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Silvio Renesto

Nikonlander Veterano
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Blog Entries posted by Silvio Renesto

  1. Questa volta uso le mie foto a  scopo divulgativo, sperando che comunque siano "anche" gradevoli.
    Vi avviso, quanto scrivo può sembrare polemico, ma sono le mie opinioni, sulle quali potete benissimo non essere d’accordo. Discussioni e critiche costruttive sono ben accette (se no che scrivo a fare?), astenersi però da posizioni intransigenti o aggressive.
     
     
    Dall’alba della civiltà l’uomo ha sempre creato delle “razze” di animali (= varietà all'interno di una specie) a partire dai primi progenitori degli animali domestici, molto simili ai loro antenati selvatici. Selezionando ed incrociando fra loro quegli individui che presentavano caratteristiche utili. Darwin stesso trasse l’idea iniziale della sua teoria dell’evoluzione per mezzo della selezione naturale proprio osservando la selezione artificiale compiuta sugli animali domestici.
    Da questa creazione di razze a scopo di utilità, per la carne, il latte, la lana o, nel caso del cane, difesa del gregge, guardia, caccia, e così via, si è passati anche a selezionare animali per divertimento, creando “razze” il cui unico scopo è un appagamento estetico, o suscitare qualche risposta emotiva od anche per puro divertimento, anche se queste razze a volte hanno problemi.
    Creare una razza significa incrociare individui fra loro consanguinei per stabilizzarne le caratteristiche. Siccome non non c’è corrispondenza uno a uno fra un gene ed un carattere,  per fissare una certa caratteristica che interessa può capitare di fissarne insieme un’altra (o più), indesiderata e spesso dannosa per l’animale. Così delle mutazioni genetiche negative anziché andare diluite e disperse nella massa della popolazione, vengono  mantenute e tramandate.
    Per questo, specialmente oggi che sappiamo come funzionano le cose, il giocare all’ evoluzione richiederebbe intelligenza, responsabilità e senso della misura. Invece, come per tante altre cose, si ha una visione ristretta e antropocentrica (se ci piace, allora è buono).
    Così  per divertimento o profitto si vadano a creare nuove razze di animali “carini” o “bizzarri”. Senza pensare prima alle conseguenze, magari preoccupandosene dopo.
    Non conosco molto bene le razze canine, non so quali siano quelle che hanno problemi ereditari, per cui non ne discuto.
    Parliamo invece dei gatti. Si sono addomesticati da soli seimila anni fa e fino alla metà  del secolo scorso le diverse razze feline, alcune spontanee altre create, erano variazioni limitate rispetto al modello originario, (con l’eccezione dei Manx e altre razze di gatti senza coda) così  anche le eventuali tare ereditarie erano rare. Poi, dagli anni ‘50-'60, si è scatenata la mania, numerosi allevatori, hanno pensato bene di far riprodurre dei gatti mutanti per creare razze singolari, anche spettacolari, che oggi sono vendute a caro prezzo. La gente se ne innamora, senza sapere bene cosa c’è a monte.
    Vediamo un paio di esempi:
    Scottish Fold. Tondino e carino. Esiste in versione a pelo corto ed a pelo lungo, come questo.
     
     
     
    La “razza” nasce nel 1961 in Scozia quando presso la fattoria dei signori Mc Rae nasce  una gattina bianca (Susie) con le orecchie piegate in avanti (a bottone) così che la testa sembrava quella di un gufetto. La gatta mise al mondo altri cuccioli sempre con le orecchie flosce. Questi cuccioli venero adottati ed incrociandoli con dei British shorthair con orecchie normali si scopri che nascevano cuccioli con le orecchie piegate, ossia il carattere era dominante. Per farla breve, si continuò con i reincroci e venne creata la razza Scottish Fold (Fold vuol dire piegato). Ma perché le orecchie si piegavano? Perché erano molli, ed erano molli perché la loro cartilagine aveva qualche problema. Ma la cartilagine non sta solo nelle orecchie. Se le cartilagini non crescono abbastanza forti da sostenere le orecchie questo porterà patologie anche alle ossa. I gatti che ne venivano colpiti  zoppicavano, presentavano rigidità articolare e riluttanza nel saltare. Il gene era inoltre anche responsabile di osteodistrofia, per cui i gattini potevano nascere con zampe corte, malformate e altre anomalie.
    Senza contare che le orecchie piegate erano difficili da pulire e così si sommavano malattie e sordità.
    Tutto questo senza contare le malattie tipiche di altre razze “pure” di gatti come la cardiomiopatia ipertrofica.
    Però erano tanto carini… si cercò di migliorare le cose con degli incroci con dei British shorthair ed altre razze, in modo da diminuire la frequenza di questo gene e si è presa qualche cautela negli accoppiamenti, così oggi, a parte il problemi di pulizia delle orecchie, che rimangono, la frequenza di queste malattie è ”ridotta”. Non sto affermando che tutti gli Scottish fold siano malati, oggi sono monitorati, solo che la razza è un po' delicata.
     
    Sphinx e simili. I gatti pelati.
    A mio modesto parere uno degli elementi di fascino del gatto è la sua morbida pelliccia che oltretutto ne arrotonda il profilo, ma dev’essere una questione di gusti personali, se no non si spiegherebbe il successo che stanno avendo le razze “pelate”.  L’allergia al pelo di gatto non ha niente a che vedere con la creazione di razze pelate, perché non si è allergici al pelo dei gatti, ma a una proteina della sua saliva e anche i gatti pelati si leccano.
     

    In bianco e nero perchè, come previsto dal nostro admin   con la luce artificiale la foto risultava altrimenti indecente.
    Torniamo ai nostri Sphinx ed assimilati.
    Questa razza non ha particolari tare ereditarie, ma è:
    Intollerante al freddo (ovvio)
    Rischia di scottarsi gravemente se si espone al sole. Occorre  proteggere la sua pelle con creme ad alta protezione.
    L'assenza di peli nelle orecchie comporta un eccesso di formazione di cerume. Per cui vanno costantemente pulite con soluzione antibatterica.
    L’assenza delle ciglia porta a maggior lacrimazione. Stesse cure che per le orecchie, se no si infettano.
    Questi gatti non hanno i peli, ma hanno le ghiandole sebacee che servono servirebbero a lubrificare i peli. Senza peli il sebo si accumula e va asportato con detergenti per evitare malattie della pelle.
    Ma giocare agli Dei è tentazione forte, così ecco il Gatto Elve (elfo) che combina l’assenza di pelo con le orecchie rovesciate all’insù della razza American Curl, per cui si sommano i problemi della mancanza di peli a quelli della delicatezza delle orecchie.
    N. B. Tutto quello che ho scritto è ampiamente documentato e pubblicato, non sono mie invenzioni.

    Il gatto "elfo", Bianco e nero seppiato per lo stesso motivo.
     

    L' American Curl,  bel gattone dalle orecchie arrovesciate. Frequente la polidattilia (avere sei o sette dita nella zampa anteriore) in questa razza.
    Il gatto ha per caratteristica (ed è uno degli elementi del suo fascino) di essere un animale semi domestico, indipendente e in buona misura in grado di cavarsela da solo in caso di necessità. Queste razze invece sono incapaci di sopravvivere all’aperto, e comunque necessitano della cura degli umani.  Cosa pensavano i loro creatori?

    Lasciateci essere Gatti e basta...
     
    Ho fatto questi esempi perché sono fra i più eclatanti e poi ho foto decenti solo di queste razze. Ma potrei farne molti altri. Come il Mumchkin, il gatto con le zampe da bassotto  (!), o lo stesso Manx, in cui il gene della coda corta è legato (a volte) a gravi handicap.
    Non voglio fare il terrorista, oggi molti di questi gatti stanno bene e vivono a lungo, se trattati con cura. Se vi piacciono, comprateveli.
    Il mio messaggio è un altro e spero sia chiaro: Manipolare esseri viventi per pura moda, senza alcuna utilità vera, senza pensare che si stanno creando degli individui nati per soffrire, è un’estensione del nostro voler centrare tutto sulla misura umana.  Finchè si confondono i piani, finchè  si riduce tutto alla nostra misura, non si può avere idea di cosa significhi veramente rispettare gli animali, e cosa fare per proteggerli. 
     
  2. GATTOGRAFO!

    Si fotografano i gatti perché non si hanno idee migliori? Su dpreview, un vecchio post a commento della presentazione di una nuova fotocamera diceva "and now we will be flooded by photos of cats and toddlers (ed ora saremo inondati di foto di gatti e di bambini piccoli che hanno appena imparato a camminare)" riferendosi a chi si compra ogni nuova fotocamera ma non fotografa "veramente".
    Può essere, per alcuni. Per altri no.
    Molti fotografi validi fotografano i gatti per passione (verso i soggetti) e con grande creatività, la fotografia a questi piccoli felini è parte importante della loro attività fotografica, a volte addirittura l'unica, a volte diventa una vera professione.
    Ho scritto su Nikonland di Walter Chandoa, il "Richard Avedon" dei gatti.



    Foto di Walter Chandoa 1950.

    Lede, by Walter Chandoa.

    Ma Chandoa non è il solo, anzi, ce ne sono tanti.
    Tra i fotografi strettamente felini (senza citare quelli ad esempio come Weston, autore anche di splendide foto di gatti) posso ricordare Mitsuaki Iwago
    https://ilovedotcat.com/en/2622


    Masayuki OKi
    https://theinspirationgrid.com/the-secret-life-of-cats-endearing-photos-by-masayuki-oki/

    Neko in giapponese vuol dire gatto.
    Due foto di Masayuki Oki:





    Nils Jacobi, come Chandoa, ha iniziato coi gatti di strada e poi si è dato alla pet- anzi cat-photography come professione.
    https://www.furryfritz.com/

    Spesso i fotografi di gatti amano definirsi "Catographers".



    Queste foto di Nils sono scattate in studio su commissione.
    I gattografi che possono permetterselo girano il mondo o quasi. Anch'io visiterei Aoshima prima che i gatti dell'isola siano tutti morti (hanno sterilizzato l'intera popolazione felina per cui sono sette-otto anni che non nascono gatti...) .
    Altri, altrettanto bravi, per motivi legati all'economia ed alla logistica, quando sono agli inizi cercano i soggetti in aree vicine a dove vivono, se poi la loro avventura fotografico-felina va avanti, allargano gli orizzonti come spazi e come temi.
    Per quanto riguarda l'Italia, conosco due gattografe (non escludo, anzi sono convinto che ce ne siano altri/e ma che ignoro):
    Sabrina Boem (https://www.facebook.com/sabrinaboemphotography/) e Marianna Zampieri (https://www.mariannazampieri.it/) hanno iniziato il loro percorso fotografico tra Venezia e dintorni, luoghi che si prestano più che bene come scenario.
    Sabrina Boem ormai fotografa gatti con temi e in luoghi diversi, ma uno dei suoi primi lavori era dedicato alla colonia felina di Forte Marghera a Mestre.




    Sono state quelle foto ad accendermi la passione per la ...gattografia (i gatti li amavo già).

    Un suo bellissimo lavoro riguarda uomini (cioè maschi) e gatti.



    Marianna Zampieri


    si è dedicata soprattutto ai gatti veneziani:



    Per poi estendere i suoi temi:

    E così i gatti sono diventati uno dei soggetti principali anche della mia attività fotografica (non dimentico però mantidi e libellule e, ogni tanto, uccelli).
    E siccome sono un naturalista (= laureato in Scienze Naturali, che insegna in quella che una volta veniva chiamata Facoltà di Scienze), mi sono messo a studiare professionalmente (non su testi new age o romantici) chi sono i gatti, come si sono avvicinati a noi e tutto il resto. Perchè più si conosce, più si ama. Più si ama, meglio si fotografa!
    Metto in chiaro che non oso assolutamente paragonarmi ai fotografi e fotografe che ho citato,

    Se non per scherzo!!!
    Tornando seri, se se è vero che la riuscita di una foto dipende soprattutto dall'intuito e bravura del fotografo, lo scenario può aiutare non poco. Vivere ad Istanbul, ad esempio, può avere alcuni svantaggi ma è sicuramente il paradiso per chi vuole fotografare gatti https://www.bbc.com/travel/article/20251118-istanbul-turkey-inside-the-city-where-cats-rule-the-streets (l'Islam in genere ha sempre amato i gatti).
    Dalle mie parti è un po' più difficile (o io non sono capace di) trovare ambienti adatti. Molte colonie feline a Milano ed hinterland si trovano in luoghi insignificanti, poco gradevoli, a volte degradati, quando non pericolosi. Si potrebbero lo stesso realizzare foto in soggettiva, secondo me però se qualche ritratto ci sta sicuramente, il senso, ed il bello, di queste foto di strada sta nella contestualizzazione, quasi fosse un reportage, un po' documento, un po' storia immaginata. Produrre una sfilza di soggettive di gatti, per quanto fotogenici e ben ripresi siano, come per qualunque cosa (persino la pasta col ragù!) il troppo finisce per stancare.
    Seguendo questo concetto ho cercato luoghi adatti: Il Castello Sforzesco ed il Cimitero Momunentale di Milano sono location suggestive su cui ho lavorato molto ed a cui ho dedicato dei blog su Nikonland; ho anche realizzato un libro sui gatti del Castello, oggi è testimonianza di una realtà che ormai è non è più la stessa. La colonia è molto ridotta e confinata, quasi inaccessibile; non potrei fare le foto che ho fatto anni fa.

    Castello Sforzesco di Milano

    Castello Sforzesco di Milano

    Castello sforzesco di Milano.
    ù
    Cimitero Monumentale di Milano.
    Negli ultimi tempi ho incontrato la bella realtà di Rocca Brivio, vicino a san Giuliano Milanese. Una nutrita colonia di gatti in un contesto che ha del potenziale. Finora mi sono divertito molto ed ho ottenuto tante immagini che mi soddisfano. Ne avete viste un po' nella sezione "fotografie". Ne aggiungo qualcuna.






    Ho scritto anche su un gatto di questa colonia (Tyson, il guerriero) a cui mi ero affezionato tantissimo, putroppo scomparso nel nulla.

    Addio Tyson!

    In genere preferisco il bianco e nero, perchè rende di più l'atmosfera le texture, le espressioni e permette di creare immagini a volte molto forti, contrastate altre volte più tenui, a seconda di quello che sento, poi ha il grande vantaggio di eliminare macchie di colore indesiderate. Non vale per i gatti rossi e per le belle giornate autunnali!
    Come attrezzatura uso la Z8 e per il novanta per cento il 24-120 Z.
    Credo di essere stato fin troppo lungo, un grazie sincero a chi mi ha letto. Vorrei che questo blog fosse inteso come un piccolo contributo di cultura fotografica, oltre che spiegare i perchè del mio interesse ...gattografico.

    PS Come sempre, mi interessano moltissimo i vostri commenti , domande, tutto quello che avete da dire.

  3. Legnano dista una trentina di chilometri da Milano, in direzione Varese. Ai margini della città è presente un grosso Parco Pubblico, vicino al Castello Visconteo.
    Non sto a descrivervi il luogo nei dettagli, trovate facilmente tutte le informazioni che volete. Preferisco concentrarmi sull'aspetto fotografico- (?)naturalistico . Mi limito solo a riportare che, tranne nei giorni di mercato (o se arriva il ... circo) è sfruttabile un comodo e ampio parcheggio gratuito.
    Il parco è grande, ma la parte più interessante è sicuramente il laghetto, artificiale ma ben progettato con un occhio di riguardo agli animali che ci vivono. Questa è la mappa (presa da sito web).

    Il laghetto è articolato con piccole isole e forma anche un minuscolo canneto in un angolo (non visibile nella mappa) in prossimità di un entrata secondaria vicino alle mura del castello.
    E' un parco pubblico a ridosso della città, quindi pace e tranquillità sono un'illusione, specialmente la domenica. Umani con cani, famigliole, pensionati e mamme con bambini piccoli provvisti entrambi (i pensionati e le mamme) di etti di pane per le oche (è vietato ma le abitudini sono dure a morire e la madre degli... ecc..), joggers e altra varia umanità è presente in abbondanza.
    Allora perchè parlarne in un blog foto-naturalistico? Perchè a dispetto di tutto questo qualcosa si poteva fare (e si può fare ancora).
    Un primo approccio potrebbe essere diciamo sconcertante (ho tagliato la varia umanità sulle rive che getta cibo, ragione dell'affollamento frenetico di oche ed anatre):


    Ma se evitiamo la domenica e ci concentriamo su alcuni particolari, qualcosa si riesce a fare. Ad esempio degli scorci invernali:




    Ma siamo qui per gli animali? Vediamo cosa c'è allora.
    Le anatre!
    Una grande varietà, molto probabilmente immessa, di anatre nostrane e di oche. Oltre agli onnipresenti germani ci sono alzavole, morette tabaccate e no, mestoloni, codoni, fistioni turchi, eccone uno a rappresentanza di tutta la "anatofauna" 😊 .

    Oltre alle anatre e oche più o meno nostrane, ci sono presenze ... straniere come le casarche, le mandarine o l'anatra sposa qui sotto:

    Anatra sposa maschio e femmina. Vive in Nord America, non da noi. Ma c'è chi le compra e poi ecco qua.
    Sporadicamente si fanno incontri inquietanti: una volta ho visto un'Oca dell'Himalaya!!! 🤔

    Basta papere, passiamo ad altro.
    Invadenti invasori:
    Re incontrastato, e spudorato, di tutto il parco è, come potete immaginare, lo Scoiattolo Grigio americano.


    Beniamino di tutti (quasi), insieme alle anatre ed alle oche , specialmente dei genitori con bambini, i quali (genitori) producono un costante rumore di nacchere sfregando noci per attirarli (NOTA: non ce n'è bisogno, appena ti vedono vengono a mendicare, anzi a pretendere).


    Altro prodotto della ignoranza pubblica, le onnipresenti Trachemys. Americane. Che però non sono troppe; può darsi che facciano delle "eradicazioni" periodiche? Non lo so.

    Una qualche Nutria non può mancare.

    Credo siano arrivati anche i Parrocchetti ma non sono sicuro.
    I "locali"
    Anche se difficilmente si possono considerare soggetti originali, Gabbiani e Cornacchie possono prestarsi a composizioni fotografiche.



    L'Airone cenerino è una presenza costante e piuttosto confidente.

    Spesso nidifica sulle isolette.


    A Legnano io andavo per lui:
    Il Gheppio nidificava regolarmente fra le mura del castello ed era uno spettacolo!



    Poi non ha gradito la nuova serie di iniziative di primavera-estate tra il vichingo ed il Sabba, proprio nella piazza davanti al Castello:

    (foto presa da internet)
    Così l'abbiamo perso, sono ormai due-tre anni che non nidifica più sulle mura.
    Altri incontri interessanti, ma difficili, sono il Martin pescatore e il Porciglione (l'ultimo solo nel mini canneto che ho citato all'inizio, che è collegato al fiume). Si sa se è presente perchè in contemporanea si materializza sul posto un gruppo di fotografi mimetici.


    Un po' più facili, i soliti piccolini:







    Più avvicinabili d'inverno se si posiziona strategicamente qualche cosa da mangiare sui rami.
    Ospite più timido, il Picchio Rosso.


    Perchè ho parlato, anzi scritto, di questo parco?
    Una segnalazione.
    Si potrebbe abitare vicino e farci un giro, se non si ha molto tempo. Qualcosa c'è. Avifauna a km 0.
    Si potrebbe, con un po' di fortuna, trovare gli ospiti più interessanti.
    Cosa che non ho fatto qui, si potrebbe fare un foto reportage sull'interazione uomo-animali-parco documentando cose belle e meno belle.
    Grazie per aver letto, sempre interessato ai vostri commenti e opinioni, se vi va.
  4. Un pensiero sulle foto agli animali

    Scrivo questo blog sull'onda di alcuni post e commenti di fotografia naturalistica.
    E' solo il mio pensiero, che si può condividere oppure no, l'invito è pensiamoci sopra un attimo, poniamoci delle domande, se vogliamo, poi si fa quel che si vuole.
    Questa foto l'ho fatta per una rivista scientifica in cui ho pubblicato i risultati di una mia ricerca:



    Queste foto le ho fatte per una mostra divulgativa sul patrimonio di un museo:




    Dove voglio arrivare? Sono foto fatte per scopi diversi rivolte a persone diverse a cui interessa vedere cose ...differenti.
    La prima foto è per i miei colleghi studiosi, a cui interessa che la foto sia nitida, ben esposta, senza ombre ingannevoli, in modo che si possano vedere nel modo migliore i particolari del soggetto così da apprezzare i dettagli e discutere di quel che ci interessa.
    Le altre due foto sono per un pubblico generico che assiste ad una mostra fotografica. Per fargli apprezzare il valore di quello che vede, ho pensato che fosse meglio presentarlo in un contesto più accattivante e che raccontasse una storia di vita e di morte, di animali e di pietre.
    Ho portato la cosa un po' agli estremi, apposta.
    Che cosa voglio dire? Qualcosa che ho già scritto e riscritto in blog e commenti, ad esempio qui in modo volutamente umoristico ed un tantino esagerato:
    Una volta, premetto, non la pensavo così, ma invecchiando e confrontandomi ho capito, forse, qualcosina.
    Ecco una foto di Cinciallegra


    E due foto di Cinciarella




    Un Pettirosso



    ed altri due




    A mio parere, le foto a pieno formato mostrano di più il soggetto , ma sono apprezzate soprattutto da chi è interessato al ...soggetto in sé. Piaceranno all'appassionato di uccelli, ma, forse, le foto più ambientate parlano lo stesso del soggetto ma con un minimo di contesto, di suggestione, di atmosfera, possono venire apprezzate anche da chi non è strettamente interessato e, anche se non sembra, pur non mostrando lo stesso livello di dettaglio, parlano forse di più della cincia o del pettirosso su come e dove vive. Più fotografia e meno documento.
    Scoiattolo europeo ben illuminato



    Scoiattolo europeo nel gioco di luci ed ombre del bosco.



    Il rischio che si corre è di scambiare la bellezza del soggetto con quella della foto. A me piace di più la seconda. La trovo più originale e più viva. Poi potete dirmi che sono brutte tutte e due e che non so fare le foto, non importa. Il messaggio non è personale, è che per quanto mediocre fotografo (io) possa essere, se ci si impegna un po' si possono fare foto più originali, meno didattiche.
    Marmotta, punto.


    Marmotta ambientata .


    Sto dicendo che i soggetti devono per forza essere piccoli? No. Le foto possono però essere un pochino studiate, originali.





    Anzi foto a soggetti lontani se non meditate, possono essere le peggiori. Ho visto (ed ho ahimè fatto) foto pessime di soggetti colti al volo che dicono ancora meno dei ritratti a formato pieno.
    Ho "preso" una nitticora. Sul serio, a qualcuno questa foto dice qualcosa? A me no. Non dovessi usarla per spiegare, non la pubblicherei mai.


    Magari non tanto più grande, ma con uno sfondo un po' più interessante.



    O meglio ancora, in azione e di dimensioni leggibili:




    Spero che il mio messaggio sia passato. Sto dettando delle regole? E chi sarei per farlo? Il mio è un solo un invito a valutare (e magari a fare) le foto di natura con un pensiero più ampio, non solo specialistico e tantomeno da "preso al volo come capita, basta che sia a fuoco" (che è anche peggio).
    Non sono le dimensioni del soggetto, è tutto l'insieme. Grande, piccolo in mezzo, può essere più o meno valido a seconda del contesto. Valutate questi grifoni quali apprezzate di più o di meno.







    E' tutto, grazie a chi è arrivato fin qui.
    Scrivo sempre le stesse cose? Forse, ma una ripassatina ogni tanto penso ci possa stare.
    Se non siete d'accordo, va bene, l'ho già scritto, ognuno può restare della sua idea
  5. In Inglese i gatti maschi vengono chiamati Tom cats e da lì viene il nome dei velivoli che ci ha mirabilmente mostrato Tanker 😉.
    Io non sono esperto di "quei" Tomcats ma di questi altri, piccoli, pelosi e ogni tanto miagolanti.
    I gatti rossi (più che rossi danno sull'arancione/ ocra, per cui gli inglesi li definiscono ginger cats) sono tra i più rappresentati al cinema e altrove, quando non serve un gatto nero per far paura. Ne cito solo tre, ma sarebbero tantissimi.
    Orangey è il nome del gatto attore in "Colazione da Tiffany" (dove viene chiamato solo "Gatto"). Orangey nella sua lunga vita ha "recitato" in diversi film e telefilm. Era noto per avere un pessimo carattere.


    Jonesy, il gatto furbo del primo Alien (in realtà erano tre gatti diversi a recitare)

    Non resisto,è troppo bella:

    E poi il tenero gattone Bob e la sua struggente storia vera, nel film interpreta se stesso.

    Tranquilli, adesso metto delle foto vere!
    Un preoccupatissimo gatto rosso dalla colonia felina di Rocca Brivio.

    I Gatti rossi come forse saprete sono quasi tutti maschi.
    Come il mio Vincent

    Perchè?
    Perchè i geni per il colore arancione e nero si trovano sul cromosoma sessuale X. maschi hanno un cromosoma X e uno Y; l'informazione del colore è quindi limitata a un solo cromosoma X, che può portare o al nero o all'arancione, ma non a entrambi contemporaneamente.
    Nero (Cimitero Monumentale, Milano).

    e Arancione nei maschi "normali" si escludono a vicenda.
    Il gene per il colore bianco è su un altro cromosoma e può esprimersi in modo indipendente, dando le pezzature. Quindi i maschi possono essere arancio, arancio e bianchi, neri e neri e bianchi. Il grigio nei gatti deriva dall'azione del gene D che diluisce il nero (ma può diluire anche l'arancione), dando toni più o meno pallidi ai colori base.
    Arancione "diluito", Colonia Padana, Cremona.


    Le femmine hanno due cromosomi X. Per essere rosse devono avere il gene del rosso su tutti e due, il che è raro. Infatti, l'80 per cento dei gatti rossi è maschio.
    Giulietta è rossa e bianca, quindi ha il rosso su tutti e due i cromosomi X. Sta bene col tappeto di foglie di ginkgo come sfondo. Colonia felina Rocca Brivio.

    Se le femmine hanno un cromosoma X con il gene per il rosso e l'altro X con il gene per il nero, quando ci si mette anche il bianco diventano tricolori. Capita spesso che in aree diverse si esprima un colore o l'altro portando a una distribuzione a chiazze di nero, arancione e bianco. Sono dettte calico, che non è una razza ma una colorazione.
    Una chiacchierina femmina calico che ho incontrato al Cimitero Monumentale di Milano


    Se il bianco non viene espresso le femmine bicolori possono essere tortie o torbie ("tartarugate" con o senza strisce) dove rosso e nero sono mescolati.
    Mamy qui sotto è una torbie "diluita". Colonia Felina Rocca Brivio.


    Esistono maschi tricolori? Sì ma è un'anomalia, solitamente un errore al concepimento che li porta ad avere tre cromosomi sessuali (XXY) e così possono essere calico, ma in genere sono sterili. Poverini.

    Colore e carattere?
    Si legge in giro che i gatti avrebbero carattere diverso secondo il colore. In genere "si pensa" che i gatti rossi siano più pacifici e, a volte un po' più citrulli (questo in USA e UK dove va di moda dire che hanno un solo neurone da condividere), che le gatte calico siano socievoli e "chiacchierone". Però ad oggi non ci sono basi scientifiche che lo dimostrino.
    E poi ... non proprio tutti pensano che i gatti rossi siano "buoni":
    T. S. Eliot, nel suo libretto di poesie da cui è stato tratto il musical CATs scriveva:
    Macavity’s a Mystery Cat: he’s called the Hidden Paw—
    For he’s the master criminal who can defy the Law.
    ...
    Macavity’s a ginger cat, he’s very tall and thin;
    Macavity, Macavity, there’s no one like Macavity,
    For he’s a fiend in feline shape, a monster of depravity.

    NOTA: Macavity è ispirato al prof. Moriarty, il nemico di Sherlock Holmes.

    Tutte le foto scattate con Nikon Z8 e 24-120 f4 Z.


  6. Ormai uso questo zoom tele da un bel po' e, visto che non se ne parla più di tanto voglio condividere le mie impressioni.
    Prima facciamo le presentazioni:
    Nome: Tamron 150-500mm f/5-6.7 Di III VC VXD (lunghetto, come spesso accade con i Tamron!).


    Caratteristiche essenziali (l'elenco completo lo trovate in vari siti:
    Apertura massima f 5-6.7
    Apertuta minima f 22-32
    Minima distanza di messa a fuoco 60cm a 150mm, 1,8m a 500mm
    Rapporto di riproduzione 0.32 (1:3) a 150mm, 0.27 (1:3.7) a 500mm
    Lamelle diaframma 7
    Diametro filtri 82mm
    Dimensioni (a 150mm): 206 x 93mm
    Peso: 1875 gr
    Tropicalizzato (così dicono)
    Anello treppiede presente, ruotabile, asportabile, compatibile ARCA.
    Fronte e retro:




    Lo schema ottico (ripreso dalla presentazione di Mauro Maratta):

    Ergonomia.
    La prima volta che l'ho preso in mano sono rimasto sorpreso perché è sì compatto (a 150mm) ma pesa più di quanto sembri.
    L'impressione è di robustezza e costruzione accurata. La grossa ghiera dello zoom offre la giusta resistenza, la piccola ghiera usabile per la messa a fuoco come molti focus by wire funziona ma non posso dire che sia una gioia usarla (in ogni caso non metto quasi mai a fuoco in manuale quindi non è un gran problema) .

    Diversamente dal 180-600 nikon passando dalla minima alla massima focale si allunga e si sbilancia (ecco perché c'è una delle palline mordicchiate del mio gatto a sostenerlo a 500mm).
    Da un lato i tipici cursori per la regolazione della messa a fuoco, quello per selezionare le distanze è a tre posizioni, cosa che apprezzo enormemente in quanto oltre alla messa a fuoco completa e quella da 10m a infinito c'è la posizione minima distanza - 10m che a trovo utilissima per velocizzare al messa a fuoco con certi soggetti come libellule, anfibi, rettili...


    E' presente un blocco dello zoom a 150mm per evitare lo zoom creeping, ossia che si allunghi mentre si cammina con lo zoom puntato verso il basso, cosa che fa volentieri.


    E' presente anche una porta USBC per aggiornamenti firmware senza bisogno di basette. Ho aggiornato il firmware contemporaneamente all'aggiornamento della Z8 per i problemi di compatibilità e mi sembra ne abbia beneficiato in velocità e precisione.

    Ho comprato una serie di tappini per proteggere la presa ma li perde inesorabilmente.

    L'anello per il treppiedi è ottimo, solido, ruotabile, con il piede compatibile ARCA e due occhielli per infilare la tracolla in modo da non sforzare la baionetta della fotocamera.


    Il paraluce a baionetta è in solida plastica è di dimensioni ragionevoli, si può montare rovesciato per il trasporto. E'gommato (o qualcosa del genere) sulla parte anteriore e ha le cerchiature interne per ridurre i riflessi.


    Come funziona.
    Il diaframma varia così:
    150mm f5
    200mm f5.3
    300mm f5.6
    400mm f6.3
    500mm f6.7
    La focale effettiva alla minima distanza di messa a fuoco è
    113 mm effettivi a 150mm nominali (a 60cm)
    300mm effettivi a 500mm nominali (a 180 cm)
    Questo comportamento è tipico di tutti i tele e tele zoom specialmente se hanno distanze di messa a fuoco brevi, esclusi pochi obiettivi di alto livello.
    L'autofocus (dopo l'aggiornamento del firmware) è veloce e sufficientemente preciso ma capita a volte che in una raffica qualche foto non sia a fuoco. Non ho fatto confronti, non ho praticamente mai provato il 180-600 e le poche volte che ho avuto in mano il 100-400 Z, quest'ultimo mi è sembrato più reattivo.
    La stabilizzazione, combinata con quella della Z8 fa il suo dovere, non ho fatto test ma non ho incontrato problemi di mosso.
    La qualità dell'immagine a mio parere è veramente ottima per uno zoom tele ad ampia escursione di questo livello, anche sul sensore da 45 megapixel della Z8, soprattutto se chiuso di mezzo-uno stop a 500mm. Secondo me su un sensore da 24 megapixel risulterebbe eccellente.
    Un briciolo di aberrazione cromatica appare ogni tanto in situazioni forzate nelle zone a maggiore contrasto, ma nulla di preoccupante.
    Lasciamo spazio alle foto, tutte da foto a pieno formato senza crop e senza l'uso di lenti addizionali o tubi in quelle ravvicinate come ogni tanto faccio in modo da rendere pienamente l'idea di come funziona l'obiettivo da solo.
















    le foto delle libellule qui sotto sono state scattate in formato FX, in Dx, l'ingrandimento diventerebbe ancora più interessante.




  7. Cornacchia al Bar

    Intanto che "lavoravo" ad un progetto fotografico che si sta sviluppando nella mia mente mai quieta, ho assistito a una scenetta e ne ho voluto fare un micro-reportage senza pretese, uno "street animale"   come esempio  gradevole (si spera) e documentativo  di quanto certi animali si siano ampiamente "urbanizzati" integrandosi benissimo, qualche volta anche troppo. 
    Insomma, in questo luogo che qualcuno conoscerà bene, ho incontrato una Cornacchia priva di qualsiasi timore, che come molti umani si è fatta una sosta al bar.

     

     

    La scelta del grandangolo utile per esprimere il concetto di interazione/integrazione, un ritrattone non avrebbe avuto significato alcuno, naturalmente.
    Anche questa per me, ma non sono solo, è fotografia naturalistica. La sezione ambienti urbani è diventata una componente costante nei concorsi di wildlife photography , perchè la componente umana e quella degli altri animali  sono ormai così compenetrate che non ha senso ignorare le interazioni che avvengono, anzi è importante capirle al meglio.
    Commenti, critiche, osservazioni, sulle foto ma anche sul tema in generale, sempre bene accette, i miei blog non sono solo degli show off, ma degli inviti al dialogo (civile ) .
    Per gli interessati: comodissimo, come sempre il 24-200mm Z specialmente accoppiato alla Z8. Foto di Gianni Ragno.

     
     
     
  8. I Gatti del Monumentale.

    Come quella del Castello Sforzesco, la colonia felina del Cimitero Monumentale è fra le pochissime colonie feline di Milano site  in un contesto suggestivo. Milano conta centinaia di colonie feline, ma la maggior parte si trova in zone degradate, oppure di difficle accesso,  a volte pericolose. Un altro paio sarebbero anche suggestive, quella del Tumbùn de San Marc o quella dei ruderi romani di Via Brisa, ma contano ormai solo uno-due gatti.
    La colonia felina del Cimitero Monumentale conta oltre una ventina di gatti.  A differenza di quelli del Castello, che sono più o meno confinati in una zona della piazza d'armi o nei fossati, questi hanno libero accesso a tutto il Cimitero, che è enorme, e sono divisi in diverse "bande" che si sono spartite il territorio. Grazie alla disponibilità delle volontarie e dei volontari che li accudiscono, ho potuto individuare le zone più frequentate, altrimenti avrei potuto girare per un'intera mattina prima di vedere un gatto.
    Il mio scopo era riuscire  a ricavare un portfolio e se fossi riuscito a raccogliere abbastanza immagini interessanti, farne un libro come per il Castello.  Ero partito piuttosto fiducioso, ma mi sono reso conto che il "Progetto Monumentale" si sta rivelando più complesso del precedente.
    Credo che, ampiezza del territorio a parte, i  motivi siano almeno due, ma se qualcuno di voi ha delle altre opinioni in merito lo ascolterò leggerò con molto interesse!
    Il motivo principale è la location, estremamente suggestiva, ma fin troppo presente, mentre il Castello Sforzesco come architettura  si prestava ottimamente da quinta per ambientare i soggetti, qui le statue e i monumenti finiscono per creare sfondi troppo variegati quindi creare una certa confusione,  oppure troppo significativi con il rischio che finiscano per competere col soggetto. E' molto impegnativo creare una relazione corretta fra il "soggetto gatto" e il contesto monumento/ambiente evitando che  il gatto  finisca per sembrare una comparsa casuale nella foto di un cimitero.
    Il secondo motivo è che, a parte qualche eccezione, i gatti sono più diffidenti,  mi sono trovato costretto ad usare quasi sempre il 70-300 perchè non si lasciavano avvicinare, mentre avrei voluto usare più spesso una focale grandangolare per inquadrature un po' più ad effetto. 

    Questa gatta fa eccezione, al contrario di quasi tutti i suoi compagni, non ha alcuna paura e se ne sta da sola lungo il viale centrale ad aspettare i visitatori per ricevere coccole. Con lei infatti ho potuto usare anche  il grandangolo.


     
    Se invece si "stringe" sul soggetto si rischia di decontestualizzare, per cui ci si ritrova con dei gatti che sarebbero potuti essere stati da qualsiasi parte, come in questo caso:

    Una bella gatta che però potrebbe essere ovunque.

    Anche qui l'amico/a nero/a è bello, ma non si capisce bene dove sia.
    Per evitare questo rischio ho cercato sempre di  includere elementi di contesto, anche appena un accenno.


     
     

     

     
    In certi casi sono venuti accostamenti interessanti, anche se non proprio nello spirito originario del progetto, ma bisogna essere flessibili  .
     

     

     
    In postproduzione ho cercato spesso di creare atmosfere un po' gotiche, che era la mia intenzione originale.


     

     
    in altre occasioni ho cercato di attenuare gli elementi di sfondo  che potevano distrarre, "sviluppando" in toni alti. Funziona? Forse sì, ma temo di finire per avere foto disomogenee nello stesso portfolio, o meglio due portfolii dal carattere opposto.

     
    Per quel che avevo in mente sarebbe stato meglio un cimitero di stile anglosassone, di quelli con alberi, cespugli e con le lapidi decrepite, suggestive ma non invadenti. In ogni caso credo che mi dovrò prendere una pausa "forzata", la userò per pensare  se e come continuare.
    Nota tecnica: Tutte foto scattate con Nikon Z 6, 24-70 f4 S e 70-300 f4-5.6 P (tramite FTZ). Il 70-300P va benissimo sulla Z 6, lo abbiamo scritto in tanti e lo confermo, che peccato non sia Z nativo.
    Aggiornamento ottobre 2023, ho fatto un altro giro:



     
    Queste sono state scattate con Nikon Z8 e 24-200mm Z.
     
  9. Un po' per contrastare la recente tendenza a mostrare solo il lato "cute", "coccoloso" del gatto, che non è nemmeno metà del suo fascino, e poi  pensando al prossimo Samahin-Halloween, ecco un piccolissimo portfolio di ispirazione (ma guarda) felina, dark gothic come piace a me. 
     
    Nel folklore irlandese e scozzese c'è una creatura dalla forma di gatto gigantesco, delle dimensioni di un cane pastore, tutto nero tranne per una macchia bianca sul petto. Gira di notte per le Highlands e incontrarlo di solito non è bene. E' il Cat Sith o Cait Sith (gatto fatato).
    Su di lui esistono due leggende. Per una è  un ladro d'anime, che porta via l'anima del defunto nel tempo tra la morte e la sepoltura; per questo anticamente si tenevano delle veglie funebri apposite, se il Cat Sith si fosse presentato lo avrebbero distratto (coi gatti è facile) con musica, danze ed altro.
    Secondo un'altra tradizione il Cat Sith sarebbe una strega. Le streghe potevano trasformarsi in gatto e riprendere forma umana per otto volte, la nona volta erano condannate a restare gatti.
    E Halloween cosa c'entra? Il malevolo Cat Sith a Samahin/Halloween cambiava carattere e diventava una creatura anche benevola; in cambio di un piattino di latte fuori dalla porta avrebbe lasciato qualche piccolo dono, ma attenzione, se non gli si lasciava nulla avrebbe potuto prendersela a male e lanciare una maledizione sugli abitanti della casa.
     
    Quando, un po' di tempo fa, ho incontrato questo Gatto  mi è subito venuto in mente il Cat Sith, così gli ho scattato un paio di foto prima che si dileguasse, elaborandole successivamente in modo da rendere un'atmosfera gotico-notturna. 

     

    Rovistando poi nel mio archivio felino, mi sono accorto che avevo già una sua foto pubblicata (a colori) ed ho pensato di elaborare  e riproporla. Le foto sopra sono quindi inedite mentre questa sotto è una rivisitazione.

     
    Alla radice del mito del Cat Sith forse c'è un gatto vero, molto grosso e molto raro, il Gatto di Kellas. Vivrebbe in Scozia ma se ne conoscono solo tre o quattro esemplari, trovati morti oppure uccisi da chi li ha avvistati. Sono identici al Cat sith tranne che per le dimensioni, che sono grandi sì, ma non come il gatto delle leggende, il più grosso era lungo un metro e sei centimetri coda compresa. Secondo alcuni esperti sarebbero ibridi fra gatti domestici ed il Gatto Selvatico scozzese.

    Il "Gatto di Kellas" imbalsamato al Museo Zoologico dell'Università di Aberdeen, Scozia
     
    Oh, se qualcuno di voi amasse la letteratura gotica, "il Gatto Nero" dell'omonimo racconto di Edgar Allan Poe ha molto del Cat Sith.
     
     
  10. Con un mese o quasi di ritardo, ma sarà colpa del riscaldamento globale ,  ecco che arriva (da non so dove) la Hierodula tenuipunctata, ovvero la Mantide Gigante asiatica che, come ho già scritto, da un po' di anni si sta diffondendo in Italia settentrionale.
    Stessa modella quindi, ma questa volta "affrontata" con un kit differente. Che secondo me ha fatto una certa... differenza (gioco di parole intenzionale).
    Gli anni scorsi l'ho fotografata soprattutto con con il 24-200 Z ed un tubo, oppure con il 300mm, per timore di fuga, per lo sfuocato ecc. Questa volta ho sfidato le distanze ed ho usato esclusivamente il 105 macro MC.  Complice una luce più favorevole, ho potuto sfruttare appieno le doti sia della Z8 che del 105mm.
    Ho inquadrato in modo da avere uno sfuocato  vivo ma non invadente ed ho sfruttato il bokh... la sfuocatura progressiva del 105 per un frontale:


     
    Un tre quarti:

     
    Un'inquadratura  laterale "tutto a fuoco":

     
    Tutte le foto sopra sono a f11, mentre quella di sotto è a f4, che a queste distanze è vicino alla tutta apertura (f3.3):

     
    Infine passaggio da Fx a Dx (originale da 21 megapixel...)

    CLICCARE PER APRIRE
     
     
     
  11. Un piccolissimo reportage in cui condivido più sensazioni che cose. 
    Ho già scritto due blog sul Giardino dell'Isola del Pepe Verde, c'era bisogno di un terzo? Sì, almeno per me.
    Qui non descrivo il giardino, ma il mio vedere il giardino (e la gatta che ne è custode e signora). 
    Intendiamoci, credo che le foto stesse abbiano una qualche qualità  (la maggior parte almeno) che le farebbe "stare in piedi"  anche per conto loro. Se no non le pubblicherei.
     
    Il Giardino. Di fronte a giardini ben curati, quelli belli ordinati, con aiuole ad erba rasata e bei, grossi mazzi o siepi di fiori multicolori, magari fiori grandi, radunati secondo schemi classici.. io provo un vago senso di disagio, di costrizione, di ordine imposto in nome  di un'estetica forzosa.  Più il giardino sembra casuale,  "libero" al limite dell'incolto, più mi sento a mio agio. L'isola del Pepe Verde mi attrae anche per questo. Se aggiungiamo il divieto di fumo e di tormento "sonoro", sono ancora più a mio agio.

     
    L'incontro. Questa foto di una statuetta un po' consunta del Buddha per me non è  una foto banale per due motivi, uno personale emotivo, che non è detto sia condivisibile, e uno più strettamente fotografico su cui penso si potrebbe tranquillamente discutere. Personale è stato l'incontro, inaspettato, passeggiando  in un angolo del giardino,  mi ha mosso al sorriso e infuso serenità; adesso quando vengo in questo giardino torno a rivederla. La bellezza non è nella statua ma nel contesto, che anche fotograficamente non mi sembra  insignificante.

    Fotograficamente, la statuetta emerge dall'edera che la circonda,come una cornice, sullo sfondo brutte reti metalliche e legni ricordano che c'è il mondo di fuori che continua ad agitarsi. Inquadrandola come ho fatto, ho così cercato di non fare fare un'illustrazione qualsiasi di statua del Buddha (che probabilmente vendono a milioni nei negozi di giardinaggio, arredamento d'esterni ecc.)  ma mostrare che da dovunque arrivi, qui questa statua ha trovato il posto giusto, a modo suo è in armonia (molto più che un nanetto  ) con ciò che la circonda e  ha anche un significato*, e rafforza la sensazione di benefica tranquillità che tutto il giardino mi ispira. 
     
    Pepina. 
    L'unica cosa che non amo di lei è il nome, ma si sa, I Gatti non si curano dei nomi che gli danno gli uomini perchè hanno i loro, che non sapremo mai (lo dice Elliott). Attempata signora, sempre elegante, ultima di una colonia scomparsa da tempo, ha eletto da anni il giardino a suo regno  e dimora.  Quando arrivi ti viene incontro e ti valuta, ti giudica. Se ti trova interessante (e se hai crocchette) può decidere di stare un po' con te, farsi accarezzare e concedere qualche posa per poi tornare ad occuparsi del suo regno e svanire così come è comparsa.
    La maggior parte delle mie foto di Gatti è in bianco e nero ma Pepina è grigia con occhi intensi, e il contesto è molto vario per cui preferisco ritrarla a colori.
    Non prendiamoci troppa confidenza ...

     
    Ma no, mi fido, poserò per te:


     
    Possiamo capire perchè gli Egiziani consideravano sacri i gatti?

     
    Un'ultima inquadratura, ti ho concesso del tempo ma adesso è ora di separarci.

     
    Tornerò ancora all'Isola del Pepe Verde, ma non ne scriverò più,  promesso.  Oggi vi ho messo a parte del mio sentire, quindi non occorre tornarci sopra (Non prometto di non mettere più foto di Pepina però  ).

    Se avete qualche commento da fare fotografico e non, mi farà piacere. 
     

     
    *NOTA Solo per gli interessati alla spiritualità orientale: La posizione delle mani del Buddha non è mai casuale, qui mi pare  sia quella associata al primo discorso dopo il Risveglio, quando l'insegnamento Buddhista prende vita (sto semplificando al massimo il concetto de "l'avvio della Ruota del Dharma") per cui  la posizione delle mani è detta   Dharmachakra mudra. Quindi inaspettato incontro con il Buddha che da' l'insegnamento!
    Se tra voi c'è qualche Buddhista, può confermarmi o smentirmi sul mudra? Grazie!
     
     
  12. Ultimamente su Nikonland sono state fatte alcune proposte, tutte puntualmente cadute nel disinteresse generale.
    Mi è venuta voglia di fare anch'io una proposta per vederla cadere nel disinteresse generale.
    STO SCHERZANDO.
    Propongo seriamente un'iniziativa che  spero verrà seguita perchè so per certo che su Nikonland non c'è solo chi si  limita a discutere di come va o non va quell'aggeggio, di che cosa ha assolutamente biogno di acquistare poi al massimo deposita le foto in modo impersonale come un atto fisiologico, o come un  bombardiere, una serie che cade 
    dall'alto, senza una  parola, senza nemmeno mettere un nome al file.
    Su Nikonland, lo so, non c'è solo questo,  c'è chi sa fotografare bene, e bene vuol dire  con la testa e col cuore, che ci mette del suo, che vuole dire qualcosa, questo indipendentemente dal risultato  che può essere un capolavoro, oppure no.
    Lo so perchè ho visto le loro foto e mi hanno toccato, guardandole mi sono detto, qui c'è sentimento, qui c'è passione, qui c'è forza!
    Ma tanti altri in mezzo alle n mila foto "standard" si saranno trovati a dire ecco, questa sì che dice qualcosa!
    A voi mi rivolgo.
    FINITA LA PREMESSA PASSIAMO ALLA PROPOSTA
    In questo blog metterò una mia foto per inizare,  e poi ne aggiungerò se serve, foto che non sono necessariamente le migliori (nemmeno sgorbi però), ma che credo  di aver fatto con la testa e col cuore, spiegando il perchè.
    Vorrei che faceste lo stesso anche voi, seguendo una semplice regola:
    Evitare i riferimenti strettamente personali cioè quelle foto che dicono qualcosa solo all'autore.
    Questi riferimenti hanno due facce:
    la prima sono i legami personali: mogli, mariti, amanti, figli, nipoti, animali di casa. Per quanto li si ami, non è detto che significhino qualcosa per gli altri, anzi.
    La seconda sono le passioni specialistiche, collezionistiche ecc.  io non metterò  foto come quella  dell'Aromia moschata (un insetto) anche se a me dice molto.
    E adesso ci rifilerà il solito gatto... INVECE NO.
    Una delle foto di cui sono in assoluto più contento è questa:


    Perchè? Perchè il grande dinosauro fa sognare i bambini e quello nella foto letteralmente avvolge un bambino, che legge con avidità la disascalia, così che il dinosauro gli si fa vivo nella testa e non è tutto: a fianco suo nonno lo aiuta a capire (conoscendo i bambini potrebbe anche essere il contrario), ma quel che importa è che gli è vicino, nella foto c'è la tenerezza del legame fra i due,  dentro la cornice fantastica del grande Dinosauro, con il bianco e nero rafforza la magia.
    NON è una crisi narcisistica, non è una questua di cuoricini, è la spiegazione del perchè sono convinto che questa foto dica qualcosa di più del solito,  poi chi la guarda può sentire  o no le stesse cose, chi lo sa, qualcuno può pensare che è orribile ed io un illuso.
    Adesso non la sfida, ma la proposta: avete  una, due, centomila foto che secondo parlano al cuore? Mettetele nelle risposte di seguito.
    Mettetele qui e raccontate perchè. Il vostro pensiero è migliaia di volte più significativo più FOTOGRAFIA di qualsiasi discorso  di lenti ed inquadrature. Senza contare che è un esercizio importantissimo anche per chi le propone.
    Mi fermo qui e aspetto. Io di VOSTRE foto che parlavano al cuore ne ho viste su Nikonland, anche meglio delle mie, mi sono fermato  a lungo a guardarle, a lasciarmi toccare dall'emozione, perchè non raccontarle voi stessi?
    Non trinceratevi dietro "non sono capace di scrivere", La foto vi dice qualcosa? scrivetelo, anche in poche righe.
    Se l'iniziativa cadrà nell'oblio, pazienza, potrei proseguire con altre mie, però avrebbe meno senso, sarebbe un'occasione (di crescita) perduta per chi vorrebbe vederle e capirle di più, ma soprattutto per chi non ha voglia di raccontarsi e di riflettere.
     
     
    PS Potrei pubblicare e commentare  (previo permesso) foto di altri che ritengo significative, ma sarebbe comunque la mia lettura, non quella dell'autore, e dovrei impegnarmi in una ricerca che potrebbe escludere e  potenzialmente offendere qualcuno quindi ... no.
     
  13. Mi sono preso due giorni di fuga  a quasi 3000m di altitudine per evitare le temperature africane. Fra le altre cose  ho scattato anche le foto per questo blog, che vuole essere un po' una riflessione su un commento di Valerio Brustia sul significato delle immagini e un po' una proposta operativa in linea con il blog di Massimo Vignoli sulla crescita. 
    C'è chi sostiene che se una foto abbisogna di spiegazioni allora non è una foto riuscita, c'è chi al contrario sostiene che senza una contestualizzazione una foto può perdere molto del suo significato. Chi ha ragione? Ma tutti e due!
    Dipende dalla foto e... da chi guarda la foto.
    Restringo il discorso alla fotografia naturalistica, in particolare la wildlife photography per brevità e perchè sono un seguace dell'antico detto offeleè fa' el to' mesteè (parla di quello che sai).
    Ecco qua.

    Uuh, bel ritratto, ma cos'è?
    E' un Gracchio alpino. Un piccolo corvide. 
    Ah, ok.
    E' sufficiente? Anche no.  Mi spiego, un appassionato di ornitologia oppure un fotografo naturalista lo saprebbe già, mentre e chi non conosce il Gracchio alpino è al punto di prima, solo ha un nome in più nella testa di cui non sa bene cosa farsene.
    Certo, Il nome alpino farà pensare che sia un uccello di montagna ma niente più, potrebbe essere rarissimo oppure no, vivere chissà dove o dappertutto...
    Dobbiamo copiare una voce di Wiki/enci/clopedia sul Gracchio alpino per farci capire? Noo siamo in un sito di fotografia. Proviamo con le fotografie. 
    Come si fa? Contestualizziamo il nostro soggetto con altre  fotografie!
    Eccolo nel suo ambiente:

     

     
    Qui si capisce che  tollera i suoi simili.

     

     
    Volatore veloce ed acrobatico

    Anche in gran numero, specialmente dove abbondano rifiuti ed avanzi di cibo lasciati dagli umani sporcaccioni ambientali:

     
    Questo mi è venuto letteralmente fra i piedi per vedere se avevo lasciato avanzi... 

     
    Perchè ho scritto questo blog insomma?
    Per invitare a non fermarsi al ritratto standard dal sicuro valore estetico -che per carità ci vuole!- ma se si può, fare anche qualche foto diversa, che sia lo stesso gradevole e permetta a tutti di farsi un'idea di com'è è e come vive un Gracchio alpino (in questo caso particolare, ma vale per qualunque creatura selvatica).
    La discussione è aperta, se ne avete voglia  
     
  14. Sono quasi fuori da una brutta faringite causata presumo dall' aria condizionata dei treni o degli uffici dove lavoro (ci hanno trovato dei neandertaliani congelati). Uscita da "convalescenti" perciò, ma con risultati più gradevoli del previsto.
    Dopo una puntata rapida all'isola del Pepe Verde a trovare un'amica dagli occhi nocciola e il pelo di colore grigio piombo (la vedremo prossimamente), mi dirigo verso questa fontana nella Biblioteca Degli Alberi, vicino Piazza Gae Aulenti.
     
    Quasi soprendente  quante cosine si possono fare qui se ci si porta la Z8 (qualsiasi Zeta, ma anche D, ma anche Canon, Fuji...)  ed il 24-200mm anzichè le bricioline.
    Partiamo dal banale:

     

     
    Andiamo un pochino sul più elegante:

     
    Per scoprire cose curiose:

    Che si prestano ad interpretazioni personali

     
    Per finire con del puro divertimento:
    Coppia al bagno

     
    Che diventa triangolo (ma lei la conoscevi?)
     

     
    Dov'è il bagnino qui?

     
    Ma avevate prenotato tutti?
     


    Un paio d'ore rilassanti (contando il Pepe Verde) ma creative.  Un sacco di vita per essere una fontana (c'erano anche delle libellule). Tutte foto scattate con la Nikon Z8 ed il Nikon 24-200mm Z, tranne la prima che è stata scattata con il nikon Z 12-28...  Hummm... la Gallinella d'acqua l'ho fotografata col 300mm f4 pf.
     
     
  15. Il libro che nasce da queste interviste sarà in formato Landscape, con copertina rigida e sovracoperta nello stile di uno dei migliori libri di Nikonland : Tra il Bianco e il Nero. La copertina rigida oltre ad essere elegante è richiesta per la mole del libro, che si prevede non sarà meno di 200 pagine.
    Sono possibili due formati, 20x25 cm (quello del libro sopra citato) oppure più grande (28x33cm) che permette una maggiore valorizzazione delle foto. Ovviamente i costi cambiano. Per questo vi chiederei di rispondere al sondaggio che ho preparato, con le stime dei prezzi e un'indicazione del n. probabile di pagine. Per la scelta si andrà a maggioranza.
    Grazie
  16. Max Aquila

    Ora tocca ai creatori di Nikonland,  che grazie a passione esperienza ed inventiva hanno creato un sito dove si discute con cognizione di causa, si provano le attrezzature in prima persona: Nikonland is different. Cominciamo con  Max Aquila.
    Raccontaci qualcosa di te, 
    Sono una persona un pò dispersiva indirizzata quotidianamente verso molteplici direzioni, ognuna caratterizzata da un diverso 😎 senso della responsabilità.
    I miei percorsi di formazione prendono le mosse, quindi, da doveri e passioni, sempre ed allo stesso tempo: quando studiavo a scuola e durante l'università leggevo in maniera compulsiva e contemporaneamente sperimentavo quasi ogni esperienza che dalle letture promanasse: così nelle attività materiali come in quelle immateriali. 
    Il trait d'union di questa accozzaglia di forze e sforzi è sempre stata la pulsione a immaginare di costruire piuttosto che a creare, quasi mai suffragata dalla riuscita dei tentativi, ma tuttavia ciò ha costituito nel bene e nel male il tessuto connettivo della mia esistenza (e della mia motivazione e tensione verso l'obiettivo)
    Le mie soddisfazioni in questo mare magnum sono certamente le emozioni che quanto detto ha generato nei miei primi cinquant'anni ed i quali effetti spero mi sostengano per i ...successivi.
    Non andrò mai in pensione, nè per i i lavori che svolgo, nè con le sensazioni che provo: fine pena, MAI !

     
    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?
    Probabilmente dal momento in cui mi sono visto fotografato da mio padre, da piccolo: con la Rolleiflex del 1965 comprata appositamente e che oggi, arricchita di tutti gli accessori che sono riuscito a regalarle negli anni, è ancora insieme a me.
    Mi piace stare dietro gli strumenti e non davanti: deve essere stato per questo già da piccolo. Poi ho scoperto, dopo i 16 anni, le potenzialità espressive del mezzo che hanno preso il netto sopravvento sull'esigenza documentativa che fin dalla Rollei e poi dalle Kodak della Prima Comunione mi hanno sempre accompagnato quando mi muovevo: recentemente una persona cara mi ha fatto sentire molto bene raccontando ad un'altra persona che chiedeva della mia passione, come ...dove finiscono le mie dita debba necessariamente incominciare una...fotocamera (parafrasando De Andrè).

     
    Qual'è il tuo genere preferito oggi?
    Reporter da sempre. In ogni senso. Riconosciuto come tale anche da tutti coloro, tanti, che mi hanno delegato questo ruolo fotografico, in ogni ambito.
    ù
     
    ù

     
    E quando hai iniziato?
    I negativi del mio primo rullino di pellicola, scattato interamente da me, è del 1974. Avevo dieci anni ma erano già due o tre anni che avevo imparato a collegare inquadrature con immagini.
     
    Nikon perchè? Un caso o una scelta?
    Un caso? Nemmeno per idea ! Nel 1987, non appena mi fu offerto di avere in regalo la reflex ad ottiche intercambiabili (era questa la necessità) che volessi, non ebbi dubbi e fu la Nikon F301 con un 35-70 f/3.3-4.5
    Non avevo preclusioni di sorta verso altre case, ma alle spalle anni di letture di caratteristiche ed opinioni a confronto. Il mio mito allora si chiamava F3, le possibili sostitute FA ed FE-2... ma comandarono i soldi che permisero la F301. Nel decennio successivo però, mi sono tolto tutti gli sfizi relativi alle attrezzature lungamente desiderate, complice l'avvento del digitale, di ebay e dello smantellamento da parte degli anglosassoni dei magazzini dell'usato: ho approfittato di queste contingenze, utilizzando per anni il meglio della produzione dei migliori periodi di NIkon.
    In questo modo Nikon è diventato per me uno strumento insostituibile che fa da tramite alla mia passione per fotografare...

     
    Come ti trovi? Cosa ti manca?
    Mi trovo nel momento ideale: la transizione da reflex a mirrorless nella maturità economica e compositiva.
    E' una festa continua: potrei accontentarmi di ciò che posseggo, ma mi diverto ancora a sperimentare: non si ridiventa bambini da vecchi?!
     

     
    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?
    Molte: dai viaggi e le interrelazioni culturali che ne derivano, alla musica da ascoltare sempre ed ovunque mi trovi, anche a costo di cantare o fischiare per la strada o mentre guido auto e moto. Gli sport, specie a mare, la natura, il suo rispetto. Osservare. Leggere.
    Al di sopra di ogni cosa però, la mia passione principale sono i miei figli e la visione del mondo che passa per le loro menti ed occhi: così diversa dalla mia come la mia lo fu da quella dei miei genitori: o forse no...il Tempo rimette tutto in ordine.
    Io lo osservo scorrere dalle lancette dei miei orologi che lo misurano, oppure dalla mole dei dati che sui miei hard disk, ogni anno si stratificano.

     
    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 
    Certo. La Fotografia e ...le fotografie che scatto sono il mezzo con il quale io scandisco il tempo a mia disposizione.
     

     
    Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato
    Senza alcun dubbio Nikonland, nei limiti di ciò che sono fin qui riuscito a fare ed oltre, in funzione di ciò che pur essendomi ripromesso, non sono ancora riuscito a realizzare o esprimere.
    In questo progetto fotografico, per la prima volta in vita mia, è stato determinante l'aiuto, i consigli, gli incoraggiamenti, la disponibilità infinita, la comune visione e quelle divergenti col mio amico e co-fondatore, Mauro Maratta. 

     
    E in futuro?
    In futuro voglio tentare di concentrare la mia azione, fotografica, su alcuni progetti che mi sono molto a cuore che devono sfociare nella pubblicazione stampata di una parte, quella più rilevante per i temi in questione, delle centinaia di migliaia di foto scattate negli ultimi dieci anni: senza fossilizzarmi nel ricordo, ma continuando contemporaneamente a fotografare ciò che mi piace di più. Ogni giorno qualcosa ...

     
    Nikonland, perchè? 
    L'esperienza antecedente a Nikonland sul web faceva comprendere a Mauro e me di essere in grado di contribuire all'informazione ed alla crescita di un sito che fosse scevro da compromessi ideologici o commerciali. Non c'era... e abbiamo ancora tanto da scrivere... siamo appena all'inizio: il nostro limite è puramente anagrafico. Solo l'obsolescenza del mezzo, sempre annunziata e non ancora sopravvenuta, potrebbe farci desistere.
    Ma siamo lieti di poter essere considerati per ciò fin qui realizzato.

     
    Cosa ha rappresentato Nikonland e cosa rappresenta oggi? 
    Cosa ha rappresentato e quanto ci tenga l'ho già espresso: oggi è un database di dodici anni di esperienze condivise, su attrezzature, materiali e considerazioni sulla fotografia in genere. Sta ai lettori decidere della sua utilità: ogni tanto riceviamo segnali confortanti in questo senso. Altre volte io e Mauro ci chiediamo se non sia solo un sottile filo quello che ci unisca a persone con le quali (talvolta anche "per le quali") condividiamo passione ed aspettative di divertimento e contenuti.
  17. M&M

    La serie di Quattro chiacchiere con...  si chiude in bellezza con l'intervista al co-fondatore e anima vivace di Nikonland. Non ha bisogno dia presentazioni è lui: M&M.
    Raccontaci qualcosa di te
    Ho da un pezzo passato i cinquanta anni ed ho rinunciato ancora da prima a tenere sotto controllo il mio "peso forma".
    Il mio lavoro é tra le cose più lontane al mondo dall'espressione fotografica o dall'arte in genere.
    Perchè io considero la fotografia come un mezzo di espressione, alla pari con le altre forme di arte e non certamente come una forma di riproduzione meccanica fedele.
    Io come fotografo non mi sento affatto un cronista o un "contastorie", ma un pittore o un compositore. Fotografare per me è il sistema più facile per esprimere la mia creatività.
    Da giovane studiavo musica e sognavo di diventare organista o direttore d'orchestra. Ma non ne avevo né il talento né lo spirito d'abnegazione necessari.
    Sono pigro e trovo sempre più pratiche le scorciatoie. Fotografare è - in apparenza - molto meno impegnativo. Ecco perchè !

     
    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?
    Confesso che non mi sono mai interessato particolarmente alla fotografia fino ai venti anni di età.
    Le mie forme espressive più naturali sono la musica e la pittura.
    In casa c'era una Zeiss Contessa deputata alle foto familiari che usava mio padre esponendo aiutandosi con un misterioso foglietto piegato e riposto dentro l'astuccio della fotocamera (di quelle a soffietto, avete presente ?). Da grande ho poi scoperto che l'esposimetro era guasto e nel foglietto c'erano le coppie tipo di diaframma/tempo. Ma all'epoca non mi interessava per nulla.
    Tutto il mio interesse si riversava sulle macchinine, sui modelli da costruire, sui dischi di musica classica.
    La mia prima esperenza fotografica risale all'epoca del mio primo alano - Lisa - e di un regalo inaspettato, una Polaroid.
    Le foto erano pessime ma vedere lo scatto del mio cane che si materializzava in pochi minuti era emozionante.

     
    Nikon perchè? Un caso o una scelta? E quando hai iniziato?
    Quindi con uno dei miei primi stipendi, nel 1983, finii per acquistare prima il mio primo vero impianto stereo con cui valorizzare i miei dischi e poi, solo poi, la mia prima macchina fotografica.
    Non ne sapevo nulla e quindi come mia abitudine mi documentai approfonditamente prima dell'acquisto. Tanto da capire che doveva essere una reflex. Che doveva avere un obiettivo fisso di qualità molto luminoso. Che doveva essere una macchina seria ed affidabile. Quindi uscii dal negozio con uno stipendio in meno e una Nikon FE2 e un Nikkor 50/1.4 AIs in più.
     
    Qual'è il tuo genere preferito oggi?
    Fotografo le cose vive - anche quelle animate da motori potenti - che mi guardano. Sostanzialmente i miei simili.
    Ma mi devono poter guardare negli occhi, come io guardo negli occhi loro.
    In fondo considero creature vive anche le automobili sportive. Gli aerei e le locomotive. Hanno anche loro occhi, cuore, braccia e gambe.
    E i fiori, che io cerco di fotografare come se fossero persone, quando ci riesco.
    Ho sempre fotografato questo e non mi riesce di stancarmi mentre il resto mi annoia.

     
    Come ti trovi? Cosa ti manca?
    Ho sempre avuto la fortuna di potermi permettere il meglio del mercato. Se c'è qualcosa che mi manca, presto o tardi sarà disponibile.
    In generale per me la pellicola_è_una_cosa_fragile_che_puzza che non ho mai apprezzato, sono nato digitale per tutto quanto; i megapixel non sono mai abbastanza così come la focale che sto usando é sempre troppo corta. Già ad 85mm mi sento a disagio, quasi come se avessi un grandangolare in mano ...
    Ultimamente, per curiosità, ho usato materiale fotografico di altri marchi per vedere se dall'altro lato della siepe l'erba era altrettanto verde. Ho trovato la stessa risposta di quando ho scelto la mia prima Nikon. E non penso che mi avventurerò più fuori dal confine della Contea.
    Ho apparecchi che hanno svariate decine o centinaia di migliaia di scatti all'attivo, eppure sembrano nuovi appena acquistati. Facilità d'uso, ergonomia e tenuta nel tempo.
    Che altro chiedere di più ?


     
    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?
    In realtà dovrei rispondere che oltre alle mie passioni, c'è anche la fotografia. La fotografia spesso è semplicemente la scusa per vincere la pigrizia e la ritrosia verso il mio prossimo ed andare là dove posso fotografare, con la scusa di fotografare ciò che mi piace. Proprio non riesco a fotografare qualcosa che non mi appassiona, non mi piace, trovo brutta o non mi parla !
    La mia più grande passione è la musica - quella cosiddetta "classica" - e poi la storia, quella militare in particolare. Mi interessano poi molte altre cose che mi appassionano ma che ho accantonato in attesa di riavere tutto il mio tempo per me (e non dovrebbe mancare oramai tantissimo tempo, toccando ferro !).

     
    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni? 
    La musica non si può fotografare ma le belle donne e le automobili da sogno che non mi potrò mai permettere nemmeno di provare, quelle si ! Va bene come risposta ?

     
    Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?
    La realizzazione di una promessa fatta ad una ex-modella tanti anni fa. Essere l'ultimo a fotografarla prima che smettesse di posare.
    Il risultato sono più di 9000 foto molto personali che non mi piace condividere con gli altri ma che resteranno per sempre nella mia memoria e con cui mi confronterò per sempre, probabilmente incapace di andare oltre, in termini di coinvolgimento e di tensione emotiva e creativa.
     

     
    E in futuro?
    Nell'immediato futuro voglio dedicarmi ancora di più a fotografare ciò che, facilmente, dopo non potrò più avvicinare come posso oggi.
    Più avanti non lo so. Come vi sto dicendo, per me la fotografia è tutt'altro che il fine, è un mezzo. E in futuro avrò modo di utilizzare più continuamente anche altri mezzi, con ritmi più tranquilli di oggi.
     

     
    Nikonland, perchè?
    Bella domanda. Ci vorrebbe un libro solo per rispondere a questa. Diciamo che Max ed io ci siamo buttati in questa avventura perchè gli altri siti dell'epoca, non ci sembravano abbastanza nikonisti. O se lo erano, il vero motore non era la nostra stessa passione. Può bastare ?
     

     
    Cosa ha rappresentato Nikonland e cosa rappresenta oggi?
    Grazie a Nikonland ho conosciuto tante persone care, con alcune ho costruito veri rapporti di amicizia duratura. Con molti ho avuto ed ho contatti frequenti. Qualcosa di inestimabile.
    Spesso Nikonland è lo sfogo principale della mia necessità di comunicare e di scrivere. La scusa è il test di un apparecchio, il vero scopo e dire agli altri le cose che penso.
    Metterlo a fattor comune, insieme alle esperienze di altri amici che condividono la mia stessa inclinazione per Nikon è un moltiplicatore che ha consentito al sito di arrivare fino ad oggi a 12 anni dal lancio.
    Oggi forse ci sono online meno contatti, ma è normale, quando pensiamo che per molti oramai uno smartphone è più che sufficiente per fotografare.
    Per quelli - sempre meno - per i quali una Nikon resterà invece l'unica risposta all'esigenza di avere una fedele compagna fotografica, Nikonland é parimenti l'unica voce fuori dal coro nella lingua del si.
    Averla fatta nascere ed aver contribuito a creare quella sottile rete di relazioni umane che l'ha alimentata, sarà sempre motivo di orgoglio per me.
    Ma Nikon, prima che Nikonland, per sempre. Non credete ?

     

     
  18. Silvio Renesto

    All'origine si pensava di non inserire me, Max e Mauro in quanto già ben presenti sul sito e far spazio ad altri.  In un secondo tempo, visto il successo del blog -merito dei contributori con le loro storie interessanti e  foto di ottimo livello, grazie davvero- si è pensato di farne un libro. Un libro sui Nikonlander che non parli di chi lo ha fondato o di chi contribuisce alla redazione sarebbe però  "monco". Già che  si fa per il libro, ci è sembrato carino aggiungere le nostre interviste  anche al blog così che l'uno sia realmente lo specchio dell'altro.
    Per cui eccomi qui. 
     
    Raccontaci qualcosa di te
    Sono nato nell’hinterland milanese e ahimè, lì sono rimasto, quale cozza sullo scoglio. Sposato, tre figli (ormai adulti) e un gatto. Vado per i sessant'anni (età anagrafica, quella mentale spesso non supera gli otto). Ignorando i saggi consigli di chi mi voleva commercialista, ho seguito i sogni e mi sono Laureato in Scienze Naturali. Dopo un po’ di anni in cui ho fatto l’insegnante di scuola media, il pubblicista scientifico, l’illustratore di libri di testo, il correttore di bozze, senza mai “mollare” la ricerca scientifica… sono riuscito ad entrare all'Università. Mi occupo di morfologia funzionale in Paleontologia (partendo dalle ossa ricostruire come erano e cosa facevano gli animali),  mi piace moltissimo discutere, cercare, spiegare, per cui faccio anche divulgazione.  Sono specialista di rettili preistorici ma non di dinosauri (anche se qualche volta i dinosauri li fotografo!).

     
    Quando e come ti è nata la passione per la fotografia?
    Mi è sempre piaciuto creare immagini, ho cominciato col disegno. Ai tempi del liceo avevo un amico appassionato di fotografia in bianco e nero, ottimo ritrattista e fotografo di street, che sviluppava e stampava le foto nel bagno. Passavamo interi pomeriggi a casa sua a sviluppare e stampare (per fortuna aveva due bagni!). Lì credo abbia cominciato a germogliare la piantina della passione fotografica. Verso il secondo anno d’Università mi sono potuto comprare una reflex (una piccola, graziosa Pentax Mx con una leggera ammaccatura sul pentaprisma) corredata di 28 e  50mm, a cui ho aggiunto l’80-200mm f4 e, qualche tempo dopo, il mitico 300mm f4 “star”. Il National Geographic aveva appena pubblicato una piccola guida alla fotografia che pur nella sua essenzialità, era molto ben fatta; leggerla mi fece venire la voglia di imparare e sperimentare. E’ cominciata così.
    La fotografia (come il disegno), si è rivelata molto utile anche per il lavoro all’Università, specialmente ai tempi della pellicola, mettendomi in grado di realizzare in autonomia le illustrazioni dei miei articoli professionali.


     
    Qual è il tuo genere preferito oggi?
    La fotografia agli animali, piccoli e grandi. Sono sempre stato appassionato di natura e quando, col 300mm f4 “star” ho inquadrato la mia prima garzetta nel mirino della Mx (ero al Parco dell’Uccellina, nascosto in mezzo a quei cespugli detti “stracciabrache” per un valido motivo) è stata un’epifania. Ancora oggi provo la stessa gioia e meraviglia nell’incontrare gli animali in natura, sono felice come un bimbo. La fotografia ferma quei momenti e me li fa rivivere ogni volta che riguardo le foto. La fotografia mi permette anche di condividere con gli altri queste emozioni ed è bello.

     



     
    La fotografia ravvicinata, cioè la macro non troppo spinta, mi affascina moltissimo: vedere cose che ad occhio nudo ti sfuggono, creature che altrimenti non riusciresti mai a cogliere in tutta la loro bellezza e particolarità. Le libellule sono i soggetti macro che preferisco. Belle e micidiali predatori. Ho fatto un libro fotografico su di loro.


     


    Ma non c’è solo la fotografia naturalistica, Se ho la fotocamera con me, fotografo tutto quello che mi emoziona, mi incuriosisce o mi diverte, situazioni singolari, contrasti, inquadrature che raccontino una mini storia. Mi piacerebbe molto diventare un bravo fotografo di street, ma non mi applico abbastanza.


     
    E quando hai iniziato?
    Fotografavo un po' di tutto, compreso il ritratto e il paesaggio. Ero attratto dall'atto di inquadrare e comporre, di incorniciare nel mirino qualsiasi cosa mi ispirasse, persone, cose, animali, viste di montagna e borghi medioevali di Umbria e Toscana. Conservo ancora tonnellate di diapositive di quei tempi. Con gli anni mi sono sempre più concentrato sugli animali e gli altri generi sono passati in secondo piano.
     

    Scansione

    Scansione da diapositiva

    Scansione da diapositiva
     
    Nikon perché? Un caso o una scelta?
     Ancora un incontro (Karma?!). Erano gli anni Ottanta e stavo cercando di attrezzarmi meglio per la caccia fotografica; ritrovai quasi per caso un compagno di scuola che non vedevo da anni, diventato Nikonista accanito. Mi fece conoscere le ottiche Nikkor e ne fui conquistato. Mi procurai una  FM2  (tendina a nido d’ape) e una  FE2, più  un 28  e un 50, tutto usato,  poi andai da Sansò, mitico negozio di via Broletto a Milano, e scambiai  (purtroppo non alla pari) tutta l’attrezzatura Pentax/Ricoh con un 300mm f4.5 If ED e un 105 f2.8 micro-nikkor. Da lì in poi è storia.
     

     
    Come ti trovi? Cosa ti manca?
    Mi trovo benissimo, sarà per l'abitudine, ma l'ergonomia delle fotocamere Nikon, dal livello medio in su è secondo me impagabile.  Dalla FM2 degli inizi alla D500 che ho adesso, non ho mai posseduto una reflex Nikon con cui non mi sentissi a mio agio e ne ho avute veramente tante. Unica eccezione, se vogliamo, è stata la D70, in cui le vibrazioni dello specchio erano registrabili dai sismografi; in macro occorreva stare molto, ma molto attenti.
    Se ci sono limiti, di solito sono miei più che dell’attrezzatura. Quello che mi manca veramente è un tele macro degno di questo nome. Il 200mm f4 AfD ED otticamente è/era favoloso, ma per il resto è arcaico. Il 180 f2.8 Sigma è molto buono, ma è troppo grosso per essere pratico; il 150 f2.8 Sigma è buono, ma al limite inferiore della lunghezza focale che mi interessa. Sogno un Nikkor 200 mm f4 o un 180mm f3.5/4 AfS VR di concezione moderna.  
    Per il lavoro, in cui la resa dei dettagli è fondamentale, apprezzo moltissimo anche la SIGMA Sd Quattro H.
     
     
    Oltre alla fotografia hai altre passioni o interessi?
    Tante, forse troppe.
    Lasciando da parte la natura, l'altra mia grande passione sono le arti marziali tradizionali. La fotografia e le arti marziali litigano sempre fra loro per il primo posto. Ci sono periodi in cui trascuro una per l'altra e viceversa.

    Ho cominciato col karate verso i diciott’anni, per poi approdare agli stili cinesi, con in mezzo un po' di tutto (comprese alcune ingessature). Ho anche un diploma di istruttore che giace in un cassetto. Continuo a praticare, ma oggi combatto soprattutto l’avversario più pericoloso, il tempo che passa, lui non perdona.
    Leggo moltissimo, amo andare al cinema e mi piacciono i fumetti d’autore (ma non i manga) e quelli umoristici. In Francia, dove c’è un vero culto, se entro in un negozio di fumetti mi devono tirare fuori a forza.
     
     
    Fotografi i soggetti o gli oggetti di queste altre passioni?
    Quasi mai. Ho fatto un piccolo portfolio sul Tai Chi Chuan nei parchi a Milano, e qualche volta ho fotografato i miei compagni di pratica nelle dimostrazioni pubbliche, ma niente di più.
     

     
    Qual è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato?
     La mia piccola-grande spedizione in Centro Italia in cerca della Lindenia tetraphylla, una delle libellule più belle che ci siano. Rara in Italia.

     
     
    Un altro progetto che mi ha dato soddisfazione è stata la realizzazione di una mostra con dei close-up "astratti" di forme fossili,  qualcosa di diverso. La mostra ha anche avuto un discreto successo.
      

     
    E in futuro?
    Continuerò a fotografare la natura, ma non solo, ho intenzione di tornare a variare i temi.
     Sto portando avanti anche un progetto sui gatti di strada, una specie di fotografia di street.

    I gatti hanno personalità e carattere, non sono facili, ma quando riesci a conquistare la loro fiducia, è bellissimo. I gatti di strada  hanno uno sguardo indurito dalla vita difficile, diverso da quello dei gatti casalinghi.  E’un progetto che mi sta a cuore, ma ho veramente poco tempo per cercare i soggetti, così va avanti molto lentamente.
  19. Nel mio blog sul Gracchio, Gianni ha scritto in un commento che conosceva il posto  e non gli piace per niente.
    Ho risposto che ha ragione e qui propongo un reportage "sul posto" come spunto di discussione (se mai qualcuno ne avesse voglia).
    Il "posto" è il Passo dello Stelvio, ci sono andato proprio su indicazione di Gianni, che ringrazio, perchè lì è abbastanza facile avvistare e fotografare il Gipeto, nonostante sia una zona turistica frequentatissima da escursionisti, ciclisti, bikers, camperisti e altro. 

    Avvistare e fotografare il Gipeto è stata un'emozione grandissima, non l'avevo mai avevo visto libero se non a distanze enormi, finalmente ho potuto ammirarlo da vicino nel suo ambiente e fare delle foto, anche se non eccelse, ma per me importanti per ricordare questo momento e condividerlo. 
     

     
    Potrebbe finire qui e saremmo tutti contenti (noi umani almeno, al Gipeto probabilmente non interesserebbe affatto  ).
    Ho invece deciso diversamente, di non fermarmi alla bellezza del soggetto e mostrare anche l'altra verità, quello che rende il posto sgradito a quelli cone Gianni e come me. La metto in chiave umoristica per non essere pesante (o pedante?) ma la riflessione è seria.
    Che splendide vedute!

     
     

     
    di sicuro il tuo respiro si allarga ed il cuore è in pace.
     
    No.
    Anche perché le foto non  riproducono i rumori. 


    Questa strada è percorsa incessantemente da migliaia di motociclisti che fanno il passo in direzione  Bormio  o viceversa  Bolzano.  Veduta splendida ma acusticamente sembrava di essere in pista. Persino il giorno dopo ho avuto in testa il rombo delle moto.
    Al passo fanno tappa per un bratwurst con i crauti (buono anche per i fotografi, devo ammettere) una birra (una sosta in bagno?) e ripartono.


     


    Non ho niente contro i bikers (se non mi schiantassi mortalmente tre-cinque minuti dopo averla inforcata, mi piacerebbe anche avere una bella moto vintage),  sto solo mostrando che la realtà spesso è diversa da come una singola foto potrebbe far pensare, per lo più il naturalista sceglie di concentrarsi sull'aspetto naturalistico, sul soggetto che gli interessa, giustissimo, ma per una volta ho deciso di mostrare convivenza e contraddizione fra natura e uomo.
    Il Gipeto, anzi i Gipeti, sono del tutto liberi, arrivano dai loro luoghi di nidificazione, lontani dal Passo, lo sorvolano periodicamente  per vedere se c'è qualcosa da mangiare. Anche perchè dagli alberghi spesso buttano rifiuti (ragione della presenza di centinaia di gracchi, ma Gipeti mangiano ossa, per cui è strana la cosa). 
    Il punto migliore per fotografare è appena sotto una piattaforma panoramica, dove delle rocce fanno da sedile improvvisato a quei fotografi o birdwatchers che, come me, hanno i calli sul didietro come i Babbuini  , mentre gli altri  si attrezzano meglio con seggiolini... perchè l'attesa spesso è lunga.

     

    Un trio di birdwatchers, anche il cane è concentratissimo. E' lui che "fa" la foto. Non ha molto a che vedere col discorso, lo so, ma mi piaceva troppo . 
    Non c'è niente di male in questo assembramento di wildlifers , almeno credo, però lungo il sentierino che porta sotto la piattaforma, poco più di un solco, ho visto degli "affioramenti di rocce vetrose"   che non sono per nulla in accordo con la geologia del luogo: In pratica ci sono qua e là  accumuli di cocci di bottiglie frantumate, fra cui occasionali coperchi di lattine rose dalla ruggine e altra immondizia del genere.
     


     
    Di sopra ci sta gente con i camper,
     

     
    Di sotto ci stanno i fotografi.
    La mia permanenza è stata troppo breve per capire se i responsabili di questo disgusto siano da cercare fra i camperisti, fra i fotografi o fra tutt'e due.  O altri passanti sconosciuti. Ma qualcuno è stato ed ha pensato di creare mini discariche negli avvallamenti anzichè portare i rifiuti con sé.
     
    Voglio credere che nessun fotografo che si definisce NATURALISTA faccia queste sconcezze ma... specialmente negli ultimi tempi con la  nascita della fotografia naturalistica "di massa" (un ossimoro fattosi realtà  ), chi lo sa.
    Nei due giorni in cui mi sono fermato, gli avvoltoi si sono fatti vedere molto poco perchè sopra le nostre teste ronzavano dei droni (vietati, mi pare, nei parchi naturali). Si fosse trattato di Aquile, bestie più pragmatiche, i droni sarebbero stati aggrediti e fatti a pezzi , ma gli Avvoltoi, più timidi, preferiscono starsene alla larga.
    Conclusione: L'incontro con il Gipeto è stata una grande emozione NONOSTANTE il posto, sono quindi molto contento di esserci andato. 
    Potevo anche limitarmi a pubblicare le foto wildlife e raccogliere apprezzamenti, critiche, cuoricini (o indifferenza) per quelle, ma la penso come  Valerio Brustia, la fotografia è anche indagine e documento; in questo caso mi è sembrato giusto metterci anche il resto.
    La discussione che vorrei seguisse, mi piacerebbe incentrata su quanto sia frequente, quasi inevitabile, oggi (e difficile) questa integrazione fra l'aspetto antropico, umano, e la natura,  oppure  sulla necessità di consapevolezza per poter conservare, e perchè no, anzi apprezzerei interventi anche sul ruolo che può avere il nostro (mio, vostro, non troppo in astratto) essere  fotografi nel divulgare, nell'educare, nel rendere consapevoli gli altri, andando oltre al "soggetto"  quando si pena sia il caso di farlo.
    Evitiamo se possibile, i luoghi comuni. 
     
  20. Oggi un'uscita nel solito posto sul Fiume Azzurro, essere lì la mattina, prima che si popoli troppo, mi fa bene anche senza fotografare .


    Non mancherebbero gli uccelli, ma barche ed umani vari li tengono a distanza.
    Ma non importa sono lì per fare macrofotografie, mi aggiro fra i cespugli e le rive in cerca di soggetti interessanti.

     
     
     
    Abbondano i soggetti noti, che allora cerco di riprendere in modo un po' diverso:

    Un maschio di Crocothemis erytraea in controluce, la vegetazione crea uno sfondo particolare per ombre e colori. A  me piace.

    Una altro maschio di Crocothemis erytraea che rivisito in chiave tricolore, blu dell'acqua, rosso lui, giallo paglia la... spiga bruciata.

    Restiamo minimalisti: una femmina di Orthetrum albistylum, dai riflessi metallici, il bosco sull'altra riva riflesso nell'acqua è quello che da' il colore di sfondo.
    Finora però il mio entusiasmo è moderato, diciamo così,foto carine ma niente di che e soprattutto niente di nuovo. Poi, l'angolo dell'occhio percepisce un movimento fra l'erba. E capisco che la giornata prende una svolta. Molto positiva!
    Ci sono dei soggetti che, anche se non sono proprio rari, desidero da tempo fotografare ma non mi è mai capitato. Ed oggi, regalo,  eccone uno. 

    Acrida ungarica!
    Di certo questa immagine susciterà qualche perplessità su quanto io sia facile all'entusiasmo. Sembra una cavalletta  un po'  sghemba (ed è proprio quello che è)...

    Ma se la si guarda bene, si vede che è una "bestia" curiosa: Le zampe posteriori sono magre magre, l

     
    La testa.. è lunga lunga con la bocca in basso, e gli occhi in cima, e due buffe antenne coniche sembra un disegno da fumetto.

    Lo trovo un insetto molto simpatico, desideravo da tempo di incontrarlo da vicino e fotografarlo, perciò, come da titolo, oggi sono contento. Le foto me le sono proprio sudate (e non è una metafora).
    NOTA SULLA Z8 per chi soffre se non si parla di attrezzatura  : Sul serio, fa la differenza,  anche in macro, ad esempio riducendo pressochè a zero il turpiloquio provocato dall'autofocus della Z6, soprattutto con le ottiche Z (ho usato il 105 MC e il 24-200), ma anche con il 300 + Tc14+FTZ (che sarà sostituito con "qualcosa" Z appena mi sarà possibile). C'è naturalmente molto di più, ma già questo mi rende felice dell'upgrade. 
  21. Un paio di mini uscite per mettere alla prova la Z8, o forse dovrei dire me stesso con la macchina.
    Comunque condivido alcune immagini e considerazioni, sperando di far cosa gradita e se ripeto qualcosa di quanto già scritto  da altri prendetela come una conferma ulteriore, un rinforzo, una stellina in più.
    Versione di una riga: devo studiare un pochino i settaggi per poterla usare al meglio ma già al primo contatto è bella, rapida e intuitiva. Ne sono soddisfattissimo.
    Preliminari:
    Ho tirato gli attacchi della tracolla: tengono.
    Ho montato e smontato tutti gli obiettivi: nessun problema.
    Adesso passiamo all'azione:
    Confermo tutto quello che hanno scritto gli altri possessori di Z8 sulla rapidità di reazione e di messa a fuoco.  Purtroppo non c'erano molti volatili che volavano, probabilmente per colpa delle tempeste dei giorni precedenti, ho inseguito un povero cormorano lontano e la macchina non ha sbagliato, le foto non le pubblico perchè veramente insignificanti. Pubblico questi Cigni bianchi, ottima resa per essere un controluce totale.

    Nikon Z8, 300mm f4pf + Tc14 eii + FTZ,  mano libera formato  FF.
    Il fatto di avere circa 46 megapixel significa poter scattare anche in Dx con una risoluzione più che dignitosa, come nel caso di questa famigliola di Svasso Maggiore, sempre putroppo in controluce ( il motivo è che dovevamo andare in un'altro posto, ma i disastri lo hanno reso inaccessibile quindi abbiamo dovuto trovare una soluzione di ripiego nelle vicinanze):

    Nikon Z8, 300mm f4pf + Tc14 eii + FTZ, f7.1, mano libera formato  Dx.
    Un albero vittima del maltempo.

    Nikon Z8, 24-200mm Z a 37mm, formato Fx
    Naturalmente la soddisfazione di riuscire a fotografare di nuovo una libellula in volo, ma ne ho già parlato...  

    Nikon Z8, 300mm f4pf + Tc14 eii + FTZ, f7.1, mano libera formato  Dx.
    Qui una Libellula (Ortethrum albistylum maschio) ripresa a pieno forrmato con il 300mm ed un tubo Z compatibile da 35mm.

    Nikon Z8, 300mm f4Pf + FTZ + Tubo da 35mm, mano libera, formato Fx.
    Se invece il soggetto è più lontano, come questo maschio di Calopteryx splendens, rieccoci ad usare il Tc14 e ritagliare al  formato Dx:

    Nikon ZX8, 300mm f4pf + Tc14 eii + FTZ, mano libera, formato Dx.
    Insomma questi primi tentativi di wildlife e macro con la Z8 mi hanno soddisfatto, anzi entusiamato. 
    In ultimo vi propongo questo Bombo, ripreso con il Nikon Z 105mm MC in formato Fx e Dx , quindi 150mm "equivalenti" (ma non proprio, lo so"  )

    Nikon Z8 e 105mm MC in formato Fx

    Nikon Z8 e 105mm MC in formato Dx.
    NOTA,  il formato Dx è ottenuto in postproduzione a scopo dimostrativo, non sono stato a passare in continuazione da un formato all'altro sul campo . 
     
  22. Il 20 luglio del 1973, moriva Bruce Lee, per cause poco chiare, forse una intossicazione o uno shock anafilattico da "medicinali", per così dire.
    Il suo mito invece è rimasto vivo e intatto fino ad oggi. 
    Da appassionato praticante di arti marziali orientali e da "divoratore" dei suoi film, voglio condividere qualche pensiero sull'aspetto cinematografico e sull'aspetto combattivo di questo artista.
    Bruce Lee al cinema
    Bruce Lee ha letteralmente rivoluzionato il modo di coreografare i combattimenti al cinema ed in Tv. Da noi, salvo qualche eccezione, imperavano il fare a pugni (a volte vero pugilato, altre volte scazzottate a caso) dei calci, con qualche sprazzo di judo o più raramente di karate.
    In Cina/Hong Kong invece il film di arti marziali erano basati su movimenti e tecniche di questo o quello stile di kung fu, eseguiti a braccia tese con un costante ritmo uno-due assai poco realistico, per non parlare di salti e  volteggi che offendevano la legge di gravità.
    Bruce Lee ha introdotto nelle coreografie marziali un ritmo serrato, con tecniche d'anticipo, finte, giuste distanze e movimenti del tutto possibili ad una persona atletica. Bruce Lee fu un abile ballerino oltre che artista marziale ed il suo senso del ritmo gli fu indubbiamente di aiuto sia nel creare coerografie avvincenti che nello sviluppare la sua arte marziale.

    Una delle più famose posizioni di guardia di Bruce Lee, laterale, pronto a scattare con la gamba avanzata spostando il peso.

    In molti suoi film il Karate è ridicolizzato (Dalla Cina con Furore, ma soprattuto l'Urlo di Chen terrorizza anche l'Occidente, quello col duello con Chuck Norris) e dichiarato inferiore al kung-fu, una nota nazionalistica, tutto "Dalla Cina Con Furore" è anti giapponese (è ambientato durante l'occupazione giapponese di alcuni territori della Cina) . Cosa che ha fatto spuntare palestre di kung fu come funghi un po' dappertutto.

    Bruce Lee vs Chuck Norris (che era inizialmente campione mondiale non di karate ma di uno stile simile coreano, il Tang Soo Do)
    Ma kung fu (sarebbe meglio dire quanfa) è un termine quantomai generico, che si riferisce a decine e decine di arti marziali molto diverse fra loro, e nei suoi combattimenti "cinematografici " Bruce Lee usa poche  tecniche attribuibili a qualche stile di kung fu cinese (a parte un po' di wing chun), affidandosi soprattutto a calci alti che ricordano di più il taekwondo coreano o il Muay Thai, pugni occidentalissimi, proiezioni da sanda o da judo, armi da kali filippino, insomma, un po' di tutto, più rispondente alle necessità dello spettacolo di fronte ad un pubblico più smaliziato, ma coerente anche con la sua filosofia  che sosteneva- a ragione- l'ecletticità contro la rigidità delle tecniche preordinate.
     

    Bruce Lee è famoso anche per aver "sdoganato" i Nunchaku. Arma di derivazione contadina estremamente efficace, la trovo ottima per allenarsi. 
    A tutto questo aggiungeva un notevole carisma personale e un'esperienza di vero praticante di arti marziali che traspariva nell'azione cinematografica. Se confrontiamo una scena di combattimento di Bruce Lee con una di Jackie Chan (formatosi ad uno dei "Teatro dell'Opera di Pechino") , la differenza è visibile. Jackie Chan,  almeno ai miei occhi, sembra più un eccellente acrobata che un lottatore.
     

    Jackie Chan giovanissimo e quasi sconosciuto in una  "comparsata" in un film di Bruce Lee.
    Nemmeno il bravissimo atleticamente Jet Li a mio parere è confrontabile "cinematograficamente parlando" con Bruce Lee, se confrontate la versione di "Dalla Cina con Furore" con Jet li con quella originale, lo capite subito.
    Gli attori "marziali" che oggi trasmettono qualcosa come carisma, secondo me sono Tony Jaa (Muay Thai) e Iko Uwais (Silat).

    Bruce Lee e le arti marziali. Bruce Lee si formò con un'arte marziale tradizionalissima, il Wing-Chun, uno stile di combattimento -che non ho mai praticato- prevalentmente a corto raggio, parte di una famiglia di arti marziali  di una regione del Sud della Cina. Il suo Maestro fu Ip Man, (a cui hanno dedicato una serie di deliranti film con Donnie Yen) e Bruce Lee iniziò ad insegnarlo nel suo primo soggiorno negli USA, ben presto però si rese conto chenella realtà, aderire ad un solo stile di combattimento era limitante, e che la maggior parte degli stili classici di Kung fu avevano perso nel tempo qualsiasi efficacia, trasformandosi in (parole sue) un vuoto agitare le mani.

    Un giovane Bruce Lee con il maestro Ip Man.

    Per questo Lee rinnegò in buona parte gli stili tradizionali e studiò un'integrazione fra  metodi di combattimento orientali ed occidentali votata alla sostanza non all'apparenza, il suo Jeet-Kune do (prima Jun Fan), o arte di intercettare un pugno, che in fondo può essere considerato l'antenato delle arti marziali miste.
     

    Bruce Lee e Dan Inosanto, suo amico e maestro di Kali (arte marziale filippina) da cui Bruce trasse molti insegnamenti per codificare il suo Jeet Kune Do.
     
    Bruce Lee combattente. Qui le cose si fanno un po' più oscure perchè il mito ha ingigantito forse oltre misura le abilità reali. 
     Sicuramente era agile, veloce e compatibilmente con le sue dimensioni, potente. Si sa che quando insegnava negli USA era un istruttore molto apprezzato e diversi personaggi famosi (Steve Mc Queen, James Coburn, il giocatore di basket Alì Abdul Jabbar) furono suoi allievi. Quindi ci sapeva fare. 


       Purtroppo ci sono rimasti pochi elementi di valutazione (documentazioni, filmati di combattimenti non cinematografici), oltre a  testimonianze di incontri a porte chiuse.
    Dai filmati delle sue dimostrazioni, di nuovo si vede che Bruce Lee ci sapeva fare piuttosto bene soprattutto nell'anticipare l'avversario con il giusto tempismo e tecnica. Insomma un valido combattente, perlomeno nel contesto in cui lo si è visto combattere.  


    Due scene tratte da una dimostrazione pubblica, Bruce Lee è quello con i laccetti bianchi.  Incontri interessanti, avversari di livello medio però,.
    Bruce Lee quindi non era una finzione, sapeva combattere bene, ma non era quel combattente assoluto che il mito ha costruito. In un altro filmato lo si vede allenarsi al sacco, i calci laterali sono ottimi ma i pugni sono qualitativamente sotto al livello di quelli che avrebbe potuto sferrare un pugile dallo stesso fisico.
    Anche a parità di peso, contro  un mago della Muay Thai, come ad esempio  Saenchai, nutro seri dubbi che Bruce Lee avrebbe potuto avere la meglio.
    In ogni caso Bruce Lee è stato un innovatore, un artista  marziale capace,  raffinato ed eclettico ed ha lasciato un'impronta indelebile nella storia del cinema  e delle discipline di combattimento ed ha contribuito  ad avvicinare molti alla pratica  delle arti marziali.  Per questo il sopravvivere del suo mito è ampiamente giustificato.
    Foto da internet , copyright degli aventi diritto.
  23. E' una frase fatta , ma comunque una gran verità.
    Come quella che afferma che l'equipaggiamento più importante sta alcuni centimetri dietro il mirino.
    Spesso si fotografa a caso soprattutto, purtroppo, nella fotografia naturalistica dove, attratti dal soggetto ci si dimentica del contorno, ci si dimentica di fare attenzione, di valutare alternative, di pre-vedere il risultato, di sperimentare, insomma, di pensare.
    Ne abbiamo parlato e scritto in non  so quanti articoli e tutorial, io ne ho discusso soprattutto per la macro. In questo blog cercherò di non ripetermi,  ma farò esempi di come il fatto di  pensare di spostarsi di qualche centimetro o di qualche passo, pensare di cercare un'occasione migliore, una luce diversa, possa fare la differenza. 
    Le foto sono tutte mie, così non si offende nessuno  .
    Cominciamo con delle Damigelle.
    Point and shoot (inquadra e scatta)  stile compatta porta di solito a risultati... inguardabili e siamo tutti d'accordo.

     
    Non c'è bisogno di grande analisi per dire che è un orrore di foto? Bene.
    Facciamo un passo avanti qualitativamente, abbiamo un macro, dei tubi, una lente, insomma proviamo a fare qualcosa di più interessante, ma presi dal soggetto, o semplicemente distratti, insomma senza guardare, non è che escano foto migliori:

    Presto, il cestino!
    Ma questa damigella ci piace tanto, se ne sta lì ferma, ci lascia avvicinare, riproviamo ad ingrandimento maggiore:

    Un po' meglio, ma poco. Rendiamoci conto che o si tolgono i fili d'erba o la foto sarà al massimo così (per me da scartare).  Dobbiamo impegnarci in un "salvataggio" successivo, clonando e trafficando sopra e sotto? Se volete, oppure ci si rende conto che le damigelle sono tante e se ne sceglie una su un posatoio migliore e si cura meglio l'inquadratura:
    Mezzo metro più in là sullo stesso cespuglio, ecco sfondo migliore e curando l'inquadratura, si sfuoca l'addome in modo che non risulti tagliato (non è la  stessa dell'altro blog, eh):

    C'è differenza?
    Un  altro esempio, L'Orthetrum albistylum, Il soggetto è bello, ma ripreso da lontano stando in piedi, il risultato non è così bello:

    C'è addirittura una foglia davanti all'addome, nella zona posteriore, ingannati dalla visuale del mirino (fa rima con cestino)? 
    Avvicinandosi un po' ma soprattutto inginocchiandosi:

    Un po' meglio vero? Non ho pulito il puntino di sporco ed il peluzzo sul sensore, lo so, ma sono foto didattiche, che vogliono spiegare una cosa diversa, tutti sappiamo cosa fare dei puntini pre o post... .  
    Questa foto (ripulita dei puntini  ) è dignitosa. Bella uguale a  tante altre che ho fatto. Però, volendo, si può fare di più, osservare (che è un sinonimo di guardare) il comportamento e vedere che il posatoio è un punto di decollo e di atterraggio, quindi si può riprenderlo appena atterra ad ali alzate per una foto più di effetto.
    Ed allora:

     
    Cambiamo soggetto, camminando incontro questi quattro  marangoni minori -grazie a Gianni per la correzione nell'identificazione, distrattamente li avevo presi per dei Cormorani-sui rami nell'acqua. Punto e scatto, ecco quattro Marangoni nell'acqua del fiume.
     

    Passabili. Ma se provassi a cercare un punto diverso?
    Mi sposto di due metri o poco più:

    E' meglio? E' peggio? E' diversa. I Marangoni diventano elemento grafico con il monocolore dell'acqua. Sempre natura, ma con un pizzico di interpretazione.
    Questa mi stuzzica anche la fantasia, voglio farne una versione in bianco e nero,  cosa che che con quell'altra non avrebbe avuto senso, non avrebbe  reso quel che avevo immaginato.


    Magari  piace solo a me.
    Spero tantissimo che abbiate colto il senso di questo mio blog. In tutti i generi fotografici, anche con gli animali, metterci la testa va ben oltre il curare la messa a fuoco l'esposizione e così via.
    Le foto, a parte quella dei cormorani, sono diverse da quelle del mio blog precedente, non è un riciclaggio.
    Il discorso è rivolto a chi è alle prime armi, gli altri non si offendano, lo so che lo sanno già.
    Silvio Renesto
  24. Un giro all'insegna della flessibilità  
    Siamo partiti con l'intenzione di fare macrofotografia in un punto dove ci sarebbero dovute essere le mantidi religiose (quelle solite). Non c'erano. Allora ci siamo rivolti a quel che passava il convento... cioè le sponde del fiume.
    Una foto della location  con il 12-28 su Zfc.

     
    Macrofotografia pochina, però ho avuto modo di valorizzare il 105mm MC (sempre su Zfc) ad esempio con questo ritratto, lo sfuocato del 105 è proprio  bello. 
    Soggetto sveglio e vivace, aveva appena pranzato con una "zanzara". Avvicinamento lento e cauto, scattando progressivamente più da vicino fino al massimo concesso. Mano libera.

    Anche questa Licenide è stata fotografata con il 105Mc su Zfc, ma è più una sfida, la foto, col senno di poi, non è così appagante esteticamente:

     
    Accoppiamento di damigelle in luce di traverso, 300mmf4 + Tc14:

     
    Un bel maschio di Ortethrum albistylum appena posato, con  le ali ancora alte, ne approfitto:

     
    e la macro finisce qui; per fortuna il quasi 600mm permette  di allargarsi agli animali più grandi
    Duetto di Cormorani (anzi, mi sa che sono marangoni minori!):

    Che diventa un quartetto:

    Tutte le macchie che vedete non sono  sporcizia, sono libellule  in volo!
    Una solita garzetta:

     
    e poi il gran finale, il regalo inaspettato:

    Paesaggio fluviale con Airone Rosso.
    Questa, ed  il primo piano della Damigella, sono le migliori della giornata, ma questa mi ha messo proprio nell'umore giusto per passare dalla torrida boscaglia al... calice di Prosecco.
    Silvio Renesto
  25. Giochi coi Gechi!

    A questi luoghi  sono affezionato per mille motivi, alcuni sono personali, altri riguardano la bellezza dei luoghi stessi...

    Siamo dalle parti di Populonia

     
    e poi ci abbondano le bestiole che mi piacciono (anche) come soggetti fotografici. Piccoli tesori nascosti che sfuggono ai più, a quelli che passano e non sanno guardare.
    Ecco uno degli animali che mi stanno più simpatici in assoluto. Lo vedete? Dov'è?

    Foto col 12-28 Z su Zfc.
    Aspettate un attimo che vado un po' vicino.
    -2
    Eccolo lì: il Geco, un "preistorico" in miniatura. .Foto con il 24-200 a 200mm con Zfc e tubo corto. Come per tutte le altre foto ai Gechi.
    Mi pare che in qualche regione italiana li chiamino anche tarantole , come i ragni.
    Da bambino, in vacanza nell'entroterra ligure, la sera mi fermavo a guardare affascinato i Gechi che dal tetto scendevano  lungo il muro a dare la caccia alle falene e gli altri insetti attratti dalla  luce della lampada che c'era sopra il portone della casa di campagna che ci ospitava. Da allora ne sono affascinato.
    E' un soggetto che grazie alla sua pelle granulare ed al pattern di colore "sta bene"   sui vecchi muri coi quali si confonde e sui quali si arrampica meglio delle lucertole.

     

    Una tomba etrusca con turista molto "British". I Gechi abbondano

     
    E' un animale  molto timido, se si accorge di essere osservato... si nasconde subito. Allora si deve aspettare immobili e prima o poi (più poi che prima) lui tirerà fuori di nuovo la testolina per esplorare la situazione e vedere se può uscire in sicurezza.

     
    I Gechi sono spesso notturni, perchè temono la concorrenza delle lucertole che sono più veloci e gli soffiano le prede. Dove la competizione è minore, ossia dove ci sono meno lucertole, li si può vedere in giro anche di giorno.

    A un metro dal geco... più spavalda, la Lucertola.
    Che cosa ci trovi in queste bestiole?
    A parte che i Gechi sono e restano -per me- molto fotogenici (hanno anche un simpatico sorriso).

    Il sorriso del Geco.

    A parte il non aver mai perso lo stupore meravigliato del bambino che scopriva le piccole cose della natura,  mi si è aggiunto uno  stupore ed una meraviglia ancora più grandi, quando per ragioni professionali ho scoperto che animali eccezionali sono.
    Perchè si ama di più quanto più si conosce.
     
    NOTA segue una parte naturalistica divulgativa, con  foto di repertorio non mie, leggere se interessa.
    Il Geco è studiato persino nei laboratori di alta ingegneria per le sue capacità. 
    Può facilmente arrampicarsi sui vetri completamente lisci, camminare a testa in giù sui soffitti, perchè ha inventato (evoluto!) un metodo di adesione speciale e fortissimo.
    Su superfici irregolari può usare gli artigli come una lucertola, ma su superfici troppo lisce dove una lucertola non potrebbe mai arrampicare lui usa una adesione "molecolare".

    Un geco  sul vetro, visto da sotto
    Non ha ventose, come si potrebbe pensare, invece  le squame sotto i polpastrelli si possono aprire a comando come tende veneziane scoprendo migliaia di filamenti ramificati che appoggiati al supporto creano una superficie di contatto ininterrotta di milioni di punti

    Foto al microscopio elettronico dei filamenti sotto alle squame dei polpastrelli del Geco.
    così il Geco riesce a creare una attrazione  su un'area enorme fra  le molecole delle dita e quelle della superficie (un po' come due fogli di carta che non vogliono saperne di separarsi, ma con molta più forza).  Per spostarsi basta "chiudere le veneziane" cioè le squame e la zampa si stacca.
    Spiegazione grossolana ma penso di aver osato già troppo.
    Capite che per me è impossibile non appassionarmi!

    vlc-record-2023-06-14-11h07m26s-1 gekko.mp4-.mp4  
     

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