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Mauro Maratta

Administrator

Everything posted by Mauro Maratta

  1. Bene, io sto trovando bug e aree di miglioramento che sto tenendo a mente per una release successiva. Se avete suggerimenti, siamo qui.
  2. AI in Action (per ora molto lenta ma sappiamo come migliorare le prestazioni. Servono comunque computer potenti). I criteri di selezione sono in corso di validazione. Per ora ne scarta molte ma non abbastanza. Da aggiungere : macchina tagliata, ostacolo davanti alla macchina, scegliere una foto con il soggetto che riempie meglio il fotogramma rispetto ad una che invece ha il soggetto più piccolo, tagliare foto scure o troppo chiare. Vi aggiorno sugli sviluppi. Da oggi Select ha la massima priorità.
  3. Prova questi passaggi : Chiudere Develop. In FilmBox scegliere RIPRISTINA → Copia inclusa. Questa operazione usa i file locali e non richiede il download. Controllare che INFO riporti “FilmLibrary condivisa: pronta”, poi riaprire Develop. Se “Copia inclusa” fallisce, serve il messaggio esatto di quell’operazione: è il passaggio che ci manca per individuare la causa. Per quanto riguarda l'aggiornamento non riuscito, per ora non è attivo. A regime consentirà al tuo Filmbox locale di prendere gli aggiornamenti di pellicole (se disponibili) direttamente da Nikonland in automatico. Mentre per l'importazione di pellicole tue, dentro Filmbox, non è previsto e non sarà previsto. Filmbox conterrà solo pellicole certificate da Nikonland con tanto di firma autentica. Eventuali vecchie versioni, dovranno essere conservate dentro NX Studio (l'allineamento di NX Studio non cancella i tuoi PC, li mette in coda a quelli di Filmbox).
  4. e schede di memoria, power bank, lard disk, DAS ... stampanti, carte, inchiostri (per chi stampa quello che fotografa) !
  5. «Se compro anche il 35 e l’85 mia moglie mi ammazza» Piccolo manuale di sopravvivenza per fotografi durante i saldiA margine dell’articolo sulle prossime giornate di offerte fotografiche, un iscritto ha scritto: La frase, accompagnata dall’inevitabile faccina che ride, riassume perfettamente il problema. Il fotografo non si domanda se gli servano davvero due nuovi obiettivi. Non si domanda nemmeno quanto costino. La sua prima valutazione è di carattere medico-legale: posso comprarli e restare in vita? Precisiamo subito che in questo articolo parleremo di “mogli” perché così recita il messaggio originale. Ma quanto segue vale anche per mariti, compagne, compagni e per qualunque persona condivida l’abitazione, il conto corrente o almeno il diritto di aprire la porta al corriere. «Questo obiettivo? L’ho sempre avuto»È la più antica strategia del fotografo coniugato. Il nuovo acquisto viene tolto rapidamente dalla scatola, liberato dagli imballaggi e depositato nello scaffale insieme agli altri. La confezione viene smaltita in un cassonetto situato ad almeno tre comuni di distanza. Quando il coniuge domanda: la risposta prevista dal protocollo è: La tecnica può funzionare con un piccolo 35mm nero inserito tra altri sette obiettivi neri. Diventa meno credibile quando compare improvvisamente in salotto un 600mm f/4 lungo quanto un bambino di otto anni, dentro una valigia rigida munita di ruote. In quel caso sostenere che fosse sempre stato lì significa mettere in dubbio non soltanto la memoria della moglie, ma anche le dimensioni precedenti dell’abitazione. Probabilità di successo: 18% con un pancake; 0,3% con un supertele. «Era in offerta»Questa giustificazione si basa su un ardito principio economico: Purtroppo l’amministrazione familiare potrebbe osservare che dal conto corrente siano comunque usciti 1.800 euro e che i 400 risparmiati non risultino depositati da nessuna parte. Il fotografo esperto mostrerà allora il prezzo di listino barrato, il bollino rosso, lo screenshot dell’offerta e possibilmente un grafico storico. La moglie guarderà il totale pagato. Fine della perizia. Probabilità di successo: inversamente proporzionale all’importo della carta di credito. «Ho dato dentro quello vecchio»La permuta rappresenta una versione evoluta della precedente strategia. Il fotografo dichiara: Questa frase contiene spesso una parte di verità. Il vecchio obiettivo è stato effettivamente consegnato al negoziante. Poi sono stati aggiunti 2.700 euro, dettaglio considerato tecnicamente marginale e quindi omesso dalla relazione orale. Se interrogato sulla differenza versata, il fotografo potrà tentare: L’espressione ottica definitiva è documentata fin dagli albori della fotografia. Non risulta però che ne sia mai stato trovato un esemplare. Probabilità di successo: discreta, purché nessuno chieda di vedere l’estratto conto. «Me l’ha prestato un amico»Questa strategia richiede nervi saldi, buona memoria e la disponibilità di un amico sufficientemente complice. Il nuovo obiettivo entra in casa come semplice prestito temporaneo. Dopo sei mesi è ancora lì. Dopo un anno viene incluso nell’assicurazione dell’attrezzatura. Dopo due anni il fotografo sostiene che l’amico non abbia fretta di riaverlo. Il piano crolla definitivamente quando la moglie incontra l’amico e gli dice: E l’amico risponde: A quel punto non resta che trasferirsi a casa dell’amico. Se ancora disponibile. Probabilità di successo: dipende più dall’amico che dall’obiettivo. «Serve per fotografare meglio te e i bambini»Questa è una delle tecniche più audaci perché trasforma l’acquisto in un servizio alla famiglia. L’85mm f/1.2 non è un capriccio. È uno strumento indispensabile per conservare i ricordi familiari. Il 50mm serve per i compleanni. Il 35mm per le vacanze. Il 135mm per i ritratti spontanei. Il 400mm per fotografare i bambini senza turbarne la naturalezza. L’800mm con moltiplicatore, presumibilmente, per riprendere la famiglia dalla provincia confinante. La strategia presenta un solo punto debole: dopo l’acquisto, il fotografo deve effettivamente fotografare la famiglia. Se l’obiettivo destinato ai ritratti della moglie produce nei primi sei mesi 4.700 fotografie di garzette e nessuna della moglie, il finanziamento potrebbe essere revocato. Probabilità di successo: elevata se seguita da belle fotografie stampate; bassissima se seguita da un pomeriggio al capanno. «È un investimento»Attenzione: terreno minato. Una casa può essere un investimento. Un titolo di Stato può essere un investimento. Un raro obiettivo storico acquistato con competenza potrebbe perfino rivalutarsi. Lo zoom appena uscito, comprato al prezzo di lancio e sostituito diciotto mesi dopo dal modello II, generalmente non lo è. Il fotografo potrà comunque affermare: La moglie potrebbe rispondere: Non esiste controreplica conosciuta. Probabilità di successo: non rilevabile dagli strumenti attualmente disponibili. «Costa quanto una borsetta»Argomento sconsigliato dalla Convenzione di Ginevra e dai principali manuali di sopravvivenza matrimoniale. Non importa se la moglie possieda davvero una borsetta costosa. Non importa se abbia acquistato scarpe, gioielli, biciclette, strumenti musicali o una collezione completa di porcellane danesi. Aprire una contabilità comparata dei rispettivi piaceri è il modo più rapido per trasformare l’acquisto di un obiettivo in un’indagine fiscale estesa agli ultimi ventisette anni. Durante l’interrogatorio potrebbero riemergere anche il treppiedi del 2014, la stampante del 2018 e quella borsa fotografica che doveva essere «l’ultima». Probabilità di successo: nessuna. Possibili danni collaterali. La mimetizzazione cromaticaSecondo una diffusa teoria fotografica, tutti gli obiettivi neri sembrano uguali. Pertanto un nuovo 50mm può essere introdotto tra il 35 e l’85 senza alterare visibilmente il paesaggio domestico. È un’illusione. Le mogli riconoscono perfettamente l’arrivo di un nuovo obiettivo. Non necessariamente dal barilotto, ma da una serie di segnali: il fotografo controlla il citofono ogni quattro minuti; improvvisamente si offre di scendere a buttare la spazzatura; segue il furgone del corriere sulla mappa satellitare; apre la porta prima ancora che venga suonato il campanello; trascorre la serata fotografando pile, soprammobili e confezioni di biscotti a tutta apertura; il giorno successivo dichiara che il vecchio obiettivo «non aveva carattere». A quel punto il colore del nuovo acquisto è irrilevante. La sola strategia che funzionaDopo avere esaminato decenni di tentativi, Nikonland è costretta a comunicare una conclusione poco spettacolare. L’unico sistema ragionevolmente sicuro consiste nel parlarne prima. Stabilire una cifra destinata agli hobby, vendere davvero ciò che non si usa, spiegare perché si desidera quell’obiettivo e accettare serenamente che la risposta possa essere: Non è altrettanto avventuroso quanto intercettare il corriere all’angolo della strada, ma riduce sensibilmente il rischio di dormire sul divano abbracciati al nuovo 85mm. Può essere utile anche una regola semplice: entra un obiettivo, ne esce un altro. Purché quello in uscita non sia un filtro UV del 1997. E soprattutto, dopo l’acquisto, usiamolo. Facciamo fotografie, stampiamole, mostriamo che quella nuova lente non è soltanto un soprammobile tecnologico accolto in casa con una cerimonia religiosa. Magari dedichiamo anche qualche bella fotografia alla persona che ha sopportato anni di corrieri, zaini aperti sul letto, sveglie alle cinque per fotografare l’alba e discussioni sulla differenza fondamentale tra un 85mm e un altro 85mm. In conclusioneIl 6 e 7 ottobre arriveranno le offerte Amazon. A novembre arriverà il Black Friday. Potrebbero esserci buone occasioni anche per quel 35mm e quell’85mm. Prima di comprarli, però, verificate tre cose: che vi servano davvero; che il prezzo sia realmente conveniente; che in casa sia disponibile un divano sufficientemente comodo. Perché una moglie comprensiva può accettare molte cose. Ma difficilmente crederà che il gigantesco scatolone appena consegnato contenga:
  6. Piccola guida agli acquisti fotografici senza febbre da carrelloIl calendario commerciale dell’autunno 2026 comincia a scaldare i motori. Il 6 e 7 ottobre Amazon propone la Festa delle Offerte Prime. Poi, dal 27 al 30 novembre, arriveranno Black Friday, fine settimana delle offerte e Cyber Monday. Saranno giorni popolati da percentuali rosse, cronometri inesorabili, prezzi barrati, lampi, sirene e scritte del tipo: ULTIMI DUE PEZZI! Che, tradotto dal linguaggio commerciale, significa generalmente: Deciditi prima di avere il tempo di capire se ti serve davvero. Nikonland non intende opporsi al commercio mondiale né invitare gli iscritti a ritirarsi sulle montagne vivendo di bacche, fotografia analogica e obiettivi ereditati dal nonno. Un’offerta autentica può essere un’ottima occasione. Ma un prodotto inutile scontato del 40% resta un prodotto inutile. Soltanto acquistato con maggiore soddisfazione. Ottobre: il mese degli accessori?La Festa delle Offerte Prime potrebbe essere particolarmente interessante per tutto ciò che accompagna la fotografia senza necessariamente comparire nella fotografia. Per esempio: schede SD e CFexpress; lettori di schede; SSD interni ed esterni; dischi per il backup; batterie e caricabatterie; treppiedi e teste; borse e zaini; flash, illuminatori LED e piccoli accessori da studio; stativi, morsetti, fondali e modificatori di luce; monitor, tavolette grafiche e periferiche; carta e materiali di consumo per la stampa. Sono prodotti che Amazon tratta normalmente in grandi quantità e sui quali possono comparire riduzioni interessanti. Naturalmente occorre sapere che cosa stiamo acquistando. Una scheda CFexpress da 1 TB a un prezzo meraviglioso non è necessariamente adatta alla nostra fotocamera. Una batteria compatibile dal nome fantasioso potrebbe costare pochissimo perché contiene all’incirca l’energia necessaria ad accendere il display e mostrare la scritta «batteria scarica». Un treppiedi da ventinove euro dichiarato capace di sostenere venticinque chilogrammi potrebbe invece avere una carriera più promettente come antenna radio. Il prezzo è importante. Ma vengono prima compatibilità, affidabilità e utilizzo previsto. E fotocamere e obiettivi?Anche corpi macchina e obiettivi possono essere proposti in offerta, naturalmente. Ma qui conviene aumentare il livello di attenzione. Quando la spesa diventa importante, non basta confrontare due numeri. Bisogna controllare: chi vende realmente il prodotto; se è destinato al mercato italiano o europeo; quale garanzia viene offerta; se il prezzo comprende eventuali promozioni del produttore; se esistono cashback, kit o estensioni di garanzia; quanto costa lo stesso prodotto presso Nikon Store, Nital e i rivenditori specializzati; se l’articolo è nuovo, ricondizionato, restituito o proveniente da altri mercati. Spedito da Amazon non significa necessariamente venduto da Amazon. E cento euro risparmiati al momento dell’acquisto possono perdere rapidamente fascino se, al primo problema, la garanzia richiede un corso di diritto internazionale e tre mesi di corrispondenza con un venditore stabilito oltre gli Urali. Per fotocamere e obiettivi importanti il Black Friday potrebbe presentare occasioni migliori rispetto all’appuntamento di ottobre. Ma non è una legge fisica: dipenderà dai modelli, dalle disponibilità e dalle campagne dei produttori. La lista della spesa si prepara primaIl sistema più efficace per approfittare delle offerte è molto poco spettacolare: decidere prima che cosa ci interessa. Non la categoria generica. Non «un obiettivo per i ritratti». Non «magari un SSD». Il modello preciso. Per esempio: Oppure: Oppure ancora: A quel punto possiamo annotare il prezzo normale di oggi e confrontarlo con quello proposto durante la promozione. Senza questo piccolo lavoro preventivo, il prezzo barrato diventa la nostra unica fonte d’informazione. E il venditore, sorprendentemente, potrebbe non essere la persona più imparziale a cui chiedere se l’affare sia davvero eccezionale. Ottobre o novembre?In linea molto generale, potremmo organizzare la sorveglianza così: Prodotto 6–7 ottobre 27–30 novembre Che cosa controllare Schede e memorie Molto interessante Interessante Velocità reale, capacità e venditore SSD e dischi Molto interessante Molto interessante Interfaccia, prestazioni e garanzia Batterie e alimentazione Interessante Interessante Compatibilità, sicurezza e provenienza Luci e accessori Interessante Molto interessante Sistema, attacco e reale utilità Monitor e computer Interessante Molto interessante Specifiche esatte e prezzo precedente Borse e treppiedi Interessante Interessante Modello preciso, peso e portata reale Fotocamere e obiettivi Da verificare Da sorvegliare con attenzione Garanzia, mercato e promozioni ufficiali Non è una previsione della psicostoria applicata al commercio elettronico. È soltanto un modo per non controllare cinquantamila prodotti indiscriminatamente. Le cinque domande prima del clicDavanti a un’offerta fotografica particolarmente seducente, possiamo fermarci trenta secondi e domandarci: Avevo già pensato di acquistare questo prodotto prima di vederlo scontato? Conosco il suo prezzo normale e quello minimo raggiunto in passato? È esattamente il modello che mi serve? Venditore, garanzia e condizioni sono chiari? Lo userò realmente nei prossimi mesi? Se le risposte sono cinque sì, potrebbe essere un buon acquisto. Se la risposta principale è: probabilmente stiamo comprando lo sconto, non il prodotto. Il consiglio finale di NikonlandPreparate ora una lista breve: tre, quattro o cinque prodotti al massimo. Annotate il prezzo attuale, stabilite una cifra alla quale sareste realmente disposti a comprare e confrontate più rivenditori. Durante le giornate promozionali potrete così decidere rapidamente, senza farvi guidare dal cronometro che lampeggia sullo schermo. Nikonland potrà segnalare le occasioni fotografiche che ci sembreranno autenticamente interessanti. Ma non trasformeremo il sito in un volantino del supermercato né definiremo «imperdibile» ogni cavo USB ribassato di tre euro. Perché gli acquisti migliori non sono necessariamente quelli con lo sconto maggiore. Sono quelli che, una volta aperta la scatola, ci fanno uscire a fotografare. E ricordiamoci sempre la prima regola dell’economia fotografica: il modo più sicuro per risparmiare 2.000 euro su un obiettivo è non comprare un obiettivo da 2.000 euro che non ci serve.
  7. considera che per il black-friday, l'anno scorso hanno praticamente svenduto tutti i modelli non di ultimissima presentazione. (27-30 novembre 2026; ma il 6-7 ottobre è previsto anche un October Prime Day su Amazon.it)
  8. io ne ho 14. Hai letto i tanti test online su questo sito ?
  9. Per le pellicole, controllate Filmbox, finestra Info c'è il riferimento alla FilmLibrary certificata.
  10. Vale per tutti quelli che non hanno rete di assistenza locale (tutti i cinesi).
  11. No one ? Tutti alla macchia sotto un telo mimetico, oppure atterriti dall’impennata dell’inflazione ?
  12. E anche il contest di settembre si é chiuso. Se volete, potete commentare. In caso si voglia proclamare un vincitore, serviranno le prime tre classificate. Alla sensibilità di ognuno.
  13. É questo il senso. Eppure c'é scritto chiaramente, anche nel titolo per chi si annoia a leggere il resto. Che Luciano si sia fermato al primo post dove parlano ... i soliti lombardi alla prima crociata e ... gli sia sfuggita la nuova proposta ? Ci si vede tutti l'11 ottobre, chi di presenza, chi virtualmente. Ma fuori, per strada a fotografare.
  14. le pellicole sono nel primo riquadro ma per vederle devi prima installarle l’ultima versione di Filmbox che aggiorna l’archivio 😉
  15. Pubblicata la versione 2.0.8 totalmente riscritta. E' da provare anche in termini di disposizione comandi che per ora sono molto da "informatici" per fare in fretta. Nella prossima release ci sarà anche l'espansione generativa associata alla geometria del ritaglio (si potrà scegliere se rifilare la foto con la taglierina automaticamente o se generare gli angoli tagliati con parti create automaticamente dall'AI, così come si potrà riquadrare un soggetto, generando all'occorrenza parti di sfondo che mancano). E anche un controllo del campo di sfuocatura davanti e dietro al soggetto. Capirete che io sono sensibile al genere ritratto. Per altri generi dovete suggerire voi cosa effettivamente possa essere utile.
  16. Aggiornato con le ultime annotazioni. Più modifiche estetiche. Un programma così ben riuscito non è il caso di "rovinarlo". (Mario Testino ad Adriana Lima : hai un culo celestiale, non fartelo rovinare !).
  17. Ai miei tre lettori, consiglio particolarmente il disco Mirare del 2009 inciso da Claire Desert, che offre una visione complessiva sulle musiche di Schumann, Wieck e Brahms attorno all'oggetto di questi fogli colorati.
  18. Un tema per treRobert, Clara, Johannes e il segreto delle Bunte BlätterLe nostre due fotografie immaginano momenti diversi della stessa storia. Nella prima Robert Schumann siede solo, in una sera d’inverno, circondato da vecchi manoscritti. Nella seconda Clara è davanti al pianoforte, immersa nella musica che ha appena ricavato da uno di quei fogli. Fra le due immagini trascorrono forse diciotto mesi. Eppure, senza che nessuno possa ancora saperlo, nella stanza è già presente anche Johannes Brahms. Le Bunte Blätter, op. 99, non nacquero come un ciclo unitario. Robert le raccolse ripescando quattordici pezzi composti fra il 1834 e il 1849: pagine rimaste nei cassetti, escluse da raccolte precedenti, dimenticate o semplicemente in attesa di un luogo nel quale poter finalmente esistere. Furono pubblicate nel 1852 con un titolo meraviglioso e modesto: Fogli colorati. Non un grande affresco, ma una manciata di frammenti salvati dal tempo. Possiamo dunque immaginare Schumann nella sua casa di Düsseldorf mentre apre cartelle, riconosce una melodia, scarta un foglio e ne trattiene un altro. Ogni manoscritto gli restituisce una stagione della propria vita. Non sta componendo musica nuova: sta incontrando l’uomo che era stato. È un archeologo della propria memoria. Fra quelle pagine ve n’è una brevissima, appena una facciata: il quarto pezzo della raccolta, il primo dei cinque Albumblätter. È in fa diesis minore e porta l’indicazione Ziemlich langsam, piuttosto lentamente. La melodia procede con la gravità quieta di un corale; sotto di essa si avverte il passo remoto di una gavotta, quasi una danza antica osservata attraverso il vetro appannato del ricordo. Schumann ripete poche note, ma cambia la luce armonica che le circonda. La stessa frase appare ogni volta diversa, proprio come un volto amato quando lo si guarda in momenti differenti della vita. Era una pagina piccola persino per Schumann, maestro delle miniature. Ma conteneva uno spazio nel quale altri avrebbero potuto entrare. Il 29 maggio 1853 Clara tornò a comporre dopo un lungo silenzio. Voleva preparare una sorpresa per il quarantatreesimo compleanno di Robert, l’8 giugno, e scelse proprio quel piccolo Albumblatt delle Bunte Blätter. Nel diario confessò quanto le risultasse difficile ricominciare: era rimasta lontana dalla composizione troppo a lungo. Eppure, in pochi giorni, da quella pagina nacquero le sue Variazioni su un tema di Robert Schumann, op. 20. È questo il momento raccontato dalla nostra seconda fotografia. Clara non è la moglie devota che esegue docilmente la musica del marito e neppure la musa che attende di essere celebrata. È una compositrice al lavoro. Prende il tema di Robert, lo studia, lo interroga e lo conduce attraverso sette variazioni senza mai distruggerne la fisionomia. Lo illumina, lo rende mobile, lo spezza fra le mani, lo trasforma in canone, in corsa, in confessione. La sua prodigiosa tecnica pianistica non diventa esibizione, ma conoscenza. Sul manoscritto destinato al compleanno scrisse una dedica quasi timida: «Al mio amato marito, per l’8 giugno 1853, un nuovo debole tentativo della sua vecchia Clara». Non era affatto un debole tentativo. Era una dichiarazione d’amore espressa nella sola lingua che entrambi conoscevano senza bisogno di traduzione. Robert aveva consegnato a Clara un tema. Clara glielo restituiva trasformato, ma ancora riconoscibile. Marito e moglie si parlavano attraverso la variazione: non ripetere l’altro, non cancellarlo, bensì rivelare ciò che la sua voce conteneva e che forse neppure lui aveva udito. Poi, il 30 settembre 1853, alla porta degli Schumann si presentò un giovane di vent’anni, giunto da Amburgo con una lettera di raccomandazione di Joseph Joachim. Si chiamava Johannes Brahms. Robert ascoltò quel ragazzo suonare e credette di riconoscere in lui l’artista atteso da una generazione. Poche settimane dopo lo annunciò al mondo nell’articolo Neue Bahnen, “Vie nuove”. Clara lo osservò con maggiore prudenza, poi con stupore, infine con un affetto destinato a cambiare per sempre la vita di entrambi. Johannes entrò nella casa degli Schumann come un ospite e, quasi senza accorgersene, entrò anche nella loro musica. Nel febbraio del 1854 Robert precipitò nel Reno. Sopravvisse al tentativo di suicidio e fu ricoverato nella casa di cura di Endenich. Clara rimase a Düsseldorf, incinta dell’ottavo figlio, con una famiglia da sostenere e un dolore al quale non era permesso concedersi interamente. Johannes le rimase accanto, occupandosi dei figli, delle questioni pratiche e soprattutto della musica, l’unico territorio nel quale la presenza di Robert poteva ancora manifestarsi senza essere profanata. Il 24 maggio Clara suonò per Brahms le variazioni composte l’anno precedente per il compleanno del marito. Johannes riconobbe immediatamente ciò che esse rappresentavano. Non rispose con una lettera né con parole di consolazione. Fece ciò che avevano fatto Robert e Clara: prese lo stesso Albumblatt in fa diesis minore e cominciò a variarlo. Nacquero così le sedici Variazioni su un tema di Schumann, op. 9. Sul manoscritto Brahms scrisse: «Piccole variazioni sopra un tema di Lui, dedicate a Lei». Non servivano nomi. “Lui” era Robert. “Lei” era Clara. Johannes si collocava grammaticalmente fuori dalla frase, ma musicalmente ne era ormai parte. Le variazioni di Brahms non sono soltanto un omaggio al maestro. Sono il tentativo di custodire una casa che sta crollando. Il giovane compositore assume alcuni dei gesti più intimi di Robert, arriva a firmare certe variazioni con le lettere “B” e “Kr”, Brahms e Kreisler, come Schumann aveva affidato le proprie anime contrapposte a Florestano ed Eusebio. Nella decima variazione fa inoltre riaffiorare una melodia appartenente alla giovinezza di Clara: la Romance variée op. 3, sulla quale Robert aveva composto molti anni prima i propri Impromptus op. 5. Il cerchio si chiude e, nello stesso momento, si apre. Clara aveva offerto un tema al giovane Robert; Robert lo aveva variato. Anni dopo Robert aveva scritto il piccolo Albumblatt; Clara lo aveva trasformato per il suo compleanno. Infine Johannes raccolse entrambe le memorie e le fece convivere nella propria op. 9. Non una dichiarazione d’amore nel senso più semplice e indiscreto del termine, ma qualcosa di più profondo: la richiesta di essere ammesso in un linguaggio privato che esisteva molto prima del suo arrivo. Clara ascoltò le variazioni di Brahms e ne fu profondamente commossa. Prima della pubblicazione modificò anche la versione definitiva della propria op. 20, introducendovi la reminiscenza della sua antica Romance variée. Il dialogo divenne così realmente triangolare: Robert aveva dato il tema a Clara; Clara aveva ispirato Johannes; Johannes aveva riportato Clara verso la propria giovinezza. Le due raccolte, l’op. 20 di Clara e l’op. 9 di Brahms, apparvero quasi contemporaneamente nel novembre del 1854. Robert era già da otto mesi a Endenich. Ricevette le variazioni di Johannes, le suonò e cercò di comprenderne i richiami. In una lettera domandò da dove provenisse quella reminiscenza inserita nella decima variazione. Non aveva riconosciuto la melodia che, vent’anni prima, aveva unito la sua musica a quella della giovane Clara. Forse fu questa la variazione più dolorosa: il ricordo era ancora intatto sulla carta, ma non riusciva più a raggiungere l’uomo al quale apparteneva. Nelle nostre fotografie Johannes non compare. Nella prima non è ancora arrivato; nella seconda Clara non lo ha ancora incontrato. Eppure è già nascosto fra quelle note, come una possibilità che il futuro trattiene in silenzio. Sarà lui a raccogliere il foglio dalle mani di entrambi, a custodirlo e a consegnarlo al tempo. Robert scrisse il tema. Clara lo trasformò in un dono. Johannes ne fece una promessa. Le chiamarono Bunte Blätter, foglie colorate. Ma quella quarta foglia non cadde mai. I dati centrali sono documentati: le quattordici Bunte Blätter riuniscono musiche composte fra il 1834 e il 1849 e pubblicate nel 1852; il tema è l’Albumblatt n. 4. Clara compose l’op. 20 per il compleanno di Robert del giugno 1853; Brahms, dopo averla ascoltata nel maggio 1854, rispose con l’op. 9, dedicata a lei. Le due raccolte uscirono insieme nel novembre 1854. BnF- Bibliothèque nationale de France
  19. l romanzo dei fogli dispersiCi sono opere che un compositore costruisce come cattedrali e opere che nascono quando apre un cassetto. I Bunte Blätter op. 99 appartengono, almeno in apparenza, alla seconda specie. Non furono concepiti in un’unica stagione, non raccontano una storia dichiarata e non possiedono la perfetta circolarità delle Kinderszenen o del Carnaval. Sono quattordici pezzi scritti fra la metà degli anni Trenta e il 1849, lasciati ai margini di altri progetti, ripresi, ordinati e pubblicati quando Schumann era ormai a Düsseldorf. Frammenti, dunque. Avanzi, forse. Anzi, proprio quella era stata la prima parola scelta dall’autore: Spreu, pula. La parte leggera del grano che il vento disperde. L’editore Friedrich Wilhelm Arnold ebbe il buon senso commerciale, e forse anche critico, di opporsi. Un titolo simile, scrisse in sostanza a Schumann, avrebbe danneggiato la raccolta subito e per sempre. Dopo averci pensato, il compositore propose Bunte Blätter: fogli variopinti, fogli di colori diversi. Arnold li pubblicò non soltanto insieme, ma anche in fascicoli separati, con copertine colorate secondo il carattere dei singoli pezzi. La storia potrebbe fermarsi qui: un editore salva dal pessimismo del proprio autore una raccolta di musica domestica destinata al prospero mercato pianistico dell’Ottocento. Ma nei Bunte Blätter accade qualcosa di più interessante. Schumann mette sul tavolo pagine appartenenti a quindici anni della propria vita e, senza cancellarne le differenze, le trasforma in un autoritratto. Vi ritroviamo il giovane innamorato che manda musica a Clara per Natale; il lettore di Jean Paul e di E.T.A. Hoffmann; l’inventore di Florestan ed Eusebius; l’autore del Carnaval; il sinfonista; il padre di famiglia; l’uomo che attraversa il 1849 rivoluzionario e infine, nel 1850, guarda da Düsseldorf le carte del proprio passato. Non è un ciclo nel senso consueto. È qualcosa di più raro: un album nel quale l’unità non precede i pezzi, ma nasce dalla memoria di chi li riordina. Ed è forse per questo che, ascoltati oggi senza considerarli una raccolta minore, i Bunte Blätter ci dicono su Schumann più di opere molto più celebrate. Pula, fogli colorati e memoria editorialeAlla fine del 1850 Schumann aveva buone ragioni per tornare al pianoforte. L’Album für die Jugend op. 68, pubblicato nel 1848, aveva avuto successo e gli editori chiedevano nuova musica destinata a uno strumento che occupava ormai il centro della vita borghese. Schumann non si limitò a comporre: riesaminò i pezzi accantonati durante la preparazione dei cicli precedenti e raccolse «circa trenta piccoli brani». I trenta divennero infine trentaquattro e furono distribuiti fra i quattordici Bunte Blätter op. 99 e i venti Albumblätter op. 124. La selezione impegnò Schumann nei giorni 24 e 25 dicembre 1850. È un particolare quasi troppo perfetto, perché dodici anni prima proprio a Natale era nata la prima pagina della futura op. 99. Ma non dobbiamo trasformare una coincidenza documentata in un programma segreto. Gli studi sull’autografo e sulla corrispondenza non hanno individuato un principio unitario sicuro. I pezzi sono disposti, molto approssimativamente, in ordine di difficoltà crescente; i primi otto sono raggruppati in due piccoli libri, mentre gli ultimi sei assumono dimensioni e caratteri più marcati. La raccolta doveva infatti presentarsi come due metà contrastanti: otto miniature e sei composizioni più estese. La datazione stessa è un piccolo labirinto. Schumann volle che sulle edizioni separate fosse indicato l’anno di composizione, come se ogni foglio dovesse portare il proprio timbro postale. Ma per le pagine più antiche ricordò talvolta male. I filologi hanno ricostruito una cronologia più precisa grazie ai diari, alle carte, al tipo di carta da musica e ai frammenti annotati sullo stesso foglio. Il risultato non riduce la poesia dell’opera; la rende più concreta. Questi pezzi non vengono da un indistinto passato romantico. Hanno date, destinatari, cancellature e occasioni. La prima copia completa arrivò a Düsseldorf nel dicembre 1851, benché l’opera venga normalmente catalogata come pubblicazione del 1852. La dedica rimase a Mary Potts, figura oggi quasi indecifrabile. Schumann le aveva annunciato alcuni fogli come ricordo di ore nelle quali aveva potuto riconoscerne la sensibilità musicale; mesi dopo chiese all’editore di eliminare la dedica. Era troppo tardi: il frontespizio era già inciso e Arnold osservò, molto prosaicamente, che toglierla avrebbe rovinato l’impaginazione. Così Mary Potts rimase. È un episodio perfettamente schumanniano: un rapporto umano di cui quasi tutto è perduto sopravvive perché la lastra tipografica non conveniva rifarla. Una biblioteca romantica chiusa nel pianofortePer comprendere i Bunte Blätter non serve attribuire a ogni battuta un personaggio letterario. È sufficiente ricordare che Schumann pensava la musica da uomo di lettere. Suo padre era libraio, editore e scrittore; Robert adolescente esitò realmente fra letteratura e musica. Quando infine scelse il pianoforte, non smise di leggere come uno scrittore e di comporre come un lettore. Jean Paul gli aveva insegnato che un romanzo può vivere di digressioni, riflessi, umori opposti e personaggi doppi. Nei Flegeljahre, Walt e Vult sono fratelli incompatibili e inseparabili; Schumann ne trasse il ballo mascherato che alimenta i Papillons. Non occorre sostenere che l’op. 99 traduca un’altra pagina di Jean Paul. Il legame è più profondo: anche nei Bunte Blätter l’identità non è una linea continua ma la convivenza di voci diverse. E.T.A. Hoffmann offre un’immagine ancora più vicina. Nel Gatto Murr l’autobiografia presuntuosa del felino viene stampata per errore insieme ai fogli strappati della biografia del musicista Johannes Kreisler. Due libri incompatibili si interrompono e si commentano a vicenda. Schumann aveva già dedicato a quel Kreisler uno dei propri capolavori. L’op. 99 non deriva dal romanzo di Hoffmann, ma gli somiglia nel metodo: pagine nate altrove vengono accostate e il loro nuovo significato scaturisce proprio dalle giunture. Il frammento romantico non è una rovina da completare. Può essere un piccolo organismo autosufficiente che lascia aperto il proprio orizzonte. Anche Heine, che Schumann aveva trasformato nel poeta della Dichterliebe, sa concentrare in poche strofe un sentimento e insieme incrinarlo con una svolta, un’immagine o un’ironia finale. I pezzi dell’op. 99 funzionano spesso così. Entrano, dicono ciò che devono dire e scompaiono prima che il sentimento possa stabilizzarsi. La letteratura, dunque, non ci fornisce un libretto nascosto. Ci insegna come leggere: non pretendendo una trama dove non esiste, ma riconoscendo il valore degli intervalli, delle ellissi e delle contraddizioni. I tre piccoli pezzi e il Natale di ClaraI primi tre numeri portano il titolo modestissimo di Drei Stücklein. Il diminutivo non va confuso con la puerilità. Nel dicembre 1838 Schumann annotò nel diario di avere scritto alcune «cosette graziose»: il pezzo in la maggiore il 18 dicembre e due notturni nei giorni successivi. Il primo era già partito per Clara, accompagnato dalla dedica Wunsch. An meine geliebte Braut zum heilgen Abend 1838: un augurio per l’amata fidanzata nella vigilia di Natale. Erano gli anni della battaglia contro Friedrich Wieck. Robert e Clara non potevano ancora sposarsi, le lettere venivano sorvegliate, gli incontri ostacolati e la musica assumeva il peso di una comunicazione privata. Clara rispose che quel dono, venendo dal cuore, era il più bello che lui potesse trovarle. Quando dodici anni dopo Schumann ricollocò il foglio all’inizio dei Bunte Blätter, non aggiunse il nome di Clara né raccontò l’occasione. Il pubblico ricevette un semplice Nicht schnell, mit Innigkeit: non veloce, con intimità. È una delle indicazioni più difficili di Schumann. Innigkeit non significa mollezza, languore o licenza sentimentale. Chiede una concentrazione affettiva quasi senza pubblico. Il pianista deve cantare senza esibire il canto, lasciare respirare le voci interne e impedire che il ricordo si trasformi in zucchero. In Maria João Pires il pezzo sembra nascere già ricordato: la frase si forma con naturalezza e il suono non viene mai spinto verso di noi. Clara Haskil, più rapida e ancora più nuda, elimina ogni cornice. Stanislav Bunin, nella registrazione del 2024, dilata invece il tempo e fa percepire la distanza fra il dono del 1838 e l’uomo che lo recupera. Il secondo pezzo, Sehr rasch, entra come una folata in mi minore. È il primo scarto di prospettiva: nessuna transizione psicologica, nessuna preparazione. Il terzo, Frisch, porta la luce di mi maggiore ma non conclude davvero; rimette il movimento in equilibrio con un gesto breve, quasi una firma. I tre fogli non raccontano una storia. Mostrano però in miniatura il principio dell’intera raccolta: intimità, agitazione e slancio non vengono conciliati. Si alternano come stati della stessa persona. Cinque fogli d’album e un nome cancellatoI numeri 4–8 sono cinque Albumblätter. Il foglio d’album, nell’Ottocento, non era un titolo astratto. Era un oggetto sociale: una pagina affidata a un amico, una firma musicale, un pensiero destinato a uno Stammbuch. Poteva essere composto con cura o scritto rapidamente, ma portava sempre con sé l’idea di una presenza. Non sorprende che proprio questi cinque brani conservino alcune delle tracce biografiche più fitte. Il primo, in fa diesis minore, è segnato Ziemlich langsam. Ventiquattro battute, una melodia dimessa, armonie che sembrano spostarne continuamente il punto d’appoggio. È il cuore segreto della raccolta. Non perché Schumann gli assegni un ruolo formale dominante, ma perché Clara e Brahms lo trasformeranno in un luogo della memoria familiare. Torneremo fra poco su questa storia; per ora bisogna ascoltarlo nella sua piccolezza originaria. La melodia non domanda sviluppo. Pronuncia poche frasi, si ripiega e lascia qualcosa irrisolto. Proust avrebbe riconosciuto il meccanismo: il valore non risiede nelle dimensioni dell’oggetto, ma nella quantità di tempo che esso può improvvisamente liberare. Il secondo foglio, rapido e inquieto, portava nell’autografo il titolo Fata Morgana. È una visione che compare mentre la si perde. Il terzo appartiene invece alla costellazione del Carnaval: le note iniziali la bemolle–do–si naturale formano, nella nomenclatura tedesca, ASCH, la città di Ernestine von Fricken e una delle cellule cifrate dell’op. 9. La pagina era dunque rimasta fuori dal grande ballo mascherato, ma ne conservava la parola d’accesso. Nei Bunte Blätter ritorna senza costume, come un invitato che si presenti molti anni dopo con il vecchio biglietto in tasca. Il quarto foglio era stato chiamato Jugendschmerz, dolore della giovinezza. Qui Schumann non fa della tristezza un grande discorso: la condensa. È uno dei casi in cui il pianista deve resistere alla tentazione di spiegare. Richter rallenta senza sentimentalizzare; il peso di ogni accordo deriva dalla necessità armonica. Pires, nella sua selezione incompleta dell’opera, trova una fragilità più domestica. Sono due verità opposte: il ricordo come destino e il ricordo come voce vicina. Il quinto Albumblatt venne scritto nell’agosto 1838 nello Stammbuch di Pauline Garcia, la futura Pauline Viardot. Una ragazza di diciassette anni, già proiettata verso una carriera europea, riceve da Schumann un piccolo foglio; più di dieci anni dopo quel gesto privato diventa l’ottavo numero di una raccolta pubblica. È questa la vera natura dell’album romantico: una musica che passa dalla mano alla memoria, dalla memoria alla stampa e dalla stampa a noi, cambiando ogni volta destinatario. Dalla novella alla marciaCon il nono pezzo la raccolta cambia proporzioni. La Novelette non è una delle otto grandi Noveletten op. 21, ma ne possiede l’energia narrativa: un tema non viene semplicemente esposto, sembra entrare in scena. Schumann amava il termine perché suggeriva una forma breve capace di contenere incidenti, personaggi e cambi di tono. Qui Florestan prende il sopravvento, ma l’agitazione non è mai soltanto atletica. Le sincopi e gli accenti hanno bisogno di una dizione nervosa, non di una corsa indistinta. Il Präludium n. 10, datato ottobre 1839 nell’autografo, comprime in poco più di un minuto un gesto quasi pubblico. Sullo stesso manoscritto Schumann abbozzò una fuga in si bemolle minore che non portò a termine. È un dettaglio rivelatore: dietro questa pagina energica si apre per un istante la porta di un progetto più severo, subito richiuso. Il preludio resta senza fuga, come un’introduzione a un libro mai scritto. Poi arriva la Marsch, n. 11, e tutto cambia scala. È il vero centro di gravità dell’op. 99: sette, otto o quasi nove minuti, secondo l’interprete, contro miniature che spesso non raggiungono i due. Sehr getragen non vuol dire semplicemente lento. La marcia deve essere sostenuta, portata con peso e dignità. Non è una parata brillante; procede come se ogni passo avesse una memoria. Qui si misura la capacità del pianista di dare unità a una forma ampia senza trasformarla in un blocco. Reine Gianoli, in circa sei minuti e tre quarti, conserva il moto e la nobiltà classica. Claire Désert fa respirare gli episodi mantenendo chiarissimo il passo. Youri Egorov amplia il racconto e lascia emergere improvvise zone d’ombra. Richter, che arriva quasi a nove minuti, costruisce una processione: non trascina il tempo, lo rende inevitabile. Le durate, naturalmente, risentono anche delle ripetizioni e non sono classifiche; mostrano però quanto diversamente possa essere intesa la stessa parola, getragen. La marcia smentisce una volta per tutte l’idea degli scarti graziosi. Nessun editore avrebbe potuto inventare a posteriori la sua necessità. Schumann l’aveva esclusa da un altro contesto, ma proprio l’isolamento le conferisce una grandezza particolare: sembra giungere da lontano e non sappiamo verso quale cerimonia stia andando. Sera, orchestra e rivoluzioneL’Abendmusik n. 12 è indicata Im Menuetttempo. Non è un notturno indistinto, ma una danza serale che ricorda ancora la misura del corpo. Il minuetto, tuttavia, appare come visto attraverso una finestra: il ritmo c’è, la sala sembra vuota. Schumann ottiene quell’ambiguità che gli appartiene più di ogni altra, la felicità ricordata nello stesso momento in cui si sottrae. È una pagina nella quale il tocco decide quasi tutto. Claire Désert conserva eleganza e trasparenza; Bunin la rende più sospesa, come se ogni cadenza esitasse a chiudersi; Richter le dà una gravità che avvicina la musica della sera a una meditazione. Nessuna di queste letture è neutra. L’interprete deve decidere se stiamo ancora danzando o se stiamo ricordando di aver danzato. Lo Scherzo n. 13 porta nel pianoforte la traccia di un’orchestra. Nel settembre 1841, durante la stagione in cui lavorava alla Frühlingssinfonie, alla prima versione della Quarta e all’Ouvertüre, Scherzo und Finale, Schumann si sentì preso da un ulteriore progetto sinfonico. Non lo concluse. Sopravvisse soltanto lo Scherzo, in questa versione pianistica. Le figurazioni chiedono dunque colori, piani sonori e impulsi orchestrali. Se lo si tratta come una pagina da salotto, diventa prolisso; se lo si martella, perde il gioco delle masse. Infine il Geschwindmarsch, la marcia veloce. Fu scritto nel 1849, insieme alle Vier Märsche op. 76 e nel clima lasciato dalle rivoluzioni tedesche. Nell’autografo condiviso con due di quelle marce venne cancellato con matita e pastello rosso. La raccolta termina dunque con un escluso due volte: nato accanto a un ciclo, espulso da quel ciclo e recuperato come ultima pagina dell’op. 99. È un finale magnifico perché non riassume nulla. Dopo la lentezza monumentale della marcia n. 11 e l’ombra serale dei due pezzi successivi, Schumann ci congeda con energia marcata, quasi brutale. Egorov vi trova un ardore giovanile; Richter una disciplina ferrea; Bunin un passo più obliquo e capriccioso. Il libro non si chiude con una morale ma con una porta sbattuta. Il quarto foglio fra Robert, Clara e BrahmsLa vicenda del primo Albumblatt, il n. 4, sarebbe sufficiente da sola a rendere immortali i Bunte Blätter. Nel 1853 Clara Schumann, che non componeva da diversi anni, decise di scrivere per il compleanno di Robert una serie di variazioni su quel tema. Nacque l’op. 20. Era un gesto coniugale, ma anche il ritorno di Clara alla composizione: non la musa che riflette la luce del marito, bensì una musicista che prende una sua pagina e le risponde con mezzi propri. Un anno dopo tutto era cambiato. Robert aveva tentato il suicidio ed era stato ricoverato a Endenich. Clara, incinta di Felix e responsabile dei figli rimasti in casa, suonò le proprie variazioni a Johannes Brahms e Julius Otto Grimm il 24 maggio 1854. Nel diario ricordò la tristezza di riprendere quella musica: dodici mesi prima l’aveva preparata nella felicità di sorprendere Robert. Brahms cominciò quasi immediatamente le proprie Variazioni su un tema di Schumann op. 9. Le mostrava a Clara via via che nascevano e gliene inviò il manoscritto poco dopo la nascita di Felix. Non si limitò a variare il tema dell’Albumblatt. Nella decima variazione inserì una melodia della giovanile Romance variée op. 3 di Clara, la stessa sulla quale Robert aveva costruito i propri Impromptus op. 5. Due momenti lontani — il dialogo amoroso dei primi anni Trenta e la casa ferita del 1854 — venivano sovrapposti. È facile trasformare questa rete di citazioni in una sceneggiatura romantica troppo perfetta. I documenti raccontano una storia più complessa e più dolorosa. Clara immaginò che Robert avrebbe sorriso riconoscendo la loro vecchia melodia. Quando a Endenich egli ricevette l’op. 9, studiò e suonò il lavoro di Brahms, ma in dicembre chiese da dove provenisse quella reminiscenza: forse da un Lied? Non l’aveva riconosciuta. La pagina nata come memoria condivisa registrava ora una memoria che si spezzava. Molti anni dopo Clara raccontò al nipote che Robert, nel 1853, aveva immediatamente riconosciuto la citazione nelle sue variazioni. Ma l’autografo donato per quel compleanno non contiene ancora quella citazione: Clara la aggiunse soltanto nella versione pubblicata, dopo aver visto il procedimento di Brahms. Non è necessario accusarla di avere riscritto consapevolmente la storia. La memoria personale non è un archivio notarile; talvolta ricompone ciò che la vita ha separato. Anche questo, in fondo, è il principio dei Bunte Blätter. Il n. 4 è quindi molto più di un tema grazioso. Robert lo scrive; Clara lo trasforma in dono; Brahms lo assume come terreno di colloquio e consolazione; Robert, infine, incontra nella musica una reminiscenza che non sa più nominare. Nessuna analisi armonica esaurisce un simile deposito umano. Ma proprio la conoscenza della storia impedisce di suonarlo genericamente “triste”: in quelle ventiquattro battute convivono intimità, riconoscimento, perdita e ostinata sopravvivenza. Come si costruisce un ciclo che non è un cicloL’esecutore affronta un paradosso. La filologia ci dice che Schumann non progettò un nesso interiore fra i quattordici pezzi. L’ascolto completo, però, pretende una forma. Se il pianista presenta ogni pagina come un bis indipendente, l’opera si frantuma; se impone una grande architettura retrospettiva, ne falsifica la varietà. La soluzione non consiste nel nascondere le cuciture, ma nel renderle eloquenti. Fra il primo e il secondo Stücklein deve esserci uno scarto, non una transizione levigata. I cinque Albumblätter richiedono una parentela di tono, senza diventare una suite uniforme. La Novelette e il Präludium devono preparare l’allargamento della Marsch senza sembrare soltanto due gradini. L’ultimo trittico ha bisogno di un arco: sera, energia sinfonica, congedo marziale. Anche il suono deve cambiare senza perdere identità. Schumann passa dalla confessione quasi muta alla scrittura orchestrale, dalla danza alla marcia, dal foglio d’album al frammento sinfonico. Un unico bel timbro romantico non basta. Servono colori — il titolo, per una volta, va preso alla lettera — ma colori appartenenti alla stessa tavolozza. In questo senso i Bunte Blätter sono una prova interpretativa più sottile di molti capolavori riconosciuti. Nella Fantasia op. 17 la grandezza della forma sostiene il pianista; qui deve essere lui a riconoscere il peso specifico di ogni frammento. Non può gonfiare le miniature né ridurre i pezzi grandi. Deve cambiare personaggio senza cambiare autore. Cinque prospettive disponibili su QobuzSviatoslav Richter — la necessitàLa registrazione del 1971 rimane il riferimento storico più imponente. Richter non cerca di nobilitare l’opera: la prende sul serio, che è cosa diversa. Nei pezzi lenti ascolta il peso armonico; in quelli rapidi evita la grazia decorativa; nella grande Marsch costruisce una durata quasi rituale. Qualche pagina può apparire severa, perfino sproporzionata rispetto alle sue dimensioni, ma l’insieme acquista una necessità che nessun altro possiede allo stesso grado. Su Qobuz è disponibile nell’edizione Russian Compact Disc a 16 bit/44,1 kHz. Il suono non è sontuoso, ma il pianoforte resta leggibile e la lezione interpretativa intatta. Youri Egorov — il romanzo nervosoIncisa nel 1986 e oggi raccolta da Warner, la lettura di Egorov possiede una temperatura più alta. I passaggi improvvisi sembrano cambi d’umore, le accelerazioni non sono semplici indicazioni metronomiche e la Marsch diventa un lungo racconto, meno granitico di Richter ma più esposto emotivamente. È forse l’interpretazione che rivela meglio la parentela con il giovane Schumann dei grandi cicli. Qobuz la include nell’ampia raccolta dedicata a Kreisleriana, Carnaval, Papillons e altri lavori, indicata fra le registrazioni essenziali. Il formato è 16/44,1, ma la ripresa EMI conserva presenza e colore. Claire Désert — il dialogo ricostruitoIl disco Mirare del 2009 ha il programma più intelligente: dopo i Bunte Blätter propone le Variazioni op. 20 di Clara e l’op. 9 di Brahms. Non illustra soltanto la storia del quarto foglio; permette di ascoltarla mentre si espande per quasi trent’anni di vita musicale. Désert è limpida, partecipe e mai enfatica. Nei pezzi brevi conserva il gesto, nella Marsch lascia respirare l’architettura, nell’Abendmusik trova una luce crepuscolare senza sfocarla. La registrazione, disponibile su Qobuz in 24 bit/44,1 kHz con libretto, è quella che consiglierei come primo acquisto perché trasforma l’op. 99 da raccolta isolata in una conversazione fra Robert, Clara e Johannes. Stanislav Bunin — il tempo della distanzaLa pubblicazione Universal del 2024, in 24 bit/192 kHz, è il confronto moderno più affascinante. Bunin non tenta di sembrare giovane. Allunga alcune miniature, lascia che il suono decada e tratta le ripetizioni come ritorni della memoria. Il primo Stücklein dura più di due minuti, il quarto arriva a due minuti e quaranta, mentre la Marsch supera i sette e cinquanta: non lentezza uniforme, ma rifiuto di consumare in fretta queste pagine. Il pianoforte è registrato con ampiezza e dettaglio incomparabilmente superiori alle edizioni storiche. Talvolta l’interpretazione rischia l’eccentricità; più spesso ci fa ascoltare ciò che la raccolta è diventata dopo centosettant’anni: non più musica domestica, ma un album sopravvissuto a tutti i suoi destinatari. Clara Haskil e Maria João Pires — l’arte dell’incompletoNé Haskil né Pires ci offrono l’intera op. 99 nelle edizioni oggi presenti su Qobuz. Haskil incise nel 1955 i primi otto pezzi; Pires propone i tre Stücklein, i cinque Albumblätter e il Präludium. Sarebbe un errore escluderle per incompletezza. Haskil mostra quanto poco occorra per far parlare Schumann: la linea è scoperta, il rubato non si mette in mostra e l’intimità non diventa mai miniaturismo. Pires possiede un suono più rotondo e avvolgente, ma la stessa capacità di far apparire una frase come pensiero appena formato. Sono ascolti complementari: ci ricordano che questi fogli furono singoli prima di diventare raccolta e possono continuare a vivere anche separatamente. Come ulteriore prospettiva storica, l’integrale Decca di Reine Gianoli del 1974 è preziosa per la chiarezza narrativa e per la presenza, nello stesso volume, degli Albumblätter op. 124. Dana Ciocarlie offre invece una lettura dal vivo dell’intera produzione pianistica, mobile e teatrale, utile per reinserire l’op. 99 nel continente Schumann anziché trasformarla in un’isola. Premete PlayNon comincerei necessariamente ascoltando i quattordici pezzi in successione. Entrerei dalla porta privata: il primo Stücklein con Haskil o Pires. Passerei poi al n. 4 con Claire Désert e, subito dopo, ascolterei le variazioni di Clara e di Brahms contenute nello stesso disco. Soltanto allora tornerei alla raccolta completa. Per misurarne l’ampiezza sceglierei quattro stazioni: il n. 1, dono natalizio; il n. 4, foglio diventato memoria familiare; la Marsch n. 11, centro monumentale; l’Abendmusik n. 12, dove la danza diventa ricordo. Infine il Geschwindmarsch n. 14, che ci espelle dal libro prima che possiamo adagiarci nella malinconia. Il confronto più istruttivo è fra Richter ed Egorov. Il primo chiede: quanto peso può sostenere questa musica? Il secondo: quanti personaggi può contenere? Désert risponde con la continuità dei rapporti umani; Bunin con la distanza del tempo. Nessuno possiede l’opera per intero. È la raccolta stessa a impedire una soluzione definitiva. Non erano avanziL’editore Arnold aveva ragione: chiamare questi pezzi Spreu li avrebbe danneggiati. Ma Schumann non aveva completamente torto. Erano davvero pagine separate dal grano dei grandi cicli, materiali che non avevano trovato posto, tentativi abbandonati, doni privati e progetti incompiuti. La loro forza dipende anche da quella condizione marginale. La pula, però, è ciò che il vento porta altrove. Il primo pezzo viaggia da Robert a Clara e poi al pubblico. Il tema del quarto passa da Robert a Clara, da Clara a Brahms, da Brahms a Endenich e infine a noi. Il frammento del Carnaval sopravvive al ciclo che lo aveva respinto. Lo Scherzo conserva l’orchestra di una composizione mai nata. La marcia finale esce da un manoscritto sul quale era stata cancellata in rosso. I Bunte Blätter non sono il museo degli scarti di Schumann. Sono il libro dei ritorni. Ci mostrano che una pagina non smette di vivere quando viene esclusa da un progetto e che l’unità di un’opera può nascere molti anni dopo la sua musica. Soprattutto ci ricordano che la memoria non conserva ordinatamente: accosta, scolora, illumina, confonde le date, perde un nome e ne salva un altro. Se il Carnaval è una festa abitata da maschere e le Kinderszenen sono l’infanzia osservata dall’adulto, i Bunte Blätter sono il tavolo sul quale un uomo dispone i fogli della propria vita. Non tutti hanno lo stesso valore, la stessa età o lo stesso colore. Proprio per questo il ritratto è vero. Discografia ragionata su QobuzSviatoslav Richter, Schumann: Bunte Blätter op. 99 & Fantasiestücke op. 12, Russian Compact Disc, 16/44,1. Il riferimento per gravità, architettura e concentrazione. Youri Egorov, Schumann: Kreisleriana, Papillons, Carnaval, Arabeske, Toccata, Warner Classics, 16/44,1. L’op. 99 completa in una lettura febbrile e narrativa. Claire Désert, Schumann: Bunte Blätter; Clara Schumann: Variations op. 20; Brahms: Variations op. 9, Mirare, 24/44,1. Il programma indispensabile per comprendere il dialogo nato dal quarto foglio. Stanislav Bunin, Schumann: Bunte Blätter op. 99, Universal, 2024, 24/192. La scelta moderna per qualità sonora, libertà e meditazione. Reine Gianoli, Schumann: Solo Piano Works, Vol. 4, Decca France, registrazione 1974, 16/44,1. Una lettura classica e un contesto discografico molto ampio. Clara Haskil, Schumann: Pièces pour piano, registrazione 1955. I primi otto fogli: incompleti ma irrinunciabili. Maria João Pires, Kinderszenen, Waldszenen & Bunte Blätter, Erato/Warner. Una selezione, non l’integrale, di straordinaria naturalezza poetica. Dana Ciocarlie, R. Schumann: Complete Solo Piano Works, Vol. 13, La Dolce Volta, dal vivo. Per ascoltare l’op. 99 dentro l’integrale pianistica. Fonti essenzialiG. Henle Verlag, prefazione critica ai Bunte Blätter op. 99 Ji-Young Kim, A Melody and Its Afterlives in Piano Music by the Schumanns and Brahms IMSLP, Bunte Blätter op. 99 Qobuz, Claire Désert Qobuz, Stanislav Bunin Qobuz, Sviatoslav Richter Qobuz, Youri Egorov
  20. anche il Viltrox si trova a quel prezzo.
  21. l'ho scritto con questo anticipo per chi ... gli sfugge tutto quello che non è in prima pagggina !

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