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Showing content with the highest reputation since 10/15/2020 in Blog Entries

  1. Come da titolo, ma non ci è riuscito nemmeno stavolta Andiamo con ordine. Nelle settimane precedenti Ross ha cominciato a ventilarmi la possibilità di uno shooting remoto, e di vederci per tale occasione perché mi considerava "esperto" del genere poiché ne avevo fatto uno lo scorso anno. Dopo qualche giorno mi disse di tebermi libero per domenica 11, senza possibilità di replica. "Molto bene", dico io, "mi libero di un appuntamento già preso così siamo a posto". Arriva il giorno dello shooting e sembra di pescare l'intero mazzo di Imprevisti del Monopoli. Si comincia al mattino con febbre da cavallo che si trascina da venerdì notte, e per un problema collegato sono praticamente vestito per andare i pronto soccorso. Avviso Ross, che giustamente mi dice di correre in PS e tenerlo aggiornato. Per fortuna il problema da PS si risolve da solo (circa), e con tachipirine come caramelle la febbre scende. Confermo quindi a Ross che nel pomeriggio può venire tranquillamente. Ross arriva, finalmente conosce mia madre (ci teneva tipo da sei anni), io ho preparato il PC e sono in postazione in studio. Sento che Ross traffica in salotto, viene da me e mi dice che ci son problemi di connessione, io rispondo ok, ci beviamo intanto un aperitivo. Andiamo in salotto. Mi trovo davanti Sabi con una candelina in mano che canta "Happy Birthday to you" (Kennedy puppa!). Fingo di non avere l'arresto cardiocircolatorio che ho per qualche secondo, la saluto come si conviene e soffio sulla candelina. Poi siccome Ross è Ross, la candelina è una di quelle che non si spengono, quindi momenti ilari a mie spese fin da subito. Poi da lì, un po' di relax... come stai, come non stai, non ci vediamo da un sacco di tempo e insomma sembra quasi che l'ultima volta ci si sia trovato l'altro ieri. E' andata a finire che lo shooting è stato molto poco remoto e molto divertente (perdonate la qualità non "da portfolio" delle foto, ma sono praticamente come scattate) Momento top: foto n.6 con Sabi nuda sul balcone che saluta verso una delle rotonde più trafficate di Lecco raccogliendo una sinfonia di clacson. Ah, questione zia: in realtà ha visto Sabi solo a fine shooting, quindi era già vestita. Niente foto della zia basita, mi dispiace Questioni tecniche sulla Z fc, a seguire. E' stato il primo shooting "serio" con la nuova macchina e devo dire che, finché è durata, si è comportata egregiamente. Il principale punto a favore è senza dubbio la leggerezza, in mano sta come una piuma; il secondo è il display regolabile, soprattutto per me. Avendo fatto l'intero shooting da seduto (con Ross che mi muoveva di qua e di là ) l'altezza di ripresa sarebbe stata estremamente limitata senza il display basculante. Con esso, invece, si può usare la fotocamera ad ogni altezza senza la necessità di dover per forza guardare nel mirino. Per il resto, c'è stata ancora qualche incertezza nel trovare alcune opzioni ma niente di insormontabile. Dicevo "finché è durata", perché a metà è andata in rosso la batteria (mi era stato detto che serviva per un Backstage e vedendo la batteria a tre tacche la sera prima, non l'avevo caricata). Per fortuna Ross mi ha prestato la sua Z6 II e tutto è proseguito liscio Di nuovo, un grazie gigantesco a Ross per la sorpresa clamorosa e inaspettata, e so che ci è voluta anche parecchia organizzazione e... segretezza! Per fortuna non ho deciso di rimandare, mi sarei mangiato le mani fino ai gomiti. Doverosa, Menzione d'onore sempre per Ross anche per avermi scarrozzato per casa in lungo e in largo, compreso un numero per superare il gradino per uscire in balcone, che pensavo di finire di sotto
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  2. Per una volta non sono il fotografo ma il soggetto. Una mia cara amica è passata a trovarmi e questo è il risultato. Volevo tenerne qualcuna per il contest "fuori dalla comfort zone", ma probabilmente sarebbero state fuori tema. Comunque, un grazie immenso a Chiara, che ha saputo non solo farmi sbottonare su un aspetto un po' difficile di questi ultimi giorni, ma me l'ha resa molto facile e mi ha pure fatto divertire Per il lato tecnico, alcune sono fatte con la mia D700, altre con iPhone. (spoiler: sto ancora messo meglio di quel che sembra, in realtà).
    17 points
  3. Il tempo passa, non vi sono dubbi su questo.. poi dopo aver subito le varie ed eventuali imposizioni ( in fondo giuste ) per il contenimento del covid, ecco che appunto per questo.. ho fatto la prima vaccinazione, malgrado il tempo non certo bello di quel giorno, la z 50 era nella mia tasca; pochi giorni dopo la regione Lombardia è passata di colore, e dovendomi spostare tra casa e ospedale, la prima volta.. non ho fatto nulla.. ma la seconda invece, come una liberazione avevo con me le ultime cose rimaste nel tempo; la Z 50 e le sue due ottiche che onestamente ho usato solamente il 50-250 e pure con l'addizionale 5T. Non sono cose da fantascienza.. ma liberatorie invece si.. non ho usato il cavalletto, e il vento era implacabile.. ma mi sono divertito, era tanto che non mi succedeva.. questa era la prima barriera.. passata questa, erano altre le barriere da by-passare però, dopo un'ora e mezza.. il famigerato astra zeneca me lo sono preso.. quanto vedevo davanti a me, atteso 20 minuti.. che non morissi sul posto, mi lasciarono andare.. alcuni fiori fatti in una rotonda di Basilio, il comune confinante all'ospedale dove mi reco.. questa è con la 5 T e pure questa... ho beccato un'amica di passaggio.. verso casa ho costeggiato alcune risaie, peccato che la strada sia veramente stretta e purtroppo trafficata, quini è stata fatta " al volo " Era tempo che non scattavo al di fuori delle mura domestiche.. grazie di aver avuto la pazienza ed il coraggio di vedere le mie robe...
    15 points
  4. Piemonte e Liguria sembra vogliano contendersi il primato della "sfiga da alluvione". Questa volta è toccato al Piemonte orientale, qualche giorno di pioggia concentrato sul bacino idrografico del Sesia e si sono contati morti e milioni di euro di danni. Un'alluvione flash, questa di inizio autunno 2020, in confronto agli 8 giorni di pioggia consecutivi del novembre del 1994, e la cosa deve indurre maggiore inquietudine. Ma queste sono faccende degli uomini, per i fiumi, per le aste fluviali, i rigonfiamenti stagionali sono una benedizione. Sul Sesia "era" normale attendersi un paio di piene annuali, piene in grado di spostare milioni di tonnellate di ciottoli e sabbia in una vera azione di pulizia biologica del corso fluviale . Negli ultimi anni il meccanismo si è inceppato, i pioppi hanno colonizzato greti e gerbidi ed il fiume è rimasto inchiodato al letto tracciato venti anni fa, un letto che, nei rami laterali, appariva fangoso e lontano dalla natura di torrente sub alpino quale è il Sesia. Questo fino a domenica 3 ottobre 2020. Nella notte tra sabato e domenica 3 ottobre il livello del fiume ha superato (di poco) l'argine orientale come si vede dal deposito lasciato sulla strada arginale. Più a monte ha rotto il contenimento inondando i campi. All'interno dell'argine, nel bosco del parco delle lame, l'acqua ha raggiunto livelli record, andando ad inondare punti dove nemmeno nel lontano 1994 era arrivato. Dall'argine ho osservato l'acqua color caffè e latte turbinare con violenza in punti dove meno di una settimana prima passeggiavo con il treppiede a spalla. Fiducioso nei miei stivali a cosciale ho provato ad addentrarmi lungo la stradina d'accesso, ma dopo due soli passi la profondità era tale da non poter proseguire. costretto al rientro mi riprometto di tornare appena il fiume rientrerà nel suo alveo normale. E così il 10 ottobre sono nel parco a misurare l'effetto della piena sul bosco di San Nazzaro. Uno shock, giuro. In 25 anni di alluvioni e bizze del fiume ne ho viste tante, ma questa volta è diverso, questa volta il fiume si è schiantato sui miei sentieri, cancellandoli completamente. La topografia del luogo che conoscevo non esiste più, non ci sono più i riferiementi ultra decennali che mi consentivano di orientarmi anche nel buio pesto. La pista principale è stata cancellata, la radura grande dove pascolano i caprioli semplicemente non esiste più. Per tentare di rendere l'idea del "prima" ho cercato in archivio qualche immagine di luoghi noti. Spero possa rendere il senso di straniamento che ho io. INGRESSO DEL PARCO 2011-ESTATE 2020 INGRESSO PARCO 10 OTTOBRE 2020 STRADA DI ACCESSO 2011-ESTATE 2020 STRADA DI ACCESSO 10 OTTOBRE 2020 GUADO DELLA LAMA GRANDE ESTATE 2019 GUADO DELLA LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 LAMA GRANDE SETTEMBRE 2020 LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 RADURA A NORD DELLA LAMA GRANDE LUGLIO 2019 RADURA A NORD DELLA LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 In sostanza, come sospettavo, luoghi come la Lama grande non hanno subito particolari effetti, anzi sono stati ripuliti dal fango di sedimentazione che negli anni condurrebbe all'interramento dello specchio d'acqua. Questa Lama resiste da troppi anni, segno che il fiume ogni tanto arriva fin qui. Per il bosco invece è differente. L'azione dell'acqua corrente ha strappato via il terreno portando alla luce il sottostante, antico, greto fluviale. Molti alberi hanno perso il loro ancoraggio e sono stati sradicati andando a creare enormi accumuli di detriti, accumuli che hanno prodotto un effetto benefico verso il bosco a valle. Evidentemente le dighe di detriti producono una importante riduzione della velocità dell'acqua depotenziando l'azione di dilavamento del terreno. Ciò riduce rischio di sradicamento degli alberi più a valle come dimostra l'immagine seguente dove il passaggio dell'acqua non ha neppure piegato le erbacce. Più a valle ho registrato i segni di fango sui tronchi ed uno spesso strato limo depositato, tutte evidenze di una lenta sedimentazione cioè di un flusso d'acqua molto calmo. Capriolo di passaggio Cinghiali al trotto In questa immagine si vede molto bene il massimo livello raggiunto dal fiume. Ebbene, i miei piedi si trovano a 4.5 m sopra il normale livello del Sesia. Lo strato di fango ha reso evidente la rapida "ricolonizzazione" del bosco da parte di tutti i suoi abitanti. Cinghiali, caprioli, nutrie, tassi e volpi sono rientrati nel loro bosco. Nutria e ratto Volpe Tasso Con una certa difficoltà (non ci sono più i passaggi che conoscevo) sono comunque riuscito a raggiungere il fiume. Paradossalmente il corso principale non ha subito particolari alterazioni, in altri termini data l'azione sul bosco mi sarei aspettato qualcosa di più, invece il fiume è sempre quello di prima. Riporto qualche immagine di confronto. ESTATE 2020 OTTOBRE 2020 ESTATE 2020 OTTOBRE 2020 Faccio solo osservare che la cuspide di ciottoli della foto di Ottobre si trova 60-80 metri più a valle rispetto alla stessa cuspide ripresa in estate. La piena ha ripulito il fiume ma ha anche spostato, come previsto, incredibili quantità di materiale. Il fiume ora è semplicemente splendido. ---------------------------------------------- Tornando invece alle tristi vicende umane, poiché l'Italia si sta facendo notare in tutto il mondo per i suoi ponti stradali, non poteva mancare in questa occasione una ulteriore conferma di una qualche perdita di consuetudine con il calcestruzzo. Da Romagnano per andare a Gattinara, per un po' si dovrà fare il giro largo.
    15 points
  5. SCOPRII per puro caso, lo scorso anno, che una tappa del campionato del mondo di aquabike si svolgeva in Sardegna, non lo sapevo proprio. Ovviamente l'edizione 2020 venne totalmente cancellata dopo due prove, ma nel 2021 si sta cercando di recuperare, Per ora le prime tre prove Polonia, Ungheria e Italia sono andate a buon fine. La location scelta è Olbia, esattamente il molo Brin, un ampio spazio acquatico non più utilizzato di fronte al marina Mi ero riproposto di non perdere l'appuntamento e sono riuscito nell'intento ma solo in parte (per istinto di autoconservazione e anche per motivi indipendenti dalla mia volontà). Comunque per un pomeriggio e una mattina sono riuscito a produrre qualcosa. Lo dico subito: mai fotografato l'aquabike fino ad oggi e a dire il vero non conosco neanche le classi di gara e neanche il regolamento e, mea culpa, non conosco neanche i nomi degli atleti in gara... un disastro. Ciononostante il tempo che ci ho speso ritengo sia stato proficuo. Poche le postazioni a mia disposizione ma comunque una certa libertà di movimento l'ho avuta grazie a un servizio d'ordine comprensivo e a un limitatissimo affollamento. Ho lavorato tranquillo per qualche ora ed era ciò che più mi interessava. Sport magari noioso da vedere dopo i primi cinque minuti ma decisamente divertente da fotografare. Con grande sorpresa ho scoperto che si può fare tanto e le situazioni in acqua sono le più disparate. Un antistress consigliatissimo. Una grinta pazzesca questi ragazzi e anche tanti muscoli, perchè tenere un jet sky non è facile. Sulle boe fanno pieghe da paura... le orecchie in acqua E le ragazze non sono da meno, meravigliosamente aggressive. Da brivido L'unico rammarico è stato non poter assistere alla parte più divertente dello show, la specialità freestyle che potete ben immaginare. Purtroppo si è svolta ieri in notturna, con inizio alle 21. Per i motivi che ben conoscete ho dovuto rinunciare. Ero già in tira da ieri mattina e non posso più permettermi certe zingarate. Cercherò di gestirmi meglio nel 2022, sperando che il mondiale resti in Sardegna. Mi sono divertito veramente tanto e, sinceramente, non avevo mai prodotto tante immagini in un' paio di sessioni di poche ore ognuna. Vorrei pubblicarle tutte, Quest'ultima credo spieghi molto bene a cosa si va incontro... ci si può sbizzarrire veramente tanto. Pezzo consigliato: Let It Ride, della Bachman Turner Overdrive, per chi ancora se la ricorda. Alzate il volume Copyright Enrico Floris 2021 per Nikonland
    14 points
  6. “.... per arrivare a Bosa dovrai attraversare l'inferno” Sono queste le esatte parole che ho detto a Max Aquila prima di incontrarci. Io, quell'inferno, lo avevo attraversato due giorni prima, il 29 luglio, con il mio amico Enzo. Ho quasi 63 anni e ancora non mi sono abituato. Sono nato con l'odore della legna bruciata che mi penetrava le narici e, come tutti i sardi, ci ho convissuto per tutta la vita, senza poter fare niente per impedire lo scempio. E ogni maledettissima volta il dolore è il medesimo, stessa intensità, stesso odore, sgradevole e insopportabile, di legna bruciata. E affiora sempre la stessa ferita sulla terra che mi ha dato i natali e mi ha fatto grande. Una terra meravigliosa che non riesco a proteggere. In quei giorni su Instagram sono fioccate centinaia di immagini crude, terribili, di animali carbonizzati. Cani fedeli al loro dovere morti con le greggi che dovevano proteggere a costo della vita; e ancora animali abituati a muoversi velocemente, volpi, gatti, cinghiali che mai sarebbero potuti essere veloci come il fuoco spinto dal vento. E in lontananza allevatori in lacrime che assistevano impotenti ai roghi delle loro stalle, straziati dai disperati lamenti degli animali intrappolati dalle fiamme. E viene male persino parlarne, ma per un solo istante ad immaginare, a figurarsi ciò che è stato quell'inferno, si riesce a provare quel dolore, quella disperazione e si stringe lo stomaco, tanto quanto il pugno di un bambino. Ed è allora che si capisce. Con Enzo abbiamo deciso di documentare. Niente immagini crude. Solo la devastazione. Tanto dovrebbe bastare. Contrariamente a ciò che vedrete, le immagini sono a colori. I colori del carbone e della cenere in un paesaggio che non riconosco, rimodellato dalle fiamme, intersecato da muretti a secco anneriti che si incrociano più e più volte delimitando spazi confinanti all'interno dei quali regna il nulla in un ordine sinistro, malsano. E' l'estetica del fuoco Dji Mavic Mini 2 - Copyright Enzo Cossu 2021 Dji Mavic Mini 2 - Copyright Enzo Cossu 2021 Non lasciatevi ingannare da alcune sparute macchie di colore, il fuoco ha superato l'orizzonte visibile, 20.000 ettari del Montiferru sono andati in fumo, cancellati da fiamme alte oltre trenta metri che hanno sviluppato temperature vicine ai 7000° con grande rischio non solo per le squadre di terra ma anche per Canadair ed elicotteri. Due domus de janas ai margini di un canalone, per tanto tempo invisibili, nascoste dalla vegetazione, oggi rivelate dal fuoco. Enzo dirige il drone La Panda 4x4, anche lei sofferente Mi muovo lentamente su un terreno soffice, impiego qualche secondo per assaporare la sgradevole sensazione che si prova a camminare sulla cenere, sollevandone piccole nuvolette ad ogni passo. Mi guardo le gambe, sono segnate dai rami carbonizzati. Un'altra dolorosa fitta allo stomaco. Sennariolo. Le fiamme hanno saltato la strada ma si sono fermate, improvvisamente, di fronte al cimitero. Non ci può essere niente per il fuoco in un luogo nel quale regna la morte. ----------------- I Know Why The Sun Shines, Judith Owen Copyright Enrico Floris 2021 per Nikonland
    14 points
  7. Con questo blog mi piacerebbe iniziare una serie di interventi, molto rarefatti, uno ogni tanto, ma tantissimo, per raccontare qualche storiella con animali protagonisti, con una morale, come le favole di Esopo. Solo che non racconterò favole, ma storie vere, verissime. L'anno dopo la mia nascita, cioè nel 1959, uno scienziato russo ebbe l'idea di provare a creare delle volpi domestiche. Attenzione non di addomesticare delle volpi, ma di selezionare una "razza" di volpi non timorosa dell'uomo, fiduciosa e non aggressiva. Un po' come successe nella preistoria col Lupo e il Cane. Ma la Volpe non è un animale sociale come il Lupo, perciò non adatta all'addomesticamento. L'idea dello scienziato era indagare se con una selezione genetica forte si sarebbe potuto ottenere varietà domestiche anche da animali "inadatti". Per comodità scelse di lavorare sulla Volpe Argentata, che non è una specie a sè, ma è una Volpe Rossa dal mantello particolarmente scuro, una mutazione che interessa circa il 10% delle Volpi Rosse, un po' come il Leopardo o il Giaguaro e la Pantera/Giaguaro Neri. Le Volpi Argentate in Russia (ma anche altrove) vengono allevate e reincrociate per fissare il carattere del pelo scuro, per poi farle riprodurre, crescere in gabbia e alla fine massacrarle per farne pellicce pregiate (qualche voce malevola, non confermata, ha sostenuto infatti che uno scopo collaterale sarebbe stato quello di facilitare gli allevatori, creando volpi più trattabili). Essendo allevate era più facile reperire gli esemplari rispetto ad andare a catturarne di liberi. Così lo scienziato iniziò a girare per gli allevamenti e scegliere quei cuccioli che sembravano meno aggressivi e meno timorosi dell'uomo. Li allevò, li fece riprodurre incrociandoli fra loro, selezionando ad ogni generazione quelli sempre più docili. Ci vollero 50 generazioni, un po' più di quarant'anni e finalmente fu ottenuta la volpe domestica, docile ed affettuosa, scodinzolante proprio come un cane, solo che... ecco... non sembrava più molto una volpe, argentata o meno. Cos'è successo? Fino agli anni '70 c'era la convinzione che ogni gene corrispondesse ad una porzione specifica di DNA e selezionasse un dato carattere, quindi si pensava a selezionare un gene per la docilità. Da qualche decennio sappiamo che non è per niente così. Le cose sono enormemente più complesse e ogni mutazione può avere effetti diversi, a volte nessuno, altre piccoli, altre ancora imponenti effetti a cascata. La docilità e la riduzione in generale dell'aggressività dipendono anche da dosaggi di diversi ormoni, alcuni diminuiscono, quelli che regolano le risposte aggressive, altri aumentano, ma non la faccio lunga, il succo è che le mutazioni possono avere effetti a cascata su tutto l'individuo. Quando si cerca di modificare il carattere di un animale ad esempio verso la docilità e la socievolezza, si selezionano flussi ormonali diversi che portano a modifiche sia del carattere che fisiche: si fissano tratti infantili (ad esempio il cane ha la fronte sporgente, mentre il lupo e la volpe hanno la fronte spiovente) e curiosamente, anche la pezzatura del mantello e le orecchie pendenti, entrambi caratteri assenti nelle specie selvatiche, probabilmente perchè svantaggiosi in natura. Morale: se da una parte è dimostrato che la domesticazione di una specie selvatica anche potenzialmente inadatta si può ottenere tramite selezione genetica, quello che si è dimenticato è che il prodotto finale è ...un'altra cosa. Dopo (sopra) e prima (sotto). Ovviamente il discorso sfruttamento per le pellicce, se mai fosse stato vero, è andato a quel paese... Un esempio piccolo piccolo per far capire una questione molto grande: La natura è complessità, prima di prendere iniziative anche a fin di bene, ad esempio per l'ambiente, bisogna stare molto, ma molto attenti e pensarci almeno un paio di volte. Non esistono soluzioni semplici. Se vi interessa che scriva altre storie così lasciatemi un feedback in merito, così mi so regolare. Foto e disegno presi da Internet a solo scopo divulgativo, i copyright spettano agli aventi diritto.
    14 points
  8. … non entrerete nel regno dei cieli, recita il Vangelo di Matteo. Questo bambino che guarda incuriosito ed ammirato l’artista che si esibisce in una piazza mi ha fatto venire in mente questo famoso passo della Bibbia, e mi suggerisce la meraviglia di tutti i bambini del mondo quando scoprono qualcosa che non hanno mai visto, o che rimangono attratti e spesso quasi ipnotizzati da ciò che colpisce particolarmente la loro attenzione. Aldilà del senso ben più profondo che nel Vangelo viene dato a queste parole, mentre scattavo queste foto mi sono rivisto in quel bambino, in fondo anch’io come lui attratto dai lazzi e dalle acrobazie dello street artist, e riflettevo sulla bellezza di farsi stupire dalle cose, siano esse un gioco, un paesaggio al tramonto, un animale nel bosco o un fiore in un prato. Proprio come fa un bambino. E forse è proprio con gli occhi di un bambino che dovremmo guardare attraverso il mirino della nostra macchina quando scattiamo le nostre foto. Ancora meravigliati e rapiti dalle piccole cose che ci circondano. Se le sappiamo guardare. 1. 2. 3. 4. 5.
    13 points
  9. Gli anni che vanno dal 1970 al 1976, sono stati quelli che per motivi di servizio, ho lavorato come un scemo ma anche divertito di più, oltre e non fa male a guadagnare cifre di tutto rispetto.. beh, per me almeno.. se considerate che avevo un rimborso spese complessivo decisamente più alto dello stipendio.. è pur vero che generalmente partivo verso la fine mattinata del lunedì e se andava bene ero a casa al venerdì sera tardi.. se invece andava male.. era il venerdì successivo, comunque mai stato fuori per più di due settimane.. La soc. per cui lavoravo esiste ancora in quel di Rozzano, solo che ora.. la produzione che avevamo all'interno è.. sparita, ora è solo poco più di vendite e magazzino; la merce è ancora quella, la strumentazione per il controllo dell'aria e della sicurezza, chissà quante volte ai telefilm di 911 avete visto i pompieri con indosso materiale della MSA, Mine Safety Applinaces, io personalmente con la mia vettura caricata con ricambi e cosucce varie, compresa una piccola bombola con il gas tarato, giravo per le aziende e generalmente si controllavano apparecchi a raggi infrarossi che misuravano la quantità di co, gas diciamo sul pericoloso.. Sono sopra la struttura dei un gasometro, l'altro si intravede in basso a dx, ero alla famosa Italsider di Bagnoli, ora non esiste più.. rimane però un'area enorme paurosamente inquinata, sullo sfondo vi è Pozzuoli.. Questo "signore" e sono buono a chiamarlo così.. era uno dei responsabili che dovevano tenere la strumentazione in ordine, ma visto che il lavoro nel ciclo notturno era ben pagato e, quando suonava l'allarme era una seccatura a controllare .. allora si tacitava il tutto con un fiammifero di legno che forzava il reset.. e magari si starava anche lo strumento.. ogni tanto qualcuno ci lasciava la pelle.. altra vista dall'alto, quello che si vede mim sembrano scorie... di lavorazione.. ma potrei ricordare male.. ed ecco la centralina.. in custodia protetta in quel posto, all'nterno invece erano in un armadio. Altra vista della baia.. sullo sfondo la ciminiera della Montedison, che generalmente rilasciava di tutto e di più.. pensate alla Ilva di Taranto, che poi era la stessa azienda.. Ma adesso si cambia registro... siamo in direzione di Tarvisio.. a far che? calma.. e gesso... Mi è stato richiesto di andare A Tarvisio, dopo anni di lavoro.. il gasdotto che porta il metano dalla Russia arriva nel nostro paese e io devo fare il collaudo dei nostri impianti.. queste nuvole.. mi fanno pensare.. Ma poi.. al mattino lo spettacolo era incantevole.. La mia Automobilina.. andava che era una meraviglia.. è forse la vettura in cui mi sono sentito più tranquillo al suo interno in tutta la mia vita.. altro spunto.. e vedete la pietra miliare Adesso però arriva il bello.. questo è l'ingresso di servizio della galleria dove passano le condotte, e sono da 2400, ossia 2 metri e quaranta di larghezza, questo tubo.. che penetra nella montagna fa impressione.. ma ancor più impressione mi ha fatto il venire a sapere che le gallerie sono minate, almeno all'epoca era così; tutte le gallerie che portano all'estero per precauzione hanno gl'accessi minati.. non si sa mai.. mi dicevano gl'alpini di stanza.. In Blu, gli apparecchi che controllavano le eventuali perdite di Metano.. mannaggia.. devo avere anche delle stampe.. da qualche parte nelle scatole, bisogna che le cerco.. lungo la tratta vi erano delle stazioni e se la pressione saliva oltre ad un certo valore, dalla piccola ciminiera facevano uscire il gas in eccesso e.. certe botte, le prime volte, una gran paura.. Un gruppo elettrogeno.. ancora da portar via.. E finalmente il lavoro è finito, si torna a casa.. questo è un emissario del tagliamento se la commessa di lavoro era breve, non conveniva scendere in auto, la recuperavo a noleggio sul posto, all'epoca in aereo si poteva fare di tutto, beh.. di lecito.. ora non è più affatto possibile; questo era un caravelle a quanto mi ricordo.. Andare in gabina a scambiare due parole con il capitano o il secondo.. lo vorrei vedere adesso.. Penso di aver finito.. vediamo se riesco a trovate le stampe.. ma sopra tutto se la cosa vi ha interessato, sono posti, pensieri e cose vecchie lo sò.. magari non interessano a nessuno queste elucubrazioni di un barboso.. e non si vedono neppure le modelle.. e le foto fanno, diciamolo pure pena... va bene, andrò a dormire... forse..
    13 points
  10. Lo dico sempre, per fare macrofotografia non è necessario andare chissà dove, a volte basta un parco cittadino per poter scattare foto interessanti, a volte puoi anche trovare piccole oasi a pochi passi da casa. Vicino casa mia c'è una piccola parrocchia il cui giardino è ornato da dei cespugli di lavanda molto frequentati dagli insetti impollinatori. Chiesto il permesso di fotografare, è pur sempre proprietà privata, mi sono fatto uno "shooting" divertente e anche produttivo. La Lavanda mi piace molto, crea sfondi delicati, dai toni molto belli. Per prima si è presentata la Sfinge del Galio (Macroglossa stellatarum), a cui sono (finalmente!) riuscito a fare un buon ritratto. Messa a fuoco sullo stelo di lavanda, raffica veloce: due foto buone su sei. I simpaticissimi Bombi. Il Bombo non è proprio a fuoco , pazienza, però mi sembra un'immagine delicata. Una Cavolaia (Pieris brassicae), farfalla discreta, non sgargiante, ma comunque ha una sua bellezza (in ombra, luce naturale). Meno simpatiche, ma interessanti, le Api cardatrici, così chiamate perchè "cardano", cioè grattano, la superficie delle foglie per ottenere il materiale con cui tappezzare il nido e nutrire le larve. Sono api solitarie, i maschi controllano un territorio da cui cacciano via non solo gli altri maschi della loro specie, ma anche tutti gli altri insetti impollinatori; è buffissimo vederli mentre si lanciano dritti come missili contro i Bombi (grossi il doppio di loro) prendendoli a testate. Le femmine invece sono tollerate anzi, ne approfittano con gran foga appena queste si distraggono a succhiare il nettare! Tutto qui, un'ora e mezza di pura ricreazione, creativa e rilassante. Spero abbiate gradito! Per gli interessati, ho usato la Z6, il 24-200 a 200mm con lente addizionale e/o tubo di prolunga ed il 300mm f4 pf con TC 14 EIII, oppure con lente addizionale e/o tubo di prolunga. tempi di 1/1000-1/1250s, f8-11, Auto ISO. Qualche ritaglio Fx-Dx.
    13 points
  11. Sull'onda del bellissimo articolo di Silvio e il suo Cherry Picking, presento anche io qualche immagine di fotografia wildlife. Le foto sono tra quelle a cui, per un motivo o per un altro, sono più affezionato. Tutte riprese in natura e tutte con macchine fotografiche e obbiettivi rigorosamente e orgogliosamente Nikon. Per incominciare qualche ungulato: Qualche animale di più piccole dimensioni: Il B-52 delle nostre alpi, il gipeto: Sua maestà l'aquila reale: Il gallo forcello per cui ho dovuto attendere un paio di notti, dall'una di notte alle 5 di mattina circa, in una buca di neve, scavata da me e coperta con un lenzuolo... Infine un gran colpo di fortuna, un gufo di palude avvistato durante il periodo di migrazione, si ferma tra le montagne delle alpi solo per riposarsi:
    13 points
  12. I cipressi sono un elemento caratteristico del territorio Toscano, forse l'oggetto più particolare, perché fin dal tempo degli Etruschi, erano a testimoniare, con la loro snella altezza, con la loro sobria eleganza, lo scorrere della vita. Il cipresso è alto, composto, e non ha bisogno di nulla, nemmeno di potatura. Sta lì, come un’antica memoria storica, come un guardiano della dimora, come una presenza dolcemente rassicurante. Troppo facilmente si associa il cipresso ai cimiteri, a qualcosa di funebre. È vero, i camposanti sono circondati da cipressi, ma chi si limita a identificare il cipresso con la fine della vita umana forse non è nato in Toscana e probabilmente perde di vista altri aspetti fondamentali di questa pianta, altre collocazioni ed altri paesaggi. L’albero in questione adorna tutte le ville più o meno medicee sparse ovunque, le ampie vallate della Val d'Orcia o delle Crete Senesi, dove il cipresso è talmente compenetrato nel paesaggio ed è talmente elemento costitutivo della sua bellezza che, se fosse eliminato, due delle più belle valli del mondo non sarebbero più tali. Castello di San Donato in Perano - Comune di Radda in Chianti - D850 70-200/4 a 102mm 1/125 f.5,6 iso 80 Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/125 f.6,3 iso 64 Castello di Brolio (Gaiole in Chianti) - D850 70-200/4 a 150mm 1/200 f.8,0 iso 64 Qui si possono notare i filari di cipressi all'esterno e sulle mura da ambo i lati le cipresse o cipresso femmina, che invece di essere affusolato ha la chioma allargata. Castello di Meleto (Gaiole in Chianti) - Z 7 14-30/4 a 22,5mm 1/200 f.6,3 iso 64 Borgo di Montefioralle (Greve in Chianti) - Z 7 70-200/4 a 160mm 1/100 f.6,3 iso 72 Badia a Passignano (Greve in Chianti) - Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.4,0 iso 2200 San Quirico d'Orcia - Z 7 70-200/2,8 a 70mm 1/250 f.7,1 iso 125 Stupenda villa scelta per alcune scene del film Il Gladiatore Il Belvedere (San Quirico d'Orcia) Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.9,0 iso 250 Rocca d'Orcia (Castiglione d'Orcia) Z 7 70-200/2,8 a 70mm 1/160 f.5,6 iso 64 La Pieve - Palazzo Massaini (Pienza) - Z 7 24-70/4 a 40mm 1/80 f.5,6 iso 64 Castello di Montelifré (Trequanda) - Z 7 70-200/2,8 a 103mm 1/200 f.9,0 iso 160 Localita Terrapille (Pienza) Z 7 70-200/2,8 a 86mm 1/160 f.5,0 iso 90 Località nota per essere il terreno di battaglia del film Il Gladiatore Se abbiamo presenti le cartoline della Toscana, i calendari, le guide, che affollano le edicole, le cartolerie e le librerie, in buona parte di queste pubblicazioni sono raffigurati i i paesaggi della Val d'Orcia e delle Crete Senesi. Bene, in molte foto (nella maggior parte) sono presenti i cipressi, disposti in filari su un crinale, o in curiosi circoli in mezzo a un prato, od addirittura solitari isolati, come svettanti bandiere verde-scuro piantate su quelle colline di una bellezza unica. Togliendo i cipressi il quadro che la natura dipinge ogni giorno, perde l’intensità e diventa quasi normale. Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/80 f.8,0 iso 72 Deserto d'Accona (Siena) - D850 70-200/4 a 100mm 1/100 f.8,0 iso 180 Veduta delle Crete da Torre a Castello (Siena) - D850 70-200/4 a 145mm 1/160 f.8,0 iso 220 Località La Leonina - Site Transitoire (Siena) - D850 70-200/4 a 82mm 1/640 f.4,0 iso 64 Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 150mm 1/160 f.6,3 iso 125 Mucigliani (Siena) - Z 7 70-200/4 a 70mm 1/160 f.5,6 iso 64 Ville di Corsano (Monteroni d'Arbia) Z 7 70-200/4 a 75mm 1/200 f.6,3 iso 64 Loc. I Triboli (San Quirico d'Orcia) Z 7 24-70/4 a 24mm 1/100 f.9,0 iso 64 Loc. Monticchiello (Pienza) - Z 7 70-200/4 a 82mm 1/200 f.7,1 iso 100 Filare di cipressi alternati a qualche cipressa (cipresso femmina) Chiusure (Asciano) - Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.13 iso 100 Loc. Baccoleno (Asciano) Z 7 24-70/4 a 51mm 1/100 f.5,6 iso 80 Loc. La Foce (Pienza) Z 7 70-200/2,8 a 160mm 1/160 f.8,0 iso 72 Il Cipresso è la sentinella verde del paesaggio Toscano. Infatti, chi ha una certa familiarità con le dolci colline Toscane sa quanto il cipresso sia un elemento importante e riconoscibile nella composizione del paesaggio locale: la sua chioma affusolata e sempreverde è come una sentinella che in file ordinate ci accompagna lungo il viale sterrato d’ingresso alla casa padronale, segna gli angoli dei confini di giardini o di piccole e grandi proprietà, presidia gli incroci delle strade di campagna, gli ostelli, le chiese, le vecchie strade di campagna che corrono lungo le dorsali collinari per unire coloniche isolate o borghi. Il cipresso appare spesso isolato nella campagna a mo’ di punto di riferimento o di segnale per il viandante. Infine, fa da ombra alla quiete dei cimiteri, come presenza simbolica da secoli associata alla vita eterna oltre la morte. Deserto d'Accona (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/80 f.8,0 iso 110 Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - D850 Sigma 24-35/2 a 35mm 1/125 f.9,0 iso 64 Un cipresso e due cipresse Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - Z 7 24-70/4 a 52mm 1/100 f.7,1 iso 90 Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.5,6 iso 110 Poggio Covilli (San Quirico d'Orcia) - D850 Sigma 24-35/2 a 30mm 1/250 f.7,1 iso 64 Pieve di San Leolino (Rignano sull'Arno) - Z 7 24-70/4 a 24mm 1/100 f.5,6 iso 450 Localita Terrapille (Pienza) Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.8,0 iso 64 Castello di Spaltenna - La Pieve - (Gaiole in Chianti) - Z 7 14-30/4 a 14mm 1/250 f.7,1 iso 64 Borgo Beccanella (Asciano) - Z 7 24-70/4 a 68mm 1/100 f.5,6 iso 80 Mucigliani (Siena) - Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.5,6 iso 110 Se in Toscana sparissero i cipressi, sarebbe come togliere a un piatto raffinato un ingrediente fondamentale. Ecco perché in Toscana, non possiamo concepire che il cipresso venga identificato semplicemente con la fine della vita, perché per noi è tutto il contrario, è il simbolo della vita stessa nel suo pieno splendore è il simbolo della bellezza, dell’eleganza, dell’eccellenza della nostra terra. Detto questo, il cipresso non è però nato in Toscana, la sua origine è nel bacino del Mediterraneo orientale, tra la Persia, la Grecia e l’Egitto dove vegeta spontaneamente. Fu importato in Italia dai Fenici e dai Greci, mentre in Toscana, dagli Etruschi. Sono alberi longevi che possono superare senza problemi i 500 anni, e pare addirittura che nel mondo esistano esemplari millenari, soprattutto tra i cipressi del Nord Africa che in alcuni casi raggiungono i 4.000 anni. Composto da foglioline simili a squame allargate e da piccole pigne tondeggianti, il cipresso ha due forme: quella piramidale tipica, come un’ampia lancia piantata a terra, o una fiammella che brucia, e quella orizzontale (cipressa, o cipresso femmina) con una chioma più panciuta dato che i rami invece di salire in verticale si allargano in orizzontale, in modo simile all’abete. La seconda è una varietà che ha minore valore ornamentale ma è altrettanto diffusa in Toscana perché più preziosa della prima nella falegnameria e nell’ebanisteria artigianale. Il cipresso ha avuto un’importanza ornamentale e simbolica ininterrotta per 3000 anni. Gli Egizi amavano la nobiltà della sua fibra e utilizzavano solo il cipresso per costruire i sarcofagi per la sepoltura dei defunti, mentre Etruschi e Romani piantavano cipressi intorno ai cimiteri ed alle tombe di personaggi illustri perché la sua resina profumata copriva l’odore che emanavano i tumuli. Gli artigiani usavano e tuttora usano il legno di cipresso perché praticamente incorruttibile: la fibra regolare, compatta, lo rende pregiato per la realizzazione degli scafi delle navi, per portoni di ville e palazzi, per mobili e strumenti musicali. Secondo la Bibbia, l’arca di Noè era costruita col cipresso, e la tradizione ci dice che la croce di Cristo era fatta anche di cipresso, oltre che di cedro e di pino. Per i giudei prima, e per i cristiani, dopo, il cipresso era simbolo d’eternità. Nei conventi del medioevo i cipressi servivano da barriera frangivento che delimitava lo spazio sacro da quello laico. Il cipresso aveva anche la funzione concreta di frenare il vento che intorno agli edifici sacri, costruiti di solito sulla sommità delle colline, è piuttosto intenso. I pittori del rinascimento, dal Beato Angelico a Paolo Uccello a Leonardo da Vinci, solo per citarne alcuni, usarono le ordinate matasse verdi dei cipressi per spartire lo spazio, i cieli, il paesaggio. Più di recente è stato Rosai a dipingere cipressi, soprattutto nelle stradine collinari intorno a Firenze. In Toscana, apprezziamo il cipresso e tutto ciò che esso rappresenta: storia, arte, bellezza, eleganza, raffinatezza, eccellenza. Che ci volete fare, chi nasce nel bello, ama il bello e finisce per non poter fare a meno del bello. Se è vero quello che dice il principe Myškin ne “L’idiota” di Dostoevskij, “che la bellezza salverà il mondo”, be’ allora in Toscana siamo già sulla via della salvezza. Parti del testo è stato tratto da Tuscanypeople.com
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  13. Oggi nel pomeriggio, sono riuscito ad avvicinarmi alla Torre dei Moro, avrete tutti visto i servizi lanciati dalla televisione nei giorni scorsi; per prima cosa vi devo dire che tutta la zona è giustamente transennata e guardata a vista, non si scappa.. solo pochi sfortunati posso entrare in quel nero Santuario.. visto che oltre il danno vi sarà anche la doppia beffa, la prima è che salvo rare eccezioni, le assicurazioni non sborseranno non dico nulla.. ma ci andremo molto vicini.. e la seconda beffa è quella che gli autori di questa bella pensata.. non saranno perseguibili; provate a pensare di perdere tutto..ma tutto tutto.. salvare solo la pelle e i vestiti che s'indossano.. però le banche che hanno dato i vari mutui, i Soldini bene o male li devi dare.. e tra il tutto, ci mettiamo anche vi ricordi più o meno tangibili di una miriade di posti lungo la tua vita.. Ho voluto fare un'esperimento, gli scatti sono stati fatti in BN nativo, alcuni poi li ho rifatti a colori.. ebbene, a mio parere.. il Bn ci perde.. o forse si sarebbe dovuto usare in maniera differente.. è da quando ero ragazzo, che non uso più il BN, ma adesso lascio parlare alle immagini.. intanto che penso ad un titolo.. Eccolo il moncone dove settanta nuclei pensavano di aver trovato la loro " Isola " chissà ora tra lavori con consolidamento e ripristino, sempre ammesso che lo si possa fare, quanto tempo e soldi saranno impiegati Un particolare dell'apice, solo una cosa risulta estremamente positiva: che per una serie di coincidenze non vi sono vittime.. nemmeno i due mici, che i padroni pensavano aver perso.. trovati il giorno dopo, malconci, bruciacchiati..ma vivi.. Tutta la copertura esterna è semplicemente dissolta.. fondendo anche l'alluminio del telaio.. ( questo metallo fonde a circa 630 C° ) ho scambiato alcuni pensiori con un'operatore.. poco più giovane del sottoscritto.. e bestia.. se pesava quel marchingegno sulla spalla.. il parcheggio sottostante, per il grosso degli scatti è stato usato il 50-250, e gli ISO erano 100 un rottame piovuto dal cielo, tutto il materiale pirotecnico è statop lasciato sul posto di caduta. Ora una certa quantità di scatti li ho rifatti a colori.. per me ci guadagnano ( per dire.. ) lo potete osservare due scatti prima.. Nessuno ormai verrà ad acquistare oggetti per neonati.. a pochi metri, e si vedono i rottami sotto le finestre, vi è un' altro stabile.. abitato che per fortuna non è stato danneggiato.. cosa avrà pensato.. e quanto terrore sarà passato per la sua testa durante l'incendio.. che dopo alcuni giorni è li che guarda stranita.. il vento però ha giocato a favore, e la parte posteriore non è rimasta molto danneggiata, la sezione scientifica dei Pompieri in primis.. hanno già fatto l'analisi del materiale.. che è stato: infiammabile al 100%.. si vedono postazioni di auto pompe.. I gazebo della protezione civile, con nei pressi alcuni pompieri.. la polizia no quella non è stata ripresa.. Ma il nostro Mc Donald's continua a sfornate hamburgher.. forse più di prima.. Una cosa però mi ha colpito.. questo piccolo insetto.. che alla faccia della nostra continua barbarie.. vive.. e numericamente sono molto più di noi.. Nei pressi questo piccolo e splendido fiore.. Ma il titolo?.. sono in alto mare...
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  14. Dopo diecimila imprevisti sono riuscito a organizzare con un amico una piccola uscita naturalistico-fotografica ad un capanno, dove mi avevano detto che c'era un po' più di varietà rispetto alle solite cince e, se fossi stato fortunato ... anche una sorpresa. Amo gli animali, amo vederli in libertà e li fotografo al meglio che posso, soprattutto per portarmi a casa il ricordo e l'emozione di quell'incontro, e pubblico le foto per condividere queste emozioni, questi ricordi, con chi ama gli animali come me. Fare foto diverse alle vecchie conoscenze è sempre bello, ma fare nuovi incontri è ancora più emozionante! Ecco, per gli amanti del genere, qualcuno degli gli amici vecchi e nuovi che ho incontrato (tutte le foto sono state scattate con la Nikon Z6 ed il Sigma 150-600 f5-6.3 Contemporary): Appena sistemati nel capanno davanti alla piccola pozza, subito una novità, una Balia Nera femmina (Il nome deriva dal maschio che è veramente bianco e nero, la femmina è un po' smorta). Cince bigie, Cinciallegre, Cinciarelle non si contano, formano una chiassosa brigata che mette allegria, starei a vederle per ore, ma le ho fotografate già tante volte, per cui ho dedicato a loro solo qualche scatto quando ho visto scenette simpatiche, ve ne propongo uno solo: Ma insomma, non si può fare il bagno in pace! Indaffaratissimo, il Picchio Muratore corre su è giù per i tronchi. Il Picchio Rosso Maggiore, metodico, ispeziona tutto il vecchio tronco. Bellissimo, un maschio di Codirosso Comune, non l'avevo mai fotografato come si deve! A me piace inquadrarlo così: Per chi preferisce invece ritratti più stretti metto un crop (l'unico di tutta la serie). Sorpresa, arriva un giovane scoiattolo assetato. Doppia sorpresa c'è anche il fratellino, più scuro, direi che i due sono quasi agli estremi del range della variabilità di colore dello Scoiattolo Europeo. Normalmente è solo in alta montagna che se ne trovano di più scuri. Probabilmente sono in cerca di un territorio libero dove insediarsi. Ho fatto veramente tante foto, in condizioni di luce diverse, anche ad altri uccelli, ma mostrarne altre qui sarebbe troppo, le farò vedere un'altra volta. Ora veniamo al piatto forte: Ad un certo punto della giornata spariscono tutti, di colpo. Ed arriva lui, lo Sparviero. E' così bello che mi sarebbe bastato il solo vederlo, ma... comincio a scattare ! Si posa e si guarda intorno più volte, Sembra sapere che ci sono. Ma non gli interessa. Non resisto e faccio un ritratto stretto a 600mm. Purtroppo il bosco e fitto e gli ISO tanti. Si rilassa e si concede un bagno. Una scrollata finale. Un istante dopo è già su un ramo, da cui si involerà subito, scomparendo nel bosco. Io, dopo giornate come queste sono contento, di più, sono felice. Poche cose mi fanno bene come stare nel bosco (nella palude...) con gli animali! Silvio Renesto
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  15. Negli ultimi giorni ho insistito un po' con Chiara per poter pubblicare qualcuna delle foto che le avevo fatto 4 anni fa. In realtà è stata contenta della proposta e ne abbiamo scelte alcune insieme. Volevo pubblicarle sia perché sono scatti a cui sono particolarmente affezionato, sia perché mi sembrava giusto ricambiare il favore dopo le bellissime foto che ha fatto a me (le trovate nell'entry precedente). Come avevo scritto in altra sede, durante quella sessione avevo pensato: "ma allora il ritratto è questo!". Fu un'esperienza totalmente diversa dalle sessioni con le modelle, senza distacco professionale ma con una totale fiducia ed apertura nei miei confronti. Chiara non è una modella, posare non è il suo mestiere. E' una persona molto in gamba che però a volte ha delle insicurezze e non si piace. Mi disse che in quel periodo aveva bisogno di sentirsi bella, e dopo aver visto le mie foto ha deciso di darmi fiducia per uno shooting. Ma non fu facile per lei. Per di più, abbiamo un caro amico in comune che aveva parlato di noi l'un l'altra, ma ai tempi ci eravamo visti di persona solo una volta o due. Siamo partiti piano, prendendoci il tempo che serviva. Abbiamo chiacchierato, riso (mangiato nutella ), e poco alla volta sono riuscito a metterla a suo agio e si è rilassata. Da quel momento in poi ci siamo semplicemente divertiti. Spesso le fotografie hanno un certo impatto solo per chi le scatta perché l'autore le "riempie" col suo vissuto, ma poi non arriva all'osservatore. Vediamo queste come se la cavano, e spero di ottenere la liberatoria per altre
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  16. Il mio nuovo Nikkor Z MC 50mm f/2.8 l’ho acquistato giusto in tempo per averlo disponibile in una breve vacanza in Puglia: 7 giorni 7 di puro svago, sole e mare sulle belle spiagge del Gargano, privilegiando per una volta relax, bagni di mare e piacevoli serate nei ristoranti di pesce della zona alle uscite per girare il territorio a fotografare. Quelli che presento sono quindi pochi scatti effettuati in condizioni di luce e situazioni non sempre ideali: ma per chi fosse curioso delle opinioni di un fotografo che lo usa davvero e sul campo, o per chi avesse l’intenzione di dotarsene, ci tenevo a condividere le mie personali impressioni. Inizio col dire che il negozio presso cui l’ho acquistato pochi giorni dopo la messa in commercio ne aveva solo due pezzi: il primo l’ha acquistato un tizio che lo doveva regalare e che quindi non l’ha neanche tirato fuori dalla scatola. Il secondo l’ho preso io lasciando di fatto il rivenditore sprovvisto di questo obiettivo: per questo ho dovuto fare là l’unboxing e mostrarglielo per una breve presa di contatto. In cambio però sono stato “ricompensato” con in regalo un’utile lente protettiva Hoya da 46mm, da usare davanti il piccolo obiettivo che fuoriesce dal barilotto quando utilizzato in modalità macro. Motivo principale dell’acquisto era avere una lente standard sufficientemente leggera e compatta ma anche prestazionale per la mia Z6, da utilizzare sempre: disponendo questo 50mm anche della funzione macro ho poi ottenuto un vantaggio in più, che peraltro non ho sfruttato in questi primi giorni di utilizzo. Nell’uso ciò che mi ha colpito maggiormente è la sua grande qualità ottica rispetto a tutti gli altri obiettivi standard che ho fin qui utilizzati: in soli 260 grammi ho una lente con 10 elementi in 7 gruppi, inclusi 1 elemento ED, uno asferico e un elemento anteriore con trattamento al fluoro, un diaframma a 9 lamelle e una funzione macro con RR 1:1 con limitatore di messa a fuoco. Dopo averlo provato posso affermare che con la mia Z6 costituisce un kit letale! Ne è una dimostrazione questa veduta della baia di Vieste al tramonto con la scogliera rocciosa su cui sorge la Chiesa di San Francesco sullo sfondo distante circa 800 metri dal mio punto di osservazione: sul raw originale riesco quasi a contare le file di pietre dei bastioni su cui sorge l’edificio. Fantastico! 1. Mi è sembrata altrettanto buona la tenuta nei controluce. Qui un paio di scatti ai trabucchi, antichissimi strumenti di pesca diffusissimi lungo tutta la costa da Vieste a Peschici, nati in tempi lontani per l’esigenza di procurarsi da vivere in sicurezza da un mare fonte di sostentamento ma anche di pericolo, tra naufragi, mareggiate e incursioni piratesche. 2. La silhouette di questo trabucco mi suggerisce un antico veliero che solcava i mari nei secoli scorsi. 3. Eccellente a mio giudizio anche la definizione dell’immagine in condizioni di scarsa luce, dove se l’ottimo sensore della Z6 ci mette del suo, l’obiettivo consente di cogliere particolari altrimenti invisibili con altri 50mm fin qui utilizzati. In questi quattro scatti “stradali” effettuati a Peschici (tra 4000 e 6400 ISO) la poca luce presente dona degli effetti quasi commoventi, soprattutto nelle ultime 3 immagini. 4. 5. 6. 7. Qui ancora la baia di Vieste in piena notte. 8. Di solito non amo presentare foto a colori con altre in bianco e nero nella stessa discussione, ma in questa sorta di impressioni sul campo del mio nuovo Nikkor Z MC 50mm f/2.8 vorrei testimoniarne la versatilità in quello che è il mio genere preferito, la street photography, per la quale ho trovato un efficace strumento in kit con la Z6. Per cui a completamento di questa breve carrellata di immagini, chiudo con un paio di scatti colti al volo ancora a Vieste. 9. 10. Grazie per essere arrivati a leggere fino a qui.
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  17. Non sono mai stato un particolare appassionato di questo genere fotografico, ma la voglia di fotografare mi ha spinto a provare. Qui l'esordio, in casa. Ora, fortunatamente, inizia a fiorire qualcosa, per cui ho proseguito con i miei tentativi. Dico subito che mi sono divertito un sacco, al punto da provare sia sabato che domenica della scorsa settimana. In particolare domenica, ho passato diverse ore sdraiato nel bosco a provare punti di ripresa bassissimi. Ero del tutto assorbito a cercare il punto di ripresa perfetto, incrociando sfocati, luce, erba, foglie, petali.... insomma mi sembrava di avere davanti una tavolozza ricchissima. E, con il passare del pomeriggio, la luce cambiando aggiungeva meravigliose variabili. (N.b: sdraiarsi in boschi frequentati da ungulati è una pratica che non consiglio per via delle zecche, che ho ignorato preso da quello che vedevo ma che mi ha lasciato ben preoccupato nelle ore successive). Come dicevo nel blog di apertura di questa serie, il mio intento non è di riprodurre i fiori "da catalogo" ma quello di lavorare prevalentemente ad ampie aperture (vedrete che qui ho fatto anche qualche scatto più chiuso, sto sperimentando e per capire bene preferisco scattare e poi guardare con calma a casa), valorizzando lo sfocato e dando risalto più alle forme che alla nitidezza. Nitidezza che deve esserci, ma che cerco di confinare a pochi tratti. All'opposto di quanto ho fatto in casa, non ho usato null'altro che la luce naturale e non ho aggiunto goccioline o altro. Al massimo, in alcune inquadrature, mi sono limitato a togliere qualche stelo secco che "sporcava" la composizione o, più spesso, a lasciare/introdurre volontariamente tra la lente ed il fiore elementi sfocati. Il bello di tutto questo giochino, in sostanza, è stato usare i mattoncini che madre natura ha disseminato in giro e valorizzarli con spostamenti del punto di ripresa di pochi centimetri. Insomma, pochi metri quadrati di bosco sono stati un universo di possibilità. Ultima nota, tutte le immagini sono state fatte a mano libera. Io, normalmente, preferisco, e di molto, usare il treppiede, ma qui non era materialmente possibile accedere a tali "bassezze" usandolo. Come lenti ho usato il 50S 1.8, con i tubi di prolonga Meike 11 e/o 18 (non ho segnato quali sono fatte con uno e quali con due, e non mi è possibile ricostruirlo ora), ed il 70-200/2.8FL via FTZ con la lente diottrica Canon 500D, che è risultato di una incredibile comodità compositiva per via della variazione di ingrandimento data dallo zoom (non mi dilungo a spiegare, ma agli interessati consiglio di cercare i fantastici articoli di Silvio). Ed ora un po' di foto. Z6II su 50S 1.8 a F2.8 1/25s ISO 200 - Al mattino aveva piovuto ed io, uscendo in primo pomeriggio, cercavo le goccioline. Errore: questi fiori bagnati stanno chiusi. Ho quindi fatto una bella passeggiata e sono riuscito a fotografare solo alla fine del pomeriggio, qui sono le 18:05 (del 6 marzo e nel bosco). Z6II su 50S 1.8 a F2 1/25s ISO 200 - Stesso fiore, stessa lente, forse un mezzo metro più lontano e 7 minuti dopo.... ma la luce è finita ed in esterni basta un filo d'aria per rendere impossibile avere anche solo il goccio di nitidezza che serve. Z6II su 70-200/2.8FL@200mm a F8 1/100s ISO 200 15:34 del giorno dopo, c'è il sole. Non è più facile, anzi in realtà è più difficile perché il sole filtra tra i rami spogli ed una delle altre variabili da conciliare è dove cade la luce e cosa produce. Z6II su 70-200/2.8FL@175mm a F8 1/100s ISO 200 Z6II su 70-200/2.8FL@170mm a F4.5 1/160s ISO 100 Z6II su 70-200/2.8FL@110mm a F2.8 1/200s ISO 200 Z6II su 70-200/2.8FL@165mm a F4 1/125s ISO 400 Z6II su 70-200/2.8FL@135mm a F5.6 1/50s ISO 400 Z6II su 50S 1.8 a F4 1/25s ISO 100 - Ci risiamo, sono di nuovo le 18:04.... Quel rosa è proprio il tramonto. Sono impazzito per fotografare questo meraviglioso amico con dietro la palla del sole. Ne ho fatte molte, nessuna mi convince. Z6II su 50S 1.8 a F2 1/60s ISO 100. Com'è andata l'ho scritto sopra, ora un po' di info sui retroscena. Innanzi tutto le Z con il monitor basculante sono veramente una manna, io stavo sdraiato a terra perché dopo ore di scatto non riuscivo più a stare comodo in ginocchio - e questo nonostante le ginocchiere da giardiniere che dopo il primo giorno ho iniziato ad usare. Ma è perché le mi ginocchia hanno fatto troppi chilometri! Come detto, niente treppiede, ma con la macchia fotografica tenuta in mano e la mano a terra. In certi casi, la macchina direttamente a terra, in particolare le ultime due immagini per far corrispondere il fiore ed i colori del tramonto. Il 50 1.8S con i tubi è una meraviglia, solo è un po' scomodo lavorarci a mano libera: servirebbero tre mani quando si devono cambiare i tubi (e capita molto spesso, visto che le 4 combinazioni: liscio, 11mm, 18mm, 29mm producono distanze di lavoro e quindi ingrandimenti ben differenti). Ovviamente, tra mani e macchina a terra - che nel bosco significa fango, foglie, erba - non bisogna aver paura di portar qualcosa sul sensore (e qui speriamo che a Tokyo ascoltino). La vera sorpresa è la versatilità del 70-200/2.8FL con la 500D. Se non si cerca il massimo ingrandimento, la possibilità di zoomare consente di comporre variando grandemente la dimensione del soggetto. E, se non si cerca la nitidezza a tutto fotogramma, anche ad f2.8 fornisce risultati assolutamente interessanti. Ma quanto mi farebbe piacere provare un 105 macro per fare queste cose!!!!
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  18. Questo blog nasce dal fatto che per me fare divulgazione non è solo un lavoro, spesso (ma non sempre) è anche un divertimento, lavoro e hobby insieme. Infatti al momento sto rovistando nei miei hard disk, in cerca di illustrazioni interessanti per la conferenza sull'evoluzione dell'uomo che devo fare a fine Aprile. Come sempre quando mi vengono sott'occhio le immagini dell'Uomo di Neandertal, mi ricordo di essere proprio affezionato a questo nostro cugino nemmeno troppo lontano... mi scuserete, ma non posso lasciarlo andare via senza farci quattro chiacchiere. Perdona la curiosità, ma ti chiami Neanderthal o Neandertal? Io non dovrei sapere nè leggere nè scrivere, ma ho sentito dire che Thal o Tal in tedesco vogliono dire la stessa cosa, "valle". Solo che la grammatica tedesca da cent'anni e più ha tolto l' "h" da "thal", quindi oggi dovrei essere un Uomo di Neandertal (della valle di Neander vicino a Dusseldorf, in Germania, dove hanno trovato i primi resti), come dire Emmental (della valle di Emmen). Rimane l'h nel nome scientifico, Homo neanderthalensis. Sei cambiato parecchio negli anni. Vorrei ben vedere! Le prime ricostruzioni non mi rendevano giustizia! Devo concederti che sapevate ancora poco dell'evoluzione dell'uomo e mi consideravate un intermedio, un mezzo scimmione. Solo perchè sono stato il primo ad essere trovato mi consideravate il più primitivo. Invece, guarda caso, ero l'ultimo e siamo stati anche contemporanei, perchè voi Homo sapiens non siete nemmeno nostri discendenti! Beh, anche il fatto che il primo scheletro completo che avete trovato fosse di un vecchio di quarant'anni, con artrosi alla spina dorsale, non ha aiutato. L'Uomo di Neandertal come lo si ricostruiva nel 1910... uno scimmione. Nel 1930, siamo ancora dalle parti del bruto... 1960, il famoso "accampamento Neandertal" di Zdenek Burian. Peli e gobba a parte, va già meglio. 1990, assume finalmente la postura corretta e sembra fare qualcosa di intelligente. Nemmeno pelosi, giustamente. 2000 Trucco per gli attori di un programma di divulgazione scientifica. Diversi ma molto umani. 2008, Modelli di Uomo e donna Neandertal, la mappatura del DNA chiarisce molti aspetti, fra cui che eravamo specie diverse ma compatibili. Per fortuna siete andati avanti con gli scavi e le ricerche, tanti più scheletri dei nostri e. negli ultimi anni, soprattutto la mappatura del nostro DNA, hanno chiarito che in fondo eravamo sì diversi da voi, ma non troppo diversi. Innanzi tutto non eravamo gobbi, avevamo la pelle chiara e molti di noi che vivevano in Nord Europa avevano i capelli rossi. Rimani però un tipo piuttosto tozzo e non proprio bello come Apollo. Ti credo, prova a vivere per trecentomila anni fra la Scozia e la Siberia con ogni tanto delle glaciazioni in mezzo, prova cacciare Orsi, Alci e Mammut solo con la lancia, non è roba da ballerine! E' vero, sono un po' più basso di voi Homo sapiens, ho le gambe più corte, ma se guardi gli Inuit (Eschimesi) di oggi, hanno anche loro le gambe corte e il tronco tozzo, è un adattamento a non disperdere il calore del corpo in climi freddi. L'Uomo di Neandertal aveva ossa più spesse delle nostre, torace a botte e tronco tozzo. La mia faccia ha la fronte sporgente per far spazio a seni frontali grandi, insieme al nasone mi servivano per riscaldare l'aria gelida che respiravo. Mi manca il mento? Forse, o forse siete voi che avete incisivi troppo piccoli? eh eh. Vi ho curati.. negli ultimi 10,000 anni le vostre mandibole sono diventate sempre più gracili almeno del 20% a quanti di voi non c'è più spazio per i denti del Giudizio? H. sapiens a sinistra, Neandertal a destra, Il cervello di Neandertal in media era un po' più grande del nostro. Il mento non è una struttura nuova, è conseguenza della piccolezza dei denti in H.sapiens. Sarò stato meno bello di voi (dipende dai gusti, comunque) però ero ben più forte di tutti voi, molto più forte. Le mie ossa sono molto più spesse delle vostre e sostenevano muscoli molto più grossi dei vostri... ehi, vuoi per caso fare a braccio di ferro? Neandertal vs Sapiens, diorama al Museo di Mettmann (Germania). No grazie, già 40.000 anni fa il miei avi avrebbero perso, ma oggi come oggi il mio braccio da sapiens del 2020 lo romperesti come un grissino. Però noi siamo sempre stati più svegli di voi, altrimenti quello fossile sarei io, no? Accidenti, accidenti... Non ricordo bene cosa è successo, ci sono stati 10.000 anni di coesistenza fra noi e voi, però sembra proprio che non ci sopportassimo troppo, dove arrivavate voi, dopo un po' di tempo noi ce ne andavamo così, a forza di ritirarci e perdere terreno, alla fine i quattro gatti di Neandertaliani rimasti si sono ritrovati col mare alle spalle nell'ultimo spicchio di Europa, cioè a Gibilterra, e poi... addio. Qualcuno dice che vi sapevate organizzare meglio, eravate più intelligenti, ma il mistero rimane. Però ... anche noi non eravamo dei bruti, usavamo il fuoco come voi e, anche se ci piaceva soprattutto la carne, sapevamo pescare, cuocere una minestra, ed eravamo educati, usavamo persino gli lo stuzzicadenti. Avevamo senso estetico, ci facevamo dei bei vestiti di pelle (sembra che però non sapessimo cucire, legavamo le pelli con dei cordini) ci ornavamo di penne e di conchiglie, ci dipingevamo la faccia. I denti dei Neandertal mostrano spesso tracce di usura che un tempo si trovavano nei denti degli Inuit, causate dal mordere fortemente le pelli degli animali per ammorbidirle mentre le conciavano (dal diorama del Museo di Storia Naturale di Pisa). Noi però abbiamo il pensiero astratto, l'arte... E' vero che le pitture rupestri le avete fatte solo voi. Trentamila anni fa, non so come, ma vi è successo qualcosa e all'improvviso vi siete messi a fare arte a tutto spiano, pitture, statuine di donnne ciccione, di uomini leone... noi al massimo abbiamo fatto qualche ghirigoro su uan roccia... Ma se si trova un neandertaliano sepolto in posizione di riposo, con intorno ornamenti di conchiglie, penne d'uccello e tracce di polline di fiori, non ti viene in mente che anche noi potevamo avere un pensiero astratto? E ti do' una notizia dell'ultima ora, le mappature genetiche più recenti indicano che in nostri cervelli avevano aree del linguaggio molto simili alle vostre, chi lo sa, forse a noi Neandertal mancava solo un zic, accidenti. Ritratto di un Neandertaliano con ornamenti ritrovati nei siti e nelle sepolture. Ma dicono che alcuni di voi erano cannibali. Se anche fosse che qualche clan era cannibale, ... di tribù sapiens cannibali non ce ne sono mai state? Mi fai sentire un po' in colpa, come fossi cow boy con gli Indiani. No quello è stato peggio. Comunque è andata così, non ci si può far niente. Peccato però, i paleontologi dicono che stavamo pian piano imparando un po' di cose da voi ... dove siamo vissuti assieme, non è andata sempre male. Ma voi Neandertal da dove siete venuti? Carissimo, la mia è l'unica specie di uomo che ha avuto origine in Europa (da specie di Homo più antiche che avevano lasciato l'Africa), abbiamo popolato tutta l'Europa, ci siamo espansi in Medio Oriente e poi in Asia Centrale e in Siberia. Quando voi Homo sapiens discutete fra voi su chi siano i veri Europei, beh i veri Europei siamo solo noi, i Neandertal! Stavamo in pace con i nostri amici est asiatici (Homo denisoviensis o Denisoviani NdR) e poi dall'Africa siete arrivati voi Homo sapiens e ci avete combinato tutto quel casino, poveri noi e poveri Denisoviani. Donna "Neandertaliana" nordeuropea e Uomo "Sapiens". I primi H.sapiens ad arrivare in Europa avevano la pelle scura perchè venivano dall'Africa. Si schiarirono successivamente, per ragioni legate alla produzione di vitamina D, almeno così sembrerebbe. Di voi non rimane più niente, peccato. Proprio niente no, la piccola rivincita è che nel vostro DNA di sapiens c'è dal 2 al 4% di geni neandertaliani, qualche volta i capelli rossi sono merito nostro (non sempre eh, non preoccupatevi). Come facciamo ad avere dei geni di Neandertal? Vuoi che ti faccia un disegnino? Ah no, io non so disegnare... Beh, come dire, a volte si fa la guerra, altre si fa l'amore, al buio tutti i gatti sono grigi e così via...tu sei un paleontologo, ma ultimamente chi fa genetica di popolazione sugli uomini primitivi scopre più cose di te. Backstage del film "Un Milione di anni fa", mi piace proporla come metafora per "primitivi mescolati a moderni". Quando è uscito il film ero così piccolo che ho ammirato i Dinosauri senza accorgermi di Rachel Welch! Che indubbiamente, col senno di qualche anno dopo, meritava. Ma pensa ... c'erano due specie di Homo che si potevano ibridare... No almeno tre specie!! c'erano anche i Denisoviani (le popolazioni moderne asiatiche e soprattutto i Melanesiani hanno un po' di DNA dell'uomo di Denisova), lo sai che hanno analizzato il DNA delle ossa di una ragazzina fossile, ed è venuto fuori che aveva papà Denisova e mamma Neandertal? Senza dimenticare che anche noi Neandertaliani abbiamo preso un qualche gene da voi Homo sapiens e i sapiens asiatici hanno una percentuale di geni denisoviani, quindi ai tempi c'era molta allegria... Come si fa a sapere... Amico, sono solo un Homo neanderthalensis, ti sei dimenticato? Non ho studiato Genetica. Ma adesso ti chiedo scusa, vorrei tornare al lavoro. Arrivederci allora, e grazie della chiacchierata! Per essere un sapiens sei quasi simpatico. Magari hai ragione, ci rivedremo. Adesso vado. Un Neandertal sbarbato e vestito (Museo di Mettman, Germania), per strada non si noterebbe più di tanto, in giro oggi si trova di molto peggio. Nota 1 Quello che scrivo non è roba mia ma proviene da studi rigorosi pubblicati su riviste scientifiche di alto livello. Qui lo spazio per mettere la bibliografia non c'è, ma se qualcuno vuole posso dargli tutti i riferimenti alle pubblicazioni. Nota 2 Se qualcuno non resiste dalle curiosità... come si fa a sapere che Denny, la ragazzina di 90.000 anni fa, aveva la mamma Neandertal e il papà Denisova? I cromosomi (le barrette che contengono il DNA) sono a coppie e metà di ciascuna coppia viene da un genitore e metà dall'altro. Denny ha per ciascuna coppia un cromosoma Neandertal ed uno Denisova. Ma nelle cellule ci sono dei micro-organi (i mitocondri) che contengono DNA che si eredita solo dalla mamma e in Denny sono solo di Neandertal quindi era la mamma ad essere Neandertal. Nota 3. Tanti anni fa la Radio trasmetteva un programma che si chiamava "le interviste impossibili", in cui un uomo di cultura di oggi immaginava di dialogare con un personaggio dell'antichità, come ad esempio Socrate... Italo Calvino scrisse un'intervista proprio all'uomo di Neandertal. Oggi dal punto di vista paleontologico chiaramente non ci azzecca più, ma la saggezza e l'ironia di Calvino sono senza tempo, se volete è qui: https://www.raiplayradio.it/audio/2019/10/RaiTv-Media-Audio-Item-ebbd7892-6e19-4700-885f-a3b5b77b0ddc.html FOTO DA INTERNET, COPYRIGHT DEGLI AVENTI DIRITTO, QUI RIPRODOTTE A SOLO SCOPO DI DIVULGAZIONE.
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  19. Chi segue Nikonland sa benissimo che le libellule sono i miei soggetti preferiti per la fotografia ravvicinata. Ho già scritto diversi articoli su come mi piace fotografarle, qui voglio raccontare qualcosa di un po' diverso. Voglio descrivere le libellule che ho fotografato, non proprio in modo scientifico, da manuale, piuttosto, cerco di ritrarre il loro carattere, le impressioni (o sensazioni), che mi da' il vederle. Qualcosa di più personale, però senza cadere nel tranello dell' "umanizzare" gli animali, cioè senza affibbiare loro caratteri, sentimenti e atteggiamenti che non hanno. Gli animali sono belli per quello che sono, anzi sono più belli quando li si conosce per come sono realmente.Così cerco di cogliere posture interessanti, ma sempre spontanee, naturali, oppure attività come la riproduzione, il volo, la deposizione delle uova, che rendono più vivace l'immagine. Sempre per gusto personale, se posso evito gli sfondi neri, se non posso, allora me li tengo. Chiaramente, nel fotografarli non voglio essere asettico, anche per me la scelta di luce, sfondo ed inquadratura sono fondamentali per rendere bello, o almeno piacevole lo scatto, per personalizzarlo, per interpretare il soggetto e, si spera, trasmettere a chi vede quel che mi ha colpito. Qualche volta uso anche il bianco e nero per evidenziare una postura od una situazione particolarmente "grafica". Per il mio sentire, questo basta. Ma sugli aspetti fotografici e le motivazioni, se serve, ci tornerò alla fine del diario. Adesso si comincia. Gli Odonati sono il grande gruppo che comprende le Libellule, ma contiene due "tipologie" diverse, una comprende le Damigelle (Zigotteri) più piccole, e l'altro le Libellule vere e proprie. Io fotografo tutte e due, però preferisco le libellule, quindi il diario racconterà di loro, non di tutte quelle che ho fotografato, perchè sarebbero troppe, quelle più interessanti a mio vedere. Potrei anche concludere con quelle che non ho ancora fotografato... La prima è l'Imperatore, come è doveroso. Libellula Imperatore (Anax imperator). Anax (e Wanax) in greco antico vuol dire "colui che comanda, il dominatore, il re". Nome meritato per la più grossa libellula italiana. E' bello vederla in volo con i grandi occhi verde/blu, il torace verde chiaro brillante e il lungo addome blu nei maschi maturi (e in qualche femmina vecchia) e verde nelle femmine, sempre rigato di nero. L'Imperatore è veloce, saettante, si posa raramente, e quando lo fa, come quasi tutte le grandi libellule, si appende sotto al sostegno. Pattuglia senza sosta lo specchio d'acqua che è il suo territorio, scacciando i rivali e cacciando tutto quello che può mangiare, comprese le libellule appena più piccole. Spesso si sentono i sonori "frr!" dello sbattere delle ali di due combattenti In volo tiene l'addome leggermente arcuato verso il basso, il che la rende riconoscibile al primo colpo. E' piuttosto diffidente e di solito occorre una lunga focale per fotografarla in attività. Per riprenderla in volo ci vuole pazienza, individuare le sue rotte, fissare l'obiettivo su un punto ed aspettare pazientemente che ci ricapiti, se si ha fortuna la si coglie mentre fa hovering (volo stazionario), immobile sia pure per pochi istanti. Quando la femmina depone le uova, si ha un'occasione per foto più particolari, ma anche se impegnata, meglio stare a distanza, se no potrebbe finire per accorgersi di noi, sentirsi minacciata ed involarsi. Bisogna soprattutto fare attenzione a dove cade la nostra ombra. Ecco un piccolo ritratto dell'Imperatore. Alla prossima (se volete). Datemi un feedback però, se a qualcuno piace l'idea vado avanti con le puntate, se no .. no, senza problemi. E poi vi beccate Lovecraft (scherzo!).
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  20. Point Boset è un comune suff. piccolo.. or ora ha 174 abitanti, certo durante l'estate la popolazione aumenta e non di poco ma sono turisti, al sopraggiungere dell'inverno.. se ne vanno e magari pure prima, l'area del comune tecnicamente è di 33 Km quadrati, ma non vi avevo detto che è posto in Montagna.. con un torrente un pochino impetuoso in mezzo..l'Ayasse.. è situato nella valle di Champocher circa alla metà, la valle è lunga una quindicina di chilometri ed è alla sinistra orografica venendo da Bard verso Aosta, ma tutto questo vi chiederete a cosa porta? ma porta ai ponti.. vi ricordate il nostro ex reporter un pochino attempato? parlo di Clint.. che con la sua Nikon F fotografa i Ponti di Madison County.. però laggiù la lingua era il mericano, roba simile all'inglese, quì è il Patois, molto musicale simile al francese.. ma tanto non la capisco lo stesso.. per fortuna mia, la parlano solo i vecchi del posto. Ebbene, ma anche noi abbiamo cose simili.. a Pont Bosset si trovano: Gouglet, Ronchas, Frontiere, Ratus, vaseras, Frassineye per ultimo Savin.. cosa sono? ma i nomi dei loro ponti.. ora, trovare a casa nostra un paese piccolo.. con sette ponti non credo sia una cosa facile facile.. Questa mattina alzato di buon'ora.. ho portato la Zetina a prendere un pò d'aria.. partiti io e mia moglie, il cielo sopra di noi era sul coperto andante, il meteo per la Val D'Aosta prometteva bene.. passata Ivrea ci si addentra , e si incomincia a vedere una minor nuvolaglia.. ho sbagliato l'uscita, al posto di San Martin, sono uscito a Verres, tornato indietro di pochi chilometri alla destra vedo l'ingresso della val Champocher, dopo altri otto chilometri in salita con strade non esattamente larghe, si arriva.. ma ora parleranno le immagini.. Iniziando la salita ci si lascia alle spalle l'imponente Fortezza di Bard, distrutta da Napoleone Bonaparte quando invase il nostro paese.. ma non fu una cosa rapida, il forte resistette.. per diverso tempo La nuvolaglia che avevano sopra la testa.. Si entra nel paese, purtroppo poco dopo capii che ero, almeno per me.. dalla parte sbagliata.. Tutto il percorso pedonale con tanti bellissimi fiori.. Una sorpresa.. ricci di castagne... bellissimi.. Guardando poco dopo il bosco con i castagni alla mia destra, intravedo il primo ponte.. e proseguiamo, Ed ecco il palazzo del comune e visto il numero degl'abitanti, ospita anche l'ufficio postale.. Ora la mappa con il percorso per poter ammirare io ponti, purtroppo non era una cosa fattibile per me, la lunghezza del percorso mi bloccava.. che fare? chiedo e mi spiegano di entrare con la mia vettura alla fine del paese, più a monte.. Tornado indietro a piedi incrociamo una bellissima fontana.. Altra piccola e nera sorpresa.. non ci crederete lo sò purtroppo, ma il Mao mi ha chiamato.. ovviamente in Patois Micesco, e mi ha chiesto quando Silvio andrà a fotografarli, sono in diversi e lo aspetterebbero tutti contenti, ho risposto loro che metterò una buona parola.. vi sono una miriade di scale che scendono lungo la costa del paese, situato sulle pendici della montagna; ma.. magari scendere.. ma poi a salire come potre fare?.. abbandonato l'idea.. Le case sono così vicine una con l'altra, che i loro tetti proteggono in gran parte quando piove.. Tre scorci del paesino.. Ed eccoci al primo ponte in pietra, sotto ora scorre il torrente Ayasse Una serie di viste dai due lati con alcuni particolari E impressionante vedere l'acqua nel tempo come ha sagomato la pietra.. a prenderla in mano pare inconsistente.. ti scappa, mentre la pietra.. è per solida e dura.. ma con il tempo.. Ed ecco il secondo ponte.. con due arcate questo. Ecco il bacino formatesi sotto.. Ancora due viste.. Siamo al terzo ponte... purtroppo la strada è molto stretta, sono uscito al volo dalla vettura e, parcheggi.. non erano presenti.. E siamo arrivati al quarto ed ultimo, almeno per me.. il resto a piedi non era nelle mie possibilità, chiedo scusa ma non posso farci nulla.. Vedere questi specchi d'acqua.. mi viene da pensare ad una cosa.. conosco un Nikonlander che fà anche immersioni in acqua dolce, anche in laghi di montagna.. magari potrebbe trovare della fauna ittica particolare.. vedremo di avvisarlo.. " questo Nikonlander " si immagino che alcuni di Voi sappiano chi.. è... I segni su queste rocce sono.. fantastici.. a mio vedere.. A vederli così ondulati.. paiono fiumi d'acqua.. Non ho potuto avvicinarmi di più.. Il laghetto a valle del ponte.. Un particolare dello sfondo.. ora, sempre il nostro " Amico " di cui abbiamo accennato poco fà.. magari, potrebbe finire la mia opera, con i tre mancanti.. e fare altri scatti con " altri " punti di vista.. diamine.. è bravissimo.. e chissà cosa potrebbe trovare quà sotto.. Ho finito la tiritera.. ringrazio tutti quanti sono riusciti tra uno sbadiglio e l'altro.. a seguire quanto ho scritto.. però... Non è possibile lasciare la Val D'Aosta senza portarsi a casa il famosissimo Lardo di Arnad ed anche il loro spettacolare Formaggio... Buona notte a tutti.. Dimenticavo... ovviamente.. Zeta 50... e 16-50..
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  21. Guardaruscello, è il nome che si da' alle specie del Genere Cordulegaster. Sono libellule grandi e molto eleganti nella loro livrea nera e gialla. Amano l'acqua pulita che scorre ed hanno un volo veloce e potente. Cordulegaster boltonii, nella foto sta facendo vibrare le ali per scaldare i muscoli e riprendere la temperatura, prima di decollare. Nikon D7100, 300mm, f11, 1/250s 1600 ISO, flash di schiarita. Come ho già raccontato, ho trovato questo esemplare che stava annegando, l'ho ripescato e l'ho appoggiato ad un tronco perchè si riprendesse. Mentre lui riacquistava le forze e si scaldava, io gli uno fatto una serie di scatti, finchè non è scattato nuovamente in volo. Sono foto a cui sono affezionato, perchè hanno una piccola storia. La storia completa la trovate qui: La mia piccola grande impresa però è stata lei (o meglio lui ): La Lindenia tetraphylla, una sola specie al mondo, molto rara in Italia. Sono andato apposta nel Grossetano per fotografarla. Lindenia tetraphylla, maschio giovane. Nikon D800, SIGMA 400mm APO MACRO, f16, 1/1000s 1250 ISO. Lindenia tetraphylla, maschio maturo. Nikon D800, SIGMA 400mm APO MACRO, f11, 1/250s 140 ISO. Sembra un elicottero da battaglia. Ama stare di guardia sui posatoi da cui decolla per la caccia o per scacciare i rivali. E' una libellula da fotografare col treppiede e focale lunga. E' molto vigile e poco confidente, per cui individuato un posatoio occorre puntarlo, restare immobili finchè non torna a posarsi. Curiosamente sembra preferiscano i rami spezzati o curvi su cui posarsi appoggiando il torace. E' l'unica specie di libellula europea in cui la femmina è più appariscente del maschio. Bianca e nera zebrata, l'ho vista (è bellissima!) ma sono riuscito a fotografare solo il maschio. Vorrei tornare lì o da qualche altra parte dove è presente per portarmi a casa una bella foto della femmina. La storia intera è qui: Ci sono tante altre specie, sempre belle ma un po' più comuni, fra tutti mi piacciono i Gonfi, così chiamati perchè l'addome termina con un rigonfiamento a clava. Tigri alate, i maschi di molte specie spiccano per forcipe in fondo all'addome che serve ad agguantare la femmina. Onychogomphus forcipatus, maschio nella posa "dell'Obelisco" (di solito è per esibizione o per disperdere meglio il calore nelle giornate torride). Nikon D300, 300mm AFS + TC14, f8, 1/500s, 400 ISO. Simpatica anche la Libellula depressa detta Panciapiatta, per l'addome depresso, appunto. Libellula depressa maschio. Nikon D700, 200mm micro-nikkor AfD, f16, 1/250s 800 ISO. Libellula depressa femmina . Nikon D7100, 300mm AFS, f4, 1/1600s 360 ISO. E la Frecciarossa (Crocothemis erythraea)? Il maschio tutto rosso spicca ed è anche un soggetto abbastanza avvicinabile. Crocothemis erythraea maschio. Nikon D7100, 300mm, f 5.6 1/1250s, 800 ISO, flash di schiarita. Di Frecciazzurre (Genere Orthetrum) ce ne sono tantissime specie. Dovessi mostrarle tutte, non si finirebbe più. Orthetrum coerulescens maschio. NikonD800, SIGMA 400mm APO MACRO, f11, 1/250s, 560 ISO, flash di schiarita. Anche di Cardinali (Genere Sympetrum), chiamati così perche i maschi sono rosso-arancio (ma con le zampe nere o giallonere) ce n'è tantissime specie. Sympetrum striolatum, maschio, una delle libellule più avvicinabili. Nikon D500, 300mm Pf + Tc14, f10, 1/1250s, 1400 ISO. Arrivato dall'Africa, si è stabilito prima nel Meridione, poi è risalito fin da noi in Lombardia, col riscaldamento globale ecco l'Obelisco violetto (Trithemis annulata), bellissimo (il maschio, non è colpa mia se le femmine di queste specie sono tutte ... gialline-marroncine). Trithemis annulata maschio, L'"Obelisco" in posa da... Obelisco . Nikon D500, 300mm Pf + Tc14, f10, 1/1250s, 1400 ISO. Ma non sei stufo di fotografare libellule? A dire il vero... no. Ho per esempio ancora qualche desiderio insoddisfatto: Più di tutto vorrei fare una bella foto alla femmina di Lindenia, come ho scritto sopra. E poi c'è un sacco di altre specie che vorrei vedere (e magari fotografare!) ad esempio c'è un altro immigrato africano che mi intriga, molto grosso: la Freccia di cascata (Zygonyx torridus) un tempo segnalato solo in Sicilia, nel Trapanese, mi pare. Ultimamente ci sono segnalazioni in Calabria, vuol dire che sta risalendo il continente anche lui. Magari se non vado io da lui, fra un po' viene lui da me, come la Trithemis. E ancora tante, ma tante altre: La buffa Freccianera (Selysiothemis nigra), libellula piuttosto piccola, con un gran testone che sembra uscita da un cartone animato. Il Dragone spettro, il Dragone bruno... le Frontebianca delle torbiere... Quante ancora. Questa è l'ultima pagina del diario del vostro affezionato Fotografo di Libellule (finchè non riuscirà a fotografare qualcuna di quelle che gli mancano ). Grazie a chi mi ha seguito fin qui, come sempre spero vi sia piaciuto!
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  22. Con un po' di fatica perchè a parte i problemi di salute sono fuori allenamento per via dei lockdown e del meteo che quest'inverno mi hanno tenuto chiuso in casa, mi sto impegnando in qualche passeggiata non troppo faticosa. Stranamente è piovuto ininterrottamente da novembre ad aprile. Capita ogni duecento anni? Vabbè, quest'anno è capitato. Allora riprendo in mano e cerco di concludere vecchi lavori che considero appropriati per il blog. Ho pensato bene, quindi, di raccontare una storia. La storia di una chiesetta campestre situata a Martis, un piccolo comune dell'Anglona, poco meno di 500 abitanti, a una quarantina di chilometri da Sassari. La chiesa in questione è San Pantaleo, edificata nel 1325 con una strana scelta architettonica: un'unica navata quasi interamente in stile romanico ma con qualche tratto aragonese, alla quale in seguito vennero aggiunte due navate laterali e un campanile in chiaro stile gotico (XVI secolo). Questa la brevissima descrizione ma non la storia, in fondo di chiesette campestri in Sardegna ce ne sono a decine e fin qui niente di strano. La particolarità di San Pantaleo è che venne sconsacrata nel 1920 in seguito a uno smottamento. In effetti venne edificata ai margini di un altopiano, su una base di roccia che ne garantiva, in quegli anni, l'assoluta sicurezza. Il fatto è che in tempi più moderni ci si accorse che quella base di roccia presentava una frattura netta. Parte della navata centrale e una delle due navate laterali subirono gravi danni con il crollo della copertura, il distaccamento di parecchi blocchi di pietra del colonnato e il dissesto insanabile del campanile. Sin qui la storia. Ma in epoca più recente (1988) venne tentata una ristrutturazione almeno per renderla fruibile ai visitatori. Purtroppo il progetto venne abbandonato dopo qualche anno poichè successive perizie decretarono la definitiva chiusura del luogo di culto e il divieto assoluto di ingresso in tutta l'area circostante (con un perimetro di una cinquantina di metri attorno alla chiesa). Per farla breve i geologi dell'università e i vigili del fuoco diedero per certo il crollo. Quando? Fra un'ora... fra un anno... dieci anni... Insomma, basterebbe un tuono più forte durante un temporale e metà della chiesa (o tutta la chiesa) crollerebbe a valle. La navata centrale Il campanile Come già detto non si tratta del lavoro di una giornata, è cresciuto in diversi anni durante i quali sono riuscito a produrre alcune centinaia di immagini in condizioni ambientali e di luce molto diverse. Con uno sguardo attento noterete i vari gradi di deperimento dell'intera struttura. Ma ogni volta è sempre diverso e vedo cose nuove. Quella che doveva essere la sacrestia, forse il punto più pericoloso. Ho scattato una foto secca e sono uscito immediatamente Le arcate superstiti della navata di destra Un particolare di ciò che doveva essere un affresco su una colonna portante della navata centrale Alcuni blocchi di pietra lavorati, staccatisi dalle arcate La navata di destra Lo scoperchiamento della navata centrale Lo so, non ci dovrei entrare, non dovrei superare le transenne e il recinto facendo finta di non vedere i cartelli di divieto, ma provo grande attrazione per questo luogo abbandonato. E avverto una strana sensazione nel calpestare il pavimento di una chiesa deserta, ascoltando i miei passi e pesandoli. Immerso in un'architettura silenziosa, deformata dal tempo, da una faglia nella roccia, invisibile, aperta da chissà quale sommovimento tellurico chissà quanti millenni fa e dagli eventi atmosferici... dall'abbandono. Definitivo. Inappellabile. Mi pare persino di percepire il rumore dell'otturatore che rimbomba. So che non è possibile che ciò accada, non c'è neanche il tetto... ma quel suono arriva alle mie orecchie amplificato dal vento che scorre veloce tra le navate scoperchiate. Quello che so è che ci tornerò ancora per cercare cose che mi sono sfuggite. E per godere di quel silenzio. ----- Pezzo consigliato: A Taste of Honey, nella versione che preferisco, quella di Paul Desmond. Copyright Enrico Floris 2021 - Per Nikonland
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  23. Cherry picking (scegliere le ciliegie) è un modo di dire inglese che significa scegliere accuratamente i pezzi migliori, come si cercano le ciliegie senza bachi. In attesa di tornare a fotografare quel che mi interessa, ho pensato di riproporre qualcuna delle foto a cui sono più affezionato, anche se non tutte al top della qualità possibile, accompagnate da un piccolo commento e dove esista il link al mio precedente blog sullo stesso soggetto. LIBELLULE ESCLUSE, gli ho già dedicato il diario e niente ragni così anche gli aracnofobi possono dare un'occhiata. Gufo di palude ambientato, Nikon D800, 330mm f4 AFS + TC 14. Qui il blog: http://www.nikonland.eu/forum/index.php?/gallery/image/5842-gufo-nella-palude/ Le raganelle sono piccole e timide (ho delle foto a formato pieno eh, però.. questa è più interpretata). Nikon D700, 500mm (300mm + tc 17?). Mantide, sempre affascinante. Nikon D700 ed il glorioso micro-nikkor 200mm f4 AfD ED. Un Gruccione non può mancare. Nikon D500, 300mm f4 Pf e Tc 14. Il più rosso Scoiattolo Rosso che abbia mai visto. Una delle mie prime foto a scoiattoli, per quello ci sono particolarmente affezionato. Nikon D300, 80-400mm Af VR (a 180mm, siamo in Engadina). Poiane che litigano. Foto da capanno. Nikon D500, Sigma 100-400 a 135mm. Alba dorata. Nikon D700, 300mm f2.8 Af. Codibugnolo, folletto fantastico. Nikon D300, 300mm f4 AFS + TC17. Airone Bianco Maggiore. Nikon D500, 300mm f4 Pf. Cucù, Gheppio, fotografato dal tavolino del bar, mentre sorseggiavo un calice di Prosecco . Nikon D500, 300mm f4 Pf.
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  24. Approfittando di una rara congiunzione astrale per la quale mi è stato contemporaneamente possibile uscire di casa in quanto residente in zona gialla-Covid, contare su tempo favorevole dopo una serie di inconsuete e copiose nevicate, ed avere disponibilità di una mezza mattinata libera, ho allora approfittato per fare una breve visita al Santuario della Verna – nel Parco delle Foreste Casentinesi – e scattare le prime foto in questo nuovo Anno. Il Monte Verna con il suo Santuario è il luogo francescano più famoso dopo Assisi perché qui il Santo si recava per periodi di preghiera e penitenza, e qui ricevette le Stimmate nel 1224 dopo averlo avuto in dono dal Conte Orlando Cattani ed avervi fondato un romitorio nel quale soleva passare lunghi periodi di meditazione e di preghiera assieme ai suoi frati. Ma questo "crudo sasso intra Tevero e Arno", come lo definisce Dante Alighieri (Divina Commedia, Paradiso, canto XI), è anche uno dei luoghi simbolo di un territorio dalle bellezze naturalistiche straordinarie, tanto che è protetto dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna istituito nel 1994. Il Santuario con la neve appare ancora più mistico, magico, dove la spiritualità che si respira nel silenzio che lo circonda sembra potenziata dall’atmosfera che il bianco candore della neve dona a tutto il comprensorio. Pur tuttavia dopo tanto tempo di inattività fotografica, mi sono sentito quasi un impedito con la macchina in mano a cercare di fissare gli scatti che avevo in mente. E’ mai successo anche a voi? Ma tant’è, da qualche parte dovevo pur cominciare, e avevo forte il desiderio di fotografare e di condividere con voi questo “ritorno”. Il Santuario sorge quasi aggrappato sul Monte Verna. 1. Nel viale d’ingresso viene raccomandato il silenzio per ascoltare la spiritualità del luogo. 2. I tetti imbiancati sembrano quelli di un presepe. 3. La Basilica Maggiore, costruita a partire dal 1348 a ridosso della chiesetta di Santa Maria degli Angeli. 4. Il quadrante della Verna con la grande croce in legno che domina la vallata. 5. 6. 7. Il bel panorama che si gode dal quadrante. 8. La croce a tau, adottata come simbolo anche da San Francesco, è ognora presente. 9. 10. Grazie a chi vorrà lasciare un commento.
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  25. Il seguente non lo si può pienamente inquadrare come un articolo di viaggio, non riesco però a trovare un tag che si avvicini maggiormente. Durante la prima decade di settembre sono stato all'Isola d'Elba per festeggiare i miei primi quarant'anni di mia moglie. Ci siamo così concessi il lusso di un weekend lungo tutto per noi, in un fantastico relais, ubicato in un posto decisamente nascosto dell'isola. Elba arriviamo Il relais, derivato da un'antica cascina toscana all'interno di una zona di miniere abbandonate, si trova proprio in mezzo ai boschi al centro della fotografia. Siamo nella parte nord orientale dell'isola, sul golfo di Cavo. La struttura è davvero bellissima e ricca di fascino, tutta costruita restaurando gli originali con i muri a secco. Attorno alla struttura ci sono circa 400 ulivi e un orto che è la fine del modo. E alla sera si mangia solamente il pesce pescato dalla barca dei proprietari! Ogni stanza, 5 in totale, disponeva poi di una piscinetta privata nel bosco, disponibile h24, con acqua riscaldata. Così tra mare, scogli, snorkeling e qualche passeggiata il weekend è volato. Arrivederci Elba, ci sei piaciuta assai!
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  26. Ieri ho avuto un incontro molto fortunato quanto inatteso. 1 Quasi sulla cima del monte Amiata, una Volpe, bordo strada non è schizzata via al mio passaggio. Mi era già successo al Parco della Maremma, una mezza dozzina, negli anni scorsi e anche in Abruzzo quest’anno ne ho trovate due, Volpi, abiuate a ricevere da mangiare dalle persone, chee rimangono bordo strada attendendo il passaggio delle Automobili. Ma sulla “mia”montagna, il monte Amiata mai successo. Piccola parentesi oltre che vietato (almeno nei parchi) è sconsigliabile dare da mangiare agli animali selvatici, per la loro incolumità e per evitare incidenti alle persone, ma questo è un’altro discorso. Mi sono fermato ed ho fatto marcia indietro e Lei ancora li. Traffico nello zaino convinto che “tanto ora quando ho tirato fuori tutto fugge via. 2 quasi a riposarsi, 3 faccio ancora qualche scatto, Z6+70-300P, poi penso “deve stare male, per forza” ma il pelo è bellissimo e folto, come si addice ad un’animale in salute che si appresta ad affrontare l’inverno (ancora non ha fatto e non fa freddo, anche se un paio di nevicatelle le ha già fatte). 4 Comunque per vedere la reazione, apro lo sportello ed un mezzo scatto lo fa…. 5 ma poi si risiede 6 7 addirittura si sdraia ancora 8 9 Da qui Z6+70-200FL Gli parlo “ma che fai sei Tonta? è pericoloso te ne devi andare….” Apro ancora lo sportello faccio ancora finta di scendere si alza fa un mezzo giro 10 annusa un sasso 11 Si stira 12 Uno sbadiglio 13 14 15 Un pò di allungamenti 16 Ancora giù 17 Magari un sonnellino...."perché no...Mi si chiudono gli occhi" 18 potrebbe non essere un buon segno, penso io, ma il fatto che abbia sbadigliato e si sia stirata lo ritengo un segnale di buona salute. Comincio a muovermi ed a fare rumore, la devo far andare via, non deve ritenere il bordo strada un posto tranquillo, 19 Alla fine mi decido scendo e gli vado incontro...senza neanche troppa fretta decide di scendere la scarpata e rientrare nel bosco, si ferma e mi guarda, chissà magari pensa "che cavolo vuole questo qui". 20 Gli vado ancora dietro gridando. Lei si allontana ancora 21 Mi lancia un'ultimo sguardo.... 22 Poi sparisce tra i sassi e non la vedo più... Mi sono allontanato con la macchina per una decina di minuti, poi sono tornato a vedere se fosse ritornata sulla strada....Non per niente è una VOLPE. NO non c'era Meglio così e BUONA FORTUNA. PS: foto come uscite dalla macchina, solo convertite in jpg con View NX e ridimensionate con PS. Solo tre, quelle dello sbadiglio, ritagliate lato dx perché inavvertitamente avevo ripreso anche un pò di specchietto della macchina....
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  27. Mix differente, ma con gli stessi ingredienti: io, Rossano, modella, casa mia, ed i passanti su corso Promessi Sposi. A 'sto giro manca l'attempata zia, ma mia madre è arrivata a casa giusto in tempo per trovarci così disposti (io dietro la Z fc) La cosa nasce dalla newsletter di Ross in cui propone la bella Agnes, ma purtroppo dopo un breve scambio epistolare mi rendo conto che non sarei riuscito a vederla. L'occasione sembra persa, ma ecco che il prode Ross mi scrive: "Castelli! Se domenica ci sei ti porto la modella a casa, anzi, DEVI esserci !" Ovviamente sposto eventuali impegni e attendo Ross + modella, dopo un venerdì e sabato di discreti bagordi e in cui mi reggo in piedi per miracolo ancora più del solito. Devo dire che non appena vista Agnes mi sono ripreso, anche grazie alla sua simpatia. Basti dire che per un non si è portata nessun outfit e le ho prestato una mia maglietta giusto per essere un po' a proprio agio nei primi scatti. Agio più mio che suo, alla fine. E niente, alla fine anche stavolta si è finiti con una bellissima creatura che salutava dal balcone gli automobilisti in veste da compleanno, come si dice. Che volete che vi dica? Adorava il Resegone e le montagne qui intorno. Abbiamo scattato anche all'interno, comunque. Il tutto è finito con un aperitivo preparato da mia madre, in cui ha fatto amicizia con Agnes e dopo il quale non finivano più di abbracciarsi Direi che nemmeno io ho potuto lamentarmi Insomma, altra giornata memorabile, grazie a Ross che peraltro ha dovuto sfidare il traffico domenicale, e mi ha anche portato un Godox senza il quale avrei avuto qualche difficoltà, data la giornata di pioggia. Agnes è una ragazza adorabile, posa con grande entusiasmo e spero di rivederla presto. Evviva, e alla prossima !
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  28. Il Cane è stato quasi certamente il primo animale addomesticato dall'Uomo, lo dice la Paleontologia e lo conferma la Genetica. 20.000 anni fa, durante l'ultimo massimo glaciale, l'Uomo, ancora solo cacciatore/raccoglitore, aveva a che fare con il Lupo, a volte avversario temibile ma al tempo stesso onorato. In più parti del mondo indipendentemente, in quei tempi antichissimi, l'uomo ha addomesticato una specie di Lupo oggi estinta (lo dice la Genetica), specie da cui discendono sia il Cane domestico che il Lupo Grigio attuale (Cane e Lupo "attuale" sarebbero quindi sotto-specie sorelle, nate da una specie madre -sempre di Lupo, si possono incrociare facilmente e l'hanno sempre fatto). Ventimila (ma qualcuno sostiene anche trentamila) anni fa, il Lupo ancestrale si aggirava intorno agli accampamenti umani, probabilmente in cerca di scarti di cacciagione. Erano brutti tempi, molta della fauna di erbivori di cui si nutriva era estinta o divenuta rara. Si pensa che il Lupo fosse spesso costretto a .. fare lo Sciacallo. Foto Silvio Renesto. Già nel Paleolitico uomo e lupo (quello "antico") iniziarono così a frequentarsi, nel bene e nel male, e l'uomo selezionò quei cuccioli più obbedienti ed amichevoli, facendone un guardiano ed un aiuto nella caccia. Poi venne tutto il resto, una storia molto lunga intricata ed affascinante, ma io ho raccontato del cane solo per parlare dei Gatti. Il Lupo, come la Capra, poco dopo, e molto tempo dopo la Mucca, l'Asino e poi gli altri, sono stati addomesticati perchè erano utili e perchè erano facili da addomesticare. Come animali sociali, avevano già una gerarchia e ubbidivano ad un capo, bastava quindi selezionare i più docili (i più infantili) e sostituire l'uomo al capo branco. I Lupi hanno un preciso ordine sociale all'interno del branco che comprende intensi rapporti fra gli individui. Foto Silvio Renesto. Il Gatto selvatico invece era, ed è ancora un animale solitario, territoriale e intollerante dei propri simili, cioè non aveva nessuna delle caratteristiche per diventare un animale domestico. L'Uomo nella preistoria lo cacciava, per lui era fonte di cibo e di pelliccia, quindi il Gatto, oltre al carattere, aveva ben poche ragioni per essere amichevole. E allora cos'è successo? Il Gatto ha deciso di "addomesticarsi" (almeno un po', chi lo sa) da solo. Molto, molto tempo dopo l'addomesticamento del cane, 10.000 anni fa circa, l'uomo diventò agricoltore e sedentario, a cominciare da due luoghi: la Mezzaluna fertile (il tratto di terre comprese fra i due fiumi Tigri ed Eufrate, dove sorsero le prime grandi civiltà, i Sumeri e gli altri) e la Valle del Nilo. la coltivazione genera un surplus di risorse di cibo che devono essere immagazzinate, e queste quantità di cibo attirano i roditori, prede di elezione del Gatto. Così in quelle zone, il Gatto selvatico nordafricano (Felis silvestris lybica), una delle quattro o cinque sottospecie di Gatto selvatico, si è arrischiato ad avvicinarsi agli insediamenti umani, attratto dall'abbondanza di prede. Il Gatto selvatico Nordafricano (Felis silvestris lybica). Foto da Internet Il Gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris). Le differenze fra le due sottospecie sono soprattutto legate la clima e all'ambiente, l'europeo è più tozzo e con gambe più corte per conservare il calore e muoversi nel sottobosco fitto, il nordafricano è più snello e sottile con zampe più lunghe per disperdere meglio il calore e perchè vive in zone più aperte con vegetazione più rada. Foto Silvio Renesto Questo ha portato a diverse conseguenze, da una parte l'uomo ha riconosciuto l'utilità del gatto per il controllo dei roditori, dall'altra il gatto "libico" ha iniziato ad avere meno paura dell'uomo e, per necessità ,se voleva approfittare dell'abbondanza di cibo, anche a tollerare di più i propri simili, diventando un po' (poco) più sociale. Abbiamo quindi le prime "colonie feline". Naturalmente nessun Gatto ha fatto questi ragionamenti, è la Selezione Naturale: intorno agli insediamenti umani i più sociali e tolleranti avevano accesso a più risorse, vivevano più a lungo e si riproducevano di più, trasmettendo la "socialità" (controllata da una serie di geni che regolano alcuni ormoni, ma non chiedetemi di più) ai loro discendenti. Questa minore aggressività e maggiore confidenza si è cominciata ad estendere anche nei confronti dell'uomo. Il Gatto cominciò a frequentare gli insediamenti, e poi le case degli uomini, di sua volontà, mantenendo però il suo carattere indipendente. Il Gatto selvatico in Europa invece ha mantenuto il suo carattere.. scontrosissimo. Intanto l'Uomo nel Mediterraneo ha cominciato a considerare il Gatto una preziosa risorsa. Il primo ritrovamento di Gatto sicuramente domestico risale a 9500 anni fa ed è stato trovato a Cipro. Possiamo dire che era domestico perchè è stato seppellito in una tomba e perchè Cipro come isola non ha mai avuto Gatti e siccome nessun Gatto si sognerebbe di traversare a nuoto dei bracci di mare, l'unico modo in cui quel Gatto è potuto arrivare a Cipro è perchè qualcuno ce l'ha portato, su di una nave, magari come cacciatore di topi, oppure già come animale di compagnia. Lo stesso è accaduto nell'antico Egitto, e qui vediamo meglio l'altro fattore che ha giocato a favore del rapporto uomo-gatto (in tutto il mondo): il gatto diventa un animale da compagnia: Rispetto ad altri cacciatori di topi (mustelidi, manguste ecc.), il gatto è più "carino" (gli inglesi hanno la parola giusta "cute") le mascelle corte, la testa tonda gli occhi grandi e frontali come i nostri, sono caratteri che ricordano i cuccioli (anche umani), quindi il Gatto, oltre ad essere utile, "piaceva". La testa rotonda e le piccole dimensioni inducono tenerezza per questi piccoli killer. Foto Silvio Renesto Gli egiziani tra i primi lo adottarono come animale da compagnia, e poi loro ne fecero una divinità, ma il Gatto appare in molti miti e racconti delle civiltà orientali (ma anche tra i Vichinghi ). In questo affresco egizio che rappresenta un sontuoso pranzo di una coppia, si vede un gatto seduto sotto alla sedia, che mangia un pesce, quasi sempre il gatto è raffigurato sotto alla sedia della donna (abito lungo). Il Gatto dell'affresco ha il tipico mantello di Felis silvestris lybica, ed ha ancora la grossa riga scura sul dorso tipica dei Gatti selvatici e assente nel Gatto domestico. Da Internet . Altro frammento egiziano in cui il Gatto è raffigurato come uccisore di Serpenti (figurativamente, con un coltello!). Altro buon motivo per essere amato da quelle parti. Da internet Raffigurazione del più antico Gatto di cui si conosca il nome: Nedjem (Dolcezza). Da Internet. Il Gatto ha anche un altro asso nella manica, non ha bisogno di assumere vitamina C dal cibo, per cui non si ammala di scorbuto, così può essere portato sulle navi e nutrito con cibo secco anche per lunghi viaggi, senza necessità di cure particolari e fare il suo servizio da acchiappatopi. Dagli Egiziani ai mercanti Fenici (e ai Romani) e poi ovunque. Come compagno dei marinai, il Gatto è arrivato in tutto il mondo. Il resto è storia (troppo lunga). Solo un paio di notizie di "colore": Il Gatto selvatico nordafricano ha un mantello con una leggera striatura appena evidente, un po' più marcata sulle zampe. Il Soriano o Tabby, come il mio Vincent, è una delle varietà domestiche più antiche (Nel Medioevo veniva chiamato anche Gatto di Cipro), ha sempre delle strisce che formano una M sulla fronte, e può essere macchiettato, tigrato o con strisce a spirale. Il nome Soriano viene da Soria (Siria, siamo sempre lì), il nome Tabby viene dal francese Taffetà, una stoffa setosa e lucida che anticamente era prodotta regione dell'Attabi (Irak, sempre da quelle parti). Un Soriano/Tabby corrucciato con la sua M sulla fronte. Foto Silvio Renesto Vecchia foto di un Vincent ancora giovincello, con la sua M da Tabby. Nei Gatti il colore rosso aranciato è quasi sempre legato al sesso maschile (ci sono eccezioni) . Foto Silvio Renesto. Più tardi, nella Grecia antica sono apparsi i primi gatti neri e solo poi quelli macchiati, segno che come per le mucche, i cani e i cavalli sono avvenuti cambiamenti genetici dovuti alla "civilizzazione". Sembrerebbe che il mantello nero abbia preceduto quello macchiato. Foto Silvio Renesto. Un Soriano (c'è la M e le striature) ed un "Tuxedo" (bianco e nero come l'abito da cui ha preso il nome). Attenzione non si tratta di nomi di razze ma solo di tipi di colorazione. Foto Silvio Renesto Le "razze" feline create in tempi moderni sono un'altra storia ancora, non sempre bella, a mio parere.
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  29. Mi accodo ad un precedente post,allegando alcune immagini di velivoli in volo fatte in occasione di alcuni airshow nell'attesa che la situazione covid si sbrogli e si possa tornare ad una vita normale,airshow inclusi.... Mirage 2000D Armee de l'Air F-22 Raptor USAF Mirage 2000D Armee de l'Aire Saab Viggen F-16 Belgian AF demo Saab Draken Swedish AF Historical Flight F-8J Crusader,take off from NAS Jacksonville Saab Viggen Swedish AF Historical Flight MilMi24 Hind EFA RAF SAAB Draken Luftwaffe Tornado USAFE F-15C MIG-29 POLISH AF F-16 olandese F-15 USAFE EFA Luftwaffe SAAB 105 Austria Tornado Luftwaffe F-15 USAFE vintage propeller F-15 USAFE THATS ALL FOLKS!
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  30. Ci sono pomeriggi in cui il lago è così placido, immobile, silenzioso che sembra incantato. 1. Il sole al tramonto colora tutto di arancio, totale assenza di vento, neanche un'onda che increspa l'acqua, nessun rumore che possa turbare quello che sembra un mondo sospeso, un paesaggio irreale, quasi fiabesco. 2. 3. Nell'aria solo qualche lontano starnazzare di anatre, il garrito di un gabbiano che vola solitario e poi di nuovo il silenzio, mentre il sole si corica sull'orizzonte e la luce si fa via via più tenue. 4. 5. Due pescatori gettano le reti, e il piccolo motore del loro barchino risuona appena nell'aria per poi perdersi di nuovo nella quiete del grande lago adesso quasi addormentato. 6. Buon riposo, Trasimeno.
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  31. Il Valdarno Superiore, confinante con l’Aretino, la Val di Chiana, la Val di Sieve, le colline del Chianti, il Pratomagno e l’area fiorentina, è una terra singolare e pittoresca. La zona emerse in età preistorica dal naturale fluire delle acque di un lago che invadeva il bacino alla fine dell’era terziaria. Oggi è tutta un susseguirsi di dolci declivi e calanchi dove i colori esplodono. Il verde dei pini sulla sommità delle Balze giallastre, l’argento degli uliveti che si alternano alle vigne e il blu del cielo toscano sono i colori predominanti. Per tutta la valle svettano i campanili dei paesi e le torri degli antichi borghi, pievi e castelli, alcuni dei quali odorano ancora di etrusco. (Z 7 - 24-70/4 S - a 70 mm 1/100 f. 4 Iso 2200) Classico esempio di borgo con campanili e torri - foto del 26.11.2019 Oppure in posizione dominante come ll castello di Nipozzano (Z 7 - 70-200/2,8 S a 70mm - 1/160 f. 6.3 Iso 64) Ed è qui, in questo clima di ritrovata pace, che il primo e più grande “testimonial del Valdarno Superiore”, Leonardo da Vinci, veniva a ispirarsi. Chissà quante volte avrà percorso la strada dei Setteponti e soffermandosi a osservare l’originalità di questa valle, le sue incredibili Balze. Loc. Botriolo - foto del 15.02.2018 (D 850 e Sigma 24-35/2 a 24mm 1/25 f. 8 Iso 100) La nebbia è in effetti un fenomeno naturale caratteristico di tutto il Valdarno, data la sua origine lacustre. In autunno ed in inverno quando non è troppo freddo, favorisce il formarsi della nebbia. Ai tempi di Leonardo da Vinci la valle non era ancora completamente bonificata e tale evento atmosferico era molto più frequente e consistenze di adesso. Anche le Balze del Valdarno in quel periodo erano di maggior entità di oggi a causa della loro erosione costante ed inarrestabile. Gli scenari preferiti di Leonardo da Vinci erano spesso brumosi, avvolti dal mistero, tra la foschia e luci crepuscolari. Lo si può vedere anche nel paesaggio della Gioconda, ma non solo. E se ci fossero ancora dei dubbi, ecco come Leonardo descriveva la Valle dell’Arno nei suoi manoscritti tratti dal Codice Leicester o Codice Hammer: “Dal Valdarno di Sopra insino ad Arezzo si creava uno secondo lago il quale occupava tutta la detta valle di sopra per ispazio di 40 miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il suo fondo tutta la terra portata dall’acque di quella intorbidata, la quale ancora si vede a piedi del Prato Magno restare altissima e infra essa terra si vede le profonde segnature de’ fiumi che quivi son passati, li quali discendono dal gran monte di Prato Magno” In poche righe, la perfetta spiegazione dell’origine lacustre del Valdarno Superiore e di come si sono formate le Balze. Affermazioni scritte di suo pugno a certificare l’attenzione che il Genio riservava alla vallata. Inoltre i suoi studi hanno dimostrato come le conchiglie fossili ritrovate nella zona non fossero una conseguenza del ritiro delle acque del Diluvio Universale, come si credeva fino ad allora, ma il frutto del prosciugamento de lago originario dovuto a un clima molto più caldo di adesso. Questo preambolo per dare un’idea di cosa è e come si è formato nei tempi il Valdarno Superiore; infatti, essendo questo territorio una grande conca ospita spesso (da ottobre a tutto aprile) la nebbia. Pertanto, nei tre giorni prima delle feste, nei quali la Toscana è tornata di colore giallo, ho approfittato per alcune uscite mattutine per tornare a fotografare ed ho scelto di immortalare la fastidiosa, malsana e pericolosa nebbia, ma che a volte riesce ad essere anche un fenomeno suggestivo. (Z 7 70-200/2,8S a 135mm 1/200 f.5,6 Iso 90) Alle prime luci dell'alba, veduta della valle dell'Arno da Pietrapiana. in alto a destra Domina sulla valle la Fattoria di Antica (Z 7 70-200/2,8S a 70mm 1/200 f.5,6 Iso 64) Sempre alle prime luci del mattino, vista dal sagrato della chiesa di Pieve a Pitiana, il Valdarno e la confluenza con la Sieve immersi nella nebbia. Di fronte domina il Castello di Volognano. Sempre dal sagrato della chiesa di Pieve a Pitiana, la Valle dell'Arno. (Z 7 70-200/2,8S a 70mm 1/200 f.5,6 Iso 90) Sempre dal sagrato della chiesa di Pieve a Pitiana, la Valle dell'Arno. (Z 7 70-200/2,8S a 135mm 1/200 f.5,6 Iso 80) (Z 7 70-200/2,8S a 185mm 1/160 f.6,3 Iso 64) Sempre dal sagrato della chiesa di Pieve a Pitiana, dalla nebbia emergono sempre castelli e campanili, quello di fronte è il Castello di Volognano, mentre in lontananza si scorge l'Abetone già ammantato di bianco. Lungo la strada che porta a Pelago, in alto si scorge la Fattoria di Altomena (Z 7 70-200/2,8S a 70mm 1/160 f.6,3 Iso 64) Valle della Sieve prossima alla confluenza con l'Arno, vista dalle vigne di Nipozzano (Z 7 70-200/2,8S a 120mm 1/200 f. 6,3 Iso 64) (Z 7 70-200/2,8S a 70mm 1/200 f. 6,3 Iso 64) Sempre dai possedimenti del Castello di Nipozzano, la confluenza fra la Val di Sieve ed il Valdarno. Il cipresso è un'altra caratteristica del paesaggio Toscano e quindi anche del Valdarno. (Z 7 70-200/2,8S a 200mm 1/800 f.6,3 Iso 80) (Z 7 70-200/2,8S a 200mm 1/200 f.5,6 Iso 64) Il Castello di Nipozzano circondato dai suoi vigneti (proprietà Frescobaldi) che domina la vallata dell'Arno e della Sieve e, come si può notare, solo lambito dalla nebbia che raramente riesce ad avvolgerlo. Nella speranza che il 2021 allenti la stretta ai movimenti e si possa tornare a fotografare tranquillamente e dove ci pare e piace.
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  32. Come quella del Castello Sforzesco, la colonia felina del Cimitero Monumentale è fra le pochissime colonie feline di Milano site in un contesto suggestivo. Milano conta centinaia di colonie feline, ma la maggior parte si trova in zone degradate, oppure di difficle accesso, a volte pericolose. Un altro paio sarebbero anche suggestive, quella del Tumbùn de San Marc o quella dei ruderi romani di Via Brisa, ma contano ormai solo uno-due gatti. La colonia felina del Cimitero Monumentale conta oltre una ventina di gatti. A differenza di quelli del Castello, che sono più o meno confinati in una zona della piazza d'armi o nei fossati, questi hanno libero accesso a tutto il Cimitero, che è enorme, e sono divisi in diverse "bande" che si sono spartite il territorio. Grazie alla disponibilità delle volontarie e dei volontari che li accudiscono, ho potuto individuare le zone più frequentate, altrimenti avrei potuto girare per un'intera mattina prima di vedere un gatto. Il mio scopo era riuscire a ricavare un portfolio e se fossi riuscito a raccogliere abbastanza immagini interessanti, farne un libro come per il Castello. Ero partito piuttosto fiducioso, ma mi sono reso conto che il "Progetto Monumentale" si sta rivelando più complesso del precedente. Credo che, ampiezza del territorio a parte, i motivi siano almeno due, ma se qualcuno di voi ha delle altre opinioni in merito lo ascolterò leggerò con molto interesse! Il motivo principale è la location, estremamente suggestiva, ma fin troppo presente, mentre il Castello Sforzesco come architettura si prestava ottimamente da quinta per ambientare i soggetti, qui le statue e i monumenti finiscono per creare sfondi troppo variegati quindi creare una certa confusione, oppure troppo significativi con il rischio che finiscano per competere col soggetto. E' molto impegnativo creare una relazione corretta fra il "soggetto gatto" e il contesto monumento/ambiente evitando che il gatto finisca per sembrare una comparsa casuale nella foto di un cimitero. Il secondo motivo è che, a parte qualche eccezione, i gatti sono più diffidenti, mi sono trovato costretto ad usare quasi sempre il 70-300 perchè non si lasciavano avvicinare, mentre avrei voluto usare più spesso una focale grandangolare per inquadrature un po' più ad effetto. Questa gatta fa eccezione, al contrario di quasi tutti i suoi compagni, non ha alcuna paura e se ne sta da sola lungo il viale centrale ad aspettare i visitatori per ricevere coccole. Con lei infatti ho potuto usare anche il grandangolo. Se invece si "stringe" sul soggetto si rischia di decontestualizzare, per cui ci si ritrova con dei gatti che sarebbero potuti essere stati da qualsiasi parte, come in questo caso: Una bella gatta che però potrebbe essere ovunque. Anche qui l'amico/a nero/a è bello, ma non si capisce bene dove sia. Per evitare questo rischio ho cercato sempre di includere elementi di contesto, anche appena un accenno. In certi casi sono venuti accostamenti interessanti, anche se non proprio nello spirito originario del progetto, ma bisogna essere flessibili . In postproduzione ho cercato spesso di creare atmosfere un po' gotiche, che era la mia intenzione originale. in altre occasioni ho cercato di attenuare gli elementi di sfondo che potevano distrarre, "sviluppando" in toni alti. Funziona? Forse sì, ma temo di finire per avere foto disomogenee nello stesso portfolio, o meglio due portfolii dal carattere opposto. Per quel che avevo in mente sarebbe stato meglio un cimitero di stile anglosassone, di quelli con alberi, cespugli e con le lapidi decrepite, suggestive ma non invadenti. In ogni caso credo che mi dovrò prendere una pausa "forzata", la userò per pensare se e come continuare. Nota tecnica: Tutte foto scattate con Nikon Z 6, 24-70 f4 S e 70-300 f4-5.6 P (tramite FTZ). Il 70-300P va benissimo sulla Z 6, lo abbiamo scritto in tanti e lo confermo, che peccato non sia Z nativo.
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  33. A lezione, se l'argomento si presta, cerco sempre di alleggerire le ore inserendo divagazioni sul tema, in modo da far respirare un po' gli studenti, facendoli comunque riflettere. Come potete immaginare, i Dinosauri sono l'argomento top (finchè non si accorgono che non sono così facili da studiare ) e una chiacchierata sulle ricostruzioni al cinema e nei "documentari" (le virgolette sono d'obbligo, vedremo perchè) è sempre gradita. Sperando di far cosa gradita anche a voi, ecco una versione di queste chiacchierate. Cominciamo dal Cinema: Prima di Jurassic Park le ricostruzioni dei dinosauri erano approssimative, addirittura a volte, nei primissimi film, usavano Iguane ed altre lucertole sovrapponendole a filmati con gli attori. Una povera iguana proiettata su un fondale. Poi sono arrivate ricostruzioni davvero adorabili (specie quelle di Ray Harryhausen, se sono paleontologo è anche un po' colpa sua!) piacevano a tutti e non interessava quasi a nessuno se erano veritiere o meno, già la stop motion portava tutto nel regno della fantasia. Uno dei Dinosauri di Harryhausen, anni '60. Comunque nessuno si faceva domande, erano mostri e basta. E' stato con Jurassic Park, la sua CGA curata, gli animatronic realistici e la sceneggiatura (del primo) basata sul bel libro di Crichton con la consulenza di veri paleontologi, che la gente, sentite anche le ultime allora rivoluzionarie scoperte, ha cominciato a voler capire, sapere se credere che i Dinosauri fossero proprio così. Ma erano proprio così? Vediamo alcuni dei temi più famosi di Jurassic Park Stai fermo che il Tirannosauro non ti vede. Questo è un trucco usato da Crichton per uscire da una situazione in cui i personaggi erano bloccati senza via di scampo. L'autore nel libro astutamente racconta che il DNA dei dinosauri è stato completato da DNA di rospo (e gli Anfibi realmente sono molto sensibili al movimento e poco ai soggetti statici). Ma il Tirannosauro era più simile ad un uccello, tutto sommato, e gli uccelli ti vedono anche se stai fermo. Moltissimi studenti me l'hanno chiesto. A proposito non si possono tirar fuori dei Dinosauri da infimi frammenti di DNA vecchio di 100 milioni di anni (qualcuno ha cercato di tirar fuori Dinosauri dal DNA di uccelli attuali, ma è un'altra storia). Il Tirannosauro corre come un cavallo. Questa era l'idea di un certo Greg Paul paleontologo-artista sui cui disegni è basata la ricostruzione, bellissima, del Tirannosauro di Jurassic Park. Il Tirannosauro di Greg Paul, in corsa. Paul nel suo libro sui "Dinosauri predatori" afferma che per il Tirannosauro era possible pensare ad una velocità di punta sui 60-70 chilometri all'ora (come un cavallo da corsa). E così si ha l'inseguimento mozzafiato fra il nostro Tirannosauro e la Jeep. Bella scena comunque. Paul era (anzi è, mi risulta tuttora vivo e attivo) un grande entusiasta, ma fermiamoci un attimo a riflettere. Un grosso Tirannosauro da vivo pesava oltre cinque tonnellate, fino ad otto. Più di un grosso elefante africano maschio. Vi immaginate l'inerzia di cinque-otto tonnellate a 60 chilometri all'ora? Gli animali non sono automobili, non hanno freni al carbonio nè ruote sterzanti. Come fermarsi? come cambiare rapidamente direzione? Le ossa sono di... osso, quando si corre l'impatto sul terreno è pari a due-tre volte il proprio peso, quindi le ossa del Tirannosauro avrebbero dovuto reggere impatti da quindici a oltre venti tonnellate! C'è una formula per calcolare i carichi che un osso può sostenere senza spezzarsi e, garantito, le ossa del Tirannosauro erano troppo sottili (anche se a noi sembrano grosse). Per reggere carichi simili avrebbero dovuto essere talmente spesse da non consentire al povero animale di muoversi. E se inciampava durante la corsa? La testa avrebbe sbattuto per terra da un'altezza di tre metri o giù di lì (le braccine non potevano essere di alcun aiuto) risultato: Il cervello diventava un budino molle e addio Tirannosauro. Ricordiamoci che l'elefante non è in grado di correre (anche se più veloce di noi, la sua è una camminata). Le stime più plausibili, pur sempre stime, danno una velocità massima di 20 km all'ora per il nostro T rex. In fondo a lui bastava essere veloce quanto, o poco più, delle sue prede... Un tirannosauro giovane o altri dinosauri carnivori più piccoli potevano invece essere piuttosto veloci. Il Velociraptor! L'altra star di Jurassic Park. Non era squamoso, non poteva sorridere, probabilmente non era così astuto, ma non è troppo sbagliato. E' stato reso abbastanza realistico nelle performances atletiche. Le sequenze di agguato e assalti sono belle (=verosimili per quel che ne sappiamo). Anche l'idea che Velociraptor fosse gregario, se non sociale, ha qualche fondamento. Molto sopravvalutata la sua intelligenza e perfidia (ma doveva fare il cattivo della storia). Resta il fatto che il vero Velociraptor era alto meno di mezzo metro, se lo trovavi da solo potevi cacciarlo a calci (se era in gruppo poteva essere una rogna invece). Per il film è stato ingigantito. Però a volte la fantasia precede la realtà: qualche anno dopo il primo Jurassic Park sono state scoperte delle forme di "raptor" grandi proprio come quelle del film! Utahraptor, scoperto dopo l'uscita del primo Jurassic Park, era proprio grande così. C'è anche da dire che si saputo poi che erano piumati, ma li hanno lasciati squamosi per tutta la serie perchè più cool. Sono d'accordo, dei "tacchinoni" non sarebbero piaciuti a nessuno. Chi vuol vedere un film con dinosauri piumati? Io no! L'animazione più credibile di tutta la serie di Jurassic Park? I Dinosauri Struzzo, la loro corsa (modellata sugli struzzi di oggi) è molto realistica perchè il loro scheletro era molto simile a quello degli struzzi, braccia a parte. La peggiore fesseria della serie di Jurassic Park? Tralasciamo l'ultimo film della serie, un'opera indegna che mi rifiuto di commentare, lì le fesserie sono la parte principale. Con questa esclusione, la fesseria peggiore a mio avviso è in Jurassic Park 3 ed è il duello fra il Tirannosauro e lo Spinosauro. Gli sceneggiatori, o chi per loro, volevano creare una nuova star al posto del beniamino Tirannosauro, così hanno scelto lo Spinosauro di recente (all'epoca) riscoperta e gli hanno fatto fare un incontro di wrestling con il Tirannosauro, che uccide rompendogli il collo con una mossa di jujitsu (si fa per dire). I Dinosauri, lo spiegherò altrove, non avevano l'agilità dei mammiferi per sostenere duelli prolungati, ma soprattutto: Il duello sarebbe finito al primo morso del Tirannosauro, la cui forza di carico è stata stimata di 6 tonnellate. Qualunque cosa avesse morso, l'avrebbe tranciata senza problemi . Esistono scheletri di Dinosauri erbivori con tracce (e addirittura denti) di morso di Tirannosauro che indicano che aveva strappato carne ed ossa insieme. Se vogliamo insistere, anche il collo del Tirannosauro era robustissimo, difficile da rompere e lo Spinosauro (come gli altri Dinosauri) non aveva la mobilità delle braccia per eseguire tecniche di wrestling. Ma qui si entra nello specialistico. Dobbiamo prendercela per questo? No! Siamo al cinema per divertirci non per studiare, e Jurassic Park è un opera di fantasia come King Kong. Va operata quella che si chiama sospensione di credibilità, come non discuto la incredibilità le imprese dell'Uomo Ragno, così non mi preoccupo del Super T. rex. Quello che voglio da quei film è una storia divertente, interessante ed una sceneggiatura intelligente. Purtroppo ogni sequel del primo Jurassic Park è stato peggio dell'altro, fino all'abisso di insensatezza dell'ultimo, che non sfiora il ridicolo, ma l'irritante. E i documentari sui Dinosauri? Lì il discorso si fa diverso, perchè hanno pretese di informazione. Però si fa lunga, se volete ve ne racconto un'altra volta, vi va?
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  34. Nel precedente blog: avevo accennato alla nuova ricostruzione in dimensioni reali del Saltriovenator, un grosso Dinosauro carnivoro ritrovato in quel di Saltrio (alto Varesotto). Oggi finalmente sono riuscito ad andarlo a vedere e, dato che avevo con me la Nikon Z fc, posso raccontarvi qualcosa su questo modello, con tanto di immagini . Eccolo qui, di fianco al Museo di Storia Naturale. Del making of e del Backstage trovate tutto nel video dewl blog precedente; qui vorrei soddisfare qualche legittima curiosità che tutti abbiamo: Come facciamo a sapere che era proprio così.. se era proprio così? Del Saltriovenator sono state trovate queste ossa: Che più o meno nello scheletro stavano così (le parti in colore): Può sembrare un po' pochino eh? Però ad uno specialista possono bastare per farsi un'idea anche piuttosto precisa dell'intero scheletro, seguendo i principi dell'Anatomia Comparata, confrontando le parti conservate con quelle di altri dinosauri simili di cui si hanno scheletri più completi. I Dinosauri carnivori poi hanno un'anatomia molto costante, anche più di altri gruppi animali, per cui creare una ricostruzione credibile dello scheletro su poche ossa, non è un'impresa impossibile. Ricostruire l'aspetto da vivo richiede un po' più di speculazione, ma si può fare, vediamo: L'aspetto generale: Accurato, i muscoli lasciano tracce sulle ossa, sappiamo dove stavano gli organi interni (abbiamo dinosauri con addirittura l'intestino conservato) ci può essere qualche discordanza nell'interpretazione dei volumi, avrebbe potuto essere così oppure un poco più snello o leggermente più massiccio, ma anche così come lo hanno fatto. La posizione è giusta. il corpo era tenuto orizzontale in modo che la grossa coda muscolosa facesse da contrappeso al corpo che, contenendo polmoni e visceri ha un peso specifico minore di solo muscoli ed ossa e quindi il tutto è bilanciato. La testa. Saltriovenator era un Dinosauro carnivoro del gruppo dei Ceratosauri. Praticamente tutti i Ceratosauri, ma anche molti altri Dinosauri carnivori, avevano creste o piccole corna sulla testa e o sul naso, quindi è molto probabile che li avesse anche lui. Lo stesso vale per i denti, grandi e più numerosi che in dinosauri carnivori successivi . I Ceratosauri sono piuttosto primitivi Saltriosaurus è tra i primi veramente grossi, è del Giurassico Inferiore, 190 milioni di anni fa). Gli occhi possono sembrare piccoli, ma lo vediamo anche negli animali attuali, più le dimensioni crescono più gli occhi aumentano di dimensione ma diventano in proporzione più piccoli rispetto al resto del corpo (pensiamo all'elefante e alla gazzella), a meno di adattamenti particolari, come chi vive negli abissi, ecc. Dalle tracce dei vasi sanguigni sulle ossa sappiamo che i Dinosauri avevano un labbro che copriva in parte i denti, come i Varani e diversamente dai Coccodrilli. La pelle. Adesso che sappiamo che molti Dinosauri erano piumati, può essere un problema ricostruire la pelle? In Internet troverete ricostruzioni di Saltriovenator con le piume ed altre con le squame. I realizzatori del modello, d'accordo con gli studiosi hanno optato per le squame, mettendo però delle lunghe squame sottili che ricordano un po' la parte centrale (rachide) di una penna sulla testa ed in fondo alla coda. Per quel che ne so, alcuni esemplari di gruppi affini ai Ceratosauri sono stati trovati con pezzi di pelle conservata allo stato fossile, ed era squamosa. Anche la fila di piastre osse puntute sulla sommità del dorso è conosciuta in specie simili, per cui è ben possibile che l'avesse anche Saltriovenator. Sono quindi d'accordo con chi ha realizzato il modello. Sulle quasi penne in testa e sulla coda non ho dati. Quello che per forza è inventato è il colore e il pattern. I Rettili e gli Uccelli (Dinosauri viventi) sono a volte mimetici e a volte coloratissimi. Considerate le dimensioni ed il fatto che era un predatore, chi lo ha ricostruito ha pensato di renderlo piuttosto mimetico, capace di nascondersi in agguato nelle foreste di Conifere della sua epoca. Le mani. I Dinosauri carnivori più evoluti avevano tre dita (i Tirannosauri solo due, ma è un'altra storia), i più primitivi Ceratosauri come Saltriovenator avevano tre dita funzionali ma anche un abbozzo del quarto dito, non più funzionale però ancora presente, un carattere residuo derivato da antenati a quattro/cinque dita. I piedi. I Dinosauri carnivori avevano tre dita funzionali ed uno, il primo, che non toccava terra. Solo le dita poggiavano per terra, come negli Uccelli e in molti Mammiferi, La "pianta" del piede era tenuta sollevata. Un accorgimento per allungare il passo ed essere più veloci con meno sforzo. Penso di avervi descritto tutto, se per caso vi è rimasto qualche dubbio sulla ricostruzione, o pensate abbia dimenticato qualcosa, ne parliamo qui sotto nei commenti, volentieri.
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  35. 24 gennaio, Palermo, località Vergine Maria, Tonnara Bordonaro me, la Z6II , il 500/4G con i suoi TCx e raffiche di libeccio anche a 40 nodi... urge congrua zavorra... ed ecco a che serva la cintura da sub coi suoi piombi Tonno (il solito) sotto sale col suo wingfoil bluarancio, sotto refoli che non consentono quasi di brandeggiare l'obice montato sul mio affusto girevole, nemmeno per trenta secondi di video tonno 20210124.mp4 E poi comincia lo spettacolo: il solito...si...ma le sfumature di colore della luce che cambia col movimento delle masse di acqua e nuvole mi da un'emozione alla quale non rinuncerò finchè posso. Che si rinnova nello stupore per le foto che poi guardo e riguardo, trovando errori e ripromettendomi di correggerli alla prossima Botta di Vento. Continua...
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  36. Nella seconda metà degli anni '70 la US NAVY si ritrovò nella necessità di sostituire i validi ma anziani F-4 Phantom e alcuni aerei d'attacco come gli A-4 e gli A-7.La risposta fu l'adozione del McDonnell Douglas F/A-18 Hornet.Già la dizione indicava che il velivolo era dual role,ovvero caccia (F) e velivolo d'attacco (A). L'aereo era il derivato navale,molto modificato,dell'YF-17 cobra della Northrop che era uscito sconfitto dal concorso per un caccia leggero per l'USAF da affiancare all'F-15 Eagle. Il vantaggio principale per la NAVY stava nel fatto che con un unico velivolo si potevan compiere le missioni che ne richiedevano due oltre ad aver una gestione della manutenzione molto semplificata,il che permetteva una drastica riduzione dei tempi e costi di manutenzione.Dal velivolo,in seguito venne estrapolata la versione E/F che a dispetto del nome è un aereo completamente nuovo,il mantenimento del nome e l'avanzare delle sigle fu un sotterfugio per far si che il Congresso approvasse i fondi necessari,passando il programma come una semplice evoluzione di un velivolo esistente ; un po' come a suo tempo fece l'USAF coi Republic F-84G ed F-84F. Nel caso della nuova versione,il velivolo andava a sostituire il Tomcat e l'Intruder e a mio modo di vedere il nuovo aereo non li fa rimpiangere.Anche in questo caso costi e tempi di manutenzione si son ridotti drasticamente .Facendo seguito alle foto del modellino realizzato da Mauro,posto qua alcune immagini che scattai in tempi e luoghi diversi negli USA.Buona visione. Qui siamo a NAS Jax ed il velivolo è uno di quelli usati a Patuxtent River per i test di volo. qui siamo invece a NAS New Orleans ed il velivolo è un biposto designato F-18B utilizzato dalla scuola collaudatori della NAVY. Qui siamo a NAS Oceana con un F-18C del VFC-12,uno squadron della riserva della NAVY il cui compito è fungere da reparto adversary per l'addestramento dei piloti sulla costa Est degli USA. Altro velivolo dello stesso reparto precedente,anche questo caratterizzato da una vistosa livrea splinter. Qui un F-18F del VFA-103 che ha ereditato i colori del precedente VF-84 al suo scioglimento. R<ispetto al precedente F-18C di cui sopra,si possono notare le diverse forme e dimensioni del nuovo velivolo. qui un F-18C del VMFA-134,un reparto della riserva dei Marines basato a NAS Miramar. Qui siamo a NAS North Island ,a San Diego che si vede sullo sfondo. Questo è un EF-18G Growler del VAQ-129.Il reparto si occupa di guerra elettronica ed è di base a NAS Whidbey Island ed ha il compito di addestrare gli equipaggi dediti alla guerra elettronica e sviluppare le relative tattiche di combattimento. Qui un F-18F del VFA-32 Swordsmens in rullaggio a NAS Oceana. Sempre NAS Oceana con un F-18C del VFA-37 qui nei colori del comandante dello squadron. Piazzale di NAS Oceana con un F-18C del VMFA-122 dei Marines. tipica ambientazione temporalesca in quel di Oceana, il meteo capriccioso fa da sfondo a questo F-18C. qui siamo a NAS Jax all'interno dell'area di manutenzione,qui si sta sverniciando un Hornet appartenente al demo team della US NAVY,i famosi Blue Angels.
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  37. Domenica non volevo alzarmi, pioveva, era buio. Che mi alzo a fare? Il telefono mi avverte di una notifica. Un collega appena uscito dalla quarantena mi manda un filmato in cui descrive la sua giornata in Appennino: poca gente che scia, nevicata abbondante, alberi già coperti. Dice: e tu che fai? Io mi vesto, prendo lo zaino con le Sigma e parto. Era già tardi ma come si può resistere? Almeno pesto la neve fresca, faccio qualche scatto. Sono già contento così!
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  38. Più piccole di Imperatori e Dragoni, ma altrettanto stupende. Ecco le libellule Smeraldo. In inglese vengono dette semplicemente Emerald (Smeraldo), in Italia si preferisce usare il femminile, "la Smeralda". Di solito, le libellule che ci vediamo volare intorno sono per lo più rosse o azzurre (i maschi) o di colori ocracei (le femmine). Le Smeralde invece sono di uno splendido verde metallico che riflette la luce del sole come le pietre preziose da cui prendono il nome. Si possono incontrare lungo i corsi d'acqua con un po' di corrente, di cui ne percorrono velocissime le rive in un continuo avanti indietro. Non passano inosservate, ma coglierle non è facile, ci si apposta e si spera che si posino per un breve riposo (cosa che fanno raramente) oppure che si fermino un attimo a mezz'aria per lasciarci scaricare una raffica di scatti appassionati. In Italia settentrionale le più diffuse sono la Smeralda metallica (Somatochlora metallica), la Smeralda maculata (Somatochlora maculata) e la Smeralda di fiume (Oxygastra curtisii) che è fra le specie che hanno un posto speciale nel mio cuore di macrofotografo. La Smeralda metallica è ... tutta verde metallico. Vederla in volo è bello, ma le dimensioni non troppo grandi e la velocità di volo elevata impediscono di ammirarla come si deve. Fotografarla e poi rivederla con calma ingrandita, è un'emozione vera ed in fondo dev'essere soprattutto per questo che fotografo le libellule, per poter godere di quanto sono belle. La Smeralda maculata ha l'addome (non chiamatelo mai coda! Gli insetti non hanno coda) orlato di macchie gialle tonde. Molto bella anche lei, ma la "metallica" a me piace di più. L'Oxygastra curtisii viene chiamata Smeralda di fiume, ma non è come le altre (fa anche parte di una famiglia differente), è molto più scura, un po' meno "metallica", ma altrettanto bella per il profilo soprattuto del maschio, che ha un addome sottile con un leggero rigonfiamento a clava all'estremità e per la serie di macchie arancione sempre sull'addome (gli inglesi la chiamano infatti "Orange spotted emerald"). In Italia è una specie a rischio, per cui rara. Fu una delle prime libellule che fotografai, ormai decenni fa, quasi per caso sul Ticino, allora specie per me sconosciuta. Poi la cercai a lungo senza rivederla fino a due-tre anni fa quando con mia sorpresa ne scoprii una piccola popolazione sull'Adda, in un sito che frequentavo da anni senza averla mai vista. Nell'estate del 2020 ne ho incontrato degli esemplari in un secondo sito, sempre sull'Adda, cosa che mi ha fatto molto contento perchè vuol dire che la specie si sta forse riprendendo e poi perchè ... zac, eccola fermata in volo ! Sulle prime pensavo ad una Somatochlora, poi quando l'ho riconosciuta, quasi non riuscivo a crederci. Una fotografia "speciale" per me. Alla prossima, sempre il vostro amichevole Uomo Ragno, err... no, volevo dire: Fotografo di libellule
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  39. Scopro con sorpresa che qualcuno anche in Università ha le idee un po' confuse sull'Evoluzione. Ovvero non è del tutto convinto che ci sia un' evoluzione dei viventi. E pensare che non siamo nemmeno in Kansas. Forse il problema è che ancora oggi per la maggior parte delle persone la "cultura" è orientata del tutto o quasi in direzione umanistica o tecnologica (o tutte e due)? A volte si pensa anche alla medicina applicata, ma la componente naturalistica ahimè, è Cenerentola, qualche senso di colpa che spinge un po' più persone a interessarsi di ecologia, viste le contingenze a cui stiamo andando incontro. Intendiamoci, fra le persone con un minimo di cultura tanti sanno (o pensano di sapere) cosa sia l'Evoluzione, ma a parte i professionisti (Genetisti e Paleontologi soprattutto), alcuni naturalisti e appassionati, ho l'impressione che il resto, anche quelle che "credono" (mi si passi il termine che contraddirò tra poco) nell'Evoluzione, non abbia idee molto chiare . Eppure capirne di più farebbe bene. Non sto certo a fare una lezione sulla concezione moderna dell'Evoluzione, nè su come funziona. Le risorse per approfondire non mancano e non è questo il luogo. E' solo una riflessione mia su perchè si dovrebbe sapere qualcosa sull'evoluzione. Sapere ad esempio che l'Evoluzione non è più una "Teoria". E' una Legge. Che differenza c'è in scienza tra Teoria e Legge? La Legge, come quella di Gravità, enuncia un fatto, su cui si possono fare esperimenti per verificarla. Oggi è possibile fare esperimenti evoluzionistici, lo fanno in Genetica. Il legame Mutazione-Selezione-Evoluzione è assodato. Quindi non c'è più bisogno di "credere" nell'Evoluzione di quanto ce ne sia per la legge di gravità. La "teoria" cerca di spiegare come funziona l'evoluzione, non se esista o meno. Sapere dell''Evoluzione rende umili. La sintesi moderna del meccanismo evoultivo ci fa capire che i "grandi" passi dell'evoluzione sono innescati da fenomeni climatici e geologici, più che a competizione, che gioca su scala molto più piccola. Fenomeni sui quali non mi risulta si abbia ancora controllo. Almeno finchè non si riesce a fermare il movimento delle placche terrestri o i movimenti del Nucleo Terrestre. Abbiamo un certo potere sulla superficie della crosta terrestre e sui viventi, senza dubbio (e lo usiamo male), ma i grandi fenomeni sono ancora più forti di noi. Cranio di Tigre dai Denti a Sciabola. Questi magnifici predatori si sono estinti circa 12.000 anni fa insieme a tanti altri animali, in quella che viene chiamata la Scomparsa della Megafauna, un fenomeno che ha interessato quasi tutto il mondo. Modello in resina ad alta fedeltà, di (c) Bone Clones Inc. . Sapere dell' Evoluzione rende uguali. Siamo tutti legati da un'origine comune, più o meno vicina, ma non c'è nessuna "creatura a parte", sottostiamo alle stesse leggi , non ci sono superiorità assolute, solo contingenti e sempre transitorie. Tra noi e il nostro cugino più prossimo, Lo Scimpanzè, c'è solo una manciata di mutazioni. Abbiamo fatto sesso con l'uomo (e le donne) di Neandertal, soprattutto noi Euroasiatici, e ce ne portiamo dentro dei pezzettini di DNA. Un Uomo di Neandertal osserva la sua selce appena scheggiata, modello fotografato al Museo di Storia Naturale di Vienna, sfondo eliminato in postproduzione. Sapere dell'Evoluzione rende saggi. Sapere che la storia dei viventi è una storia di relazioni reciproche, instabili, in evoluzione appunto, ci fa capire che siamo una parte di una comunità vivente che ha avuto un'origine e può avere una fine, e che è la salute della comunità intera che garantisce la salute nostra. Lucy (o sua sorella) e suo "marito" camminano sulla sabbia vulcanica ardente di Laetoli in Tanzania, lasciano quelle impronte che milioni di anni dopo dimostreranno che questi nostri antichissimi antenati avevano una postura eretta come la nostra. Modelli fotografati al Museo di Storia Naturale di Vienna, l'ambientazione è veramente la piana di Laetoli, aggiunta in postproduzione. Sapere dell' Evoluzione ci rende responsabili. Nell'Ottocento si pensava che l'evoluzione fosse solo o soprattutto una lotta per la supremazia di una specie sul'altra e tanti economisti e politici se ne sono innamorati. Oggi sappiamo che non è così. La selezione opera in un modo un po' diverso: la sopravvivenza su larga scala non sta nella competizione sempre più spinta, ma nel mantenere l'equilibrio fra le parti che coevolvono. Siccome siamo diventati una specie intelligente e "progredita", possiamo interferire un po' di più su questi equilibri rispetto ad altre specie, ma un maggiore potere, come per l'Uomo Ragno, comporta maggiori responsabilità. Sapere come lavora l'Evoluzione su larga scala, ci fa capire che pasticciare a caso con il benessere della biosfera anche se può sembrare utile, redditizio, e magari lo è, a breve termine, alla lunga potrebbe diventare assai poco divertente. Sapere dell'Evoluzione ci conferma se mai servisse che non ci sono vincitori e vinti assoluti, ma solo relativi. In natura non ci sono intenzioni, promesse, premi o punizioni, presenti o futuri, ma solo fenomeni, azioni e le loro conseguenze, a cui occorre fare attenzione, qui ed ora, e su cui agire consapevolmente, qui ed ora. Se si vuole eh, se no va bene lo stesso, basta saperlo. Tanto prima o poi verosimilmente ci si estinguerà, come l'Austrovenator qui sopra, ma almeno lui non ne ebbe colpa. Fotografato alla mostra dei Dinosauri Argentini, sfondo oscurato in postproduzione. E allora: Viva la Evoluciòn!
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  40. Lui è Ignazio Arena, classe 1941, l'agricoltore che da cinquant'anni cura la vigna e l'uliveto della mia famiglia, contando il tempo come si usa in campagna, a potature, per cui il riferimento di un fatto avvenuto nel fondo si considera avvenuto ..."alla terza pota" o giù di li. È ritratto accanto al suo trattore col rimorchio carico di uve catarratto, appena vendemmiate. Vedendomi come sempre in giro per il vigneto a fotografare, mi ha chiesto, (contrariamente alle sue abitudini, secondo le quali non ha mai chiesto ma solo eseguito, nella sua vita di lavoro, iniziata già ai suoi otto anni): "Massimo, me la fai una foto accanto al trattore ?" E io gliela ho scattata, con piacere. Ma non l'estate scorsa. Questa foto è del settembre 2014 e oggi l'ho portata ai figli che lavorano anche essi la mia terra, perché ieri sera mi hanno chiamato per comunicarmi che Ignazio era appena venuto a mancare. Ad un mese dagli ottant'anni. Io non so se Ignazio mi abbia chiesto di scattargli questa foto per averla oggi, di certo è che ho tardato a portargliela. Ma lui nel frattempo non l'aveva reclamata, come avrebbe potuto. No. Lui voleva che io lo fotografassi li, nel vigneto, dove aveva faticato sudore sotto al nostro sole e bagnato dalla pioggia invernale, per pote e pote e pote... Non aveva bisogno di possedere la foto in vita. Voleva essere fissato nel mondo, il suo mondo, per sempre e per chi su quella terra continuerà a compiere i gesti di infinita pazienza che la Terra richiede, per ripagarci dei suoi Premi. Che non sono scontati: come non lo è stata la mia piccola foto. Il destino può essere fotografato. Riposa in pace, quindi, Ignazio. Max Aquila photo (C)
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  41. Come ogni anno eccomi ancora qui per un piccolo bilancio di questo 2020 che si sta concludendo. Un anno anomalo, per non dire di peggio, per la pandemia che ci ha colpiti e che ha influito anche sul nostro fotografare e sulle occasioni e possibilità che abbiamo avuto per farlo dove e come di solito. O perlomeno è ciò che è successo a me. Perché amo scattare per strada cogliendo situazioni di vita curiose o che attraggono la mia attenzione ma, stante la situazione, in questi mesi non ho trovato quasi nulla di spensierato da fotografare nelle città in cui la gente si muove con il viso fasciato da protezioni di ogni foggia e colore, ricordando ognora al fotografo e all’osservatore delle sue immagini il motivo di quel triste mascheramento. Ciò nondimeno qualcosa sono riuscito a fare nei primi due mesi dell’anno, quando la situazione sanitaria non aveva ancora stravolto le vite e le abitudini di ciascuno … 1. 2. 3. 4. … e in estate, al mare. 5. 6. Così ho provato a fare di necessità virtù e, complici degli amici con cui ho condiviso alcune uscite per fotografare, ho provato a spostare il mio interesse verso la fotografia di natura e di paesaggio. Per me una sfida nuova ed interessante, che coniuga il piacere di frequentare bei luoghi alla possibilità di portare a casa qualche scatto. Come queste immagini raccolte sull’Appennino Tosco-Emiliano … 7. 8. 9. 10. … e sul massiccio del Pratomagno. 11. 12. Senza salire fin sulle montagne, la Toscana offre scorci altrettanto belli anche in zone assai più facili da raggiungere. Come nelle Crete Senesi… 13. 14. 15. 16. 17. … o in Val d’Orcia. 18. 19. 20. Il mio bilancio? Bah, viste le condizioni non è andata male, e anzi, sono contento per aver iniziato un percorso che può regalarmi qualche soddisfazione e, soprattutto, divertimento. Con la serenità che, come tutti, spero di avere nell’Anno che sta per venire. Grazie a chi è arrivato fino a qui, e a chi vorrà lasciare un commento.
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  42. Dopo l'imperatore, arrivano i Dragoni. Si tratta delle Aeshna. Anche loro sono libellule grandi, appena più corte di Anax imperator, ma più vivaci nei colori. Non so il perchè il nome comune in italiano di queste libellule sia Dragone, però gli sta bene. Il nome Aeshna invece pare che non abbia un significato, qualcuno suggesisce che sia una corruzione del nome greco Aechma che vuol dire "dardo", se fosse vero sarebbe azzeccato, perchè in volo sono delle vere frecce. I Dragoni sono molto belli a vedersi per via della varietà dei colori, come al solito più spiccata nei maschi. Come Anax, sono velocissimi ed instancabili nel pattugliare il territorio, di solito al bordo degli specchi d'acqua, ma seguono rotte più prevedibili e si fermano più spesso a fare l'hovering, il volo stazionario, fermi in aria. Questo fa sì che sia spesso più facile cogliere in volo un Dragone che non un Imperatore. Di Dragoni (cioè di Aeshna) ci sono diverse specie in Italia, ciascuna col suo nome "italiano". Tra quelle che ho fotografato: Il Dragone autunnale (Aeshna mixta) che è più che altro estivo, è molto comune e abbastanza facile da fotografare quando i maschi controllano il territorio di riproduzione a bassa quota, fermandosi spesso a mezz'aria, vicino alla vegetazione, questo crea uno sfondo caratteristico ed evita che l'obiettivo si perda a focheggiare all'inifinito. Inizia l'accoppiamento, il maschio ha agganciato la femmina dietro la testa Poi la femmina aggancia i suoi genitali con quelli dei maschio, che sono appena dietro al torace. Il Dragone verdeazzurro (Aeshna cyanea), preferisce zone ombreggiate, ha un volo molto irregolare, è gelosissimo del suo territorio, sempre impegnato a ispezionare ogni angolo per scacciare i maschi rivali. E' anche molto curioso, mi è capitato più volte che qualcuno di questi maschi mi volasse incontro, come per controllare chi o cosa fossi, con mia grande gioia. La loro curiosità, estesa anche al sorvolo dei prati a bassa quota, ogni tanto però li rende preda dei ... gatti . Stava venendo a vedere se ero pericoloso oppure commestibile, mi sono immobilizzato puntandolo e... eccolo. Il Dragone alpino, (Aeshna juncea) è molto simile al Dragone verdeazzurro, lo si distingue perchè le strisce gialle sul torace sono più sottili e qualche altro particolare qua e là Come dice il suo nome, di solito sta a quote più alte. Lo si incontra a volte in collina, ma soprattutto in montagna, dove il grande capo tribù Giovanni Giraffa Felice (per i nuovi arrivati, è uno scherzo, mi riferisco al nickname di un Nikonlander ) ha potuto fotografarne l'accoppiamento, per puro caso (grrr...). Anche lui abbastanza avvicinabile. Qui l'inquadratura è un po' ritagliata. Più che un Dragone, un Draghetto. Il Dragone occhiverdi (Aeshna isoceles o isosceles, ho trovato tutti e due i nomi). E' un po' più piccolo delle altre Aeshna e più dimesso nei colori, maschi e femmine si somigliano molto, si posa anche molto più spesso. Infatti, eccolo qui . Sogno nel cassetto.... Il Dragone Bruno (Aeshna grandis). Mi manca ; è grosso, colorato a chiazze mimetiche come un marine ed ha magnifiche ali di colore bruno dorato. E' raro, l'ho visto in Val D'Aosta ma non mi è andata bene, ahimè non sono riuscito a fotografarlo. Alla prossima. Il vostro affezionato fotografo di Libellule.
    9 points
  43. Siamo quasi a fine anno , mi è venuta voglia di valutare la mia annata fotografica, per curiosità, per vedere se qualcosa è cambiato e quanto le "reclusioni " e tutto il resto hanno inciso sulla mia "produzione". Dover riorganizzare completamente la mia attività soprattutto per adattare le mie lezioni alla famigerata DaD (Didattica a Distanza) tramite PC è stato un lavoro che mi ha tenuto incollato al PC per quasi tutto il tempo in cui non ero ... incollato al PC a tenerle, le lezioni, weekend compresi. E quando non dovevo lavorare, non si poteva andare in giro. Per fortuna l'"altra" mia passione, che non richiede di stare seduti ad un tavolo od al PC (non l'avrei sopportato), e bastaun'ora al giorno o poco più, mi ha permesso di mantenere sani corpo e mente. Il bello delle arti marziali tradizionali è che possono essere studiati e praticate anche "a solo", in casa o all'aperto, in quanto attività motoria consentita da DPCM . Fotograficamente, il 2020 è stato l'anno in cui ho ridotto moltissimo, anche se non abbandonato del tutto, la fotografia naturalistica, sia wildlife che macro. Il motivo? più d'uno a dire il vero, un calo di interesse, forse dovuto alla la sensazione di non riuscire a fare di più di quanto già fatto. Anche potendo, non mi andava più di frequentare i capanni "a pagamento" per fare soggetti preconfezionati (e strafotografati). Intendiamoci, non sostengo che sia sbagliato farlo eh, era solo una sensazione che avevo mi toglieva il gusto e la voglia di andare. E vere spedizioni ... non sarei in grado per diversi motivi, quindi... Quindi poca, pochissima wildlife e tutta "vagante", a corto raggio. Il lockdown ha anche ridotto la macro, nelle finestre estive mi sono comunque dedicato alle libellule. Mi sono esercitato ad intercettare in volo E' cresciuto molto invece il mio interesse per il Bianco e Nero, già presente nello scorso anno. Ho continuato a sperimentarlo nella architettura urbana, che mi piace, ma non mi entusiasma troppo, Lo street, che trovo sia difficilissimo, invece mi dà delle belle soddisfazioni quando (raramente!) mi riesce di sfruttare la giusta situazione, di "vedere e far vedere" una storia, allegra, triste o solo curiosa, tutta in uno scatto. Credo che le foto che più mi hanno soddisfatto quest'anno (con forse un'eccezione) siano state quelle in bianco e nero. Forse questa delle tre damigelle è la foto migliore di quest'anno. Comprese quelle ai gatti di strada, che sono soggetti fantastici e sanno essere sempre diversi così che possono rendere una foto magica, tenera, inquietante, oppure surreale. Peccato che i lockdown abbiano bloccato (per ora) il mio progetto al Cimitero Monumentale. Tiriamo le somme? In quest' anno così diverso ho fotografato molto, molto di meno, ma non sono deluso perché, qualcosa tra quello che ho fatto mi ha dato soddisfazione ed ho intravisto nuove strade. Vorrei provare a percorrerle. Grazie a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui.
    9 points
  44. Il parco di Villa Bolasco, ora di proprietà dell’Università di Padova, (https://www.villaparcobolasco.it/ per eventuali approfondimenti e da cui ho riportato le notizie storiche) è situato a Castelfranco. Oltre ad essere un sito interessante per le specie botaniche presenti, comprende l’omonima Villa (1852/65) fatta costruire dal conte Revedin su progetto dell’architetto veneziano Giambattista Meduna, diventata poi Rinaldi e infine Bolasco Piccinelli, da cui il parco prende appunto il nome. Vi sono molte varietà di piante; vi si trova l’abete, il cedro dell’himalaya, il cipresso calvo, l’ippocastano, il bagolaro (molto comune da queste parti), il carpino e poi lecci, olmi, magnolie, tassi, tigli, platani, la sofora; ma la pianta che più mi ha colpito è la farnia: un metro di diametro, 25/30 metri di altezza e una chioma davvero imponente. Il sito propone una visita guidata con schede molto efficci sullo schema dell’Orto botanico di Padova di cui è una sorta di costola. Ma la visita fisica è altra cosa rispetto alla virtuale che, seppure ben documentata, offre uno scorcio di quanto si può vedere ed apprerzzare con i propri occhi. Complice l’ora in cui glia altri pranzano, mi sono goduto appieno il luogo. (Conviene aprire le foto) Si inzia: # 1 il viale di entrata ci conduce alla “cavallerizza" # 2 un anfiteatro adibito a maneggio voluto dal conte Revedin e attribuito a Marc Guignon # 3 particolare lato ovest # 4 si procede verso un grazioso laghetto # 5 dai riflessi ambrati # 6 dove alcune anatre fanno sfoggio # 7 # 8 # 9 ed ecco la farnia # 10 # 11 le cui fronde arrivano a lambire un ruscelletto # 12 # 13 # 14 procedendo oltre si arriva alla serra. Quando nel 1869 muore il conte Revedin la nipote, figlia della sorella Caterina Revedin in Rinaldi, eredita la villa e il parco. Ed è a suo padre, Pietro Rialdi, che si deve la costruzione della serra e la prosecuzione dei lavori nel giardino; # 15 a lato sorge la cavana, adibita al ricovero delle barche usuale nell’area veneziana e nei fiumi dell’entroterra. # 16 # 17 per poi avviarsi all’uscita con questa veduta Tre ore di tranquilla passeggiata con soste prolungate per godersi questi colori.
    9 points
  45. Era un pò di tempo che sentivo la necessità di mettere qualche cosa di " ORRIBILIS " ed ecco cosa vi propino... un sunto di qualche scatto fatto in questi ultimi mesi.. cercherò di andare un pochino con ordine.. Una piccola serie floreale.. fatte di fretta, molta fretta.. notate i pugni chiusi.. non perchè la volessi fare a pugni.. era la tensione, poi tra l'altro ho dovuto passare la Zetina ad altri.. purtroppo.. e questa è la parte svolta in comune.. Il 14 Maggio si è sposata nostra figlia, la cerimonia è stata molto minimal a causa il covid che ormai conosciamo tutti, poi finita la cerimonia in quel luogo buio della sala consiliare.. vi è stato un piccolo intermezzo, tutti senza abiti particolari.. e il pranzo si sarebbe fatto.. più avanti.. e si arriva al 18 di questo mese, il tempo malgrado le bizze sino al giorno prima.. è stato ottimo.. carina è stata l'idea del Tableau con la disposizione dei posti, i tavoli erano con un richiamo di un famoso cartoon.. per ultima, la foto delle loro fedi.. io le chiamo.. fiducia.. la mattina quando arriva la nipotina, una delle prime cose che fà.. e tenermi la mano.. i suoi riccioloni.. ed ecco con cosa gioca, o meglio.. una delle cose con cui gioca.. e, spesso la sera mi trovo chiamate sul cellulare, se rispondo.. non si sente nulla.. come fa? come riesce ad impossessarsi del cellulare della mamma.. sà qual'è l'cona di watshapp che è verde.. con il ditino clicca poi vede la mia immagine e schiaccia.. poi si porta il telefono all'orecchio ed ascolta, ridendo.. e arrivata una nuova vettura.. la polo.. beh ora ha un'altra vita.. questa non è dopata come altre, è tranquilla.. per me e mia moglie va benissimo, le prime due sono davanti al Box, le seconde.. beh in un luogo magico.. da Rosmary Vallino.. se quest'anno metteranno i Treni in mostra, vi avviso.. le nuvole.. ho visto il contest.. un apio attraverso le zanzariere le ho fatte... e basta.. Tutto quanto fatto in maniera alterna con i due vetri della zetina.. Grazie a chi ha avuto il grande coraggio di seguirmi sino qui.
    8 points
  46. Quando ho poco tempo, ma tanta voglia di fare un giretto fotografico, Trezzo sull'Adda è fra le mie mete preferite; è ragionevolmente vicino a me che sto al confine nordest di Milano, e anche se non offre occasioni strepitose, di solito c'è di che passare un paio d'ore divertenti, fotograficamente parlando. Arrivati a Trezzo, si seguono le indicazioni per il fiume Adda, una strada tortuosa porta all'alveo del fiume, poco prima c'è un ampio parcheggio dove io lascio l'auto e faccio l'ultimo tratto a piedi sono, meno di cento metri (per i pigri, si può arrivare in macchina fino alle rive, ma si fa più fatica a parcheggiare e si sollevano tonnellate di polvere). la discesa termina in corrispondenza di un paio di ristorantini e da lì parte la strada sterrata, che è sbarrata più in là da ambo le parti, diventando ciclopedonale. Fondamentale andarci di pomeriggio, altrimenti si è in pieno controluce. Vi si trova abbondante avifauna ( Folaghe, Gallinelle, Tuffetti, Svassi, cigni, Gabbiani, Cormorani, in inverno diverse anatre -in estate solo i Germani-, fuggevole il Martin pescatore, qualche volta ho visto degli Aironi, ma sempre troppo lontani, anni fa era frequente l'Usignolo di palude, ma dopo la "pulizia" delle rive... addio). Ai lati delle barche ormeggiate è dove ho scattato le foto successive. Nikon Z Fc con il suo 16-50mm Z Proprio il tratto di riva fra i ristorantini e gli sbarramenti è il mio sito preferito per fotografare le libellule a Trezzo. Ieri ci sono andato per qualche prova con la Nikon Z fc ed alcuni obiettivi non sempre "ortodossi" La piccola suona il trombone, e lo suona bene , ossia: Nikon Z Fc e Sigma 150-600 C, su monopiede. Messa fuoco sicura, effettivamente meglio come velocità che con la Z6, nitidezza più che soddisfacente, una "strana coppia" che funziona (ma non vedo l'ora che arrivi il 200-600 Z, non fosse che per togliere di mezzo l'FTZ): Svassi, Nella stagione buona da questa postazione a Trezzo è possibile, se si ha fortuna e l'acqua non è troppo alta, fotografare il complesso corteggiamento, che è molto bello, anche da vicino, e la costruzione del nido. Una delle tantissime Gallinelle d'Acqua. Folaga e Cormorano, molto distanti, l'aria umida vela un po', ma non ci si può lamentare. Nikon Z fc, 300mm f4 pf + Tc14. Questo kit sul formato Dx è fra i più validi per foto ravvicinata: Crocothemis erytraea (rosso) e Orthetrum cancellatum (azzurro). Crocothemis erytraea, maschio. No crop... Fiore di Oleandro con il 16-50 Z, perchè no? E' uno zoomino simpatico. Non occorre dire, ma lo dico, tutte queste foto si potevano fare anche con la Z50. La Z fc con il 24-200 l'ho provata altrove per cui ne racconterò prossimamente in un'experience, nel club fotografico.
    8 points
  47. Questo articolo ci riporta in Trentino, più precisamente nella bassa Val di Non, dove troviamo un monumentale fabbricato di origine medioevale, noto come “Castel Thun”. Il castello, circondato da un sistema di fortificazioni, è situato in cima a una collina (609 metri s.l.m.) nei pressi di Vigo di Ton, che sovrasta, e in posizione panoramica sulla valle. La sua edificazione risale alla metà del XIII secolo, voluta dalla famiglia dei Tono che in otto secoli riuscirono ad aumentare notevolmente la propria importanza fino a diventare esponenti di primo piano della politica dell’epoca. In origine il castello portava il nome Belvesino, dal colle su cui si erge, per poi assumere l’attuale nome derivante dai suoi proprietari. Si tratta di una costruzione in stile gotico ad uso sia civile che militare. L’aspetto attuale del castello è dovuto alle modifiche che vi furono apportate tra il 500 e il 600, periodo al quale risale la “porta spagnola” (1566) tramite la quale si accede al ponte levatoio. Passato il ponte ci si ritrova nel primo cortile, in stile moresco, che si dice sia stato voluto da Giorgio Thun dopo un viaggio in Spagna. Qui troviamo un colonnato, costituito da 18 colonne di pietra, sovrastato da due torri, dette “delle prigioni”, il cui scopo era di dare riparo ai cannoni dalle intemperie. Dalla parte opposta rispetto all’ingresso troviamo altre 2 torri: la torre Basilia e la torre della biblioteca. In quest’ultima, in una grande sala con il soffitto coperto da stucchi barocchi, erano conservati 10.000 libri e molti incunaboli. Al centro della corte si erge il palazzo baronale, che è la parte più antica del castello, con le sue tre torri a cuspide gotica. Da una di esse si entra nell’edificio dove troviamo conservati arredi di valore e numerose stufe di maiolica. La “stanza del vescovo” è quella più conosciuta ed è completamente rivestita di legno di cirmolo, compreso il soffitto caratterizzato da una struttura a cassettoni. Nella stanza è anche presente una stufa in maiolica. La cappella del castello è affrescata a tempera da un allievo di Jacopo Sunter (scuola di Bressanone) ed è dedicata a San Giorgio. La proprietà del castello è stata acquisita nel 1992 dalla Provincia Autonoma di Trento, che ha provveduto al suo restauro e alla catalogazione dei libri contenuti nella biblioteca, oltre che degli arredi. Al termine dei lavori di restauro, il 17 aprile 2010, il castello è stato aperto per le visite al pubblico, mentre il giardino retrostante fa da cornice a concerti e manifestazioni culturali. Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. Concludo con in breve filmato montato da me. Al prossimo articolo! ciao!
    8 points
  48. Oggi, 24 aprile 2021, è la giornata mondiale del Tai Chi Chuan: la celebro con una chiacchierata, riproponendo alcune foto scattate in diverse occasioni. Impediti nella pratica di molte nostre passioni (come la fotografia!), contatti ridotti al minimo, corpi costretti a languire in casa... qualcosa deve venire in nostro soccorso per sostenere mente e corpo! Nel mio caso una valvola di sfogo molto importante è stata, e rimane, la pratica delle arti marziali tradizionali. A differenza degli sport da combattimento, che presumono un avversario (non si può, è vietato il contatto) o almeno una palestra attrezzata (non si può, sono chiuse), le arti marziali tradizionali, quasi tutte, hanno degli aspetti che possono essere praticati anche da soli. Aspetti che comprendono sia applicazione fisica che controllo mentale, per cui tengono in esercizio il corpo e intanto stimolano il cervello, in questo devo dare ragione a chi dice che si tratta di una sorta di meditazione in movimento. E' un po' riduttivo, io preferisco dire che è uno degli aspetti, ma che ce ne sono tanti altri. Maestro di Taijiquan (Tai Chi Chuan) che esegue la "Frusta singola (o semplice?)", Castello di Belgioioso. Maestro di Xing Yi Quan ed allievi che eseguono la tecnica del "Legno", uno dei Cinque Elementi che caratterizzano quest'arte molto potente. Castello di Belgioioso. Come funziona la cosa? Nelle arti marziali tradizionali, oltre alla pratica dei singoli movimenti (le "tecniche", una parola che non mi piace troppo in questo contesto) si praticano delle lunghe sequenze, dette "forme" (Kata in Giapponese, Lu in Cinese) che sono una sorta di breviario delle ..."tecniche" tipiche di quella specifica arte, eseguite con continuità, come se si stesse combattendo contro un avversario immaginario. Forma di Taijiquan, inizio della postura "il serpente scende dalla collina". Nota: il signore in primo piano è uno degli allievi diretti del Maestro Chang Dsu Yao, il primo a portare il Kung Fu in Italia negli anni '70. Parco Sempione a Milano. Ogni arte marziale ha le sue forme che si possono praticare lentamente o velocemente (di solito prima lentamente, poi velocemente) in modo sciolto, rilassato oppure esplosivo (l'ideale è alternare, una volta praticare in scioltezza, un'altra in modo esplosivo). Maestro di Taijiquan stile Chen che esegue una tecnica "esplosiva", notare lo svolazzo del vestito. Parco Sempione a Milano. Queste forme possono essere eseguite quasi ovunque, all'aperto (l'attività motoria singola è consentita...) nei parchi, ormai non ci fa più caso nessuno anche da noi, anzi siamo in tanti, ma anche in casa, in questo caso segmentando le forme, a seconda della disponiblità di spazio. Taijiquan, pratica di gruppo, Castello di Belgioioso. La pratica della forma non è mirata espressamente al combattimento, anche se nella nostra testa ci dovrebbe essere l'idea (e l'attitudine dello spirito) del combattimento (un termine che descrive benissimo la cosa è lotta con l'ombra - shadow boxing), il suo scopo principale è sviluppare equilibrio, ritmo, coordinazione e piena consapevolezza del proprio corpo. Così la pratica delle arti marziali tradizionali, oltre ad essere un'ottima ginnastica, allena anche il cervello, aumentando la consapevolezza di sè creando al tempo stesso una sensazione di benessere e sollievo dallo stress (lode alle endorfine!). Una vecchia dimostrazione della mia scuola, scansione da diapositiva. Chiusura della forma, l'intenzione era esprimere una parata a cui seguirà un pugno. Non mi ricordo dove eravamo!! La pratica ad un livello avanzato comprende anche le forme con armi tradizionali, spada, lancia bastone.. e tante altre. Studio della forma di Bastone lungo del Taijiquan. Castello di Belgioioso. Il "Ventaglio da guerra", opportunamente sostituito da un ventaglio innocuo, in origine non faceva parte delle armi del taijiquan, è stato inserito successivamente alla diffusione dell'arte. Parco Trotter a Milano. La pratica delle armi tradizionali non sembra avere (e infatti non ha) molto senso in un contesto combattivo reale (a meno di non andare in giro con alabarde o sciabole...), ma le forme con le armi rappresentano un livello più alto di abilità, perchè il maneggio di un attrezzo richiede maggiore coordinazione ed equilibrio che gli esercizi a mani nude, per poter eseguire le "figure" delle forme con le armi con la dovuta scioltezza, senza farsi del male da soli. La sciabola è la mia arma preferita, perchè ha molte tecniche in rotazione, molto fluide. [Le armi sono un po' più complicate da praticare in casa, come mi sono reso conto dopo aver "segato" una sedia con un volteggio di sciabola, meglio sostituirle con dei surrogati più corti, un mestolo di legno ad esempio ]. All'aperto, se si pratica da soli, o comunque al di fuori di manifestazioni ufficiali, è meglio usare armi di legno o di plastica, in modo da evitare problemi vari. Con l'entrata in vigore delle norme restrittive, concentrarmi su questi aspetti dello studio delle arti marziali tradizionali è stato un grande aiuto, anche per il fatto che il mio lavoro è stato trasformato in stressanti ore seduto davanti al PC in mezzo a mille impicci tecnici . Se mi avete seguito fin qui, avrete notato che non ho mai parlato degli aspetti esoterici così di moda, l'energia interna, il flusso (di cosa?). Perchè? Perchè non ci credo. Gli effetti benefici della pratica sono quelli fisiologici, oppure sono dovuti alla capacità di connettere in sequenza le diverse parti del corpo durante i movimenti, capacità che si sviluppa con la pratica. Ciascuno ha il suo cibo preferito: A me piacciono le arti marziali perchè mi piace anche la componente di contatto, così quello faccio, ma so per certo che tante altre pratiche, mi vengono in mente la Danza e lo Yoga, hanno lo stesso effetto su mente e corpo. Se uno non ha interesse alla parte "combattiva", trarrà grandissimi benefici, forse superiori, da queste arti. Infine, spesso si è curiosi di capire se le arti marziali tradizionali sono efficaci per combattere, si discute su quale sia la più efficace, o se siano meglio gli sport di combattimento, Boxe MMA ecc. . Se ne sentono di tutti i colori, ma quasi quarant'anni (come sono vecchio!) di pratica mi fanno dire che la risposta è semplicissima: Qualsiasi disciplina che comprenda anche il confronto a contatto libero (sparring) con un avversario deciso e non cooperante (cioè non del tipo: se io faccio così allora tu devi rispondere così, ma stai attento che se no ci facciamo male ...) ha delle possibilità di essere efficace, se no è un po' come pensare di poter imparare a nuotare sul tappeto di casa. Poi capita di scoprire che in acqua è un po' diverso. Le arti marziali "non combattive" hanno comunque il loro perchè come disciplina fisica e mentale, ma lì si fermano. NOTA: E' ovvio ma... tutte foto pre-Lock down.
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  49. Bloccato in zona arancione mi guardo intorno e trovo un sentiero che, a pochi passi da casa, mi porta in un'altra dimensione. Un sentiero frequentato da runners che costeggia il torrente Lavino a Zola Predosa (BO). Il torrente poco interessante in inverno, si rivela nelle sue casse di espansione. Oggi, dopo lunghissimi giorni piovosi e grigi ho potuto ripetere le immagini che avevo scattato il 31 dicembre con lo smartphone, al tramonto. Il sole ha illuminato il Foveon ed è colore!
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  50. Articolo ironico con contenuto serio. Questo blog esprime le mie opinioni personali, basate su quel che so, ma essendo opinioni non hanno pretesa di verità, ed è assolutamente possibile non essere d'accordo in parte o del tutto. Non è mia intenzione offendere nessuno. Credo che tutto possa essere più o meno cominciato con questo libro (questa la versione italiana, ma il libro è stato un successo enorme in tutto l'Occidente): In cui l'autore, un professore tedesco di filosofia, racconta che essendo incapace di concepire lo Zen a livello intellettuale (lo credo bene!) gli viene consigliato di provare ad avvicinarsi tramite una delle arti in cui lo Zen è presente, nel caso il tiro con l' arco giapponese, il Kyudo (kyu- arco, do- via, metodo). Il libro è breve, interessante, di piacevole lettura, e porta in appendice anche un discorso di un maestro giapponese sullo Zen e l'arte della scherma (Ken-jutsu). Il meritato successo di questo libro ha portato in tempi successivi, a partire dall'epoca buia della New Age, ad una serie infinita di altri libri dal titolo "Lo Zen e .... (mettere una qualsiasi attività a piacere)", il cui scopo, oltre alla vendita del libro, sarebbe di spiegare come con lo Zen tutte le cose vengano meglio, meravigliosamente meglio, e si sia tutti più felici. Che sarebbe proprio bello. Eh sì, non manca nemmeno "lo Zen e l'arte di scopare" di Jacopo Fo, figlio del più noto Dario. Confesso di non averlo letto. NOTA: Caso a parte è "Lo Zen e l'arte della manutenzione della Motocicletta" interessante libro biografico di M. Pirsig, dove la "manutenzione della motocicletta" è un pretesto per scrivere d'altro, un po' come le balene in Moby Dick, per cui non c'entra con i vari manuali dello "Zen e...". Tutti questi manuali presuppongono forse che chi scrive abbia raggiunto lo Zen così da poterlo insegnare ad altri (?). Implicano forse che lo Zen sia un modo, uno strumento, per fare meglio le cose, e che possa essere trasmesso con un libro? Sarà, ma da modesto cultore di alcune arti e forme di pensiero orientale da almeno quarant'anni, mi permetto di avere qualche dubbio in merito. Temo cioè che si faccia un po' di confusione, ingenuamente o astutamente, non lo so. La sensazione è che si usi il termine Zen banalizzandolo come ricettacolo di "semplici trucchi" , infilandoci con una massiccia dose di superficialità. Quindi in tutta umiltà vorrei provare a chiarire un pochino, tutto qui. Lo Zen. Lo Zen (in cinese C'han) ha origine quando il Buddhismo dall'India arrivò in Cina ed assorbì degli elementi del Taoismo (non vi tedio oltre con la storia, è facile trovare il modo di approfondire, se interessa). Dalla Cina è stato poi portato in Giappone (il nome Zen è la versione giapponese di C'han). Come tutto il Buddhismo ma, in fondo, come tutte le maggiori religioni, lo Zen è una via per la liberazione dalle sofferenze, che per i Buddhisti si ottiene raggiungendo uno stato di "risveglio" o "illuminazione", in giapponese Satori (per inciso la prima scuola di arti marziali che ho frequentato a quindici anni si chiamava pomposamente "Ryu Satori" cioè "Scuola dell'Illuminazione", ma non "illuminava" molto ). Non vado oltre, aggiungo solo che rispetto ad altre pratiche lo Zen ha un carattere più diretto, ma non per questo è più facile anzi, richiede intensa applicazione. Lo Zen, pur essendo sorto in un contesto religioso, può essere esportato anche al di fuori dall'ambito della religione, come molte altre pratiche Buddhiste, ad esempio la "mindfulness" che mi sembra sia ancora molto in voga nella psicoterapia, nel coaching aziendale e in non so cos'altro, ma che in fondo non è che una "occidentalizzazione" di alcune pratiche buddhiste di consapevolezza. Ma non sono cose facili, possono richiedere una intera vita di pratica, non ci sono semplici trucchi. Il Maestro Taisen Deshimaru, scomparso nel 1982, esperto anche di arti marziali, è fra quelli che ha diffuso lo Zen in Europa in tempi recenti. I suoi libri sono sì una valida lettura. Lo Zen e... Tornando ai libri, posso sbagliare, ma sembra che in quei "manuali" lo Zen sia visto come un qualche cosa, un metodo semplice per migliorare quel che si fa, presupponendo quindi uno scopo, un fine pratico, che è il contrario esatto dello Zen . Se pensiamo uno dei requisiti fondamentali per raggiungere lo Zen è l'essere quello che in Giapponese si dice mushotoku (privo di intenzione, di fine, di desiderio, di attaccamento), cercare di raggiungere lo Zen per ... già escluderebbe la possibilità di arrivarci. E in ogni caso è riduttivo. Il fatto può essere che la parola Zen piace, è breve , semplice ed ha appigli nell'immaginario delle persone (di un certo genere), per cui "attira" ma il concetto che c'è dietro a quella parola è profondo. E' altro. Lo Zen e la Fotografia? In Internet e sulla carta stampata non mancano titoli come "Lo Zen e la Fotografia", oppure "Fotografia Zen", anzi, ce ne sono tanti. L'impressione che ho leggendo questi articoli è che si pensi esistano delle ricette per fare una non meglio identificata "Fotografia Zen" o che un approccio Zen alla fotografia ci darà la pace interiore. Può essere benissimo che tramite una pratica intensa e rigorosa di un'arte, fotografia compresa, si arrivi alla piena maestria e questo potrebbe essere un modo di "avvicinarsi" allo Zen. E può essere benissimo anche che chi ha "capito" lo Zen (si è "risvegliato") dato che tra le tante altre cose è diventato spontaneo, sereno, calmo, attento, presente a se stesso, concentrato e non ossessionato dal risultato, di conseguenza sia in grado fotografare molto meglio di prima, anzi tutte le cose che fa gli vengono meglio che se fosse preoccupato, precipitoso, distratto, nervoso ed ansioso per il risultato. Ma da questo a dare "ricette rapide" per fotografare Zen o arrivare allo Zen ce ne passa. Io purtroppo non so dirvi come sia essere Zen, ma penso di saperne abbastanza da suggerire che nelle "semplici ricette" NON c'è lo Zen. Quindi a mio personale ed arbitrario parere, sono comunque letture simpatiche, e alcuni i consigli possono essere utili, quindi leggiamo pure i vari "Zen e la fotografia di questo e di quello" ma stiamo attenti che ... Non è necessariamente vero che se uso una fotocamera manuale a pellicola e solo obiettivi manuali del secolo passato arrivo prima allo Zen, uno può essere (o non essere) consapevole praticando con una Sony A4R o una Nikon Z6II tanto quanto con una vecchia Nikon SP. Non è necessariamente vero che lo scatto singolo è Zen, la raffica no. Non è necessariamente vero che lo street o la foto naturalisitica sono Zen e il Fashion o che altro no. Se la persona è "risvegliata" questo si riflette in qualsiasi cosa faccia. Quando Musashi capì l'arte della scherma, divenne anche un ottimo calligrafo e poeta. Non è necessariamente vero che fotografare in bianco e nero sia più Zen che fotografare a colori. Può esserlo oppure no, come sopra. Non è detto che si debba per forza fotografare pile di sassolini , giardini, ruscelletti, cespugli di bambù, paesaggi nebbiosi o gatti addormentati per fare fotografia Zen. Qualsiasi soggetto (o quasi) può esprimere lo Zen oppure (più spesso) non esprimerlo. Perchè non è tanto il soggetto che conta ma come (con che disposizione interiore) lo si fotografa, cosa che si dovrebbe riflettere nella foto e si spera, arrivare a chi la guarda. C'è qualche differenza tra le foto sopra e quelle sotto? Quali trasmettono qualcosa? Buon Anno a tutti!! Tutte le immagini sono copyright dei rispettivi aventi diritto, riprodotte solo a scopo illustrativo.
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