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Mauro Maratta

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Blog Entries posted by Mauro Maratta

  1. Bach : Das Musikalishes Opfer - Cindy Castillo all'organo di Namur
    Ricercar, 16/1/2025, 192/24, via Qobuz
    ***
    7 maggio 1747.
    Federico attende da settimane la visita del vecchio Bach, ha fatto tante pressioni al suo clavicembalista, il figlio Emanuel perché lo faccia venire a Berlino.
    Quando arriva è pomeriggio, Emanuel lo accompagna per le sale della reggia e gli mostra l'intera collezione di strumenti musicali.
    Tra cui diversi fortepiani e più di un pianoforte.
    Il Re non lo fa attendere in anticamera ma gli va incontro, affabile.
    Bach è già anziano, libero finalmente da impegni formali alla Thomasschule, specialmente dall'odiato latino ma già provato agli occhi dai lunghi anni di musica in ambienti illuminati da candela.
    Federico ha studiato un tema molto raffinato, fatto di crome e passaggi impervi.
    Lo suona al fortepiano al genio di Lipsia che su un cembalo improvvisa una fuga a 3 voci su quel tema.
    E' una cosa frettolosa, il giorno dopo, all'organo della cappella elabora una fuga canonica in stile antico (Epidiapente = sopra una quinta giusta, in senso letterale, la distanza tra i soggetti principali della fuga).

    Quando si congeda per tornare a casa, promette che farà seguito all'onore reale con una composizione che renda il giusto merito al pregiato tema Regio.
    Passa un meso e Bach consegna ai copisti le pagine manoscritte. I copisti scelti non dovevano essere particolarmente esperti, oppure per la fretta di preparare le copie da spedire, fanno un papocchio.
    Spezzano il lavoro in più libretti, alcuni orizzontali - secondo l'uso per gli spartiti d'organo - altri verticali - per gli altri strumenti.

    Le composizioni non sono messe in ordine, a parte il frontespizio piuttosto modesto, c'è la fuga a tre voci, chiamata in stile antico Ricercar, che Bach ha improvvisato davanti al Re.
    E la fuga canonica che ha meravigliato l'intera corte.
    Non ci sono indicazioni strumentali.
    Seguono dei canoni a 2, numerati consecutivamente.
    Poi altri canoni sciolti.
    Una sonata per flauto traverso (omaggio al Re che era un appassionato flautista e si circondava di compositori che gli fornissero di che suonare. Ma sia lui che la sorella Amalia, hanno composto per il flauto).
    E un ricercare a 6 che è una fuga a sei voci.
    A me solo immaginare come si possa elaborare qualche cosa su un tema che è già difficile da suonare a da rendere sensato da solo, è difficile.
    Arrivare a scrivere una fuga a 3, 4, 6 voci va proprio oltre.
    E canoni regolari, inversi, perpetui, per toni.
    Boh.
    Figuriamoci quando, Bach, nell'odiato latino, scrive come motto un enigmatico "Quaerendo Invenietis"
    Cercando troverete ? E che cosa mai ?
    Ci sono studi approfonditi che hanno trovato nelle parti citazioni bibliche (?), combinazioni cabalistiche (??) e chissà che altro.
    Insomma, Bach voleva onorare il Re anche stimolando la sua eccezionale intelligenza.

    Solo che i libretti, poco appariscenti, finirono in uno scaffale della biblioteca e non furono eseguiti mai.
    In settembre, Bach a sue spese, fece stampare 100 copie. Con una ristampa nel 1749, ancora di 100 copie.
    Comunque, con Bach in vita e nei secoli successivi, l'opera non destò particolare scalpore.
    Fino al '900, dove si presentò in tutta la sua complessità, come sorta di antipasto dell'Arte della Fuga (altra serie di composizioni contrappuntistiche che partono dal Regio Tema di Federico II di Prussia).
    L'interpretazione non ha grandi appoggi, perché manca di tradizione e di indicazioni.
    Al di là della formazione della sonata (flauto traverso, violino e continuo), il resto è lasciato all'immaginazione.
    I canoni a due violini, il resto per strumenti a tastiera.
    Ma nel tempo c'è chi ci ha messo mano rivedendone la struttura secondo la prassi dell'epoca di non destinare esattamente a determinati strumenti le parti.
    Le quattro voci possono essere applicate ai quattro archi, cui aggiungere eventualmente il continuo se serve (spesso il basso continuo era accennato.
    Il grande Hermann Scherchen, a tempo perso, ne ha fatto una straordinaria con i soli fiati.
    Spesso si usa il flauto come voce principale, in onore al Re.
    I canoni a due voci ? A due violini, suonati in piedi, contrapposti.
    Insomma, come si vuole, cercando, troverete.

     
    non desta particolare stupore questa edizione, tutta all'organo, specialmente perché è un organo in stile tedesco barocco, accordabile alla bisogna a 440 Hz o a 415 Hz.
    E quindi con un positivo e dei registri (specie flauto e viola) simili a quelli che aveva Bach.
    Ma è differente la struttura del programma.
    Che spezzetta la sonata come se non fosse una sonata per come è stata pensata.
    La inframmezza con i canoni fuori dal loro ordine.
    Apre e chiude con il ricercare.

    con una particolare cura nell'uso dei registri, nei vari passaggi.
    Il risultato mi ha particolarmente convinto, per la ricchezza interpretativa che non viene mai meno.
    Il suono dell'organo di Namur, la chiesa di Saint-Loup ha la sonorità aperta che mi piace di più in Bach.
    Solo in rari momenti diventa "asciutto" - come avrebbe detto Liszt e verrebbe voglia di cambiare a me i registri.
    Il disco è bello, abbastanza originale, molto pensato ma rispettoso.
    Come è giusto che sia, rivolgendosi al Grande Re di Prussia e al Sommo Bach.
  2. Dopo il violino, il violoncello.
    Il violoncello è un violino da suonare seduti. In questo non è da confondere con la viola da gamba, che deriva dalla viola da braccio ma ha tutta un'altra impostazione, tecnica e gamma tonale.
    E' uno strumento nato per fare il basso, infatti in casa nostra si chiamava violone o basso di viola.
    Ma siccome, a differenza della viola da gamba non suonava abbastanza in basso (era più espressivo in alto), venne creato apposta il contrabbasso, per raddoppiarlo.
    Insomma, strumento ibrido che si è sviluppato per la sua relativa facilità di costruzione e di tecnica.

    Ma che in fondo fino ad epoca moderna non ha goduto di grande spolvero personale.
    Il repertorio solistico è eccezionale ma abbastanza limitato (parlo di suite per violoncello e di sonate per violoncello e pianoforte). E' ancora più limitato quello orchestrale con il violoncello solista puro.
    Beethoven non si è impegnato (lo ha fatto con le sonate) e, ovviamente, nemmeno Brahms. Entrambi lo hanno incluso nei loro - sfortunati - concerti per più strumenti, il triplo di Beethoven e il doppio di Brahms prevedono il violoncello, ma come comprimario.
    Per vedere un vero concerto per violoncello e orchestra attendiamo l'ottocento inoltrato, perché gli esempi settecenteschi (penso a Emanuel Bach e a Joseph Haydn non sono così sfolgoranti a mio parere, di Vivaldi io in genere, taccio).
    Ci sono tante composizioni di Boccherini e di Romberg, ma insomma ...
    Schumann, Dvorak, Saint-Saens, Elgar in epoca romantica. E poi Shostakovich e un certo rispolvero nel '900 e anche nei nostri anni.

    Ma vediamo insieme cosa conta veramente ascoltare, senza un particolare ordine.
    1

    i due concerti per violoncello di Saint-Saens sono particolarmente estroversi, come in generale la musica di quel compositore.
    Ma il primo ha un carattere più aulico, più coinvolgente. Il secondo non mi ha mai preso in particolare ma è certamente più virtuosistico.
    Li dividono circa trenta anni, il primo è del 1873, il secondo del 1903.
    Tematicamente non ci sono paragoni.
    Oltre alla edizione Chandos con Mork e Jarvi, si può fare una scelta tra la Du Pre, Harrell ...
     
    2

    il concerto di Schumann - 1850/1860 - credo sia uno dei concerti più belli che ci siano e tra le più belle composizioni dello sfortunato Robert.
    Che in gioventù suonava anche il violoncello, sebbene non al livello del pianoforte.
     

    edizione alternativa a quella con Sol Gabetta (lo so, è quella l'alternativa, non questa ...) è naturalmente Jaqueline accompagnata da Daniel, proposta da EMI/Warner insieme al concerto n.1 di Saint-Saens.
    Un must have assoluto.
    E' un concerto idilliaco, l'opposto del calvario mentale che Schumann si apprestava a vivere. L'opposto del modo di concepire musica di Shostakovish, se mi è permesso dirlo ...
    3

    allo stesso modo, ma con la Chicago, il celeberrimo, drammatico, ultraromantico, concerto in Si minore di Antonin Dvorak.
    Dvorak non è un compositore che mi viene mai in mente di ascoltare ma qui siamo in un pianeta a se stante.
    Siamo nel 1894, ci sono reminiscenza della sua sinfonia "americana", ma per fortuna non troppe ... più del dovuto.

    alternativa, sempre in casa EMI, i nostri Mario Brunello con Antonio Pappano a Santa Cecilia.
    Ovviamente, se non potete farne a meno, insieme alla 9a sinfonia.
    4

    il concerto di Elgar è del 1914-1919. Al di la degli stucchevoli aneddoti al riguardo, conta la musica.
    E si tratta di grandissima musica.
    Lo propongo anche qui con la Du Pré ma potrebbe essere ugualmente il grande Lynn Harrell che lo ha registrato in tante riprese.

    scegliete voi l'edizione, con Maazel, per esempio, a Cleveland
     
    5

    qui non sono disposto a discutere.
    I due concerti per violoncello di Shostakovich sono due capolavori assoluti.
    E Heinrich Schiff, con la direzione di casa offerta da Maxim, figlio di Dmitri, una visione lucida, ferma, totalmente scevra da sentimentalismi se mai fosse possibile.
    6

    il concerto di Walton viene spesso associato a quello di Elgar, mi domando perché.
    E' un concerto del 1956 commissionato e scritto per PIatigorsky che lo ha registrato con Charles Munch e la Boston

    è un concerto tradizionale e secondo me un pò al di sotto del concerto per viola dello stesso autore.
    La critica non è mai stata unanime su questo concerto, probabilmente vista l'epoca in cui è uscito.
    Resta l'amore per il violoncello dimostrato dagli inglesi in quei decenni.
    7

    non saprei dire se sia più "moderno" il concerto del più "cinematografico" Erich Korngold che però ha il pregio di essere breve e vivace (meno di 13 minuti in tutto, un solo movimenti in tempi diversi).
    Si tratta di una composizione del 1947
    8

    in generale non mi verrebbe mai in mente Arthur Honegger ma il suo concerto per violoncello del 1929 è molto particolare.
    Ci sono influenze etniche e jazz, ritmi e danze.
    Anche questo è breve ed in un solo movimento.
    9

    c'è un concerto per violoncello "in stile nuovo" ma nella realtà antico di Arnold Schoenberg.
    Una rielaborazione di un concerto per clavicembalo settecentesco di Matthias Georg Monn (contemporaneo dei figli di Bach), dedicato a Pablo Casals quando Schoenberg si trasferì in America.
    10

    é di rarissima esecuzione il concerto di Barber che richiede doti virtuosistiche trascendentali al solista, di fronte una orchestra molto ridotta che nulla può fare per aiutarlo.
    11

    Wendy Warner passa l'archetto a Julian Lloyd Webber per il concerto di Philip Glass
    12

    chiudo questo escursus che, come vedete, ha più che altro toccato il tardo romanticismo e il '900, con un disco - qualsiasi - di concerti di Emanuel Bach.
    Questo Bach nella realtà non scriveva per uno strumento particolare, e quindi possiamo trovare un concerto per flauto arrangiato per violoncello o per oboe.
    E' musica bellissima ma non effettivamente scritta per valorizzare uno strumento che in quei decenni era visto come al servizio degli altri.
     
    ***
    Spero di avervi incuriosito. Il violoncello per gamma espressiva e possibilità emotive è uno dei miei strumenti preferiti.
    Ammetto però che dei concerti presentati in questo articolo, i miei preferiti sono solo alcuni ...
  3. Concerti per violoncello
    Hanna Salzenstein, violoncello, Orchestre Le Consort
    Mirare, 23 gennaio 2025, 96/24, via Qobuz
    ***


    Tra i concerti da camera con violoncello obbligato (usuale forma per indicare la forma solistica non ancora affrancata dalla sonata da camera ad inizio '700) di questo bellissimo disco Mirare, ce n'è uno di cui si è trovato il manoscritto in una biblioteca di Parigi.
    Non c'è traccia dell'autore, l'unica firma presente è la carta su cui è stato copiato, tipicamente veneziana.
    La scrittura è tipicamente veneziana, tre movimenti allegro-largo-allegro, l'articolazione minimalista, formazione minima.
    Nella formazione, oltra alla solista, ci sono tre strumenti originali che risalgono al periodo 1662-1711, tra cui un Guarneri, un Amati, un Bergonzi. Più svariati strumenti appena successivi, oppure copie contemporanei di strumenti dei primi del '700.
    Ciò contribuisce a mantenere equilibri e contrasti tipici con quel tono di chiaroscuro tutto derivato dalla tradizione artistica italiana.
    Specie quando la viola suona all'unisono col violino e il suo suono si fonde a formare una voce di più ampia estensione.
    Il programma, tutto esclusivamente italiano, rappresenta le nostre scuole.
    Lasciata l'affermata tradizione romana - di Corelli e del concerto grosso a più strumenti con il solo violino in evidenza - a Venezia, a Bologna, a Milano, Torelli e Albinoni si disfano del peso creando il concerto solistico.
    E mentre il resto d'Europa (Francia e Germania) mantengono la forma più arcaica, forgiano il concerto solistico per gli altri strumenti disponibili, violoncello, viola, oboe, flauto o per combinazioni di più strumenti.
    Ci sono fior di solisti a disposizione nelle corti italiane, ed altri arrivano dalla Boemia, per poi trasporre lo stile negli altri paesi.
    Naturalmente Vivaldi, col suo violino, sappiamo che ha una straordinaria influenza. Le sue trovate "stereofoniche" ante-litteram e l'uso di effetti speciali, sordine, suoni naturali, incantano le platee veneziane nelle chiese e nelle sale da concerto.
    Ma Vivaldi ha scritto concerti per violoncello per tutta la vita ed aveva a disposizione più di un virtuoso.
    Tanto da aver scritto l'unico concerto per due violoncelli, disposti tra le due metà del complesso da camera, la cui sonorità è unica.
    Ma è straordinariamente ricco tutto questo disco che nei suoi 68 minuti e 25 tracce descrive il più possibile l'arco musicale di quegli anni formidabili.
    La solita è eccezionalmente dotata di una sensibilità per questa musica ed è sua la scelta del repertorio. Che oltre a Vivaldi, aggiunge Giorgio Antoniotto, Gian Benedetto Piatti, Giuseppe Maria Jacchini.
    In mezzo due brani solistici sciolti, un capriccio di Giuseppe Maria Dall'Abaco e un Ricercare di Niccolò Sanguinazzo.
    Sono nomi che oggi sono desueti ma all'epoca erano superstar copiate, studiate, eseguite in tutta Europa.
    Bach ed Handel si sono cibati di questi spartiti, A Vienna, a Berlino, a Londra e anche a San Pietroburgo i nostri solisti e la nostra musica erano la hit quotidiana.
    Musica per lo più brillante ma che non manca di profondità negli adagi e di virtuosismo sconfinato nelle composizioni solistiche che meriterebbero una più diffusa frequentazione.
    E' un disco che in un certo verso rappresenta anche una testimonianza di interpretazione filologica ma non "giurata". Filologica per la prassi e il rispetto della scrittura e della pratica esecutiva.
    Ma anche libera, come era richiesto ai singoli strumentisti di fare, usando la notazione come idea di fondo per la loro arte.
    Era lo stile del periodo, dove il plagio non era nemmeno contemplato nel vocabolario e la sfida era meravigliare il pubblico.
    E anche i colleghi.
    I complimenti a tutta la formazione (la signorina non ha ancora 30 anni) e a Mirare che l'ha assecondata così.
    Registrazione straordinariamente ricca e rispettosa di proporzioni, volumi, disposizioni (molto importanti in questa musica fatta con pochi strumenti).
     



  4. The Age of Extremes: W.F. Bach, G. Benda & C.P.E. Bach
    Francesco Corti clavicembalo e direzione• Il Pomo D'oro
    Arcana 23 gennaio 2025, 96/24, via Qobuz
    ***
    Francesco Corti sta diventando personaggio e approfondisce in maniera molto personale un repertorio che sta sempre tra le pieghe di quello definito "grande".
    Quindi non Scarlatti o Bach, non Vivaldi o Monteverdi o Frescobaldi.

    Ma uno dei figli di Benda, Georg, che a nessuno verrebbe in mente di citare tra i più eminenti clavicembalisti della metà del settecento.
    Messo tra i due figli più grandi di Bach, Friedemann (che è sempre stato il mio preferito, e penso anche di Sebastian, a giudicare dalla sua produzione di taccuini e composizioni didattiche proprio per il figlio più grande) ed Emanuel.
    Nelle note del libretto, Corti definisce l'età degli estremi, in contraddizione con l'abitudine di chiamarla era galante, un pò vuota e superficiale, all'opposto.
    Ed usa per farlo frasi colte dal romanzo Sense and Sensibility di Jane Austen (estranea al contesto, in quanto inglese e non tedesca, nata alla fine di questo periodo e più contemporanea di Beethoven, il libro è del 1811).
    La scelta del repertorio è molto colta.
    Del più salottiero Benda vengono inseriti due concerti per cembalo e orchestra, ai due estremi del disco. Nella realtà "questo" Benda scriveva per lo più in tonalità minori e la sua musica ne risente particolarmente.
    Lo stile è brillante e virtuosistico ma in particolare negli adagi, piuttosto delicato.
    La sinfonia di Friedemann Bach, in re minore è una piccola gemma in due soli movimenti, il primo è un adagio di rara sensibilità mentre il secondo contiene una fuga molto articolata (Friedmann era maestro di contrappunto).
    Il concerto Fk. 41 è invece in Re maggiore ed è molto frizzante, ad imitazione nel primo movimento (toni di caccia o non so che altro).
    Questi concerti sono figli del 5° Brandeburghese ma cercano di staccarsene per l'attribuzione al clavicembalo di una parte più risolutamente solistica (come lo sono tutti quelli del fratello, sia per cembalo che per forte-piano).
    Infine le due composizione, apparentemente sciolte di Emanuel Bach.
    Le celebri 12 variazioni sulla Follia della Spagna, avrebbero fatto inorridire il padre che a malapena tollerava questo repertorio volgare (perché derivato da musica popolare letteralmente da taverna) che però il figlio distilla in modo distinto e in un crescendo che certamente ha ispirato Mozart.
    Intimista e realmente rappresentante di tutto il mondo di Jane Austen ( si diciamolo, la musica inglese all'epoca viveva di importazioni; morto Handel passerà più di un secolo prima di vedere all'opera un inglese. Ma del resto, Handel non era un sassone del calibro di Bach ?).
    Apparentemente si trascina per i 7 minuti del suo movimento centrale in modo monotono ma con cambi di velocità complessi che da soli reggono l'intero impianto.
    Insomma, al di là della consueta qualità del Pomo d'Oro e del consumato virtuosismo di Corti, il disco si distingue tra le tante proposte barocche un pò di routine, per una connotazione realmente originale.
    C'è dentro grande musica di compositori che spesso trascuriamo, molto ingiustamente.
    Di un periodo molto fertile sul piano musicale che ha una straordinaria importanza di distacco dall'ultima tradizione conclusiva del grande barocco tedesco al successivo classicismo viennese.
    Registrazione ricca di armonica, pulita, chiara ma con un basso a volte un pò prepotente.
     





  5. Brahms : Concerto per pianoforte e orchestra n. 2
    Sviatoslav Richter, pianoforte
    Chicago Symphony Orchestra, diretta da Erich Leinsdorf
    nuovo mastering 2024 di Alexandre Bak - Classical Music Reference Recording
    ***
    Emil Gilels a chi si complimentava con lui per il suo Brahms alla sua prima tourné negli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, diceva "io sono solo il primo, vedrete chi verrà dopo di me".
    Quel qualcuno era Sviatoslav Richter che nell'ambito degli scambi culturali USA-URSS dopo i benemeriti viaggi di Glenn Gould e Van Cliburn, visitò l'Europa e gli Stati Uniti nel 1960.
    Il secondo concerto di Brahms, registrato a Chicago quell'anno con la guida di Erich Leinsdorf, allora direttore di quella splendida orchestra, è la prova delle parole di Gilels.
    Pur con accelerazioni per nulla ortodosse, rallentandi e accelerandi chaikovskiani che forse avrebbero messo a ben dura pazienza il vecchio Hannes, Richter prende di sorpresa il pubblico e lo stesso Leinsdorf che però para la botta con una direzione altrettanto al calor bianco.
    E' - a detta di molti, non solo del sottoscritto - la registrazione del secolo. Qualche cosa di dirompente che spezza un pò quell'aurea un pò autocompiaciuta di uno dei più bei concerti per pianoforte che siano mai stati scritti (il più bello per me) che a tratti rischia di apparire stucchevole.
    Un disco che dovrebbe essere conosciuto da tutti, per me irrinunciabile da quando l'ho ascoltato per la prima volta una trentina di anni fa. Abituato come ero al piglio virile ma certo di un altro passo di Baremboim o al virtuosismo un pò freddo di Ashkenazy, credendo che l'unica versione giurata fosse quella del vecchio Backhaus.
    Bene, perché parlarne ancora allora, in questo 2025 ?
    Perché questo non è più quel disco

    di cui riporto qui la copertina originale (conteneva anche una Appassionata realmente appassionata) della benemerita etichetta RCA Victor, nella serie RED SEAL e con la metodologia di registrazione Ortofonica del suo Living Stereo.
    E' una nuova rimasterizzazione proposta nell'estate del 2024 da tale 
     

    che ha pubblicato una serie di dischi memorabili, disponibili su Qobuz.
    Il trattamento è sorprendente. Non c'è alcun rumore e la dinamica è aumentata.
    Certo non è al pari di una registrazione moderna ad altissima risoluzione e magari in DSD. Non potrebbe.
    Ma quando abbiamo oggi interpretazione che sembrano fotocopie degli originali ma suonano benissimo, allora ogni ripresa del passato sembra oro.
    Sarà una operazione legale ? Non ho idea. Certo dopo 64 anni i diritti saranno anche cessati ma allora dove si sarà procurato il nostro BAK il master ?
    Non so se lo scopriremo.
    Ma intanto godiamoci questi dischi !
  6. Brahms : 16 Danze Ungheresi - Antal Dorati alla testa della LSO, 1957/1965
    Rimasterizzazione del gennaio 2024 a cura di Alexander Bak in 96/24
    ***
    Antal Dorati è stato un direttore ungherese (classe 1906) entrato nel mito per quella sua inconfondibile verve e audacia messa al servizio delle più estrose pagine della musica romantica.
    Non ricordavo più questo bellissimo disco, in origine Mercury

    ristampato in vari formati di vinile

    insieme ad altre pagine anche in formato CD.

     
    sono le trascrizioni orchestrali (non tutte) delle celebri danze ungheresi di Brahms, uno dei suoi best seller che hanno contribuito a mantenerlo quando era in vita.
    Scritte per pianoforte a 4 mani sono estrose e frizzanti ma eleganti anche nei momenti di spunto popolare più fragoroso.
    Nella versione orchestrale possono essere lette "alla Brahms" o "all'ungherese".
    E qualche volte finiscono per sembrare anche troppo compassate.
    Ma sono danze estroverse dalla concezione e i temi folkloristici utilizzati devono o dovrebbero essere quelli tipici della terra ungherese.
    L'orchestrazione è vivace con utilizzo di percussioni varie, anche la batteria, ma si alternano tra temi in tono maggiore e minore, secondo l'umore, offrendo una ampia e variegata immaginaria concezione ungherese.
    In questa registrazione non abbiamo sempre le orchestrazioni originali di Brahms, ne abbiamo di successive. Insomma, nessuna filologia.
    Ed è questo il bello, quando sul podio c'è un genio come Dorati che non ti permette di stare un secondo senza essere sorpreso. Anche se conosci bene queste pagine, sia al pianoforte che all'orchestra.
    La rimasterizzazione è anche più esplosiva di quella che ho segnalato per il secondo concerto di Richter, qui arriviamo a punti di limite del clipping con una dinamica che avrebbe fatto la gioia dei tecnici Mercury se avessero potuto riversarla nei vinili dell'epoca.
    Oggi in 96/24 è possibile e anche piacevole, se abbiamo un impianto in grado di renderla al meglio.
    Sinceramente, riascoltata oggi dopo forse 40 anni dall'ultima volta, mi sembra una riscoperta meravigliosa ed è di filato il mio riferimento per questa raccolta.
    Nel disco, come riempitivo di lusso c'è anche la serie delle variazioni sul Corale di Sant'Antoni attribuito a Haydn.
    Questo più solenne e marziale.
    Io non sono un grande estimatore di questa composizione ma qui non c'è proprio alcuna critica possibile.
    Grande disco di questa miniera d'oro ricatturata a nuovo da questa etichetta un pò oscura ma molto meritevole.
     
     
  7. Duo Mignarda : The Delight of Solitariness, Lute songs and solos of John Dowland
    Prima Classic, 19/12/2024 - 96/24, via Qobuz
    ***
    Sono canzoni celeberrime, registrate a decine.
    Ma spesso rese piuttosto monotone.
    Gli americani in questo eccellono, no, non le renderle più monotone, al contrario, nello spezzare quell'approccio britannico un pò sacertodale e ingessato che rende la musica di Downland anche più triste di quanto non sia.
    I due, affiatatissimi, componenti del Duo Mignarda, hanno registrato già decine di dischi

    e tendono a riscriversi la musica a loro uso e consumo.

     
    il liutista Ron Andrico si riprende le intavolature originali e le rivede, mentre la cantante Donna Stewart canta con liberalità ed accenti lievi, forte di un timbro chiaro e leggero.
    Il risultato, in questo disco, è eccellente, coadiuvato da una registrazione delicata e ben definita.
    Lo stile è personale e l'atmosfera resa, calda.
    Anche la famosissima Go Crystal Tears assume una freschezza inusuale e priva di sovrastrutture.
    Ho ascoltato anche altri dei loro titoli in catalogo, ho trovato molto interessante e piacevole quello tipicamente elisabettiano.
    Meno quello francese ed italiano del'500-'600 ma forse sono io che ho aspettative di dizione sempre troppo elevate.
    Resta sempre però quell'approccio fresco e distinto, una sorta di tunnel temporale che idealmente riporta all'epoca in cui questa musica era suonata ai contemporanei.
    Ma, no, meglio che ognuno esegua il suo repertorio tipico.
    In Darkness Let Me Dwell, non è il Dies Irae gregoriano.
  8. Geza Anda a cento anni dalla nascita

    Nasceva a Budapest il 19 novembre 1921 Geza Anda, pianista elegante e di straordinario talento, morto anzitempo nel 1976.

    ***
    Negli anni '60 e '70 era considerato tra i più grandi pianisti della sua era - e in quell'era i grandi pianisti erano tanti - ma dopo la sua morte la sua fama è scemata ed oggi raramente viene ricordato.
    Probabilmente per la sua razionale lucidità che ne caratterizzavano l'approccio musicale in ogni partitura, senza la passione viscerale di altri musicisti della sua terra.
    E perché dopo di lui tanti altri pianisti hanno avuto modo di esplorare il suo repertorio tipico, fatto di Mozart, Schumann, Beethoven, Brahms e ovviamente Bartòk.
    Io l'ho conosciuto in disco da ragazzino, con le copertine dei suoi album Deutsche Grammophon, alcuni dei quali sono parte integrante ed insostituibile del mio essere musicofilo.

    Per questo ci tengo particolarmente a ricordarlo nei 100 anni della sua nascita e ad oltre 45 anni dalla sua morte.
    ***
    Formatosi all'accademia Liszt di Budapest con insegnanti come Ernst von Dohnányi e Léo Weiner, si perfezionò a Berlino.
    Nel 1940, durante la guerra, con la i Berliner Philarmoniker eseguì per la prima volta in pubblico il secondo concerto di Brahms prima con Mengelberg e poi con Furtwangler.


    grande didatta, incominciò a dare lezioni di musica ai suoi allievi già a 20 anni, prima di poter emigrare in Svizzera nel 1943.
    Negli anni '60 tenne masterclass a Salisburgo e dal 1969 insegnò ininterrottamente a Zurigo fino alla morte.
    Dal 1952 al 1976 presenziò ogni anno al Festival di Salisburgo.
    Per le raccomandazioni della connazionale Clara Haskil parimenti esule in Svizzera, si avvicinò a Mozart, uscendo per l'occasione dal suo repertorio romantico.
    La Haskil era una interprete altrettanto raffinata dei concerti di Mozart, con la sua ispirazione Geza di dedicò all'intero corpus dei concerti "riconosciuti" del salisburghese, dirigendoli dal pianoforte durante la registrazione integrale della DG.
    Tutti i concerti di Mozart della sua integrale hanno cadenze scritte da Anda.

    ***
    Lo “spirito musicale di Géza Anda” è una ricerca intellettuale, in costante oscillazione tra due poli: da un lato, l'ideale difficilmente raggiungibile della totale padronanza dell'espressione artistica; dall'altro, la quotidiana ricerca del più alto standard tecnico. Questo pendolo è sostenuto da virtù come la dedizione, la perseveranza e l'autocritica incessante.
    Géza Anda si è sempre sentito l'unico responsabile della qualità della sua performance; si rifiutava di incolpare il pianoforte o il pubblico. E non ha mai legato i suoi allievi a una particolare interpretazione: ha insistito sulla corretta esecuzione delle note, per poi lasciare che fossero loro a modellare il pezzo da soli. C'era una sola ricetta: dovevi persuaderlo della validità della tua interpretazione.
    L'indottrinamento non aveva posto nel suo “spirito musicale”; si trattava piuttosto di attendersi una sorta di unità tra un'interpretazione immaginaria e l'adempimento del proprio dovere. Il che ci riporta al cuore della sua ricerca intellettuale: l'appello che un'opera d'arte completa fa alla personalità incompleta. (tratto da Sechzehntel sind auch Musik di Schmidt)
    Come diceva ai suoi allievi "non puoi impararlo, devi diventare tutt'uno con il pezzo che stai studiando".
    Il senso sintetico di questo era una dicotomia solo apparente, una sorta di Eusebio e Florestan nello stesso pianista, un tizzone infuocato un momento, un razionale e lucido intellettuale nel passaggio successivo.
    Insomma, tecnica digitale raffinata asservita completamente ad un pensiero lucido alla base della "gioiosa" qualità del suo stile musicale che ritroviamo esattamente in ogni registrazione disponibile.
    Per preservare questo spirito, la Fondazione Geza Anda ha istituito il concorso omonimo già a tre dalla morte del pianista.
    Quest'anno si è tenuto il concorso per intero dopo una interruzione per la pandemia. Ha vinto il tedesco Anton Gerzenberg non a caso suonando il concerto n. 9 di Mozart
    ***

    Un Geza Anda pensoso, discute del 2° di Brahms con un sornione Von Karajan
    Questa foto è per me particolarmente significativa perchè sono letteralmente cresciuto con il 2° di Brahms della premiata coppia

    non da meno con il concerto di Gried accompagnato da Kubelik, sempre con i Berliner.
    molto prima di esplorare i già citati concerti di Mozart di cui riporto la copertina originale

    dove Geza Anda dirige il Salzburger Mozarteums dal pianoforte, prima volta per una integrale discografica.

    ma ovviamente Geza Anda si è esibito praticamente con tutti i direttori della sua epoca, da Mengelberg ad Abbado, passando per Kubelik e Fricsay.

    questo non è uno dei miei dischi preferiti, probabilmente perchè Geza Anda non è in copertina insieme a Starker, Schneiderman e Fricsay ma il fatto che sia presente nel triplo concerto di Beethoven ne indica il peso nella sua epoca.
    Ma c'era nella copertina originale del solo Beethoven, quando gli LP non potevano contenere tutto il materiale degli odierni album

    eccolo a destra con la sua immancabile sigaretta in bocca. E' difficile trovarlo - non in posa - che non stia fumando.
    Ma naturalmente nemmeno a me che non gradisco molto Bartòk può sfuggire l'importante di questo capitale volume dedicato ai suoi concerti per pianoforte con Fricsay

    qui con la RSO di Berlino, un disco che per essere superato ha atteso in solitario dominio per decenni.
    Da non dimenticare, ancora con Fricsay, il secondo di Brahms con la Rapsodia di Bartòk

    anche qui riporto la copertina originale del solo Brahms, perchè con la rapsodia di Bartòk il suo concerto poco ci azzecca ...


    Questo disco invece mi è stato regalato da mia madre per il mio 13° compleanno e l'ho conservo anche se ne ascolto solo l'edizione digitale

    Geza Anda, Rafael Kubelik, i Berliner, il mio Schumann ...
     
    Naturalmente ci sono edizioni più rare di riversamenti radiofonici o bootleg meno recenti come questi :


     
    ma senza la magia dei dischi DG.
    Ovviamente sin qui il più famoso Geza Anda dei concerti per pianoforte ma non mancano testimonianze di interpretazioni solistiche, ovviamente.

    le Diabelli, portate con leggerezza e spirito, accentuando la "pedanteria" del valzer originale anche nelle successive variazioni

    la sonata S960 di Schubert
    moltissimo Schumann, ovviamente, di cui era forse il più elegante interprete dei suoi anni

    ma cercando si trova anche Chopin, Ravel, persino Bach e Scarlatti

    Ovviamente qui non si voleva che celebrare il grande pianista a 100 anni dalla nascita, ricordandolo per uno stile unico ed inimitabile anche quando lo stile era una caratteristica che faceva distinguere ogni pianista dal primo accordo, a differenza di oggi dove più o meno tutti suonano allo stesso modo.

    perché quello stile si porta fin dalla nascita ma lo si coltiva ogni giorno dedicandosi anima e corpo alle proprie passioni.
    Grande Geza Anda, ogni giorno con me.

     
     
  9. Xaver Scharwenka : concerti per pianoforte - Markovich/Jarvi

    Franz Xaver Scharwenka, concerti per pianoforte e orchestra
    Alexander Markovich, pianoforte
    Estonian National Symphony Orchestra diretta da Neeme Jarvi
    Chandos 21/3/2024, formato CD, via Qobuz
    ***
    Due sconosciuti e una star modesta compongono la ricetta, vincente, di questo bel disco che in 2 ore e 20 minuti, riscoprono i quattro concerti dimenticati di un grande solista e didatta, più vecchio di Busoni, di Strauss e di Rachmaninov ma più giovane di Brahms e di Chaikovsky.
    Il suo è un pianismo eroico e iper-romantico. I suoi quattro concerti tutti in tonalità minore.
    Il primo, dedicato a Liszt, finito negli anni '70 dell'ottocento dopo una gestazione un pò travagliata (nato come fantasia per pianoforte solo) e tipicamente nella retorica lisztiana. La dedica venne accettata da Liszt che però lo eseguì per l'autore solo in forma privata.
    Scharwenka era amico di Richter, di Bulow e di Joachim con cui si esibiva in tourné. Molto apprezzato come insegnante, anche negli Stati Uniti dove aprì una filiale della sua scuola.

    Il secondo concerto è addirittura precedente al secondo di Brahms e richiama alcuni stili tipicamente brahmsiani. Ha un primo movimento poderoso di quasi 19 minuti. Eroico.
    Il terzo è più vicino a Chaikovsky nei temi portati dai corni, l'entrata del pianoforte è drammatica e richiede polsi granitici.
    Li ha il pianista, Alexander Markovich, solista e camerista, trasformato in concertista proprio da Jarvi a Detroit e poi adottato da Gergiev.
    Noto per lo più per la sua morte improvvisa e inspiegata in un hotel di mosca nel 2018.
    La sua sonorità é adatta a questi concerti molto retorici ed epici, assolutamente coadiuvato da una direzione d'orchestra autorevole che si prende il giusto spazio.
    Secondo me la parte orchestrale di questi concerti non ha eguali in altre edizioni - piuttosto limitate - in nostro possesso.
    Queste composizioni sono state dimenticate dopo la morte dell'autore. Si dice che Leinsdorf abba atteso 40 anni che un pianista lo chiamasse. Nel 1968 fu Earl Wind a voler eseguire e registrare il solo 1° concerto.
    Ma diciamolo, non é una esecuzione importante come questa.
    Anche Hamelin che lo ha registrato nella collezione hyperion non arriva a queste poderose sonorità.
    Il quarto concerto è il mio preferito, del 1908, sta bene a confronto con Rachmaninov (il terzo di Sergej è del 1909) perfettamente, non per i temi che sono irraggiungibili ma per la potenza del suono e per l'articolazione della struttura orchestrale.
    Il solista deve duellare per quattro movimenti e guardarsi bene intorno evitando le stecche.
    Ricordiamoci sempre che i due concerti centrali di Rachmaninov sono preminenti, ma il 1° e il 4° valgono quanto questi e quanto quelli di Rubinstein. E forse meno.
    Era un momento epico, l'ultimo del grande pianismo. Poi arriveranno Schostakovich e Prokofiev a mettere la parola fine alla grande stagione del pianismo alla tedesca.

    si dice che Franz Xavier fosse un "personaggio", l'opposto di suo fratello Philipp, introverso e serioso (anche lui compositore tardo-romantico, di tre anni più vecchio).
  10. Palestrina Revealed

    Palestrina Revealed
    Palestrina, Byrd, White, Mundy
    Coro del Clare College di Cambridge diretto da Graham Ross
    harmonia mundi, 9 gennaio 2025, 96/24, via Qobuz
    ***
    Si apre, probabilmente, con questo disco che non stento a definire eccezionale, il cinquecentesimo anniversario della nascita di Giovanni Pierluigi da Palestrina.
    Compositore sommo del rinascimento, fondatore della scuola romana e che vanta estimatori di cui ha influenzato profondamente la polifonia, dai contemporanei - Byrd, per esempio - e non (da Bach fino a Verdi, passando per Brahms e Wagner).
    I cantori vaticani della Cappella Sistina e della Cappella Giulia, hanno portato la copiosa produzione di Palestrina a livelli di eccellenza, fino ai giorni nostri.
    Esistono le stampe di quasi tutte le composizioni grazie al lavoro del figlio Iginio ma per lo più restano in repertorio, non disponibili in registrazione.
    Questo disco contiene prime registrazioni mondiali ed è significativo che sia un coro di un college di Cambridge a farlo, associando la musica romana con quella locale (Robert White e William Mundy oltre a William Byrd).
    Si apre con uno straordinario Magnificat a cinque, prosegue con due messe brevi, una a 4 e una a 5.

    Ma oltre al Magnificat ci sono mottetti a 6 e a 12, su Ad te levavi oculos meos.
    In particolare quello a 12 - poco meno di 4 minuti - è ricco di tonalità e modulazioni.
    Naturalmente non è musica per tutti i giorni, non siamo più abituati nemmeno la domenica.
    Ma se voleste, anche voi, levare i vostri occhi, male non sarebbe.
    Registrazione tersa, chiara, dinamica che accresce il volume, rendendo ancora più magnifica la straordinaria potenza della voce umana quale strumento polifonico, rendendo grande giustizia ad una interpretazione di livello.
  11. Viktoria Mullova e Katia Labeque : Recital

    Viktoria Mullova, violino e Katia Labeque, pianoforte : Recital
    musiche di Stravinsky, Schubert, Ravel, Clara Schuman
    Sigmun Records, 16 gennaio 2025, via Qbouz, formato CD
    ***
    Esce adesso ma si tratta di un recital del 2005 che le due veterane hanno portato in tourné anche in Italia ma la loro frequentazione è di lunga data e continua.
    Il bello di questi dischi è che, pur nell'imperfezione della ripresa dal vivo, è esattamente come stare al concerto.
    E per quelli come me, pantofolai, che non amano frequentare i teatri delle grandi città è una bella esperienza.
    Il programma è molto vario pur nei suoi soli 59 minuti.
    La Suite Italienne del 1933 di Igor Stravinsky è la trascrizione per violino e pianoforte di alcune delle musiche di scena per il Pulcinella, di cui esiste la più famosa suite per orchestra.
    Si tratta come sappiamo di temi di derivazione del barocco italiano a suo tempo attribuiti - erroneamente - a Pergolesi.
    Segue la bella Fantasia in Do maggiore di Schubert, raramente portata in disco ultimamente, la molto più famosa sonata per violino n. 2 di Ravel e chiude con una romanza di Clara Schumann qui in versione per duo.
    Le due signore mostrano una intesa degna delle due sorelle Labeque, probabilmente Marielle - cui vanno sempre i saluti di Katia quando si presenta da sola in concerto - non avrà da provare gelosie ma sembrano che abbiano sempre suonato insieme.
    Il pezzo forte è la Suite di Stravinsky mentre forse quello debole è la sonata di Ravel. Molto bella la fantasia di Schubert.
    Un bel disco che Signum ha fatto bene a mettere a disposizione in streaming e che vi consiglio per allietarvi una bella oretta insieme a loro.
    Registrazione chiara, un bel violino e un pianoforte autorevole ma armonico, senza eccessi.


  12. Alberto Ferro : Rachmaninov Etudes-Tableaux Op. 33 e Op. 39

    Rachmaninov : Etudes-Tableaux Op. 33 e Op. 39
    Alberto Ferro, pianoforte (Fazioli)
    muso 2020, via QObuz Streaming
    ***

    Alberto Ferro è un giovane siciliano ( classe 1996) che si è già fatto le ossa partecipando a diversi concorsi internazionali, piazzandosi ai primi posti e pur continuando l'attività concertistica internazionale è professore di pianoforte al conservatorio di Foggia.
    Questo non è il suo disco di debutto, compare in altre registrazioni (quella del concorso Queen Elisabeth del 2016, oltre ad un paio di registrazioni successive in musica da camera, nel 2018 e nel 2020).
    Ma è certamente quello più rappresentativo del suo stile ed estro, dedicato, evidentemente, ad uno dei suoi compositori prediletti.
    Gli Etudes-Tableax di Rachmaninov sono le ultime composizioni prima della fuga precipitosa dalla Russia durante la rivoluzione.
    Sono composizioni molto libere che si possono assimilare in un certo modo alle Balllades di Chopin anche se strutturalmente e tecnicamente sono molto lontane.
    Richiedono tecnica raffinatissima e capacità dinamiche non comuni ma senza che l'esibizione si limiti ad una prova di .... atletica.
    Dinamica, virile e imperiosa tecnica, una grande gamma di emozioni.
    Quelle che Ferro, ben coadiuvato da uno strumento adeguato alle sue mani, ci propone fin dalle prime note della "marcia" iniziale del 33/1 che a dispetto della tonalità in Fa minore é realmente un allegro.
    Mi soffermo sul 33/5 . Confronto con Giltburg, Lugansky, Shelley, Osborne, Richter, Ogdon. Scusate se è poco.
    Trovo il piglio di Ferro più simile a quello di Ashkenazy con cui coincide quasi nel tempo ma un pò meno nella veemenza.
    Ma comunque molto più brillante delle riflessive letture di Giltburg e Lugansky.

    E il 39/5 ? Più vicino a quello di Ogdon ma più dolce ed appassionato di quello di Ashkenazy. Ancora una volta differente e diverso dai suoi contemporanei Giltburg e Lugansky.
    Confronti naturalmente impropri. Ferro deve ancora fare la sua strada ed è giovanissimo e negli Etudes-Tableaux è difficile andare vicino ad Ashkenazy o ad Ogdon.
    Ma dimostra carattere e questa sua interpretazione è estremamente personale.
    Non vorrei esagerare a questo punto ma vedo la stessa verve di Beatrice Rana e ne sono contento.
    Spero che le case discografiche continuino a premiarlo e lui ad avere voglia di dedicare tempo alle incisioni per darci prova dei suoi progressi per chi non potrà seguirlo in sala da concerto.
    Questo suo primo disco é estremamente interessante e vorrei che se ne parlasse, perchè lo merita.
    Abbiamo il nostro Giltburg. Osiamo sperare anche in qualcosa di più  
    Registrazione presente, senza eccessi, microfoni ben posizionati, senza rumori di scena.

    Modificato 12 Maggio 2020 da Florestan
  13. miniDSP Studio HD

    Qualche tempo fa abbiamo parlato della versione software del sistema di correzione ambientale Dirac :
     
     
    si tratta di una soluzione che il più delle volte risiede su di un processore dedicato mentre nella descrizione ci riverivamo specificatamente alla versione desktop per computer (sia Windows che Mac).
    Alcuni grandi marchi la adottano (Nad, Focal, Arcam, Emotiva, Lexicon, Emotiva, BMW, Bentley, Rolls Royce, Volvo, miniDSP) nei loro dispositivi sia desktop che embedded nei loro sistemi (anche automotive).
    L'uso di un processore dedicato - un DSP adeguatamente potente - permette una soluzione separata che non richiede necessariamente un computer, più accettabile per una certa fascia d'utenza "audiofila", offre possibilità aggiuntive rispetto al tutto software.
    In particolare una messa a punto che rimane stabile nell'uso, non avendo il processore altro da fare mentre "suona" (a differenza del computer che invece é per se multi-tasking), potendo dedicare tutta la sua capacità al lavoro specifico per cui viene utilizzato.
    Parliamo nella buona sostanza di apparecchi di tipo tradizionale, formato rack o anche molto più compatti, che integrano funzionalità da preamplificatore/controllo di volume, spesso anche equalizzazione, in alcuni casi anche crossover o uscite multi-canale, presa cuffia e tutto ciò che è possibile integrare in un apparecchio che può fungere o meno anche da DAC.
    Dopo qualche anno di uso della suite software, che qualche volta andava in tilt per altre operazioni fatte al computer e non volendo acquistare ex-novo la licenza per la versione 3 di Dirac, ho deciso anche io di provare un processore dedicato.
    Ne esistono di tante fasce di prezzo. Nel caso specifico ho selezionato un componente cinese di un marchio specializzato in DSP, che si chiama miniDSP.
    L'apparecchio è lo Studio SHD.
     

    Articolo
    Descrizione
    Processore di segnali digitali
    Dispositivi analogici a virgola mobile a 32 bit SHARC ADSP21489 / 450 MHz
    Frequenza di campionamento interna: 96kHz
    Controllo
    Interfaccia di controllo USB 2.0 senza driver per ambienti Windows.
    Un computer è necessario solo per la configurazione iniziale e per lo streaming audio USB
    Streamer audio di rete
    Processore Quad Core ARM, Gb Ethernet, USB 2.0 per disco rigido esterno
    Lettore audiofilo Volumio,
    Audio USB bidirezionale
    Audio USB asincrono XMOS fino a 192 kHz, compatibile con USB Audio Classe 2
    Driver ASIO per Windows
    Senza driver per Mac OS X
    Audio bidirezionale/riproduzione a 2 canali (da PC a SHD), post-elaborazione registrazione a 4 canali (da SHD a PC)
    Ingressi audio digitali
    Sorgente audio digitale selezionabile dal telecomando IR o dal pannello frontale, frequenza di campionamento fino a 216 kHz:
    AES/EBU su XLR femmina Neutrik a 3 pin / Isolato con trasformatore audio digitale
    SPDIF su connettore RCA / Isolato con trasformatore audio digitale
    TOSLINK su connettore ottico
    Uscite audio digitali
    Quattro canali di uscita digitale.
    2 x SPDIF su connettore RCA / Isolato con trasformatore audio digitale.
    2 x AES-EBU su connettore XLR Uscita amplificatore per cuffie CS43130 Amplificatore per cuffie/L'uscita cuffie stereo segue i canali 1 e 2.
    Jack da 6,35 mm
    Risposta in frequenza: da 20 Hz a 20 kHz +/- 0,2 dB.
    Rapporto segnale/rumore: 112 dB (carico 32 Ω, 1 kHz, ponderato A, ingresso digitale 0 dB)
    THD+N: 0,001% (32 Ω, 1 kHz, 65 mW + 65 mW, guadagno medio)
    Cuffie supportate impedenza: 16 – 600 Ω)
    elaborazione DSP miniDSP
    Volume, banchi equalizzatore parametrico, crossover, mixer a matrice, compressore/limitatore, mute
    Correzione della sala dal vivo di Dirac Controllo e configurazione Plug&Play dall'applicazione Dirac Live, elaborazione stereo full-range Filtrare lo spazio di archiviazione
    Fino a 4 filtri di configurazione del filtro memorizzati sull'unità
    porta USB
    Porta USB tipo B per streaming audio, controllo in tempo reale e aggiornamento firmware
    Alimentazione elettrica
    Alimentazione esterna 12 V CC, adattatori per spina EU/US/AU/UK forniti
    Dimensioni (A x L x P) mm
    41,5 x 214,5 x 206 mm / 1U di mezza misura / Disponibile adattatore opzionale per montaggio su rack completo
     
     

    le dimensioni sono contenute, qui è illustrato con sopra l'unità di ricezione USB di Gustard che lo alimenta sul piano del segnale audio e sopra una Nikon Zf, per capirci riferimento.

    dal menù LCD si capisce già qualche cosa dell'impostazione.
    Il volume è indicato in -dB (decibel a diminuire rispetto allo ZERO che è convenzionalmente il tutto volume), l'ingresso AES/EBU, il Preset Dirac 1.

    ingresso e uscita sono digitali.
    In questo caso è impiegato uno specifico cavo XLR con connettore Cannon dorato, ad impedenza costante per metro, specifico per trasportare il segnale digitale in standard AES (norme professionali) anche per decine di metri.
    L'unità di conversione Gustard prende il segnale via USB-A/B da un computer sui gira Qobuz, lo converte e lo consegna al miniDSP in digitale.
    Il miniDSP applica la correzione Dirac Live precedentemente impostata e misurata con il microfono, sempre di miniDSP UMIK-1 (secondo la procedura già illustrata nell'articolo sul Dirac), poi interviene sul volume.
    Il segnale, sempre digitale, così corretto, va con il cavo XLR (quello più lungo azzurro), al DAC che è situato tra i diffusori, insieme agli amplificatori, a svariati metri di distanza.
    Quindi ricevitore/preamplificatore/correttore ambientale a portata di mano, DAC (crossover elettronico e amplificatori per 8 canali complessivi) a distanza.
    Tutto in dominio digitale senza conversione se non a livello del DAC finale.
    Nella realtà il miniDSP SHD è in grado di fare più cose insieme ma finora io non le ho sfruttate.

    la vista delle uscite posteriori e lo schema a blocchi di una possibile soluzione di impiego.
    Il processore può essere connesso in rete Ethernet ma ha anche un'antenna wi-fi. E' compatibile con ROON e con Volumio (due oggetti per me ancora misteriosi).
    Il DSP interno può essere usato anche come cross-over a due canali. Come equalizzatore parametrico digitale. 
    Il tutto tramite una comoda app desktop :

     
    il taglio delle soluzioni è di tipo professionale. Lo si capisce dall'uso dei canali al posto dei classici RIGHT e LEFT cari agli appassionati di hi-fi.
    Molte delle funzionalità sono meglio spiegate alla pagina del prodotto (qui).
    ***
    Francamente da quando lo uso, ho dismesso i preamplificatori (ne ho molti in casa) che oggi uso solo per le cuffie.
    La correzione Dirac Live non smette di sorprendermi.
    Pur intrinsecamente sbilanciato, il mio sistema è molto complesso sul piano sonoro e l'uso o meno della correzione è come la differenza che c'è tra il giorno e la notte.
    Il suono è corretto, pulito, coerente, in fase, senza rimbombi, senza code. Chiaro.
    Quello di una catena di un ordine di grandezza superiore.
    Lo so che per molti anche solo l'ingresso della parola "processore" sa di "informatica" applicato all'audio.
    Ma è quello che si diceva anche quando è arrivata il digitale e quando il digitale è arrivato in fotografia ed ha soppiantato per lo più la pellicola.
    Naturalmente c'è chi ascolta ancora esclusivamente vinili con giradischi a cinghia, amplificatori a valvole e diffusori pesanti e complessi da pilotare.
    Poi ci sono i professionisti che sonorizzano stadi, auditorium e palchi con sistemi compositi, utilizzando ogni accorgimento che renda loro il lavoro più semplice e il risultato, nonostante le centinaia di metri di cavo steso e le decine di speaker sistemati a volte anche appesi ad una torre, all'altezza delle aspettative delle star che si esibiscono.
    L'audio adulto oggi va in quella direzione.
     
  14. Medtner, Concerto per pianoforte e orchestra n. 2
    Rachmaninov, concerto per pianoforte e orchestra n. 3
    Marc-André Hamelin, pianoforte
    London Philarmonic Orchestra diretta da Vladimir Jurowski
    hyperion, 28 marzo 2017, formato 96/24, via Qobuz
    ***
    In generale rifuggo da Medtner come dai lassativi ma la recensione entusiastica (10/10) di un noto critico d'oltreoceano mi ha attirato.
    Considero Hamelin un pianista eccezionale in tutto il suo repertorio e Jurowski uno dei migliori della sua generazione, specie come accompagnatore di solisti.
    Qui sono accoppiati due concerti per pianoforte iper-romantici di due compositori che si frequentavano con grande amicizia.
    Non avevo mai ascoltato il concerto di Medtner (e non sapevo che ne avesse composti più di uno).
    C'è tanto materiale tematico in questo concerto ma sembra tutto sottosviluppato, monco, sovrapposto.
    Come certe trovate commerciali per attirare il pubblico : si mette tutta la mercanzia sul banco e si fa un pò di clamore per richiamare l'attenzione.
    Ma se il primo ascolto mi ha suscitato ... distrazione dopo un pò, il secondo e il terzo, più che altro noia.
    Non riesco proprio a seguirlo.
    In questo, pianista e orchestra, non hanno colpe, anzi, ci mettono del loro per rendere al meglio un affare che - per me - non è certo un capolavoro. Anzi, credo che sia uno dei tantissimi concerti per pianoforte dell'ultimo periodo romantico che potrebbero restare in archivio permanentemente.
    Rachmaninov è chiaramente un'altra cosa.
    Ma qui temo che Hamelin ecceda in una sorta di autocompiacimento apollineo che lo fa sembrare lento. E Jurowsky lo asseconda rallentando gli ingressi orchestrali.
    Manca quella brillantezza che - non so Sergei - altri grandi pianisti ci hanno riservato.
    Tutto molto elegante e perfetto, come una gita in slitta con pellicce di zibellino e di volpe in un pomeriggio di gennaio.
    Purtroppo la discografia qui è smisurata. Senza scomodare la Argerich, non ci sono che esempi ed esempi da prendere a confronto. Da Earl Wind a Van Cliburn per gli anni d'oro. Sino a Lugansky e Giltburg dei giorni nostri.
    Il suono mi sembra anche un pò sottile, quasi secco alle volte, sia in cuffia che nei monitor Adam Audio e forse questo ha contribuito al mio giudizio.
    Che non è negativo, ma nemmeno mi sento di consigliarlo.
     
  15. Siamo così permeati dal linguaggio verbale che impariamo fin da neonati, che crediamo che il pensiero si formalizzi sotto forma di parole.
    Invece no, il pensiero è immateriale, intangibile, non ha forma né suono.
    E non può essere trasferito.
    La comunicazione è stata inventata per consentirci di trasmettere il nostro pensiero agli altri.
    A gesti, a grugniti e poi, via via, con suoni più organizzati, fatti di parole.
    Ma la base resta un pensiero.
    Io posso tradurre il mio pensiero in parole nel modo più accurato possibile.
    Dirlo a parole a chi voglio che mi capisca.
    Quello ascolterà bontà sua quanto gli dico, darà un significato alle parole che sente e si farà un'idea di quanto sto pensando.
    Ma il mio pensiero e l'idea che ne avrà l'altro non coincideranno mai.
    Il risultato finale sarà una interpretazione del mio pensiero iniziale.
    Fin qui la comunicazione diretta, verbale, tra individui che si vedono e che è fatta anche di gesti, espressioni, contesti, situazioni.

    Con l'evoluzione, dal parlato si arrivata alla forma scritta delle parole.
    Abbiamo dato un simbolo ad ogni suono ed abbiamo avuto l'alfabeto.
    Dopo l'alfabeto, le regole grammaticali.
    Scrivendo - su pietra, su pergamena, su cera, su carta - le nostre parole, siamo riusciti a trasmettere i nostri pensieri anche a chi non è presente.
    Fisicamente e nel tempo. Un sistema efficace ed efficiente.
    Ancorché imperfetto. Perché abbiamo una doppia, tripla traduzione del pensiero.  A parole, scritte, lette, comprese, interpretate.
    Magari dai miei discendenti. O da persone lontane.
    Che magari parlano un altra lingua. Perché ogni gruppo di umani, localmente, ha sviluppato una propria lingua, spesso o quasi sempre incomprensibile per altri gruppi distanti.
    Per permettere di comunicare tra loro persone di lingue diverse, non a caso, si chiamano gli interpreti.
    Un interprete non si limita alla traduzione letterale come farebbe un traduttore automatico basico, si impegna a trasmettere nell'altra lingua il concetto il più possibile simile a quello espresso nella lingua iniziale.
    Non sembra così complicato perché per noi è tutto usuale, quotidiano.
    Quando parliamo con altre persone di un altro paese, in una lingua che non è né la nostra né la loro, facciamo uno sforzo di astrazione il cui risultato sarà, anche quando soddisfacente, spesso parziale.
    Ma continuiamo il percorso.
    Con le parole scritte si sono anche scritti poemi, storie, drammi, commedie. Che prima erano semplicemente raccontati o tramandati oralmente.
    La letteratura si è sviluppata grazie alla parola scritta.
    Un libro altro non è che il pensiero organizzato dell'autore, scritto in una certa lingua, che può essere letto, compreso e ... capito da chi lo voglia leggere.

    Nel caso dell'arte, pensiamo ad esempio ad un dramma di Shakespeare che scriveva a cavallo del 1600.
    Hamlet o Romeo e Giulietta sono sceneggiature (le chiameremmo così oggi, pensando al cinema), rese vive da personaggi di cui l'autore ha scritto i dialoghi.
    Leggendolo noi capiamo la storia ed entriamo nella relazione tra i personaggi. Arriviamo persino a commuoverci o ad arrabbiarci.
    Ma noi viviamo oggi, nel 21° secolo, quel testo è stato scritto nel 17° secolo, in una lingua parzialmente arcaica, diversa dalla nostra. Con significati che spesso ci sfuggono o restano labili.
    Pensiamo cosa debba essere mettere in scena l'Amleto oggi. Su un testo tradotto in italiano, per attori di oggi, che devono imparare la parte, immedesimarsi nel personaggio per poterlo interpretare.
    E poi relazionarsi sul palcoscenico con altri attori che impersonano altri personaggi.
    Sotto la guida di un registra che ha la responsabilità certo, di intrattenere il pubblico, ma anche di rendere un servigio onesto all'autore.
    Che più di 400 anni fa ha scritto un testo immortale perché anche noi, distanti nel tempo e nello spazio, potessimo apprezzarlo.
    E tutto questo con la musica classica che ci azzecca ?
    Giusto, un'altra lunga introduzione anche nel secondo capitolo. E perché ?
    Ho scritto che il pensiero si materializza sotto forma di parole perché possa essere trasmesso agli altri.
    E che cosa sono le parole ?
    Sono suoni, niente altro che suoni. Quindi noi, come tutti gli animali - o quasi - comunichiamo il nostro pensiero per mezzo di suoni.
    A cui abbiamo dato un significato codificato in modo tale che gli altri lo possano capire.
    Interpretare un testo per noi è normale, lo facciamo in ogni momento del testo.
    Così come comprendere e interpretare quanto ci sta dicendo il collega o l'amico a voce anche al telefono.
    O per iscritto su Whatsapp.
    Ma se invece di usare le parole ci limitassimo a provare a comunicare con i suoni delle lettere ?
    A-A-A-E-E-O-I-A-A e poi S-T-V-Z
    nessuno ci capirebbe.
    Ma noi potremmo sforzarci di articolare i suoni perché arrivino con un senso.
    Come fanno gli uccelli con quello che noi chiamiamo canto.
    Ecco ! Non è così che i suoni diventano musica ?
    Tanto quanto un commediografo o un drammaturgo concepiscono un testo che verrà poi rappresentato - a voce - dagli attori, un compositore cerca di cristallizzare il proprio pensiero in forma sonora ma per mezzo di musica.
    Ovvero suoni "musicalmente" articolati.
    Per lui avranno un significato in origine che può essere o meno chiaro. Potrebbe esserlo per chi ascolta quella musica.
    In mezzo, comunque sia, se non siamo musicisti, ci sarà un interprete che si incaricherà di cercare di rendere, con tutta la sua sensibilità, competenza, formazione, virtuosismo, carica umana, in qualche cosa che ci arrivi e ci dia il senso del pensiero iniziale.
    Per quanto possibile.
    Perché il linguaggio musicale per noi umani è molto ma molto più complicato da cogliere di quello parlato per cui fin dalla culla veniamo addestrati.
    Ma questo lo vedremo nel prosieguo di questa conversazione a puntate.
  16. Questo è il primo capitolo di una serie di articoli sull'interpretazione.
    Qualcuno lontano dal mondo della cosiddetta "musica classica" non avrà bene chiaro di che cosa si tratti.
    Mentre qualche neofita penserà ingenuamente che una registrazione (o una rappresentazione dal vivo) di una certa composizione valga le altre.
    Dobbiamo partire da lontano per spiegarlo e lo faremo nelle prossime puntate.

    Qui vorrei semplificare il discorso definendolo più semplicemente richiamando l'attualità o quasi.

    La parola ai Beatles
    Pensiamo a Let It Be.
    Canzone celeberrima, composta nel 1969 da McCartney e Lennon a quanto dicono le cronache e registrata nell'album del 1970 che prende il titolo proprio dalla sesta traccia.
    La conosciamo - penso tutti - compresi quelli che non amano la musica, specialmente quelli che non conoscono la musica classica.
    Ed è il motivo per cui l'ho scelta.
    E' stata registrata dai Beatles e portata in tour dagli stessi Beatles per anni.
    Paul McCartney ancora alla tenera età di 82 anni la canta ancora sul palco.
    Tanto che non pensiamo nemmeno ad una versione "autentica" di quella canzone, c'è quella dei Beatles del 1970, c'è quella registrata nell'Antology del 1996 che riporta alcune differenze.
    Ci sono registrazioni di edizioni dal vivo, riprese sul palco. Sempre diverse a seconda delle circostanze ma sempre autentiche.
    Eppure Let it Be è una delle canzoni che più è stata ripresa ed interpretata da altri cantanti, uomini e donne.
    Ogni volta dando o cercando di dare un tocco personale all'interpretazione.

    Ma noi - se le abbiamo ascoltate - lo abbiamo fatto sempre avendo nell'orecchio la versione "originale".
    Perché l'abbiamo ascoltata, ne possediamo magari il disco, la troviamo in streaming.
    Cantano e suonano i Beatles. Può essere divertente sentire come la canta Tina Turner, ma non sarà quella dei Beatles.
     
    E' normale nella musica popolare contemporanea, specie nell'era della registrazione audio e/o video.
    E' certamente diverso con la canzone tradizionale d'epoca, pensiamo a quella napoletana ma anche a quella inglese.
    Spesso gli autori sono morti da decenni, se non secoli. Se mai sono noti.
    Di molte canzoni napoletane famose conosciamo l'interpretazione - per esempio - di Beniamino Gigli o di Enrico Caruso (ma capisco bene che per molti anche questi nomi saranno sconosciuti quanto quello di Rodolfo Valentino o di Laurence Olivier, transeat ...).
    Mentre non abbiamo idea di come l'avesse pensata o l'avesse cantata l'autore. Secondo la tendenza, la tradizione, i gusti dell'epoca.

    Ecco, noi abbiamo una visione che è figlia del nostro tempo.
    Oggi (e ieri) la musica viene composta da chi poi la esegue, oppure viene composta su commissione dall'interprete.
    C'é chi compone le canzoni di Elodie o di Taylor Swift, spesso si tratta di un team.
    Poi le canzoni vengono arrangiate da qualcun altro, la cantante ne prende possesso e da il suo tocco personale.
    Ma le canzoni sono state pensate e composte per lei, per le sue doti, qualità, immagine.
    Impensabile ascoltarle da qualcun altro. Cose che in effetti non succede.

    Se non per canzoni di livello mondiale come ... appunto Let It Be.
    Quindi per lo più conosciamo interpreti unici che impersonano la "composizione". Che dopo qualche anno, passato il successo di quel cantante, spesso cadono nel (giusto) dimenticatoio.
    Poi ci sono le cover.
    Band specializzate nel "riprodurre" abbastanza "meccanicamente" originali famosi, in manifestazioni - diritti d'autore permettendo - oppure come antipasto dei concerti di cantanti più famosi.
    La loro potrebbe essere considerata una interpretazione ma spesso non lo è, si può parlare più di una fotocopia, a colori o in bianco e nero.
    E gli standard
    Nel jazz, ambiente più aperto e senza troppi cavilli legali, tutto questo è molto più labile.
    Ognuno fa la sua musica che per gran parte è improvvisazione.
    Ma poi ci sono i cosiddetti "standard" che riprendono brani e canzoni famose per rifarli secondo lo stile del singolo jazzista o della sua band.
    Qui andiamo oltre l'interpretazione, perché la ripresa è solo incidentale per costruirci sopra la propria musica.

     
    E tutto questo con la musica classica che ci azzecca ?
    Giusto, mai fare troppi preamboli.
    Nella musica classica le cose sono completamente diverse.
    Nella maggior parte dei casi, il compositore è l'attore principale della musica, non è quello che - a parte casi eccezionali - non compare mai dietro la canzone famosa dell'estate eseguita dalla cantante di moda.
    Ma normalmente il compositore non esegue la sua musica e nemmeno la dirige.
    Ci sono casi di compositori che sono stati anche grandi solisti o grandi direttori (citiamo, ad esempio, Rachmaninoff e Gustav Mahler) ma spesso un compositore scrive per uno strumento che non sa suonare.
    Oppure per una orchestra che non sa dirigere.
    Comporre e suonare, comporre e dirigere, sono cose molto differenti. Per comporre bisogna saper suonare almeno uno strumento ma non è necessario che si abbiano doti solistiche concertistiche.
    Mentre dirigere una grande orchestra è uno dei lavori più complicati del mondo, non alla portata di persone comuni.
    Ma nemmeno comporre. Un direttore d'orchestra deve saper comporre perché c'è una prova d'esame specifica. Ma una volta diplomato comincia il suo vero apprendistato.
    Che non prevede che lui sappia comporre come i compositori che dovrà eseguire.
    Non solo. La musica classica abbraccia - nei suoi tanti generi - circa 1000 anni di musica.
    Se Taylor Swift volesse interpretare Let It Be potrebbe ascoltare il disco dei Beatles e poi parlarne con Paul McCartney.

    Ma se Yuja Wang volesse registrare le toccate di Frescobaldi - compositore sommo e solista virtuoso senza eguali ai suoi tempi - non troverà né registrazioni originali né la possibilità di confrontarsi con il divino Girolamo, morto addirittura nel 1643.
    Io considero morta nel 1976 la musica classica (ne riparleremo) ma ci sono compositori contemporanei in attività, con cui gli interpreti possono relazionarsi.
    Spesso, come nella musica pop, questi compositori compongono su commissione dell'interprete stesso o di una istituzione che ha già un suo interprete.
    Ma nella maggior parte dei casi, l'interprete si trova di fronte semplicemente con un testo scritto o stampato. E con le registrazioni o le interpretazioni in concerto dei suoi colleghi quando non parliamo di una prima esecuzione assoluta.
    E il testo scritto in musica é solo una serie di segni e di indicazioni, spesso addirittura assenti.
    Con una prassi esecutiva che nel tempo è variata (per Frescobaldi, il segno era un'idea ma era previsto che nelle riprese e nei ritornelli l'esecutore aggiungesse del suo, secondo l'estro, una volta che capisse la musica; per Beethoven aggiungere una nota era ed è un sacrilegio).
    E con un gusto interpretativo e di ascolto che varia nel tempo.
    Ma qui stiamo entrando nel campo della seconda puntata di questo lungo discorso.
    Per il momento spero di aver chiarito un pochino perché nella esecuzione della musica classica si parla così tanto di interpretazione.
    E del perché nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo più edizioni ed interpretazioni della stessa composizione.
    Fino ad averne centinaia e centinaia per le più famose.
    Non abbiamo semplicemente la Nona sinfonia di Beethoven. Ma la Nona sinfonia di Beethoven eseguita da Toscanini, da Furtwangler, da Abbado, da Karajan, da Bernstein, da Chally ...
    E il Beethoven di Karajan è diverso tra l'edizione con la Philarmonia, la prima con i Berliner, la seconda con i Berliner, quella con i Wiener e ...
    Perché la musica classica è tradizione scritta e gli interpreti si rifanno a tutto il loro bagaglio di conoscenza, sensibilità umanità per renderla al meglio delle loro possibilità e sentimenti al servizio dell'ascoltatore e della musica stessa.
    Per quanti interpreti ed esecutori avremo, per quante occasioni, sale di incisione o teatri, avremo interpretazioni differenti.
    Non tutte dello stesso livello, non tutte ugualmente condivisibili dagli ascoltatori.
    Che a loro volta avranno diversa sensibilità, cultura, aspettativa, atteggiamento nei confronti e della musica e dell'interprete.
    Si conclude qui la prima parte che proseguirà prossimamente.
  17. Juho Pohjonen : Rameau & Scriabin

    Juho Pohjonen : Rameau & Scriabin
    Juho Pohjonen, pianoforte
    Orchid Classics, 21 giugno 2024, via Qobuz 96/24
    ***
    Alcuni critici trovano stimolante questo accostamento. Il libretto parla degli esperimenti tonali di Rameu (che scriveva al clavicembalo nei primi del '700) simili a quelli di Scriabin (che negli ultimi anni di vita, accecato da non si sa quale ossessione, si è inventato una ruota di colori che usava al posto della notazione musicale classica).
    Io no, lo ammetto.
    Il primo Scriabin io lo adoro. Non capisco e detesto con fermezza quello tornato dalla Francia.
    Ma qui abbiamo un disco suonato con un garbo eccezionale e una eleganza veramente clavicembalistica, pur usando un normale pianoforte da concerto moderno.
    I trilli, i ritornelli, le riprese di tutto il suo Rameau lo rendono prezioso.
    E seppur - o per fortuna - Les Sauvages non ha la leziosità narcisistica di Sokolov, ci sono pochi momenti di noia in queste sue interpretazioni del francese.
    Scriabin, con la premessa iniziale, mantiene lo stesso tono, elegante, senza eccessi. Senza un pizzico di follia.
    Che poi è l'assurdità finale di questo accoppiamento.
    Che, però, lo ripeto, ritengo di consigliare fortemente per la prima parte e non per le sonate 6 e 7 e Messe varie del russo.
    Qualità di ripresa eccezionale.

    pianista raffinato, lo si incontra in numerosi dischi di musica da camera.
    Io non sono favorevole al Bach cameristico al pianoforte, ma le 6 sonate per violino e pianoforte incise con Nicolas Dautricourt nel 2018 sono sublimi.


    Pohjonen ha una libertà e una indipendenza di dita che ricordano addirittura Gulda.
    E un tocco leggero e ammaliante.
  18. Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un video youtube dove l'oratore, in un lungo monologo, cerca di convincerci con dovizia di argomenti, che i monitor professionali non possano suonare in altro modo che mediocre.
    Se la premessa è questi monitor siano della classe dei mitici Yamaha NS, quelli bianchi messi sul banco del mixer, pensati all'epoca in cui la destinazione del missaggio era la compressione di dinamica e picchi in modo da non far saltare le cupole dei tweeter e le membrane dei woofer dei poveri impiantini di casa, incapaci di reggere livelli adeguati, allora si.
    L'idea è riprodurre un suono medio, più che mediocre, in linea con quello che poi ascolterà l'utente medio.
    Siamo ancora all'epoca del vinile stampato in malo modo e riprodotto finché il master non si rovina e poi ascoltato sui mitici 15 watt e con le casse Heco o Indiana Line.
    Con il lancio del CD, peggio mi sento, la dinamica ha avuto un picco ma gli impianti sono rimasti quelli. E quindi il missaggio ne doveva tenere conto.
    Ma oggi è un altro paio di tasche. Abbiamo avuto una profonda selezione degli ascoltatori. Una buona parte - il grosso - è scomparso. Quelli che avevano il compattone o hanno le casse con i coni da ribordare oramai ascoltano la musica in auto o con le cuffiette.
    Quelli che la musica la amano come noi, invece, hanno impianti in grado di rendere "quasi" tutta la dinamica che si vuole, almeno restando a volumi inferiori alla soglia del dolore alle orecchie ...
    ... quindi la pretesa è che il materiale sonoro sia reso disponibile al meglio, su supporto ... smaterializzato e semplici lettori software si permettono di fare lo scan della dinamica al volo dei brani ascoltati in streaming 

    mostrando curve che si approssimano al limite teorico dei bit a disposizione.
    Tolto quel limite, e adeguati gli impianti di riproduzione, il mix deve essere fatto con monitor buoni. Quindi sia i near-field (quelli posti sul banco) che quelli mid-field (quelli messi dietro al banco) sono di un livello superiore, mediamente.
    Sono attivi, sono potenti. Sono fedeli.
    E intanto sono arrivati produttori nuovi che hanno proposto linee di monitor attivi multivia, con tanti watt a disposizione, driver di qualità, processori interni, flessibilità di pilotaggio.
    Non mi riferisco solo o esclusivamente a quelli di riferimento (sono in genere messi a parete negli studi di registrazione e servono più che altro per impressionare i clienti, perché hanno prestazioni da palco) ma a tutti gli altri.
    Dando un'occhiata a venditori di livello come Thomann si ha un esempio della gamma proposta, anche da marchi famosi come Dynaudio.
    E di produttori specializzati come Neumann, Focal, Genelec, Adam Audio.
    I marchi citati si contendono la scena, insieme ad altri meno famosi, nell'attrezzare gli studi di tutto il mondo, con monitor di tutte le fasce economiche.
    Ci sono sistemi a 2 e a 3 vie, con 2-3-4 driver per canale. Sono sistemi amplificati, che accettano segnali per lo più analogici (ma alcuni anche digitali).
    Che si possono controllare via software con connessione ethernet. E vari livelli di sofisticazione.
    E che possono costare svariate migliaia di euro l'uno (perché i monitor attivi professionali si comprano per singolo pezzo).
    Adam Audio, europea società berlinese che si permette ancora di fare alcune lavorazioni in patria, si è guadagnata un nome con una gamma completa e su svariati livelli che può accontentare sia l'hobbysta che il grande studio.
    Qui abbiamo già visto la prova di un modello a tre vie della serie S, io ho in casa dallo scorso dicembre una coppia di due vie serie T e questa coppia di tre vie serie A di cui vi parlo in questo articolo.
    Sono monitor a tre vie, 4 altoparlanti, tre amplificatori, cross-over interno a DSP, controllo del suono via DSP, ingresso ethernet per il controllo dei parametri e l'immissione della curva di correzione.
    ***
    Ma perché ne parliamo su queste pagine ? Perché questi sistemi, concepiti per il professionale possono essere benissimo adattati anche per l'ascolto in casa.
    Purché, purché, purchè ...
     
    Tornando al video di cui parlavo all'inizio, il monitor professionali non sono pensati per un uso "pronto e cuoci". Hanno una risposta che pur regolabile dal pannello posteriore, è pensata per dare solo la base al professionista.
    Che sa benissimo che in base al posizionamento in studio e al tipo di suono che cerca per il suo lavoro, non potrà accontentarsi del suono così come esce dai diffusori.
    Solo dopo la calibrazione i monitor saranno pronti per l'uso a cui sono destinati.
    Altrimenti, è vero, suoneranno in modo se non mediocre, almeno ordinario.


     
    qui abbiamo i miei due monitor, posizionati sul tavolo di lavoro, a circa 35° di orientamento verso di me, il medio e all'altezza delle mie orecchie, a 110 cm di distanza per la precisione.
    Con 60 cm di spazio dietro verso la parete, ad angolo per il monitori di destra, la finestra, per il monitor di destra.
    Sono monitor piuttosto grandi, 531 x 350 x 236 mm, Peso: 17,1 kg. Stanno su un piedistallo in metallo regolabile a 20 cm dal piano.

    la pagina con le specifiche di Thomann. Sono sempre in cima alla classifica delle vendite. In pronta consegna.

    A me sono arrivati con UPS in due giorni.

    i dati di amplificatori e altoparlanti
    Dicevo che la risposta sarà influenzata da tanti fattori.
    Le due misure che ho pubblicato più in alto sono differenziate per l'altezza dal piano.
    Ma presentano entrambe rinforzi e cancellazioni sul basso per interferenze costruttive e distruttive dovute all'emissione posteriore che arriva in fase o in controfase rispetto a quella anteriore dei due woofer da 7'' e delle aperture reflex.
    Il medio presente anche esso un paio di avvallamenti ma poi tutto sommato prosegue abbastanza linearmente verso l'alto, con una risposta quasi piana.
    Naturalmente sono compromessi dovuti al posizionamento e all'assenza totale di assorbenti o trattamenti acustici in questa stanza che certo non è uno studio di registrazione.
    Ma è una stanza comune come quella di tutti gli altri.
    Ovviamente l'ascolto così sarà pesantemente influenzato da queste anomalie. Per non parlare della presenza di oggetti nel campo acustico.
    Per risolvere il problema senza ribaltare la stanza o spendere N volte il valore dei monitor per il trattamento della stanza (mai abbastanza efficace in una casa normale, quale che sia la spesa fatta), oggi si interviene per via elettronica.
    Misurando la risposta da diversi punti vicini a quello dove si troverà l'ascoltatore, per avere poi un modello capace di generare una serie di filtri che modifichino digitalmente - a monte del sistema di riproduzione - la risposta misurata.
    Non solo in asse sul piano della potenza in arrivo ma soprattutto intervenendo sulla fase dei due canali e sui ritardi alle singole frequenze.
    Adam Audio propone per questa serie l'uso di Sonarworks, che si interfaccia con il DSP integrato per inserire la correzione direttamente dentro ai diffusori.
    Io non dispongo di questo software che non conosco se non per le recensioni lette. Soprattutto non possiedo un microfono XLR e non ho interfacce con alimentazione a 48 V.
    Per cui ho preferito usare il mio Dirac Live che conosco e che utilizza il mio microfono usb Umik di minidsp.
    Partendo dalla risposta numero due di cui sopra, ho fatto la calibrazione poco fa, dopo aver cambiato i piedistalli dei due monitor.
     

     
    ho usato la simulazione di uno studio, non quella tipica di una sala di ascolto.
    Il sistema dopo le 9 misurazioni standard ha proposto questo genere di correzione

    che mi convince perfettamente, perché segue un profilo di tipo Harman con un rinforzo sempre gradito sotto ai 100 Hz, ponendo un limite intorno ai 30 Hz ma con una risposta piena a 32 Hz.
    Considerando che i due 7'' in parallelo equivalgono ad un 10 pollici circa, non è male.
    Come detto il midrange in composito da 3.5 pollici è all'altezza delle mie orecchie mentre il tweeter X-ART (air-motion) fatto a mano da artigiane berlinesi è poco più sopra.
    Impiegando il Dirac Processor come terminale di Audirvana, il mio sistema non è influenzato da queste elaborazioni.
     

    perché lui "impersona" la porta USB Amanero della mia Audio-gd DI24HE che a sua volta alimenta il DAC R-1 NOS e il preamplificatore Audio-gd Master 9 Mk III.
    ***
    Una installazione tipica per questi monitor

    non vi mostro la mia perché è molto più disordinata e soprattutto non ha alcun Mac ma un più modesto mini PC cinese a controllare il tutto.
    Io non ci produco musica, mi limito ad ascoltarla, scrivere le modeste recensioni che vedete su queste pagine, provare apparecchi.

    questi monitor, pur compatti per lo standard di settore, sono imponenti, essendo larghi poco meno del mio monitor da 32 pollici.
    E pesano un botto, difficili da spostare una volta posizionati.
    A conferma della solidità tutta teutonica.
    Il materiale delle membrane è tutto tecnico, la corsa dei due woofer è lunga.
    La distorsione anche a livelli da ... studio di registrazione, è inesistente ed è più probabile che vibrino i vetri.
    Complici le due porte reflex anteriori l'emissione è solida e concreta.
    Il suono - una volta calibrato - è concreto, lineare, cristallino, senza enfasi.
    Coerente e solido. Con una immagine stereofonica granitica.
    L'impostazione resta di tipo teutonico ed è tale da non perdonare nulla alle registrazioni.
    Ma è questa la loro prerogativa, ciò che ne giustifica l'esistenza.
    Roberta Invernizzi nel disco Fineline "O dolcezze amarissime" non è in alcun modo edulcorata ed è resa senza indulgenza (la voce è sempre bellissima ma il microfono è troppo vicino secondo me ...).
    Se la registrazione è pulita, viene voglia di alzare il volume fino oltre la metà (del logaritmico controllo di volume analogico del mio Audio-gd) come è il caso della straordinaria registrazione di Ysaye di Hypérion.
    Come quella Vraft Recordings di Art Pepper + Eleven del 1959.
    Naturalmente potrei giocare con i livelli del Dirac per modulare la risposta come la voglio io ma snaturerei la logica di questi monitor.
    E poi, io ho altri diffusori più strutturati per dare una visione più musicale e meno "in avanti" della musica in questa stanza. Sempre calibrati con Dirac Live ma progettati per essere meno presenti.
    Del resto, non volevate un suono monitor dettagliato e radiografante ? Eccolo qua !

    il pannello posteriore con gli ingressi, l'inusuale presa ethernet, la presa di corrente e i controlli di tono a DSP, oltre al bianciamento.
    Tutte cose che io ho lasciato rigorosamente in flat.
    Personalmente sconsiglio di usare monitor di questo tipo con collegamento single-ended, devono essere usati con cavi XLR di buona qualità.

    vista di tre quarti con gli splendidi driver in primo piano e le porte dei condotti reflex agli angoli.
    La smussatura ai bordi superiori è puramente estetica.

    il famoso tweeter X-ART con la guida d'onda.
    E' possibile girarlo anche in orizzontale per modificare la dispersione.
    E concludiamo così anche se potremmo parlarne a lungo. Magari se ci saranno commenti ...
    I monitor attivi professionali suonano in modo mediocre ? Decisamente no, se sono buoni e di ultima generazione e sono calibrati bene a seconda dello scopo che si ha in mente.
    Possono sostituire amplificatore e diffusori HIFI tradizionali ?
    Decisamente si, con qualità costruttiva di un ordine di grandezza superiore, risparmiando spazio e denaro rispetto a certe proposte da audio-gonzi che circolano nel mondo hifi di oggi oramai ridotto a "il gatto e la volpe" da un lato e tante pecorelle credulone dall'altra parte.
     
    Giudizio complessivo
    PRO: costruzione inappuntabile. Siamo realmente nel mondo professionale è un apparecchio di fascia media ma le prestazioni sono di alta gamma potente, indistorto, capace di elevati livelli sonori suono ad alta risoluzione, gamma media e alta cristallina i vantaggi delle tre vie, di cui quelle superiori di gran classe disponibilità di controlli sia hardware che software per personalizzare il suono addirittura conveniente (di prezzo) se confrontato con catene della cosiddetta alta fedeltà che questo livello costruttivo e questo suono se lo sognano possibilità di calibrazione interna tramite il software opzionale Sonarworks (con microfono dedicato)  
    CONTRO: pesanti e ingombranti su un tavolo, meglio su piedestalli professionali in solida ghisa il suono "fuori dalla scatola" non basta per convincere l'ascoltatore il suono è monitor, con tutto in primo piano, non c'è nessuna concessione eufonica (qualunque cosa voglia dire d'altro rispetto all'attutire certe frequenze) non perdonano le cattive registrazioni (anche perché questi monitor dovrebbero servire per verificare il mix delle registrazioni audio) non costano poco ma Adam Audio propone altre soluzioni più abbordabili sia nella gamma A che in quella T dove ci sono modelli sorprendenti per capacità sonore rispetto al costo
  19. LUFT (aria) : musica per sassofono e bandoneon
    Maja Lisac Barroso, Marcelo Nisinman
    Prospero Classical - 25/3/2020
    Via Qobuz in 96/24
    ***
    Con la premessa che questa per me è "musica leggera" non in senso diminutivo ma perché è proprio un repertorio leggero e i cui autori - tolto Piazzolla e Buxtehude - mi sono del tutto sconosciuti, è un disco che mi ha entusiasmato subito.
    L'ho incrociato perché in dicembre/2024 è uscito un altro disco con la stessa solista che è più vicino a quello che ascolto di solito

    il quintetto in do maggiore di Schubert qui interpretato da 5 sassofoni anziché cinque archi, sempre edito da Prospero Classics e disponibile su Qobuz.
    Maja Lisac (slovena di origine ma nata in Svizzera) è una musicista di livello altissimo. Di lei dice Brandon Marsalis "Lei comprende ogni singola nota"
    E non tragga in inganno la copertina che ammicca al tango argentino.


    qui ritratta con il vestito rosso insieme all'altro, eccellente, interprete di questo disco, Marcelo Nisinman.
    Come ci sia capitato Buxtehude con un corale qui dentro (arrangiato dalla stessa Lisac) non saprei ma l'ambiente di questa fotografia si addice certamente di più a questa musica che al Hombre Tango.
    Come sia, alla fine è tutta musica piacevole, per lo più ovviamente fatta da arrangiamenti preparati dai due solisti per l'insolita accoppiata che ricorda a momenti l'organo (Hammond).
    Il virtuosismo è eccezionale. Le sonorità, dico i singoli suoni, una delizia.
    Insomma, per me è una perla che non merita di passare inosservato.
    Se vi ho incuriositi perdete quei 50 minuti necessari per ascoltarlo (è una scelta eccellente anche per provare apparecchi musicali, cuffie, diffusori, amplificatori : io l'ho inserito nel mio programma standard di verifica cuffie).
     
  20. La Quarta sinfonia : apoteosi di Brahms

    In generale non consiglio ai neofiti di cominciare - nonostante quanto si dica - l'ascolto di Brahms, dalle sinfonie.
    Meno che meno dalla Quarta.

    manoscritto autografo della quarta sinfonia di Johannes Brahms
     
    al contrario, consiglio di cominciare ad affrontare Brahms con le Danze Ungheresi.
    Perché è troppa la stratificazione tardo-romantica e wagneriana che bisogna togliere dalle sue pagine - sul piano interpretativo - per arrivare finalmente all'ascolto del vero Brahms.
    Chi partisse dalle sinfonie, magari interpretate nella tradizione tedesca classica, poi stenterebbe a credere che quel Brahms sia lo stesso delle Danze Ungheresi o dei liebeslieder walzer.
    E che quello stesso laico e scanzonato tedesco del nord, abbia scritto anche un requiem, il "canto delle parche" e la rapsodia per contralto.
    E concluso la sua carriera con calde atmosfere autunnali al clarinetto e poi con dei corali per organi di evidente tradizione luterana sassone.
    Perché alla fine, dei due partiti progressisti-conservatori hanno ovviamente avuto ragione i primi.
    Con i wagneriani che hanno dettato legge fino agli anni '50 del secolo scorso.
    Furtwangler, Walter, Mengelberg erano tutti figli di Wagner.
    E a poco poté il nostro Toscanini che dirigeva Brahms con la leggerezza con cui avrebbe affrontato Rossini.
    A parte la prima sinfonia, sempre sminuita come decima di Beethoven per l'ovvio tributo di Johannes al sommo Ludwig nell'ultimo movimento, il testamento musicale sinfonico di Brahms, la quarta sinfonia, ce l'hanno trasmessa ammantata di liturgia da caduta degli dei.
    Un gotterdammerung romantico dopo cui non c'era speranza.
    Ma se persino Schonberg lo considerò "il progressista", la verità deve stare altrove.
    Nel manifesto, non nella stantia nostalgia. Nell'eroismo borghese di tutti i giorni, giammai altisonante, non nello struggimento che era invece tipico dei primi romantici.
    Brahms non parlava alle masse, ne provava invece orrore. Non aveva alcun interesse ad istruire gli ascoltatori o a raccontare fiabe.
    Profondamente timido, riteneva sempre modeste le sue composizioni ed aveva necessità di avere il conforto dei suoi amici prima di finalizzarle.
    Il suo testamento sinfonico è del tutto diverso dai suoi, più volte rimandati, commiati dalla composizione.
    La sua quarta è del 1885 ma fino agli ultimi mesi prima della malattia, più volte Brahms si rimetterà alla penna per scrivere musica, in fondo soave, aperta, nostalgica e mai rassegnata. A differenza di quanto si vuole far credere.
    La quarta sinfonia è l'estremo limite del sinfonismo classico tedesco (che poi prende le mosse dalla tradizione contrappuntistica italiana; e Brahms attinge a piene mani esempio dalla musica barocca in tutte le sue opere principali).
    Ma apre le porte al futuro post-romantico. Quello che darà a Britten, a Prokofiev, a Shostakovich, a Nilsen, le chiavi per riporre definitivamente la musica classica nel cassetto. Da dove non siamo più riusciti a farla riemergere.
    Nei tradizionali quattro movimenti della quarta c'è tutto il mondo classico.
    L'allegro non troppo iniziale si apre con un tema di due sole note ripetute che riecheggiano, velate, l'adagio dell'Hammerklavier.
    Ti-Ra, Ta-Ri, Ti-Ra, Ta-Ri
    e per i suoi 12 e più minuti si dipana in permutazioni aritmetiche dello stesso semplicissimo tema, intervallato da un altro, eroico e virile, portato dai fiati.
    Una maratona - non una battaglia - tra archi e fiati - con ampi cambi di ritmo puntati da timpani e ottoni.
    C'è la nostalgia che fin dall'infanzia ha caratterizzato la musica di Brahms ma ci sono anche i temi tzigani "all'ungherese" che ne hanno caratterizzato l'età adulta.
    E i tratti autunnali dell'ultima fase della vita, con slanci di lunghe arcate melodiche portate da tutta l'orchestra.
    Lo sviluppo della musica porta ad un trotteggiante squillo di ottoni : tutt'altro che decadente o arrendevole.
    Di Brahms, la retorica ha raccontato sempre un sacco di frottole, melodrammando il più possibile.
    Il tema è semplice ma assoluto. Vale quello della terza di Beethoven che però ha bisogno di due doppie. Qui le note sono veramente solo due.
    Portate, raddoppiate, rafforzate, dagli alti ai bassi.
    L'andante si apre con i corni, accompagnati dai fiati che aprono la scena ai bassi, più che agli archi nobili. E' l'intermezzo che lascia lo spazio per prendere fiato e che non deve indugiare troppo.
    L'allegro giocoso è un'esplosione di colore con il pieno di trombe e timpani. Forza pura, ma quale rassegnazione. In nessun caso. Viva Brahms !
    E' breve. E' giusto che uno scherzo sia breve. Non si deve esagerare. Non deve mancare l'energia ma creare l'aspettativa che il gioco ad un certo punto finirà.
    Si chiude con la passione. Con una ciaccona il cui tema è seguito da trentuno variazioni e una coda. Una sorta di tributo alle variazioni Goldberg di Bach; e in effetti originano da un tema ricavato dalla Cantata BWV 150 dello stesso Sebastian.
    Non devono impressionare i tanti temi drammatici che si susseguono, l'ossatura resta eroica e positiva. I caratteri, baldanzosi, con tratti di marcia. Le variazioni sono brevi e non pesano.
    Tanto che ad un primo ascolto non si riconoscono nemmeno.
    I timpani, le trombe, alzano il volume sulle arcate degli archi, sottolineandone i limiti.
    Non è il testamento a lungo ritardato (il vero testamento di Brahms è il quinto corale dell'Op. 122, ultima in catalogo ufficiale "Schmücke dich, o liebe Seele" anche esso ripreso da Bach, che è dolce quanto una ninnananna per bambini. Quale era, in ultima analisi, Johannes Brahms).
    E' l'atto conclusivo di una vita a difendere i confini della musica tradizionale dal dilagare della cacofonia del programma politico strombonate per scuotere gli animi.
    ***
    Ho colto l'occasione per parlare di questa composizione, si sarà capito, tra le mie preferite in assoluto tra tutta la musica di tutti i tempi, dall'ascolto della registrazione del sempre ottimo Manfred Honeck con la Pittsburgh.
    Si tratta di una interpretazione registrata con dinamiche telluriche che ha messo in difficoltà i critici.
    Perchè, in uno, si sbarazza di tutta la liturgia post-wagneriana da finis-Austriae imposta dai figli delle walkirye a chi delle walkyrie faceva tranquillamente a meno, pur apprezzandole in cuor suo.
    Spezzando le voci e rendendo giustizia a tutte le parti nascoste dagli archi - fiati, bassi e timpani compresi - ne viene una rappresentazione al calor bianco e al limite dell'eccesso di velocità da codice penale, ma bella da impazzire.
    Con dinamiche da audiofili su tutte le gamme di frequenza.
    Inascoltabile per chi ama Bruno Walter, Wilhelm Furtwangler e Herberth Von Karajan e che probabilmente sarebbe piaciuta al vecchio Arturo, la cui lettura, purtroppo, è resa inascoltabile dalla qualità dell'epoca.
    Ma di cui Fritz Reiner sicuramente sarebbe stato orgoglioso (peraltro registrata con l'orchestra del suo cuore).
    Ve la raccomando senza segnarla come registrazione di assoluto riferimento (ma in fondo ... ci potrebbe stare).

    Brahms, sinfonia n. 4
    Pittsburgh Symphony Orchestra diretta da Manfred Honeck
    Reference Recordings, 192/24, 22 ottobre 2021
  21. HIFIMAN Jade II - prova di ascolto

    Un grandissimo grazie ad HIFIMAN che ci ha inviato in prova questo set - cuffie Jade II e amplificatore dedicato - si tratta di un sistema che pur essendo entry-level per la gamma di cuffie elettrostatiche del marchio HIFIMAN possono offrire una risposta definitiva a certe esigenze di ascolto. Ma non voglio anticipare troppo le conclusioni dell'articolo che troverete in fondo alle note di ascolto.
    Andiamo direttamente alla prova di ascolto comparativa :

    la batteria di campionesse a confronto : HIFIMAN JADE II, HIFIMAN ARYA, STAX SR404 SN
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    Seguono i brani ascoltati in dettaglio ma in SINTESI :
    Le Jade offrono un suono entusiasmante e dettagliato ma sono estremamente selettive sia nel genere che nei singoli dischi.
    Inadatte - secondo il mio punto di vista - a dipanare enormi masse orchestrali o contenuti energetici elevati, nei piccoli complessi, sia vocali che strumentali e soprattutto negli strumenti solisti, danno il massimo con un risultato che è ad un passo dall'evento reale.
    Attenzione al volume perchè dopo un pò potreste farvi male : non c'è distorsione e quindi si tende a voler ascoltare ogni singolo suono distinto dagli altri.
    Le vecchie Stax se la cavano ma offrono sempre una prova molto personale, spesso sopra le righe. Portano in luce cose che con le Arya non si sentono proprio ma trascurano invece intere sezioni dello spettro.
    Le Arya sono la sintesi e l'equilibrio. Magari gli amanti della musica rock/heavy faranno bene ad evitarle, ma per gli altri sono un vero piacere.
    Ma le Jade in alcuni dischi sono semplicemente di un'altra classe. Non sempre, però dove le Arya danno una prova ottima ma non sorprendente, le Jade invece rendono magico quello che state ascoltando.
    Le acquisterei ? Ve lo dico alla fine !
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    I dischi utilizzati nella prova in batteria

    AC/DC : The Razors Edge/Thunderstruck e Fire Your Guns
    Jade : suono dettagliato, precisissimo ma nel complesso sottile. Chitarre non invadenti, voce un pò più sottile di come la conosco io. Basso indietro, un pò vuoto.
    Arya : basso pieno anche se non stravolgente, voce chiara, piatti metallici ma concreti
    Stax : chitarre fantastiche, voce perfetta, basso secco, corto, anzi, cortissimo
    Le Arya danno la risposta più convincente con un genere che non è adatto a nessuna di queste planari. Le Stax, al solito, se la cavano sempre bene, le Jade non trovano giustizia con questa musica

    Bach : Grosse Preludien un Fugen - Ullrich Bohme
    Jade : il pedale è più presente di quanto non si senza con le Stax, le voci superiori sono perfettamente separate, la spazialità del suono esemplare, rispetto alle Stax ma anche alle Arya
    Arya : basso molto più in evidenza ma si nota un pò di stacco con il medio e l'alto. Suono complessivamente più convincente delle altre due cuffie
    Stax : suono avvolgente e deciso, basso non particolarmente immanente e immagine non particolarmente ampia ma c'è tutto quello che si vorrebbe sentire
    Le Arya hanno la risposta più completa ma il suono delle Jade è semplicemente più bello. Le Stax rappresentano invece un organo molto più piccolo.

    Sinéad O'Connor : I do not want what I haven't got/Feel so different
    Jade : la voce è su un altro piano come c'era da aspettarsi, l'orchestra presente con i suoi pizzicati, immagine larghissima
    Arya : voce chiarissima, bella. Violini tersi, cristallini, nessuna fatica a seguire l'intero brano anche a volumi da mal di testa
    Stax : voce perfettamente amalgamata con l'orchestra, bassi pieno, immagine ampia
    Le Jade sono più emozionanti e nel complesso il risultato è più sexy di quello delle Arya. Le Stax non ci arrivano proprio.

    Sergey Babayan : Rachmaninoff/Appasionato
    Jade : mano sinistra molto più in evidenza, basso in ritirata, un pianoforte troppo più esile di quanto non si vorrebbe
    Arya : prestazione esemplare, suono pieno, pianoforte smisurato, basso potente, le due mani in perfetto equilibrio
    Stax : alti un pò metallici, sembra che la registrazione sia stata effettuata più da vicino, i bassi non si sentono
    Arya, Arya, Arya, soprattutto.
     

    Schubert : Trio Op. 100/II Andante con moto
    Jade : immagine fantastica, pianoforte non troppo in evidenza, violino lagnoso, violoncello un pò esile
    Arya : il violoncello qui si riscatta in pieno, il violino è meno rugoso, meno brillante, meno sexy, il pianoforte è completo e non copre gli altri strumenti
    Stax : pianoforte in evidenza che copre il violino, il violoncello é bello ma non abbastanza pieno
    Arya e Jade alla pari, che vi piaccia di più il violoncello o il violino, dipende da voi.

    Bach/Christian Tetzlaff : Ciaccona in re minore
    Jade : il violino moderno di Tetzlaff è semplicemente inarrivabile nel suono offerto dalle Jade, si sente il suo respiro (del violino, non del violinista), il nero tra gli spazi, una prova di un livello artistico sensazionale
    Arya : bello e completo, amalgamato
    Stax : elegante, questo è il campo delle elettrostatiche, pulito, chiaro, analitico. Manca però la nitidezza e il capacità di microdettaglio delle Jade
    Jade insuperabile, Stax per una prova molto personale, Arya in secondo piano.
    Questo disco è meraviglioso, con le Jade non riesco a smettere di ascoltarlo.
    Queste cuffie dovrebbero essere consigliate a tutti i violinisti.
     
     

    Diana Krall : The girl in the other room
    Jade : rispetto alle Stax si sente di più il riverbero della voce, il suono del piano è più bello e anche l'accompagnamento è più rotondo
    Arya : basso più rotondo, contrabbasso perfettamente udibile dove con le Stax non si sente, la voce è in secondo piano ed è meno chiara rispetto alle altre due, un pò più bassa e manca di tutto il dettaglio e l'ultrarealismo delle Jade
    Stax : la voce di Diana è più in risalto con le Stax, ma il complesso della prova offerta dalle Jade è di un altro livello
    Anche qui le Jade secondo me danno prova di elevato livello. Le Arya sono raffinate ma non così sexy.

    Silje Nergaard
    Jade : voce bellissima di cui si apprezza ogni dettaglio, pianoforte un pò metallico, meno appagante ma non è quello che mi interessa in questo disco
    Arya : bello finché non si sente con le Jade ma il pianoforte delle Arya è di un altro livello
    Stax : complessivamente meglio delle Jade, è il timbro di voce che meglio si presta alla sua impostazione. Pianoforte chiaro e tutto sommato migliore di quello delle Jade
    Jade o Stax secondo i vostri gusti. Probabilmente per me, Stax

    John Williams : tema di Guerre Stellari
    Jade : suono chiaro, forse troppo ma è questione di gusti
    Arya : equilibrio energetico più lineare con una presenza sulle basse più intensa ma archi meno accattivanti delle altre due
    Stax : bello ma suono un pò esile
    Un direttore d'orchestra qui certamente tenderebbe a preferire le Arya, i violinisti continuerebbero a scegliere Jade

    Genesis : Sellng England by the pound
    Jade : la voce di Peter Gabriel appare un pò più esile di quanto non mi piacerebbe, e i bassi sono chiaramente meno potenti
    Arya : bella prova, voce, quadro d'insieme, potenza, più interessante
    Stax : suono troppo esile, troppo sbilanciato sulle alte
    E' un disco che anche rimasterizzato resta un pò aspro. Le tre cuffie danno una prova differente. Le Stax eccellono negli arpeggi delle chitarre, le Jade nella voce di Gabriel che però é più corretta nelle Arya che hanno più potenza.
    Le Stax in un ascolto prolungato sono troppo esili e un pò artificiose.

    Beethoven/Savall : sinfonia n. 3
    Jade : suono pulito, ampio, archi setosi e leggeri, bassi decisamente in secondo piano
    Arya : questione di equilibrio, questa registrazione si caratterizza per l'ampio risalto dato ai timpani e la leggerezza degli archi.
    Il contenuto energetico con le Arya salta subito in primo piano, non che con le due elettrostatiche non ci siano i timpani, ma sono leggeri ed aperti come il resto della registrazione
    Stax : una via di mezzo tra le due, archi in primo piano, medio-bassi in evidenza, bassi profondi inesistenti (contrabbassi)
     

    Monteverdi : Il terzo libro de' madrigali
    Con questa registrazione - praticamente perfetta - siamo nel dominio delle cuffie planari.
    Sinceramente non riesco a decidere una prevalenza. Le Stax pongono, come sempre, in primissimo piano le voci femminili.
    Le Jade hanno un suono splendido e, magicamente, le voci maschili sono le più belle.
    Le Arya, eleganti ed energetiche come sempre.

    Till Bronner : Night Fall
    E' un disco in cui si sente il fiato di Till mentre suona e ogni singola corda del contrabbasso di Dieter Ilg.
    Le tre cuffie danno una interpretazione molto differente tra loro.
    Le Stax mettono tutto in primo piano, senza privilegiare nulla. Le Arya sono più scure. Le Jade, incredibilmente dettagliate in tutto, e a dispetto di quello che si penserebbe, donano il più bel contrabbasso immaginabile.
    Il suono è più chiaro ma più lucido, come l'evento reale.
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    Jade e Stax si sono alternate sia sull'amplificatore HIFIMAN che sul mio valvolare Stax.
    Le Arya sono state pilotate dal mio Audio-GD R28 via cavo bilanciato in argento. L'Audio-GD R28 ha fatto sa semplice ricevitore/DAC per gli amplificatori delle elettrostatiche.
     
    Costruzione :
    Robuste e bellissime. Meglio delle Arya.
    Non solo per quella fluorescenza verde che traspare dai padiglioni ma proprio per l'insieme.
    Mi piace di più sia il pad che l'archetto, tondo.
    Stanno perfettamente in testa senza alcun bisogno di regolazione.


    il cavo è di ottima fattura. Non lunghissimo e ovviamente, non intercambiabile. Sembra anche robusto.
    Connettori di splendida fattura, nel complesso più elegante della fettuccia interminabile delle mie Stax.
    Costruttivamente sono superiori alle Stax, che sono sempre state fragili e tutte in plastica (oltre che orrende)


    quel connettore pentapolare è del tutto compatibile, come la tensione di alimentazione, agli standard Stax : quindi intercambiabilità totale.

    segni particolari ? Bellissime !
     
    L'amplificatore offerto in bundle è di ottima fattura. Solido e pesante, non offre appigli a critiche.
    L'esemplare in prova ha la manopola del volume un pò allentata. Forse basterebbe stringere le viti di blocco ma non ho voluto verificare.


    offre due uscite per due cuffie differenti (cosa che mi ha permesso di alternare all'ascolto le mie Stax senza equilibrismi) mentre gli ingressi sono sia bilanciati (da preferire, perchè le elettrostatiche sono bilanciate per natura) che sbilanciati

    la sagoma laterale è a forma di trapezio, giusto per rendere più elegante la forma complessiva.


    ho letto in molte recensioni critiche a questo apparecchio.
    Nell'ascolto in confronto con il mio Stax (che costa molto di più ed è a valvole) si notano alcune sfumature a favore dello Stax ma sostanzialmente solo nella gamma più alta.
    Considerando l'offerta di acquisto e la disponibilità molto rara di amplificatori per cuffie elettrostatiche io non starei troppo a pormi dei dubbi.
    Se non avete già uno Stax in casa, prendetelo con fiducia.
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    Non sto ad indicare le caratteristiche tecniche delle Jade II, potete trovarle insieme a tutta la documentazione sul sito ufficiale.
    Per i più tecnici, rimando alle misure di risposta che ho effettuato e pubblicato nei giorni scorsi qui :
     
    e che in larga parte trovano conferma nelle sensazioni di ascolto.
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    Conclusioni
    Prova molto, molto impegnativa perché queste sono cuffie di alto livello e con caratteri simili.
    Difficile stabilire un vincitore anche se tenderei ad escludere le Stax che guardo con indulgenza per la loro età e per cosa hanno rappresentato per me.
    Se non avessi già le Arya acquisterei subito le Jade II. Si sposano alla perfezione con quello che significano per me le cuffie.
    Per me l'ascolto in cuffia non è una alternativa a quello tradizionale con gli altoparlanti.
    Quello resta il mio modo di ascoltare la musica.
    In cuffia voglio poter analizzare il dettaglio e non mi interessa una riproduzione o un tentativo di riproduzione in scala dell'evento musicale.
    Il dettaglio, il suono, tutto ciò che generalmente non si riesce ad ascoltare anche dal miglior speaker del mondo.
    Per questo credo che non ci possano essere delle cuffie assolute in grado di suonare tutto al meglio e come piace a me.
    Le Jade II, se vogliamo, sono ancora più esclusive in una visione di questo genere perché sono eccezionali - non esito a dire MAGICHE - in certe cose.
    Ma non in tutte, sebbene sappiano dare sempre una interpretazione di grandissima classe.
    Suono raffinato, dolce, mai affaticante sebbene il medio e l'alto - almeno finché arrivano le miei vecchie orecchie - sia di una precisione ad altissima risoluzione.
    Nei violini non ho mai sentito niente di altrettanto realistico. E nelle voci a cappella o comunque, senza intermediari elettronici in mezzo, non si possono assolutamente battere in questa fascia di prezzo.
    E nel jazz fatto di piccoli gruppi e con voci complementari, dove persino il contrabbasso diventa vivo oltre l'immaginabile.

    Sono molto meno convincenti dove ci vuole energia e dove le masse sonore trascinano il senso del suono. Dove non c'è dettaglio è uno spreco utilizzare queste cuffie.
    Un pò come tentare di guardare fuori dalla finestra con il microscopio.
    Anche le Arya non sono indicatissime per i grandi volumi sonori (non parlo di livello acustico, parlo di volume, avete in mente l'ottava sinfonia di Mahler ?) ma si tolgono dai guai meglio delle Jade.
    Se hanno un limite è nel prezzo del sistema, perchè uno deve comprarsi anche l'amplificatore. E queste non possono essere le uniche cuffie che hai in casa, perchè per certe cose non possono essere usate (tipo il rock o l'heavy metal, oltre alla grande orchestra).
    Ma se avete già un amplificatore oppure volete avere dei monitor elettrostatici che in fondo costano una frazione di qualsiasi altra cosa di fascia superiore possiate immaginare, beh, pensateci bene.
    Io stesso, che potrei comprare le sole cuffie, sono maledettamente indeciso .... cederò alla tentazione ? Ve lo farò sapere !
  22. Orlando, A Melancholic Portrait

    Orlando, A Melancholic Portrait
    La Tempete, Simon-Pierre Bestion
    Alpha Classics, 14 novembre 2024, 96/24
    ***
    Melanconico, può essere ?
    Del resto erano tempi estremamente travagliati, tra riforma, controriforma, guerre di religione, impero e principati.
    Il Rinascimento europeo e la musica si intrecciano a filo doppio.
    Orlando di Lasso, all'italiana o Roland de Lassus alla francese, è uno dei massimi protagonisti della sua era.
    Cantore, musico, compositore, maestro di cappella. Arguto architetto della polifonia fiamminga fusa con l'inventiva armonica italiana.
    Tanto valente e richiesto da accompagnare il suo Signore Gonzaga per Milano, Roma, Napoli, Palermo e per tutta Europa. E la sua musica ne è prova.
    Nell'ultima parte della sua carriera si ferma in Baviera, nominato cavaliere dall'Imperatore in persona e fonda di fatto la tradizione musicale teatrale di Monaco.
    Ma più volte oggetto di tentativo di rapimento perché il tal nobile voleva assicurarsene i servigi a corte.
    E in mezzo una vita avventurosa come agente segreto di Carlo V e scopritore di intrighi tra Germania, Spagna, Francia, Italia.
    Autore di centinaia e centinaia di composizioni di ogni genere, sacre, profane, vocali, strumentali (Sine Textu - senza testo).
    E' musica lontana dalle nostre sonorità ma non è più complicata come quella dell'epoca precedente. Non ci sono polifonie fini a se stesse con 30-40 voci.

    e per questo bastano pochi musici per rappresentarla.
    Ma ascoltandolo con attenzione ed astraendosi dal testo o dal contesto (a capire la lingua, in alcuni casi si distingue il francese, il napoletano, il ... greco ?) salta subito all'orecchio la modernità del tratto musicale.
    Anche quando chiaramente liturgico.
    La contaminazione tra le tante culture della sua epoca viene esasperata dal nostro anfitrione Simon-Pierre che enfatizza ogni carattere estraneo, introduce intonazioni moresche, popolari, colte; a volte melanconiche, come era Orlando, a volte vivaci all'estremo. Ma mai sguaiate.
    Ma soprattutto c'è grande libertà di strumentazione, come da prassi d'epoca.
    E quindi gli istromenti tipici, come viola da gamba e cornetto, si sommano ottoni moderni come i sassofoni e i tromboni.
    E percussioni odierne, batteria compresa. O il ... pianoforte.

    del resto abbiamo un Orlando rappresentato con l'Earpod Apple e la gorgiera alla Orlando di Virginia Wolff.

    o il caschetto e gli occhialetti da stradista veloce.
     
     



     
    Insomma, quello che sulle prime mi era sembrato il solito esperimento di popolarizzazione della musica antica per avvicinarla alla sensibilità mi è piaciuto sempre più.
    Arrivando a momenti veramente coinvolgenti anche se molto, molto rock.
    Veramente un bel disco che distacca gli esperimenti roccheggianti di Monteverdi e Handel della Christina Pluhar.
    E con questo spero almeno di avervi incuriosito.
    Resta musica a se. Ma da scoprire.
  23. Brahms : Levit & Thielemann

    Brahms
    Igor Levit, pianoforte
    Wiener Philarmoniker diretta da Christian Thielemann
    Sony Classical 4 ottobre 2024, formato 96/24
    ***
    Non so come succede che il genero di Wagner diriga i Wiener per La Sony.
    Ne viene che il suono è potente ma un pò sommesso. Diverso da quello dei Berliner con DG.
    Levit è granitico, maschio in ogni battuta dei due concerti, un filo più cerebrale nelle opere solistiche.
    In tutto fanno 3 ore circa di musica in 96/24, equivalenti a 3 dei vecchi ciddì.
    Non direi un testamento, perché spero che tutti e tre (loro due ed io) abbiamo ancora un pò di strada brahmsiana davanti.
    Ma le lodi sperticate ovviamente si sprecano.
    Dopo che Igor Levit, Christian Thielemann e la Filarmonica di Vienna hanno eseguito il Primo concerto per pianoforte di Brahms al famoso Musikverein di Vienna nell'aprile 2024, il quotidiano viennese The Standard ha scritto: "Durante questi cinquanta minuti, è stata trasmessa una dose irresistibile di emozione, ma allo stesso tempo la sofisticata struttura del capolavoro di Brahms è rimasta cristallina". Quattro mesi prima, dopo la loro esecuzione del Secondo concerto per pianoforte, il quotidiano austriaco Die Presse aveva dichiarato che "Igor Levit stabilisce un nuovo standard di riferimento per Brahms".
    E, chicca tra le chicche, i due suonano  il Valzer a quattro mani op. 39/15.
    Non sapevo di queste registrazioni, una bella sorpresa.

     
    Però, Herr Thielemann, mi spiegherebbe cosa c'è di tanto da ridere in Brahms ? Così lo so anche io ...
     




  24. una vignetta che descrive molto sinteticamente la capacità di Rachmaninov di suonare con ritmi elevatissimi di note per battuta, tratto distintivo della sua musica.
    C'è tanta aneddotica nella carriera musicale di Sergei Rachmaninov. Era di proporzioni gigantesche ma soprattutto aveva mani sproporzionate anche per la sua statura, tanto da isprirare studi genetici sull'origine delle sue manone.
    Fatto sta che fino alla seconda parte del '900 la sua musica era sostanzialmente ineseguibile per i pianisti incapaci di coprire le sue ottave a mano aperta e senza la stessa capacità di carico sulle spalle (ci sono, ovviamente, le geniali eccezioni di un piccoletto come Arthur Rubinstein ma al caro nonnetto risultava tutto facile e naturale, quindi non conta). Horowitz era certamente il tipo di pianista capace di suonare Rachmaninov alla Rachmaninov.
    Altri pianisti dovevano mettercela tutta per avvicinarsi.
    Non parliamo delle donne. Solo grazie allo sviluppo delle tecniche didattiche degli ultimi decenni, Rachmaninov è entrato stabilmente nel repertorio delle pianiste tanto che oggi è normale vedere uno scricciolo come la cara Yuja Wang mettersi in tasca il celebratissimo Rach 3.
    Ma nei primi decenni del '900 non era certamente così.
    Rachmaninov deve al suo fisico e alle composizioni adattate ad esso molta della sua celebrità.
    Così come alla sua vicenda personale che lo vede più concertista per necessità che compositore per scelta per buona parte della sua vita.
    Dividiamo idealmente la sua carriera in due, in Russia prima e poi, dopo la fuga all'estero per la Rivoluzione, la seconda vita negli Stati Uniti.
    Nato da famiglia ricca, mostra rapidamente un grande talento musicale che gli vale l'avvio a studi formali, prima a San Pietroburgo e poi a Mosca.
    Ma il padre sperpera rapidamente tutto il patrimonio è perfino la prosecuzione degli studi di Sergei diventa critica.
    Rachmaninov cresce nell'ultimo periodo d'oro della Russia Zarista, potendo frequentare direttamente grandi musicisti come Chaikowsky, Taneiev, Rubinstein, Arenski (alcuni dei quali suoi insegnanti al Conservatorio di Mosca).
    Gli esordi come compositore sinfonico non sono dei più fortunati ma riesce comunque a costruirsi una carriera, alternandosi come direttore d'orchestra - con una discreta fortuna anche in campo operistico - più che come pianista.
    Il nuovo secolo, la prosperità ottenuta dalla carriera concertistica, quella degli affetti familiari, i viaggi per l'Europa, riconciliarono la propensione verso la composizione, accantonata per anni. Il culmine se vogliamo arriva nel 1910 quando per il debutto del suo celeberrimo terzo concerto per pianoforte e orchestra, sceglie New York e debutta personalmente al piano sotto la direzione di Gustav Mahler.
    Di li a poco la pubblicazione di opere capitali come gli Etudes-Tableaux Op. 33
    Ma la rivoluzione spariglia le carte in tavola e sotto la minaccia bolscevica per tutto il mondo di Rachmaninov, intimamente legato alla vecchia Russia, fugge - letteralmente - con il solo bagaglio leggero, verso la Scandinavia e di li a poco, dopo l'esecuzione della famiglia dello Zar, verso gli Stati Uniti.
    Di nuovo povero e con la necessità di provvedere all'agiatezza cui erano abituate la moglie e le due figlie, Rachmaninov - come tanti altri esuli russi presenti in America nel primo dopoguerra - si improvvisa una nuova carriera di pianista/compositore.
    Firma un buon contratto con Steinway e comincia a girare il Paese suonando le sue opere e il repertorio romantico a lui caro, Chopin, Liszt e del suo mondo perduto, rappresentato da Chiaikowsky.
    Cicli convulsi di concerti, sedute in sala di registrazione (contratto con la Victor, poi RCA, grazie al quale abbiamo tante registrazioni del Rachmaninov pianista degli anni '20 e '30), gli permettono di ricreare un ricco patrimonio che gli ridanno la tranquillità.
    Ma che gli fanno accantonare di nuovo la composizione.
    Intanto passano gli anni e se Rachmaninov è entrato nell'immaginario collettivo del pianista romantico per gli americani, intanto arrivano concorrenti formidabili e più giovani, pianisti come Horowitz e Rubinstein e compositori come Prokofiev e Strawinsky.
    La musica di Rachmaninov è indubbiamente vecchia scuola, nulla del '900 è permeato anche appena alla superficie della sua arte. Il paragone con il nuovo secolo comincia a diventare difficoltoso.
    Specialmente considerando la nuova generazione di compositori americani che si va affacciando alla ribalta e che si afferma piano piano.
    Immaginiamoci l'imbarazzo di Sergei, cresciuto con le sinfonie e le opere di Chaikowsky, alle prese con Gershwin, con Copland, con Barber ed Ives ...
    Per rispondere in parte alle critiche che gli danno del finito, riprende alcune vecchie composizioni e le riarticola.
    Ne completa alcune. Si ostina a voler dimostrare di essere capace di ciò che gli viene contestato, fabbricando nuove composizioni aggiornate.
    Intendiamoci, nulla di questo turba un grand'uomo della sua levatura - che intanto si gode le sue sostanze con lunghi soggiorni in Europa - specialmente in Svizzera, sognando di trasferirsi con la famiglia.
    Ma giunge una nuova guerra mondiale, e la malattia, la morte.
    Rachmaninov resta intimamente legato alla Grande Russia zarista pre-rivoluzionaria e patrizia, quella nostalgica sognata dagli esuli post-rivoluzione e descritta nel film Anastasia.
    Negli Stati Uniti rappresenta in quegli anni la quintessenza della passione musicale romantica, con i suoi concerti tra i più rappresentati nelle sale, fino ad oltre gli anni '50.
    Voglio sottolineare questo aspetto con la citazione che ne fa Billy Wilder nel suo film del 1955 "Quando la moglie è in vacanza" (The Seven Year Itch) dove un marito nella crisi del settimo anno, libero dalla moglie, ricorre al "Secondo Concerto per pianoforte di Rachmaninov" per suscitare irrefrenabili ... fremiti alla procace vicina Marylin Monroe. Qui c'è un estratto godibilissimo del film, con i nostri doppiatori italiani dell'epoca.
    Il tono è certamente ironico, non lo è il senso attribuito alla musica del nostro compositore.
    ***
    Guida all'ascolto
    Mi scuserete per questa lunga anticipazione biografica, mi è venuta di getto e credo sia necessaria perchè le vicende private di Rachmaninov e la natura del suo successo planetario ne hanno condizionato per sempre sia la verve compositiva che le scelte interpretative.
    In effetti ci ha lasciato un numero abbastanza ridotto di composizioni, non tutte dello stesso livello, non tutte con le stesse fortune.
    Qui da noi, per esempio, il Rachmaninov sinfonista è quasi del tutto sconosciuto.
    Eppure possiamo assimilarlo al Chaikovsky dell'Onegin o del Manfred, del tutto in linea con quello pianistico.
    Ma del tutto al di fuori del "personaggio" Rachmaninov e quindi non di moda.
    Volendo, ricorrendo al cofanetto della Decca, è possibile avere praticamente tutto insieme e con una spesa contenuta.-

    in 32 CD venduti su Amazon a 59 euro abbiamo un completo spaccato della sua opera, con il contributo di grandi musicisti che non è il caso di sottolineare ulteriormente.
    Sarebbe già una buona scelta ma non ci permetterebbe di offrire spunti di lettura alternativi e magari contrapposti, come invece ci piace fare sulle nostre pagine. E poi per noi è più un gioco che una necessità ... scegliere 10 dischi 10 !
    1) SINFONICA
    Sinfonia n. 2 - EMI 1973, André Previn, London Symphony Orchestra

    anche oggi rappresenta la prima scelta obbligata. Questa interpretazione è una gita in mare, attraverso onde e mare grosso ma con la certezza di un ritorno sicuro in porto.
    In varie edizioni esistono anche le altre 2 sinfonie (pensiamo che la 1a, quella che ha rinunciare Rachmaninov per la prima volta alla composizione, data 1894, la seconda è del 1908, la terza è del 1936.
    Si aggiungono anche le Danze Sinfoniche (1940) e L'isola dei Morti (1908).
    Di quest'ultima c'è una bella registrazione di Fritz Reiner, una inascoltabile (per il rumore di fondo) dello stesso Rachmaninv, una molto misteriosa nell'integrale di Mariss Jansons EMI che ritengo l'alternativa prima a Previn.

     
    2) CAMERISTICA
    Veramente poca cosa la musica da camera che ci ha lasciato Rachmaninov e sinceramente non andrei oltre la sonata per violoncello e pianoforte (1901).

    prenderei tra le tante disponibili quella del 2007 con un vivace Lugansky che accompagna il suo connazionale Alexander Kniazev.
    aggiungerei poi i due trii elegiaci (1892 e 1893) con il Beaux Arts Trio

    3) CONCERTI
    il piatto forte sono naturalmente i quattro concerti per pianoforte.
    I più importanti sono il 2° e il 3°. Volendo resta in tema del Rachmaninov "americano" del film di Billy Wilder, che credo sia il più genuino e vicino allo stereotipo del ... chiaro di luna e il candelabro, potete scegliere una versione qualsiasi, purchè alla guida ci sia Fritz Reiner e al piano uno a scelta tra Horowitz, Van Cliburn o Byron Janis.

    in questo momento sono ... nel momento Van Cliburn e quindi scelgo questa registrazione con il mitico e inarrivabile Fritz Reiner con la altrettanto mitica Chicago Symphony registrati dalla stessa etichetta per cui registrava Rachmaninov, la RCA Victor Red Seal ...
    Naturalmente il suono non sarà quello cui siamo abituati noi oggi, ma l'atmosfera sarà magicamente quella dell'epoca, e irripetibile diversamente.
    La scelta maestra più vicina a noi resta ancora la lettura di Vladimir Ashkenazy con Andrè Previn degli anni '70

    per la Decca con la London Symphony.
    Interpretazione autorevole e un vero classico moderno. Ashkenazy peraltro ha registrato l'integrale anche per pianoforte solo.
    Venendo ai giorni nostri, non vedo altra soluzione che non sia quella offerta dal "giovane" Lugansky ad inizio anni '2000 con Sakari Oramo e la City Of Birmingham Symphony Orchestra

    e che include anche altre composizioni importanti come le variazioni e la rapsodia "Paganini".
    Eviterei edizioni mediatiche tipo quelle di David Helfgott (dal film Shine).
    Naturalmente la discografia di questi concerti è sterminata e ognuno avrà la sua preferenza.
    Potete anche ascoltarli tutti, ma qui ci limitiamo a questi.
    Aggiungo in coda la Rapsodia Paganini, brano che io adoro in tutte le sue edizioni e trasposizioni e che non mi stancherei mai di ascoltare, fosse suonato anche da un carillon.
    In questo caso scelgo la versione di Yuja Wang con il mai troppo compianto Claudio Abbado

     
    al di là della copertina stucchevole (ma si narra della corsa notturna di Rachmaninov in slitta a cavalli, sotto la neve, per passare la frontiera nel 1917 ... ), il furetto Yuja si trova perfettamente a suo agio in questi funambolici passaggi e la Mahler Chamber Orchestra è perfetta ad accompagnare la partitura "moderna" del Rachmaninov americano.
    Lei però è più gelida della Siberia (non che oggi con Gustavo Dudamel sia meglio : PS del 2024).
    E quindi perché mi piace questa versione ? Perché Claudio e Yuja tolgono in un colpo solo tutto lo "sdolcinatume" che abbiamo spesso su queste pagine.
    4) PIANOFORTE SOLO
    Ma perdonatemi se ho lasciato in fondo quello che non deve essere trascurato dell'opera di Rachmaninov, il corpus primo, alcune delle composizioni che porterei peraltro nella classica isola deserta.
    Lascerei il resto, ma non 
    a) le due sonate per pianoforte (1908 e 1913)

    per fortuna c'è una buona scelta e si può spaziare. Ci sono anche registrazioni della prima e della seconda versione rivista della sonata n.2 (edizione originale del 1913 eseguita a Kursk da Rachmaninov, edizione rivista eseguita a Portland nel 1931 sempre dal Rachmaninov. Edizione del 1940 di Horowitz che combina le due, per sovrammercato).
    Della seconda sonata trovo di straordinaria potenza e d'intensità quella esibita dal gigantesco John Ogdon presente in una raccolta antologica

     
    b) gli Etudes-Tableaux op. 33 e Op. 39 (1911 e 1916)

    una visione all'inglese, molto recente, analitica e molto ben incisa.
    segnalo per curiosità che di alcuni Etudes-Tableaux esistono versioni orchestrate da Respighi di grandissima ricchezza tonale ed espressiva
    c) Preludes Op. 23 e op. 32 (1903 e 1908)

    d) six moments musicaux Op. 16 (1896)

    la versione di Ashkenazy è particolarmente ispirata ed include anche i Morceaux de Fantasie.
    Ma non escluderei in questo novero anche le interpretazioni di Lugansky e di Giltburg.
    e) le variazioni Corelli (1931)
    No, le variazioni su un tema di Corelli non sono le variazioni Goldberg né le Variazioni Paganini di Brahms ma sono e restano un caposaldo del pianismo universale.
    Le edizioni disponibili sono  innumerevoli e tutte di grande livello.
    Sono in imbarazzo ...
    Ashkenazy, Lugansky, Ogdon, Lugansky, Grimaud, Trifonov, Giltburg, Shelley, Cherkassy ...

    in questo momento preferisco la meravigliosa Helene Grimaud degli esordi. Ma insieme al secondo Lugansky.
    f) e volendo le variazioni Chopin (1903)
    composizione un pò contorta e difficile da posizionare.
     

    la mia preferenza va a quella intensissima di un ispiratissimo Trifonov che a metà brano va letteralmente in estasi e si libra oltre la tastiera.
    Come vedete tutte composizioni temporalmente vicine, tranne le variazioni Corelli.
    Rimarrebbero fuori composizioni comunque interessanti ma indubbiamente minori come le due suite per due pianoforti, i Morceaux per due pianoforti e la serie delle trascrizioni e parafrasi di Rachmaninov su opere di altri compositori.
    Delle Opere Liriche di Rachmaninov non so proprio nulla e quindi non mi attardo oltre.
    E Buon ascolto !
  25. Berlioz : Sinfonia Fantastica

    Esistono, anche nella musica, episodi particolari, miracoli, congiunzioni astrali che portano al miracoli. Casi eccezionali.
    E', secondo me, il caso, della Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz.
    Composizione ricca di aneddotica degna di Lord Byron e del Dottor Faust.
    Berlioz, diciamola tutta, compositore iper-romantico alla ... Byron, secondo lo stesso Mendelssohn che si professava suo amico, non era sto granché come compositore.
    Studente di medicina fuori corso, spinto dal padre, famoso dottore, artista ardente e passionale, ha scritto tanta musica ma per lo più fragori di trombe e cacofonie pacchiane che gli sopravvivono solo per un caso.
    Questa sinfonia. Che si dice sia stata dettata dalle visioni indotte da una dose massiccia di oppio. O dal demonio stesso cui Hector avrebbe venduto l'anima per raggiungere il successo a dispetto del padre.
    La vicenda comunque resta casuale, Berlioz invaghito della protagonista dell'Amleto itinerante in Europa, l'attrice irlandese Harriet Smithson, vista in teatro a Parigi, le si dichiara appassionatamente ma viene respinto.
    Lui insiste fino a convincerla a sposarlo. Ma questo va oltre la sinfonia.
    I dolori del giovane Hector diventano Symphonie fantastique: Épisode de la vie d'un artiste, en cinq parties, in cinque parti come l'operà francese e in rottura con la sinfonia classica tedesca.
    Berlioz di fatto è l'epigono dei compositori francesi del 600-700, in lotta contro italiani e tedeschi. Sebbene si sia potuto mantenere in vita solo grazie alla generosa pensione ottenuta da un compositore italiano, Paganini, che vide in lui non sappiamo esattamente cosa, forse la promessa di qualche cosa che sarebbe potuto essere.
    Comunque, sinfonia a programma, con cinque atti perfettamente descritti dalla prosa dello stesso Hector :

     
    nella sua grafia svolazzante e sotto decine di correzioni come nella partitura

     
    perché evidentemente Belzebù con la sua voce sulfurea non si faceva capire bene ...
    ... o forse perché il ricorso alla droga doveva essere ripetuto quando l'ispirazione veniva meno.
    I cinque movimenti :
     
    Nel primo movimento "Fantasticherie - Passioni" viene descritto lo stato del compositore prima e dopo aver incontrato la donna amata. Avviene una transizione da uno stato di sognante malinconia, interrotta da vari eccessi di gioia immotivata, a uno di passione delirante, con i suoi impulsi di rabbia e gelosia, i suoi ricorrenti momenti di tenerezza, le sue lacrime e le sue consolazioni religiose. Ecco perché l'immagine melodica iniziale ricorre lungo tutto il movimento, come una idea fissa. Il secondo movimento "Un ballo", è un trascinante valzer in la maggiore, nel quale il protagonista è ritratto durante una festa danzante, costantemente turbato dall'immagine della donna amata (che compare attraverso la solita immagine melodica della idée fixe). Nel terzo movimento, "Scena campestre", un lirico adagio in fa maggiore, il protagonista sull'onda di un ranz de vaches eseguito da una coppia di pastori si abbandona a contrastanti pensieri di speranza e di angoscia. Abbandonata infine la speranza di essere corrisposto, egli tenta di avvelenarsi con l'oppio, che provoca le visioni dei due movimenti successivi. Nel quarto movimento, "Marcia al supplizio" (allegretto non troppo in Sol minore), il protagonista in preda all'oppio, sogna di aver ucciso la donna amata, e quindi di venir condannato a morte, condotto al patibolo e giustiziato. L'idée fixe compare solo verso la fine del movimento ed è bruscamente interrotta da un violento accordo che simboleggia la caduta della mannaia. Il quinto movimento "Sogno di una notte di sabba" trasporta il protagonista nel bel mezzo di un sabba di streghe, in un corteo lugubre e solenne. In questa parte finale su un costante metro di 6/8 si susseguono ininterrottamente quattro "quadri": nel primo, dopo un'introduzione, una distorsione triviale della idée fixe rende i tratti grotteschi assunti dalla fisionomia dell'amata nella visione del sabba; il secondo è fondato su una parodia del "Dies irae", l'inno gregoriano per la sequenza dei defunti; il terzo è la Ronde du Sabbat, un vorticoso fugato; il quarto (Dies Irae et Ronde du Sabbat ensemble) inizia con una visionaria sovrapposizione della sequenza gregoriana sul fugato, per chiudersi con una trionfante apoteosi. [ripreso da Wikipedia] portano ad una ponderosa opera di un'ora abbondante.
    L'orchestra è ricca, come in Germania non se ne vedono.
    Stiamo parlando del 1830, Beethoven è morto da 3 anni, la sua Nona Sinfonia è del 1824, il Poema Sinfonico è solo nell'aria, Liszt ha 19 anni, Schumann e Chopin 20, Mendelssohn 21, Wagner 17.
    La composizione rompe con il passato. E in futuro verrà ripresa a modello solo da pochi temerari capaci di andare oltre gli schemi. Ma raramente a proposito.
    L'idea di base può essere assimilata con la Pastorale di Beethoven, ma quella può essere benissimo bevuta senza leggere poemetti, questa proprio non si capirebbe senza essersi prima informati.
    Non immagino la reazione dei presenti alla prima al Conservatorio di Parigi il 5 dicembre del 1830.
    Nell'estate di quell'anno ci sono stati i moti rivoluzionari con la caduta definitiva dei Borbone.
    Si confrontano il vecchio Lafayette con l'ultimo dei marescialli di Napoleone, il nobile Marmont.
    E' il trionfo definitivo della borghesia con il nuovo Re, Luigi-Filippo d'Orleans che presta giuramento non sulla Bibbia ma sulla nuova costituzione "liberale":
    Insomma, un quadro particolare, che ben si presta da sfondo agli eccessi di Berlioz e della sua Sinfonia.
    Che è e resta un trionfo della melodia, degli effetti speciali, delle percussioni, dei fiati.
    Soprattutto con materiale tematico eccezionale e trovate degne dei grandi drammaturghi del vecchio Re Luigi XIV.
    La marcia scandita dai timpani, il Dies Irae, la danza delle streghe. E' tutta musica ad effetto, con gusto teatrale raffinato.
    Qualche cosa che nelle altre composizioni di Berlioz non si vedrà più.
    Ammetto che al di là di questa composizione ho ascoltato poco di Berlioz, il poco che conosco lo devo alla passione e all'appassionato amore di Bernstein per Berlioz che durante il suo soggiorno a Parigi fece apprezzare a tutto il mondo anche con alcune delle sue preziose trasmissioni televisive. Ricordo una lezione tenuta agli orchestrali della Orchestre Nationale de France durante le prove di ... non mi ricordo quale altra musica ... in cui faceva apprezzare ogni nota, ogni scelta strumentale, ogni entrata.
    Tanto da infervorare musicisti e telespettatori.
    Comunque, la Fantastica, resta una delle più riuscite sinfonie della storia e il suo colore unico.
    ***
    Sono innumerevoli le registrazioni di questa celeberrima composizione.
    Oltre alle due versioni di Bernstein, quella con la NYP del 1969 e quella con la ONF


    metto tra le moderne, la meravigliosa ripresa Linn con Robin Ticciati alla testa della Scottish Chamber ovviamente ben rinforzata di strumentisti aggiuntivi :

    disco tellurico che mette alla prova ogni impianto stereo !
    Buon ascolto.

     

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