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  1. La vignetta fa ridere perché dice una cosa che molti della nostra generazione non vogliono ancora ammettere. Il padre mostra al figlio una parete di fotocamere e obiettivi Nikon e gli annuncia con orgoglio che un giorno tutto quello sarà suo. Il figlio non gli domanda quale sia stata la sua prima macchina, quale obiettivo abbia usato per le fotografie più importanti o quale corpo gli ricordi il periodo più bello della sua vita. Gli chiede quanto potrebbe ricavare vendendo tutto. Diciamolo nella maniera meno elegante possibile: a mio figlio non gliene frega un cazzo di niente di tutto quello che io ho amato. Non gli interessano le mie Nikon, i miei obiettivi, gli amplificatori in classe A, i diffusori grandi come armadi, i dischi, le automobili e le motociclette che hanno popolato i miei sogni prima ancora che potessi permettermele. Non gli interessa sapere perché un motore, una voce, un attacco orchestrale o il rumore dell’otturatore di una reflex abbiano avuto tanta importanza nella mia vita. Vede oggetti vecchi, ingombranti, complicati e, in certi casi, ancora abbastanza costosi da poter essere trasformati in qualcosa di più utile. Noi nati negli anni Sessanta siamo cresciuti desiderando. Prima ancora di possedere qualcosa, la studiavamo sulle riviste, la guardavamo nelle vetrine e facevamo calcoli che quasi sempre non tornavano. Una Nikon, un amplificatore, una motocicletta o un’automobile sportiva non erano soltanto cose da comprare: rappresentavano la persona che speravamo di diventare. Quando finalmente riuscivamo ad averle, ce le ricordavamo per tutta la vita. La musica non usciva da un telefonino. Per ascoltarla bisognava comprare un disco, portarlo a casa, metterlo sul piatto e dedicargli del tempo. Poteva anche non piacerci subito, ma ormai lo avevamo pagato e quindi lo ascoltavamo ancora. A volte, dopo il terzo o il quarto tentativo, scoprivamo qualcosa che ci avrebbe accompagnato per quarant’anni. Oggi tutta la musica registrata è immediatamente disponibile, ma proprio per questo ogni brano può essere eliminato dopo dieci secondi. Non serve più un impianto e non serve nemmeno scegliere davvero: basta lasciare che una piattaforma decida che cosa verrà dopo. La patente, per noi, significava poter finalmente andare da qualche parte senza chiedere il permesso a nessuno. L’automobile e la motocicletta erano libertà, pericolo, conquista e anche una parte importante del rituale necessario per incontrare le ragazze. Oggi sono soprattutto assicurazione, carburante, parcheggio, multe e manutenzione. Probabilmente i giovani hanno ragione loro, almeno dal punto di vista economico, ma spiegare razionalmente perché non desiderino ciò che noi desideravamo non cambia il risultato. Quanto alle donne e al sesso, inutile fingere che fossero questioni marginali. Noi pensavamo continuamente alle ragazze, spesso senza capire niente di loro e comportandoci da perfetti imbecilli. Però dovevamo uscire, farci coraggio, rischiare una figuraccia e qualche volta prendere un rifiuto senza poterlo trasformare in una discussione pubblica. Il desiderio ci costringeva a muoverci. Adesso ci sono applicazioni per incontrarsi, pornografia illimitata, messaggi continui e fotografie di chiunque, ma pare che incontrarsi davvero sia diventato più difficile. Si studiano i profili, si mandano segnali prudentissimi e si teme che una frase sbagliata venga conservata in uno screenshot per l’eternità. Gli uomini aspettano che siano le donne a fare la prima mossa, le donne aspettano di capire se gli uomini siano interessati e nel frattempo entrambi continuano a guardare il telefono. Non è detto che sia maggiore civiltà; potrebbe essere soltanto una forma più educata di paralisi. Anche la fotografia è stata divorata dallo stesso apparecchio. Per noi una macchina fotografica era lo strumento necessario per produrre immagini. Per loro è un oggetto separato, pesante e sostanzialmente inutile, perché il telefonino che possiedono già fotografa, filma, monta, pubblica e riceve immediatamente l’approvazione degli altri. Spiegare che una Nikon F2, una F3 o una D3 non sono la stessa cosa ha più o meno lo stesso effetto che avrebbe avuto su di noi una lezione sulle differenze tra due modelli di aratro. Non sto dicendo che noi fossimo migliori. Abbiamo speso cifre assurde, riempito case e garage, confuso qualche volta il possesso con la competenza e accumulato molte più cose di quante potessimo realmente usare. Abbiamo anche creduto che i nostri figli, vedendoci così appassionati, avrebbero automaticamente ereditato le nostre passioni. Non è successo. Forse non poteva succedere, perché sono cresciuti in un mondo nel quale quasi tutto si noleggia, si scarica, si guarda per qualche minuto e si sostituisce. Noi conservavamo anche le scatole; loro considerano già eccessivo dover conservare l’oggetto. Noi pensavamo di lasciare un patrimonio affettivo, mentre loro vedono un problema logistico del quale dovranno occuparsi quando non ci saremo più. Non possiamo obbligarli ad amare Brahms, una motocicletta italiana, un amplificatore senza display o un vecchio Nikkor. Possiamo tuttavia evitare di raccontarci che un giorno custodiranno tutto con la stessa attenzione che abbiamo avuto noi. Se vogliamo che certi oggetti continuino a essere usati e apprezzati, forse è meglio affidarli mentre siamo ancora vivi a qualcuno che li desideri davvero, vendendo il resto senza aspettare che debbano farlo gli eredi. Quando il padre della vignetta dice «un giorno tutto questo sarà tuo», pensa di offrire al figlio una parte della propria vita. Il figlio sente invece che un giorno dovrà liberare la stanza, fotografare ogni pezzo, mettere gli annunci e discutere con cinquanta sconosciuti sul prezzo. La sua domanda non è affettuosa, ma è onesta. Ed è proprio questo che ci fa incazzare. [come tutti sanno, io non ho figli, nutro solo cani, gatti e chiunque passi dal mio terreno anche volando]
  2. Tre applicazioni desktop, tre applicazioni web, quattro strumenti pensati da fotografi per altri fotografiNegli ultimi mesi Nikonland non si è limitata a parlare di fotografia e attrezzatura. Abbiamo realizzato anche alcuni strumenti concreti, nati da esigenze incontrate fotografando: leggere davvero ciò che una Nikon registra, capire come abbiamo lavorato durante uno shooting, portare nella fotocamera i nostri Picture Control e sapere dove mettere a fuoco quando entra in gioco l’iperfocale. Non sono versioni ridotte di grandi programmi commerciali e non cercano di sostituire Nikon NX Studio, Lightroom, Photoshop o i catalogatori. Ogni applicazione risponde a una domanda precisa e cerca di farlo nel modo più diretto possibile. Sono tutte gratuite. Le versioni desktop lavorano localmente e sono distribuite come archivi ZIP; quelle web si aprono direttamente dal menu Apps di Nikonland e non richiedono installazione. ExifReader: che cosa contiene questa fotografia?ExifReader nasce per leggere un singolo file e mostrare rapidamente le informazioni che ci interessano davvero. Basta trascinare una fotografia nella finestra per vedere fotocamera, obiettivo, esposizione, sensibilità, focale, bilanciamento del bianco, tipo di otturatore e, quando i dati Nikon lo permettono, modalità autofocus e posizione dell’area AF. La versione desktop per Windows aggiunge l’anteprima della fotografia, l’analisi dettagliata del Picture Control utilizzato, compresa la curva tonale, e il confronto diretto fra due immagini con i principali dati affiancati. Non costruisce cataloghi, non modifica i file e non richiede installazione: si estrae lo ZIP in una cartella e si avvia il programma. La versione web riprende la stessa impostazione essenziale. Legge NEF, NRW, JPEG e TIFF direttamente nel browser, mostra i dati di scatto, le informazioni Nikon e consente il confronto fra due fotografie. L’analisi completa del Picture Control è disponibile quando le informazioni necessarie sono presenti nel file originale NEF o NRW; nei JPEG quel comando viene correttamente disabilitato. La fotografia resta sul dispositivo: non viene caricata, registrata o conservata da Nikonland. ExifReader per Windows: presentazione e download Apri ExifReader Web Esiste inoltre una versione separata per macOS, realizzata da Effenove, con caratteristiche e sviluppo differenti rispetto all’attuale edizione Windows. ShootMetrics: come ho fotografato durante questo shooting?ExifReader osserva una fotografia. ShootMetrics osserva un’intera sessione. Si indica la cartella di uno shooting, comprese eventualmente le sottocartelle, e il programma ricostruisce il modo in cui abbiamo realmente lavorato. Conta i file senza considerare due volte le coppie NEF+JPEG, distingue fotocamere e numeri di matricola, riconosce gli obiettivi e mostra la distribuzione di focali, tempi, diaframmi, sensibilità ISO, compensazioni, orientamenti, Picture Control e principali impostazioni Nikon. Da una giornata di migliaia di fotografie possiamo così scoprire quale corpo abbiamo usato di più, quale obiettivo è rimasto quasi sempre nella borsa, a quali focali abbiamo realmente impiegato uno zoom oppure quanto spesso siamo ricorsi a determinate sensibilità o modalità autofocus. I risultati vengono organizzati in tabelle, grafici e cronologie. È disponibile anche un rapporto PDF che conserva la radiografia completa della sessione. ShootMetrics lavora in sola lettura: non modifica fotografie o metadati, non crea un catalogo permanente e non trasferisce i file. Alla chiusura del programma i dati dell’analisi vengono eliminati dalla memoria. Nikonland ShootMetrics per Windows: presentazione e download FilmBox: con quale “pellicola” voglio fotografare?FilmBox raccoglie i Picture Control sviluppati da Nikonland e li trasforma in una biblioteca consultabile. Non semplici nomi dentro un elenco, ma profili accompagnati da anteprime coerenti, informazioni sul loro carattere, riferimenti storici e indicazioni sulle situazioni nelle quali possono essere utilizzati. Possiamo cercare una pellicola per nome, marca o tipo di resa, confrontarne l’effetto e comporre una FilmBox personale con i nove Picture Control che vogliamo portare nella fotocamera. La versione desktop per Windows può preparare la scheda di memoria e, nei casi consentiti dall’interfaccia Nikon, comunicare direttamente con la fotocamera. I Flexible Color vengono trasferiti attraverso la scheda, perché Nikon non ne permette la scrittura diretta via USB. La versione più recente consente inoltre di valutare le pellicole sulle fotografie campione oppure su un proprio NEF originale, sviluppato localmente attraverso il motore Nikon. FilmBox Web offre la biblioteca, le anteprime e le schede editoriali direttamente nel browser. Permette di comporre, ordinare e salvare le proprie selezioni e di scaricare uno ZIP contenente soltanto i file NP3 scelti e le istruzioni per copiarli sulla scheda. Non comunica direttamente con la fotocamera. Nikonland FilmBox per Windows: presentazione e download Apri FilmBox Web Nikonland Iperfocale: dove devo mettere a fuoco?Le normali calcolatrici dell’iperfocale chiedono focale, diaframma e formato, poi restituiscono alcuni numeri. Nikonland Iperfocale parte invece dalla fotografia. Si sceglie il tipo di scena — paesaggio, strada, architettura, notturna o ritratto — si indica ciò che deve risultare leggibile e si impostano fotocamera, focale, diaframma e distanza del primo elemento importante. L’applicazione valuta se l’iperfocale sia davvero la soluzione adatta e traduce il calcolo in un’indicazione operativa: dove mettere a fuoco, da quale distanza comincia la zona utile e se l’infinito può essere considerato sufficientemente nitido. È possibile adottare il criterio tradizionale oppure quello più prudente Nikonland, pensato per grandi stampe e ritagli importanti. L’anteprima mostra inoltre come cambiano i piani della scena modificando focale, apertura e distanza. Non promette che tutto sarà magicamente nitido: ricorda che il piano di fuoco resta uno solo e che la profondità di campo è sempre una valutazione legata anche all’ingrandimento e alla distanza di osservazione. Apri Nikonland Iperfocale Dove si trovanoLe tre applicazioni web — Iperfocale, ExifReader Web e FilmBox Web — sono raggiungibili direttamente dal menu Apps presente nella parte superiore di Nikonland. Le applicazioni desktop — ExifReader, ShootMetrics e FilmBox — si scaricano invece dalle rispettive pagine di presentazione. Consigliamo di utilizzare sempre il file ZIP pubblicato nell’articolo, perché viene sostituito o aggiornato quando correggiamo un problema o introduciamo una funzione compatibile con l’impostazione originaria. Le edizioni desktop sono attualmente destinate a Windows a 64 bit. Non utilizzano un programma di installazione: l’archivio deve essere estratto interamente, mantenendo accanto all’eseguibile tutte le cartelle e le dipendenze fornite. Software Nikonland, non software NikonQueste applicazioni sono progetti indipendenti realizzati da Nikonland. Non sono prodotti Nikon, non sono approvati da Nikon Corporation e non ricevono alcun supporto ufficiale dal produttore. Sono nate perché ci servivano. Le abbiamo provate sulle nostre fotografie e continuiamo a correggerle quando emerge un problema reale. Non raccolgono cataloghi, non cercano di trattenerci davanti al computer e non pretendono di decidere che cosa dobbiamo fotografare. Devono soltanto aiutarci a capire meglio ciò che abbiamo fatto, preparare ciò che vogliamo fare e tornare, appena possibile, a guardare dentro il mirino. I cantieri ancora apertiFilmBox Lab, Nikonland Focus, Remote Focus e Nikonland Select non fanno ancora parte di questo elenco. Sono progetti e prototipi in lavorazione. Li presenteremo come applicazioni soltanto quando saranno realmente utilizzabili e potranno essere messi nelle mani dei Nikonlander senza dover promettere ciò che ancora non fanno.
  3. Fujifilm ne ha fatto un successo, OM System una nuova fotocamera. Nikon aveva cominciato con Zfc e Zf, poi si è fermata. La nostra Nikon Z SP spiega perché dovrebbe ripartire. Della nuova OM System PEN presentata il 9 settembre, diciamolo subito, non ci interessa quasi nulla. Continueremo probabilmente a chiamarla Olympus PEN per abitudine, ma non abbiamo alcuna intenzione di cambiare sistema, acquistare obiettivi Micro Quattro Terzi o discutere per settimane della qualità prodotta dal suo sensore. Non è questo il punto. La nuova PEN ci interessa perché un’azienda molto più piccola di Nikon ha appena messo in produzione, con mezzi tecnici relativamente modesti, un’idea di fotocamera sorprendentemente vicina a quella che Nikonland sta proponendo con il concept Nikon Z SP. Naturalmente le due macchine non sarebbero concorrenti. La PEN impiega un sensore Micro Quattro Terzi da 20,4 megapixel, non stacked e certamente non nuovo, abbinato al processore TruePic IX e a un sistema autofocus ibrido con 121 punti. Il corpo è compatto, prevalentemente plastico, pesa 393 grammi con batteria e scheda, integra un mirino elettronico da 2,36 milioni di punti, stabilizzazione sul sensore e una protezione IPX1. Negli Stati Uniti costa 999 dollari, nel Regno Unito 849 sterline. La nostra ipotetica Nikon Z SP sarebbe invece una fotocamera full frame professionale, costruita attorno all’elettronica della Z6 III, con un corpo metallico, un mirino ben più ambizioso e un prezzo inevitabilmente superiore al doppio. Non è quindi la tecnologia a renderle confrontabili. È l’idea. Una fotocamera pensata per vedereOM System avrebbe potuto limitarsi a inserire componenti già disponibili dentro un involucro piacevolmente rétro. È ciò che spesso fanno i produttori quando vogliono sfruttare la nostalgia senza assumersi il rischio di un progetto realmente nuovo. Invece ha costruito la PEN attorno a un’esperienza fotografica precisa: una macchina compatta, con il mirino laterale, da portare sempre con sé e capace di trasformare il modo in cui il fotografo guarda il mondo prima ancora di premere il pulsante di scatto. Sul frontale c’è un comando fisico dedicato alle modalità creative. Non un’opzione sepolta nel quinto livello di un menù, ma una dichiarazione d’intenti visibile anche dall’esterno. La macchina mette a disposizione quattro profili colore e quattro monocromatici richiamabili direttamente. Nel Color Profile Control si può intervenire separatamente sulla saturazione di dodici colori, con undici livelli di regolazione, oltre che sulla resa generale delle ombre. In monocromatico si possono scegliere filtri colore, intensità, grana, ombreggiatura e differenti viraggi. Non sono semplicemente filtri da applicare a una fotografia già fatta. Sono modi diversi di vedere la scena nel mirino elettronico mentre la fotografia sta ancora nascendo. Si sceglie una resa più vivace o più tenue, un bianco e nero contrastato oppure delicato, si osserva come cambia il soggetto e si decide di conseguenza esposizione, inquadratura, luce e momento dello scatto. Il RAW resta disponibile e conserva ogni possibilità successiva, ma il JPEG può essere già la fotografia finita. È il concetto che Nikonland riassume da sempre in una frase: la fotografia nasce nel mirino. Durante il passaggio dalla reflex alla mirrorless ci è stato spiegato soprattutto che il mirino elettronico poteva mostrare in anticipo l’esposizione, il bilanciamento del bianco e la profondità di campo. Tutto vero, ma è soltanto la parte più elementare della questione. Il mirino elettronico può mostrarci direttamente la nostra interpretazione della realtà. Non ci fa soltanto vedere se l’immagine sarà chiara o scura: ci permette di decidere quale immagine vogliamo creare. Con FilmBox abbiamo sviluppato esattamente questa idea. Le nostre pellicole digitali non sono imitazioni nostalgiche da applicare alla fine in postproduzione. Kodak Portra, Ektar, Kodachrome, Provia, Reala, Agfa, Ferrania, Ilford, T-Max e le interpretazioni Cinema diventano differenti modi di leggere la scena. La scelta del profilo influenza ciò che vediamo nel mirino e quindi il modo in cui fotografiamo. Una luce che con un profilo appare insignificante può diventare improvvisamente interessante con un altro. Un incarnato cambia, un cielo acquista un peso diverso, un’ombra suggerisce un’altra composizione. La fotografia non viene decorata dopo: viene immaginata prima. La nuova PEN dimostra che questa non è una nostra eccentricità. È una possibile direzione industriale. Fujifilm lo sa da anniFujifilm ha costruito una parte rilevante del proprio successo recente proprio attorno a questa filosofia. Non ha inventato soltanto fotocamere con un aspetto tradizionale. Ha creato un sistema coerente di corpi riconoscibili, ghiere fisiche, obiettivi dotati di ghiera dei diaframmi, simulazioni pellicola, ricette condivise dagli utenti e continuità tra una generazione e la successiva. Una Fujifilm non viene scelta soltanto per il sensore APS-C o per la risoluzione. Viene scelta perché propone una maniera di fotografare e perché rende quella proposta immediatamente riconoscibile. La simulazione pellicola non è nascosta come una funzione accessoria: è diventata una parte fondamentale dell’identità del marchio e del rapporto fra fotografo e macchina. Il mercato ha risposto in modo inequivocabile. La X100VI è rimasta a lungo difficilissima da trovare nonostante l’aumento della produzione. Nel 2025 è risultata la fotocamera più venduta nella classifica annuale del grande rivenditore giapponese Yodobashi, continuando a tornare ai primi posti ogni volta che nuovi esemplari diventavano disponibili. La serie X100, nata nel 2011, è diventata un oggetto desiderato anche da un pubblico giovane che non ha alcun ricordo personale della fotografia analogica. Fujifilm ha compreso inoltre che questo desiderio permette di applicare un premio di prezzo. Non deve necessariamente inseguire il massimo volume né combattere sul centesimo contro prodotti tecnicamente simili. Può vendere una macchina relativamente costosa perché non offre soltanto componenti elettronici: offre appartenenza, continuità e riconoscibilità. La stessa dirigenza ha dichiarato di voler preservare il valore premium del prodotto, indicando apertamente un modello più vicino a Leica che alla produzione indiscriminata. Possiamo discutere se questa strategia ci piaccia oppure no. Possiamo trovare insopportabile che una fotocamera resti introvabile o che il prezzo dell’usato superi quello di listino. Ma non possiamo ignorare il risultato: il pubblico esiste ed è disposto a spendere. OM System lo ha osservato. Ha recuperato il nome PEN, ha preso una piattaforma tecnica già disponibile e l’ha trasformata in una fotocamera con un’identità precisa. Non occorre avere il sensore migliore del mondo per costruire un prodotto desiderabile. Occorre sapere per chi lo si sta costruendo e quale esperienza gli si vuole offrire. Nikon aveva cominciato. Poi si è fermataNikon possiede una storia ancora più profonda, un sistema più vasto, una tecnologia superiore e una base di utenti fedelissima. Ha anche dimostrato di comprendere almeno in parte questo mercato. La Zfc del 2021 e soprattutto la Zf del 2023 non sono operazioni maldestre. Sono due fotocamere riuscite, riconoscibili e capaci di creare un legame emotivo che una normale scatola nera difficilmente potrebbe generare. La Zf, in particolare, non è soltanto bella. È una fotocamera full frame moderna, dotata di processore Expeed 7, stabilizzazione, autofocus evoluto e prestazioni più che adeguate a quasi ogni genere fotografico. Nikon ha persino inserito un accesso diretto al bianco e nero, riconoscendo implicitamente che la scelta della resa dell’immagine può far parte del gesto fotografico. Poi, però, si è fermata. Zfc e Zf sono ancora in catalogo e ricevono aggiornamenti, ma sono state sostanzialmente abbandonate come progetto organico. Nikon le ha trattate come due corpi isolati, non come l’inizio di una famiglia. Dopo la presentazione non è nato attorno a esse un vero ecosistema di ottiche, accessori e funzioni coerenti. Gli unici obiettivi Nikon realmente associati a questa estetica sono il Nikkor Z 28mm f/2.8 SE e il Nikkor Z 40mm f/2 SE, ai quali per la Zfc si può aggiungere la versione argentata del piccolo zoom DX 16-50mm. I due fissi SE sono però variazioni cosmetiche di obiettivi economici già esistenti. Non hanno la ghiera dei diaframmi, non introducono una costruzione particolare e non costituiscono l’inizio di una linea. Dopo di loro non sono arrivati un 24mm, un 35mm, un 50mm o un 85mm compatti pensati specificamente per accompagnare queste fotocamere. Per trovare obiettivi capaci di completare davvero quell’esperienza bisogna rivolgersi a Voigtländer e ad altri produttori. Sono stati loro a offrire costruzione metallica, ghiere dei diaframmi, messa a fuoco manuale e un’estetica adeguata. Nikon ha fornito il corpo; altri hanno dovuto inventare il sistema. Lo stesso è accaduto con gli accessori. Nessun Power Drive, nessuna impugnatura verticale Nikon, nessuna linea coordinata capace di adattare la macchina a impieghi differenti. Per aggiungere una presa più consistente alla Zf bisogna ricorrere soprattutto a SmallRig e ad altri produttori indipendenti. Nikon ha preferito offrire rivestimenti in colori diversi e, nel 2025, una versione argentata. Operazioni gradevoli, ma ancora una volta prevalentemente estetiche. Il paradosso è che il pubblico non ha rifiutato la Zf. Nel giugno 2026 la macchina è arrivata al primo posto nella classifica dell’usato di Map Camera in Giappone, a quasi tre anni dalla presentazione. Conserva valore, continua a essere desiderata e dimostra che la sua formula non è stata un errore commerciale. Semplicemente Nikon non l’ha coltivata. Fujifilm ha costruito una categoria. OM System ha appena rilanciato una linea. Nikon ha prodotto due bellissimi corpi e li ha lasciati soli. Nikon possiede già quasi tuttoLa parte più frustrante è che Nikon non dovrebbe inventare quasi nulla. Possiede ottimi sensori full frame, processori potenti, autofocus maturi, stabilizzazione, mirini elettronici, un innesto moderno e un catalogo di obiettivi vastissimo. Possiede soprattutto i Picture Control e i più recenti Flexible Color Picture Control, che permettono una caratterizzazione dell’immagine molto più profonda di quanto la maggior parte degli utenti immagini. Le nostre esperienze con ExifReader, FilmBox e FilmBox Lab ci stanno mostrando quanto sia ricco questo sistema e quanto poco Nikon sappia raccontarlo. Possiamo leggere i profili presenti nei NEF, trasferire sulla fotocamera le nostre pellicole digitali, modificarle e vedere nel mirino la loro influenza sull’immagine. Con il motore Nikon possiamo persino sviluppare il RAW secondo la stessa interpretazione applicata dalla macchina. Tutto questo, però, rimane disperso fra menù, applicazioni separate, limitazioni incomprensibili e procedure che scoraggiano l’utente normale. Nikon ha costruito gli ingredienti senza trasformarli in un’esperienza. Noi abbiamo dovuto creare FilmBox per organizzare ciò che Nikon già permette di fare e presentarlo al fotografo in modo comprensibile. OM System, con una macchina che costa meno della metà di quanto costerebbe una Z SP, ha ritenuto invece che i profili meritassero un comando fisico sul frontale. Questo è il punto che a Tokyo dovrebbero osservare. Non il sensore Micro Quattro Terzi, non i 20 megapixel e nemmeno la forma della PEN. Dovrebbero osservare la chiarezza dell’idea: quella macchina dichiara apertamente che il fotografo può scegliere il proprio linguaggio visivo prima dello scatto. La Nikon Z SP non sarebbe una Zf diversaLa nostra Nikon Z SP non nasce dalla nuova PEN e non vuole copiarla. È un concept Nikonland elaborato come erede contemporanea della Nikon SP del 1957: non una finta telemetro digitale e nemmeno un altro esercizio nostalgico costruito attorno alla FM2. La immaginiamo con il cuore elettronico della Z6 III dentro un corpo professionale compatto, con calotta piatta, mirino laterale, baionetta Z, comandi diretti e piena compatibilità con l’intero sistema Nikkor Z. Un corpo capace di restare leggero con un piccolo 50mm f/2 SP, ma trasformabile attraverso un Power Drive opzionale con doppia batteria quando servono maggiore autonomia e presa verticale. La Z SP dovrebbe inaugurare una piccola linea di obiettivi dedicati, non semplici versioni cosmetiche di progetti esistenti. Ottiche compatte e luminose, dotate di ghiera dei diaframmi e costruite con la stessa cura della macchina. Non necessariamente moltissime: basterebbe una serie coerente, capace di dare al sistema un’identità immediata senza rinunciare alla compatibilità con tutto ciò che Nikon produce già. Soprattutto, la Z SP dovrebbe mettere il Picture Control al centro dell’esperienza fotografica. Una ghiera o un selettore diretto, profili richiamabili senza entrare nei menù, anteprima fedele nel mirino, gestione semplice delle raccolte e integrazione con Nikon Imaging Cloud. I profili Nikon potrebbero convivere con quelli creati dagli utenti e con raccolte tematiche come le nostre FilmBox. Colore e bianco e nero diventerebbero così parte del progetto della fotografia e non un ripensamento da affrontare davanti al computer. Non sarebbe una macchina economica. Non dovrebbe esserlo. Sarebbe una Nikon professionale destinata a chi desidera qualità costruttiva, prestazioni moderne, autonomia, continuità con il sistema Z e una relazione più consapevole con lo scatto. Fujifilm ha già dimostrato che questo pubblico accetta un prezzo elevato quando il prodotto è coerente e desiderabile. Nikon non deve inseguire Fujifilm sul suo terreno e non deve imitare la nuova PEN. Deve offrire la propria interpretazione, fondata sulla storia e sulla tecnologia Nikon. La SP originale non fu una macchina graziosa per nostalgici: fu una fotocamera professionale avanzata, costruita per competere al livello più alto. Una Z SP dovrebbe avere la stessa ambizione nel presente. Una piccola PEN e una grande occasione perdutaLa nuova OM System PEN non cambierà il mercato professionale. Non metterà in difficoltà una Z8 o una Z9 e non attirerà chi cerca le prestazioni di una moderna full frame. Utilizza una tecnologia già ammortizzata e viene proposta a un prezzo relativamente accessibile. Proprio per questo il suo messaggio è ancora più evidente. Una piccola azienda, con un vecchio sensore Micro Quattro Terzi e una fotocamera da meno di mille dollari, ha compreso che oggi non basta più aggiungere un punto di autofocus o mezzo fotogramma al secondo. Ha costruito una macchina attorno al piacere di portarla con sé, guardare nel mirino e scegliere subito come raccontare ciò che si ha davanti. Fujifilm ne ha fatto da anni un successo commerciale e un’identità di marca. OM System ha deciso di seguirne la lezione con mezzi più modesti. Nikon, che possiede sensori, processori, ottiche, tradizione e persino il sistema di profili necessario, continua invece a comportarsi come se Zfc e Zf fossero state due parentesi decorative. La nuova PEN non ci interessa come fotocamera. Ci interessa perché dimostra che la Nikon Z SP non è un sogno anacronistico, né il capriccio di qualche appassionato innamorato delle vecchie telemetro. È una risposta possibile a una parte reale del mercato: fotografi disposti a pagare non soltanto per prestazioni superiori, ma per una macchina capace di suggerire fotografie. Nikon non deve copiare la PEN. Deve capire ciò che OM System ha capito. La fotografia nasce nel mirino. Anche il futuro di una fotocamera dovrebbe cominciare da lì.
  4. Sto usando l'ultima Beta con stupore e grande soddisfazione. Ho già costituito tre Filmbox personalizzati e ricordatevi che dopo ogni modifica va salvata nuovamente la selezione: preferibilmente con lo stesso nome della precedente se si voglia evitare di crearne una nuova. Il senso dovrebbe essere quello di progettare uscite per determinate occasioni per le quali si sappia già cosa possa tornare utile come pellicole disponibili. Ancora...sembrerebbe scontato, ma può destabilizzare: quando si determini una filmbox di soli film monocromatici, l'applicazione naturalmente salterà la finestra in cui vi chiede di specificare la scheda di destinazione...semplicemente perchè caricherà direttamente tutto il filmbox in fotocamera! (non c'è quindi bisogno di tenere la scheda nel lettore del pc) Vogliamo tributare un applauso al Grande Compilatore Mauro Maratta (GCMM) che ci sta facendo divertire come bimbi nel negozio di giocattoli? 👏👏👏👏👏
  5. 8 points
    la scansione e la catalogazione (con filtri) di un intero volume, gruppo di cartelle o anche una cartella sola. Permette poi di avere le anteprime, eventualmente cancellare foto no interessanti, esportarle in JPG ridotto o aprire il NEF in NX Studio o quant'altro. La scansione di 11000 file ha richiesto 10'' (dieci secondi) per circa 1175 file al secondo. La scansione di 284.000 file ... circa 3 minuti. Il programma non sporca il computer perché non crea milioni di anteprime del tutto inutili. E' già operativo in via sperimentale. E' scritto interamente in C# a 64 bit. Utilizza 8 lettori in parallelismo completo. Ecco l'origine di Nikonland Index ! Nikonland Index: il navigatore veloce per un archivio fotografico enorme Non un altro catalogatore universale, ma il front end rapido che mancava a Nikon NX StudioNikonland Index nasce da un’esigenza molto concreta: attraversare rapidamente archivi composti da centinaia di migliaia di fotografie, trovare ciò che si cerca e arrivare al file desiderato senza dover prima costruire montagne di anteprime, importare le immagini in una libreria proprietaria o attendere che un programma generalista completi le proprie elaborazioni. Chi fotografa molto conosce bene il problema. Nel corso degli anni si accumulano interi volumi di NEF e JPEG, distribuiti in centinaia o migliaia di cartelle. Le fotografie ci sono, sono ordinate secondo una logica che spesso ricordiamo, ma raggiungerle attraverso Esplora file diventa faticoso; affidarsi a un catalogatore tradizionale significa invece accettare importazioni, cache, miniature, database ingombranti e tempi di attesa che crescono insieme all’archivio. Index prende una strada diversa. Non vuole possedere le fotografie, svilupparle o sostituirsi all’organizzazione scelta dal fotografo. Le osserva dove si trovano, ne registra soltanto le informazioni indispensabili e costruisce una mappa rapidissima dell’archivio. Un indice, nel significato più letterale del termineSi indica a Index una cartella o un intero volume, anche semplicemente trascinandolo sulla finestra. Il programma percorre tutte le sottocartelle e registra data di scatto, nome del file, fotocamera, obiettivo, Picture Control e posizione nell’albero gerarchico. Durante questa operazione non viene generata alcuna anteprima. È una scelta fondamentale. Produrre miniature di centinaia di migliaia di NEF richiederebbe tempo, spazio su disco e una quantità considerevole di accessi ai file. Index compie invece soltanto il lavoro necessario alla catalogazione e lo distribuisce tra più lettori paralleli. Il timer mostra in tempo reale durata, fotografie trovate, cartelle attraversate e velocità media della scansione. Nei nostri primi test reali abbiamo indicizzato archivi composti da quasi 300.000 fotografie in pochi minuti, con velocità variabili in funzione del computer, del disco e dello stato della cache di Windows, ma generalmente nell’ordine delle centinaia di file al secondo. Su sistemi particolarmente reattivi abbiamo osservato anche valori superiori. Non è una gara da laboratorio: ciò che conta è che un archivio fotografico reale possa essere messo in condizione di lavorare mentre si prepara un caffè, non dopo una notte intera. Il catalogo viene salvato automaticamente e riaperto alla partenza successiva. Una normale riscansione riutilizza i dati dei file che non sono cambiati; quando serve una verifica rigorosa è disponibile anche una nuova scansione completa, che rilegge tutto da zero senza obbligare l’utente a cercare e cancellare manualmente il database precedente. Trovare una fotografia senza ricordarne il nomeTerminata la scansione, la finestra si divide in tre aree. A sinistra compare l’albero completo delle cartelle, costruito a partire dalla cartella madre o dal volume indicizzato; al centro si trova l’elenco delle fotografie; sulla destra, con lo spazio maggiore, appare l’anteprima del file selezionato. L’albero non è una semplice rappresentazione decorativa. Selezionando una cartella si vedono soltanto le fotografie contenute in quel ramo e nelle relative sottocartelle. Quando si sceglie un file nel listone, l’albero si apre e si muove automaticamente fino a mostrarne la posizione. In questo modo non sappiamo soltanto quale fotografia stiamo guardando, ma anche in quale sessione, occasione o struttura di archivio è conservata. I filtri per fotocamera, obiettivo e Picture Control permettono interrogazioni immediate. Possiamo chiedere, per esempio, tutte le fotografie realizzate con una Nikon Z9 e il Nikkor Z 135mm f/1.8 S Plena, oppure isolare quelle scattate con uno specifico Picture Control Nikonland. Una ricerca testuale completa il sistema individuando nomi di file e cartelle. Il listone resta deliberatamente compatto. Il percorso completo, che occuperebbe gran parte dello schermo, compare sotto l’immagine e rimane disponibile nel menu contestuale. Index privilegia ciò che serve alla consultazione: data, nome del file, fotocamera e obiettivo. Le anteprime arrivano soltanto quando servonoIndex non prepara preventivamente alcuna immagine. L’anteprima viene estratta dal NEF o letta dal JPEG soltanto quando si seleziona una fotografia. Le immagini verticali vengono orientate automaticamente e il Picture Control registrato dalla fotocamera compare in evidenza sotto il canvas. Un doppio clic sull’anteprima passa alla visualizzazione al 100% nel punto osservato. La fotografia può essere afferrata direttamente e trascinata con il mouse; un secondo doppio clic ripristina la vista adattata alla finestra. Anche questa funzione rimane coerente con la filosofia del programma: per un NEF viene utilizzata la più grande anteprima JPEG incorporata, caricata soltanto su richiesta e conservata esclusivamente in memoria. Non vengono creati file temporanei, cache permanenti o rendering del RAW. Questa scelta comporta una distinzione importante. Index non pretende di mostrare il risultato di uno sviluppo completo del NEF. L’anteprima incorporata rappresenta la fotografia come l’ha costruita la fotocamera, con il Picture Control utilizzato al momento dello scatto. Può differire dal rendering di Adobe Camera Raw o da quello definitivo di Nikon NX Studio, soprattutto osservandola al 100%, ma è immediata e più che sufficiente per riconoscere l’immagine, verificarne l’inquadratura e decidere cosa farne. Un front end rapido per Nikon NX StudioLa destinazione originaria di Index è essere il front end veloce che Nikon NX Studio non possiede. Una volta trovata la fotografia, basta premere Invio o utilizzare il comando dedicato per aprirla direttamente nel software Nikon. Index resta aperto, leggero e pronto a proseguire la navigazione, mentre NX Studio si occupa soltanto del file che abbiamo deciso di sviluppare. È possibile anche copiare gli originali selezionati, esportare direttamente un JPEG con lato lungo di 2500 pixel oppure mostrare il file in Esplora risorse. Le fotografie ritenute dispensabili possono essere spostate nel Cestino di Windows, sempre dopo conferma e senza cancellazione definitiva. Dopo l’operazione Index seleziona automaticamente la fotografia successiva, mantenendo continuo il lavoro con i tasti Freccia e Canc. Index non importa, non rinomina e non sposta autonomamente gli originali. Non dissemina file collaterali nelle cartelle e non obbliga a trasferire l’archivio dentro una propria struttura. Se un volume non è collegato, il catalogo resta consultabile e segnala semplicemente che il file non è al momento disponibile. Ciò che Index non vuole diventareIndex non è un sostituto di Lightroom, non è un convertitore RAW e non è un sistema di selezione automatica. Non attribuisce voti estetici, non riconosce i volti, non analizza la nitidezza di ogni fotografia e non costruisce un archivio parallelo di miniature. Potremmo aggiungere molte di queste funzioni, ma il risultato sarebbe inevitabilmente un programma più lento, più complesso e meno riconoscibile. La sua forza sta invece nell’avere una missione molto precisa: navigare, trovare, vedere e indirizzare. Davanti a un milione di fotografie, fare meno può significare fare molto meglio. Un tassello del workflow NikonlandIndex non nasce isolato. È il primo elemento di un workflow fotografico Nikonland che stiamo costruendo intorno ai NEF, ai Picture Control e alle esigenze reali di chi fotografa molto. In questa architettura ogni programma conserva una responsabilità distinta. Index cataloga e trova; Nikonland Select aiuterà a sfoltire le sessioni e le raffiche, proponendo le candidate migliori senza prendere decisioni irreversibili; Nikonland Develop svilupperà i NEF mantenendo al centro la resa Nikon e i Picture Control creati con FilmBox; l’esportazione finale produrrà i file destinati alla stampa, alla pubblicazione o all’archivio definitivo. L’obiettivo non è moltiplicare programmi e passaggi, ma costruire strumenti specializzati che collaborino senza costringere l’utente a ripetere il lavoro, duplicare le fotografie o riempire i dischi di dati intermedi. Index sarà il punto dal quale partire e al quale tornare: la mappa generale dell’archivio, sempre disponibile e immediata. Dedicheremo un prossimo articolo all’intero percorso, dall’inserimento delle fotografie nel computer fino alla selezione, allo sviluppo con i Picture Control Nikonland e alla finalizzazione. Per ora è sufficiente fissare il principio sul quale nasce Index: un catalogatore può essere immensamente utile senza diventare immenso. Nikonland Index: trova la fotografia. Al resto penseremo dopo, soltanto quando serve. prima release pubblica del 12/09/2026 v 1.0.5 (Smartscreen vi avviserà che la fonte non è sicura, voi fidatevi e convalidate comunque il programma) Non richiede installazione, basta scompattare lo zip in una cartella dal nome sensato e cliccare due volte sull'eseguibile di Nikonland Index. Dopo di che si trascina sopra la cartella madre delle foto e si aspetta che faccia la scansione. Quindi si può navigare ed utilizzare il programma come browser delle foto. seconda release pubblica del 12/09/2026 v 1.1.0 corregge solo un piccolo bug e cambia le proporzioni tra listone e anteprime. Nikonland Index110.zip
  6. 8 points
    Io continuo ad aggiungere coppe pollici alzati e cuoricini. Ma in realtà sono senza parole davanti a questi sw che escono giornalmente. Capisco la tua abilità non solo nello scrivere sw ma sicuramente anche nel farti aiutare dalla AI, altrimenti non ci sarebbe il tempo materiale anche solo per scrivere il codice. Ma alla fine lo vedo soprattutto come un ennesimo esempio della tua sterminata passione e fantasia, nonché la dimostrazione che certi tools Nikon li potrebbe sviluppare senza bisogno di chissà quale team di centinaia di guru dell'informatica e anni uomo di pianificazione. Al giorno d'oggi di guru ne basta uno con i giusti tool e le giuste motivazioni.
  7. Un nuovo strumento Nikonland per conoscere fotocamere, obiettivi, adattatori e teleconverter Nikon e, soprattutto, capire che cosa può funzionare con che cosa. Il primo candidato è già online e aspetta di essere messo alla prova. Qualche giorno fa, sul forum, un lettore ci ha chiesto quale obiettivo avrebbe potuto acquistare per la sua Nikon D90, dopo la rottura di quello che utilizzava. È una domanda semplice solo in apparenza. Si può rispondere indicando due o tre obiettivi. Ma la vera risposta dipende da molte cose: innesto, formato, autofocus, motore incorporato oppure comandato dalla fotocamera, epoca di produzione, eventuali limitazioni e, naturalmente, uso previsto. Da qui è nata l’idea di Nikonland Atlas. Non volevamo costruire soltanto un altro elenco cronologico di prodotti Nikon. In rete esistono già cataloghi storici, più o meno completi, spesso preziosi. Quello che mancava, secondo noi, era uno strumento moderno e immediato che unisse il rigore storico a una funzione molto pratica: aiutare il nikonista a orientarsi nel sistema. Che cos’è Nikonland AtlasAtlas è una nuova applicazione web integrata in Nikonland, consultabile liberamente da computer, tablet e telefono. Raccoglie il materiale fotografico Nikon dal 1948 al 2026: fotocamere, obiettivi, adattatori e teleconverter. Abbiamo scelto deliberatamente un campo preciso, escludendo Coolpix, Nikonos, il sistema APS a pellicola e le apparecchiature industriali o scientifiche. La prima versione contiene già 272 prodotti: 106 fotocamere; 146 obiettivi; 3 adattatori; 17 teleconverter. È una base ampia, ma non la consideriamo definitiva. Atlas nasce come un organismo vivo: verrà corretto, completato e approfondito nel tempo. Due modi per usarloIl primo è quello più tradizionale: cercare direttamente un modello. Si può scrivere, per esempio, “D1X”, “F3”, “70-200”, “FTZ” oppure “TC-14”, e poi filtrare i risultati per categoria, sistema ed epoca. Ogni scheda raccoglie le informazioni essenziali del prodotto, gli anni di produzione, il sistema di appartenenza e le note utili per collocarlo correttamente nella storia Nikon. Il secondo modo è quello che rende Atlas qualcosa di diverso da un semplice catalogo: la mappa delle compatibilità. Aprendo una fotocamera, Atlas mostra gli obiettivi, gli adattatori e i teleconverter che possono essere utilizzati con quel corpo. Aprendo un obiettivo, mostra le fotocamere sulle quali può essere montato e gli eventuali moltiplicatori compatibili. Lo stesso principio vale partendo da un adattatore o da un teleconverter. Le relazioni vengono divise in tre gruppi: compatibilità piena; compatibilità con limitazioni o verifiche da fare; incompatibilità o combinazioni non utilizzabili. Ogni prodotto indicato nei risultati è a sua volta selezionabile. Si può quindi passare dalla scheda di una D1X agli obiettivi compatibili, da uno di quegli obiettivi ai corpi sui quali funziona, oppure da un TC-14E alle ottiche con cui può essere impiegato. In altre parole, Atlas non presenta il sistema Nikon come una fila di oggetti isolati, ma come una rete di relazioni costruita nell’arco di quasi ottant’anni. Un esempio concretoTorniamo alla domanda iniziale. Chi possiede una D90 può cercarla in Atlas e ottenere una panoramica degli obiettivi utilizzabili, distinguendo quelli pienamente compatibili da quelli che comportano limitazioni. Non riceverà una risposta generica del tipo “qualsiasi obiettivo Nikon”: riceverà invece una base ragionata dalla quale partire per scegliere, approfondire o porre sul forum una domanda molto più precisa. Atlas non vuole sostituire l’esperienza, il giudizio o il consiglio di chi conosce il materiale sul campo. Vuole rendere quella conoscenza più accessibile e offrire un primo orientamento affidabile. Perché senza fotografieIn questa fase abbiamo previsto lo spazio per le immagini, ma abbiamo scelto di non riempirlo frettolosamente. Raccogliere fotografie coerenti e legalmente utilizzabili di centinaia di prodotti richiede tempo. Abbiamo preferito concentrarci prima sui dati, sulle relazioni e sulla leggibilità. Le immagini potranno arrivare in seguito, con un criterio editoriale e senza trasformare Atlas in una raccolta disomogenea di fotografie recuperate qua e là. Un progetto da provare insiemeQuello online oggi è il primo vero candidato pubblico. È già utilizzabile, ma proprio l’ampiezza della storia Nikon rende inevitabile una fase di verifica collettiva. Le compatibilità più semplici possono essere determinate con regole generali. Altre dipendono da eccezioni, versioni specifiche, limitazioni dell’autofocus, esposimetro, diaframma o combinazioni particolari con i teleconverter. È qui che l’esperienza dei lettori di Nikonland può fare la differenza. Vi invitiamo quindi a usarlo davvero: cercate il materiale che possedete, ricostruite un corredo, provate combinazioni note e segnalateci omissioni, errori o informazioni poco chiare. L’obiettivo è arrivare al 16 ottobre 2026, ventesimo anniversario di Nikonland, con una versione solida e utile; poi continuare a farla crescere senza imporle una conclusione artificiale. Nikonland Atlas nasce da una convinzione semplice: la storia Nikon non è soltanto una successione di modelli. È un sistema sterminato, fatto di continuità, rotture, compatibilità sorprendenti e compromessi. Finalmente possiamo cominciare a esplorarlo come tale. Provate Nikonland Atlas E poi diteci che cosa funziona, che cosa manca e dove possiamo renderlo migliore.
  8. Un nuovo progetto Nikonland per alleggerire la selezione delle fotografie. Partiamo dalle automobili in pista, con un obiettivo circoscritto e parecchio lavoro ancora da fare. Venerdì alla Formula 1 ho fatto diecimila fotografie. E mi sono limitato. Chi fotografa in autodromo conosce la situazione: arriva la macchina, la segui, scatti una raffica. Ripeti al passaggio successivo, cambi inquadratura, provi un tempo più lento. A casa ti ritrovi decine di fotografie simili per ogni sequenza. Alcune sono palesemente da buttare, altre potrebbero essere buone, diverse sembrano quasi identiche. Per scegliere devi guardarle, confrontarle, ingrandirle. Il tempo risparmiato in ripresa dalla velocità della fotocamera te lo riprendi tutto davanti al monitor. Da questa esperienza nasce Nikonland Select, un progetto che cominciamo a raccontare adesso, mentre siamo ancora alle prime prove. L’idea iniziale è semplice: dare al programma una cartella e vedere subito una fotografia rappresentativa per ogni raffica, accompagnata da due alternative. Gli altri scatti devono restare accessibili, così da poter controllare la proposta e cambiarla. Il vantaggio dovrà essere concreto: meno tempo impiegato a cercare una buona fotografia dentro cinquanta quasi uguali. Ho già provato strumenti di selezione automatica, quello che viene chiamato culling. Li ho abbandonati perché, nel mio uso, controllare le loro scelte richiedeva più tempo del metodo manuale. Non mi fidavo delle esclusioni e finivo per rivedere tutto. È precisamente il problema che vorremmo affrontare. Per cominciare restringiamo il campo alle raffiche automobilistiche. Un soggetto riconoscibile, una sequenza breve, fotografie confrontabili. Questo ci permette di mettere alla prova un problema delimitato prima di affrontare situazioni più complesse. La differenza rispetto a un matrimonio è sostanziale. Se Kimi Antonelli mi passa davanti cinquanta volte e io lo fotografo quarantotto, posso anche decidere di rinunciare a tre o quattro sequenze. Se manca la fotografia della sposa che taglia la torta, sono guai. L’importanza di quel momento non si misura contando i dettagli nitidi: una fotografia tecnicamente imperfetta può essere insostituibile. Anche in pista può capitare un episodio unico. Per questo la ripetitività delle raffiche ci offre un terreno di prova favorevole, ma non autorizza il programma a cancellare alla cieca. La più nitida non è necessariamente quella da tenereLe prime prove hanno già chiarito un punto: la nitidezza, da sola, non basta. Una macchina può essere molto dettagliata e avere il muso tagliato dal bordo. Un’altra può essere leggermente meno incisa ma meglio disposta nell’inquadratura, con lo spazio giusto davanti e una fotografia complessivamente più convincente. Nel panning la questione diventa ancora più interessante. Lo sfondo mosso è voluto, le ruote devono suggerire movimento e non è detto che tutta la vettura presenti lo stesso livello di dettaglio. Un criterio che cerchi nitidezza uniforme rischia di penalizzare proprio il risultato cercato dal fotografo. Select dovrà quindi imparare a confrontare il dettaglio utile sulla vettura insieme a inquadratura, tagli e ostacoli. La domanda che ci interessa è: quale di queste fotografie vorrei conservare, sviluppare e magari stampare in grande formato? Non abbiamo ancora una risposta automatica affidabile, tanto meno una certificazione di qualità per la stampa. Che cosa abbiamo fatto finoraAbbiamo iniziato con quattro raffiche di JPEG originali della Nikon Z9 e proseguito con un archivio misto di 1.096 fotografie. Su quest’ultimo un primo raggruppamento temporale ha individuato 67 gruppi, sui quali abbiamo sperimentato proposte di selezione e confronti di dettaglio. Sono emersi risultati utili ed errori istruttivi: differenze tecniche riconoscibili fra fotogrammi simili, ma anche immagini favorite dall’indice di dettaglio nonostante un’inquadratura meno riuscita. Per ora abbiamo prototipi di analisi, non un’applicazione pronta né un modello già addestrato sulle mie preferenze. Il progetto finale prevede un programma locale per Windows, con ingresso diretto di JPEG e NEF. In questa fase stiamo usando i JPEG per verificare il metodo. Le prove serviranno a capire quali misure funzionano, quali vanno corrette e quanto spesso occorre l’intervento del fotografo. Poi bisognerà verificare tutto su fotografie nuove. C’è anche un obiettivo materiale: conservare meno scatti inutili significa occupare meno spazio, ridurre le copie di backup e rendere più leggibile l’archivio. La cancellazione dovrà però essere una decisione esplicita dell’utente, distinta dalla proposta del programma. Come per Nikonland Focus, raccontiamo l’avvio di un lavoro. Non annunciamo una data di uscita o percentuali miracolose di successo. Il primo traguardo sarà verificare se, davanti a una cartella vera, Select ci aiuta a scegliere più rapidamente e con sufficiente fiducia da non dover ricominciare tutto a mano. Le fotografie per metterlo alla prova non mancano.
  9. Nell’intervista pubblicata da D la Repubblica, Benedetta Porcaroli dice di usare soltanto Instagram e di sentirsi tenuta in ostaggio. Immagina che un giorno i social possano scomparire e che allora ci accorgeremo di avere trascorso vent’anni pubblicando fotografie nelle quali sembriamo bellissimi, circondati da vacanze favolose, case magnifiche e vite in gran parte inventate. Riconosce loro una sola utilità concreta, quella di funzionare come una gigantesca rubrica attraverso la quale stabilire o mantenere qualche contatto. La considerazione è interessante non tanto per la critica, ormai piuttosto comune, alla rappresentazione artificiale della vita sui social, quanto per quella parola: ostaggio. Porcaroli ha ventotto anni, due milioni di follower e appartiene a una generazione per la quale la presenza sulle piattaforme non è più una scelta accessoria, ma quasi un requisito professionale. Può non apprezzarne il meccanismo, può comprenderne perfettamente le deformazioni, ma difficilmente può permettersi di uscirne. Non è soltanto un problema che riguarda gli attori, gli artisti o le persone note. In misura diversa riguarda tutti coloro che, nel corso degli anni, hanno affidato alle piattaforme una parte consistente della propria attività, dei propri rapporti e della propria memoria. Abbiamo aperto pagine che portano il nostro nome e abbiamo finito per considerarle spazi personali, dimenticando che si trovano interamente dentro infrastrutture appartenenti ad altri. Non decidiamo chi possa vedere ciò che pubblichiamo, secondo quale ordine e per quanto tempo. Non sappiamo se una fotografia tornerà a essere mostrata oppure sarà sepolta pochi minuti dopo da migliaia di contenuti più recenti. Non possiamo controllare le modifiche degli algoritmi, delle condizioni contrattuali e dei criteri automatici con cui un account può essere limitato, sospeso o cancellato. Ci comportiamo da proprietari, ma nella migliore delle ipotesi siamo ospiti; in quella più realistica siamo fornitori gratuiti della materia prima sulla quale si fonda l’attività economica del proprietario. il Cloud è il computer di proprietà di un altro La possibile scomparsa di un social non è nemmeno un’ipotesi particolarmente fantasiosa. Google ha chiuso Google+ e cancellato i contenuti degli account personali. Amazon ha interrotto Amazon Drive alla fine del 2023. Mica il pizzicagnolo sotto all'angolo ... Altri servizi hanno cambiato proprietario, condizioni economiche, limiti di spazio e modalità di accesso. In tutti questi casi gli utenti sono stati avvertiti, quando possibile, di recuperare entro una certa data ciò che desideravano conservare. La decisione, naturalmente, non spettava a loro. Lo stesso equivoco riguarda il cloud, termine felicemente scelto perché suggerisce qualcosa di universale, diffuso e quasi naturale. In realtà il cloud è costituito da computer che appartengono a qualcun altro e ai quali possiamo accedere finché il servizio rimane disponibile, il contratto viene rispettato e le credenziali continuano a funzionare. È una tecnologia utilissima, anche come parte di un sistema di sicurezza ben organizzato, ma non dovrebbe diventare l’unico luogo nel quale conserviamo ciò che per noi è importante. Se un archivio esiste soltanto sul computer di qualcun altro, non ne abbiamo più il controllo completo. Per le fotografie il problema è ancora più evidente. Un social non è progettato per costruire un archivio, ma per alimentare un flusso. Ogni immagine conserva visibilità finché genera una quantità sufficiente di reazioni, dopodiché viene sostituita da quella successiva. Il suo valore commerciale coincide con la capacità di trattenere l’utente davanti allo schermo in quel preciso momento, mentre il valore personale, documentario e storico di una fotografia può manifestarsi molti anni più tardi. Un vero archivio funziona secondo una logica opposta. Le immagini acquistano significato attraverso l’ordine, le date, le parole che le accompagnano e i rapporti che stabiliscono con altri documenti. Una fotografia pubblicata quindici anni fa può essere oggi più interessante di quando venne scattata, purché sia ancora possibile trovarla e comprenderne il contesto. Senza questa continuità rimane soltanto un’immensa successione di immagini isolate, quasi sempre irrecuperabili nonostante non siano state materialmente cancellate. È su questo punto che Nikonland rappresenta qualcosa di profondamente diverso. Non perché sia immune dai guasti, dai costi, dall’invecchiamento del software o da tutte le difficoltà che riguardano qualsiasi iniziativa umana, ma perché la responsabilità della sua conservazione è nostra. Nikonland possiede un nome, un dominio, un archivio organizzato e soprattutto una continuità editoriale. Può cambiare server, struttura o veste grafica continuando a conservare la propria identità e i propri contenuti. Un articolo pubblicato su Nikonland non viene selezionato da un algoritmo in base alla probabilità che susciti una reazione immediata. Rimane disponibile perché fa parte di una pubblicazione, di un sistema di conoscenze e di una storia comune. Una prova realizzata dieci o quindici anni fa può ancora essere trovata da chi oggi sta cercando informazioni su una fotocamera o su un obiettivo. Le fotografie hanno un autore, una data, un argomento e spesso una discussione che aiuta a ricostruire le ragioni per cui furono realizzate. Anche gli errori, le previsioni non avverate e le opinioni cambiate nel tempo contribuiscono a documentare il percorso compiuto. In vent’anni Nikonland non ha raccolto soltanto fotografie, recensioni e commenti. Ha costruito una memoria nella quale sono rimasti gli incontri, le discussioni, le persone che non ci sono più, il modo in cui fotografavamo e quello in cui abbiamo imparato a guardare le immagini. È un patrimonio che non dipende dal numero di reazioni ottenute nelle prime ore dalla pubblicazione e che, proprio per questo, può continuare ad avere utilità quando l’attualità che lo ha prodotto è ormai trascorsa. I social restano strumenti efficaci per segnalare un articolo, mostrare una fotografia e incontrare persone che altrimenti non avremmo conosciuto. Possono funzionare, come osserva Porcaroli, come una gigantesca rubrica. Sarebbe però imprudente confondere una rubrica con una comunità, una vetrina con un archivio e la disponibilità temporanea di un servizio con il possesso di ciò che vi abbiamo depositato. Possiamo continuare a utilizzare i social e il cloud, conoscendone però la natura e conservando altrove gli originali, le copie di sicurezza e tutto ciò che non siamo disposti a perdere. Nikonland non pretende di essere indistruttibile, ma appartiene a chi lo ha costruito, ne assume direttamente la responsabilità e considera la durata un valore anziché un difetto. Dopo vent’anni, la differenza tra abitare in casa propria e lasciare la memoria in casa d’altri dovrebbe essere ormai abbastanza evidente. La scatola nell’armadioUna parte consistente della memoria privata della nostra epoca è affidata a telefonini destinati a essere sostituiti nel giro di pochi anni, ad applicazioni che cambieranno proprietario e a servizi costruiti su formati, sistemi operativi e credenziali che un futuro non troppo lontano potrebbe non riconoscere più. Milioni di bambini vengono fotografati ogni giorno molto più di quanto accadesse alle generazioni precedenti, ma rischiano paradossalmente di ricevere un’eredità visiva molto più fragile: migliaia di immagini disperse tra vecchi apparecchi, account dimenticati, abbonamenti scaduti e archivi che nessuno ha mai ordinato. Le loro mamme e le loro nonne possono invece aprire un armadio e tirarne fuori una scatola. Dentro ci sono album, fotografie scolorite, stampe con una data scritta a matita sul retro, matrimoni, compleanni, vacanze e persone delle quali magari non ricordiamo più il nome. Non occorrono una password, un aggiornamento, un adattatore o una connessione a Internet: basta aprire l’album e guardare. Le prime fotografie giunte fino a noi hanno ormai circa duecento anni e possono ancora essere osservate, studiate e riprodotte. Naturalmente anche la carta si deteriora e deve essere conservata con attenzione, ma una stampa non diventa improvvisamente incompatibile con il sistema operativo del futuro. Tra tutti i supporti inventati dall’industria, la fotografia stampata rimane il più semplice, universale e indipendente. Stampare almeno le immagini che desideriamo consegnare a chi verrà dopo di noi non è un vezzo nostalgico, ma probabilmente la forma di archiviazione più lungimirante di cui ancora disponiamo. Gli “anta” che abitano su FacebookSarebbe comodo attribuire la dipendenza dai social ai ragazzi, possibilmente aggiungendo qualche considerazione sulla loro incapacità di concentrarsi e sul telefonino che non abbandonano mai. Basta però entrare in un bar la mattina per scoprire che una parte consistente della generazione degli “anta” alberga ormai più stabilmente su Facebook che al tavolino sotto casa. Sono uomini e donne cresciuti quando per incontrare qualcuno bisognava uscire, telefonargli da casa o presentarsi nel luogo in cui si sapeva di poterlo trovare. Oggi arrivano al bar insieme, ordinano cappuccino e brioche, appoggiano il telefono accanto alla tazzina e cominciano a consultarlo a ogni vibrazione. Talvolta ciascuno osserva ciò che stanno facendo persone lontane, mentre trascura quelle che ha davanti. Si mostrano reciprocamente fotografie, battute e indignazioni prodotte altrove, affidando a Facebook persino gli argomenti della conversazione che potrebbero avere senza Facebook. Il bar era una rete sociale molto prima che qualcuno inventasse questa espressione. Aveva un numero limitato di partecipanti, nessun algoritmo, una memoria imperfetta e la salutare necessità di guardarsi in faccia. Consentiva di discutere, fraintendersi, correggersi e qualche volta cambiare opinione, mentre il sistema attuale tende a mostrarci ciò che conferma quanto pensiamo già e a trasformare ogni dissenso in una piccola esibizione pubblica. Il risultato non è soltanto che conversiamo meno. Abbiamo cominciato a considerare più reale la compagnia mediata dallo schermo di quella seduta allo stesso tavolo, fino al punto di interrompere un amico per controllare che cosa abbia scritto uno sconosciuto. La generazione che rimproverava ai figli di stare sempre attaccati al telefonino ha infine occupato Facebook con la stessa disciplina, portandoselo persino davanti al cappuccino. Forse, prima di spiegare ai giovani come dovrebbero vivere, potrebbe provare a rimettere il telefono in tasca e riprendere la conversazione lasciata a metà. E spegnete quel cazzo di telefonino, quando non serve a voi e lasciatelo là dove non vi verrà voglia di cercarlo. Disconnettetevi. Dopo vi sentirete meglio !
  10. non mi piace la luce del flash non mi piacciono gli sfondi annegati nel nero non fotografo quasi mai di sera o di notte, quando si usano i flash oggi i sensori digitali arrivano anche a più di 100mila iso nel mio genere fotografico non c'è bisogno del flash il soggetto illuminato dal flash risulta innaturale il flash è ingombrante il flash...non lo so usare... A parte l'ultima delle affermazioni qui sopra (che sa più di confessione che di altro) queste sono le obiezioni più comuni, accompagnate da una smorfia col naso, di chi interpellato circa le sue modalità di utilizzo di questa sorgente di luce artificiale, tascabile e indipendente, si defili elegantemente. Naturalmente partono tutte da un presupposto: l'ultima delle affermazioni, ossia la confessione di non essersi mai davvero ingegnati ad usare questo prezioso strumento in TUTTE LE CONDIZIONI di illuminazione ambiente, fossero anche le spiaggie assolate ed affollate di agosto della penisola. La vera obiezione, quella che nessuno muove onestamente, quella che realmente possa precluderne l'utilizzo è una ed una sola: non voglio farmi scoprire dal soggetto che sto fotografando e su questa non ho nulla da obiettare e riguarda alcune ben definite categorie di praticanti, che normalmente si occupano di appostamenti: che si tratti di bosco, savana oppure street (che è caccia fotografica anch'essa) Ed ovviamente astrofili e paparazzi: anch'essi limitati dal genere scelto. Fotografano soggetti illuminati da astri oppure (nel secondo caso) che brillano di luce propria...😇 A tutti gli altri (e dovrebbero restarne davvero tanti fuori), consiglio strenuamente di allenarsi all'utilizzo di questo ausilio, importante, caratterizzante, determinante... quando dosato nella quantità adatta alla condizione di luce disponibile ed alla riflettanza del soggetto, naturalmente. Ieri ho comprato questo giocattolino da 200 grammi all-inclusive, del quale si è tanto parlato qui su Nikonland: e oggi l'ho usato per la prima volta. (attrezzatura, Nikon D780 e Nikon AF-S VR 24-120/4G, talvolta con lente addizionale acromatica Marumi (per giunta) per accorciarne la distanza minima di fuoco) Ditemi se queste foto rientrino nelle categorie di obiezione in testa a questo thread... se riscontriate sbilancio eccessivo tra luce diurna e luce artificiale se troviate nero di sfondo ... (tutti questi grappoli erano avvolti da ombre più o meno nette, impossibili da rendere piacevolmente senza flash...) se abbia avuto bisogno di salire con gli ISO o se sia così strano utilizzare il flash col sole battente dell'estate più calda di sempre (qui da noi...) se i soggetti vengano resi in modo innaturale ...se ci siano generi nei quali un colpo di flash magari anche in HSS (come per la maggior parte di questi) non sia necessario ...se il soggetto ne sia stato disturbato... e ...non venitemi a parlare di ingombro... Non è peccato portarsi un flash appresso. Questo Godox poi, è il flash che aspettavamo, senza saperlo... Max Aquila per il 20ennale di Nikonland
  11. Domenica 30 agosto un mio amico mi ha chiesto se andavo a fotografare con lui un torneo di hockey su ruote in linea femminile U14 e U20. Era la prima volta che vedevo una partita. Dopo le foto richieste mi sono dedicato a quel 10% di scatti "creativi" per cercare qualcosa di diverso, che mi rappresentasse di più. Ho rallentato il tempo fino a 1/30' e sceso a 24mm Z8 + Z24-120 Finale U20 Carlovac - Bayern Mi sono divertito.
  12. Non occorre installare nulla, essere iscritti o consegnare le proprie fotografie a un server. Basta aprire il browser.Per vent’anni Nikonland ha pubblicato fotografie, prove, articoli, opinioni e approfondimenti. Adesso comincia a mettere a disposizione anche strumenti originali, progettati da noi a partire da esigenze fotografiche reali. Non semplici pagine informative e nemmeno copie ridotte di programmi già esistenti, ma applicazioni pensate secondo la nostra filosofia: poche funzioni, comprensibili, utili e senza complicazioni superflue. Le prime tre sono già online. Dove si trovanoDa qualsiasi pagina di Nikonland basta aprire la nuova voce APPS nel menu principale del sito. Al suo interno, per il momento, trovate: Nikonland Iperfocale ExifReader Web FilmBox Web Non occorre cercare vecchi articoli, ricordare indirizzi o scaricare programmi. Le tre applicazioni resteranno raggiungibili direttamente da quel menu e potranno essere utilizzate anche da chi non è registrato su Nikonland. Funzionano attraverso un normale browser e, non essendo legate a Windows, sono accessibili anche da macOS, Linux e, quando dimensioni dello schermo e natura dell’operazione lo consentono, da tablet e smartphone. Nikonland IperfocaleNon è il solito calcolatore che restituisce tre numeri lasciando al fotografo il compito di interpretarli. Nikonland Iperfocale parte dalla fotografia che vogliamo realizzare: un paesaggio con un primo piano vicino, una strada nella quale attendiamo che qualcuno entri nella zona utile, un interno, una notturna con le stelle oppure un ritratto nel quale l’iperfocale, semplicemente, non deve essere usata. Dopo avere indicato formato, focale, diaframma, distanza del soggetto più vicino che deve risultare leggibile e destinazione della fotografia, l’applicazione valuta la situazione e propone un’indicazione operativa. Dice dove mettere a fuoco, quale zona possiamo considerare utilizzabile e, soprattutto, se la scena possa davvero essere risolta in un solo scatto. La formula rimane disponibile per chi vuole conoscerla, ma viene dopo. Prima viene la fotografia. ExifReader WebÈ la versione utilizzabile dal browser del nostro ExifReader. Si trascina una fotografia Nikon nella finestra e il programma legge i principali dati di ripresa, le informazioni Nikon, la modalità e l’area autofocus, il Picture Control utilizzato e, quando disponibile, la relativa curva tonale. È possibile anche affiancare due fotografie e confrontarne direttamente le impostazioni. ExifReader Web riconosce file NEF, NRW, JPEG e TIFF. Non vuole diventare un catalogatore, un archivio o un editor: serve a capire rapidamente che cosa la fotocamera abbia registrato dentro a uno scatto. La fotografia viene aperta e analizzata localmente dal browser. Non viene caricata su Nikonland, trasmessa al nostro server o conservata da qualche parte. FilmBox WebFilmBox Web rende disponibile a chiunque la biblioteca delle “pellicole” digitali sviluppate da Nikonland per le fotocamere Nikon compatibili. È possibile cercarle per nome, tipo o marca di ispirazione, osservarne le anteprime sviluppate con Nikon NX Studio e leggere le schede dedicate alla storia, al carattere fotografico e alle situazioni nelle quali ciascun Picture Control può essere utilizzato meglio. Da questa biblioteca si può comporre una FilmBox personale contenente fino a nove pellicole, modificarne l’ordine, salvarla nel proprio browser e scaricare un unico archivio ZIP con i file NP3 scelti e le istruzioni necessarie per copiarli sulla scheda della Nikon. La versione web non comunica direttamente con la fotocamera: questa funzione resta riservata a FilmBox per Windows e ai modelli per i quali il collegamento USB è tecnicamente possibile. In compenso, la consultazione della biblioteca e la preparazione delle FilmBox diventano disponibili anche a chi utilizza un Mac o un altro sistema operativo. Nessun account, nessun file ricevutoLe Nikonland Apps sono liberamente utilizzabili da tutti. Non richiedono l’iscrizione al sito, non chiedono un nome, un indirizzo di posta elettronica o la creazione di un profilo personale. Quando un’applicazione deve leggere una fotografia o conservare una preferenza, l’operazione avviene localmente sul dispositivo dell’utilizzatore. I file personali non vengono inviati al nostro server, non vengono copiati e non possono essere osservati da Nikonland. Possiamo misurare in forma aggregata quante volte un’applicazione viene aperta o una determinata funzione viene utilizzata, perché questi dati ci servono per capire se valga la pena continuare a svilupparla. Ma non sappiamo chi la stia usando, quali fotografie stia analizzando o quale FilmBox personale abbia preparato. Per quanto riguarda i file degli utilizzatori, la privacy non dipende quindi da una promessa: è garantita dal modo stesso in cui le applicazioni sono state costruite. Tre, per cominciareNon abbiamo intenzione di riempire il menu di applicazioni costruite soltanto per dimostrare che siamo capaci di farle. Se nasceranno altri strumenti semplici, originali e realmente utili ai fotografi, li aggiungeremo. Alcuni programmi resteranno inevitabilmente legati a Windows, soprattutto quando devono comunicare direttamente con una fotocamera Nikon attraverso il collegamento USB. Altri potranno invece vivere interamente sul web e diventare disponibili a chiunque, indipendentemente dal computer utilizzato. Oggi le Nikonland Apps sono tre. Domani, se capiterà l’idea giusta e avrà davvero senso realizzarla, potranno essercene altre. Sempre gratuite. Sempre accessibili. Sempre nello spirito di Nikonland.
  13. Nikonland Focus: possiamo rendere il focus stacking semplice per tutti?Abbiamo un'idea. Non sappiamo ancora se riusciremo a realizzarla fino in fondo e proprio per questo, prima di promettere qualsiasi cosa, vogliamo sperimentare. L'idea si chiama Nikonland Focus. Il focus stacking non è certo una novità. Esistono programmi potentissimi e fotografi che lo utilizzano da anni, soprattutto nella macrofotografia e nella fotografia di prodotto. Eppure continua ad essere percepito da molti come una tecnica complicata, specialistica, fatta di sequenze, software, parametri, maschere e interventi successivi. Così capita ancora di vedere fotografie tentate chiudendo il diaframma ben oltre il ragionevole, sacrificando qualità e nitidezza alla ricerca di una profondità di campo che la fisica semplicemente non consente. Noi vorremmo provare a rovesciare il problema. Non costruire il programma di focus stacking più sofisticato del mondo, ma rendere il focus stacking abbastanza semplice da far venire voglia di usarlo anche a chi oggi non lo prende nemmeno in considerazione. Un solo programma, due possibilitàNikonland Focus, se l'esperimento avrà successo, dovrebbe presentarsi con due sole scelte iniziali. Scatta uno stack. Si collega una Nikon al computer, si sceglie il punto più vicino che deve risultare nitido, poi quello più lontano. Il programma pilota la fotocamera, realizza automaticamente la sequenza necessaria e, terminati gli scatti, passa direttamente alla fusione. Oppure: Hai già lo stack? Si trascina nella finestra una cartella o una serie di file NEF o JPEG già realizzati con la funzione Focus Shift della Nikon, manualmente o in qualunque altro modo compatibile. Nessun obbligo di utilizzare il nostro sistema di ripresa e, soprattutto, nessun obbligo di convertire preventivamente i file in TIFF o DNG. NEF o JPEG entrano. Una fotografia finita esce. Potentissimo dentro, semplice fuoriQuesto è probabilmente l'aspetto a cui teniamo di più. Non vogliamo imitare Helicon Focus e nemmeno costruirne una versione ridotta. Helicon è uno strumento specialistico, estremamente potente, rivolto anche a chi vuole controllare personalmente algoritmi, raggi, smoothing, mappe, ritocco e ogni altra fase del procedimento. Il nostro obiettivo è differente. Vorremmo che Nikonland Focus si assumesse buona parte di quella complessità al posto del fotografo. Il programma dovrà occuparsi automaticamente di allineare i fotogrammi, compensare le piccole variazioni dimensionali introdotte dalla messa a fuoco, individuare correttamente le zone nitide, gestire le transizioni tra piani differenti e soprattutto evitare per quanto possibile aloni e doppi bordi. All'utente dovrebbe restare una cosa molto più fotografica: voglio a fuoco da qui a lì. Tutto il resto dovrebbe essere lavoro del software. Il nostro obiettivo non è la perfezione teoricaCi interessa un risultato molto concreto. Una fotografia pulita, naturale e sufficientemente buona da poter essere stampata seriamente anche in formato A2. Non ci interessa vincere gare osservando un singolo pixel al 400%, né inserire cento funzioni soltanto per poterle elencare nella presentazione. Ci interessa che un fotografo possa realizzare uno stack con una Z8, una Z9, una Zf, una ZR o un'altra Nikon compatibile, affidarlo a Nikonland Focus e ottenere un file che abbia voglia di stampare. Se non riusciremo ad arrivare a questo livello qualitativo, lo diremo. Anche con le nostre “pellicole”C'è inoltre un aspetto che ci interessa particolarmente. Nikonland Focus dovrebbe rispettare il carattere fotografico scelto in ripresa. Chi utilizza un JPEG già prodotto dalla fotocamera dovrà naturalmente conservarne il rendering. Per i NEF vogliamo invece studiare una pipeline interna che permetta, quando tecnicamente possibile, di mantenere anche il Picture Control o una delle nostre pellicole Nikonland fino al TIFF finale. Lo stacking non dovrebbe trasformare una fotografia in un'immagine impersonale da laboratorio. Perché oggi pensiamo che valga la pena provarciNegli ultimi mesi abbiamo fatto parecchia esperienza nell'integrare applicazioni sviluppate in Xojo con motori nativi scritti in C++ e con gli SDK Nikon. Questo cambia molto le possibilità a nostra disposizione. Xojo può occuparsi dell'interfaccia e dell'esperienza d'uso; il C++ può invece gestire il controllo della fotocamera, i grandi flussi di dati e gli algoritmi di elaborazione delle immagini. È proprio questa architettura che vogliamo sperimentare. Ma sottolineiamo ancora una volta la parola sperimentare. Prima di disegnare finestre bellissime o annunciare una data di uscita dobbiamo verificare due cose fondamentali: quanto precisamente possiamo controllare il fuoco delle Nikon compatibili e quanto bene riusciamo a fondere automaticamente stack reali, comprese le situazioni difficili con bordi, peli, superfici riflettenti e piani molto distanti. Solo dopo questi test sapremo quanto lontano potrà arrivare Nikonland Focus. E se funzionerà?L'idea è che sia un'applicazione freeware Nikonland per Windows 11 a 64 bit. Una sola applicazione, non una collezione di moduli da acquistare separatamente. Chi vuole realizzare lo stack direttamente dalla Nikon potrà farlo. Chi lo ha già realizzato potrà semplicemente trascinarlo nella finestra. Da lì in poi: analizza, fondi, controlla, salva. Tutto qui. Perché il nostro obiettivo non è rendere il focus stacking più sofisticato. È renderlo abbastanza facile da far pensare a molti fotografi: «Perché dovrei ancora tentare questa fotografia a f/32?» Nikonland Focus, per ora, è soltanto un progetto. Ma è esattamente il genere di progetto che ci interessa: usare tecnologia anche complessa per ottenere, alla fine, qualcosa di estremamente semplice da usare.
  14. 18 (se ho contato bene) Upupa. Appennino Bolognese. Z9 ob. 180-600 f/5,6-6,3 330mm 1/2500 f/6 iso 7200
  15. Ventiquattro fotografie e ventiquattro modi differenti di intendere quel “migliore” che dà il titolo al contest. Mi sono presa un po’ di tempo per guardarle tutte, non soltanto per decidere quali preferisco, ma per cercare di capire perché ciascun autore abbia scelto proprio quella fotografia. È questo, secondo me, il gioco più interessante. 1 — Mauro Maratta, “Ciliegina birichina” Qui il corpo diventa un paesaggio, senza trasformarsi né in un esercizio anatomico né in una provocazione gratuita. La ciliegia è un punto rosso minuscolo ma irresistibile: attira lo sguardo e poi ci lascia esplorare le curve, la luce e persino quei piccoli nei che sembrano presenze lontane. Sensuale con intelligenza e anche con una certa ironia, che non guasta mai. 2 — Andrea Zampieron Un paesaggio alpino ricco e costruito su diversi livelli: i tronchi in primo piano, la baita, il prato, la nebbia e infine le montagne. L’occhio viene accompagnato dentro la scena senza bisogno di indicazioni. L’elaborazione è decisa, ma contribuisce a restituire quella sensazione di immensità un po’ inquieta che si prova quando il tempo cambia in montagna. 3 — Riccardo Asaro Una fotografia quieta, fatta di pochissimi elementi e di colori che sfumano dolcemente gli uni negli altri. La lunga esposizione trasforma il mare in una superficie morbida, mentre le isole lontane trattengono l’orizzonte. La roccia scura nell’angolo interrompe la perfezione delle fasce orizzontali e dà alla scena un punto dal quale osservare. 4 — Giuseppe Paglia Gli archi concentrici ci portano inevitabilmente verso quella piccolissima rosa rossa. La composizione è rigorosa, quasi ipnotica, ma il suo vero peso arriva conoscendo il significato dell’installazione. È una fotografia capace di unire forma e memoria senza alzare la voce: il rosso è minuscolo, eppure domina tutto. 5 — Antonio Biggio, “La casa del pescatore” La Via Lattea sembra innalzarsi dalla terra accanto alla casa, come se anche il rudere avesse una propria costellazione. Mi piace la scelta di non mettere l’edificio al centro e di lasciare moltissimo spazio al cielo: la casa resta piccola, vulnerabile, ma necessaria per dare misura alla notte. Un notturno molto equilibrato e suggestivo. 6 — Pedrito, “Muro d’acqua” Una di quelle fotografie che nascono perché qualcuno si ferma a vedere una relazione dove altri vedrebbero soltanto un vecchio muro. L’acqua dipinta nel quadro sembra quasi voler uscire e continuare nelle crepe e nelle macchie dell’intonaco. È un’immagine trovata, ma non casuale: titolo e inquadratura la trasformano in una piccola storia surreale. 7 — Kastyphoto La mantide ha chiaramente capito di avere davanti un fotografo e si è messa in posa. Il punto di ripresa ravvicinato le dà carattere, mentre la luce che attraversa il verde la rende quasi trasparente. Lo sfondo del balcone è un po’ vivace, ma racconta anche la sorpresa dell’incontro: non siamo in un prato preparato, siamo a casa, e improvvisamente arriva lei. 8 — Max Aquila rfsp, “Tralcio di vite” Un soggetto semplicissimo trasformato in una composizione grafica di verde e blu. Il colpo di flash, usato in pieno giorno, restituisce nervature e consistenza alle foglie senza diventare il protagonista della fotografia. Quando la tecnica non si fa notare ma rende possibile l’immagine, ha svolto perfettamente il proprio lavoro. 9 — Federico, “Un lago di nuvole dopo l’estate” La chiesetta è minuscola, e proprio per questo diventa il centro emotivo della fotografia. Dietro di lei le nuvole sembrano davvero un lago e le montagne emergono come rive lontane. È un’immagine che parla bene del rapporto fra presenza umana e grandezza del paesaggio: non occorre essere grandi per farsi guardare. 10 — Cris7, “Laghetto alpino” Il turchese dell’acqua, l’ocra delle rocce e i grigi azzurri delle montagne formano tre fasce molto nette, ma l’atmosfera resta morbida grazie alla pioggia e alla foschia. Il lago occupa tanto spazio e lascia respirare la fotografia. Non cerca il paesaggio alpino spettacolare a tutti i costi: ne trattiene invece la freschezza e il silenzio. 11 — Silvio Renesto, “Cormorano ambientato” La definizione è esatta: non il ritratto ravvicinato di un animale, ma un animale nel suo mondo. Il cormorano attraversa uno spazio ampio e riconoscibile, con il lago, le colline e quella villa dal tetto rosso che bilancia la composizione. Una fotografia naturalistica che non rinuncia al paesaggio e, proprio per questo, racconta di più. 12 — Giuseppe Casella La grande curva della diga divide con decisione la roccia scura dall’acqua turchese. Poi si scoprono le minuscole figure sulla strada e improvvisamente cambiano tutte le proporzioni: ciò che sembrava una bella geometria diventa un’opera enorme attraversata da esseri umani piccolissimi. Qui la scala è il vero soggetto della fotografia. 13 — Alberto73, “Parcheggio di fortuna” Una bicicletta appoggiata alla ringhiera, l’acqua verde, qualche foglia che entra dall’alto: pochi elementi per raccontare una pausa durante il cammino. Mi piace perché non sappiamo dove sia andato il ciclista e possiamo immaginarlo poco lontano, forse a guardare lo stesso panorama. È una fotografia semplice, ma possiede il garbo delle cose vissute. 14 — Cristian S., “Orizzonte inquieto” Il cielo promette guai e la bandiera rossa sembra confermarlo. La spiaggia vuota, il mare mosso e i colori caldi delle nuvole costruiscono una tensione che si percepisce immediatamente. La bandiera è il piccolo elemento capace di trasformare un bel tramonto in una storia: non decora la scena, la spiega. 15 — Alberto58, “Gabbiano e lampione” Il gabbiano attraversa l’inquadratura proprio mentre il lampione occupa lo spazio opposto, creando un incontro improbabile fra leggerezza e materia. Il lampione sfocato non è soltanto un ostacolo: ci dice che siamo in città e rende il volo ancora più libero. Una coincidenza vista e colta con prontezza. 16 — Happygiraffe, “Tre persone, un asinello e due cavalli” Sembra l’inizio, o forse la fine, di un racconto. Le figure in silhouette si distribuiscono lungo il crinale come una piccola processione, mentre dietro di loro il cielo e la montagna assumono dimensioni teatrali. Il primo piano molto scuro rinuncia ai dettagli, ma permette ai personaggi di restare sospesi fra realtà e fiaba. 17 — Adriano83 L’architettura incornicia l’architettura, ma è la figura femminile sui gradini a dare vita all’intera scena. Il suo abito scuro e il cappello dialogano perfettamente con l’ombra dell’ingresso, mentre il palazzo si apre davanti a lei con tutti i suoi colori. È una fotografia elegante, precisa e piena di mistero: vorrei sapere chi è, dove sta andando e che cosa vedrà oltre quella soglia. 18 — AlessandroPA Questa anatra ha conquistato la panchina e non sembra affatto intenzionata a cederla. L’ambiente è ricco di verde e di piccoli richiami, ma il soggetto conserva tutto il proprio protagonismo, anche grazie alla posa quasi ufficiale. Una fotografia simpatica, osservata con attenzione e senza bisogno di cercare effetti speciali. 19 — Francesco Contu, “Nubi sulle Dolomiti” Qui le montagne, che normalmente dominerebbero qualunque fotografia, diventano quasi una base sulla quale poggia una gigantesca scultura di nuvole. Il bianco e nero molto contrastato e il cielo profondo accentuano la sproporzione. È un’immagine potente, verticale non soltanto nel formato ma anche nel movimento dello sguardo. 20 — Cismax La farfalla è nitida e presente, ma resta dentro un’atmosfera delicatissima fatta di viola, verde e luce morbida. Lo sfondo si dissolve senza diventare artificiale e accompagna i colori delle ali e dei fiori. È una fotografia naturalistica tecnicamente molto pulita, ma soprattutto gentile: sembra quasi di percepire l’immobilità necessaria per non farla fuggire. 21 — Alberto Salvetti Un’immensa nube temporalesca illuminata dall’interno, fotografata a mano libera in condizioni certamente poco accomodanti. Il lampo non si vede come una linea nel cielo: si sente dentro la nuvola, che diventa una presenza viva. Il profilo scuro della vegetazione le dà una base e ci fa capire quanto fosse enorme. Rumore o perfezione tecnica, davanti a un momento così, diventano questioni secondarie. 22 — Alessandro Pisano Un ritratto costruito con cura, ma che conserva un’atmosfera spontanea. La luce modella il viso di Martina e lascia che i capelli diventino parte essenziale della composizione, mentre le grandi foglie illuminate sulla destra creano una seconda presenza. È un’immagine femminile e intensa, nella quale l’ombra non nasconde: suggerisce. 23 — RikyM, “Rientro” La barca entra lentamente nel porto dentro una luce rosa e azzurra che sembra voler prolungare la giornata ancora per qualche minuto. I due lati scuri dell’imboccatura guidano lo sguardo e rendono quel rientro un piccolo passaggio simbolico, dal mare alla terra, dall’avventura alla quiete. Una fotografia misurata e molto narrativa. 24 — Gianni54 Lavanda, cipressi, colline e una sottilissima falce di luna: una composizione classica sostenuta da un’armonia cromatica davvero piacevole. La luna è vicinissima al bordo e sembra quasi sul punto di uscire dall’inquadratura; non sarà accademico, ma aggiunge una piccola tensione a un paesaggio altrimenti serenissimo. Si sente l’ora del giorno e quasi anche il profumo del campo. Se devo scegliere le mie tre preferite, con tutta la crudeltà richiesta da un podio, direi: 1ª — la numero 17 di Adriano83, perché mette insieme luogo, architettura, colore e presenza umana in una fotografia completa, elegante e aperta al racconto. 2ª — la numero 4 di Giuseppe Paglia, per la precisione della costruzione e per la capacità di concentrare un significato enorme in una piccolissima rosa rossa. 3ª — la numero 21 di Alberto Salvetti, per la meraviglia dell’istante e per avere portato a casa un’immagine potente anche in condizioni tecniche tutt’altro che comode. Una menzione affettuosamente interessata alla numero 1 per l’idea, alla 5 per il cielo e alla 19 per la forza del bianco e nero. Adesso però vorrei aggiungere una cosa. Ci sono ventiquattro fotografie e molte meno voci che ne parlano. Commentare non significa emettere una sentenza, possedere un patentino o trovare per forza il difetto che gli altri non hanno visto. Basta raccontare dove si è fermato il nostro sguardo e perché. Anche una frase sincera può aiutare un fotografo a capire che la sua immagine è arrivata dall’altra parte. E magari, la prossima volta, oltre a commentare partecipiamo anche noi. La fotografia cresce quando esce dal cassetto, ma una comunità cresce soltanto quando qualcuno rompe il silenzio. Sara
  16. 5 points
    Quando la competenza incontra la passione, il risultato è un vero "mago" della tecnologia. Questa immagine è per ringraziare e fare i complimenti a Mauro Maratta (e no, non mi ha pagato, eh! 😄). Grande esperto Nikon, programmatore eccezionale e mente visionaria. Chapeau! 👏
  17. Sono partito da casa con la nebbia, poi salendo il cielo si è aperto, stamane Valle del Primiero
  18. Ottimo articolo e grande spunto di meditazione sull'inevitabile (?) realtà delle cose. La cosa che mi viene in mente è sempre la stessa, quelli che sono nati diciamo pre anni '80 sono quella generazione che sta a cavallo di due mondi diversi, quello pre tecnologia e quello tecnologico. In un certo senso siamo molto fortunati ed abbiamo una notevole responsabilità dal momento che siamo nati quando ancora non esisteva niente di tecnologico, la tv era in bianco e nero e non esistevano nemmeno i videogiochi, il nonno ascoltava il GR1 alla radio a valvole ed attendevamo un anno perchè alla festa del paese arrivasse un furgoncino con i dolcetti, andavamo a vedere la "maschera" affissa nel bar per sapere che film ci fosse in città e telefonavamo con i gettoni. Siamo cresciuti in un modo completamente diverso in ogni aspetto, dagli oggetti alle relazioni umane ed al lavoro, abbiamo conosciuto quel mondo e ce lo ricordiamo bene. Migliore di oggi? Diverso (ognuno poi la pensi come crede in merito). Poi abbiamo vissuto la transizione in questo mondo ed eravamo ancora giovani a sufficienza per poterla vivere attivamente, apprendere lo sviluppo tecnologico, imparare ad usare ciò che il mondo produceva e produce, non siamo così vecchi da salire su un'auto elettrica e non sapere cosa fare o prendere un qualunque oggetto tecnologico attuale e non saperlo maneggiare. Quindi siamo proprio una generazione di mezzo, che ha apprezzato e vissuto un epoca scomparsa e può capire e vivere quest'epoca attuale. Questo mix incredibile di conoscenza ed esperienze ci offre una visione del mondo peculiare e dovremmo davvero sforzarci di fare del nostro meglio per trasmettere alle nuove generazioni un sapere che loro non possono avere poiché nate digitali.
  19. toc toc... c'è nessuno? Ho letto bene oppure siete tutti con la jessicarabbit Sara Pardi? io oggi pomeriggio, dopo essere andato a ritirare al Locker di Amazon l'ultimo acquisto, quel Godox IT32 di cui Mauro (ed ora anch'io) è entusiasta, ho caricato in macchina (Z5ii) un paio di pellicole, il Viltrox 55mm f/1,8 EVO (che non era ancora uscito da casa) e sono andato a Mondello con la moto (che sta per compiere 30 anni) per questa passeggiata proposta da Mauro qualche giorno fa, magari rimasta sepolta dalle decine di altre proposte che offre quotidianamente, da quando il suo concetto di tempo utile (da bravo pensionato) si è sposato con l'inerzia di Nikon, dei nikonlander (me compreso) e la sua voglia di fare. Mondello in estate è un rigurgito di gente a mare ed è per questo che in questi 20 anni di Nikonland, ben raramente mi avete visto pubblicare immagini di questa varia umanità, mista a valanghe di turisti, provenienti da tutti i continenti. Ma è divertente seguire queste dinamiche anche senza un progetto preciso, perchè le particolarità sono sotto gli occhi di tutti e in un continuo divenire. Basta soltanto non farsi nuocere, non insistere su inquadrature continuate e sopratutto, non cedere all'illusione del contatto diretto, che porterebbe invariabilmente a scattare poi inutili foto di gruppo. La fotografia di strada (o per strada) non è un genere: è una situazione. Intendo dire che non è un evento, ma è immanente nel tempo: basta essere in giro con la voglia di scattare foto e queste vi si presenteranno. Non ritengo sia generativa di merito, ma è una palestra immensa per imparare ad usare le attrezzature in possesso, per capire se siano più o meno adatte, per imparare ad avere a che fare col mondo circostante. Oggi ho seguito persone, piuttosto che aspettare che mi arrivassero vicino: è un sistema anche questo. Ho voluto usare Kodachrome 2026mm ed anche per qualche scatto Velvia50mm e poi in bianco e nero Agfa Isopan F mm che non avevo ancora usato, oltre alla mia preferita Ferrania P30 Fellinimm Perchè la luce di Mondello era straordinaria e l'obiettivo che ho utilizzato non è stato da meno... ... luci, ma sopratutto contrasti ed ombre... che servono a sottolineare le prime e a determinare cromia e saturazione. poi tra le tante, una come tante altre... ...ma la curiosità era immensa ed ingrandendo sul cellulare, schiarendolo, una sorpresa... : meno male che era di spalle e non ha visto che foto ho scattato... Siamo alla caccia alle Streghe (digital...ia) 😀 Beh... cosa meglio di utilizzare anche ShootMetricsmm proprio in questa situazione?
  20. Val Brembana, Lago Rotondo zona Rifugio Calvi, 5/9/2026 Z8 14_30 Z a 14 mm PC TMAX con filtro rosso, come scattata.
  21. Nikonland FilmBox per Windows: la beta pubblicaTutte le nostre pellicole. Soltanto quelle giuste nella fotocamera.Negli ultimi mesi Nikonland ha costruito una biblioteca ormai ampia di Picture Control ispirati alle pellicole Kodak, Fujifilm, Agfa, Ilford e Ferrania, insieme a interpretazioni cinematografiche e profili originali. Quando i profili diventano molti, il problema non è più soltanto crearli. Bisogna riconoscere le versioni definitive, ricordarne il carattere, scegliere quelle adatte al lavoro che ci aspetta e, infine, portarle nella fotocamera senza ricominciare ogni volta da una cartella piena di file. Per questo è nato Nikonland FilmBox. FilmBox è la biblioteca operativa dei Picture Control Nikonland e, nello stesso tempo, la valigetta con cui preparare la fotocamera per un viaggio, un ritratto, una giornata di paesaggio o un progetto in bianco e nero. Sul computer resta l'intera cantina. Nella Nikon portiamo soltanto le nove pellicole che vogliamo usare oggi. Che cosa contieneLa beta 0.2.7 Build 10 comprende: 65 Picture Control Nikonland definitivi in formato NP3; 40 profili a colori e 25 con resa monocromatica; 65 anteprime ottenute sviluppando lo stesso NEF campione con Nikon NX Studio; una scheda editoriale per ogni pellicola, con storia, carattere e indicazioni d'uso; ricerca per nome e filtri per colore, monocromatico e marca; 12 FilmBox consigliate da Nikonland; FilmBox personali che l'utente può comporre, ordinare, salvare e richiamare; trasferimento guidato alla fotocamera attraverso USB, scheda di memoria o entrambi. L'anteprima non è un filtro decorativo applicato dall'applicazione: mostra lo sviluppo Nikon del Picture Control sul medesimo file NEF di riferimento. In questo modo il confronto fra le diverse rese rimane coerente. Come si usaLa parte sinistra della finestra contiene l'intera biblioteca. Si può cercare una pellicola per nome oppure restringere l'elenco per resa e produttore. Selezionando un profilo compaiono la sua anteprima e le informazioni tecniche essenziali; il pulsante Scheda della pellicola apre la relativa nota editoriale. Con Aggiungi alla FilmBox il profilo entra nella valigetta visibile a destra. Una FilmBox può contenere al massimo nove Picture Control, corrispondenti nell'ordine agli slot C1-C9 della fotocamera. I pulsanti Su e Giù cambiano l'ordine, Rimuovi elimina il singolo elemento e Svuota FilmBox azzera la selezione corrente. Non è necessario partire ogni volta da zero. Il menu FilmBox consigliate propone dodici raccolte già pronte — per esempio ritratto, paesaggio, viaggio, diapositive, pellicole cinematografiche e differenti famiglie di bianco e nero. Ogni raccolta può essere caricata e poi adattata liberamente senza alterare l'originale Nikonland. Con Salva come mia FilmBox si registra una raccolta personale sul computer. Viene salvato l'elenco ordinato dei profili, non una seconda copia dei file NP3. Un solo comando, due percorsi NikonIl pulsante Scrivi la FilmBox sulla Nikon gestisce automaticamente ciò che Nikon consente di fare. Dietro un unico comando esistono infatti due percorsi diversi. Tipo tecnico del Picture Control Destinazione Monocromatico NP3 nativo Scrittura diretta nello slot C1-C9 tramite USB Flexible Color Preparazione sulla scheda di memoria e successiva importazione dal menu Nikon Colore tradizionale NP3 Preparazione sulla scheda di memoria e successiva importazione dal menu Nikon La distinzione è tecnica, non estetica. Agfa Scala, Ferrania P30 Fellin e Ferrania P33 appaiono correttamente fra le pellicole monocromatiche, ma i file attuali sono costruiti come Flexible Color: per questo vengono trasferiti attraverso la scheda. Gli altri 22 monocromatici sono invece NP3 nativi e possono essere scritti direttamente via USB. Una FilmBox mista viene divisa automaticamente. FilmBox prepara sulla scheda soltanto i file che ne hanno bisogno, conserva la posizione scelta mediante i nomi PICCON01.NP3-PICCON09.NP3 e scrive via USB i monocromatici nativi nei rispettivi slot. Nessun profilo viene duplicato sui due percorsi. Perché i Flexible Color richiedono la schedaLa fotocamera sa importare un file Flexible Color completo dalla scheda e NX Studio sa produrlo. L'interfaccia USB messa a disposizione da Nikon, però, accetta soltanto la struttura tradizionale dei Custom Picture Control e non espone tutti i dati aggiuntivi del Flexible Color, fra cui Color Blender e Color Grading. Non è una scelta arbitraria di FilmBox. Nei nostri test un Picture Control monocromatico nativo viene scritto, riletto e verificato correttamente; la scrittura del corrispondente blocco Flexible Color viene invece rifiutata dall'interfaccia Nikon. FilmBox usa quindi la via diretta quando è realmente disponibile e prepara la scheda quando il limite Nikon la rende necessaria. Che cosa accade alla fotocameraFilmBox considera C1-C9 una valigetta operativa e la prepara da zero. Prima di ogni esportazione chiede una conferma esplicita, quindi cancella tutti i Custom Picture Control presenti nei nove slot e ricrea soltanto quelli scelti nella FilmBox. Non viene eseguito un backup preventivo degli slot della fotocamera e non è previsto un ripristino automatico: la biblioteca FilmBox è la sorgente dalla quale la selezione può essere ricostruita in qualsiasi momento. La cancellazione non è nascosta né automatica all'avvio; avviene soltanto dopo il comando dell'utente e la relativa conferma. Durante la scrittura USB ogni monocromatico nativo viene riletto dallo slot e verificato integralmente. Anche la preparazione della scheda viene controllata mediante hash SHA-256. I rapporti tecnici delle operazioni sono conservati nella cartella Documenti\Nikonland FilmBox Reports. Sulla scheda FilmBox gestisce esclusivamente PICCON01.NP3-PICCON09.NP3. Gli eventuali file precedenti in quelle nove posizioni vengono copiati nei Documenti prima della sostituzione; PICCON10-PICCON99, NP2, NCP e fotografie non vengono toccati. Installazione della betaFilmBox è un'applicazione desktop per Windows. La Build 10 è stata realizzata e collaudata in ambiente Windows 11 a 64 bit. Scaricare il file ZIP. Estrarlo interamente in una cartella del computer: non avviare il programma direttamente dall'archivio compresso. Lasciare accanto a NikonlandFilmBox.exe tutte le cartelle fornite, comprese Libs, Resources se presente, Library e Support. Avviare NikonlandFilmBox.exe. Se Windows SmartScreen segnala un'applicazione non riconosciuta, verificare che il file provenga dal download ufficiale Nikonland e scegliere Ulteriori informazioni > Esegui comunque. FilmBox non usa un programma di installazione e non modifica i Picture Control di Nikon NX Studio. Le FilmBox personali vengono memorizzate nel profilo dell'utente Windows; rapporti e backup della scheda vengono salvati nei Documenti. Preparare e trasferire una FilmBoxFilmBox composta soltanto da monocromatici NP3 nativiComporre e ordinare la FilmBox. Accendere una sola Nikon compatibile e collegarla direttamente al computer tramite USB. Chiudere NX Studio, NX Tether, Camera Control Pro, Nikon Transfer e ogni altro programma Nikon. Premere Scrivi la FilmBox sulla Nikon. Leggere l'avvertenza e confermare l'azzeramento di C1-C9. FilmBox cancella gli slot precedenti, scrive i nuovi monocromatici nelle posizioni scelte e li verifica uno per uno. Non occorre una scheda nel lettore. FilmBox a colori, Flexible Color o mistaFormattare una scheda nella Nikon che si intende usare. Estrarre la scheda dalla fotocamera e inserirla in un lettore collegato al computer. La scheda lasciata dentro la Nikon collegata via USB è visibile a Windows soltanto in lettura e non può essere preparata da FilmBox. Comporre e ordinare la FilmBox, quindi premere Scrivi la FilmBox sulla Nikon. Quando richiesto, scegliere la radice della scheda: è l'unità o cartella che contiene DCIM. Collegare e accendere la Nikon tramite USB, chiudere gli altri programmi Nikon e confermare l'azzeramento di C1-C9. Al termine, espellere correttamente la scheda dal computer e inserirla nello slot principale della fotocamera. Nel menu Nikon scegliere Gestisci Picture Control > Carica/salva > Copia sulla fotocamera e importare i profili preparati, rispettando le posizioni C1-C9 indicate dalla FilmBox. In una raccolta mista, al termine della fase USB i monocromatici nativi sono già presenti; dalla scheda vanno importati soltanto gli altri profili. Fotocamere compatibili e stato del collaudoNikon dichiara il formato NP3 compatibile con le mirrorless Z, la D6 e la D780. Questa indicazione riguarda il formato del file; non significa che ogni modello e ogni firmware supportino anche i più recenti Flexible Color. La documentazione ufficiale Nikon distingue NP3, NP2 e NCP e i relativi corpi compatibili. Il trasferimento USB di FilmBox è già stato collaudato con Nikon Zf e Nikon ZR. Le altre Nikon Z, la D6 e la D780 sono abilitate al test, ma prima di cancellare o scrivere FilmBox controlla che la fotocamera dichiari effettivamente le funzioni Nikon necessarie. I risultati dei prossimi collaudi permetteranno di costruire una matrice di compatibilità basata sulle prove reali, modello per modello e firmware per firmware. Che cosa FilmBox non faFilmBox non è un programma di sviluppo RAW e non sostituisce Nikon NX Studio. Non modifica i parametri dei Picture Control e, in questa prima beta, non importa profili esterni nella biblioteca. I 65 NP3 inclusi costituiscono un catalogo Nikonland controllato: firma, classe tecnica e impronta SHA-256 vengono verificati all'avvio. Non può trasferire direttamente via USB i Flexible Color, perché l'interfaccia Nikon attuale non offre il comando necessario. Non promette che un Picture Control Flexible Color funzioni su ogni fotocamera capace di leggere NP3: la compatibilità dipende dal modello e dal firmware. Non conserva automaticamente ciò che si trova in C1-C9 prima dell'operazione. L'utente deve considerare quei nove slot come contenuto sostituibile e confermare consapevolmente la loro cancellazione. Gli sviluppi che prevediamoLa prima priorità è consolidare FilmBox come strumento operativo: collaudo USB su Z8, D6, D780 e altri corpi Nikon Z; matrice di compatibilità costruita sulle prove effettive degli utenti; confezione pubblica più semplice, riconoscibile da un'icona definitiva; affinamento dei messaggi, dei rapporti e della guida in base all'esperienza della beta. Il passo successivo sarà FilmBox Lab, l'ambiente dedicato allo studio e alla manutenzione dei profili. Fra gli obiettivi previsti ci sono l'importazione controllata di Picture Control esterni, il confronto fra versioni, l'individuazione dei duplicati, la gestione delle varianti e la conversione dei profili a resa monocromatica oggi costruiti come Flexible Color in veri monocromatici NP3 nativi, quando il risultato possa essere ricostruito correttamente. Questo permetterebbe anche a profili come Ferrania P30 Fellin di usare il percorso USB diretto. Sono sviluppi previsti, non funzioni comprese nella beta attuale. FilmBox crescerà soltanto dopo aver consolidato e verificato sul campo ciò che già fa. Una pellicola, vera o digitale che sia, non serve a nulla se resta chiusa nell'armadio. Nikonland FilmBox porta nella fotocamera quelle che abbiamo scelto di usare. Beta pubblica 0.2.7 Build 10La beta viene distribuita gratuitamente da Nikonland per l'uso personale. Non è consentita la redistribuzione del pacchetto né la modifica dei suoi componenti senza autorizzazione. È software indipendente: Nikon, i nomi dei prodotti Nikon e NX Studio sono marchi dei rispettivi titolari. Nikonland FilmBox non è affiliato né approvato da Nikon Corporation. Chi partecipa alla beta è invitato a indicare modello della fotocamera, versione del firmware, composizione della FilmBox e percorso utilizzato. In caso di errore è particolarmente utile allegare la cartella di rapporto generata nei Documenti. Prima beta pubblica : 0.2.7.10 del 2 settembre 2026 testata per ora solo con Zf e Zr Seconda beta pubblica : 0.2.7.11 del 5 settembre 2026 testata per ora solo con Zf e Zr Seconda beta pubblica : 0.3.0.17 del 7 settembre 2026 inserite quattro fotografie campione e la possibilità di valutare un proprio NEF (esclusivamente NEF Nikon originale non manipolato) con rendering automatico in (quasi) tempo reale NikonlandFilmBox_030_17.zip
  22. Wolfgang von Trips, Monza 1961 e il mondiale che Ferrari non poté festeggiareIl 26 luglio 1961, dopo quattro anni di perizie, accuse e udienze, il giudice istruttore di Mantova dichiarò che Enzo Ferrari non doveva rispondere penalmente della tragedia di Guidizzolo: non luogo a procedere «per non aver commesso il fatto». Sembrava la conclusione, almeno giudiziaria, della lunga ombra lasciata dall’ultima Mille Miglia. Quarantasei giorni più tardi, il 10 settembre, un’altra Ferrari uscì di strada davanti a una folla di spettatori. Questa volta non accadde su una statale trasformata in circuito, ma a Monza, nel tempio italiano della velocità. Al volante c’era Wolfgang Graf Berghe von Trips, leader del Campionato mondiale di Formula 1. In meno di sette settimane Ferrari passò dalla fine di un incubo iniziato nel 1957 a una nuova tragedia destinata a segnare la Scuderia, la fabbrica e lo stesso Enzo. Il filo che unisce Guidizzolo e Monza non è soltanto il colore rosso delle vetture. È il difficile passaggio fra due epoche: quella in cui il rischio veniva considerato parte naturale dello spettacolo e quella in cui il progresso tecnico avrebbe finalmente dovuto cominciare a occuparsi anche delle conseguenze della velocità. L’Italia che correvaNel 1961 l’Italia viveva nel pieno del miracolo economico. Le Fiat 600 e 500 riempivano strade fino a pochi anni prima percorse soprattutto da biciclette e corriere; l’Autostrada del Sole avanzava verso sud; la televisione portava nelle case un Paese nuovo, più urbano, industriale e fiducioso. Le Olimpiadi di Roma si erano concluse da appena un anno e sembravano aver presentato al mondo un’Italia definitivamente uscita dal dopoguerra. L’automobile era la misura più visibile di quella trasformazione. Per molte famiglie rappresentava la prima libertà individuale davvero moderna; per i ragazzi, invece, il sogno aveva quasi sempre un altro colore. Era rosso, portava sul cofano un cavallino nero e correva a Monza. Il rapporto degli italiani con le corse non era ancora mediato dalla televisione globale, dagli sponsor o dalle zone riservate. Si andava al circuito come a una festa popolare. Si arrivava presto, con panini, fiaschi, giornali e macchine fotografiche. Si cercava un posto lungo le reti, sui terrapieni, fra gli alberi del parco. Piloti e pubblico appartenevano allo stesso paesaggio, separati spesso soltanto da pochi metri d’erba e da una recinzione. Monza incarnava questa vicinanza meglio di qualsiasi altro luogo. Nel 1961 il Gran Premio d’Italia si disputava ancora sul tracciato completo di dieci chilometri, unendo il circuito stradale alle grandi curve sopraelevate. L’incidente di von Trips non avvenne sull’anello, ma sul rettilineo che conduceva alla Parabolica; tuttavia quella configurazione smisurata, velocissima e già contestata raccontava bene la mentalità del tempo. La sicurezza era considerata soprattutto una prova di coraggio affidata ai piloti, non ancora un sistema progettato attorno all’uomo. Il conte che correva sotto falso nomeWolfgang von Trips non era soltanto “il conte tedesco”, come veniva spesso presentato dai giornali italiani. Era nato a Colonia nel 1928 ed era cresciuto nel castello di Hemmersbach, presso Kerpen, in una famiglia aristocratica della Renania. Aveva studiato agraria e avrebbe dovuto occuparsi delle proprietà familiari. Le automobili, però, esercitavano su di lui un richiamo più forte. Per non preoccupare i genitori, all’inizio partecipò alle gare con lo pseudonimo di Axel Linther. Guidò Volkswagen e Porsche, poi arrivò alla Ferrari. Gli inglesi lo chiamavano “Taffy”. Aveva modi educati, un sorriso quasi timido e un’eleganza naturale che contrastava con la durezza delle monoposto dell’epoca. La sua carriera non fu lineare. Ebbe incidenti, commise errori e dovette superare la reputazione di pilota velocissimo ma irruento. Enzo Ferrari lo mise alla prova più volte, alternando fiducia e diffidenza. Von Trips rispose maturando: imparò a leggere le gare, a rispettare la meccanica e a trasformare la velocità in continuità. Il legame con la Mille Miglia è diretto. Nel maggio 1957 von Trips aveva guidato da solo una Ferrari 315 S numero 532, terminando secondo, ad appena tre minuti da Piero Taruffi. Fu lui, dunque, a completare la doppietta Ferrari nell’ultima edizione della corsa. Dietro al trionfo sportivo si consumò la tragedia di Guidizzolo e quella giornata entrò nella storia per ragioni molto diverse da quelle immaginate alla partenza da Brescia. La stessa ricostruzione storica Ferrari conserva il ricordo di von Trips che raggiunge Taruffi nelle fasi finali senza trasformare l’arrivo in un duello fratricida. Quattro anni dopo era diventato un altro pilota. Nel 1961 vinse in Olanda e in Gran Bretagna, primo tedesco a imporsi in un Gran Premio valido per il Campionato mondiale. Arrivò a Monza con quattro punti di vantaggio sul compagno Phil Hill e la possibilità concreta di diventare il primo campione del mondo tedesco della Formula 1. Non era più una promessa. Era l’uomo da battere. Lo Squalo di MaranelloAnche la Ferrari era arrivata al 1961 profondamente cambiata. Il nuovo regolamento aveva ridotto la cilindrata della Formula 1 a un litro e mezzo e Maranello aveva interpretato meglio di tutti la nuova formula. La 156 F1, progettata attorno al motore V6 posteriore, era bassa, leggera e velocissima. Le due grandi aperture ovali sul muso le procurarono un soprannome destinato a sopravvivere alla vettura: “Sharknose”, muso di squalo. La disposizione posteriore del motore rappresentava anche la definitiva accettazione di una rivoluzione che Ferrari aveva inizialmente guardato con sospetto. Enzo amava dire che erano i buoi a tirare il carro, non a spingerlo; ma quando comprese che Cooper e Lotus avevano aperto una strada senza ritorno, la sua fabbrica seppe recuperare rapidamente. La 156 vinse cinque degli otto Gran Premi della stagione. A Spa le Ferrari occuparono i primi quattro posti; a Monza le monoposto ufficiali conquistarono l’intera prima fila dell’epoca, con von Trips in pole davanti al giovanissimo Ricardo Rodríguez, Richie Ginther e Phil Hill. La scheda storica della Ferrari 156 F1 restituisce ancora oggi l’immagine di una macchina che, per una stagione, parve quasi imbattibile. Ma il dominio tecnico nascondeva una tensione umana. Il titolo si sarebbe deciso fra due uomini della stessa squadra. Phil Hill era americano, colto, sensibile, appassionato di musica e di meccanica. Von Trips era europeo, aristocratico, sorridente, ormai amatissimo in Germania. Non erano nemici costruiti dalla comunicazione: erano compagni che conoscevano troppo bene il mestiere e i suoi rischi per fingere ostilità. In pista, tuttavia, ciascuno aveva il diritto di inseguire il proprio mondiale. Monza, 10 settembre 1961La domenica era calda e luminosa. Trentadue vetture si presentarono alla partenza, un gruppo enorme per gli standard moderni. Le Ferrari avevano rapporti molto lunghi, scelti per sfruttare i rettilinei e le sopraelevate, e allo scatto iniziale von Trips perse diverse posizioni. Phil Hill, Ginther e Rodríguez si portarono davanti; Jim Clark infilò la sua Lotus verde nel gruppo delle rosse. Il primo giro fu una corsa di scie e sorpassi. Le monoposto viaggiavano vicinissime, cambiando posizione da una curva all’altra. Il resoconto pubblicato allora da Motor Sport descrive sette vetture raccolte in uno spazio tanto ristretto che un solo grande telone avrebbe potuto coprirle tutte. Durante il secondo passaggio, sul rettilineo verso la Parabolica, von Trips stava recuperando. Davanti a lui correvano alcune Ferrari; alle sue spalle e al suo fianco arrivava Clark. Le due monoposto si toccarono. La Ferrari numero 4 salì sul terrapieno e raggiunse la recinzione dietro la quale il pubblico era assiepato. Il resto appartiene alla cronaca e va ricordato senza trasformarlo in spettacolo. Morirono von Trips e quindici spettatori, secondo il conteggio oggi generalmente accettato. Fu il più grave incidente nella storia del Campionato mondiale di Formula 1. La fotografia dalla quale nasce la nostra tavola ferma il tempo un istante prima. Non mostra le conseguenze: mostra la Ferrari già sull’erba, la Lotus di Clark scomposta alle sue spalle, le altre monoposto ancora in corsa e una folla che non ha avuto il tempo di capire. È un’immagine importante proprio perché contiene ancora tutte le possibilità. Per un ultimo frammento di secondo è una corsa, non ancora una tragedia. Sarebbe facile cercare un colpevole assoluto. Non sarebbe corretto. Clark venne coinvolto nelle indagini e per anni portò con sé il peso di quella giornata, ma le ricostruzioni non hanno mai trasformato il contatto in un gesto deliberato o in una colpa semplice. Erano due piloti impegnati in una lotta di posizione, dentro un gruppo compatto, su una pista velocissima. La vera responsabilità storica era più grande dei due uomini. Consisteva nella normalità con cui si accettava che una monoposto potesse correre a pochi metri da una folla protetta da una rete; nell’assenza di vie di fuga efficaci; nella convinzione che l’organizzazione di una gara dovesse adattarsi alla velocità delle vetture senza ripensare radicalmente il circuito. La corsa proseguì. La spiegazione data fu che un’interruzione avrebbe provocato l’uscita contemporanea del pubblico, bloccando le strade necessarie ai soccorsi. Per molti spettatori e perfino per alcuni protagonisti, la reale gravità dell’accaduto rimase sconosciuta fino alla fine. Phil Hill tagliò il traguardo per primo e divenne campione del mondo con un solo punto di vantaggio su von Trips. Fu il primo statunitense a conquistare il titolo piloti. La Ferrari vinse anche il suo primo mondiale costruttori. Il dettagliato resoconto contemporaneo di Motor Sport racconta Hill che riceve la bandiera a scacchi senza sapere ancora pienamente quale prezzo avesse avuto quella vittoria. Era il risultato perfetto di una stagione quasi perfetta. Eppure nessuno poteva festeggiarlo. Il mondiale del silenzioFerrari rinunciò all’ultimo Gran Premio della stagione, previsto a Watkins Glen. I due titoli erano matematicamente assegnati, ma l’assenza ebbe soprattutto il significato di un lutto. Le 156 rosse che avevano dominato l’anno non attraversarono l’Atlantico. Per la Scuderia, Monza fu insieme il vertice e la frattura. Mai prima di allora Ferrari aveva posseduto una superiorità così evidente in Formula 1; raramente un successo era stato svuotato in modo tanto completo del proprio significato celebrativo. Per la fabbrica, il 1961 segnò la fine di un ciclo anche sotto un altro aspetto. Poche settimane dopo Monza esplose la crisi interna passata alla storia come la “rivolta di palazzo”. Enzo Ferrari si separò da uomini fondamentali come Carlo Chiti, Giotto Bizzarrini e Romolo Tavoni. Sarebbe sbagliato sostenere che l’incidente provocò quella rottura: le ragioni erano organizzative, personali e maturavano da tempo. Ma i due avvenimenti appartengono allo stesso autunno e allo stesso clima. La squadra campione del mondo entrò nell’inverno privata del pilota che l’aveva condotta in testa al mondiale e di una parte decisiva della propria struttura tecnica. Qualunque altra azienda avrebbe potuto esserne travolta. Ferrari reagì nella maniera che sarebbe diventata tipica della sua storia: affidandosi a uomini più giovani, trasformando la crisi in lavoro. Mauro Forghieri assunse responsabilità sempre maggiori; la 250 GTO venne completata; la Scuderia continuò a correre e a vincere. È forse questa l’influenza più profonda esercitata da Monza sulla Ferrari. Non un cambiamento improvviso e dichiarato, ma il consolidarsi di un carattere: la capacità quasi feroce di assorbire le perdite dentro la continuità della fabbrica. Anche Enzo Ferrari ne uscì più chiuso. L’incidente rafforzò l’immagine pubblica del costruttore che mandava giovani uomini a correre e poi si rifugiava dietro i cancelli di Maranello. Era un’immagine troppo semplice, ma destinata a durare. Ferrari raramente mostrava il dolore nella forma che gli altri si aspettavano. Lo traduceva in silenzi, lettere, ricordi custoditi e nuove automobili. Questa riservatezza poteva apparire durezza; a volte probabilmente lo era. Ma era anche il suo modo di sopravvivere a un mestiere nel quale aveva perso amici, collaboratori e piloti. Monza contribuì inoltre a cambiare il modo di guardare i circuiti. Il tracciato completo di dieci chilometri non venne più utilizzato dalla Formula 1. Non perché le sopraelevate avessero causato l’incidente, ma perché la tragedia rese ormai indifendibile l’intero concetto di un autodromo velocissimo nel quale pubblico, ostacoli e monoposto convivevano senza protezioni adeguate. Come la Mille Miglia aveva dimostrato che le strade dell’Italia moderna non potevano più essere un circuito di mille miglia, Monza dimostrò che nemmeno un autodromo poteva dirsi sicuro soltanto perché costruito per le corse. La strada che partiva da KerpenSe ci fermassimo al 10 settembre, ridurremmo Wolfgang von Trips al proprio incidente. Sarebbe un’ingiustizia. Von Trips guardava già oltre la Formula 1. Aveva contribuito a far conoscere in Germania i piccoli kart arrivati dagli Stati Uniti e aveva sostenuto l’idea di un automobilismo accessibile ai giovani, fatto non soltanto di grandi fabbriche e piloti professionisti. Insieme a Valerio Colotti e Medardo Fantuzzi aveva persino lavorato a una piccola Formula Junior, la TCA, pensata come automobile relativamente economica per chi voleva cominciare a correre. Nell’agosto 1961, un gruppo di appassionati aveva fondato presso Kerpen i “Rennsportfreunde Graf Berghe von Trips”. Dopo Monza il club decise di estendere la propria attività al karting e di portare avanti il progetto di una pista. Il primo impianto fu aperto nel 1965 su un terreno appartenuto alla famiglia von Trips. Da quell’esperienza sarebbe nato il Kart-Club Kerpen-Manheim. La cronaca ufficiale del club conserva una lista impressionante di ragazzi cresciuti su quella pista: Heinz-Harald Frentzen, Nick Heidfeld, Sebastian Vettel e soprattutto Michael e Ralf Schumacher. Il padre Rolf lavorò nell’ambiente del kartodromo e lì Michael, ancora bambino, compì i primi passi di una carriera che avrebbe cambiato la storia della Formula 1. Von Trips non divenne il primo tedesco campione del mondo. Quel titolo sarebbe arrivato trentatré anni dopo, nel 1994, proprio con Michael Schumacher. E sarebbe stato ancora Schumacher, dal 2000, a riportare il mondiale piloti a Maranello trasformando il nome Ferrari in una passione popolare anche per una nuova generazione. È una coincidenza, naturalmente. Ma è una di quelle coincidenze che danno alla storia un senso quasi circolare. Il pilota tedesco che nel 1961 aveva portato la Ferrari alle soglie del titolo contribuì, attraverso il karting di Kerpen, a preparare il terreno sul quale sarebbe cresciuto l’uomo destinato a diventare il più grande campione ferrarista. Per questo l’ultima immagine di Wolfgang von Trips non dovrebbe essere quella della Ferrari sul terrapieno. È giusto ricordarlo nella sua monoposto rossa, con il caschetto chiaro, gli occhiali sollevati e il sorriso di chi sta per fare ciò che ama. La storia delle corse non può cancellare le proprie tragedie. Può però imparare da esse e scegliere quali immagini consegnare al futuro. Quella di von Trips appartiene alla parte luminosa dell’automobilismo: alla curiosità, al talento, alla lealtà fra compagni, ai bambini che scoprono un volante e agli adulti che, udendo un motore, tornano per un istante bambini. Quarantasei giorni dopo la conclusione giudiziaria della Mille Miglia, Ferrari incontrò nuovamente il lato più doloroso della velocità. Ma da quel settembre non nacque soltanto un’assenza. Rimase una strada: da Monza a Kerpen, da un piccolo kart a una Ferrari, da Wolfgang von Trips a Michael Schumacher. Una strada rossa, ancora percorsa dalla passione.
  23. Ho un iPhone, non userei altro e continuerò a usare iPhone. Ma tra apprezzare un prodotto e accettare qualsiasi prezzo c’è una differenza enorme. Nemmeno se la cifra viene nascosta dentro una comoda rata mensile.Mettiamo subito le cose in chiaro. Io ho un iPhone, ne sono soddisfatto e non userei uno smartphone con un altro sistema operativo. Non ho alcuna intenzione di passare ad Android, non mi interessa partecipare alle guerre di religione tra marchi e non devo dimostrare che il telefono scelto dagli altri sia peggiore del mio. Ma non corro nemmeno ad acquistare ogni nuovo iPhone appena viene presentato. Cambio quello che possiedo quando ne ho realmente bisogno, possibilmente dopo avere saltato qualche generazione. Un telefono è uno strumento che uso ogni giorno, non una medaglia da appuntarmi sul petto ogni settembre. Ed è proprio perché sono un cliente Apple convinto che posso dirlo senza equivoci: a questi prezzi, anche no. Il nuovo iPhone 18 Pro parte da 1.489 euro. Il Pro Max da 1.639 euro. Non stiamo parlando delle versioni speciali, esclusive o ricoperte di pelle di unicorno: sono i modelli d’ingresso, entrambi con 256 GB di memoria. Salendo a 1 TB arriviamo rispettivamente a 2.239 e 2.389 euro. Le versioni da 2 TB costano 2.989 e 3.139 euro. È tutto scritto, senza possibilità di fraintendimento, sullo stesso Apple Store italiano. Poi c’è iPhone Duo, il pieghevole con il quale Apple entra finalmente in un settore dove gli altri sono presenti da anni. Bello, ingegnoso, probabilmente costruito benissimo. Parte da 2.369 euro e arriva, nella versione da 2 TB, a 3.869 euro. Quasi quattromila euro per un telefono. Possiamo chiamarlo dispositivo personale, centro digitale, macchina creativa, terminale per l’intelligenza artificiale o prodigio tascabile. Possiamo esaltare il titanio, la cerniera, il doppio display, il processore A20 Pro e tutto ciò che gli ingegneri di Cupertino sono riusciti a far stare dentro pochi millimetri di spessore. Ma alla fine resta un telefono da 3.869 euro. E no, dividerlo in ventiquattro rate da 161,21 euro non lo rende meno costoso. Lo rende soltanto meno visibile. Questa è forse la parte più irritante dell’intera strategia commerciale contemporanea. Il prezzo scompare e al suo posto compare la rata. Non costa più 3.869 euro: costa “solo” 161 euro al mese. Non costa 3.139 euro: sono appena 130 euro al mese. Una cifra apparentemente innocua, infilata tra la bolletta della fibra, l’abbonamento televisivo, il cloud, la musica, il software e tutto il resto che ormai ci accompagna sotto forma di prelievo automatico. Ma ventiquattro rate da 161 euro fanno sempre quasi quattromila euro. La matematica non diventa più amichevole perché TIM, Apple o una finanziaria ci presentano il conto una fetta alla volta. I nuovi modelli sono indubbiamente migliori dei precedenti. Hanno processori più potenti, maggiore autonomia e fotocamere sempre più sofisticate. L’iPhone 18 Pro introduce persino l’apertura variabile sulla fotocamera principale, un argomento che farà brillare gli occhi a chi fotografa e offrirà ad Apple materiale sufficiente per riempire keynote, cartelloni e filmati spettacolari. Ma qui su Nikonland sappiamo anche che cosa sia una macchina fotografica. Sappiamo che uno smartphone può essere uno strumento fotografico formidabile, sempre disponibile e capace di risultati sorprendenti. Ma sappiamo pure che nessuna simulazione di profondità di campo, nessuna elaborazione computazionale e nessuna scritta “Pro” trasforma automaticamente un telefono da tremila euro nell’equivalente di un sistema fotografico costruito intorno a un sensore, un mirino, un’impugnatura e obiettivi veri. Con tremila euro un fotografo può acquistare una fotocamera importante. Oppure un obiettivo destinato a durare dieci, quindici o vent’anni. Può costruire una postazione di lavoro, comprare luci, finanziare viaggi e realizzare progetti. Un iPhone, per quanto meraviglioso, dopo cinque anni sarà comunque un telefono vecchio, con una batteria stanca e una quotazione residua che nessuna presentazione patinata riuscirà a ringiovanire. Il problema non è stabilire se qualcuno possa permetterselo. Certamente molti potranno farlo e saranno liberi di acquistarlo il primo giorno. Il problema è considerare normale che un telefono abbia raggiunto il prezzo di una fotocamera professionale o di un computer di fascia alta, fingendo che tutto sia ragionevole perché dentro ci sono 2 TB di memoria e una nuova generazione di processore. Non è nemmeno possibile rifugiarsi serenamente nella gamma precedente. Nello stesso momento in cui presentava i nuovi modelli, Apple ha ritoccato verso l’alto anche i prezzi di diversi iPhone già esistenti: iPhone 17 da 256 GB è passato da 979 a 1.129 euro e iPhone 17e da 729 a 879 euro, senza che il prodotto diventasse improvvisamente più nuovo durante la notte. Gli aumenti sui modelli rimasti a listino arrivano fino a 350 euro. Il confronto dei prezzi precedenti e attuali è piuttosto eloquente. Questa non è innovazione. È gestione chirurgica della disponibilità a pagare. Apple sa di avere costruito un ecosistema dal quale molti utenti, me compreso, non desiderano uscire. Sa che un iPhone dialoga perfettamente con Mac, iPad, Watch, AirPods e con tutti i servizi accumulati negli anni. Sa che cambiare sistema comporta fastidi, rinunce e nuove abitudini. E quindi alza progressivamente l’asticella, aspettando di scoprire quanto siamo disposti a seguirla. Ma essere fedeli a un ecosistema non significa consegnare ad Apple una delega in bianco sul proprio portafoglio. Io continuerò a usare il mio iPhone. Continuerò ad apprezzarne l’affidabilità, la coerenza, le applicazioni e l’integrazione con il resto dei miei strumenti. Quando sarà realmente necessario lo cambierò, probabilmente acquistando un modello non più recentissimo e a un prezzo diventato almeno vagamente sensato. Quello che non farò è considerare inevitabile l’aggiornamento annuale. Non finanzierò un telefono per due o tre anni soltanto per poter dire di possedere l’ultimo modello. E non fingerò che 1.639 euro siano un normale prezzo d’ingresso o che 3.869 euro diventino accettabili perché visualizzati come una piccola rata mensile. Apple può chiedere ciò che vuole. È il mercato, si dice. Perfetto. Anche il cliente, però, può rispondere. Io ho un iPhone, ne ho avuti tanti. Non userei altro. Ma a questi prezzi, anche no. Nemmeno a rate mensili con TIM.
  24. Nikonland Camera Profiles: i profili che Nikon non ci ha mai datoDa anni chiedo a Nikon una cosa apparentemente semplice: un’applicazione desktop agile, chiara e completa con cui leggere, salvare, modificare e ripristinare le impostazioni delle nostre fotocamere. Non un altro programma di tethering. Non un sostituto di NX Studio. Non un pannello remoto con quattro funzioni sparse. Un vero gestore di profili della fotocamera. Le Nikon professionali e semiprofessionali dispongono di una quantità enorme di impostazioni, ma continuano a costringerci a gestirle attraverso banchi di memoria dalla logica discutibile, menu sempre più profondi e touchscreen da tre pollici. Soluzioni nate quando una fotocamera aveva una frazione delle possibilità attuali e mai realmente ripensate per il fotografo contemporaneo. I banchi non sono profili nel senso moderno del termine. Non hanno nomi davvero esplicativi, non sono semplici da confrontare, non consentono di capire immediatamente cosa cambierà e cosa resterà com’è. Alcune regolazioni sono distribuite tra banchi differenti, altre dipendono dallo stato della macchina, altre ancora restano sepolte in pagine e sottopagine di menu. Con una Nikon moderna possiamo configurare praticamente ogni aspetto della ripresa, ma per farlo dobbiamo lavorare sulla fotocamera come se fossimo ancora nel 2005. Così abbiamo deciso di provarci noi. Nasce Nikonland Camera ProfilesQuella che vedete nella schermata è la prima vera ricognizione di Nikonland Camera Profiles, un’applicazione Windows sviluppata secondo la strategia che stiamo adottando per i nostri programmi più ambiziosi: Xojo per l’interfaccia e l’esperienza d’uso, C++ per il dialogo nativo con il Nikon SDK. Ognuno fa ciò che sa fare meglio. La Nikon Z8 è diventata la nostra macchina sperimentale. Collegata direttamente via USB, oggi il programma è riuscito a interrogarla e a costruire un inventario grezzo delle possibilità esposte dal Nikon Remote SDK. Il risultato è già sorprendente: 182 capability individuate; 170 capability leggibili nello stato corrente; 12 momentaneamente non disponibili; 141 dichiarate modificabili dal Nikon SDK; 3 scritture già verificate e abilitate in sicurezza. La tabella visualizzata non è l’interfaccia definitiva del programma. È il nostro punto nave tecnico: la fotografia, ancora volutamente grezza, di tutto ciò che la Z8 consente di leggere e potenzialmente modificare attraverso il collegamento USB. Per ogni voce possiamo vedere l’identificativo interno, il nome assegnato dal Nikon SDK, il tipo di dato, il valore attuale della fotocamera e l’indicazione della possibilità di scrittura. Dove una modifica non è ancora stata provata compare chiaramente come non validata. Non abbiamo alcuna intenzione di trasformare la Z8 in una cavia inconsapevole: ogni comando verrà studiato, verificato e abilitato solo quando saremo certi del suo comportamento. Mille profili, se ne voglio milleL’obiettivo finale è molto più semplice da usare di quanto lasci immaginare questa schermata tecnica. Voglio sedermi davanti ai miei due monitor 4K, collegare la fotocamera e leggere in un colpo solo la sua configurazione. Voglio salvarla con un nome comprensibile: “Monza panning”, “Ritratto in studio”, “Fauna in volo”, “Paesaggio su treppiedi”, “Bianco e nero Zf”, oppure qualsiasi altra descrizione abbia senso per me. Se desidero conservare mille profili diversi, devo poter conservare mille profili diversi. Non quattro banchi, non lettere da ricordare, non combinazioni misteriose distribuite tra menu differenti. Ogni profilo dovrà poter essere aperto, duplicato, modificato, rinominato, confrontato con lo stato corrente della fotocamera, applicato e sostituito. Dovrà essere immediatamente evidente quali impostazioni coincidono, quali differiscono e quali non possono essere trasferite nelle condizioni attuali. Prima di applicare un profilo, il programma dovrà mostrare chiaramente che cosa sta per cambiare. E possibilmente consentire di scegliere se applicare tutto oppure soltanto una parte: esposizione, autofocus, colore, qualità del file, ripresa, display, personalizzazioni e così via. Tutto questo comodamente da Windows, usando uno schermo grande, una tastiera, un mouse e nomi che abbiano un significato umano. Non vogliamo sostituire la fotocameraNikonland Camera Profiles non nasce per fotografare al posto nostro. Non deve decidere l’esposizione, inseguire il soggetto o premere il pulsante di scatto. La fotografia continua a nascere nel mirino. Il suo compito è eliminare il lavoro inutile che precede la fotografia: ricordare decine di impostazioni, attraversare menu interminabili, confrontare manualmente due configurazioni o ricostruire quella combinazione perfetta utilizzata mesi prima. Un profilo deve essere una fotografia completa dello stato operativo della macchina, conservata sul computer e pronta a essere richiamata quando serve. Potremo anche creare una nostra biblioteca di configurazioni, copiarle, archiviarle insieme a un progetto e, dove la compatibilità lo consentirà, trasferirle tra fotocamere dello stesso modello. In seguito valuteremo cosa sia possibile fare anche tra modelli differenti, senza promettere compatibilità che il Nikon SDK o le peculiarità delle singole macchine non consentono. Quella schermata è soltanto ciò che abbiamo fatto oggiÈ importante essere molto chiari: il programma mostrato qui non è ancora un prodotto finito. La schermata rappresenta il punto raggiunto durante la sperimentazione di oggi. Finalmente la catena completa funziona: la Z8 comunica con il bridge nativo scritto in C++, il bridge restituisce i dati a Xojo e Xojo li organizza nella finestra Windows senza blocchi, senza passaggi manuali e senza dipendere da altri programmi Nikon. Adesso viene il lavoro vero. Dobbiamo identificare tutte le capability utili, tradurre i nomi tecnici in un linguaggio comprensibile, interpretare correttamente valori e dipendenze, distinguere le impostazioni permanenti dagli stati momentanei della macchina e verificare una per una le possibilità di scrittura. Poi dovremo trasformare questo grande inventario grezzo in un’interfaccia semplice, ordinata e realmente utilizzabile. Nei prossimi giorni cercheremo di portare a compimento l’opera. Non sappiamo ancora fin dove il Nikon SDK ci permetterà di arrivare, ma oggi abbiamo dimostrato che la strada esiste e che la nostra idea non è soltanto teorica. Forse un giorno Nikon realizzerà finalmente l’applicazione desktop completa che le chiediamo da anni. Nel frattempo, abbiamo cominciato a costruircela da soli. Perché è già tardi.
  25. Dalla fontana triangolare con focale 20mm.
  26. Una squadra senza un padrone fa cagher. A Maranello lo dimostrano da vent’anni e io non ho più tempo da perdere aspettando il prossimo miracolo.Scriviamolo come si direbbe dalle parti di Modena, senza cercare sinonimi eleganti: una Ferrari senza un padrone fa cagher. Non intendo un azionista di maggioranza, un amministratore delegato, un presidente che appare ai Gran Premi o qualcuno che tenga in tasca le chiavi di Maranello. Per padrone intendo uno che comanda davvero, sceglie gli uomini, assegna le responsabilità, pretende i risultati e paga personalmente quando sbaglia. Uno che alla fine della giornata non dica «dobbiamo capire», perché ha già capito e ha già deciso che cosa fare. La Ferrari di Formula 1 quest’uomo non ce l’ha più da vent’anni. Ha dirigenti, organigrammi, consulenti, strateghi, tecnici, responsabili della comunicazione e una quantità industriale di persone abilissime nel raccontare perché ciò che non ha funzionato oggi funzionerà certamente domani. Ma non ha un padrone. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una squadra che cambia uomini, programmi, metodi, proclami e perfino campioni del mondo, riuscendo a lasciare immutata soltanto una cosa, la sconfitta. Ogni inverno è quello della riscossa, ogni presentazione segna l’inizio di un nuovo ciclo, ogni primavera porta le prime spiegazioni e ogni autunno ci ritroviamo a parlare dell’anno successivo. Sono stanco. E, francamente, alla mia età non ho altri vent’anni da regalare alla speranza che prima o poi a Maranello qualcuno rimetta insieme i pezzi. Non c’è più tempo e temo non ci sia nemmeno rimedio, perché il problema non è una sospensione, una strategia sbagliata, una galleria del vento o la correlazione con il simulatore. Il problema è un sistema nel quale nessuno sembra disporre contemporaneamente dell’autorità per decidere e della responsabilità per rispondere dei risultati. Tutti partecipano, nessuno comanda. E quando nessuno comanda, la Ferrari diventa una marca di automobili che incidentalmente iscrive due vetture al Mondiale di Formula 1. Per me può bastare così. Non sono mai stato un tifoso nel senso calcistico del termine. Sono un appassionato di automobili. Mi interessano le macchine, la tecnica, il talento, la velocità. In fondo, di chi le guida mi importa relativamente: se uno è bravo, è bravo anche se non indossa la tuta del colore che qualcuno vorrebbe impormi. Amo anche le Mercedes. Se potessi scegliere senza guardare il conto in banca, nel mio garage al posto della Cupra ci sarebbe una AMG GT. Perciò non avverto alcun conflitto morale nel guardare una Mercedes di Formula 1 e sperare che vinca. Eppure la Ferrari è entrata nella mia vita molto prima che sapessi che cosa fosse la Formula 1. Avevo cinque anni quando mio padre mi regalò una spider a pedali. Era rossa, naturalmente. Aveva il clacson e perfino i fari illuminati dalle pile. Con quella macchina correvo dappertutto, anche se non sapevo ancora andare in bicicletta e a piedi ero una schiappa. È probabile che una parte del mio rapporto con le automobili sia cominciata proprio lì, dentro quella piccola spider rossa spinta da due gambe troppo corte. Ma i ricordi non possono diventare una condanna. Non si è obbligati a sostenere per tutta la vita una squadra soltanto perché da bambini si guidava una macchinina rossa. L’affetto si può conservare; la fiducia, quando viene tradita abbastanza a lungo, finisce. Oggi c’è Andrea Kimi Antonelli. Quando vedo quel ragazzino italiano con i riccioli lanciare la sua Mercedes tra i muretti di Montecarlo, penso a una sola persona: Ayrton Senna, quasi mio coetaneo, il Dio della Formula 1 e soprattutto delle qualifiche decise all’ultimo giro. Non sto dicendo che Antonelli sia Senna. Nessuno è Senna e nessuno lo sarà mai. Ma riconosco la stessa specie di coraggio: quello di chi arriva all’ultimo tentativo sapendo che deve andare più forte di tutti e parte senza lasciare spazio al dubbio. A Montecarlo Antonelli ha conquistato la pole proprio con l’ultimo giro della Q3 e poi ha vinto la gara. Adesso ha vinto anche a Monza partendo diciannovesimo. Un italiano non vinceva il Gran Premio d’Italia da sessant’anni. Lo ha fatto lui, con una Mercedes, mentre la Ferrari trovava ancora una volta il modo di ricordarci che il blasone non guida la macchina, non sceglie la strategia e non taglia il traguardo. Antonelli non ha bisogno di vestirsi di rosso per rappresentare l’Italia. Oggi l’Italia in Formula 1 è lui: il suo talento, la sua faccia pulita, i suoi riccioli, la sua incoscienza controllata e quella naturalezza con cui sembra fare cose che per gli altri richiedono riunioni, simulazioni e interminabili analisi dei dati. Qualcuno penserà che prima o poi finirà alla Ferrari, magari quando il pur grandissimo ma ormai stagionato Hamilton andrà in pensione. Io non ci credo. Gli Antonelli hanno Mercedes e AMG nel sangue. Mercedes lo ha allevato, protetto e portato in Formula 1; gli ha dato fiducia quando era ancora soltanto una promessa e ora raccoglie ciò che ha seminato. Non vedo perché dovrebbe lasciarla per entrare nel tritacarne di Maranello. E spero che non lo faccia. Io continuerò ad amare le Ferrari stradali e seguirò con interesse la Ferrari nel WEC, che è un’altra organizzazione, un’altra storia e soprattutto un’altra dimostrazione di ciò che Maranello sa ancora fare quando esistono obiettivi chiari, responsabilità riconoscibili e persone messe nella condizione di lavorare. Ma con la Ferrari di Formula 1 ho chiuso. Anche se un giorno Antonelli dovesse davvero arrivare a Maranello, non tornerei indietro per questo. Continuerei a tifare per lui, non per la squadra che eventualmente gli avrà cambiato il colore della tuta. Perché non sono diventato mercedesista. Sono diventato antonelliano. Non è un tradimento. È la conclusione logica di vent’anni buttati ad aspettare una Ferrari che non esiste più. Il Cavallino resterà nella memoria, insieme alla spider rossa a pedali, al clacson e ai fari alimentati dalle pile. Ma da oggi, quando si spegneranno i semafori, io guarderò la macchina con la stella. E tiferò per quel ragazzino italiano con i riccioli. A Enzo Ferrari sarebbe piaciuto Kimi Antonelli?Sì, moltissimo. Non soltanto perché è italiano, ma perché possiede quasi tutto ciò che il Vecchio cercava in un pilota: velocità naturale, coraggio, freddezza e quella capacità rarissima di giocarsi tutto nell’ultimo giro senza lasciare spazio al dubbio. Un ragazzo con i riccioli che conquista Montecarlo e vince a Monza partendo dal fondo avrebbe acceso irresistibilmente la sua immaginazione. Enzo Ferrari non avrebbe aspettato che Antonelli bussasse alla porta di Maranello. Avrebbe cercato personalmente di strapparlo alla Mercedes, poi lo avrebbe messo contro il compagno di squadra, tormentato attraverso i giornali e probabilmente reso infelice. Ma avrebbe fatto qualsiasi cosa per averlo sulla propria macchina. Il problema è proprio questo: oggi Enzo Ferrari non c’è. E a Maranello non è rimasto nessuno capace di riconoscere un destino, decidere di inseguirlo e assumersi personalmente la responsabilità di conquistarlo.
  27. Anche se non lo danno a vedere, caro Cristian, e non ti daranno mai soddisfazione apertamente, loro assorbono tutto. Ho due figli di 25 e 23 anni ed io non ho mai cercato di coinvolgerli direttamente nelle mie passioni ma le ostentavo apertamente. Il grande mi ha rubato una decina di anni fa la D80 e successivamente la Z50 con due fissi senza le nostre paturnie relative alla iper definizione, aberrazioni cromatiche o altre cagate (come dicono loro) producendo foto notevoli. Per quanto riguarda la musica, quando mi sono regalato uno "stereo" di qualità ho inserito un ricevitore bluetooth e Spotify family proprio per loro. E lo usano quando noi genitori non ci siamo. Loro sono spugne e assorbono ciò che vedono in casa anche se non ci diranno mai "grazie papi". Ma non disperate, non è impossibile perchè poco settimane fa mio figlio grande ci ha detto che siamo i migliori genitori che conosce. Non nego che sono rimaso sorpreso e commosso. Adesso mi viene da chiedere a voi, adulti o boomer, quante e quali passioni avete "preso" dai vostri genitori? onestamente. Io credo che i nostri genitori possano dire la stessa cosa che ha scritto Mauro lassù, in alto, in apertura.... E' una ruota che gira e loro non sono noi, hanno diverse passioni e diversi sogni. Cerchiamo di non stroncarglieli. Cerchiamo di spronarli, di incoraggiarli, di non aver paura di sbagliare, di osare.....
  28. Mauro, applauso. Eh ma non c’è mica rimedio. Sono ragazzi iperstimolati, senza spazi, che non possono mai restare da soli in sana solitaria attesa , non hanno tempi vuoti, quelli in cui far crescere il cervello. Non sognano più, accendono lo smartphone e cercano lì dentro qualcosa che possa sostituire i sogni. Non lo trovano ma non se ne accorgono e il tempo passa lo stesso. Io ho pena per questi ragazzi, vi rendete conto che non hanno mai vissuto fenomeni di condivisione universali, ma vi ricordate cosa fu La Febbre del Sabato sera, lo Squalo, Guerre Stellari ….. oh, e quando uscì Thriller di Jackson??? Uhhhhhh, usciva anche dai tombini. I ragazzi dei paesi “emergenti” ci somigliano di più. In ditta ne passano un po’. E quelli sperano, desiderano, combattono e sognano. A noi è andata bene, siamo stati fortunati. Conosciamo la Passione, abbiamo imparato a sognare e ne godiamo quotidianamente. Checculo, fidatevi, checculo!
  29. Mia figlia ha 25 anni. Conosce benissimo la differenza fra una macchina fotografica e uno smartphone ma al momento non si vuole impegnare. Però fotografa con lo smartphone cercando di fare inquadrature sensate e corrette. L'anno scorso in Namibia ha voluto usare Z50II e 70-180. Ma ha sofferto il dover imparare le regolazioni, o meglio le ho dovute fare io per lei. Tornata a casa ha parcheggiato le foto sul PC e credo che non le abbia mai guardate, presa da altre attività e priorità. Potenzialmente è una fotografa, chissà se si vorrà impegnare.
  30. Ci vorrebbe Enzo Ferrari. O la #50 Che ieri ha vinto in Texas dopo che la #51 é partita in pole position.
  31. Come ogni anno, in corrispondenza del Gran Premio di Monza fanno un paio di giri sopra la mia testa per poi prendere il largo. Li fotografo sempre perchè... sono belli. Quest'anno l'aria calda ed umida ha ridotto la nitidezza. Sono dei crop, il primo spinto (meno di 3000 pixel lato lungo), gli altri più moderati (4500 pixel lato lungo). Z8 e Tamron 150-500mm Z.
  32. 5 Ginevra fotografata ad Arese nel 2022. Zfc con Nikkor Z 40mm f2 Dati di scatto: 1/250 f2 200 ISO; usato un flash con bank sulla destra. Sviluppo in LR. Zfc con Nikkor Z DX 16-50mm f/3.5-5.6 VR Dati di scatto: 1/250 f/6.3 400 ISO; luce naturale Sviluppo in LR, abbastanza complicato.
  33. Condivido qualche scatto di questa mattina di 2 Canadair impiegati a spegnere un incendio a circa 13-15km di distanza. Armato di flightradar scendo sperando che non vadano a cambiare il punto di rifornimento. (cosa già successa più volte) sullo sfondo una zona che spesso prende (diciamo prende...) fuoco durante le estati, si vedono i segni dell'ultimo. La domina Salerno, da tutte quelle antenne partono segnali FM/DAB e televisivi. Il sole di settembre picchia ancora. Dopo qualche passaggio, rientro anche io. Tutto con il 70-180 G2, tutti crop dal leggero a qualcosa di più spinto. Questa volta sono stato fortunato perchè erano relativamente vicini e non hanno cambiato punto mentre sono sceso, ma il sole era nel posto peggiore: non si può avere tutto.
  34. 3 points
    Due foto d'archivio del 2017 Dove sei? Se tarda ancora me ne vado!!! quale funziona meglio?
  35. Saranno nove, con autofocus e copertura del sensore RED V-RAPTOR [X] VV. Il primo nome è quello del 50mm. Per prezzi e disponibilità bisogna ancora aspettare. L’attesa degli obiettivi cinematografici Nikon comincia a trovare una risposta concreta. L’8 settembre 2026 Nikon ha annunciato lo sviluppo della serie NIKKOR Z CINEMA T1.9 VV, composta da nove obiettivi, tra i quali viene identificato il 50mm T1.9 VV. La destinazione dichiarata comprende cinema, produzioni di alto livello e creatori di contenuti. È un annuncio di sviluppo: non coincide ancora con l’apertura delle vendite. Comunicato ufficiale Nikon Due caratteristiche definiscono il progetto: autofocus ad alta precisione e un cerchio d’immagine capace di coprire il sensore da 40,96 × 21,60 mm della RED V-RAPTOR [X] VV. Nikon presenta questa copertura come una prima assoluta per una serie NIKKOR. La filosofia progettuale dichiarata riguarda tanto la resa cinematografica quanto la praticità nell’impiego professionale. Presentazione Nikon Per noi, il dato editoriale più significativo è la dimensione della famiglia. Annunciare nove obiettivi significa prospettare un corredo, con la possibilità di accompagnare una produzione attraverso inquadrature e distanze differenti. Quanto questo corredo sarà omogeneo, nella resa e nell’uso, andrà naturalmente verificato quando avremo informazioni e prodotti definitivi. L’autofocus merita altrettanta attenzione. In una ripresa il fuoco è anche un movimento narrativo: deve raggiungere il soggetto, ma può doverlo fare con una progressione precisa, senza esitazioni o correzioni visibili. Per giudicare questi obiettivi ci interesseranno quindi la fluidità delle transizioni, la ripetibilità e il controllo offerto all’operatore, oltre alla capacità di seguire un soggetto. La semplice dichiarazione della presenza dell’AF apre una prospettiva; non descrive ancora come sarà realizzata. Anche sul piano ottico le domande saranno diverse da una graduatoria di nitidezza. Vorremo osservare la continuità cromatica passando da una focale all’altra, il comportamento delle alte luci fuori fuoco, i riflessi, le transizioni tra piani e la variazione dell’inquadratura durante la messa a fuoco. Sono aspetti che, in una sequenza, possono contare quanto la risoluzione del singolo fotogramma. Quello che sappiamo oggi Voce Informazione ufficiale Famiglia NIKKOR Z CINEMA T1.9 VV Numero di obiettivi Nove Modello identificato 50mm T1.9 VV Copertura dichiarata Sensore RED V-RAPTOR [X] VV Messa a fuoco Autofocus ad alta precisione Altre focali, prezzi e consegne Non comunicati Non sono ancora disponibili nel comunicato pesi, dimensioni, schemi ottici e MTF. Nikon avverte inoltre che l’aspetto del prodotto definitivo potrebbe differire da quello mostrato. Fonte della tabella e stato del progetto La nostra lettura è che il rapporto Nikon–RED stia cominciando a prendere forma anche davanti al sensore. Una famiglia di ottiche è un impegno industriale e una proposta di continuità per chi costruisce un corredo professionale. Adesso aspettiamo di conoscerne focali, meccanica, prestazioni e costo: saranno questi elementi a dirci quanto il progetto sia ambizioso anche nella pratica. Notizia aggiornata all’8 settembre 2026. Le caratteristiche riportate sono dichiarazioni del produttore; non costituiscono una prova degli obiettivi.
  36. 3 points
    Per ottenere quest'immagine ho inquadrato in modo da centrare e le figure scultoree attraverso il primo degli archi dell'edificio in primo piano il che, grazie anche al gioco di chiaroscuri, crea una composizione secondo me originale. Alla prossima, Joe
  37. Sarebbe davvero un’ottima iniziativa e spero che si possa realizzare. Lo stacking non si deve pensare che sia relegato solo alla macro o allo still life; io lo uso prevalentemente nelle foto di orchidee selvatiche, ma capita di utilizzarlo anche in foto di paesaggio con con soggetti in primissimo piano anche con ottiche grandangolari proprio perché, come riportato nell’articolo, se è vero che possiamo aumentare la pdc chiudendo il diaframma, sarebbe meglio utilizzare i diaframmi “migliori” e poi unire quei tre o quattro scatti, nel caso di grandagolo, per avere le parti a fuoco che vogliamo Noi e con la massima qualità possibile. Si Mauro, ci serve un sw semplice, io mi sono rotto tutte le volte di dover studiare software o plugin che sembrano astronavi 😂, voglio scattare e in poco tempo avere una foto praticamente pronta.
  38. Mi spiace aver toccato un "nervo scoperto" ma il malessere, vi assicuro, è anche il mio. Dopo aver visto che il grosso dei "giovani" presenti al Gran Premio di Monza ci è andato per partecipare alle "cretinate" della Fanzone, raccogliere autografi e selfie, comprare minchiate a caro prezzo e poi fare l'invasione di campo di rito, chi ha vinto ha vinto. Sembrerebbe O/T ma è la stessa cosa. Io in autodromo ci vado perché ci sono le macchine da corsa che corrono ! Stesso discorso per musica, strumenti musicali, apparecchi audio, fotografia, automobili ... donne !
  39. In effetti facendo vedere l'immagine alle 3 donne della mia famiglia si sono squartate dal ridere... difficile non coglierne l'amarissima verità...mancava ridesse anche la gatta, che ormai è diventata, suo malgrado, la mia modella preferita, perchè quando cerco di fotografarla, invece di grugnire come le altre umane, si limita a strizzare gli occhi come sempre fanno i felini per dirti: non rompermi le @@! Però, c'è un però.... la piccola di casa, con mio malcelato orgoglio, quando siamo a spasso con ferraglia al seguito, gradisce prendere in mano le macchine quasi più grandi di lei per avventurarsi in qualche scatto. E fa anche domande, cerca di capire...potrete immaginare che lacrimone mi spunti... Vedremo, se son rose fioriranno...sta entrando in adolescenza, periodo nel quale probabilmente catalogherà tutto nel reparto "antiquariato di papà " e lo metterà sulla baia a tempo debito Ma io ancora ci credo al: "Piccole Nikoniste crescono"
  40. In preparazione un upgrade di Filmbox : le foto selezionabili adesso sono diventate 4 (dallo stripbox in alto) e sarà probabilmente possibile caricare anche un NEF personale temporaneo per vedere l'effetto in tempo (quasi) reale al cambiare della pellicola. Sto programmando a due mani, Real Basic e C++ Microsoft. Dal Texas e la California, per arrivare sul Lago di Como ... appena funziona il bridge con l'SDK Nikon pubblicherò una nuova beta. Stay tuned.
  41. Ho affidato a ChatGPT l’analisi completa del database di Nikonland. Non per ottenere altre tabelle, ma per capire come si sta comportando realmente il pubblico mentre il sito cambia. Nel 2026 Nikonland compie vent’anni. Vent’anni insieme, dal 2006 al 2026. Abbastanza per fermarsi un momento, guardare ciò che abbiamo costruito e domandarci con franchezza come stia andando il sito. Finora abbiamo risposto soprattutto attraverso impressioni personali: il numero dei commenti, gli utenti presenti, la vitalità percepita di una discussione. Questa volta ho voluto andare più a fondo. Ho fornito a ChatGPT il dump completo del database di Nikonland: 250 tabelle, fotografate alla mattina del 7 settembre 2026. Gli ho chiesto di confrontare il periodo dal primo gennaio al 7 settembre 2026 con lo stesso periodo del 2025 e di esaminare l’intero archivio degli articoli. Non gli ho chiesto un foglio Excel. Gli ho chiesto una diagnosi. E gli ho chiesto di non addolcirla. Una parte dell’accelerazione editoriale del 2026 nasce anche dal mio lavoro con ChatGPT, che mi aiuta nella ricerca, nell’organizzazione dei dati, nel confronto delle fonti e nella preparazione dei testi. Le idee, le fotografie, i giudizi e la responsabilità editoriale restano miei. Ma oggi riesco a produrre di più e più velocemente anche grazie a questo strumento. Quello che volevo scoprire era come avrebbe reagito il pubblico. La risposta breveNikonland nel 2026 sta meglio che nel 2025, ma non cresce nello stesso modo in tutte le sue parti. La presenza media contemporanea degli iscritti è aumentata di circa il 12%. Non è un’esplosione, ma è una crescita reale e abbastanza regolare: la media passa da 7,8 a 8,8 utenti collegati, la mediana da 8 a 9 e anche i picchi sono più alti. Non possiamo invece ricostruire con precisione l’andamento storico di tutte le visite anonime. Il database conserva il contatore complessivo di lettura dei contenuti, ma non la sua progressione giorno per giorno. Inoltre, i dati relativi agli ospiti sono disponibili soltanto da marzo 2026 e comprendono una quantità significativa di robot e motori di ricerca. Non sarebbe quindi corretto sostenere che le visite complessive siano aumentate di una determinata percentuale. Possiamo però osservare con precisione che cosa è stato pubblicato, letto, commentato e apprezzato dagli iscritti. E qui il cambiamento è evidente. Molta più produzione, con una risposta concretaNei primi otto mesi abbondanti del 2025 Nikonland aveva pubblicato 78 articoli. Nello stesso periodo del 2026 ne ha pubblicati 208: quasi il triplo. I commenti agli articoli sono passati da 1.387 a 2.730, con un aumento del 97%. Se togliamo le risposte scritte dagli stessi autori, la crescita resta dell’80%. Il numero delle persone che commentano gli articoli, invece, è rimasto sostanzialmente fermo: erano 59 nel 2025 e sono 58 nel 2026. Questo dato deve però essere letto alla luce di una precisa regola di Nikonland: il semplice iscritto non può commentare e non può aprire un proprio blog. Per farlo deve compiere il passaggio successivo e diventare Nikonlander. Il numero dei commentatori non rappresenta quindi l’intero pubblico e neppure tutti gli iscritti. Misura l’attività di quella parte della comunità che ha ottenuto la possibilità di partecipare attivamente. All’interno di questo gruppo l’attività è aumentata molto. Non si è però ancora allargata la base dei partecipanti agli articoli. C’è anche un inevitabile effetto di diluizione. I commenti medi per ogni nuovo articolo sono scesi da 14,2 a 11,6. Pubblicando quasi tre volte tanto, ogni contenuto dispone di meno tempo per restare in primo piano e raccogliere una discussione propria. Questo non significa che stiamo pubblicando troppo. Significa che non avrebbe senso accelerare ulteriormente senza scegliere. La quantità ha funzionato perché accompagnata da una proposta editoriale riconoscibile. Adesso bisogna difenderne la qualità. Gli articoli che corrono più rapidamente confermano quali siano i filoni più efficaci: guide pratiche, confronti tra apparecchi, compatibilità degli obiettivi, autofocus, sensori, mercato e prese di posizione nette. Funzionano tanto il servizio utile quanto l’opinione, purché entrambi siano fondati e riconoscibili. Anche gli articoli dedicati alla musica hanno ottenuto velocità di lettura sorprendenti. Il pubblico segue Nikonland fuori dal perimetro strettamente fotografico quando incontra competenza, esperienza personale e una voce autentica. I blog sono diventati il principale spazio di partecipazioneNel periodo considerato, gli interventi nei blog sono passati da 159 a 316. I commenti sono cresciuti da 2.029 a 5.238, mentre i commentatori distinti sono saliti da 77 a 137. È uno dei risultati più importanti dell’analisi. La partecipazione non si è limitata ad aumentare in volume: è diventata più larga. I commenti medi per intervento sono cresciuti del 30%, nonostante il raddoppio delle pubblicazioni. Bisogna però leggere correttamente anche questo dato. I normali articoli dei blog personali sono rimasti quasi invariati: 110 nel 2025 e 111 nel 2026. La crescita è arrivata soprattutto dalle iniziative organizzate, dai Club e dai progetti dotati di una continuità editoriale. Il pubblico di Nikonland risponde meglio quando trova una proposta, un argomento e un appuntamento riconoscibili. Non basta mettere a disposizione uno spazio vuoto aspettando che si riempia da solo. Anche le reazioni confermano un coinvolgimento più diffuso: sono aumentate del 23%, le persone che le usano del 30% e quelle che le ricevono del 46%. È una forma di partecipazione leggera, ma non irrilevante. Dice che più persone si accorgono dei contenuti e manifestano la propria presenza. LA PORTA RESTA APERTALe nuove iscrizioni sono passate da 28 a 104. È un incremento molto forte, che deve essere messo in relazione anche con la decisione presa per Nikonland: adesso LA PORTA RESTA APERTA. Questo significa che l’ingresso nel sito non viene più chiuso periodicamente. Chi vuole conoscere Nikonland, seguirne i contenuti e avvicinarsi alla comunità può entrare. La porta aperta non elimina però il passaggio necessario per partecipare attivamente. Iscriversi non significa automaticamente diventare Nikonlander. Finché non si compie quel passaggio non è possibile commentare né aprire un blog. Dei 104 nuovi iscritti del periodo, 68 risultano ancora nel gruppo iniziale e 34 sono diventati Aspiranti Nikonlander. Soltanto 43 hanno già pubblicato almeno un contenuto. Non considero necessariamente questo rapporto un fallimento. È anche la conseguenza del modello che abbiamo scelto: ingresso libero, ma partecipazione consapevole. Nikonland è aperta a tutti, senza trasformarsi in una piattaforma nella quale chiunque entri possa immediatamente depositare qualsiasi cosa. La sfida sarà accompagnare più nuovi iscritti verso il ruolo di Nikonlander, spiegando meglio che cosa significhi e facendo capire che qui non si cercano clienti, utenti passivi o collezionisti di “mi piace”. Si cercano persone interessate a condividere fotografia, esperienza e conoscenza. La porta resta aperta. Ma entrare davvero richiede una scelta. Il forum non è morto: ha cambiato funzioneA prima vista, i numeri del forum sembrano negativi. Le nuove discussioni sono diminuite del 14% e i messaggi del 25%. Anche l’attività è più concentrata nelle mani dei partecipanti più assidui. Ma il totale nasconde uno spostamento preciso. Quasi tutta la diminuzione proviene dalla vecchia sezione Fotografia e dai concorsi ormai chiusi. Se escludiamo queste aree, i messaggi nel forum pubblico sono aumentati del 21%. La sezione dedicata al materiale fotografico cresce del 10%. L’aiuto online sostanzialmente tiene. Open Space passa da 137 a 245 messaggi. Il Mercatino cresce nettamente e anche le aree collegate ai Club registrano un aumento superiore al 20%. Il forum non sta semplicemente perdendo pubblico. Sta smettendo di essere il contenitore universale di Nikonland e si sta specializzando nelle funzioni per cui è più adatto: richieste di aiuto, discussioni tecniche, conversazioni, scambi e attività dei gruppi. Una parte della conversazione fotografica si è trasferita nei blog e nei Club. È uno spostamento coerente con la direzione scelta. Il nuovo Club Fotografia era nato da appena dieci giorni quando è stato effettuato il dump. Sarebbe assurdo giudicarlo ora: serviranno alcuni mesi per capire se riuscirà a trasformare quella scelta in partecipazione stabile. Le Gallery non sono morte da sole: le ho fermate ioI numeri delle Gallery sono drastici. Le fotografie pubblicate sono scese da 587 a 525, ma gli autori da 35 a 7 e i commenti da 395 a 53. Inoltre, 443 delle 525 immagini del 2026 sono state caricate da me. Non nascondo il dato, ma non intendo nemmeno lasciarlo privo della sua spiegazione. Le Gallery erano sempre più utilizzate come un surrogato di Facebook: fotografie depositate rapidamente, apprezzamenti automatici, scarsa discussione e quasi nessun approfondimento. Era l’opposto dello scopo di Nikonland. Per questo le ho deliberatamente inibite, cercando di indirizzare fotografie e conversazioni verso articoli, blog, Club e discussioni strutturate. Il crollo dell’attività nelle Gallery non è quindi un fenomeno subito dal sito. È l’effetto previsto di una scelta editoriale. La domanda corretta non è se le Gallery siano diminuite, ma se il pubblico si sia spostato altrove. I dati dicono di sì: aumentano fortemente gli interventi nei blog, i commenti, le reazioni e l’attività nelle altre sezioni del forum. Non tutto il traffico perduto dalle Gallery può essere seguito individualmente, ma la redistribuzione complessiva è visibile. Nikonland non vuole imitare un social network. Vuole che una fotografia sia l’inizio di un racconto, di un confronto o di un’esperienza condivisa, non soltanto un’altra immagine da scorrere. Vent’anni diventati archivioNikonland conserva 1.454 articoli pubblicati, che hanno totalizzato quasi 7,8 milioni di letture e più di 28.000 commenti. Non sono soltanto numeri. Sono il sedimento di vent’anni di prove, anticipazioni, fotografie, discussioni, errori, incontri e cambiamenti tecnologici. Il 90% degli articoli ha superato le mille letture, il 61% ne ha superate tremila e quasi il 38% è andato oltre le cinquemila. Soltanto una piccola parte del traffico dipende dai contenuti più popolari: il primo 10% degli articoli raccoglie circa un terzo delle letture complessive. Non abbiamo pochi successi isolati circondati dal deserto. Abbiamo un archivio lungo e ancora utilizzato. Gli articoli con più di due anni raccolgono l’88% delle letture complessive. Quelli pubblicati da oltre cinque anni generano ancora più della metà di tutte le visualizzazioni registrate. Guide, prove di fotocamere e obiettivi, compatibilità, adattatori, storia Nikon e articoli editoriali continuano a lavorare per anni. Sono il capitale permanente del sito e la principale porta d’ingresso per chi arriva da una ricerca. L’attualità produce picchi. La conoscenza costruisce Nikonland. Adesso c’è anche SaraIn questo ventesimo anno compare inoltre una presenza nuova: Sara. Sara è stata pensata come presenza editoriale e visiva di Nikonland, capace di rispondere a quesiti, offrire indicazioni e accompagnare il lettore nel nostro mondo fotografico con un linguaggio più immediato. Non sostituisce gli autori, i Nikonlander o la discussione tra persone. È un nuovo punto di accesso alla conoscenza accumulata dal sito e, nello stesso tempo, un altro esperimento sul futuro di Nikonland. Dopo vent’anni non vogliamo limitarci a celebrare ciò che siamo stati. Vogliamo utilizzare strumenti nuovi per rendere più accessibile quello che sappiamo, senza rinunciare alla nostra identità. Anche Sara fa parte di questa evoluzione. Variazioni Goldberg: formalmente un Club, in realtà un minisitoVariazioni Goldberg compare tecnicamente tra i Club di Nikonland, ma sarebbe fuorviante considerarlo soltanto uno spazio di aggregazione tra iscritti. È ormai un vero minisito dedicato alla musica, con una propria identità editoriale, rubriche, recensioni, monografie e progetti di lungo periodo. I numeri confermano una vitalità notevole. Dal primo gennaio al 7 settembre 2026 sono stati pubblicati 96 interventi, contro i 40 dello stesso periodo del 2025: una crescita del 140%, equivalente a più di una nuova pubblicazione ogni tre giorni. I nuovi contenuti del 2026 avevano già raccolto, alla data del dump, quasi 30.000 letture, contro le 17.400 complessivamente raggiunte da quelli pubblicati nello stesso periodo del 2025. I commenti alle nuove pubblicazioni sono saliti da 150 a 242, con un aumento del 61%. Ancora più significativo è l’allargamento della partecipazione: i commentatori distinti sono passati da 11 a 27. Il motore editoriale rimane concentrato — nel periodo gli autori sono soltanto tre — ma intorno a esso il pubblico si sta facendo più numeroso e presente. È lo stesso modello che emerge per Nikonland nel suo complesso: una proposta forte e continuativa prodotta da poche persone, alla quale risponde una comunità più ampia. Considerando tutto l’archivio attualmente raccolto nel Club, Variazioni Goldberg conta 685 pubblicazioni, circa 575.000 letture e oltre 2.100 commenti. Numeri tutt’altro che marginali per un sito nato e conosciuto soprattutto per la fotografia e il materiale Nikon. Il lavoro sulle Cantate di Johann Sebastian Bach ne è il progetto più ambizioso: un archivio ragionato in italiano, costruito progressivamente con criteri uniformi e destinato a restare consultabile nel tempo. Accanto a Bach trovano posto il repertorio classico, le nuove registrazioni, il jazz e la musica del Novecento, fino al rock. Il pubblico di Nikonland non si interessa quindi esclusivamente di fotocamere e obiettivi. Segue volentieri argomenti differenti quando riconosce competenza, continuità e una voce editoriale precisa. Variazioni Goldberg non disperde l’identità di Nikonland: ne applica lo stesso metodo a un’altra passione. È un Club per collocazione tecnica. Per concezione, dimensioni e contenuti è già una seconda rivista dentro Nikonland. Quello che siamo realmenteL’analisi rende evidente un fatto strutturale che non deve essere nascosto. Io ho pubblicato il 69% degli articoli dell’intero archivio. Insieme a Max arriviamo al 91,5% e a oltre il 93% delle letture complessive. Nikonland non è una comunità che produce spontaneamente una rivista. È una rivista realizzata da un nucleo editoriale molto piccolo, intorno alla quale si è formata una comunità. È contemporaneamente la nostra identità, il nostro punto di forza e la nostra maggiore fragilità. Nel 2026 il motore editoriale ha accelerato, anche grazie agli strumenti di intelligenza artificiale che mi consentono di lavorare più rapidamente. Il pubblico non ha prodotto più articoli, ma ha reagito: ha letto, commentato, partecipato ai blog, utilizzato i Club ed espresso molte più reazioni. Questa era la verifica che cercavo. Non volevo dimostrare che il sito fosse diventato improvvisamente più grande. Volevo capire se una Nikonland più veloce, più diretta, meno dispersiva e ancora meno simile a Facebook avrebbe incontrato una risposta. La risposta, finora, è positiva. Non è però un’autorizzazione a riempire il sito indiscriminatamente. La strada indicata dai dati è più precisa: articoli destinati a durare, opinioni nette, iniziative ricorrenti e spazi nei quali la partecipazione abbia un significato. Questo dump diventa adesso il nostro punto zero. Ripetendo periodicamente la stessa fotografia del database potremo misurare le letture effettivamente maturate da ogni contenuto, osservare gli spostamenti del pubblico e distinguere ciò che ci sembra interessante da ciò che interessa davvero ai lettori. Nel 2006 abbiamo aperto Nikonland. Nel 2026 festeggiamo vent’anni, lasciamo la porta aperta, introduciamo Sara e continuiamo a sperimentare. Renderemo pubblici anche i prossimi risultati, compresi quelli che non ci piaceranno. Perché Nikonland non deve diventare un social network. Deve continuare a diventare sempre più Nikonland.
  42. E tu non hai figli...😜 Pensa al mio rovello !!!
  43. Howard Roark è l'architetto protagonista de La fonte meravigliosa di Ayn Rand, romanzo del 1943 portato al cinema nel 1949 con Gary Cooper. Per chi non abbia letto il libro — e immagino siano molti, anche tra i tre lettori abituali di Nikonland — bastano poche righe. Roark progetta ciò in cui crede, non copia, non cerca consenso, non modifica un edificio per renderlo più gradito a chi non ne condivide l'idea. Alla fine accetta di progettare Cortlandt Homes ponendo una sola condizione: che il progetto venga costruito esattamente come lo ha concepito. Quando quella condizione viene violata, distrugge l'edificio e finisce sotto processo. È in quel momento che, dopo avere lasciato parlare per tutto il romanzo soprattutto ciò che costruisce, Roark finalmente parla lui. «Il creatore crea. Gli altri arrivano dopo». Ayn Rand, naturalmente, è volutamente estrema e non occorre sposarne la filosofia per riconoscere la forza dell'idea che sta sotto quelle parole: qualcosa di nuovo esiste perché qualcuno, prima degli altri, lo ha immaginato. «Il creatore vive per il suo lavoro». Non per un questionario, non perché un comitato ne abbia certificato preventivamente l'utilità e nemmeno perché una maggioranza abbia espresso il proprio gradimento. Prima qualcuno vede, poi costruisce; gli altri, eventualmente, arrivano dopo. È pensando a Roark che mi sono accorto di quello che sta succedendo oggi su Nikonland. Per vent'anni abbiamo fotografato, scritto articoli, provato macchine e obiettivi, discusso di tecnica e cercato di raccontare la fotografia secondo il nostro modo di intenderla. Adesso sto facendo qualcosa di diverso: quando mi serve uno strumento che non esiste, mi domando se possiamo costruirlo; quando esiste ma è inutilmente complicato, costoso oppure concepito secondo una logica che non condivido, mi domando se possiamo farlo diversamente. Sono nati così ShootMetrics, ExifReader e FilmBox; poi Iperfocale Web. Adesso FilmBox Lab, Remote Focus, Nikonland Focus e, intorno, altri strumenti che stanno prendendo forma, fino a quel database Nikon che vorrei capace non soltanto di raccontare settant'anni di fotografia, ma anche di rispondere alla domanda molto concreta di chi oggi possiede una vecchia D90 e non sa quale obiettivo comprare. Non abbiamo fatto una ricerca di mercato per nessuno di questi progetti. Nascono perché vedo qualcosa che manca. E qui il vecchio Roark torna ad essere fastidiosamente pertinente: «Il creatore pensa, il parassita copia». Anche questa è una formulazione brutale, ma il problema esiste. Internet funziona ormai soprattutto al contrario: prima si studia che cosa interessa al pubblico, si misura il traffico, si osserva quello che funziona altrove, si individuano le tendenze e infine si produce qualcosa che abbia ragionevoli probabilità di essere accolto. È un metodo legittimo, semplicemente non è il mio. Non so quante persone useranno Nikonland Focus, non so quante abbiano realmente bisogno di FilmBox Lab e non so se il database che abbiamo in mente diventerà uno strumento consultato ogni giorno oppure verrà frequentato da cinquanta nikonisti irriducibili. La domanda che mi faccio è un'altra: vale la pena costruirlo? Se la risposta è sì, proviamo. E possibilmente cerchiamo di costruirlo secondo una regola che negli ultimi mesi è diventata sempre più netta: deve fare bene ciò per cui è nato e non deve diventare un'altra cosa. Remote Focus deve acquisire bene uno stack; Nikonland Focus deve trasformarlo automaticamente in una fotografia pulita e stampabile senza pretendere che il fotografo diventi uno specialista del compositing; FilmBox deve permetterci di usare sulle nostre Nikon le nostre interpretazioni del colore, non diventare Photoshop; Iperfocale deve aiutare il fotografo a capire prima di uscire come affrontare una situazione reale, non trasformarsi nell'ennesimo calcolatore da consultare mentre si dovrebbe fotografare. Anche questa, per me, è parte della creazione: sapere che cosa non mettere. Dire no alla funzione aggiunta perché “potrebbe servire”, alla complicazione che rende il programma più impressionante ma meno utile, alla tentazione di imitare quello che esiste già soltanto perché esiste già e, soprattutto, all'idea che una cosa debba essere approvata prima ancora di essere tentata. Roark arriva al processo perché ha portato questa concezione fino alla conseguenza più estrema. Davanti alla giuria dice: «Ho progettato Cortlandt. Ve l'ho dato. L'ho distrutto». Non sta cercando di diventare simpatico e non chiede agli altri di approvare il suo modo di vivere. È stato costretto a spiegarsi e, a quel punto, espone pubblicamente le regole secondo cui ha sempre lavorato. Credo che sia proprio questo a completare la sua parabola: Roark non scopre chi è davanti alla giuria, lo sapeva già; per una volta lo dice agli altri, poi può tornare a costruire. Forse anche questo articolo serve soprattutto a questo. Non sto chiedendo ai Nikonlander il permesso di trasformare Nikonland in qualcosa che vent'anni fa non avevamo previsto. Lo stiamo già facendo. Sto spiegando perché. Non mi interessa particolarmente ripetere meglio ciò che abbiamo già fatto, e ancora meno produrre la nostra variante di quello che fanno tutti gli altri. Mi interessa vedere qualcosa che manca e domandarmi se siamo capaci di costruirla. (Ovviamente questo vale per tutto ciò che compare su questo sito, l'esempio del software era solo il più tangibile ma non mi riferisco esclusivamente a quello.) Qualche volta ci riusciremo, qualche volta no; qualcosa verrà usato da molti, qualcos'altro da pochissimi. Ma dopo vent'anni possiamo permetterci di non misurare ogni idea con il metro preventivo del consenso. Non abbiamo più nulla da dimostrare e, soprattutto, non abbiamo nessuno a cui chiedere il permesso. Possiamo permetterci il lusso più raro: vedere qualcosa che ancora non esiste e provare a costruirla.
  44. Riflessioni che mi trovano pienamente d'accordo. A mio avviso uno dei brutti tunnel in cui ci si è infilati negli ultimi decenni. Un essere "social" che di sociale non ha niente. Sono cresciuto con amici che suonavano il campanello di casa alle 8 di sera senza alcun preavviso gridando "scendi che andiamo a mangiare una pizza". Oggi si è passati dal "cogito ergo sum" al "posto ergo sum". Altrimenti non si spiegano fenomeni come quelli della fila per il krapfen a 2000 metri. Non è il krapfen dal sapore irresistibile lo scopo, ma il postare sui "social" la foto mentre lo si addenta. Un sistema nato con scopi "nobili" e sfuggito di mano. Facebook doveva essere una digitalizzazione del "facebook" ovvero l'annuario stampato dai college americani ad inizio anno accademico coi dati e le foto degli studenti e del personale. Facilitava la socializzazione e il riconoscersi fra persone che non si erano mai incontrate prima. I "social" hanno finito invece per soppiantare i rapporti personali che volevano facilitare. Personalmente me ne sono sempre tenuto alla larga, ho bisogno di vedere le persone in faccia, non a caso cerco di essere presente ogni volta che su Nikonland si organizza un evento conviviale o per fotografare assieme. Intendiamoci, una scelta opinabile, e sono presente su Linkedin per scopi professionali. Anche il mio archivio foto sta su supporti fisici a me accessibili e quando non ci sarò più ai miei discendenti rimarranno in ogni caso migliaia di foto stampate.
  45. Non sto parlando di boardgame ma di wargame. Niente regolamento. Comunque, as usual, Valerio ha portato tutto O/T. A lui e a suo Zio Roby spetterebbe il Pulitzer per far scantonare ogni conversazione!
  46. Una fotocamera, una focale, una Pellicola e un’ora. Il primo piccolo incarico di Sara Pardi.Mauro mi ha affidato il mio primo articolo. Avrei potuto presentarmi, raccontarvi quali fotografie mi piacciono, quali Nikon porterei in viaggio e perché una fotocamera nera, compatta e piena di ghiere possa esercitare su alcune persone un fascino difficilmente spiegabile agli altri. Ma di me abbiamo già parlato abbastanza. Preferisco cominciare chiedendovi di fare una cosa apparentemente contraria agli interessi di qualunque sito: chiudete Nikonland e uscite a fotografare. Potete tornare fra un’ora. Il direttore, probabilmente, ve lo avrebbe detto in maniera meno accomodante. Io cercherò di essere più gentile, ma non confondete la gentilezza con l’indulgenza: se restate davanti allo schermo aspettando che arrivi l’ispirazione, oggi non farete fotografie. Al massimo leggerete qualcuno che racconta di averle fatte. Prendete una fotocamera. Quella che avete, senza domandarvi se ne esista una migliore. Montate un solo obiettivo. Se possedete uno zoom, scegliete prima di uscire una focale e provate a non cambiarla. Poi scegliete una Pellicola Nikonland e caricatela nella fotocamera. Anche una soltanto. La focale stabilirà il vostro modo di guardare: quanto spazio includere, a quale distanza restare, quanto avvicinarvi alle persone e alle cose. La Pellicola deciderà invece la voce del racconto: colore energico o sommesso, toni caldi o freddi, bianco e nero severo oppure morbido. Sceglietela prima, non dopo. Non come rimedio applicato al computer a fotografie già fatte, ma come parte dell’intenzione con cui state uscendo. Per tutta l’ora non cambiate né focale né Pellicola. Lasciate a casa la borsa grande, il secondo corpo, il treppiedi e tutto ciò che potrebbe trasformare una passeggiata in una spedizione himalayana. Adesso scegliete un tema. Uno soltanto. Può essere una luce che entra dove non dovrebbe. Le mani delle persone. Il colore rosso. Qualcuno che aspetta. I riflessi nelle vetrine. Le ombre sui muri. Non serve raggiungere un luogo speciale: cominciate dalla strada sotto casa, perché la distanza fra un posto insignificante e un luogo fotografico, quasi sempre, coincide con la nostra capacità di guardarlo. Avete un’ora e non più di trentasei fotografie. Trentasei non è un numero magico. È semplicemente abbastanza grande da permettervi di sbagliare e abbastanza piccolo da costringervi a decidere. Prima di premere il pulsante, domandatevi che cosa vi ha fermato. La luce? Una forma? Un gesto? Una relazione fra due cose che un secondo prima sembravano estranee? Non controllate ogni scatto sul display. Non cancellate nulla mentre camminate. Non ingrandite al quattrocento per verificare se un mattone sia perfettamente nitido. La fotografia che state cercando potrebbe accadere proprio mentre state esaminando quella precedente. Quando tornate, guardate le immagini sul monitor e sceglietene tre. Non necessariamente le più belle: scegliete quelle nelle quali riconoscete meglio ciò che avevate cercato e nelle quali focale e Pellicola sembrano davvero parlare la stessa lingua. Se nessuna vi convince, non avete fallito. Avete scoperto che il tema era più difficile del previsto, che quella luce richiedeva un’altra ora oppure che continuate a guardare senza vedere davvero. Sono tutte informazioni molto più utili dell’acquisto di un nuovo obiettivo. Se invece una fotografia vi sorprende, fermatevi. Non chiedetevi subito con quale altra fotocamera sarebbe venuta meglio. Domandatevi perché funziona e che cosa potreste fare domani per andare un poco più avanti. Questo sarà il mio compito su Nikonland: non promettervi fotografie migliori grazie a qualche scorciatoia, ma accompagnarvi fino al punto in cui avrete voglia di provare. Possibilmente senza intimorirvi. Quindi adesso chiudete questa pagina, prendete la vostra Nikon e uscite. Io resto qui. Ma soltanto perché qualcuno dovrà pur leggere ciò che ci racconterete al ritorno. Sara Pardi — S.P. Testimonial ufficiale di Nikonland
  47. Durante la mia visita al Giardino Botanico di Varsavia mi si è materializzato questo magnifico folletto: In realtà erano almeno due, splendidi scoiattoli europei in livrea Rossa, intenti a fare provviste per l'inverno. Veloci come Speedy Gonzalez, mi hanno obbligato a 1/2000 che mal si accoppiava al 28-400 f8 che avevo a disposizione sulla Z8 e all'ombra in cui si muovevano per la gran parte del tempo con ISO risultanti spesso ben oltre i 10000. Comparivano all'improvviso da dietro una siepe con delle palline verdi saccheggiate da non so quale pianta per poi farsi un giretto Infine nascondevano il prezioso bottino in buche per terra sotto altre piante.
  48. Un piro piro cammina con eleganza lungo un tronco emerso, specchiandosi nelle sfumature dell'acqua alle prime luci del mattino. Nikon Z9 + NikonZ 600 F6.3 1/500 F6.3 iso 2800
  49. 9Un lago di nuvole dopo l'estate 5-10-2016 Veduta della chiesetta del Lago Serrù in valle Orco, siamo partiti da Ceresole Reale a 1600mt immersi nelle nuvole e all'arrivo al lago del Serrù troviamo una magnifica giornata di sole caldo. Nikon D300s + Nikon AF-S DX 16-85mm f/3.5-5.6 G ED VR - f5.6 - iso200 - 1/1000 a 72mm

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