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Corredo Fotografico (sintetico !)

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  1. Il cammino verso la creatività è solitario. Parlare di arte nella fotografia, è un discorso soggettivo, personale e quasi intimo. Fotografare la natura e gli animali selvaggi vuol dire immergersi nel mondo senza l’uomo, un mondo in cui ci si ritrova disarmati faccia a faccia con un grande mistero: la vita, nella sua essenza.Garry Winograd affermava: ‘Non vedo foto finché non vedo le foto. Quando fotografo vedo vita’’. La fotografia è un racconto. Un’immagine ben realizzata può riuscire a trasmettere sentimenti e sensazioni; allora parliamo di una realtà del mondo e della vita ben filtrata dal modo di essere di chi fotografa. Un procedimento che non funziona sempre ma quando un fotografo ci riesce vuol dire che vive e crea. Analizza, ci mette l’animo e sintetizza creando immagini che emozionano. Questa affermazione può essere una risposta alla domanda su cos’è l’arte. Secondo me, tra le tante definizioni che tentano di avvicinarsi al concetto di arte, la più semplice e immediata è questa: Arte è un lavoro complesso di analisi ma soprattutto di sintesi, nel quale insieme agli elementi oggettivi vengono mescolate le sensibilità estetiche e a volte filosofiche dell’ artista. A questo punto colgo l'occasione per nominare un grande fotografo naturalista e artista, l’inglese Nick Brandt. Nel mio blog ho dedicato a lui, maestro del bianco e nero, una piccola recensione del suo lavoro. Il titolo che ho datto è: ‘’Nick Brandt, il fotografo di natura con l’anima al posto dell'obiettivo’’. In pratica è la sintesi semplificativa della definizione appena citata. Nick però è un capitolo a parte di questa storia. Parlare di arte nella fotografia naturalistica diventa ancora più complicato e difficile. Il fotografo naturalista non solo deve essere preparato riguardo le varie tecniche che il mezzo fotografico gli offre ma deve essere, prima ancora, amante della natura e delle sue creature. Deve essere attento, studiare, imparare e conoscerne le forme, le manifestazioni, i capricci. Quando arriva alla fine di questo percorso, in un certo senso, deve dimenticare tutto e fare un tuffo esoterico per parlare con se stesso e spiegare il perchè di tutto ciò. La sua creatività artistica dipenderà dalle sue risposte. Il cammino verso un modo di fotografare creativo e forse anche artistico è appunto solitario. La cosa migliore è spiegare queste affermazioni non solo con le parole ma con le immagini, immagini forti e in quale miglior modo se non con il lavoro di due fotografi della natura selvaggia: Frans Lanting e Vincent Mounier. Frans Lanting, il naturalista pioniere Era verso la fine degli anni ottanta quando dal nulla si è fatto vivo Frans Lanting, un naturalista fotografo, olandese di origine, che con la sua macchina fotografica ha cominciato a ritrarre la natura come nessuno l’ aveva mai fatto prima. Gli articoli sull’ autorevole rivista National Geographic divulgavano il suo lavoro, in continua evoluzione, riguardante la natura selvaggia. Fotografare specie come i gorilla, gli elefanti, i giaguari, le scimmie, gli ippopotami, i pappagalli o gli albatros allo stato selvatico e nel loro ambiente naturale è un'attività che costa parecchio tempo e fatica. Lanting decide di immergersi nell'ambiente naturale e diventa un pioniere in questo modo di essere fotografo. Amazzonia, Antartica, Australia, Botswana, Madagascar e tanti altri posti sulla terra sono diventati il palcoscenico di un teatro meraviglioso che ha accolto l’ umile Frans come lo spettatore per eccellenza. Lanting adopera i teleobiettivi ma non per fotografare dal lontano; lui vuole il posto in prima fila, lì dove si svolge la scena. Quando il campo di visione però deve essere ampio, per raccontare e ritrarre meglio la natura, Frans non esita ad adoperare pure il grandangolo. Si immerge letteralmente in lei e contemporaneamente lei lo accoglie. Osa fare ‘’Eye to eye’’ e i suoi soggetti acconsentono alla relazione e posano per lui. Nell’ opera di Lanting hai la sensazione di essere lì insieme a lui. Senti l’umido dell’ acqua, ti godi i colori intensi e la luce meravigliosa, quasi ascolti i rumori della savana o il vento delle Galapagos e tutto questo trasmette sentimenti e sensazioni, diventa l'espressione di un’ arte quasi non cercata. Infatti secondo me Lanting viveva la natura con gli occhi spalancati, assorbiva tutto con grande emozione e piacere e le sue fotografie lo trasmettono a noi. Dopo molte spedizioni che gli affida e gli sponsorizza il National Geographic e guardando indietro sente il desiderio di ricapitolare facendo ‘’Life, a journey through time’’. L’ opera di Lanting è cosi piena di vita che ancora oggi confonde con i sentimenti e le sensazioni che trasmette.Gli scatti sono inconcepibili, frutto di una persistenza e audacia inimmaginabili e assumono un valore artistico tale che a volte non si comprende se è bravura del fotografo o l'imporsi della natura stessa. Questo scambio di energie in realtà diventa un motore per Lanting, che lo spinge in avanti e gli apre la strada nella mitologia della fotografia naturalistica. Ho esagerato nelle mie espressioni? A voi il giudizio. Dopo Lanting o meglio contemporenaemente a lui, altri fotografi amanti della natura sono emersi. Nomi come Jim Brandenburg, David Doubilet, Art Wolfe, Michael Nichols hanno contribuito con il loro lavoro creativo e artistico. Ma facciamo un piccolo salto nel tempo e parliamo di un altro fotografo e vero artista della wildlife, amante della fotografia e della natura, Vincent Munier. Vincent Munier, il poeta del bianco Vincent Munierè un rinomato fotografo naturalista e appassionato di animali, che dedica la sua vita a viaggiare per il mondo e a fotografare la fauna selvatica più incontaminata della natura. Dopo aver documentato qualsiasi cosa, dai lupi bianchi dell'Arcipelago Artico canadese agli orsi polari in Norvegia e le gru al’isola Hokaido in Giappone, Vincent ha voluto spingersi oltre il limite e realizzare il suo progetto di fotografia da sogno. Nella sua mente c'era solo un progetto da perseguire. Sarebbe andato in Tibet e avrebbe combattuto in alta quota, con temperature gelide e terreni accidentati per documentare il leopardo delle nevi, notoriamente timido e solitario, un animale a rischio di estinzione in seguito al cambiamento climatico. Mentre era lì, avrebbe anche tentato di fotografare una varietà di animali, tra cui lo yak selvaggio, la gazzella tibetana e l'antilope, la volpe tibetana e il gatto di Pallas, per sensibilizzare la gente sulla fauna selvatica del Tibet e colmare il "divario" che si crede esistere tra uomo e natura. Alla ricerca dell'elusivo leopardo delle nevi, Vincent ha dovuto percorrere terreni accidentati e salire ad altezze estreme, raggiungendo quote fino a 5.000 metri. “Queste non sono condizioni facili in cui lavorare, ma è per questo che li adoro. Non sono soddisfatto se non mi sento sfidato. Sono guidato dalla curiosità e dalla sete di avventura, quindi le condizioni in Tibet erano perfette per me’’. Il fotografo francese fa del bianco una sua modalità espressiva. In una lettura più immediata Vincent Munier lo si sente fin da subito forse più artista in confronto con Lanting. Il bianco diventa la tela per i suoi soggetti. Lepri, bisonti, civette, lupi, cigni, gru vengono avvolti dal bianco e il colore non colore diluisce la loro esistenza, i loro movimenti e i loro sguardi. Un modo di interpretare la fotografia della natura efficace e molto espressivo che però viene, in primis, filtrato dalla sensibilità estetica di Vincent. I suoi scatti fermano movimenti quasi ballerini, inquadrano sguardi intensi e diventano poesie. Poesie con il fondo bianco. Due fotografi di natura, due maniere diverse di fare arte. Forse sì. Ma è meglio osservare che sono due maniere diverse di vivere la stessa natura e di condividere la stessa passione: la fotografia.
  2. Background. La fotografia di natura presuppone l’uso di lunghe focali, l’appostamento da capanno fisso e l’arrangiamento della composizione gestendo le poche variabili disponibili. Ma io, sempre più spesso, trovo piacere nel godere del contatto con la natura e nel cercare immagini capaci di raccontare la situazione oltre che ritrarre il soggetto. È una trasformazione in atto da tempo nel mio modo di vedere e di fotografare. Per questo, sto sempre meno in capanno e sempre più giro per boschi, fiumi, monti ... e sempre più apprezzo viaggi all’estero immersivi nella natura piuttosto che indirizzati a ritrarre lo specifico animale. Un modo diverso di indirizzare le uscite, quindi, ma anche un modo diverso di “vedere” le immagini. C’è un facile trucco, che ho imparato casualmente tanti anni fa. Sostanzialmente è questo. Guarda quello che vuoi fotografare, chiudi gli occhi e riepiloga nella mente cosa ti ha colpito e cosa rende speciale quello che hai visto. Poi riapri gli occhi e concentra la tua fotografia nel ritrarlo, impostando composizione, diaframma, fuoco ecc.. per renderlo al meglio, includendo ciò che serve ed escludendo tutti gli elementi di disturbo. D5 su 180-400@400 1/1000 f4 ISO800, quando la neve inizia a sciogliersi gli stambecchi scendono molto in basso... D5 su 180-400@400 1/640 f4 ISO100 D5 su 180-400@500 1/1000 f5.6 ISO200 Bene, per fare un esempio, io sempre più, invece di “che bel camoscio” penso “fantastico quel camoscio in mezzo alla pietraia, piccolo piccolo sotto la montagna con quella cima aguzza”. Beh, così è molto enfatizzato, ma rende il senso. Ovviamente, sempre su quel binario, non vuol dire che non scatto più immagini “chiuse”. Ma che le apprezzo entrambe.Da quanto sopra, due forti spinte per valutare uno zoom prestazionale come il 180-400. Per capire, nella sostanza, se nella maggior parte delle situazioni in cui fotografo – in Italia e all’estero, da capanno e in esplorazione – possa essere effettivamente più adatta questa meraviglia piuttosto che la coppia fatta da 500/4E FL e 70-200/2.8E FL o 80-400/5.6G (uno o l’altro a seconda dei casi, ma questa è un’altra storia – il test del 80-400G lo trovate qui). Ma la mia storia di fotografo di natura inizia parecchi anni fa: il mio primo supertele fu proprio il 200-400/4 AF-S VR. Non ci siamo mai amati, l’ho sostituito dopo poco con il 300 2.8 ed i moltiplicatori…. Ma poi, visto cosa ci faceva Unterthiner, giusto per citare qualcuno proprio bravo, lo ricomprai…. Per confermare che non ci amavamo e cambiarlo con il 500/4. Ma era il 2008! Capirete quindi come il prezzo molto elevato e questi precedenti mi abbiano reso incerto e fatto cercare innanzitutto la possibilità di una prova. Prova che Nital e Mauro, ringrazio moltissimo entrambi, hanno reso possibile in questi mesi e della quale racconto con piacere qui su Nikonland. Com’è fisicamente. Parlavo di supertele, il 180-400/4E FL rientra a pieno titolo in questa definizione. Meccanicamente è costruito in maniera eccellente, come potete vedere dalle ottime immagini che Mauro ha realizzato durante l’unboxing. Io non so fare niente di neanche lontanamente così bello, ma è questo. Però vi faccio vedere com’è rispetto agli obbiettivi che ho citato poc'anzi. Il 70-200/2.8E FL, evidentemente, appartiene ad altra categoria ed è nel gruppo solo per dare un’idea. L’80-400/5.6G è qui per far capire che c’è 400 e 400, e che la ricerca della qualità ed uno stop in più di luce cambiano completamente i progetti ottici. Il 180-400 è il secondo da sinistra. Vedete che è poco più piccolo del 500/4; L'80-400 a 80 Il peso è importante, 3840gr sulla mia bilancia (con paraluce e piastra ARCA). Mentre il 500/4E FL pesa “solo” 3410gr (quindi 430gr in meno!), l’80-400/5.6G 1610gr ed il 70-200/2.8E FL 1460gr. Tutto trasuda qualità ed eccellenza meccanica e ottica, le ghiere sono perfette. Il moltiplicatore built-in semplicemente geniale. 80-400 a 400 E le lenti frontali Come si confrontano quei 4. Le foto ai muri di mattoni o alle mire ottiche non sono il mio forte, ma ho chiesto ad una vecchia amica di farmi da modella, per dare un’idea. Giusto un’idea di quali sono le differenze in nitidezza, vicino al centro del fotogramma, ma è fondamentale tenere conto che questo è solo uno dei parametri da valutare e, spesso, nemmeno il più importante nella resa complessiva dell’immagine. Per me sono più importanti il micro contrasto, le transizioni tra zone a fuoco e fuori fuoco, la resa nelle diverse condizioni di luce. Ma c’è molto "rumore" in giro sulla presunta inadeguatezza qualitativa di questa lente, in parte arrivato anche qui, e quindi ho voluto portare qualche elemento di valutazione. Come vedrete sotto veramente tanto rumore... per nulla. Personalmente trovo questo zoom letteralmente fantastico. 500/4E FL+TC14 – 700mm f5.6 500/4E FL – 500mm f4 180-400/4E FL +TC – 500mm f5.6 180-400/4E FL – 400mm f4 80-400/5.6G – 400mm f5.6 180-400/4E FL – 200mm f4 80-400/5.6G – 200mm f5.3 70-200/2.8E FL – 200mm f2.8 Le immagini sono fatte con la Z6, da distanze diverse, in modo da ritrarre il soggetto alla stessa dimensione sul sensore. Ho fatto 5 scatti di ognuna in modo da evitare che errori in ripresa inquinassero il risultato. Ho usato il treppiede, lo scatto elettronico e messo a fuoco con il pinpoint sull’occhio sinistro (quello al centro della foto). Le immagini sono a tutta apertura, regolate in LR nello stesso identico modo (stesso bilanciamento del bianco, nessuna regolazione a luci, ombre, contrasto ecc. esclusi i profili built-in delle lenti). La nitidezza è regolata per tutte allo stesso modo così come la riduzione rumore. Tutte le lenti migliorano, in misura diversa, diafframmando un po'. Questo è quindi il worstcase, in particolare per le immagini moltiplicate e per l'80-400@400mm. Come vedete, alla faccia di chi pensa che gli zoom siano sempre meno nitidi dei fissi, l’immagine più nitida è quella a 400mm fatta con il 180-400/4E FL. Non tantissimo, ma visibilmente. E che, molto più intuitivamente, a 500mm il 500/4 liscio è più nitido del 180-400/4E FL moltiplicato. Anche qui, non tantissimo ma visibilmente. E che quello che perde il 500/4E FL inserendo il moltiplicatore è molto simile a quello che perde il 180-400/4E FL moltiplicandolo. Sempre restando nell’ovvio, a dire che il moltiplicatore built in è… un moltiplicatore. A 400mm: Il 180-400/4E FL è più nitido del 80-400/5.6G che però si difende e non esce a pezzi. Scendendo ancora, a 200mm: Il 180-400/4E FL continua ad essere il più nitido. Ma, ovviamente, lo stacco del soggetto dallo sfondo, che pure è lontanissimo, del 70-200/2.8E FL è irraggiungibile dagli altri. Nota a margine: Io sono sempre più convinto di avere un esemplare straordinariamente ben riuscito dell’80-400/5.6G! A chi ritiene che la Z6 non abbia abbastanza risolvenza da mettere in crisi queste lenti e che, quindi, che avrei dovuto usare la Z7 o la D850 rispondo dicendo che questi sono supertele pensati per un certo tipo di fotografia, per la quale nessun produttore (Nikon – D5/D6, Canon - 1DX, Sony A9) ha superato i 24mpix. Come va? È molto molto nitido, sempre. A tutte le focali e anche moltiplicato. Ovviamente moltiplicato perde qualcosa. Non problematico l'uso con il TC inserito alle focali inferiori alla massima. D850 su 180-400@550 1/800 f7.1 ISO900 Crop a pixel reali L' autofocus è molto veloce, sui massimi livelli. D5 su 180-400@550 1/2000 f5.6 ISO100 D5 su 180-400@550 1/3200 f5.6 ISO400 D5 su 180-400@550 1/2000 f5.6 ISO400 Ben contrastato, tende a chiudere le ombre un po di più del 500/4E FL ma niente di problematico anche con soggetti scuri. D5 180-400@400 1/500 f4 ISO100 Lo stabilizzatore è molto molto efficace. Non mi sono dedicato a calcolare gli stop, ma quello sotto è uno scatto fatto a 400mm con tempo 1/10 di secondo. Z6 su 180-400@400 1/10 f4 ISO280 Si avete letto bene: 1/10. Per cui diciamo che, considerata la destinazione d’uso, funziona così bene da non porre al fotografo nessun limite pratico. Certo, anche la Z6 con lo scatto elettronico e l'Ibis aiuta. Anche lo sfocato, con o senza moltiplicatore, e pure con sfondi problematici come questi è bello. Valutate voi. Senza difetti? No. Innanzitutto, vignetta. In maniera molto significativa, soprattutto alle focali corte. Qui uno scatto a 180mm. D5 su 180-400@180 1/3200 f4 ISO100 Ma è un problema gestibile con la correzione automatica, come vedete sotto. D5 su 180-400@180 1/2000 f4 ISO100 E che si riduce, senza sparire, diaframmando o andando alle focali più lunghe. Inoltre, come visto, pesa veramente tanto. Questo è il primo problema pratico rilevante, per la mia destinazione d’uso. Non inatteso, basta leggere la brochure per saperlo. Ma quanto impatta, ad esempio, fotografando in montagna. Occorre provarlo con il proprio genere di fotografia. Io in montagna vado più lontano, più in alto o su terreni più difficili di quello che la maggior parte degli escursionisti fa. Beh, qui non sono molto in alto e neppure molto lontano... ma la terra finisce di botto pochi cm alla mia destra e riprende alcune centina di metri sotto. La sintesi è che riesco benissimo a usarlo fotografando a mano libera, ma l’impatto pratico è che sono molto meno mobile sui terreni difficili. Più o meno come quando porto il 500/4E FL, che per la cronaca a mano libera è per me molto più usabile del 180-400/4E FL, ma senza coprire così bene le lunghe focali che il 500 mi consente. Ed allo stesso tempo 180mm sono un poco lunghi per ambientare efficacemente in certi tipi di fotografia. Quindi, in montagna, l’80-400, almeno se ne avete uno perfetto come il mio, o il 500/4, se servono focali lunghe, sono preferibili. Ma in tutte le situazioni dove il peso e l’ingombro non impattino in maniera significativa ed il range di focali 180-400 sia appropriato – considerando di fare un uso occasionale del moltiplicatore, non teme confronto con nessuna altra lente. E anche moltiplicato resta molto molto buono. Di fatto il moltiplicatore built-in, capacità unica nel catalogo nikon e comune solo ad un’altra lente della concorrenza ormai datata, è una importante freccia al suo arco. Perché moltiplica la flessibilità prima che le focali. Immaginate di fotografare in condizioni avverse, climatiche o ambientali, o di avere tempi ristretti: consente di fare una vera e propria magia. Immaginate, fotografando dal gommone, o mentre nevica…. Beh, impagabile. Peccato che non ho avuto modo di andare a fotografare con quelle condizioni! D5 su 180-400@390 1/500 f5.6 ISO100 (con TC inserito) D5 su 180-400@500 1/2000 f5.6 ISO400 Z6 su 180-400@560 1/2000 f5.6 ISO400 (curiosità: La focale massima trasmessa a LR dalla D5 e dalla D850 è 550 mentre dalla Z6 è 560) Ma purtroppo, da noi, 400mm sono sempre pochi e, a volte, anche 500mm lo sono. E, nonostante le incredibili prestazioni ISO delle macchine attuali, tra f4 e f5.6 c’è un salto notevole vicino all’alba ed al tramonto. Ma lo zoom, ed il TC, sono utili anche in un'uscita nel bosco vicino casa. Due caprioli, 370mm Z6 su 180-400@370 1/500 f4 ISO1000 Stringo sul maschio, 560mm Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2500 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2200 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2800 Z6 su 180-400@400 1/500 f4 ISO1250 Z6 su 180-400@560 1/500 f4 ISO2800 Questa orribile stagione, ed il COVID-19 (dita incrociate perché la situazione migliori presto!), hanno ostacolato la prova. Anche i viaggi che ho nei prossimi mesi sono molto a rischio - è per equipaggiarmi al meglio per quelle situazioni che ho molto pensato a questa lente. Ma credo di avere comunque avuto l’opportunità, nelle diverse uscite fatte, di provarlo adeguatamente e di farmene un’idea precisa. Conclusioni. Un ennesimo esempio delle capacità di Nikon di realizzare strumenti straordinari e capaci di supportare al meglio il fotografo. Ma questa prova non era finalizzata a verificare se il 180-400 fosse effettivamente in grado di realizzare immagini di qualità, quello lo sapevo già. Ho la fortuna di conoscere diversi fotografi molto bravi che lo usano con enorme soddisfazione e che lo hanno adottato sostituendo diversi teleobiettivi, contemporaneamente. E che me lo hanno consigliato senza riserve. A me serviva capire se, anche per me come per loro, avrebbe potuto sostituire il 500/4E FL. Stresso per me, perché gli strumenti che usiamo non si scelgono in base alle brochure, o a quello che ne pensano gli amici. Da li si parte, ma poi occorre provare e scegliere quello che agevola la nostra visione ed il nostro modo di fotografare. Con le parole di Silvio, cercavo la risposta a questa domanda: questo 180-400 può essere la mia Katana? È una risposta difficile ma, di pancia prima che con il cervello, credo di no. Non perché sia, riprendendo il titolo, un Jack of all trades... master of none. Il 180-400 è indiscutibilmente il master di un ambito, in fotografia naturalistica, molto specialistico. È il caso in cui contemporaneamente si abbiano soggetti abbastanza grandi o avvicinabili, necessità di cambiare spesso e rapidamente focali, in particolare in condizioni climatiche avverse (polvere, pioggia, neve) ed avendo difficoltà ad usare 2 corpi macchina su due diverse lenti (o necessitando addirittura di un terzo). Ma, per come, cosa e dove fotografo io, non sarebbe in grado di sostituire le lenti - in particolare il 500/4 - con le quali l’ho ritratto all’inizio del test, potrebbe solo affiancarsi. Ed il costo, non potendo sostituire altri oggetti, diventerebbe esorbitante. Quindi, dopo la prova e valutata l’usabilità nelle diverse condizioni in cui amo fotografare, considero che per me la miglior combinazione resti avere 70-200 o 80-400 su un corpo e 500 sull’altro. Avessi la fortuna di andare più spesso all’estero, in safari o in zone artiche o in zone dove gli animali sono grandi o confidenti, e meno la necessità di fotografare ai confini del giorno, sarebbe la lente perfetta! Pro: • Qualità costruttiva • Prestazioni ottiche • Stabilizzatore • Autofocus • Versatilità d’uso Contro: • Peso • Prezzo (*) (*) ma solo nel caso non si riesca ad adottarlo come unico supertele Massimo Vignoli per Nikonland © 14/3/2020
  3. La Z6 resta per me una macchina controversa, perché coniuga notevoli innovative potenzialità, legate alla mancanza dello specchio e ad un sensore molto prestazionale e capace di sfornare file veramente belli ad un prezzo tutto sommato accessibile, con limiti strutturali che fatico a superare. Per questo, dopo 5 mesi dall'acquisto e oltre 16.000 scatti, non l'avevo ancora preferita alla D5 in nessuna uscita seria avente come scopo la fotografia naturalistica. Ma viene il tempo per tutto, ed eccomi qui a raccontare le impressioni tratte dalla prima. L' occasione viene da un bel giro in un meraviglioso bosco di pianura, situazione abbastanza comoda da non farmi recriminare troppo in caso di insuccesso. Il mio amico Marco mi ha raccontato meraviglie più di una volta, ma non siamo mai riusciti ad organizzare prima d'ora. Per costringermi ad usarla lascio a casa la D5 (della quale devo trovare il tempo di raccontare la sintesi di 3 anni d'uso estremamente soddisfacente), ed esco leggero leggero: Z6, FTZ e 500/4E a tracolla. E' lo stesso "trucco" che ho usato a fine maggio la prima volta che l'ho usata in studio: niente back-up, niente possibilità di ripensamenti e di tornare indietro quando vuoi uscire dalla tua confort zone! Il motivo di questa scelta è provare a far leva sulla assoluta silenziosità dello scatto elettronico, gli ungulati sono molto timidi e lo scatto della D5, anche in modalità silenziosa, li innervosisce. Fatto che rende spesso troppo breve il tempo che trascorre tra il primo scatto e quando, per sospetto più che per vero timore, finiscono per allontanarsi, anche se il fotografo è ben mimetizzato. Peraltro, questo partiva come un giro esplorativo, per cui in tenuta mimetica completa - compreso il passamontagna che lascia scoperti solo gli occhi - ma niente capanno. E pure niente treppiede, perché troppo ingombrante e lento da predisporre per lo scatto dopo aver trovato i soggetti, fase in cui i necessari movimenti portano invariabilmente la certezza di spaventarli prima ancora di iniziare a fotografare. Altro motivo a supporto della scelta, visto che a mano libera il VR della Z6 è molto efficiente e l'assenza dello specchio riduce sensibilmente il micromosso. Quindi dopo un caffè al bar aperto da poco, sono le 6:15, altra comodità di non fotografare in qualche landa sperduta delle alpi, parcheggiamo e ci inoltriamo nel bosco. Un po' di nebbia ed ancora pochissima luce. Incontriamo quasi subito un capriolo, ma la luce è troppo poca: occorre aspettare che il sole faccia capolino.... Questo il primo scatto "decente", sono le 6:40. Z6, 500/4E, 1/125, f4, ISO 12.800. Faccio parecchi esperimenti, a mano libera, con lo scatto silenzioso ed il VR, riesco ad ottenere con sistematicità scatti nitidi con tempi di 1/100. Qualcuno, non tutti, è bello nitido anche a 1/60, se appoggio il gomito sul ginocchio (scatto da seduto a terra). E' vero, mi aiuto con la raffica - quasi sempre di 5-7 scatti, tecnica che in assenza di tempi di sicurezza aiuta ad ottenere nella sequenza immagini ben ferme - ma è veramente un ottimo risultato a 500mm di focale! Ci ha visto, probabilmente non ha ben capito cosa siamo, ma ci ha visto...... Qui di solito le cose iniziano ad andare male, con il forte rumore dello specchio della D5 anche in modalità silenziosa. Macchina con la quale non si potrebbe proprio scattare a raffica in situazioni di questo genere. Ma il totale silenzio della Z6 cambia tutto. Ed il nostro amico torna sui suoi passi e.... appare un altro giovanissimo maschio oltre ad una femmina di daino. Z6, 500/4E, 1/125, f4, ISO 8.000. Ma non finisce qui.... perché sono proprio tranquilli e continuano a girarci davanti senza allarmarsi minimamente. Z6, 500/4E, 1/200, f4, ISO 6400. Z6, 500/4E, 1/160, f4, ISO 2500. Z6, 500/4E, 1/160, f4, ISO 2500. Z6, 500/4E, 1/250, f4, ISO 7200. Z6, 500/4E, 1/125, f4, ISO 2000. Z6, 500/4E, 1/100, f4, ISO 2200. Z6, 500/4E, 1/100, f4, ISO 2200. Z6, 500/4E, 1/100, f4, ISO 1800. Z6, 500/4E, 1/125, f4, ISO 2500. E anzi, si uniscono alla compagnia anche due daini, maschio e femmina - Z6, 500/4E, 1/250, f4, ISO 2800. Sono le 6:57. La cosa da sottolineare è che tra il primo e l'ultimo scatto di questa campionatura sono passati 17 minuti, nei quali ho scattato 626 immagini. Vero, una parte sono duplicati nelle raffiche, una parte mossi, una parte fuori fuoco (dirò in seguito).... ma vi posso assicurare che tanti scatti così in un tempo così lungo ad ungulati liberi (ed in zona di caccia) in più di 10 anni di fotografia naturalistica non mi era capitato di farli mai. Grande vantaggio dello scatto silenzioso! Certo non sono tutte rose e fiori. 3 i problemi principali: L' autofocus poco preciso nel caso di soggetto piccolo nel fotogramma a causa del "sensore" molto grande anche nella dimensione più piccolo supportata in AFC (usato sempre Dynamic Area AF); La tendenza in caso di soggetto scuro su fondo chiaro a mettere a fuoco lo sfondo (questo è un difetto assolutamente ricorrente, scandaloso che non sia ancora stato corretto da un aggiornamento software); La piccola dimensione fisica della Z6, decisamente sottodimensionata per questo uso, nonostante la protesi formata dalla basetta (vedremo in futuro con il battery grip) Ci spostiamo, in cerca di altri soggetti e situazioni. Z6, 500/4E, 1/250, f4, ISO 400. Questa è la situazione peggiore perché manifesta quasi sistematicamente il problema dato dalla combinazione tra zona AF grande e tendenza a mettere a fuoco la zona più chiara. Cosa che purtroppo è molto di ostacolo - l'AF "va per funghi" e salvo solo un paio di scatti su oltre 30, gli unici che sono a fuoco dove serve. Nessuno buono quando il capriolo decide di andare via, a balzi - siamo in piedi e troppo visibili per essere tollerati - e sono sicuro che con la D5 lo avrei preso in azione. Ma lo scatto silenzioso è impagabile, questo grosso maschio di daino non si è per nulla accorto di noi! Z6, 500/4E, 1/320, f4, ISO 2200. E quest'altro.... Z6, 500/4E, 1/800, f4, ISO 4500. ....finisce per vedere il mio movimento, devo spostarmi perché sono impallato da alcuni rami. Z6, 500/4E, 1/320, f4, ISO 900. Z6, 500/4E, 1/400, f4, ISO 900. Z6, 500/4E, 1/400, f4, ISO 1000. I punti di forza: Scatto silenzioso, che riduce sia il disturbo ai soggetti sia il micromosso con tempi lunghi Stabilizzatore molto efficace Ottima qualità di immagine anche ad iso molto alti (veramente difficile preferire il file della D5, se non dai 6400ISO in su e con una differenza molto limitata; ma ricordo che ad ISO bassi - dai 400 in giù - la valutazione si ribalta) I punti di debolezza: Corpo troppo piccolo ed inadatto ad essere impugnato a lungo con ottiche pesanti Precisione AF impattata dal fatto che anche la "zona di fuoco" più piccola è troppo grande e dalla tendenza di "andare sullo sfondo" se questo è più chiaro del soggetto La mattina si conclude con un numero di scatti "buoni" decisamente sopra la media considerato il tipo di fotografia e le condizioni di ripresa - tutto a mano libera con il 500/4. Insomma, il debutto della Z6 nel bosco è andato bene. E di fatto, per la fotografia ad alti ISO, la Z6 oggi è l'unica macchina Nikon che possa stare vicino alla D5..... ad una frazione del prezzo (ma non a pari funzionalità!). Massimo per Nikonland 30/10/2019.
  4. Se ne va. Fine d'anno,ora di bilanci? Ma sì, come ho fatto per il 2018, provo a ripensare come è stato quest'anno, fotograficamente parlando. Per me è un esercizio utile, magari anche per altri. Ripercorrendo le foto, mi rendo conto se qualcosa è cambiato, in meglio, in peggio, se è valsa la pena. E non mancano le sorprese che la memoria burlona mi aveva nascosto. E' una cosa che faccio per me, ma mi piace condividerla, come due chiacchiere di sera fra amici. Tagliamo corto! Come è stato il mio 2019 fotografico? Ripercorrendo le foto, beh, è stato meno peggio di quanto ricordassi. Quando ho cominciato a riguardare il materiale ero un po' negativo, mi pareva di aver fotografato molto meno che negli anni scorsi (ed è in parte vero) e di non aver fatto cose particolarmente interessanti. In questo, per fortuna, un po' mi sono sbagliato. Certo, le mie no sono avventure in ambienti estremi, nè reportage superlativi, in fondo sono un piccolo fotoamatore "normale",bil19.txt con le sue passioni e i suoi soggetti preferiti, per cui questo articolo non so quanto sarà interessante . Il tema principale anche quest'anno rimane la fotografia naturalistica, dove accanto alle "solite foto" che un po' mi hanno anche stancato, Ad esempio sono riuscito a fare qualcosa di nuovo. Le mie prime foto alla Civetta e al Tarabuso Nicchia nella nicchia, chi mi legge sa che sono un esperto ed un appassionato fotografo di libellule. Quest'anno sono entrato a far parte di un gruppo fotografico che si chiama "Libellule d'Italia" che mi ha rinvigorito l'entusiasmo per il soggetto, così non solo ne ho fotografate tante, esercitandoni con variazioni sul tema: Ma la grande soddisfazione è che dopo tanto, ma tanto, tempo ho fatto un altro bello scoop, e senza farmi 500km! Oxygastra curtisii è rara, oltre che molto bella, l'avevo fotografata (malissimo) più vent'anni fa, sul Ticino poi non l'avevo mai più vista fino a quest'estate! Anche questa non è male: Colpa anche del riscaldamento globale anche questa specie africana (Trithemis annulata) che fino a pochi anni fa non si trovava a nord della Toscana ora è al Parco Nord Milano. Il "progetto gatti" ha subito un leggero rallentamento, ma ha preso una piega interessante. Ho cercato di rendere le foto più espressive (esagero, espressioniste). Dei gatti dell'Isola dei Pescatori invece ho fatto un piccolo portfolio in tema vintage, per recuperare quell'atmosfera che si immagina in una vecchia isola di pescatori, appunto. Il paesaggio non è nei miei interessi fotografici, però in alcune situazioni la luce può essere tale da ispirare persino me. Ogni tanto mi son dimenticato di non esserne capace e mi son messo a fare street, perchè mi piace, non ci posso fare nulla. In fine d'anno è arrivata la Z6. Vincent è ottimista . Silvio Renesto.
  5. I naturalisti ortodossi storceranno il naso perchè si tratta di fotografie di uccelli liberi fatte da un capanno, Me ne dispiace ma io non ho altre opportunità, mentre ho creduto utile mostrare a chi possa essere interessato a questo genere di fotografia da praticare con le Nikon Z quali possano essere le potenzialità o gli svantaggi nell'uso pratico. Abitassi in Canada, nelle zone più selvagge e fossi più incline alle sofferenze e alle fatiche fisiche, offrirei prove differenti. Ma qui lo scopo non è far vedere se il fotografo valga ma quanto vale il materiale ! *** Grazie all'interessamento dell'amico Silvio Renesto e all'organizzazione di una associazione fotonaturalistica, ho potuto passare qualche ora in un capanno del vercellese, con la promessa concreta di poter fare qualche foto alle poiane. Attirate da qualche incentivo nutriente loro non si sono fatte attendere molto. Hanno anche offerto un breve spettacolo supplementare non programmato - una lotta mimata, quasi del tutto incruenta - per la gioia dei fotografi. Io sono abituato ad ingaggiare i miei soggetti, pagando il giusto compenso, e quindi per me è normale. Comprendo il fastidio di chi invece sia abituato ad andare all'avventura. Lo farei anche io, probabilmente, se fossi sul posto, avessi tutto il mio tempo a mia disposizione e non dovessi rispedire a Moncalieri la Nikon Z6 prestatami dal distributore italiano. Per tutti gli altri ecco le mie considerazioni al riguardo di questa "gita". Non troppo freddo, sui -3 °C, giornata secca e serena. Verso mezzo giorno la temperatura è salita addirittura a +17 °C, anomalia di questo inverno caratterizzato dal Fohn, il vento del nord che crea queste condizioni. Il capanno è comodissimo, organizzato per due. E' in legno, c'è un vetro ampio che permette di osservare la scena, attrezzata di svariati posatoio ben dimensionati per il genere di volatili che capita da queste parti. Noi vediamo bene, loro sanno che ci siamo ma non si sentono minacciati. Arrivano le poiane. 2, 3, 4 esemplari diversi. Si annunciano con il loro particolare richiamo. Dopo un sopralluogo, impongono le gerarchie e il territorio. I dominanti mangiano, gli altri attendono il turno sui rami degli alberi. Ho portato la Nikon D5, il 500/5.6E PF, il 300/4E PF, la Nikon Z6 e la Nikon Z7 con due Nikon FTZ. Una Lowepro Nova 200 AW è più che sufficiente. Dopo pochi scatti con la D5 capisco che è ... overkill. Come se la Guardia di Finanza fermasse le auto alla rotonda con un carro armato da battaglia. Potevo anche fare a meno di portarla. La ripongo e mi dedico alle Nikon Z. Il 500mm è addirittura troppo lungo e finisco per scattare per lo più con il 300/4. Che ha anche il vantaggio di darmi uno stop in più di luce. La posizione è buona ma purtroppo il sole invernale molto basso fatica a farsi strada e buona parte della scena è in ombra. Per avere tempi rapidi con questi diaframmi (ideale sarebbe stato un 400/2.8 ma avremmo perso tutta la portatilità dei sistemi. Invece questo è stato uno shooting treppiede-free ) si sale anche a sensibilità che avrei evitato. La Nikon Z6 non fatica ad andare anche a 7-8000 ISO ma si perde la buona parte del dettaglio del piumaggio. Ed è un peccato. La Z7 sfavilla quando gli uccelli posano al sole. Ma se la cava anche nelle altre situazioni. Raffica in H per entrambe, manuale 1/1000'', diaframma aperto. WB su Auto(preserva toni caldi), spot o semispot_preserva_alte_luci, Picture Control su Standard. ADL auto sulla Z6, niente sulla Z7. Ovviamente otturatore elettronico. Non mi passa nemmeno per l'idea di fare scatti in volo, sarebbe troppo complicato per la distanza e per le focali. Peraltro sappiamo che le due Z non eccellono per velocità AF in continuo. Quindi sarà una sessione di ritratto. Con la messa a fuoco con il puntino sull'occhio. In AF-C, naturalmente. Dopo 5 o 600 scatti, Silvio candidamente mi chiede, "ma perchè inquadri ma non scatti ?" Lo comprendo, se non sei abituato non ci badi. Ma gli uccelli sentono il click-clack di specchio e otturatore della sua D500 e qualche volta si allontanano. Io invece scatto in continuo senza fare alcun rumore. Parlo anche naturalmente a voce bassa. E' la situazione ideale per me. Metto a fuoco dove voglio anche a bordo frame Nessuno mi sente Le macchine mi seguono docilmente Nessun problema di autonomia, temperatura, inceppamenti. La proporzione delle foto scattate è a vantaggio della Z6 perchè fa più scatti al secondo e perchè più spesso uso lei quando scatto agli uccelli in ombra. Ma nessuna delle foto della Z7 è disprezzabile. Almeno secondo il mio giudizio. Tanto che ve le mostro senza indicazioni (ma se volete sapere con che macchina sono state scattate, vi basta passare il cursore del mouse sopra le foto e leggere il nome del file ...), vi avviso che ce n'è qualcuna fatta con la D5, per mostrare che le foto sono tutte omogenee qualitativamente, perfettamente "sovrapponibili". sequenza "mimata" con passaggio da dominante e sottomesso dei due esemplari che è durata svariati minuti, apparentemente senza danni (niente piume e niente graffi) ghiandaie e gazze tra i rapaci. I piccoli passeriformi si sono tenuti alla larga, tranne un simpatico pettirosso, troppo piccolo anche per il 500mm ombra e luce, lame di sole nell'ombra. Facile da dominare giudicando l'esposizione ad occhio nel mirino elettronico e regolando esposizione e sottoesposizione fidandosi dell'istogramma in tempo reale sovrimpresso a mirino mi sento un'aquila Conclusioni Bella esperienza e materiale pienamente promosso in queste circostanze. Benchè io sia (molto) critico nei confronti delle Nikon Z in termini di velocità di autofocus in continuo quando i soggetti si muovono velocemente, in questa situazione siamo praticamente come a teatro o in studio con le modelle. Il risultato viene facilmente. Si fanno tanto foto "perfette" con l'occhietto nitido, centrato perfettamente ovunque esso sia nel frame, grazie alla possibilità di portare il joistick dove si vuole molto rapidamente. In scatto silenzioso (otturatore elettronico), per il ridotto movimento, non c'è alcun fenomeno di rolling shutter e nessuno ti sente, nemmeno se fai raffiche infinite. Passare da foto a video è un attimo. E i video vengono anche meglio delle foto. Le prestazioni sono eccellenti, con entrambe le macchine, sia nel dettaglio che nella dinamica che nei colori. Con ampia possibilità di sviluppo e post-elaborazione. Il corredo, specie con i tele Nikon PF, è compatto e leggero. Il treppiedi non é affatto indispensabile (per tempi lenti mi sa che non avrei avuto tutta quella nitidezza per il movimento dei soggetti, non per la necessità di stabilizzare le ottiche). Unico appunto, al freddo, con i guanti di lana (non indumenti specializzati per il genere wildlife, quelli comuni per l'inverno) i comandi non sono agevolissimi da trovare e per molte regolazioni si devono liberare le dita. Nel complesso un gran divertimento e belle foto, a mio giudizio. Sistema Z approvato anche nel ritratto naturale
  6. Un gruppetto di appassionati naturalisti e di fotografi cerca di realizzare una nuova oasi nel territorio di Bondeno, in provincia di Ferrara. E' un progetto tutt'altro che utopico o velleitario, ma richiede un ampio concorso di idee, di impegno, di passione, ed anche di sostegno economico per la sua realizzazione. Chiunque interessato, o anche solamente incuriosito, può contattarmi. telefonicamente al 3383281237 dopo le 20,30, o, meglio, lasciare la propria e-mail in modo che io possa inviare una breve descrizione del progetto stesso (motivazioni, scopi, programmi di attuazione) preparato dal nostro capofila Dario. Giovanni Scolari email giovanniscolari@gmail.com
  7. Per il mio primo post vi racconto le mie prime esperienze di escursione fotografica wildlife, tra le montagne della Val d'Aosta, a caccia di camosci!Ho la fortuna di conoscere Massimo Vignoli di persona, che mi ha guidato in questa mia prima volta e da cui ho imparato moltissimo.Quindi sveglia alle cinque e partenza per la Val d'Aosta! All'arrivo il tempo era insolitamente caldo, per cui si è optato per viaggiare leggeri e lasciare le ciaspole in macchina. La prima salita ha dimostrato la mia forma fisica abbondantemente precaria, tanto che dopo poche centinaia di metri già i polpacci avevano deciso di smettere di collaborare, e il peggio doveva ancora venire! Dopo neanche una mezz'oretta si inizia a vedere neve e dopo pochi altri minuti si vede solo quella... Ovunque, mezza sciolta dal caldo e fino al ginocchio, con ogni passo si sprofondava e con quello successivo cedeva ulteriormente, raddoppiando lo sforzo. Dopo oltre 4 ore riusciamo ad arrivare in cima stremati, ma ce l'avevamo fatta! E lo sforzo ci ha ripagato con qualche splendido esemplare, che evidentemente ha voluto premiare lo sforzo, mostrandosi vicino senza doverlo andare a cercare, anche perché... Non avremmo mai potuto fare un altro passo! Ma ormai il tempo era poco, la neve alta, gli altri camosci ben nascosti, quindi poche foto ed era già ora di prendere la via della discesa, che si è dimostrata sicuramente meno stancante, ma con la neve sciolta non è stata comunque una passeggiata.Una volta a casa c'è stato un pò di disappunto rivedendo le foto, troppi errori sciocchi, di messa a fuoco, di impostazioni della reflex... La stanchezza e l'aria rarefatta forse hanno giocato un tiro mancino, forse semplicemente l'emozione era troppa. Man mano che la stanchezza passava, aumentava la voglia di tornare nuovamente lassù, per cui alla fine abbiamo organizzato anche per il weekend successivo.Sveglia nuovamente alle 5 e via pronti a partire nuovamente! Questa volta il tempo era meno aperto, faceva un po' di nevischio, ma durante la settimana aveva fatto relativamente caldo, per cui anche questa volta niente ciaspole. Inoltre abbiamo fatto un percorso leggermente più lungo, ma anche meno ripido, che non ha convinto troppo i miei polpacci, ma complice la neve ben più ghiacciata in circa 2 ore e mezza eravamo già su, pronti per poter abbandonare il sentiero e lanciarci verso la vera "caccia".Ma la fortuna non era particolarmente dalla nostra, quindi dopo aver avvistato un gruppo di stambecchi, cercando di avvicinarci un nuvolone si piazza proprio intorno a noi. E siccome non c'era vento, il nuvolone ha pensato di tenerci compagnia per qualcosa tipo 4-5 ore, impossibilitandoci non solo di fotografare, ma anche di muoverci, con il freddo che penetrava sempre più attraverso le scarpe, i guanti, i vestiti. Momenti in cui le speranze ci stavano abbandonando.Ma proprio quando stavamo per cedere, all'improvviso le nuvole spariscono e lasciano spazio ad un sole bellissimo e diversi camosci intorno a noi! Abbiamo valutato la possibilità di tornare anche con il buio e ci siamo lanciati in altre foto, regalandoci scorci mozzafiato, animali stupendi, paesaggi emozionanti e persino una luna gigante che fa capolino dietro la cima di una montagna. Alla fine, sazi dell'abbuffata siamo tornati giusto in tempo per attraversare il bosco con la sola torcia ad illuminare il cammino, stanchi ma felici.Queste sono alcune delle foto scattate, e anche se sono il primo a dire che non sono le più belle mai viste, non è importante, perché sono le mie, scattate durante un'esperienza spaziale, che non vedo l'ora di ripetere nuovamente. Inoltre l'esperienza mi ha permesso di imparare con sul campo diverse cose. Per esempio:- la montagna la devi conoscere, non si può improvvisare. Siamo partiti con il sentiero pulito e ben tracciato, ci siamo ritrovati in un mondo di neve in cui tutto era ricoperto. Se non fosse che Massimo riusciva ad orientarsi e sapeva dove mettere i piedi, saremmo ancora lì dispersi... Inoltre bisogna anche sapere quali attrezzature portarsi, non può bastare la voglia e un paio di sneakers.- come approcciarsi agli animali: bisogna sapere come fare, mantenendo distanze di sicurezza, facendo capire il disinteresse attraverso il proprio comportamento, tutte cose che magari sulla carta si sanno a menadito, ma quando poi si è lì è tutto un altro paio di maniche da mettere in pratica, tra la foga, la stanchezza, la neve e i saliscendi.- ma soprattutto: mai mollare. Dopo 4 o 5 ore nella nebbia e nel freddo le speranze iniziavano davvero a vacillare, ma se non fossimo rimasti fino alla fine non avremmo avuto le occasioni che poi si sono presentate. Insomma è proprio vero quanto si dice: se ci sei può andare male, ma se non ci sei diventa una certezza.
  8. Nick Brandt il fotografo di natura con l’anima al posto del obiettivo. Si possono fare le foto della natura selvaggia in B&W? La risposta e’ si, se consideriamo questi scatti del fotografo britannico Nick Brandt. Non sono fatti con la macchina fotografica, sono fatti con la sua anima. Sono immagini poetiche, spettacolari e di forte impatto. Vibrano di vita anche se manca il colore. Anzi l’assenza cromatica ci svela una nuova dimensione, un mondo tutto da scoprire che le nostre macchine non hanno l’automatismo che consenta loro di vederlo, ci vuole l’occhio umano allineato al cuore. Per Nick Brandt, la fotografia è allo stesso tempo un mezzo di espressione artistica e un modo per focalizzare l'attenzione sulle specie in via di estinzione. Le sue fotografie belle, elegiache e spesso malinconiche sono guidate dalla sua passione per gli animali e dalla sua ambizione di aiutare a salvare la popolazione selvatica in declino dell'Africa. Ha iniziato a dedicarsi alla fotografia nel 2000 dopo una carriera di successo come regista di spot pubblicitari e video pop. Ha lavorato con artisti come Moby, XTC e più famosi come Michael Jackson, e per la prima volta ha visitato l'Africa orientale durante le riprese del video di Jackson's Earth Song. È stato l'inizio di una passione per questa regione e la sua natura selvaggia che ha cambiato la vita di Nick. "C'è qualcosa di profondamente iconico, persino mitologico, riguardo agli animali dell'Africa orientale e meridionale", ha scritto nel suo libro On This Earth (2005). Brandt avvicina i suoi soggetti da una prospettiva artistica. Mentre la fauna selvatica tradizionale i fotografi sparano a colori, le sue immagini sono in bianco e nero; invece di usare il kit digitale, sceglie una fotocamera a pellicola Pentax 67 II di medio formato e sebbene molti dei suoi contemporanei utilizzino lunghi teleobiettivi, Brandt preferisce avvicinarsi al soggetto usando obiettivi molto più corti. Forse la caratteristica più distintiva del suo lavoro è che evita completamente i drammatici colpi di azione animale, come la caccia e l'uccisione. Le immagini di Brandt di solito prendono la forma di ritratti statici e meditativi che mostrano gli animali come individui. 'Voglio avere un vero senso di connessione intima con ciascuno degli animali - con quello scimpanzé specifico, quel particolare leone o elefante di fronte a me ", scrisse in On This Earth. "Credo che essere così vicino all'animale faccia una grande differenza nella capacità del fotografo di rivelare la sua personalità. In questo modo, Brandt ci invita a guardare di nuovo alle specie conosciute e a riacquistare un senso di meraviglia per quanto siano davvero straordinarie. L'originalità delle fotografie di Brandt ha portato inevitabilmente alla speculazione su come esattamente sono state create. Usa solo tre obiettivi: 55 mm, 105 mm e 200 mm (quest'ultimo è equivalente a circa 100 mm in termini di 35 mm). Preferisce usare la pellicola Kodak T-Max 100 e scatta attraverso pesanti filtri ND grad e rossi. Dopo lo sviluppo convenzionale, le immagini vengono ulteriormente perfezionate nella fase di post-acquisizione dopo essere state digitalizzate in Photoshop. Sebbene utilizzi tecniche digitali per migliorare le sue immagini attraverso un maggiore dettaglio delle ombre e una gamma tonale, rifiuta le manomissioni più evidenti, come la "clonazione" di animali aggiuntivi o la sostituzione di cieli. A volte la perfetta collocazione di animali in una scena ha portato alcuni critici a chiedersi se le sue immagini siano state alterate digitalmente. Tuttavia, Brandt insiste che le sue fotografie derivano da molte ore, giorni e talvolta settimane di pazienza in attesa che tutti gli elementi si uniscano, piuttosto che usare una soluzione rapida di post-elaborazione. On this earth 2000-2004 A shadow falls 2008-2009 La sua prima mostra, nel 2004, seguita da On This Earth un anno dopo, ha rapidamente consolidato Brandt come una delle principali nuove voci nella fotografia d'arte (lui, tuttavia, era estremamente scontento della qualità di stampa del libro e da allora lo ha rinnegato). La sua seconda collezione, A Shadow Falls (2009), ha ulteriormente cementato la sua reputazione, seguita da On This Earth, A Shadow Falls (2010), una raccolta delle migliori immagini dei due libri con una qualità di stampa notevolmente migliorata. Nel 2010, Brandt ha iniziato a lavorare al terzo nella sua trilogia di libri. Queste immagini sono molto più scure e più scure di quelle girate negli anni precedenti e riflettono la crescente rabbia e disperazione di Brandt al ritmo accelerato della distruzione della fauna africana. Brandt dice di essere sempre stato pessimista sul futuro degli animali, ma che dopo il 2008 le cose si sono deteriorate ancora di più di quanto avesse previsto. Ad esempio, secondo alcuni esperti, l'aumento della domanda di avorio, in particolare dalla Cina, ha provocato la morte di almeno il 10% della popolazione di elefanti ogni anno. Gli animali uccisi hanno incluso molti elefanti particolari presenti nei precedenti lavori di Brandt. Le sue immagini più recenti includono una fotografia di una lunga fila di guardie forestali che tengono le zanne di elefanti uccisi dai bracconieri (un severo aggiornamento della sua prima fotografia di un branco di elefanti che cammina in fila), un cranio di giraffa in un vuoto, prosciugato paesaggio e resti calcificati di animali morti che Brandt è risorto in una macabra ri-creazione delle creature che erano una volta. Queste fotografie sono una potente condanna del nostro fallimento collettivo nel porre fine alla distruzione di queste specie un tempo abbondanti. La convinzione di Brandt che è necessaria un'azione urgente per arrestare il drammatico declino del numero di animali lo ha portato, nel settembre 2010, a fondare la Big Life Foundation, un'organizzazione senza scopo di lucro che mira a porre fine al bracconaggio e conservare gli animali nel loro habitat naturale . La grande vita ha ha finanziato l'assunzione di un certo numero di ranger per pattugliare il Parco Nazionale di Amboseli in Kenya, con il risultato che molti bracconieri sono stati arrestati. In effetti, gli sforzi della Fondazione hanno avuto un tale successo che Brandt intende estendere la propria area operativa. Nick Brandt Across the ravaged land (2010-2012) Parte del testo e' stato tradotto dall'intervista che ha rilasciato Nick Brandt al David Clark il 20/02/2012 Website: www.nickbrandt.com
  9. Nikon D500, Sigma 100-400mm f5-6.3 da capanno (nell' Oasi del Vercellese, dove ho fotografato le poiane.
  10. Ho avuto la possibilità di usare La nikon D500 in macro (e foto ravvicinata) e nella wildlife photography (termine anglosassone meno cruento rispetto all'italiano "caccia fotografica" ) e si è confermata come uno strumento validissimo per fotografo naturalista; è robusta, affidabile, ed offre (finalmente!) in formato dx le caratteristiche di un corpo professionale ed una grande velocità operativa, unite ad una ottima qualità di immagine. Ergonomia e praticità d'uso.Uno degli aspetti che mi hanno maggiormente soddisfatto della D500 è che offre (finalmente!) al fotonaturalista le caratteristiche di un corpo professionale nel formato dx. Naturalmente c'è anche la qualità di immagine, aspetto già abbondantemente trattato in altri articoli pubblicati, ma la praticità d'uso mi ha veramente impressionato. La robustezza, la velocità dell'af, il buffer, la raffica, sono caratteristiche fondamentali per la fotografia di natura e sportiva e rendono la D500 uno strumento veramente versatile ed affidabile anche, ad esempio, in macro. Macrofotografia, ma non soloNon va dimenticato che il formato Dx in macro è utile perchè permette, a parità di copertura dell'inquadratura, di stare più distanti dal soggetto, consentendo di avere una maggiore profondità di campo, una migliore gestibilità della luce e, nel caso i soggetti siano vivi e reattivi, la maggiore distanza diminuisce le probabilità di causarne la fuga.Quindi una DSRL che unisce caratteristiche di livello professionale al formato ridotto è uno strumento validissimo anche per il macrofotografo. Ma c'è di più. Il soggetto è rasoterra? Il display orientabile ti permette di controllare l'inquadratura anche da sopra, senza che ci si debba sdraiare e guardare nel mirino (naturalmente se non c'è troppo sole o se si può fare ombra con qualcosa, testa compresa ). Crop 100% dell'immagine precedente, ottima resa. Essendo touch si potrebbe pensare di selezionare il punto di messa a fuoco ottimale e di scattare direttamente con il display, ma in macro è meglio di no, a mio parere, perchè si provocherebbero vibrazioni e spostamenti indesiderati, meglio usare uno scatto a distanza. Buona notizia, sulla D500 c'è una presa a 10 pin, per cui posso usare il mio vecchio cavo di scatto per evitare e vibrazioni e tenermi ben distante. Inoltre, nelle fotocamere della serie D7000 il sollevamento preventivo dello specchio c'è, ma è sepolto nei menù, per cui richede diversi passaggi per essere attivato, cosa che io trovo particolarmente irritante. Nella D500 con mio grande piacere ritorna ad essere selezionabile direttamente dalla ghiera di scelta delle modalità di scatto. Se ne sentiva la mancanza. La freccia gialla indica la modalità mirror up, il cavo di scatto è inserito nella presa a 10 poli. Si teme l'infiltrazione di luce parassita dal mirino? C'è la tendina che chiude l'oculare. Resa ad alti ISOAnche in macro o nella fotografia ravvicinata, poter usare alti ISO senza compromettere la qualità è importante, perché permette di avere contemporaneamente tempi rapidi e diaframmi chiusi, offrendo così grandissima versatilità (e comodità d'uso). Perchè a vibrare non è solo la fotocamera, col vento, in macro, vibra, anzi dondola, il soggetto. Oppure posso cogliere un'occasione scattando a mano libera senza perdere tempo a montare il cavalletto, Entrambe scattate a 1/1000s, 1100 ISO 1/1000s 3600 ISO Cose impensabili qualche anno fa. Particolare della foto precedente ingrandito al 100% Precisione dell'Af.L'af è ottimo, aggancia bene, raramente si fa ingannare dallo sfondo. Queste non sono belle foto, ma mostrano come il soggetto sia a fuoco contro lo sfondo confuso. Lo stesso per il Cavaliere d'Italia. Si può cogliere l'azione: e si seguono senza problemi le libellule come gli uccelli, scattando a raffica. Ombre... Una cosa a cui, ho dovuto fare l'abitudine è la spiccata tendenza a aprire molto le ombre; mi è sembrata più accentuata che nelle reflex precedenti, il che va bene in molti casi, Può capitare che con soggetti molto chiari su fondo più scuro come per esempio libellule in luce diretta o ardeidi dal piumaggio bianco, si rischi la bruciatura. Scattando a questi soggetti ho dovuto quasi sempre sottoesporre da -1/3 a -1/7 di diaframma, o correggere il raw in postproduzione. In conclusione, non posso che essere entusiasta della D500, è secondo me la migliore fotocamera Nikon Dx per la macro e per la fotografia agli animali. Occorre dire altro?
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