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  1. Dal Dizionario Treccani: Karma (o kàrman) s. m. [..]. Termine che, nella religione e filosofia indiana, indica il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, che influisce sia sulla [...] rinascita nella vita seguente, sia sulle gioie e i dolori nel corso di essa; sinon. quindi di «destino», concepito [...] come complesso di situazioni che l’uomo si crea mediante il suo operato. Sono uscito con la Nikon Z Fc, il 16-50 ed il 24-200 perchè volevo fare street photography, in bianco e nero. Scendo dalla metro all'altezza del Naviglio Martesana (dove c'è il famoso teatro-cabaret Zelig) e mi incammino in cerca dello spiazzo con l'anfiteatro a gradini che mi aveva già dato qualche occasione di scatti interessanti. Invece niente di buono. La cosa migliore è pittosto deprimente, o peggio insignificante. Non mi perdo d'animo e decido di proseguire un po' oltre, verso dei murales dove mettermi in agguato in attesa che passi qualcosa che sia "combinabile" con il disegno murale, ma prima l'occhio mi cade sull'argine opposto: un Airone Cenerino sta pescando tranquillo, indifferente a joggers, bikers, mamme, nonni, cani e quant'altro (più una nutrita serie di fotografi cellularisti) a pochi metri da lui sull'altra sponda. Con la Z Fc i 200mm diventano 300mm (equivalenti), quindi ho l'agio per fargli un po' di foto, ambientate e no. Sto per incamminarmi di nuovo quando un Angelo, travestito da attempata signora in bicicletta, si ferma e mi chiede se quello che ha visto passare è il Martin Pescatore. Piccolino, verde e azzurro? Sì Sì, allora è lui. Oh càspita, ma io non l'ho visto! Decido allora di aspettare un po', chissà mai che ripassi. Dopo un minuto, forse due, eccolo che arriva, si posa un po' qua ed un po' là. . E' molto piccolo e nonostante un generoso ritaglio, con il 24-200mm posso solo riprenderlo ambientato. Ma non importa, secondo me il fatto di documentare la presenza del Martino nella concitata Milano, vale comunque. Uno scatto apparentemente sbagliato, ma per me il più significativo, è questo: Come ho scritto altrove, è una foto po' triste ma anche incoraggiante. Vedere la resilienza (parola oggi di moda), la capacità della natura, di resistere, di intrufolarsi nella confusione e nella spazzatura che creiamo, e andare avanti finchè può ,da' speranza. Avere visto il Martin Pescatore mi rende felice come un bambino a cui abbiano fatto un regalo inaspettato. Lo osservo mentre fa.. il martino: i suoi buffi movimenti su e giù con il collo, il guardarsi attorno a 360°, lo schizzare via come un dardo colorato. L'averlo fotografato è in fondo secondario, la magia è lui. Torno a casa contento, anche se ho fotografato poco e niente di artisticamente valido, ho visto un caro amico. Ecco, gli animali mi ricordano che il mio destino è questo, il mio Karma, anche quando provo a fare altro.
    8 points
  2. I costumi sociali e i modelli di comportamento nella nostra società mutano con il mutare dei tempi. Da ragazzo uno status symbol era il lusso, per un uomo, una bella moglie, una casa da sogno, lo yacht, macchine sportive e in generale, tanto tempo per goderselo in vacanza. Vedevamo Raoul Gardini o l'avvocato al timone dello yach in crociera o addirittura in una regata Gianni Agnelli con i "nipoti" in crociera io avevo di Herberth von Karajan l'idea di quello che finite le prove con l'orchestra e il concerto, volasse dalla sua bionda moglie, il suo cane e le sue tante Porsche 911, 935 e 959 (quest'ultima fatta proprio per lui) Quindi la possibilità di godersi le proprie ricchezze nel tempo libero, il coronamento di sforzi o l'essere arrivato. Oggi non sembra più essere così. E nemmeno i ricchi si godono più il tempo libero. Si vendono le case ad Hollywood, le automobili restano in garage e più in generale non si mostrano in giro o se lo fanno, corrono, scappano. Perchè ? Perchè sono impegnati. Anche su queste pagine, sempre più desertificate dall'assenza di molti iscritti di un tempo, il motto che si sente più frequentemente è "avessi tempo per fotografare", "quello che mi manca è il tempo", "lavoro 14 ore al giorno, 6 giorni su 7 e il settimo invece di riposare, lo dedico agli impegni di famiglia". Impegni, lavoro, problemi, niente vita sociale ma cene di lavoro, briefing, web call, telefono, whatsapp, teams. Secondo uno studio recentemente pubblicato della Columbia Business School, oggi questo "non avere tempo" ed essere "sempre impegnati", anche nel tempo libero (dove ogni attività diventa impegno oneroso, come il padel o correre la mattina per andare in ufficio in forma ...) è diventato uno status symbol Se uno non ha tempo né per se né per gli altri ed è impegnato tutto il tempo, allora è una persona di successo. Uno che lavora 20 ore al giorno è uno che viene ricercato. Se ci fate caso anche negli spot pubblicitari è così. Ogni scenetta o gag nasce da qualcuno - non necessariamente un manager, anche un semplice galoppino/galoppina - che non ha tempo nemmeno per ... stare male di stomaco o di testa. La pillola serve per poter tornare presto in forma, a lavorare o ad occuparsi di qualche altro impegno nelle tante attività extra-lavorative. Essere Busy è cool, è in, soprattutto, è giusto così. Avere tempo libero è da poveracci, falliti destinati al nulla. Premesso che rifiuto il concetto, sia come veniva presentato prima - ricco, si gode la vita - che oggi - ricco, lavora come uno schiavo 366 giorni l'anno - perché per me si lavora per vivere, mai e poi mai si vive per lavorare (almeno dai tempi della Prima Rivoluzione Industriale), ne sto scrivendo perché chi passa ci si soffermi. Certo ogni situazione personale fa storia a se ma i modelli in generale vengono costruiti per giustificare una situazione e renderla condivisibile. Una volta il modello di capitalismo accettato era quello che consentiva l'accumulo di ricchezze per poi godersele. Oggi si cerca di far credere che l'unico modo di arrivare sia il superlavoro, la quantità di ore di lavoro quotidiane, la velocità e il ritmo con cui si svolge il lavoro, il raggiungimento degli obiettivi (non importa se ir/raggiungibili) come unico godimento possibile. Non importa se nel mentre uno schiatta e non ci arriva nemmeno ad una pensione di merda maturata a 77 anni. Su questo le società di consulenza, le scuole per manager e le università stanno solo ricamando. E' uno stato di fatto che si cerca solo di testimoniare e giustificare. Così la gente ama vantarsi delle lunghe ore di lavoro e della mancanza di tempo libero. Condividendo questa condanna con gli altri, questa sembra diventare più lieve, guardando con incredulità a chi invece cammina a passo più lento. Di converso, se uno di successo non ha tempo libero, solo un povero sfigato si fa riempire il tempo libero di cazzate di nessuna utilità per la società, come ... fotografare, andare a pesca, al cinema o sognare di avere tempo libero per oziare, secondo il modello di consumo dato per normale fino a qualche anno fa. Magari ci giustifichiamo - mi ci metto anche io ma la questione alla base è opposta - tanto ci sarà in futuro. Quando ... Ma la verità è che è stato distrutto un modello e con esso una intera classe ... la famosa classe media (la vecchia borghesia) che alimentava tramite passaggio quella dei ricchi, almeno nei sogni che le consentivano di accumulare, risparmiare, consumare. Oggi si mangia per andare a lavorare. E non si dorme perchè si deve lavorare. E dove dobbiamo andare, a fotografare ? Nella realtà, non vi sarà sfuggito il mio pensiero, questo è giustificare lo sfruttamento delle risorse umane per cavare in ogni maniera soldi nella società del post-capitalismo. Come ? Sottodimensionando gli organici minacciando di dare il lavoro in outsourcing se non ci arrivi. Una cosa che andrebbe perseguita per legge, non issata a modello da seguire e giustificare. Altro che Status Symbol.
    7 points
  3. Queste mie immagini fanno parte di un servizio di presentazione per fiere, show-room e più tardi per il Look Book, di un'amica stilista che sta lanciando la sua prossima collezione moda uomo. Ho accettato volentieri l'incarico spinto dal entusiasmo di una nuova sfida. Le immagini non devono solamente mostrare i capi ma descrivere anche il carattere del cliente al quale ci si rivolge. "Un viaggiatore, un po' artista, che non segue la moda per apparire ma sceglie i capi con un proprio gusto che va oltre il tempo, senza voler apparire per forza. Una nuova forma di bohémien" Il primo shooting è ambientato nel laboratorio sartoriale, utilizzando l'arredo presente. Luce naturale mista a flash. Verrà completato con una sessione in esterni, a colori, ancora autunnali. Ph: Paolo Mudu © 2017 Stylist: Barbara Marchiori "BBKUBE" Calenzano (Fi) Model: Gianmarco
    6 points
  4. Percorrendo un facile sentiero, che parte dal piccolo lago artificiale ubicato nei pressi di Gressoney, si arriva, dopo una camminata di una ventina di minuti circa a una costruzione appartenuta a casa Savoia. Si tratta di un edificio realizzato tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900 fortemente voluto dalla regina Margherita. Amante della montagna, la regina soggiornò per alcuni periodi, a partire dal 1889, in questa valle presso Villa Margherita, di proprietà del barone Peccoz. Con lui la regina aveva in comune la passione per l’alpinismo e negli anni di soggiorno presso la villa del barone realizzò alcune imprese rimaste nella storia, come l’essere stata la prima donna a scalare il Monte Rosa. Il rifugio Capanna Regina Margherita (inaugurato nel 1893) porta questo nome in suo onore. È qui che, osservando il panorama alle prime luci del sole, disse: «Dinnanzi a questa grandezza di monti e a questa solenne distesa di ghiacciai, tace il dubbio misero e la fede s’innalza forte e vivace a Dio» Nel 1894, però, il barone morì stroncato da un infarto mentre si trovava sul ghiacciaio del Grenz, fatalità che pose fine alle scalate della sovrana. Questo però non la allontanò dal piccolo paese di Gressoney ma, al contrario, decise di costruire qui una sua residenza. Nonostante il parere inizialmente contrario del marito, la regina riuscì ad ottenere la possibilità di far edificare una residenza per la villeggiatura in questa parte della Valle d’Aosta, ai piedi del Colle della Ranzola, in località belvedere da cui domina tutta la vallata. I lavori di costruzione iniziarono nel 1899 ed ebbero termine nel 1904. Il re, però, non riuscì a soggiornare al suo interno poiché, nel 1900, venne assassinato per mano di Gaetano Bresci, un anarchico italiano. L’edificio, pur venendo chiamato castello, non è altro che una villa di tre piani progettata dall’architetto Emilio Stramucci, che già aveva prestato la sua opera nella realizzazione delle decorazioni di Palazzo Reale a Torino, il quale vi diede un’impronta di tipo medioevale secondo lo “stile lombardo del secolo XV”, in voga sia in Francia che nella Savoia. A dare un aspetto che possa ricordare i castelli medioevali, contribuisce il rivestimento esterno costituito da pietre da taglio grigie provenienti dalle cave di Chiappey a Gressoney, di Gaby e di Vert (Donnas). L’edificio, circondato da un bosco di conifere, è sostanzialmente a pianta rettangolare sovrastato da 5 torri a guglie e si compone di tre piani. Il pianterreno ospita le stanze da giorno: la sala da pranzo, la sala da gioco con il biliardo, alcuni salotti, la veranda semicircolare e il salone d’onore con la doppia scala anch’essa semicircolare. Il primo piano costituisce il piano nobile con gli appartamenti reali: quello della regina Margherita, del figlio, Vittorio Emanuele III, della nuora, la regina Elena e del nipote Umberto II. Parte dei mobili che si trovano nell’appartamento della regina provengono da villa Margherita. Al secondo piano (non visitabile) troviamo le stanze per gli ospiti e l’accesso alla terrazza coperta della torre più alta, mentre i sotterranei ospitano le cantine. Una particolarità è l’assenza delle cucine, che la regina volle ubicate in un edificio separato a 30 metri circa dal corpo principale della residenza; qui ora si trovano la biglietteria e i servizi igienici per i visitatori. Il collegamento con le cucine era garantito da una galleria sotterranea con un doppio binario Decauville. Le pietanze venivano trasportate con un carrello elettrico fino a un ascensore interno e tramite questo arrivavano alla sala da pranzo. La meridiana sulla facciata è stata realizzata nel 1922 e riporta la scritta “Sit patriae aurea quaevis” (“Ogni ora sia d’oro per la patria”), le stesse parole che compaiono su un orologio solare del 1915a Cogne. Nei dintorni del castello troviamo altre 2 strutture abitative. Una è la Villa Belvedere, adibita a foresteria e alloggio per i custodi, la servitù e i carabinieri reali di scorta, la cui proprietà oggi appartiene ai Padri Gesuiti dell'Istituto Leone XIII di Milano. Poco distante troviamo poi il Romitaggio Carducci intitolato all’amico poeta della regina che qui vi soggiornò. Il poeta, per manifestare la propria ammirazione per la sovrana di casa Savoia, le dedicò queste parole: “Ella sorgeva con una rara purezza di linee e di pòse nell’atteggiamento e con una eleganza semplice e veramente superiore sí dell’adornamento gemmato sí del vestito (color tortora, parmi) largamente cadente. In tutti gli atti […] mostrava una bontà dignitosa; ma non rideva né sorrideva mai […] e tra ciglio e ciglio un corusco fulgore di aquiletta balenava su quella pietà di colomba”. A seguito della morte della sovrana, avvenuta nel 1926 mentre si trovava a Bordighera per il suo soggiorno invernale presso villa Margherita, il castello rimase chiuso per diversi anni. Nel 1936 la proprietà venne acquisita da un industriale milanese, Ettore Moretti, che ne mantenne pressoché intatta la struttura e gli arredi. Nel 1981 la Regione Autonoma Valle d’Aosta ha acquistato la proprietà. Nel 1990 ai piedi del ‘maniero’ è stato realizzato un giardino botanico formato da una serie di aiuole rocciose. Qui possiamo ammirare piante tipiche delle alpi come il Giglio martagone, il Rododendro ferrugineo e la Stella alpina oltre che Genziane e vari semprevivi. Il giardino è visitabile tutto l’anno, ma il periodo migliore sono i mesi di luglio e agosto nei quali si ha la fioritura delle piante in esso presenti. Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. prossimamente arriverà un breve video realizzato da me. Al prossimo articolo! ciao!
    6 points
  5. Il 26 Settembre scorso sono ripresi i viaggi dei treni storici (sospesi causa covid dell’ottobre 2010) attraverso la ferrovia della Val d’Orcia, in uno dei territori più affascinanti della Toscana, decretato nel 2004 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO (dai calanchi dall’aspetto lunare, alle dolci colline viti-vinicole di Montalcino, dalle dure crete senesi, alle pendici settentrionali del Monte Amiata). L’evento della giornata denominato “Immersi nel Borgo”, vedeva la partenza del treno dalla stazione di Siena con transito da quella di Asciano, fino a quella di Monte Antico in provincia di Grosseto, per giungere a Buonconvento, dove era stata allestita in occasione una fiera locale. Il ritorno a Siena era previsto nel tardo pomeriggio. (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/320 Iso 280) Nella foto sopra, il convoglio sta transitando, a macchina invertita, su uno dei ponti dopo aver lasciato la stazione di Asciano, in località Montalceto, e diretto a Monte Antico dove avverrà l’inversione della motrice ed il carico dell’acqua. La zona facente parte delle “Crete Senesi”, nonostante l’assidua cura dell’uomo, a causa di una mano umana sciagurata è stata interessata da un vasto incendio. (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 200mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 125) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 72) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 88mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 110) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 200mm f. 5,6 t. 1/500 Iso 160) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 82mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 100) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 90) L’arrivo del convoglio alla stazione di Buonconvento, formato da una locomotiva della serie 685 con tender che trainava cinque vagoni cento porte e un vagone misto postale/passeggeri. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 65mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 80) I macchinisti (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 100) (Z 7 - 24-70/4 S a 44mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 72) Il vagone misto postale/passeggeri (Z 7 - 24-70/4 S a 55mm f. 6,3 t. 1/125 Iso 64) Come si può notare anche dalle foto, il convoglio era al massimo della capienza permessa dalle norme anti covid. L’attuale viaggio e quelli previsti per ottobre sono “sold out”, salvo disdette, a dimostrazione della voglia delle persone a riacquistare una vita normale. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 100) La locomotiva appartenente al gruppo 685 è la versione a vapore surriscaldato della precedente serie di locomotive del gruppo 680 delle Ferrovie dello Stato di cui ricalca l'impostazione meccanica generale e le dimensioni. Fu costruita su progetto dell'Ufficio Studi di Firenze delle FS in 106 esemplari suddivisi in due serie successive dalla stessa Breda tra 1931 ed il 1934. La suddetta locomotiva a vapore surriscaldato (con surriscaldatore di tipo Schmidt) a semplice espansione, con 4 cilindri motori di cui 2 interni e 2 esterni ebbe un notevole incremento di potenza rispetto alla precedente versione a vapore saturo e doppia espansione arrivando a 1.250 CV che le consentivano una velocità massima 120 km/ora. La caldaia era a 12 bar di pressione e produceva un quantitativo di vapore orario di 10.200 kg. Il distributore del vapore era a stantuffi con distribuzione del tipo Walschaert. Dopo una sperimentazione su quattro locomotive, ad altre 30 unità di nuova costruzione venne applicata la distribuzione Caprotti. La struttura portante della locomotiva era costituita da un carro rigido gravante sulle tre grandi ruote motrici la cui sala anteriore costituiva assieme alla prima sala portante un carrello di tipo italiano in grado di traslare di 60 mm sul perno per facilitare l'inscrizione in curva. La sala posteriore portante invece poteva spostarsi trasversalmente di 20 mm. La locomotiva era in grado di fornire il riscaldamento a vapore per le carrozze viaggiatori rimorchiate. Il freno era ad aria compressa, di tipo continuo automatico e moderabile per la sola locomotiva. Il freno di stazionamento era sul tender. L'unità oggi in servizio, la 685-089, radiata dal deposito di Udine, venne conservata non funzionante al Museo Ferroviario di Trieste Campo Marzio per lunghi anni, fino a che nel 2008 venne intrapreso il ripristino presso il Deposito Rotabili Storici di Pistoia, per l'utilizzo nei treni storici. Queste locomotive, a detta degli storici del settore, “non furono le più grandi e neppure le più veloci, non furono le più potenti e nemmeno le più numerose, ma furono, semplicemente, le più rappresentative e diffuse locomotive a vapore delle Ferrovie dello Stato, unitamente ai gruppi che da esse derivarono”. (Z 7 - 24-70/4 S a 31mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 72) (Z 7 - 24-70/4 S a 57mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 64) Buoconvento è un comune della provincia di Siena e sorge nella Valle dell'Ombrone, alla confluenza del fiume Arbia nel fiume Ombrone sulla via Cassia. Insieme ai comuni di Asciano, Montalcino, Monteroni d’Arbia, Rapolano Terme e Trequanda forma il circondario delle Crete Senesi, oltre a far parte del circuito dei borghi più belli d’Italia. Il nome deriva dal latino “Bonus Conventus”, luogo felice, fortunato. I primi cenni storici si hanno intorno al 1100 e la costruzione delle mura iniziò nel 1371 e terminò 12 anni dopo, nel 1383. È il centro più importante della Val d’Arbia, testimoniato anche dalla podesteria che comprende 32 località e dal riconoscimento della cittadinanza senese concesso dai governatori della città nel 1480. Con la caduta della Repubblica di Siena, nel 1559 entra a far parte del Granducato di Toscana sotto i Medici. (Z 7 - 24-70/4 S a 44mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 62mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 1100) (Z 7 - 24-70/4 S a 69mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) In attesa della ripartenza del treno merita una visita la bella cittadina di San Quirico d’Orcia, dove sono esposte nelle vie principali e nel giardino degli “Horti Leonini” le sculture di arte moderna dello scultore albanese Helidon Xhixha, per celebrare i 50 anni della rassegna d’arte contemporanea. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 9 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 38mm f. 9 t. 1/125 Iso 160) (Z 7 - 24-70/4 S a 47mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 26,5mm f. 9 t. 1/125 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 26,5mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 58mm f. 9 t. 1/125 Iso 110) Anche la statua di Cosimo III dei Medici, appare interdetta da questa intrusione di sculture in tale contesto, ma anche Cosimo come il sottoscritto non si intende di arte contemporanea e per questo non siamo in grado di apprezzare la collocazione e le opere esposte. (Z 7 - 24-70/4 S a 34mm f. 9 t. 1/125 Iso 100) Collegiata dei Santi Quirico e Giulitta o Chiesa della Collegiata. La chiesa parrocchiale principale del comune. (Z 7 - 24-70/4 S a 30,5mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 9 t. 1/125 Iso 64) Alle 17,50 il treno storico riparte per la destinazione finale presso la stazione di Siena. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 80) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 110) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 90) Con la speranza che stavolta questa “ripartenza” dei treni storici sia solo la prima corsa e non l’ultima della tante previste di qui alla fine dell’anno. Sperando di non avervi annoiato, faccio miei complimenti a chi ha avuto la pazienza e la costanza di arrivare fino qui con la lettura di questo racconto.
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  6. Una serata in giro a Cagliari con la Z6II, il 14-30 f4 e il 24-70 f4....impressioni? mi piace molto
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  7. Molti di noi sono passati dalle reflex a pellicola al digitale in punta di piedi, cercando di capire poco alla volta concetti totalmente alieni dalla personale esperienza: informatici più che fotografici, come i pixel, la loro distribuzione su di un sensore, la loro capacità di reazione elettrica, la loro quantità come elemento distintivo della qualità, il rapporto tra dimensione del file ed il formato di stampa, i formati di compressione e quelli grezzi. Abbiamo quindi accostato, alla fine del secolo scorso, i primi apparecchi digitali che, senza il mutuo necessario per l'acquisto di una reflex Nikon D1 (una scheda di memoria da mezzo giga costava 500mila lire, ossia quanto 50 pellicole tutte insieme) consentissero un rispetto minimo del risultato (rispetto ai parametri delle migliori pellicole di allora) ed un esborso che consentisse un...ripensamento. La Coolpix 990 non è la prima della serie 9xx iniziata nel 1998 con la capostipite 900 La vedete su Nikonland e nel Club di Omnia vincit Amor, perchè è la prima macchina fotografica digitale che comprai nel 2000, alla sua uscita, al prezzo inaudito (allora) di duemilioniemezzo di lire (oggi soltanto 1250 euro circa), che alternai alla pellicola per le riprese ai miei bambini (di allora...) e per i primi tentativi di lavoro in digitale: riprese in still life, riproduzione di originali col suo tubo in tutto e per tutto simile all'attuale ES-2, didattica digitale con i miei primi corsi di fotografia nei quali venivano inserite queste nuove concettualità: che allora insegnavo all' Accademia di Belle Arti. Come tutta la serie 9xx possiede una struttura in due blocchi, impugnatura/comandi e obiettivo/flash/esposimetro. Geniale l'articolazione, perfettamente funzionante in questo esemplare a più di venti anni dalla sua fabbricazione: consentiva riprese in ogni angolazione rispetto il soggetto e perfino in "selfie" controllando sul monitor da 1,8 pollici... (110k punti) Questa 990 possiede un sensore CCD da 1/1,8" dotato di 2048x1536 pixel, per un totale (allora enorme) di 3,34 Mpx (3.15 effettivi) le quali dimensioni determinavano un rapporto di moltiplicazione 4,75x, trasformando lo zoom 3x di cui era dotata da 8-24mm f/2,5-4 in un 38-115mm-eq La scheda di memoria standard era una Compact Flash I da 16MB (si, avete letto bene) che consentiva alla massima risoluzione circa 24 scatti quelli cioè di una pellicola corta... La corsa alla ricerca di carte di memoria più capienti cominciò quindi in parallelo all'esigenza di poter disporre di capacità maggiori, anche se in questa fase del digitale continuavamo a ragionare con la stessa psicologia della pellicola: pochi scatti e ragionati...come se le schede di memoria potessero offendersi di quantitativi maggiori di fotogrammi. Alimentazione a batterie stilo contenute nell'impugnatura disegnata per essere assolutamente super ergonomica, del tutto inutile se non per il trasporto, la tracolla Mirrorless certamente ma senza il prezioso mirino elettronico che equipaggia le nostre Z e prima di esse alcune ONE: la serie 9xx Coolpix possiede un semplicissimo mirino zoom a traguardo, che funziona col rumore della cremagliera che lo trasporta avanti e indietro, ma che per l'epoca rappresentava un elemento di grande pregio (il mirino, non il rumore) Menù arcaico, colorato in azzurro ed arancio, ma a quattro sezioni, assolutamente in linea con i menù Nikon delle reflex elettoniche di allora e di quelle digitali che sarebbero seguite, dotato di tutte le facilities del tempo, compreso il BKT e la possibilità di pilotare il flash incorporato con un sistema di flash esterno, collegabile via cavo attraverso la presa tripolare sotto il blocco ottico, collegabile agli SB Nikon attraverso modulo multiflash o cavo singolo. Ricordi di venti anni fa, di figli ormai ventenni, di un'interesse che era preesistente ma che mi fece scollinare il nuovo secolo con un bagaglio di cose da imparare ancora. Cose che poi hanno condotto a NIkonland: così oggi ho fatto un selfie
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  8. Già, mi sono stufato.. ogni cosa che Nikon estrae dal cilindro... "Lui " in quattro e quattr-otto, li ha.. belli sul tavolo.. ma questa volta no, ti batto sul tempo... stai aspettan do la nuova ammiraglia?.. e chi se ne frega.. a giorni arriva la mia che tu, non avrai mai... Ecco l'ho detto.. ho avuto il coraggio.. adesso so che l'ammiraglio incorrerà ad ogni subdola manovra per averla anche Lui, la mia nuova macchina che della D 850 ci fa un baffo.. 46 mega qualche cosa... ma che servono? mah.. a far vendere HD sempre più capienti, ecco cosa servono.. Adesso che mi sono tolto il peso, andiamo alle notizie vere.. quelle di cui " lui " avrà paura e dovrà temere.. Assicurata oggi in un'asta nel paese di Albione una C 800, al prezzo di 800.000,5 £.. ultimo ritrovato della tecnologia Nipponica.. un sensore CCD, e chi li vuole ancora i cimosse?.. da ben 20.000 pixi.. alimentata via cavi direttamente da una centrale Terna di Novara... Ed ora udite udite.. le foto della super-macchina.. sia davanti che il lato " B " Va bene, lo ammetto.. a volte sono un pochino un burlone.. ma, ritengo di non aver offeso nessuno, non in maniera pesante ecco.. E adesso vi racconto del perché e del percome... " io ho un cugino, come tanti di voi.. e sin qui non è una novità, solo che il mio cugino, a fatto anche delle cose un pochino particolari.. come attraversare l'atlantico in barca a vela lui ed un suo amico.. ma nell' traversata fatta alla chetichella, aveva portato con se una coolpix 800, stiamo parlando di una digitale con il primo zoom del 1999, l'altro ieri insomma, dai me la presti che la metto su NL.. e una volta e poi due ed infine tre.. due giorni fa, ho visto l'asta e non ho saputo resistere.. ora è in arrivo " Posso aggiungere che ho già un'altra vecchia gloria, ed anche questa il costo è stato circa la metà della spedizione.. quando sarà realmente tra le mie mani, quattro scatti li facciamo, di questa vecchia gloria.. D'accordo, vi ho fatto perdere un po' di tempo ma ora per farmi perdonare vi racconto come sono andate le cose.. Inizialmente volevo fare un pezzo riguardante la Coolpix 800 da me acquistata ieri, mi arriverà ai primi di settembre, pagata pochissimi caffè.. otto per l'esattezza, costa un pochino di più il trasporto ma tantè.. poi visto che di prime digitali ne ho un'altra ed è la Coolpix 300, e chi mi legge su NL magari lo ricorda, mi sono detto.. ma perché in fase di centenario non riporti le cose più o meno come sono andate?.. e allora.. eccoci.. Ora scriviamo le cose per quanto riguarda le compatte, la prima in assoluto fi la Coolpix 100, che vederte qui sotto, era di fatto un block notes e, la memoria era al suo interno per scaricare le immagini si apriva la macchina e la si inseriva in una porta allora molto in voga nei primi portatili.. che poi portatili non lo erano troppo per il peso! A breve distanza seguì la Coolpix 300, simile alla prima ma senza la porta malefica.. e quanto fotografato o, scritto.. già il monitor serviva anche per piccoli appunti, veniva traslato via cavo, sia in seriale che parallelo, purtroppo di cavi ne ho solo uno e i computer attuali non mi vedono il dispositivo.. fare un portatile con win 93 o giù di lì non è il caso. Per queste due macchinette correva l'anno 1997.. trovata su un mercatino, imballo pressoché completo.. manca solo un cavetto, pagata la folle cifra di 35 €, per un pezzo di storia Questo pomeriggio non sono riuscito a fare molto, prima ho avuto ospiti in casa, e poi ho cercato tra le mie scartoffie e, qualche documento da mettere ci stà; ed infine stavo seguendo un'altra asta, in riguardo ad una 700 corredata, ma sono saliti troppo con la cifra e non vale la pena.. peccato, la 700 era la sorellina più semplice della 800 in arrivo. Ora però magari mettiamo qualche numero, ad esempio la coolpix 700 quella senza lo zoom, questa era la differenza tra le due, veniva a costare nel regno italico la modesta cifra di 1.498.000 lirette.. la prima 900, quella che vedremo poi, quella ruotabile in due segmenti.. solamente 1.750.000, mentre la pochino più evoluta la 950, con lo stesso sensore della 700/800 si arrivava a 2.400.000 circa due stipendi di un' impiegato mi pare.. una memoria compact flash da 16Mb che ora come ora fa sbellicare dalle risa.. eravamo sui 160.000 lirette... in fondo adesso il materiale lo regalano.. ecco la famosa 900 In quei tempi, era in uso da parte dei rappresentanti, al momento del lancio di determinati prodotti, di fare delle presentazioni stampa, con tanto di rinfresco e gadget finali, ovviamente i gadget erano relativi ai prodotti.. ad esempio due stampe fatte con quanto poi si legge sulla stampa stessa e, credetemi.. le stampe non sono da poco a poterle vedere in mano.. ma soprattutto, i mezzi con cui erano state ricavate.. e stiamo parlando di quasi vent'anni fa per ora stacco.. poi proseguiremo. .............................................................................................................................................................. E come promesso... vediamo di portare i remi in barca.. come si suol dire. Scusatemi.. ho commesso un'errore.. al di là che non ho mai usato la brillantina Linetti, il costo della coolpix 3100 era in €.. il resto in lire... Ho fatto una piccola tabella in maniera che si possono confrontare alcuni dati, allora.. come ho già detto, mi è arrivata la 800, simile in tutto per tutto alla 700, salvo che quest'ultima è con un'ottica fissa. Quindi la 800 è la prima compatta a basso costo con uno zoom anche se è 2x, la 950, uscita pochi mesi prima era dotata di un'ottica 3 x, ma era considerata già di livello superiore. Poi sabato scorso alla mattina sono andato in un paese vicino dove una persona mi gentilmente regalato la sua 880, macchinetta interessante per i tempi.. mentre sin' ora erano tutte con un punto di messa a fuoco centrale e... basta.. dalla 990 e la 880 si hanno ben cinque punti selezionabili, una vera rivoluzione, la batteria per la 880 inizia ad essere al litio, ma è opzionale, non ho messo il costo della 990 ma si aggirava sui due milioni... se vi ricordate a che livello erano gli stipendi.. vi potete fare un'idea.. oggi professionali stellari a parte, costano molto meno con caratteristiche allora da fantascienza. attualmente la mia piccola collezione di residuati bellici.. è composta da: 300, 800, 880, 990, e 3100; tutte funzionanti faccio notare che la 3100 fu una macchina del 2003, che segnò un punto di rottura con una discesa notevole dei prezzi di vendita era stata acquistata per mia figlia. a dire il vero.. ho anche una s 10, ma.. mi è stata rotta e ripararla non è affatto una cosa saggia il costo del ricambio, che esiste ancora è stellare. Sono in possesso anche di ben due CD pubblicitari, che illustrano la 950, 700, 775 e la 885 poi, tra l'altro.. ho scoperto che l'aggiuntivo per la duplicazione delle pellicole.. risale a tempi remoti.. come si vede. Nikon ed anche altre case, se vogliamo essere onesti, di strada ne hanno percorsa molta, altra ne faranno.. o meglio si spera. Mi auguro che la cosa vi sia un pochino interessata, non ho percorso la strada delle DSRL... quella.. parte da ancor più lontano.. Modifica dell'ultima ora.. la 300 è stata presentata prima della 100, sia pure di poco tempo ma prima.. quindi ho in casa " La Prima Coolpix della storia Nikon" ovvio che è la prima come modello..
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  9. Dopo diecimila imprevisti sono riuscito a organizzare con un amico una piccola uscita naturalistico-fotografica ad un capanno, dove mi avevano detto che c'era un po' più di varietà rispetto alle solite cince e, se fossi stato fortunato ... anche una sorpresa. Amo gli animali, amo vederli in libertà e li fotografo al meglio che posso, soprattutto per portarmi a casa il ricordo e l'emozione di quell'incontro, e pubblico le foto per condividere queste emozioni, questi ricordi, con chi ama gli animali come me. Fare foto diverse alle vecchie conoscenze è sempre bello, ma fare nuovi incontri è ancora più emozionante! Ecco, per gli amanti del genere, qualcuno degli gli amici vecchi e nuovi che ho incontrato (tutte le foto sono state scattate con la Nikon Z6 ed il Sigma 150-600 f5-6.3 Contemporary): Appena sistemati nel capanno davanti alla piccola pozza, subito una novità, una Balia Nera femmina (Il nome deriva dal maschio che è veramente bianco e nero, la femmina è un po' smorta). Cince bigie, Cinciallegre, Cinciarelle non si contano, formano una chiassosa brigata che mette allegria, starei a vederle per ore, ma le ho fotografate già tante volte, per cui ho dedicato a loro solo qualche scatto quando ho visto scenette simpatiche, ve ne propongo uno solo: Ma insomma, non si può fare il bagno in pace! Indaffaratissimo, il Picchio Muratore corre su è giù per i tronchi. Il Picchio Rosso Maggiore, metodico, ispeziona tutto il vecchio tronco. Bellissimo, un maschio di Codirosso Comune, non l'avevo mai fotografato come si deve! A me piace inquadrarlo così: Per chi preferisce invece ritratti più stretti metto un crop (l'unico di tutta la serie). Sorpresa, arriva un giovane scoiattolo assetato. Doppia sorpresa c'è anche il fratellino, più scuro, direi che i due sono quasi agli estremi del range della variabilità di colore dello Scoiattolo Europeo. Normalmente è solo in alta montagna che se ne trovano di più scuri. Probabilmente sono in cerca di un territorio libero dove insediarsi. Ho fatto veramente tante foto, in condizioni di luce diverse, anche ad altri uccelli, ma mostrarne altre qui sarebbe troppo, le farò vedere un'altra volta. Ora veniamo al piatto forte: Ad un certo punto della giornata spariscono tutti, di colpo. Ed arriva lui, lo Sparviero. E' così bello che mi sarebbe bastato il solo vederlo, ma... comincio a scattare ! Si posa e si guarda intorno più volte, Sembra sapere che ci sono. Ma non gli interessa. Non resisto e faccio un ritratto stretto a 600mm. Purtroppo il bosco e fitto e gli ISO tanti. Si rilassa e si concede un bagno. Una scrollata finale. Un istante dopo è già su un ramo, da cui si involerà subito, scomparendo nel bosco. Io, dopo giornate come queste sono contento, di più, sono felice. Poche cose mi fanno bene come stare nel bosco (nella palude...) con gli animali! Silvio Renesto
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  10. Uno degli affluenti di sinistra della Dora Baltea è il Lys, un torrente che nasce dal Monte Rosa e che percorre tutta la sua valle fino a confluire nel fiume. Risalendo il percorso del torrente, partendo da Pont St. Martin, si attraversano diversi paesi di montagna, tra i quali troviamo il piccolo comune di Gressoney St. Jean. Il paese, che si trova a 1.385 metri s.l.m., è un’elegante località turistica sia estiva che invernale. Il contesto in cui si inserisce è molto bello e offre la vista del ghiacciaio Liskamm e del massiccio del Monte Rosa. Sono poco chiare le origini del nome a cui sono stati dati, nel tempo, significati diversi. Ad esempio Chreschen-eye ovvero "piana dei crescioni", Grossen-eys "grande ghiacciaio" e infine Chreschen-ey: "uovo depositato fra i crescioni". Sebbene non vi siano documenti storici che lo attestino, il significato più probabile è il primo. Come ho accennato, Gressoney è una località turistica ideale sia nella stagione estiva che in quella invernale. In inverno è possibile praticare sport come lo sci nordico e lo sci alpino, mentre d’estate si possono fare delle passeggiate lungo sentieri di varia difficoltà oppure giocare a golf sul campo a 12 buche lungo il percorso del torrente. La storia di questo comune è legata alle popolazioni Walser che nel XII/XIII secolo arrivarono, spinte dal vescovo di Sion, a colonizzare questa valle e l’attigua Val d’Ayas ed è probabilmente quella l’epoca a cui risale la fondazione del paese. La colonizzazione da parte dei Walser ha lasciato tracce su diversi aspetti della vita quotidiana: nella cultura, nella lingua e nell’architettura. Molti dei tipici villaggi Walser sono ancora abitati e ben conservati, costituiti da case a due piani in pietra e legno e dagli “Stadel”, ovvero edifici adibiti a magazzino. La valle del Lys veniva chiamata “Chrèmertal”, ovvero valle dei mercanti, in quanto le popolazioni Walser erano abituate a spostarsi agevolmente da una parte all’altra delle Alpi. Anche il semplice passeggiare per le vie del centro abitato è molto bello. Le piazze principali sono 2: la piazza inferiore (“ondre platz”) e la piazza superiore (“obre platz”). La Piazza Inferiore è intitolata ad Umberto I di Savoia; è di forma allungata e circondata da edifici risalenti al 600, al sovrano è dedicato il monumento collocato nella parte più larga della piazza. Qui si affaccia la più antica locanda del paese, costruita in legno nel 1717 e che reca sulla facciata lo stemma della famiglia Liscoz La piazza superiore si caratterizza, invece, per la presenza di edifici più recenti, risalenti all’Otto-Novecento, tra i quali degna di nota è la chiesa di San Giovanni Battista. Quest’ultima, a differenza delle altre case adiacenti, risale a un periodo precedente, ovvero al 1733, anno in cui venne ristrutturata. L’origine però è sicuramente precedente in quanto il portico antistante risale al 1626. Gli affreschi della via crucis al suo interno, invece, sono del Settecento, realizzati da Johann Joseph Franz Curta, un pittore gressonaro. Sulla facciata della chiesa è presente un busto in bronzo della regina Margherita che fu sempre molto legata a questo luogo. Al suo interno possiamo trovare quattro altari lignei e un museo il cui pezzo più pregiato è un crocifisso risalente al XIII secolo. Tra gli edifici degni di nota ricordiamo Villa Margherita, fatta costruire dal barone Luigi Beck Peccoz per ospitarvi la regina e che ora è la sede del comune, che l’ha acquistata nel 1968. Adiacente al centro abitato troviamo il Lago Gover, un piccolo specchio d’acqua di origine artificiale. Da qui si riesce ad ammirare la catena del Monte Rosa da una buona posizione. È anche possibile praticarvi la pesca sportiva, in estate, mentre in inverno diventa una pista di pattinaggio naturale con la possibilità di affittare l’attrezzatura per praticarlo. L’edificio che sorge quasi in riva al lago ospita, oltre al magazzino per le attrezzature invernali, anche un piccolo ristorante dove viene servita dell’ottima polenta concia e altre specialità locali. Oltre a ciò, è presente un ampio spazio attrezzato a parco giochi per i bambini dove vengono svolte attività di animazione. Dal lago parte il ‘sentiero della regina’ che porta al Castello Savoia a cui dedicherò un articolo a parte. In realtà il sentiero prosegue fino a Tschemenoal. Da qui, per un sentiero di ben altra difficoltà, è possibile arrivare ad Alpenzu, un’altura da cui si gode di uno splendido panorama. E da qui partono i sentieri che portano alla scoperta dei villaggi Walser. Da menzionare anche le tradizionali feste, come quella patronale di San Giovanni Battista (a fine giugno) durante la quale donne ma anche ragazze e bambine sfilano dopo la messa indossando l’abito tipico walser mentre i ragazzi e gli uomini sfilano con una portantina ove è posta una testa che rappresenta quella del santo. È possibile assistere alla processione con l’abito tradizionale anche il giorno di Ferragosto, quando ad essere portata in giro è la statua della Madonna. In contemporanea alle celebrazioni del santo patrono, si svolge la ‘bierfest’. Festa che nasce all’inizio degli anni 80 per ‘celebrare’ la Kühbacher Bier, prodotto del birrificio del Barone Beck Peccoz, un gressonaro che ora vive in Germania nella città di Kühbach. Ricordiamo anche l’Estate Musicale di Gressoney con i suoi concerti di musica classica organizzati dall’associazione ‘amici della musica’ e la Festa della Toma, dove protagonista è la toma di Gressoney, formaggio da tavola molto apprezzato e tuttora prodotto con metodi tradizionali. Per chi si trovasse da quelle parti mi sento di consigliare i piatti tipici come la polenta concia (polenta gialla al forno con fontina e burro fuso), la carbonada (manzo sotto sale tagliato a fettine sottili e cotto nel vino) e per concludere il caffè alla valdostana da bere in compagnia nella tipica ‘coppa dell’amicizia’. Specialità del luogo sono anche i liquori come il Genepy, il Benefort o l’amaro che porta lo stesso nome del torrente, il Lys. Ricordiamo inoltre le grappe aromatizzate (ce ne sono di vari gusti: liquirizia, rosa, erbe, limone e molte altre). È infine possibile trovare imbottigliato il liquore già pronto da aggiungere al caffè per farlo alla valdostana. Sono tornato in questo luoghi a 15 anni di distanza dall'ultima volta e alcune foto di quest'articolo risalgono al mio precedente viaggio. Tutte le foto sono realizzate con Nikon Z6, Z50 e D50 solo alcune con iPhone 12 mini. Arriverà prossimamente un breve video realizzato da me. Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. Al prossimo articolo! ciao!
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  11. Con questo blog mi piacerebbe iniziare una serie di interventi, molto rarefatti, uno ogni tanto, ma tantissimo, per raccontare qualche storiella con animali protagonisti, con una morale, come le favole di Esopo. Solo che non racconterò favole, ma storie vere, verissime. L'anno dopo la mia nascita, cioè nel 1959, uno scienziato russo ebbe l'idea di provare a creare delle volpi domestiche. Attenzione non di addomesticare delle volpi, ma di selezionare una "razza" di volpi non timorosa dell'uomo, fiduciosa e non aggressiva. Un po' come successe nella preistoria col Lupo e il Cane. Ma la Volpe non è un animale sociale come il Lupo, perciò non adatta all'addomesticamento. L'idea dello scienziato era indagare se con una selezione genetica forte si sarebbe potuto ottenere varietà domestiche anche da animali "inadatti". Per comodità scelse di lavorare sulla Volpe Argentata, che non è una specie a sè, ma è una Volpe Rossa dal mantello particolarmente scuro, una mutazione che interessa circa il 10% delle Volpi Rosse, un po' come il Leopardo o il Giaguaro e la Pantera/Giaguaro Neri. Le Volpi Argentate in Russia (ma anche altrove) vengono allevate e reincrociate per fissare il carattere del pelo scuro, per poi farle riprodurre, crescere in gabbia e alla fine massacrarle per farne pellicce pregiate (qualche voce malevola, non confermata, ha sostenuto infatti che uno scopo collaterale sarebbe stato quello di facilitare gli allevatori, creando volpi più trattabili). Essendo allevate era più facile reperire gli esemplari rispetto ad andare a catturarne di liberi. Così lo scienziato iniziò a girare per gli allevamenti e scegliere quei cuccioli che sembravano meno aggressivi e meno timorosi dell'uomo. Li allevò, li fece riprodurre incrociandoli fra loro, selezionando ad ogni generazione quelli sempre più docili. Ci vollero 50 generazioni, un po' più di quarant'anni e finalmente fu ottenuta la volpe domestica, docile ed affettuosa, scodinzolante proprio come un cane, solo che... ecco... non sembrava più molto una volpe, argentata o meno. Cos'è successo? Fino agli anni '70 c'era la convinzione che ogni gene corrispondesse ad una porzione specifica di DNA e selezionasse un dato carattere, quindi si pensava a selezionare un gene per la docilità. Da qualche decennio sappiamo che non è per niente così. Le cose sono enormemente più complesse e ogni mutazione può avere effetti diversi, a volte nessuno, altre piccoli, altre ancora imponenti effetti a cascata. La docilità e la riduzione in generale dell'aggressività dipendono anche da dosaggi di diversi ormoni, alcuni diminuiscono, quelli che regolano le risposte aggressive, altri aumentano, ma non la faccio lunga, il succo è che le mutazioni possono avere effetti a cascata su tutto l'individuo. Quando si cerca di modificare il carattere di un animale ad esempio verso la docilità e la socievolezza, si selezionano flussi ormonali diversi che portano a modifiche sia del carattere che fisiche: si fissano tratti infantili (ad esempio il cane ha la fronte sporgente, mentre il lupo e la volpe hanno la fronte spiovente) e curiosamente, anche la pezzatura del mantello e le orecchie pendenti, entrambi caratteri assenti nelle specie selvatiche, probabilmente perchè svantaggiosi in natura. Morale: se da una parte è dimostrato che la domesticazione di una specie selvatica anche potenzialmente inadatta si può ottenere tramite selezione genetica, quello che si è dimenticato è che il prodotto finale è ...un'altra cosa. Dopo (sopra) e prima (sotto). Ovviamente il discorso sfruttamento per le pellicce, se mai fosse stato vero, è andato a quel paese... Un esempio piccolo piccolo per far capire una questione molto grande: La natura è complessità, prima di prendere iniziative anche a fin di bene, ad esempio per l'ambiente, bisogna stare molto, ma molto attenti e pensarci almeno un paio di volte. Non esistono soluzioni semplici. Se vi interessa che scriva altre storie così lasciatemi un feedback in merito, così mi so regolare. Foto e disegno presi da Internet a solo scopo divulgativo, i copyright spettano agli aventi diritto.
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  12. Eccoci ad un nuovo appuntamento con un Nikonlander doc: Paolo Mudu. Quando e come ti è nata la passione per la fotografia? Fotograficamente sono nato in camera oscura. Fu il mio professore di applicazioni tecniche alle medie, grande appassionato di fotografia, che accese la luce (di sicurezza) della passione. Iniziai quindi col bianco e nero, scattando poi con una Comet Bencini di mio padre. I primi scatti al Isola d’Elba poi di notte mentre nevica sono i momenti che ricordo alle prese di tempi e diaframmi. E poi? I primi soldi guadagnati coi lavori estivi andarono subito in reflex ed ottiche scadenti, ma a me sembravano un traguardo. La mia prima Nikon dormì la prima notte sul mio comodino. Pareva di avere lo strumento giusto, quello che mi avrebbe permesso di fare vera fotografia. Quanto mi sbagliavo! Me ne resi conto quando iniziai a frequentare uno studio di foto industriale, disposto anche a dipingere gli enormi fondali. Si scattava in gran parte con camere a corpi mobili 8”x10”. Il mondo si era rovesciato. La maggior parte del tempo la si impiegava in noiosissime preparazioni dei set spostando enormi bank a luce continua. Mi insegnarono pure ad aprire le scatole di profumo senza che si rovinassero. La prima volta sono uscito dallo studio con le orecchie basse, le mie dia 24x36 finirono nel cassonetto. Tutto da riconsiderare! Un bagno di umiltà salvifico. Da lì ricominciai cambiando il modo di guardare le cose. Dieci e passa anni dopo, la soddisfazione di presentare un portfolio finalmente maturo, non però al maestro del tempo ma al suo ex apprendista. Nikon perché? Un caso o una scelta? Perché Nikon? Era il mito, la meta ambita dai più ed io non ero diverso. Diciamo che iniziai a fotografare meglio quando iniziai a considerare la Nikon come un valido strumento per esprimermi e non un simbolo. Nel digitale ho iniziato ad avere soddisfazioni con la D700 e poi con la D3X, che utilizzo tuttora, prevalentemente nei ritratti. Come ti trovi? Cosa ti manca? Mi manca quello che non ho: la D850. Non uso solo Nikon oggi. Sigma per i paesaggi e Fuji X100T per lo Street. Fotografi i soggetti delle tue altre passioni? Le mie passioni sono legate alla fotografia. Nello zaino da montagna o in viaggio c’è sempre stato posto per una o più fotocamere. Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato? Le fotografie a cui sono più affezionato sono quelle che ho voluto e a cui ho dedicato più tempo per realizzarle. Oggi è facile modificarle in post produzione. Un tempo una lastra 4”x5” era l’unica possibilità è non utilizzavo neppure il dorso Polaroid. Tornato da un viaggio, solo dopo qualche giorno potevo scoprire se avevo buttato tempo e soldi. Le soddisfazioni erano più intense! E in futuro? Il futuro si chiama “immagine”, il concetto di fotografia cambierà radicalmente. Penso che continuerò a divertirmi, spero sempre con Nikon!
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