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Mauro Maratta

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Everything posted by Mauro Maratta

  1. un pezzo di impaginato tipo e la copertina semi-definitiva. gradito il vostro feedback perché vorrei mandarlo in stampa ai primi di ottobre. 😉 (il numero di pagine è puramente ipotetico, da rivedere a fine impaginato). Nikonland_Magazine_13_RICOSTRUITO (1).pdf
  2. E comunque, per i supertele no ma per 50/1.2 e 35/1.2, ed immagino anche 85/1.2 quando lo proverò, la circuiteria cinese in mezzo li fa sembrare del tutto Z, senza una incertezza. Il maggior rammarico resta il divieto di Nikon a Sigma di realizzare, in barba ai cinesi, i suoi obiettivi nativamente.
  3. la mia versione con Nikonlander più riconoscibili.
  4. perchè sardi, veneti e stranieri, il tuo amico novarese sempre ciapato, stanno tutti sotto casa tua ? Dai la foto virtuale serve proprio per mettere tutti insieme in un modo altrimenti impossibile !
  5. @Alessandro Pisano hai indicizzato le foto con Shootmetrics, come abbiamo fatto Giuseppe ed io ?
  6. Una Nikon F, quindici amici e un sorriso da correggere. Come abbiamo costruito con l’AI un’immagine di gratitudine, discutendo più di persone che di tecnologia. Gli amici di Nikonland mi hanno regalato una Nikon F. Un regalo inatteso, di quelli che ti fanno perdere per qualche momento la disinvoltura e anche le parole. Ci ho montato il mio 55/1.2 e l’ho fotografata. Poi mi è venuta un’altra idea: rappresentarmi seduto, con la macchina in mano, circondato da tutti quelli che avevano partecipato al regalo. Davanti a noi un tavolone ingombro di fotocamere, obiettivi, stampe e riviste Nikonland. Tutti sorridenti. Una scena capace di raccontare il piacere di ricevere quel dono e, soprattutto, quello di avere attorno quegli amici. L’immagine che accompagna queste righe è nata così. È una costruzione realizzata con l’intelligenza artificiale a partire da fotografie vere delle persone e della macchina. Quel tavolo, quella disposizione e quell’istante collettivo sono immaginati. Il regalo e la gratitudine, invece, appartengono alla mia vita. Mi interessa dirlo subito, perché il senso dell’esperimento sta proprio qui: dare una forma visibile a qualcosa che desideravo esprimere, dichiarando come l’abbiamo ottenuta. Sono partito con una domanda apparentemente tecnica: posso fornire una serie di ritratti eterogenei e armonizzarli come se fossero stati ripresi con un 85 mm? Le fotografie erano molto diverse: selfie, ritratti più curati, riprese da vicino, luci all’aperto e in casa, cappelli, occhiali. La mia richiesta conteneva già un’intenzione fotografica: volevo proporzioni credibili e un insieme coerente. Naturalmente un 85 mm non è una formula magica. La prospettiva dipende dalla distanza di ripresa e un volto fotografato da vicinissimo non cambia prospettiva con un semplice ritaglio. Per modificarla bisogna ricostruire, e ogni ricostruzione può allontanarsi dalla persona vera. Ho quindi fornito i quindici ritratti degli amici, il mio e la fotografia della Nikon F con il suo obiettivo montato. Poi ho spiegato la scena. Io seduto al centro, sorridente, il regalo in mano; gli altri attorno a me, possibilmente rivolti verso di me, felici. Avevo descritto un piccolo avvenimento, con un protagonista, un oggetto e una relazione fra le persone. Era questo che doveva tenere insieme l’immagine. La prima prova aveva già parecchie cose al posto giusto. Il tavolo era pieno di materiale fotografico, la stanza plausibile, il gruppo raccolto. Ma tutti guardavano verso chi scattava, come nella consueta fotografia ricordo, e la mia espressione aveva qualcosa di profondamente sbagliato. Diciamo che sembravo sottoposto a una prova piuttosto spiacevole. Nella conversazione l’ho descritto in termini assai meno eleganti, che risparmio al lettore. Il punto era chiarissimo: avevo chiesto felicità e mi era arrivata una contrazione dei muscoli facciali. Qui è cominciato il lavoro interessante. Scrivere «più sorridente» è facile; capire quale sorriso appartiene alla scena richiede uno sguardo. La bocca da sola non basta. Contano gli occhi, le guance, la fronte, la distensione dell’intero volto. Abbiamo fatto una prima correzione, poi ho indicato un riferimento concreto: Max, accanto a me, aveva una risata che funzionava. Quella era l’allegria che cercavo. Gli altri dovevano parteciparvi con le proprie facce, conservando i propri tratti. Anche io potevo finalmente concedermi di essere contento del regalo. A quel punto ho cominciato a guardare il gruppo come si guarda una fotografia da rifinire. Il signore in basso a sinistra doveva essere decisamente più felice. Il volto dell’amico con la maglia grigia mi sembrava invecchiato e troppo largo nella mandibola: ho chiesto di ringiovanirlo e assottigliarlo. Una testa sulla destra era troppo grande, un’altra troppo piccola. Tre persone sembravano incastrate nello stesso spazio. Sono interventi che mostrano quanto il risultato generato sia un’interpretazione: può apparire convincente nel complesso e avere proporzioni o somiglianze da correggere quando lo si osserva persona per persona. Abbiamo tolto un cappello nero, ricostruendo una testa calva, e rimosso gli occhiali da sole a un altro amico per rendere visibile uno sguardo sorridente. Anche qui c’è un limite concreto: ciò che una fotografia nasconde deve essere ricostruito, e il risultato plausibile non è automaticamente quello esatto. Per Max ho aggiunto un secondo ritratto, senza cappellino, che mostrava la fronte e l’attaccatura dei capelli. Un riferimento in più diceva molto meglio delle parole come doveva essere fatta quella testa. L’ultima richiesta ha riguardato il respiro dell’inquadratura. La scena era troppo compressa: tutti addossati, poco spazio sopra, la sensazione di essere stati sistemati dentro una scatola. Ho chiesto un formato 3:2 orizzontale, più aria e maggiore dettaglio generale. Il risultato ha guadagnato spazio soprattutto sopra il gruppo e sul tavolo. Sulla destra gli amici restano abbastanza stretti, e gli sguardi continuano a essere prevalentemente rivolti verso l’obiettivo. La scena spontanea immaginata all’inizio è diventata una fotografia ricordo costruita. È giusto riconoscerlo: le richieste orientano il risultato, ma non vengono eseguite tutte con la precisione di un comando geometrico. Anche «aumentiamo il dettaglio» va valutato con occhio fotografico. Una maggiore nitidezza apparente non certifica la fedeltà di una scritta, di un particolare della Nikon F o dei lineamenti di un amico. L’immagine va guardata, confrontata con i riferimenti e giudicata. La capacità di osservare continua a servire, forse ancora di più quando la prima impressione è così persuasiva. Da questo piccolo lavoro mi porto a casa un’indicazione molto pratica: conviene spiegare che cosa vogliamo raccontare, fornire riferimenti pertinenti e correggere difetti precisi. «La testa è troppo grande», «qui manca spazio», «questo sorriso funziona», «ti mando una foto senza cappello» sono indicazioni utili perché nascono dall’osservazione. La conversazione diventa il luogo in cui l’idea prende forma, attraverso decisioni successive. E la conoscenza degli amici resta mia: sono io a dover dire se quella persona somiglia a se stessa e se quel sorriso mi convince. Alla fine mi ritrovo con un’immagine che rende visibile il mio grazie. So come è stata costruita, vedo dove funziona e dove conserva qualche limite. E guardandola penso soprattutto a quelle persone, alla sorpresa che mi hanno fatto e a quella Nikon F che adesso posso prendere davvero in mano. Se un giorno ci troveremo tutti attorno a un tavolo, la macchina per fare anche la fotografia vera non ci mancherà di certo. dopo le chiacchiere, il sodo, riporto l'intera conversazione creativa avuta con GPT Astra 6.0 e questo è il prodotto finito migliorabile ulteriormente a condizione di fornire ritratti iniziali migliori. Perchè in informatica si dice che Shit In, Shit Out. Se la qualità iniziale è scadente, nei passaggi successivi si può solo peggiorare il risultato. Giovanni per esempio, rispetto alla prima foto è invecchiato e dimagrito e si dovrebbe rifare. Max perdendo il cappello ha guadagnato un collo da 75enne, ame sembra sempre che debba correre al volo al gabinetto, etc. etc. Ma l'occasione era ghiotta per dimostrare un procedimento. Al solo scopo accademico !
  7. e la butto li ... segando il pentaprisma e facendo un buco col trapano a sinistra per fare un finto buco della serratura ?
  8. nel tuo caso, potremmo vederci e ti scavallo il cosone già assemblato e funzionante, così ti eviti lo stress del montaggio. Ma ti avviso che il case è monumentale (ma assicura raffreddamento spettacolare e silenziosità a prova di neonato dal sonno leggero)
  9. Il materiale perfettamente funzionante ma per me superato è il seguente : motherboard ASUS PROART Z790 Creator Intel i9 13900K sbloccato 2x32GB di DDR5 GPU Intel ARC A750 con 16GB di Vran alimentatore Gold da 1000w eventualmente raffreddamento a liquido a tre ventole il case in cui è montato il tutto è enorme e pesante (vetro e acciaio) e non mi sembra il caso di spedirlo, non ho più (credo) lo scatolone originale e il peso è proibitivo. Prezzo trattabile e modico rispetto alla fase di mercato, decisamente da "amico". Preferisco spedire al domicilio, con pagamento anticipato e vendita in blocco. Non do consulenze post-vendita perché non garantisco l'installazione ma posso assicurare che fino a questo momento, tutto funziona perfettamente.
  10. La nuova versione di Develop Studio in azione. Incorpora già l'anteprima a due schermi +
  11. Grazie Francesco, spostati adesso. Il Blog motori sta diventando veramente bello ricco !
  12. La mia nuovissima Nikon F del 1960 - regalo degli amici di Nikonland - con il mio vecchio Nikkor-S 55/1.2 del 1970. Fotografati con la Nikon Z8 e il Nikkor Z 24-105/4-7.1 del 2026. 66 anni di storia Nikon in un fotogramma digitale.
  13. Index in azione, 0.36'' per completare il catalogo con 16 lettori attivi.
  14. grazie del feedback Francesco. E' lo scopo del Magazine, preservare su carta (e valorizzarlo) tutto ciò che di buono pubblicate su Nikonland.it !
  15. io invece ho avuto il picco di scatti proprio nel pomeriggio ! (complice Kassandra). Bellissima giornata, io ero particolarmente spensierato, almeno finché non mi avete sorpreso con il Vostro graditissimo regalo (ma di quello parleremo a parte). Modelle splendide, compagni eccezionale, atmosfera familiare. Una bella giornata da ripetere se lo vorrete ancora.
  16. Nikonland Magazine 15: le nostre fotografie Stiamo lavorando a un nuovo numero speciale di Nikonland Magazine, dedicato soprattutto alle fotografie dei nostri contest. Una selezione attraverso le diverse annate, nella quale ritratto, paesaggio, strada e natura si incontrano sulle pagine della rivista. Immagini grandi, accostamenti nuovi e alcuni editoriali accompagneranno questo viaggio negli sguardi della nostra comunità: fotografie che meritano di essere ritrovate, stampate e conservate. Il numero 15 sarà pronto dopo che i numeri 13 e 14 saranno andati in stampa. Intanto la selezione e l’impaginazione proseguono, con l’intenzione di costruire un fascicolo che dia piacere a chi lo sfoglia e ai suoi autori. E, soprattutto, che faccia venire voglia di uscire ancora con la macchina fotografica e condividere qualcosa di proprio su Nikonland. se qualcuno vuole darci un parere, questo è un primo esempio dell'impaginato. Molto diretto, fotografico, moderno, coinvolgente, secondo noi. Nikonland_Magazine_15_Prima_sequenza (1).pdf
  17. due versioni, AI generated, dell'abbraccio virtuale degli amici di Nikonland che mi regalano la mia nuova Nikon F Non siamo più né così belli, né così giovani : ma il cuore Nikonista è sempre lo stesso !
  18. Beethoven non ha quest’aspettoWiener Neustadt, autunno del 1821. Il poliziotto, bisogna ammetterlo, ha parecchie ragioni dalla sua parte. L’uomo che ha davanti è senza cappello, coperto di fango, avvolto in un vecchio soprabito che deve aver conosciuto giorni migliori. Ha i capelli in rivolta, lo sguardo furioso e stringe sotto il braccio alcune carte spiegazzate. Da ore vaga lungo il canale senza aver mangiato; non sa più dove si trovi e, per orientarsi, continua a sbirciare dentro le finestre delle case. Gli abitanti, comprensibilmente inquieti, hanno chiamato una guardia. L’uomo oppone resistenza soltanto a parole. Si indica il petto con un gesto imperioso e grida: «Io sono Beethoven!» Il poliziotto lo squadra da capo a piedi. Conosce quel nome, naturalmente. Tutti conoscono Beethoven. Ma proprio per questo non può credergli. «Ma certo. E io sono l’imperatore. Tu sei un vagabondo: Beethoven non ha quest’aspetto.» Noi, venuti dal futuro con la nostra macchina fotografica, sappiamo invece che Beethoven ha esattamente quell’aspetto. A cinquant’anni Ludwig van Beethoven è uno degli uomini più celebri d’Europa, ma non possiede nulla dell’uomo celebre. Detesta le buone maniere quando diventano cerimonia, dimentica di pettinarsi, indossa ciò che trova e durante le sue passeggiate procede senza badare al tempo, alle strade o alle convenienze. La sordità lo ha ormai separato quasi completamente dal mondo dei suoni, ma non ha attenuato il suo carattere: parla forte, si agita, sospetta, protesta. Se vuole farsi capire, ordina alla realtà di ascoltarlo. Quella mattina era uscito da Baden con un vecchio cappotto e senza cappello. Aveva cominciato a camminare, come faceva spesso quando cercava una musica o tentava di sfuggirle. Un passo dopo l’altro, era arrivato molto più lontano di quanto immaginasse. Al calare della sera si era trovato affamato e smarrito presso il bacino del canale di Wiener Neustadt. Così il più grande compositore vivente viene arrestato perché non assomiglia abbastanza a Beethoven. Condotto al posto di guardia, continua per ore a protestare. Nessuno gli crede. Alla fine pretende che venga chiamato Joseph Herzog, il direttore musicale della città. È notte fonda quando Herzog, svegliato e trascinato davanti allo sconosciuto, lo guarda in faccia. «Ma questo è Beethoven!» Improvvisamente il vagabondo torna a essere il Maestro. Gli vengono offerte una stanza, una cena e degli abiti decenti. La mattina seguente arriva perfino il borgomastro, carico di scuse e di imbarazzo. Per riportarlo a Baden viene messa a disposizione la carrozza ufficiale della magistratura. Beethoven era arrivato a piedi, infangato e sotto arresto. Riparte in carrozza, accompagnato dagli omaggi delle autorità. Rimane soltanto il povero poliziotto, al quale la Storia non ha concesso neppure il tempo di cambiare espressione. Aveva compiuto il proprio dovere, aveva creduto ai suoi occhi e, a voler essere sinceri, probabilmente avremmo fatto lo stesso anche noi. Perché il genio, quando passa per strada, raramente porta un cartello con il proprio nome. E qualche volta ha davvero l’aspetto di un vecchio ubriacone. Soltanto che, sotto quel cappotto malandato, Beethoven stava già ascoltando qualcosa che nessun altro al mondo poteva ancora udire. La scena è ricostruita, ma l’episodio è tramandato dal professor Blasius Höfel e riportato da Alexander Wheelock Thayer nella sua fondamentale biografia di Beethoven. Il fatto sarebbe avvenuto nell’autunno del 1821 o del 1822; il 1821 è generalmente considerato l’anno più probabile.
  19. Da Masahiko Fuketa a una Nikon F Silver, matricola 6422946, ricevuta in regalo dagli amici di Nikonland il 27 settembre 2026. Mauro Maratta — 28 settembre 2026 La storia comincia con un ingegnere giapponese e arriva fino a un regalo che mi ha commosso. Fra queste due estremità ci sono il dopoguerra, la trasformazione della fotografia professionale, una macchina diventata un riferimento e le persone che hanno dato un significato particolare al suo arrivo nelle mie mani. L’ingegnere si chiamava Masahiko Fuketa. La macchina è una Nikon F Silver con pentaprisma semplice. Le persone sono gli amici di Nikonland, che ieri me l’hanno regalata. Vorrei ringraziarli raccontando perché un oggetto così possa contenere molto più della propria meccanica. Non so chi abbia comprato per primo questa F, quali obiettivi le abbia montato, dove l’abbia portata e quante fotografie abbia scattato. Non le attribuirò una guerra, un’Olimpiade o una spedizione che nessun documento permette di riconoscerle. Conosco la sua matricola, 6422946, e conosco il giorno nel quale è entrata nella mia storia: domenica 27 settembre 2026. La prima consente di collocarla nel tempo; il secondo le assegna un posto che nessun catalogo di collezionismo potrebbe indicare. Le monterò il mio 55mm f/1.2 del 1970 e la fotograferò anche accanto alla mia Nikon Zf Silver. Ci sarà una parentela immediatamente visibile, ma vorrei che quelle fotografie mostrassero soprattutto una distanza: due epoche, due modi di costruire una macchina, due rapporti con il gesto fotografico. E una continuità che, per me, ha un nome preciso. Tokyo, 1958. La F prende forma. Una ricostruzione pittorica immaginata, con la luce calda sul lavoro di Fuketa e l’officina oltre la finestra. L’insegna 日本光学 indica Nippon Kogaku; 昭和三十三年, sul calendario, il trentatreesimo anno Shōwa: 1958. Fuketa: prima della leggenda, il lavoroMasahiko Fuketa appartiene alla generazione di tecnici che accompagnò Nippon Kogaku dalla costruzione di strumenti ottici alla produzione delle proprie fotocamere. Fu una figura centrale nello sviluppo delle Nikon a telemetro e del progetto che avrebbe condotto alla F. Ricordarlo serve a restituire alla storia una responsabilità umana: dietro un marchio ci sono persone che scelgono, correggono e si assumono il rischio di una soluzione. Le testimonianze raccolte dalla Nikon Historical Society e la ricostruzione del Deutsches Kameramuseum consentono di seguirne il ruolo nel dopoguerra. [1] La conversione alla produzione civile impose di trasformare competenze maturate in altri settori in oggetti utilizzabili e vendibili. Le cronache aziendali descrivono studi avviati nel 1945, ricerche sui meccanismi e sui materiali, programmi che comprendevano sia una biottica sia una piccola fotocamera a pellicola 35mm. La prima Nikon avrebbe adottato il formato 24×32mm. Il progetto fotografico prese forma attraverso decisioni industriali e prove, prima di diventare la famiglia di apparecchi che oggi conosciamo. [2] È un passaggio sul quale mi piace soffermarmi. Raccontare il successo soltanto a partire dal prodotto riuscito fa sparire la parte più interessante: il momento nel quale il risultato non è garantito. Chi disegna un meccanismo deve immaginare il lavoro di una persona che ancora non conosce. Deve prevedere gli errori, le mani infreddolite, la fretta, la ripetizione dei gesti. La precisione, in una macchina fotografica, deve sopravvivere all’incontro con la vita reale. La Nikon del 1948, poi identificata come Model I, non nacque già circondata dall’aura della perfezione. Nikon stessa ricorda le contestazioni dei clienti e le correzioni che accompagnarono l’evoluzione verso la M del 1949 e la S del 1950. È una testimonianza preziosa proprio perché poco monumentale: l’affidabilità che diventerà una reputazione mondiale fu anche il risultato di problemi affrontati uno dopo l’altro. [3] Prima vennero gli obiettiviUn altro nome entra inevitabilmente nel racconto: David Douglas Duncan. Nel 1950 Jun Miki lo fotografò con un Nikkor 8,5cm f/2; l’esame dell’immagine attirò l’attenzione del fotografo americano e condusse alla visita agli stabilimenti di Nippon Kogaku insieme a Miki e Horace Bristol. Duncan acquistò obiettivi Nikkor per Leica e li utilizzò nella guerra di Corea; la pubblicazione delle sue fotografie contribuì alla notorietà internazionale di quelle ottiche. La ricostruzione Nikon è esplicita su questo punto: la storia precede la F e riguarda inizialmente anche obiettivi giapponesi montati su corpi di un’altra marca. [4] Mi sembra una premessa salutare per chiunque ami Nikon. La reputazione si costruisce con risultati che qualcuno vede e giudica, e può cominciare molto lontano dall’idea di un corredo esclusivo. Prima di diventare appartenenza, una scelta fotografica dovrebbe sempre essere una verifica. È un criterio che continuo a considerare valido anche quando la passione, come nel mio caso, ha una storia sufficientemente lunga da poter essere scambiata per ostinazione. La F arrivò dunque in un terreno già preparato. Per comprenderla bisogna tenere insieme la qualità degli obiettivi, la maturazione delle fotocamere e la capacità di ascoltare chi lavorava con entrambi. Un grande corpo macchina senza un corredo adeguato resta una promessa incompleta. Un grande obiettivo, quando non può essere usato con sicurezza e rapidità, trova un limite fuori dal proprio schema ottico. Dalla telemetro alla reflexLa SP, presentata nel 1957, rappresentava la grande ambizione Nikon nel mondo delle telemetro. La F maturò nello stesso ambiente progettuale: gli studi sulla reflex erano stati avviati intorno al 1955, mentre nel febbraio 1957 venne ordinata la costruzione di tre prototipi. La parentela con SP e S3 riguardava meccanismi e disposizione dei comandi, non una semplice somiglianza esteriore. [5] Il problema fotografico era concreto. Un mirino separato dall’obiettivo può essere eccellente e restare, tuttavia, un sistema che deve tradurre ciò che accadrà sul piano della pellicola. Guardare attraverso l’obiettivo cambia il rapporto fra previsione e risultato: la messa a fuoco, il campo inquadrato, l’effetto di una diversa focale diventano parti della stessa osservazione. Nella fotografia ravvicinata e con i teleobiettivi, questa coincidenza ha un’importanza immediatamente comprensibile. Naturalmente la reflex porta con sé altri problemi. Lo specchio deve muoversi, il mirino si interrompe durante l’esposizione, il diaframma deve consentire di osservare comodamente e poi chiudersi al valore di lavoro. Un vantaggio ottico può diventare uno svantaggio operativo se tutta questa sequenza rallenta o distrae. Il progetto della F va giudicato nella capacità di rendere abituale una successione complessa di eventi. La ricostruzione tecnica Nikon indica che circa il quaranta per cento del migliaio di componenti stimati della F era condiviso con la SP. Il corpo venne ampliato per accogliere il gruppo reflex; specchio a ritorno rapido e comando del diaframma furono organizzati con particolare attenzione all’ingombro. [6] Non ci vedo un difetto di originalità. Riutilizzare una soluzione conosciuta, quando risponde bene al problema, permette di concentrare il lavoro sulle difficoltà nuove. La maturità progettuale si riconosce anche nella capacità di scegliere ciò che merita di essere conservato. Che cosa inventò davvero la Nikon FLa F non fu la prima reflex 35mm e non inventò da sola pentaprisma, ritorno rapido dello specchio o diaframma automatico. La stessa storia ufficiale Nikon riconosce lo sviluppo di queste soluzioni presso altri costruttori. Il suo rilievo emerge dalla combinazione di precisione, robustezza, facilità d’impiego e possibilità di espansione. Mirino e schermi di messa a fuoco intercambiabili, copertura del campo del cento per cento e accessori specializzati ne facevano uno strumento pensato per esigenze diverse. [7] Attribuirle tutti i primati possibili finisce per impoverirla. La storia della tecnica è piena di invenzioni precedenti al prodotto che le rende decisive. Fra una soluzione disponibile e una soluzione sulla quale migliaia di persone sono disposte a basare il proprio lavoro esiste una distanza enorme. Si attraversa con la costruzione, l’organizzazione industriale, la coerenza del sistema e il rapporto con gli utilizzatori. Questa è, per me, la grandezza della F: l’ambizione di dare una risposta complessiva al lavoro fotografico. Quando si sceglie un sistema, si sceglie anche come affrontare il problema che ancora non si è presentato. Il corpo deve funzionare oggi, ma il corredo deve offrire una strada per domani. È una forma di fiducia molto più impegnativa del gradimento per un oggetto ben fatto. Kamekura e la forma riconoscibileAll’ingegneria si affiancò il lavoro di Yusaku Kamekura, cui Nikon attribuisce il disegno esterno della F. Il profilo rettilineo e il trattamento grafico contribuirono a renderla immediatamente riconoscibile; nel 1966 la macchina ricevette il Good Design Award. Quanto alla lettera F, la spiegazione pubblicata da Nikon la ricava da “Reflex”: l’associazione con il cognome Fuketa, per quanto suggestiva, non è la spiegazione adottata dalla cronaca aziendale. [5] Nella versione con pentaprisma semplice, quella che mi è stata regalata, questa identità si legge con particolare chiarezza. La sommità del mirino, le superfici della calotta, il contrasto fra metallo chiaro e rivestimento scuro danno alla macchina un carattere che non ha bisogno di abbondanza decorativa. La F possiede una presenza visiva molto netta: si può fotografarla come uno strumento, ma anche come una piccola architettura. È importante ricordare che questa forma, quando nacque, guardava avanti. Noi la chiamiamo classica perché conosciamo i decenni successivi. I suoi primi proprietari vedevano invece un oggetto contemporaneo, carico di possibilità. Fotografarla oggi cercando soltanto la patina del passato significherebbe dimenticare la modernità che aveva per chi la comprava nuova. Il 1959 e il problema delle dateLa F venne annunciata alla stampa nel marzo 1959; seguirono presentazioni in aprile, esportazioni verso gli Stati Uniti in maggio e il debutto commerciale sul mercato interno giapponese in giugno. [5] Sono momenti diversi. Se si vuole raccontarne la nascita con precisione, conviene distinguere annuncio, produzione e disponibilità nei diversi mercati, anziché costringerli dentro un unico giorno simbolico. Il comunicato Nikon per il cinquantenario dell’innesto F adotta giugno 1959 come data di commercializzazione della fotocamera. [8] Per la nostra storia basta conservare il senso della sequenza: nella primavera di quell’anno la nuova reflex si presentò al pubblico, e da allora iniziò a diventare, nelle mani di chi la utilizzava, qualcosa di più di un progetto riuscito. La mia arrivò molto presto in questa vicenda. Non appartiene al momento nel quale la F aveva già attraversato tutta la propria evoluzione. È un esemplare collocabile nella fase iniziale, quando il futuro del sistema doveva ancora realizzarsi. Matricola 6422946: la datazione della mia FLe tabelle di Richard de Stoutz e Nico van Dijk assegnano il blocco 642xxxx al periodo luglio 1960–gennaio 1961. La matricola 6422946 ricade in questo intervallo. Il 1960 è una datazione plausibile, ma il solo numero non documenta un mese di costruzione preciso. Le tabelle riportano inoltre intervalli sovrapposti: non sarebbe corretto dividere matematicamente il blocco per i mesi e trasformare il risultato in una data certificata. [9] Elemento Quanto possiamo affermare Modello ricevuto Nikon F Silver con pentaprisma semplice Matricola comunicata 6422946 Blocco di appartenenza 642xxxx Intervallo riportato nelle tabelle Luglio 1960–gennaio 1961 Indicazione sintetica prudente Circa 1960 Età al momento del regalo Circa 66 anni Data certa nella mia storia 27 settembre 2026 Il “64” iniziale non significa 1964. La numerazione della F parte da 6400001 nel 1959. Non è neppure possibile ricavare dal numero sul corpo una certificazione dell’originarietà del mirino o di ogni componente: su una macchina modulare e tanto longeva, la configurazione attuale va osservata materialmente. Le fotografie potranno consentire un riscontro dei particolari esterni, senza trasformarsi automaticamente in una perizia. [9] La didascalia che adotterei è quindi: “Nikon F Silver, matricola 6422946, circa 1960; blocco produttivo luglio 1960–gennaio 1961. Dono degli amici di Nikonland, 27 settembre 2026.” Mi piace che contenga insieme una data approssimata con onestà e una data che, per me, non ha alcun margine d’incertezza. Una macchina meccanica, nelle maniLa F utilizza pellicola 35mm per fotogrammi 24×36mm. L’otturatore meccanico offre tempi da un secondo a 1/1000, oltre alle pose B e T. Il dorso si sfila insieme al fondello; l’avanzamento della pellicola e il riarmo avvengono mediante la leva superiore. Con il pentaprisma semplice non c’è un esposimetro incorporato nel mirino. La scelta di tempo e diaframma rimane al fotografo, che può servirsi di una misurazione esterna. Il manuale mostra con chiarezza questo rapporto diretto fra preparazione, regolazione ed esposizione. [10] Le tendine in titanio appartengono alla storia tecnica della F, ma vanno immaginate correttamente: il movimento è orizzontale, non quello di un successivo otturatore metallico a lamelle verticali. Nikon descrive anche la possibilità di sollevare lo specchio per particolari impieghi e per obiettivi che richiedevano spazio all’interno del corpo. [6] Caratteristica Significato nell’impiego Messa a fuoco manuale Il fotografo decide dove collocare il piano nitido osservando lo schermo Diaframma automatico L’obiettivo rimane aperto per l’osservazione e si chiude al valore scelto durante lo scatto Mirino intercambiabile La modalità di osservazione può cambiare secondo il lavoro Schermo intercambiabile Il riferimento per la messa a fuoco può essere adattato all’impiego Corpo meccanico Il funzionamento dell’otturatore non dipende da una batteria Pentaprisma semplice Inquadratura ottica senza indicazione esposimetrica incorporata Fonti tecniche: manuale Nikon F e ricostruzioni Nikon. [6][7][10] Non considero la manualità una patente di superiorità. Una fotografia non diventa migliore perché ha richiesto più fatica, né un errore acquista dignità perché commesso con una macchina storica. Mi interessa piuttosto come uno strumento distribuisce le decisioni. Con la F alcune scelte tornano ad avere un gesto distinto, un prima e un dopo. L’esperienza del fotografo si rende visibile nel modo di preparare la macchina, ancora prima che nell’immagine. Il pentaprisma semplice ha poi una qualità che desidero raccontare nelle fotografie: lascia alla F una figura essenziale. Non è la configurazione più ricca di informazioni; è quella nella quale, ai miei occhi, il progetto si presenta con maggiore immediatezza. Il fatto che gli amici abbiano scelto proprio questa ha un peso nel piacere che provo a guardarla. La F diventava quello che servivaLa parola “sistema” acquista concretezza quando si osservano gli accessori. I motori F-36 e F-250 rispondevano a esigenze differenti: il primo alle normali lunghezze di pellicola, il secondo a un’autonomia fino a 250 esposizioni. La documentazione originale li presenta come strumenti per estendere il campo d’impiego della macchina, insieme alle relative alimentazioni e ai comandi. [11] Oggi una raffica è quasi un’impostazione preliminare, spesso più facile da attivare che da gestire dopo lo scatto. In una macchina a pellicola comporta invece il trasporto fisico del materiale sensibile, il riarmo dell’otturatore, il coordinamento con lo specchio e una riserva di fotogrammi rapidamente consumabile. Pensare a questa catena aiuta a capire quanto lavoro meccanico ci sia dietro una prestazione che nel linguaggio corrente finiamo per ridurre a un numero. Il sistema conta anche per un’altra ragione: permette a fotografi diversi di riconoscersi nello stesso strumento senza lavorare nello stesso modo. Chi fotografa un evento sportivo, chi riproduce un piccolo oggetto e chi prepara una sequenza scientifica possono chiedere alla macchina cose molto lontane. L’identità professionale della F vive in questa elasticità. La sua forma più semplice contiene già la possibilità di essere ampliata. Non tutte le combinazioni di corpi e accessori di epoche diverse vanno però date per scontate. “Modulare” descrive un principio progettuale; non significa che qualsiasi componente trovato oggi possa essere montato senza verifiche. È una distinzione utile soprattutto quando si passa dalla contemplazione di un catalogo alla costruzione concreta di un corredo storico. Photomic: la luce entrava nel sistemaIl percorso degli esposimetri è una piccola storia dentro la storia della F. Il Photomic del 1962 impiegava una cellula al CdS con lettura esterna, accoppiata ai tempi e ai diaframmi. [12] Il Photomic T del 1965 portò la misurazione TTL; il Tn del 1967 introdusse la lettura a prevalenza centrale, mentre il FTn del 1968 semplificò l’impostazione dell’apertura massima dell’obiettivo. [13] Anno Mirino Passaggio principale 1962 Photomic Esposimetro al CdS con lettura esterna 1965 Photomic T Misurazione attraverso l’obiettivo 1967 Photomic Tn Misurazione a prevalenza centrale 1968 Photomic FTn Indicizzazione semplificata dell’apertura massima Fonti: cronologia prodotti Nikon e “Debut of Nikon F2”. [12][13] Non si tratta soltanto di una successione di sigle. Misurare attraverso l’obiettivo avvicina l’informazione esposimetrica alle condizioni effettive di ripresa. Dare più peso al centro propone invece un criterio di interpretazione della scena: il valore suggerito dipende da dove si ritiene che il fotografo collochi la parte più importante dell’immagine. Anche un esposimetro, apparentemente neutrale, contiene un’idea di fotografia. Nella F l’evoluzione del mirino rende particolarmente leggibile il passaggio. L’oggetto cambia aspetto mentre accoglie nuove funzioni, e la silhouette del Photomic diventa a sua volta riconoscibile. La mia, con il prisma semplice, permette di guardare al punto di partenza senza confonderlo con le trasformazioni successive. È la stessa ragione per cui mi interessa conservarne nel racconto la datazione precoce. Una reputazione che doveva essere meritataLa robustezza può diventare una parola comoda. La si ripete finché sembra una qualità assoluta, indipendente dalla manutenzione, dall’età e dalle condizioni d’impiego. Preferisco intenderla come una probabilità di portare a termine il lavoro, costruita attraverso scelte tecniche e verifiche. Anche la macchina più celebrata rimane un insieme di parti soggette a usura. La leggenda non sostituisce un controllo dell’otturatore o una revisione eseguita bene. La storia della F acquista spessore quando esce dalla vetrina. Nikon documenta, per esempio, la presenza di F e F Photomic T fra le attrezzature della spedizione antartica giapponese del 1965. [13] In un contesto del genere, il valore di una macchina comprende la possibilità di continuare a lavorare lontano dall’assistenza. Non occorre inventare prove spettacolari per comprendere il significato di quella scelta. È anche il motivo per cui eviterei di raccontare il fotogiornalismo come una sfilata di corpi ammaccati. Un’ammaccatura dimostra un urto, non la qualità delle immagini. Il rapporto interessante è fra la persona e lo strumento: quanto il fotografo poteva fidarsi, quanto rapidamente poteva reagire, quanta attenzione gli rimaneva per ciò che aveva davanti. La macchina acquista valore quando sostiene quel rapporto, non quando ne prende il posto. La F nello spazio, e quel 55/1.2Nel 1971 una Nikon Photomic FTn modificata venne destinata alla missione Apollo 15. La preparazione richiese interventi su materiali, finiture e comandi: la documentazione Nikon descrive rivestimenti speciali, trattamento nero opaco e adattamenti per agevolare l’azionamento. Non era un corpo commerciale semplicemente prelevato dallo scaffale. [14] Nikon precisa inoltre che le macchine fornite alla NASA montavano 55mm f/1.2, anch’essi con finitura nera opaca. [3] È un collegamento che mi riguarda da vicino, perché ho già deciso quale obiettivo montare sulla mia F. Non ne nasce una pretesa somiglianza con un esemplare spaziale: il mio è un normale obiettivo fotografico del 1970. Nasce invece la possibilità di raccontare come un medesimo tipo di strumento potesse entrare in lavori e vicende lontanissimi. La presenza in una missione lunare va descritta con precisione, senza dedurne automaticamente un uso sulla superficie della Luna. Il dato qui documentato è la partecipazione del sistema modificato ad Apollo 15. Nel 1973 seguirono forniture per Skylab, con un ulteriore sviluppo delle attrezzature. [15] Mi colpisce la distanza fra la destinazione eccezionale di quelle macchine e la familiarità dell’oggetto che posso tenere in mano. Un buon progetto può essere portato molto lontano dalle condizioni nelle quali lo incontriamo normalmente; ma per comprenderne il valore non è indispensabile mandarlo nello spazio. Basta anche guardare con attenzione quanto lavoro permette di fare sulla Terra. Il mio Nikkor 55mm f/1.2 del 1970Il Nikkor-S Auto 55mm f/1.2 venne introdotto nel 1965. Il progettista fu Yoshiyuki Shimizu; Nikon ricostruisce un lavoro avviato fino al completamento del disegno ottico nel 1964 e sfociato nella produzione l’anno successivo. La focale di 55mm aiutava a raggiungere l’apertura f/1.2 nei vincoli di una reflex. Il successivo 50mm f/1.2 sarebbe arrivato nel 1978. [16] Il mio esemplare del 1970 è dunque più giovane del corpo. Non presenterò l’accoppiata come una configurazione originale del 1960: rappresenta una possibilità maturata durante la vita del sistema. È, a mio avviso, persino più interessante. Una fotocamera continuava a ricevere nuovi obiettivi, e un acquisto precedente poteva partecipare a un avanzamento tecnico successivo. La trattazione Nikon del 55/1.2 descrive una resa variabile con il diaframma, più morbida e caratterizzata alle grandi aperture, più incisa chiudendo. [16] Sarà interessante farne anche un tema fotografico, senza attribuire a priori al mio esemplare risultati che andranno verificati. La memoria di un obiettivo e la fotografia prodotta oggi da quell’obiettivo sono due cose che meritano di incontrarsi davvero. Visivamente, il 55 darà alla F una presenza diversa da quella di un normale più piccolo. Nella fotografia d’insieme vorrei che si leggessero entrambe le personalità: l’ordine del corpo e la grande apertura dell’obiettivo. Non una natura morta nella quale il vetro diventa un ornamento, ma il ritratto di una coppia di strumenti pensati per lavorare. La F2 e la fine della produzioneLa F2 arrivò nel 1971 e affinò l’esperienza della F con un otturatore fino a 1/2000, uno specchio più grande, il dorso incernierato e una posizione del pulsante di scatto più comoda. [17] La successione permette anche di guardare con equilibrio alla macchina precedente: aveva margini di miglioramento reali, che la familiarità e il prestigio non cancellavano. La cronaca Nikon colloca la cessazione della produzione della F nel settembre 1973 e l’esaurimento delle vendite nel giugno 1974, indicando circa 862.600 esemplari. Le tabelle collezionistiche estendono gli ultimi blocchi produttivi all’ottobre 1973. [9][13] Conviene conservare questa piccola differenza fra fonti, distinguendo soprattutto fine della produzione e permanenza commerciale: il 1974 non va trasformato automaticamente nell’anno di costruzione di ogni ultimo esemplare venduto. Il passaggio alla F2 non rende la F una parentesi chiusa. Quando un progetto ha organizzato il lavoro di tante persone, la sua eredità continua nei gesti, nei corredi conservati, nelle aspettative rivolte ai prodotti successivi. La macchina smette di essere prodotta, ma il criterio con il quale viene giudicata la sua erede deriva ancora da lei. La durata dell’innesto e il valore della continuitàL’innesto F sopravvisse alla fotocamera dalla quale prese il nome. Nikon ne ha sottolineato la continuità della struttura fondamentale attraverso l’introduzione dell’indicizzazione AI, dei collegamenti elettronici, dell’autofocus e della fotografia digitale. [8] Questo non equivale a compatibilità universale fra ogni corpo e ogni obiettivo: interfaccia meccanica e disponibilità delle funzioni sono questioni da distinguere. Per un fotografo la continuità ha un valore molto concreto. Permette di conservare strumenti conosciuti, di costruire il corredo per aggiunte e di mantenere un rapporto con il proprio modo di vedere. Un obiettivo può accompagnare più corpi; il suo significato personale può durare più a lungo della macchina sulla quale è stato acquistato. Il mio 55/1.2, pronto a incontrare questa F, è un esempio domestico e tangibile di tale possibilità. Oggi considero questa durata anche da un altro punto di vista. In un ambiente nel quale spesso discutiamo del prossimo aggiornamento, una macchina di circa sessantasei anni impone una scala diversa. Non dimostra che il progresso fosse superfluo. Dimostra che un oggetto può continuare a essere comprensibile e desiderabile molto tempo dopo che le sue prestazioni sono state superate. La F Silver accanto alla Zf SilverNikon indica esplicitamente nella FM2 l’ispirazione formale della Zf. [18] Non sarebbe corretto presentare la mia Zf Silver come la riproduzione digitale della F. La parentela che voglio fotografare è più ampia: un linguaggio di superfici, ghiere e proporzioni che permette a chi conosce queste macchine di riconoscere una famiglia, pur vedendo immediatamente le differenze. Nikon F con pentaprisma semplice Nikon Zf Pellicola 35mm Sensore digitale FX Osservazione ottica attraverso specchio e prisma Mirino elettronico Messa a fuoco manuale Autofocus e messa a fuoco manuale Regolazione manuale dell’esposizione Esposizione automatica o manuale Innesto F Innesto Z Nessuna revisione immediata dello scatto sul corpo Controllo immediato dell’immagine registrata Riferimenti: manuale F e documentazione Nikon Zf. [10][18] Nelle fotografie non vorrei che la Zf facesse la parte della macchina giovane chiamata a rendere omaggio a un’antenata ormai muta. Sono due presenze vive, in modi differenti. La F ci consente di leggere la costruzione di un’idea; la Zf mostra come una forma riconoscibile possa ospitare un’esperienza profondamente cambiata. Il piacere di azionare una ghiera può rimanere, mentre tutto ciò che accade dopo quel gesto appartiene a un altro mondo. Per questo le affiancherò senza cercare di nascondere le differenze dimensionali o di cancellare i segni dell’età. Non mi interessa ottenere due oggetti apparentemente identici. Mi interessa che la luce faccia vedere quanto tempo passa fra loro, e quanto di quel tempo io senta comunque mio. 27 settembre 2026Ed eccoci a ieri. Gli amici di Nikonland mi hanno regalato questa F e mi hanno commosso. Posso scrivere a lungo di meccanica, di ottica e di storia industriale; davanti a un gesto del genere, però, il punto diventa molto semplice. Qualcuno ha pensato a me e ha scelto qualcosa capace di parlarmi. In una comunità fotografica si discute parecchio. Di macchine, di obiettivi, di immagini riuscite e mancate; a volte anche troppo degli strumenti e troppo poco delle fotografie. Ma una comunità diventa reale quando, dentro tutte quelle discussioni, le persone imparano a conoscersi. Allora un regalo può essere preciso quanto una frase detta al momento giusto. Questa F lo è stata. Non conosco i nomi di tutte le persone che l’hanno posseduta prima di me. La sua matricola non mi restituisce i loro volti. Da ieri, però, so quali persone ricorderò quando la prenderò in mano. È un cambiamento che non lascia un segno sulla calotta e non modifica il valore scritto in una scheda d’asta, ma modifica completamente il valore che quella macchina ha per chi la riceve. La fotograferò con il mio 55/1.2 e con la Zf Silver. Cercherò una luce capace di descriverla bene, perché questo oggetto merita attenzione. Ma il ringraziamento è già qui: avete scelto una Nikon che porta dentro la storia dalla quale veniamo, e l’avete fatta arrivare nella mia attraverso la vostra amicizia. La F fu pensata per conservare immagini. Questa, da ieri, conserva anche un gesto. Grazie, amici miei. apparato bibliografico di questo articolo : Deutsches Kameramuseum, Nikon Messsucherkameras, per Fuketa e il dopoguerra. Nikon Historical Society, pubblicazione con testimonianze e intervista a Fuketa: individuata tramite indice di ricerca; il PDF non è risultato integralmente consultabile in questa sessione e non è utilizzato per citazioni testuali o dettagli biografici minuti. Nikon, Nikon Rangefinder Cameras, per gli studi del dopoguerra e la prima fotocamera. Nikon, Corporate History, sezioni Nikon Model I e Apollo 15: problemi iniziali, sviluppo della famiglia e 55mm f/1.2 delle forniture NASA. Kouichi Ohshita, NIKKOR — The Thousand and One Nights, n. 36, per Miki, Duncan e il Nikkor 8,5cm f/2. Nikon, Debut of Nikon F, per avvio degli studi, prototipi, Kamekura, nome e tappe del lancio. Nikon, Camera Chronicle, vol. 6: Nikon F, part II, per derivazione meccanica dalla SP, specchio e tendine. Nikon, Camera Chronicle, vol. 5: Nikon F, per visione di sistema, precedenti reflex e mirino. Nikon, 50th anniversary of Nikon F-mount, 3 marzo 2009, per commercializzazione nel giugno 1959 e continuità della baionetta. Richard de Stoutz, Nikon/Nikkor F Serial Numbers and Production Dates e Nico van Dijk, Nikon F serial numbers. Entrambe riportano luglio 1960–gennaio 1961 per 642xxxx; l’accordo fra tabelle non prova che derivino da archivi indipendenti. La datazione presume che la calotta numerata appartenga originariamente al corpo. Nikon F, manuale originale riprodotto da ManualsLib e trascrizione del manuale F, per comandi e caratteristiche operative. Nikon Motor Drive, istruzioni F-36 e F-250: denominazioni e capacità riscontrate nell’indicizzazione della documentazione originale; PDF non integralmente consultabile nella sessione. Non vengono attribuite cadenze o compatibilità specifiche non verificate. Nikon, Our Product History: 1960’s–1910’s, per il primo Photomic. Nikon, Debut of Nikon F2, per T/Tn/FTn, Antartide, chiusura produttiva e commerciale della F. La fonte indica settembre 1973 per la cessazione produttiva, contro ottobre nelle tabelle di matricole. Nikon, Frontiers of Vision n. 10: The Nikon Photomic FTN, per Apollo 15 e modifiche richieste dalla NASA. Nikon, Camera Chronicle, vol. 12: Special titanium Nikon cameras and NASA cameras, per Apollo 15 e Skylab. Nikon, NIKKOR — The Thousand and One Nights, n. 49: Nikkor-S Auto 55mm f/1.2, per Shimizu, cronologia e caratteristiche di resa. Nikon, Our Product History: 1970’s, per la F2 del 1971. Nikon, presentazione Zf, 20 settembre 2023 e Nikon, pagina prodotto Zf, per ispirazione FM2, configurazione mirrorless e versione Silver.
  20. 😆Secondo me, ci vorrebbe uno psicologo per spiegare il fatto che in queste foto l'occhio vi cada sul contenuto della carrozzina ! 😁
  21. Ciao Nino, benvenuto. Qui da noi ti potrai confrontare anche sulla "scienza del colore" di Nikonland 😅

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