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Corredo Fotografico (sintetico !)

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  1. In una recente intervista rilasciata ai media cinesi, i progettisti della Z7 II hanno dichiarato che il sensore da 45 megapixel secondo loro ha ancora del potenziale da offrire. Si tratta praticamente dello stesso sensore che ha debuttato nel 2017 con la Nikon D850, cui è stata aggiunta la matrice dei punti per la rilevazione di fase. E che equipaggia anche la Z7, tale e quale. Questa Nikon Z7 II è quindi la terza fotocamera ad utilizzare questo sensore progettato da Nikon per le sue specifiche esigenze, a cominciare dalla sensibilità base di 64 ISO. In questo senso é proprio arduo se non impossibile trovare differenze di resa in termini di qualità di immagine tra le tre fotocamere. E' possibile - ma più in via teorica che pratica - che la D850 proprio per l'assenza dei punti semiciechi della rilevazione di fase abbia un filo di qualità in più quando si spingono le ombre oltre il dovuto. Ma qui mi fermo perchè è un campo di indagine che non solo non mi appassiona, mi annoia proprio. Dando per assodato che la qualità data dal sensore sia la stessa, noi tutti abbiamo amato la Nikon D850 - probabilmente la migliore reflex mai prodotta dal nostro marchio - per il mix di specifiche, di caratteristiche e di prestazioni offerte. Ma anche per quel feeling particolare che lo sviluppo del corpo delle reflex professionali Nikon ha raggiunto nella sua ultima fase di maturità. Usare una fotocamera come quella è un piacere, nessuno può negarlo. Tutto funziona come si deve. Tutto è dove te lo aspetteresti che sia. Le Nikon Z7 sono belle fotocamere, costruite con lo stesso criterio e con gli stessi materiali, concepite allo stesso modo. Ma sono state pensate per soddisfare un altro genere di fotografo, uno che si attende che una mirrorless, debba avere anche un pò meno peso e volume rispetto ad una reflex. Anche a costo di rinunciare ad un pò di comodità in termini di ergonomia e di comandi. Ammettiamolo, una D850 la si può usare a memoria, senza mai entrare in un menù. Mentre più di metà delle funzioni di uso comune della Z7 ti obbligano ad entrare nel menù, sia anche solo quello rapido richiamato dal tasto i (che pure è presente anche nella D850) mentre stai fotografando. Non è la stessa cosa. Almeno, non è la stessa cosa per una certa fascia di fotografi. Motivo per cui molti di noi stanno attendendo la vera alternativa mirrorless Z della reflex D850. Anche se in termini di qualità di immagine una Z7 arriva fino la. E lo fa anche andando in campi inesplorati dalla D850. Quelli resi possibili dal mirino elettronico, dall'assenza di specchio e di ... otturatore meccanico (almeno quando è possibile usare quello elettronico). Bene, chiarito il punto che a distanza di quasi tre anni dal lancio una Z7 non sostituisce per intero una D850, vediamo meglio la Z7 II. Distinguere da lontano una Z7 II da una Z7 è impossibile. Perchè le differenze sono sostanzialmente due. Una è il marchietto : l'altra la contattiera interna che permette la comunicazione piena con il nuovo battery grip Nikon MB-N11 e la logica di ricarica della nuova batteria interna EN-EL15c, ricaricabile anche durante l'uso. Il resto - i due processori, il buffer maggiorato e le nuove modalità autofocus - si possono apprezzare solo nell'uso ma non differenziano sul piano estetico le due fotocamere. Che per il resto sono del tutto fungibili. Z7 e Z7 II sono entrambe fotocamere più riflessive delle Z6 sono progettate per poter sfruttare la più elevata risoluzione e gamma dinamica a basse sensibilità sono più versate per la fotografia di studio, la macro, il paesaggio (ma solo a condizione di sfruttare la gamma dinamica e la risoluzione alla sensibilità base) sono le più indicate per sfruttare di più la capacità di risolvenza dei migliori obiettivi (che di converso significa che richiedono i migliori obiettivi per offrire il meglio di se) la più ampia capacità di catturare le sfumature di colore permesse dal doppio dei megapixel, si perdono se la destinazione d'uso non prevede stampe fine-art di dimensione superiore ad almeno A2 Bene ma in cosa si differenziano allora, Z7 e Z7 II ? Non è una domanda banale. Ed è meglio sgombrare il campo dagli equivoci. per alcuni fotografi potrebbe essere molto arduo determinare quanto hanno fatto i progettisti Nikon nella Z7 II. Che porta sulla Z7 sostanzialmente questi vantaggi che abbiamo già accennato ma che ripetiamo ancora : nuova batteria EN-EL15c, più capace ma soprattutto in grado di essere ricaricata via USB-C durante l'uso (la stessa EN-EL15c è compatibile con la Z7 ma senza possibilità di ricarica durante l'uso) nuovo battery grip MB-N11 completo di comandi per lo scatto in modalità verticale (mentre rimane la compatibilità con il battery-pack MB-N10 progettato per Z7 e Z6) buffer maggiorato doppio slot di memorie. Allo slot per XQD/CFexpress è stato associato uno slot per schedine SD UHS-II modalità video in formato 4K60P (la Z7 si ferma al 4K30P che per molti sarà già superiore alle proprie necessità, ammesso che siano interessati al video) nuove modalità autofocus (in particolare per quanto riguarda il riconoscimento del volto e dell'occhio di umani e animali domestici) nuova modalità di selezione dei tempi di scatto sino a 900 secondi (ammetto che è una funzione che non ho esplorato e che dubito avrò mai bisogno di usare) oltre ad una potenzialità, di fatto già messa in campo, di ulteriore sviluppo delle capacità via firmware che sembrerebbe (il condizionale è d'obbligo) interrotta sulla Z7 (che sia per ragioni di marketing o tecnologiche lo ignoriamo). La Z7 II ha un doppio processore identico a quello della Z7 che ne rendono più fluido l'impiego. Nell'uso pratico io l'ho riscontrato solo in termini di migliore precisione del riconoscimento dell'occhio dei miei soggetti e nella possibilità di scattare praticamente in continuo senza interruzioni. Mentre la Z7 dopo pochi scatti tossicchiava avendo saturato il buffer, la Z7 II invece continua a scattare mantenendo sostanzialmente costante (almeno in raffica H) la capacità del buffer che viene liberato sulla CFexpress praticamente in tempo reale (nell'uso la capacità residua si mantiene pur scattando a raffica sui 22-23 scatti liberi, andando a zero solo quando si raggiunge il limite imposto dopo parecchi secondi di fotografia che in condizioni normali "non da sport" praticamente non capita mai. La Z6 II invece arriva fino a 200 scatti, come abbiamo visto nei nostri test pratici con video dimostrativo). Ma queste caratteristiche probabilmente interessano solo una parte dei fotografi. Non certo chi fa sempre pochi scatti oppure fotografa solo in studio a scatto singolo o fa paesaggio, che sono poi le occupazioni principali della Z7. Ok, ci hai detto tutto ? Ma come va ? E' una fotocamera Nikon. Quindi va benissimo. Nei mesi da cui l'ho in casa l'ho usata come macchina principale, facendo di tutto. Pur confinato per lo più in casa ho superato i 20.000 scatti con profitto. Senza inconvenienti e sempre con grande soddisfazione. Con soggetti statici : focus stacking di 26 scatti ad alta risoluzione : Nikon Z7 II e Nikkor Z 24-200 ad f/8 con soggetti dinamici : Nikon Z7 II insieme al suo compagno ideale, il meraviglioso Nikkor Z 50/1.2 S che grazie alla sua luminosità le consente di scattare per lo più ad ISO 64 per sfruttarne la grandissima gamma dinamica Ottenendo con più facilità le foto che ottenevo con la mia precedente Nikon Z7 che potrà sembrare un limite ma nella realtà non lo è affatto. Confesso che oggi queste foto non sarei (e non sono) più capace di farle con una reflex. La comodità di vedere a mirino la luce e l'esposizione, la silenziosità, lo stabilizzatore integrato, l'assenza totale di vibrazioni che mi consentono di scattare foto "granitiche" ad 1/8'' senza scordare la grande potenza per me - ritrattista al 90% - di poter inquadrare mettendo l'occhio del mio soggetto in qualunque punto del frame senza dover fare equilibrismi è impagabile. Ma sarebbe anche un filo disonesto dire che le differenze tra Z7 II e Z7 invochino l'immediato upgrade. La Z7 II è una macchina meglio rifinita che consiglio a chi pensi di dotarsi di una Z7 oggi. Ma ha qualità superiori alla Z7 solo per chi ne necessiti specificatamente. Per tutti gli altri la Z7 offre le stesse qualità di immagine ad un prezzo più vantaggioso, senza altra rinuncia che non siano quegli aspetti, importanti ma non rivoluzionari, che abbiamo bene evidenziato, credo. Escludo a priori che chi trovi nella Z6 la sua macchina d'elezione, possa aggiornarsi alla Z7 II. Avrebbe sbagliato in origine, oppure sbaglierebbe oggi. Z6 e Z7 restano differenti nell'impostazione e nell'indole anche nella versione II. Quindi non fate l'errore di pensare alla Z7 II come una Z6 ad alta risoluzione. Non è così. L'equivoco nasce dal fatto di avere fisicamente la stessa architettura. Ma la Z6 II va più veloce, ha un video più fluido, è più agile, ha una gamma dinamica complessivamente migliore su tutto l'arco delle sensibilità. La Z7 II resta una macchina da meditazione. Un complemento per chi abbia già una macchina per tutti i giorni. O la macchina d'elezione per chi viaggia sempre in surplasse. Che è sempre un bel viaggiare anche quello. *** Una nota a margine sull'ultimo firmware appena pubblicato. E' possibile che l'autofocus della Z7 II sia più sensibile di quello della Z7 come dicono le specifiche. Io sinceramente non sono andato a cercare le differenze, anche perchè non ho più in casa una Z di prima generazione. Ma ho provato il riconoscimento dell'occhio delle persone al chiuso mentre un amico usava una Z6 I. La differenza è eclatante. E qui (anche, non solo la Z6 II) la Z7 II è sia più sensibile che più precisa anche della Z6. Ci vede di più, da più lontano, sbaglia poco o niente. Ecco, se uno fotografa le persone, un pensierino alla nuova lo dovrebbe fare. Otterrebbe in un colpo tutti i vantaggi del caso ed avrebbe meno pensieri quando cerca l'occhietto della modella in penombra anche a figura intera a 4 metri di distanza come in questo caso : l'autofocus è andato a prendere l'occhietto anche se è lontano ed occupa una frazione del campo inquadrato e sebbene un occhio sia socchiuso e l'altro semicoperto dai capelli E un'ultima annotazione che sono certo non farà piacere al distributore italiano ... ma mi corre l'obbligo. Le prime Z sono tutte eccellenti fotocamere io ho accumulato sinora 300.000 scatti con le Z di prima generazione e 50.000 con quelle di II generazione. Ma sappiamo che se non è domani, tra qualche mese uscirà almeno un esemplare e poi più di un esemplare di Nikon Z si categoria superiore. E la Z7 II non sarà più l'ammiraglia delle Z ...
  2. Siamo quasi a fine anno , mi è venuta voglia di valutare la mia annata fotografica, per curiosità, per vedere se qualcosa è cambiato e quanto le "reclusioni " e tutto il resto hanno inciso sulla mia "produzione". Dover riorganizzare completamente la mia attività soprattutto per adattare le mie lezioni alla famigerata DaD (Didattica a Distanza) tramite PC è stato un lavoro che mi ha tenuto incollato al PC per quasi tutto il tempo in cui non ero ... incollato al PC a tenerle, le lezioni, weekend compresi. E quando non dovevo lavorare, non si poteva andare in giro. Per fortuna l'"altra" mia passione, che non richiede di stare seduti ad un tavolo od al PC (non l'avrei sopportato), e bastaun'ora al giorno o poco più, mi ha permesso di mantenere sani corpo e mente. Il bello delle arti marziali tradizionali è che possono essere studiati e praticate anche "a solo", in casa o all'aperto, in quanto attività motoria consentita da DPCM . Fotograficamente, il 2020 è stato l'anno in cui ho ridotto moltissimo, anche se non abbandonato del tutto, la fotografia naturalistica, sia wildlife che macro. Il motivo? più d'uno a dire il vero, un calo di interesse, forse dovuto alla la sensazione di non riuscire a fare di più di quanto già fatto. Anche potendo, non mi andava più di frequentare i capanni "a pagamento" per fare soggetti preconfezionati (e strafotografati). Intendiamoci, non sostengo che sia sbagliato farlo eh, era solo una sensazione che avevo mi toglieva il gusto e la voglia di andare. E vere spedizioni ... non sarei in grado per diversi motivi, quindi... Quindi poca, pochissima wildlife e tutta "vagante", a corto raggio. Il lockdown ha anche ridotto la macro, nelle finestre estive mi sono comunque dedicato alle libellule. Mi sono esercitato ad intercettare in volo E' cresciuto molto invece il mio interesse per il Bianco e Nero, già presente nello scorso anno. Ho continuato a sperimentarlo nella architettura urbana, che mi piace, ma non mi entusiasma troppo, Lo street, che trovo sia difficilissimo, invece mi dà delle belle soddisfazioni quando (raramente!) mi riesce di sfruttare la giusta situazione, di "vedere e far vedere" una storia, allegra, triste o solo curiosa, tutta in uno scatto. Credo che le foto che più mi hanno soddisfatto quest'anno (con forse un'eccezione) siano state quelle in bianco e nero. Forse questa delle tre damigelle è la foto migliore di quest'anno. Comprese quelle ai gatti di strada, che sono soggetti fantastici e sanno essere sempre diversi così che possono rendere una foto magica, tenera, inquietante, oppure surreale. Peccato che i lockdown abbiano bloccato (per ora) il mio progetto al Cimitero Monumentale. Tiriamo le somme? In quest' anno così diverso ho fotografato molto, molto di meno, ma non sono deluso perché, qualcosa tra quello che ho fatto mi ha dato soddisfazione ed ho intravisto nuove strade. Vorrei provare a percorrerle. Grazie a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.
  3. Una foto per essere apprezzata non deve aver bisogno di spiegazioni, se no vuol dire che non è riuscita. Vero, ma non del tutto e soprattutto, non sempre. Ci sono indubbiamente foto di immediata lettura e comprensione che non hanno bisogno di una introduzione, tuttavia per noi appassionati di fotografia piace sapere di più sui come e sui perchè, non perchè la foto lo necessiti, ma perchè è interessante per chi la guarda poter avere un quadro più completo sia sui motivi dell'autore che volendo sulla tecnica (per tecnica non intendo solo i dati di scatto, ma la scelta del momento, del luogo, tantissime cose su cui si potrebbe dire qualcosa). Ci aiuta a capire i motivi del fotografo e a confrontarci, anche solo pensando come avremmo fatto noi, così o in altro modo? Questo perchè Nikonland non si pone come vetrina, un luogo dove esporre le foto e basta, ma come luogo di crescita e discussione anche sulla base delle foto che si pubblicano. Quindi corredare la foto delle indicazioni che si pensano utili sui motivi o su come siè fatto e perchè si è fatto in quel modo, quali erano le circostanze, è molto apprezzato. Ognuno secondo le sue possibilità, non tutti dobbiamo scrivere un articolo a corredo di una foto, a volte bastano poche righe, ma che ci siano. Ciascuno secondo le sue capacità e inclinazioni, senza timori ma anche senza pigrizia . Però c'è un settore che richiede sempre un piccolo sforzo in più. Si tratta delle foto agli animali selvatici. Capisco, per esperienza e formazione, che al fotografo naturalista basta il nome e tutt'al più data e luogo per capire tutto, ma rendiamoci conto che la maggiore parte delle persone ha una formazione differente, di solito umanistica o tecnico-pratica (o nessuna). A parte qualche eccezione, per i non naturalisti le foto di animali (e piante, e funghi), possono venire apprezzate appieno solo se accompagnate da una descrizione, non enciclopedica ma che comunque aiuti a capire chi è quell'animale e come e perchè ci interessa. Perchè si apprezza quello che si conosce. Esempi: Foto: Gruccioni. Mmm, belli i gruccioni. Bei colori, mai visti. Cos'hanno nel becco? Ah una libellula. Ok, visti, like? Ma sì. OPPURE Foto: Gruccioni: I gruccioni sull'albero sono dei maschi che tengono la preda nel becco e non la mangiano perchè la vorrebebro usare come offerta nuziale da offrire alle femmine che se accettano poi consentiranno all'accoppiamento. Il naturalista lo sa, gli altri magari no, se lo si spiega non è più attraente per tutti? Poi possiamo aggiungere se eravamo in capanno o no, cosa abbiamo usato... insomma ce n'è da dire. FOTO: Damigella cannibale. Impressionante... (però... non te lo dico per non deprimerti, ma mi fa anche un po'ribrezzo) ! Like e via, ma anche no. OPPURE FOTO: Damigella cannibale: Contrariamente quanto farebbe pensare il romantico nome, le damigelle, lo sappiamo, sono dei feroci predatori che non esitano a volte a gettarsi sui loro simili. Questa foto è scattata a Luglio di quest'anno, in Riva all'Adda, in una giornata molto calda. Con l'aumentare della temperatura i casi di cannibalismo aumentano vertiginosamente. Quello che vedete qui è un adulto che sta divorando un giovane della sua stessa specie, approfittando della minore agilità di quest'ultimo che non riesce a sfuggire. Magari fa schifo lo stesso, però almeno si capisce cosa succede e perchè mi interessava fotografare questa scena. Ok qui forse sono entrato un po' troppo nel dettaglio, ma le libellule sono la mia passione e le conosco a fondo. Passione! Ecco, pensate di dover trasmettere la vostra passione per quel che fotografate. Non scrivete solo "Scricciolo" raccontate qualcosa anche sul comportamento dello scricciolo, perchè esce da un buco, dove eravate quando, come. Lo ripeto, ciascuno secondo le sue possibilità, ma penso che due righe ne siamo capaci tutti. Non diamo per scontato che la gente sappia... il titolo di questo blog viene da un caso esagerato, ma reale (grazie al cielo non qui), di un tizio aveva scambiato per gabbiano un cigno... Però, prima ancora, bisognerebbe Mettere le foto Commentarle, se no passa la voglia di scriverci sopra.
  4. Nei due sondaggi lanciati da Mauro qualche giorno fa appaiono delle affermazioni del tipo, "non sono abbastanza bravo per..." "le mie foto sono troppo brutte allora..." . Ci ho pensato sopra, se facciamo foto brutte a nostro stesso giudizio, come possiamo essere contenti di fotografare? C'è un modo per cambiare la situazione? Per me, se si vuole, un modo c'è. Spesso amici e colleghi vedendomi disegnare dicono: "Eh anche a me piacerebbe saper disegnare, ma non sono capace". La cosa mi pare un po' strana, perchè prima di imparare, anch'io non ero capace, come, un po' prima ancora, non ero capace di parlare nè di camminare, ma dato che queste cose mi interessavano (e qualcuna mi serviva), un po' alla volta le ho imparate. Senza scherzi, è mia convinzione che se una cosa ci piace davvero, la amiamo davvero, allora possiamo impararla, anzi dobbiamo, perchè la soddisfazione che di darà il praticarla è grandissima. La chiave sta nel davvero. Ogni tanto io dico ad altri, "eh come mi spiace non capire quasi nulla di musica, di non saper suonare", ma non è per davvero, perchè non mi è mai passato per la testa nemmeno per un istante di prendere lezioni di musica. Non ci ho mai investito nulla in termini di tempo o denaro. Nelle cose che mi interessavano, invece ci ho messo tutto l'impegno che potevo. E continuo a mettercelo. Sì ma, perdonaci, a noi che ci frega di quel che fai tu? Niente, la mia vuole essere solo una riflessione: quando qualcuno riconosce, ad esempio qui su Nikonland, che le sue foto "fanno schifo" (a detta di lui stesso!!) come situazione definitiva, come se fare foto "da schifo" fosse una decisione del Fato... Le tue foto faranno sempre schifo! ...contro cui nulla si può, e per questo magari non le fa nemmeno vedere, perchè "non si sente all'altezza", allora mi vien da pensare. Scrivo per discuterne e, se riesco, proporre dei suggerimenti, ma anche per suscitare una discussione "educata" sul tema. Se ritenessi che le mie foto "fanno schifo", anche dopo anni di pratica, vedrei due possibili reazioni, 1) smetterei di fotografare per fare altro, oppure 2) mi sforzerei di migliorare. Altrimenti più che passione sarebbe frustrazione. Di certo non indulgerei in un hobby costoso, senza trarre piacere nel praticarlo. Eh parli bene tu, ma ci vuole tempo e io non ne ho. Che parlo bene è fuori di dubbio , che ci vuole tempo anche, che non ne hai... può darsi, ma può darsi di no. Il tempo che metti per fare quelle foto che (a tuo dire eh, io non le ho viste) fanno schifo potresti impiegarlo ad esercitarti a migliorarle, un poco per volta. E poi... quanto tempo passi in passatempi passivi, quando lo stesso tempo potresti impiegarlo attivamente? Ormai sono vecchio, che vuoi che impari alla mia età. Ahi Ahi, una mia collega ed amica cita spesso un proverbio di sua nonna calabrese che recita così: "La vecchia aveva cent'anni, ma non voleva morire perchè aveva ancora tanto da imparare". Hokusai (il pittore della famosa "onda") nel 1834 scriveva: Sin dall'età di sei anni ho amato dipingere qualsiasi forma di cosa. All’età di cinquanta ho disegnato qualcosa di buono, ma fino a quel che ho raffigurato a settant’anni non c’è nulla degno di considerazione. A settantatré ho un po’ intuito l’essenza della struttura [...]. A ottant’anni avrò sviluppato questa capacità ancora oltre mentre a novanta riuscirò a raggiungere il segreto della pittura. A cento anni avrò forse veramente raggiunto la dimensione del divino. Quando ne avrò centodieci, anche solo un punto o una linea saranno dotati di vita propria. Gli antichi maestri di Baguazhang (un modo molto elegante di picchiarsi che ho studiato) avevano un detto: "Vivi fino alla vecchiaia, impara finche vivi". Questo signore ha oltre cent'anni (è morto qualche anno fa a 118 anni) ed è un famoso maestro, si direbbe che il Baguazhang faccia bene. Il succo, è che sì, con l'età diventa più difficile, ma se la cosa appassiona, si può sempre migliorare, basta un po' di ... intenzione sincera, è la mia esperienza. Si fa fatica però! Ma certo. Per questo che deve essere davvero una passione, altrimenti l'inerzia iniziale, il peso da smuovere, è insopportabile. Molte persone che conosco mi dicono da anni: "eh sì, anch'io vorrei fare un po' di movimento, per la salute, sai". Ma lo dicono con lo stesso entusiasmo con cui direbbero "eh sì, dovrei proprio fare un clistere di otto litri, per la salute, sai". Perchè il movimento per loro non è piacere e non gli interessa veramente di migliorare il proprio fisico. Quindi non lo faranno mai o forse lo faranno un po', poi smetteranno. Chi fa cross-fit, Mountain bike o che so io, fa fatica, ma si diverte e si fissa sempre nuovi obiettivi. Allora chiediamoci, proviamo piacere nel fotografare? Vogliamo andare avanti? O ci va bene così, "tanto per". E poi so che non diventerò mai bravo come tanti altri. Può darsi, anzi quasi sicuro. Ma chi se ne frega, non è questo il punto. Il vero scopo che ci deve muovere nella nostra passione, qualsiasi sia, è essere ogni giorno un po' più bravi di quanto si era prima, fino ad essere essere soddisfatti dei propri risultati. Tra eccellere e fare schifo c'è un sacco di spazio, dove si sarà "almeno" soddisfatti delle proprie foto, poi si potrà provare ad andare anche più in là, un po' per volta. Certi maestri di arti marziali (non agonistiche) fanno capire che se oggi riesci a battere qualcuno che prima ti batteva, non devi essere contento perchè sei diventato più bravo di lui, ma perchè sei diventato più bravo di com'eri prima. Penso sia lo stesso per quasi tutte le arti (la danza ad esempio), ma io parlo solo di quello che conosco. Si incontra sempre gente più brava di noi, e allora? Sono convinto che non ci si debba misurare con altri se non con se stessi. Ma se pubblico le mie foto poi mi giudicano male perchè sono brutte e io ci rimango malissimo. Se parliamo di un contesto come questo, dove in gran parte non ci si conosce di persona, se qualcuno giudica male te, è lui che sbaglia, la cosa non ti deve amareggiare o irritare, non fa testo, non si devono giudicare mai le persone, soprattutto quelle che non si sa nemmeno che faccia abbiano. Questo è il mio pensiero almeno. Se invece esprime un giudizio sulla tua foto, anche severo, ma educato, allora se ne deve tenere il dovuto conto, che significa valutare criticamente, ma onestamente il giudizio ricevuto, allo scopo di migliorarsi. All'inizio della mia avventura digitale, quando si cominciava appena a condividere foto in internet, avevo pubblicato su un forum di fotografia naturalistica una foto di due cicogne in controluce che mi sembrava un capolavoro... uno dei membri storici, fotonaturalista di buon livello, con la massima schiettezza mi ha spiegato che per lui il posto giusto per quella foto era il cestino e mi ha detto perchè. Nonostante fossi molto più giovane ed irritabile di adesso, dopo un primo momento di sconcerto, ho capito che aveva ragione, e gli sono ancora grato adesso per avermi esortato a non essere indulgente con me stesso. Mi è anche capitato (ma rarissimamente) di ricevere giudizi offensivi e o indifferenza, non vivo su un Pero, ma il bilancio, posso dirlo, è largamente positivo. Ho imparato tantissimo, ho conosciuto gente eccezionale (e un po' di str...ani) ma soprattutto mi ha aiutato a migliorare quel che faccio. Magari non mi risponde nessuno, si commentano solo tra amici. Può essere, anzi a volte è, ma insistendo, "scassando" facendosi conoscere, presenziando, un po' alla volta, i feedback arrivano (o si viene cacciati , no scherzo). Ma attenzione, non lo si deve fare per dovere! Se poi anche noi si commenta gli altri... aiuta. La fai facile tu. Senz'altro c'è chi è più portato a comunicare e chi meno, ma se c'è interesse, entusiasmo per quel che si fa, un'opinione o una piccola domanda.... No in realtà non ne ho proprio voglia, mi diverto a fare il fotografo per finta, gioco con le attrezzature, compro vendo e ne discuto sui forum, poi le foto sono un di più, la storia dello schifo è una scusa. Allora il problema non esiste! Se sei già contento così, non c'è bisogno d'altro. Ma credi di sapere tutto tu? Ma lo sai che ci stai proprio rompendo i... Sì lo so, sto procurandovi una grave gonadofrazione (modo difficile di dire che rompo ciò che ho sostituito coi puntini sopra), ma le mie intenzioni sono buone. Ho sperimentato su di me il detto che lo scopo del viaggio non è tanto nella meta ma nel viaggio stesso; ha ragione (tranne quando prendi il treno da pendolare per andare a lavorare). Metaforicamente, ogni piccolo passo in avanti che fai è una soddisfazione. La mia intenzione è proporre una via per essere più contenti di quel che si fa. Attenzione: non sto dicendo che partecipare al forum vi darà la felicità, ma che la condivisione e la partecipazione ad un forum è uno degli strumenti, uno dei tanti che potrebbero aiutarci a migliorare, se ci interessa farlo. Non confondiamo il dito che indica con l'oggetto indicato. Ecco, se a leggere vi siete divertiti e vi è servito a qualcosa, sono contento, se no ...sono contento perchè mi diverto lo stesso a scrivere, ma un po' meno. SCUSE DOVUTE E CHIARIMENTI NECESSARI: SCUSATE SE OGNI TANTO HO FATTO IL SANTONE, è un ruolo troppo divertente e non ho resistito ma, sul serio, non penso di essere più saggio di nessuno. NON C'E' ALCUN INTENTO PROMOZIONALE NE' COERCITIVO Quanto ho scritto è solo allo scopo di incoraggiare chi vuole provarci. QUELLO CHE SCRIVO NON PRETENDE DI ESSERE VERITA' UNIVERSALE. E' solo la mia visione della cosa. Ci sono ben poche verità universali e io non ne possiedo. MI INTERESSA MOLTO SENTIRE LE VOSTRE OPINIONI E I VOSTRI PERCHE', SE VOLETE, SOPRATTUTTO PER OFFRIRE UNA BASE PIU' AMPIA DI CONFRONTO A CHI PUO' SERVIRE. Grazie!
  5. Fotografia: Arte E Artigianato? Ovvero, come sviluppare sé stessi in quanto fotografi. In questi giorni sto finalmente riuscendo a dedicarmi a riflessioni che mi girano, incompiute, per la testa da molto tempo. La prima, e più importante, attiene alle fondamenta della fotografia e a come si può progredire nel nostro cammino di fotografi. Per come la vedo io, alla base della fotografia ci sono due aspetti fondamentali: Arte ed Artigianato. Si, insieme. Comincio dall’Artigianato, cioè l’aspetto più semplice, più universalmente attrattivo e riconosciuto, documentato ed approfondito. La nuova macchina, la nuova lente, la nuova procedura fotografica. Tutte cose importanti, anzi fondamentali, perché per fotografare occorre conoscere tecnica e linguaggio. È un percorso e bisogna seguirlo e, certo, può essere anche lungo. Ma seguendo solo quello per me si arriva a cose come le location instagrammabili, originariamente splendide ma rovinate da folle di “fotografi-fotocopiatori”, e poi all’abbandono della pratica attiva della fotografia per mancanza di nuovi stimoli. Ricordo, qui su Nikonland, anni fa, le parole di un Nikonlander che si prendeva una pausa dalla fotografia attiva da dedicare alla stampa perché aveva già fatto migliaia e migliaia di foto e non sapeva cosa di nuovo avrebbe potuto fotografare. Ci passiamo tutti ed è il percorso più semplice perché pone le difficoltà fuori da noi stessi. Ma è come una trappola: se si prosegue a realizzare lo stesso tipo di fotografia, semplicemente affinando ciclicamente la tecnica, ad ogni successiva iterazione ci saranno sempre più piccoli incrementali miglioramenti e si finirà per esaurire ogni stimolo. Perché, una volta risolti i macroscopici problemi del novizio ed ovviamente se in possesso degli strumenti necessari, il punto fondamentale per progredire come fotografi non è il come – una tecnica migliore. Ma il cosa - la visione artistica e creativa che serve a produrre un contenuto originale. Un conto è un’immagine tecnicamente perfetta, un altro è un’immagine significativa. Ma come si fa a sviluppare la propria creatività? Nel mio vagabondare, cercando di sviluppare questo ragionamento, ho trovato un punto fermo in una frase letta in un libro che tanto tempo fa mi ha consigliato Max Aquila: “Henri Cartier-Bresson Biografia di uno sguardo”. Beh, il libro era un po’ pesante e non l’ho mai finito. Ma ricordo questa frase, che è la risposta ad una domanda di Pierre Assouline, il biografo ed autore, circa quando fosse stata l’ultima volta in cui il maestro avesse fotografato: “Ebbene, ne ho appena fatta una a lei, ma senza macchina… è venuta bene ugualmente… la stanghetta degli occhiali perfettamente parallela alla parte superiore del quadro dietro di lei, è sorprendente”. Ora, questo non è un come nel quale mi ritrovi più di tanto, ma porta un passo avanti nella strada giusta: ognuno ha il proprio come perché è specifico del modo di vedere di ciascuno. Quindi il primo passaggio chiave è razionalizzare che la fotografia diventi arte, credo che nessuno trovi da ridire accostando la parola arte al lavoro Cartier-Bresson, nel momento in cui realizzi la visione personale ed originale del fotografo e materializzi un qualcosa più elevato e significativo della somma dei singoli componenti. Una specie di 1+1=3! Ma come trovare ed affinare, nel proprio percorso di crescita, la propria personale visione? La mia risposta è un’altra domanda: cosa dovrei fotografare perché sia mio? Qui arriviamo ad un’altra pietra miliare. Una chiacchierata con Watanabe – si lui, il proprietario di New Old Camera - di diversi anni fa. Stavo comprando una reflex per mia figlia, incredibilmente l’aveva chiesta come regalo per la promozione in quinta elementare. Beh, lui le ha dato questo consiglio: quando vedi qualcosa che ti piace e vuoi fotografarlo, chiudi gli occhi ed aspetta qualche secondo. Chiediti cosa ti ha colpito, cosa ti piace. Riapri gli occhi e fotografa quello e solo quello. E siamo all’oggi, a questi giorni di forzata permanenza in casa, in cui sto riguardando immagini in archivio. E trovo molto facile ricostruire ex-post i giorni in cui ero ispirato, le immagini sono decisamente una spanna sopra. In particolare, lo sono quelle in cui, nelle foto di natura, ho trovato la migliore connessione tra me e la situazione. Ma la stessa cosa è avvenuta anche fotografando in studio. Non è una coincidenza. Il fatto è che l’immagine si progetta, ma, se si fotografa per sé, è fondamentale fotografare quello che ci interessa, che ci piace, che ci colpisce. Allora, il primo passo per essere creativi, cioè creare le proprie immagini e non riprodurre quelle di altri, è scoprire cosa ci coinvolge, cosa notiamo, cosa ci suscita dei sentimenti. Già il feeling! Uno può essere interessato, guardando una scena, dalle trame, un altro dai contrasti, chi dalle forme, chi dai colori. Per tutti, probabilmente, c’è la luce. Ma il fatto è che ognuno vede una scena sotto gli occhi di tutti in modo personale e mediato dal proprio vissuto e dai propri sentimenti. Sentimenti: quello che ci piace e che ci colpisce è quello per cui proviamo qualcosa. D’altro canto, i sentimenti sono per noi umani la cosa più naturale. Amore, Desiderio, Empatia, Simpatia, Compassione… ma anche Rabbia, Dolore, Odio…. Quindi affidarsi ai sentimenti, capire cosa sono questi sentimenti ed in ultima analisi cosa realmente risuona dentro di noi e cosa no è il cammino fondamentale verso la creatività. Se vogliamo essere creativi dobbiamo seguire quello che provoca in noi una risposta emotiva, quello che ci fa sentire qualcosa. La creatività è questo: immaginare l’immagine e realizzarla in un particolare modo, che sia il nostro, specifico ed individuale. Perché in una foresta posso guardare l’insieme dei fusti degli alberi, ma anche il colore delle foglie, l’intrico dei rami o delle radici, ma anche la luce che filtra o la nebbia o la trama della corteccia o le foglie cadute o il muschio o gli animali che la abitano o il torrente o il lago o le pietre… infinite possibilità. Ma non posso essere creativo se niente di tutto questo mi ispira sentimento, perché in tal caso quelle infinite possibilità non le vedrei neppure. Questo è un primo importante risultato: occorre prendersi il tempo per capire cosa risuona in noi. E dopo, solo dopo fotografarlo. Con l’esperienza può essere anche solo una frazione di secondo. Ma all’inizio è un percorso da seguire nel tempo che serve a ciascuno. Anche senza avere in mano la macchina fotografica! Ma allora, quando capisco cosa mi ispira, posso cercare di portarmi in quelle situazioni dove quel qualcosa esiste, o succede, e costruire la possibilità di realizzare le mie fotografie. Questo è il passo successivo in un percorso di crescita creativa, non semplicemente reagire nel modo migliore a quello che si ha davanti ma determinarlo con le proprie scelte. Per esempio, nel mio caso di fotografo naturalista, cercare soprattutto di uscire al momento giusto. Un esempio? Beh, dentro di me risuona molto di più una giornata di tempo orribile in montagna – neve, vento, freddo – di una giornata con il cielo azzurro. Molto di più una penombra nebbiosa in un bosco di pianura di un prato al sole. Ma sono io, ognuno è diverso, ognuno deve seguire le proprie inclinazioni e sviluppare la propria individualità artistica. C’è un premio importante, e non occorre essere Henri Cartier-Bresson per riceverlo: fare, ogni volta che si fotografa, quello che ci piace e, nel tempo, migliorare come fotografi! Ci sono altri aspetti da trattare: costruire la base tecnica, progettare l’immagine e scattarla non è tutto. Uno, sarà materia di un prossimo articolo, è sviluppare l’immagine seguendo l’intento con il quale si è scattata. Cioè l’approccio diametralmente opposto al JPG strictly-out-of-camera, che prevede la regolazione di ogni file in maniera specifica e non determinata da un qualche algoritmo stabilito da un ingegnere di Nikon o Adobe o…. E voi, che ne pensate? Arte? Artigianato? entrambi? Massimo per Nikonland (c) 29/3/2020
  6. Tempo fa su l'altro forum scrissi un articolo sulle figure retoriche, era di una noiosità impressionante, a livello comunicativo interessante ma di difficile lettura. Mi piacerebbe scriverne uno sul linguaggio di comunicazione fotografico ma a parole più semplici, senza entrare nei tecnicismi "grammaticali" e definizioni impossibili da ricordare. In questo periodo sono un po' preso con la scuola di pilotaggio sapr e non so quanto ci vorrà a semplificare una cosa così complessa come l'impresa sopra citata, però mi piacerebbe iniziare a stimolarvi con questa discussione e con una foto. Uno scatto per il quale ringrazio Ross Mauro e Massimo per aver condiviso con me questa esperienza con Oonagh (si scrive così?) che è stata molto disponibile e paziente con noi. Perché sembra che io vada a casaccio quando fotografo ma in realtà uso tutto il bagaglio accumulato nella mia esperienza, nonostante le difficoltà di comunicazione (io non ho un inglese fluente e talvolta devo andare a mimare) In questo scatto ho volutamente usato un diaframma 2 anche se è un primo piano stretto, conseguentemente c'è a fuoco una sola cosa (l'occhio) secondo voi, a livello comunicativo perché ho fatto questo? Perché son matto ok... Se vi va rispondete, potete anche dissentire parleremo di "linguaggio aperto" quando riuscirò a terminare l'articolo, poi vi darò la mia risposta. Mi piacerebbe inoltre che partecipaste anche voi, con foto nelle quali avete chiaro in mente il messaggio che volevate trasmettere e discutere sulle motivazioni di scelte fotografiche (magari ardite od anche folli) come in questo caso. Potrebbe uscirne una bella discussione.
  7. E' risaputo ormai che preferisco i gatti, ma quando ho saputo che al Parco di Monza si teneva una maratona di cani... bassotti, mi è venuta gran curiosità. "Strabassotti" il titolo dell'avvenimento, una marcia non competitiva di 2 km, accompagnata da stand e attività varie, con premiazioni ed altro, organizzata dall'Associazione Cuor di Pelo Rescue Bassotti Onlus. Partenza dalla zona ristoro presso la Cascina del Sole, lungo il viale Cavriga ci sono chiare indicazioni, ma una riunione di circa 600 (!) bassotti e relativi padroni si trova abbastanza facilmente anche "ad orecchio". I partecipanti arrivano un po' da tutta Italia con i loro piccoli beniamini. Ce n'erano per tutti i gusti, classici a pelo raso e a pelo ruvido, Più qualche livrea particolare In attesa del via coccole a profusione. Un altoparlante invita a radunarsi per la partenza. Madrina dell'evento Maria Luisa Cocozza. Conduttrice del programma televisivo della rubrica del TG5 l ‘Arca Di Noè. Con tanto di cameraman al seguito. A far da guardia addirittura carabinieri a cavallo (i cavalli non sembravano proprio rilassati a sentirsi abbaiare addosso da centinaia di cani, ma è andato tutto bene). Pronti via! La corsa comincia... beh ricordiamoci che è non competitiva quindi era più una passeggiata, ognuno col suo ritmo e ogni tanto una diversione. Forza dai! Questo French Bulldog si chiedeva un po' rammaricato perchè lui no... E per finire un outsider tra i piccolini: un Bassett hound che tanto piccolo non è. Spero che vi siate divertiti, e attenti, che il mio prossimo articolo tornerà... felino.
  8. Al WOW Spazio Fumetto (viale Campania 12, Milano) si è appena conclusa la mostra Alieni! Gli extraterrestri tra cinema e fumetto. Da appassionato di cinema, di fumetti e di alieni, ho pensato che valesse la pena dargli un'occhiata. Ci sono andato armato della fida D500, del 17-70 e 150mm Sigma più flash. WOW Spaziofumetto. E' un piccolo museo, libreria/fumetteria e biblioteca insieme. Carino. L'ingresso alla biblioteca/fumetteria è gratuito per le mostre si paga un modico biglietto. La mostra era al piano superiore, non era grande, ma molto completa, di sicuro interesse per gli appassionati del settore e per i nostalgici come me. Ho chiesto se potevo fare foto e mi hanno detto di sì, ma senza flash. Poco male perchè era quasi tutto sotto vetro e il flash avrebbe riverberato quasi ovunque. Proprio a causa del vetro e della moltitudine di faretti che ci si specchiavano, ho potuto fare poche foto, molta postproduzione e, nonostante gli sforzi, molte foto sono così così, tuttavia voglio condividere questo piccolo viaggio nel fantastico con i vecchi e nuovi appassionati come me. In basso Margherita Hack sorride sorniona dalla copertina di un libro sulla possibilità che ci siano intelligenze extraterrestri. All'ingresso mi accolgono alcuni busti di alieni, opera di un gruppo di artisti specializzati denominato (giustamente) Area 51 Project, che in questo caso si sono ispirati ai vecchi film di fantascienza. C'era anche esperto che illustrava i temi principali della mostra a chi volesse ascoltarlo. La mostra era divisa in differenti settori, alcuni dedicati ai classici fumetti di fantascienza come Flash Gordon, Jeff Hawke ed i loro imitatori, altri con tavole di fumettisti moderni e d'epoca con spazi dedicati ad autori italiani. Non le ho fotografate perchè, riflessi a parte, non mi sembrava avesse senso, ho preferito documentare e, forse un pochino, interpretare altri aspetti delle sezioni principali. Non mancavano locandine di film degli anni '50, con i classici alieni un po' "gommosi" per i gusti di oggi, ma dal fascino senza tempo. Ecco le sezioni principali: Invasori. Marte e i Marziani. C'erto c'erano anche i Visitors, ma non si può cominciare che con La Guerra dei Mondi di H.G. Wells, geniale romanzo breve scritto nel 1897. Una gustosa riproduzione di un'illustrazione d'epoca, fa da contrappunto a locandine sulle diverse "guerre dei mondi" che sono seguite al cinema e nei fumetti. Dalla guerra dei mondi all'irriverente Mars Attacks del 1996, di Tim Burton, In cui cattivissimi marziani invadono la terra che sembra senza speranze finchè... andatelo a cercare se non l'avete visto, è troppo divertente e con un cast d'eccezione. Cosa che non sapevo, Mars Attacks deriva da una serie di trading cards, in pratica come le nostre figurine, ma che non si incollavano, si scambiavano e basta e sul retro riportavano o informazioni sull'illustrazione a fronte oppure, come nel caso di Mars Attacks, brani di quella che era una specie di storia a puntate. Uscite nel 1962, ebbero un successo enorme fra gli adolescenti per via dell'estrema violenza (per i tempi) e qualche allusione sessuale, entrambe vietate sui comics. Vennero presto proibite, ma rimasero per sempre nell'immaginario collettivo. Ci fu una riedizione negli anni '80 e poi il film. Alien! Film di culto del 1979, un capolavoro di altissima tensione, claustrofobico ed onirico, fu una pietra miliare del cinema di fantascienza non meno di 2001 Odissea nello spazio, e fu capostipite di una saga. L'alieno (meglio, lo Xenomorfo) fu realizzato sulla base di disegni di H. R. Giger, artista svizzero dalle opere perlomeno disturbanti. In mostra c'era un modellino della testa della creatura del primo film. E un modello originale in grandezza naturale in prestito dal Museo Giger, della creatura di un sequel. Notate le differenze nel muso. Siccome gli Xenomorfi in incubazione potevano acquisire DNA dal corpo dei loro ospiti questo ... ha la bocca sexy di Sigourney Weaver (il resto però non corrisponde tanto ). La saga di Alien si è trasformata in fumetti e videogiochi di successo, poi la sua strada si è incrociata con quella di Predator. B-movie del 1987 di scarso spessore ma di buon ritmo e trovate, reso delizioso dalla monolitica performance di Arnold Schwarzenegger, è diventato successivamente un cult, generando purtroppo dei sequel da indegni a pessimi, e dei videogiochi in cui gli Alien e i Predator si combattevano. Lo stesso "Predator" ebbe tale successo che da "cattivo" si è poi trasformato in antieroe. Ed eccolo in questo ottimo modellino, mentre lotta contro gli aborriti alieni (se qualcuno di voi ha in mente le illustrazioni di Frank Frazzetta, gli ricorderà qualcosa). Letteratura sugli alieni: PiKappa Chi ha più o meno la mia età avrà almeno sentito parlare di Peter Kolosimo.. Singolarissima figura di divulgatore di pseudo scienza, ebbe un successo enorme, scrisse tonnellate di libri che ebbero successo internazionale, inoltre diresse una rivista sul tema, PiKappa (che erano le sue iniziali) appunto. Da appena adolescente ho divorato i suoi libri più famosi (Non e' terrestre, Astronavi sulla Preistoria, Pianeta sconosciuto, per dirne alcuni) che hanno acceso sogni su preistorie fantastiche popolate di alieni o civiltà perdute. Di sicuro leggerlo ha contribuito ad appassionarmi alla Scienza anche se raccontava un bel po' di frottole. In questa bacheca il piccolo alieno sta dietro ad alcuni numeri di PiKappa, mentre la figurina nera sullo sfondo è Martin Mystére, personaggio di albi a fumetti che, ci racconta l'esperto, si sono ispirati spessissimo ai libri di Kolosimo. Miscellanea. Star Wars non poteva mancare, come non mancava Star Trek, e c'era pure qualcosa su Doctor Who, ma niente di che. C'era anche una mini locandina dedicata a Barbarella , un fumetto fantaerotico francese, e veniva proiettato, insieme ad altri, il trailer del film omonimo del 1968, interpretato da una giovanissima e (mamma mia quanto!) bellissima Jane Fonda, non per niente il regista era Roger Vadim. Solo il trailer, niente di fotografabile. E questi chi sarebbero ? Nientemeno che i Beatles, che in qualche giornale/rubrica si sostenne fossero in realtà degli alieni. Questo è orribile ma non ho resistito, quando mai rivedrò l'incrocio tra un ippogrifo ed un ...triceratopo? Gran finale: Karel Thole. Indimenticato illustratore delle copertine dei romanzi della collana Urania (Mondadori), non ha bisogno di presentazioni. Lo stile unico, leggermente ...lisergico, faceva sì che ogni volume di Urania fosse bello ancora prima di iniziare a leggerlo. Alcuni bozzetti: Questa illustrazione Per il romannzo Xeno: l'abominio che ci aspetta di D.F Jones (Urania 1981), storia che ha molti punti in comune con la sceneggiatura di Alien, Karel Thole realizza , pare senza essere a conoscenza del lavoro di Giger, una copertina in cui lo Xenomorfo di Jones somiglia molto al Facehugger di Giger (quello di Thole è un po' troppo ...astice, forse). E' tutto e come sempre spero di non avervi annoiato. Mi fermo a fare due chiacchiere con una vecchia conoscenza.
  9. Max Aquila una volta ha scritto che sono un po' avaro nei miei interventi divulgativi. Ha ragione, ma lo faccio per non risultare noioso e non sembrare saccente e anche perchè spesso quel che pubblico è soggetto a diritti da parte degli editori delle riviste scientifiche. Ogni tanto però può capitare qualcosa non strettamente legato a novità scientifiche; si tratta più di consulenze "investigative": Ai Musei capita di acquisire del materiale interessante, che però ha bisogno di identificazione sicura da parte di uno specialista. Indagando si possono avere belle sorprese anche da materiale apparentemente scarso. Se avete voglia di seguirmi, vi racconto un piccolo caso. E' quasi una storia gialla; c'è una vittima da identificare, solo che è morta novanta milioni di anni fa e... ne è rimasto molto poco. Era stato etichettato come frammento di rettile marino non identificato, proveniente da un giacimento di un paese straniero (la barra è di dieci centimetri per dare l'idea delle dimensioni) ma andava determinato un po' meglio. Il sedimento è tipico di un giacimento di mare aperto. I denti conici sono tipici di chi caccia prevalentemente in acqua; La struttura dell'osso e il fatto che i denti hanno radici indicano che si tratta di un rettile (la faccio breve sui dettagli tecnici, mi perdonerete) della mandibola di un rettile marino. Novanta milioni di anni fa nel Cretacico, c'era una grande varietà di rettili marini (tartarughe enormi, plesiosauri dal collo lungo e così via). Ogni gruppo è riconoscibile, almeno a grandi linee, anche in base a poche ossa, purchè abbiano caratteri rivelatori, come ad esempio i denti. Questi denti a base larga e curvi all'indietro, insieme alla struttura delle ossa, dicono che il frammento è un pezzo di mandibola di un esemplare appartenente ad una qualche specie di Mosasauro, rettili marini predatori simili a grossi varani, con arti e coda modificati per il nuoto. Da internet, ricostruzione di diverse specie di Mosasauri. Ecco identificato il pezzo esaminato (in giallo). Questo ci permette di ricostruire le dimensioni effettive del proprietario. Si può anche scendere un po' più in dettaglio: alcuni particolari dei denti (curvatura, striature) danno qualche indizio in più. Per cui possiamo ipotizzare che poteva trattarsi di un Halisaurus. Da internet , scheletro completo di Halisaurus Da internet, ricostruzione ipotetica . Ma da buoni detective si osserva tutto, si scopre così che nella stessa lastra ci sono dei denti e dei pezzi d'osso completamente diversi, appartenuti ad altri animali ben diversi. Punti dove ci sono resti di altri animali. Questi denti non hanno radici ma partono dall'osso, per cui è un frammento di mascella di un pesce. Di un grosso pesce predatore estinto, Enchodus Da internet, possibile aspetto di Enchodus. Questi invece sono denti di uno squalo preistorico, Cretolamna. Probabile aspetto (da internet). E questo? Sempre un dente, ma misterioso, cerca e trova... è un dente della "sega" di un antico pesce sega! Che è un parente degli squali. Ricostruzione del possibile proprietario del dente (da internet, mentre la foto nel riquadro è la stessa mia) cerchiati i "denti" della sega. Avreste detto che in poco più di trenta centimetri di "sasso" c'è fotografata una fetta della vita di quell'epoca? Mica male come "pezzo" vero? In una detective story, oltre alla vittima non ci dovrebbe essere anche l'assassino? Questa volta no, questi resti d'ossa derivano da accumuli sul fondo di frammenti di scheletri staccatisi dai cadaveri e non si sa perchè siano morti; nel caso dei denti di squalo, si sa invece che gli squali anche da vivi li perdono e sostituiscono in continuazione. Su questo "pezzo" è stata fatta una Tesi di Laurea e verrà prossimamente esposto, con tutte le spiegazioni del caso, presso il Museo di Scienze Naturali "Mario Realini di Malnate (VA). Volendo è già esposto, ma mancano le indicazioni, pannellistica ecc. che sono in fase di progettazione. Al lavoro investigativo hanno partecipato una Nikon D610, un Micro nikkor 105 f2.8 VR e un 50mm f1.8 D Sempre sperando di non essere ...fastidioso.
  10. volevo segnalare la mostra dedicata al fotografo francese Robert Doisneau a Pisa tratto dal sito: Fino al 17 giugno 2018, il Museo della Grafica (Comune di Pisa, Università di Pisa) presenta la mostra Robert Doisneau. Pescatore d’immagini. Curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, la mostra offre l’occasione di ammirare, attraverso una suggestiva selezione di 70 immagini in bianco e nero, l’universo creativo del grande fotografo francese. Autore di un grande numero di opere Doisneau è diventato il più illustre rappresentante della fotografia “umanista” in Francia. Le sue immagini sono oggi conservate nelle più grandi collezioni in Francia, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna e sono esposte in tutto il mondo. la mostra si tiene al Museo della Grafica Palazzo Lafranchi, Via Lungarno Galileo Galilei, 9 Pisa Orari Lunedì - domenica 09:00-20:00 Biglietti Intero: €9,00 Ridotto: €7,00 Ho visitato la mostra durante le vacanze pasquali insieme alla mia famiglia, la mostra è ben curata e le foto esposte sono belle, le stampe sono curate e tutte in B/N. unica pecca è la visione con il proiettore è disturbata dalle luci laterali he illuminavano alcule foto guasta la visione sul telo, ottima la visione con sottotitolatura. Claudio
  11. La domanda di Nikolas, nel forum, su come proteggere le mani dal freddo mentre si fotografa mi ha fatto venire l'idea di raccontare qui nel blog le soluzioni che, negli anni, ho trovato particolarmente funzionali. Quindi riferisco unicamente alla mia esperienza di campo, che non pretende minimamente di essere una panoramica complessiva di quello che offre il mercato. Innanzi tutto dobbiamo dire che proteggersi dal freddo è una questione olistica, perché anche se tipicamente si inizia a sentire freddo alle estremità, cioè alle mani o ai piedi, questo avviene perché, o anche perché, quando è sottoposto al freddo l'organismo riduce la circolazione periferica. Per questo gli episodi di congelamento normalmente colpiscono le dita delle mani e dei piedi. Ma fotografando abbiamo un problema in più, proprio alle mani, che è quello di tenere in mano la fredda attrezzatura, macchina, obiettivo e treppiede. Seconda cosa, spesso quando si fotografa si sta fermi per lunghi periodi. Questo di per sè non rende necessario un abbigliamento particolare ma se si alternano momenti in cui si cammina, magari in salita, a momenti in cui si sta fermi a fotografare, il ricorso ad un abbigliamento abbastanza tecnico è per me indispensabile. Il principio base è quello di vestirsi a strati, ciascuno con la propria funzione, che chiaramente si declinano in maniera diversa a seconda della zona del corpo. Infine il miglior isolante è l'aria, per questo occorre vestirsi a strati che imprigionano tra loro diverse intercapedini. Mani. Abbiamo il problema di contemperare l'esigenza di guanti abbastanza caldi, e quindi tipicamente spessi, con la necessità di preservare la sensibilità nella punta delle dita, in particolare indice e pollice della mano destra, per manovrare i comandi della nostra attrezzatura. In più le reflex più recenti hanno lo schermo touch. La mia soluzione è quella di usare due guanti, uno sopra l'altro. A pelle uso un guanto di peso medio, in pile o in polartec a seconda del freddo, e con la punta delle dita "touch". Non è importante il modello, solo che non sia troppo pesante per preservare la sensibilità su bottoni e ghiere (ma nemmeno troppo sottile, tipo i guantini da runner). Io uso l' Heavvyweigth screentap fleece gloves di Black Diamond, che il produttore un po' ottimisticamente consiglia in un range di temperatura da -4°C a +4°C. Sono ottimi e con il palmo in sottile pelle per migliorare la presa. Anche The North Face fa guanti simili, in pile, credo che il modello si chiami Denali. Sopra al guanto leggero, indosso una muffola Ferrino molto speciale, il modello Spire, questa: L'esterno è in materiale sintetico, antivento e idrorepellente, mentre l'intento è in primaloft, un materiale molto caldo e leggero che mantiene la termicità anche da umido. Se avete guardato con attenzione l'immagine avrete visto che la muffola ha un'apertura nel palmo. Per noi fotografi, così come per gli alpinisti per i quali è stato pensato questo guanto, è l'uovo di Colombo perché consente di tirare fuori l'indice: Il pollice O tutta la mano, ma senza senza sfilarlo e quindi senza bisogno di riporlo da qualche parte e disponibile per ricoprire istantaneamente la mano. Così otteniamo un doppio guanto molto caldo, vi assicuro che a oltre -20°C andava benissimo, che semplicemente piegando e tirando fuori l'indice consente di utilizzare le ghiere, i pulsanti ed il monitor touch senza problemi. Poi, dopo fotografato, possiamo rimettere le dita dentro senza problemi, e nella muffola le dita si tengono caldo tra loro. Piedi. Per i piedi la questione è più articolata. Diversi gli elementi da considerare: Quanto e su che terreno si cammina Quanto fa freddo Occorre inoltre ricordare che non è solo una questione di scarpone, ma che un ruolo importantissimo lo hanno le calze, che devono essere in lana e spesse - io uso con grande soddisfazione le THORLO da alpinismo. Assolutamente sconsigliabili calze in cotone o in pile. Altra cosa fondamentale è che lo scarpone deve essere ampio e non costringere il piede. Questo per non intralciare la circolazione. Le dita, cioè, devono essere libere di muoversi ed infatti, tipicamente, per uno scarpone invernale si tende a prendere una misura un pochino più grande della solita, cosa utile anche per lasciare posto a due paia di calze. Per lo scarpone, per me, non c'è una risposta univoca. Per il freddo "normale", diciamo fino ad un -5 da fermi o -15 se si cammina almeno un po' io uso i Salomon Nytro GTX, che il produttore definisce "Scarpa performante per il grande freddo, con GORE-TEX® e design aggressivo della suola per un’aderenza perfetta anche sul ghiaccio". Definizione che io sottoscrivo, sono leggeri - 600gr, e ci si cammina molto bene in tutte le condizioni. Sono questi: Ottimi dal tardo autunno ed inverno in montagna, se c'è ghiaccio abbinati ad un paio di ramponcini e se c'è molta neve con le racchette. Sono molto comodi per camminare. Il loro vero limite è dovuto alla loro leggerezza, portata da una suola, pur scolpita, non abbastanza spessa. Questa è una cosa necessaria per consentire una camminata agevole ma impedisce un più sostanzioso isolamento termico. Per il grande freddo, da sopportare stando fermi in piedi sul ghiaccio, io ho comprato i Sorel Glacier XT, questi: Sono estremamente caldi e pure comodissimi, a dispetto della sensazione "da mattone" che abbiamo guardando la foto. Evidentemente, però, sono inadatti ai sentieri alpini. Io, finora, li ho usati con grande soddisfazione in Canada a gennaio e per alcuni appostamenti in alta montagna ma senza dover percorrere a piedi tratti tecnici o troppo lunghi. Pensando ad un uso in Italia probabilmente li considererei eccessivi e starei sui Salomon, con misura adeguata alla doppia calza per le giornate particolarmente fredde (e magari cambiando la soletta con una in alluminio). Non consiglio, anche se dei pregi li hanno, gli scarponi da ghiacciaio o in plastica: troppo rigidi per la camminata su terreni non tecnici in particolare per chi non è abituato ad usarli. Gambe. Per le gambe consiglio la combinazione di tre strati: Calzamaglia, io mi trovo benissimo con le Mizuno Breath Thermo, un tessuto tecnico sottile in grado di "riflettere" il naturale calore del corpo. Sono veramente confortevoli e calde. Pantalone da escursionismo invernale. Non è così importante il modello o la marca, l'importante è che l'interno sia "felpato" e l'esterno sintetico ed idrorepellente. Io evito i pantaloni da sci perchè sono troppo ampi e troppo poco traspiranti, assolutamente da evitare anche il cotone (tipo tute o altro!). Pantalone antivento impermeabile. Solo se serve, tipicamente se fa vento forte o se mi sdraio o siedo a terra. Io uso un modello economico in nylon ma con la cerniera a tutta lunghezza per metterlo e toglierlo senza dover togliere lo scarpone. Prediligo un modello economico perché non voglio preoccuparmi di rovinarli e perché, attrezzandosi per il grande freddo, non c'è da temere di stare sotto la pioggia per ore. Se nevica, basterebbe già l'esterno idrorepellente del secondo strato,il sovrapantalone, serve per il vento od il freddo veramente intenso. Corpo. Tipicamente 4 strati: A pelle, lana Merino. Io ho trovato Brynje che produce le polo Arctic Double. Sono incredibili. Sono fatte con due strati, a pelle una rete di polipropilene crea migliaia di sacche d'aria e sopra la lana merino. Occorre prenderle aderenti, perché le micro camere d'aria funzionino, ma il risultato è indescrivibile. Io, da quando le uso, ho smesso, dopo l'avvicinamento su sentiero in montagna, di cambiare la maglia a pelle: caldo ed asciutto sempre e comunque. Pile leggero, nessuna avvertenza particolare Pile pesante, nessuna avvertenza particolare Piumino wind stopper. Qui, invece, vale di nuovo la pena di spendere. Io, per il grande freddo, ho comprato The North Face Himalayan Parka. TNF lo descrive così: "Designed for athletes aiming to reach the top of the world, the insulated Himalayan Parka is our warmest jacket, period. It's perfect for remote expeditions.". posso solo confermare. 1.5 kg di piuma, esterno windstopper. Una meraviglia. Raramente, se fa veramente freddo, vi servirà qualcosa di più impermeabile. Ma nel caso, ricordate che i piumini in piuma raramente sono impermeabili, proprietà necessaria a renderli traspiranti per non inumidirsi con la traspirazione. Pochi produttori usano il goretex. Personalmente, nel caso, uso un piumino più leggero e, sopra, una shell in goretex. Un paio di note aggiuntive sul piumino. L'Himalayan Parka è necessario per i climi veramente estremi, da noi può tranquillamente bastare qualcosa di più leggero, da scegliere tra la piuma o le fibre sintetiche: in casa TNF Thermoball o Primaloft. In generale la piuma, se di buona qualità, è più calda e comprimibile del sintetico, che però conserva maggiore termicità se umido. Quindi se siete in cerca di un "piumino" da escursionismo ormai vi consiglio il Thermoball. Il potere termico è strettamente correlato alla quantità di piuma. A Dire che i recenti piumini 100gr sono caldi per la città, ma niente a che vedere, nel freddo vero, con un kg di piuma. Collo, testa e viso. Personalmente credo che il collo sia abbastanza protetto dal colletto di piumino e pile: anche se soffro di cervicale non mi hanno mai tradito. Per stagioni intermedie, quando nello zaino il piumino non lo porto, uso indossare uno scalda-collo Mizuno, fatto dello stesso Breath Thermo che ho descritto prima. Per la testa consiglio qualsiasi cosa vi sia comodo, da supplementare alla bisogna con il cappuccio del piumino. Per il viso, non dimenticare la crema ed il burro cacao per le labbra, ad evitare di trovarvi a perdere i pezzi nei giorni successivi :-) Credo di aver detto tutto, chiedetemi di quello che non risultasse chiaro od esaustivo. Massimo 2/3/2018
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