad esempio usa la stessa strategia). Sono diffusi in tutto il Mediterraneo, Portogallo, parte delle coste del Mar Nero, Sud Africa (dal quale sembra che abbiano origine) e California. Non sono attaccati da parassiti, fatta eccezione per i voraci bruchi di Brithys crini (falena notturna le cui larve si cibano del giglio), nel 2016 hanno rappresentato una vera piaga per i gigli. Negli anni ho provato molte volte a fotografarli. Per chi conosce il mio modo di fotografare i fiori, non faccio scatti allo scopo di assemblare un manuale o una guida per il riconoscimento. Mi piace pensare di riuscire a catturare l'effimera essenza dei fiori, quasi a trasporre la loro delicatezza ed etereità sul supporto fotografico. Non sempre questo accade; è complicato fotografare uno dei soggetti più inflazionati senza cadere nel deja-vu o nella foto enciclopedico-documentale. Cerco di rendere il fiore facendolo filtrare attraverso la mia sensibilità, visualizzandolo prima ancora di fotografarlo. Rendendolo, se possibile, ancora più etereo e delicato che nella realtà. È una sorta di idealizzazione, un'istantanea di un'idea che trova compimento nella bellezza delle forme e dei colori. Possono essere dettagli estrapolati dal contesto, macchie di colore o il fiore intero: è poco importante il "cosa", molto di più lo è il "come". "Come" da intendere dal punto di vista visuale, non tecnico. "Come" lo vedo nel momento in cui scatto e "come" vorrei che gli altri lo vedessero, anche se il termine giusto dovrebbe essere, "percepissero". Quest'anno, complice una fioritura estremamente ed insolitamente abbondante, con centinaia e centinaia di gigli lungo i diversi chilometri del litorale, mi sono impegnato con maggiore attenzione e caparbietà. Inizio con degli scatti mattutini, prima e durante il sorgere del sole ma, a parte l'uso vagamente creativo del cielo e delle nuvole rosate gli scatti non mi soddisfano. Seguendo il consiglio di un grande fotografo nonché caro amico, Marco Antonini, che per me sta alla fotografia di fiori come Silvio Renesto sta alla fotografia di libellule e cioè un mentore assoluto, vado a fotografare al tramonto. Purtroppo, dalla sera precedente, un vento di Maestrale teso e costante sta martellando in maniera incessante ed impietosa il litorale. Risultato: appena arrivo in spiaggia mi coglie una sensazione di sconforto, dei profumati e immacolati gruppi di gigli rimangono i gambi ed i boccioli ancora non sbocciati oltre a brandelli di petali. Con poco meno di un'ora di luce a disposizione comincio ad aggirarmi per le dune alla ricerca di sopravvissuti. I resistenti cespugli di ginepro hanno protetto molti gigli che, anche se strapazzati dal vento, resistono stoicamente. E' una vera sfida, sia creativa che tecnica, a causa del tempo limitato, della difficile posizione dei fiori sopravvissuti e del Maestrale che continua imperterrito a spazzare il litorale, senza tregua. Il vento è talmente forte e costante che un flusso fastidioso di sabbia sferza me e la macchina fotografica tanto da faticare a tenere gli occhi aperti in diverse occasioni. I fiori sono in posizioni talmente improbabili e scomode che per un paio di scatti non ho altra soluzione che scavare una piccola buca dove alloggiare il fianco della macchina fotografica per abbassare il punto di vista ed avere il taglio verticale che sto cercando. Sono armato di Tamron 90 macro e Sigma 150-600, entrambi sono in grado di produrre uno sfocato veramente gradevole; sono partito con l'intenzione di scambiarli più volte in base alle occasioni, ma la sabbia che tenta di infilarsi ovunque mi costringe a soli tre cambi, effettuati in maniera che va ben oltre la normale cautela. Il cavalletto che ho appresso risulta essere solamente un fardello che lascio a prendere il Maestrale su una duna. Gli spazi sono talmente stretti e scomodi che anche la flessibilità e modularità del mio 055x ProB sarebbe un impedimento. Decido di non usarlo. Le migliori foto alla fine sono scattate con il Tamron, forse ciò non dipende solo dalle particolari condizioni atmosferiche ma, probabilmente o principalmente, dal fatto che il Tamron è una lente che possiedo da dieci anni, che conosco come le mie tasche e dalla quale so precisamente cosa aspettarmi, cosa poterle chiederle e cosa no. La raffica della D300s risulta necessaria così come l'AF che riesce a stare dietro ai fiori che vengono sbatacchiati senza sosta. Mi meraviglio di come possano non disintegrarsi davanti ai miei occhi... Alla fine riesco a tirare fuori diversi scatti che avevo in mente e nel cuore, uno in particolare eccede le mie aspettative nel momento esatto in cui compare sul display della mia fida D300s. C'è tutto quello che avrei voluto ci fosse, uno sfondo che fa risaltare le curve sinuose dei petali e della corolla, il controluce che delinea in maniera netta ma allo stesso tempo delicata la silouette, le strutture riproduttive che sembrano dare origine al Sole perfettamente posato sulla corolla. Per questa foto la raffica è stata decisiva, potete vedere una velocissima preview di parte della raffica, io sono letteralmente piantato nella sabbia, praticamente immobile, i movimenti sono dovuti unicamente al vento. La D300s è capace di 7 fotogrammi al secondo, gli scatti sono tutti intorno a 1/3200s, facile capire quale fosse la potenza del vento. Ne è valsa la pena? Ovviamente si, lo rifarei (e lo rifarò) altre mille volte. Non è forse questa soddisfazione che ci spinge a fotografare? P.S.: State pensando che forse potrei aver esagerato con la storia del Maestrale? Giudicate voi stessi...
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