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Showing content with the highest reputation since 09/20/2021 in Blog Entries

  1. Mix differente, ma con gli stessi ingredienti: io, Rossano, modella, casa mia, ed i passanti su corso Promessi Sposi. A 'sto giro manca l'attempata zia, ma mia madre è arrivata a casa giusto in tempo per trovarci così disposti (io dietro la Z fc) La cosa nasce dalla newsletter di Ross in cui propone la bella Agnes, ma purtroppo dopo un breve scambio epistolare mi rendo conto che non sarei riuscito a vederla. L'occasione sembra persa, ma ecco che il prode Ross mi scrive: "Castelli! Se domenica ci sei ti porto la modella a casa, anzi, DEVI esserci !" Ovviamente sposto eventuali impegni e attendo Ross + modella, dopo un venerdì e sabato di discreti bagordi e in cui mi reggo in piedi per miracolo ancora più del solito. Devo dire che non appena vista Agnes mi sono ripreso, anche grazie alla sua simpatia. Basti dire che per un non si è portata nessun outfit e le ho prestato una mia maglietta giusto per essere un po' a proprio agio nei primi scatti. Agio più mio che suo, alla fine. E niente, alla fine anche stavolta si è finiti con una bellissima creatura che salutava dal balcone gli automobilisti in veste da compleanno, come si dice. Che volete che vi dica? Adorava il Resegone e le montagne qui intorno. Abbiamo scattato anche all'interno, comunque. Il tutto è finito con un aperitivo preparato da mia madre, in cui ha fatto amicizia con Agnes e dopo il quale non finivano più di abbracciarsi Direi che nemmeno io ho potuto lamentarmi Insomma, altra giornata memorabile, grazie a Ross che peraltro ha dovuto sfidare il traffico domenicale, e mi ha anche portato un Godox senza il quale avrei avuto qualche difficoltà, data la giornata di pioggia. Agnes è una ragazza adorabile, posa con grande entusiasmo e spero di rivederla presto. Evviva, e alla prossima !
    10 points
  2. Dal Dizionario Treccani: Karma (o kàrman) s. m. [..]. Termine che, nella religione e filosofia indiana, indica il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, che influisce sia sulla [...] rinascita nella vita seguente, sia sulle gioie e i dolori nel corso di essa; sinon. quindi di «destino», concepito [...] come complesso di situazioni che l’uomo si crea mediante il suo operato. Sono uscito con la Nikon Z Fc, il 16-50 ed il 24-200 perchè volevo fare street photography, in bianco e nero. Scendo dalla metro all'altezza del Naviglio Martesana (dove c'è il famoso teatro-cabaret Zelig) e mi incammino in cerca dello spiazzo con l'anfiteatro a gradini che mi aveva già dato qualche occasione di scatti interessanti. Invece niente di buono. La cosa migliore è pittosto deprimente, o peggio insignificante. Non mi perdo d'animo e decido di proseguire un po' oltre, verso dei murales dove mettermi in agguato in attesa che passi qualcosa che sia "combinabile" con il disegno murale, ma prima l'occhio mi cade sull'argine opposto: un Airone Cenerino sta pescando tranquillo, indifferente a joggers, bikers, mamme, nonni, cani e quant'altro (più una nutrita serie di fotografi cellularisti) a pochi metri da lui sull'altra sponda. Con la Z Fc i 200mm diventano 300mm (equivalenti), quindi ho l'agio per fargli un po' di foto, ambientate e no. Sto per incamminarmi di nuovo quando un Angelo, travestito da attempata signora in bicicletta, si ferma e mi chiede se quello che ha visto passare è il Martin Pescatore. Piccolino, verde e azzurro? Sì Sì, allora è lui. Oh càspita, ma io non l'ho visto! Decido allora di aspettare un po', chissà mai che ripassi. Dopo un minuto, forse due, eccolo che arriva, si posa un po' qua ed un po' là. . E' molto piccolo e nonostante un generoso ritaglio, con il 24-200mm posso solo riprenderlo ambientato. Ma non importa, secondo me il fatto di documentare la presenza del Martino nella concitata Milano, vale comunque. Uno scatto apparentemente sbagliato, ma per me il più significativo, è questo: Come ho scritto altrove, è una foto po' triste ma anche incoraggiante. Vedere la resilienza (parola oggi di moda), la capacità della natura, di resistere, di intrufolarsi nella confusione e nella spazzatura che creiamo, e andare avanti finchè può ,da' speranza. Avere visto il Martin Pescatore mi rende felice come un bambino a cui abbiano fatto un regalo inaspettato. Lo osservo mentre fa.. il martino: i suoi buffi movimenti su e giù con il collo, il guardarsi attorno a 360°, lo schizzare via come un dardo colorato. L'averlo fotografato è in fondo secondario, la magia è lui. Torno a casa contento, anche se ho fotografato poco e niente di artisticamente valido, ho visto un caro amico. Ecco, gli animali mi ricordano che il mio destino è questo, il mio Karma, anche quando provo a fare altro.
    8 points
  3. Lo scorso fine settimana,si è svolto a Rivolto il tradizionale airshow delle Frecce Tricolori,l'evento che avviene a cadenza quinquennale,era previsto per il 2020,ma la situazione covid lo ha fatto posticipare al 2021. La manifestazione è stata interessante,mancavano alcune pattuglie importanti come quella inglese e francese,ma purtroppo il covid ha condizionato questi eventi un po' in tutta Europa. Dal punto di vista organizzativo,la manifestazione era soggetta a limitazioni per il covid e l'accesso era previa iscrizione online sul sito AM appositamente predisposto. Va qui segnalata una magagna da parte dell'organizzazione,in quanto l'apertura delle iscrizioni online è stata fatta in giornata feriale in cui le persone lavorano,ragion per cui alle 10 del mattino i posti disponibili dal venerdì a domenica eran praticamente esauriti.Chi come il sottoscritto si è collegato alla sera al ritorno dal lavoro si è ritrovato spiazzato,ma tant'è. Per quanto riguarda le esibizioni,va detto che tutte le pattuglie intervenute ,così come i demo singoli si son espressi al meglio e lo spettacolo non è mancato,specie al sabato con buone condimeteo.ora diamo spazio alle immagini coi relativi commenti. Date le distanze in gioco l'artiglieria pesante è d'obbligo,400 liscio per le pattuglie e col moltiplicatore 1,4 per le demo dei singoli velivoli. in queste immagini vediamo alcune figure proposte dalla Pattuglia Aquila dell'Aviazione Spgnola, va detto che han proposto un programma dinamico e decisamente migliore rispetto al passato pur se dotati di un velivolo non nato per l'acrobazia.In ogni caso un bel team.
    8 points
  4. Altro post dedicato stavolta a finlandesi e svizzeri.I primi su Hawk han fatto una buona esibizione,diciamo che con u paio di velivoli in più e qualche figura aggiuntiva sarebbero decisamente migliore,ma nel complesso il team si difende bene,Gli svizzeri sul collaudato F-5 han evoluito bene concludendo col coreografico lancio di flares nel finale. il programma degli svizzeri si conclude con l'apertura della formazione e il lancio dei flares.
    8 points
  5. I costumi sociali e i modelli di comportamento nella nostra società mutano con il mutare dei tempi. Da ragazzo uno status symbol era il lusso, per un uomo, una bella moglie, una casa da sogno, lo yacht, macchine sportive e in generale, tanto tempo per goderselo in vacanza. Vedevamo Raoul Gardini o l'avvocato al timone dello yach in crociera o addirittura in una regata Gianni Agnelli con i "nipoti" in crociera io avevo di Herberth von Karajan l'idea di quello che finite le prove con l'orchestra e il concerto, volasse dalla sua bionda moglie, il suo cane e le sue tante Porsche 911, 935 e 959 (quest'ultima fatta proprio per lui) Quindi la possibilità di godersi le proprie ricchezze nel tempo libero, il coronamento di sforzi o l'essere arrivato. Oggi non sembra più essere così. E nemmeno i ricchi si godono più il tempo libero. Si vendono le case ad Hollywood, le automobili restano in garage e più in generale non si mostrano in giro o se lo fanno, corrono, scappano. Perchè ? Perchè sono impegnati. Anche su queste pagine, sempre più desertificate dall'assenza di molti iscritti di un tempo, il motto che si sente più frequentemente è "avessi tempo per fotografare", "quello che mi manca è il tempo", "lavoro 14 ore al giorno, 6 giorni su 7 e il settimo invece di riposare, lo dedico agli impegni di famiglia". Impegni, lavoro, problemi, niente vita sociale ma cene di lavoro, briefing, web call, telefono, whatsapp, teams. Secondo uno studio recentemente pubblicato della Columbia Business School, oggi questo "non avere tempo" ed essere "sempre impegnati", anche nel tempo libero (dove ogni attività diventa impegno oneroso, come il padel o correre la mattina per andare in ufficio in forma ...) è diventato uno status symbol Se uno non ha tempo né per se né per gli altri ed è impegnato tutto il tempo, allora è una persona di successo. Uno che lavora 20 ore al giorno è uno che viene ricercato. Se ci fate caso anche negli spot pubblicitari è così. Ogni scenetta o gag nasce da qualcuno - non necessariamente un manager, anche un semplice galoppino/galoppina - che non ha tempo nemmeno per ... stare male di stomaco o di testa. La pillola serve per poter tornare presto in forma, a lavorare o ad occuparsi di qualche altro impegno nelle tante attività extra-lavorative. Essere Busy è cool, è in, soprattutto, è giusto così. Avere tempo libero è da poveracci, falliti destinati al nulla. Premesso che rifiuto il concetto, sia come veniva presentato prima - ricco, si gode la vita - che oggi - ricco, lavora come uno schiavo 366 giorni l'anno - perché per me si lavora per vivere, mai e poi mai si vive per lavorare (almeno dai tempi della Prima Rivoluzione Industriale), ne sto scrivendo perché chi passa ci si soffermi. Certo ogni situazione personale fa storia a se ma i modelli in generale vengono costruiti per giustificare una situazione e renderla condivisibile. Una volta il modello di capitalismo accettato era quello che consentiva l'accumulo di ricchezze per poi godersele. Oggi si cerca di far credere che l'unico modo di arrivare sia il superlavoro, la quantità di ore di lavoro quotidiane, la velocità e il ritmo con cui si svolge il lavoro, il raggiungimento degli obiettivi (non importa se ir/raggiungibili) come unico godimento possibile. Non importa se nel mentre uno schiatta e non ci arriva nemmeno ad una pensione di merda maturata a 77 anni. Su questo le società di consulenza, le scuole per manager e le università stanno solo ricamando. E' uno stato di fatto che si cerca solo di testimoniare e giustificare. Così la gente ama vantarsi delle lunghe ore di lavoro e della mancanza di tempo libero. Condividendo questa condanna con gli altri, questa sembra diventare più lieve, guardando con incredulità a chi invece cammina a passo più lento. Di converso, se uno di successo non ha tempo libero, solo un povero sfigato si fa riempire il tempo libero di cazzate di nessuna utilità per la società, come ... fotografare, andare a pesca, al cinema o sognare di avere tempo libero per oziare, secondo il modello di consumo dato per normale fino a qualche anno fa. Magari ci giustifichiamo - mi ci metto anche io ma la questione alla base è opposta - tanto ci sarà in futuro. Quando ... Ma la verità è che è stato distrutto un modello e con esso una intera classe ... la famosa classe media (la vecchia borghesia) che alimentava tramite passaggio quella dei ricchi, almeno nei sogni che le consentivano di accumulare, risparmiare, consumare. Oggi si mangia per andare a lavorare. E non si dorme perchè si deve lavorare. E dove dobbiamo andare, a fotografare ? Nella realtà, non vi sarà sfuggito il mio pensiero, questo è giustificare lo sfruttamento delle risorse umane per cavare in ogni maniera soldi nella società del post-capitalismo. Come ? Sottodimensionando gli organici minacciando di dare il lavoro in outsourcing se non ci arrivi. Una cosa che andrebbe perseguita per legge, non issata a modello da seguire e giustificare. Altro che Status Symbol.
    7 points
  6. E' arrivato proprio oggi un 50-250 per la NikZon fc A fianco il 16-50 che si è momentaneamente fatto da parte (perdonate il casino della postazione, come dire, vissuta). Un grazie a Cismax che mi ha fatto un ottimo prezzo e una spedizione a warp 7. Ora spero di beccare gli aironi che bazzicano le piante di fronte a casa mia.
    7 points
  7. SCOPRII per puro caso, lo scorso anno, che una tappa del campionato del mondo di aquabike si svolgeva in Sardegna, non lo sapevo proprio. Ovviamente l'edizione 2020 venne totalmente cancellata dopo due prove, ma nel 2021 si sta cercando di recuperare, Per ora le prime tre prove Polonia, Ungheria e Italia sono andate a buon fine. La location scelta è Olbia, esattamente il molo Brin, un ampio spazio acquatico non più utilizzato di fronte al marina Mi ero riproposto di non perdere l'appuntamento e sono riuscito nell'intento ma solo in parte (per istinto di autoconservazione e anche per motivi indipendenti dalla mia volontà). Comunque per un pomeriggio e una mattina sono riuscito a produrre qualcosa. Lo dico subito: mai fotografato l'aquabike fino ad oggi e a dire il vero non conosco neanche le classi di gara e neanche il regolamento e, mea culpa, non conosco neanche i nomi degli atleti in gara... un disastro. Ciononostante il tempo che ci ho speso ritengo sia stato proficuo. Poche le postazioni a mia disposizione ma comunque una certa libertà di movimento l'ho avuta grazie a un servizio d'ordine comprensivo e a un limitatissimo affollamento. Ho lavorato tranquillo per qualche ora ed era ciò che più mi interessava. Sport magari noioso da vedere dopo i primi cinque minuti ma decisamente divertente da fotografare. Con grande sorpresa ho scoperto che si può fare tanto e le situazioni in acqua sono le più disparate. Un antistress consigliatissimo. Una grinta pazzesca questi ragazzi e anche tanti muscoli, perchè tenere un jet sky non è facile. Sulle boe fanno pieghe da paura... le orecchie in acqua E le ragazze non sono da meno, meravigliosamente aggressive. Da brivido L'unico rammarico è stato non poter assistere alla parte più divertente dello show, la specialità freestyle che potete ben immaginare. Purtroppo si è svolta ieri in notturna, con inizio alle 21. Per i motivi che ben conoscete ho dovuto rinunciare. Ero già in tira da ieri mattina e non posso più permettermi certe zingarate. Cercherò di gestirmi meglio nel 2022, sperando che il mondiale resti in Sardegna. Mi sono divertito veramente tanto e, sinceramente, non avevo mai prodotto tante immagini in un' paio di sessioni di poche ore ognuna. Vorrei pubblicarle tutte, Quest'ultima credo spieghi molto bene a cosa si va incontro... ci si può sbizzarrire veramente tanto. Pezzo consigliato: Let It Ride, della Bachman Turner Overdrive, per chi ancora se la ricorda. Alzate il volume Copyright Enrico Floris 2021 per Nikonland
    7 points
  8. Eccoci ora ad alcuni dei velivoli in dotazione all'AM e presentati in un atto tattico che voleva rappresentare un recupero di personale da parte di un HH-101A seguito da un attacco la campo da parte di velivoli AMX,Tornado ed Efa. due immagini del'HH-101 dell'AM usato per il cosiddetto combat SAR. velivolo EAF del 51 Stormo di Istrana uno dei meno conosciuti velivoli AM è il Gulfstream G-550 CAEW usato per missioni ELINT. Il Tornado proveniente da Ghedi,bella macchina ormai però alla fine della sua vita operativa L'aerocisterna Boeing KC-767A,velivolo ormai indispensabile per ogni forza armata moderna
    7 points
  9. Queste mie immagini fanno parte di un servizio di presentazione per fiere, show-room e più tardi per il Look Book, di un'amica stilista che sta lanciando la sua prossima collezione moda uomo. Ho accettato volentieri l'incarico spinto dal entusiasmo di una nuova sfida. Le immagini non devono solamente mostrare i capi ma descrivere anche il carattere del cliente al quale ci si rivolge. "Un viaggiatore, un po' artista, che non segue la moda per apparire ma sceglie i capi con un proprio gusto che va oltre il tempo, senza voler apparire per forza. Una nuova forma di bohémien" Il primo shooting è ambientato nel laboratorio sartoriale, utilizzando l'arredo presente. Luce naturale mista a flash. Verrà completato con una sessione in esterni, a colori, ancora autunnali. Ph: Paolo Mudu © 2017 Stylist: Barbara Marchiori "BBKUBE" Calenzano (Fi) Model: Gianmarco
    6 points
  10. Percorrendo un facile sentiero, che parte dal piccolo lago artificiale ubicato nei pressi di Gressoney, si arriva, dopo una camminata di una ventina di minuti circa a una costruzione appartenuta a casa Savoia. Si tratta di un edificio realizzato tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900 fortemente voluto dalla regina Margherita. Amante della montagna, la regina soggiornò per alcuni periodi, a partire dal 1889, in questa valle presso Villa Margherita, di proprietà del barone Peccoz. Con lui la regina aveva in comune la passione per l’alpinismo e negli anni di soggiorno presso la villa del barone realizzò alcune imprese rimaste nella storia, come l’essere stata la prima donna a scalare il Monte Rosa. Il rifugio Capanna Regina Margherita (inaugurato nel 1893) porta questo nome in suo onore. È qui che, osservando il panorama alle prime luci del sole, disse: «Dinnanzi a questa grandezza di monti e a questa solenne distesa di ghiacciai, tace il dubbio misero e la fede s’innalza forte e vivace a Dio» Nel 1894, però, il barone morì stroncato da un infarto mentre si trovava sul ghiacciaio del Grenz, fatalità che pose fine alle scalate della sovrana. Questo però non la allontanò dal piccolo paese di Gressoney ma, al contrario, decise di costruire qui una sua residenza. Nonostante il parere inizialmente contrario del marito, la regina riuscì ad ottenere la possibilità di far edificare una residenza per la villeggiatura in questa parte della Valle d’Aosta, ai piedi del Colle della Ranzola, in località belvedere da cui domina tutta la vallata. I lavori di costruzione iniziarono nel 1899 ed ebbero termine nel 1904. Il re, però, non riuscì a soggiornare al suo interno poiché, nel 1900, venne assassinato per mano di Gaetano Bresci, un anarchico italiano. L’edificio, pur venendo chiamato castello, non è altro che una villa di tre piani progettata dall’architetto Emilio Stramucci, che già aveva prestato la sua opera nella realizzazione delle decorazioni di Palazzo Reale a Torino, il quale vi diede un’impronta di tipo medioevale secondo lo “stile lombardo del secolo XV”, in voga sia in Francia che nella Savoia. A dare un aspetto che possa ricordare i castelli medioevali, contribuisce il rivestimento esterno costituito da pietre da taglio grigie provenienti dalle cave di Chiappey a Gressoney, di Gaby e di Vert (Donnas). L’edificio, circondato da un bosco di conifere, è sostanzialmente a pianta rettangolare sovrastato da 5 torri a guglie e si compone di tre piani. Il pianterreno ospita le stanze da giorno: la sala da pranzo, la sala da gioco con il biliardo, alcuni salotti, la veranda semicircolare e il salone d’onore con la doppia scala anch’essa semicircolare. Il primo piano costituisce il piano nobile con gli appartamenti reali: quello della regina Margherita, del figlio, Vittorio Emanuele III, della nuora, la regina Elena e del nipote Umberto II. Parte dei mobili che si trovano nell’appartamento della regina provengono da villa Margherita. Al secondo piano (non visitabile) troviamo le stanze per gli ospiti e l’accesso alla terrazza coperta della torre più alta, mentre i sotterranei ospitano le cantine. Una particolarità è l’assenza delle cucine, che la regina volle ubicate in un edificio separato a 30 metri circa dal corpo principale della residenza; qui ora si trovano la biglietteria e i servizi igienici per i visitatori. Il collegamento con le cucine era garantito da una galleria sotterranea con un doppio binario Decauville. Le pietanze venivano trasportate con un carrello elettrico fino a un ascensore interno e tramite questo arrivavano alla sala da pranzo. La meridiana sulla facciata è stata realizzata nel 1922 e riporta la scritta “Sit patriae aurea quaevis” (“Ogni ora sia d’oro per la patria”), le stesse parole che compaiono su un orologio solare del 1915a Cogne. Nei dintorni del castello troviamo altre 2 strutture abitative. Una è la Villa Belvedere, adibita a foresteria e alloggio per i custodi, la servitù e i carabinieri reali di scorta, la cui proprietà oggi appartiene ai Padri Gesuiti dell'Istituto Leone XIII di Milano. Poco distante troviamo poi il Romitaggio Carducci intitolato all’amico poeta della regina che qui vi soggiornò. Il poeta, per manifestare la propria ammirazione per la sovrana di casa Savoia, le dedicò queste parole: “Ella sorgeva con una rara purezza di linee e di pòse nell’atteggiamento e con una eleganza semplice e veramente superiore sí dell’adornamento gemmato sí del vestito (color tortora, parmi) largamente cadente. In tutti gli atti […] mostrava una bontà dignitosa; ma non rideva né sorrideva mai […] e tra ciglio e ciglio un corusco fulgore di aquiletta balenava su quella pietà di colomba”. A seguito della morte della sovrana, avvenuta nel 1926 mentre si trovava a Bordighera per il suo soggiorno invernale presso villa Margherita, il castello rimase chiuso per diversi anni. Nel 1936 la proprietà venne acquisita da un industriale milanese, Ettore Moretti, che ne mantenne pressoché intatta la struttura e gli arredi. Nel 1981 la Regione Autonoma Valle d’Aosta ha acquistato la proprietà. Nel 1990 ai piedi del ‘maniero’ è stato realizzato un giardino botanico formato da una serie di aiuole rocciose. Qui possiamo ammirare piante tipiche delle alpi come il Giglio martagone, il Rododendro ferrugineo e la Stella alpina oltre che Genziane e vari semprevivi. Il giardino è visitabile tutto l’anno, ma il periodo migliore sono i mesi di luglio e agosto nei quali si ha la fioritura delle piante in esso presenti. Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. prossimamente arriverà un breve video realizzato da me. Al prossimo articolo! ciao!
    6 points
  11. Eccoci ora la passaggio della formazione cosidetta Legend dove eran presenti diverse generazioni di addestratori AM,a seguire il nuovo M-346,l'EFA e il C-27 della Sperimentale. in queste immagini l'esibizione del C-27J qui un paio di immagini del nuovo addestratore Leonardo M-346 qui tre immagini dell'EFA.
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  12. ed eccoci alla seconda parte col team acrobatico polacco Orlik su PZL.130 Orlik da cui la pattuglia prende il nome,un buon team che pur se montato su turboelica non sfigura affatto come programma rispetto agli team.
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  13. Il Cane è stato quasi certamente il primo animale addomesticato dall'Uomo, lo dice la Paleontologia e lo conferma la Genetica. 20.000 anni fa, durante l'ultimo massimo glaciale, l'Uomo, ancora solo cacciatore/raccoglitore, aveva a che fare con il Lupo, a volte avversario temibile ma al tempo stesso onorato. In più parti del mondo indipendentemente, in quei tempi antichissimi, l'uomo ha addomesticato una specie di Lupo oggi estinta (lo dice la Genetica), specie da cui discendono sia il Cane domestico che il Lupo Grigio attuale (Cane e Lupo "attuale" sarebbero quindi sotto-specie sorelle, nate da una specie madre -sempre di Lupo, si possono incrociare facilmente e l'hanno sempre fatto). Ventimila (ma qualcuno sostiene anche trentamila) anni fa, il Lupo ancestrale si aggirava intorno agli accampamenti umani, probabilmente in cerca di scarti di cacciagione. Erano brutti tempi, molta della fauna di erbivori di cui si nutriva era estinta o divenuta rara. Si pensa che il Lupo fosse spesso costretto a .. fare lo Sciacallo. Foto Silvio Renesto. Già nel Paleolitico uomo e lupo (quello "antico") iniziarono così a frequentarsi, nel bene e nel male, e l'uomo selezionò quei cuccioli più obbedienti ed amichevoli, facendone un guardiano ed un aiuto nella caccia. Poi venne tutto il resto, una storia molto lunga intricata ed affascinante, ma io ho raccontato del cane solo per parlare dei Gatti. Il Lupo, come la Capra, poco dopo, e molto tempo dopo la Mucca, l'Asino e poi gli altri, sono stati addomesticati perchè erano utili e perchè erano facili da addomesticare. Come animali sociali, avevano già una gerarchia e ubbidivano ad un capo, bastava quindi selezionare i più docili (i più infantili) e sostituire l'uomo al capo branco. I Lupi hanno un preciso ordine sociale all'interno del branco che comprende intensi rapporti fra gli individui. Foto Silvio Renesto. Il Gatto selvatico invece era, ed è ancora un animale solitario, territoriale e intollerante dei propri simili, cioè non aveva nessuna delle caratteristiche per diventare un animale domestico. L'Uomo nella preistoria lo cacciava, per lui era fonte di cibo e di pelliccia, quindi il Gatto, oltre al carattere, aveva ben poche ragioni per essere amichevole. E allora cos'è successo? Il Gatto ha deciso di "addomesticarsi" (almeno un po', chi lo sa) da solo. Molto, molto tempo dopo l'addomesticamento del cane, 10.000 anni fa circa, l'uomo diventò agricoltore e sedentario, a cominciare da due luoghi: la Mezzaluna fertile (il tratto di terre comprese fra i due fiumi Tigri ed Eufrate, dove sorsero le prime grandi civiltà, i Sumeri e gli altri) e la Valle del Nilo. la coltivazione genera un surplus di risorse di cibo che devono essere immagazzinate, e queste quantità di cibo attirano i roditori, prede di elezione del Gatto. Così in quelle zone, il Gatto selvatico nordafricano (Felis silvestris lybica), una delle quattro o cinque sottospecie di Gatto selvatico, si è arrischiato ad avvicinarsi agli insediamenti umani, attratto dall'abbondanza di prede. Il Gatto selvatico Nordafricano (Felis silvestris lybica). Foto da Internet Il Gatto selvatico europeo (Felis silvestris silvestris). Le differenze fra le due sottospecie sono soprattutto legate la clima e all'ambiente, l'europeo è più tozzo e con gambe più corte per conservare il calore e muoversi nel sottobosco fitto, il nordafricano è più snello e sottile con zampe più lunghe per disperdere meglio il calore e perchè vive in zone più aperte con vegetazione più rada. Foto Silvio Renesto Questo ha portato a diverse conseguenze, da una parte l'uomo ha riconosciuto l'utilità del gatto per il controllo dei roditori, dall'altra il gatto "libico" ha iniziato ad avere meno paura dell'uomo e, per necessità ,se voleva approfittare dell'abbondanza di cibo, anche a tollerare di più i propri simili, diventando un po' (poco) più sociale. Abbiamo quindi le prime "colonie feline". Naturalmente nessun Gatto ha fatto questi ragionamenti, è la Selezione Naturale: intorno agli insediamenti umani i più sociali e tolleranti avevano accesso a più risorse, vivevano più a lungo e si riproducevano di più, trasmettendo la "socialità" (controllata da una serie di geni che regolano alcuni ormoni, ma non chiedetemi di più) ai loro discendenti. Questa minore aggressività e maggiore confidenza si è cominciata ad estendere anche nei confronti dell'uomo. Il Gatto cominciò a frequentare gli insediamenti, e poi le case degli uomini, di sua volontà, mantenendo però il suo carattere indipendente. Il Gatto selvatico in Europa invece ha mantenuto il suo carattere.. scontrosissimo. Intanto l'Uomo nel Mediterraneo ha cominciato a considerare il Gatto una preziosa risorsa. Il primo ritrovamento di Gatto sicuramente domestico risale a 9500 anni fa ed è stato trovato a Cipro. Possiamo dire che era domestico perchè è stato seppellito in una tomba e perchè Cipro come isola non ha mai avuto Gatti e siccome nessun Gatto si sognerebbe di traversare a nuoto dei bracci di mare, l'unico modo in cui quel Gatto è potuto arrivare a Cipro è perchè qualcuno ce l'ha portato, su di una nave, magari come cacciatore di topi, oppure già come animale di compagnia. Lo stesso è accaduto nell'antico Egitto, e qui vediamo meglio l'altro fattore che ha giocato a favore del rapporto uomo-gatto (in tutto il mondo): il gatto diventa un animale da compagnia: Rispetto ad altri cacciatori di topi (mustelidi, manguste ecc.), il gatto è più "carino" (gli inglesi hanno la parola giusta "cute") le mascelle corte, la testa tonda gli occhi grandi e frontali come i nostri, sono caratteri che ricordano i cuccioli (anche umani), quindi il Gatto, oltre ad essere utile, "piaceva". La testa rotonda e le piccole dimensioni inducono tenerezza per questi piccoli killer. Foto Silvio Renesto Gli egiziani tra i primi lo adottarono come animale da compagnia, e poi loro ne fecero una divinità, ma il Gatto appare in molti miti e racconti delle civiltà orientali (ma anche tra i Vichinghi ). In questo affresco egizio che rappresenta un sontuoso pranzo di una coppia, si vede un gatto seduto sotto alla sedia, che mangia un pesce, quasi sempre il gatto è raffigurato sotto alla sedia della donna (abito lungo). Il Gatto dell'affresco ha il tipico mantello di Felis silvestris lybica, ed ha ancora la grossa riga scura sul dorso tipica dei Gatti selvatici e assente nel Gatto domestico. Da Internet . Altro frammento egiziano in cui il Gatto è raffigurato come uccisore di Serpenti (figurativamente, con un coltello!). Altro buon motivo per essere amato da quelle parti. Da internet Raffigurazione del più antico Gatto di cui si conosca il nome: Nedjem (Dolcezza). Da Internet. Il Gatto ha anche un altro asso nella manica, non ha bisogno di assumere vitamina C dal cibo, per cui non si ammala di scorbuto, così può essere portato sulle navi e nutrito con cibo secco anche per lunghi viaggi, senza necessità di cure particolari e fare il suo servizio da acchiappatopi. Dagli Egiziani ai mercanti Fenici (e ai Romani) e poi ovunque. Come compagno dei marinai, il Gatto è arrivato in tutto il mondo. Il resto è storia (troppo lunga). Solo un paio di notizie di "colore": Il Gatto selvatico nordafricano ha un mantello con una leggera striatura appena evidente, un po' più marcata sulle zampe. Il Soriano o Tabby, come il mio Vincent, è una delle varietà domestiche più antiche (Nel Medioevo veniva chiamato anche Gatto di Cipro), ha sempre delle strisce che formano una M sulla fronte, e può essere macchiettato, tigrato o con strisce a spirale. Il nome Soriano viene da Soria (Siria, siamo sempre lì), il nome Tabby viene dal francese Taffetà, una stoffa setosa e lucida che anticamente era prodotta regione dell'Attabi (Irak, sempre da quelle parti). Un Soriano/Tabby corrucciato con la sua M sulla fronte. Foto Silvio Renesto Vecchia foto di un Vincent ancora giovincello, con la sua M da Tabby. Nei Gatti il colore rosso aranciato è quasi sempre legato al sesso maschile (ci sono eccezioni) . Foto Silvio Renesto. Più tardi, nella Grecia antica sono apparsi i primi gatti neri e solo poi quelli macchiati, segno che come per le mucche, i cani e i cavalli sono avvenuti cambiamenti genetici dovuti alla "civilizzazione". Sembrerebbe che il mantello nero abbia preceduto quello macchiato. Foto Silvio Renesto. Un Soriano (c'è la M e le striature) ed un "Tuxedo" (bianco e nero come l'abito da cui ha preso il nome). Attenzione non si tratta di nomi di razze ma solo di tipi di colorazione. Foto Silvio Renesto Le "razze" feline create in tempi moderni sono un'altra storia ancora, non sempre bella, a mio parere.
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  14. Uno degli affluenti di sinistra della Dora Baltea è il Lys, un torrente che nasce dal Monte Rosa e che percorre tutta la sua valle fino a confluire nel fiume. Risalendo il percorso del torrente, partendo da Pont St. Martin, si attraversano diversi paesi di montagna, tra i quali troviamo il piccolo comune di Gressoney St. Jean. Il paese, che si trova a 1.385 metri s.l.m., è un’elegante località turistica sia estiva che invernale. Il contesto in cui si inserisce è molto bello e offre la vista del ghiacciaio Liskamm e del massiccio del Monte Rosa. Sono poco chiare le origini del nome a cui sono stati dati, nel tempo, significati diversi. Ad esempio Chreschen-eye ovvero "piana dei crescioni", Grossen-eys "grande ghiacciaio" e infine Chreschen-ey: "uovo depositato fra i crescioni". Sebbene non vi siano documenti storici che lo attestino, il significato più probabile è il primo. Come ho accennato, Gressoney è una località turistica ideale sia nella stagione estiva che in quella invernale. In inverno è possibile praticare sport come lo sci nordico e lo sci alpino, mentre d’estate si possono fare delle passeggiate lungo sentieri di varia difficoltà oppure giocare a golf sul campo a 12 buche lungo il percorso del torrente. La storia di questo comune è legata alle popolazioni Walser che nel XII/XIII secolo arrivarono, spinte dal vescovo di Sion, a colonizzare questa valle e l’attigua Val d’Ayas ed è probabilmente quella l’epoca a cui risale la fondazione del paese. La colonizzazione da parte dei Walser ha lasciato tracce su diversi aspetti della vita quotidiana: nella cultura, nella lingua e nell’architettura. Molti dei tipici villaggi Walser sono ancora abitati e ben conservati, costituiti da case a due piani in pietra e legno e dagli “Stadel”, ovvero edifici adibiti a magazzino. La valle del Lys veniva chiamata “Chrèmertal”, ovvero valle dei mercanti, in quanto le popolazioni Walser erano abituate a spostarsi agevolmente da una parte all’altra delle Alpi. Anche il semplice passeggiare per le vie del centro abitato è molto bello. Le piazze principali sono 2: la piazza inferiore (“ondre platz”) e la piazza superiore (“obre platz”). La Piazza Inferiore è intitolata ad Umberto I di Savoia; è di forma allungata e circondata da edifici risalenti al 600, al sovrano è dedicato il monumento collocato nella parte più larga della piazza. Qui si affaccia la più antica locanda del paese, costruita in legno nel 1717 e che reca sulla facciata lo stemma della famiglia Liscoz La piazza superiore si caratterizza, invece, per la presenza di edifici più recenti, risalenti all’Otto-Novecento, tra i quali degna di nota è la chiesa di San Giovanni Battista. Quest’ultima, a differenza delle altre case adiacenti, risale a un periodo precedente, ovvero al 1733, anno in cui venne ristrutturata. L’origine però è sicuramente precedente in quanto il portico antistante risale al 1626. Gli affreschi della via crucis al suo interno, invece, sono del Settecento, realizzati da Johann Joseph Franz Curta, un pittore gressonaro. Sulla facciata della chiesa è presente un busto in bronzo della regina Margherita che fu sempre molto legata a questo luogo. Al suo interno possiamo trovare quattro altari lignei e un museo il cui pezzo più pregiato è un crocifisso risalente al XIII secolo. Tra gli edifici degni di nota ricordiamo Villa Margherita, fatta costruire dal barone Luigi Beck Peccoz per ospitarvi la regina e che ora è la sede del comune, che l’ha acquistata nel 1968. Adiacente al centro abitato troviamo il Lago Gover, un piccolo specchio d’acqua di origine artificiale. Da qui si riesce ad ammirare la catena del Monte Rosa da una buona posizione. È anche possibile praticarvi la pesca sportiva, in estate, mentre in inverno diventa una pista di pattinaggio naturale con la possibilità di affittare l’attrezzatura per praticarlo. L’edificio che sorge quasi in riva al lago ospita, oltre al magazzino per le attrezzature invernali, anche un piccolo ristorante dove viene servita dell’ottima polenta concia e altre specialità locali. Oltre a ciò, è presente un ampio spazio attrezzato a parco giochi per i bambini dove vengono svolte attività di animazione. Dal lago parte il ‘sentiero della regina’ che porta al Castello Savoia a cui dedicherò un articolo a parte. In realtà il sentiero prosegue fino a Tschemenoal. Da qui, per un sentiero di ben altra difficoltà, è possibile arrivare ad Alpenzu, un’altura da cui si gode di uno splendido panorama. E da qui partono i sentieri che portano alla scoperta dei villaggi Walser. Da menzionare anche le tradizionali feste, come quella patronale di San Giovanni Battista (a fine giugno) durante la quale donne ma anche ragazze e bambine sfilano dopo la messa indossando l’abito tipico walser mentre i ragazzi e gli uomini sfilano con una portantina ove è posta una testa che rappresenta quella del santo. È possibile assistere alla processione con l’abito tradizionale anche il giorno di Ferragosto, quando ad essere portata in giro è la statua della Madonna. In contemporanea alle celebrazioni del santo patrono, si svolge la ‘bierfest’. Festa che nasce all’inizio degli anni 80 per ‘celebrare’ la Kühbacher Bier, prodotto del birrificio del Barone Beck Peccoz, un gressonaro che ora vive in Germania nella città di Kühbach. Ricordiamo anche l’Estate Musicale di Gressoney con i suoi concerti di musica classica organizzati dall’associazione ‘amici della musica’ e la Festa della Toma, dove protagonista è la toma di Gressoney, formaggio da tavola molto apprezzato e tuttora prodotto con metodi tradizionali. Per chi si trovasse da quelle parti mi sento di consigliare i piatti tipici come la polenta concia (polenta gialla al forno con fontina e burro fuso), la carbonada (manzo sotto sale tagliato a fettine sottili e cotto nel vino) e per concludere il caffè alla valdostana da bere in compagnia nella tipica ‘coppa dell’amicizia’. Specialità del luogo sono anche i liquori come il Genepy, il Benefort o l’amaro che porta lo stesso nome del torrente, il Lys. Ricordiamo inoltre le grappe aromatizzate (ce ne sono di vari gusti: liquirizia, rosa, erbe, limone e molte altre). È infine possibile trovare imbottigliato il liquore già pronto da aggiungere al caffè per farlo alla valdostana. Sono tornato in questo luoghi a 15 anni di distanza dall'ultima volta e alcune foto di quest'articolo risalgono al mio precedente viaggio. Tutte le foto sono realizzate con Nikon Z6, Z50 e D50 solo alcune con iPhone 12 mini. Arriverà prossimamente un breve video realizzato da me. Qui trovate Gli altri articoli del mio blog. Al prossimo articolo! ciao!
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  15. Blog a quattro mani, otto occhi e due teste (per quanto riguarda le foto). Un giro sul Naviglio Grande, involontariamente la Domenica in cui c'è la Fiera dell'Antiquariato. Nikon Z50 (Gianni Ragno) e Zfc (io) all'opera. Doverosa, anche se un clichè, la foto introduttiva: Foto Silvio Renesto Pictures at an exhibition ( circa) al Vicolo dei Lavandai. Foto Gianni Ragno Due mondi si incontrano (a voi l'interpretazione). Foto Gianni Ragno Vintage fashion doppia Foto Silvio Renesto Murales autoreferenziale, spruzza la vernice e scappa. Foto Silvio Renesto Altri mondi, altri universi che si incontrano (il Papa, il Quarto stato al femminile - con Alda Merini in primo piano - un'immagine orientaleggiante, un tizio indifferente) . Foto Silvio Renesto Pictures and statues and more... at an exhibition, again Tutte e quattro foto di Gianni Ragno. Vecchia porta, sempre foto di Gianni Ragno. Un altro strano cortile dove infilarsi: troviamo un centro artistico, un po' scuola, un po' mostra e naturalemtne anche vendita, di incisioni artistiche. In ambiente caratteristico. Tutte foto di Gianni Ragno. Una nicchia nel cortile Foto Silvio Renesto Altro dettaglio Foto Silvio Renesto Interno della "mostra" Foto Gianni Ragno Barriera verso il mondo esterno. Foto Gianni Ragno Ritorno Foto Gianni Ragno Caricando le foto mi sono reso conto che in realtà si tratta di un lavoro a tre occhi, tre mani ed una testa e mezza (la mezza testa il solo occhio e l'unica mano sono le mie), ma vi dirò, non ero particolarmente ispirato. Però è un angolo del Naviglio Grande un po' meno solito, per cui forse valeva la pena di condividerlo.
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  16. Ed eccoci ai padroni di casa che con un impeccabile esibizione han concluso la manifestazione alla presenza del Capo dello Stato. da notare nelle immagini,che i velivoli celebravano i 60 anni del reparto portando sulle derive i colori delle precedenti pattuglie acrobatiche italiane.
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  17. Il 26 Settembre scorso sono ripresi i viaggi dei treni storici (sospesi causa covid dell’ottobre 2010) attraverso la ferrovia della Val d’Orcia, in uno dei territori più affascinanti della Toscana, decretato nel 2004 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO (dai calanchi dall’aspetto lunare, alle dolci colline viti-vinicole di Montalcino, dalle dure crete senesi, alle pendici settentrionali del Monte Amiata). L’evento della giornata denominato “Immersi nel Borgo”, vedeva la partenza del treno dalla stazione di Siena con transito da quella di Asciano, fino a quella di Monte Antico in provincia di Grosseto, per giungere a Buonconvento, dove era stata allestita in occasione una fiera locale. Il ritorno a Siena era previsto nel tardo pomeriggio. (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/320 Iso 280) Nella foto sopra, il convoglio sta transitando, a macchina invertita, su uno dei ponti dopo aver lasciato la stazione di Asciano, in località Montalceto, e diretto a Monte Antico dove avverrà l’inversione della motrice ed il carico dell’acqua. La zona facente parte delle “Crete Senesi”, nonostante l’assidua cura dell’uomo, a causa di una mano umana sciagurata è stata interessata da un vasto incendio. (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 200mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 125) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 72) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 88mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 110) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 200mm f. 5,6 t. 1/500 Iso 160) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 82mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 100) (Z 7 - 70-200/2,8 VR S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 90) L’arrivo del convoglio alla stazione di Buonconvento, formato da una locomotiva della serie 685 con tender che trainava cinque vagoni cento porte e un vagone misto postale/passeggeri. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 65mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 80) I macchinisti (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/160 Iso 100) (Z 7 - 24-70/4 S a 44mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 72) Il vagone misto postale/passeggeri (Z 7 - 24-70/4 S a 55mm f. 6,3 t. 1/125 Iso 64) Come si può notare anche dalle foto, il convoglio era al massimo della capienza permessa dalle norme anti covid. L’attuale viaggio e quelli previsti per ottobre sono “sold out”, salvo disdette, a dimostrazione della voglia delle persone a riacquistare una vita normale. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 100) La locomotiva appartenente al gruppo 685 è la versione a vapore surriscaldato della precedente serie di locomotive del gruppo 680 delle Ferrovie dello Stato di cui ricalca l'impostazione meccanica generale e le dimensioni. Fu costruita su progetto dell'Ufficio Studi di Firenze delle FS in 106 esemplari suddivisi in due serie successive dalla stessa Breda tra 1931 ed il 1934. La suddetta locomotiva a vapore surriscaldato (con surriscaldatore di tipo Schmidt) a semplice espansione, con 4 cilindri motori di cui 2 interni e 2 esterni ebbe un notevole incremento di potenza rispetto alla precedente versione a vapore saturo e doppia espansione arrivando a 1.250 CV che le consentivano una velocità massima 120 km/ora. La caldaia era a 12 bar di pressione e produceva un quantitativo di vapore orario di 10.200 kg. Il distributore del vapore era a stantuffi con distribuzione del tipo Walschaert. Dopo una sperimentazione su quattro locomotive, ad altre 30 unità di nuova costruzione venne applicata la distribuzione Caprotti. La struttura portante della locomotiva era costituita da un carro rigido gravante sulle tre grandi ruote motrici la cui sala anteriore costituiva assieme alla prima sala portante un carrello di tipo italiano in grado di traslare di 60 mm sul perno per facilitare l'inscrizione in curva. La sala posteriore portante invece poteva spostarsi trasversalmente di 20 mm. La locomotiva era in grado di fornire il riscaldamento a vapore per le carrozze viaggiatori rimorchiate. Il freno era ad aria compressa, di tipo continuo automatico e moderabile per la sola locomotiva. Il freno di stazionamento era sul tender. L'unità oggi in servizio, la 685-089, radiata dal deposito di Udine, venne conservata non funzionante al Museo Ferroviario di Trieste Campo Marzio per lunghi anni, fino a che nel 2008 venne intrapreso il ripristino presso il Deposito Rotabili Storici di Pistoia, per l'utilizzo nei treni storici. Queste locomotive, a detta degli storici del settore, “non furono le più grandi e neppure le più veloci, non furono le più potenti e nemmeno le più numerose, ma furono, semplicemente, le più rappresentative e diffuse locomotive a vapore delle Ferrovie dello Stato, unitamente ai gruppi che da esse derivarono”. (Z 7 - 24-70/4 S a 31mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 72) (Z 7 - 24-70/4 S a 57mm f. 5,6 t. 1/250 Iso 64) Buoconvento è un comune della provincia di Siena e sorge nella Valle dell'Ombrone, alla confluenza del fiume Arbia nel fiume Ombrone sulla via Cassia. Insieme ai comuni di Asciano, Montalcino, Monteroni d’Arbia, Rapolano Terme e Trequanda forma il circondario delle Crete Senesi, oltre a far parte del circuito dei borghi più belli d’Italia. Il nome deriva dal latino “Bonus Conventus”, luogo felice, fortunato. I primi cenni storici si hanno intorno al 1100 e la costruzione delle mura iniziò nel 1371 e terminò 12 anni dopo, nel 1383. È il centro più importante della Val d’Arbia, testimoniato anche dalla podesteria che comprende 32 località e dal riconoscimento della cittadinanza senese concesso dai governatori della città nel 1480. Con la caduta della Repubblica di Siena, nel 1559 entra a far parte del Granducato di Toscana sotto i Medici. (Z 7 - 24-70/4 S a 44mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 62mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 1100) (Z 7 - 24-70/4 S a 69mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 64) In attesa della ripartenza del treno merita una visita la bella cittadina di San Quirico d’Orcia, dove sono esposte nelle vie principali e nel giardino degli “Horti Leonini” le sculture di arte moderna dello scultore albanese Helidon Xhixha, per celebrare i 50 anni della rassegna d’arte contemporanea. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 9 t. 1/125 Iso 64) (Z 7 - 24-70/4 S a 38mm f. 9 t. 1/125 Iso 160) (Z 7 - 24-70/4 S a 47mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 26,5mm f. 9 t. 1/125 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 26,5mm f. 5,6 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 58mm f. 9 t. 1/125 Iso 110) Anche la statua di Cosimo III dei Medici, appare interdetta da questa intrusione di sculture in tale contesto, ma anche Cosimo come il sottoscritto non si intende di arte contemporanea e per questo non siamo in grado di apprezzare la collocazione e le opere esposte. (Z 7 - 24-70/4 S a 34mm f. 9 t. 1/125 Iso 100) Collegiata dei Santi Quirico e Giulitta o Chiesa della Collegiata. La chiesa parrocchiale principale del comune. (Z 7 - 24-70/4 S a 30,5mm f. 9 t. 1/125 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 9 t. 1/125 Iso 64) Alle 17,50 il treno storico riparte per la destinazione finale presso la stazione di Siena. (Z 7 - 24-70/4 S a 70mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 90) (Z 7 - 24-70/4 S a 32mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 80) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 125) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 110) (Z 7 - 24-70/4 S a 24mm f. 5,6 t. 1/200 Iso 90) Con la speranza che stavolta questa “ripartenza” dei treni storici sia solo la prima corsa e non l’ultima della tante previste di qui alla fine dell’anno. Sperando di non avervi annoiato, faccio miei complimenti a chi ha avuto la pazienza e la costanza di arrivare fino qui con la lettura di questo racconto.
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  18. Una serata in giro a Cagliari con la Z6II, il 14-30 f4 e il 24-70 f4....impressioni? mi piace molto
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  19. Molti di noi sono passati dalle reflex a pellicola al digitale in punta di piedi, cercando di capire poco alla volta concetti totalmente alieni dalla personale esperienza: informatici più che fotografici, come i pixel, la loro distribuzione su di un sensore, la loro capacità di reazione elettrica, la loro quantità come elemento distintivo della qualità, il rapporto tra dimensione del file ed il formato di stampa, i formati di compressione e quelli grezzi. Abbiamo quindi accostato, alla fine del secolo scorso, i primi apparecchi digitali che, senza il mutuo necessario per l'acquisto di una reflex Nikon D1 (una scheda di memoria da mezzo giga costava 500mila lire, ossia quanto 50 pellicole tutte insieme) consentissero un rispetto minimo del risultato (rispetto ai parametri delle migliori pellicole di allora) ed un esborso che consentisse un...ripensamento. La Coolpix 990 non è la prima della serie 9xx iniziata nel 1998 con la capostipite 900 La vedete su Nikonland e nel Club di Omnia vincit Amor, perchè è la prima macchina fotografica digitale che comprai nel 2000, alla sua uscita, al prezzo inaudito (allora) di duemilioniemezzo di lire (oggi soltanto 1250 euro circa), che alternai alla pellicola per le riprese ai miei bambini (di allora...) e per i primi tentativi di lavoro in digitale: riprese in still life, riproduzione di originali col suo tubo in tutto e per tutto simile all'attuale ES-2, didattica digitale con i miei primi corsi di fotografia nei quali venivano inserite queste nuove concettualità: che allora insegnavo all' Accademia di Belle Arti. Come tutta la serie 9xx possiede una struttura in due blocchi, impugnatura/comandi e obiettivo/flash/esposimetro. Geniale l'articolazione, perfettamente funzionante in questo esemplare a più di venti anni dalla sua fabbricazione: consentiva riprese in ogni angolazione rispetto il soggetto e perfino in "selfie" controllando sul monitor da 1,8 pollici... (110k punti) Questa 990 possiede un sensore CCD da 1/1,8" dotato di 2048x1536 pixel, per un totale (allora enorme) di 3,34 Mpx (3.15 effettivi) le quali dimensioni determinavano un rapporto di moltiplicazione 4,75x, trasformando lo zoom 3x di cui era dotata da 8-24mm f/2,5-4 in un 38-115mm-eq La scheda di memoria standard era una Compact Flash I da 16MB (si, avete letto bene) che consentiva alla massima risoluzione circa 24 scatti quelli cioè di una pellicola corta... La corsa alla ricerca di carte di memoria più capienti cominciò quindi in parallelo all'esigenza di poter disporre di capacità maggiori, anche se in questa fase del digitale continuavamo a ragionare con la stessa psicologia della pellicola: pochi scatti e ragionati...come se le schede di memoria potessero offendersi di quantitativi maggiori di fotogrammi. Alimentazione a batterie stilo contenute nell'impugnatura disegnata per essere assolutamente super ergonomica, del tutto inutile se non per il trasporto, la tracolla Mirrorless certamente ma senza il prezioso mirino elettronico che equipaggia le nostre Z e prima di esse alcune ONE: la serie 9xx Coolpix possiede un semplicissimo mirino zoom a traguardo, che funziona col rumore della cremagliera che lo trasporta avanti e indietro, ma che per l'epoca rappresentava un elemento di grande pregio (il mirino, non il rumore) Menù arcaico, colorato in azzurro ed arancio, ma a quattro sezioni, assolutamente in linea con i menù Nikon delle reflex elettoniche di allora e di quelle digitali che sarebbero seguite, dotato di tutte le facilities del tempo, compreso il BKT e la possibilità di pilotare il flash incorporato con un sistema di flash esterno, collegabile via cavo attraverso la presa tripolare sotto il blocco ottico, collegabile agli SB Nikon attraverso modulo multiflash o cavo singolo. Ricordi di venti anni fa, di figli ormai ventenni, di un'interesse che era preesistente ma che mi fece scollinare il nuovo secolo con un bagaglio di cose da imparare ancora. Cose che poi hanno condotto a NIkonland: così oggi ho fatto un selfie
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  20. Buongiorno a tutti i Nikonlander....vorrei condividere alcune foto fatte senza troppo impegno (si può fare certamente molto meglio...) in una prima uscita di prova della Z6II col 14-30mm f4 S. Queste foto sono in un locale storico di Cagliari, che oggi si chiama "Antico Caffè".
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  21. Un pomeriggio tra le mele della Val di non La coltivazione delle mele è senza dubbio l’attività tipica della Val di Non e quella che ad essa viene più facilmente associata. Durante le vacanze nella valle ho avuto la fortunata opportunità di trovare qualcuno che si è offerto di raccontarci come vengono coltivate, quello che segue è quanto ne ho ricavato. Nella Valle, gli appezzamenti di terreno coltivati a mele (si parla di circa 6.500 ettari) si perdono a vista d’occhio a discapito di altre produzioni che, seppur marginali, sono presenti. Ci sono migliaia di aziende produttrici di mele (4.500) che già negli anni 50 hanno iniziato a raggrupparsi in piccoli consorzi. Col tempo questi consorzi si sono ridotti di numero e, dagli iniziali 100, si è arrivati a 16, i quali, a loro volta, si sono riuniti in un ulteriore consorzio. Si tratta, in pratica, di un consorzio di secondo grado, in quanto i presidenti dei 16 consorzi ne formano il consiglio di amministrazione. La coltivazione della frutta da queste parti ha radici antiche, che trovano testimonianza nel nome di due città della valle: Malé e Malosco, il cui nome deriva da maletum, ovvero meleto. La coltivazione intensiva delle mele, però, risale al dopoguerra e si è ‘evoluta’ fino ai giorni nostri. Col tempo, infatti, le grandi piante di mele hanno lasciato il posto alle coltivazioni ‘a filare’, in cui le piante raggiungono un’altezza massima di 3 metri. Con questo sistema una persona, oggi, è in grado di raccogliere dai 15 ai 20 quintali di mele al giorno, contro i 5/6 precedenti. Gli ‘impianti’ vengono rinnovati ogni 20 anni circa, a rotazione, in modo che ogni anno avvenga il rinnovo di un certo numero di appezzamenti. Il periodo in cui si effettua il rinnovo è la primavera: una volta eliminate le vecchie piante, il terreno viene lavorato e vengono messi a dimora i nuovi ‘impianti’ che nel giro di qualche anno raggiungeranno il massimo della produttività. Sempre più diffusi, gli impianti di irrigazione a goccia stanno sostituendo quelli a pioggia, in quanto consentono un minor speco d’acqua poiché, al contrario di quelli precedenti, questa va a finire dove serve e non si disperde inutilmente finendo in posti come strade e quant'altro. Prima della raccolta i frutti vengono sfoltiti eliminando quelli troppo piccoli e quelli ‘danneggiati’ per motivi vari, tenendo un numero di 80/100 mele massimo per pianta, questo per non ‘disperdere’ il nutrimento disponibile su troppi frutti e mantenere un’elevata produttività delle piante. Il periodo di raccolta, o finestra, varia a seconda del tipo di mela: il più breve è di 15 giorni entro i quali vanno raccolti quanti più frutti possibili poiché, una volta passato il periodo di raccolta, la qualità delle mele inizia a calare, cosa che ne riduce anche il valore di vendita. La coltivazione delle mele oggi avviene col metodo della ‘lotta integrata’ regolamentata dalla U.E. con i relativi controlli a campione (e conseguenti analisi) sia in stagione che durante il raccolto. La lotta integrata è un metodo di coltivazione che prevede una drastica riduzione nell’uso dei fitofarmaci utilizzando diversi accorgimenti, tra cui: l'uso di fitofarmaci poco o per niente tossici per l'uomo e per gli insetti utili; la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale (uso di diffusori di feromoni); fitofarmaci selettivi (che eliminano solo alcuni insetti); fitofarmaci che possono essere facilmente denaturati dall'azione biochimica del terreno e dall'aria; la lotta agli insetti dannosi tramite le tecniche di autocidio, come la tecnica dell'insetto sterile (SIT); la previsione del verificarsi delle condizioni utili allo sviluppo dei parassiti, in modo da irrorare con fitofarmaci specifici solo in caso di effettivo pericolo di infezione e non ad intervalli fissi a scopo preventivo. la lotta agli insetti dannosi tramite l'inserimento di altri che siano loro predatori naturali e che non siano dannosi alle coltivazioni (lotta biologica); l'uso di varietà colturali maggiormente resistenti; l'uso della rotazione colturale; particolare attenzione ed eliminazione di piante infette. “I limiti della lotta integrata sono costituiti dai maggiori costi di produzione, dalla necessità di una assistenza tecnica qualificata, e la obbiettiva difficoltà nel certificare il prodotto. La prima regione a creare un marchio di garanzia e tutela per i prodotti agroalimentari realizzati con tecniche di agricoltura integrata è la Toscana con il marchio “Agriqualità” (creato con legge regionale N.25 del 1999).” (fonte Wikipedia) Durante la raccolta viene effettuata una selezione sommaria che divide le ‘mele buone’, destinate al consumo in tavola, da quelle di qualità inferiore, che andranno alle industrie di trasformazione per la produzione di succhi di frutta (tutti i succhi di frutta di base sono succhi di mela), purè di mela, etc. La conservazione delle mele avviene in alcuni stabilimenti presenti in valle, dove le mele vengono portate alla temperatura di un grado centigrado che ne rallenta la maturazione e permette di conservarle per un tempo che può arrivare fino a un anno. Ci sono 18 stabilimenti per lo stoccaggio delle mele in tutta la valle. Alcune delle varietà oggi coltivate sono la Gala, la Renetta del Canada, la Star Delicious, la Golden Delicious e la Fuji. Un’ultima cosa prima di chiudere: si stanno utilizzando sempre più i cosiddetti magazzini ipogei, che non sono altro che cave di dolomia non più usate per l’estrazione di questo materiale impiegato nell’edilizia. In queste cave (per il cui utilizzo non è necessario materiale isolante) la temperatura è di 12°C costanti e consente di risparmiare il 50% della spesa energetica necessaria alla conservazione delle mele. A oggi vi si possono conservare fino a 30.000 t, ma il progetto è di arrivare a 50.000 t. Attualmente questi magazzini non sono visitabili dal pubblico (lo saranno in futuro) per cui non ho materiale fotografico da accludere.
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  22. Come da titolo, ma non ci è riuscito nemmeno stavolta Andiamo con ordine. Nelle settimane precedenti Ross ha cominciato a ventilarmi la possibilità di uno shooting remoto, e di vederci per tale occasione perché mi considerava "esperto" del genere poiché ne avevo fatto uno lo scorso anno. Dopo qualche giorno mi disse di tebermi libero per domenica 11, senza possibilità di replica. "Molto bene", dico io, "mi libero di un appuntamento già preso così siamo a posto". Arriva il giorno dello shooting e sembra di pescare l'intero mazzo di Imprevisti del Monopoli. Si comincia al mattino con febbre da cavallo che si trascina da venerdì notte, e per un problema collegato sono praticamente vestito per andare i pronto soccorso. Avviso Ross, che giustamente mi dice di correre in PS e tenerlo aggiornato. Per fortuna il problema da PS si risolve da solo (circa), e con tachipirine come caramelle la febbre scende. Confermo quindi a Ross che nel pomeriggio può venire tranquillamente. Ross arriva, finalmente conosce mia madre (ci teneva tipo da sei anni), io ho preparato il PC e sono in postazione in studio. Sento che Ross traffica in salotto, viene da me e mi dice che ci son problemi di connessione, io rispondo ok, ci beviamo intanto un aperitivo. Andiamo in salotto. Mi trovo davanti Sabi con una candelina in mano che canta "Happy Birthday to you" (Kennedy puppa!). Fingo di non avere l'arresto cardiocircolatorio che ho per qualche secondo, la saluto come si conviene e soffio sulla candelina. Poi siccome Ross è Ross, la candelina è una di quelle che non si spengono, quindi momenti ilari a mie spese fin da subito. Poi da lì, un po' di relax... come stai, come non stai, non ci vediamo da un sacco di tempo e insomma sembra quasi che l'ultima volta ci si sia trovato l'altro ieri. E' andata a finire che lo shooting è stato molto poco remoto e molto divertente (perdonate la qualità non "da portfolio" delle foto, ma sono praticamente come scattate) Momento top: foto n.6 con Sabi nuda sul balcone che saluta verso una delle rotonde più trafficate di Lecco raccogliendo una sinfonia di clacson. Ah, questione zia: in realtà ha visto Sabi solo a fine shooting, quindi era già vestita. Niente foto della zia basita, mi dispiace Questioni tecniche sulla Z fc, a seguire. E' stato il primo shooting "serio" con la nuova macchina e devo dire che, finché è durata, si è comportata egregiamente. Il principale punto a favore è senza dubbio la leggerezza, in mano sta come una piuma; il secondo è il display regolabile, soprattutto per me. Avendo fatto l'intero shooting da seduto (con Ross che mi muoveva di qua e di là ) l'altezza di ripresa sarebbe stata estremamente limitata senza il display basculante. Con esso, invece, si può usare la fotocamera ad ogni altezza senza la necessità di dover per forza guardare nel mirino. Per il resto, c'è stata ancora qualche incertezza nel trovare alcune opzioni ma niente di insormontabile. Dicevo "finché è durata", perché a metà è andata in rosso la batteria (mi era stato detto che serviva per un Backstage e vedendo la batteria a tre tacche la sera prima, non l'avevo caricata). Per fortuna Ross mi ha prestato la sua Z6 II e tutto è proseguito liscio Di nuovo, un grazie gigantesco a Ross per la sorpresa clamorosa e inaspettata, e so che ci è voluta anche parecchia organizzazione e... segretezza! Per fortuna non ho deciso di rimandare, mi sarei mangiato le mani fino ai gomiti. Doverosa, Menzione d'onore sempre per Ross anche per avermi scarrozzato per casa in lungo e in largo, compreso un numero per superare il gradino per uscire in balcone, che pensavo di finire di sotto
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  23. Come festeggiare il millesimo post se non con la mia modella preferita? Gli scatti risalgono all'ormai lontano 2014, al Cross Studio. Li ripropongo perché sono le due uniche stampe di qualità che ho mai fatto, e mia madre me le ha incorniciate a sorpresa come regalo di compleanno Le avevo fatte stampare (trovandomi ottimamente, peraltro) da quell' ex iscritto a Nikonland che sta in Veneto, e di cui non ricordo più il nome (abbiate pietà, soprattutto lui se per caso ci legge ancora). Se a qualcuno viene in mente, non mi dispiacerebbe ricontattarlo.
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  24. Già, mi sono stufato.. ogni cosa che Nikon estrae dal cilindro... "Lui " in quattro e quattr-otto, li ha.. belli sul tavolo.. ma questa volta no, ti batto sul tempo... stai aspettan do la nuova ammiraglia?.. e chi se ne frega.. a giorni arriva la mia che tu, non avrai mai... Ecco l'ho detto.. ho avuto il coraggio.. adesso so che l'ammiraglio incorrerà ad ogni subdola manovra per averla anche Lui, la mia nuova macchina che della D 850 ci fa un baffo.. 46 mega qualche cosa... ma che servono? mah.. a far vendere HD sempre più capienti, ecco cosa servono.. Adesso che mi sono tolto il peso, andiamo alle notizie vere.. quelle di cui " lui " avrà paura e dovrà temere.. Assicurata oggi in un'asta nel paese di Albione una C 800, al prezzo di 800.000,5 £.. ultimo ritrovato della tecnologia Nipponica.. un sensore CCD, e chi li vuole ancora i cimosse?.. da ben 20.000 pixi.. alimentata via cavi direttamente da una centrale Terna di Novara... Ed ora udite udite.. le foto della super-macchina.. sia davanti che il lato " B " Va bene, lo ammetto.. a volte sono un pochino un burlone.. ma, ritengo di non aver offeso nessuno, non in maniera pesante ecco.. E adesso vi racconto del perché e del percome... " io ho un cugino, come tanti di voi.. e sin qui non è una novità, solo che il mio cugino, a fatto anche delle cose un pochino particolari.. come attraversare l'atlantico in barca a vela lui ed un suo amico.. ma nell' traversata fatta alla chetichella, aveva portato con se una coolpix 800, stiamo parlando di una digitale con il primo zoom del 1999, l'altro ieri insomma, dai me la presti che la metto su NL.. e una volta e poi due ed infine tre.. due giorni fa, ho visto l'asta e non ho saputo resistere.. ora è in arrivo " Posso aggiungere che ho già un'altra vecchia gloria, ed anche questa il costo è stato circa la metà della spedizione.. quando sarà realmente tra le mie mani, quattro scatti li facciamo, di questa vecchia gloria.. D'accordo, vi ho fatto perdere un po' di tempo ma ora per farmi perdonare vi racconto come sono andate le cose.. Inizialmente volevo fare un pezzo riguardante la Coolpix 800 da me acquistata ieri, mi arriverà ai primi di settembre, pagata pochissimi caffè.. otto per l'esattezza, costa un pochino di più il trasporto ma tantè.. poi visto che di prime digitali ne ho un'altra ed è la Coolpix 300, e chi mi legge su NL magari lo ricorda, mi sono detto.. ma perché in fase di centenario non riporti le cose più o meno come sono andate?.. e allora.. eccoci.. Ora scriviamo le cose per quanto riguarda le compatte, la prima in assoluto fi la Coolpix 100, che vederte qui sotto, era di fatto un block notes e, la memoria era al suo interno per scaricare le immagini si apriva la macchina e la si inseriva in una porta allora molto in voga nei primi portatili.. che poi portatili non lo erano troppo per il peso! A breve distanza seguì la Coolpix 300, simile alla prima ma senza la porta malefica.. e quanto fotografato o, scritto.. già il monitor serviva anche per piccoli appunti, veniva traslato via cavo, sia in seriale che parallelo, purtroppo di cavi ne ho solo uno e i computer attuali non mi vedono il dispositivo.. fare un portatile con win 93 o giù di lì non è il caso. Per queste due macchinette correva l'anno 1997.. trovata su un mercatino, imballo pressoché completo.. manca solo un cavetto, pagata la folle cifra di 35 €, per un pezzo di storia Questo pomeriggio non sono riuscito a fare molto, prima ho avuto ospiti in casa, e poi ho cercato tra le mie scartoffie e, qualche documento da mettere ci stà; ed infine stavo seguendo un'altra asta, in riguardo ad una 700 corredata, ma sono saliti troppo con la cifra e non vale la pena.. peccato, la 700 era la sorellina più semplice della 800 in arrivo. Ora però magari mettiamo qualche numero, ad esempio la coolpix 700 quella senza lo zoom, questa era la differenza tra le due, veniva a costare nel regno italico la modesta cifra di 1.498.000 lirette.. la prima 900, quella che vedremo poi, quella ruotabile in due segmenti.. solamente 1.750.000, mentre la pochino più evoluta la 950, con lo stesso sensore della 700/800 si arrivava a 2.400.000 circa due stipendi di un' impiegato mi pare.. una memoria compact flash da 16Mb che ora come ora fa sbellicare dalle risa.. eravamo sui 160.000 lirette... in fondo adesso il materiale lo regalano.. ecco la famosa 900 In quei tempi, era in uso da parte dei rappresentanti, al momento del lancio di determinati prodotti, di fare delle presentazioni stampa, con tanto di rinfresco e gadget finali, ovviamente i gadget erano relativi ai prodotti.. ad esempio due stampe fatte con quanto poi si legge sulla stampa stessa e, credetemi.. le stampe non sono da poco a poterle vedere in mano.. ma soprattutto, i mezzi con cui erano state ricavate.. e stiamo parlando di quasi vent'anni fa per ora stacco.. poi proseguiremo. .............................................................................................................................................................. E come promesso... vediamo di portare i remi in barca.. come si suol dire. Scusatemi.. ho commesso un'errore.. al di là che non ho mai usato la brillantina Linetti, il costo della coolpix 3100 era in €.. il resto in lire... Ho fatto una piccola tabella in maniera che si possono confrontare alcuni dati, allora.. come ho già detto, mi è arrivata la 800, simile in tutto per tutto alla 700, salvo che quest'ultima è con un'ottica fissa. Quindi la 800 è la prima compatta a basso costo con uno zoom anche se è 2x, la 950, uscita pochi mesi prima era dotata di un'ottica 3 x, ma era considerata già di livello superiore. Poi sabato scorso alla mattina sono andato in un paese vicino dove una persona mi gentilmente regalato la sua 880, macchinetta interessante per i tempi.. mentre sin' ora erano tutte con un punto di messa a fuoco centrale e... basta.. dalla 990 e la 880 si hanno ben cinque punti selezionabili, una vera rivoluzione, la batteria per la 880 inizia ad essere al litio, ma è opzionale, non ho messo il costo della 990 ma si aggirava sui due milioni... se vi ricordate a che livello erano gli stipendi.. vi potete fare un'idea.. oggi professionali stellari a parte, costano molto meno con caratteristiche allora da fantascienza. attualmente la mia piccola collezione di residuati bellici.. è composta da: 300, 800, 880, 990, e 3100; tutte funzionanti faccio notare che la 3100 fu una macchina del 2003, che segnò un punto di rottura con una discesa notevole dei prezzi di vendita era stata acquistata per mia figlia. a dire il vero.. ho anche una s 10, ma.. mi è stata rotta e ripararla non è affatto una cosa saggia il costo del ricambio, che esiste ancora è stellare. Sono in possesso anche di ben due CD pubblicitari, che illustrano la 950, 700, 775 e la 885 poi, tra l'altro.. ho scoperto che l'aggiuntivo per la duplicazione delle pellicole.. risale a tempi remoti.. come si vede. Nikon ed anche altre case, se vogliamo essere onesti, di strada ne hanno percorsa molta, altra ne faranno.. o meglio si spera. Mi auguro che la cosa vi sia un pochino interessata, non ho percorso la strada delle DSRL... quella.. parte da ancor più lontano.. Modifica dell'ultima ora.. la 300 è stata presentata prima della 100, sia pure di poco tempo ma prima.. quindi ho in casa " La Prima Coolpix della storia Nikon" ovvio che è la prima come modello..
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  25. Dopo diecimila imprevisti sono riuscito a organizzare con un amico una piccola uscita naturalistico-fotografica ad un capanno, dove mi avevano detto che c'era un po' più di varietà rispetto alle solite cince e, se fossi stato fortunato ... anche una sorpresa. Amo gli animali, amo vederli in libertà e li fotografo al meglio che posso, soprattutto per portarmi a casa il ricordo e l'emozione di quell'incontro, e pubblico le foto per condividere queste emozioni, questi ricordi, con chi ama gli animali come me. Fare foto diverse alle vecchie conoscenze è sempre bello, ma fare nuovi incontri è ancora più emozionante! Ecco, per gli amanti del genere, qualcuno degli gli amici vecchi e nuovi che ho incontrato (tutte le foto sono state scattate con la Nikon Z6 ed il Sigma 150-600 f5-6.3 Contemporary): Appena sistemati nel capanno davanti alla piccola pozza, subito una novità, una Balia Nera femmina (Il nome deriva dal maschio che è veramente bianco e nero, la femmina è un po' smorta). Cince bigie, Cinciallegre, Cinciarelle non si contano, formano una chiassosa brigata che mette allegria, starei a vederle per ore, ma le ho fotografate già tante volte, per cui ho dedicato a loro solo qualche scatto quando ho visto scenette simpatiche, ve ne propongo uno solo: Ma insomma, non si può fare il bagno in pace! Indaffaratissimo, il Picchio Muratore corre su è giù per i tronchi. Il Picchio Rosso Maggiore, metodico, ispeziona tutto il vecchio tronco. Bellissimo, un maschio di Codirosso Comune, non l'avevo mai fotografato come si deve! A me piace inquadrarlo così: Per chi preferisce invece ritratti più stretti metto un crop (l'unico di tutta la serie). Sorpresa, arriva un giovane scoiattolo assetato. Doppia sorpresa c'è anche il fratellino, più scuro, direi che i due sono quasi agli estremi del range della variabilità di colore dello Scoiattolo Europeo. Normalmente è solo in alta montagna che se ne trovano di più scuri. Probabilmente sono in cerca di un territorio libero dove insediarsi. Ho fatto veramente tante foto, in condizioni di luce diverse, anche ad altri uccelli, ma mostrarne altre qui sarebbe troppo, le farò vedere un'altra volta. Ora veniamo al piatto forte: Ad un certo punto della giornata spariscono tutti, di colpo. Ed arriva lui, lo Sparviero. E' così bello che mi sarebbe bastato il solo vederlo, ma... comincio a scattare ! Si posa e si guarda intorno più volte, Sembra sapere che ci sono. Ma non gli interessa. Non resisto e faccio un ritratto stretto a 600mm. Purtroppo il bosco e fitto e gli ISO tanti. Si rilassa e si concede un bagno. Una scrollata finale. Un istante dopo è già su un ramo, da cui si involerà subito, scomparendo nel bosco. Io, dopo giornate come queste sono contento, di più, sono felice. Poche cose mi fanno bene come stare nel bosco (nella palude...) con gli animali! Silvio Renesto
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  26. Qualche scatto di una estate a rate. In sequenza: Appennino Parmense, Dolomiti Ampezzane, Alpi Apuane, Dolomiti di Brenta.
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  27. Tutto comincia da questa domanda: Il perchè è presto detto: per una persona di 55anni come me, passata acusticamente dall'ascolto della musica dai mangiadischi e mangiacassette dell'infanzia, al Lesa della mamma,per poi transitare all'HiFi degli anni 80 con giradischi e testine americane, come le mie Stanton, a proseguire con la rivoluzione digitale del gira CD Philips e proseguendo con la smaterializzazione del concetto elettrico fino ad arrivare alla musica liquida attuale contenuta in un lettore portatile che legge formati audio fino a poco tempo fa per me sconosciuti, leggere su un diffusore acustico nuovamente un marchio come questo mi ha prodotto uno sfasamento spazio/tempo nel quale l'iniziale diffidenza verso il nuovo modo di poter godere della musica (detesto le cuffie ed ogni auricolare per quanto leggero o performante sia) si è convogliata verso un'accettazione agevolata da un marchio, garanzia di ...sensazione fisica di pressione sonora, fin dal 1962 (come si legge sul frontale), quasi coetaneo quindi alla mia nascita ! E dopo aver letto del test di Florestan del modello di punta di questi diffusori, mi è punta subito vaghezza di poter provare anche il più piccolo, agevole per dimensioni e prezzo di questa nutrita serie di diffusori Marshall, alcuni anche wi-fi, altri come questo bluetooth o wired, distribuiti in Italia da Mtrading a cui ho quindi chiesto di poter provare il Marshall BT ACTON II mobile contenente un woofer e due mid-tweeter, amplificati, dotato sulla plancia comandi di tre semplici quanto eleganti potenziometri per volume, bassi ed acuti, affiancati a sx dalla presa jack da 3,5 di ingresso e dall'interruttore per shiftare dal funzionamento wired a bluetooth, a dx dal tasto play/pause e dalla leva di accensione, all'attivazione della quale un tono di conferma differenziato, permette di capire di aver acceso o spento. dimensioni davvero contenute da 26x16x15cm ed il peso inferiore ai 3 kg, nonostante l'eccellente qualità costruttiva del mobile e di ogni particolare, anche dei più nascosti e potenzialmente trascurabili, ne consentono una facilissima collocazione in ogni parte della zona di ascolto, che proprio per questo motivo, nel periodo in cui ho avuto modo di provarlo, è cambiata spesso, osservare la risposta del diffusore alla risonanza delle varie superfici su cui l'ho collocato anche delle più impensabili... ma che in funzione del target di clientela per questo apparecchio, possono dover esser prese in considerazione. Ho utilizzato l' ACTON II sia in bluetooth, attraverso le applicazioni del mio smartphone, piuttosto che quelle Marshall, un pò lente alla risposta, sia wired dove indipendentemente dalla qualità del cavo di connessione ciò che dà vantaggioè di certo la stabilità della trasmissione rispetto al Bluetooth, che a seconda della sorgente utilizzata, mi ha fatto riscontrare delle differenze notevoli di segnale, evidentemente indipendenti dal ricevitore del Marshall, quanto invece dalla qualità del trasmettitore, smartphone o tablet che fosse. La caratteristica che pare accomunare tutti questi Marshall sembra essere la forte presenza nella gamma bassa e dei mediobassi, specialmente se agevolata dal genere musicale ed io ho utilizzato prevalentemente e con grande soddisfazione musica della sua epoca, come rock, reggae, jazz e molto meno pop e sinfonica, generi con i quali, per le caratteristiche di emissione proprie di questa configurazione, questo diffusore non può trovarsi sufficientemente ...attrezzato. Del resto, chi acquisti per la cifra richiesta un Marshall Acton II, ritengo desideri conferire proprio quella "presenza" ai file audio, magari prevalentemente poco nobili come mp3 e 4, residenti nel proprio device, piuttosto che attrezzarsi con gli stessi brani musicali in formati come il FLAC, che necessitino di una risposta in frequenza più estesa ed omogenea di quella garantita da questo diffusore, per poter estrinsecare il proprio potenziale. E avrebbe fatto la scelta giusta perchè è proprio sulle opportunità mediocri di uno smartphone qualunque collegato a YouTube o altri fornitori di musica liquida che si manifesta l'immediatezza e la collaborazione del Marshall con le esigenze mordi e fuggi di uno o più utilizzatori che si avvicendino in collegamento alternato con il diffusore, ognuno con la sua musica immediatamente disponibile. Ovviamente questo taglio di risposta del bass-reflex si accentua con un posizionamento accosto a pareti di fondo o su superfici non particolarmente rigide, come l'impiantito di legno di un soppalco, piuttosto che su di un piedistallo per diffusori o una superfice rigida in marmo o ceramica. La direzionalità di ascolto non è eccessiva, per le caratteristiche di filtratura degli altoparlanti cui è demandata la parte medioalta ed alta dell'emissione: il potenziometro del volume sembra essere un attenuatore, per cui ho preferito tenerlo al massimo quasi sempre, per regolarne la gradualità dal device (specie in bluetooth, sfruttando la possibilità di farlo a distanza). Lo stupore di mio figlio di 16 anni non ha prezzo, quando me l'ha visto in casa: papà...è davvero un Marshall ? mi ha chiesto... Evidentemente il marchio è ancora qualcosa che conti, anche per queste nuove generazioni che sembrano essere incuranti della qualità, piuttosto che della quantità. Grazie ancora agli amici di che ci hanno concesso anche questa esperienza. Max Aquila photo (C) 2019
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  28. Vengo da lontano e mi ha sempre fatto compagnia la musica, dovunque mi trovassi, qualunque essa fosse, non necessariamente la Mia musica. In una simile condizione immaginerete che io sia sempre andato in giro, per città, monti e per valli con le cuffie alle orecchie, per consentirmene l'ascolto, vero? E invece no: detesto la costrizione imposta da ogni cuffia, quella di trovarsi con una struttura addosso, in testa, in giro (vale anche per gli occhiali). Ma in cuffia ho ascoltato tanto, per necessità, per non disturbare, fino dalle origini della mia passione di ascolto della musica: a casa. Da un decennio vivo da solo, quindi il problema non si è più posto, ma grazie a questo sito e alle sue recensioni sia della Musica sia degli attrezzi che ne consentono l'ascolto, mi è tornato il desiderio di provare e grazie ai suggerimenti di Florestan, mi sono procurato due cuffie poco più che entry level per i rispettivi marchi, ognuna delle quali rappresentativa di un percorso per le due Case. La AKG K240 mk II e la Sennheiser HD599, che si differenziano peraltro nella fascia di prezzo, inferiore ai 70 euro la prima, attestata oltre il doppio, la seconda. Si tratta di due modelli semiaperti e cablati, di impostazione differente: da studio, operativa, la AKG, più strutturata e definita nei padiglioni la Sennheiser che sconta in partenza un peso superiore di poco (250g senza cavo contro i 230 dell' AKG) ma che per materiali e costruzione, dà l'impressione di essere ben più pesante. La dotazione di entrambe è simile, si tratta di modelli con cavo sostituibile e vengono vendute con doppio cavo a jack e minijack (6,3 e 3,5mm), diversificati per l'attacco alla cuffia, un mini XLR nella AKG, molto ben realizzato, con pulsante di sblocco e pin dorati mentre nella Sennheiser troviamo un mini jack TRRS da 2,5mm munito di specifica baionetta di bloccaggio (più difficile da trovare per eventuale sostituzione con cavi più performanti) ugualmente curato nella doratura, un pò meno per la precisione del bloccaggio/sbloccaggio. Per entrambe, come detto, un secondo cavo che nel caso della Sennheiser è anch'esso liscio, ma con jack da 3,5mm (però da soli 1,5m), mentre per l' AKG è spiralato ma sempre con mini jack, pensando la K240mkii probabilmente incline anche ad un utilizzo itinerante e dedicato a smartphone o DAC. Ovviamente presenti i rispettivi gli adattatori di formato. Nella AKG anche una coppia di cuscinetti di ricambio per gli auricolari, spugnosi in velour, insieme a quelli in similpelle premontati Cominciamo proprio dalla mia prima AKG: Semplice ed elegantenella sua struttura essenziale: l'archetto e velocissimo e auto regolante sulla testa, gli auricolari cardanici si orientano orizzontalmente e verticalmente consentendo il massimo dell'adattabilità ai miei sensibili, delicati ed intolleranti, padiglioni auricolari. La similpelle dei tamponi non dà sensazione di eccessivo calore, all'inizio dell'ascolto, ma di naturalezza di contatto. Le cuciture non interferiscono mai con la mia pelle, schiacciando gli auricolari contro le orecchie non si produce una significativa sensazione di maggior chiusura: ergo, la pressione del sistema sulle tempie è esattamente calibrata. Bella estetica col blu cobalto a contrasto col nero e gli ologrammi delle scritte sui tondini ai lati dell'archetto. Decisamente una cuffia da tirarsi sulla testa, senza tanto pensare a sistemarla e clamparla al device origine del suono: DAC, mixer, smartphone che sia. Metto su musica leggera (De Gregori, Rimmel) e la voce di Francesco si allinea tra chitarra e tastiera, aumento il volume subito, si... ecco che arriva la batteria e resta ben simmetrica al resto, ma rullante e tom, quando sollecitati si presentano a esigere il conto, diventando protagonisti. Aumento ancora il volume e mi aspetto alterazioni che non arrivano: resta tutto in linea. Bene. Cambio genere e voglio restare selettivamente sul pianoforte di Keith Jarrett nel Koln Concert II parte percepisco esattamente la sensazione precedente di neutralità e assenza di protagonismo della scena: ho eliminato la voce e rimango sullo strumento, la percussione delle dita di Jarrett è percepibile ma non in maniera ossessiva, come pretenderei: i grugniti durante l'esecuzione si sentono lontani. La musica è il messaggio, qui non si fanno prigionieri, non ci sono eroi.... Del resto la risposta in frequenza me lo suggerisce, come queste cuffie siano orientate a stazionare per ore su orecchie e tempie dell'ascoltatore e quindi vogliano fare senza strafare, indipendentemente dal prezzo di acquisto. Alzo il tiro e passo sul mio Topping DX7s, Blue Interlude del Wynton Marsalis Septet con l'inseguimento tra fiati dell'ultimo brano, "Something it goes like that" dove tra intermezzi e preludi cadenzati da contrabbasso e spazzole del batterista, i due sassofoni, dominati dalla tromba di Wynton e dal trombone irridente, si alternano nelle AKG K240 mkii con ritmo ma lasciandomi la sensazione che ...debba ancora alzare il volume: ideale, ...se fossi un DJ che nel frattempo deve fare altre quattro cose con le cinque mani residue... Non trovo grande spazialità, tantomeno separazione dei canali. Ma una prestazione ineccepibile per la classe di appartenenza di questa cuffia. Voglio riascoltare le percussioni e la voce: Bob Marley, "Three little birds" da Exodus rattatttattatttta... reggae, respiro, messaggio: don't worry about anything, le AKG parlano ma non vibrano.... sono fedeli e non offendono l'orecchio neppure nel graffiante basso iniziale del brano che dà il nome all'album più celebre del giamaicano. Continuo ad alzare il volume per trovare la voce, sempre arretrata in queste cuffie, senza trovare il limite di tolleranza etico, impostomi dall'apparato uditivo.... movement for jah people, insomma... Ora... passiamo alle HD 599 Non sono imparziale: le mie prime cuffie serie da ragazzo, quarant'anni fa furono le Sennheiser 414x... Queste HD599, esteticamente come dice mio figlio di 17 anni, sembrano antiche e non posso dargli torto, beige su marrone e con il vellutino dei padiglioni tanto invernale all'apparenza, quanto...dopo le prime due o tre mezzore di ascolto. Tanto quanto la AKG si tira su in testa senza starci a pensare, questa Sennheiser va modellata sull'orecchio quanto l'impugnatura della racchetta sul polso di Ivan Lendl al momento della preparazione del servizio (si, sono antico anch'io...) Del resto i padiglioni non sono cardanici come quelli della AKG ma consentono solamente una regolazione verticale sull'orecchio. archetto superiore...ben presente, ma altrettanto ben imbottito, fa da cassa armonica alle estroflessioni dei trasduttori nelle orecchie: poco stabile, fa pensare che questa cuffia possa essere unicamente utilizzata a casa, davanti all'impianto origine, ben seduti e organizzati all'ascolto. Del resto l'esperienza acustica che me ne deriva è radicalmente differente da quella appena fatta sull' AKG a parità di brani. Rimmel parte con la tastiera che pare amplificata quasi fosse un organo e la voce di De Gregori che appare subito dopo, prende immediatamente il sopravvento sulla scena acustica. Eppure la risposta in frequenza mi evidenzia una maggiore presenza rispetto all'austriaca ascoltata prima solo sulle frequenze più basse e si sovrappone quasi sulle medie: eppure... Sarà l'aria, sarà l'acqua, sarà...il caffè...ma ogni colpo di tom sembra provenga da subwoofer JBL sotto la mia scrivania, invece che dai trasduttori delle mie nuove Sennheiser ! Vado a Colonia da Keith e nella parte IIc del suo Concert , o della speranza, trovo i tasti neri e quelli bianchi fondersi sotto la fatica di una jam session straordinaria tanto nel 1975 quanto fino ad oggi dentro le mie cuffie del Mulino Bianco (gli stessi colori, no?) Saltano argentine dalla mano destra alla sinistra reiterante. Un'altra esperienza, senza dubbio. Lo ascolto fino alla conclusione, perchè poi per anni di nuovo dimenticherò di ricordarmene, quindi...ne approfitto adesso. Marsalis è tronfio, sa di essere il mio trombettista preferito degli ultimi trent'anni, anche se del black power ha mantenuto una parvenza più alla Denzel Washington che alla Ray Charles, ma le atmosfere da interludio blu del brano che dà titolo al suo album del 1992 mi fanno tornare proprio a quegli anni newyorchesi alla Spike Lee, alla quale ispirazione antrambi attingono a piene mani: ecco le HD599 mi fanno pensare al luogo e non agli strumenti che si avvicendano su piani tridimensionali della scena acustica, e se aumento (come faccio ugualmente) il volume, la cornetta a sinistra ed il charleston a destra mi trapanano i timpani, dicendomi....: SI... ANCORA !!! Natural Mystic di Marley arriva minaccioso fino alle bacchette della batteria che spaziano il reggae dello speech di Bob: la testa si muove a ritmo, assertiva come lui: senza bisogno di fumo. La vera droga è la Musica, il Ritmo, la Struttura. Torno su Exodus brano: everything it's allright... Stereofonia, alternanza, tridimensionalità: sarà che la Sennheiser costa il doppio della AKG? Boh... io non me la riesco più a levare dalla testa... Insomma...e qui il suo peggior difetto, oltre a quelli più evidenti dalle frequenze medie verso le alte, nelle quali qualcosa si impasta...ma stiamo appunto parlando di strumenti dal prezzo davvero basic. Il difetto delle HD599 è che fanno male alle mie orecchie, dopo un'oretta di ascolto me le sento costrette, proprio come odio sentirmele trattare: ma il tattaratatta di Jamming, vale questo ed altro. Guariranno ... Max Aquila photo (C) 2021
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  29. Chopin : Studi Op. 25, 4 scherzi Beatrice Rana, pianoforte Warner Classics, 24 settembre 2021, HD,via Qobuz *** Riconosco a Beatrice Rana una qualità unica per la sua generazione. Non è la tecnica solida e assoluta di cui è dotata, né il piglio deciso o il coraggio artistico. E' la maturità con cui affronta la musica che interpreta che la fa sembrare una pianista molto, molto più matura. Sarebbe facile affrontare gli studi Op. 25 (ok, è Chopin, non è Brahms e non è nemmeno Shostakovich) con virile veemenza, spazzando via pagine e note con la forza della gioventù. Tutta un'altra cosa però dire la propria con personalità, con un taglio originale e riconoscibile. In una parola con una maturità artistica sempre più difficile nel mondo di oggi dove gli interpreti girano come trottole per i teatri e le sale senza avere il tempo di smaltire nemmeno il jet-lag. Soprattutto considerando la sua età. Qualcosa che riconosco in ogni performance di questa pianista. Anche quando, come è in questo caso, il disco mi convince solo a metà. Insomma, cercherei questa quasi definitiva visione in Horowitz o in Richter, ma siamo ancora qui per maturare e crescere, nella vita come nella musica, no ? Oppure sono io che probabilmente cerco ancora il guizzo prima della parola fine. Probabilmente la spiegazione me la da la stessa interprete nelle sue parole nelle note di copertina, che riporto, tradotte dall'inglese : “Il mio rapporto con Chopin è iniziato relativamente tardi – il mio maestro, Benedetto Lupo, non ha voluto farmi conoscere il compositore all'inizio dei miei studi. All'epoca ero delusa e frustrato, ma ora posso capire il suo ragionamento. Ho iniziato a suonare i Preludi a 16 anni, e affrontarli prima di allora non sarebbe stato giusto per me. Chopin è riservato, visionario e misterioso – non certo un compositore facile da affrontare per gli esecutori, che richiede una grande quantità di preparazione e una ricerca approfondita. Ci sono elementi romantici nel suo lavoro, ma non è mai dolce o zuccherino: ha una potente sostanza musicale, persino feroce in alcuni punti". Ecco 16 anni forse erano ancora troppo pochi. E forse lo sono anche 28 per chiudere un discorso di questa portata. Che si potrà trovare da dire nei prossimi trenta anni ? Non si prestano a critiche ma molto meno "definitivi" i più complicati Scherzi, composizioni più difficili da capire ed interiorizzare su cui ci sarà tempo in futuro. Sarà magari la scusa per ripetere una prova già magistrale, forse troppo. Registrazione eccellente, senza ombre.
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  30. Ciao a tutti, ho fatto qualche foto ai nipotini per provare la resa dello Z 85mm f1,8 S. Fatte in casa a luce ambiente, a mano libera. Alcune a tutta apertura, altre a 2,8, un paio a 5,6 per disattenzione...tutte con messa a fuoco automatica sull'occhio in AF-C...
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  31. Ciao a tutti, vorrei condividere con voi alcune considerazioni, in particolare sulla Z50 ma non solo...Presa a marzo di quest'anno, devo riconoscere che inizialmente l'ho un pò snobbata...l'avevo presa per avere qualcosa di veramente leggero da utilizzare nelle escursioni o trekking (pensando però che durante i viaggi avrei continuato ad usare la D4) e anche per fare un primo assaggio del mondo mirrorless, in previsione di un eventuale successivo passaggio a Z. Sono sempre stato sostenitore del mirino ottico, e questo era l'ostacolo maggiore da superare, mentre per il resto le mirrorless mi attiravano. Da poco, come alcuni di voi già sanno, mi sono deciso a fare il passo: ho venduto la D4 e la D500 insieme ad alcuni obiettivi molto belli ma che di fatto non utilizzavo, ricavando un gruzzolo che ho in parte investito prendendo la Z6II nuova insieme a 14-30 f4, 24-70 f4 e 85 f1,8 usati come nuovi con 4 anni di garanzia. Da poco ho fatto una vacanza in giro col camper senza uscire dalla mia isola, la Sardegna, e non avevo ancora ricevuto la Z6II, perciò mi sono portato dietro la Z50 col 16-50, il 50-250 e il 10-20 AF-P montato sul FTZ. Inizialmente abbiamo visitato la galleria di Porto Flavia a Masua, una galleria che fù creata per il trasporto del materiale estratto nelle vicine miniere con un particolare sistema di silos e tramogge, permettendo lo scarico del materiale su navi che si posizionavano davanti allo sbocco a mare della galleria....in rete troverete sicuramente molte informazioni, per chi fosse interessato. La galleria è molto buia, ciononostante qualche foto decente (perlomeno a livello di ricordo personale) sono riuscito ad ottenerla. Successivamente abbiamo goduto il mare lungo la costa occidentale sarda, nella penisola del Sinis e nella zona di Bosa. Questa foto è stata ripresa dalla Torre Argentina, poco a nord di Bosa, e si vede la torre di Bosa marina, e sullo sfondo Cuglieri col suo caratteristico Duomo che svetta sul paese e dietro le montagne del Montiferru, interessate dal recente disastroso incendio. La foto non è granchè interessante, ma sono rimasto stupito dalla resa del 50-250 a distanza così elevata, certo era una giornata particolarmente tersa ma sono almeno trenta km in linea d'aria... Ho iniziato ad utilizzare l'app Snapbridge, inizialmente per avere i dati GPS di posizione nelle foto...poi giocando ho scoperto che è possibile comandare la fotocamere dal cellulare il cui schermo mostra ciò che viene inquadrato.... Panoramica di 4 scatti verticali ripresi col 10-20 a 20mm uniti con Phomerge di Photoshop Mi è piaciuta sopratutto la praticità e la leggerezza, e la resa mi sembra più che dignitosa, perlomeno in condizioni di luce normale; poi mi piace moltissimo la silenziosità già ottima con l'otturatore meccanico e pressochè assoluta con quello elettronico. Nel camper mettevo la Z50 a caricare col cavetto Usb riponendola in una mensolina dove si incastra perfettamente...
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  32. HIFIMAN Deva è il secondo modello di cuffie bluetooth del marchio, dopo Ananda. Si avvale dello stesso approccio e punta alla flessibilità di impiego, potendo essere utilizzata in ogni campo : via cavo, con il collegamento tradizionale ad un amplificatore per cuffie via cavo USB come periferica collegata ad sistema pc/Mac wireless, collegata in Bluetooth 5.0 l'opzione bluetooth va in scena grazie ad un dongle aggiuntivo che sostituisce fisicamente il cavo audio tradizionale ed integra la porta USB che funge anche da ricarica, oltre ai comandi di connessione. E fin qui niente di straordinario. Ma quando aggiungiamo che si tratta - come gli altri modelli premium di HIFIMAN di un modello planare che utilizza la nuova versione del diaframma "supernano" per i suoi driver circolari e guardiamo il prezzo richiesto, sostanzialmente entry-level per il listino HIFIMAN, allora possiamo anche chiamarlo miracolo. Peraltro, mentre Ananda BT non ha opzione di collegamente fisico via cavo analogico, mentre Deva si, per tutti i casi in cui non c'è la possibilità di sfruttare una connessione wireless o per quando vogliamo gustarci il suono di un amplificatore analogico. Sostanzialmente Deva si inserisce sotto a Sundara e sostituisce idealmente la gloriosa HE-400 almeno in termini di prezzo di acquisto e di segmento. Ma con una flessibilità di impiego sostanzialmente migliorata. Ricordiamo però che Sundara e HE-400 di listino facevano 450 euro salvo promozioni in corso, mentre le Deva partono da 349 euro. Caratteristiche di base : cuffie ortodinamiche a diaframmi planari, circumaurali, aperte impedenza :18 Ohm peso : 360 grammi sensibilità : 93.5 dB innesto cavo separato TRRS 3.5 mm il dongle Bluemini aggiuntivo integra in appena 25 grammi di peso un ricevitore Bluetooth, uno USB con ingresso di tipo C, un DAC e un amplificatore da 230 mw, oltre alla batteria in grado di assicurare circa 7-10 ore di impiego pratico. La decodifica avviene fino a 192 KHz/24 bit via USB e 96/24 via BT. Il chip impiegato è un Qualcomm CSR8675. Dal sito HIFIMAN, il diagramma del nuovo sottilissimo diaframma (comune con altre cuffie di fascia superiore dell'ultima generazione di HIFIMAN) dettagli del Bluemini, il dongle responsabile di tutta la parte wireless delle HIFIMAN Deva. Integrazione di livello assoluto a testimonianza dei soli 25 grammi complessivi di peso, connessione e involucro plastico compresi. Unboxing : La classica scatola nera HIFIMAN, molto solida che sia di fronte che dietro riporta le novità del "pacchetto", come la ricezione Bluetooth e la relativa codifica. Anche nell'interno la confezione è premium, analoga a quella delle HE-400 la cavetteria disponibile (cavo audio con jack adattatore da 3.5 a 6.3mm, cavo USB morbido USB-A/USB-C da 2 metri) e il dongle che rende "attive" le cuffie il manuale dell'utente l'estetica si rifà nei colori a quella delle HE-1000 ma la forma dei padiglioni e la meccanica è analoga a Sundara ed HE-400. L'uso della finitura argento e nocciola certamente le rende moderne e vivaci. i padiglioni sono articolati con un giunto cardanico che rende mobile quanto basta il tutto perchè siano comode da indossare. L'archetto è morbido, imbottito e ben robusto. Se vogliamo trovare un appunto da fare ... le viti a vista. Che però rendono comodissima l'eventuale sostituzione di una parte danneggiata. sono cuffie aperte, ovviamente, come tutte le planari di questa serie e la parte esterna del padiglione è ben protetto da una griglia metallica a nido d'ape. il marchio DEVA è orgogliosamente esibito come negli altri modelli HIFIMAN. alla massima estensione della regolazione dell'archetto. A prova di teste "importanti". l'interno è morbido a contatto con la pelle. Il materiale sembra adatto anche ad usi prolungati. Io le ho usate mentre facevo una pedalata, senza sudare. Notate la lettera che evidenzia il canale Sinistro e ancora lo snodo cardanico dell'archetto. da quella scanalatura (sotto la lettera L) passa il cavo di collegamento all'altro padiglione. E' ben recesso quindi non prevedo che possa in qualche maniera essere danneggiato nell'uso. sempre nel padiglione sinistro l'unica connessione esterna, utilizzabile sia per il collegamento via cavo all'amplificatore che per inserire il dongle ancora l'esterno con il dongle montato, questa volta l'altro lato la parte di connessione, i led di conferma, i tasti di controllo Nel complesso l'impressione è ottima. Appena sotto, come costruzione, alle altre cuffie HIFIMAN che conosco, tipo Sundara e HE-400, ma comunque di livello superiore alla media delle cuffie di altri produttori. Se in passato HIFIMAN è stata criticata - non per il suono dei suoi prodotti ma - per la costruzione e i dettagli, già con la V2 della precedente generazione e con le nuove cuffie a partire da Sundara, le cose sono nettamente migliorate. Ricordiamoci sempre il prezzo di acquisto che per un paio di planari con il Bluetooth, potrebbero far lievitare il prezzo ad altri livelli ... Se posso fare solo un piccolissimo appunto, va all'adattatore jack da 6.3mm, benchè perfettamente funzionante, si innesta a pressione ma resta un pò staccato ed è poco pratico poi da sfilare. In altri modelli ho sempre apprezzato quello avvitabile. Ma è una cosa di poco conto. Misura : Collegate all'amplificatore dopo un breve ascolto per farmi un'idea, ho approfittato per misurare la risposta in frequenza utilizzando le mie "orecchi" miniDsp : la risposta mi ha subito confermato quanto il primo ascolto mi stava anticipando. Una resa molto completa per tutta la gamma, con un basso molto articolato, un medio molto chiaro e una gamma altissima per nulla aggressiva. risposta in frequenza pilotando le cuffie con il preamplificatore Audio-GD R28 ma la vera sorpresa è stata la misura impiegando la connessione USB-C via dongle HIFIMAN. Considerata la differenza di potenza in gioco (il mio amplificatore spara fino a 7.5 Watt su 32 Ohm, mentre qui abbiamo 230 mw), sinceramente non mi aspettavo di vedere quasi una fotocopia : risposta in frequenza pilotando le cuffie con il preamplificatore Audio-GD R28 (in rosso) e pilotando le cuffie con il dongle in dotazione, collegate al mio pc via USB-C (in verde) al netto delle differenze indotte da errori di misurazione, noto un leggero vantaggio sul basso nella misura con l'amplificatore desktop (in rosso) rispetto all'amplificatore del dongle (in verde) che si rifà invece allineando perfettamente l'attenuazione che invece vediamo nella risposta con l'amplificatore tra i 1500 2 i 2000 Hz, una sezione molto importante della gamma audio. Insomma, vuoi per l'ottimizzazione studiata dai tecnici, vuoi per la bassissima impedenza di queste cuffie, quell'affarino da 25 grammi riesce a far brillare delle cuffie che rispetto alla media hanno una sensibilità piuttosto bassa. Comfort : Pesano pochi grammi meno delle Sundara e la conformazione è simile. I padiglioni sono più comodi di quelli delle HE-400 ma non quanto quelli, più grandi delle Sundara. Con il Bluemini installato, anche se pesa solo 25 grammi, si sente lo sbilanciamento sull'orecchio sinistro. Ma non è un disagio insopportabile, dopo un pò non ci si pensa più. La pressione sulla testa e sulle orecchie non è impegnativa anche per lunghe sessioni di ascolto. In wireless non ci sono problemi anche muovendosi liberamente. I controlli sono facilmente accessibili ed è piacevole il suono di conferma. I pulsanti sono due, uno, più grande, serve per accensione, spegnimento e accoppiamento Bluetooth. Quello più piccolo vicino alla presa USB serve invece per attivare la ricarica. Perchè lasciando semplicemente collegate le cuffie la ricarica non si attiva. E naturalmente non si ricaricano mentre stanno suonando. Bella ed elegante con le sue tonalità a contrasto, calando la luce assume una forma più scura e ben si intona in un ambiente rivestito di legno in un contrasto tra hi-tech e stile. Un applauso ai designer HIFIMAN. Prova di ascolto : Ho ascoltato a lungo queste cuffie, sia in connessione analogica che in via USB che in Bluetooth. E poi ho voluto confrontarle, per dare un'idea a chi mi legge, con due cuffie molto differenti. Le mie Arya, modello HIFIMAN di fascia alta, il mio riferimento, e le AKG K712 Pro, cuffie di tipo monitor professionale, dinamico che all'epoca del lancio erano da considerare di fascia superiore, seppur di poco, alle Deva. Dico subito che l'impostazione del suono mi ricorda tanto le HE-400i V2 che ho avuto fino ad inizio anno. Il corpo sulla gamma bassa c'è tutto, così come l'estensione ben articolata. Il medio è chiaro e ben delineato mentre le alte e le altissime frequenze non sono mai fastidiose. Se vogliamo non c'è alcuna enfasi su nessuna gamma sonora ma il suono che ne esce è raffinato, chiaramente da sistema planare e mi piace più, nel complesso, delle Sundara che ho provato l'anno scorso. Dove quelle sono asciutte e necessitano di una discreta equalizzazione per equilibrarne il suono, queste sono già ottime come escono dalla scatola. La scena sonora è buona e non c'è quel fastidioso effetto di suono dentro alla testa. Non siamo a livelli di tridimensionalità esagerati ma direi che ci siamo. E molto bene. La gamma media, come dicevo, è dolce ma chiara, non ci sono tentativi furbi di addolcirla. Anche il volume prodotto è più che sufficiente e con la media delle registrazioni che ho usato, non c'è stato bisogno che raramente di andare oltre metà volume. Avendo abbastanza corpo sonoro da ... non poterlo sopportare a lunghissimo. Le voci femminili ben registrate mi pare che abbiamo tutto da guadagnare da queste cuffie. Come sapete, io ascolto al 99% musica classica ma queste cuffie vanno praticamente bene con ogni genere. Ma anche in impieghi meno "nobili" tipo Skype, i videogiochi con effetti sonori, i film, l'equilibrio di fondo, senza enfasi eccessive ma anche senza carenze di gamma, permettono una fruizione sempre adeguata alle aspettative. La batteria di ascolto che vede al confronto HIFIMAN Deva, AKG K712 Pro e HIFIMAN Arya. HIFIMAN Deva : L'ultimo disco di Silje Nergaard (jazz-vocal) mette in grandissima evidenza la voce della cantante ma con il pianoforte ben presente. Meglio ancora nel disco con accompagnamento ritmico del 2000 "Port of Call", dove la voce si evidenzia su un bel basso e sotto all'accompagnamento ritmico. AKG K712 Pro : pianoforte molto freddo ma realistico, si sente il respiro tra una frase e l'altra. Siamo all'apoteosi del suono "monitor" così come concepito da AKG. Nel trio, finalmente c'è basso serio mentre la voce "impertinente" di Silje sovrasta rullanti e piatti. La più interessante performance delle K712 in questa prova d'ascolto. HIFIMAN Arya: Più dolce delle altre, basso esteso fino all'estremo ma meno pieno delle altre due. Lei però è da baciare ! Sibilanti che nelle altre due cuffie non ci sono. HIFIMAN Deva : Mark Knopfler non si fa tanto desiderare e dopo l'ingresso con la chitarra c'è la sua voce roca. Viene voglia di alzare il volume. E' un disco del 1985 ma molto ben registrato (e qui rimasterizzato). Bassi, medi, alti, perfettamente calibrati. Non si riesce a smettere di ascoltarlo AKG K712 Pro : meno coinvolgente nel complesso ma la voce di Knopfler è più separata dal resto, percussioni in grandissima evidenza, chitarra ancora di più. Il suono è freddo, diverso, non necessariamente spiacevole. Una interpretazione diametralmente opposta. HIFIMAN Arya: Brothers in arms, dolce e morbida con la ritmica alta sulla testa. Suono compatto, denso, convincente. HIFIMAN Deva : Il violino milanese Testore del 1751 che suona Franziska Pietsch ha una voce metallica, fredda che contrasta molto con i toni mediterranei della sonata per violino di Ravel. Il pianoforte che l'accompagna è meno brillante perchè suonato in modo da non sovrastare il violino. AKG K712 Pro : resa simile ma devo alzare il volume per sentire lo stesso equilibrio. Il violino è più chiaro, meno metallico, più in evidenza. Però il suono è elegante, leggero. HIFIMAN Arya: anche qui il violino non è metallico come con le Deva, anzi, è dolce, e il pianoforte è dolcissimo. Il suono è veloce, delicato. HIFIMAN Deva : L'ultima follia di Teodor Currentzis e la sua visione della Quinta Sinfonia di Beethoven. Equilibrio tonale perfetto con evidenza di bassi e un pieno orchestrale maestoso. Buona l'estensione della scena sonora verso l'esterno. AKG K712 Pro : c'è meno impatto sebbene il volume sia più alto. La tessitura dei violini però è precisissima, così come le armoniche superiori dei fiati. E come se ci fosse una lente di ingrandimento sulla parte destra delle spettro e quella sinistra fosse un pò compressa. HIFIMAN Arya: suono ampio, da sala da concerto, senza essere artificiosamente spettacolare. Nel terzo movimento si sente ogni singolo strumento. HIFIMAN Deva : Il Bach "spectacular" di Ton Koopman in edizione 96/24 è brillante, chiaro, veloce. Si vorrebbe forse un pò più di pedale ma quello non manca certo nella Passacaglia in Do minore che chiude il disco. AKG K712 Pro : Il basso c'è ma è indietro. Invece è presente l'altissimo. Il suono è squilibrato e si vorrebbe intervenire sull'equalizzatore. Solo che per evitare ogni forma di contaminazione ho voluto fare questo confronto senza alcun filtro in mezzo, usando direttamente il driver audio corrispondente. HIFIMAN Arya: Eccellente l'organo, il basso c'è ma è il pieno che evidenzia uno spessore concreto in cui si sente ogni singola voce. HIFIMAN Deva : Chiudo con A star is born di Lady Gaga. La chitarra è qui da qualche parte. La voce dell'insospettabile Bradley Cooper mi sembra un filo troppo nasale, un pò sbilanciata sui medio-alti. Lady Gaga è perfetta, emozionante, con un filo di eco e il violino di sottofondo. Basso privo di code e di riverberi. E lei sale sulle scale verso il cielo. AKG K712 Pro : Shallow è meno emozionante, più monitor con le AKG. La chitarra è chiara, la voce di Bradley più sottile più di gola. Lady Gaga si stacca dal resto della musica. Ma è indietro rispetto a prima. E ancora il resto è tutto più sottile. HIFIMAN Arya: la scena è lo stadio, larghissima, ampia, aperta. La voce di Bradley finalmente quella che ricordavo nel film. La chitarra non così in evidenza ma delicatissima, insomma non sfigura con Lady Gaga che quando entra strappa i dovuti applausi. Anche qui, lei può cantare quanto più in alto vuole, Arya la segue anche più su. Le due voci insieme sono ben amalgamate. Tirando le fila e con la naturale soggettività di un confronto del genere posso dire che le HIFIMAN Deva offrono una prestazione equilibrata in ogni tipo di musica, con un suono che tende al pieno, privilegiando basso e medio, con le altre non troppo evidenti e sempre senza sibilanti. La performance è più accattivante di quella della K712 di AKG che hanno proprio una impostazione differente, con il medio indietro e l'alto crescente. E' il suono monitor mitteleuropeo, pensato per non appesantire l'udito in sessioni di lavoro/ascolto, lunghissime. Rispetto alle Arya - che ricordiamo, costano 5 volte tanto - sono sulle prime più spettacolari e più accattivanti. In una commutazione rapida potrebbero spesso piacere di più. Ma il suono delle Arya è più raffinato per orecchie educate, la trama di medio e alto é di una grana di una classe superiore e il basso è più esteso anche se sembra meno possente. Nel caso dell'organo, per esempio, non c'è confronto. Ma anche nella musica da camera e sulla voce femminile ben registrata. Ma non tutti saranno capaci di capirlo senza un ascolto prolungato. Cosa che promette benissimo per le Deva visto che per comprarle non si deve prosciugare il conto in banca. La cosa sorprendente invece è che nel confronto ho usato l'amplificatore per le due cuffie tradizionali e il Bluemini per le Deva. Ma era la Deva che suonava sempre più forte. Con un filo di corrente queste cuffie si permettono anche di fare la voce grossa. Interfacciamento : Le ho usate con l'amplificatore in modalità ad alta corrente. Neanche una piega (e i watt che è capace di erogare quello sono tanti). Con l'iPhone e con il tablet Android in Bluetooth. Con il computer desktop usando servizi di streaming. Con il Fiio X5 e il suo amplificatore incorporato. Risultano sempre un carico facile capace di suonare forte se si vuole. Credo che non saranno mai un problema per nessuno in nessuna circostanza. Conclusioni : PREGI sono belle e ben costruite capaci di un suono di classe come tutte le planari HIFIMAN sono flessibili, in grado di essere collegate sia con il cavo che wireless sono semplici da usare e non richiedono procedure complesse. Quando si vuole ascoltare musica sono li pronte ad accontentarti il suono è chiaro, potente, basta un filo di corrente per farle suonare forte. L'impostazione sonora dovrebbe soddisfare tutti quelli che hanno orecchie buone. Un pochino roche con una risposta che sembra pennellata sulla curva Harman non richiedono assolutamente nessuna equalizzazione : suonano bene al naturale e tolte dalla scatola non mi sembra che abbiano richiesto un rodaggio. Dopo tante ore di impiego suonano ancora uguale rapporto prezzo/prestazione semplicemente eccezionale. Anzi, miracoloso. Non costano poco in assoluto ma con questi soldi è già difficile trovare delle planari decenti, figuriamoci wireless e di questa qualità DIFETTI il dongle Bluemini è piccolo, compatto, leggero ma comunque un pò squilibra la tenuta sulla testa non sono comode come le Sundara e molto più scomode delle altre due cuffie con cui le ho confrontate (ma c'è di peggio, molto peggio, ve lo assicuro) il cavetto USB in dotazione è bello, molto morbido, forse potrebbe essere un metro più lungo per dare un pò più di libertà. Ma probabilmente sono cuffie che sono state concepite per un uso wireless prevalentemente l'adattatore jack da 6.3 mm non mi ha convinto, non è a vite, si infila ma sembra che non sia del tutto a posto. Solo una questione estetica che di sostanza. Ma ci sta anche questo. In estrema sintesi, credo che tutto sommato, partendo dalla flessibilità unita all'alta qualità del suono, la possibilità di funzionare con qualsiasi sorgente, a questo prezzo siano regalate e una eccezionale offerta. Speriamo che HIFIMAN non ci ripensi e ne aumenti il prezzo. Le Ananda suonano meglio ? E' possibile. Ma quelle non sono per tutti. Modificato 26 Maggio 2020 da Florestan
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  33. … non entrerete nel regno dei cieli, recita il Vangelo di Matteo. Questo bambino che guarda incuriosito ed ammirato l’artista che si esibisce in una piazza mi ha fatto venire in mente questo famoso passo della Bibbia, e mi suggerisce la meraviglia di tutti i bambini del mondo quando scoprono qualcosa che non hanno mai visto, o che rimangono attratti e spesso quasi ipnotizzati da ciò che colpisce particolarmente la loro attenzione. Aldilà del senso ben più profondo che nel Vangelo viene dato a queste parole, mentre scattavo queste foto mi sono rivisto in quel bambino, in fondo anch’io come lui attratto dai lazzi e dalle acrobazie dello street artist, e riflettevo sulla bellezza di farsi stupire dalle cose, siano esse un gioco, un paesaggio al tramonto, un animale nel bosco o un fiore in un prato. Proprio come fa un bambino. E forse è proprio con gli occhi di un bambino che dovremmo guardare attraverso il mirino della nostra macchina quando scattiamo le nostre foto. Ancora meravigliati e rapiti dalle piccole cose che ci circondano. Se le sappiamo guardare. 1. 2. 3. 4. 5.
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  34. le mie HIFIMAN Arya sulla loro base in legno, cavo custom terminato XLR Neutrik Susvara, Ananda, Sundara, Arya. Non indago sull'etimologia sanscrito di questi termini che per me sono solo bellissimi nomi di altrettante bellissime donne. In fondo, mi andava benissimo anche la tradizionale denominazione numerica, HE400, HE500, HE5, HE1000. Senza esotismi alla Trono di Spade. Ma Arya a me ricorda l'aria, in italiano, l'elemento in cui viviamo, che respiriamo. E trasparente come l'aria é il suono che producono queste cuffie. Nel catalogo delle cuffie magnetoplanari HIFIMAN, questo modello si piazza oltre le Sundara e le Ananda, e al di sotto delle HE1000 e delle Susvara. Probabilmente per fascia di prezzo, vanno a sostituire le Edition X. Ed è questo che mi ha incuriosito alla loro presentazione lo scorso autunno. Per la forma dei padiglioni che riproducono la sagoma delle orecchie ricordano i modelli di mezzo - da Ananda ad HE1000 - mentre i modelli agli estremi hanno il normale padiglione circolare. la forma ovoidale del padiglione delle Arya é asimmetrica e segue il profilo delle orecchie umane, senza mai toccarle che segue in modo asimmetrico la sagoma delle orecchie anche all'interno. In effetti, ero alla ricerca di un trasduttore che potesse affiancare e poi sostituire le mie venerande Stax Lambda SR404 Sn che cominciano a mostrare i loro anni. Anche quelle - pur con la loro forma rettangolare - assecondano la forma delle orecchie senza mai toccarle. E sono gli oggetti più comodi da indossare a lungo che io abbia potuto provare. Non che le cuffie con il padiglione tradizionale non possano esserlo. Potrei tenere in testa le AKG 712 per tutto il giorno senza provare alcun fastidio. Ma il suono ... non sarebbe di questo livello. Mentre scrivo sto ascoltando la nuovissima registrazione della 7 sinfonia di Shostakovich con Andris Nelsons alla testa della sua Boston Symphony e il suono mi avvolge. dalla letteratura HIFIMAN, l'uso di circuiti asimmetrici e di diaframmi ancora più sottili contribuisce ad una riproduzione più lineare e naturale. Non ne ho le prove scientifiche ma le mie orecchie mi danno la stessa testimonianza. Ma torniamo all'oggetto : Confezione la classica scatola nera con l'indicazione del contenuto, uno scatto ravvicinato che rivela il nome del modello, la scritta bianca su fondo nero a destra foam di protezione, tessuto "setoso", manuali. ho acquistato il mio modello online da Playstereo senza nemmeno prima ascoltarle, lo scorso Natale 2018 eccole qui, appena uscite dalla scatola, poggiate sulla "seta" che le avvolge nella scatola. Il cavo però è già il mio specifico, costruito apposta per loro in Inghilterra. Costruzione Salta subito all'occhio che l'archetto è analogo a quello degli altri modelli HIFIMAN di ultima generazione, in metallo, ben articolato e regolabile mediante guide e buchetti a scatto. La banda superiore è in finta pelle, morbida al tatto. Come lo sono i bordi dei padiglioni, morbidissimi. anche le Arya usano gli ultimi spinotti HIFIMAN da 3.5mm, doppi, uno per canale, consentendo il collegamento in modo molto semplice ma estremamente stabile l'esterno del padiglione è in metallo, molto robusto a protezione del driver, di nuova generazione, sottilissimo. Secondo HIFIMAN questo driver deriva da quello usato nelle HE1000. E c'è da crederlo mentre i rullanti della Boston accompagnano gli archi del primo movimento della "Leningrado" nella inesorabile marcia di avvicinamento delle truppe tedesche alla città dello Zar. l'inconfondibile sagoma frontale di questa classe di cuffie HIFIMAN. ripresa artistica, luce naturale : mi piace particolarmente che in questo modello HIFIMAN abbia mantenuto i colori in nero integrale, a differenza delle "cromature" di certi modelli superiori. Arya non ha poi così bisogno di impressionare nell'aspetto. Complessivamente la cura costruttiva sembra di livello elevato. I materiali di grande qualità. Siamo anni luce oltre le mie Stax in tutta plastica. E anche ben al di sopra delle HIFIMAN Sundara che comunque possono vantare dalla loro, un prezzo decisamente più abbordabile. Ma andiamo al dunque, perchè le cuffie possono essere bellissime ed essere ben costruite (e queste, secondo me, sono al di sopra di ogni sospetto) ma se poi non suonano come ci aspetteremmo ... ? Suono risposta in frequenza calibrata, misurata con i miei microfoni miniDSP Ears. Di sopra il solo canale destro, sotto i due canali sovrapposti. Le differenze, limitate alle medie e alte frequenze, sono dovute alla differente posizione del padiglione sul supporto. Gli EARS hanno superficie dura, ben diversa dai lati delle nostre teste. Le Arya affondano nella nostra pelle e quindi sono certo che non sia effettivamente misurabile la reale risposta. Ma allo stesso tempo sfido chiunque sia in grado di apprezzare differenze - anche ampie - nella risposta, non nell'ampiezza, tra i due canali a 8 o a 11.000 Hz. Resta comunque la regolarità della risposta complessiva dal basso fino al medio, con il solito avvallamento - non pronunciato come su altri modelli - intorno ai 1800 Hz, che poi riprende senza alcun picco fino a 4000 Hz. Ben più tormentato invece l'andamento alle altissime frequenze, quelle in cui di musica generalmente non ce n'è più e dove le nostre orecchie perdono inesorabilmente di sensibilità. Al confronto le mie Stax hanno un largo picco ben pronunciato proprio dove le Arya hanno l'avvallamento sui medi e il basso è ben meno esteso ma un pò più gonfio prima di calare. E all'atto pratico ? Adesso c'è lo Stradivari di Janine Jansen e il secondo movimento del secondo concerto di Prokofiev che suona. Il violino è in evidenza, ma mai aspro, salvo sulle altissime come deve essere, un pò vetroso. I bassi entrano con chiarezza, senza colorazioni. Veloci e leggeri. La naturalissima voce di Simone Kermes - "Se pietà" di Handel - è resa in modo naturale ma con tutte le sue sfumature e colore. Anche più chiara e pulita, ne "Ombra mai fu" di Bononcini, dove è accompagnata solo dal cello e dal liuto. E dove purtroppo si sentono in modo altrettanto chiaro tutte le sue E che diventano I ... Bellissima anche l'Orchestra Nazionale Russa con Pletnev che dirige l'integrale sinfonica di Chaikovsky. Non aggiunge verve al gelido uomo di Arcangelsk che si rifa però alla grande nella Cenerentola di Prokofiev. Qui le dinamiche sconvolgenti (pur in una normale registrazione 44/16) vengono risolte benissimo. Mi mancano i miei quattro 15 pollici in vetro nella stessa registrazione ma nessuna cuffia potrebbe sostituirli per dinamica e precisione, ad essere sinceri. mi spingo anche su brani moderni. La voce dell'ultimo Paul Simon (René e Georgette Magritte ha grandissimo garbo con le Arya) e quella di Sting che conosco benissimo (The Last Ship). Il jazz di "I may be wrong" - Till Bronner - voce chiarissima su un tappeto di percussioni. Mi accorgo che l'assenza di distorsioni mi ha fatto alzare troppo il volume e corro ad abbassarlo ... La performance qui è da diffusori elettrostatici ... con subwoofer. Queste cuffie peraltro consentono anche equalizzazioni con generose iniezioni di bassi ! Non che ne abbiano deciso bisogno però i gusti sono gusti. Tutto il test è stato condotto con il mio Audio-GD R28, all-in-one DAC+PRE+AMPLI di qualità al di sopra di ogni sospetto. Sinceramente io non sento il bisogno di cercare abbinamenti particolari ampli+cuffie con questo apparecchio dalla resa assolutamente neutrale e dalla grandissima capacità di pilotaggio. Le uso oramai da più di due mesi e le conosco molto bene, quindi un ultimo passaggio all'Handel di Natalie Dessay e al finale della 9a di Beethoven per Gunther Wand nell'edizione SACD Esoteric su base RCA per andare finalmente al giudizio complessivo : PRO ottima costruzione con l'uso di buoni materiali. In particolare la protezione dei padiglioni in metallo che evita il contatto con oggetti (fossero anche solo le mani) con i delicatissimi drivers. In ogni caso meglio avere cautela nel poggiarle suono di qualità elettrostatica su tutta la gamma. Il dettaglio è elevatissimo a tutte le frequenze in tutti i generi musicali, c'è ben poco da chiedere di più anche se mi viene la curiosità di sapere come possano suonare le Susvara, le Shangrilà o anche solo le Jade II dello stesso marchio per quanto possibile con le cuffie, l'immagine è aperta e non concentrata sul cranio. Passando rapidamente ad un altro dispositivo tradizionale (in questi giorni sto provando le Pioneer DJ HDJ-X10 che certo non sono pensate per queste "sottigliezze") la differenza è eclatante fatica di ascolto molto ridotta anche per lunghi periodi purchè non si ecceda con il volume ergonomia di livello assoluto, in particolare i padiglioni asimmetrici che seguono del tutto la forma delle orecchie. Non sono leggerissime ma il peso in testa quasi non si sente. Le mie Stax restano ancora più comode ma queste si avvicinano, pur con una robustezza di costruzione che le Stax semplicemente non avvicinano nemmeno CONTRO per 1600 euro, aggiungere un cavo bilanciato di qualità non avrebbe spostato l'equilibrio della confezione. Certo meno di un cash-back o di uno sconto flash, operazioni cui HIFIMAN oramai ci ha abituati. Io credo che i due cavi in opzione dentro alla confezione di tutte le cuffie da oltre 500 euro non dovrebbe essere ... una opzione. La differenza di suono e di dinamica è di tutta evidenza e chiunque dovrebbe avere un amplificatore in grado di sfruttare al meglio cuffie di questo genere. la bassa distorsione, i medi intorno ai 1800 Hz un pò indietro ma soprattutto la bassa sensibilità, portano a dover alzare il volume a livelli sostenuti, cosa che richiede un ottimo amplificatore a disposizione. Una ovvietà, quest'ultima per chi acquista cuffie di questo prezzo e di questa levatura ma da tenere in considerazione per la salvaguardia delle proprie orecchie. E' soprattutto per questo che tendo ad usare una equalizzazione digitale che allinea i medi ad una figura che mette in evidenza il basso profondo e smussa qualche asperità negli alti. In questo modo la risposta diventa assolutamente infinita e definitivamente ariosa. il cavetto in dotazione, ottimo, per carità, ma come seconda scelta. A mio parere nella stessa confezione dovrebbe essere offerto anche un secondo cavo bilanciato con un connettore all'altezza del sistema. Conclusione In estrema sintesi sono il mio nuovo riferimento e le cuffie che mi piace di più ascoltare tra quelle che ho in casa. Ne ho di più accattivanti per determinati brani, in fondo le Arya non sono fatte per stupire con effetti speciali ma per dare una risposta di qualità. Non sono in assoluto neutrali nel senso di strumento da laboratorio e di questo certo ci si giova nell'ascolta. Facendo un parallelo con altre HIFIMAN che conosco, trovo le HE400i più "divertenti", perchè meno neutre, le Sundara invece troppo fredde e dal suono secco, sinceramente le meno interessanti del trio. Il suono ha una impostazione morbida, più caldo nelle Arya, più esteso in generale ai due estremi. Naturalmente il repertorio di elezione deve essere quello acustico e con registrazioni di qualità. Ma su questo sito direi che si tratta di un dettaglio che possiamo dare per scontare. Mentre sto ascoltando il cembalo di un giovane Handel non riesco a staccarmene. E credo che questo possa essere il miglior complimento che si possa fare ad un paio di cuffie, certo non economiche ma che a mio avviso ripagheranno di ogni euro speso con ore e ore di puro piacere musicale. Consigliato un amplificatore/DAC di grande livello e in grado di erogare generose dosi di corrente, nonostante la bassa impedenza e - sempre - un collegamento interamente bilanciato con un cavo il più possibile neutro e lineare. Specifiche tecniche : impedenza : 35 Ohm sensibilità : 90 dB peso : 404 grammi
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  35. Con questo blog mi piacerebbe iniziare una serie di interventi, molto rarefatti, uno ogni tanto, ma tantissimo, per raccontare qualche storiella con animali protagonisti, con una morale, come le favole di Esopo. Solo che non racconterò favole, ma storie vere, verissime. L'anno dopo la mia nascita, cioè nel 1959, uno scienziato russo ebbe l'idea di provare a creare delle volpi domestiche. Attenzione non di addomesticare delle volpi, ma di selezionare una "razza" di volpi non timorosa dell'uomo, fiduciosa e non aggressiva. Un po' come successe nella preistoria col Lupo e il Cane. Ma la Volpe non è un animale sociale come il Lupo, perciò non adatta all'addomesticamento. L'idea dello scienziato era indagare se con una selezione genetica forte si sarebbe potuto ottenere varietà domestiche anche da animali "inadatti". Per comodità scelse di lavorare sulla Volpe Argentata, che non è una specie a sè, ma è una Volpe Rossa dal mantello particolarmente scuro, una mutazione che interessa circa il 10% delle Volpi Rosse, un po' come il Leopardo o il Giaguaro e la Pantera/Giaguaro Neri. Le Volpi Argentate in Russia (ma anche altrove) vengono allevate e reincrociate per fissare il carattere del pelo scuro, per poi farle riprodurre, crescere in gabbia e alla fine massacrarle per farne pellicce pregiate (qualche voce malevola, non confermata, ha sostenuto infatti che uno scopo collaterale sarebbe stato quello di facilitare gli allevatori, creando volpi più trattabili). Essendo allevate era più facile reperire gli esemplari rispetto ad andare a catturarne di liberi. Così lo scienziato iniziò a girare per gli allevamenti e scegliere quei cuccioli che sembravano meno aggressivi e meno timorosi dell'uomo. Li allevò, li fece riprodurre incrociandoli fra loro, selezionando ad ogni generazione quelli sempre più docili. Ci vollero 50 generazioni, un po' più di quarant'anni e finalmente fu ottenuta la volpe domestica, docile ed affettuosa, scodinzolante proprio come un cane, solo che... ecco... non sembrava più molto una volpe, argentata o meno. Cos'è successo? Fino agli anni '70 c'era la convinzione che ogni gene corrispondesse ad una porzione specifica di DNA e selezionasse un dato carattere, quindi si pensava a selezionare un gene per la docilità. Da qualche decennio sappiamo che non è per niente così. Le cose sono enormemente più complesse e ogni mutazione può avere effetti diversi, a volte nessuno, altre piccoli, altre ancora imponenti effetti a cascata. La docilità e la riduzione in generale dell'aggressività dipendono anche da dosaggi di diversi ormoni, alcuni diminuiscono, quelli che regolano le risposte aggressive, altri aumentano, ma non la faccio lunga, il succo è che le mutazioni possono avere effetti a cascata su tutto l'individuo. Quando si cerca di modificare il carattere di un animale ad esempio verso la docilità e la socievolezza, si selezionano flussi ormonali diversi che portano a modifiche sia del carattere che fisiche: si fissano tratti infantili (ad esempio il cane ha la fronte sporgente, mentre il lupo e la volpe hanno la fronte spiovente) e curiosamente, anche la pezzatura del mantello e le orecchie pendenti, entrambi caratteri assenti nelle specie selvatiche, probabilmente perchè svantaggiosi in natura. Morale: se da una parte è dimostrato che la domesticazione di una specie selvatica anche potenzialmente inadatta si può ottenere tramite selezione genetica, quello che si è dimenticato è che il prodotto finale è ...un'altra cosa. Dopo (sopra) e prima (sotto). Ovviamente il discorso sfruttamento per le pellicce, se mai fosse stato vero, è andato a quel paese... Un esempio piccolo piccolo per far capire una questione molto grande: La natura è complessità, prima di prendere iniziative anche a fin di bene, ad esempio per l'ambiente, bisogna stare molto, ma molto attenti e pensarci almeno un paio di volte. Non esistono soluzioni semplici. Se vi interessa che scriva altre storie così lasciatemi un feedback in merito, così mi so regolare. Foto e disegno presi da Internet a solo scopo divulgativo, i copyright spettano agli aventi diritto.
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  36. Eccoci ad un nuovo appuntamento con un Nikonlander doc: Paolo Mudu. Quando e come ti è nata la passione per la fotografia? Fotograficamente sono nato in camera oscura. Fu il mio professore di applicazioni tecniche alle medie, grande appassionato di fotografia, che accese la luce (di sicurezza) della passione. Iniziai quindi col bianco e nero, scattando poi con una Comet Bencini di mio padre. I primi scatti al Isola d’Elba poi di notte mentre nevica sono i momenti che ricordo alle prese di tempi e diaframmi. E poi? I primi soldi guadagnati coi lavori estivi andarono subito in reflex ed ottiche scadenti, ma a me sembravano un traguardo. La mia prima Nikon dormì la prima notte sul mio comodino. Pareva di avere lo strumento giusto, quello che mi avrebbe permesso di fare vera fotografia. Quanto mi sbagliavo! Me ne resi conto quando iniziai a frequentare uno studio di foto industriale, disposto anche a dipingere gli enormi fondali. Si scattava in gran parte con camere a corpi mobili 8”x10”. Il mondo si era rovesciato. La maggior parte del tempo la si impiegava in noiosissime preparazioni dei set spostando enormi bank a luce continua. Mi insegnarono pure ad aprire le scatole di profumo senza che si rovinassero. La prima volta sono uscito dallo studio con le orecchie basse, le mie dia 24x36 finirono nel cassonetto. Tutto da riconsiderare! Un bagno di umiltà salvifico. Da lì ricominciai cambiando il modo di guardare le cose. Dieci e passa anni dopo, la soddisfazione di presentare un portfolio finalmente maturo, non però al maestro del tempo ma al suo ex apprendista. Nikon perché? Un caso o una scelta? Perché Nikon? Era il mito, la meta ambita dai più ed io non ero diverso. Diciamo che iniziai a fotografare meglio quando iniziai a considerare la Nikon come un valido strumento per esprimermi e non un simbolo. Nel digitale ho iniziato ad avere soddisfazioni con la D700 e poi con la D3X, che utilizzo tuttora, prevalentemente nei ritratti. Come ti trovi? Cosa ti manca? Mi manca quello che non ho: la D850. Non uso solo Nikon oggi. Sigma per i paesaggi e Fuji X100T per lo Street. Fotografi i soggetti delle tue altre passioni? Le mie passioni sono legate alla fotografia. Nello zaino da montagna o in viaggio c’è sempre stato posto per una o più fotocamere. Qual'è la foto, o il portfolio, il progetto fotografico da te realizzato a cui sei più affezionato? Le fotografie a cui sono più affezionato sono quelle che ho voluto e a cui ho dedicato più tempo per realizzarle. Oggi è facile modificarle in post produzione. Un tempo una lastra 4”x5” era l’unica possibilità è non utilizzavo neppure il dorso Polaroid. Tornato da un viaggio, solo dopo qualche giorno potevo scoprire se avevo buttato tempo e soldi. Le soddisfazioni erano più intense! E in futuro? Il futuro si chiama “immagine”, il concetto di fotografia cambierà radicalmente. Penso che continuerò a divertirmi, spero sempre con Nikon!
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