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Mauro Maratta

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  1. Segnalo in particolare il doppio "legacy" su due dischi : con alternative takes precedentemente non pubblicate.
  2. Ci sono dischi che diventano famosi per una canzone, altri perché rappresentano un'epoca. Time Out appartiene ad entrambe le categorie. Pubblicato alla fine del 1959 dalla Columbia, è probabilmente il disco che ha fatto conoscere il jazz moderno a un pubblico molto più vasto di quello degli appassionati. Il successo di Take Five è stato tale da oscurare, almeno in parte, il vero significato dell'album. Ridurlo a quel solo brano significa però perdere il senso dell'intero progetto. Dave Brubeck aveva un'idea semplice ma ambiziosa: dimostrare che il jazz poteva utilizzare metri inconsueti senza perdere immediatezza. Valzer, tempi in cinque, in nove o in altri schemi poco frequentati dalla musica occidentale diventano qui materia naturale, mai esercizio accademico. L'ascoltatore avverte una piacevole sensazione di novità, senza dover necessariamente contare le battute. È probabilmente questo il vero motivo del successo del disco. Il quartettoGran parte del merito va naturalmente ai quattro musicisti. Dave Brubeck al pianoforte è già perfettamente riconoscibile. Il suo tocco è percussivo, costruito più sugli accordi che sul virtuosismo lineare. Alcuni pianisti jazz cercano la fluidità; Brubeck preferisce l'architettura. Paul Desmond rappresenta il contrappeso ideale. Il suo sax contralto possiede uno dei timbri più eleganti della storia del jazz: leggero, quasi privo di aggressività, con un fraseggio che sembra procedere senza sforzo. Alla base troviamo Eugene Wright e Joe Morello. Il contrabbasso di Wright mantiene costantemente l'equilibrio armonico senza cercare protagonismo, mentre Joe Morello dimostra perché venga ancora oggi ricordato come uno dei grandi batteristi della storia del jazz. La sua precisione ritmica rende naturali anche i tempi più insoliti. Più che quattro solisti, Time Out documenta un quartetto ormai perfettamente maturo. I braniBlue Rondo à la TurkL'apertura è quasi una dichiarazione d'intenti. Brubeck prende spunto da un ritmo ascoltato durante un viaggio in Turchia e costruisce un tema in 9/8 che alterna tensione e rilascio con grande naturalezza. La scrittura è molto più complessa di quanto sembri al primo ascolto, ma l'impressione generale rimane sorprendentemente leggera. È uno dei migliori esempi di come una struttura irregolare possa diventare perfettamente cantabile. Strange Meadow LarkDopo l'energia iniziale arriva uno dei momenti più lirici del disco. L'introduzione pianistica sembra quasi improvvisata, prima che il quartetto entri gradualmente. Qui emerge soprattutto il dialogo fra pianoforte e sax, costruito più sulle pause che sulle note. È probabilmente il brano che mostra il lato più romantico di Brubeck. Take FiveÈ inutile negarlo. Questo è il motivo per cui milioni di persone hanno acquistato il disco. Curiosamente, il brano non è nemmeno di Brubeck ma di Paul Desmond. Il celebre ostinato ritmico della batteria di Morello, il giro del pianoforte e il tema del sax sono entrati nell'immaginario collettivo ben oltre il mondo del jazz. Riascoltato oggi, colpisce soprattutto il suo equilibrio. Nessuno cerca di impressionare. Il celebre assolo di batteria rimane perfettamente inserito nello sviluppo musicale, senza trasformarsi in una dimostrazione tecnica. Three To Get ReadyQui il gioco ritmico diventa quasi ironico. L'alternanza continua tra 3/4 e 4/4 produce una piacevole sensazione di instabilità, ma il quartetto riesce a renderla assolutamente naturale. È uno dei brani che meglio rappresentano lo spirito dell'intero album. Kathy's WaltzUno dei pezzi più raffinati. Il tema è semplice ma ricchissimo di sfumature armoniche. Paul Desmond vi costruisce uno dei suoi interventi più eleganti dell'intero disco. Ascoltandolo oggi si comprende quanto il suo stile abbia influenzato intere generazioni di sassofonisti. Everybody's Jumpin'Probabilmente il momento più immediato del disco. Qui prevale lo swing. La complessità metrica passa quasi inosservata grazie all'energia dell'ensemble. È uno dei brani che dimostrano come Brubeck non fosse interessato alla sperimentazione fine a sé stessa. Pick Up SticksLa conclusione riprende il filo conduttore dell'album. Anche qui il tempo insolito non viene mai percepito come un ostacolo. Il disco termina senza cercare effetti conclusivi, lasciando semplicemente la sensazione di aver assistito a una conversazione musicale estremamente coerente. Dal punto di vista artisticoTime Out viene spesso descritto come un album rivoluzionario. Forse oggi è più corretto definirlo innovativo senza essere provocatorio. Brubeck non rompe con la tradizione. La amplia. Le nuove soluzioni ritmiche non vengono mai utilizzate per stupire il pubblico, ma per creare nuove possibilità espressive. Anche dopo oltre sessant'anni il disco conserva una freschezza sorprendente. Gran parte del merito va alla scrittura essenziale e all'equilibrio fra i quattro musicisti, che non cercano mai di sovrastarsi. La registrazioneRegistrato negli studi della Columbia sulla 30ª Strada di New York, Time Out riflette pienamente la qualità delle migliori produzioni americane della fine degli anni Cinquanta. Non bisogna aspettarsi la spettacolarità di molte incisioni audiophile moderne. L'obiettivo era documentare una performance, non costruire un palcoscenico artificiale. La scena è credibile, con il pianoforte leggermente arretrato rispetto al sax, il contrabbasso ben integrato e la batteria collocata con naturalezza. L'immagine stereo, soprattutto nelle prime edizioni a due canali, è ampia ma non esasperata. Il pianoforte è forse l'elemento che tradisce maggiormente l'età della registrazione: il timbro è leggermente asciutto e la gamma bassa non possiede il corpo che oggi siamo abituati ad ascoltare nelle migliori produzioni contemporanee. Anche il contrabbasso privilegia definizione e articolazione più che estensione profonda. Il vero punto di forza rimane il sax di Paul Desmond. Il suo suono conserva ancora oggi una straordinaria naturalezza, privo di asprezze e ricco di sfumature dinamiche. Anche la batteria di Joe Morello, pur registrata con i limiti tecnologici dell'epoca, mantiene una notevole credibilità timbrica: i piatti hanno brillantezza senza risultare metallici, mentre il rullante conserva attacco e presenza. Dal punto di vista strettamente audiofilo esistono registrazioni jazz più spettacolari, più estese in frequenza e con una dinamica superiore. Ma Time Out continua a essere un ottimo disco per valutare la coerenza di un impianto. Se il sistema riproduce correttamente l'equilibrio fra il pianoforte di Brubeck e il sax di Desmond, senza enfatizzare uno a discapito dell'altro, significa che sta privilegiando la naturalezza rispetto all'effetto. La vera forza di Time Out non è aver introdotto tempi dispari nel jazz, ma aver dimostrato che l'innovazione può essere accolta dal grande pubblico quando nasce da un'idea musicale chiara e non dalla volontà di stupire. Ancora oggi resta uno dei rari album capaci di soddisfare contemporaneamente il semplice appassionato, il musicista e l'audiofilo. Ognuno vi trova qualcosa di diverso: melodie memorabili, un quartetto in stato di grazia, oppure una registrazione onesta e ben realizzata. È forse questa la ragione per cui, a oltre sessant'anni dalla pubblicazione, continua a essere considerato uno dei grandi classici del jazz del Novecento.
  3. più che altro per noi che abitiamo qui vicino : io sono qui che aspetto che confermino per fare l'abbonamento per tutti i giorni ! 😅
  4. Nikon Zr, Sigma 65/2 Contemporary via Viltrox E-Z Fujifilm Eterna 205D 1/640'', F/2, ISO 800 Luce SmallRig RC100B diretta a far le veci del sole che non arrivava sullo specchio. No editing né sviluppo.
  5. Una cosa eventualmente da risolvere in tribunale, non sul palco. Comunque Spingsteen ha sempre fatto tribune politiche ad ogni tornata presidenziale fin da giovane. Poi si fa beccare ubriaco dopo aver fatto uno spot per Jeep (accusa ritirata per intervento dei giornali amici) e Jeep non l'ha presa bene,
  6. Secondo quanto riportato da fonti affidabili come Racer e Road & Track (13 luglio 2026), gli organizzatori del WEC (Le Mans Endurance Management) stanno preparando un piano di emergenza per sostituire le gare nel Golfo Persico (Qatar e Bahrain) con round a Barcellona (18 ottobre) e Monza (7 novembre). Motivi principali Il conflitto in Medio Oriente (in particolare le tensioni legate all’Iran) sta creando problemi logistici pesanti, ritardi e rischi per i viaggi aerei nella zona. Le gare di Bahrain (finale previsto l’8 ore) e Qatar sono a forte rischio cancellazione o rinvio. Monza occuperebbe proprio lo slot del 7 novembre (ex Bahrain), mentre Barcellona andrebbe a ottobre. Dettagli sulla gara a Monza Sarebbe un 6 ore (non le distanze lunghe classiche del Golfo) per motivi di condizioni stagionali e limitazioni del circuito. Segnerebbe il ritorno del WEC a Monza dopo il 2023 (poi sostituita da Imola negli anni successivi). La cosa è ancora in fase di finalizzazione (dovrebbero ufficializzarla nelle prossime settimane), ma è una soluzione logica e già pronta nei cassetti degli organizzatori, che avevano già identificato alternative europee. Monza è un circuito iconico, amato dai team e dal pubblico, e ha l’infrastruttura per ospitare un evento del genere con relativo preavviso. In sintesi: non è una voce di corridoio, è un piano concreto e molto probabile alla luce della situazione geopolitica attuale.
  7. Nikon Zr, Sigma 65/2 Contemporary via Viltrox E-Z MC01 Lindbergh 1/400'', F/2, ISO 800 No editing.

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