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  1. Giuseppe Casella mi ha ricordato, con il suo post sulla Baraggia di Candelo, che anche a me l’autunno in baraggia piace un casino. E’ da parecchio che non ci vado, ma in archivio ho il risultato di un paio di passeggiate autunnali di pochi anni fa. La “mia” baraggia e’ quella di Fontaneto d’Agogna ( parco delle Baragge - Piano Rosa). Un territorio particolare, argilloso, su cui da secoli viene coltivato il nebbiolo. Una parte consistente e’ però rimasta a bosco e prato, questo adatto al foraggio degli ovini che qui, come nel biellese, sono stati elemento importante dell’economia di sussistenza pre industriale. All’inizio degli anni ‘’90 venne realizzato il tronco finale della A26 ( tratto Vercelli est - Gravellona) che tracciò una profonda ferita in questo territorio unico portando anche effetti collaterali non prevedibili. In fondo spiegò perché non la frequento più come invece vorrei. La fine dell’estate Un mese dopo, siamo dentro: autunno, tempo di funghi e castagne. Perché si chiama Piano Rosa? Forse si spiga bene con la foto che segue Perché non ci vado più? E’ una ragione piuttosto particolare. Come dimostrano le foto di cui sopra, non mi limito alle ore centrali della giornata, tiro notte. Ebbene, l’autostrada A26 lambisce la parte meridionale di questo parco. Lungo il tracciato autostradale, sappiamo, si costruiscono slarghi di sosta di emergenza. Un paio di questi sono paralleli al tracciato sterrato che corre all’interno del parco. Questi sono diventati punti di distribuzione di un tipo di prodotto non commercializzato su canali ufficiali. Il corriere da Genova o da Milano si ferma in autostrada, dal lato del parco arriva un altro corriere che prende la merce per distribuirla sulla piazza locale. Orbene, passi che venga fermato dai carabinieri che strabuzzano gli occhi quando apro il bagagliaio, ma passare da “S P A C C I A T O R E” anche no grazie.
  2. Viandante posted a blog entry in Viandante
    UN NUOVO INIZIO È esattamente così cari amici, un nuovo inizio. Sono stato oltre 5 anni senza fotocamera ed ho avuto molto tempo per meditare su ciò che ho fatto e ciò che avrei potuto o voluto fare in campo fotografico. Non vi nascondo che sono stato tentato più volte di mettere una pietra sopra all’esperienza che avevo fatto in passato, complice un lento ed inesorabile declino della voglia di fotografare che mi stava da tempo accompagnando già prima della vendita di tutto il mio corredo reflex nel 2019. Ci sono cose che si fanno nella vita che poi, così come sono iniziate, finiscono senza un preciso motivo, semplicemente finiscono. Meditavo su cosa avevo fatto e non trovavo stimoli sufficienti per pensare di voler praticare nuovamente alcuni generi fotografici che mi erano piaciuti molto, come la macro per esempio. La verità è che guardavo tutte le mie foto e non trovavo molti scatti che mi comunicassero qualcosa o che mi emozionassero particolarmente. Ho fatto tante fotografie piacevoli, anche belle, corrette dal punto di vista compositivo, soggetti magari classici ma sempre piacevoli, ma mi manca una raccolta di foto che mi piaccia veramente guardare e riguardare più volte perché sono immagini che mi comunicano qualcosa o che semplicemente trovo veramente belle. Ho logicamente alcune fotografie che mi piacciono molto, non dico di no, ma non ne ho certo un numero minimamente congruo con il tempo che ho passato con una fotocamera in mano. Una delle possibili cause ho pensato sia stato l’aver praticato fotografia senza approfondire molto, per non dire niente, la cultura fotografica. Ho scattato imparando da solo, sul campo, ma limitandomi a ripetere le nozioni imparate senza cercare di ampliare lo sguardo e capirne davvero di più, e non parlo di tecnica in questo caso. Così qualche tempo fa ho iniziato ad approfondire alcune tematiche ed a cercare di capire meglio cosa significhi fotografare e cosa serva per cercare di trasformare i miei scatti in fotografie. Questo processo, che è solo all’inizio e che sarà lungo ed impegnativo, mi ha stimolato ed ho capito che era la strada giusta perché piano piano mi stava tornando interesse per la fotografia ed iniziavo a provare di nuovo il desiderio di avere una fotocamera per tentare di mettere in pratica quello che stavo studiando. Ho cercato di focalizzarmi su cosa mi piace e cosa non mi piace di ciò che vedo in giro in ambito fotografico ed ho capito che quello che non trovo quasi più è l’essenzialità nella/della fotografia. Si potrebbe parlare per ore su ciò che sta accadendo alla fotografia, su come le persone oggi fruiscano di immagini e su cosa sia importante per la maggior parte delle persone in una fotografia. Trovo sempre più facile reperire immagini accattivanti, immagini estremamente elaborate in fase di sviluppo, immagini che catturano l’attenzione ma che alla fine non sono altro che déjà vù, una fila interminabile di scatti creati per andare incontro al gusto attuale dell’utente finale piuttosto che essere rappresentazioni di un pensiero o di un gusto personale ed unico del fotografo che le ha prodotte. Quindi, piuttosto che concentrarmi nel cercare di ottenere immagini perfette e perfettamente calate nel contesto del gusto o delle mode attuali, ho deciso di prendere la strada opposta, provare a trovare un mio percorso, fatto di sensazioni e fatto di meditazione legata allo scatto. Ho deciso di iniziare dal posto in cui vivo, dalla zona che posso frequentare quotidianamente, proprio per evitare di farmi trascinare nella forma mentis del cercare lo scatto perfetto nella località perfetta con il soggetto perfetto…oppure aspettare l’occasione da programmare perfettamente per riprovarci. Credo di non aver mai usato prima così tanto la parola “perfetto” in un discorso così breve ma penso sia proprio il recinto mentale nel quale ero rinchiuso. Ho così pensato, tra le varie cose che vorrò fare, anche ad un progetto che potrò portare avanti indefinitamente fino a che mi darà soddisfazione. Proverò a costruire un portfolio di fotografie della zona in cui vivo, nelle varie stagioni, in situazioni urbane o extraurbane, con o senza elementi umani o tracce di antropizzazione. Una serie di immagini che abbiano un filo comune, quello di restituire all’osservatore la sensazione esatta di ciò che troverebbe se passeggiasse in questi luoghi con me. Immagini reali del quotidiano, senza la ricerca ossessiva di eseguire uno scatto che esalti al meglio un luogo e che lo renda addirittura più bello di ciò che è, ma fotografie che catturino la bellezza che già c’è, senza aggiungerne altra visto che il mondo che ci circonda è già bello di suo, a volte basta solo guardarlo con occhi diversi o aprirsi alle sensazioni ed ai pensieri che quel posto può suscitare se si ha la pazienza e la sensibilità di coglierli. Tutto questo non mi renderà capace nel breve periodo di produrre fotografie davvero interessanti o che io possa definire veramente belle e/o comunicative, (perché alla fine lo scopo è fotografare per me e non per gli altri) questo spero avverrà col tempo, sono sicuro invece che mi renderà immediatamente un fotografo migliore dal punto di vista dello sguardo sul mondo, il mio mondo. P.S. Non so bene come suddividerò le immagini che non ho ancora scattato, lo capirò via via che vedrò i risultati, per adesso metto solo una delle prime foto che ho fatto quest’anno perché da qualche parte dovevo iniziare dopo così tanto tempo. Un click sulle anteprime è gradito. L'albero (Pomeriggio di inizio gennaio nei pressi di S.Agata nel Mugello) Non so quante volte sono passato di qui, innumerevoli. Dalla strada si gode di questo panorama ma non avevo mai notato quella pianta solitaria sul declivio, forse la foschia retrostante che ne accentua la silhouette l’ha resa più evidente ma mi piace pensare che sia stato il mio “nuovo sguardo sulla solita campagna” che mi ha fatto fermare e vedere la fotografia che ancora non avevo scattato. Era tutto già lì, le quinte naturali che danno profondità all’immagine, il timido sole basso sull’orizzonte che disegnava i tronchi ed i rami in primo piano, la nebbia che nascondeva ma non troppo le colline retrostanti, i colori di un gennaio freddo ed umido. L’alternarsi dei campi coltivati, la recinzione, le case sullo sfondo, sono segni della presenza dell’uomo nel territorio, ma è un uomo che si prende cura della natura in modo discreto. Così come discreto sono stato nello sviluppo dell’immagine, non c’era bisogno di fare nient’altro che comporla ed esporla correttamente, nient’altro, bastava vederla. Il sole che disegna (Campagna nei pressi di Borgo San Lorenzo, Mugello) In una gelida mattina di fine anno mi godo il momento. Il gelo della notte viene mitigato appena dai raggi di un sole appena spuntato all'orizzonte e l'arrivo della luce cambia completamente volto a questo scorcio di campagna. Osservo la scena e faccio qualche passo per capire come valorizzare ciò che vedo, un stradina sterrata che porta ad un casolare che ha visto giorni migliori, un albero, una serie di pali e cavi della luce, poco altro ma c'è comunque l'ingrediente principale per ogni ricetta ben riuscita, la luce. Mi assicuro che i pali ed i cavi non disturbino il casolare ma anzi, con la loro presenza e quella bella luce che li definisce, contribuiscano a dare dinamicità e profondità ad una fotografia altrimenti forse troppo statica. La panchina Galliano, Mugello La fotografia non è un linguaggio univoco, c'è il fotografo e c'è l'osservatore della foto, ognuno con il suo pensiero, sensibilità, stato d'animo. Ho scattato questa fotografia pochi giorni fa, inizio gennaio, ho lasciato l'auto a mi sono addentrato nel campo lì a fianco della strada, una pioggerellina fitta, fredda ed insistente mi bagnava il viso. Vedevo una panchina solitaria accanto ad una cappella abbandonata, alberi spogli e la nebbia che ammantava il paesaggio nascondendolo allo sguardo. Ho composto e scattato una fotografia che sa di malinconia. Poi ho meditato sulla scena ed ho pensato che magari un'altra persona avrebbe visto una panchina non abbandonata accanto ad una cappella solitaria, una panchina che attende solo che un raggio di sole squarci la nebbia e faccia venir voglia di sedersi sotto quegli alberi che stanno solo riposando in attesa di una rinascita tra pochi mesi. Una fotografia che sa di attesa e speranza. La fotografia non è un linguaggio univoco, c'è il fotografo e c'è l'osservatore della foto, ognuno con il suo pensiero, sensibilità, stato d'animo. Silenzio Pressi Borgo San Lorenzo Probabilmente è proprio questo il titolo che darò all'album nel quale riunirò le fotografie che farò e che avranno come comune denominatore la nebbia. La campagna nella nebbia mi restituisce sempre due distinte sensazioni, il silenzio appunto e questo mostrare e nascondere che lascia spazio all'immaginazione. Sagome indistinte o appena tracciate che senza la nebbia passerebbero inosservate, soggetti che anche se attenuati risaltano nel grigiore che li circonda. É sicuramente una situazione che mi è congeniale. Silenzio (Quadro 2) Pressi Borgo San Lorenzo La nebbia avvolge tutto, sei costretto ad acuire i tuoi sensi, vedi e senti in modo diverso, più intimo. Luce ed ombra Mattina di metà gennaio, vista di S.Maria a Fagna, Scarperia Luce ed ombra. C'è un richiamo religioso in questa immagine nella quale la chiesetta si staglia nella foschia, nella quale dei raggi di luce scendono fino ad avvolgerla mentre intorno ci sono sagome indistinte, ombre e nebbia. Pochi attimi per godere di questa atmosfera, un breve istante da fissare in un'immagine . Provo un senso di gratitudine per la possibilità di godere di questo. Quotidiano (quadro 1) Fine febbraio Borgo San Lorenzo Non sappiamo cosa si cela dietro a porte chiuse, ma d'altronde spesso non possiamo vedere neppure troppo oltre a quelle aperte e non sappiamo dove ci porterà il cammino se scegliamo di andare. Lei (quadro 1) (Pomeriggio di maggio nei pressi di Borgo San Lorenzo) Il pensiero di questo posto è una costante negli anni. Non posso dire di venirci spesso ma ogni tanto penso a questa pianta solitaria e mi fa star bene. Lei avrebbe certamente bisogno di maggior considerazione da parte mia e le ho promesso di dedicargli un album tutto suo, altrimenti potrebbe perdersi tra le tante altre piante e paesaggi che popoleranno questo, e non se lo merita. Oggi ho voluto ritrarla nel pieno delle forze, ricoperta di una chioma verde intenso come solo le giovani foglie sanno essere. Quotidiano (quadro 2) (Mattina di maggio nei pressi di Borgo San Lorenzo) A volte non è necessario trovare chissà quale motivazione per scattare una fotografia, oppure cercare un messaggio da trasporre in immagine. A volte un raggio di sole che penetra il grigiore di una mattinata qualunque è tutto ciò che serve per fermarsi e godersi l'attimo. φῶς-γραφή (foto-grafia) Mattina di fine gennaio, vista di Scarperia Disegnare con la luce. Tutti noi conosciamo l'etimologia di questa parola, di ciò che pratichiamo, ma a volte capita di perdere di vista il suo significato più semplice. In una mattina di gennaio il sole me lo ha prepotentemente ricordato. Quotidiano (quadro 3) (Mattina di maggio a Vicchio di Mugello) Mi sento sempre a mio agio quando sono vicino ad uno specchio d'acqua tranquillo. All'alba siamo solo io, l'acqua e qualche germano, tutti in attesa del tiepido sole. Scatto e penso che sarà una piacevole fotografia, questo mi basta per essere contento. Lei (quadro 2) (Alba di giugno, pressi di Borgo San Lorenzo) Attimi di quotidianità che sono alimento per l'anima. Quotidiano (quadro 4) (Alba di settembre a Scarperia) Le prime nebbie iniziano a nascondere il paesaggio settembrino, così come gli alti cedri anche torri e campanili sono i primi a salutare il caldo sole che le disperde. Quotidiano (quadro 5) (Mattina di novembre nei pressi del Castello del Trebbio, Barberino di Mugello) La luce radente e calda di un'alba novembrina disegna i profili del bosco autunnale, il Castello assiste da posizione privilegiata e non ci stupisce che il luogo fosse tanto amato dal Magnifico.
  3. Riporto qui questo articolo scritto e pubblicato da Silvio Renesto sul suo blog su Nikonland. Da oltre cinquant'anni Clyde Butcher ha creato emozionanti immagini in bianco e nero dei paesaggi naturali del Nord America. Le sue fotografie trasportano chi guarda nella bellezza primordiale dei vasti orizzonti, dei panorami infiniti e nello splendore,raramente visibile, della wilderness. Le sue immagini sono coinvolgenti e ci rammentano il legame che abbiamo con il mondo della natura. Clyde Butcher nacque in Kansas nel 1942. Da bambino disegnava navi o ne costruiva dei modelli con scarti di ferro nell'officina di suo padre lattoniere. Prese una Laurea in Architettura alla California Polytechnic State University. Fu allora che scoprì di non essere bravo a disegnare e così decise di imparare da solo a fotografare per poter riprodurre i progetti di architettura senza disegnarli. Non avendo i soldi per acquistare una fotocamenra se ne costruì una a foro stenopeico. Negli anni sessanta vide una mostra fotografica di Ansel Adams allo Yosemite National Park, ne rimase così impressionato che cominciò a fotografare in bianco e nero. Nel 1970 lasciò l'architettura e si iniziò a far vedere le sue fotografie in mostre locali. Nel 1971 iniziò una nuova attività "Eye encounter Inc." che consisteva nello stampare e vendere le sue fotografie di panorami selvaggi degli Sati Uniticome decorazioni murali per grandi magazzini. Per aumentare le vendite iniziò ad usare pellicole a colori e fotocamere a formato 13x18cm . Il giro d' affari crebbe vertiginosamente e Eye Encounter divenne una ditta con moltissimi dipendenti. Clyde vendette l'attività nel 1977 a causa dello stress eccessivo e si mise a girare la Florida in barca a vela. Si stabilì con la famiglia a Ft. Myers nel 1980, iniziando a vendere i suoi paesaggi western a colori e fotografie di temi diversi. Nel 1984 fu portato a visitare una palude di cipressi dentro al Big Cypress National Preserve. Questo, disse, gli rivelò un nuovo mondo. L'immersione nella bellezza della palude lo convinse a ritornare al bianco e nero. Dopo la tragica morte del figlio diciassettenne nel 1986, Clyde trovò conforto solo nella vicinanza della natura selvaggia. Decise di tagliare ogni legame con la fotografia a colori e dedicarsi unicamente al bianco e nero. Acquistò una fotocamera formato 20x25 ed un ingranditore ed ebbe inizio la sua nuova vita di fotografo. Oltre alle Everglades per le quali è maggirmente famoso, Butcher si è impegnato a immortalare paesaggi naturali di tutto il mondo. La qualità ed importanza del suo lavoro gli hanno guadagnato ammirazione internazionale. Butcher ha inoltre realizzato documentari sull'ambiente della Florida e ha pubblicato numerosi libri. Al di là della bellezza intrinseca delle sue immagini, ciò che distingue le opere di Clyde Butcher sono le dimensioni gigantesche delle sue stampe, unite ad una nitidezza che ha dell'incredibile. Scegliendo accuratamente il formato del negativo a seconda dellel dimensionid el soggetto, Butcher riesce a produrre stampe nitidissime di dimensioni oltre i 160x300 cm, che permettono all'osservatore di immergersi nei suoi panorami . “Cerco di usare la pellicola più grande possibile epr il soggetto che voglio fotografare. Se ho un ampio panorama uso un formato 30x65 (circa). se devo fotografare cose come l'Orchidea Fantasma lavoro con una 20x25" racconta Butcher. “Voglio che la gente guardi i miei lavori da vicino” dice Butcher a proposito del suo stampare in grandi dimensioni. “Molti non conoscono quello come si vede:si vede chiaramente solo una piccola parte del tutto e in natura l'occhio scorre continuamente da un particolare all'altro e questo ci da' la percezione dell'insieme. La chiave per riprodurre questa sensazione è la nitidezza. Una stampa di tre metri e mezzo da un negativo 35mm sembrerà nitida se si rimane a distanza 10 metri, ma se ci si avvicina ad un metro sembrerà molto scarsa. Quindi per calarsi in un' immagine grande e vederla bene occorre che abbia un dettaglio molto elevato. Stampa con una Epson Stylus 4800 or una stampante 11880 con inchiostri Ultra-chrome K3 e carta Harman Hahnemuhle. Nota: Qualche mese fa Clyde Butcher è stato colpito da ictus che gli ha paralizzato il lato destro del corpo, ma ha già ripreso a muoversi con deambulatore ed è confidente che tornerà a fotografare quanto prima. Glielo auguro di cuore Tutto questo e molto altro nel sito di Clyde Butcher https://clydebutcher.com Le foto sono (C) di Clyde Butcher mostrate qui al solo scopo di illustrare la sua opera. Photos are (C) by Clyde Butcher shown here only to illustrate his art.
  4. Disclaimer. Ci provavo già ai tempi della pellicola con scarsi risultati, con la prima digitale e la funzione panorama di Photoshop mi si è aperto un mondo, così, da sempre, quando mi trovo davanti ad un landscape che mi intriga, tiro 3-5-8 scatti di fila a coprire la scena e poi a casa si vedrà. Cima del Luvot a sinistra il profilo del M.Barone, a dx il Castello di Gavala. 24-70/4 e 5 scatti a 24mm uniti in LR. Agosto. Da casa mia è un’ora di Panda in traffico semi urbano; saranno 60km dal garage all’alpe Le Piane, sopra Coggiola. Da qui comincia un complesso di montagne sui 2000m, valli profonde, boschi bellissimi, torrenti splendidi, collegati da una rete di sentieri , belli, meno belli, invisibili, orribili, che da ormai 5 anni fanno la mia felicità. E’ questione di gusti, ma il senso di selvaggio che mi trasmettono queste rive abbandonate e’ una vertigine che mi è difficile descrivere. Paesaggi chiusi, valli strette, in cui alle volte la tecnica della ripresa Pano multi scatto mi aiuta a registrare un po’ della magia che questi luoghi mi regalano tutte le volte che li visito. Vi propongo una breve raccolta un po’ per farvi conoscere valli misconosciute, del mio fuori porta, un po’ per invitarvi ad esplorare il vostro fuori porta. Cima di Foggia e, dietro, il gruppo del M.Barone visti dalla vetta dell’Asnas, Val Sessera, Agosto. Almeno 5 scatti con 60mm su D500. Cresta del Gemevola, Alpe Albarei. Febbraio. 24-70/4 a 39mm, 6 scatti. Dalla cresta del Bec d’Ovaga, i crinali che scendono in Val Sesia e sullo sfondo, il gruppo del Rosa. Luglio. 24-70/4 per 4 scatti a 60mm Il monte Bo biellese. Marzo. 560 mm 7 scatti. Bielmonte, le faggete della Val Sessera. Gennaio. 24-70/4 a 70mm 6 scatti. Le stesse faggete lungo il Sessera. Agosto. 24-70/4 a 33mm 5 scatti. Val Strona di Postua, Alpe Albarei. Maggio. 24-70/4 a 70mm 5 scatti Val Strona di Postua, Alpe Albarei. Febbraio. 24-70/4 a 70mm 5 scatti Val Dolca. Aprile. 105/2.8, 3 scatti Val Strona di Postua, alpe Faudel. Maggio. 24-70/4 a 54mm 5 scatti Alpe Cascinetta. Ottobre. 24-70/4 a 70mm 5 scatti Val Sessera. Agosto. 24-70/4 a 32mm 5 scatti Cresta sud orientale M. Barone. Agosto. 17-35/2.8 a 25mm 10 scatti in verticale. Sentiero G10a alpe Le Piane. Ottobre. 24-70/4 a 36mm 4 scatti Sentiero G10a. Ottobre. 24-70/4 a 70 mm 4 scatti Sentiero G10a alpe Ranzola. Ottobre. 24-70/4 a 70 mm 4 scatti Sentiero G10a alpe Ranzola. Ottobre. 24-70/4 a 24 mm 5 scatti Sentiero G10a alpe Cascinetta. Ottobre. 24-70/4 a 54mm 8 scatti Sentiero G10a alpe Cascinetta. Ottobre. 24-70/4 a 47mm 5 scatti Ovviamente non può mancare, quando si riesce a vederlo e questo è più facile in inverno, il Monte Rosa. La Val Sesia e la Val Sessera appartengono al grande comprensorio roccioso del Rosa. Va detto che qui c’è una particolarità geologica che differenzia i rilievi basso valsesiani dal massiccio del Rosa, ma c’entra poco con il fatto che quando si arriva in cresta, qualunque cresta, e’ naturale cercarlo a nord ovest. E i pano si possono fare anche in verticale. Monte Rosa da bocchetto di Margosio. Gennaio. 300/4 6 scatti Monte Rosa da m. Turio di Morca. Febbraio. 800mm 4 scatti. Ne ho ancora un casino in archivio. Le foto di ottobre, lungo il tracciato G10a, le ho fatte tutte sabato scorso, nel pomeriggio. Sono rientrato con la frontale, 2 ore di assoluto silenzio nel bosco notturno, meraviglioso. A seguire un po’ di backstage per dare l’idea. Lo zaino qui illustrato e’ in assetto invernale, in inverno fuori appendo i ramponi, il ghiaccio e’ una brutta bestia. Il treppiede non manca mai, talvolta manca la borraccia ( mai in estate), ed uso il Leofoto ls-254 leggero e robusto. Winter happy days Eccomi sulla gobba dell’Asnas in un classico di oggi, un inverno senza neve. Sullo sfondo la vetta del Bo biellese. Quello mi manca ….
  5. Guest
    Buongiorno, sono appassionata di fotografia da tanti anni ma ho sempre usato solo delle bridge (ottime ma comunque limitate). Ho finalmente deciso di acquistare una d610 usata e ora sto cercando di capire quali obbiettivi siano più adatti alle mie esigenze. Fotografo essenzialmente paesaggi, spesso in condizioni di luce non ottimali (viaggio spesso in Scozia), e naturalistica in generale. Dalle ricerche fatte finora mi pare che un corredo base decente per iniziare possano essere questi due obiettivi Nikon: il 24/120 F4 e il 16/35 F4. Vorrei poter avere un obbiettivo "tuttofare" con in minimo di zoom comodo per fotografare durante le escursioni e un minimo di grandangolo per i panorami ampi. Potenzialmente vorrei poter tentare qualche foto notturna delle stelle, senza addentrarmi troppo nell'astrografia vera e propria. Chiedo quindi il consiglio di tutti: pensate che questi due obbiettivi possano andare bene per iniziare? Consigli alternativi? Ringrazio sin da ora tutti per l'aiuto!
  6. Complici delle care amiche di Paoletta e del fatto che Marina di Romea, dove risiedono, si trovasse di strada durante un viaggio nelle scorse vacanze estive, ho potuto finalmente visitare una zona del Parco del Delta del Po, comprensorio che da tempo volevo conoscere. Marina di Romea è una tranquilla cittadina a pochi minuti di macchina da Ravenna, che durante l'estate si riempie di vacanzieri per poi svuotarsi quasi del tutto durante le altre stagioni e che, aldilà delle strutture turistiche, vanta ad est una bella pineta che separa l'abitato dalla lunga spiaggia, e ad ovest uno straordinario affaccio sulla Pialassa della Baiona, una laguna salmastra all'interno del Parco. Il comprensorio costituito dalla Pialassa della Baiona e del Piombone comprende all’incirca 1800 ettari di zone umide collegate al mare con un unico sbocco rappresentato dal Canale Candiano e dalla bocca di porto. L’etimologia del nome “Pialassa” deriva probabilmente dal caratteristico sistema dinamico che caratterizza le lagune, influenzato dai livelli di marea. L’invaso riceve (“Piglia”) l’acqua marina per due volte al giorno durante l’alta marea, per poi ricederla (“lascia”) per altrettante volte durante la bassa. La Pialassa della Baiona rappresenta la porzione meglio conservata del comprensorio salmastro e costituisce la laguna di maggiore rilevanza dal punto di vista naturalistico (da www.parcodeltapo.it). Avendo previsto l'arrivo in loco per il tardo pomeriggio e sapendo già cosa avrei trovato, non mi sono fatto trovare impreparato : munito della mia fida D750 con Sigma Art 24-105mm, ho potuto fare una bella passeggiata lungo le sponde della laguna e fotografarne il tramonto che mi avevano preannunciato spettacolare. E in effetti così è stato. I colori del sole basso all'orizzonte sullo specchio d'acqua, i tanti uccelli che lo abitano, la vegetazione spontanea e selvaggia tipica del luogo e protetta dagli interventi umani, e quella particolare atmosfera che respiri e percepisci solo quando sei in vacanza, rilassato e libero dai pensieri della quotidianità, hanno reso quei momenti magnifici e unici. E' stato perciò estremamente divertente fissarne con la fotocamera alcuni istanti, che provo qui a proporli così come li ho fissati. Aggiungo solo che il fotonaturalismo non è nelle mie corde anzi, nel genere sono un dilettante assoluto, e sono certo che alcuni scatti sembreranno uguali a migliaia di altri che si vedono in giro sul web: nondimeno provo a presentarli, notando come - qui più che in altre occasioni - il tempo che ho passato a scattare queste immagini sia scorso via con una rapidità impressionante. Sarà per la luce del tramonto che dura davvero pochi attimi, quasi impossibili da fermare per fotografarli come si conviene, o perché ogni bel momento dura poco? 1. La vegetazione spontanea della laguna 2. 3. 4. Gli uccelli, i veri padroni di questo specchio d'acqua 5. Il sole si fa via via più rosso e meno luminoso. 6. Potevo far mancare una "street photo" pur in un contesto così bucolico? 7. Il sole se ne è quasi andato, e sembra voler dire: Buona serata, amici, ci vediamo domani...
  7. Può essere divertente una trasferta di lavoro nell'assolata provincia senese in una calda giornata di agosto? Dipende. Se però nei giorni precedenti la pioggia ha rinfrescato l'aria rendendo piacevole il sole che splende alto nel cielo, se hai un po' di tempo per fermare la macchina e scendere ad osservare il meraviglioso paesaggio che hai dinanzi, se la luce del pomeriggio appare stranamente pulita e benevola e, soprattutto, se hai avuto l'intuizione di portare con te la tua piccola fotocamera perché prima di partire hai pensato che "chissà, non si sa mai", ecco che allora una giornata di lavoro come tante può magicamente trasformarsi in un'esperienza piacevole ed appagante. Le Crete Senesi offrono paesaggi e scorci nuovi ed interessanti in ogni periodo dell'anno: bisogna solo saperli cogliere quando la luce lo consente. Anche in estate, quando la grande calura che avvolge questi territori non sempre permette di ben rappresentare in immagini lo straordinario paesaggio che si offre ai viaggiatori attenti (o ... innamorati, dipende). Gli scatti che propongo sono stati ripresi in circa 30 minuti fra San Giovanni d'Asso e Trequanda con una piccola Olympus E-M10 Mk II ed il 14-42mm di kit, quasi tutte a f/18, e sviluppate con LR a partire dal profilo Adobe Paesaggio. Enjoy. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10.
  8. ... piovigginando sale. Ma questa mattina non c'era né il maestrale né il mare sotto ad esso, come invece racconta il Carducci nella sua celeberrima San Martino. Si è però in Toscana, rigorosamente all'interno del comune di residenza dal quale ormai da giorni per le attuali disposizioni del governo non ci si può allontanare. Così, facendo di necessità virtù, stamani ho preso zaino e scarponcini e nella nebbia che mi avvolgeva ho salito a pochi passi da casa una delle colline che sovrasta la città per fare qualche scatto, confidando di trovare il sole al di sopra della soffice coltre che copriva le case. E sono stato premiato, potendo assistere al dissolversi della nebbia mentre saliva un bel sole decembrino che, pur non scaldando più di tanto, ha via via asciugato l'aria scoprendo gradualmente ciò che si nascondeva sotto. Ho così raccolto queste immagini, sviluppate senza troppa difficoltà in bianco e nero, quasi con la stessa monocromia con cui sono sono uscite dalla macchina!
  9. Con lo sguardo rivolto al... Progetto che ha come soggetto i pontili, strutture che mi hanno sempre affascinato, collegamenti tra due mondi così diversi. ______ Andrea _________________________________________________________________________________________________________________________ In cammino (Quadro 1) In cammino (Quadro 2) In cammino (Quadro 3) In cammino (Quadro 4) Linea Solo Ruggine Blu Ruggine (quadro 2) Il relitto Orizzonti L'isola
  10. Il Marocco. Sono stato in Marocco dal 6 al 16 Maggio di quest’anno come moltissimi altri italiani di questi tempi. E’ una località abbastanza inflazionata negli ultimi tempi; su Nikonland ho visto le bellissime fotografie gia’ postate da altri nikonlander. Voglio comunque dare anch’io il mio modesto contributo senza troppe pretese. Mi sono portato la seguente attrezzatura. Nikon Z8, Nikon Zf, Nikon Z30. Nikkor Z 14-30 f4 S, Nikkor Z 24-120 f4S, Nikkor Z 28-400, Viltrox 20 f2.8 (piu’ compatto e leggero del Nikkor 20 f1.8 che e' rimasto a casa), Viltrox 50 f1.7 DX, Nikkor Z DX 24 f1.7 La Z8 e la Zf sono state le fotocamere piu’ utilizzate, ho alternato i due zoom 24-120 e 28-400 dando la priorità al 24-120 nella maggior parte dei casi e a quello piu’ lungo per i paesaggi, il deserto, e altre situazioni in cui mi servisse un tele piu’ spinto per esigenze particolari. I fissi li ho usati sulla Z30 ed il 20 Viltrox in qualche raro caso sul Z8 e Zf. La Z30 e’ stata comoda per le foto rubate nelle location in cui siamo stati, ma non l’ho utilizzata per altro. Mi sono portato 3 batterie di riserva EN-EL 15c (rigorosamente Nikon originali) ed Il caricabatterie "Viltrox Camera Battery Charging Case Power Bank. Ottimo prodotto. BT-EL15 (Nikon)" ed in aggiunta il PoweBank Anker Power Bank Ricarica Rapida, 737 PowerCore 24K (ne aveva parlato Sakurambo qui su Nikonland) Qui Powerbank. L'ho trovato molto utile. Il tour ha seguito il seguente percorso . Casablanca La Moschea di Hassan II Fu costruita per volontà del re Hassan II e fu inaugurata il 30 agosto del 1993. L'interno e' molto decorato. Legni pregiati, gesso, stucchi, rosoni colorati. La piazza e' immensa. La tappa successiva e' stata Rabat. La capitale del Marocco. Prima di entrare a Rabat, ho fotografato la torre piu' alta del Marocco. Mohammed VI Tower Mohammed VI Tower Mohammed VI Tower Rabat E' la capitale del Marocco. La città è situata sulla costa atlantica del paese, sulla sponda sinistra del fiume Bou Regreg, di fronte alla città di Salé. Torre di Hassan e piazza dove avrebbero dovuto costruire una Moschea rimasta incompiuta. L'immensa piazza. Le colonne allineate Ampli spazi che contrastano con il cielo. Orrore... utilizzano gli smartphone ? Non sia mai. E io prima li fotografo e poi scatto anch'io una fotografia del particolare. L'immancabile compressore dell'aria condizionata che e' indispensabile da queste parti ma che deturpa la piazzetta. Lasciamo l'area sorvegliata e proseguiamo il viaggio per le tappe successive. Chefchaouen Nel blu dipinto di blu. Definita la "città blu" per via della tipica colorazione azzurra delle sue case. La dominante Blu e' costante e presente praticamente in ogni angolo. Tutto e' Blu. Salvo qualche rarissima eccezione. Il colore predominante e' comunque sempre il blu. Gatti Porte I gatti non mancano, sono presenti ovunque. Nei luoghi piu' poveri non sono particolarmente in salute, tuttavia mediamente direi che stanno bene, soprattutto quelli in zone di mercati e mercatini di pesce. . Non solo i gatti sono numerosi ma anche i cani, soprattutto nelle zone rurali dove ci sono molti animali e dove vengono utilizzati come cani da guardia per proteggere il bestiame. Alcuni sono anche simpatici . L Il lavoro nei campi, viene ancora svolto, soprattutto nei centri rurali, con sistemi a trazione animale. Avanti e indietro, avanti e indietro.... per ore e ore sotto il sole. Ho avuto l'opportunità di visitare una fabbrica artigiana con annesso negozio di ceramiche. Piastrelle colorate, vasi e suppellettili di ogni foggia. Le fotografie seguenti di persone sono state scattate con il consenso delle persone che facevano le dimostrazioni. Non sono scatti rubati fatti di nascosto. Impastano il materiale a mano e lo stendono a mano. Lo fanno essiccare e poi lo cuociono e successivamente lo decorano. Producono anche vasi di ogni forma e soprattutto i contenitori tipici per cucinare la carne. i per Fabbricazione dei vasi Usano l'apposito tornio (piattello girante) con il quale modellano la pasta per dare forma al vaso. Vengono Verranno colorati e rifiniti minuziosamente a mano. Sono bravissimi artigiani che curano i particolari e la scelta dei colori. Ultime finiture e decorazioni esterne. E finalmente vengono esposti per la vendita. I colori sono molto intensi. Ed ora passiamo alla tessitura. Non sta suonando il pianoforte o una tastiera elettronica come potrebbe sembrare dalla posizione delle mani e dallo sguardo atento. Sta tessendo. Ed ora qualche fotografia di deserto, di paesaggi e di dune. Alcuni scatti di paesaggio potrebbero sembrare finti, realizzati con l'intelligenza artificiale, invece sono tutti veri, realizzati con un corpo Nikon Z8 e con ll 'good enough' immancabile (e per me ottimo) Nikkor Z 28-400 che ho spesso scambiato tra Z8 e Zf alternandolo al 24-120 f4. Qualcuno potrà farmi la stessa identica domanda che mi sono fatto io prima di partire? Perche' portarli entrambi? Perche' non portare solo uno dei due? Ottima domanda. Ma quale dei due e perche'? Il decidere tra l'uno o l'altro presuppone una scelta, un confronto (like YouTube che io detesto). Non sono due obiettivi confrontabili. Sono complementari. Ciascuno e' meglio dell'altro in qualche cosa. Per questo li ho portati con me entrambi. E devo dire che sono stato contento della scelta fatta. Folla anche nel deserto Come e' arrivata tutta questa gente? In dromedario ? A piedi? Direi di no. Il dromedario e' entrato in sciopero e si gode il meritato riposo. to in Allora sarà arrivata a dorso asino o di mulo forse? Nemmeno. Meglio i piu' comodi SUV. E dove dorme? Ma nel campo tendato, e' ovvio. Fa tanto cool. (Pet la cronaca, io mi sono rifiutato di farlo, e sono tornato in Albergo. Per me non aveva nessun senso dormire qui solo per poter raccontare sui social di aver dormito nel deserto senza che ci fosse un senso (tipo passeggiata notturna o cose simili) ). Comunque a breve tutto sarà (ahime') molto piu' confortevole. Stanno infatti costruendo un mega Resort. (Speriamo che abbia almeno la TV satellitare, il wifi con fibra, quattro piscine con acqua di diverse gradazioni e la Jacuzzi). (Commento amaro ed ironico il mio). Aggiungo qualche ulteriore scatto. E qualche foto rubata. Questa purtroppo mi e' venuta per caso e purtroppo qualcuno si e' infilato a destra (l'ho scattata tra la gente), ma l'ho postata ugualmente perche' mi e' piaciuto lo sbuffo del fumo di sigaretta. Mi ha colpito il sorriso. E per finire qualche gioco di ombre, luci, scorci. Mi hanno colpito soprattutto i contrasti, i chiari, gli scuri, le geometrie, archi quadrati, pareti, finestre. Questa e' solo una piccolissima parte delle migliaia di fotografie che ho scattato in dieci giorni di giro per il Marocco. Mi fermo perche' vi ho già tediato abbastanza. Lesson Learned. 1) A volte sembra di portarsi troppo materiale, troppo peso. Forse avrei potuto lasciare a casa la Z30 e 2 fissi apsc. (ma a livello di peso avrei risparmiato poco o nulla). E comunque era ottima quando non volevo portarmi Z8 o Zf. Pensavo di avere molte occasioni in piu' per utilizzare il 14-30 Z S ma non ho avuto l'ispirazione per il grandangolare in questa occasione. (Focale che peraltro in altre occasioni amo molto). Sono contento di aver lasciato a casa il Viltrox 16 f1.8. L'ho messo e rimesso piu' volte nello zaino e poi l'ho tolto per motivi esclusivamente di peso. L'avessi avuto l'avrei sicuramente montato, ma onestamente in questo specifico contesto non ne ho sentito la mancanza. Spazi, molto ampi, immensi, per cui alla fine ho usato qualche volta il 20 f2.8 Viltrox. Sono stato contento di aver portato con me sia il 24-120 f4 (impareggiabile come resa) ed il 28-400 VR ottimo per certi scorci nel deserto. (good than enough or much better than necessary? ). 2) Forum. Ho commesso alcuni errori. Primo errore (mea culpa, cosi' imparo a postare poca roba e sono stato punito dagli dei ) e' stato di trascinare piu' foto tra le immagini caricate. Ho imparato a mie spese che una volta inserite tra le immagini caricate, se non utilizzate nel testo, vengono caricate in fondo. Secondo errore nato per rimediare al primo dopo aver cancellato foto buone,, le ho caricate piu' volte a causa della mia rete che era lenta e non ho saputo aspettare e cio' ha generato problemi di cui mi scuso con tutti. E per finire PRIMA caricare, POI verificare, e INFINE rendere pubblico il post. (.. poi aspettare i suggerimenti di Rudolf e di Max). (Grazie).
  11. Ci sono pomeriggi in cui il lago è così placido, immobile, silenzioso che sembra incantato. 1. Il sole al tramonto colora tutto di arancio, totale assenza di vento, neanche un'onda che increspa l'acqua, nessun rumore che possa turbare quello che sembra un mondo sospeso, un paesaggio irreale, quasi fiabesco. 2. 3. Nell'aria solo qualche lontano starnazzare di anatre, il garrito di un gabbiano che vola solitario e poi di nuovo il silenzio, mentre il sole si corica sull'orizzonte e la luce si fa via via più tenue. 4. 5. Due pescatori gettano le reti, e il piccolo motore del loro barchino risuona appena nell'aria per poi perdersi di nuovo nella quiete del grande lago adesso quasi addormentato. 6. Buon riposo, Trasimeno.
  12. Uscito di casa la mattina con borsa da lavoro di ordinanza, un’agenda piena di appuntamenti e un bel po’ di chilometri da fare, ho volutamente lasciato nell’armadietto sia la Z6 con tutta la sua artiglieria che la piccola Olympus, il back-up disimpegnato della mia Nikon. Ho così tanto lavoro da fare, la luce in questa stagione fa pure schifo, figurati se avrò tempo e modo anche solo di tirare fuori dalla custodia la macchina per uno scatto o due, mi sono detto. Ma avevo scordato che vale sempre la regola che quando non si ha la fotocamera con sé si osservano le migliori occasioni per fotografare. E naturalmente così è stato anche stavolta. Complice il cliente (stronzo) che non si fa trovare all’appuntamento, un’ora abbondante a disposizione da passare possibilmente senza imprecare contro chi ti fa perdere tempo e la vicinanza di un sito che stuzzicava la mia inguaribile curiosità per i luoghi sconosciuti o non frequentati da tanto, ho deciso di dirigermi al piccolo Lago di Chiusi poco distante, desideroso di esplorarlo un po'. Sceso fino lì, wow! mi è sembrato di essere capitato in un paradiso, e assieme alle poche persone che c'erano ho pensato che fossimo chiusi in una bellissima bomboniera, adagiata fra Umbria e Toscana! Sarà stato per il fatto che in questo periodo post pandemico c’è poca gente in giro anche nei siti più votati al turismo, sarà che il Comune o le associazioni di volontari del luogo avevamo reso un giardino elegante e ben curato il porticciolo e le aree limitrofe che ricordavo invece disordinate e trascurate, sarà stato che una leggera e piacevole brezza aveva reso l’aria più tersa di quanto non sia in questo periodo, sarà stato che il cielo era costellato di bellissime e fotogeniche nuvolette desiderose di fare da sfondo a delle fotografie, che mi sono detto: eccheccacchio, per una volta che ho lasciato a casa la fotocamera ecco un fantastico set con soggetto e luce giusta per tanti begli scatti, ma a cui devo rinunciare! Tuttavia non mi sono perso d’animo e, tirato fuori il mio smartphone, ho provato a vedere cosa riuscivo a portare a casa. Ed ecco qui il risultato. Non sembra male, vero? (Tutti le immagini sono state riprese con Redmi Note 8 Pro, postate qui così come uscite dal telefono e ridotte nelle dimensioni per la pubblicazione sul web. Alcune hanno subito una raddrizzatina.) 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14.
  13. E' sabato, sono finalmente libero da impegni, è una bella giornata autunnale di sole, la notte ho ben riposato e così posso "permettermi" di salire di nuovo in macchina per un bel giro, questa volta non per lavoro. Quindi? Si va a fotografare! Preso lo zaino con tutta l'attrezzatura metto in moto e parto, direzione il Parco delle Foreste Casentinesi ed il foliage autunnale dei suoi meravigliosi boschi. Ma che succede? Avvicinandomi alla meta vedo il cielo sempre più nero, poi un po' di foschia, quindi qualche goccia di pioggia e poi, giunto sul posto, acqua a catinelle! Sconsolato, attraverso il parabrezza fotografo il bosco che pensavo mi avrebbe accolto con ben altro benvenuto in fondo al quale, in lontananza, si intravede il sole che ho inopinatamente lasciato partendo da casa. Poi però la pioggia si fa un po' meno fitta. Così guardo il giubbotto poggiato sul sedile di fianco e il suo bel cappuccio, la mia Nikon e i suoi obiettivi nello zaino aperto sul pavimento che mi ricordano che non temono né l'acqua né l'umidità e, quasi con un moto di rabbia, indossato il giubbotto ed imbracciata la fotocamera apro lo sportello ed esco nel bosco. Ecchecacchio, ho fatto un'ora di macchina per venire fin qui, e adesso voglio fotografare! Alla fine in un'oretta o poco più - prima che tornasse a diluviare - sono riuscito a portare a casa gli scatti che volevo e che, forse, risultano un po' diversi dai soliti nei quali il sole esalta oltremodo i colori delle foglie d'autunno. Ma questo lo giudicherà chi osserverà questi scatti e avrà voglia, bontà sua, di commentarli qui. 1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. Tutti gli scatti sono stati effettuati con Nikon Z6 + Nikkor 14-30/4 S
  14. Paolo Mudu posted a blog entry in Likethelight
    Trekking Fotografico in Val di Fassa: Minimalismo d’Inverno a Primavera Iniziata. Ad inizio aprile, quando il calendario sussurra primavera ma la montagna insiste sull’inverno, la Val di Fassa regala uno spettacolo che sa di sospensione e silenzio. Le ultime nevicate della stagione cadono leggere nella notte, stendendo un manto bianco e fresco che cancella i segni dei giorni precedenti. Il mattino dopo, il paesaggio si offre a chi cammina come un foglio appena steso: immacolato, rarefatto, poetico. Partire per un trekking fotografico in queste condizioni è quasi un atto meditativo. I sentieri sono ancora percorribili ma silenziosi, e l’atmosfera è quella di un mondo al rallentatore. Il rumore dei passi sulla neve fresca, attutito e ritmico, accompagna il fotografo in cerca di immagini che non gridano, ma sussurrano. Le fotografie che ne nascono sono minimaliste per necessità e per scelta: alberi scuri spogli che si stagliano come pennellate su una tela bianca, ramificazioni che disegnano geometrie quasi astratte. Le montagne, ancora cariche di neve, si dissolvono nel cielo che minaccia altra neve, in un gioco di toni tra il bianco, il grigio e il celeste lattiginoso. Linee sottili, contrasti delicati, silenzi visivi. La luce del mattino, diffusa e morbida, amplifica la sensazione di essere dentro una fotografia ancor prima di scattarla. Ogni inquadratura sembra già composta dalla natura stessa: un singolo abete isolato nel bianco, una cresta montuosa che si dissolve nell’aria, una traccia lasciata da un animale invisibile. In questi momenti la Val di Fassa si trasforma in un luogo sospeso tra le stagioni, dove il fotografo trova non solo immagini, ma stati d’animo. È un invito a rallentare, a osservare, a lasciarsi guidare dalla semplicità dei dettagli e dalla forza silenziosa del paesaggio. Il ritorno dal trekking porta con sé schede di memoria piene di silenzi, e la sensazione di aver vissuto un frammento di tempo fuori dal tempo. In attesa della vera primavera, l’ultima neve si è fatta poesia.
  15. Ma no, cosa avete capito, parlo di una cosa che succede spesso a chi ama fotografare il paesaggio. Da due anni e mezzo, utilizzo un set di fototrappole per monitorare i selvatici nel pezzettino, minuscolo, di Parco delle Lame del Sesia (già di suo è un parco veramente minimale) che frequento da uno sconsiderato numero di anni. Lo scorso sabato 19 ottobre in tardo pomeriggio sono sceso al fiume per il giro fototrappole. Giornata grigia, piovosa, autunnale, due gocce d'acqua non mi hanno dissuaso a far 2 passi nella natura e tirar due foto d'autunno Scaricate le macchinette, sulla strada del ritorno, mi sono affacciato alla Lama Grande ( o Lama del Conte). Cielo grigio specchiato nell'acqua verdastra, fotograficamente un dito in un occhio. Ma almeno la piena di settimana scorsa ha ripulito per bene. La piena del fiume è stata rapidissima come hanno documentato le mie fototrappole superstiti (vedi appendice) Cade qualche goccia d'acqua, ma ugualmente mi cimento a riprendere lo scorcio a cui sono sostanzialmente affezionato. D'un tratto, di mi accorgo che le cime degli alberi sono ... rosse ? O cribbio, l'arcobaleno. La luce attorno diventa calda, quasi viola, e tutto si colora per pochi istanti, i pochi minuti concessi per fare qualche scatto. Come è arrivata, dicevo, la luce se ne va. Sulla strada del ritorno il sole ha lanciato un'ultima sciabolata tra le alpi ed il tetto di nuvole e, lungo la strada asfaltata della tenuta Devesio di VIllata, non ho resistito e ho fatto qualche altro scatto dell'ultimo secondo. Tutte le foto realizzate con Nikon Z9, ob Nikon Z24-70/4 s, Nikon AFs 105/2.8 VR micro e Nikon Z 400/2.8 TC su treppiede Gitxo GT3541LS e Arca B1 (inzuppata) APPENDICE - LA PIENA FLASH del 18 ottobre 2024 36_PLS_FOTOTRAPPOLE.mp4
  16. 12 marzo 2023 giornata primaverile con cielo terso e un po' di vento ricorrono alla memoria immagini di Sole, Mare e Vento non ho voglia di farmi una mattinata in auto per andare in Liguria decido così per un luogo mai visitato che possa offrirmi le stesse sensazioni Il Giardino del Merlo nell'alto lago di Como in località Musso queste le immagini che mi son portato a casa le sensazioni che cercavo le ho trovate anche se si è trattato di Sole, Lago e Vento
  17. Les Gorges du Verdon si trovano nell’Alta Provenza, in Francia, e sono una serie di strette gole incise dal torrente Verdon in aspre montagne coperte da una vegetazione di tipo mediterraneo. Lo spettacolo offerto da questi canyon è selvaggio, impressionante. Per me che amo la vegetazione di “macchia” lo è ancora di più. Il solo panorama meriterebbe la visita, ma c’è di più. La zona è riserva naturale ed ospita una nutrita colonia di Avvoltoi Grifoni. Questa foto è di Matteo Renesto Percorrendo la Rue de la Crete, una strada in cima ad uno dei versanti delle gole, si trovano delle piazzole di sosta con parcheggio così da poter scendere dall’auto, ammirare il panorama dall’alto con i Grifoni che ti volano intorno. Un’occasione unica per vedere questi uccelli, e provare a fare delle belle foto. Non solo Grifoni. Non mi interessa fare un reportage turistico dettagliato, ma trovo giusto mostrare i diversi aspetti del rapporto fra uomo e territorio in questo ambiente particolare. Le Gole del Verdon sono frequentate anche da chi fa roccia, e sul fondo del fiume si poteva fare kayak e canoeing fino all’anno scorso, quest’anno la siccità non lo ha invece reso possibile. Ciclisti veri e “finti” si arrampicano lungo la rue de la Crete. Questa foto potrebbe creare nostalgia a qualcuno... Si possono fare anche semplici gite per ammirare il panorama, magari tenendo un comportamento un po’ più accorto di questi nostri connazionali, invero anche chiassosi, che evidentemente volevano provare l'emozone di diventare la colazione per gli Avvoltoi. Il Grifone. E’ un grande avvoltoio, un tempo diffuso in gran parte di Europa Asia e Africa. Reintrodotto in francia con esemplari provenienti dai Pirenei. Ha un’apertura alare di oltre tre metri, le ali non sono solo lunghe ma anche larghe così da diluire il peso corpo su una superficie molto ampia (gli appassionati di aerei hanno già capito: hanno carico alare bassissimo) che ne fa dei perfetti veleggiatori, capaci di restare in volo ad ali aperte senza sforzo per tempi lunghissimi, sfruttando le correnti d’aria ascensionali lungo le pareti rocciose. I Grifoni riposano in anfratti delle pareti a strapiombo e quando la temperatura sale abbastanza da innescare le correnti d’aria lungo i versanti, iniziano i loro voli in quota. Uno dei ripari dove si posano (ritaglio circa al 100% dell foto sopra, a scopo illustrativo, perchè erano lontanissimi). Fotografare i Grifoni. E’ un esercizio di creatività, c’è chi si accontenta di arrivare aspetta che l’avvoltoio sia alla giusta distanza (spesso troppo vicino) e riprenderlo contro il cielo come sfondo. Una volta ci sta, specialmente se il cielo è un po’ nuvoloso, ma poi la cosa diventa ripetitiva e il rischio di fare foto puramente documentative è alto. Invece, a dispetto di quanti pensano che la fotografia naturalistica sia un puerile inquadrare e fotografare un animale (o una pianta), come in tutti i generi fotografici tutto conta, la luce, lo sfondo, la composizione. Solo così, e se sei capace, puoi rendere onore alla bellezza del soggetto, anziché svilirlo, e puoi far capire mille cose di più che con una foto mediocre. Se sei veramente bravo, può essere che ti riesca di far capire anche agli altri che guardano le tue foto cosa ti spinge a fare 600 chilometri e stare sotto il sole per ore per fare delle foto ad un animale. Il sole è un problema, perchè i Grifoni tendono a sfruttare le correnti di risalita, che sono più forti nelle ore calde quando la luce è alta ed i contrasti sono forti, occorre farci attenzione. Nel caso dei Grifoni, si può giocare sulle distanze, sulle differenze di luce tra soggetto e sfondo, sul tipo di sfondo che cambia tantissimo se boscoso, roccioso, misto. Ci tenevo soprattutto a riprenderli con la parete di roccia sullo sfondo, per via del gioco di colori che offriva. Lontano.. Vicino Sfondo roccioso Curiosità e fortuna sono armi potenti. Attaccare bottone col cuoco del tuo albergo, anche lui appassionato di fotografia, e così venire a sapere di un sito ancora più interessante delle postazioni sulla strada. Un km e mezzo circa di sentiero dopo il paese di Rougon. In primavera la strada è fiorita, stupenda. Questa è stata scattata con la Z fc per esagerare Curiosità, il non accontentarsi di quello che fanno tutti, ma guardarsi intorno e cercare alternative, essere attenti, capita così di vedere cose che non immaginavi e fare foto che meritano quanto o più dei primi piani. Sulla via del ritorno, infatti ho seguito con gli occhi il volo dei grifoni e... L’ultimo giorno, dopo aver scattato le foto che volevo, mi sono fermato a guardarli. Accanto avevo solo poche persone consapevoli, nessuno schiamazzo. I grifoni passavano a dieci metri da me, imponenti e liberi nel loro ambiente, solenni nella loro indifferenza. Un momento di gioia. Attrezzatura? Vi interessa davvero? Ho scattato con Z6, Zfc, 16-50mm Z, 24-200mm Z e 150-600mm SIGMA C. Ho fotografato i grifoni prevalentemente con la Z6 ed il 150-600 Sigma. Solo la penultima foto è stata scattata con la Z Fc). L’obiettivo si è dimostrato all’altezza, la fotocamera …meno. Per l’af naturalmente. A parte le foto contro il cielo, dove non aveva scelta, in quelle con la montagna dietro per convincerla a mettere a fuoco il soggetto anziché lo sfondo ho dovuto sudare diverse magliette. Direi che il tasso di riuscita è stato molto basso, specialmente quando il grifone veniva verso di me. Nel secondo sito c'era un francese con la Z9 e non ne mancava una... PS: Massimo Vignoli ha già pubblicato un blog sulle gole del Verdon ed è a lui che dedico la foto del rocciatore. Lo trovate qui: http://www.nikonland.eu/forum/index.php?/blog/46/entry-372-i-grifoni-del-verdon
  18. Quando ho poco tempo, ma tanta voglia di fare un giretto fotografico, Trezzo sull'Adda è fra le mie mete preferite; è ragionevolmente vicino a me che sto al confine nordest di Milano, e anche se non offre occasioni strepitose, di solito c'è di che passare un paio d'ore divertenti, fotograficamente parlando. Arrivati a Trezzo, si seguono le indicazioni per il fiume Adda, una strada tortuosa porta all'alveo del fiume, poco prima c'è un ampio parcheggio dove io lascio l'auto e faccio l'ultimo tratto a piedi sono, meno di cento metri (per i pigri, si può arrivare in macchina fino alle rive, ma si fa più fatica a parcheggiare e si sollevano tonnellate di polvere). la discesa termina in corrispondenza di un paio di ristorantini e da lì parte la strada sterrata, che è sbarrata più in là da ambo le parti, diventando ciclopedonale. Fondamentale andarci di pomeriggio, altrimenti si è in pieno controluce. Vi si trova abbondante avifauna ( Folaghe, Gallinelle, Tuffetti, Svassi, cigni, Gabbiani, Cormorani, in inverno diverse anatre -in estate solo i Germani-, fuggevole il Martin pescatore, qualche volta ho visto degli Aironi, ma sempre troppo lontani, anni fa era frequente l'Usignolo di palude, ma dopo la "pulizia" delle rive... addio). Ai lati delle barche ormeggiate è dove ho scattato le foto successive. Nikon Z Fc con il suo 16-50mm Z Proprio il tratto di riva fra i ristorantini e gli sbarramenti è il mio sito preferito per fotografare le libellule a Trezzo. Ieri ci sono andato per qualche prova con la Nikon Z fc ed alcuni obiettivi non sempre "ortodossi" La piccola suona il trombone, e lo suona bene , ossia: Nikon Z Fc e Sigma 150-600 C, su monopiede. Messa fuoco sicura, effettivamente meglio come velocità che con la Z6, nitidezza più che soddisfacente, una "strana coppia" che funziona (ma non vedo l'ora che arrivi il 200-600 Z, non fosse che per togliere di mezzo l'FTZ): Svassi, Nella stagione buona da questa postazione a Trezzo è possibile, se si ha fortuna e l'acqua non è troppo alta, fotografare il complesso corteggiamento, che è molto bello, anche da vicino, e la costruzione del nido. Una delle tantissime Gallinelle d'Acqua. Folaga e Cormorano, molto distanti, l'aria umida vela un po', ma non ci si può lamentare. Nikon Z fc, 300mm f4 pf + Tc14. Questo kit sul formato Dx è fra i più validi per foto ravvicinata: Crocothemis erytraea (rosso) e Orthetrum cancellatum (azzurro). Crocothemis erytraea, maschio. No crop... Fiore di Oleandro con il 16-50 Z, perchè no? E' uno zoomino simpatico. Non occorre dire, ma lo dico, tutte queste foto si potevano fare anche con la Z50. La Z fc con il 24-200 l'ho provata altrove per cui ne racconterò prossimamente in un'experience, nel club fotografico.
  19. Vitantonio dell'Orto, per chi non lo conoscesse, è un fotografo naturalista professionista, le sue foto sono apparse su diverse riviste ed ha pubblicato dei libri, è stato presente anche su Nikon school. Il suo approccio alla natura è particolare, più che il bel soggetto, cerca di cogliere e di trasmetterci l'emozione del vivere la natura come un tutto. Ci conosciamo, sia pure "a distanza", da molto tempo così gli ho proposto di raccontarci la sua storia di fotografo e il suo punto di vista sulla fotografia di natura. Ne è uscita un'intervista ricca e sotto molti aspetti originale, buona lettura (e grazie Vitantonio!). Raccontaci qualcosa di te Sono un fotografo naturalista con un passato da informatico in un’azienda metalmeccanica: due cose del tutto antitetiche, a parte l’uso del computer; e se qualcuno immagina che sia arrivato alla prima scappando dalla seconda, non si sbaglia. Fotografavo già da molti anni: quando si è trattato di cambiare mestiere era semplicemente l’unica altra cosa che sapessi fare abbastanza bene da giustificare un’entrata economica. Non c’era alcuna particolare ambizione personale o vanità dietro la scelta, solo pura sopravvivenza. E passione, perché non è certo una carriera che si scelga per arricchirsi. Dalla fotografia di natura ho avuto molte soddisfazioni: pubblicazioni, riconoscimenti e il mio quarto d’ora di notorietà nel settore, ma le gratificazioni maggiori sono sempre arrivate dal semplice fatto di fotografare, di stare in natura. Mi sono sempre sentito un fotografo, anche se facevo altro, e non lo sono diventato di più solo perché ne ho poi fatto una professione. Una solitaria pianta di trifoglio fibrino tra quinte di equiseto acquatico, Norbotten (Svezia). Quando e come ti è nata la passione per la fotografia? Come ogni ragazzino ho sperimentato diversi hobby per poi abbandonarli quasi subito; questo fino al momento in cui ho preso in mano la mia prima reflex, la Olympus OM-1 di famiglia che nessuno usava. Sono passati quarant’anni da quel momento (ne avevo 17), e non avrei più smesso di tenere una fotocamera in mano, anche se allora non potevo immaginarlo. Ricordo di aver comprato un paio di libri di tecnica generale e uno di composizione e di averli consumati a furia di sfogliarli fino a mandarli a memoria. Prima la passione per la natura e poi quella per la fotografia o viceversa? Fin da piccolo sono stato un avido consumatore di libri, e quelli sugli animali erano i miei preferiti; conservo ancora l’esemplare di “Guarda e scopri gli animali” (magnifica serie di fine ‘60 basata su illustrazioni) sulla fauna artica. Un segno del destino, forse, visto che da tempo vivo in Scandinavia; o, più semplicemente, probabilmente attraversiamo la vita restando in gran parte gli stessi, in fondo, a dispetto di quel che ci piace pensare. Ciò detto, solo diversi anni dopo i due mondi sono andati a coincidere e mi sono dedicato esclusivamente alla fotografia naturalistica; per arrivarci ho dovuto prima maturare sia come fotografo che, direi soprattutto, come individuo consapevole. Crescita di lichene centrifugo su un ammasso di rocce moreniche, Norbotten (Svezia). In un'intervista ti sei definito un fotografo naturalista "a tutto tondo", cosa volevi dire, qual'è il tuo concetto di Wildlife photography? In natura sono ancora come un bambino nel proverbiale negozio di giocattoli: voglio vedere tutto, provare tutto, “possedere” tutto. Amo ogni suo aspetto e non sono mai riuscito a limitarmi a un sottogenere, nel fotografarla. Non è solo bulimia visiva, se mi si passa il termine: la natura è complessità, infinità di relazioni e interdipendenze, e ho sempre sentito la necessità di far corrispondere il mio sguardo a questa realtà nel modo più ampio possibile. So che può essere stato un fattore limitante rispetto alla qualità della mia produzione: ci sono ambiti ai quali non puoi fare a meno di dedicarti corpo e anima, meglio se in modo ossessivo, se vuoi raggiungere risultati di primissimo livello, ma il punto non è mai stato quello: ho sempre fotografato per soddisfare un impulso interiore, non tanto per ottenere un certo risultato, per scalare una qualche gerarchia di bravura. Inoltre, saper raccontare storie attraverso una varietà di punti di vista si è rivelato utile quando si è trattato di descrivere in modo completo ambienti e luoghi per articoli e reportage. Relitto e renne in corsa nella riserva naturale Sandfjorden, Penisola di Varanger (Norvegia). Cosa rappresenta per te la natura? C’è certamente il piacere infantile, fisico, di entrare in contatto con animali e piante, essere all’aperto, sentire il vento, gli odori; ma c’è molto di più. Considero la natura il valore assoluto: c’è il piacere intellettuale e spirituale di relazionarsi col tutto, di sentirsi parte integrante di un disegno magnifico seppur casuale. Anzi, magnifico proprio perché casuale: non ho mai capito perché occorra presupporre una volontà superiore, per di più antropomorfa, per poter apprezzare il mondo naturale; o l’intero universo, se è per quello. Le cose sono, e per me è sufficiente; il caso ha intessuto sull’ordito di poche leggi fondamentali – che esistono intrinsecamente – una trama che induce in me sconfinate reverenza e meraviglia. E le proporzioni immani riempiono di umiltà e restituiscono un senso alla nostra minuscola individualità: fai parte di qualcosa di più grande. Paiono concetti banali, letti mille volte: bisogna uscire e viverli con tutti i sensi per capire che non lo sono affatto. E ancora: il senso di innocenza che deriva da un sistema naturale in cui non ci sono colpe o responsabilità, non malvagità o malizia, in cui ogni essere partecipa allo schema complessivo con eguale dignità e importanza. Ci sono lezioni infinite da trarre da questa considerazione soltanto, e considerazioni infinite da fare oltre a questa. Ci sono tutte le risposte, nella natura: sapere quali domande porre è la parte difficile. Felci su un tappeto di piante di mirtillo nero, parco nazionale Fulufjället, Dalarna (Svezia). Quali aspetti della natura ti attraggono di più come soggetti fotografici? Gli animali sono stati per parecchi anni tra i soggetti prediletti; è stato un modo per conoscerli intimamente, per stabilire una relazione empatica che andasse al di là della conoscenza didascalica. Una delle gioie maggiori è un animale indifferente alla mia presenza: la sensazione di essere in qualche modo accettato, di non sentirmi un intruso, un ladro di immagini, è straordinaria. Anche per questo mi sono spostato verso altri generi: non sento più l’esigenza di carpire una foto per provare l’emozione dell’incontro; ho superato l’idea del possesso, e la presenza, il momento in sé sono sufficienti, un binocolo mi è suffficiente. Continuo a ritrarre animali, se è il caso, solo come elemento estetico e come punto di interesse all’interno di composizioni più complesse. Altri soggetti che ho sempre amato sono i fiori: sono stregato dalla grazia di forme e profumi (a proposito di banalità) così come dal dovermi abbassare a terra per fotografarli, quasi in un inchino. Ho trascorso alcune delle ore più serene della mia vita sdraiato nei prati aridi delle colline del primo Appennino, tra il profumo delle ginestre e i colori di mille orchidee selvatiche. Cinque pernici bianche nella tundra montana della riserva naturale Städjan-Nipfjället, Dalarna (Svezia). Cigno selvatico al nido in una palude presso Fagersta, Västmanland (Svezia). Cosa dà a te la fotografia naturalistica e cosa vuoi trasmettere agli altri con le tue fotografie? Armonia, sensazione di innocenza ritrovata, senso di appartenenza e di annullamento. Questo è quello che ci trovo io, e in modo istintivo, di pelle… in modo quasi animale, se mi è consentito il paragone; è una dinamica necessariamente molto personale. La fotografia è un modo per sintonizzarsi con la natura assecondandone il ritmo, respirandola attraverso una decodifica visiva che ti obbliga a essere lì, vivere il momento, approfondire, sentire, vivere. In questo senso non può che essere un processo interiore, difficilmente condivisibile, un processo che, paradossalmente, trascende il risultato che se ne ottiene, l’immagine. Questa diventa quasi un sottoprodotto; la scusa per stare là fuori. Un mezzo, non un fine. Ho sempre trovato maggiore gratificazione in tutto ciò che precede lo scatto che non nelle foto in se’. Poi queste “mettono gambe”, vivono di vita propria, e se hai lavorato bene qualcosa passa: sono le persone a raccontarmelo, ognuno vedendoci qualcosa di diverso, attingendo a qualche elemento personale che risuona con una determinata immagine. Cielo riflesso in un torrente di foresta, Dalarna (Svezia). Col tempo è cambiato qualcosa nel tuo modo di fotografare la natura, ad esempio adesso preferisci ritrarre altri aspetti della natura o comunque ritrarli in modo diverso rispetto ad una volta? Ho seguito, nel tempo, alcune inclinazioni rispetto ad altre, perché è naturale che la spinta interpretativa evolva e diventi più esigente: quel che prima ci soddisfaceva dopo non è più sufficiente, si cerca qualcosa di diverso, si sperimenta. Si capiscono delle cose e si passa a capire quelle che ancora ci sfuggono. Una delle svolte è l’aver abbandonato da anni la “caccia fotografica” propriamente detta; come già accennato ora preferisco fotografare animali in modo estremamente ambientato, un ingrediente dello scenario come altri. Oltre a ciò, mi dedico soprattutto al paesaggio cosiddetto “intimo”, visioni di proporzioni ridotte in cui lettura delle forme e composizione rigorosa hanno priorità rispetto alla spettacolarità fine a se stessa e alla grandiosità degli scenari. Certamente vivere nelle foreste svedesi ha avuto un ruolo in questo, poiché mancano prospettive imponenti e, viceversa, abbondano scorci ricchi di grazia e dettaglio ma di certo visivamente più circoscritti e dalla scarsa tridimensionalità; i boschi in genere sono ambienti magnifici (quantomeno quelli che ancora mantengono carattere di naturalità, sempre meno diffusi persino al Nord) ma fotograficamente ostici e questo è ancor più vero nel caso delle foreste di conifere: una sfida stimolante quanto frustrante. Per fortuna ci sono le betulle, il mio albero preferito, a salvare spesso la giornata. Una betulla in autunno, Dalarna (Svezia). Betulle e sottobosco di corniolo nano nei colori autunnali, Abisko, Norbotten (Svezia). Ad un certo punto della tua vita hai deciso di lasciare l'Italia e vivere in una piccola località della Svezia, nella regione che hai chiamato "Piccola Lapponia"… Mi sono trasferito nella Svezia centrale – ai piedi delle montagne della Dalarna, per la precisione – nel 2007. “Piccola Lapponia” perché ambienti e specie presenti sono in sostanza i medesimi dei grandi spazi lapponi un migliaio di chilometri più a Nord. Conoscevo già il paese e cercavo un’alternativa all’Italia; ho sempre percepito un sentimento di appartenenza in Scandinavia, per il tipo di natura e il clima, la rarefazione degli spazi e delle complicazioni della vita quotidiana. La scelta è stata facile. Ovviamente non si prende una decisione simile solo per amore della natura: il Bel Paese mi stava stretto per una serie di fattori che con natura e fotografia avevano poco a che fare, e molto invece con la civiltà e i costumi. Non è stato un passo facile, e non è ancora detto che resti definitivo, ma è stato tutto ciò che speravo che fosse, e qualcosa di più. Con mia sorpresa, espatriando ho finito anche per apprezzare alcuni aspetti dell’Italia, quelli che non notiamo per mancanza di confronti; il che, per certi versi, fa ancora più rabbia, al pensiero di come potrebbe essere. Una su tutte, per restare in argomento: la biodiversità, l’enorme varietà degli ambienti naturali presenti nello Stivale; la stessa diversità che peraltro esiste anche in ambito culturale e sociale, che in Italia è spesso vissuta come un ostacolo o un motivo di frizione laddove andrebbe considerata una ricchezza. Hälleskogsbrännan, in Västmanland (Svezia), è una riserva naturale che tutela 6.420 ettari interamente bruciati nel 2014, il più grande incendio svedese in tempi storici. Multi esposizione in ripresa. Tu hai usato soprattutto fotocamere ed obiettivi Nikon, come ti sei trovato? Ho sempre amato le fotocamere meccaniche e manuali, immagino sia un fatto generazionale. Quando si è trattato di cambiare il corredo Olympus ormai datato, erano gli anni 90, la casa giallo-nera offriva ancora corpi tradizionali; inoltre ho sempre trovato l’ergonomia Nikon superiore a quella della concorrenza. Le FM2n, F90x e F100 mi hanno accompagnato fino all’ineluttabile rivoluzione digitale ma, se i corpi si sono allineati alla modernità, con le ottiche ho percorso una strada inversa: non avendo più necessità di supertele o di performances estreme, oggi utilizzo obiettivi manuali che risalgono a più di trent’anni fa. Con Nikon posso sfruttare ottiche storiche che in alcuni casi si comportano meglio dei loro successori (“nuovo” non è sempre “meglio”, soprattutto se l’autofocus è superfluo). Ho poi aggiunto un corredo mirrorless APSC leggero per le uscite fisicamente più impegnative (e comincio ad avere un’età in cui lo sono tutte). Felci e carici in un bosco allagato nel parco nazionale Stenshuvud, Scania (Svezia). Qual è la foto, il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato? C’è uno scatto così, in effetti: l’immagine di una rapida vicino casa su cui il sole novembrino proietta il riflesso della foresta circostante. Questo assume tinte dorate e tinge la corrente scolpita in forme plastiche, incorniciate dalla spuma resa fluida dall’esposizione prolungata. Avrebbe dovuto essere altro, in realtà: un merlo acquaiolo si era involato dal ghiaccio emergente, e ne ho atteso a lungo il ritorno, invano. Lo scatto ha coinciso con la mia nuova vita scandinava e incarna la mia concezione dell’immagine di natura (oltre a essere uno dei miei più venduti): partire dal reale per interpretarlo, trasfigurarlo, tradurlo in emozioni – se possibile – ma senza tradirlo o “migliorarlo” in modo artificioso e posticcio; non c’è quasi ritocco in quella foto, ma molti tra coloro che la vedono dicono “sembra un quadro” (altri credono che lo sia), provando in tre parole quel che cerco di mostrare: la magia che nasce da una raffigurazione onesta della natura, ma non per questo “oggettiva”, mera rappresentazione documentale, bensì uno sguardo personale che resti fedele al materiale di partenza. Assolutamente non la mia miglior foto, ma una che sicuramente mi rappresenta. Salti d’acqua illuminati dai riflessi del sole novembrino sulla foresta; foto citata nel testo sopra , Dalarna (Svezia). Fra i miei studenti all'Università ce n'è qualcuno che vuole diventare fotografo di natura, ma c'è un futuro per la professione di fotografo naturalista? Qualche anno fa gli avrei detto: “È difficilissimo, ma non rinunciare a priori ai tuoi sogni; non c’è nulla di meglio che far coincidere passione e lavoro” (quest’ultima affermazione non è sempre vera, ad essere del tutto onesto). Nel frattempo il mondo è cambiato, e non in meglio. Quello della comunicazione e della divulgazione in particolare è uscito stravolto dagli ultimi dieci anni ancor più di quanto non lo fosse già stato dai dieci precedenti. È scomparso un intero ecosistema, molti operatori hanno sentito la terra franare sotto i piedi (a partire dal sottoscritto). A quella domanda oggi risponderei: “Aggrappati con le unghie al primo lavoro dignitoso che trovi; con quello mantieniti e pagaci anche la passione fotografica e i costi (a volte notevoli) che implica. Ma in quella buttati a corpo morto: le vere soddisfazioni arrivano dal praticarla, a prescindere”. Se sarà il caso si potrà sempre aspirare a qualcosa di più in seguito: con marcate capacità organizzative, didattiche, di autopromozione e soprattutto di empatia nelle relazioni interpersonali, si può immaginare di guadagnare qualcosa con la docenza fotografica; allo stesso modo, padroneggiando le tecniche più sofisticate e con una vasta conoscenza naturalistica, è ancora possibile pubblicare a (scarso) pagamento, soprattutto scegliendo ambiti specializzati e poco frequentati. Tutto questo, tuttavia, richiede intuibilmente anni di esperienza, e non solo in campo fotonaturalistico. Rinnovamento nella foresta matura, parco nazionale Fulufjället, Dalarna (Svezia). Pino silvestre ricoperto di galaverna, Dalarna (Svezia). Come vedi l'evoluzione dell'editoria nel settore della fotografia di natura? La crisi dell’editoria aveva già ridotto gli interlocutori disponibili nel mercato asfittico della foto di natura (soprattutto in Italia), poi è arrivata la fotografia digitale, con la disponibilità di masse di immagini a basso (o nessun) costo, la facilità di veicolazione delle foto da parte dei singoli e il crollo della qualità richiesta per fruirne (un conto è pubblicare su una rivista, un altro sul web). Oltretutto il pubblico si è abituato alla gratuità e la maggioranza preferisce guardare gratis foto qualsiasi in bassa risoluzione che spendere per apprezzare quelle buone nel modo che meritano; e, lasciatemelo dire, col tempo sta perdendo la capacità di distinguere le prime dalle seconde. Oggigiorno i servizi all’individuo sono rimasti quasi l’unico modo per monetizzare la propria arte. Non è un caso che ci sia stata una proliferazione di corsi e viaggi fotografici. Non si vendono più le immagini, si vende se stessi pubblicizzandosi attraverso le proprie immagini. Da un lato è stata una rivoluzione drammatica; da un altro lato, come avvenuto in altri comparti economici, la semplificazione del modello di business, l’eliminazione di filtri e intermediari, rendono possibile a chiunque di contattare direttamente chiunque altro via social network ecc. Ne consegue, però, che l’offerta è enorme, poco discernibile per meriti (proprio per la scomparsa di intermediari professionali in grado di filtrare e promuovere la qualità: il ruolo della vecchia editoria) e la qualità richiesta è in media di basso livello (con un aumento esponenziale dell’offerta). Si vive, in sostanza, il paradosso comune in questa età della connessione permanente continua: chiunque può comunicare qualsiasi cosa al resto del mondo; gli strumenti per farlo sono a portata di tutti, ma pochi hanno qualcosa da dire o che valga la pena di essere ascoltato, meno ancora quelli in grado di farlo propriamente, e ancora meno quelli che ne ottengono un qualche profitto. Non mancate di visitare il sito web di Vitantonio QUI, ricco di immagini e QUI potete trovare un'anteprima del suo libro "La mia Svezia". Silvio Renesto per Nikonland Tutte le foto (c) Vitantonio dell'Orto.
  20. Vezio è un piccolo borgo appena sopra Perledo, vicino alla più famosa Varenna, in provincia di Lecco. E' un paesino caratteristico dominato da un castello millenario, antico avamposto militare, con un alto mastio merlato e cinta di mura. E' visitabile e da lì si possono ammirare interessanti scorci del Lago: Ma non mi interessa farvi vedere cartoline. Una delle particolarità del castello di Vezio è che ci sono i fantasmi. Mute presenze che accolgono i visitatori. Sono presenze benigne, nonostante nella loro immobilità mi ricordino un po' gli inquietanti Weeping Angels della serie televisiva inglese Doctor Who. Ho provato a riprenderne alcuni ambientandoli sfruttando il bianco e nero per creare un'atmosfera. Da dove vengono i fantasmi? Una leggenda parla della Regina Teodolinda che visse qui verso la fine della sua esistenza. La realtà è un po' più prosaica: Durante la manifestazione “Fantasmi al castello” nel mese di Marzo, dei volontari vengono posti in una posizione "creativa" e dopo esser stati rivestiti da una pellicola trasparente protettiva vengono ricoperti da una miscela di garza e gesso. A questo punto si deve aspettare pazientemente una mezz'oretta che l"ingessatura" solidifichi. Questa viene poi delicatamente sfilata di dosso al modello ed esposta in posizioni consone. Il composto di garza e gesso viene “sfilato” di dosso alla persona (con molta delicatezza) ed il risultate sudario è esposto negli ambienti del castello creando suggestioni d'atmosfera: così come nascono i fantasmi del castello di Vezio. Vorrei, se ne avete voglia, un vostro giudizio sulle inquadrature e, se qualcuno avesse anche voglia di dirmi come avrebbe fatto a rendere meglio l'atmosfera e le presenze (premetto: il castello non è visitabile di notte), sarei molto interessato.
  21. L'area naturale delle Balze del Valdarno si trova nel Valdarno superiore, tra il torrente Resco e il torrente Ciuffenna, e comprende un'area che va dal comune di Reggello a quello di Terranuova Bracciolini. Fenomeni geologici di erosione da parte dei fiumi rimasti dopo l'estinzione del Lago pliocenico del Valdarno Superiore hanno permesso la formazione di calanchi, balze e pilastri di erosione, creando una morfologia caratteristica di grande effetto. La fase erosiva continua anche adesso: l'Arno nel fondovalle, e molti suoi torrenti trasversali più piccoli, hanno iniziato a erodere i sedimenti lacustri accumulati. Questi sedimenti sono molto giovani, quindi poco compatti e oppongono poca resistenza all'erosione, così si formano i pendii molto scoscesi. Le strisce di colore si presentano sempre con la stessa successione: più in basso quelli più fini(argille), depositati quando il lago era più profondo, più in alto i sedimenti grossolani (ciottoli) risalenti a quando il lago era meno profondo. Questa alternanza di terreni argillosi teneri sovrastati da terreni più resistenti all'erosione che fanno da "cappello" permette la formazione di pareti verticali. Il passaggio tra le due formazioni geologiche è netto, la parte inferiore argillosa e sabbiosa, è gialla ocracea, poco coerente; La parte superiore formata da ciottoli tondeggianti, cementati e resistenti è marrone più scuro. Pare che Leonardo da Vinci (naturalmente!) osservando le balze del Valdarno intuisse i processi erosivi con qualche secolo di anticipo rispetto alla geologia moderna. Ci sono diversi sentieri, il più interessante a mio parere è quello “dell’acqua zolfina“, che offre scorci molto belli delle Balze del Valdarno calate nella campagna I colori delle balze, che vanno dal grigio all’ocra si mescolano con il verde dei boschetti di querce e dei campi coltivati. Il percorso è lungo circa 6 km in un alternarsi di scenari diversi. Un piccolo gioiello quasi sconosciuto in terra toscana.
  22. Giusto per non dare fondo ai nostri archivi, ho pensato ad un contest nel quale tutti abbiamo più o meno fotografie recenti da presentare, quindi La nostra estate... in controluce. 16-30 settembre Spero il tema sia di vostro gradimento. Si parte domani. Un saluto a tutti/ Enrico
  23. Prendere il treno nel weekend non è che mi renda particolarmente felice, quale pendolare da oltre diciott'anni ho imparato a temere gli imprevedibili imprevisti ferroviari, ma per l'uscita in programma era la soluzione più rapida ed economica e ci è pure andata bene, per una volta. Scusate la digressione. Stavo dicendo? Ah sì, l'uscita fotografica. All'Isola dei Pescatori, ossia Isola Superiore, appena più a Nord dell'Isola Bella, vicino a Stresa, Lago Maggiore. E' l'unica delle tre isole contigue ad essere abitata per tutto l'anno; è larga 100m e lunga 350, proprio un'isoletta dunque, ma la preferisco di gran lunga alla più pomposa Isola Bella. Vista dal battellino che porta all'isola. All'approdo. Le case hanno i balconi lunghi perchè un tempo ci si stendeva il pesce ad essiccare. Date le dimensioni dell'isola il tour panoramico è rapidissimo: Ma dell'isola mi piacciono i vicoli stretti le case e le stradine acciottolate. In febbraio poi, è quasi deserta. Il tempo sembra fermarsi. Se la giornata è bella mette pace al cuore. Ahimè cartelli e teloni rovinano un po' l'atmosfera. Una scala con le resti stese (apposta?) I Gatti dell'Isola. Non avrete pensato che mi sarei fatto e poi vi avrei propinato una gita turistica qualsiasi, vero? Il mio scopo era visitare la piccola popolazione di gatti che lì vive in armonia con quella umana (cinquanta persone residenti stabili ed una decina di gatti "semiliberi"). I gatti sono un po' ovunque, quello in secondo piano arriva sul molo sempre in coincidenza col traghetto, saluta silenziosamente la gente che scende o che sale e poi torna a farsi gli affari suoi fino all'arrivo successivo. Nel complesso, i gatti dell'isola sembrano godere di salute migliore di quelli delle colonie feline. hanno le loro scatole rifugio, ho visto in giro delle ciotole e loro sono più puliti e sani di quelli, ad esempio, del Castello. Merito anche forse della maggiore pulizia del luogo e dell'assenza di piccioni che imbrattano, ma soprattutto infettano, con le loro deiezioni piene di microbi patogeni. Spuntano un po' dappertutto. Questa micia (con Gianni nella foto) era socievolissima ...o voleva qualcosa da mangiare? Come diceva una giallista inglese: "qualsiasi posa assumano, i gatti sono sempre fotogenici". E sembrano sempre sapere cosa hanno in mente. La panchina è per me, tu cercane un'altra. Questa è sbucata da un balconcino e, visto il collarino, non fa parte del popolo libero, dev'essere proprietà di qualcuno (sempre che si possa dire così di un gatto) Mezzogiorno passato, ora della siesta. Un quadretto.. con gatto: Uscita simpatica, mi sa che tornerò a trovare questi amici felini.
  24. Nella maggior parte dei casi siamo portati a vedere la strada, pur necessaria, come uno sfregio al paesaggio. Esistono però casi nei quali la strada si integra perfettamente diventando elemento estetico, cambiando la valenza della nostra composizione. Ci tengo a dire che le strade in genere tendo ad evitarle, tant'è che mi viene veramente difficile trovare immagini nell'archivio. Ne ho solo una che pubblicherò fuori contest, dopodichè dovrò darmi da fare. Qualsiasi strada va bene, dalla terra battuta alla quattro corsie. Periodo di svolgimento dal 7 al 21 gennaio 2019. Buon lavoro a tutti e buon divertimento.
  25. Volevo proporre "capre e animali del pascolo", poi mi sono accorto che si tratta di paesaggio, quindi ho fatto una capovolta. Peccato, le caprette sono spettacolari. Comunque Il grosso dei Nikonlander è Padano quindi avrà da sbizzarrirsi, ma anche il resto della truppa non credo abbia problemi: l'Italia ha un solo grande fiume, ma migliaia di corsi d'acqua uno più bello dell'altro e uno più inquinato dell'altro (olè). quindi a voi la penna

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