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  1. From the album: Nikkor Z 24-70/4 S - Album Collettivo

    Nikon Z6 + 24/70 f4 S

    © @fabioferri

  2. ..... Parata di trigger Godox, per tutti gli usi. Sono apparecchi dedicati alle varie marche. "L'intelligenza" del sistema Godox permette ai flash - che incorporano un ricevitore radio compatibile e non necessitano quindi di ulteriori apparecchi di supporto - di adattarsi al sistema utilizzato. E' possibile usare quindi un flash Godox indifferentemente con una Nikon, con una Sony, con una Canon, con una Olympus etc. a condizione di utilizzare il trigger dedicato a quel sistema. Sarà quello che si incaricherà di tradurre le informazioni TTL della fotocamera ed inviarle ai flash collegati. il nuovo Godox XPRO dispone di un ampio display LCD colorato e retroilluminato, comodissimo da regolare anche in scarsa luce o al buio (come il mio studio che è sottoterra e perennemente scuro come la notte). Negli anni Godox è stata molto dinamica nello sviluppo dei trigger, conscia che in fondo è il trigger su cui si effettuano il più delle operazioni. E' inutile avere il flash più sofisticato del mondo se il trigger che devi utilizzare sembra risalire agli anni '50. Era il caso del primo sistema, decisamente poco pratico e complicato da impostare senza il manuale davanti. Gli ultimi invece sono molto intuitivi e con funzionalità avanzate. Dal più pratico XT1 (quello nella foto in alto, a sinistra), che ripete la slitta flash e consente di montare sulla fotocamera, un flash sopra allo stesso trigger, si è passati al XT32, un primo tentativo di trigger più sofisticato di cui abbiamo già parlato su queste pagine, per giungere a questo nuovo XTPRO. Ma mentre parliamo del modello I, Godox ha già sviluppato - per il momento in esclusiva per Adorama che lo commercializza con il suo marchio Flashpoint negli USA - il modello II che incorpora anche funzionalità blutooth. Tornando al modello I, io lo sto usando da mesi con pieno profitto, tanto da trovare macchinoso l'XT1 quando sono costretto ad usarlo al suo posto. il vantaggio è il fattore di forma ma soprattutto la semplicità di regolazione che permette di impostare nel dettaglio fino a 5 gruppi di flash per canale avendo a vista le impostazioni di ciascuno flash. l'X PRO sulla mia Nikon D850 qui visto davanti e più da vicino. Non piccolissimo ma nemmeno enorme come certi altri "cinesoni", ha un peso molto contenuto ed ha il vantaggio - come gli altri trigger Godox - di funzionare con normalissime pile stilo. Peraltro tutti questi trigger hanno un consumo risibile. Non ricordo di aver cambiato le pile a nessuno dei miei, e vi assicuro che li utilizzo tanto ma stanno anche per tanto tempo del tutto inattivi al loro posto (il che dimostra che non hanno alcuna dissipazione a fermo). il controllo con il pulsanti e la ghiera di regolazione è semplicissimo. Per ogni flash dei 5 gruppi si può impsotare la modalità di funzionamento, la regolazione di potenza o l'eventuale correzione in sovra o sotto esposizione. Si possono anche controllare singolarmente le lampade pilota e l'utilizzo o meno della funzione strobo o della sincronia ad alta velocità (per i flash collegati che ne siano dotati). l'uso delle varie regolazioni è "parlante", nel senso che compaiono le istruzioni a display. il trigger è aggiornabile via firmware per il tramite di una presina USB. Non manca - mai usata - una presa syncro piccola) il vano batterie sulla pancia lascia libero l'emettitore ad infrarossi. la slitta è standard secondo i contatti delle nostre Nikon (il marchio N nel rettangolo qualifica questo trigger come compatibile con Nikon). Sinceramente non trovo nessun difetto in questo flash che ha anche il vantaggio di avere un costo che resta frazionale rispetto agli "accrocchi" cervellotici ideati da Nikon per il suo unico flash radio SB5000. Questi trigger entrano in sincronia con i flash automaticamente senza alcuna impostazione. Basta - eventualmente - selezionare il gruppo e il canale sul flash, tramite la sua pulsantiera - perchè questo segua le impostazioni relative inserite nel flash. Cambiando l'impostazione, si vedrà il display del flash corrispondente adeguarsi in tempo reale. E' anche divertente vedere come un gruppo complesso quanto si vuole di flash sia facilissimo da regolare " a vista" e senza fare un passo direttamente dal trigger (NON E' NECESSARIO IMPOSTARE ALCUNCHE' NEL MENU' DELLA FOTOCAMERA) perchè il sistema reagisca alle nostre esigenze. Nel caso ideale di un gruppo di flash tutti TTL, il sistema li regolerà automaticamente per noi. In base al risultato noi potremo "starare" intenzionalmente le singole emissioni per modificare la risposta del sistema. Ma che bella cosa ! Resterò utente soddisfatto di questo trasmettitore, anche perchè il modello II che ho visto in anteprima, è certamente più sofisticato ma a prima vista al costo di una operatività decisamente meno intuitiva di questo. E siccome quando sono in studio io mi curo della luce e della scena, non voglio dovermi perdere a cercare di interpretare le funzioni dei miei apparecchi che, per quanto possibile, vorrei che intercettarsero autonomamente i miei pensieri, senza che io me ne debba preoccupare. In estrema sintesi, caldamente consigliato a chiunque utilizzi sistemi flash GODOX un attimino più complessi del singolo punto luce "a slitta" (tipo AD200 o AD400/AD600 e specialmente gruppi di flash misti).
  3. Nel mio reportage su Fabio Fogliazza ho mostrato numerose foto delle sue ricostruzioni di uomini preistorici, foto che non erano mie ma di Giorgio Bardelli. Giorgio ed io abbiamo diversi punti in comune, abbiamo studiato nella stessa Università, siamo entrambi naturalisti fotografi (nell'ordine) e nikonisti. Con una sua intervista concludo questa trilogia di "amici al Museo". Ma lascio che sia Giorgio a parlare di sè: Qualcosa su di te Sono nato a Milano nel 1965, malamente diplomato in ragioneria, assai brillantemente laureato in Scienze Naturali e lavoro al Museo di Storia Naturale della mia città, nella sezione di zoologia dei vertebrati. Ho cominciato a frequentare il museo da bambino: era vicino a casa, si entrava gratis e quindi ci andavo spesso, perché mi piaceva molto l’atmosfera del luogo, oltre ai contenuti delle esposizioni. Ho deciso che avrei lavorato lì, e così è andata; non è stato facile, ma per me sarebbe stato ancora più difficile fare qualcosa di diverso, perché ho sempre avuto una forte passione per la scienza e per tutti gli aspetti del mondo naturale. Però ho anche altri interessi, come la montagna, la lettura, i giochi di prestigio. Riccio (Erinaceus europaeus), Milano: D200 + Micro 105 mm stabilizzato, f/8, 1/45 sec, 200 ISO, luce naturale + flash manuale di schiarita, mano libera, ritaglio Pizzo Badile Camuno al tramonto: D750 + zoom 70-300 (a 125 mm), f/5,6, 1/1600, 400 ISO, treppiede Quando è cominciato l’interesse per la fotografia? L’interesse vero per la fotografia è cominciato dopo gli studi universitari, ma anche da ragazzino facevo qualche foto, durante le camminate estive in montagna. Ero influenzato in questo da mio padre, che durante le passeggiate scattava diapositive che poi mostrava in casa, con un proiettore Ferrania che bisognava raffreddare mettendoci sotto un ventilatore, il cui rumore di sottofondo conferiva un pathos speciale alle proiezioni. Da bambino ero affascinato dai reportage di Walter Bonatti sulla rivista Epoca, che mia madre ogni tanto portava a casa. I racconti e le fotografie di Bonatti hanno certamente avuto un peso nella mia formazione, però me ne sono reso conto solo tempo dopo. Hai seguito dei corsi? Non ho seguito nessun corso di fotografia, ma ho studiato attentamente alcuni libri di tecnica fotografica, di John Shaw e Joe McDonald. Inoltre, osservo sempre con attenzione le immagini dei migliori fotografi. Sono stato abbonato per parecchi anni al mensile Airone, quando era una bellissima rivista per appassionati di natura e di fotografia, della quale ricordo in particolare i reportage di Daniele Pellegrini, Frans Lanting e diversi altri. Sfogliando la rivista, cercavo di capire in che modo erano state realizzate le immagini. Quando la rivista cambiò proprietà e linea editoriale scrissi alla redazione per lamentarmi e ricevetti un’inaspettata risposta, per metà di confortante solidarietà e per metà deprimente. Fotografi sia per illustrare pubblicazioni scientifiche che per passione? Fotografo per passione personale, per me la fotografia è soprattutto un modo per osservare con più attenzione e per documentare ciò che mi interessa. Capelvenere (Adiantum capillus-veneris), Orto Botanico di Brera: D750 + Micro 105 mm, f/22, 1/60 sec, 1600 ISO, treppiede Di tanto in tanto scatto anche per lavoro. In passato in museo lavorava un fotografo tecnicamente molto esperto, dal quale ho imparato molto. Oggi in istituto questa figura non esiste più, per cui quando è necessario, alternandoci con un collega entomologo, scattiamo foto utili per pubblicazioni ed esposizioni, ma in maniera piuttosto occasionale. Qualche anno fa, con il collega Fabio Fogliazza e la sua ricostruzione dell’uomo di Neanderthal, siamo finiti sulla copertina del National Geographic, nelle edizioni spagnola e portoghese, e naturalmente è stata una soddisfazione. Alcuni esempi di tue illustrazioni Una delle mie foto che preferisco è quella della Macrolepiota procera, il fungo popolarmente chiamato “mazza da tamburo”, perché quell’immagine ha una storia che ricordo con piacere. È fatta con la pellicola, la Nikon F601 e uno zoom Sigma 75-300 (che un giorno si è praticamente distrutto) ed è stata pubblicata in un libro. Ci volle un certo impegno per trovare l’inquadratura in funzione dello sfondo, lasciando fuori alcuni elementi di disturbo, e per illuminare il soggetto con un lampo di schiarita della giusta intensità. La luce sullo sfondo cambiava velocemente, rischiando di andarsene, per cui dovetti agire in fretta, ma sapevo bene che cosa fare dal punto di vista tecnico per ottenere esattamente quel risultato e ci riuscii appena in tempo. Un minuto dopo lo scatto, le felci sfuocate sullo sfondo non erano più retroilluminate dal sole. Quando ritirai le diapositive sviluppate fui molto soddisfatto: stavo imparando. Mazza da tamburo (Macrolepiota procera), Val Camonica: F601 + Sigma 75-300 f/4,5-5,6 (a 300 mm), f/5,6, 1/125 sec, pellicola Fuji Provia 100, flash manuale di schiarita, treppiede Le foto dei crani di animali sono state parte di un lavoro collegato a una mostra temporanea di qualche anno fa al museo. Per l’occasione producemmo una pubblicazione divulgativa con molte immagini, che evidentemente piacque perché andò esaurita in poco tempo. Hai sempre usato Nikon? È stato per caso o una scelta? Quando ho comprato la mia prima reflex ho confrontato Nikon e Canon, le due marche più usate dai professionisti e dotate del maggior numero di obiettivi e di accessori, pensando che un po’ alla volta avrei potuto ampliare l’attrezzatura. Mi è parso che le Nikon avessero una disposizione più comoda e intuitiva dei comandi, così ho acquistato la F601 AF con il famoso zoom 35-70 f/2,8 a pompa: preferii investire i soldi che avevo a disposizione più nell’obiettivo che nel corpo macchina, ma prima della fotografia digitale, con la pellicola, le cose erano diverse da oggi. Ho usato la F601 per molti anni, fino a quando si trovava facilmente quella dannata pila con quella forma particolare. Con cosa hai cominciato e qual è la tua attrezzatura attuale? Quando ero bambino in casa c’erano le due macchine fotografiche di mio padre, che ogni tanto mi faceva usare: una Voigtländer e una Ferrania, ovviamente a pellicola, entrambe con obiettivo fisso da 50 mm o giù di lì. Erano molto semplici, solo manuali, entrambe senza esposimetro, ma le consideravo oggetti sofisticati e di valore. Non avevamo nemmeno un esposimetro separato, per cui valutavamo la luce a occhio, impostando manualmente diaframma e tempo di scatto: dopo qualche rullino di sovra o sottoesposizioni e un po’ di esperienza con situazioni di luce differenti, ho imparato anch’io a ottenere una maggioranza di scatti decenti. Oggi sembra impossibile, ma da noi si faceva così e tutto sommato funzionava. Per le foto in interni avevamo un flash ma lo usavamo raramente, perché era un costo ulteriore: a ogni scatto bisognava sostituire la lampadina monouso, che bruciava con uno sfrigolio un po’ sinistro. A un certo punto è comparsa, regalata dal datore di lavoro di mio padre, una Minolta Hi-Matic 7S usata, con il segno di una botta da un lato, un obiettivo fisso da 45 mm, mirino galileiano, telemetro e fotocellula esposimetrica sopra la lente dell’obiettivo. Fu un progresso importante perché una lancetta nel mirino indicava se stavi sovra o sottoesponendo, ma non ero molto soddisfatto perché non potevo fotografare piccoli soggetti a distanza ravvicinata, una delle cose che avrei voluto fare. Quando ho avuto in mano la Nikon F601 è stato come passare dall’aereo di tela dei fratelli Wright all’Apollo 11. Temporale sulla media Val Camonica: D200 + zoom 24-70 mm (a 52 mm), f/9, 1/250, 100 ISO, mano libera Nel 2006 ho comprato la mia prima fotocamera digitale, la Nikon D200 con lo zoom 12-24 mm f/4-5,6. L’ho usata per dieci anni, poi qualche pixel ha cominciato a funzionare in modo anomalo. Allora nel 2016 sono passato alla D750, che penso di usare ancora per un bel po’. Negli anni ho comprato il 24-70 mm f/2,8, il Micro 105 mm f/2,8 stabilizzato e il 70-300 mm f/4,5-5,6 stabilizzato (tutti Nikon). Un altro paio di vecchi obiettivi, un Nikon 50 mm f/1,8 e un Tokina 17 mm f/3,5, li ho ricevuti in regalo da Luigi Cagnolaro, rimpianto direttore del museo, anche lui appassionato di fotografia. Oltre a due flash SB800 e a un illuminatore LED, ho un buon treppiede in carbonio, leggero da trasportare e di cui non potrei più fare a meno, con una comodissima testa a sfera. Aquilegia gialla (Aquilegia chrysantha cultivar 'Yellow Queen'), Orto Botanico di Brera: D750 + Micro 105 mm, f/5,6, 1/200 sec, 100 ISO, treppiede Per le tue foto “professionali” che tipo di illuminazione usi? Come disponi le luci? Mi arrangio con quel che ho a disposizione al momento… Per le foto dei crani avevo un flash; ho usato la luce naturale proveniente da una finestra e dei lampi di schiarita con una tecnica tipo “open flash”, su uno sfondo di cartoncino scuro che poi ho sostituito con un nero pieno in postproduzione. Cranio di iena maculata (Crocuta crocuta), collezioni Museo di Storia Naturale di Milano: D200 + Micro 105 mm, f/22, 1,3 sec, 100 ISO, luce naturale + flash di schiarita, treppiede Cranio di cinghiale (Sus scrofa), collezioni Museo di Storia Naturale di Milano: D200 + Micro 105 mm, f/22, 3 sec, 100 ISO, luce naturale + flash di schiarita, treppiede In generale faccio la cosa più semplice: uso una luce laterale per dare rilievo e una luce secondaria, o anche soltanto un pannello riflettente, per schiarire le ombre eccessive. Il digitale poi aiuta: nel caso delle foto fatte per lavoro c’è anche un po’ di postproduzione, che però riduco al minimo necessario quando invece fotografo per piacere: mi diverte fare le foto e riguardarle di tanto in tanto, mentre lavorarci sopra al computer mi annoia come poche altre cose. Al di fuori delle illustrazioni scientifiche quali generi fotografici ti interessano? Mi piace fotografare tutti gli aspetti del mondo naturale, dalla macrofotografia al paesaggio, ma mi sforzo di cercare soggetti relativamente poco sfruttati. Per esempio trovo molto interessanti, anche fotograficamente, i funghi e i mixomiceti. Mixomicete (Stemonitopsis typhina), Val Camonica: D750 + Micro 105 mm, flash manuale, stacking di 7 scatti, treppiede, ritaglio. Siricide in ovodeposizione (Xeris spectrum), Val Camonica: D200 + Micro 105, f/14, 1/250 sec, 100 ISO, due flash manuali, treppiede. (NdR: Vedete il sottile stiletto nero che si impianta nella corteccia, è una specie di "trivella" che serve a deporre l'uovo) In questo periodo sto cercando di imparare a fotografare minerali, avendone una collezione personale; sono soggetti piuttosto difficili. Fluorite di Zogno (BG), collezione personale: D750 + Micro 105 mm, f/22, 1/3 sec, 100 ISO, illuminazione continua dall’alto e pannelli diffusori, stacking di 15 scatti, treppiede Per i piccoli soggetti a volte uso la tecnica della sovrapposizione di scatti con messe a fuoco differenti, per ampliare la profondità di campo. Notevoli da questo punto di vista la D850 e le nuove Z, che ho visto all’opera, ma per ora mi accontento di girare a mano la ghiera di messa a fuoco: costa meno. Lo so, esistono anche le slitte micrometriche, ma sono piuttosto abituato a fare a meno del superfluo, soprattutto quando si tratta di portare l’attrezzatura su e giù per una montagna. Mi piace molto anche passeggiare per Milano con la macchina fotografica, come un turista arrivato per la prima volta. In questa città ci sono molte cose belle, interessanti e spesso poco note, insieme a una quantità di piccole curiosità che passano inosservate ai più e a situazioni bizzarre. Un giorno sono andato appositamente in Corso Sempione per fotografare un respingente ferroviario dimenticato in un’aiola: è l’ultima traccia di una stazione ferroviaria che non esiste più. Skyline dalla terrazza del Duomo di Milano: D200 + zoom 24-70 mm (a 38 mm), f/5,6, 1/250 sec, 100 ISO, mano libera Gambe in Via Torino a Milano: D200 + zoom 70-300 mm (a 70 mm), f/4,5, 1/350 sec, 400 ISO, mano libera Gabbiano comune (Chroicocephalus ridibundus), Darsena di Milano: D200 + zoom 70-300 mm (a 300 mm), f/5,6, 1/800 sec, 400 ISO, mano libera Mi pento moltissimo di non avere ritratto, a suo tempo, gli irripetibili personaggi che popolavano il piccolo paese di montagna di cui sono originario e dove ho sempre passato le mie vacanze. Non mi piace fare lunghi viaggi, ma cerco di farne un vantaggio: così posso cercare di tirar fuori, anche fotograficamente, tutto quel che si può dai luoghi che frequento abitualmente, senza essere superficiale. Almeno ci provo. Per quanto riguarda le tecnologie fotografiche, cerco di imparare quel che mi serve per fare le mie foto e per sfruttare bene la mia attrezzatura, ma le disquisizioni tecniche approfondite non mi appassionano. Dall’anno scorso ho pubblicato un po’ di fotografie su un mio sito internet, anche per raccontare qualche osservazione originale, ma in generale ho uno spirito piuttosto “asocial”, per cui pratico la fotografia soprattutto per me. Ultimamente purtroppo ho avuto poco tempo per fotografare, ma spero di rifarmi nel prossimo futuro. Consiglio di visitare il sito di Giorgio, ci sono molte sue altre foto e, se vi piace leggere , diverse discussioni. Infine, permettetemi una libertà: in questi tempi in cui la conoscenza scientifica acquisita con sperimentazione, studio e fatica, sono è tutto delegittimata anche ad alti livelli, per cui chiunque si sente in grado di esprimere giudizi su cose di cui sa meno di nulla, tempi in cui siamo pieni di guru e sciamani della domenica, consiglio questo suo articoletto uscito su Pikaia, Rivista online di divulgazione naturalistica.
  4. Sta arrivando la primavera, il tempo migliore per la macrofotografia. Chi volesse esercitarsi dove può andare? Ci sono sicuramente soggetti particolari, interessanti, che si trovano solo in determinati ambienti e climi, se vogliamo fotografare quelli, dobbiamo per forza viaggiare per cercarli. Come ho raccontato in un altro Articolo , ho fatto 500km per fotografare una libellula. Però ho anche fatto delle foto macro che mi hanno dato molta soddisfazione anche nei parchi cittadini intorno a me, in periferia, nell'orto di mio suocero e persino sul balcone di casa! La macro si può fare sotto casa (a volte anche in casa!) ma, diversamente da quanto ho scritto per il fotografare gli animali sotto casa, la macro richiede comunque interesse, passione ed esperienza, perchè la macro naturalistica non è mai "tanto per". Di nuovo questo non vuole essere un tutorial su come fare macro (se siete interessati ne trovate uno qui ). Anche se qualche nota tecnica sulle foto la troverete, voglio soprattutto dimostrare con esempi come sia possibile trovare tutto un micromondo a pochi passi dalla propria casa, persino per uno che come me vive a ridosso di una metropoli. Uno dei vantaggi della macrofotografia è proprio che si possono avere soddisfazioni senza dover investire tempo e denaro in lunghi trasferimenti. Ecco gli esempi: Giardino della Villa Reale di Monza. Lungo il ruscelletto che vedete sopra (corredato di macrofotografo), è un paradiso per le libellule. Arrivando la mattina presto si possono trovare esemplari neosfarfallati vicini alla loro exuvia vuota Nikon D700, 200mm f4 micro nikkor AfD, f16, 1/80s, 1000 ISO, treppiede. 0.7 ev in sottoesposizione. Cavalletta Tettigonide fra le canne del minuscolo laghetto all'inizio del ruscelletto Nikon D300, micro nikkor 200mm f 4 AfD f11, 1/500s, 640 IS0, treppiede. Accoppiamento di Libellula fulva. Nikon D7100, Micro nikkor 200mm f4 AfD, f8, 1/1000s, 1250 ISO Sorpresa sorpresa, chi da' la caccia alle rane? Natrix natrix (Biscia dal collare). Nikon D800, Sigma 400mm f5.6 Apo Macro, f8, 1/1000s, 1400 ISO. Vista una volta sola, probabilmente ha fatto qualche cattivo incontro (cane o umano o tutti e due...). Una cosa che mi incuriosisce molto è che le libellule vanno ad annate, ci sono specie sempre presenti, ma altre le vedi una stagione e poi più. Ad esempio, dopo molti anni che frequentavo questo posto, l'anno scorso ho visto per la prima volta un Orthetrum albistylum. Nikon D500, Nikon 300mm f4 PF + Tc 14 EIII, f8, 1/320s, 900 ISO treppiede. Parco Nord Milano Anche qui, un anno è stato pieno di esemplari di Libellula depressa Nikon D610, 300mm f4, AfS + TC14, f11, 1/800s, 1250 ISO, treppiede. La femmina, stessa attrezzatura. Poi non ne ho più viste Anax imperator che depone. Nikon D7100, 200mm f4, f4, 1/800s, 560 ISO, appoggiato. Licenide, Nikon D7100, nikon 200mm f4 micro, f8, 1/250s, 640 ISO, treppiede. Flash di schiarita. Rana ridibunda, Nikon D800, 300mm f4 AFS + Tc 14E , f5.6, 1/1250s, 800 ISO, treppiede. Chiocciola ad inizio primavera. Nikon D500, Tamron 180 Macro, f8, 1/250s, 640 ISO, treppiede. Flash di schiarita. Sotto casa Questa mantide l'ha trovata mia moglie vicino ai box, conoscendomi, me l'ha portata. Fotografata sul balcone di casa per essere poi rilasciata in area protetta. Nikon D7100, 105 micro nikkor G VR, f11, 1/250s, treppiede, flash di schiarita. A fine estate gli insetti tendono ad avvicinarsi alle case perchè più calde, le mantidi sono più rare, ma è comunissimo trovare gli Anacridium, grosse cavallette simili a Locuste. Ogni anno ne trovo uno sul balcone o in cortile. Sul mio balcone. Sigma Sd quattro H, Sigma 105 macro OS, f8, 1/200s, 100ISO, treppiede. Ecco, spero di avere dato una piccola idea di quanta varietà di soggetti c'è vicino, anzi vicinissimo a noi che viviamo in città. Questo articolo è molto Milano (Monza) centrico, perchè parlo di "sotto casa" mia, ma invito (anzi amichevolmente sfido!) i nikonlander macrofotografi di questa ed altre province a mettere le piccole meraviglie che vivono da loro, qui di seguito !
  5. Surely small, but isn’t all… at all: No one superwide zoom could be compared with its focal range and luminosity but surely neither for dimension and weight (485 gr, 89 x 85mm), neither for optical scheme (14 elements in 12 groups, 4 asph. and 4 ED) that allows to have the first 14mm zoom with a frontal plane lens, filter thread equipped (82mm)! A large flower hood, but not too deep, considering potential undesired flares and ghosts and a not excessive barrel range, at lower focal: comparing with standard 24-70/4S zoom, seems even more compact... and this is one of its best attractive... more space even in a small photo bag if choosing these two lenses Genius certainly: for its plane frontal lens design thanks to which it reaches the record of being the only superwide on the market that can show off a... still human filter thread, well protective of the precious glass, but more, simply to clean from dust, (thanks also to this great number of O-ring) but mainly, able to mount your favourite, creative, filters Again, great is the same opportunity on other Z lenses, to program focusing ring, if desired, or for a silent frame change (a must for videomaker), or to fine exposition compensation. Locking position of the focal ring, also if is not the preferred quality of this zoom (also on the 24-70/4) allows to have a more compact design of this lens at rest, avoid every shifting of the barrel and protects it better from dust, sand an dirt. This zoom fits with my Z6 in a practical and compact combination that gives not me the feeling to unplug it from my camera. And above all my future considerations about, what I can see through its glass is undoubt amazing... A superwide lens with a 114° angle of field, may be used so as...abused: in the prospective distortion, i.e. The simple difference between a mediocre wide and an excellent one is clear: a good superwide allows you to shoot a wide scene, almost to perspective distortion ZERO: like the Z of this Nikkor ... that ask only a little bit of attention when levelling, soon repayed by an impeccable yeld, not only for central lines in the frame. It will be enough to cut excess space, in order to obtain a coherent framing in the format and proportions of the subject, without having to suffer the ... sickness The strengths of this Z-Nikkor 14-30 are certainly the sharpness at all frames and the remarkable color density of its glass, normal and special, whatever the light source, its intensity and color temperature, its direction ... practically immune to reflections, flares, ghosts, even under direct sun whatever the exposition cell, mainly preferred Matrix, both with spot* one, that preserves highlights virtually NO-distortion (but we know that in this Z-era Nikon collaborates with the development software) 14mm 30mm The space that can be framed is so large that the use of all the formats available on my Z6 can already be determined on-camera infinite composition available gradual zooming is accompanied by the respect of the subjects proportions also changing focal from the same point of shooting also excessively inducing distortions perspectively never really leads to unbearable results, typical of extreme focal lengths everytime, everywhere, the subject surrender, even inanimate, is surprising, exciting as still seen, backlight yield is really exemplary as in the best lenses that in these last years we had the privilege to test. Interiors, in available light, high ISO, over 10.000, thanks to the perfect join with the Z6 (for which it seems specifically designed) are very simply to reach and rarely to be corrected in p.p. intense colours also with light sources very difficult to measure chromatically... no chrome fading also over very high ISO thanks to which performances you can afford the luxury of shooting with medium apertures, taking full advantage of the 5-axis stabilization system of the Z6 with which you can make widely manageable shots even with very slow shutter speeds, freehand. A close-up RR of 0,16X, thanks to an usual mimnimum distance of focusing of 28cm to the focal plane (i.e. 20cm from the frontal lens), allows to stay close to the subject, working also with D.O.F of the smaller apertures (up to f/22) The primacy of being able to mount 82mm frame filters (quite expensive, but available) that determines many opportunities: I have obtained an ND1000 for the purpose which turns out to be one of the most popular desires of the moment for photographers who love ... and I tried it in a context that was usual for me (certainly at the worst of its potential, but be patient ... I do not use filters from the times of black and white films...!) no filter within ND1000 (welcome fans....) At last, a balance high positive experience with this zoom, kindly procured by Nikon Italy, that well before returning it, I proceeded to reserve the purchase of a sample, which will become the absolute protagonist of my future photographic excursions with the Z6 My conclusions? PRO: excellent color rendering and linear performance very low vignetting and distortion (thanks to the automatic interview with the development sw) record size and weight flat front lens and possibility of mounting filters precise and silent AF engine as if it did not exist competitive price in relation to the yield CONS: waiting to receive my own copy ... Max Aquila photo (C) per Zetaland 2019
  6. Qui: Sonyrumors La notizia arriva da un sito dedicato a Sony ma l'analisi riguarda il mercato fotografico nel suo complesso. In soldoni, le vendite sono crollate dell'84% dal 2010 al 2018. Le compattine passano da 108 milioni di pezzi a 8,6 milioni, le relfex/mirrorless restano più stabili passando da 12,9 a 10,8 milioni con una punta di 21 milioni raggiunta nel 2012. Non vengono specificate le quote di mercato dei vari competitori. Riguardo il rapporto tra reflex e mirroless in un riquadro si legge che i valori sono passati da 10,3 contro 3,1 nel 2014 a 6,6 milioni di reflex contro 4,2 milioni di ml nel 2018. Per come la leggo io, almeno per ora, l'incremento di vendite del settore ml non ha compensato il calo dell reflex, vedremo nel 2019 come si chiuderanno i rapporti di vendita ma credo che si potrebbe avere il sorpasso già nel secondo trimestre visto il fermento per le uscite Canikon.
  7. Vincent Munier - Fotografare ai confini del mondo. È difficile scrivere dei propri miti perché sono nostri, personali. Perché in qualche modo ci hanno acceso una luce dentro, capace di illuminare il nostro cammino, anche quando è incerto, anche quando non abbiamo capito e non conosciamo la nostra strada. E quindi parlare di loro è come parlare delle nostre emozioni: difficile. Allo stesso tempo, provando a farlo per scrivere questo articolo, mi sono reso conto che non avrebbe avuto senso dare troppo spazio a note biografiche o descrivere dettagliatamente l’attrezzatura che usa. Sarebbe come descrivere una cena in un ristorante che si è guadagnato le tre stelle della famosa guida rossa Michelin parlando della marca delle padelle che usano in cucina o di dove ha fatto le scuole medie lo chef! Ma può essere interessante sapere che fotografa usando Nikon da quando aveva 12 anni. E che è stato il primo a vincere il BBC Wildlife Photographer of the Year “Erik Hosking Award” per tre anni di seguito. Così come, visto che Nikonland è frequentato da appassionati fotografi, può essere che i lettori siano interessati all’attrezzatura. Cercando in rete si scopre che per il suo ultimo progetto – fotografare il leopardo delle nevi in Tibet - ha usato D5 e D500; ottiche? 24-120/4, 70-200/2.8FL e 800/5.6FL. Progetto che lo ha portato ad affrontare i disagi di appostarsi e fotografare a 5.000mt di quota e con temperature di -35°C. Dichiarando in un’intervista, in merito ai razionali della scelta: “Visto che incontrare un leopardo delle nevi è un privilegio enorme, vuoi avere con te l’attrezzatura migliore che ci sia. Devi saper ottimizzare ogni cosa per essere sicuro di non perderti un solo istante, ed è per questo che mi sono affidato alla qualità e all’affidabilità di Nikon D5 e Nikon D500”. Personalmente credo, considerato lo stile personale che contraddistingue la sua opera, che la sua arte faccia premio su qualsiasi attributo tecnico o tecnologico della sua attrezzatura, fatta salva forse solo la robustezza e la capacità di sopravvivere ai reiterati abusi ai quali nelle sue avventure la deve sottoporre. Avventure, per me si tratta proprio di questo. Fortunatamente, siamo fotografi e quindi per raccontare ci possiamo aiutare con le immagini. Quindi utilizzerò come guida alcune fotografie di due suoi libri, Arctique e Tibet – Minéral animal. Senza pretesa di completezza, ovviamente, e neppure assumendo il ruolo di critico. Semplicemente raccontando cosa mi piace del suo modo di fotografare, che ho conosciuto guardando questa parte della sua per me notevolissima opera. Arctique. Il libro è corredato da un'estratto del Carnet d'expedition, che aiuta molto a capire il dietro le quinte. Raccontando sensazioni e situazioni. Un vero tesoro nel tesoro. Immaginate cosa significa marciare per giorni, in un mondo immenso e privo di altri esseri umani, tirando dietro la slitta contenente tutta la propria vita. Letteralmente. Affrontare le bufere. Camminare, camminare, camminare. Nel silenzio che immagino rotto solo dal rumore dei propri passi e del proprio respiro. Due lumini per creare la differenza termica necessaria ad asciugare gli stivali. Le immagini sono straordinarie. Non solo per il contesto, veramente incredibile, ma per la capacità di raccontare la vita dei soggetti. Le ho prese a caso, semplicemente sfogliando, incapace di fare una scelta. Il secondo libro che vi presento è Tibet – Minéral animal. Il libro è arricchito dalle poesie di Sylvain Tesson. Purtroppo il mio francese non mi consente di leggerle disinvoltamente ma per fortuna mia moglie è in grado di aiutarmi. Trovo che siano assolutamente utili a entrare nel mood cercato dall'autore. Questa una delle mie preferite, sul lupo. Interessante l'abbinamento della poesia sul lupo con la fotografia di una delle sue prede abituali. Il lupo è un lupo per l’ombra. La sua silouette di ragazzaccio si aggira e corre poco oltre l’orizzonte. Ha sempre l’aria di aver fatto un brutto tiro. Non lo si prende mai sul fatto. Veloce, lui è libero. Muovendosi, ovunque è casa sua. Si pensa a lui come a un François Villon, che fugge senza rimorsi alle calcagna. Lui corre, lui caccia, lui uccide, lui canta: una bella vita, nel vento. La sua notte è una festa di sangue e di morte. La crudeltà non è presente nelle sue caccie. Il lupo ha letto Umano, troppo umano di Friederich Nietzsche: “Almeno la vita non è la morale che l’ha inventata.” Gli animali sono “al di là del bene e del male”. Essi vibrano nella verità del presente. La morale è stata inventata dall’uomo che aveva qualcosa di cui rimproverarsi. Torna la contrapposizione di prede e predatori, che idealmente si affrontano. Ambienti enormi, quasi desertici. Altipiani infiniti nei quali un uomo può mettersi in prospettiva. Un mimetismo incredibile, così come deve essere stata incredibile la perseveranza necessaria a trovare questo soggetto. Entrambi i volumi sono stampati su una splendida carta opaca, molto materica e devo dire perfettamente intonata al tipo di immagini. Per me, entrambi, sono grandemente consigliabili. Si possono acquistare direttamente dalla sua casa editrice, Kobalann. Così ho fatto io. Chiudo questo articolo sintetizzando quelli che per me sono i punti di forza di questo fotografo. Innanzi tutto, personalmente, sono deliziato dalla sua capacità di utilizzare, come punto focale di immagini che altrimenti sarebbero di paesaggio, minuscole figure animali. Il risultato che ottiene è una magnifica illustrazione della vita e dell'ambiente in cui i suoi soggetti vivono. Per me questo è uno dei cardini della sua opera. Poi vedo una grande capacità di alternare a quelle immagini altre più didascaliche e di immediata lettura. Un altro, che si capisce leggendo il Carnet d'expedition, è la capacità di esserci, in quei posti. Sopportare quello che sopportano i suoi soggetti, respirare l' aria che respirano loro. Faticare e stringere i denti nei momenti difficili. Per finire, dalle sue foto traspare uno straordinario rispetto per tutti i suoi soggetti. Tutte cose, queste, che ogni fotografo naturalista dovrebbe imparare e tenere sempre presenti. Le immagini sono di proprietà esclusiva di Vincent Munier, da me pubblicate qui al solo fine di illustrare e divulgare la sua opera. Massimo Vignoli per Nikonland 2019
  8. Non mi vorrei sbagliare ma questo è forse il primo Sigma Art autofocus per reflex che deriva da un obiettivo Sigma Cine. In generale è il contrario (altri Sigma sviluppati in origine per reflex, hanno poi dato origine ad obiettivi Sigma Cine con cui condividono lo schema ottico). Questo è il Sigma Cine 40mmT1.5 : un oggetto costruito totalmente senza compromessi che adotterei ciecamente se io fossi attivo nel video di un certo livello. Mi contento della sua versione per reflex che è arrivato anche sul nostro mercato appena prima delle vacanze di Natale 2018. Si tratta di un oggetto di cui ci si innamora a prima vista, costruito per eccellere e che io mi sento di avvicinare al solo Sigma 105/1.4 Art in tutte le sue caratteristiche. Partiamo dai dati forniti dal costruttore : 1200 grammi di lega e plastica insensibile alle variazioni termiche, con guarnizioni a tenuta e paraluce a petali con blocco di sicurezza schema molto complesso a 16 lenti ripartite in 12 gruppi, di cui 3 equivalenti alla fluorite, 3 a bassissiam dispersione e un elemento finale asferico capaci di offrire una misura MTF degna di un superteleobiettivo e una distorsione trascurabile la vignettatura è in linea con la classe di appartenenza. Ogni obiettivo molto luminoso esibisce una vignettatura evidente a tutta apertura che va via via diminuendo mano a mano che si chiude il diaframma. Qui il fenomeno scompare a partire da f8 ed è probabilmente l'unico dato non eccezionale di questo obiettivo. l'aberrazione cromatica, invece, altro difetto ottico tipicamente presente nei superluminosi, è estremamente ben controllato. come tutti i Sigma delle ultime generazioni, anche questo è compatibile con la USB Dock di Sigma e il programma Sigma Optimization Pro, in grado di permettere all'utente di aggiornare il firmware e calibrarne le prestazioni. Devo ammettere che in questo caso non ne ho avuto bisogno. Già così come l'ho tolto dalla scatola, questo esemplare di 40mm non ha necessitato di alcun intervento (nemmeno di messa a fuoco) neanche con la mia esigentissiam Nikon D850. L'aspetto è eccezionale : il paraluce, oltre ad avere il blocco di sicurezza, ha anche un anello gommato (dove ci sono le serigrafie) in termini di dimensioni e di lunghezza ... è piuttosto imbarazzante per quanto è grosso. Ma perfettamente intonato con le reflex professionali cui è idealmente indirizzato. l'ho montato, è vero, ed usato, con la mia Nikon Z7. Ecco, li si vede tutto quanto il fatto che questa prima generazione di mirrorless Nikon Z sia pensata per un utilizzo con ottiche piccole e compatte. Ma probabilmente in futuro vedremo anche mirrorless Nikon di dimensioni e struttura adatte anche a questa classe di obiettivi. La consueta confezione Sigma non desta sorprese. l'obiettivo in Italia viene venduto con garanzia di 3 anni da Mtrading Srl e il suo centro di assistenza autorizzato In questa stagione le modelle svernano ai tropici e io mi sono dovuto contentare di quelle silenziose che vivono nel mio studio. Ci rifaremo nei prossimi mesi ma anche con Charlize, Jessica e Clohe, le prestazioni sono abbaglianti. Questa è la Z7 con riconoscimento di viso e occhio, flash ad f/7.1 anche questa, in luce disponibile e ad f/1.4, semrpe con riconoscimento del volto (e dell'occhio) attivati la distorsione valutata così amccheronicamente e non corretta da LR. Per un obiettivo del genere è sostanzialmente trascurabile ma azzerabile senza impegno con un click. Jessica in passerella. Flash, f/4, Nikon D850 sempre D850, f/1.4 in esterni, prova di sfuocato ad f/1.4 sempre ad f/1.4, Nikon Z7, assenbramento per visita guidata. Si legge ogni dettaglio, a video e a piena risoluzione la nitidezza è esagerata. altri sfuocati più tecnici ancora Jessica, con la D850 il ritratto di Eva in 100x75cm Una prima prova di contatto che conto di approfondire operativamente appena passata questa fase di "letargo" invernale. Come ho scritto in anteprima è un obiettivo che mi ha semplicemente ammutolito. Rispetto alla pur pregiata prima generazione di obiettivi Sigma Art (35, 50, 24, 24-105) rappresenta un salto in avanti epocale, tanto che potremmo considerarlo - insieme al fratellone 105/1.4 - una sorta di SuperArt. Insomma, io l'ho adottato come standard, con questa sua apertura di campo di 56° è solo un filo più grandangolare del mio adorato 50mm, ma non troppo grandangolare come alla fine mi sembra il 35mm. Adattissimo sia al ritratto d'effetto - ma senza distorsioni esagerate - che a quello ambientato. In luce ambiente, sfruttando se si usa la Nikon Z, anche la validissima stabilizzazione integrata che aggiunge l'unica caratteristica mancante da questa categoria di superobiettivi che - almeno in campo reflex - difficilmente vedremo replicati a superati. E' grosso, si, ma anche io non scherzo. E almeno sinora, non ho mai avuto problemi a sfruttare obiettivi tanto ben fatti e tanto qualitativamente superiori. Nikon, Canon, Sony, Zeiss, dico a voi. Provate a battere questo campione di ottica. Ringraziamo ancora il distributore italiano del marchio Sigma che ci ha gentilmente concesso in uso questo spettacolare ultimo arrivato della grande famiglia degli obiettivi Sigma Art. Aggiornamento del 3/2/2019 : galleria ad alta risoluzione
  9. La fotografia naturalistica, soprattutto la cosiddetta “wildlife photography”, cioè la fotografia agli animali liberi, impropriamente tradotta come caccia fotografica, esercita un grande fascino e a molti viene voglia di cimentarsi in questo genere, per provare l’emozione di vedere dal vero e riprendere animali in libertà. La ripresa di animali in ambienti non controllati richiede però grande esperienza della biologia dei soggetti del territorio, perizia tecnica, molto spesso anche una buona preparazione fisica ed una notevole dose di pazienza, nonché la disponibilità ad accettare la sconfitta, ossia di tornare a casa a mani vuote perché gli animali, almeno quelli che pensavamo di vedere, non è detto che si mostrino. E’ anche da considerare un impegno economico non indifferente per l’attrezzatura (fotocamere performanti e tele lunghi e luminosi) e, se si va all’estero in cerca di specie esotiche, anche per i trasferimenti e la logistica (sto parlando di fare foto esteticamente valide, non quelle sul pulmino del safari turistico sgomitando per riprendere leoni assonnati). Questo può finire per scoraggiare molti. Esistono però dei modi di fare fotografie agli animali che possono permettere anche a chi non può o non se la sente di impegnarsi nella “caccia fotografica” pura, di ottenere risultati soddisfacenti, con qualche compromesso. Vista da un Capanno dell'Oasi di Torrile. Le oasi: Ci sono molte oasi, gestite ad esempio dalla LIPU (e anche da altre organizzazioni) che sono nate soprattutto a scopo di tutela e conservazione, ma contemporaneamente, o successivamente, sono state attrezzate con capanni soprattutto per l’osservazione col binocolo e in alcuni casi adattate anche per la fotografia. Queste oasi possono essere liberamente visitabili (ad es. l’oasi dell’Alberone a Villa d’Adda (BG), la Palude Brabbia (VA) )oppure gestite ed accessibili solo alcuni giorni della settimana. Chiaramente le seconde sono più controllate ed offrono molte più occasioni fotografiche. Un esempio è Torrile (PR). L’oasi è piuttosto ampia, ci sono numerosi capanni, si accede nei giorni di apertura pagando un modico biglietto di ingresso giornaliero. In questo tipo di oasi gli animali ci sono perché si ritrovano in un ambiente relativamente tranquillo e protetto dai cacciatori, però i soggetti non vengono in alcun modo attirati ai capanni, per cui le possibilità di avvistamento sono estremamente variabili, così come le distanze e i tempi di attesa. Io ho fatto ottime foto a Torrile, spesso con i soggetti vicinissimi, “bruciando” una scheda in pochissimo tempo, mentre altri giorni non ho quasi scattato. Garzette a Torrile, lontane. O vicinissimo! Spatole e Cavaliere d'Italia a media distanza Tuffetto, praticamente sotto al capanno. Proprio per la variabilità dei soggetti (dal piccolo martin pescatore alla spatola, passando per il falco di palude) e delle distanze di ripresa, in queste oasi è consigliabile avere a disposizione un buon range di focali, compresi i supertele, oppure un superzoom (ideale, in casa Nikon, il 200-500mm f 5.6) . Alla reception dell’oasi di Torrile (in altre realtà non esiste reception o se esiste non so come sia) il personale ai tempi in cui ci andavo io era gentile e sapeva anche indicare quale capanno offriva le migliori possibilità in quel momento (relative, perché siamo sempre di fronte all'imprevedibilità dei soggetti). Un altro aspetto da considerare è che se l’oasi ha una buona reputazione, si rischia di trovare i capanni affollati, soprattutto nei weekend, per cui diventa disagevole fotografare senza darsi fastidio a vicenda. Inoltre, oasi diverse offrono possibilità diverse fra loro, da buone a scarsissime, per cui conviene fare indagini preventive. Il sottoscritto a Torrile, un po' di anni fa (al fotografo mancava il VR). Siti attrezzati per i fotografi: Da un decennio o forse più si sono concretizzate altre realtà più commerciali, per così dire, orientate sì alla conservazione ma anche e soprattutto alla fotografia naturalistica come business. Organizzazioni più o meno grandi, oppure singoli, hanno realizzato, in accordo con proprietari di appezzamenti di terreno che ricevono una quota dei guadagni, dei ripristini di zone umide, oppure delle mini oasi attrezzate. In questi casi i capanni sono progettati espressamente per i fotografi, spesso con ampie vetrate semiriflettenti, anziché feritoie da binocolo, e le specie per le quali è possibile farlo, vengono attirate con del cibo. Spesso sono presenti anche dei mini stagni, in modo da poter fotografare i passeriformi che si abbeverano o fanno il bagno. Le possibilità di portare a casa buone foto, specialmente nel caso di uccelli più piccoli e timidi come i picchi, o particolarmente diffidenti come alcuni rapaci sono superiori, mentre nei capanni sugli specchi d’acqua previsti per gli ardeidi e le anatre non ci sono troppe differenze rispetto alle oasi descritte prima. Le foto che seguono sono scattate da capanni di tre associazioni diverse. Nei capanni per passeriformi, poiane ecc., le distanze possono essere anche ridotte, addirittura in un caso (mi è capitato) “regolabili”, in quanto il gestore, saputo con che focali sarei andato, ha sistemato i posatoi a distanze convenienti. ù In queste realtà i posti nel capanno sono fissi (di solito due o tre) e vi si accede solo previa prenotazione, per cui si ha la sicurezza di scattare con tranquillità in un ambiente confortevole. Il prezzo come prevedibile è di molto superiore rispetto alle oasi che ho citato prima. Naturalmente, niente è garantito al 100% (una mia uscita in uno di questi capanni per riprendere espressamente lo sparviere che si diceva passasse quasi quotidianamente per abbeverarsi, ha dato dei verzellini ed un merlo… si vede che sono andato in uno dei giorni “quasi”). In questi casi uno zoom 100-400, un 300mm possono anche bastare (magari un 1.4 da accompagnare il 300 se abbiamo una fotocamera a formato pieno o un 70-300 se abbiamo un formato Dx). L'Oasi di Cervara (TV), ha una serie di capanni gestiti su prenotazione come sopra, uno dei quali dedicato al Martin Pescatore. Infine, ci sono anche possibilità (pochissime, ma ci sono) di fotografare certe specie in aree dove hanno perso la paura dell’uomo. Lì basta avere l’accortezza di predisporre un rametto che faccia da posatoio e disporre di una manciata di semi che il risultato è (quasi) garantito, l’esempio più famoso è il sentiero delle Cince in Val Roseg dove almeno quattro specie di cince, più il picchio muratore ed il fringuello sono facilissime da avvicinare (le cincie bigie ti prendono il cibo dalla mano). Cincia dal ciuffo (sopra) e cincia bigia (sotto)allo scoperto in Val Roseg (fotografate in stagioni diverse). A Biandrate (NO) si possono fare dal marciapiede della provinciale belle foto di ardeidi e Ibis sulle cime degli alberi o che volano avanti e indietro dalla garzaia (in cui NON SI DEVE ENTRARE!) per la costruzione del nido o per procurare cibo ai nuovi nati. Ultima osservazione, se qualcuno ha un giardino in una località compatibile, vicina ad un pezzo di bosco, basterà posizionare accortamente delle mangiatoie strutturate in modo da consentire di riprendere gli uccelli senza inquadrarle (non per imbrogliare, tanto lo sappiamo tutti, ma perché le inquadrature con pezzi di mangiatoie, così come quelle con i soggetti con i semi nel becco, sono veramente brutte) e piazzate con accorgimenti che le rendano non raggiungibili dai ratti e dai gatti 😉 , si potrebbero anche fare riprese interessanti dalla finestra di casa! Dalla finestra della cucina di un vecchio amico... la cui casa confinava col Parco Pineta di Appiano Gentile (CO). Ok per il come e il dove, ma il"Quando"? Come ho scritto all'inizio per fotografare gli animali occorre una conoscenza almeno di base della loro biologia e comportamento. Soprattutto se sono specie migratorie. Altrimenti si corre il rischio di arrivare fuori stagione e vedere poco o nulla. Occorre quindi documentarsi per le diverse specie ma in generale si può dire che ad esempio che le stagioni di passo sono quelle in cui si ha la maggiore possibilità di incontrare grande diversità di soggetti. I passeriformi d'inverno fanno fatica trovare cibo quindi si vedranno molto più facilmente alle mangiatoie dei capanni rispetto alla buona stagione, quando hanno anche altre fonti di alimentazione. Inoltre alcune specie scendono a svernare da noi. Sempre d'inverno è più facile vedere numerose specie di anatre nordiche che scendono da noi a svernare (ultimamente un po' meno per via del riscaldamento globale). Al contrario alcuni rapaci svernano in Africa e da noi si vedono nella bella stagione. Gli Aironi sono particolarmente attivi all'inzio della primavera quando nidificano nelle Garzaie. Adesso ad es. a Biandrate non c'è quasi nulla, a Marzo/Aprile invece si sentono e si vedono da lontano. Sempre in primavera gli svassi si corteggiano con le loro coreografiche parate nuziali. Morette e moriglioni che svernano a Calolziocorte (LC) Un tempo i cormorani erano per lo più invernali, ora tendono ad essere stanziali. NOTA BENE, questo mio articolo è puramente informativo, vuole illustrare a chi non ne fosse già a conoscenza, l’esistenza di alcune modalità “facilitate” per fotografare alcuni animali; ma non ha la pretesa di essere esaustivo. Soprattutto non è il luogo ove discutere in merito al rapporto facilità, modalità di ottenimento e valore documentaristico/naturalistico dell’immagine. Quindi pregherei di evitare nei commenti di avviare discussioni su cosa sia la "vera fotografia naturalistica", perché si finirebbe in un ginepraio e soprattutto sarebbe fuori contesto. Discutiamo invece, e in questo caso molto volentieri, su ciò che è inerente al tema o segnaliamo eventuali realtà simili a quelle da me citate, di cui siamo a conoscenza. Silvio Renesto
  10. Ho scoperto che le lenti Z hanno tutte questa caratteristica, sono Full Time Manual Focus. Accetto rimbrotti ma devo ammettere che non conoscevo questa caratteristica, a quanto pare presente anche su alcune lenti Nikon F più costose. Riporto: Full Time Manual Focus: il FTM permette di mettere a fuoco manualmente in qualsiasi momento, anche se il selettore di messa a fuoco è impostato su AF, E' molto utile in diverse situazioni, per esempio in luce scarsa potete aiutare l'AF a riconoscere il soggetto mettendo a fuoco manualmente nei pressi dell'area che vi interessa, e quindi potete utilizzare l'AF per le regolazioni fini della messa a fuoco e per seguire il soggetto. Inoltre non c'è il rischio di danneggiare il motore di messa a fuoco se girate l'anello di fuoco quando il selettore è impostato su AF. Qualcuno che ne può parlare ? Ho capito in cosa consiste leggendo il manuale ma vorrei capirne di più.
  11. Camminare con la luce in borsa non è cosa da tutti i giorni e, potendo scegliere tra un'infinità di offerta in materia, si pone il problema di comprendere cosa e perchè comprare!Questo è di certo uno degli argomenti più ostici per la maggior parte dei fotografi di qualsiasi livello di preparazione: molte volte, infatti, ho sentito e letto di PRO anche affermati, abituati a risolvere complessi problemi legati alla composizione ed alla ripresa, che di fronte alla potenzialità di utilizzo della luce flash se ne escono perlopiù con affermazioni del genere: “ a me non piace usare il flash…” Il più delle volte dovute ad un approccio negativo, spesso ingenerato dalla falsa credenza che la luce naturale, insieme alla capacità odierna dei sensori digitali di esporre ad alti ISO, sia sufficiente a risolvere la maggior parte dei problemi di ripresa legati alla luce: appunto…soltanto la maggior parte… e negli altri casi??? *** "Ecco a questo interrogativi ed ad altri risponde la nostra guida all'acquisto del flash portatile per la nostra Nikon" Leggete l'intera guida completa sui flash portatili qui
  12. Recupero, con leggere modifiche, un mio articolo del 2015, perchè ritengo che il 55mm f3.5 micro sia uno di quegli obiettivi che merita di essere ricordato. Il 55mm f3.5 micro nikkor "nasce" come 5,5cm nell'Agosto del 61, e attraverso successive reincarnazioni, con modifiche limitate dello schema ottico (che rimane di 5 lenti in 4 gruppi) e dei trattamenti antiriflessi, nel 1977 passa dalla baionetta F a quella Ai e quest'ultimo modello rimane in produzione fino alla fine del 1979, quando viene sostituito dal 55mm f2.8 Ais con schema ottico diverso (6 lenti in 5 gruppi). Anche se il 55 f2.8 era ottimo e probabilmente rendeva meglio alle lunghe distanze , nel cuore dei puristi della macro è rimasto il "vecchio" f3.5, perchè? Perchè nella macro sembra avesse ancora la meglio rispetto al fratello più luminoso. Anche qui su Nikonland non mancano gli estimatori. Un amico me lo ha prestato per questa prova. Da sinistra a destra: l'obiettivo focheggiato ad infinito, alla minima distanza e con il tubo PK13 montato. La piccola lente frontale è molto incassata rendendo superflui paraluce (disponibile solo come opzionale) e filtri protettivi, perlomeno in usi non estremi. Costruzione/ergonomiaLa costruzione è quella dei vecchi nikkor, non credo ci sia bisogno di approfondire oltre. Nonostante i trent'anni e passa la ghiera di messa a fuoco, almeno in quest'esemplare, è fluida e senza giochi. Sul campo. Ho provato il 55 f3.5 sulla D7100 che ha un sensore denso, che mette alla corda gli obiettivi. Dal punto di vista operativo, ho trovato abbastanza facile mettere a fuoco a mano, sia fidandomi del pallino verde che, a volte, in live view. La macro si fa con calma quindi l'assenza dell'autofocus non dico sia irrilevante ma, soprattutto nel caso di soggetti statici, non è un grosso problema.Ho notato una tendenza a sottoesporre di circa 1 stop (a volte qualcosa in più) da parte della D7100, che presumo sia dovuta al fatto che per pigrizia non ho impostato i dati dell'obiettivo nel menù.Ho esposto in manuale, a f8-11 raramente f16, ISO tra i 200 e gli 800. I risultati? Sono rimasto piacevolmente sorpreso, le foto che seguono sono senza postproduzione (conversione jpeg e riduzione a parte). Fiore di trifoglio, treppiedi, luce naturale Alla minima distanza di messa a fuoco, f11, treppiedi, luce naturale Altro fiore di trifoglio, con il PK13, treppiedi, luce naturale Chiocciola, treppiedi, flash di schiarita. La compattezza dell'obiettivo permette un uso abbastanza disinvolto a mano libera. Rosa canina, mano libera, luce naturale. Il problema nel riprendere a mano libera questa Cetonia che si sta abbuffando di polline è stato il vento, che mi ha costretto a scattare a raffica per averne una buona. Che però è proprio buona. La nitidezza? Il suo punto forte. Crop 100% della margherita sopra. Conclusione?A mio parere il 55mm f3.5 micro-nikkor si merita pienamente la fama di cui gode. Tenendo presente i limiti operativi e strutturali dovuti all'epoca in cui è stato progettato, c'è davvero poco che gli stia alla pari.E' un obiettivo eccezionale per lavori di riproduzione di piccoli oggetti. La resa è entusiasmante. Niente da dire. Anche sul campo per i fiori di ed insetti con un po' di attenzione si possono ottenere delle ottime immagini come quelle sopra , certo l'angolo di campo più ampio richiede di selezionare con attenzione e qualche fatica sfondo e punto di ripresa: Dato il maggiore angolo di campo, è più difficile sfuocare lo sfondo tranne che ad ingrandimenti prossimi ad 1:2/1:1. Questo, insieme alla ridotta distanza di ripresa può creare difficoltà sul campo . Per fare questo ritratto: La distanza che si ha col 55mm (sopra) è molto ridotta, rispetto ad esempio a quella che si ha con il 105mm f4 (sotto, obiettivi posizionati in modo da avere lo stesso RR) pur avendo il formato ridotto (Dx). Per Paperino non ci sono problemi perchè possiamo gestire tutto, e poi sta fermo ma se trasferiamo il concetto sul campo questo ha varie implicazioni, la gestione delle luci, il fatto che se ci sono erbe, radici o altri intralci che ostacolano l'avvicinarsi può essere problematico ottenere la foto e se il soggetto è vivo e mobile (magari anche aggressivo) è molto più facile che fugga o punga, morda o faccia qualcun'altra delle cose sgradevoli di cui gli insetti hanno vasto repertorio. Nessun problema ad es per questo Croco: Mentre questa ripresa di tre quarti di un Argiope sarebbe stata problematica per più motivi: scattata con SIGMA 180mm f3.5 Apo Macro DG Avvicinandomi avrei potuto urtare/distruggere la tela e far fuggire il soggetto, inoltre lo sfondo sarebbe risultato molto più chiazzato (le Argiopi tessono la tela nei cespugli). Qui l'uso di un tele macro da 180-200mm od addirittura di un 300mm f4, di quelli a messa a fuoco minima ravvicinata. garantiscono un risultato migliore. Per questo ci sono tre focali macro (standard, tele corto e tele medio) più certi 300mm a messa a fuoco ravvicinata, proprio perchè sia possibile sfruttare le diverse caratteristiche di ciascuno secondo necessità e preferenze . Per il mio modo di fare macro preferisco le focali lunghe, ma se quello che a voi serve invece è un macro standard, non ci sono dubbi che il Nikon 55mm f3.5 micro nikkor rimane un gran bel macro, specialmente se si tiene conto della la sua età progettuale.
  13. Ieri andavo in giro "leggero" con la Nikon V1 e 18.5mm con ginghia a tracolla sulla spalla, ma il kit era così leggero che non mi sono accorto che mi stava scivolando a terra. E così la fotocamera mi è caduta toccando pesantemente terra e rotolando per un paio di metri sul marciapiede. Ripresala in mano, dopo aver constatato che aveva riportato solo un paio di profondi graffi sui bordi del fondello, che l'obiettivo era praticamente intatto e che né le plastiche trasparenti né il display avevano subito danni, ho provato ad accenderla e... miracolo, funzionava ancora! Tuttavia, provando a fare qualche foto, il display segnala sempre il messaggio "Errore. Premere di nuovo il pulsante di scatto", e le immagini salvate appaiono completamente nere. Lo stesso problema si presenta con qualsiasi altro obiettivo montato. Pensando quindi che ad essersi guastato fosse l'otturatore meccanico ho provato a selezionare quello elettronico, e sembra che con questo settaggio la macchina funzioni correttamente. Sono quindi a domandare: può essere l'otturatore meccanico il problema? E se fosse questo, varrebbe economicamente la pena inviare la fotocamera in assistenza per la riparazione? Ed eventualmente dove? Si consideri che non uso spesso la macchina ma che all'occorrenza mi è utile quando non posso portarmi dietro la reflex, che si tratta di una fotocamera che ha quasi 7 anni, che nel corredo ho anche il 10-30mm e il 30-110mm e che non ho al momento altre alternative alla reflex. Ringrazio anticipatamente per i suggerimenti.
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