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Silvio Renesto

Nikonlander Veterano
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Blog Entries posted by Silvio Renesto

  1. Da dieci anni il comune di Lodi ospita il Festival della Fotografia Etica.



    Il festival è ospitato in più sedi diverse, ma Lodi è abbastanza piccola da poterle girare tutte a piedi in una giornata. Un unico biglietto permette di visitare tutto e anche seguire le visite guidate (a cui partecipano alcuni dei fotografi che espongono le opere ).
    Intanto che aspettavo l'ora di apertura, ho fatto qualche foto del centro storico






    Street anch'io!



    Il Festival della Fotografia Etica nasce 38 anni fa grazie a Jean-François Leroy, che è riuscito a fare qualcosa di unico e straordinario, e la sua opera ha ispirato molti fotoreporter ad assumersi la responsabilità di dare visibilità a chi è in prima linea per testimoniare ciò che accade.



    Le mostre che danno corpo a questo evento offrono al pubblico foto e reportage di grandi fotografi internazionali: donne e uomini che hanno documentato eventi, visti e vissuti da vicino e ci offrono un quadro di realtà diverse tra loro ma tutte testimonainze in diretta.
    Come rileva l'editoriale che introduce il festival, questo evento vorrebbe essere un'occasione per uno sguardo consapevole al mondo, e offrire un'occasione per uno sguardo attenta e non affrettata, che porti a meditare qual'è l'impatto di certi eventi e dove ci sta posrtando la Storia che stiamo vivendo. La speranza è che capire possa essere il primo passo per reagire.










    In fondo al blog vi metto i link, ed il programma dei diversi eventi (altro link in fondo).

    Per questioni di tempo mi sono limitato ai due che più mi interessavano:

    Il World Press Photo: circa 150 immagini da tutte le parti del mondo selezionate da una giuria internazionale in occasione della 71° edizione del concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria più famoso.
    Il World Report Award, Riporto dall'editoriale: concorso internazionale del Festival di Lodi, che ha lo scopo di dare voce e sostegno all’impegno sociale dei fotografi e si rivolge a tutti, italiani e stranieri, professionisti e non. Il soggetto è l’umanità con le sue vicende pubbliche e private, le sue piccole e grandi storie; i fenomeni sociali, i costumi, le civiltà, le grandi tragedie e le piccole gioie quotidiane, i cambiamenti e l’immutabilità.
    Le immagini sono di altissimo livello, alcune emotivamente molto forti, quando denunciano situazioni drammatiche, coinvolgenti anche quelle che danno speranze.
    I fotografi nella gran parte sono dello stesso paese del luogo che documentano. Ad esempio l'autrice del reportage intitolato il Buddha che ha smesso di ridere, che riguarda gli esperimenti atomici nel Rajahstan che hanno causato innumerevoli morti di cancro e altre malattie da radiazioni, è una fotografa indiana. Il titolo deriva dal nome che hanno dato alla prima bomba atomica fatta esplodere lì, "the smiling buddha-il buddha che sorride". Non so a chi possa essere venuto in mente di dare quel nome ad una bomba nucleare.
    Ho scelto di documentare il festival non con foto delle singole fotografie, perchè a mio vedere non ha senso, quanto di mostrare le foto fra le persone, cogliendo, qualche volta almeno, delle interazioni.



    l'uomo senza faccia è stato ridotto così da un proiettile sparatogli dalla polizia durante una manifestazione a fianco la radiografia del cranio con dentro le schegge.






    Hey Joe...

    I link
    https://www.festivaldellafotografiaetica.it/xvii-edizione/?_gl=1*9vbo8b*_up*MQ..*_ga*MTI2NzczMjYxMi4xNzkxNzI5ODMz*_ga_Q0NLQKYWX7*czE3OTE3Mjk4MzMkbzEkZzAkdDE3OTE3Mjk4MzMkajYwJGwwJGg4Nzk3ODU0ODc.
    https://www.festivaldellafotografiaetica.it/programma/




  2. Centenario Aero Club Milano

    Gli aerei mi piacciono, ma non sono un grande appassionato e nemmeno esperto.
    Non andrei apposta fotografare agli airshow, per intenderci, ma quando ho saputo della celebrazione del centenario dell'Aero Club di Milano il cui aeroporto è a Bresso, circa dieci minuti in auto da casa mia, ho pensato perchè no, ne potrebbe uscire qualche foto interessante.


    L'Aeroclub, la storia (tratto dal loro sito web https://www.aeroclubmilano.it/storia/
    qui riprodotto a scopo informativo).
    L’Aero Club Milano è uno dei club di volo più storici e prestigiosi d’Italia. La sua storia inizia nei primi anni del Novecento, quando l’uomo cominciava a sperimentare i primi voli e sognava di solcare i cieli.
    Fondato ufficialmente nel 1926, l’Aero Club nacque in un periodo pieno di idee e scoperte che avrebbero cambiato il mondo dell’aviazione per sempre.
    Tra i pionieri dell’aviazione c’era Emilio Pensuti, un giovane meccanico con il sogno di volare. Costruì il suo primo aereo, il “Friuli“, e collaborò con il famoso ingegnere Gianni Caproni, dando vita a incredibili innovazioni nel mondo aeronautico.
    Un altro pilastro del club fu Alberto Ostali, un eroe della Prima Guerra Mondiale che ricevette la Croce di Cavaliere per il suo impegno nell’aviazione. Dopo la guerra, dedicò tutta la sua vita a far crescere l’Aero Club e a promuovere il volo.
    Sempre nel 1926, l’Aero Club Milano (AeCM) stabilì la sua prima sede proprio a Taliedo, beneficiando delle strutture esistenti per promuovere l’aviazione civile e sportiva. Il Campo di Aviazione di Taliedo, operativo dal 1910, fu il primo aeroporto di Milano e uno dei primi in Italia. Situato nella periferia sud-est della città, divenne un centro nevralgico per l’industria aeronautica italiana, ospitando le Officine Caproni (da qui nasce il titolo Conte di Taliedo), dove venivano assemblati e collaudati velivoli innovativi. Durante gli anni ’20 e ’30, l’AeCM organizzò numerose manifestazioni aeree e raid internazionali, contribuendo alla diffusione della cultura aeronautica in Italia. Con l’aumento del traffico aereo e l’evoluzione delle esigenze operative, Taliedo iniziò a mostrare i suoi limiti.
    Nel 1937, fu inaugurato l’Aeroporto di Linate, costruito nelle vicinanze per sostituire Taliedo come principale scalo milanese. L’Aero Club Milano trasferì le sue attività a Linate, continuando la sua missione di formazione e promozione del volo. Il passaggio da Taliedo a Linate segnò una tappa fondamentale nella storia dell’Aero Club Milano.
    L’aeroporto di Bresso, situato vicino a Milano, divenne la nuova casa dell’Aero Club nel 1958, quando il Forlanini di Linate assunse un ruolo internazionale.
    Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’aeroporto di Bresso divenne un punto strategico per la difesa aerea di Milano e fu utilizzato come base per tre stormi da caccia della Regia Aeronautica. La Società Ernesto Breda lo impiegò per collaudare i velivoli da guerra prodotti nei suoi stabilimenti, realizzando anche una galleria del vento per test aerodinamici.
    Oggi, l’Aero Club Milano rappresenta un punto di riferimento per chiunque ami il volo. Offre:
    Corsi di pilotaggio per diventare piloti privati o professionisti.
    Attività di volo sportivo e acrobatico.
    Eventi e competizioni per diffondere la passione per l’aviazione.


    Scorci del campo di volo. Siamo arrivati presto, il cielo era coperto, ma c'era poca gente. Più tardi sarebbe migliorato, ma l'incredibile afflusso di folla avrebbe reso molto difficile fotografare.


    Gli aerei
    Ho fotografato aerei e particolari che mi sembravano interessanti, ma confesso, gli aerei non li conosco, anzi, se qualcuno volesse arricchire il blog nei commenti con qualche notizia sui velivoli è benvenuto!
    A questo scopo metto dei numeri, così chi volesse integrare, può far riferimento al numero.
    1 Lo Spirit of Saint Louis? No of Lidia. Forse lo spirito dell'Aero Club?




    2 Biplano...





    3 Aereo USA a motore stellare (si dice così? L'altro è lineare), mi ricorda certi caccia della marina americana della seconda guerra mondiale.




    4 un jet curioso, bello però.


    5 Lische di pesce, magari ha un significato che ignoro




    6 questo è interessante, apparentemente risale alla Guerra del Viet-Nam:




    Un "collimatore". Da quando leggevo Super Eroica. 😁



    Il massacratore del Mekong.


    7 un idrovolante piccolo piccolo.







    8 Un aereo dell'epoca fascista (si intravede l'insegna) purtroppo finchè sono rimasto l'hannno lasciato coperto da teli e cinghie e non potuto fare di meglio. Mi piace la foto con gli uomini che lo spingono.


    Foto varie








    Ho fotografato anche altri soggetti non volanti (bellissimi furgoncini da street food ad esempio) , ma mi sembra che le foto siano già troppe così, le posterò in altra occasione.
  3. Sono passati più di due anni dal mio ultimo blog con protagonista la mantide gigante cinese:
    https://www.nikonland.it/index.php?/blogs/entry/1688-zeta-8-105-mc-e-mantide-dottobre/
    Penso di poterne fare un altro senza sembrare monotono 😉
    Allora l'avevo ritratta con il 105mm Z e la Z8. Oggi ho provato il SIGMA 180mm f2.8 APO Macro con e senza il Sigma 1.4x EX sempre con la Z8.
    La mantide cinese
    A fine estate mi capita quasi ogni anno di incontrare una grossa femmina di mantide gigante cinese (Hierodula tenuidentata), specie che da diversi anni ha invaso l'europa meridionale. Siccome a differenza delle nostre mantidi religiose preferiscono vivere sugli alberi, è probabile che vengano trasportate dal vento durante i temporali e finiscano da qualche aprte allo scoperto. Evidentemente dev'esserci una popolazione di queste mantidi in un parco vicino casa, perchè non sono insetti in grado di volare per lunghe distanze.

    Le foto
    Intera con sfondo uniforme, non penso sia una foto bruttissima, ma nemmeno artistica, se non per il fatto che mi sta guardando, pronta a scappare o lottare. Apprezzabile almeno dagli amanti del genere.
    Rispetto alle nostre mantidi oltre ad essere più grossa (sui 10cm le più grosse) ha un testone in proporzione più grande:

    Nikon Z8 180 f2.8 SIGMA + SIGMA 1,4x EX f11, 1/1250s 1250 ISO mano libera (raffica).

    Ritrattone Vuole essere meno didascalica e un po' più di impatto. E' vero che, come dice mia moglie (ma anche il co-fondatore di questo sito), gli insetti, anzi, gli artropodi in genere, sono tutti mostri, ma certi mostri sono più eleganti di altri. La mantide è un esempio.
    In questa foto la posa è leggermente diversa: si vede come appoggia la parte sottile della grossa zampa raptatoria (quella che afferra le prede) per camminare, la trovo una posa elegante.

    Nikon Z8 180 f2.8 SIGMA + SIGMA 1,4x EX f9, 1/1250s 1100 ISO mano libera (raffica).
    Al di là della finezza della posa , la zampina insieme al fatto che mi guarda indica che la mantide è sveglia ed attiva, non ci ho nemmeno pensato, ma anche avessi voluto, non potevo fare focus stacking per cui il fuoco è selettivo sulla testa e la zampa più vicina, ma va bene così.

    Ambientata. La foto che ho proposto come mia migliore di settembre 2026. Stufa di rappresentare un potenziale pasto per uccelli, si è rapidamente diretta verso la vegetazione ai piedi di un albero. mi è piaciuto il suo passaggio sulla curva formata dal rampicante, così ecco la foto.
    Questa dovrebbe essere gradevole come foto anche fuori del discorso macrofotografia, almeno spero. Inoltre come tutte le foto ambientate dovrebbe dire qualcosa di più, aiutare a contestualizzare il soggetto. Lo sfondo è mosso ma non invasivo.


    Nikon Z8 180 f2.8 SIGMA, f6.3, 1/640s 4000 ISO mano libera (raffica). Riduzione del rumore applicata.
    IL 180 mm SIGMA APO Macro. Ne ho scritto ampiamente in un (due) blog, per cui non ripeto le caratteristiche, descrivo solo l'esperienza di oggi. Non è stato facilissimo. E' già grosso e con l'ftz e, a volte, l'1.4x diventa un bestione non da poco, bello, ma bestione.
    Il converter rallenta l'autofocus e qualche volta si confonde. Con le libellule mim capita molto meno ma sono soggetti diversi. Ho dovuto spesso prefocheggiare a mano, d'altronde le foto non sono dei crop, quindi mi serviva per avere un po' più di distanza di lavoro per non far scappare il soggetto, che era in una situazione di disagio (se si può dire di un insetto, era preoccupata di trovarsi un riparo). L'ultima, benchè con uno sfondo più complesso, ha messo a fuoco molto meglio perchè senza converter. Avrei potuto scattare in Dx ma volevo tenere il formato pieno.

    Curiosità. La mantide nostrana come specie ha nome "religiosa". Per ironia (forse voluta) "ierodula" (il nome della amtide cinese) indica l'ancella/servitrice nei templi dell'antica grecia e di altri popoli intorno, quindi sempre tema religioso ma un po' più osé in quanto le "ierodule" dei templi di Afrodite e, altrove, di Ishtar praticavano la prostituzione sacra. Questa ierodula invece, come le altre mantidi, i maschi se li mangia 🫢.


  4. GATTOGRAFO!

    Si fotografano i gatti perché non si hanno idee migliori? Su dpreview, un vecchio post a commento della presentazione di una nuova fotocamera diceva "and now we will be flooded by photos of cats and toddlers (ed ora saremo inondati di foto di gatti e di bambini piccoli che hanno appena imparato a camminare)" riferendosi a chi si compra ogni nuova fotocamera ma non fotografa "veramente".
    Può essere, per alcuni. Per altri no.
    Molti fotografi validi fotografano i gatti per passione (verso i soggetti) e con grande creatività, la fotografia a questi piccoli felini è parte importante della loro attività fotografica, a volte addirittura l'unica, a volte diventa una vera professione.
    Ho scritto su Nikonland di Walter Chandoa, il "Richard Avedon" dei gatti.



    Foto di Walter Chandoa 1950.

    Lede, by Walter Chandoa.

    Ma Chandoa non è il solo, anzi, ce ne sono tanti.
    Tra i fotografi strettamente felini (senza citare quelli ad esempio come Weston, autore anche di splendide foto di gatti) posso ricordare Mitsuaki Iwago
    https://ilovedotcat.com/en/2622


    Masayuki OKi
    https://theinspirationgrid.com/the-secret-life-of-cats-endearing-photos-by-masayuki-oki/

    Neko in giapponese vuol dire gatto.
    Due foto di Masayuki Oki:





    Nils Jacobi, come Chandoa, ha iniziato coi gatti di strada e poi si è dato alla pet- anzi cat-photography come professione.
    https://www.furryfritz.com/

    Spesso i fotografi di gatti amano definirsi "Catographers".



    Queste foto di Nils sono scattate in studio su commissione.
    I gattografi che possono permetterselo girano il mondo o quasi. Anch'io visiterei Aoshima prima che i gatti dell'isola siano tutti morti (hanno sterilizzato l'intera popolazione felina per cui sono sette-otto anni che non nascono gatti...) .
    Altri, altrettanto bravi, per motivi legati all'economia ed alla logistica, quando sono agli inizi cercano i soggetti in aree vicine a dove vivono, se poi la loro avventura fotografico-felina va avanti, allargano gli orizzonti come spazi e come temi.
    Per quanto riguarda l'Italia, conosco due gattografe (non escludo, anzi sono convinto che ce ne siano altri/e ma che ignoro):
    Sabrina Boem (https://www.facebook.com/sabrinaboemphotography/) e Marianna Zampieri (https://www.mariannazampieri.it/) hanno iniziato il loro percorso fotografico tra Venezia e dintorni, luoghi che si prestano più che bene come scenario.
    Sabrina Boem ormai fotografa gatti con temi e in luoghi diversi, ma uno dei suoi primi lavori era dedicato alla colonia felina di Forte Marghera a Mestre.




    Sono state quelle foto ad accendermi la passione per la ...gattografia (i gatti li amavo già).

    Un suo bellissimo lavoro riguarda uomini (cioè maschi) e gatti.



    Marianna Zampieri


    si è dedicata soprattutto ai gatti veneziani:



    Per poi estendere i suoi temi:

    E così i gatti sono diventati uno dei soggetti principali anche della mia attività fotografica (non dimentico però mantidi e libellule e, ogni tanto, uccelli).
    E siccome sono un naturalista (= laureato in Scienze Naturali, che insegna in quella che una volta veniva chiamata Facoltà di Scienze), mi sono messo a studiare professionalmente (non su testi new age o romantici) chi sono i gatti, come si sono avvicinati a noi e tutto il resto. Perchè più si conosce, più si ama. Più si ama, meglio si fotografa!
    Metto in chiaro che non oso assolutamente paragonarmi ai fotografi e fotografe che ho citato,

    Se non per scherzo!!!
    Tornando seri, se se è vero che la riuscita di una foto dipende soprattutto dall'intuito e bravura del fotografo, lo scenario può aiutare non poco. Vivere ad Istanbul, ad esempio, può avere alcuni svantaggi ma è sicuramente il paradiso per chi vuole fotografare gatti https://www.bbc.com/travel/article/20251118-istanbul-turkey-inside-the-city-where-cats-rule-the-streets (l'Islam in genere ha sempre amato i gatti).
    Dalle mie parti è un po' più difficile (o io non sono capace di) trovare ambienti adatti. Molte colonie feline a Milano ed hinterland si trovano in luoghi insignificanti, poco gradevoli, a volte degradati, quando non pericolosi. Si potrebbero lo stesso realizzare foto in soggettiva, secondo me però se qualche ritratto ci sta sicuramente, il senso, ed il bello, di queste foto di strada sta nella contestualizzazione, quasi fosse un reportage, un po' documento, un po' storia immaginata. Produrre una sfilza di soggettive di gatti, per quanto fotogenici e ben ripresi siano, come per qualunque cosa (persino la pasta col ragù!) il troppo finisce per stancare.
    Seguendo questo concetto ho cercato luoghi adatti: Il Castello Sforzesco ed il Cimitero Momunentale di Milano sono location suggestive su cui ho lavorato molto ed a cui ho dedicato dei blog su Nikonland; ho anche realizzato un libro sui gatti del Castello, oggi è testimonianza di una realtà che ormai è non è più la stessa. La colonia è molto ridotta e confinata, quasi inaccessibile; non potrei fare le foto che ho fatto anni fa.

    Castello Sforzesco di Milano

    Castello Sforzesco di Milano

    Castello sforzesco di Milano.
    ù
    Cimitero Monumentale di Milano.
    Negli ultimi tempi ho incontrato la bella realtà di Rocca Brivio, vicino a san Giuliano Milanese. Una nutrita colonia di gatti in un contesto che ha del potenziale. Finora mi sono divertito molto ed ho ottenuto tante immagini che mi soddisfano. Ne avete viste un po' nella sezione "fotografie". Ne aggiungo qualcuna.






    Ho scritto anche su un gatto di questa colonia (Tyson, il guerriero) a cui mi ero affezionato tantissimo, putroppo scomparso nel nulla.

    Addio Tyson!

    In genere preferisco il bianco e nero, perchè rende di più l'atmosfera le texture, le espressioni e permette di creare immagini a volte molto forti, contrastate altre volte più tenui, a seconda di quello che sento, poi ha il grande vantaggio di eliminare macchie di colore indesiderate. Non vale per i gatti rossi e per le belle giornate autunnali!
    Come attrezzatura uso la Z8 e per il novanta per cento il 24-120 Z.
    Credo di essere stato fin troppo lungo, un grazie sincero a chi mi ha letto. Vorrei che questo blog fosse inteso come un piccolo contributo di cultura fotografica, oltre che spiegare i perchè del mio interesse ...gattografico.

    PS Come sempre, mi interessano moltissimo i vostri commenti , domande, tutto quello che avete da dire.

  5. Kali a Monza

    Cambiamo genere…
    Non si tratta della dea indù in visita in Brianza, ma di una dimostrazione di una bellissima ed efficacissima arte marziale filippina durante la Giornata dello Sport tenutasi a Monza.
    Da sempre profondamente appassionato (quanto se non più della fotografia) e praticante delle arti marziali tradizionali, sono andato a vedere e a fotografare.
    IL Kali. Chiamato anche Escrima (scherma in spagnolo) oppure Arnis de Mano, è un antico metodo di di combattimento originario delle Filippine.
    Il Kali è considerato tra le più efficaci e complete arti marziali, impiega diverse armi bianche, fra cui bastoni e coltelli, e include il combattimento a mani nude. Non ha subito evoluzioni sportive (non ci sono gare di Kali) mentre alcune sue versioni vengono ancora oggi integrate nei sistemi di combattimento all'arma bianca e corpo a corpo di vari reparti dell'esercito e delle forze dell' ordine in varie parti del mondo.


    L'uso di uno/due bastoni rappresenta la tecnica di base da cui si sviluppa il Kali. il bastoni sono lunghi circa 70cm e sono di rattan, che ha la caratteristica in caso di impatto troppo forte di sfibrarsi anchè spezzarsi, diminuendo i rischi durante l'allenamento. I movimenti sono spesso fendenti circolari e non è difficile intuire che si può fare lo stesso con dei machete.
    Un doloroso assaggio del Kali antico l'ebbero gli spagnoli quando nel Cinquecento arrivarono nelle Filippine e trovarono ad aspettarli tribù quantomai agguerrite.
    Dopo la conquista, gli spagnoli proibirono l'arte marziale indigena (che però continuò ad essere praticata o in segreto o mascherata nelle danze tradizionali). I nativi integrarono poi alcune tecniche di scherma spagnola nel Kali creando una versione evoluta, l'escrima appunto.
    Non ho mai studiato il Kali (è arrivato tardi dalle nostre parti), ho solo avuto confronti amichevoli e scambi di informazioni con alcuni esperti, così da poterlo comunque apprezzare e capirne i principi dato che l'uso di armi bianche e bastoni, pur in modo un po' diverso, rientra anche nel curriculum dei sistemi che pratico. Se tra chi legge c'è qualche praticante, può intervenire.
    La bellezza del Kali, a mio avviso, è che usa gli stessi schemi motori di base per ogni tipo di combattimento, con i bastoni, con i coltelli e a mani nude, per cui una volta assimilati questi schemi nella memoria muscolare, si può passare dalle armi alle mani nude e viceversa con estrema facilità.






    Nell'allenamento di base si vedono i praticanti colpirsi l'uno i bastoni dell'altro che può lasciare qualche perplessità sul senso della cosa. Questo tipo di allenamento è solo per capire le direzioni e "sentire" i colpi, nell'allenamento avanzato si colpirebbero le mani dell'avversario (protette da spessi guanti), perchè lo scopo è quello di disarmarlo. Naturalmente sono previsti colpi in tutti i punti vulnerabili del corpo dalle tempie ai testicoli (per chi li possiede, fin dalle origini il kali è stato praticato da uomini e donne).

    Negli ultimi anni è cresciuto l'interesse per il Kali soprattutto perché viene ritenuta (insieme al Silat indonesiano) tra le più efficaci arti per imparare l'uso del coltello e la difesa dallo stesso.
    L' Escrima/Kali che si pratica oggi nelle palestre costituisce un'ulteriore evoluzione, alcune scuole, pur non trascurando le tecniche più dirette, mettono più enfasi sul trapping (intrappolamento e controllo), a cui segue il disarmo e la sottomissione dell'avversario tramite leve articolari e bloccaggi vari, orientandosi quindi più sulla difesa personale "civile" (termine usato per distinguere dalla versione più letale, militare) ossia in un contesto in cui è consigliabile cercare di aver ragione dell'aggressore possibilmente senza renderlo invalido od ucciderlo (la difesa personale, specialmente oggi, è argomento spinoso che tralascio, scrivo solo di storia e tecnica). In ogni caso anche prendendo diverse direzioni il Kali è rimasto fedele al concetto tradizionale, senza perdere la sua efficacia.


    La mano libera controlla quella armata percuote per disarmare.



    Dal bastone ai combattimento con i coltelli.

    In questo momento il praticante di destra sta controllando la mano armata dell'avversario per poi renderlo inoffensivo con una tecnica particolare:

    La tecnica che può avere varie espressioni, viene chiamata spesso "togliere le zanne al serpente" e consiste nel tagliare i tendini della mano armata dell'avversario in modo che non possa più reggere il coltello (e nient'altro).



    La difesa a mani nude da coltello è quasi impossibile, se chi ha il coltello è esperto e sa come aggredire da vicino. Tuttavia può essere utile studiare ed allenare delle dinamiche di reazione che potrebbero permettere di deviare la direzione dell'attacco e reagire.


    Combattimento a mani nude. La dinamica è la stessa che con i bastoni, adattata.








    Si praticano prese e chiavi articolari per bloccare l'avversario ed immobilizzarlo con dolorose leve che possono portare a fratture o dislocazioni. Ovviamente le leve in genere è preferibile applicarle dopo aver in qualche modo stordito l'avversario. Raramente si riesce ad applicarle come prima tecnica (capita nell'Aikido che però parte da presupposti molto differenti).

    Note tecniche fotografiche. Fotografare in questi contesti non è mai facile per via dei visitatori, degli stand delle varie organizzazioni che insieme creano uno sfondo distraente soprattutto se l'obiettivo che si ha a disposizione ha come massima apertura f4 (il 24-120mm f4 Z). Ho cercato di rimediare meglio possibile in due modi:
    Con inquadrature strette, oppure inquadrando dal basso in modo da dare un po' più di enfasi dinamica all'immagine facendo apparire i praticanti un po' più "importanti" nell'inquadratura, rispetto allo sfondo:


    Per rendere più vario il reportage ho anche incluso inquadrature delle sole mani e braccia con l'intenzione di creare immagini diverse.



    Nota sul Silat. l'ho nominato nel blog; per chi non lo conoscesse, si tratta di un'arte marziale, o meglio di un gruppo di arti marziali, dell'Indonesia. Ogni isola ha la sua versione. E' se possibile ancora più affascinante e temibile. Sarebbe l'arte marziale dei tigrotti di Mompracem. Ultimamente ha acquisito una certa fama cinematografica con l'attore Iko Uwais. Non vado oltre, ma se volete vedere un buon esempio di Silat, lo trovate all'inizio della prima puntata del Sandokan di Sergio Sollima (il primo, quello bello) quando la donna cerca di difendere i due bambini dai sicari.

    Io mi sono divertito ad assistere a fotografare e a scrivere, condivido questo blog e spero sia gradito anche a chi legge.


  6. Obelischi e Sfingi (ma non siamo in Egitto)

    La temperatura è africana, ma siamo alla periferia di Milano.
    La voglia di fotografare però c'è lo stesso, ed allora domenica scorsa ecco un'altra breve uscita.

    Obelisco. E' una postura che assumono a riposo alcune specie di libellule quando fa troppo caldo. disponendo l'addome parallelo ai raggi solari diminuiscono l'area esposta.
    Una di queste specie è la Crocothemis erythraea detta "frecciarossa". Qui un maschio. Il colore di sfondo è naturale ed è dato dalla mucillagine che galleggia sull'acqua.

    Nikon Z8 e SIGMA 180 f2.8 OS APO Macro ecc., con SIGMA 1.4x EX e, ovviamente, FTZ II.
    La specialista però è la Trithemis annulata, infatti in italiano viene chiamata Obelisco violetto. Violetto per il bellissimo colore dei maschi.
    Eccone uno.

    Nikon Z8, Tamron 150-500 Z. Ritaglio orizzontale-verticale.
    La posa può essere assunta a volte anche da libellule di altre specie. Quella sotto è una foto molto vecchia, del duemilaedieci (!) ma la ripropongo perchè in tema "obelisco" e il soggetto merita (Onychogomphus forcipatus maschio):

    Nikon D300 (!), Nikon 300mm f4 AFS con TC 14. Turbigo (MI).

    Sfinge. Questa Sfinge non propone enigmi da risolvere, casomai mette in confusione gli inesperti che pensano di vedere dei Colibrì parecchio fuori zona. 😊
    E' la Sfinge del Gallio (Macroglossum stellatarum), una falena anomala, perchè è più attiva di giorno che di notte. L'aspetto, le dimensioni ed il ronzio fanno proprio pensare al microscopico uccellino, tanto che gli inglesi la chiamano Hummingbird hawk-moth che potremmo tradurre con farfalla colibrì (non usano butterfly ma moth che vuol dire falena, a proposito, qualcuno appassionato di filmacci giapponesi in gioventù ha conosciuto Mothra 😆?).


    Nikon Z8 e SIGMA 180 f2.8 OS APO Macro ecc., con SIGMA 1.4x EX e, ovviamente, FTZ II.
    Qui si vede molto bene l'apparato boccale tipico delle farfalle, esteso per succhiare il nettare in volo.
    Fotograficamente parlando non ho cercato di congelare il movimento delle ali, in parte perchè memore dei problemi di rolling shutter incontrati da Antonio Biggio, ma anche perchè la trovo bella anche così, in movimento.
    Raggiunta la temperatura in cui si strofina l'aglio e si spargono le spezie sull'arrosto, decido che è ora di rientrare.


  7. Il primo settembre è La Giornata del Gatto Rosso (in inglese Ginger Cat Appreciation Day) è una festa non ufficiale nata nel 2014 per iniziativa di Chris Roy, americano ingegnere del software, in memoria del suo gatto rosso Doobert che aveva adottato da randagio e che gli ha fatto compagnia per quindici anni. Oltre a festeggiare i gatti rossi, l'intenzione è quella di sensibilizzare alla cura e protezione degli animali abbandonati. Si può festeggiare come si vuole, io lo faccio con un blog.

    I Gatti rossi hanno qualcosa di speciale? Tante cose, forse.
    Non sono proprio rossi. Il colore varia di intensità dal crema fin quasi al ruggine, infatti più propriamente gli inglesi li chiamano gatti orange o ginger (zenzero). Anche sullo stesso gatto possono essere presenti diverse intensità.

    Vincent varia dal crema al mattone o quasi.

    I gatti rossi non sono mai a "colore solido". Ossia di colore uniforme. Ci sono gatti tutti neri, tutti bianchi, tutti grigi mentre i gatti rossi sono sempre più o meno striati (tigrati oppure marmorizzati - tabby). La tigratura, color ocra o grigio/marrone è la colorazione del progenitore del gatto domestico. Le altre colorazioni, rosso compreso, sono mutazioni arrivate con l'addomesticazione.

    Theo è chiaro e tigrato. Colonia felina Rocca Brivio.


    Red è come Vincent o quasi, più ruggine e tabby (e malmostoso). Colonia felina Rocca Brivio.
    E' solo un colore, non indica una razza. Sia i normalissimi gatti europei che quelli appartenenti a diverse razze artificiali possono essere rossi, ci sono Maine Coon rossi, British Shorthair, Persiani, Manx rossi e così via.
    I gatti rossi sono (quasi) tutti maschi. Il gene del colore arancione si trova sul cromosoma X Le femmine hanno due cromosomi X (XX), i maschi ne hanno uno solo (XY): a un maschio basta quindi ereditare il gene "arancione" su quell'unica X per diventare completamente rosso, mentre una femmina deve averlo in versione dominante su entrambe le X il che accade raramente. L'ottanta per cento dei gatti rossi sono maschi.
    Le macchie bianche derivano da un gene che blocca lo sviluppo del colore in alcune cellule, spesso i gatti neri hanno una "medaglietta" sul petto o sul mento. Se il gene agisce su aree grandi abbiamo i gatti bianchi e rossi oppure bianchi e neri (tuxedo). Le femmine possono essere anche tricolori a macchie (calico) o mescolati (tortie, tartaruga).

    Silvestro, un maschio Tuxedo e Giulietta una femmina rossa e bianca. Colonia Felina RoccaBrivio

    Fiammetta è una calico, mentre Mamy è una tortie. Colonia Felina Rocca Brivio.

    Gatto nero "solido" con medaglietta. Colonia felina Castello Sforzesco
    I gatti tutti bianchi invece presentano un altro gene per il bianco, diverso da quello che regola le macchie, legato agli occhi azzurri e purtroppo spesso anche alla sordità.

    Colonia felina Castello Sforzesco.
    I gatti rossi hanno un carattere particolare? Ni. In inghilterra si pensa o che siano o più citrulli, o più malandrini (Macavity, il cattivo del poema di Elliot e del derivato Musical CATS "is a ginger cat") o, al contrario, altrettanto spesso, li si ritiene più dolci ed affettuosi, questo ovunque.


    Orangey, gatto attore di numerosi film, fra cui "Colazione da Tiffany" era adorabile da vedere nei film ma gli addestratori lo consideravano l'animale più collerico e infido del mondo.
    Se i gatti rossi si pensa che siano in media più espansivi e giocosi, probabilmente è perché è un tratto tipico dei gatti maschi, mentre le femmine crescendo possono diventare più distaccate.
    Good ginger cat appreciation day!

  8. Capolago fiorita

    Gli ultimi miei quattro blog erano di macrofotografia. Rimedio con un po' di uccelli ambientati.
    Siamo a Capolago, sulla sponda meridionale del Lago di Varese. C'è un pontile che si protende per qualche decina di metri sull'acqua. Se da una parte è fantastico per il birdwatching, dall'altra sei allo scoperto, per cui tranne casi fortunati, gli uccelli si tengono a debita distanza. Però... in questa stagione le rive e le acque intorno sono ricoperte di fiori gialli, creando un'ambientazione interessante.

    I riflessi che si creano sull'acqua aiutano a ottenere immagini gradevoli anche con soggetti un po' lontani. Come questo svasso sul nido:

    Poverino sta covando e boccheggia dal caldo.
    Un airone rosso in atterraggio è sempre un bel vedere:

    Sta gracchiando contro un suo simile che non gli deve essere simpatico. Questo qui sotto:

    Il soggetto è piccolo, ma la trama creata dai rami del grosso albero secondo me aiuta creare una immagine decente.
    Sorpresa, da sotto al pontile sbuca questo cormorano che ci ignora e nuota tranquillo per un po':


    Fino ad arrivare alle piante vicino alla sponda, dove si ferma ad asciugare le ali. La posa è bella, ma essendo nero fa macchia, l'immagine ne soffre un po'.


    Siamo stati abbastanza al sole a non so quanti gradi, è ora di rientrare.
  9. Pronti al decollo! (macrofotografia)

    Come scrisse il grande John Shaw, se raramente si sale su una scala per ritrarre una persona, così anche nella macro si dovrebbe stare all'altezza del soggetto.
    Questo per evitare che resti schiacciato sullo sfondo, sfondo che spesso è pure caotico (sassolini, steli e quant'altro) e si finsca per fare foto piuttosto insignificanti. Vale anche per fiori ed animali in genere.
    Questi Onychogomphus (Pincertail in inglese, rende bene l'idea) usano dei sassi come punto di osservazione e di decollo per la caccia lungo le rive dei corsi d'acqua.
    Per mostrare questo comportamento e nello stesso tempo valorizzarne la bellezza bisogna... sdraiarsi a terra, avendo cura nel farlo di non proiettare la propria ombra su di loro se no scappano. Meglio acquattarsi un po' più lontano per avvicinarsi con un paio di passi del giaguaro .
    Ecco qualche esempio:
    In queste due foto ho scelto un'inquadratura 16/9 perchè il soggetto è parallelo al lato lungo della foto ed è sottile, il classico 2/3 avrebbe avuto a mio parere troppo spazio e il sasso sarebbe stato troppo invadente o lo sfondo eccessivo.



    Le due foto mi paicciono entrambe, ma preferisco la prima (sopra) perchè la corrente crea un bell'effetto pur lasciando uno sfondo pulito.
    Però la migliore della giornata è senz'altro questa:

    L'inquadratura frontale è meno documentaristica e più aggressiva, il colori della libellula spiccano sullo sfondo quasi monocromatico, ma mosso, creato dai sassi e il posatoio scuro una volta tanto è meglio dei sassi "bianchi".
    Quando si fanno queste uscite ogni tanto capita una rarità, ma più spesso le "bestie" sono quelle, allora diventa importante esplorarare, guardarsi intorno in cerca di occasioni per foto ogni volta diverse.

    Nota. Il Tamron 150-500 ha un rapporto di riproduzione abbastanza adatto per questi soggetti (a 500mm) ma il 300mmf4+TC era meglio...

  10. Libellule ad alta temperatura

    L' occorrente per fotografare libellule a 35 gradi Celsius?
    Una rotella in meno nel cervello 😁
    Due cambi di magliette.
    Santa (o assimilabile...) pazienza, perchè l'attività delle libellule è anche legata alla temperatura, a 35°C sono quantomai iper-attive, impegnatissime a cacciare ed a scacciarsi a vicenda.
    Infatti non sono riuscito a prenderne nemmeno una in volo.
    Nessuna libellula in volo, ma damigelle sì perchè, impegnate nei loro incastri riproduttivi, ogni tanto si fermavano in volo stazionario, con interessanti giochi di riflessi:



    Un terzo incomodo...

    Un maschio di Crocothemis erythraea che fa un accenno di "obelisco", cioè rizza l'addome, anche questo legato alla temperatura oltre che a rivendicare il posatoio.


    Forse l'altra" migliore foto del mese"? Un maschio di Orthetrum cancellatum con le sue spruzzatine di giallo sul torace e l'addome fa sempre la sua figura (e posatoio e sfondo non sono male). Per gli esperti del settore, fra le zampe all'altezza della testa, si vede un'exuvia (guscio vuoto larvale) lasciato da un'altra libellula.

    Dopo questa foto mi son sentito giustificato a passare ad un tagliere misto accompagnato con un buon Prosecco 😊.
    Le foto sono ritagliate in formato Dx più o meno, tra i 20 e i 24 megapixel, a volte perchè erano troppo distanti i soggetti, altre perchè il rapporto di riproduzione del 150-500, per quanto buono, non era abbastanza.


  11. E' quasi sera e sto tornando a casa. Con la coda dell'occhio vedo un "coso" (in milanese un "bordigone") sul marciapiede, proprio davanti a me. Si mettono in moto i meccanismi cerebrali di riconoscimento... Un coelottero e, sorpresa, non un coleottero qualsiasi, ma uno Scarabeo Rinoceronte! Mai visto da queste parti, l'unico incontro l'ho avuto in Toscana. Il poveretto era disorientato, ma vivo. Come faceva ad essere sul marciapiede? forse il vento, i temporali dei giorni scorsi, chi lo sa. Se lo lascio lì dov'è sicuramente il prossimo che passa lo spiaccica così, per istinto. Intorno non ci sono posti sicuri. Che fare? Ma lo porto a casa naturalmente.


    Lo metto in una scatola con un po' di erba e gli faccio passare la notte, per liberarlo il giorno dopo in un posto adatto. La mattina dopo, ossia questa mattina, lo ritrovo che cammina lungo la libreria del soggiorno, dopo essere evaso. Per fortuna lo vedo prima io di mia moglie che è sì abituata al marito naturalista, ma forse non fino al livello "scarabei che passeggiano per casa".
    Lo riprendo e lo porto in una zona boscata di un grosso parco, trovo un ceppo marcio (è il suo ambiente preferito) e ce lo appoggio sopra.
    Due foto ricordo




    Poi lui si inoltra nelle profondità del ceppo. Ciao mini dinosauro a sei zampe!



    NOTA ZOOLOGICA, Il corno ce l'hanno solo i maschi. La larva dello Scarabeo Rinoceronte si nutre soprattutto di legno marcio e cose simili. L'adulto praticamente non si nutre, vive un paio di mesi al massimo, sfruttando le riserve immagazzinate quand'era larva e assumendo un po' di liquidi vegetali.
    NOTA FOTOGRAFICA. l'animale è vivo, sveglio, la temperatura è alta e quindi cammina, impossibile fare stacking, ma non mi importa.
    Sono felice di averlo visto, di avergli evitato una morte inutile e crudele e di portarmi a casa un suo ricordo che condivido con voi.


  12. Ormai c'è una giornata mondiale di quasi tutto, dai pinguini alle banane, quindi perché non il Taijiquan?
    Scherzi a parte, il Taijiquan (o Tai Chi Chuan) è stato iscritto nel patrimonio UNESCO dell'umanità fra i beni immateriali, cioè quelli che non puoi toccare, come i monumenti o andarci, come le aree naturalistiche o le città d'arte, ma rappresentano un' eredità culturale significativa, quindi una giornata dedicata ci sta.
    Quest'anno è stata festeggiata da noi sabato 25 aprile con estensione delle manifestazioni alla domenica 26, giorno in cui sono andato con l'amico Gianni a dare un'occhiata alle dimostrazioni al parco Sempione a Milano.



    Purtroppo era il giorno o l'orario sbagliato, per cui siamo incappati nelle prove aperte a tutti, praticanti, principianti e curiosi. Io avrei voluto fare foto più incentrate sull' estetica dell'arte, ma non era il momento giusto, ho scattato pochissimo e le mie foto ve le risparmio. Gianni, che non è praticante, ha invece preso un piglio più da street, cercando note di colore e ironia, così ha fatto più foto di me. Le foto sono quindi di Gianni Ragno (nikon Z50 e obiettivi vari) io ho dato una mano nella selezione ed i commenti sono miei in quanto ho una certa esperienza (se io gestissi un forum come questo, come argomento collaterale al posto della musica ci sarebbero le arti marziali tradizionali orientali 😁 ).
    Ma passiamo alle foto. Qui un maestro esegue un paio di posture di una varietà dello stile Yang (il più diffuso in assoluto):

    La postura sembra essere, anzi, è "prendere l'ago in fondo al mare" , può essere interpretata in vari modi, fra cui liberarsi da una presa al polso . La radiolina è fondamentale perchè crea il sottofondo musicale. La scultura ad anfiteatro ha il suo perchè.

    Questa postura detta "An" in cinese, va intesa come spingere o premere (schiacciare) di solito chiude la sequenza intera oppure si trova al termine della serie di movimenti chiamata "afferrare la coda del passero". Altri traducono pavone al posto di passero, forse perchè è più facile prendergli la coda?
    Il Taijiquan comprende l'uso di molte armi: sciabola, bastone lungo, lancia e, come si vede, spada.

    Nel caos della foto ciò che a nostro avviso la rende interessante non è tanto la posizione (corretta) del maestro quanto i due eterogenei personaggi che assistono. Il bidone da una nota di quotidianità ... sto scherzando.
    Le due dita tese della mano che non tiene la spada sono tipiche, ho letto e sentito interpretazioni contrastanti su cosa vogliano dire. La più plausibile (per me) è che simboleggino un piccolo coltello nascosto.
    Questa è la posizione di chiusura della sequenza di movimenti concatenati (la forma):



    Lasciamo lo Stile Yang per una rinfrescante visita ad un gruppo di praticanti di stile Chen, che ha dalla sua una componente marziale ed energetica più sostanziosa.



    Nella pratica dello stile Chen sono mantenuti diversi movimenti esplosivi (rapidi e potenti) cancellati dallo stile Yang moderno ed un modo di muoversi più "denso" in generale:

    Non pratico lo stile Chen, quindi non conosco bene i nomi delle posture, ma quello sopra è uno dei movimenti esplosivi.

    Chi conosce poco la forma o non la conosce affatto segue a vista il maestro, così è sempre poco o tanto in ritardo. L'effetto è che si genera un certo livello di scoordinamento fra i praticanti.
    Nelle foto sopra però, il vero punto forte è il tizio con la coppola.
    Sulla pratica del Taijiquan a Milano avevo scritto un blog tempo fa:
    In cui davo anche qualche piccola spiegazione sull'arte.
    Mi permetto di riprendere molto brevemente qualcosa se ci fosse qualcuno interessato, chiedendo in anticipo scusa agli altri, abbiate pazienza ma la passione è passione, come per le auto, gli aerei.. insomma, mi avete compreso.
    Il Taijiquan (Tai Chi Chuan) traducibile grossolanamente come boxe della "suprema polarità" (avete presente il diagramma Yin/Yang?), era (ed in qualche caso ancora è) un'arte marziale basata su fluidità, scioltezza ed uso dell'intero corpo come fonte del movimento e della potenza. In questo abbastanza simile allo JuJutsu giapponese (non a quello brasiliano), ma con una maggiore componente di percosse (calci e pugni).
    Il Taijiquan è diviso in diversi stili, fra loro imparentati, e quello più diffuso è lo stile Yang (dal nome del fondatore, che però chiamava il suo stile Mien Chuan o Boxe di cotone, oppure Hua/Hao Chuan, ossia Boxe che neutralizza) . Dal 1920-30 in poi però, il caposcuola Yang Chen Fu, nipote del fondatore, iniziò un'opera di alleggerimento e di eliminazione delle tecniche più atletiche o esplosive, enfatizzando la parte lenta e la componente salutistica (comunque presente), per poter insegnare a più gente, pur mantenendo uno stile dignitoso.
    Le cose andarono peggiorando veramente (dal punto di vista marziale), intorno al 1950, e soprattutto nell'epoca della new age, anni '80, quando Il Taijiquan divenne di moda, per motivi assai curiosi. La parte marziale fu abbandonata da moltissime scuole mentre vennero aggiunti significati mistici, esoterici, filosofici e quant'altro che i fondatori, grandi lottatori ma illetterati , non si sarebbero mai immaginati.
    Le posture nella maggior parte delle scuole furono semplificate o modificate fino a diventare incomprensibili. Nacque così il Tajiquan moderno, lo "Yoga in movimento" e cose simili ... .
    Alcune, ma poche, scuole invece continuarono la tradizione marziale che, al di là del combattere o meno, permette di capire il senso dei movimenti e di conseguenza qual'è il modo corretto di muoversi, che è anche l'unico per avere i benefici "per la salute". Altrimenti si fanno dei movimenti, ma il resto rischia di essere autosuggestione.
    Per capirci, il Taijiquan è anche questo:

    Taijiquan stile Yang "antico": subisco una disarticolazione della spalla con blocco alla gola da parte del mio amico Maurizio, istruttore. Foto con autoscatto e treppiedi.
    Grazie a chi è arrivato fin qui.


  13. Sul rametto di nocciolo...

    Domenica scorsa, giornata in capanno dopo tantissimo tempo, in buona compagnia. Oltre alle foto ai battaglieri verdoni di cui ne ho proposta una nella sezione "la migliore di Febbraio", ne ho fatte molte altre con temi differenti. Ho provato anche a fare qualcosa di quasi minimalista, all' orientale, cercando di rendere l'atmosfera di una giornata invernale. Volevo quindi un quadro generale un po' malinconico, con sfondi tenui ravvivati da dei punti di colore. Queste le intenzioni.
    Ho inquadrato un ramoscello di nocciolo con i fiori maschili ormai spuntati e ho aspettato che uccelletti diversi vi si posassero creando delle composizioni, a volte richiamando il giallo dei fiori.
    Due cardellini:


    Una cinciallegra:


    Un altro cardellino:


    Una cinciarella (forse troppo grossa):


    E la più "zen" di tutte: Una cinciallegra che prende il volo.

    Grazie del passaggio, commenti e osservazioni, critiche e no, sempre gradite.
  14. Il "risveglio del Dinosauro" (titolo originale The beast from 20,000 fathoms) è un film del 1953 la cui principale attrattiva è il "dinosauro" creato ed animato dal grandissimo Harry Harryhausen. Per inciso, é il primo film di mostri/fantascienza che ho visto (anni dopo ovviamente) da bambino. Avrà contribuito al mio destino professionale?

    Non sono rincitrullito, l'introduzione è un richiamo alla mia originale recensione del Sigma 180mm f2.8 Apo Macro OS qui su Nikonland. Per gentile prestito di Mauro Maratta avevo potuto provarlo sul campo con un corpo DSRL.
    Lo trovate qui:
    Per inciso, lo stesso Mauro ne ha fatto una recensione, per un uso diverso, qui:


    Bene, perchè riparlarne ora?
    Da sempre, per come mi piace fare fotografia ravvicinata, mi trovo molto meglio con i tele macro lunghi, piuttosto che con gli standard da 50-60mm o i medio tele da 90-100mm. Con le fotocamere a pellicola avevo il 200mm f4 micro -nikkor Ai, poi ho usato a lungo anche su DSRL il 200mm micro-nikkor f4 AfD, il 180mm f3.5 SIGMA, e il 180 f3.5 Tamron.
    Come ben sappiamo, per le mirrorless in generale non c'è quasi niente di dedicato (approfondisco la cosa alla fine del blog), così ho voluto provare se e come funzionava il "macrosauro" sulla mia Z8.
    Tempo fa avevo provato il SIGMA 150 OS che funzionava benissimo sulla Zfc ahimè defunta, ma non sulla Z6, per cui non avevo idea sulla effettiva compatibilità. Ecco la mia esperienza.
    NOTA : Al momento ci sono più insetti sul mio balcone che in giro, quindi le foto sono solo a dimostrazione della resa dell'obiettivo. Se volete vedere delle foto serie le trovate nella mia precedente recensione.
    Rivediamo l'obiettivo:

    Con l'FTZ II è ancora più macrosauro.
    Specifiche dal sito SIGMA Global:


    Ergonomia
    E' grosso e pesante come e più di un 70-200 f2.8, tuttavia si tiene bene in mano, con la Z8 non è eccessivamente squilibrato, ma non andrei in giro con quel cannone appeso unicamente al collo con la tracolla della fotocamera, sia per il mio collo, che per i famosi occhielli potenzialmente delicati. Io uso una robusta tracolla che si aggancia alla base Smallrig con un moschettone e "aiuto" se occorre con un braccio.
    Ha un insensato diametro filtri da 86mm, in realtà giustificato dall'essere f2.8, ma avrei preferito una versione rinnovata del vecchio f 3.5.
    Ha un paraluce enorme, più un paraluce aggiuntivo per quando si usano fotocamere APS-C.



    Il paraluce standard è troppo ingombrante per il close-up, io uso solo quello più piccolo, anche per protezione della lente frontale.
    L'anello per il cavalletto è amovibile; il piede per il cavalletto è vecchio stile, non compatibile Arca, per cui ci vuole una basetta.
    In ogni caso il peso lo rende abbastanza stabile anche a mano libera, perlomeno a rapporti di riproduzione non troppo elevati.
    La ghiera di messa a fuoco è ampia e con la giusta resistenza.
    Sono presenti i classici selettori, fra cui quello delle distanze, che è a tre posizioni (utilissimo) come spesso si trova nei SIGMA.


    La finestrella delle distanze con i rapporti di riproduzione, come ogni macro che si rispetti.


    Come funziona?
    Autofocus: Funziona, almeno sulla mia Z8, ma non è veloce, come è abbastanza tipico per i tele macro. Con buona luce se la cava, in luce scarsa può avere esitazioni ed andare a infinito, ma usando il selettore o "focheggiandosi i piedi" (cit. Maratta), si recupera.
    Su DSRL quello che avevo provato mostrava un leggero backfocus, questo sulla Z8 ovviamente no, è precisissimo.
    Stabilizzatore: un po' ronzante, ma funziona.
    Interfaccia: Camera Raw lo legge come un nikkor 180 f2.8 VR, nessun problema.
    Qualità di immagine: A tutta apertura è nitidissimo al centro e perde un po' ai bordi, chiudendo a f5.6-8 è nitido ovunque. Conviene usare f2.8 per sciupar femmine (ritratti) o per tutti quei casi in cui si voglia un bello sfuocato e i bordi non abbiano importanza
    Sfuocato a f2.8 (3) a breve-media distanza a mano libera: Magnolia, a fuoco il fiore in secondo piano.


    A fuoco il fiore in primo piano.


    A f8 a breve distanza, mano libera:


    Nitidezza?
    Crop al 100%, soggetto distante, mano libera, cliccateci sopra.


    Vincent (con flash).
    A proposito il riconoscimento automatico di persone uccelli mammiferi funziona benissimo e trova pure l'occhio.


    Crop 100%


    Macro un po' più ravvicinata (fuoco sul pistillo) mano libera:

    Su cavalletto con flash a f8 soggetto lungo 11cm, distanza dal soggetto 80cm:


    Crop centro 100%

    Crop bordo 100%


    Aberrazioni? Poco pochissimo, solo a cercarle, direi.





    Conclusioni, mi piace?
    Sì, è un obiettivo ben costruito, pesante ma gestibile anche a mano libera, dall'af non entusiasmante ma usabile, adattissimo per la macro che piace a me, ossia non troppo spinta. A questo proposito, il venerando John Shaw scrisse che un macro da 200mm è più adatto a rapporti di riproduzione fino a 1:2. E, in ogni caso, ricordiamoci che tutti i macro lunghi, anche se arrivano a 1:1, quando ci arrivano non sono affatto lunghi (ci siamo capiti).
    C'è un elefante nella stanza, non fare finta di niente.


    Vuoi dire il 200mm macro comesichiama, made by Mitakon?

    E' ad attacco Z ma solo messa a fuoco manuale, no grazie. Comunque qualcosa ne ho scritto qui:

    No, sai di cosa sto parlando,
    Ah, questo:

    Il 180mm f4.5 Macro Laowa.
    Ha effettivamente dalla sua le dimensioni contenutissime, la baionetta Z e, volendo, un rapporto di riproduzione di 1,5 a1 (adatto alla riproduzione, su cavalletto o altra base solida di soggetti statici o molto tranquilli). Ha un prezzo irrisorio rispetto al SIGMA anche usato.
    La qualità ottica non la conosco ma non dubito che sia ottima.

    Prima non mi convinceva perchè l'af funzionava solo fino a un metro e mezzo, con il nuovo firmware non mi convince più di tanto lo stesso, perchè se non sbaglio il dual focus si comporta un po' come il vecchio TC16, ossia il video dimostrativo suggerisce di prefocheggiare a mano che poi lui aggiusta il fuoco. Poi non ho capito se serve solo per fare dello stacking, ma penso di no.
    E poi, come al solito, la focale effettiva come va?


    In sostanza a 1:1 e a 1:2 è pari al 150mm Sigma cioè 90 e110mm rispettivamente. Credevo peggio. Tanto per amor di completezza ho inserito anche il Sony 70-200 f4 che si vanta di raggiungere a 200mm il rapporto di 1:2 a 40cm, che però non sono veramente 200mm, ma nemmeno 100mm. Nè può essere diversamente: se il vecchio 105mm micro ai raggiungeva 1:2 a 45cm ci sarebbe qualcosa che non quadra, no?
    E la distanza di messa a fuoco?

    Di nuovo il Laowa è sovrapponibile al 150 SIGMA. Il 70-200 Sony è pure sotto.
    Bisogna dire che la differenza di dimensioni fra il 180 SIGMA e il 180 Laowa fa sì che la distanza di lavoro (cioè la distanza soggetto-lente frontale) a1:1 invece sia quasi uguale, 1cm di differenza fra i due. Quindi sotto questo aspetto non c'è un reale vantaggio del Sigma a 1:1, se non, forse, nello sfuocato. Un po' meglio il SIGMA a 1:2 che io di solito raramente supero. Però, a torto o a ragione, preferisco l'Af continuo piuttosto che questo dual focus.
    Del Sony possiamo dire che è un eccellente zoom compatto tuttofare che all'occorrenza fa foto ravvicinate, trasformandosi in un 90mm.
    Spero che questo mio contributo sia informativo per qualcuno, ma sono ben consapevole che il tutto è viziato dalla una visione, molto personale, che riflette il mio modo di giocare con la fotografia close-up. Molti possono non condividere perchè il loro modo di fare macrofotografia è diverso, spesso più logico e professionale del mio!!
    Grazie a chi è arrivato fin qui.
  15. Aironi un po' ...amari

    Oggi siamo andati a visitare la Garzaia di Biandrate (NO), una delle mete di pellegrinaggio annuale, ottimo posto per fotografare ardeidi, in volo e posati al nido dal ciglio della strada, senza disturbarli.
    Ed ecco l'amaro.
    La prima volta che sono andato a Biandrate mi era sembrato avessero trapiantato un pezzo di Africa da noi, un viavai di Aironi cenerini, Nitticore, Garzette, Guardabuoi e qualche anno dopo, Ibis. Forse la diversità è diminuita un po' con gli anni, ma poco.
    Oggi la sorpresa, amara: Gli alberi di contorno alla garzaia, che facevano da muro e facevano sentire al sicuro gli uccelli nidificanti, sono stati abbattuti lungo tutto il lato strada, per una certa estensione in profondità.


    Non ho idea dei motivi del taglio, ma la Garzaia mi è sembrata compromessa.
    Naturalmente, sul lato disboscato è spuntata l'immondizia.


    Va da sè che i nidi erano pochissimi, sul lato rimasto un po' più protetto.
    Sono riuscito comunque a fare delle foto che mi hanno soddisfatto,








    Ma non è quello il punto: non mi sento di dire che sia stata una bella giornata.

  16. Questa volta uso le mie foto a  scopo divulgativo, sperando che comunque siano "anche" gradevoli.
    Vi avviso, quanto scrivo può sembrare polemico, ma sono le mie opinioni, sulle quali potete benissimo non essere d’accordo. Discussioni e critiche costruttive sono ben accette (se no che scrivo a fare?), astenersi però da posizioni intransigenti o aggressive.
     
     
    Dall’alba della civiltà l’uomo ha sempre creato delle “razze” di animali (= varietà all'interno di una specie) a partire dai primi progenitori degli animali domestici, molto simili ai loro antenati selvatici. Selezionando ed incrociando fra loro quegli individui che presentavano caratteristiche utili. Darwin stesso trasse l’idea iniziale della sua teoria dell’evoluzione per mezzo della selezione naturale proprio osservando la selezione artificiale compiuta sugli animali domestici.
    Da questa creazione di razze a scopo di utilità, per la carne, il latte, la lana o, nel caso del cane, difesa del gregge, guardia, caccia, e così via, si è passati anche a selezionare animali per divertimento, creando “razze” il cui unico scopo è un appagamento estetico, o suscitare qualche risposta emotiva od anche per puro divertimento, anche se queste razze a volte hanno problemi.
    Creare una razza significa incrociare individui fra loro consanguinei per stabilizzarne le caratteristiche. Siccome non non c’è corrispondenza uno a uno fra un gene ed un carattere,  per fissare una certa caratteristica che interessa può capitare di fissarne insieme un’altra (o più), indesiderata e spesso dannosa per l’animale. Così delle mutazioni genetiche negative anziché andare diluite e disperse nella massa della popolazione, vengono  mantenute e tramandate.
    Per questo, specialmente oggi che sappiamo come funzionano le cose, il giocare all’ evoluzione richiederebbe intelligenza, responsabilità e senso della misura. Invece, come per tante altre cose, si ha una visione ristretta e antropocentrica (se ci piace, allora è buono).
    Così  per divertimento o profitto si vadano a creare nuove razze di animali “carini” o “bizzarri”. Senza pensare prima alle conseguenze, magari preoccupandosene dopo.
    Non conosco molto bene le razze canine, non so quali siano quelle che hanno problemi ereditari, per cui non ne discuto.
    Parliamo invece dei gatti. Si sono addomesticati da soli seimila anni fa e fino alla metà  del secolo scorso le diverse razze feline, alcune spontanee altre create, erano variazioni limitate rispetto al modello originario, (con l’eccezione dei Manx e altre razze di gatti senza coda) così  anche le eventuali tare ereditarie erano rare. Poi, dagli anni ‘50-'60, si è scatenata la mania, numerosi allevatori, hanno pensato bene di far riprodurre dei gatti mutanti per creare razze singolari, anche spettacolari, che oggi sono vendute a caro prezzo. La gente se ne innamora, senza sapere bene cosa c’è a monte.
    Vediamo un paio di esempi:
    Scottish Fold. Tondino e carino. Esiste in versione a pelo corto ed a pelo lungo, come questo.
     
     
     
    La “razza” nasce nel 1961 in Scozia quando presso la fattoria dei signori Mc Rae nasce  una gattina bianca (Susie) con le orecchie piegate in avanti (a bottone) così che la testa sembrava quella di un gufetto. La gatta mise al mondo altri cuccioli sempre con le orecchie flosce. Questi cuccioli venero adottati ed incrociandoli con dei British shorthair con orecchie normali si scopri che nascevano cuccioli con le orecchie piegate, ossia il carattere era dominante. Per farla breve, si continuò con i reincroci e venne creata la razza Scottish Fold (Fold vuol dire piegato). Ma perché le orecchie si piegavano? Perché erano molli, ed erano molli perché la loro cartilagine aveva qualche problema. Ma la cartilagine non sta solo nelle orecchie. Se le cartilagini non crescono abbastanza forti da sostenere le orecchie questo porterà patologie anche alle ossa. I gatti che ne venivano colpiti  zoppicavano, presentavano rigidità articolare e riluttanza nel saltare. Il gene era inoltre anche responsabile di osteodistrofia, per cui i gattini potevano nascere con zampe corte, malformate e altre anomalie.
    Senza contare che le orecchie piegate erano difficili da pulire e così si sommavano malattie e sordità.
    Tutto questo senza contare le malattie tipiche di altre razze “pure” di gatti come la cardiomiopatia ipertrofica.
    Però erano tanto carini… si cercò di migliorare le cose con degli incroci con dei British shorthair ed altre razze, in modo da diminuire la frequenza di questo gene e si è presa qualche cautela negli accoppiamenti, così oggi, a parte il problemi di pulizia delle orecchie, che rimangono, la frequenza di queste malattie è ”ridotta”. Non sto affermando che tutti gli Scottish fold siano malati, oggi sono monitorati, solo che la razza è un po' delicata.
     
    Sphinx e simili. I gatti pelati.
    A mio modesto parere uno degli elementi di fascino del gatto è la sua morbida pelliccia che oltretutto ne arrotonda il profilo, ma dev’essere una questione di gusti personali, se no non si spiegherebbe il successo che stanno avendo le razze “pelate”.  L’allergia al pelo di gatto non ha niente a che vedere con la creazione di razze pelate, perché non si è allergici al pelo dei gatti, ma a una proteina della sua saliva e anche i gatti pelati si leccano.
     

    In bianco e nero perchè, come previsto dal nostro admin   con la luce artificiale la foto risultava altrimenti indecente.
    Torniamo ai nostri Sphinx ed assimilati.
    Questa razza non ha particolari tare ereditarie, ma è:
    Intollerante al freddo (ovvio)
    Rischia di scottarsi gravemente se si espone al sole. Occorre  proteggere la sua pelle con creme ad alta protezione.
    L'assenza di peli nelle orecchie comporta un eccesso di formazione di cerume. Per cui vanno costantemente pulite con soluzione antibatterica.
    L’assenza delle ciglia porta a maggior lacrimazione. Stesse cure che per le orecchie, se no si infettano.
    Questi gatti non hanno i peli, ma hanno le ghiandole sebacee che servono servirebbero a lubrificare i peli. Senza peli il sebo si accumula e va asportato con detergenti per evitare malattie della pelle.
    Ma giocare agli Dei è tentazione forte, così ecco il Gatto Elve (elfo) che combina l’assenza di pelo con le orecchie rovesciate all’insù della razza American Curl, per cui si sommano i problemi della mancanza di peli a quelli della delicatezza delle orecchie.
    N. B. Tutto quello che ho scritto è ampiamente documentato e pubblicato, non sono mie invenzioni.

    Il gatto "elfo", Bianco e nero seppiato per lo stesso motivo.
     

    L' American Curl,  bel gattone dalle orecchie arrovesciate. Frequente la polidattilia (avere sei o sette dita nella zampa anteriore) in questa razza.
    Il gatto ha per caratteristica (ed è uno degli elementi del suo fascino) di essere un animale semi domestico, indipendente e in buona misura in grado di cavarsela da solo in caso di necessità. Queste razze invece sono incapaci di sopravvivere all’aperto, e comunque necessitano della cura degli umani.  Cosa pensavano i loro creatori?

    Lasciateci essere Gatti e basta...
     
    Ho fatto questi esempi perché sono fra i più eclatanti e poi ho foto decenti solo di queste razze. Ma potrei farne molti altri. Come il Mumchkin, il gatto con le zampe da bassotto  (!), o lo stesso Manx, in cui il gene della coda corta è legato (a volte) a gravi handicap.
    Non voglio fare il terrorista, oggi molti di questi gatti stanno bene e vivono a lungo, se trattati con cura. Se vi piacciono, comprateveli.
    Il mio messaggio è un altro e spero sia chiaro: Manipolare esseri viventi per pura moda, senza alcuna utilità vera, senza pensare che si stanno creando degli individui nati per soffrire, è un’estensione del nostro voler centrare tutto sulla misura umana.  Finchè si confondono i piani, finchè  si riduce tutto alla nostra misura, non si può avere idea di cosa significhi veramente rispettare gli animali, e cosa fare per proteggerli. 
     
  17. Legnano dista una trentina di chilometri da Milano, in direzione Varese. Ai margini della città è presente un grosso Parco Pubblico, vicino al Castello Visconteo.
    Non sto a descrivervi il luogo nei dettagli, trovate facilmente tutte le informazioni che volete. Preferisco concentrarmi sull'aspetto fotografico- (?)naturalistico . Mi limito solo a riportare che, tranne nei giorni di mercato (o se arriva il ... circo) è sfruttabile un comodo e ampio parcheggio gratuito.
    Il parco è grande, ma la parte più interessante è sicuramente il laghetto, artificiale ma ben progettato con un occhio di riguardo agli animali che ci vivono. Questa è la mappa (presa da sito web).

    Il laghetto è articolato con piccole isole e forma anche un minuscolo canneto in un angolo (non visibile nella mappa) in prossimità di un entrata secondaria vicino alle mura del castello.
    E' un parco pubblico a ridosso della città, quindi pace e tranquillità sono un'illusione, specialmente la domenica. Umani con cani, famigliole, pensionati e mamme con bambini piccoli provvisti entrambi (i pensionati e le mamme) di etti di pane per le oche (è vietato ma le abitudini sono dure a morire e la madre degli... ecc..), joggers e altra varia umanità è presente in abbondanza.
    Allora perchè parlarne in un blog foto-naturalistico? Perchè a dispetto di tutto questo qualcosa si poteva fare (e si può fare ancora).
    Un primo approccio potrebbe essere diciamo sconcertante (ho tagliato la varia umanità sulle rive che getta cibo, ragione dell'affollamento frenetico di oche ed anatre):


    Ma se evitiamo la domenica e ci concentriamo su alcuni particolari, qualcosa si riesce a fare. Ad esempio degli scorci invernali:




    Ma siamo qui per gli animali? Vediamo cosa c'è allora.
    Le anatre!
    Una grande varietà, molto probabilmente immessa, di anatre nostrane e di oche. Oltre agli onnipresenti germani ci sono alzavole, morette tabaccate e no, mestoloni, codoni, fistioni turchi, eccone uno a rappresentanza di tutta la "anatofauna" 😊 .

    Oltre alle anatre e oche più o meno nostrane, ci sono presenze ... straniere come le casarche, le mandarine o l'anatra sposa qui sotto:

    Anatra sposa maschio e femmina. Vive in Nord America, non da noi. Ma c'è chi le compra e poi ecco qua.
    Sporadicamente si fanno incontri inquietanti: una volta ho visto un'Oca dell'Himalaya!!! 🤔

    Basta papere, passiamo ad altro.
    Invadenti invasori:
    Re incontrastato, e spudorato, di tutto il parco è, come potete immaginare, lo Scoiattolo Grigio americano.


    Beniamino di tutti (quasi), insieme alle anatre ed alle oche , specialmente dei genitori con bambini, i quali (genitori) producono un costante rumore di nacchere sfregando noci per attirarli (NOTA: non ce n'è bisogno, appena ti vedono vengono a mendicare, anzi a pretendere).


    Altro prodotto della ignoranza pubblica, le onnipresenti Trachemys. Americane. Che però non sono troppe; può darsi che facciano delle "eradicazioni" periodiche? Non lo so.

    Una qualche Nutria non può mancare.

    Credo siano arrivati anche i Parrocchetti ma non sono sicuro.
    I "locali"
    Anche se difficilmente si possono considerare soggetti originali, Gabbiani e Cornacchie possono prestarsi a composizioni fotografiche.



    L'Airone cenerino è una presenza costante e piuttosto confidente.

    Spesso nidifica sulle isolette.


    A Legnano io andavo per lui:
    Il Gheppio nidificava regolarmente fra le mura del castello ed era uno spettacolo!



    Poi non ha gradito la nuova serie di iniziative di primavera-estate tra il vichingo ed il Sabba, proprio nella piazza davanti al Castello:

    (foto presa da internet)
    Così l'abbiamo perso, sono ormai due-tre anni che non nidifica più sulle mura.
    Altri incontri interessanti, ma difficili, sono il Martin pescatore e il Porciglione (l'ultimo solo nel mini canneto che ho citato all'inizio, che è collegato al fiume). Si sa se è presente perchè in contemporanea si materializza sul posto un gruppo di fotografi mimetici.


    Un po' più facili, i soliti piccolini:







    Più avvicinabili d'inverno se si posiziona strategicamente qualche cosa da mangiare sui rami.
    Ospite più timido, il Picchio Rosso.


    Perchè ho parlato, anzi scritto, di questo parco?
    Una segnalazione.
    Si potrebbe abitare vicino e farci un giro, se non si ha molto tempo. Qualcosa c'è. Avifauna a km 0.
    Si potrebbe, con un po' di fortuna, trovare gli ospiti più interessanti.
    Cosa che non ho fatto qui, si potrebbe fare un foto reportage sull'interazione uomo-animali-parco documentando cose belle e meno belle.
    Grazie per aver letto, sempre interessato ai vostri commenti e opinioni, se vi va.
  18. Un pensiero sulle foto agli animali

    Scrivo questo blog sull'onda di alcuni post e commenti di fotografia naturalistica.
    E' solo il mio pensiero, che si può condividere oppure no, l'invito è pensiamoci sopra un attimo, poniamoci delle domande, se vogliamo, poi si fa quel che si vuole.
    Questa foto l'ho fatta per una rivista scientifica in cui ho pubblicato i risultati di una mia ricerca:



    Queste foto le ho fatte per una mostra divulgativa sul patrimonio di un museo:




    Dove voglio arrivare? Sono foto fatte per scopi diversi rivolte a persone diverse a cui interessa vedere cose ...differenti.
    La prima foto è per i miei colleghi studiosi, a cui interessa che la foto sia nitida, ben esposta, senza ombre ingannevoli, in modo che si possano vedere nel modo migliore i particolari del soggetto così da apprezzare i dettagli e discutere di quel che ci interessa.
    Le altre due foto sono per un pubblico generico che assiste ad una mostra fotografica. Per fargli apprezzare il valore di quello che vede, ho pensato che fosse meglio presentarlo in un contesto più accattivante e che raccontasse una storia di vita e di morte, di animali e di pietre.
    Ho portato la cosa un po' agli estremi, apposta.
    Che cosa voglio dire? Qualcosa che ho già scritto e riscritto in blog e commenti, ad esempio qui in modo volutamente umoristico ed un tantino esagerato:
    Una volta, premetto, non la pensavo così, ma invecchiando e confrontandomi ho capito, forse, qualcosina.
    Ecco una foto di Cinciallegra


    E due foto di Cinciarella




    Un Pettirosso



    ed altri due




    A mio parere, le foto a pieno formato mostrano di più il soggetto , ma sono apprezzate soprattutto da chi è interessato al ...soggetto in sé. Piaceranno all'appassionato di uccelli, ma, forse, le foto più ambientate parlano lo stesso del soggetto ma con un minimo di contesto, di suggestione, di atmosfera, possono venire apprezzate anche da chi non è strettamente interessato e, anche se non sembra, pur non mostrando lo stesso livello di dettaglio, parlano forse di più della cincia o del pettirosso su come e dove vive. Più fotografia e meno documento.
    Scoiattolo europeo ben illuminato



    Scoiattolo europeo nel gioco di luci ed ombre del bosco.



    Il rischio che si corre è di scambiare la bellezza del soggetto con quella della foto. A me piace di più la seconda. La trovo più originale e più viva. Poi potete dirmi che sono brutte tutte e due e che non so fare le foto, non importa. Il messaggio non è personale, è che per quanto mediocre fotografo (io) possa essere, se ci si impegna un po' si possono fare foto più originali, meno didattiche.
    Marmotta, punto.


    Marmotta ambientata .


    Sto dicendo che i soggetti devono per forza essere piccoli? No. Le foto possono però essere un pochino studiate, originali.





    Anzi foto a soggetti lontani se non meditate, possono essere le peggiori. Ho visto (ed ho ahimè fatto) foto pessime di soggetti colti al volo che dicono ancora meno dei ritratti a formato pieno.
    Ho "preso" una nitticora. Sul serio, a qualcuno questa foto dice qualcosa? A me no. Non dovessi usarla per spiegare, non la pubblicherei mai.


    Magari non tanto più grande, ma con uno sfondo un po' più interessante.



    O meglio ancora, in azione e di dimensioni leggibili:




    Spero che il mio messaggio sia passato. Sto dettando delle regole? E chi sarei per farlo? Il mio è un solo un invito a valutare (e magari a fare) le foto di natura con un pensiero più ampio, non solo specialistico e tantomeno da "preso al volo come capita, basta che sia a fuoco" (che è anche peggio).
    Non sono le dimensioni del soggetto, è tutto l'insieme. Grande, piccolo in mezzo, può essere più o meno valido a seconda del contesto. Valutate questi grifoni quali apprezzate di più o di meno.







    E' tutto, grazie a chi è arrivato fin qui.
    Scrivo sempre le stesse cose? Forse, ma una ripassatina ogni tanto penso ci possa stare.
    Se non siete d'accordo, va bene, l'ho già scritto, ognuno può restare della sua idea
  19. In Inglese i gatti maschi vengono chiamati Tom cats e da lì viene il nome dei velivoli che ci ha mirabilmente mostrato Tanker 😉.
    Io non sono esperto di "quei" Tomcats ma di questi altri, piccoli, pelosi e ogni tanto miagolanti.
    I gatti rossi (più che rossi danno sull'arancione/ ocra, per cui gli inglesi li definiscono ginger cats) sono tra i più rappresentati al cinema e altrove, quando non serve un gatto nero per far paura. Ne cito solo tre, ma sarebbero tantissimi.
    Orangey è il nome del gatto attore in "Colazione da Tiffany" (dove viene chiamato solo "Gatto"). Orangey nella sua lunga vita ha "recitato" in diversi film e telefilm. Era noto per avere un pessimo carattere.


    Jonesy, il gatto furbo del primo Alien (in realtà erano tre gatti diversi a recitare)

    Non resisto,è troppo bella:

    E poi il tenero gattone Bob e la sua struggente storia vera, nel film interpreta se stesso.

    Tranquilli, adesso metto delle foto vere!
    Un preoccupatissimo gatto rosso dalla colonia felina di Rocca Brivio.

    I Gatti rossi come forse saprete sono quasi tutti maschi.
    Come il mio Vincent

    Perchè?
    Perchè i geni per il colore arancione e nero si trovano sul cromosoma sessuale X. maschi hanno un cromosoma X e uno Y; l'informazione del colore è quindi limitata a un solo cromosoma X, che può portare o al nero o all'arancione, ma non a entrambi contemporaneamente.
    Nero (Cimitero Monumentale, Milano).

    e Arancione nei maschi "normali" si escludono a vicenda.
    Il gene per il colore bianco è su un altro cromosoma e può esprimersi in modo indipendente, dando le pezzature. Quindi i maschi possono essere arancio, arancio e bianchi, neri e neri e bianchi. Il grigio nei gatti deriva dall'azione del gene D che diluisce il nero (ma può diluire anche l'arancione), dando toni più o meno pallidi ai colori base.
    Arancione "diluito", Colonia Padana, Cremona.


    Le femmine hanno due cromosomi X. Per essere rosse devono avere il gene del rosso su tutti e due, il che è raro. Infatti, l'80 per cento dei gatti rossi è maschio.
    Giulietta è rossa e bianca, quindi ha il rosso su tutti e due i cromosomi X. Sta bene col tappeto di foglie di ginkgo come sfondo. Colonia felina Rocca Brivio.

    Se le femmine hanno un cromosoma X con il gene per il rosso e l'altro X con il gene per il nero, quando ci si mette anche il bianco diventano tricolori. Capita spesso che in aree diverse si esprima un colore o l'altro portando a una distribuzione a chiazze di nero, arancione e bianco. Sono dettte calico, che non è una razza ma una colorazione.
    Una chiacchierina femmina calico che ho incontrato al Cimitero Monumentale di Milano


    Se il bianco non viene espresso le femmine bicolori possono essere tortie o torbie ("tartarugate" con o senza strisce) dove rosso e nero sono mescolati.
    Mamy qui sotto è una torbie "diluita". Colonia Felina Rocca Brivio.


    Esistono maschi tricolori? Sì ma è un'anomalia, solitamente un errore al concepimento che li porta ad avere tre cromosomi sessuali (XXY) e così possono essere calico, ma in genere sono sterili. Poverini.

    Colore e carattere?
    Si legge in giro che i gatti avrebbero carattere diverso secondo il colore. In genere "si pensa" che i gatti rossi siano più pacifici e, a volte un po' più citrulli (questo in USA e UK dove va di moda dire che hanno un solo neurone da condividere), che le gatte calico siano socievoli e "chiacchierone". Però ad oggi non ci sono basi scientifiche che lo dimostrino.
    E poi ... non proprio tutti pensano che i gatti rossi siano "buoni":
    T. S. Eliot, nel suo libretto di poesie da cui è stato tratto il musical CATs scriveva:
    Macavity’s a Mystery Cat: he’s called the Hidden Paw—
    For he’s the master criminal who can defy the Law.
    ...
    Macavity’s a ginger cat, he’s very tall and thin;
    Macavity, Macavity, there’s no one like Macavity,
    For he’s a fiend in feline shape, a monster of depravity.

    NOTA: Macavity è ispirato al prof. Moriarty, il nemico di Sherlock Holmes.

    Tutte le foto scattate con Nikon Z8 e 24-120 f4 Z.


  20. Ormai uso questo zoom tele da un bel po' e, visto che non se ne parla più di tanto voglio condividere le mie impressioni.
    Prima facciamo le presentazioni:
    Nome: Tamron 150-500mm f/5-6.7 Di III VC VXD (lunghetto, come spesso accade con i Tamron!).


    Caratteristiche essenziali (l'elenco completo lo trovate in vari siti:
    Apertura massima f 5-6.7
    Apertuta minima f 22-32
    Minima distanza di messa a fuoco 60cm a 150mm, 1,8m a 500mm
    Rapporto di riproduzione 0.32 (1:3) a 150mm, 0.27 (1:3.7) a 500mm
    Lamelle diaframma 7
    Diametro filtri 82mm
    Dimensioni (a 150mm): 206 x 93mm
    Peso: 1875 gr
    Tropicalizzato (così dicono)
    Anello treppiede presente, ruotabile, asportabile, compatibile ARCA.
    Fronte e retro:




    Lo schema ottico (ripreso dalla presentazione di Mauro Maratta):

    Ergonomia.
    La prima volta che l'ho preso in mano sono rimasto sorpreso perché è sì compatto (a 150mm) ma pesa più di quanto sembri.
    L'impressione è di robustezza e costruzione accurata. La grossa ghiera dello zoom offre la giusta resistenza, la piccola ghiera usabile per la messa a fuoco come molti focus by wire funziona ma non posso dire che sia una gioia usarla (in ogni caso non metto quasi mai a fuoco in manuale quindi non è un gran problema) .

    Diversamente dal 180-600 nikon passando dalla minima alla massima focale si allunga e si sbilancia (ecco perché c'è una delle palline mordicchiate del mio gatto a sostenerlo a 500mm).
    Da un lato i tipici cursori per la regolazione della messa a fuoco, quello per selezionare le distanze è a tre posizioni, cosa che apprezzo enormemente in quanto oltre alla messa a fuoco completa e quella da 10m a infinito c'è la posizione minima distanza - 10m che a trovo utilissima per velocizzare al messa a fuoco con certi soggetti come libellule, anfibi, rettili...


    E' presente un blocco dello zoom a 150mm per evitare lo zoom creeping, ossia che si allunghi mentre si cammina con lo zoom puntato verso il basso, cosa che fa volentieri.


    E' presente anche una porta USBC per aggiornamenti firmware senza bisogno di basette. Ho aggiornato il firmware contemporaneamente all'aggiornamento della Z8 per i problemi di compatibilità e mi sembra ne abbia beneficiato in velocità e precisione.

    Ho comprato una serie di tappini per proteggere la presa ma li perde inesorabilmente.

    L'anello per il treppiedi è ottimo, solido, ruotabile, con il piede compatibile ARCA e due occhielli per infilare la tracolla in modo da non sforzare la baionetta della fotocamera.


    Il paraluce a baionetta è in solida plastica è di dimensioni ragionevoli, si può montare rovesciato per il trasporto. E'gommato (o qualcosa del genere) sulla parte anteriore e ha le cerchiature interne per ridurre i riflessi.


    Come funziona.
    Il diaframma varia così:
    150mm f5
    200mm f5.3
    300mm f5.6
    400mm f6.3
    500mm f6.7
    La focale effettiva alla minima distanza di messa a fuoco è
    113 mm effettivi a 150mm nominali (a 60cm)
    300mm effettivi a 500mm nominali (a 180 cm)
    Questo comportamento è tipico di tutti i tele e tele zoom specialmente se hanno distanze di messa a fuoco brevi, esclusi pochi obiettivi di alto livello.
    L'autofocus (dopo l'aggiornamento del firmware) è veloce e sufficientemente preciso ma capita a volte che in una raffica qualche foto non sia a fuoco. Non ho fatto confronti, non ho praticamente mai provato il 180-600 e le poche volte che ho avuto in mano il 100-400 Z, quest'ultimo mi è sembrato più reattivo.
    La stabilizzazione, combinata con quella della Z8 fa il suo dovere, non ho fatto test ma non ho incontrato problemi di mosso.
    La qualità dell'immagine a mio parere è veramente ottima per uno zoom tele ad ampia escursione di questo livello, anche sul sensore da 45 megapixel della Z8, soprattutto se chiuso di mezzo-uno stop a 500mm. Secondo me su un sensore da 24 megapixel risulterebbe eccellente.
    Un briciolo di aberrazione cromatica appare ogni tanto in situazioni forzate nelle zone a maggiore contrasto, ma nulla di preoccupante.
    Lasciamo spazio alle foto, tutte da foto a pieno formato senza crop e senza l'uso di lenti addizionali o tubi in quelle ravvicinate come ogni tanto faccio in modo da rendere pienamente l'idea di come funziona l'obiettivo da solo.
















    le foto delle libellule qui sotto sono state scattate in formato FX, in Dx, l'ingrandimento diventerebbe ancora più interessante.




  21. Cornacchia al Bar

    Intanto che "lavoravo" ad un progetto fotografico che si sta sviluppando nella mia mente mai quieta, ho assistito a una scenetta e ne ho voluto fare un micro-reportage senza pretese, uno "street animale"   come esempio  gradevole (si spera) e documentativo  di quanto certi animali si siano ampiamente "urbanizzati" integrandosi benissimo, qualche volta anche troppo. 
    Insomma, in questo luogo che qualcuno conoscerà bene, ho incontrato una Cornacchia priva di qualsiasi timore, che come molti umani si è fatta una sosta al bar.

     

     

    La scelta del grandangolo utile per esprimere il concetto di interazione/integrazione, un ritrattone non avrebbe avuto significato alcuno, naturalmente.
    Anche questa per me, ma non sono solo, è fotografia naturalistica. La sezione ambienti urbani è diventata una componente costante nei concorsi di wildlife photography , perchè la componente umana e quella degli altri animali  sono ormai così compenetrate che non ha senso ignorare le interazioni che avvengono, anzi è importante capirle al meglio.
    Commenti, critiche, osservazioni, sulle foto ma anche sul tema in generale, sempre bene accette, i miei blog non sono solo degli show off, ma degli inviti al dialogo (civile ) .
    Per gli interessati: comodissimo, come sempre il 24-200mm Z specialmente accoppiato alla Z8. Foto di Gianni Ragno.

     
     
     
  22. I Gatti del Monumentale.

    Come quella del Castello Sforzesco, la colonia felina del Cimitero Monumentale è fra le pochissime colonie feline di Milano site  in un contesto suggestivo. Milano conta centinaia di colonie feline, ma la maggior parte si trova in zone degradate, oppure di difficle accesso,  a volte pericolose. Un altro paio sarebbero anche suggestive, quella del Tumbùn de San Marc o quella dei ruderi romani di Via Brisa, ma contano ormai solo uno-due gatti.
    La colonia felina del Cimitero Monumentale conta oltre una ventina di gatti.  A differenza di quelli del Castello, che sono più o meno confinati in una zona della piazza d'armi o nei fossati, questi hanno libero accesso a tutto il Cimitero, che è enorme, e sono divisi in diverse "bande" che si sono spartite il territorio. Grazie alla disponibilità delle volontarie e dei volontari che li accudiscono, ho potuto individuare le zone più frequentate, altrimenti avrei potuto girare per un'intera mattina prima di vedere un gatto.
    Il mio scopo era riuscire  a ricavare un portfolio e se fossi riuscito a raccogliere abbastanza immagini interessanti, farne un libro come per il Castello.  Ero partito piuttosto fiducioso, ma mi sono reso conto che il "Progetto Monumentale" si sta rivelando più complesso del precedente.
    Credo che, ampiezza del territorio a parte, i  motivi siano almeno due, ma se qualcuno di voi ha delle altre opinioni in merito lo ascolterò leggerò con molto interesse!
    Il motivo principale è la location, estremamente suggestiva, ma fin troppo presente, mentre il Castello Sforzesco come architettura  si prestava ottimamente da quinta per ambientare i soggetti, qui le statue e i monumenti finiscono per creare sfondi troppo variegati quindi creare una certa confusione,  oppure troppo significativi con il rischio che finiscano per competere col soggetto. E' molto impegnativo creare una relazione corretta fra il "soggetto gatto" e il contesto monumento/ambiente evitando che  il gatto  finisca per sembrare una comparsa casuale nella foto di un cimitero.
    Il secondo motivo è che, a parte qualche eccezione, i gatti sono più diffidenti,  mi sono trovato costretto ad usare quasi sempre il 70-300 perchè non si lasciavano avvicinare, mentre avrei voluto usare più spesso una focale grandangolare per inquadrature un po' più ad effetto. 

    Questa gatta fa eccezione, al contrario di quasi tutti i suoi compagni, non ha alcuna paura e se ne sta da sola lungo il viale centrale ad aspettare i visitatori per ricevere coccole. Con lei infatti ho potuto usare anche  il grandangolo.


     
    Se invece si "stringe" sul soggetto si rischia di decontestualizzare, per cui ci si ritrova con dei gatti che sarebbero potuti essere stati da qualsiasi parte, come in questo caso:

    Una bella gatta che però potrebbe essere ovunque.

    Anche qui l'amico/a nero/a è bello, ma non si capisce bene dove sia.
    Per evitare questo rischio ho cercato sempre di  includere elementi di contesto, anche appena un accenno.


     
     

     

     
    In certi casi sono venuti accostamenti interessanti, anche se non proprio nello spirito originario del progetto, ma bisogna essere flessibili  .
     

     

     
    In postproduzione ho cercato spesso di creare atmosfere un po' gotiche, che era la mia intenzione originale.


     

     
    in altre occasioni ho cercato di attenuare gli elementi di sfondo  che potevano distrarre, "sviluppando" in toni alti. Funziona? Forse sì, ma temo di finire per avere foto disomogenee nello stesso portfolio, o meglio due portfolii dal carattere opposto.

     
    Per quel che avevo in mente sarebbe stato meglio un cimitero di stile anglosassone, di quelli con alberi, cespugli e con le lapidi decrepite, suggestive ma non invadenti. In ogni caso credo che mi dovrò prendere una pausa "forzata", la userò per pensare  se e come continuare.
    Nota tecnica: Tutte foto scattate con Nikon Z 6, 24-70 f4 S e 70-300 f4-5.6 P (tramite FTZ). Il 70-300P va benissimo sulla Z 6, lo abbiamo scritto in tanti e lo confermo, che peccato non sia Z nativo.
    Aggiornamento ottobre 2023, ho fatto un altro giro:



     
    Queste sono state scattate con Nikon Z8 e 24-200mm Z.
     
  23. Un po' per contrastare la recente tendenza a mostrare solo il lato "cute", "coccoloso" del gatto, che non è nemmeno metà del suo fascino, e poi  pensando al prossimo Samahin-Halloween, ecco un piccolissimo portfolio di ispirazione (ma guarda) felina, dark gothic come piace a me. 
     
    Nel folklore irlandese e scozzese c'è una creatura dalla forma di gatto gigantesco, delle dimensioni di un cane pastore, tutto nero tranne per una macchia bianca sul petto. Gira di notte per le Highlands e incontrarlo di solito non è bene. E' il Cat Sith o Cait Sith (gatto fatato).
    Su di lui esistono due leggende. Per una è  un ladro d'anime, che porta via l'anima del defunto nel tempo tra la morte e la sepoltura; per questo anticamente si tenevano delle veglie funebri apposite, se il Cat Sith si fosse presentato lo avrebbero distratto (coi gatti è facile) con musica, danze ed altro.
    Secondo un'altra tradizione il Cat Sith sarebbe una strega. Le streghe potevano trasformarsi in gatto e riprendere forma umana per otto volte, la nona volta erano condannate a restare gatti.
    E Halloween cosa c'entra? Il malevolo Cat Sith a Samahin/Halloween cambiava carattere e diventava una creatura anche benevola; in cambio di un piattino di latte fuori dalla porta avrebbe lasciato qualche piccolo dono, ma attenzione, se non gli si lasciava nulla avrebbe potuto prendersela a male e lanciare una maledizione sugli abitanti della casa.
     
    Quando, un po' di tempo fa, ho incontrato questo Gatto  mi è subito venuto in mente il Cat Sith, così gli ho scattato un paio di foto prima che si dileguasse, elaborandole successivamente in modo da rendere un'atmosfera gotico-notturna. 

     

    Rovistando poi nel mio archivio felino, mi sono accorto che avevo già una sua foto pubblicata (a colori) ed ho pensato di elaborare  e riproporla. Le foto sopra sono quindi inedite mentre questa sotto è una rivisitazione.

     
    Alla radice del mito del Cat Sith forse c'è un gatto vero, molto grosso e molto raro, il Gatto di Kellas. Vivrebbe in Scozia ma se ne conoscono solo tre o quattro esemplari, trovati morti oppure uccisi da chi li ha avvistati. Sono identici al Cat sith tranne che per le dimensioni, che sono grandi sì, ma non come il gatto delle leggende, il più grosso era lungo un metro e sei centimetri coda compresa. Secondo alcuni esperti sarebbero ibridi fra gatti domestici ed il Gatto Selvatico scozzese.

    Il "Gatto di Kellas" imbalsamato al Museo Zoologico dell'Università di Aberdeen, Scozia
     
    Oh, se qualcuno di voi amasse la letteratura gotica, "il Gatto Nero" dell'omonimo racconto di Edgar Allan Poe ha molto del Cat Sith.
     
     
  24. Con un mese o quasi di ritardo, ma sarà colpa del riscaldamento globale ,  ecco che arriva (da non so dove) la Hierodula tenuipunctata, ovvero la Mantide Gigante asiatica che, come ho già scritto, da un po' di anni si sta diffondendo in Italia settentrionale.
    Stessa modella quindi, ma questa volta "affrontata" con un kit differente. Che secondo me ha fatto una certa... differenza (gioco di parole intenzionale).
    Gli anni scorsi l'ho fotografata soprattutto con con il 24-200 Z ed un tubo, oppure con il 300mm, per timore di fuga, per lo sfuocato ecc. Questa volta ho sfidato le distanze ed ho usato esclusivamente il 105 macro MC.  Complice una luce più favorevole, ho potuto sfruttare appieno le doti sia della Z8 che del 105mm.
    Ho inquadrato in modo da avere uno sfuocato  vivo ma non invadente ed ho sfruttato il bokh... la sfuocatura progressiva del 105 per un frontale:


     
    Un tre quarti:

     
    Un'inquadratura  laterale "tutto a fuoco":

     
    Tutte le foto sopra sono a f11, mentre quella di sotto è a f4, che a queste distanze è vicino alla tutta apertura (f3.3):

     
    Infine passaggio da Fx a Dx (originale da 21 megapixel...)

    CLICCARE PER APRIRE
     
     
     
  25. Un piccolissimo reportage in cui condivido più sensazioni che cose. 
    Ho già scritto due blog sul Giardino dell'Isola del Pepe Verde, c'era bisogno di un terzo? Sì, almeno per me.
    Qui non descrivo il giardino, ma il mio vedere il giardino (e la gatta che ne è custode e signora). 
    Intendiamoci, credo che le foto stesse abbiano una qualche qualità  (la maggior parte almeno) che le farebbe "stare in piedi"  anche per conto loro. Se no non le pubblicherei.
     
    Il Giardino. Di fronte a giardini ben curati, quelli belli ordinati, con aiuole ad erba rasata e bei, grossi mazzi o siepi di fiori multicolori, magari fiori grandi, radunati secondo schemi classici.. io provo un vago senso di disagio, di costrizione, di ordine imposto in nome  di un'estetica forzosa.  Più il giardino sembra casuale,  "libero" al limite dell'incolto, più mi sento a mio agio. L'isola del Pepe Verde mi attrae anche per questo. Se aggiungiamo il divieto di fumo e di tormento "sonoro", sono ancora più a mio agio.

     
    L'incontro. Questa foto di una statuetta un po' consunta del Buddha per me non è  una foto banale per due motivi, uno personale emotivo, che non è detto sia condivisibile, e uno più strettamente fotografico su cui penso si potrebbe tranquillamente discutere. Personale è stato l'incontro, inaspettato, passeggiando  in un angolo del giardino,  mi ha mosso al sorriso e infuso serenità; adesso quando vengo in questo giardino torno a rivederla. La bellezza non è nella statua ma nel contesto, che anche fotograficamente non mi sembra  insignificante.

    Fotograficamente, la statuetta emerge dall'edera che la circonda,come una cornice, sullo sfondo brutte reti metalliche e legni ricordano che c'è il mondo di fuori che continua ad agitarsi. Inquadrandola come ho fatto, ho così cercato di non fare fare un'illustrazione qualsiasi di statua del Buddha (che probabilmente vendono a milioni nei negozi di giardinaggio, arredamento d'esterni ecc.)  ma mostrare che da dovunque arrivi, qui questa statua ha trovato il posto giusto, a modo suo è in armonia (molto più che un nanetto  ) con ciò che la circonda e  ha anche un significato*, e rafforza la sensazione di benefica tranquillità che tutto il giardino mi ispira. 
     
    Pepina. 
    L'unica cosa che non amo di lei è il nome, ma si sa, I Gatti non si curano dei nomi che gli danno gli uomini perchè hanno i loro, che non sapremo mai (lo dice Elliott). Attempata signora, sempre elegante, ultima di una colonia scomparsa da tempo, ha eletto da anni il giardino a suo regno  e dimora.  Quando arrivi ti viene incontro e ti valuta, ti giudica. Se ti trova interessante (e se hai crocchette) può decidere di stare un po' con te, farsi accarezzare e concedere qualche posa per poi tornare ad occuparsi del suo regno e svanire così come è comparsa.
    La maggior parte delle mie foto di Gatti è in bianco e nero ma Pepina è grigia con occhi intensi, e il contesto è molto vario per cui preferisco ritrarla a colori.
    Non prendiamoci troppa confidenza ...

     
    Ma no, mi fido, poserò per te:


     
    Possiamo capire perchè gli Egiziani consideravano sacri i gatti?

     
    Un'ultima inquadratura, ti ho concesso del tempo ma adesso è ora di separarci.

     
    Tornerò ancora all'Isola del Pepe Verde, ma non ne scriverò più,  promesso.  Oggi vi ho messo a parte del mio sentire, quindi non occorre tornarci sopra (Non prometto di non mettere più foto di Pepina però  ).

    Se avete qualche commento da fare fotografico e non, mi farà piacere. 
     

     
    *NOTA Solo per gli interessati alla spiritualità orientale: La posizione delle mani del Buddha non è mai casuale, qui mi pare  sia quella associata al primo discorso dopo il Risveglio, quando l'insegnamento Buddhista prende vita (sto semplificando al massimo il concetto de "l'avvio della Ruota del Dharma") per cui  la posizione delle mani è detta   Dharmachakra mudra. Quindi inaspettato incontro con il Buddha che da' l'insegnamento!
    Se tra voi c'è qualche Buddhista, può confermarmi o smentirmi sul mudra? Grazie!
     
     

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