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Qui ... è dove vi metto a parte ( di parte) delle mie follie in campo fotografico !

What's new in this club

  1. Avendo avuto ai tempi della D800 il Sigma 100-400 aggiungo che anche per molti fotoamatori un 100-400 può essere molto più interessante di un 70-200 f2.8. A patto che peso e costi siano nei limiti del ragionevole.
  2. Impegnativa la nuova bimba. La passione e la curiosità ti trasformano in un laboratorio vivente . Noi qui a leggere tutte le tue scoperte.
  3. Ovviamente, Lia, domenica prossima. A Soresina.
  4. Son contento di averci visto abbastanza da dire in tempi non sospetti che questa sarebbe dovuta essere una delle tue macchine. Dopo la gavetta che Fujifilm ha fatto con i primi modelli GFX50 , svantaggiati da una dissipazione scadente. Il formato 4:3 su questa dimensione, non è altro che la replica del 6x4,5 su pellicola, patrimonio proprio delle "mezzo formato " non solo Fuji, del secolo scorso. Che è ancora più di questo 44x33...ma i 100mpx di certo invogliano a vederne l'effetto. E poi un 50mm che diventi un grandangolare medio è una goduria che pochi capiscono Io ci sono passato, a pellicola: immagino oggi il tuo desiderio di andare a scattare. La prima modella che sia rossa, per favore!
  5. Mille articoli, e ancora voglia di esserciQuesto è il mio millesimo articolo pubblicato nei blog di Nikonland. Qualche settimana fa avevo già superato un altro traguardo, distinto: mille articoli redazionali in nove anni. Evidentemente, tra fotografare, provare strumenti, ascoltare musica e trovare qualche cosa da raccontare, sono riuscito a tenermi occupato. E a tenere occupati anche voi, che avete avuto la pazienza di leggermi. Questi numeri arrivano nei giorni del ventesimo anniversario di Nikonland, una scadenza alla quale attribuisco un significato molto personale. Mi ero dato degli obiettivi: cose da realizzare, idee alle quali dare finalmente una forma, progetti da mettere nelle condizioni di proseguire. Alcuni li ho raggiunti; per altri ho consolidato le basi sulle quali lavorare nel prossimo futuro. Posso quindi arrivare a questo anniversario con la soddisfazione di avere aggiunto qualcosa di concreto a quanto abbiamo costruito insieme in vent’anni. Anche questa Fujifilm entra in quel percorso, con le fotografie che mi darà voglia di fare e le esperienze che potrò condividere. Dopo tutti questi articoli, la curiosità continua a precedere il contatore. Per fortuna: altrimenti il millesimo sarebbe soltanto un numero tondo.
  6. tutto usato e da diverse provenienze (non lasciatevi ingannare dal nastro Mtrading, è roba riciclata) ecco le scatole originali, è tutto materiale come nuovo. Le due batterie aggiuntive son Smallrig, compatibili con le WP-325 che usa la macchina (in dotazione ce n'è ovviamente una che va nel corpo macchina ma il battery grip ne porta altre due). tutto scartato. Notare il mirino separato dal corpo. Una sciccheria che Nikon ha abolito con la F5. mirino sontuoso che - opzionalmente - può anche essere montato su un modulo basculabile (costosissimo) che consente la visione verticale o laterale. i punti di contatto elettrico del mirino. il mirino montato. il vano memorie. La macchina ha come scheda principale una CFExpress di tipo B, quelle che usano le nostre Z e una SD. battery grip con comandi ripetuti. Dettaglio della contattiera. Come una volta, altro che pignone che ... penetra il corpo macchina. Questo consente, peraltro, di fare leva e metti senza altre operazioni lasciando la macchina operativa. Ma soprattutto, di avere tre batterie interne. la slitta per le due batterie aggiuntive montate la macchina con il battery grip e adesso l'unico obiettivo Fujinon che mi interessava. Bello grosso, Made in Japan La GFX 100 II con GF 110/2 e impugnatura verticale, accanto a una delle mie Nikon Z9. È arrivata la mia quarta ammiraglia. Dopo le due Nikon Z9 e la Nikon D6, tutte regolarmente in produzione nelle mie mani, entra in servizio una Fujifilm GFX 100 II. Nella fotografia che le ritrae insieme, la nuova arrivata e la Z9 sembrano già essersi accordate sulla spartizione del lavoro; del resto, con quei corpi e quelle impugnature, nessuna delle due ha l’aria di essere stata acquistata per arredare una mensola. La parola ammiraglia, per me, indica proprio questo: una macchina sulla quale costruire una parte importante della propria fotografia, con gli obiettivi, l’ergonomia e la continuità d’impiego che ne conseguono. L’operazione nasce anche da una considerazione maturata con la Sony a9 III, ceduta insieme al suo magnifico 70-200/2.8. Ne riconoscevo pienamente le qualità, ma tra riconoscere la perfezione di uno strumento e desiderare di fotografarci passa una distanza che nessuna scheda tecnica riesce a misurare. Per la fotografia d’azione avevo già le mie risposte in casa, e continuavo a trovarle nelle Nikon. Il posto occupato dalla Sony poteva quindi diventare l’occasione per allargare davvero le possibilità del corredo. La GFX è arrivata attraverso quel ragionamento, accompagnato da una curiosità che la Sony, per quanto impeccabile, non era riuscita ad alimentare allo stesso modo. Il suo territorio sarà soprattutto il ritratto, la posa, il lavoro nel quale posso scegliere la luce, la distanza e il momento, e dedicare attenzione a come una figura abita l’inquadratura. Con le Z9 posso già fare tutto questo, naturalmente. Ma proprio l’avere un sistema Nikon completo e operativo mi permette di scegliere la Fujifilm per una vocazione precisa, senza pretendere che debba giustificarsi in ogni genere fotografico. Una macchina può avere molto senso anche quando le si chiede di fare particolarmente bene soltanto una parte delle fotografie che ci interessano. Il punto di partenza è un sensore da 43,8 × 32,9 millimetri e 102 milioni di pixel, capace di produrre immagini da 11.648 × 8.736 pixel. Calcolando le superfici, siamo a circa il 67% in più rispetto al 24 × 36. È il medio formato digitale della famiglia 44 × 33, con proporzioni native 4:3: dimensioni concrete, sulle quali ragionare, senza attribuire alla parola medio formato proprietà soprannaturali. [1] La risoluzione mi interessa come disponibilità di informazione: per le stampe, per le pagine di una rivista, per conservare dettaglio quando serve un’inquadratura diversa da quella iniziale. Il valore di questa riserva andrà giudicato sulle fotografie. Un volto con un’espressione sbagliata rimane tale anche quando possiamo esaminarne ogni poro; semmai, cento megapixel rendono più difficile invocare l’insufficienza dell’attrezzatura come attenuante. Ci saranno più informazioni da trattare, più spazio occupato dai file e una maggiore evidenza degli errori di messa a fuoco o di movimento. Sono conseguenze che fanno parte della scelta. Mi incuriosisce anche il rettangolo 4:3. Nel ritratto verticale offre una distribuzione dello spazio diversa dal 3:2 al quale sono abituato: meno slanciata, più raccolta, potenzialmente interessante per dare respiro alle spalle, alle mani, all’ambiente vicino al soggetto. È già un cambiamento nel modo di comporre. Vorrei esplorare questo insieme di formato, ottica e distanza, e vedere che cosa suggerisce al mio sguardo. Lo sfocato e la separazione dei piani continueranno a dipendere dalle scelte del fotografo; il sensore più grande aggiunge possibilità, non prende decisioni al suo posto. La GFX 100 II possiede inoltre un corredo di funzioni che la rende una macchina contemporanea: X-Processor 5, autofocus a rilevamento di fase con riconoscimento di volti e occhi, rilevamento di diversi tipi di soggetto e raffica fino a otto fotogrammi al secondo con otturatore meccanico. Per il mio impiego significa poter affrontare anche un ritratto vivo, fatto di piccoli movimenti e cambiamenti d’espressione. La risposta effettiva dell’autofocus la valuterò lavorandoci: le funzioni dichiarate sono il punto di partenza della prova. [2] Completano il quadro la sensibilità base di 80 ISO, la registrazione RAW anche a 16 bit nelle modalità previste e la stabilizzazione del sensore su cinque assi, accreditata da Fujifilm di un’efficacia fino a otto stop nelle condizioni di misura dichiarate. Sono strumenti utili per cercare qualità con una certa libertà operativa; naturalmente lo stabilizzatore può aiutare la mia mano, mentre il soggetto mantiene il diritto di muoversi. Ci sono anche possibilità video molto sviluppate, che lascio volentieri a chi se ne occupa: il mio acquisto è interamente fotografico. [1, 2] Avevo considerato anche la GFX 100S II. La scelta della 100 II si è precisata soprattutto su due aspetti che per me hanno un peso quotidiano: il mirino e le schede di memoria. Il mirino della 100 II offre 9,44 milioni di punti e ingrandimento 1,00×; quello della 100S II si ferma a 5,76 milioni e 0,84×. Sono differenze che riguardano il luogo nel quale passo il tempo mentre fotografo. [1, 3] Perché la fotografia, per me, nasce a mirino. È lì che guardo un’espressione, cerco l’equilibrio della composizione, decido quanto spazio lasciare intorno a una persona e quale interpretazione darle. Un mirino grande merita quindi una parte importante del budget, esattamente come un obiettivo. Posso discutere a lungo di sensori, processori e algoritmi, ma se devo scegliere dove mettere l’occhio per le prossime migliaia di fotografie, la questione diventa molto personale. La presenza di uno slot CFexpress di tipo B, affiancato da uno SD UHS-II, è l’altro elemento concreto. [1] Le CFexpress B fanno già parte del mio lavoro con Nikon: conosco il formato e dispongo dell’infrastruttura per usarlo. Su una macchina da cento megapixel considero sensato dare importanza anche al percorso che i file devono compiere dalla fotocamera al computer. Il piacere della fotografia sopravvive meglio quando le operazioni di contorno non diventano ogni volta un piccolo trasloco. C’è poi il corpo, che nelle mie fotografie vedete con l’impugnatura verticale. La modularità permette di separare i componenti, mentre nella configurazione completa l’insieme assume dimensioni molto familiari a chi usa abitualmente un’ammiraglia Nikon. L’impugnatura verticale ha un significato evidente nel ritratto, e con un obiettivo importante davanti mi interessa il modo in cui posso sostenere e comandare la macchina. Il confronto accanto alla Z9 racconta bene la scala dell’oggetto: questa GFX entra in un corredo nel quale il peso e l’ingombro si valutano in rapporto al lavoro da fare. Il punto di partenza: GFX 100 II, GF 110/2, impugnatura, mirino, batterie e CFexpress. Il primo obiettivo è il Fujinon GF 110mm f/2 R LM WR. Anche questo dice parecchio sulle intenzioni: il suo angolo di campo corrisponde all’incirca a quello di un 87 mm sul 24 × 36, quindi ci troviamo nel cuore del ritratto. È un’ottica nativa per il formato GFX, con apertura f/2 e messa a fuoco a motori lineari. [4] Mi dà un punto di partenza preciso per conoscere la macchina e un riferimento con il quale, in seguito, confrontare gli obiettivi adattati. Ho preferito cominciare da un’accoppiata che avesse un compito chiaro. Un volto, una figura, una luce da interpretare: è su questo che voglio prendere confidenza con la nuova arrivata. Il 110/2 mi permetterà di capire quanto mi piaccia lavorare con il sistema nel suo insieme, dalla visione a mirino alla fotografia finita. La costruzione del resto del corredo potrà seguire le necessità che emergeranno dall’uso; intanto c’è già tutto ciò che serve per cominciare seriamente. Un’altra ragione dell’interesse per Fujifilm riguarda il colore e le simulazioni pellicola. La GFX 100 II comprende, fra le altre, REALA ACE, Classic Chrome, PRO Neg. Std, ASTIA e ACROS. [1] Per chi mi conosce e segue le Pellicole Digitali Nikonland, il collegamento è immediato. Mi interessa scegliere l’interpretazione mentre fotografo, vedere una direzione cromatica o un bianco e nero nel mirino e costruire l’immagine intorno a quella scelta. Il lavoro successivo servirà a svilupparla e rifinirla. L’incontro con Fujifilm si collega quindi anche a ciò che sto facendo con FilmBox. Vorrei che Nikon e GFX potessero partecipare allo stesso servizio con una sensibilità cromatica coerente, portando sulle Nikon interpretazioni ispirate alle simulazioni Fuji che troverò più congeniali. Parlo di un percorso da costruire e verificare: due sistemi possono parlare una lingua vicina mantenendo la propria inflessione. La fotografia comincia prima dell’apertura del file sul computer, e intendo continuare a trattarla in questo modo anche con la GFX. Infine c’è il Fringer NF-GFX, ordinato e in arrivo. Per un corredo come il mio è una parte importante del progetto: consentirà di utilizzare ottiche Nikon F motorizzate, mantenendo l’autofocus sui modelli supportati, il controllo del diaframma e i dati EXIF. La compatibilità dichiarata comprende anche la GFX 100 II. [5] La prospettiva è quella di rimettere al lavoro sul formato più grande obiettivi che conosco già, e di scoprire quanto della loro personalità sopravviva o cambi in questo nuovo impiego. Fra i candidati che mi interessano ci sono il Nikon 58/1.4, il Nikon 105/1.4E il Sigma Art 85/1.4 e il 105/1.4 e il Nikon 300/4 PF; sono presenti nell’elenco delle ottiche testate e ottimizzate da Fringer e li ho già tutti tranne l'85. [5] Sono combinazioni molto diverse, e proprio questo rende l’esperimento interessante. Con gli AF e AF-D privi di motore interno, invece, la messa a fuoco rimarrà manuale: il Fringer non aggiunge la presa di forza che avevano le reflex. [5] Il patrimonio delle ottiche F potrà dunque essere esplorato, ma tenendo conto delle caratteristiche di ciascun obiettivo. La compatibilità elettronica è soltanto una parte della questione. Un obiettivo progettato per il 24 × 36 deve essere verificato anche per la copertura del sensore più grande: vignettatura, qualità ai bordi, comportamento alle diverse distanze e ai diversi diaframmi. Il fatto che l’autofocus funzioni non dimostra che tutta la superficie del sensore sia sfruttabile come con un GF nativo. Saranno prove da fare obiettivo per obiettivo, osservando anche quanto pesino gli eventuali limiti nelle fotografie che mi interessano. Dove la copertura lo consentirà, il formato maggiore darà un angolo di campo più ampio: applicando il rapporto fra le diagonali, circa 0,79, un 105 mm inquadrerà grossomodo come un 83 mm sul 24 × 36, mentre il 300 mm si avvicinerà al campo di un 237 mm. La focale fisica rimane quella incisa sul barilotto. È una possibilità che aggiunge curiosità al progetto, perché mette ottiche conosciute in una relazione diversa con l’inquadratura; il risultato fotografico, però, lo giudicherò quando l’adattatore sarà arrivato e avrò i file davanti. Questa è dunque la presentazione di una scelta e del lavoro che vorrei farci. La verifica verrà con i ritratti, con l’uso del 110/2, con il colore e con gli esperimenti sulle ottiche Nikon e Sigma. Ho scelto la GFX 100 II perché aggiunge al mio sistema una combinazione precisa: un formato più grande, molta risoluzione, un mirino ambizioso, un obiettivo da ritratto dedicato e la possibilità di valorizzare una parte del corredo F. A tenere insieme tutto questo c’è il desiderio di fotografare, che rimane il criterio con il quale promuovo o boccio anche gli strumenti più sofisticati. Le due Z9 e la D6 continuano a lavorare. Alla Fujifilm ho assegnato un posto accanto a loro, con una responsabilità tutta sua: farmi venire idee e darmi voglia di realizzarle. Per diventare davvero la mia quarta ammiraglia, sarà soprattutto lì che dovrà guadagnarsi i gradi. Riferimenti tecnici [1] Fujifilm GFX100 II — specifiche ufficiali [2] Fujifilm GFX100 II — presentazione ufficiale [3] Fujifilm GFX100S II — specifiche ufficiali [4] Fujinon GF110mmF2 R LM WR — presentazione ufficiale [5] Fringer NF-GFX — funzioni e compatibilità dichiarate
  7. Sarei fortemente interessato anche io a questo aggiornamento. Ho avuto modo di provare il tuo e rispetto al 180-600 offre più libertà ed agevola il panning con minor perdita di fuoco. L'attuale conserva ancora una buona tenuta sul prezzo di acquisto e non mi invita al cambio. Non mi trovo male con il 180-600, è l'obiettivo che uso di più, alle focali comuni non hanno una resa diversa, ma è vero che comincia ad essere pesante sulle braccia e devo ricorrere sempre più spesso al monopiede.
  8. Sicuramente un obiettivo importante più sul lato immagine che su quello delle vendite. Comunque un bel progetto, vediamo se il passaggio sull'innesto Z porta vantaggi operativi.
  9. Vicky Piria su Ferrari, Autodromo Nazionale di Monza, Nikon Z9 e Nikkor Z 100-400/4.5-5.6 a 135mm, f/6.3, ISO 500, Kodachrome 64, JPG OOC Non abbiamo indiscrezioni, fotografie rubate o informazioni riservate. Soltanto qualche ragionamento sull'evoluzione del sistema Nikon Z, l'esperienza maturata fotografando in autodromo e la convinzione che uno degli obiettivi più riusciti e utilizzati del catalogo Nikon sia ormai pronto per una seconda generazione. Guardando le fotografie del prossimo NIKKOR Z 120-300mm f/2.8 TC VR S, pubblicate in questi giorni da Nikon Rumors, mi è venuto spontaneo pensare non tanto a quell'obiettivo, che immagino sarà straordinario quanto costoso e destinato a una clientela molto ristretta, ma a uno zoom decisamente più normale, che utilizzo continuamente e che considero uno degli strumenti più importanti dell'intero sistema Nikon Z: il 100-400mm f/4.5-5.6 VR S. Una relazione apparentemente bizzarra, visto che i due obiettivi hanno poco in comune, a parte una certa sovrapposizione di focali. Ma la presentazione del grande zoom professionale Nikon, ormai imminente, mi sembra un'occasione per riflettere su dove stia andando la fotografia sportiva e su quali strumenti siano diventati davvero indispensabili per praticarla. Perché, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare osservando le fotografie delle postazioni riservate ai professionisti durante i grandi eventi sportivi, non sono affatto convinto che il futuro appartenga necessariamente a obiettivi sempre più grandi, luminosi, pesanti e costosi. Anzi. Quando il 100-400mm ha cambiato il modo di fotografareIo frequento gli autodromi da molti anni e ho visto progressivamente cambiare l'attrezzatura dei fotografi a bordo pista. Una volta dominavano le lunghe focali fisse, i 300/2.8, i 400/2.8, i 500 e i 600mm, spesso accompagnati da un secondo corpo macchina con uno zoom più corto. Attrezzature importanti, impegnative, non soltanto economicamente, e soprattutto vincolanti nella scelta dell'inquadratura. Oggi vedo sempre più spesso fotografi che utilizzano uno zoom 100-400mm. Non perché un 400/2.8 sia improvvisamente diventato inutile o meno valido, ma perché è cambiato il modo di fotografare e, con esso, il rapporto tra fotografo, soggetto e attrezzatura. In un autodromo, un'automobile può essere fotografata mentre arriva da lontano, quando affronta una curva, quando passa davanti al fotografo o quando si allontana. Con un teleobiettivo fisso si sceglie necessariamente una porzione dell'azione, si prepara l'inquadratura e si aspetta il momento giusto. Con uno zoom si può accompagnare il soggetto, stringere o allargare l'inquadratura, passare dal dettaglio a una visione più ambientata e sfruttare opportunità che con una focale fissa richiederebbero di cambiare posizione o corpo macchina. Questo non significa che lo zoom renda migliore il fotografo. Significa semplicemente che gli mette a disposizione un linguaggio più flessibile. E quando la qualità ottica degli zoom raggiunge livelli tali da non costituire più una limitazione significativa per la maggioranza degli impieghi, quella flessibilità finisce spesso per prevalere sulla luminosità supplementare di un grande teleobiettivo fisso. Naturalmente ci saranno sempre occasioni nelle quali un 400/2.8 sarà insostituibile. Ma sono occasioni specifiche, mentre uno zoom 100-400mm si presta a un numero straordinariamente più ampio di situazioni fotografiche. Io stesso, pur disponendo di ottiche più specializzate, finisco per utilizzare il 100-400mm più di qualsiasi altro teleobiettivo quando fotografo sport motoristici. E non penso affatto di essere un'eccezione. Un grande obiettivo. Ma non perfetto.Il NIKKOR Z 100-400mm f/4.5-5.6 VR S è stato presentato nell'ottobre 2021, contemporaneamente alla prima Z9. Un prodotto che ha accompagnato la maturazione del sistema professionale mirrorless Nikon e che conserva tuttora moltissime qualità. La nitidezza è elevata, la versatilità notevolissima, la stabilizzazione efficace e la distanza minima di messa a fuoco particolarmente favorevole. Pur essendo uno zoom a barilotto telescopico, mantiene un bilanciamento ragionevolmente costante grazie al sistema Inner Balance e non presenta la fastidiosa tendenza ad allungarsi da solo quando viene trasportato. Il peso di 1.355 grammi, senza collare, è del tutto accettabile per un obiettivo di questa categoria. Soprattutto, è un obiettivo che si può usare tranquillamente a mano libera per ore, seguendo un soggetto in movimento senza la necessità di un monopiede o di un appoggio fisso. Ma non è perfetto. E dopo cinque anni credo che Nikon abbia gli strumenti per migliorarlo in modo significativo. Il primo aspetto riguarda certamente l'autofocus. L'attuale 100-400mm utilizza un sistema multifocusing basato su due motori passo-passo STM, una soluzione efficace al momento della presentazione, ma che appartiene alla precedente generazione tecnologica. Con i nuovi obiettivi professionali Nikon ha introdotto motori Silky Swift VCM, più rapidi e adatti a gestire con precisione i continui spostamenti dei gruppi ottici necessari per seguire soggetti in movimento. Le novità introdotte sui 24-70mm f/2.8 S II e 70-200mm f/2.8 VR S II indicano una direzione progettuale piuttosto chiara. Non si tratta soltanto di passare più rapidamente dalla minima distanza di messa a fuoco all'infinito, prestazione che nei test di laboratorio fa sempre una certa impressione ma che racconta solo una parte della storia. Nella fotografia sportiva conta soprattutto quanto rapidamente e precisamente il sistema riesca a correggere la messa a fuoco mentre la distanza del soggetto cambia continuamente. Un'automobile che viene incontro a 250 km/h è un soggetto ben diverso da quello immobile utilizzato per misurare la velocità di acquisizione iniziale dell'autofocus. E un eventuale miglioramento nella continuità dell'inseguimento, nella risposta ai cambiamenti improvvisi e nella capacità di mantenere il fuoco durante la zoomata avrebbe un valore pratico ben superiore a quello di un dato percentuale particolarmente impressionante sulla carta. Cosa cambierei davveroNon mi interessa che il prossimo 100-400mm diventi un f/4 costante, né tantomeno un f/4.5 costante. Sony ha recentemente esplorato anche questa strada, ma io credo che Nikon avrebbe ragioni più convincenti per conservare l'attuale apertura variabile f/4.5-5.6. La luminosità supplementare comporterebbe inevitabilmente compromessi in termini di dimensioni, peso, costo e complessità progettuale, proprio mentre Nikon sta per introdurre un 120-300mm f/2.8 TC destinato ai professionisti che richiedono qualcosa di sostanzialmente diverso. Il 100-400mm deve continuare a essere il 100-400mm: relativamente compatto, ragionevolmente leggero, utilizzabile a mano libera e abbastanza accessibile da poter essere scelto da un pubblico ben più ampio di quello dei grandi superteleobiettivi professionali. Vorrei invece un autofocus completamente rinnovato, un sistema VR ulteriormente ottimizzato per l'inseguimento e il panning, una meccanica dello zoom ancora più scorrevole e precisa e un nuovo progetto ottico che migliori soprattutto la resa alle focali maggiori, dove questo obiettivo viene utilizzato più spesso. Sarebbe utile anche un ulteriore affinamento della stabilità del fuoco durante le variazioni di focale, perché nella fotografia sportiva la possibilità di zoomare senza che l'autofocus debba recuperare continuamente il soggetto rappresenta un vantaggio concreto. E poi il peso. Non ritengo che gli attuali 1.355 grammi siano eccessivi, ma Nikon ha già dimostrato di saper alleggerire sensibilmente gli zoom professionali di seconda generazione. Se il nuovo 100-400mm riuscisse a scendere verso 1.200 grammi senza sacrificare robustezza e prestazioni, ne sarei molto contento. Non cercherei invece a tutti i costi uno zoom interno, che renderebbe inevitabilmente più ingombrante l'obiettivo a riposo. Preferirei conservare la buona distribuzione dei pesi dell'attuale versione, magari rendendo ancora più rapida e fluida la manovra da 100 a 400mm. Quanto alla qualità ottica, non mi aspetto miracoli e neppure li considero necessari. L'attuale obiettivo è già molto buono. Ma un miglioramento della resa a 400mm, soprattutto a tutta apertura e nelle condizioni più impegnative, sarebbe certamente apprezzabile. Insomma, non chiedo un obiettivo differente. Chiedo che Nikon renda migliore quello che già utilizzo. Sony ha indicato una strada. Nikon potrebbe sceglierne un'altra.I recenti sviluppi del catalogo Sony, con proposte differenziate nella fascia dei 100-400mm e nuovi superteleobiettivi relativamente compatti, dimostrano quanto questo segmento del mercato sia considerato strategico. Ma Nikon non parte da zero. Dispone già del 400mm f/4.5 VR S, del 600mm f/6.3 PF VR S e del 180-600mm f/5.6-6.3 VR, oltre ai grandi superteleobiettivi professionali. E presto avrà anche il 120-300mm f/2.8 TC. A mio avviso, non avrebbe particolare interesse a introdurre un secondo 100-400mm più luminoso, pesante e costoso, destinato a occupare una posizione intermedia piuttosto difficile da giustificare. Avrebbe invece molto senso aggiornare il 100-400mm esistente, rafforzandone proprio le caratteristiche che ne hanno determinato il successo: qualità, maneggevolezza, versatilità e rapidità operativa. Non tutto deve necessariamente diventare più grande e più costoso per essere migliore. Anzi, ritengo che la capacità di offrire prestazioni superiori in uno strumento più leggero e maneggevole rappresenti oggi una conquista tecnologica assai più interessante di qualche frazione di diaframma guadagnata aumentando il diametro delle lenti. Il terzo obiettivo per una futura Z9 II?La mia previsione, del tutto personale e priva di informazioni riservate, è che Nikon possa presentare un NIKKOR Z 100-400mm f/4.5-5.6 VR S II nel corso del 2027, eventualmente in prossimità della prossima ammiraglia Z9 II. Non conosco naturalmente i programmi Nikon e non so quando arriverà la sostituta della Z9. Personalmente non me l'aspetto prima della primavera del 2027, ma anche questa è soltanto una valutazione legata ai normali cicli di rinnovo dei prodotti professionali. Mi sembra però evidente che Nikon stia costruendo una nuova generazione di zoom S-Line, iniziata con il 24-70mm f/2.8 S II e proseguita con il 70-200mm f/2.8 VR S II. Entrambi hanno introdotto importanti miglioramenti nella velocità autofocus, nella costruzione e nel rapporto tra prestazioni e peso. E mi piacerebbe che il prossimo passo riguardasse proprio il 100-400mm. Non si tratterebbe necessariamente di completare una nuova triade professionale nel senso tradizionale del termine, perché il 100-400mm appartiene a una categoria diversa dai due f/2.8. Si tratterebbe piuttosto di offrire ai fotografi sportivi un sistema di zoom moderni, capaci di sfruttare meglio le prestazioni delle attuali e future ammiraglie Nikon. Con una Z9 o una futura Z9 II, un 70-200mm f/2.8 S II e un 100-400mm S II si potrebbe affrontare una parte considerevole della fotografia sportiva professionale senza dover necessariamente ricorrere ai grandi teleobiettivi fissi. E per moltissimi fotografi questa sarebbe una soluzione più pratica, economica e versatile rispetto a qualsiasi collezione di obiettivi da quindicimila euro ciascuno. Il teleobiettivo che porterei comunque in autodromoSe Nikon presentasse domani un nuovo 400mm f/2.8 ancora più straordinario di quello attuale, lo guarderei con ammirazione, naturalmente. Se riuscissi a provarlo, lo farei molto volentieri. Ma dubito che cambierebbe sostanzialmente il mio modo di fotografare. Un nuovo 100-400mm, invece, potrebbe farlo. Perché è esattamente il tipo di obiettivo che uso normalmente, quello che porto con me senza dover organizzare una spedizione, quello che mi permette di cambiare inquadratura al volo e di fotografare senza essere continuamente condizionato dalle caratteristiche dell'attrezzatura. È anche la dimostrazione di quanto sia cambiata la fotografia sportiva. I grandi teleobiettivi fissi mantengono una funzione imprescindibile nei settori più specialistici, ma la fotografia dinamica moderna richiede sempre più spesso versatilità, adattabilità e rapidità di esecuzione. E uno zoom 100-400mm ben progettato risponde a queste esigenze meglio di molti strumenti apparentemente più prestigiosi. Non so se Nikon stia effettivamente lavorando a un nuovo modello. Non ho fotografie rubate, non ho ricevuto anticipazioni da persone informate e non conosco le sue strategie industriali. So soltanto che l'attuale 100-400mm è uno degli obiettivi Nikon che utilizzo di più, che il progetto ha ormai cinque anni e che la tecnologia disponibile oggi potrebbe consentire un aggiornamento sostanziale senza snaturarne le caratteristiche. E soprattutto so che, dovendo scegliere tra la possibilità di acquistare un costosissimo 120-300mm f/2.8 TC e quella di avere un 100-400mm S II più rapido, più leggero e meglio ottimizzato, non avrei molti dubbi. Il mio prossimo teleobiettivo ideale non deve necessariamente fare cose nuove. Deve farmi fare meglio quelle che faccio già. E credo che Nikon dovrebbe pensarci seriamente.
  10. Nuove fotografie rubate ai box della Formula 1 di Singapore. Il grande zoom professionale Nikon è ormai prossimo alla presentazione. E sarà probabilmente uno degli obiettivi più esclusivi, costosi e difficili da ottenere dell'intero sistema Z. Ci sono obiettivi che vengono annunciati perché il mercato li richiede, altri perché i concorrenti li hanno già in catalogo e altri ancora perché una casa vuole dimostrare fino a dove è capace di arrivare. Il nuovo NIKKOR Z 120-300mm f/2.8 TC VR S appartiene prevalentemente alla terza categoria, pur rispondendo a precise e concrete esigenze professionali. Non è uno zoom per tutti, non è uno strumento destinato a grandi volumi commerciali e probabilmente non sarà nemmeno un obiettivo che vedremo frequentemente nelle vetrine dei negozi. Ma è un Nikkor importante. Molto importante. Nikon ne aveva annunciato ufficialmente lo sviluppo il 7 maggio scorso, anticipando una delle sue caratteristiche fondamentali: il moltiplicatore di focale 1,4x incorporato, sul modello degli straordinari 400/2.8 TC e 600/4 TC. Adesso Nikon Rumors pubblica nuove fotografie dell'obiettivo, ripreso durante il Gran Premio di Formula 1 di Singapore, dove evidentemente alcuni esemplari sono già impiegati sul campo. Non siamo più, quindi, di fronte a un semplice disegno industriale o a un prototipo da esposizione. L'obiettivo esiste, viene utilizzato in condizioni professionali e sembra ormai vicino alla presentazione commerciale. Da 120 a 420 millimetri. Senza cambiare obiettivo.Questa è la vera ragione d'essere del nuovo zoom. Una escursione da 120 a 300mm con apertura costante f/2.8, che diventa da 168 a 420mm f/4 azionando il moltiplicatore incorporato. Una manovra immediata, senza dover staccare l'obiettivo dalla macchina, esporre baionetta e sensore agli agenti esterni o interrompere un'azione che potrebbe non ripetersi. Chi fotografa sport motoristici sa perfettamente quanto possa cambiare l'inquadratura di un'automobile nell'arco di pochi secondi. Un soggetto lontano diventa rapidamente un primo piano, poi scompare dall'inquadratura. Un 300mm fisso obbliga a lavorare entro limiti precisi, a utilizzare un secondo corpo oppure a cambiare posizione. Uno zoom di questa categoria permette invece di seguire l'azione, conservando la luminosità necessaria per mantenere tempi rapidi e separare il soggetto dallo sfondo. Non parliamo soltanto di Formula 1, naturalmente. Calcio, atletica, competizioni indoor, cerimonie, grandi eventi e persino determinati generi di fotografia naturalistica possono beneficiare di una simile flessibilità. La particolarità del 120-300 sta proprio nel fatto di non essere soltanto uno zoom luminoso. Con il moltiplicatore incorporato diventa una sorta di sistema ottico a doppia personalità: luminosissimo quando serve, più lungo quando la distanza lo richiede. Il tutto senza rinunciare alla rapidità operativa. Una storia che comincia prima delle Nikon ZNaturalmente Nikon non inventa oggi il 120-300mm f/2.8. Il precedente AF-S NIKKOR 120-300mm f/2.8E FL ED SR VR per reflex era già un obiettivo di classe assoluta, presentato in un momento nel quale sembrava ormai evidente che il futuro del sistema professionale sarebbe stato mirrorless. Era uno strumento imponente, pesante circa 3.250 grammi, costruito con una sofisticata combinazione di elementi ED, fluorite e SR e destinato a offrire prestazioni ottiche paragonabili a quelle di un teleobiettivo fisso, pur conservando la versatilità dello zoom. Non era un compromesso economico, né un'alternativa leggera ai grandi teleobiettivi. Era la dimostrazione che si poteva costruire uno zoom f/2.8 di fascia professionale senza considerare la qualità di immagine una variabile sacrificabile. Il nuovo Nikkor Z riprende quella filosofia, ma aggiunge il moltiplicatore incorporato, una caratteristica che potrebbe trasformarne radicalmente la praticità. Sarebbe tuttavia prematuro affermare che il nuovo schema ottico, il sistema autofocus o la stabilizzazione siano superiori a quelli del predecessore: per giudicarli serviranno le specifiche definitive e, soprattutto, le fotografie. Le immagini dalla Formula 1Le nuove fotografie diffuse da Nikon Rumors sono interessanti proprio per la loro natura. Non mostrano un obiettivo accuratamente illuminato per una brochure pubblicitaria, ma uno strumento inserito nell'ambiente per il quale è stato progettato. È il genere di fotografia che, per quanto imperfetta, racconta più di molte presentazioni ufficiali. Conferma l'esistenza di esemplari fisici impiegati in un contesto sportivo di primissimo livello e suggerisce che la fase di collaudo pratico sia ormai avanzata. L'aspetto esterno è quello che ci aspetteremmo da un supertele Nikkor della generazione Z: costruzione massiccia, comandi dedicati e architettura pensata per essere utilizzata continuamente, anche in condizioni difficili. Ma dalle fotografie non possiamo ricavare con certezza il peso definitivo, la velocità dell'autofocus, le caratteristiche della stabilizzazione o la qualità delle immagini prodotte. Su questi aspetti lasciamo volentieri la parola ai futuri test. Nikonland preferisce giudicare gli obiettivi fotografando, non misurando la profondità delle scanalature delle ghiere attraverso una fotografia pubblicata in rete. Quanto costerà? Una cifra che farà discutere.Le informazioni che circolano collocano il prezzo del nuovo 120-300mm f/2.8 TC VR S allo stesso livello, o addirittura sopra, quello dell'attuale NIKKOR Z 400mm f/2.8 TC VR S. Per avere un riferimento concreto, quest'ultimo è proposto sul Nikon Store italiano a un prezzo di listino di 15.449 euro, prima delle eventuali promozioni. Se queste indicazioni troveranno conferma, è ragionevole aspettarsi un prezzo di almeno quindicimila euro. Non abbiamo però una cifra ufficiale e preferiamo non inventarla. A qualcuno sembrerà una follia. Uno zoom che costa quanto un piccolo corredo fotografico professionale completo, o più di molte automobili usate. Ma il paragone con il comune 70-200mm f/2.8 sarebbe del tutto sbagliato. Un obiettivo di questa categoria richiede un progetto ottico estremamente complesso, una costruzione di altissimo livello, tolleranze meccaniche molto strette e una produzione che certamente non beneficia delle economie di scala dei modelli destinati al grande pubblico. Il confronto più appropriato è con i grandi supertele professionali, rispetto ai quali il 120-300 offre qualcosa di diverso: non la massima lunghezza focale, ma una versatilità che per alcuni professionisti può valere più dei millimetri supplementari. Pochi esemplari, pochi acquirentiL'altra informazione che accompagna l'arrivo del nuovo zoom è quella di una disponibilità iniziale estremamente ridotta. Si parla di produzione limitata, tempi d'attesa lunghi e distribuzione con il contagocce. La cosa non mi sorprende affatto. Un obiettivo di questa fascia non viene progettato per essere venduto in migliaia di pezzi ogni mese. Ha un pubblico ben identificato, fatto soprattutto di fotografi sportivi professionisti, agenzie, grandi operatori dell'informazione e specialisti che possono giustificare economicamente un investimento simile. La produzione limitata potrebbe essere tanto una scelta industriale quanto una conseguenza della complessità costruttiva. Non conosciamo i programmi produttivi di Nikon e sarebbe scorretto attribuirle una deliberata politica di scarsità. Certamente, però, non mi aspetterei di entrare in qualsiasi negozio di fotografia e trovare un 120-300mm pronto per essere portato a casa. È possibile che i primi esemplari disponibili siano destinati soprattutto a operatori professionali e clienti già prenotati. Per tutti gli altri potrebbe essere necessaria una certa pazienza. E il 400/2.8 TC?Questo è probabilmente il confronto più interessante. A prima vista, il 400mm f/2.8 TC sembrerebbe ancora preferibile: raggiunge una focale superiore mantenendo f/2.8 e arriva a 560mm f/4 azionando il proprio moltiplicatore. È una differenza sostanziale. Il nuovo zoom non sostituisce il 400mm in ogni circostanza, né possiede la stessa portata alla massima luminosità. Ma il 400mm è un obiettivo a focale fissa. Il 120-300 può seguire un soggetto che cambia continuamente distanza e dimensione nell'inquadratura senza costringere il fotografo a modificare posizione o fotocamera. In una postazione fotografica a bordo pista, questa capacità potrebbe essere decisiva. In altri contesti, dove la distanza dal soggetto rimane relativamente costante, il 400mm conserverà un vantaggio evidente. Sono strumenti diversi e non credo che Nikon voglia necessariamente mettere l'uno contro l'altro. Semmai sta ampliando le possibilità di scelta dei fotografi che non possono permettersi di perdere una fotografia perché hanno montato la focale sbagliata. Nikon continua a fare NikonIn un mercato nel quale si discute continuamente di intelligenza artificiale, video, creator, piccole fotocamere ibride e prestazioni sempre più automatizzate, trovo rassicurante che Nikon continui a investire in strumenti fotografici di questa categoria. Il 120-300mm f/2.8 TC VR S non è pensato per conquistare grandi numeri di vendita e difficilmente sposterà da solo le quote di mercato. Ma è un prodotto che rafforza l'identità professionale del sistema Z. Dimostra che Nikon considera ancora strategico il settore dei grandi teleobiettivi luminosi, nel quale ha costruito una parte importante della propria reputazione e che continua a essere uno dei terreni sui quali la qualità ottica e meccanica conta davvero. Personalmente non considero questi obiettivi dei giocattoli di lusso, anche se qualche appassionato facoltoso finirà inevitabilmente per acquistarli senza averne una reale necessità. Sono strumenti di lavoro estremamente specializzati. Costosi, ingombranti, impegnativi, ma capaci di offrire possibilità che altri obiettivi semplicemente non hanno. Il loro valore non si misura contando quante fotografie riusciremo a fare in più durante una domenica qualsiasi. Si misura nel momento in cui permettono al professionista di realizzare proprio quella fotografia che gli altri non sono riusciti a portare a casa. E per Nikonland? Aspetteremo naturalmente la presentazione ufficiale, con tutte le specifiche, il prezzo italiano e la disponibilità reale. Poi, se si presenterà l'occasione, cercheremo di metterci le mani sopra. Non necessariamente per innamorarcene, e certamente non per ripetere una cartella stampa, ma per capire quanto del suo straordinario potenziale si traduca in vantaggio fotografico concreto. Per il momento una cosa possiamo dirla: sarà un obiettivo per pochissimi, ma sarà interessante per tutti quelli che continuano a credere nella fotografia come disciplina nella quale strumenti, conoscenza e capacità del fotografo devono ancora lavorare insieme. E questo, per noi, è già un ottimo motivo per parlarne.
  11. Ovviamente, io non ho provato nessuna di queste applicazioni, non so quanto siano fedeli ed efficienti. In fondo mi interessa fino ad un certo punto se non per valutare cosa riescano a fare gli altri. Ne ho parlato, un pò perché ne stanno parlando tutti ma soprattutto per dimostrare che la follia software che mi ha pervaso in questi mesi, non è una patologia personale ma piuttosto diffusa ... e che in fondo se si sa cosa si vuole fare, basta della fantasia e si arriva - bene o male non sta a me valutarlo - dove si vuole. 😉
  12. Photoshop: l’intelligenza artificiale torna sul nostro computer La rimozione generativa locale è una delle novità più concrete per il fotografo. E offre qualche motivo di riflessione anche sul futuro dei programmi di fotoritocco. C’è una novità di Photoshop che mi interessa più di molte dimostrazioni nelle quali si trasformano fotografie normali in immagini che nessuno aveva particolarmente bisogno di vedere. È la possibilità di eliminare un elemento indesiderato facendo lavorare l’intelligenza artificiale direttamente sul proprio computer. Si passa il pennello, si lascia ricostruire la zona interessata e si continua a lavorare. Quando il risultato è convincente e arriva quasi istantaneamente, come negli esempi che hanno attirato la mia attenzione, l’innovazione diventa finalmente qualcosa di utile al fotografo. Adobe ha introdotto nella versione 27.11 di Photoshop un modello generativo locale per lo strumento Rimuovi. Dopo aver scaricato il componente necessario, l’elaborazione può avvenire sul dispositivo, senza affidare quella rimozione ai server remoti. È una possibilità specifica di questo strumento: non significa che tutte le funzioni generative di Photoshop, o i modelli di altri produttori disponibili al suo interno, siano diventati utilizzabili offline. Il funzionamento è semplice. Nelle opzioni di Rimuovi si abilita l’intelligenza artificiale generativa e si sceglie dove eseguire l’elaborazione, sul cloud oppure sul dispositivo. Il modello richiede un download di circa 5 GB; Photoshop verifica la compatibilità dell’hardware e, se i requisiti non sono soddisfatti, l’opzione locale non è disponibile. Adobe precisa inoltre che la prima esecuzione può richiedere più tempo: il comportamento a modello già caricato va quindi distinto dall’attesa iniziale. Il computer, però, deve essere quello giusto I requisiti sono selettivi e meritano di essere letti prima di cercare un comando che magari rimane disabilitato. Per le NVIDIA GeForce RTX dalla serie 30 in avanti Adobe indica almeno 14 GB di memoria video; per le AMD dedicate RDNA2 o successive almeno 23 GB. Le AMD integrate della stessa generazione o più recenti richiedono invece almeno 64 GB di memoria di sistema. Sono previste anche configurazioni Intel Arc e Intel integrate compatibili. Su Mac, la documentazione attuale indica Apple Silicon M1 Pro o successivo, almeno 24 GB di RAM e macOS Tahoe 26.4 o successivo. Queste sono soglie di accesso alla funzione, non una promessa di identiche prestazioni su tutti i computer. C’è poi una precisazione che evita un equivoco commerciale: Adobe include attualmente Rimuovi fra le funzioni che non consumano crediti generativi. L’assenza di consumo non è quindi un privilegio da attribuire esclusivamente alla modalità locale. Il vantaggio di quest’ultima riguarda soprattutto autonomia di elaborazione, funzionamento senza connessione e possibilità di sfruttare direttamente il proprio hardware. La velocità cambia il modo di ritoccare Per un fotografo la rapidità non è un dettaglio da lasciare ai grafici delle recensioni informatiche. Se ogni intervento richiede una lunga attesa, si finisce per rinunciare alle correzioni minori, accumularle o interrompere continuamente il lavoro. Una risposta molto rapida permette invece di osservare, correggere, valutare e proseguire mantenendo l’attenzione sulla fotografia. Naturalmente, una dimostrazione riuscita non costituisce una prova universale. Uno sfondo uniforme e una ringhiera davanti a un volto pongono problemi diversi; la credibilità della ricostruzione va giudicata sui bordi, sulle trame, sulle ombre e sulla continuità dello sfocato. Ma il livello mostrato è sufficiente a fissare un obiettivo serio: un pennello di rimozione deve essere insieme convincente e abbastanza rapido da accompagnare il gesto del fotografo. Per chi, come noi, sta sperimentando strumenti fotografici locali, è anche una lezione salutare. Disporre di un modello capace di generare immagini non equivale ad avere un buon sistema di ritocco. Contano la sua adeguatezza al compito, il modo in cui viene eseguito e la qualità con cui il risultato viene reinserito nella fotografia. L’utente vede il bordo della correzione e il tempo trascorso; delle difficoltà ingegneristiche, comprensibilmente, gli importa assai meno. Adobe teme il software gratuito? Non abbiamo elementi per attribuire questa scelta a una difficoltà commerciale provocata dalle alternative gratuite. La mia lettura è più concreta: portare sul computer una funzione frequente come la rimozione può convenire tanto al cliente quanto al produttore. Per l’utente significa poter lavorare anche con una connessione assente o inaffidabile e mantenere locale l’elaborazione della fotografia. Per Adobe, ogni operazione eseguita dal computer del cliente può significare lavoro in meno sui propri server. Non conosciamo i conti di questa specifica funzione, ma la logica economica è comprensibile: servire milioni di piccoli interventi remoti ha un costo, mentre una parte dei clienti dispone già di hardware adatto a eseguirli. C’è inoltre un possibile vantaggio competitivo. Se una funzione locale efficace è già dentro Photoshop, diminuisce il motivo di uscire dal programma per cercarla altrove. Adobe può rafforzare il valore dell’abbonamento anche rendendo alcune operazioni indipendenti dal cloud: le due cose non sono affatto incompatibili. Le soluzioni gratuite e indipendenti esercitano una pressione utile quando offrono libertà, semplicità o funzioni che i programmi maggiori trascurano. Sarebbe però prematuro considerarci una minaccia solo perché riusciamo a far partire un modello sul nostro computer. Il confronto comincia quando quel modello diventa uno strumento affidabile, comodo e capace di risolvere bene un problema reale. Questa volta Adobe ci offre proprio un esempio di ciò che vorrei dall’intelligenza artificiale fotografica: una funzione discreta, inserita nel lavoro quotidiano, che sfrutta il computer acquistato per lavorare. Il fotografo passa il pennello, l’elemento indesiderato scompare e l’attenzione torna alla fotografia. È lì che dovrebbe rimanere.
  13. Sigma e Tamron sanno della Nikon Z70 qualcosa che noi non sappiamo?Aggiungiamo una piccola considerazione a quanto scritto sopra, perché le coincidenze, quando si moltiplicano, cominciano a diventare interessanti. Nell'estate del 2026 Tamron ha portato finalmente su Nikon Z il proprio 17-70mm f/2.8 VC, uno zoom APS-C luminoso e stabilizzato che esisteva già da cinque anni per altri sistemi. Adesso Sigma annuncia per novembre la versione Nikon Z del suo 16-300mm, presentato nel febbraio 2025. Due produttori indipendenti, due obiettivi DX di categorie differenti, entrambi adattati a un innesto che fino a ieri sembrava suscitare un entusiasmo piuttosto moderato presso i fabbricanti universali. Tutto questo proprio mentre si moltiplicano le indiscrezioni sull'arrivo imminente di una Nikon Z70, presumibilmente destinata a collocarsi al vertice dell'offerta DX. Naturalmente potrebbe trattarsi di una coincidenza. Ma ricordiamo che Sigma e Tamron realizzano i propri obiettivi per Nikon Z nell'ambito di accordi di licenza con Nikon stessa. Non significa che conoscano necessariamente i programmi industriali della Casa, né tantomeno che le rispettive novità siano state concordate in funzione della Z70. Ma non sarebbe affatto sorprendente se i produttori di ottiche avessero qualche informazione in più di noi sulle prospettive commerciali del sistema DX. Soprattutto quando si tratta di investire in nuove versioni di prodotti già ammortizzati su altri mercati. E allora torniamo alla domanda iniziale: perché Sigma ci offre proprio adesso il 16-300mm e non il ben più appetitoso 50-120mm f/2.8? Perché Nikon avrebbe intenzione di proporre qualcosa di analogo con il proprio marchio? Perché Sigma considera il pubblico Nikon DX differente da quello degli altri sistemi? Oppure perché si sta preparando il terreno a una nuova fotocamera destinata a rilanciare definitivamente il formato ridotto? Non abbiamo elementi sufficienti per scegliere una risposta. Ma una cosa possiamo dirla: se davvero la Nikon Z70 arriverà prima di Natale, il calendario di Sigma e Tamron potrebbe apparirci retrospettivamente molto meno casuale di quanto sembri oggi. E, naturalmente, potrebbe anche darsi che stiamo attribuendo ai giapponesi una sottigliezza strategica che non hanno mai avuto intenzione di mettere in pratica. Nel qual caso, almeno, ci saremo divertiti a ragionarci sopra.
  14. release 3, beta 0.7.0 Analisi di 15500 scatti in meno di 6 minuti con 24 analizzatori e probabilmente ancora migliorabile. Qui la selezione degli scatti scartati per evidente taglio sul soggetto. L'analisi, tutta da verificare, porta ad uno scarto di 14725 scatti, lasciandone solo 660 per un successivo esame visuale del fotografo. Select è già predisposto per passare gli scatti a Develop ma per il momento non fa nulla degli scarti (a tendere si dovrebbero poter ... mandare nel cestino).
  15. Nikon Image Space non l'ho mai provato e per consultare le mie foto (suddivise in cartelle per anni ed eventi) e mostrarle facilmente ad amici e parenti da qualche anno uso Amazon e il suo spazio illimitato per gli abbonati al servizio Prime. Su Amazon ci stanno le foto lavorate e finite ma i NEF originali (spesso in numero leggermente superiore alla scelta finale) e i jpg lavorati stanno in due distinti HD in locale. Potrebbe essere interessante provare il progetto come opzione ad Amazon.
  16. Ciao Mauro, grazie: per l’articolo, e per averlo scritto senza sconti. «Dieci fotografi, non dieci applausi» è esattamente la prova che volevo, e sul «non ancora un prodotto da consigliare a occhi chiusi» hai ragione. Aggiungo io una precisione, perché è giusto che si sappia: su un NAS non l’ho ancora provata. È la prossima cosa da verificare. Sui soldi avevo capito l’aria che tira qui, e mi piace. «Have fun» è una licenza che rispetto.
  17. Immich è un ottimo progetto, più maturo e più grande di La Fototeca. È nato soprattutto per il backup dal telefono, ha il riconoscimento dei volti e può leggere le cartelle senza copiarle. La Fototeca nasce dal modello di Image Space: album e custodie; luoghi dichiarati per le reflex senza GPS, che non fingono di essere GPS; provini con filigrana per chi li riceve; rispetto dei voti e delle parole chiave già scritti nei file; tutto in italiano. Non è «meglio di Immich»: è pensata per un altro modo di lavorare. NEF ad alta efficienza (HE e HE*): l’anteprima e i dati di scatto si leggono, e li ho provati sui NEF HE* della mia Zf. È nella parte che sto aggiungendo adesso, non ancora attiva sul sito. Lo sviluppo vero di un NEF HE invece oggi non lo fa nessuna libreria aperta, quindi nemmeno La Fototeca. Meglio saperlo prima. Le modalità della prova (quante foto, per quanto tempo, chi vede che cosa, quando si cancella) le pubblico qui nei prossimi giorni. Chi ha votato «forse, dopo aver conosciuto le modalità» avrà tutto per decidere.
  18. Francesco, hai ragione su tutti e due i punti, e li prendo sul serio. Per provarla non serve trasferire l’archivio: bastano qualche centinaio di foto, per capire se lo strumento ti è utile. Nessuno deve caricare 3 TB su un server altrui, e nemmeno sul mio. Il secondo punto è più importante: le foto di qualcuno non dovrebbero stare a casa di un altro. È la stessa idea di Mauro, e per questo la prova avrà due strade: sul mio server, per chi vuole solo vedere com’è, con poche foto, una data di fine e la cancellazione dei dati alla fine; a casa propria, sul proprio NAS o su un vecchio PC con Docker, per chi come te ha già un OpenMediaVault. È la strada giusta, ma devo ancora prepararla e provarla. Se ti va di essere uno dei primi a installarla, ti scrivo qui quando è pronta. Sul ritrovare le foto di dieci anni fa: oggi La Fototeca ritrova per album, tag, date, fotocamera, obiettivo e luogo, e le cartelle importate diventano album con la loro struttura. Chi usa FastStone con cartelle per data ed evento ritrova lo stesso ordine. La ricerca «semantica» che sta preparando Mauro è un’altra cosa: non la sto facendo, e non ha senso rifarla.
  19. per capirci, noi stiamo lavorando su un AMD Halo 395+ con 64GB di Ram, GPU 8060s e NPU (per ora non intercettata per questione di driver). Da 38 minuti iniziali per 10.000 scatti, siamo a circa 5 minuti per 15.900 scatti. Per ora il lavoro è concentrato sul motorsport. Per altri sport, specie quelli con attrezzi o palle, mi servono gli scatti da analizzare. Sempre che interessi (a me, no). Idem per passerotti, BIF e simili. Io ho una casistica molto limitata.
  20. Tempo fa mi stavo interessando ad immich, in cosa si differenzia? Il supporto ai NEF è anche per in NEF ad alta efficienza?
  21. Si, Nikonland Find (ricerca "semantica" testuale sul'archivio di Index (i vari cataloghi) è nella pipeline ma per il momento con bassa priorità (sono concentrato al 99% su Nikonland Select al momento, per necessità più che per piacere).
  22. Se ho capito bene si tratterebbe di copiare le prove foto su un server esterno per poter poi provare il SW. Qui vedo almeno 2 problemi: 1) Il mio archivio sono circa 100K file che occupano in JPEG credo 3 o 4 Tera. Trasferirli richiederebbe parecchio tempo. 2) Pur con tutta la fiducia di questo mondo non mi sento di copiare i miei files su un server di terze persone o di aziende. Al momento io vivo di copie locali multiple e da qualche settimana ho un NAS basato su OpenMediaVault ricavato da un vecchio PC dismesso 2 anni fa. Potrebbe interessarmi provare il SW localmente. Non so se mi serve, ho sempre usato FastStone con le foto ordinate in cartelle per ordine cronologico ed evento. Guardo con interesse alle funzioni di ricerca testuale che per esempio mi sembra che Mauro stia testando su Nikonland Index perché ovviamente in certi casi mi aiuterebbero a recuperare foto di 10 anni fa che potrei non ricordare più in quale sessione ho scattato. Quindi voto forse, il mio tempo è peraltro limitato a qualche sporadica ora nei WeekEnd.

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