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Showing content with the highest reputation since 08/06/2017 in Blog Entries

  1. Come da titolo, ma non ci è riuscito nemmeno stavolta Andiamo con ordine. Nelle settimane precedenti Ross ha cominciato a ventilarmi la possibilità di uno shooting remoto, e di vederci per tale occasione perché mi considerava "esperto" del genere poiché ne avevo fatto uno lo scorso anno. Dopo qualche giorno mi disse di tebermi libero per domenica 11, senza possibilità di replica. "Molto bene", dico io, "mi libero di un appuntamento già preso così siamo a posto". Arriva il giorno dello shooting e sembra di pescare l'intero mazzo di Imprevisti del Monopoli. Si comincia al mattino con febbre da cavallo che si trascina da venerdì notte, e per un problema collegato sono praticamente vestito per andare i pronto soccorso. Avviso Ross, che giustamente mi dice di correre in PS e tenerlo aggiornato. Per fortuna il problema da PS si risolve da solo (circa), e con tachipirine come caramelle la febbre scende. Confermo quindi a Ross che nel pomeriggio può venire tranquillamente. Ross arriva, finalmente conosce mia madre (ci teneva tipo da sei anni), io ho preparato il PC e sono in postazione in studio. Sento che Ross traffica in salotto, viene da me e mi dice che ci son problemi di connessione, io rispondo ok, ci beviamo intanto un aperitivo. Andiamo in salotto. Mi trovo davanti Sabi con una candelina in mano che canta "Happy Birthday to you" (Kennedy puppa!). Fingo di non avere l'arresto cardiocircolatorio che ho per qualche secondo, la saluto come si conviene e soffio sulla candelina. Poi siccome Ross è Ross, la candelina è una di quelle che non si spengono, quindi momenti ilari a mie spese fin da subito. Poi da lì, un po' di relax... come stai, come non stai, non ci vediamo da un sacco di tempo e insomma sembra quasi che l'ultima volta ci si sia trovato l'altro ieri. E' andata a finire che lo shooting è stato molto poco remoto e molto divertente (perdonate la qualità non "da portfolio" delle foto, ma sono praticamente come scattate) Momento top: foto n.6 con Sabi nuda sul balcone che saluta verso una delle rotonde più trafficate di Lecco raccogliendo una sinfonia di clacson. Ah, questione zia: in realtà ha visto Sabi solo a fine shooting, quindi era già vestita. Niente foto della zia basita, mi dispiace Questioni tecniche sulla Z fc, a seguire. E' stato il primo shooting "serio" con la nuova macchina e devo dire che, finché è durata, si è comportata egregiamente. Il principale punto a favore è senza dubbio la leggerezza, in mano sta come una piuma; il secondo è il display regolabile, soprattutto per me. Avendo fatto l'intero shooting da seduto (con Ross che mi muoveva di qua e di là ) l'altezza di ripresa sarebbe stata estremamente limitata senza il display basculante. Con esso, invece, si può usare la fotocamera ad ogni altezza senza la necessità di dover per forza guardare nel mirino. Per il resto, c'è stata ancora qualche incertezza nel trovare alcune opzioni ma niente di insormontabile. Dicevo "finché è durata", perché a metà è andata in rosso la batteria (mi era stato detto che serviva per un Backstage e vedendo la batteria a tre tacche la sera prima, non l'avevo caricata). Per fortuna Ross mi ha prestato la sua Z6 II e tutto è proseguito liscio Di nuovo, un grazie gigantesco a Ross per la sorpresa clamorosa e inaspettata, e so che ci è voluta anche parecchia organizzazione e... segretezza! Per fortuna non ho deciso di rimandare, mi sarei mangiato le mani fino ai gomiti. Doverosa, Menzione d'onore sempre per Ross anche per avermi scarrozzato per casa in lungo e in largo, compreso un numero per superare il gradino per uscire in balcone, che pensavo di finire di sotto
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  2. Per una volta non sono il fotografo ma il soggetto. Una mia cara amica è passata a trovarmi e questo è il risultato. Volevo tenerne qualcuna per il contest "fuori dalla comfort zone", ma probabilmente sarebbero state fuori tema. Comunque, un grazie immenso a Chiara, che ha saputo non solo farmi sbottonare su un aspetto un po' difficile di questi ultimi giorni, ma me l'ha resa molto facile e mi ha pure fatto divertire Per il lato tecnico, alcune sono fatte con la mia D700, altre con iPhone. (spoiler: sto ancora messo meglio di quel che sembra, in realtà).
    17 points
  3. A feast for the senses, the sounds and sights of Hermaness are full of drama. Così il sito Visitscotland.com introduce questo luogo incredibile, estrema propaggine nord del Regno Unito. (immagine tratta da visitscotland.com) La riserva è molto grande per i nostri standard e girarla tutta è una vera e propria escursione, per la quale viste le estremamente mutevoli condizioni meteorologiche occorre essere bene attrezzati. Non è raro, infatti, partire con il sole e sperimentare venti fortissimi e veri e propri diluvi, così come partire con la pioggia e ritrovarsi dentro una splendida giornata. Per questo una giacca e scarponi realmente impermeabili sono indispensabili, così come un pile aggiuntivo e pantaloni pesanti. Insomma la solita regola del vestirsi a strati, alla quale aggiungerei abbondanti dosi di ottimismo e di perseveranza. (immagine tratta da nature-shetland.co.uk) Ho conosciuto questo luogo fantastico nel 2007, nel corso di un epico viaggio in camper. Epico perché è stato il mio primo viaggio specificatamente concepito ed organizzato per fotografare animali, perché sono state 5 settimane di vacanza - le più lunghe della mia vita adulta, tutte in camper con viaggio non-stop dall'Italia alle Shetland e, last but not least, perché nel team c'era mia figlia Margherita, all'epoca di due anni di età. Qui lei, equipaggiata di tutto punto, ha avuto la sua prima avventura. Si sa, col passare del tempo i ricordi diventano più dolci e quelli belli irresistibili. Così nel 2016 abbiamo deciso di tornare! Queste brevi note, quindi, hanno lo scopo di descrivere un luogo che da solo può giustificare una settimana di vacanza nella natura. Magari non in camper dall'Italia, anche il ritorno è stato così per motivi logistici, ma con uno dei voli che atterrano in un incredibile aeroporto, Sumburgh Head nel sud dell'arcipelago, la cui pista è attraversata dalla strada (vicino all'aeroporto c'è un'altra riserva RSPB dove vedere i Puffin, ma non in un ambiente speciale come a Hermaness). Allora, perché andare fin laggiù? perché questo ambiente incredibile... (Pano 152mpix, ottenuta con D810 e 70-200/4, scattando in verticale con focale 135mm 1/250 F8, 64 ISO, 8 foto) (tutte: D810 con 16-35/4 o 70-200/4) ... ospita due gigantesche colonie di Gannets (Sule), numerosissimi Puffin (Pulcinella di mare) e, in cima alla catena alimentare, gli Skua (Stercorario maggiore). Beh, non solo loro... Ma andiamo con ordine. Gli SKUA sono grossi uccelli marini dotti di ampie ali e coda corta, corpo massiccio, bruno con remiganti fasciate di bianco. Non sono buoni pescatori, ma veri e propri pirati dell'aria che attaccano in volo gli altri uccelli, per rubare il cibo che portano a terra per alimentare i piccoli. E, a volte, predano direttamente i piccoli delle altre specie. Attenzione: Lo SKUA è estremamente aggressivo e non esita a gettarsi in picchiata sul maldestro, ed in questo caso incauto, escursionista che dovesse avvicinarsi ai siti di nidificazione, che sono a terra nelle praterie erbose. (tutte D4 e 500/4, liscio e moltiplicato) Qui mentre attacca in volo una sula, molto più grande di lui: Ma non è lui, per me, la vera star di questo posto. Sono le Sule, uccelli marini molto grandi e dotati di un corpo affusolato ed un'apertura alare di poco meno di due metri. Pescano nell'oceano, gettandosi in picchiata a 100km/h da 50mt di altezza per raggiungere le prede. Nidificano in enormi colonie, impossibile mentre si è sul bordo non pensare a quanto è forte la vita. Immaginate essere su una scogliera alta diverse centinaia di metri, davanti all'oceano che pare infinito guardando decine di migliaia di uccelli schiamazzare, corteggiarsi ed allevare i piccoli. Indescrivibile a parole. Impagabile trascorrere qualche ora sdraiati sul bordo a binocolare la colonia, osservando il loro comportamento. (tutte D4 con 500/4, liscio e moltiplicato) Ma, per me, i più simpatici sono loro, i Pulcinella: (D4 a 500/4, liscio e moltiplicato; l'ultima D810 e 70-200/4) Perché mi sono simpatici credo sia evidente dalle fotografie, ma non sono solo carini. Sono dei duri. Basti pensare che, pur essendo alti solo 30cm per 400-600gr di peso, trascorrono a terra solo il periodo della nidificazione, in estate. L'inverno lo passano in mezzo all'oceano! Purtroppo, il cambio del clima inesorabilmente sta modificando il nostro pianeta. Nella penultima immagine gli osservatori più attenti avranno notato che i pesci nel becco non sono tutti piccoli. I Pulcinella faticano a trovare adeguate quantità di piccole Sand eels, e finiscono per pescare pesci più grandi che non sono adatti ad alimentare i piccoli. Per questo, negli ultimi anni, la popolazione di questi meravigliosi uccelli sta drasticamente riducendosi nelle colonie più a nord (Islanda e Shetland), senza purtroppo nessuna buona prospettiva sul lungo periodo. Massimo 5/11/2017
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  4. Una notte a Venezia, sfidando il meteo pessimo, con tanti spunti e alcuni amici. Foto scattate con Z6 e 24-70/4 S, 14-30/4 S e il mio 21 Distagon Zeiss, che continuo a ritenere la mia ottica migliore e che spero un giorno possa esistere nativo per Z.
    16 points
  5. Con questo blog mi piacerebbe iniziare una serie di interventi, molto rarefatti, uno ogni tanto, ma tantissimo, per raccontare qualche storiella con animali protagonisti, con una morale, come le favole di Esopo. Solo che non racconterò favole, ma storie vere, verissime. L'anno dopo la mia nascita, cioè nel 1959, uno scienziato russo ebbe l'idea di provare a creare delle volpi domestiche. Attenzione non di addomesticare delle volpi, ma di selezionare una "razza" di volpi non timorosa dell'uomo, fiduciosa e non aggressiva. Un po' come successe nella preistoria col Lupo e il Cane. Ma la Volpe non è un animale sociale come il Lupo, perciò non adatta all'addomesticamento. L'idea dello scienziato era indagare se con una selezione genetica forte si sarebbe potuto ottenere varietà domestiche anche da animali "inadatti". Per comodità scelse di lavorare sulla Volpe Argentata, che non è una specie a sè, ma è una Volpe Rossa dal mantello particolarmente scuro, una mutazione che interessa circa il 10% delle Volpi Rosse, un po' come il Leopardo o il Giaguaro e la Pantera/Giaguaro Neri. Le Volpi Argentate in Russia (ma anche altrove) vengono allevate e reincrociate per fissare il carattere del pelo scuro, per poi farle riprodurre, crescere in gabbia e alla fine massacrarle per farne pellicce pregiate (qualche voce malevola, non confermata, ha sostenuto infatti che uno scopo collaterale sarebbe stato quello di facilitare gli allevatori, creando volpi più trattabili). Essendo allevate era più facile reperire gli esemplari rispetto ad andare a catturarne di liberi. Così lo scienziato iniziò a girare per gli allevamenti e scegliere quei cuccioli che sembravano meno aggressivi e meno timorosi dell'uomo. Li allevò, li fece riprodurre incrociandoli fra loro, selezionando ad ogni generazione quelli sempre più docili. Ci vollero 50 generazioni, un po' più di quarant'anni e finalmente fu ottenuta la volpe domestica, docile ed affettuosa, scodinzolante proprio come un cane, solo che... ecco... non sembrava più molto una volpe, argentata o meno. Cos'è successo? Fino agli anni '70 c'era la convinzione che ogni gene corrispondesse ad una porzione specifica di DNA e selezionasse un dato carattere, quindi si pensava a selezionare un gene per la docilità. Da qualche decennio sappiamo che non è per niente così. Le cose sono enormemente più complesse e ogni mutazione può avere effetti diversi, a volte nessuno, altre piccoli, altre ancora imponenti effetti a cascata. La docilità e la riduzione in generale dell'aggressività dipendono anche da dosaggi di diversi ormoni, alcuni diminuiscono, quelli che regolano le risposte aggressive, altri aumentano, ma non la faccio lunga, il succo è che le mutazioni possono avere effetti a cascata su tutto l'individuo. Quando si cerca di modificare il carattere di un animale ad esempio verso la docilità e la socievolezza, si selezionano flussi ormonali diversi che portano a modifiche sia del carattere che fisiche: si fissano tratti infantili (ad esempio il cane ha la fronte sporgente, mentre il lupo e la volpe hanno la fronte spiovente) e curiosamente, anche la pezzatura del mantello e le orecchie pendenti, entrambi caratteri assenti nelle specie selvatiche, probabilmente perchè svantaggiosi in natura. Morale: se da una parte è dimostrato che la domesticazione di una specie selvatica anche potenzialmente inadatta si può ottenere tramite selezione genetica, quello che si è dimenticato è che il prodotto finale è ...un'altra cosa. Dopo (sopra) e prima (sotto). Ovviamente il discorso sfruttamento per le pellicce, se mai fosse stato vero, è andato a quel paese... Un esempio piccolo piccolo per far capire una questione molto grande: La natura è complessità, prima di prendere iniziative anche a fin di bene, ad esempio per l'ambiente, bisogna stare molto, ma molto attenti e pensarci almeno un paio di volte. Non esistono soluzioni semplici. Se vi interessa che scriva altre storie così lasciatemi un feedback in merito, così mi so regolare. Foto e disegno presi da Internet a solo scopo divulgativo, i copyright spettano agli aventi diritto.
    15 points
  6. Il tempo passa, non vi sono dubbi su questo.. poi dopo aver subito le varie ed eventuali imposizioni ( in fondo giuste ) per il contenimento del covid, ecco che appunto per questo.. ho fatto la prima vaccinazione, malgrado il tempo non certo bello di quel giorno, la z 50 era nella mia tasca; pochi giorni dopo la regione Lombardia è passata di colore, e dovendomi spostare tra casa e ospedale, la prima volta.. non ho fatto nulla.. ma la seconda invece, come una liberazione avevo con me le ultime cose rimaste nel tempo; la Z 50 e le sue due ottiche che onestamente ho usato solamente il 50-250 e pure con l'addizionale 5T. Non sono cose da fantascienza.. ma liberatorie invece si.. non ho usato il cavalletto, e il vento era implacabile.. ma mi sono divertito, era tanto che non mi succedeva.. questa era la prima barriera.. passata questa, erano altre le barriere da by-passare però, dopo un'ora e mezza.. il famigerato astra zeneca me lo sono preso.. quanto vedevo davanti a me, atteso 20 minuti.. che non morissi sul posto, mi lasciarono andare.. alcuni fiori fatti in una rotonda di Basilio, il comune confinante all'ospedale dove mi reco.. questa è con la 5 T e pure questa... ho beccato un'amica di passaggio.. verso casa ho costeggiato alcune risaie, peccato che la strada sia veramente stretta e purtroppo trafficata, quini è stata fatta " al volo " Era tempo che non scattavo al di fuori delle mura domestiche.. grazie di aver avuto la pazienza ed il coraggio di vedere le mie robe...
    15 points
  7. Piemonte e Liguria sembra vogliano contendersi il primato della "sfiga da alluvione". Questa volta è toccato al Piemonte orientale, qualche giorno di pioggia concentrato sul bacino idrografico del Sesia e si sono contati morti e milioni di euro di danni. Un'alluvione flash, questa di inizio autunno 2020, in confronto agli 8 giorni di pioggia consecutivi del novembre del 1994, e la cosa deve indurre maggiore inquietudine. Ma queste sono faccende degli uomini, per i fiumi, per le aste fluviali, i rigonfiamenti stagionali sono una benedizione. Sul Sesia "era" normale attendersi un paio di piene annuali, piene in grado di spostare milioni di tonnellate di ciottoli e sabbia in una vera azione di pulizia biologica del corso fluviale . Negli ultimi anni il meccanismo si è inceppato, i pioppi hanno colonizzato greti e gerbidi ed il fiume è rimasto inchiodato al letto tracciato venti anni fa, un letto che, nei rami laterali, appariva fangoso e lontano dalla natura di torrente sub alpino quale è il Sesia. Questo fino a domenica 3 ottobre 2020. Nella notte tra sabato e domenica 3 ottobre il livello del fiume ha superato (di poco) l'argine orientale come si vede dal deposito lasciato sulla strada arginale. Più a monte ha rotto il contenimento inondando i campi. All'interno dell'argine, nel bosco del parco delle lame, l'acqua ha raggiunto livelli record, andando ad inondare punti dove nemmeno nel lontano 1994 era arrivato. Dall'argine ho osservato l'acqua color caffè e latte turbinare con violenza in punti dove meno di una settimana prima passeggiavo con il treppiede a spalla. Fiducioso nei miei stivali a cosciale ho provato ad addentrarmi lungo la stradina d'accesso, ma dopo due soli passi la profondità era tale da non poter proseguire. costretto al rientro mi riprometto di tornare appena il fiume rientrerà nel suo alveo normale. E così il 10 ottobre sono nel parco a misurare l'effetto della piena sul bosco di San Nazzaro. Uno shock, giuro. In 25 anni di alluvioni e bizze del fiume ne ho viste tante, ma questa volta è diverso, questa volta il fiume si è schiantato sui miei sentieri, cancellandoli completamente. La topografia del luogo che conoscevo non esiste più, non ci sono più i riferiementi ultra decennali che mi consentivano di orientarmi anche nel buio pesto. La pista principale è stata cancellata, la radura grande dove pascolano i caprioli semplicemente non esiste più. Per tentare di rendere l'idea del "prima" ho cercato in archivio qualche immagine di luoghi noti. Spero possa rendere il senso di straniamento che ho io. INGRESSO DEL PARCO 2011-ESTATE 2020 INGRESSO PARCO 10 OTTOBRE 2020 STRADA DI ACCESSO 2011-ESTATE 2020 STRADA DI ACCESSO 10 OTTOBRE 2020 GUADO DELLA LAMA GRANDE ESTATE 2019 GUADO DELLA LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 LAMA GRANDE SETTEMBRE 2020 LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 RADURA A NORD DELLA LAMA GRANDE LUGLIO 2019 RADURA A NORD DELLA LAMA GRANDE 10 OTTOBRE 2020 In sostanza, come sospettavo, luoghi come la Lama grande non hanno subito particolari effetti, anzi sono stati ripuliti dal fango di sedimentazione che negli anni condurrebbe all'interramento dello specchio d'acqua. Questa Lama resiste da troppi anni, segno che il fiume ogni tanto arriva fin qui. Per il bosco invece è differente. L'azione dell'acqua corrente ha strappato via il terreno portando alla luce il sottostante, antico, greto fluviale. Molti alberi hanno perso il loro ancoraggio e sono stati sradicati andando a creare enormi accumuli di detriti, accumuli che hanno prodotto un effetto benefico verso il bosco a valle. Evidentemente le dighe di detriti producono una importante riduzione della velocità dell'acqua depotenziando l'azione di dilavamento del terreno. Ciò riduce rischio di sradicamento degli alberi più a valle come dimostra l'immagine seguente dove il passaggio dell'acqua non ha neppure piegato le erbacce. Più a valle ho registrato i segni di fango sui tronchi ed uno spesso strato limo depositato, tutte evidenze di una lenta sedimentazione cioè di un flusso d'acqua molto calmo. Capriolo di passaggio Cinghiali al trotto In questa immagine si vede molto bene il massimo livello raggiunto dal fiume. Ebbene, i miei piedi si trovano a 4.5 m sopra il normale livello del Sesia. Lo strato di fango ha reso evidente la rapida "ricolonizzazione" del bosco da parte di tutti i suoi abitanti. Cinghiali, caprioli, nutrie, tassi e volpi sono rientrati nel loro bosco. Nutria e ratto Volpe Tasso Con una certa difficoltà (non ci sono più i passaggi che conoscevo) sono comunque riuscito a raggiungere il fiume. Paradossalmente il corso principale non ha subito particolari alterazioni, in altri termini data l'azione sul bosco mi sarei aspettato qualcosa di più, invece il fiume è sempre quello di prima. Riporto qualche immagine di confronto. ESTATE 2020 OTTOBRE 2020 ESTATE 2020 OTTOBRE 2020 Faccio solo osservare che la cuspide di ciottoli della foto di Ottobre si trova 60-80 metri più a valle rispetto alla stessa cuspide ripresa in estate. La piena ha ripulito il fiume ma ha anche spostato, come previsto, incredibili quantità di materiale. Il fiume ora è semplicemente splendido. ---------------------------------------------- Tornando invece alle tristi vicende umane, poiché l'Italia si sta facendo notare in tutto il mondo per i suoi ponti stradali, non poteva mancare in questa occasione una ulteriore conferma di una qualche perdita di consuetudine con il calcestruzzo. Da Romagnano per andare a Gattinara, per un po' si dovrà fare il giro largo.
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  8. L'edizione 2020 in effetti si sarebbe dovuta svolgere a giugno, come ogni anno, ma a maggio ancora non si sapeva se e quando. Solo ai primi di luglio correva voce che il mese prescelto sarebbe stato ottobre. Naturalmente a campionato ridotto perchè molte prove del mondiale sono saltate proprio per i lockdown imposti in molte nazioni in quasi tutto il circuito. Ma la tappa italiana è sempre stata tra le più sicure, in parte per la chiusura dei confini per chi proveniva da stati non classificati sicuri e in parte per il “bluff” concordato con la FIA dal governatore della Sardegna che ha annunciato totale chiusura al pubblico. Cosa ovviamente impossibile, ma che è servita a scoraggiare l'arrivo di molti appassionati. Quest'anno doveva andare così. Complicato il programma. Prove speciali ridotte, orari improbabili e controlli attenti (soprattutto sulle mascherine). Ma quando mai mi sono lasciato scoraggiare? Nella prima giornata una prova speciale che non conoscevo e che attraversava un cantiere forestale meraviglioso, nei pressi di Castelsardo. Speravo meglio, con Enzo Cossu (bravo fotografo e nikonista, col quale normalmente ho piacere di lavorare) avevamo fatto un sopralluogo lungo tutta la speciale un mese fa, ci sembrava un'ottima scelta. Ahimè, così non è stato. Luce pessima con metà del tracciato in ombra e una foschia veramente fastidiosa. Ho preferito orientarmi sulle immagini ambientate, giusto per fare qualcosa di diverso e che non facesse troppo ringhiare. In piedi su una roccia, e con le ginocchia scassate... queste cose non le dovrei proprio fare, ma ancora non riesco a trattenermi. Veibi-Andersson su Hyundai i20. Primo anno per quest'auto e va veramente forte. Erano due le i20 in gara, l'altra affidata all'equipaggio russo Gryazin-Aleksandrov. Una scenografia pazzesca. Mi riprometto di tornarci con più calma... magari rischiando meno Me lo sentivo dentro che questa foto l'avrei dovuta fare, un primo piano degli americani Sean Johnston e Alexander Kihurani... ancora ignari di quanto sarebbe accaduto loro il giorno dopo.... ....... il giorno dopo. Nella "speciale" di Loelle. E io ero c'ero. MA CHE CULO ANCHE LORO... CHE SONO RIPARTITI Tre giorni di sveglia alle 4 del mattino, tutto il giorno in piedi o sdraiato in terra con la testa poggiata sullo zaino, l'attesa infinita e i crampi.... qualcosa la dovevo incassare, per giusto diritto. Noi fotografi siamo dei cercatori. Se cerchiamo, prima o poi, troviamo. Amen. Ma tant'è... lo spettacolo deve continuare. La grinta di Thierry Neuville nella speciale di Tergu, quasi al volo prima di rientrare a casa. Terzo e ultimo giorno all'Argentiera, in quella che _ per il paesaggio che attraversa _ viene considerata la più spettacolare tra le prove del mondiale e per questo molto difficile da documentare per i fotografi non ufficiali. Cioè noi. Ce ne faremo una ragione, per ora qualche idea ancora l'abbiamo. Anche senza un passe appeso al collo. Intanto un doveroso omaggio alla coppia Solberg-Mikkelsen, apripista veloci .... e agli irriducibili amici della polvere Sebastien Ogier Veibi-Andersson Gryazin-Aleksandrov Tanak-Jarveoja E l'arrivo spettacolare di Dani Sordo, vincitore in Sardegna per il secondo anno consecutivo. Stavolta "spinto" dal maestrale. Un traversone in prossimità del traguardo mi mancava. ----------- Copyright Enrico Floris 2020 per Nikonland
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  9. SCOPRII per puro caso, lo scorso anno, che una tappa del campionato del mondo di aquabike si svolgeva in Sardegna, non lo sapevo proprio. Ovviamente l'edizione 2020 venne totalmente cancellata dopo due prove, ma nel 2021 si sta cercando di recuperare, Per ora le prime tre prove Polonia, Ungheria e Italia sono andate a buon fine. La location scelta è Olbia, esattamente il molo Brin, un ampio spazio acquatico non più utilizzato di fronte al marina Mi ero riproposto di non perdere l'appuntamento e sono riuscito nell'intento ma solo in parte (per istinto di autoconservazione e anche per motivi indipendenti dalla mia volontà). Comunque per un pomeriggio e una mattina sono riuscito a produrre qualcosa. Lo dico subito: mai fotografato l'aquabike fino ad oggi e a dire il vero non conosco neanche le classi di gara e neanche il regolamento e, mea culpa, non conosco neanche i nomi degli atleti in gara... un disastro. Ciononostante il tempo che ci ho speso ritengo sia stato proficuo. Poche le postazioni a mia disposizione ma comunque una certa libertà di movimento l'ho avuta grazie a un servizio d'ordine comprensivo e a un limitatissimo affollamento. Ho lavorato tranquillo per qualche ora ed era ciò che più mi interessava. Sport magari noioso da vedere dopo i primi cinque minuti ma decisamente divertente da fotografare. Con grande sorpresa ho scoperto che si può fare tanto e le situazioni in acqua sono le più disparate. Un antistress consigliatissimo. Una grinta pazzesca questi ragazzi e anche tanti muscoli, perchè tenere un jet sky non è facile. Sulle boe fanno pieghe da paura... le orecchie in acqua E le ragazze non sono da meno, meravigliosamente aggressive. Da brivido L'unico rammarico è stato non poter assistere alla parte più divertente dello show, la specialità freestyle che potete ben immaginare. Purtroppo si è svolta ieri in notturna, con inizio alle 21. Per i motivi che ben conoscete ho dovuto rinunciare. Ero già in tira da ieri mattina e non posso più permettermi certe zingarate. Cercherò di gestirmi meglio nel 2022, sperando che il mondiale resti in Sardegna. Mi sono divertito veramente tanto e, sinceramente, non avevo mai prodotto tante immagini in un' paio di sessioni di poche ore ognuna. Vorrei pubblicarle tutte, Quest'ultima credo spieghi molto bene a cosa si va incontro... ci si può sbizzarrire veramente tanto. Pezzo consigliato: Let It Ride, della Bachman Turner Overdrive, per chi ancora se la ricorda. Alzate il volume Copyright Enrico Floris 2021 per Nikonland
    14 points
  10. “.... per arrivare a Bosa dovrai attraversare l'inferno” Sono queste le esatte parole che ho detto a Max Aquila prima di incontrarci. Io, quell'inferno, lo avevo attraversato due giorni prima, il 29 luglio, con il mio amico Enzo. Ho quasi 63 anni e ancora non mi sono abituato. Sono nato con l'odore della legna bruciata che mi penetrava le narici e, come tutti i sardi, ci ho convissuto per tutta la vita, senza poter fare niente per impedire lo scempio. E ogni maledettissima volta il dolore è il medesimo, stessa intensità, stesso odore, sgradevole e insopportabile, di legna bruciata. E affiora sempre la stessa ferita sulla terra che mi ha dato i natali e mi ha fatto grande. Una terra meravigliosa che non riesco a proteggere. In quei giorni su Instagram sono fioccate centinaia di immagini crude, terribili, di animali carbonizzati. Cani fedeli al loro dovere morti con le greggi che dovevano proteggere a costo della vita; e ancora animali abituati a muoversi velocemente, volpi, gatti, cinghiali che mai sarebbero potuti essere veloci come il fuoco spinto dal vento. E in lontananza allevatori in lacrime che assistevano impotenti ai roghi delle loro stalle, straziati dai disperati lamenti degli animali intrappolati dalle fiamme. E viene male persino parlarne, ma per un solo istante ad immaginare, a figurarsi ciò che è stato quell'inferno, si riesce a provare quel dolore, quella disperazione e si stringe lo stomaco, tanto quanto il pugno di un bambino. Ed è allora che si capisce. Con Enzo abbiamo deciso di documentare. Niente immagini crude. Solo la devastazione. Tanto dovrebbe bastare. Contrariamente a ciò che vedrete, le immagini sono a colori. I colori del carbone e della cenere in un paesaggio che non riconosco, rimodellato dalle fiamme, intersecato da muretti a secco anneriti che si incrociano più e più volte delimitando spazi confinanti all'interno dei quali regna il nulla in un ordine sinistro, malsano. E' l'estetica del fuoco Dji Mavic Mini 2 - Copyright Enzo Cossu 2021 Dji Mavic Mini 2 - Copyright Enzo Cossu 2021 Non lasciatevi ingannare da alcune sparute macchie di colore, il fuoco ha superato l'orizzonte visibile, 20.000 ettari del Montiferru sono andati in fumo, cancellati da fiamme alte oltre trenta metri che hanno sviluppato temperature vicine ai 7000° con grande rischio non solo per le squadre di terra ma anche per Canadair ed elicotteri. Due domus de janas ai margini di un canalone, per tanto tempo invisibili, nascoste dalla vegetazione, oggi rivelate dal fuoco. Enzo dirige il drone La Panda 4x4, anche lei sofferente Mi muovo lentamente su un terreno soffice, impiego qualche secondo per assaporare la sgradevole sensazione che si prova a camminare sulla cenere, sollevandone piccole nuvolette ad ogni passo. Mi guardo le gambe, sono segnate dai rami carbonizzati. Un'altra dolorosa fitta allo stomaco. Sennariolo. Le fiamme hanno saltato la strada ma si sono fermate, improvvisamente, di fronte al cimitero. Non ci può essere niente per il fuoco in un luogo nel quale regna la morte. ----------------- I Know Why The Sun Shines, Judith Owen Copyright Enrico Floris 2021 per Nikonland
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  11. L’arcipelago è ricco di insediamenti umani molto antichi: segno di una terra che ha radici antiche. E’ un paesaggio intimo dove ho trovato una atmosfera che non avevo mai vissuto prima. Col poco tempo a disposizione ci si è dovuti accontentare della parte sud tra Kirkwall e Stromness, ma è cerrto che ci si ritorna. Protagonista sempre la luce, con qualche difficoltà per la scelta. (aprite le foto) # 1 Verso le Orcadi # 2 passate le Churcill Barrier constuite dai prigionieri Italiani (trasferiti qui dalla Libia…) per inibire il passaggio degli U-Boat (1943) # 3 # 4 si arriva alla Italian Chappel a ricordo di quanto sopra # 5 # 6 verso Orphir # 7 Orphir # 8 # 9 # 10 #11 # 12 l’immancabile... # 13 Stromness, sembra deserta # 14 # 15 senza parole # 16 # 17 # 18 # 19 pietre erette di Stenness # 20 Kirkwall St. Magnus Cathedral # 21 Kirkwall il porto # 22 a pesca di granchi # 23 Ring of Brodgar, un isediamento che risale al Neolitico # 24 Ring of Brodgar, soltizio d'estate # 25 idem # 26 idem # 27 verso Hoy # 28 Hoy #29 # 30 Old Man of Hoy # 31 idem # 32 beccaccia marina (haematopus ostralegus) # 33 scambio di opinioni... Davvero poco il tempo. I paesaggi, ma anche la fauna, da sola, merita un viaggio. Da programmare prossimamente. Continua con l’ultima parte: Skye.
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  12. 16 giugno 2020. Sono assente da Nikonland da parecchie settimane. Come tutti voi sono stato frenato dal lockdown la cui fine, purtroppo, è coincisa con l'inizio del mio periodo di letargo fotografico per via delle condizioni di luce che per tutta l'estate non sono esattamente il meglio che un fotografo vorrebbe. Per diversi giorni ho cercato un argomento buono per popolare il mio blog e alla fine l'ho trovato. Piuttosto ostico e capirete perchè. Diciamo il classico passo più lungo della gamba, ma è difficile scrollarsi di dosso un'idea quando arriva. Si parla di un'opera architettonica dimenticata da molti, quella che viene definita la Cupola di Antonioni, disegnata dall'architetto Dante Bini nel 1969 e realizzata a Costa Paradiso, a margine di un agglomerato residenziale d'élite, appunto per Michelangelo Antonioni. In realtà le cupole sono due, una più piccola. Ma la proprietà venne divisa e la più piccola, in seguito, ceduta. Come dicevo l'argomento è ostico perchè entrare nel merito delle filosofie di progettazione applicata di certi geni dell'architettura Made in Italy è per me estremamente complicato. Ma sono rimasto talmente affascinato da quest'opera che devo assolutamente sforzarmi di scrivere questo pezzo evitando il più possibile di scrivere stupidaggini. L'opera in sé richiama costruzioni già presenti in Italia, sin dal primo dopoguerra, esattamente a Milano, le famose case Igloo della Maggiolina. Diversa è la tecnica di costruzione: nel caso della Maggiolina le case Igloo erano costruite in mattoni e sorrette da losanghe in acciaio. Mentre la cupola costruita da Bini sfrutta una tecnica realizzativa da egli stesso ideata e denominata Binishell che consiste in un'unica colata di calcestruzzo su una forma d'aria sollevata a pressione (sostanzialmente forme prerealizzate e gonfiate ad aria). Facile oggi a dirsi e farsi, assolutamente geniale nel 1969. Ma Dante Bini (classe 1932) era e continua ad essere un visionario. Oggi viene definito l'architetto delle piramidi e un motivo c'è: ha ideato la più colossale opera architettonica mai pensata e realizzata dall'uomo, quella che viene definita Piramide di Tokyo, un'immensa struttura a forma di piramide, appunto, alta 2.004 metri, sorretta da nanotubi in carbonio e in grado di accogliere 1.000.000 di persone che _ se realizzata _ avrà un costo di 554 miliardi di euro, inizio lavori nel 2030, fine lavori nel 2110. La Cupola di Antonioni Il primo impatto con questo incredibile manufatto produce un certo disappunto. Sembra uno sfregio ambientale insanabile, su un costone di roccia e vegetazione che precipita in acqua, già largamente degradato dalla presenza di centinaia di villette che si affacciano su un mare invivibile, esposto a tutti i venti del quadrante occidentale. Incomprensibile. La cupola è fortemente degradata e in stato di abbandono, i segni del tempo sono largamente visibili. Sorprende subito il corridoio sospeso che porta all'ingresso. Ed è in questo momento che questo manufatto esercita tutto il suo fascino e riesco ad immaginare la casa del futuro, una cupola completamente rivestita di pannelli solari, una superficie inattaccabile dall'acqua che non ristagna sul tetto ma scivola per gravità; resistente al vento che, per quanto forte, non può far altro che scorrergli attorno. Interessante la seduta a destra dell'ingresso ricavata da un blocco di granito e la singolare finestra La curiosità cresce e scendo pochi scalini che mi conducono dabbasso, dove intravedo una porta aperta... ... la oltrepasso e mi ritrovo in un incredibile open space, una zona giorno piuttosto ampia e perfettamente illuminata. Ma come è possibile illuminare ciò che a prima vista appare come un bunker impenetrabile persino ai fotoni? Le soluzioni sono semplici ed estremamente efficaci: un'enorme vetrata che segue la curvatura della cupola e un "oculo" centrale che proietta dentro la luce del sole. Tanto basta. L'oculo non ha mai avuto un vetro, si capisce perfettamente. E perpendicolarmente ad esso è posizionato un piccolissimo giardino che quando piove viene innaffiato naturalmente. Molto difficile fotografarli assieme e mostrarli. Credetemi, è stata l'unica volta in vita nella quale ho desiderato di avere un decentrabile montato sulla baionetta. .. Forme inimmaginabili, luci e ombre che si fondono e talvolta creano contrasti netti. Pavimenti e scalinate basse, irregolari rigorosamente in pietra e il movimento creato sulla parete circolare dall'intonaco, anch'esso irregolare, volutamente steso con la spatola (ho tirato un po' la struttura perchè risaltasse) e in grado di generare movimento perchè un'unica parete liscia diversamente diventerebbe terribilmente occlusiva e claustrofobica. Trovo che l'architettura talvolta diventi l'arte dei particolari dove niente deve sfuggire. Michelangelo Antonioni la commissionò come rifugio per se e per Monica Vitti. E Dante Bini fece un lavoro eccellente, ahimé curandosi poco dell'ambiente circostante. Ciononostante ritengo che debba essere recuperata. Come dicevo, il Fondo Ambiente Italiano sta cercando di acquisirla e restaurarla. Sicuramente è un'opera di grande valore architettonico e anche storico. Mi auguro che il FAI riesca ad ottenere i finanziamenti necessari. D'altronde, a vedere in che stato versa, non credo che gli eredi Antonioni (se ne esistono, non so) interessi qualcosa. Perchè il Bianco e Nero Perchè gli Anni Sessanta facevano tanto Nikon F e scatti in b/n con forti contrasti. Un po' di nostalgica immaginazione non guasta mai. E poi credo che luci e ombre generate dalla matita di un architetto risaltino meglio col monocromatico. Invece le curve un po' esasperate sono opera mia (potete dissentire liberamente, ci mancherebbe) Conto di ritornarci perchè ho la sensazione di non aver finito il lavoro. Qualche volta mi capita. Buona visione a tutti Un pezzo appropriato mi pare Time Machine di Devon Allman ------------ Tutte le immagini sono realizzate con Nikon D7100 e Tamron 17-50 f.2,8 in luce ambiente. Copyright Enrico Floris per Nikonland
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  13. Il riferimento alla pellicola cult di John Milius non è per niente casuale... in effetti ieri era mercoledì. E io avevo voglia di provare la D500 sul campo che preferisce, lo sport. L'idea di scrivere questo blog, invece, già mi balenava per la mente da alcuni mesi, e i campionati FISW, che quest'anno non solo assegnavano i titoli italiani, ma decidevano le qualificazioni per Tokyo 2020 per la specialità shortboard, sono stati la giusta occasione. Galeotto è stato un libro, una classica lettura estiva dal titolo Giorni Selvaggi, scritto dal giornalista e scrittore americano, premio Pulitzer per i suoi servizi di guerra dalla Somalia, William Finnegan. Giorni Selvaggi è la sua storia, la sua vita. Una vita divisa da sempre tra il grande amore per la letteratura e la religione (perchè di questo si tratta) del surf. Una vera e propria folgorazione nata alle Hawaii quando ancora era un ragazzino. Un libro avventuroso, straordinario; un ritmo che non annoia, piuttosto incuriosisce. Finnegan (oggi 67enne) ha girato il mondo per oltre cinquant'anni cercando le onde più difficili da surfare, quelle che egli stesso definisce onde killer, che si infrangono con lo stesso fragore di due treni che si scontrano; racconta della sensazione di terrore assoluta che si prova a surfare un'onda veloce, alta dieci metri. Terrore che in una manciata di secondi si fonde con la gratificante euforia per averla surfata senza cadere. Stati d'animo contrastanti che “sparano” l'adrenalina a mille. Una vita fatta di passione, rischi e sacrifici, tirando a campare, nel suo girovagare, con i lavori più umili: cameriere, benzinaio, giardiniere e di tanto in tanto qualche articolo che le riviste di surf australiane pubblicano volentieri. Persino insegnante di storia nel Sud Africa dell'apartheid, in un college per ragazzi di colore. Più avanti, da giornalista e inviato di guerra non viaggiò mai senza la sua tavola da surf. In quegli anni affrontò persino le onde di El Salvador durante la guerra civile e della Somalia... un bersaglio perfetto. Troppo difficile però rinunciare alla gioia di surfare, quasi per esorcizzare quei momenti difficili, di drammatica sofferenza. Un surfista randagio che i giorni selvaggi li ha vissuti per davvero, affrontando onde che oggi non esistono più perchè il mare, nel suo incessante lavoro di erosione, modifica i fondali. E' geloso delle "sue" onde e sa che non potranno mai più ripetersi e nessuno potrà mai più surfarle. Il campo di gara era lo spot di Mini Capo, nei pressi di Mandriola. Al mio arrivo (intorno alle 11) gli atleti erano già in gara da un paio d'ore, sulla line up, alle prese con onde di circa 4 metri che arrivano in serie (swell) di 3, distanziate di circa 5 secondi. Vento di maestrale, oltre i 25 nodi, abbastanza destabilizzante quando si sta su una tavola piccola, leggera e difficile da controllare come la shortboard. Ma loro sono bravissimi e spettacolari, agili e veloci interpretano alla perfezione ogni minima increspatura sull'acqua. Lo spettacolo infinito di uno degli sport tra i più fotogenici in assoluto... e io mi diverto come un matto. E la D500 nelle mie mani è una scheggia, reattiva e infallibile, nonostate il vecchio 70-300 VR, ieri veramente alla frusta (in attesa che mi arrivi il 200-500). E non potrei scrivere niente di meglio di quanto è statoo scritto finora su Nikonland. Voglio solo pensare che siano le immagini a parlare. E qualche volta l'onda ha la meglio, il mare non si lascia addomesticare Come al solito, spero di aver fatto un lavoro almeno dignitoso. In ogni caso, per poche ore, mi sono divertito tanto. E leggete Giorni Selvaggi, ne vale davvero la pena. Pezzo consigliato, visto l'argomento: dal genio di Brian Wilson, Surf In Usa, Beach Boys
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  14. Il Gufo delle nevi, o Civetta delle nevi come viene chiamato qui da noi, è un uccello della famiglia degli strigidi. Si ciba prevalentemente di piccoli roditori e, contrariamente alla maggior parte degli altri appartenenti a questa famiglia, ha abitudini diurne. È molto grande, circa 150cm di apertura alare per 60cm di lunghezza. Harry Potter, con Edvige, l'ha reso noto al vasto pubblico (piccola annotazione: l'esemplare utilizzato nel film in realtà è un maschio, riconoscibile perchè le femmine hanno un piumaggio con diffuse piume nere mentre i maschi sono quasi del tutto bianchi). Io ho iniziato a sognare di fotografarla nel 2015, guardando e riguardando Arctique di Vincent Munier - per me un capolavoro assoluto. È stato amore a prima vista! Ma è solo nel gennaio del 2017 che il sogno inizia a materializzarsi, quando il mio amico Nico mi dice di aver finalmente trovato, in Ontario - Canada, il contatto giusto, la guida cioè che può accompagnarci a fotografarla. La nostra amica, infatti, d'estate nidifica nella tundra artica ma d'inverno si sposta verso sud, alla ricerca di condizioni ambientali meno severe e di maggiore disponibilità di cibo. Infatti, la zona rurale vicino Ottawa, dove sono stato, è una distesa a perdita d'occhio di campi di grano e allevamenti di bestiame, che è evidentemente in grado di sostenere una imponente popolazione di topolini. Lo vorrei, è ovvio, ma purtroppo non è possibile partire subito: ingestibile un'altra settimana di assenza per famiglia e lavoro - mentre ne parliamo siamo in Finlandia - per non parlare del budget! Per questo stabiliamo di organizzare la partenza nella settimana a cavallo tra gennaio e febbraio 2018, che almeno sulla carta dovrebbe consentirci le giuste condizioni ambientali. Pochi ma importanti passaggi nell'organizzazione: Contattare gli amici comuni per costituire il gruppo con il quale dividere le spese e le attività organizzative. Alla fine saremo in 4, oltre me Nico, Nicola e Pino. Dotarsi del giusto abbigliamento, per poter stare fermi all'aperto con temperature che possono raggiungere i -30°C (in realtà la temperatura più bassa che abbiamo avuto è stata -23°C; per l'occasione ho comparato un piumino TNF Himalaya ed un paio di scarponi Sorel Glacier XT, entrambi veramente caldissimi). Selezionare il materiale fotografico, per essere il più vicino possibile ai limiti delle compagnie aeree, che nel mio caso è ormai piuttosto consolidato: un grandangolo, che non ho usato ma "non si sa mai", medio tele e supertele - cioè 16-35/4, 70-200/2.8 e 500/4; 2 corpi macchina - D5 e D500 (quest'ultima ha preso il posto della D810, rimasta a casa, ed è stata una positiva sorpresa. L'ho avuta in prestito il giorno prima della partenza dal mio amico Leonardo e mi sono trovato così bene che al ritorno gliel'ho comprata). Tenere i contatti con Marc, la guida, fissare il B&B dove abbiamo alloggiato ed il noleggio dell'auto. Definire i voli. Qui ho fatto un errore che poteva avere conseguenze irreparabili. Per l'ingresso in Canada occorre oltre al passaporto un permesso, l'ETA, questo lo sapevo e l'ho richiesto via internet mesi prima della partenza. Quello che non sapevo, ed ho scoperto al check in, è che transitando da Newark, senza uscire dall'aeroporto, è necessario anche dell'ESTA, analogo permesso per entrare negli Stati Uniti, in assenza del quale sarei stato reimbarcato. L'ho fatto sul portatile al check in di Malpensa, imbarcandomi in aereo per ultimo! E ora le foto, tutte con D5 e D500, su 500/4 e 70-200/2.8.
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  15. Dopo diecimila imprevisti sono riuscito a organizzare con un amico una piccola uscita naturalistico-fotografica ad un capanno, dove mi avevano detto che c'era un po' più di varietà rispetto alle solite cince e, se fossi stato fortunato ... anche una sorpresa. Amo gli animali, amo vederli in libertà e li fotografo al meglio che posso, soprattutto per portarmi a casa il ricordo e l'emozione di quell'incontro, e pubblico le foto per condividere queste emozioni, questi ricordi, con chi ama gli animali come me. Fare foto diverse alle vecchie conoscenze è sempre bello, ma fare nuovi incontri è ancora più emozionante! Ecco, per gli amanti del genere, qualcuno degli gli amici vecchi e nuovi che ho incontrato (tutte le foto sono state scattate con la Nikon Z6 ed il Sigma 150-600 f5-6.3 Contemporary): Appena sistemati nel capanno davanti alla piccola pozza, subito una novità, una Balia Nera femmina (Il nome deriva dal maschio che è veramente bianco e nero, la femmina è un po' smorta). Cince bigie, Cinciallegre, Cinciarelle non si contano, formano una chiassosa brigata che mette allegria, starei a vederle per ore, ma le ho fotografate già tante volte, per cui ho dedicato a loro solo qualche scatto quando ho visto scenette simpatiche, ve ne propongo uno solo: Ma insomma, non si può fare il bagno in pace! Indaffaratissimo, il Picchio Muratore corre su è giù per i tronchi. Il Picchio Rosso Maggiore, metodico, ispeziona tutto il vecchio tronco. Bellissimo, un maschio di Codirosso Comune, non l'avevo mai fotografato come si deve! A me piace inquadrarlo così: Per chi preferisce invece ritratti più stretti metto un crop (l'unico di tutta la serie). Sorpresa, arriva un giovane scoiattolo assetato. Doppia sorpresa c'è anche il fratellino, più scuro, direi che i due sono quasi agli estremi del range della variabilità di colore dello Scoiattolo Europeo. Normalmente è solo in alta montagna che se ne trovano di più scuri. Probabilmente sono in cerca di un territorio libero dove insediarsi. Ho fatto veramente tante foto, in condizioni di luce diverse, anche ad altri uccelli, ma mostrarne altre qui sarebbe troppo, le farò vedere un'altra volta. Ora veniamo al piatto forte: Ad un certo punto della giornata spariscono tutti, di colpo. Ed arriva lui, lo Sparviero. E' così bello che mi sarebbe bastato il solo vederlo, ma... comincio a scattare ! Si posa e si guarda intorno più volte, Sembra sapere che ci sono. Ma non gli interessa. Non resisto e faccio un ritratto stretto a 600mm. Purtroppo il bosco e fitto e gli ISO tanti. Si rilassa e si concede un bagno. Una scrollata finale. Un istante dopo è già su un ramo, da cui si involerà subito, scomparendo nel bosco. Io, dopo giornate come queste sono contento, di più, sono felice. Poche cose mi fanno bene come stare nel bosco (nella palude...) con gli animali! Silvio Renesto
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  16. … non entrerete nel regno dei cieli, recita il Vangelo di Matteo. Questo bambino che guarda incuriosito ed ammirato l’artista che si esibisce in una piazza mi ha fatto venire in mente questo famoso passo della Bibbia, e mi suggerisce la meraviglia di tutti i bambini del mondo quando scoprono qualcosa che non hanno mai visto, o che rimangono attratti e spesso quasi ipnotizzati da ciò che colpisce particolarmente la loro attenzione. Aldilà del senso ben più profondo che nel Vangelo viene dato a queste parole, mentre scattavo queste foto mi sono rivisto in quel bambino, in fondo anch’io come lui attratto dai lazzi e dalle acrobazie dello street artist, e riflettevo sulla bellezza di farsi stupire dalle cose, siano esse un gioco, un paesaggio al tramonto, un animale nel bosco o un fiore in un prato. Proprio come fa un bambino. E forse è proprio con gli occhi di un bambino che dovremmo guardare attraverso il mirino della nostra macchina quando scattiamo le nostre foto. Ancora meravigliati e rapiti dalle piccole cose che ci circondano. Se le sappiamo guardare. 1. 2. 3. 4. 5.
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  17. Gli anni che vanno dal 1970 al 1976, sono stati quelli che per motivi di servizio, ho lavorato come un scemo ma anche divertito di più, oltre e non fa male a guadagnare cifre di tutto rispetto.. beh, per me almeno.. se considerate che avevo un rimborso spese complessivo decisamente più alto dello stipendio.. è pur vero che generalmente partivo verso la fine mattinata del lunedì e se andava bene ero a casa al venerdì sera tardi.. se invece andava male.. era il venerdì successivo, comunque mai stato fuori per più di due settimane.. La soc. per cui lavoravo esiste ancora in quel di Rozzano, solo che ora.. la produzione che avevamo all'interno è.. sparita, ora è solo poco più di vendite e magazzino; la merce è ancora quella, la strumentazione per il controllo dell'aria e della sicurezza, chissà quante volte ai telefilm di 911 avete visto i pompieri con indosso materiale della MSA, Mine Safety Applinaces, io personalmente con la mia vettura caricata con ricambi e cosucce varie, compresa una piccola bombola con il gas tarato, giravo per le aziende e generalmente si controllavano apparecchi a raggi infrarossi che misuravano la quantità di co, gas diciamo sul pericoloso.. Sono sopra la struttura dei un gasometro, l'altro si intravede in basso a dx, ero alla famosa Italsider di Bagnoli, ora non esiste più.. rimane però un'area enorme paurosamente inquinata, sullo sfondo vi è Pozzuoli.. Questo "signore" e sono buono a chiamarlo così.. era uno dei responsabili che dovevano tenere la strumentazione in ordine, ma visto che il lavoro nel ciclo notturno era ben pagato e, quando suonava l'allarme era una seccatura a controllare .. allora si tacitava il tutto con un fiammifero di legno che forzava il reset.. e magari si starava anche lo strumento.. ogni tanto qualcuno ci lasciava la pelle.. altra vista dall'alto, quello che si vede mim sembrano scorie... di lavorazione.. ma potrei ricordare male.. ed ecco la centralina.. in custodia protetta in quel posto, all'nterno invece erano in un armadio. Altra vista della baia.. sullo sfondo la ciminiera della Montedison, che generalmente rilasciava di tutto e di più.. pensate alla Ilva di Taranto, che poi era la stessa azienda.. Ma adesso si cambia registro... siamo in direzione di Tarvisio.. a far che? calma.. e gesso... Mi è stato richiesto di andare A Tarvisio, dopo anni di lavoro.. il gasdotto che porta il metano dalla Russia arriva nel nostro paese e io devo fare il collaudo dei nostri impianti.. queste nuvole.. mi fanno pensare.. Ma poi.. al mattino lo spettacolo era incantevole.. La mia Automobilina.. andava che era una meraviglia.. è forse la vettura in cui mi sono sentito più tranquillo al suo interno in tutta la mia vita.. altro spunto.. e vedete la pietra miliare Adesso però arriva il bello.. questo è l'ingresso di servizio della galleria dove passano le condotte, e sono da 2400, ossia 2 metri e quaranta di larghezza, questo tubo.. che penetra nella montagna fa impressione.. ma ancor più impressione mi ha fatto il venire a sapere che le gallerie sono minate, almeno all'epoca era così; tutte le gallerie che portano all'estero per precauzione hanno gl'accessi minati.. non si sa mai.. mi dicevano gl'alpini di stanza.. In Blu, gli apparecchi che controllavano le eventuali perdite di Metano.. mannaggia.. devo avere anche delle stampe.. da qualche parte nelle scatole, bisogna che le cerco.. lungo la tratta vi erano delle stazioni e se la pressione saliva oltre ad un certo valore, dalla piccola ciminiera facevano uscire il gas in eccesso e.. certe botte, le prime volte, una gran paura.. Un gruppo elettrogeno.. ancora da portar via.. E finalmente il lavoro è finito, si torna a casa.. questo è un emissario del tagliamento se la commessa di lavoro era breve, non conveniva scendere in auto, la recuperavo a noleggio sul posto, all'epoca in aereo si poteva fare di tutto, beh.. di lecito.. ora non è più affatto possibile; questo era un caravelle a quanto mi ricordo.. Andare in gabina a scambiare due parole con il capitano o il secondo.. lo vorrei vedere adesso.. Penso di aver finito.. vediamo se riesco a trovate le stampe.. ma sopra tutto se la cosa vi ha interessato, sono posti, pensieri e cose vecchie lo sò.. magari non interessano a nessuno queste elucubrazioni di un barboso.. e non si vedono neppure le modelle.. e le foto fanno, diciamolo pure pena... va bene, andrò a dormire... forse..
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  18. Lo dico sempre, per fare macrofotografia non è necessario andare chissà dove, a volte basta un parco cittadino per poter scattare foto interessanti, a volte puoi anche trovare piccole oasi a pochi passi da casa. Vicino casa mia c'è una piccola parrocchia il cui giardino è ornato da dei cespugli di lavanda molto frequentati dagli insetti impollinatori. Chiesto il permesso di fotografare, è pur sempre proprietà privata, mi sono fatto uno "shooting" divertente e anche produttivo. La Lavanda mi piace molto, crea sfondi delicati, dai toni molto belli. Per prima si è presentata la Sfinge del Galio (Macroglossa stellatarum), a cui sono (finalmente!) riuscito a fare un buon ritratto. Messa a fuoco sullo stelo di lavanda, raffica veloce: due foto buone su sei. I simpaticissimi Bombi. Il Bombo non è proprio a fuoco , pazienza, però mi sembra un'immagine delicata. Una Cavolaia (Pieris brassicae), farfalla discreta, non sgargiante, ma comunque ha una sua bellezza (in ombra, luce naturale). Meno simpatiche, ma interessanti, le Api cardatrici, così chiamate perchè "cardano", cioè grattano, la superficie delle foglie per ottenere il materiale con cui tappezzare il nido e nutrire le larve. Sono api solitarie, i maschi controllano un territorio da cui cacciano via non solo gli altri maschi della loro specie, ma anche tutti gli altri insetti impollinatori; è buffissimo vederli mentre si lanciano dritti come missili contro i Bombi (grossi il doppio di loro) prendendoli a testate. Le femmine invece sono tollerate anzi, ne approfittano con gran foga appena queste si distraggono a succhiare il nettare! Tutto qui, un'ora e mezza di pura ricreazione, creativa e rilassante. Spero abbiate gradito! Per gli interessati, ho usato la Z6, il 24-200 a 200mm con lente addizionale e/o tubo di prolunga ed il 300mm f4 pf con TC 14 EIII, oppure con lente addizionale e/o tubo di prolunga. tempi di 1/1000-1/1250s, f8-11, Auto ISO. Qualche ritaglio Fx-Dx.
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  19. Sull'onda del bellissimo articolo di Silvio e il suo Cherry Picking, presento anche io qualche immagine di fotografia wildlife. Le foto sono tra quelle a cui, per un motivo o per un altro, sono più affezionato. Tutte riprese in natura e tutte con macchine fotografiche e obbiettivi rigorosamente e orgogliosamente Nikon. Per incominciare qualche ungulato: Qualche animale di più piccole dimensioni: Il B-52 delle nostre alpi, il gipeto: Sua maestà l'aquila reale: Il gallo forcello per cui ho dovuto attendere un paio di notti, dall'una di notte alle 5 di mattina circa, in una buca di neve, scavata da me e coperta con un lenzuolo... Infine un gran colpo di fortuna, un gufo di palude avvistato durante il periodo di migrazione, si ferma tra le montagne delle alpi solo per riposarsi:
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  20. I cipressi sono un elemento caratteristico del territorio Toscano, forse l'oggetto più particolare, perché fin dal tempo degli Etruschi, erano a testimoniare, con la loro snella altezza, con la loro sobria eleganza, lo scorrere della vita. Il cipresso è alto, composto, e non ha bisogno di nulla, nemmeno di potatura. Sta lì, come un’antica memoria storica, come un guardiano della dimora, come una presenza dolcemente rassicurante. Troppo facilmente si associa il cipresso ai cimiteri, a qualcosa di funebre. È vero, i camposanti sono circondati da cipressi, ma chi si limita a identificare il cipresso con la fine della vita umana forse non è nato in Toscana e probabilmente perde di vista altri aspetti fondamentali di questa pianta, altre collocazioni ed altri paesaggi. L’albero in questione adorna tutte le ville più o meno medicee sparse ovunque, le ampie vallate della Val d'Orcia o delle Crete Senesi, dove il cipresso è talmente compenetrato nel paesaggio ed è talmente elemento costitutivo della sua bellezza che, se fosse eliminato, due delle più belle valli del mondo non sarebbero più tali. Castello di San Donato in Perano - Comune di Radda in Chianti - D850 70-200/4 a 102mm 1/125 f.5,6 iso 80 Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/125 f.6,3 iso 64 Castello di Brolio (Gaiole in Chianti) - D850 70-200/4 a 150mm 1/200 f.8,0 iso 64 Qui si possono notare i filari di cipressi all'esterno e sulle mura da ambo i lati le cipresse o cipresso femmina, che invece di essere affusolato ha la chioma allargata. Castello di Meleto (Gaiole in Chianti) - Z 7 14-30/4 a 22,5mm 1/200 f.6,3 iso 64 Borgo di Montefioralle (Greve in Chianti) - Z 7 70-200/4 a 160mm 1/100 f.6,3 iso 72 Badia a Passignano (Greve in Chianti) - Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.4,0 iso 2200 San Quirico d'Orcia - Z 7 70-200/2,8 a 70mm 1/250 f.7,1 iso 125 Stupenda villa scelta per alcune scene del film Il Gladiatore Il Belvedere (San Quirico d'Orcia) Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.9,0 iso 250 Rocca d'Orcia (Castiglione d'Orcia) Z 7 70-200/2,8 a 70mm 1/160 f.5,6 iso 64 La Pieve - Palazzo Massaini (Pienza) - Z 7 24-70/4 a 40mm 1/80 f.5,6 iso 64 Castello di Montelifré (Trequanda) - Z 7 70-200/2,8 a 103mm 1/200 f.9,0 iso 160 Localita Terrapille (Pienza) Z 7 70-200/2,8 a 86mm 1/160 f.5,0 iso 90 Località nota per essere il terreno di battaglia del film Il Gladiatore Se abbiamo presenti le cartoline della Toscana, i calendari, le guide, che affollano le edicole, le cartolerie e le librerie, in buona parte di queste pubblicazioni sono raffigurati i i paesaggi della Val d'Orcia e delle Crete Senesi. Bene, in molte foto (nella maggior parte) sono presenti i cipressi, disposti in filari su un crinale, o in curiosi circoli in mezzo a un prato, od addirittura solitari isolati, come svettanti bandiere verde-scuro piantate su quelle colline di una bellezza unica. Togliendo i cipressi il quadro che la natura dipinge ogni giorno, perde l’intensità e diventa quasi normale. Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/80 f.8,0 iso 72 Deserto d'Accona (Siena) - D850 70-200/4 a 100mm 1/100 f.8,0 iso 180 Veduta delle Crete da Torre a Castello (Siena) - D850 70-200/4 a 145mm 1/160 f.8,0 iso 220 Località La Leonina - Site Transitoire (Siena) - D850 70-200/4 a 82mm 1/640 f.4,0 iso 64 Località La Leonina (Siena) - D850 70-200/4 a 150mm 1/160 f.6,3 iso 125 Mucigliani (Siena) - Z 7 70-200/4 a 70mm 1/160 f.5,6 iso 64 Ville di Corsano (Monteroni d'Arbia) Z 7 70-200/4 a 75mm 1/200 f.6,3 iso 64 Loc. I Triboli (San Quirico d'Orcia) Z 7 24-70/4 a 24mm 1/100 f.9,0 iso 64 Loc. Monticchiello (Pienza) - Z 7 70-200/4 a 82mm 1/200 f.7,1 iso 100 Filare di cipressi alternati a qualche cipressa (cipresso femmina) Chiusure (Asciano) - Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.13 iso 100 Loc. Baccoleno (Asciano) Z 7 24-70/4 a 51mm 1/100 f.5,6 iso 80 Loc. La Foce (Pienza) Z 7 70-200/2,8 a 160mm 1/160 f.8,0 iso 72 Il Cipresso è la sentinella verde del paesaggio Toscano. Infatti, chi ha una certa familiarità con le dolci colline Toscane sa quanto il cipresso sia un elemento importante e riconoscibile nella composizione del paesaggio locale: la sua chioma affusolata e sempreverde è come una sentinella che in file ordinate ci accompagna lungo il viale sterrato d’ingresso alla casa padronale, segna gli angoli dei confini di giardini o di piccole e grandi proprietà, presidia gli incroci delle strade di campagna, gli ostelli, le chiese, le vecchie strade di campagna che corrono lungo le dorsali collinari per unire coloniche isolate o borghi. Il cipresso appare spesso isolato nella campagna a mo’ di punto di riferimento o di segnale per il viandante. Infine, fa da ombra alla quiete dei cimiteri, come presenza simbolica da secoli associata alla vita eterna oltre la morte. Deserto d'Accona (Siena) - D850 70-200/4 a 70mm 1/80 f.8,0 iso 110 Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - D850 Sigma 24-35/2 a 35mm 1/125 f.9,0 iso 64 Un cipresso e due cipresse Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - Z 7 24-70/4 a 52mm 1/100 f.7,1 iso 90 Pieve di Vitaleta (San Quirico d'Orcia) - Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.5,6 iso 110 Poggio Covilli (San Quirico d'Orcia) - D850 Sigma 24-35/2 a 30mm 1/250 f.7,1 iso 64 Pieve di San Leolino (Rignano sull'Arno) - Z 7 24-70/4 a 24mm 1/100 f.5,6 iso 450 Localita Terrapille (Pienza) Z 7 24-70/4 a 70mm 1/100 f.8,0 iso 64 Castello di Spaltenna - La Pieve - (Gaiole in Chianti) - Z 7 14-30/4 a 14mm 1/250 f.7,1 iso 64 Borgo Beccanella (Asciano) - Z 7 24-70/4 a 68mm 1/100 f.5,6 iso 80 Mucigliani (Siena) - Z 7 70-200/2,8 a 200mm 1/200 f.5,6 iso 110 Se in Toscana sparissero i cipressi, sarebbe come togliere a un piatto raffinato un ingrediente fondamentale. Ecco perché in Toscana, non possiamo concepire che il cipresso venga identificato semplicemente con la fine della vita, perché per noi è tutto il contrario, è il simbolo della vita stessa nel suo pieno splendore è il simbolo della bellezza, dell’eleganza, dell’eccellenza della nostra terra. Detto questo, il cipresso non è però nato in Toscana, la sua origine è nel bacino del Mediterraneo orientale, tra la Persia, la Grecia e l’Egitto dove vegeta spontaneamente. Fu importato in Italia dai Fenici e dai Greci, mentre in Toscana, dagli Etruschi. Sono alberi longevi che possono superare senza problemi i 500 anni, e pare addirittura che nel mondo esistano esemplari millenari, soprattutto tra i cipressi del Nord Africa che in alcuni casi raggiungono i 4.000 anni. Composto da foglioline simili a squame allargate e da piccole pigne tondeggianti, il cipresso ha due forme: quella piramidale tipica, come un’ampia lancia piantata a terra, o una fiammella che brucia, e quella orizzontale (cipressa, o cipresso femmina) con una chioma più panciuta dato che i rami invece di salire in verticale si allargano in orizzontale, in modo simile all’abete. La seconda è una varietà che ha minore valore ornamentale ma è altrettanto diffusa in Toscana perché più preziosa della prima nella falegnameria e nell’ebanisteria artigianale. Il cipresso ha avuto un’importanza ornamentale e simbolica ininterrotta per 3000 anni. Gli Egizi amavano la nobiltà della sua fibra e utilizzavano solo il cipresso per costruire i sarcofagi per la sepoltura dei defunti, mentre Etruschi e Romani piantavano cipressi intorno ai cimiteri ed alle tombe di personaggi illustri perché la sua resina profumata copriva l’odore che emanavano i tumuli. Gli artigiani usavano e tuttora usano il legno di cipresso perché praticamente incorruttibile: la fibra regolare, compatta, lo rende pregiato per la realizzazione degli scafi delle navi, per portoni di ville e palazzi, per mobili e strumenti musicali. Secondo la Bibbia, l’arca di Noè era costruita col cipresso, e la tradizione ci dice che la croce di Cristo era fatta anche di cipresso, oltre che di cedro e di pino. Per i giudei prima, e per i cristiani, dopo, il cipresso era simbolo d’eternità. Nei conventi del medioevo i cipressi servivano da barriera frangivento che delimitava lo spazio sacro da quello laico. Il cipresso aveva anche la funzione concreta di frenare il vento che intorno agli edifici sacri, costruiti di solito sulla sommità delle colline, è piuttosto intenso. I pittori del rinascimento, dal Beato Angelico a Paolo Uccello a Leonardo da Vinci, solo per citarne alcuni, usarono le ordinate matasse verdi dei cipressi per spartire lo spazio, i cieli, il paesaggio. Più di recente è stato Rosai a dipingere cipressi, soprattutto nelle stradine collinari intorno a Firenze. In Toscana, apprezziamo il cipresso e tutto ciò che esso rappresenta: storia, arte, bellezza, eleganza, raffinatezza, eccellenza. Che ci volete fare, chi nasce nel bello, ama il bello e finisce per non poter fare a meno del bello. Se è vero quello che dice il principe Myškin ne “L’idiota” di Dostoevskij, “che la bellezza salverà il mondo”, be’ allora in Toscana siamo già sulla via della salvezza. Parti del testo è stato tratto da Tuscanypeople.com
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  21. ...aguzza l'ingegno. Se qualcuno di voi legge La Repubblica online forse lo sa già. Se no qui: https://www.repubblica.it/scienze/2020/07/02/news/e_italiana_la_piu_antica_pinna_dorsale_in_un_rettile-260764690/ C'è un reportage sulla mia ultima fatica scientifica (e come vedete ci sono foto fatte da me -sull'articolo scientifico ce ne sono di più- del tipo che faccio di solito, niente di poetico). Ego a parte, ne scrivo per fare un piccolo resoconto di una realizzazione abbastanza nuova per me, che magari molti di voi avrebbero fatto incredibilmente meglio, ma io ho dovuto mediare fra fretta terribile e qualità accettabile. Vabbè, abbiamo scoperto un Ittiosauro con residui di pelle che testimonia che queste bestie avevano uan pinna dorsale senza scheletro come i delfini, 50 milioni di anni prima di quanto si pensava. Nel frattempo in un museo stavano realizzando un modello 3D in scala proprio di questa specie di Ittiosauro, ed io ero il consulente scientifico. Ho seguito le varie fasi della realizzazione, dalla mesh ai vari rendering fino alla stampa 3d e la colorazione.- Qui fresco di stampa Il risultato finale eccolo: Il modello è opera della ditta Trilobite.it e le foto sono di Giampaolo di Silvestro, non lo scrivo per fare pubblicità ma perchè sono i credit dovuti. Verrà esposto al Museo dei Fossili di Besano e forse una copia anche Milano. Veniamo al dunque: In concomitanza con l'articolo scientifico avevamo pianificato una Press Release con tanto di comunicato ANSA ecc. Volevamo mostrare il modellino accanto allo scheletro, ma siccome al Museo di Milano non è ancora concesso fare assembramenti, si è pensato di metterne una foto a corredo del comunicato stampa, ma ... il modellino in foto sembrava troppo "giocattoloso" , meglio ambientarlo. Intanto che ci ragioniamo ci arriva la notizia che l'articolo (quello scientifico) sarebbe stato pubblicato di lì a brevissimo. Allora "il prof.- che -sa -qualcosa- di- fotografia" si è messo a trovare una soluzione, rapida, pur sapendo di grafica poco più di quanto sa di sanscrito. Allora vai con Photoshop, Prendo uno sfondo "free use", Inserisco una foto che riprende di tre quarti il modellino e la scontorno, Sovrappongo un fondo acquoso con un leggero gradiente, Sfumo leggermente la coda, Aggiungo dei riflessi sul dorso, Aumento la visibilità del catchlight nell'occhio Risultato: Foto del modellino di Giampaolo di Silvestro, grafica mia. Si poteva fare meglio? Senz'altro. Se non fosse stato dall'oggi al domani (per dire) mi sarei esercitato sui riflessi, ad esempio. Avrei anche messo delle bollicine. Pazienza, è piaciuto lo stesso. Il task era ambientare il modello che verrà esposto, altrimenti (avendo il tempo, che non c'era) sarei partito a disegnarlo da zero. Dimenticavo: l' animale vero era lungo 1m se vi interessa.
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  22. L’amico Effe, commentando questo mio articolino in cui ho pubblicato delle mie foto ad una scultura di Fabio Fogliazza, autore di una ricostruzione dell’Uomo di Neandertal di risonanza internazionale, fra altre cose mi scrive: "...l'argomento è veramente interessante e mi piacerebbe saperne di più del lavoro che svolge il tuo amico Fabio: come nasce una ricostruzione, le tecniche che utilizza. Ti sto proponendo un altro blog, mi rendo conto, ma sono veramente curioso." Gli avevo risposto che glielo avrei fatto raccontare da Fabio stesso, così ecco questa intervista, non è proprio fotografia,, ma a mio parere è molto ghiotta. Fabio, raccontaci qualcosa di te Sono nato a Milano nel 1967, diplomato in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera (un titolo di studio equivalente ad una laurea magistrale). Ho iniziato a frequentare il Museo di Storia Naturale nel 1986, inizialmente come semplice appassionato di fossili…. poi, da cosa nasce cosa e nel ‘92 ho cominciato a lavorare nel Laboratorio di Paleontologia come contrattista. In principio Contratti per Prestazione Occasionale, che mi impegnavano nelle preparazioni di fossili e nella realizzazione di illustrazioni a corredo delle pubblicazioni scientifiche. Il caso ha voluto che proprio in quel periodo fosse appena terminato il recupero dello scheletro del Besanosaurus (Un Ittiosauro, un rettile marino, lungo circa 6 metri NdR), dallo scavo del Sasso Caldo (VA ) e c’era bisogno di personale per la preparazione. I contratti sono diventati a co.co.co (collaborazione coordinata e continuativa ), ed è andata avanti per 15 anni. Sono stato finalmente assunto per concorso pubblico nel 2009. Attualmente sono l’unico tecnico di Paleontologia del Museo e, temo, non lascerò discendenza. Il tuo lavoro ha due aspetti principali, uno più tecnico la preparazione dei fossili ed uno più artistico e interpretativo l' illustrazione o ricostruzione degli antichi viventi. Ci vuoi dire qualcosa sulla preparazione? Come ,credo, in ogni attività la passione si stempera nel mestiere o quanto meno si trasforma in professione. Non c’è alcun particolare segreto nel liberare i resti fossili dalla matrice che li include: tanta pazienza, conoscenza della strumentazione necessaria e una “mano educata”, una appropriata conoscenza dell’anatomia. Il resto lo mette l’esperienza, l’aver visto molti esemplari e aver lavorato sulla maggior parte di essi. Gli strumenti sono diversi a seconda delle esigenze di conservazione dei campioni: dai semplici chiodini d’acciaio da falegname a vibropenne meccaniche fino alla sabbiatrice; naturalmente il laboratorio deve essere progettato per sostenerne l’installazione: molti di questi necessitano di un impianto ad aria compressa e di impianto elettrico appropriato ( per esempio le penne meccaniche e la sabbiatrice ). La preparazione, che si intenda a scopo di studio o anche solo espositivo, è un’attività impegnativa: per fare un esempio, liberare i resti fossili del Besanosaurus, tre tecnici sono stati impegnati per oltre 17.000 ore di lavoro al microscopio ottico binoculare, utilizzando diversi strumenti. Nei tempi d’oro , tra la metà degli anni ‘90 fino al 2006, il Laboratorio poteva contare su tre preparatori a contratto. Fabio al lavoro su un fossile con la punta d'acciaio. Foto S. Renesto. E sull’illustrazione? L’illustrazione e ancor più la scultura sono in realtà le mie “vere” attitudini. Nel primo caso confesso di aver vissuto due fasi distinte: la prima più volta all’aspetto tecnico legato all’acquerello, con il quale ho realizzato la maggior parte dei disegni per il Museo ma non solo, ed una seconda dove ha prevalso l’aspetto interpretativo, più “artistico” se così si può definire, che mi ha dato le soddisfazioni maggiori, sia a livello personale che in ambito professionale. Ultimamente uso quasi esclusivamente la matita. Alcune delle ricostruzioni di Fabio: Cycleryon, un "gambero" preistorico. Placodonte (rettile marino del Triassico) Pontosaurus (rettile marino del Cretacico). Saltriovenator (dinosauro carnivoro giurassico italiano) L'opera che ti ha dato maggiore notorietà è il busto di uomo di Neandertal. Raccontaci la sua storia Ho realizzato diverse sculture per il Museo, fra cui la ricostruzione di Ciro (Scipyonix, il primo dinosauro carnivoro scoperto in Italia, NdR). Particolare della ricostruzione di Scipionyx Il lavoro più apprezzato che ho mai realizzato è certamente la scultura che ritrae un uomo di Neandertal. L’idea nacque qualche anno fa chiacchierando con gli amici archeologi preistorici dell’Università di Ferrara (la preistoria…un’altra mia passione!). Avevano appena concluso la campagna di scavo annuale alla Grotta di Fumane, nei monti Lessini e stavano pubblicando i risultati dell’indagine archeologica su alcuni livelli di occupazione neanderthaliana, molto ben conservati. Il famoso busto di Uomo di Neandertal. Foto di G. Bardelli. Nacque l’idea di realizzare un ritratto realistico che visualizzasse le nostre teorie sulle capacità cognitive ed espressive dell’Uomo di Neandertal, fino ad allora considerato poco più che il nostro cugino mal riuscito. Per la ricostruzione si è partiti da una copia in resina del cranio molto ben conservato e completo di La Ferrassie I (un esemplare francese coevo ai livelli di Grotta Fumane, che purtroppo non ha restituito alcun elemento scheletrico di Neandertal). Su questa base si è ricostruito il probabile aspetto, consultando per gli aspetti di ricostruzione facciale un amico esperto di tecniche di criminologia forense, le stesse che si usano per ricostruire l’aspetto di vittime di omicidi di cui si ritrova solo lo scheletro a distanza di anni dalla morte. Foto di G. Bardelli. Foto di G. Bardelli Con la stessa tecnica Fabio ha realizzato anche i modelli facciali di altri ominidi: La famosissima Lucy (Australopithecus afarensis). Foto di G. Bardelli. Paranthropus boisei, un ominide "robusto". Foto di G. Bardelli. Questa immagine quasi mostruosa di un ominino simile all'Homo erectus è frutto di un accurato studio, una vera autopsia: il cranio mostra che l'uomo aveva preso un colpo che gli aveva incrinato la mandibola e spaccato dei denti, l'infezione conseguente era degenerata producendo degli ascessi che gli avevano deformato il viso, infezione che poi si è propagata fino al cervello, uccidendolo fra sofferenze atroci. Foto di G. Bardelli. Hai rappresentato l’Uomo di Neandertal con un aspetto simile ad un "indiano d'America", ossia un nativo americano del Nord, come mai? Il gruppo del Dipartimento di Biologia ed Evoluzione dell’Università di Ferrara, durante la campagna di scavo nella grotta di Fumane di cui ho accennato sopra, ha scoperto fra l’altro in livelli di 44mila anni fa, resti ossei di varie specie di uccelli (avvoltoi, aquila, falco cuculo, gracchio alpino, ecc.). L’analisi ha mostrato tracce di tagli effettuati con strumenti in pietra, finalizzati al recupero delle ali e delle penne remiganti più vistose. Questo porta indietro di decine di migliaia di anni l’origine della pratica di adornarsi e dimostrerebbe che non è un’esclusiva della cultura di Homo sapiens: già i Neandertaliani utilizzavano oggetti a scopi simbolici ed ornamentali dimostrando di possedere un peculiare senso dell’estetica. Questa ipotesi è sostenuta da scoperte nelle grotte di gran parte del continente europeo, dalla Francia (Pech de L’Azè ) alla Spagna (Gibraltar, Cueva de Antón e Cueva de los Aviones) alla Croazia (Crapina ). In ognuna di queste sono stati riconosciuti gli stessi processi culturali: utilizzo delle penne e degli artigli di rapaci, uso di pigmenti naturali quali l’ocra rossa. La tendenza in campo scientifico, attualmente è di considerare il pensiero simbolico una prerogativa non più esclusiva della nostra specie. Ancora oggi, a distanza di qualche anno e nonostante l’avanzare delle conoscenze, la nostra interpretazione rimane un punto di riferimento per chiunque decida di cimentarsi in una ricostruzione dell’aspetto dei Neandertaliani. Tornando alla tua attività di illustratore, c'è stata una evoluzione, una maturazione nel tuo stile. cosa è cambiato e perchè? Prima ero più legato ad un discorso didascalico, ossia illustrare l’animale preistorico in modo più naturalistico, più vicino a quello che si pensava fosse il suo aspetto reale, passando alla paleoantropologia, pur restando nell’ambito del rigore permesso dalle conoscenze, mi interessa di più invece evidenziare l’aspetto suggestivo, simbolico. Scimpanzè Tyrannosaurus rex Voglio che chi guarda le mie immagini venga coinvolto emotivamente, portato dai segni, dai colori e dai giochi di luci ed ombre, a cogliere l’atmosfera e le sensazioni che pensiamo fossero parte della vita dei nostri antenati. Da qui la scelta della matita, più essenziale, rude ed efficace nel delineare chiaroscuri e l’uso nelle illustrazioni degli stessi colori che venivano usati nella Preistoria, ad esempio il rosso dell’ocra dell’Argilla ed il nero del Carbone,. Donna sapiens (in red) e neandertaliana (in black) Per una mostra sul Neandertaliano di Rio Secco, (Friuli) dove sono stati trovati monili ricavati da artigli d'Aquila. Alla base del disegno il cranio di un Orso delle Caverne. Sciamano aurignaziano (H. sapiens, circa 40.000 anni fa)) Ma il mio interesse artistico va oltre la preistoria e comprende la natura Civetta E l'etnologia, anche i popoli attuali mi ispirano sia al disegno che alla scultura. Donna Berbera Koishan Donna Tuaregh La testa di Mora, come la chiama Silvio, è figlia di un intensa esperienza nel Sud dell’Etiopia, Valle del Fiume Omo. Chi fosse interessato a capire di che cosa parlo, consiglio “Vanishing Africa” di Gianni Giansanti. Foto di S. Renesto La scultura, il cui titolo è in realtà EBANO, è ispirata all’incontro con una giovane donna, di cui non so il nome (per la verità me lo disse ma non è riproducibile … rimpiango di non essermelo fatto scrivere!), conosciuta al mercato di Key Afer …e, probabilmente, anche di tante altre incontrate viaggiando attraverso le Southern Nations. E' stata una lunga carrellata, ma penso ne sia valsa la pena! Un'ultima cosa. Come avete visto quasi tutte le foto non sono mie, ma di Giorgio Bardelli, naturalista, bravissimo fotografo e convinto nikonista (penso di dedicare anche a lui un'intervista prossimamente, le sue foto meritano davvero). E con questo terzetto di figuri, vi saluto... Foto di A. Pobbiati. Alla prossima!
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  23. Oggi per lavoro mi è capitato di essere a Genova non molto lontano dal ponte Morandi. Già dall'autostrada la visione del cavalcavia spaccato a metà mi aveva riempito il cuore di angoscia e di rabbia. Poi casualmente ho intravisto questi bambini che giocavano a pallone con lo sfondo del ponte spezzato e mi sono fermato per fare uno scatto. "La vita continua?" mi ha chiesto Mauro. Sì, la vita continua come sempre, ma la rabbia e l'angoscia rimangono, così come il senso di precarietà. Il contrasto in questa immagine è molto forte, spero di non urtare la sensibilità di nessuno. In caso contrario non avrò problemi a rimuoverla.
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  24. Oggi nel pomeriggio, sono riuscito ad avvicinarmi alla Torre dei Moro, avrete tutti visto i servizi lanciati dalla televisione nei giorni scorsi; per prima cosa vi devo dire che tutta la zona è giustamente transennata e guardata a vista, non si scappa.. solo pochi sfortunati posso entrare in quel nero Santuario.. visto che oltre il danno vi sarà anche la doppia beffa, la prima è che salvo rare eccezioni, le assicurazioni non sborseranno non dico nulla.. ma ci andremo molto vicini.. e la seconda beffa è quella che gli autori di questa bella pensata.. non saranno perseguibili; provate a pensare di perdere tutto..ma tutto tutto.. salvare solo la pelle e i vestiti che s'indossano.. però le banche che hanno dato i vari mutui, i Soldini bene o male li devi dare.. e tra il tutto, ci mettiamo anche vi ricordi più o meno tangibili di una miriade di posti lungo la tua vita.. Ho voluto fare un'esperimento, gli scatti sono stati fatti in BN nativo, alcuni poi li ho rifatti a colori.. ebbene, a mio parere.. il Bn ci perde.. o forse si sarebbe dovuto usare in maniera differente.. è da quando ero ragazzo, che non uso più il BN, ma adesso lascio parlare alle immagini.. intanto che penso ad un titolo.. Eccolo il moncone dove settanta nuclei pensavano di aver trovato la loro " Isola " chissà ora tra lavori con consolidamento e ripristino, sempre ammesso che lo si possa fare, quanto tempo e soldi saranno impiegati Un particolare dell'apice, solo una cosa risulta estremamente positiva: che per una serie di coincidenze non vi sono vittime.. nemmeno i due mici, che i padroni pensavano aver perso.. trovati il giorno dopo, malconci, bruciacchiati..ma vivi.. Tutta la copertura esterna è semplicemente dissolta.. fondendo anche l'alluminio del telaio.. ( questo metallo fonde a circa 630 C° ) ho scambiato alcuni pensiori con un'operatore.. poco più giovane del sottoscritto.. e bestia.. se pesava quel marchingegno sulla spalla.. il parcheggio sottostante, per il grosso degli scatti è stato usato il 50-250, e gli ISO erano 100 un rottame piovuto dal cielo, tutto il materiale pirotecnico è statop lasciato sul posto di caduta. Ora una certa quantità di scatti li ho rifatti a colori.. per me ci guadagnano ( per dire.. ) lo potete osservare due scatti prima.. Nessuno ormai verrà ad acquistare oggetti per neonati.. a pochi metri, e si vedono i rottami sotto le finestre, vi è un' altro stabile.. abitato che per fortuna non è stato danneggiato.. cosa avrà pensato.. e quanto terrore sarà passato per la sua testa durante l'incendio.. che dopo alcuni giorni è li che guarda stranita.. il vento però ha giocato a favore, e la parte posteriore non è rimasta molto danneggiata, la sezione scientifica dei Pompieri in primis.. hanno già fatto l'analisi del materiale.. che è stato: infiammabile al 100%.. si vedono postazioni di auto pompe.. I gazebo della protezione civile, con nei pressi alcuni pompieri.. la polizia no quella non è stata ripresa.. Ma il nostro Mc Donald's continua a sfornate hamburgher.. forse più di prima.. Una cosa però mi ha colpito.. questo piccolo insetto.. che alla faccia della nostra continua barbarie.. vive.. e numericamente sono molto più di noi.. Nei pressi questo piccolo e splendido fiore.. Ma il titolo?.. sono in alto mare...
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  25. Negli ultimi giorni ho insistito un po' con Chiara per poter pubblicare qualcuna delle foto che le avevo fatto 4 anni fa. In realtà è stata contenta della proposta e ne abbiamo scelte alcune insieme. Volevo pubblicarle sia perché sono scatti a cui sono particolarmente affezionato, sia perché mi sembrava giusto ricambiare il favore dopo le bellissime foto che ha fatto a me (le trovate nell'entry precedente). Come avevo scritto in altra sede, durante quella sessione avevo pensato: "ma allora il ritratto è questo!". Fu un'esperienza totalmente diversa dalle sessioni con le modelle, senza distacco professionale ma con una totale fiducia ed apertura nei miei confronti. Chiara non è una modella, posare non è il suo mestiere. E' una persona molto in gamba che però a volte ha delle insicurezze e non si piace. Mi disse che in quel periodo aveva bisogno di sentirsi bella, e dopo aver visto le mie foto ha deciso di darmi fiducia per uno shooting. Ma non fu facile per lei. Per di più, abbiamo un caro amico in comune che aveva parlato di noi l'un l'altra, ma ai tempi ci eravamo visti di persona solo una volta o due. Siamo partiti piano, prendendoci il tempo che serviva. Abbiamo chiacchierato, riso (mangiato nutella ), e poco alla volta sono riuscito a metterla a suo agio e si è rilassata. Da quel momento in poi ci siamo semplicemente divertiti. Spesso le fotografie hanno un certo impatto solo per chi le scatta perché l'autore le "riempie" col suo vissuto, ma poi non arriva all'osservatore. Vediamo queste come se la cavano, e spero di ottenere la liberatoria per altre
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  26. Il mio nuovo Nikkor Z MC 50mm f/2.8 l’ho acquistato giusto in tempo per averlo disponibile in una breve vacanza in Puglia: 7 giorni 7 di puro svago, sole e mare sulle belle spiagge del Gargano, privilegiando per una volta relax, bagni di mare e piacevoli serate nei ristoranti di pesce della zona alle uscite per girare il territorio a fotografare. Quelli che presento sono quindi pochi scatti effettuati in condizioni di luce e situazioni non sempre ideali: ma per chi fosse curioso delle opinioni di un fotografo che lo usa davvero e sul campo, o per chi avesse l’intenzione di dotarsene, ci tenevo a condividere le mie personali impressioni. Inizio col dire che il negozio presso cui l’ho acquistato pochi giorni dopo la messa in commercio ne aveva solo due pezzi: il primo l’ha acquistato un tizio che lo doveva regalare e che quindi non l’ha neanche tirato fuori dalla scatola. Il secondo l’ho preso io lasciando di fatto il rivenditore sprovvisto di questo obiettivo: per questo ho dovuto fare là l’unboxing e mostrarglielo per una breve presa di contatto. In cambio però sono stato “ricompensato” con in regalo un’utile lente protettiva Hoya da 46mm, da usare davanti il piccolo obiettivo che fuoriesce dal barilotto quando utilizzato in modalità macro. Motivo principale dell’acquisto era avere una lente standard sufficientemente leggera e compatta ma anche prestazionale per la mia Z6, da utilizzare sempre: disponendo questo 50mm anche della funzione macro ho poi ottenuto un vantaggio in più, che peraltro non ho sfruttato in questi primi giorni di utilizzo. Nell’uso ciò che mi ha colpito maggiormente è la sua grande qualità ottica rispetto a tutti gli altri obiettivi standard che ho fin qui utilizzati: in soli 260 grammi ho una lente con 10 elementi in 7 gruppi, inclusi 1 elemento ED, uno asferico e un elemento anteriore con trattamento al fluoro, un diaframma a 9 lamelle e una funzione macro con RR 1:1 con limitatore di messa a fuoco. Dopo averlo provato posso affermare che con la mia Z6 costituisce un kit letale! Ne è una dimostrazione questa veduta della baia di Vieste al tramonto con la scogliera rocciosa su cui sorge la Chiesa di San Francesco sullo sfondo distante circa 800 metri dal mio punto di osservazione: sul raw originale riesco quasi a contare le file di pietre dei bastioni su cui sorge l’edificio. Fantastico! 1. Mi è sembrata altrettanto buona la tenuta nei controluce. Qui un paio di scatti ai trabucchi, antichissimi strumenti di pesca diffusissimi lungo tutta la costa da Vieste a Peschici, nati in tempi lontani per l’esigenza di procurarsi da vivere in sicurezza da un mare fonte di sostentamento ma anche di pericolo, tra naufragi, mareggiate e incursioni piratesche. 2. La silhouette di questo trabucco mi suggerisce un antico veliero che solcava i mari nei secoli scorsi. 3. Eccellente a mio giudizio anche la definizione dell’immagine in condizioni di scarsa luce, dove se l’ottimo sensore della Z6 ci mette del suo, l’obiettivo consente di cogliere particolari altrimenti invisibili con altri 50mm fin qui utilizzati. In questi quattro scatti “stradali” effettuati a Peschici (tra 4000 e 6400 ISO) la poca luce presente dona degli effetti quasi commoventi, soprattutto nelle ultime 3 immagini. 4. 5. 6. 7. Qui ancora la baia di Vieste in piena notte. 8. Di solito non amo presentare foto a colori con altre in bianco e nero nella stessa discussione, ma in questa sorta di impressioni sul campo del mio nuovo Nikkor Z MC 50mm f/2.8 vorrei testimoniarne la versatilità in quello che è il mio genere preferito, la street photography, per la quale ho trovato un efficace strumento in kit con la Z6. Per cui a completamento di questa breve carrellata di immagini, chiudo con un paio di scatti colti al volo ancora a Vieste. 9. 10. Grazie per essere arrivati a leggere fino a qui.
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  27. Non sono mai stato un particolare appassionato di questo genere fotografico, ma la voglia di fotografare mi ha spinto a provare. Qui l'esordio, in casa. Ora, fortunatamente, inizia a fiorire qualcosa, per cui ho proseguito con i miei tentativi. Dico subito che mi sono divertito un sacco, al punto da provare sia sabato che domenica della scorsa settimana. In particolare domenica, ho passato diverse ore sdraiato nel bosco a provare punti di ripresa bassissimi. Ero del tutto assorbito a cercare il punto di ripresa perfetto, incrociando sfocati, luce, erba, foglie, petali.... insomma mi sembrava di avere davanti una tavolozza ricchissima. E, con il passare del pomeriggio, la luce cambiando aggiungeva meravigliose variabili. (N.b: sdraiarsi in boschi frequentati da ungulati è una pratica che non consiglio per via delle zecche, che ho ignorato preso da quello che vedevo ma che mi ha lasciato ben preoccupato nelle ore successive). Come dicevo nel blog di apertura di questa serie, il mio intento non è di riprodurre i fiori "da catalogo" ma quello di lavorare prevalentemente ad ampie aperture (vedrete che qui ho fatto anche qualche scatto più chiuso, sto sperimentando e per capire bene preferisco scattare e poi guardare con calma a casa), valorizzando lo sfocato e dando risalto più alle forme che alla nitidezza. Nitidezza che deve esserci, ma che cerco di confinare a pochi tratti. All'opposto di quanto ho fatto in casa, non ho usato null'altro che la luce naturale e non ho aggiunto goccioline o altro. Al massimo, in alcune inquadrature, mi sono limitato a togliere qualche stelo secco che "sporcava" la composizione o, più spesso, a lasciare/introdurre volontariamente tra la lente ed il fiore elementi sfocati. Il bello di tutto questo giochino, in sostanza, è stato usare i mattoncini che madre natura ha disseminato in giro e valorizzarli con spostamenti del punto di ripresa di pochi centimetri. Insomma, pochi metri quadrati di bosco sono stati un universo di possibilità. Ultima nota, tutte le immagini sono state fatte a mano libera. Io, normalmente, preferisco, e di molto, usare il treppiede, ma qui non era materialmente possibile accedere a tali "bassezze" usandolo. Come lenti ho usato il 50S 1.8, con i tubi di prolonga Meike 11 e/o 18 (non ho segnato quali sono fatte con uno e quali con due, e non mi è possibile ricostruirlo ora), ed il 70-200/2.8FL via FTZ con la lente diottrica Canon 500D, che è risultato di una incredibile comodità compositiva per via della variazione di ingrandimento data dallo zoom (non mi dilungo a spiegare, ma agli interessati consiglio di cercare i fantastici articoli di Silvio). Ed ora un po' di foto. Z6II su 50S 1.8 a F2.8 1/25s ISO 200 - Al mattino aveva piovuto ed io, uscendo in primo pomeriggio, cercavo le goccioline. Errore: questi fiori bagnati stanno chiusi. Ho quindi fatto una bella passeggiata e sono riuscito a fotografare solo alla fine del pomeriggio, qui sono le 18:05 (del 6 marzo e nel bosco). Z6II su 50S 1.8 a F2 1/25s ISO 200 - Stesso fiore, stessa lente, forse un mezzo metro più lontano e 7 minuti dopo.... ma la luce è finita ed in esterni basta un filo d'aria per rendere impossibile avere anche solo il goccio di nitidezza che serve. Z6II su 70-200/2.8FL@200mm a F8 1/100s ISO 200 15:34 del giorno dopo, c'è il sole. Non è più facile, anzi in realtà è più difficile perché il sole filtra tra i rami spogli ed una delle altre variabili da conciliare è dove cade la luce e cosa produce. Z6II su 70-200/2.8FL@175mm a F8 1/100s ISO 200 Z6II su 70-200/2.8FL@170mm a F4.5 1/160s ISO 100 Z6II su 70-200/2.8FL@110mm a F2.8 1/200s ISO 200 Z6II su 70-200/2.8FL@165mm a F4 1/125s ISO 400 Z6II su 70-200/2.8FL@135mm a F5.6 1/50s ISO 400 Z6II su 50S 1.8 a F4 1/25s ISO 100 - Ci risiamo, sono di nuovo le 18:04.... Quel rosa è proprio il tramonto. Sono impazzito per fotografare questo meraviglioso amico con dietro la palla del sole. Ne ho fatte molte, nessuna mi convince. Z6II su 50S 1.8 a F2 1/60s ISO 100. Com'è andata l'ho scritto sopra, ora un po' di info sui retroscena. Innanzi tutto le Z con il monitor basculante sono veramente una manna, io stavo sdraiato a terra perché dopo ore di scatto non riuscivo più a stare comodo in ginocchio - e questo nonostante le ginocchiere da giardiniere che dopo il primo giorno ho iniziato ad usare. Ma è perché le mi ginocchia hanno fatto troppi chilometri! Come detto, niente treppiede, ma con la macchia fotografica tenuta in mano e la mano a terra. In certi casi, la macchina direttamente a terra, in particolare le ultime due immagini per far corrispondere il fiore ed i colori del tramonto. Il 50 1.8S con i tubi è una meraviglia, solo è un po' scomodo lavorarci a mano libera: servirebbero tre mani quando si devono cambiare i tubi (e capita molto spesso, visto che le 4 combinazioni: liscio, 11mm, 18mm, 29mm producono distanze di lavoro e quindi ingrandimenti ben differenti). Ovviamente, tra mani e macchina a terra - che nel bosco significa fango, foglie, erba - non bisogna aver paura di portar qualcosa sul sensore (e qui speriamo che a Tokyo ascoltino). La vera sorpresa è la versatilità del 70-200/2.8FL con la 500D. Se non si cerca il massimo ingrandimento, la possibilità di zoomare consente di comporre variando grandemente la dimensione del soggetto. E, se non si cerca la nitidezza a tutto fotogramma, anche ad f2.8 fornisce risultati assolutamente interessanti. Ma quanto mi farebbe piacere provare un 105 macro per fare queste cose!!!!
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  28. Questo blog nasce dal fatto che per me fare divulgazione non è solo un lavoro, spesso (ma non sempre) è anche un divertimento, lavoro e hobby insieme. Infatti al momento sto rovistando nei miei hard disk, in cerca di illustrazioni interessanti per la conferenza sull'evoluzione dell'uomo che devo fare a fine Aprile. Come sempre quando mi vengono sott'occhio le immagini dell'Uomo di Neandertal, mi ricordo di essere proprio affezionato a questo nostro cugino nemmeno troppo lontano... mi scuserete, ma non posso lasciarlo andare via senza farci quattro chiacchiere. Perdona la curiosità, ma ti chiami Neanderthal o Neandertal? Io non dovrei sapere nè leggere nè scrivere, ma ho sentito dire che Thal o Tal in tedesco vogliono dire la stessa cosa, "valle". Solo che la grammatica tedesca da cent'anni e più ha tolto l' "h" da "thal", quindi oggi dovrei essere un Uomo di Neandertal (della valle di Neander vicino a Dusseldorf, in Germania, dove hanno trovato i primi resti), come dire Emmental (della valle di Emmen). Rimane l'h nel nome scientifico, Homo neanderthalensis. Sei cambiato parecchio negli anni. Vorrei ben vedere! Le prime ricostruzioni non mi rendevano giustizia! Devo concederti che sapevate ancora poco dell'evoluzione dell'uomo e mi consideravate un intermedio, un mezzo scimmione. Solo perchè sono stato il primo ad essere trovato mi consideravate il più primitivo. Invece, guarda caso, ero l'ultimo e siamo stati anche contemporanei, perchè voi Homo sapiens non siete nemmeno nostri discendenti! Beh, anche il fatto che il primo scheletro completo che avete trovato fosse di un vecchio di quarant'anni, con artrosi alla spina dorsale, non ha aiutato. L'Uomo di Neandertal come lo si ricostruiva nel 1910... uno scimmione. Nel 1930, siamo ancora dalle parti del bruto... 1960, il famoso "accampamento Neandertal" di Zdenek Burian. Peli e gobba a parte, va già meglio. 1990, assume finalmente la postura corretta e sembra fare qualcosa di intelligente. Nemmeno pelosi, giustamente. 2000 Trucco per gli attori di un programma di divulgazione scientifica. Diversi ma molto umani. 2008, Modelli di Uomo e donna Neandertal, la mappatura del DNA chiarisce molti aspetti, fra cui che eravamo specie diverse ma compatibili. Per fortuna siete andati avanti con gli scavi e le ricerche, tanti più scheletri dei nostri e. negli ultimi anni, soprattutto la mappatura del nostro DNA, hanno chiarito che in fondo eravamo sì diversi da voi, ma non troppo diversi. Innanzi tutto non eravamo gobbi, avevamo la pelle chiara e molti di noi che vivevano in Nord Europa avevano i capelli rossi. Rimani però un tipo piuttosto tozzo e non proprio bello come Apollo. Ti credo, prova a vivere per trecentomila anni fra la Scozia e la Siberia con ogni tanto delle glaciazioni in mezzo, prova cacciare Orsi, Alci e Mammut solo con la lancia, non è roba da ballerine! E' vero, sono un po' più basso di voi Homo sapiens, ho le gambe più corte, ma se guardi gli Inuit (Eschimesi) di oggi, hanno anche loro le gambe corte e il tronco tozzo, è un adattamento a non disperdere il calore del corpo in climi freddi. L'Uomo di Neandertal aveva ossa più spesse delle nostre, torace a botte e tronco tozzo. La mia faccia ha la fronte sporgente per far spazio a seni frontali grandi, insieme al nasone mi servivano per riscaldare l'aria gelida che respiravo. Mi manca il mento? Forse, o forse siete voi che avete incisivi troppo piccoli? eh eh. Vi ho curati.. negli ultimi 10,000 anni le vostre mandibole sono diventate sempre più gracili almeno del 20% a quanti di voi non c'è più spazio per i denti del Giudizio? H. sapiens a sinistra, Neandertal a destra, Il cervello di Neandertal in media era un po' più grande del nostro. Il mento non è una struttura nuova, è conseguenza della piccolezza dei denti in H.sapiens. Sarò stato meno bello di voi (dipende dai gusti, comunque) però ero ben più forte di tutti voi, molto più forte. Le mie ossa sono molto più spesse delle vostre e sostenevano muscoli molto più grossi dei vostri... ehi, vuoi per caso fare a braccio di ferro? Neandertal vs Sapiens, diorama al Museo di Mettmann (Germania). No grazie, già 40.000 anni fa il miei avi avrebbero perso, ma oggi come oggi il mio braccio da sapiens del 2020 lo romperesti come un grissino. Però noi siamo sempre stati più svegli di voi, altrimenti quello fossile sarei io, no? Accidenti, accidenti... Non ricordo bene cosa è successo, ci sono stati 10.000 anni di coesistenza fra noi e voi, però sembra proprio che non ci sopportassimo troppo, dove arrivavate voi, dopo un po' di tempo noi ce ne andavamo così, a forza di ritirarci e perdere terreno, alla fine i quattro gatti di Neandertaliani rimasti si sono ritrovati col mare alle spalle nell'ultimo spicchio di Europa, cioè a Gibilterra, e poi... addio. Qualcuno dice che vi sapevate organizzare meglio, eravate più intelligenti, ma il mistero rimane. Però ... anche noi non eravamo dei bruti, usavamo il fuoco come voi e, anche se ci piaceva soprattutto la carne, sapevamo pescare, cuocere una minestra, ed eravamo educati, usavamo persino gli lo stuzzicadenti. Avevamo senso estetico, ci facevamo dei bei vestiti di pelle (sembra che però non sapessimo cucire, legavamo le pelli con dei cordini) ci ornavamo di penne e di conchiglie, ci dipingevamo la faccia. I denti dei Neandertal mostrano spesso tracce di usura che un tempo si trovavano nei denti degli Inuit, causate dal mordere fortemente le pelli degli animali per ammorbidirle mentre le conciavano (dal diorama del Museo di Storia Naturale di Pisa). Noi però abbiamo il pensiero astratto, l'arte... E' vero che le pitture rupestri le avete fatte solo voi. Trentamila anni fa, non so come, ma vi è successo qualcosa e all'improvviso vi siete messi a fare arte a tutto spiano, pitture, statuine di donnne ciccione, di uomini leone... noi al massimo abbiamo fatto qualche ghirigoro su uan roccia... Ma se si trova un neandertaliano sepolto in posizione di riposo, con intorno ornamenti di conchiglie, penne d'uccello e tracce di polline di fiori, non ti viene in mente che anche noi potevamo avere un pensiero astratto? E ti do' una notizia dell'ultima ora, le mappature genetiche più recenti indicano che in nostri cervelli avevano aree del linguaggio molto simili alle vostre, chi lo sa, forse a noi Neandertal mancava solo un zic, accidenti. Ritratto di un Neandertaliano con ornamenti ritrovati nei siti e nelle sepolture. Ma dicono che alcuni di voi erano cannibali. Se anche fosse che qualche clan era cannibale, ... di tribù sapiens cannibali non ce ne sono mai state? Mi fai sentire un po' in colpa, come fossi cow boy con gli Indiani. No quello è stato peggio. Comunque è andata così, non ci si può far niente. Peccato però, i paleontologi dicono che stavamo pian piano imparando un po' di cose da voi ... dove siamo vissuti assieme, non è andata sempre male. Ma voi Neandertal da dove siete venuti? Carissimo, la mia è l'unica specie di uomo che ha avuto origine in Europa (da specie di Homo più antiche che avevano lasciato l'Africa), abbiamo popolato tutta l'Europa, ci siamo espansi in Medio Oriente e poi in Asia Centrale e in Siberia. Quando voi Homo sapiens discutete fra voi su chi siano i veri Europei, beh i veri Europei siamo solo noi, i Neandertal! Stavamo in pace con i nostri amici est asiatici (Homo denisoviensis o Denisoviani NdR) e poi dall'Africa siete arrivati voi Homo sapiens e ci avete combinato tutto quel casino, poveri noi e poveri Denisoviani. Donna "Neandertaliana" nordeuropea e Uomo "Sapiens". I primi H.sapiens ad arrivare in Europa avevano la pelle scura perchè venivano dall'Africa. Si schiarirono successivamente, per ragioni legate alla produzione di vitamina D, almeno così sembrerebbe. Di voi non rimane più niente, peccato. Proprio niente no, la piccola rivincita è che nel vostro DNA di sapiens c'è dal 2 al 4% di geni neandertaliani, qualche volta i capelli rossi sono merito nostro (non sempre eh, non preoccupatevi). Come facciamo ad avere dei geni di Neandertal? Vuoi che ti faccia un disegnino? Ah no, io non so disegnare... Beh, come dire, a volte si fa la guerra, altre si fa l'amore, al buio tutti i gatti sono grigi e così via...tu sei un paleontologo, ma ultimamente chi fa genetica di popolazione sugli uomini primitivi scopre più cose di te. Backstage del film "Un Milione di anni fa", mi piace proporla come metafora per "primitivi mescolati a moderni". Quando è uscito il film ero così piccolo che ho ammirato i Dinosauri senza accorgermi di Rachel Welch! Che indubbiamente, col senno di qualche anno dopo, meritava. Ma pensa ... c'erano due specie di Homo che si potevano ibridare... No almeno tre specie!! c'erano anche i Denisoviani (le popolazioni moderne asiatiche e soprattutto i Melanesiani hanno un po' di DNA dell'uomo di Denisova), lo sai che hanno analizzato il DNA delle ossa di una ragazzina fossile, ed è venuto fuori che aveva papà Denisova e mamma Neandertal? Senza dimenticare che anche noi Neandertaliani abbiamo preso un qualche gene da voi Homo sapiens e i sapiens asiatici hanno una percentuale di geni denisoviani, quindi ai tempi c'era molta allegria... Come si fa a sapere... Amico, sono solo un Homo neanderthalensis, ti sei dimenticato? Non ho studiato Genetica. Ma adesso ti chiedo scusa, vorrei tornare al lavoro. Arrivederci allora, e grazie della chiacchierata! Per essere un sapiens sei quasi simpatico. Magari hai ragione, ci rivedremo. Adesso vado. Un Neandertal sbarbato e vestito (Museo di Mettman, Germania), per strada non si noterebbe più di tanto, in giro oggi si trova di molto peggio. Nota 1 Quello che scrivo non è roba mia ma proviene da studi rigorosi pubblicati su riviste scientifiche di alto livello. Qui lo spazio per mettere la bibliografia non c'è, ma se qualcuno vuole posso dargli tutti i riferimenti alle pubblicazioni. Nota 2 Se qualcuno non resiste dalle curiosità... come si fa a sapere che Denny, la ragazzina di 90.000 anni fa, aveva la mamma Neandertal e il papà Denisova? I cromosomi (le barrette che contengono il DNA) sono a coppie e metà di ciascuna coppia viene da un genitore e metà dall'altro. Denny ha per ciascuna coppia un cromosoma Neandertal ed uno Denisova. Ma nelle cellule ci sono dei micro-organi (i mitocondri) che contengono DNA che si eredita solo dalla mamma e in Denny sono solo di Neandertal quindi era la mamma ad essere Neandertal. Nota 3. Tanti anni fa la Radio trasmetteva un programma che si chiamava "le interviste impossibili", in cui un uomo di cultura di oggi immaginava di dialogare con un personaggio dell'antichità, come ad esempio Socrate... Italo Calvino scrisse un'intervista proprio all'uomo di Neandertal. Oggi dal punto di vista paleontologico chiaramente non ci azzecca più, ma la saggezza e l'ironia di Calvino sono senza tempo, se volete è qui: https://www.raiplayradio.it/audio/2019/10/RaiTv-Media-Audio-Item-ebbd7892-6e19-4700-885f-a3b5b77b0ddc.html FOTO DA INTERNET, COPYRIGHT DEGLI AVENTI DIRITTO, QUI RIPRODOTTE A SOLO SCOPO DI DIVULGAZIONE.
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  29. Chi segue Nikonland sa benissimo che le libellule sono i miei soggetti preferiti per la fotografia ravvicinata. Ho già scritto diversi articoli su come mi piace fotografarle, qui voglio raccontare qualcosa di un po' diverso. Voglio descrivere le libellule che ho fotografato, non proprio in modo scientifico, da manuale, piuttosto, cerco di ritrarre il loro carattere, le impressioni (o sensazioni), che mi da' il vederle. Qualcosa di più personale, però senza cadere nel tranello dell' "umanizzare" gli animali, cioè senza affibbiare loro caratteri, sentimenti e atteggiamenti che non hanno. Gli animali sono belli per quello che sono, anzi sono più belli quando li si conosce per come sono realmente.Così cerco di cogliere posture interessanti, ma sempre spontanee, naturali, oppure attività come la riproduzione, il volo, la deposizione delle uova, che rendono più vivace l'immagine. Sempre per gusto personale, se posso evito gli sfondi neri, se non posso, allora me li tengo. Chiaramente, nel fotografarli non voglio essere asettico, anche per me la scelta di luce, sfondo ed inquadratura sono fondamentali per rendere bello, o almeno piacevole lo scatto, per personalizzarlo, per interpretare il soggetto e, si spera, trasmettere a chi vede quel che mi ha colpito. Qualche volta uso anche il bianco e nero per evidenziare una postura od una situazione particolarmente "grafica". Per il mio sentire, questo basta. Ma sugli aspetti fotografici e le motivazioni, se serve, ci tornerò alla fine del diario. Adesso si comincia. Gli Odonati sono il grande gruppo che comprende le Libellule, ma contiene due "tipologie" diverse, una comprende le Damigelle (Zigotteri) più piccole, e l'altro le Libellule vere e proprie. Io fotografo tutte e due, però preferisco le libellule, quindi il diario racconterà di loro, non di tutte quelle che ho fotografato, perchè sarebbero troppe, quelle più interessanti a mio vedere. Potrei anche concludere con quelle che non ho ancora fotografato... La prima è l'Imperatore, come è doveroso. Libellula Imperatore (Anax imperator). Anax (e Wanax) in greco antico vuol dire "colui che comanda, il dominatore, il re". Nome meritato per la più grossa libellula italiana. E' bello vederla in volo con i grandi occhi verde/blu, il torace verde chiaro brillante e il lungo addome blu nei maschi maturi (e in qualche femmina vecchia) e verde nelle femmine, sempre rigato di nero. L'Imperatore è veloce, saettante, si posa raramente, e quando lo fa, come quasi tutte le grandi libellule, si appende sotto al sostegno. Pattuglia senza sosta lo specchio d'acqua che è il suo territorio, scacciando i rivali e cacciando tutto quello che può mangiare, comprese le libellule appena più piccole. Spesso si sentono i sonori "frr!" dello sbattere delle ali di due combattenti In volo tiene l'addome leggermente arcuato verso il basso, il che la rende riconoscibile al primo colpo. E' piuttosto diffidente e di solito occorre una lunga focale per fotografarla in attività. Per riprenderla in volo ci vuole pazienza, individuare le sue rotte, fissare l'obiettivo su un punto ed aspettare pazientemente che ci ricapiti, se si ha fortuna la si coglie mentre fa hovering (volo stazionario), immobile sia pure per pochi istanti. Quando la femmina depone le uova, si ha un'occasione per foto più particolari, ma anche se impegnata, meglio stare a distanza, se no potrebbe finire per accorgersi di noi, sentirsi minacciata ed involarsi. Bisogna soprattutto fare attenzione a dove cade la nostra ombra. Ecco un piccolo ritratto dell'Imperatore. Alla prossima (se volete). Datemi un feedback però, se a qualcuno piace l'idea vado avanti con le puntate, se no .. no, senza problemi. E poi vi beccate Lovecraft (scherzo!).
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  30. Una variante della fotografia d'aerei è la fotografia in volo da un altro velivolo.Le occasioni possono essere le più disparate,dal volo col cessnino dell'amico al volo istituzionale con accredito stampa.In campo militare per poter fare queste foto ci son due possibilitò,o ci si fa accreditare come giornalista tramite una testata (anche se ora c'è gente che lo fa presentando il proprio sito),oppure un volo con https://www.aviation-photocrew.com/ pagando ovviamente! Ho avuto l'opportunità di effettuare negli USA alcuni voli con aerocisterne KC-135 Stratotanker e posto qui alcune immagini.Questa è una vecchia tipologia di velivolo che in servizio dagli anni '50 è la più numerosa nell'USAF,negli anni son stati introdotti altri due modelli,il KC-10 derivato dal Douglas DC-10 e ora il recente Boeing KC-46 Pegasus derivato dal civile B-767.Di interessante c'è che su questi due ultimi velivoli c'è una bella finestratura per fare foto,mentre invece sul KC-135 la finestratura è limitata.Va detto che in questo velivolo lo spazio è angusto e serve al boomer,ovvero l'operatore che materialmente comanda l'asta di rifornimento steso su un lettino,ragion per cui lo spazio per il fotografo è MOLTO ristretto.Teniamo presente che l'equipaggio lavora e per motivi di sicurezza il fotografo ha poco tempo e poco spazio per le proprie necessità.Solitamente avvengono due tipi di rifornimento,a secco,in cui il velivolo rifornitore e quello da rifornire,simulano l'operazione e quello "bagnato" in cui il rifornimento viene effettivamente fatto.Il boomer comunica con il pilota del velivolo da rifornire e da tutte le indicazioni per effettuare la manovra in sicurezza,lo stesso poi,quando il fotografa inizia a scattare comunica al pilota eventuali esigenze del fotografo per scatti migliori.Dati gli spazi di accesso ristretti,si sale da una scaletta sul lato anteriore e anche l'interno della stiva è molto angusto,ragion per cui io ho sempre usato il 35-200 per maggior praticità d'uso e ingombri ridotti. Nella foto 1,abbiamo un F-4 Phantom,nella foto 2 invece c'è un F-15 ,nella foto 3 un SR-71 Blackbird che durante un volo test simulava un rifornimento in quanto al vero necessita di una versione dedicata del KC-135 denominata Q ,nella foto 4 un B-1B che rifornisce al vero,quindi nella foto 5 un B-52H,poi nella foto 6 un F-16. I velivoli ,come si nota,hanno il ricettacolo per il rifornimento in posizioni diverse,a mio avviso il più pericoloso è quello del B-52 e il famoso incidente di Palomares sta a testimoniarlo.L'abilità dell'equipaggio rifornitore e del rifornito,sta nell'operare in sicurezza,il problema maggiore sta nella turbolenza che crea la scia del velivolo rifornitore,quando il velivolo da rifornire si approssima alla cisterna l'effetto della scia si traduce in turbolenze più o meno forti da controllare,cosa non semplice,specie di notte e/o col brutto tempo. Risultati migliori ,come ho scritto,si ottengono se si scatta dal portellone aperto di un velivolo,come nel caso dello Skyvan,oppure con le altre due tipologie di aerocisterne.E' un'esperienza interessante anche dal punto di vista tecnico ,per le modalità in cui viene effettuata l'operazione e impegna anche dal punto di vista fotografico,perchè prima devi pensare a che foto fare,poi scegliere l'ottica che fa al caso e quindi una volta all'opera gestire l'esposizione che a seconda delle condimeteo è estremamente variabile.Io ho scattato col 35-200 AiS su Nikon FA ed F4s ,esposizione manuale spot con pellicola Kodachrome64.
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  31. Mi hanno chiesto, in relazione allo sforzo profuso per mettere in esposizione le mie foto del Parco Lame Sesia, cosa diamine mi spinge, dato lo scarso interesse registrato e l'assoluta assenza di alcun tipo di ritorno, a filare tanti soldi giù nel gabinetto. Ed allora proviamo a spiegarci. Per cominciare vorrei che vi dimenticaste della fotografia, delle fotocamere, degli obiettivi, di me e di quelli come me. Vorrei che pensaste solo alle persone con cui state bene, ai luoghi in cui siete stati bene, ai momenti emozionanti ma sereni, se non piacevoli, che nella vita avete vissuto. Ecco, ora parliamo del Parco delle Lame del Sesia e del perché da tre anni mi sbatto in modo estenuante per fare vedere, far circolare, le foto che ho raccolto all'interno di questo pezzo di natura selvaggia, dimenticato da tutto e tutti. Ho già avuto modo di raccontare come tanti anni fa ho scoperto, a pochi chilometri da casa, una piccolissima, ma verace, wilderness di pianura, un bosco impenetrabile su una terra paludosa, senza sentieri o strade che lo attraversano, con pochi punti di accesso e, lungo i fianchi del fiume, sterminati greti spacca-gambe. Una volta dentro, nell'ombra degli ontani, ho visto le “Lame”, ampi specchi d'acqua ricchi di vita sopra e sotto la superficie, riflettere le nuvole del cielo. Poi ho incontrato gli animali grossi e piccoli che sorprendentemente riescono a sopravvivere in così poco spazio. Infine ho tratto l’amara constatazione che se tutto questo vive e prospera è perché gli appetiti dell’uomo moderno sono rivolti altrove, riguardano esigenze e valori in cui il tronco di un pioppo secolare vale solo il peso della legna per il camino. Ho capito allora come l'esistenza di questo luogo sia intrinsecamente fragile, appesa ad una legge regionale di 40 anni fa e basterebbe una piccola variante di piano regolatore, per superiori ragioni di “interesse comune”, a stravolgere irrimediabilmente un ecosistema già troppo piccolo. E nel silenzio, nel disinteresse generale, in brevissimo tempo andrebbe distrutto ciò che la natura ha ricostruito in circa mezzo secolo di azione indisturbata. Io non v oglio perdere questo capolavoro di alberi scomposti, rami caduti, siepi di more, cascate di fiori di acacia, letti di funghi “chiodini”, di incontri fortuiti con volpi e lepri, e faccia a faccia con lucci e tinche, no, non ci sto proprio e finché posso farò quanto mi è possibile affinché questo non accada. Ed allora parlo, scrivo, fotografo, mi sbatto per far conoscere, per spiegare cosa c’è di meraviglioso in un territorio che fa a meno dell’uomo, lo accetta come pari, lo accoglie secondo le regole della foresta, un luogo che già solo nell'azione molesta delle zanzare ci restituisce alla dimensione atavica di anello della catena alimentare. Di posti come questo in Italia ne son rimasti ben pochi ed in pianura padana ancor meno, perciò quei soldi, quei quattrini che sperpero in stampe che in pochi vengono a vedere, il tempo che trascorro a montare e smontare quadri, i giorni di ferie impalati a cercare le cornici giuste, a ben guardare sono una scommessa e un investimento sul mio prossimo, sono un atto di fiducia di un inguaribile ottimista che spera ci sia in giro ancora qualcuno che sa ascoltare. Bene, e adesso se ne avete ancora voglia, parliamo anche di fotografia.
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  32. Point Boset è un comune suff. piccolo.. or ora ha 174 abitanti, certo durante l'estate la popolazione aumenta e non di poco ma sono turisti, al sopraggiungere dell'inverno.. se ne vanno e magari pure prima, l'area del comune tecnicamente è di 33 Km quadrati, ma non vi avevo detto che è posto in Montagna.. con un torrente un pochino impetuoso in mezzo..l'Ayasse.. è situato nella valle di Champocher circa alla metà, la valle è lunga una quindicina di chilometri ed è alla sinistra orografica venendo da Bard verso Aosta, ma tutto questo vi chiederete a cosa porta? ma porta ai ponti.. vi ricordate il nostro ex reporter un pochino attempato? parlo di Clint.. che con la sua Nikon F fotografa i Ponti di Madison County.. però laggiù la lingua era il mericano, roba simile all'inglese, quì è il Patois, molto musicale simile al francese.. ma tanto non la capisco lo stesso.. per fortuna mia, la parlano solo i vecchi del posto. Ebbene, ma anche noi abbiamo cose simili.. a Pont Bosset si trovano: Gouglet, Ronchas, Frontiere, Ratus, vaseras, Frassineye per ultimo Savin.. cosa sono? ma i nomi dei loro ponti.. ora, trovare a casa nostra un paese piccolo.. con sette ponti non credo sia una cosa facile facile.. Questa mattina alzato di buon'ora.. ho portato la Zetina a prendere un pò d'aria.. partiti io e mia moglie, il cielo sopra di noi era sul coperto andante, il meteo per la Val D'Aosta prometteva bene.. passata Ivrea ci si addentra , e si incomincia a vedere una minor nuvolaglia.. ho sbagliato l'uscita, al posto di San Martin, sono uscito a Verres, tornato indietro di pochi chilometri alla destra vedo l'ingresso della val Champocher, dopo altri otto chilometri in salita con strade non esattamente larghe, si arriva.. ma ora parleranno le immagini.. Iniziando la salita ci si lascia alle spalle l'imponente Fortezza di Bard, distrutta da Napoleone Bonaparte quando invase il nostro paese.. ma non fu una cosa rapida, il forte resistette.. per diverso tempo La nuvolaglia che avevano sopra la testa.. Si entra nel paese, purtroppo poco dopo capii che ero, almeno per me.. dalla parte sbagliata.. Tutto il percorso pedonale con tanti bellissimi fiori.. Una sorpresa.. ricci di castagne... bellissimi.. Guardando poco dopo il bosco con i castagni alla mia destra, intravedo il primo ponte.. e proseguiamo, Ed ecco il palazzo del comune e visto il numero degl'abitanti, ospita anche l'ufficio postale.. Ora la mappa con il percorso per poter ammirare io ponti, purtroppo non era una cosa fattibile per me, la lunghezza del percorso mi bloccava.. che fare? chiedo e mi spiegano di entrare con la mia vettura alla fine del paese, più a monte.. Tornado indietro a piedi incrociamo una bellissima fontana.. Altra piccola e nera sorpresa.. non ci crederete lo sò purtroppo, ma il Mao mi ha chiamato.. ovviamente in Patois Micesco, e mi ha chiesto quando Silvio andrà a fotografarli, sono in diversi e lo aspetterebbero tutti contenti, ho risposto loro che metterò una buona parola.. vi sono una miriade di scale che scendono lungo la costa del paese, situato sulle pendici della montagna; ma.. magari scendere.. ma poi a salire come potre fare?.. abbandonato l'idea.. Le case sono così vicine una con l'altra, che i loro tetti proteggono in gran parte quando piove.. Tre scorci del paesino.. Ed eccoci al primo ponte in pietra, sotto ora scorre il torrente Ayasse Una serie di viste dai due lati con alcuni particolari E impressionante vedere l'acqua nel tempo come ha sagomato la pietra.. a prenderla in mano pare inconsistente.. ti scappa, mentre la pietra.. è per solida e dura.. ma con il tempo.. Ed ecco il secondo ponte.. con due arcate questo. Ecco il bacino formatesi sotto.. Ancora due viste.. Siamo al terzo ponte... purtroppo la strada è molto stretta, sono uscito al volo dalla vettura e, parcheggi.. non erano presenti.. E siamo arrivati al quarto ed ultimo, almeno per me.. il resto a piedi non era nelle mie possibilità, chiedo scusa ma non posso farci nulla.. Vedere questi specchi d'acqua.. mi viene da pensare ad una cosa.. conosco un Nikonlander che fà anche immersioni in acqua dolce, anche in laghi di montagna.. magari potrebbe trovare della fauna ittica particolare.. vedremo di avvisarlo.. " questo Nikonlander " si immagino che alcuni di Voi sappiano chi.. è... I segni su queste rocce sono.. fantastici.. a mio vedere.. A vederli così ondulati.. paiono fiumi d'acqua.. Non ho potuto avvicinarmi di più.. Il laghetto a valle del ponte.. Un particolare dello sfondo.. ora, sempre il nostro " Amico " di cui abbiamo accennato poco fà.. magari, potrebbe finire la mia opera, con i tre mancanti.. e fare altri scatti con " altri " punti di vista.. diamine.. è bravissimo.. e chissà cosa potrebbe trovare quà sotto.. Ho finito la tiritera.. ringrazio tutti quanti sono riusciti tra uno sbadiglio e l'altro.. a seguire quanto ho scritto.. però... Non è possibile lasciare la Val D'Aosta senza portarsi a casa il famosissimo Lardo di Arnad ed anche il loro spettacolare Formaggio... Buona notte a tutti.. Dimenticavo... ovviamente.. Zeta 50... e 16-50..
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  33. Guardaruscello, è il nome che si da' alle specie del Genere Cordulegaster. Sono libellule grandi e molto eleganti nella loro livrea nera e gialla. Amano l'acqua pulita che scorre ed hanno un volo veloce e potente. Cordulegaster boltonii, nella foto sta facendo vibrare le ali per scaldare i muscoli e riprendere la temperatura, prima di decollare. Nikon D7100, 300mm, f11, 1/250s 1600 ISO, flash di schiarita. Come ho già raccontato, ho trovato questo esemplare che stava annegando, l'ho ripescato e l'ho appoggiato ad un tronco perchè si riprendesse. Mentre lui riacquistava le forze e si scaldava, io gli uno fatto una serie di scatti, finchè non è scattato nuovamente in volo. Sono foto a cui sono affezionato, perchè hanno una piccola storia. La storia completa la trovate qui: La mia piccola grande impresa però è stata lei (o meglio lui ): La Lindenia tetraphylla, una sola specie al mondo, molto rara in Italia. Sono andato apposta nel Grossetano per fotografarla. Lindenia tetraphylla, maschio giovane. Nikon D800, SIGMA 400mm APO MACRO, f16, 1/1000s 1250 ISO. Lindenia tetraphylla, maschio maturo. Nikon D800, SIGMA 400mm APO MACRO, f11, 1/250s 140 ISO. Sembra un elicottero da battaglia. Ama stare di guardia sui posatoi da cui decolla per la caccia o per scacciare i rivali. E' una libellula da fotografare col treppiede e focale lunga. E' molto vigile e poco confidente, per cui individuato un posatoio occorre puntarlo, restare immobili finchè non torna a posarsi. Curiosamente sembra preferiscano i rami spezzati o curvi su cui posarsi appoggiando il torace. E' l'unica specie di libellula europea in cui la femmina è più appariscente del maschio. Bianca e nera zebrata, l'ho vista (è bellissima!) ma sono riuscito a fotografare solo il maschio. Vorrei tornare lì o da qualche altra parte dove è presente per portarmi a casa una bella foto della femmina. La storia intera è qui: Ci sono tante altre specie, sempre belle ma un po' più comuni, fra tutti mi piacciono i Gonfi, così chiamati perchè l'addome termina con un rigonfiamento a clava. Tigri alate, i maschi di molte specie spiccano per forcipe in fondo all'addome che serve ad agguantare la femmina. Onychogomphus forcipatus, maschio nella posa "dell'Obelisco" (di solito è per esibizione o per disperdere meglio il calore nelle giornate torride). Nikon D300, 300mm AFS + TC14, f8, 1/500s, 400 ISO. Simpatica anche la Libellula depressa detta Panciapiatta, per l'addome depresso, appunto. Libellula depressa maschio. Nikon D700, 200mm micro-nikkor AfD, f16, 1/250s 800 ISO. Libellula depressa femmina . Nikon D7100, 300mm AFS, f4, 1/1600s 360 ISO. E la Frecciarossa (Crocothemis erythraea)? Il maschio tutto rosso spicca ed è anche un soggetto abbastanza avvicinabile. Crocothemis erythraea maschio. Nikon D7100, 300mm, f 5.6 1/1250s, 800 ISO, flash di schiarita. Di Frecciazzurre (Genere Orthetrum) ce ne sono tantissime specie. Dovessi mostrarle tutte, non si finirebbe più. Orthetrum coerulescens maschio. NikonD800, SIGMA 400mm APO MACRO, f11, 1/250s, 560 ISO, flash di schiarita. Anche di Cardinali (Genere Sympetrum), chiamati così perche i maschi sono rosso-arancio (ma con le zampe nere o giallonere) ce n'è tantissime specie. Sympetrum striolatum, maschio, una delle libellule più avvicinabili. Nikon D500, 300mm Pf + Tc14, f10, 1/1250s, 1400 ISO. Arrivato dall'Africa, si è stabilito prima nel Meridione, poi è risalito fin da noi in Lombardia, col riscaldamento globale ecco l'Obelisco violetto (Trithemis annulata), bellissimo (il maschio, non è colpa mia se le femmine di queste specie sono tutte ... gialline-marroncine). Trithemis annulata maschio, L'"Obelisco" in posa da... Obelisco . Nikon D500, 300mm Pf + Tc14, f10, 1/1250s, 1400 ISO. Ma non sei stufo di fotografare libellule? A dire il vero... no. Ho per esempio ancora qualche desiderio insoddisfatto: Più di tutto vorrei fare una bella foto alla femmina di Lindenia, come ho scritto sopra. E poi c'è un sacco di altre specie che vorrei vedere (e magari fotografare!) ad esempio c'è un altro immigrato africano che mi intriga, molto grosso: la Freccia di cascata (Zygonyx torridus) un tempo segnalato solo in Sicilia, nel Trapanese, mi pare. Ultimamente ci sono segnalazioni in Calabria, vuol dire che sta risalendo il continente anche lui. Magari se non vado io da lui, fra un po' viene lui da me, come la Trithemis. E ancora tante, ma tante altre: La buffa Freccianera (Selysiothemis nigra), libellula piuttosto piccola, con un gran testone che sembra uscita da un cartone animato. Il Dragone spettro, il Dragone bruno... le Frontebianca delle torbiere... Quante ancora. Questa è l'ultima pagina del diario del vostro affezionato Fotografo di Libellule (finchè non riuscirà a fotografare qualcuna di quelle che gli mancano ). Grazie a chi mi ha seguito fin qui, come sempre spero vi sia piaciuto!
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  34. Con un po' di fatica perchè a parte i problemi di salute sono fuori allenamento per via dei lockdown e del meteo che quest'inverno mi hanno tenuto chiuso in casa, mi sto impegnando in qualche passeggiata non troppo faticosa. Stranamente è piovuto ininterrottamente da novembre ad aprile. Capita ogni duecento anni? Vabbè, quest'anno è capitato. Allora riprendo in mano e cerco di concludere vecchi lavori che considero appropriati per il blog. Ho pensato bene, quindi, di raccontare una storia. La storia di una chiesetta campestre situata a Martis, un piccolo comune dell'Anglona, poco meno di 500 abitanti, a una quarantina di chilometri da Sassari. La chiesa in questione è San Pantaleo, edificata nel 1325 con una strana scelta architettonica: un'unica navata quasi interamente in stile romanico ma con qualche tratto aragonese, alla quale in seguito vennero aggiunte due navate laterali e un campanile in chiaro stile gotico (XVI secolo). Questa la brevissima descrizione ma non la storia, in fondo di chiesette campestri in Sardegna ce ne sono a decine e fin qui niente di strano. La particolarità di San Pantaleo è che venne sconsacrata nel 1920 in seguito a uno smottamento. In effetti venne edificata ai margini di un altopiano, su una base di roccia che ne garantiva, in quegli anni, l'assoluta sicurezza. Il fatto è che in tempi più moderni ci si accorse che quella base di roccia presentava una frattura netta. Parte della navata centrale e una delle due navate laterali subirono gravi danni con il crollo della copertura, il distaccamento di parecchi blocchi di pietra del colonnato e il dissesto insanabile del campanile. Sin qui la storia. Ma in epoca più recente (1988) venne tentata una ristrutturazione almeno per renderla fruibile ai visitatori. Purtroppo il progetto venne abbandonato dopo qualche anno poichè successive perizie decretarono la definitiva chiusura del luogo di culto e il divieto assoluto di ingresso in tutta l'area circostante (con un perimetro di una cinquantina di metri attorno alla chiesa). Per farla breve i geologi dell'università e i vigili del fuoco diedero per certo il crollo. Quando? Fra un'ora... fra un anno... dieci anni... Insomma, basterebbe un tuono più forte durante un temporale e metà della chiesa (o tutta la chiesa) crollerebbe a valle. La navata centrale Il campanile Come già detto non si tratta del lavoro di una giornata, è cresciuto in diversi anni durante i quali sono riuscito a produrre alcune centinaia di immagini in condizioni ambientali e di luce molto diverse. Con uno sguardo attento noterete i vari gradi di deperimento dell'intera struttura. Ma ogni volta è sempre diverso e vedo cose nuove. Quella che doveva essere la sacrestia, forse il punto più pericoloso. Ho scattato una foto secca e sono uscito immediatamente Le arcate superstiti della navata di destra Un particolare di ciò che doveva essere un affresco su una colonna portante della navata centrale Alcuni blocchi di pietra lavorati, staccatisi dalle arcate La navata di destra Lo scoperchiamento della navata centrale Lo so, non ci dovrei entrare, non dovrei superare le transenne e il recinto facendo finta di non vedere i cartelli di divieto, ma provo grande attrazione per questo luogo abbandonato. E avverto una strana sensazione nel calpestare il pavimento di una chiesa deserta, ascoltando i miei passi e pesandoli. Immerso in un'architettura silenziosa, deformata dal tempo, da una faglia nella roccia, invisibile, aperta da chissà quale sommovimento tellurico chissà quanti millenni fa e dagli eventi atmosferici... dall'abbandono. Definitivo. Inappellabile. Mi pare persino di percepire il rumore dell'otturatore che rimbomba. So che non è possibile che ciò accada, non c'è neanche il tetto... ma quel suono arriva alle mie orecchie amplificato dal vento che scorre veloce tra le navate scoperchiate. Quello che so è che ci tornerò ancora per cercare cose che mi sono sfuggite. E per godere di quel silenzio. ----- Pezzo consigliato: A Taste of Honey, nella versione che preferisco, quella di Paul Desmond. Copyright Enrico Floris 2021 - Per Nikonland
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  35. Cherry picking (scegliere le ciliegie) è un modo di dire inglese che significa scegliere accuratamente i pezzi migliori, come si cercano le ciliegie senza bachi. In attesa di tornare a fotografare quel che mi interessa, ho pensato di riproporre qualcuna delle foto a cui sono più affezionato, anche se non tutte al top della qualità possibile, accompagnate da un piccolo commento e dove esista il link al mio precedente blog sullo stesso soggetto. LIBELLULE ESCLUSE, gli ho già dedicato il diario e niente ragni così anche gli aracnofobi possono dare un'occhiata. Gufo di palude ambientato, Nikon D800, 330mm f4 AFS + TC 14. Qui il blog: http://www.nikonland.eu/forum/index.php?/gallery/image/5842-gufo-nella-palude/ Le raganelle sono piccole e timide (ho delle foto a formato pieno eh, però.. questa è più interpretata). Nikon D700, 500mm (300mm + tc 17?). Mantide, sempre affascinante. Nikon D700 ed il glorioso micro-nikkor 200mm f4 AfD ED. Un Gruccione non può mancare. Nikon D500, 300mm f4 Pf e Tc 14. Il più rosso Scoiattolo Rosso che abbia mai visto. Una delle mie prime foto a scoiattoli, per quello ci sono particolarmente affezionato. Nikon D300, 80-400mm Af VR (a 180mm, siamo in Engadina). Poiane che litigano. Foto da capanno. Nikon D500, Sigma 100-400 a 135mm. Alba dorata. Nikon D700, 300mm f2.8 Af. Codibugnolo, folletto fantastico. Nikon D300, 300mm f4 AFS + TC17. Airone Bianco Maggiore. Nikon D500, 300mm f4 Pf. Cucù, Gheppio, fotografato dal tavolino del bar, mentre sorseggiavo un calice di Prosecco . Nikon D500, 300mm f4 Pf.
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  36. Come lo scorso anno, anche per questo 2019 mi è stato proposto di realizzare delle immagini per il calendario della società di Short Track - Bormio Ghiaccio. Se volete sapere qualche cosa di più su questa società e su questo sport, lo potete trovare sull'articolo "Calendario 2018" del mio blog. Quest'anno ho deciso che il filo conduttore del calendario, il tema se vogliamo, sarebbe stato: "Il Colore". Per cui, come potete vedere dalle foto che seguiranno, mi sono parecchio divertito con l'uso dei flash e delle gelatine colorate. Questa è la foto di copertina, che è stata realizzata avvolgendo delle luci natalizie colorate attorno al braccio e alla gamba dell'atleta, tempo di esposizione "lungo" e sincronizzazione sulla seconda tendina. Messa a fuoco manuale in iperfocale obbligatoria, visto che il palazzetto era buio pesto (volontariamente) e neppure la D5 riusciva minimamente a tenere il tracking della messa a fuoco. Per i gruppi dei ragazzini più piccoli ho realizzato dei collage colorati con le singole foto, di cui ne posto una solamente. Per rendere l'effetto "riflesso" del ghiaccio ho usato dei semplici pannelli di plexiglass. Di seguito posto altre foto di altri mesi del calendario, fatte agli atleti più grandi: E anche per quest'anno è fatta! Ciao e già che ci siamo Buon 2019 a voi!
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  37. Approfittando di una rara congiunzione astrale per la quale mi è stato contemporaneamente possibile uscire di casa in quanto residente in zona gialla-Covid, contare su tempo favorevole dopo una serie di inconsuete e copiose nevicate, ed avere disponibilità di una mezza mattinata libera, ho allora approfittato per fare una breve visita al Santuario della Verna – nel Parco delle Foreste Casentinesi – e scattare le prime foto in questo nuovo Anno. Il Monte Verna con il suo Santuario è il luogo francescano più famoso dopo Assisi perché qui il Santo si recava per periodi di preghiera e penitenza, e qui ricevette le Stimmate nel 1224 dopo averlo avuto in dono dal Conte Orlando Cattani ed avervi fondato un romitorio nel quale soleva passare lunghi periodi di meditazione e di preghiera assieme ai suoi frati. Ma questo "crudo sasso intra Tevero e Arno", come lo definisce Dante Alighieri (Divina Commedia, Paradiso, canto XI), è anche uno dei luoghi simbolo di un territorio dalle bellezze naturalistiche straordinarie, tanto che è protetto dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna istituito nel 1994. Il Santuario con la neve appare ancora più mistico, magico, dove la spiritualità che si respira nel silenzio che lo circonda sembra potenziata dall’atmosfera che il bianco candore della neve dona a tutto il comprensorio. Pur tuttavia dopo tanto tempo di inattività fotografica, mi sono sentito quasi un impedito con la macchina in mano a cercare di fissare gli scatti che avevo in mente. E’ mai successo anche a voi? Ma tant’è, da qualche parte dovevo pur cominciare, e avevo forte il desiderio di fotografare e di condividere con voi questo “ritorno”. Il Santuario sorge quasi aggrappato sul Monte Verna. 1. Nel viale d’ingresso viene raccomandato il silenzio per ascoltare la spiritualità del luogo. 2. I tetti imbiancati sembrano quelli di un presepe. 3. La Basilica Maggiore, costruita a partire dal 1348 a ridosso della chiesetta di Santa Maria degli Angeli. 4. Il quadrante della Verna con la grande croce in legno che domina la vallata. 5. 6. 7. Il bel panorama che si gode dal quadrante. 8. La croce a tau, adottata come simbolo anche da San Francesco, è ognora presente. 9. 10. Grazie a chi vorrà lasciare un commento.
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  38. Il seguente non lo si può pienamente inquadrare come un articolo di viaggio, non riesco però a trovare un tag che si avvicini maggiormente. Durante la prima decade di settembre sono stato all'Isola d'Elba per festeggiare i miei primi quarant'anni di mia moglie. Ci siamo così concessi il lusso di un weekend lungo tutto per noi, in un fantastico relais, ubicato in un posto decisamente nascosto dell'isola. Elba arriviamo Il relais, derivato da un'antica cascina toscana all'interno di una zona di miniere abbandonate, si trova proprio in mezzo ai boschi al centro della fotografia. Siamo nella parte nord orientale dell'isola, sul golfo di Cavo. La struttura è davvero bellissima e ricca di fascino, tutta costruita restaurando gli originali con i muri a secco. Attorno alla struttura ci sono circa 400 ulivi e un orto che è la fine del modo. E alla sera si mangia solamente il pesce pescato dalla barca dei proprietari! Ogni stanza, 5 in totale, disponeva poi di una piscinetta privata nel bosco, disponibile h24, con acqua riscaldata. Così tra mare, scogli, snorkeling e qualche passeggiata il weekend è volato. Arrivederci Elba, ci sei piaciuta assai!
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  39. Ieri ho avuto un incontro molto fortunato quanto inatteso. 1 Quasi sulla cima del monte Amiata, una Volpe, bordo strada non è schizzata via al mio passaggio. Mi era già successo al Parco della Maremma, una mezza dozzina, negli anni scorsi e anche in Abruzzo quest’anno ne ho trovate due, Volpi, abiuate a ricevere da mangiare dalle persone, chee rimangono bordo strada attendendo il passaggio delle Automobili. Ma sulla “mia”montagna, il monte Amiata mai successo. Piccola parentesi oltre che vietato (almeno nei parchi) è sconsigliabile dare da mangiare agli animali selvatici, per la loro incolumità e per evitare incidenti alle persone, ma questo è un’altro discorso. Mi sono fermato ed ho fatto marcia indietro e Lei ancora li. Traffico nello zaino convinto che “tanto ora quando ho tirato fuori tutto fugge via. 2 quasi a riposarsi, 3 faccio ancora qualche scatto, Z6+70-300P, poi penso “deve stare male, per forza” ma il pelo è bellissimo e folto, come si addice ad un’animale in salute che si appresta ad affrontare l’inverno (ancora non ha fatto e non fa freddo, anche se un paio di nevicatelle le ha già fatte). 4 Comunque per vedere la reazione, apro lo sportello ed un mezzo scatto lo fa…. 5 ma poi si risiede 6 7 addirittura si sdraia ancora 8 9 Da qui Z6+70-200FL Gli parlo “ma che fai sei Tonta? è pericoloso te ne devi andare….” Apro ancora lo sportello faccio ancora finta di scendere si alza fa un mezzo giro 10 annusa un sasso 11 Si stira 12 Uno sbadiglio 13 14 15 Un pò di allungamenti 16 Ancora giù 17 Magari un sonnellino...."perché no...Mi si chiudono gli occhi" 18 potrebbe non essere un buon segno, penso io, ma il fatto che abbia sbadigliato e si sia stirata lo ritengo un segnale di buona salute. Comincio a muovermi ed a fare rumore, la devo far andare via, non deve ritenere il bordo strada un posto tranquillo, 19 Alla fine mi decido scendo e gli vado incontro...senza neanche troppa fretta decide di scendere la scarpata e rientrare nel bosco, si ferma e mi guarda, chissà magari pensa "che cavolo vuole questo qui". 20 Gli vado ancora dietro gridando. Lei si allontana ancora 21 Mi lancia un'ultimo sguardo.... 22 Poi sparisce tra i sassi e non la vedo più... Mi sono allontanato con la macchina per una decina di minuti, poi sono tornato a vedere se fosse ritornata sulla strada....Non per niente è una VOLPE. NO non c'era Meglio così e BUONA FORTUNA. PS: foto come uscite dalla macchina, solo convertite in jpg con View NX e ridimensionate con PS. Solo tre, quelle dello sbadiglio, ritagliate lato dx perché inavvertitamente avevo ripreso anche un pò di specchietto della macchina....
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  40. Val Amola un anno dopo. Il Rifugio Segantini, a circa 2400 mt. è diventato un santuario per molti fotografi di montagna. Il granito, la grande quantità di acqua e la variabilità del clima, sono le caratteristiche che rendono queste montagne un vero parco giochi per fotografi.
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  41. Nel corso dell'annuale mostra fotografica "Itinerari" che il fotoclub di cui faccio parte organizza da molte stagioni in Arezzo e nella quale espongo anch'io da qualche anno, ho venduto la mia prima fotografia! Si tratta di questa, Il Cagnolino della Signora, esposta assieme ad altre otto in un lavoro che avevo intitolato "People In Black", una serie di immagini in b/n aventi per tema foto di street in una monocromia piuttosto "dark": un fotoamatore mi ha chiesto di acquistarla e, pur non essendo formalmente in vendita, volentieri l'ho accontentato. Un motivo di soddisfazione in più è stato il fatto che per la prima volta esponevo stampe in b/n da me realizzate - in passato avevo già stampato, ma a colori - e, per la difficoltà tecniche che la stampa monocromatica richiede, aver prodotto su carta delle immagini ritenute "convincenti" dai visitatori della mostra mi ha fatto ancora più piacere.
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  42. In estate il fiume Sesia, lungo il basso corso, si riduce in modo veramente significativo. Prima che i greti si secchino e che il fiume diventi un rigagnolo dal letto bruno, è ancora bello visitare questo pezzo di pianura che appare ancora selvaggia ed incontaminata. Ma è apparenza perché qui l'opera umana ha agito per secoli e secoli e la natura che si incontra oggi è frutto di una ricolonizzazione complessa e difficile e, a suo modo, affascinante. Si prosegue solo a piedi Nikon D800E ob Nikon AFs 17-35/2.8 Il bosco è quasi impenetrabile, occorre seguire le tracce degli animali per raggiungere il fiume. Nikon D800E, ob. Nikon AFs 17-35/2.8 treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1 Un capriolo, di cui ho seguito le tracce e le "indicazioni di guado", attraversa il bosco in direzione opposta alla mia. Nikon D5, ob. Nikon AFs 200-400/4 VRII treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1 In nuovi inquilini del nord Italia: popillia japonica su vite selvatica, altro che migranti... Nikon D800, ob. Nikon AFs 105/2.8 micro treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1, flash Nikon SB500+cavo SC-17 Si son trovati!! Poligono giapponese demolito dalla popillia. Nikon D5, ob. Nikon AFs 600/4 VR + Tc14II treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1 Preso! Forse è una preda sproporzionata, ma i ragni sanno fare scorta... Nikon D500, ob. Nikon AFs 300/4E PF Il fiume Sesia, riva orientale.Quella schiuma non dovrebbe esserci.... Nikon D800E, ob. Sigma 24/1.4 Art treppiede Leofoto LS-254C + LH30 Mentre guado non posso che provare a fermare l'ipnosi del movimento dell'acqua sui sassi. Nikon D800E, ob. Nikon AFs 18-35/3,5-4,5 Circular Pola, treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1. Sulla sponda occidentale, una spiaggia frequentata solo da "non umani". Nikon D800E, ob. Nikon AFs 18-35/3,5-4,5 Circular Pola, treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1. Un capriolo scende sulla riva a cercare tra i sassi qualcosa per integrare la dieta. Nikon D5, ob. Nikon AF-I 300/2,8 + TC17, treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1. E' E' tempo di rientrare. Nikon D5, ob. Nikon AFs 300/4E PF, treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1. Il fiume Sesia, innaturalmente "schiumato", nell'ora Blè. Nikon D800E, ob. Sigma 24/1.4 Art treppiede Leofoto LS-254C + LH30 Il guado di ritorno un'ora dopo il tramonto. Nikon D800E, ob. Nikon AFs 18-35/3,5-4,5, treppiede Gitzo GT3541LS + Arca B1. ---------------------------------------------------------------------------------------- Per saperne di più: Appost amento al capriolo sulla riva del fiume E questo è un selfy al guado, sulle orme dell'altro capriolo. Appena posso, io ci vado. Estate o inverno, basta poter andare
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  43. Molti sono già stati in questi luoghi. Ognuno li vede filtrati dalla sua sensibilità, dai suoi interessi, dalle sue inclinazioni. Quella che segue è mia personale visione. Ogni latitudine ha una sua luce particolare e quella di questi luoghi mi ha lasciato una traccia profonda trestimoniata da un percorso in 4 tappe. La prima si riferisce a Edimburgo. la seconda ai suoi dintorni, la terza è dedicata alle isole Orcadi, la quarta all’isola di Skye. Buona visione. (P.S. Per questioni di spazio credo, le foto sono state ridimensionate automaticamente dal sistema a 300/400 k. Per alcune foto ciò ha comportato un degrado aprezzabile) # 1 Edimburgo da Artur’s Seat (lato nord ovest) # 2 Royal Mile # 3 tra vecchio e nuovo # 4 # 5 a zonzo # 6 riflessi nella °city art" # 7 # 8 Greyfriars Kirkyard # 9 # 10 relax in città # 11 in due # 12 # 13 # 14 # 15 # 16 colori inaspettati # 17 graffiti # 18 Princess Street # 19 Calton Hill # 20 Victoria Street # 21 # 22 Artur's Seat # 23 # 24 Collective # 25 Princess Street Continua, stay tuned..
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  44. L’inverno sa regalare panorami tersi e colori inattesi. Ma cosa succede nel regno delle nebbie? Avendolo a disposizione nelle vicinanze, con un po’ di fortuna ho voluto immergermi per un giorno in una atmosfera “dell’altro mondo” dove i contorni sfumano, le cose ti appaiono solo quando ti avvicini e il silenzio regna sovrano. Gli animali che popolano questo ambiente sono quelli che grosso modo trovi anche un altre stagioni: mi sono sfrecciati ad un paio di metri due velocissimi martini; a settembre c’erano i gruccioni. Avvistati falchi di palude e trovate tracce di gufi (resti di cibo). Si sentivano cince e usignoli. Naturalmente di tutto questo nelle foto non c’è traccia per le improponibili condizioni della luce. E infatti ero lì per altri motivi. All’arrivo la luce è più o meno questa: # 1 Che ancora regge per alcune foto da vicino: # 2 #3 la luce cambia e al momento di prendere la barca diventa così: # 4 e man mano che si avanza si distinguono solo i pali e non più l'argine # 5 ogni tanto un segno di vita # 6 ma per distinguere le cose bisogna avvicinarsi # 7 si arriva ad una spiaggia # 8 # 8 bis # 9 dove il mare ha lasciato la sua protesta: vi restituisco quel che mi avete dato: resti di una piena ma anche tanti rifiuti # 10 poco lontano incuranti abitanti del luogo volano. # 11 Una giornata a contatto con una natura impervia (c’erano 8 gradi ma sembravano -10). Devo dire che le foto rendono abbastanza fedelmente ciò che ho visto. In qualche momento solo obiettivi con apertura massima a 2.8 permetteveno alla D850 di mettere a fuoco. Al ritorno il traffico, le luci serali e la convulsione cittadina mi hanno strappato dalla quiete, tanto da ritenermi quasi un reduce. Sensazione che avrete sicuramente provato anche voi quando si torna a casa dopo un giorno passato fuori dal mondo. # 12
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  45. Sono tempi difficili, le domeniche pomeriggio di chi ha la fortuna di stare bene passano in casa. Magari un film, o un giretto in archivio a guardare qualche vecchia foto. Queste sono alcune immagini dello scorso giugno, la Z6 era fresca fresca e cercavo di prendere confidenza. Ero a Rho, ad uno spettacolo di artisti di strada. La storia alla base di questo spettacolo non la ricordo con precisione, ma riguardando le immagini l'ho ricostruita così. Una ragazza romantica, appasionata di libri d’amore, parte alla ricerca dell’anima gemella. In uno dei suoi libri trova un indizio, un baldo giovane è come lei in cerca del suo amore. Sarà lui? mmmmm fammi controllare… . si è lui! Balliamo! Ma…. …. il mio libro dice che ci possono essere momenti difficili! ….ma…. Che fareste voi?!?!? ma si, la vita è un gioco! Tutte le immagini con la Z6 ed il 70-200/4 AFS VR su FTZ. Per tutte i dati di scatto sono 1/500 a f4, ISO 800 (esposizione manuale ed iso manuali). La regolazione è fatta in LR CC e questi colori sono ottenuti con profilo modern 05 ed opacità al 50%. Poi ho regolato la prima immagine e copiato i valori su tutte le altre della serie. 1' di lavoro per la prima e un paio di secondi in totale per le altre.
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  46. Numerose foto che ho postato su Nikonland hanno per oggetto le Crete Senesi, per cui mi sono sentito in dovere di trattare, anche se in modo molto sintetico, le caratteristiche di questo meraviglioso territorio. Le Crete Senesi è una zona sita a sud-est della città di Siena, che include i territori comunali di Rapolano Terme, Asciano, Buonconvento, Monteroni d'Arbia, Rapolano Terme e la frazione di San Giovanni d’Asso (Comune di Montalcino), tutti ubicati in provincia di Siena. Il nome di quest’area nei pressi di Siena è legata al materiale di cui era principalmente composta. Il termine creta, sinonimo di argilla, indica i fondali di epoca preistorica - originariamente marini - che si trovavano in questi luoghi. Oggi, di questo passato geologico, resta la caratteristica colorazione del paesaggio che varia di stagione in stagione. Dunque, la prima descrizione delle Crete Senesi è legata alle sue sfumature: in primavera il colore predominante è un bel verde smeraldo e lucente, in estate si manifesta un giallo abbagliante fino a diventare, verso l’autunno, di una tonalità grigia che ricorda, appunto, quella dell’argilla. Il paesaggio è caratterizzato da colline brulle e dolcemente ondulate, querce e cipressi solitari od in filari, i poderi isolati in cima alle alture, tratti di bosco negli avvallamenti ed i fontoni che raccolgono l'acqua piovana. Località Torre a Castello - quercia solitaria, fontone e colline brulle e dolcemente Località Torre a Castello Località Torre a Castello - colline brulle e dolcemente ondulate Località Torre a Castello - un fontone Loc. Mucigliani - un cipresso isolato Le Crete Senesi differiscono dal paesaggio della vicina Val d’Orcia poiché ospitano un alto numero di calanchi e di biancane. I calanchi assomigliano a ventagli semiaperti e sviluppati in verticale, mentre le biancane sono cupolette del terreno coperte di vegetazione e da cui spicca un colore molto chiaro. Questi due elementi rendono la zona simile ad uno scenario lunare, sospeso nel tempo e descritto fin dal Medioevo con il nome di “Deserto d’Accona”. Inoltre, le biancane sono riconoscibili per la loro tipica forma a cupolette bianche, brillanti nei giorni di sole e sono concentrate, in particolar modo, lungo la Via Lauretana, nel tratto tra Siena ed Asciano. I calanchi, invece, sono caratterizzati da profondi solchi del terreno “a lama di coltello” e si possono ammirare tra Asciano, Rapolano Terme ed in tutta l’area intorno all’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. I calanchi presso Rapolano Le biancane presso il Colle della Leonina Ancora biancane presso il Colle della Leonina Calanchi presso Asciano Veduta del "deserto di Accona" Lungo gli itinerari delle Crete Senesi si incontrano colline brulle e cipressi sparsi qua e là assieme a tratti di bosco e poderi solitari che dominano il paesaggio. Il colle della Leonina con vista del borgo Mucigliani Loc. La Leonina Loc. La Leonina - sullo sfondo le "Grancie" (granai) Un fontone fra Asciano e Trequanda Loc. Baccoleno Un fontone sulla strada per Radi Loc. Ville di Corsano Loc. Mucigliani Loc. La Beccanella Le Crete Senesi sono uno degli esempi più significativi attraverso cui si può conoscere il mondo della mezzadria, costituito da fattorie, paesi, poderi; dalle “grance” (caratteristici fabbricati con funzioni di magazzino e di granaio) presenti in particolare sul territorio a Buonconvento, dove è possibile visitare il Museo della Mezzadria, dedicato alla cultura rurale. Loc. Torre a Castello - sul colle a destra le "Grancie" Nei pressi di Radi - ancora "grancie" Oltre alle innumerevoli bontà culinarie presenti nell'area in parola, la zona di San Giovanni d’Asso è rinomata per la produzione del tartufo bianco delle crete ed ospita una sagra, che si svolge nel mese di Novembre ed un museo dedicato al cosiddetto diamante delle Crete. Treno Natura - corsa del convoglio storico effettuata il 10/11/2019 in occasione della sagra del tartufo di San Gionanni d'Asso. Infine, sul colle di Leonina, nei pressi Mucigliani (Frazione del comune di Asciano), si trova il “Site Transitoire” opera dello scultore francese Jean-Paul Philippe. Dal 1993 questa installazione è rappresentata da una sedia come simbolo di accoglienza per il viandante e una finestra orientata verso il sole., L’artista, riguardo alla sua opera ha spiegato cosa volesse rappresentare: “installando quelle pietre mi resi conto che disegnavano nella luce e nello spazio i limiti di una casa. Una dimora senza mura dalla soglia invisibile. A terra alcune lastre, una sedia per accogliere il passante, un banco, una finestra e per tetto la volta celeste. L'ombra di questo mobilio di pietra tracciava al suolo la sua passeggiata grazie alle apparizioni della Luna e del Sole. Nel solstizio d'estate è nell'appiombo della finestra che il disco solare sparisce, mentre brillano la prima stella e le luci di Siena.” il Site Transitoire il Site Transitoire il Site Transitoire Infatti, dal colle della Leonina si può ammirare il meraviglioso skyline della citta di Siena, sia con la luce del giorno che di notte con una calda illuminazione. Loc. La Leonina - Fontone, biancane e Siena sullo sfondo Loc. La Leonina - Fontone, biancane e Siena sullo sfondo dopo il tramonto Lo skyline della citta di Siena visto dal colle della Leonina Stesso posto a notte ormai inoltrata. S.E. & O. : Se fra i lettori di questo blog transiteranno iscritti del posto o esperti in materia, sono ben accette integrazioni e/o correzioni.
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  47. In un angolo riparato di una cascina del Vercellese ha il suo rifugio una Civetta. E' quasi tenera, lassù che controlla la situazione. Poi scende. E siccome ho lo ZUM, posso ritrarla ambientata o fare un ritratto più stretto Cambio posatoio Sulle macerie. Forse per la forma, la testa tonda, e gli occhi grandi e frontali, le civette hanno quasi lo stesso fascino dei gatti. Civette e gatti hanno molto in comune nell'immaginario dell'uomo. Entrambi compagni delle streghe, ma anche animali sacri nei tempi antichi, la Civetta per i Greci e il Gatto per gli Egiziani. Mi sono divertito perchè ho visto da vicino una civetta, che è una bestiola di una simpatia unica, e sono contento perchè mi sono portato a casa delle foto per ammirarla e ricordare questi momenti.
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  48. Il macaone (Papilio machaon) è una farfalla molto diffusa che per la sua bellezza si presta più di altre specie ad essere fotografata. Altrettanto fotogenico è il suo bruco, riconoscibilissimo fra tutti. Lo si trova in tarda primavera-estate sulle piante nutrici, dove la femmina aveva deposto le uova. E’ voracissimo avendo l’unico scopo di crescere il più veloce possibile per trasformarsi allo stadio di pupa. Io lo trovo nell’orto sulle piante di finocchio selvatico e di ruta. Adulto di macaone D810 + 2/100 Zeiss Milvus f:5,6 1/160 sec. 220 ISO, mano libera Foto classica del bruco, D500 + 2/100 Zeiss Milvus F. 8 1/250 sec. 100 ISO, mano libera Bruco sulla pianta di ruta, D810 + 2/100 Zeiss Milvus F.2 1/250 sec. 125 ISO, mano libera Sul finocchio selvatico, D850 + Nikon 4/300 PF ED, F.4 1/320 sec. ISO 800, mano libera Sul finocchio selvatico, D850 + Nikon 4/300 f.4 1/320 sec. ISO 720, mano libera
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  49. Riprendo il titolo di Massimo Vignoli per condividere la mia prima uscita naturalistica dopo lunghissimo tempo, per motivi che sarebbe noioso spiegare qui. Voglia di fotografare avifauna in capanno e voglia di provare come se la cava la Z6 in questo contesto. E così prendiamo su e via. Nikon Z6, 300mm f4 PF e TC14 EIII, su treppiedi, D500 e 70-300 al collo come back-up in caso di sorprese, non da parte della Z6, quanto dell'uccellino che ti mancava da sempre ed appare in un angolo assurdo dove non arriveresti (o non arriveresti mai in tempo) con la fotocamera su treppiede. La sistemazione non era male, soggetti tanti, ma a Gennaio il sole basso ha fatto sì che per buona parte del tempo a disposizione il capanno proiettasse la propria ombra su buona parte dei posatoi mentre lo sfondo era luminosissimo. Così le foto migliori sono state le ultime quando il sole era un po' più alto (o comunque aveva orientato diversamente le ombre). Oppure sui rami dove però veniva il solito "uccellino da manuale di ornitologia". Effetti della Z6: per la prima volta in vita mia, credo, ho scattato più di mille foto in una sola sessione, con la D500 ho fatto 85 foto, questo secondo me dice qualcosa. Forse è ovvio, la D500 ha un af più pronto, la Z6 è più in difficoltà con i rametti sullo sfondo che gli piacciono tanto. Per ovviare quando necessario usavo il manual override del 300mm per arrivare al rametto, dopo di che tutto Ok. Con sfondi meno confusi tutto Ok. La Z6 è sensibilmente avvantaggiata come resa , non come Af, nelle condizioni difficili, ad esempio ombra piena. Le foto a 12800 ISO mostrano un po' la corda (rumore) perchè comunque in ombra piena la situazione è difficile. Ma appena si scende un po' con gli la qualità è notevole, si vede il guadagno rispetto all'APS-C. Con la D500 non sono salito oltre i 5000 ISO. Vi risparmio le foto più "ornitologiche", metto solo quelle che, a mio giudizio almeno, provano ad essere originali. Verdone (buio pesto). Sua Maestà il Frosone, in luce: In ombra: Scricciolo, sempre simpatico Tutte scattate con la Z6. Questo Picchio Rosso invece l'ho ripreso con la D500: E questo è tutto, gente (That's all folks!). PS: Prima o poi proverò la Z6 nel BIF (Birds in Flight), cosa accadrà?
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  50. Non sono un vero appassionato, nè un profondo conoscitore dei dettagli meccanici, però le auto sono fra le cose che mi piacciono abbastanza, se c'è qualche occasione non impegnativa di vedere delle auto in mostra, ci vado a fare un giro. Domenica 15 settembre a Milano in corso Buenos Aires c'è stata la Festa dei Motori, in cui venivano esposte sia macchine storiche, che auto curiose, inoltre molte case automobilistiche presentavano i modelli del 2019. Purtroppo l'ho saputo tardi e così quando sono arrivato sul posto la situazione era questa: Ragione per la quale fotografare non era così semplice, per cercare di eliminare quanti più soggetti e oggetti di disturbo ho usato il 10-20 andando addosso alle auto. Non credo siano foto memorabili, anzi fanno un po' pena, ma il mio scopo è raccontare la kermesse. Poi, tra voi ci saranno sicuramente degli appassionati ai quali vedere qualche vecchia (o meno vecchia) gloria potrebbe far piacere. L'esposizione era organizzata per temi. Lego! Come non ammirare questi gioiellini di creatività? Auto da film e serie TV Immancabile, intramontabile, Herbie, il Maggiolino tutto matto del film Disney Per generazioni meno antiche della mia... il più recente Bumblebee, Maggiolino-Robot della serie cinematografica dei robottoni Transformers. Kit, l'auto intelligente, decisionista e parlante della serie Tv Supercar. Ricordo la serie Tv con David Hasseloff, ma non ricordo che auto sia. Non poteva mancare la De Lorean dei vari Ritorno al Futuro. E questa? La Peugeot 305 del Commissario Chérif, protagonista di una serie di gialli-umoristici francesi. La serie l'ho pure vista. Classiche grandi e piccole, vecchie e meno vecchie. La grande Isotta Fraschini La piccolissima Isetta. Una bella Peugeot 203 Fiat 1200 cabrio, stupenda! Fiat coupè 2300, molto bella anche lei. Fiat 8V, ma come erano belle le Fiat di una volta! Una ASA 1800, mai sentita, se ci fosse ancora in giro Michele (Spinoza), forse ci saprebbe dire ogni cosa su di lei? Aston Martin, sportiva elegante, come sempre. Glorie dello sport motoristico Alfa Duetto che ha partecipato ad una Parigi Pechino Mitica lancia rally 037, Mondiale nel 1983. Fiat 131 Abarth Porsche 935. I "Bulli" Non sono quelli che minacciano i bambini, ma i meravigliosi furgoni Volkswagen che l'alternativo nascosto in me ha tanto desiderato ma mai avuto Quello del "Figlio dei fiori" E quello del Fiorista vero. Tra l'hippie il rockettaro Ed ecco il rockettaro. Le piccole! Intramontabile, la 500, che altro dire? La Cadillac delle piccole, con tanto di pinne sui fari di coda, l'Autobianchi Bianchina. Sei posti in una scatola di sardine la Fiat 600 multipla, geniale. Mi ricordo quando i tassisti ce l'avevano tutti, verde e nera. Curiosità. Volkswagen Maggiolino trasformata in "Buggy" . Una non meglio identificata muscle car da parte di una ditta che un tempo elaborava fuoristrada. Una smisurata De Soto con minicaravan in tinta. Un minivan Subaru che ha fatto un tour in Mongolia (così c'è scritto). E poi c'erano le auto nuove, tantissime, che non ho fotografato perchè le trovate ovunque e, siccome ci si poteva salire, erano affollate oltre ogni immaginazione.
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