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About This Club

Musica classica ed ascolti di qualità.

Location

Castelmagno, Italy
  1. What's new in this club
  2. Dischi ascoltati con recensione in pillole. Quelli meritevoli saranno poi - eventualmente - approfonditi. Qui diamo solo le prime impressioni.
  3. "Vous avex dit Brunettes?" Les Kapsber'girls Alpha 2021 *** Les Kapsber'girls (un quartetto femminile formato da soprano, mezzo, viola da gamba e liuto) ci aveva già sorpreso con il loro disco d'esordio del 2020. Qui continuano a stupirci con una bellissima raccolta di Brunettes, canzonette con temi bucolici in voga a corte e negli ambienti aristocratici nella Francia dei primi anni del 1700. Le Kapsber'girls sono formidabili nel restituirci con grande vivacità e umorismo queste pagine di tre secoli fa. Il disco si apre con i versi dei simpatici animali che vedete rappresentati in copertina! Consigliatissimo.
  4. Beethoven : Irish Songs Ricercar Consort Maria Keohane, soprano Mirare, 15 ottobre 2021, HD, via Qobuz *** Non è originale il materiale registrato in questo disco ma alzi la mano chi conosce il Beethoven irlandese (ma c'è anche quello inglese). Si tratta di una raccolta di canzoni tradizionali irlandesi (alcune in inglese, altre in gaelico) per soprano e consort (con chitarra romantica) oltre al classico fiddle (cioé il nostro violino nel folk anglosassone), con arrangiamenti vivaci e brillanti. Un bel disco, specie dopo aver ascoltato gli ultimi quartetti o le ultime sonate del Sommo di Bonn
  5. Hans Rosbaud, Sibelius (sinfonie 2,4 e 5, 3 lieder) SWR Classic 8/10/2021, HD, via Qobuz *** Sempre inestimabile la rimasterizzazione di nastri d'epoca da parte della SWR che in questo caso ripesca registrazioni a cavallo tra anni '50 e '60 di Hans Rosbaud, l'asceta, considerato l'araldo di Sibelius. Meritano un ascolto qualunque cosa uno pensi al riguardo. Bel suono, tutto considerato.
  6. Fabio Biondi, violino Bach : sonate e partite per violino solo Naive 15/10/2021, HD, via Qobuz **** "32 tracce 02h 18m 42s Appena firmato dall'etichetta naive, il violinista Fabio Biondi, celebre fondatore e direttore di Europa Galante, presenta qui la sua interpretazione di uno dei massimi picchi del repertorio per violino solo: le Sonate e le Partite di J. S. Bach. Per molti anni un appassionato devoto di questo Santo Graal dei violinisti, e dopo aver eseguito molte delle opere individualmente nel corso della sua carriera, Fabio Biondi è ora, all'età di sessant'anni, usando la sua arte maturata per registrare il set completo per la prima volta: è il culmine di uno studio lungo e paziente, oltre che di un processo di sviluppo personale. Per anni Biondi è stato intimidito dalla scrittura di Bach per violino solo: così intima, eppure così universale, così vicina all'essenza delle cose – che la musica spesso esprime attraverso il silenzio e il suono puro e intraducibile – e così anche tecnicamente impegnativa. Rivelare il significato profondo della musica, la sua vitalità e contemporaneità, e condividere le sue scoperte con gli altri: questo è ciò che lo ha spinto a registrare questo album. Per completare la sua presentazione musicale, ha chiesto ad Akira Mizubayashi, uno scrittore giapponese di romanzi francesi permeati da una sensibilità musicale, un'opera appena scritta con cui abbellire il libretto. La maggior parte degli ascoltatori conoscerà il doppio trittico di Sonate e Partite di Bach, senza necessariamente conoscerli nei dettagli. Tutti i famosi punti di riferimento sono qui: la famosa Bourrée della Prima Partita, l'impegnativa Ciaccona della Seconda, il vivace Preludio introduttivo e la vivace Gavotte en rondeau della Terza Partita. Fabio Biondi rende queste trentadue danze intensamente presenti nella sua interpretazione infinitamente sfumata. Getta una luce radiosa su ogni pezzo, onorando pienamente il suo carattere simile alla danza mentre espande in modo flessibile le sue linee spesso polifoniche con tratti poetici dell'arco del violino. Senza alcun abbellimento superfluo, in un solo respiro i suoi magistrali set di esecuzione infiammano l'intero spettro di forme, trame e tempi, dando vita alla musica - la vita più naturale che si possa immaginare" Ascoltatelo in cuffia, ascoltatelo con dei buoni monitor con medi e alti planari, ma ascoltatelo. E' la via "italiana" alla musica per violino di Bach. Luci, ombre, sentimento. Abbellimenti - molti - ma nessuno inutile. Libertà di fraseggio e di tempi. Accenti e sincopi. Il barocco nella sua più reale essenza. Registrazione inappuntabile.
  7. Bach, Suite Inglesi #1-3 Vladimir Ashkenazy, pianoforte DECCA 15/10/2021, HD, via Qobuz *** Pur con qualche piccola incertezza, Ashkenazy (classe 1937) è ancora oggi un pianista di ben altra statura rispetto all'amico di sempre Baremboim. Questo suo ritorno a Bach, dopo poco meno di 50 anni dall'ultima registrazione del 1965 è affrontata con piglio, passione e precisione. Ci sono fioriture, ritmo, una tessitura ricca e fitta. Un mondo molto lontano - per esempio - dall'ultimo Richter "italiano" un pò aterosclerotico ... Peccato solo che la registrazione sia di un livello tanto infimo da rendere il disco quasi inascoltabile
  8. Nikolay Medvedev, pianforte musiche di Rachmaninoff, Medtner, Chaikovsky quartz 15/10/2021, HD, via Qobuz *** Disco di esordio del siberiano Medvedev (omonimo di un grande scacchista del passato) che a 35 anni non ha ancora la notorietà che forse meriterebbe. Ha studiato a Mosca con Tatiana Zelikman, maestra anche di Danill Trifonov e di altri pianisti della nuova leva russa, ed è intriso di romanticismo russo fino al midollo. Il suo Rachmaninov è travolgente, e pure il suo Medtner che assimila per vitalità e calore. Sulla sonata di Chaikovsky sorvolo, non riesco mai ad ascoltarla per intero. Speriamo che non si perda e che le etichette musicali lo seguano nel suo percorso. Ascoltatelo, se vi va. Intervistato da "Musical America" nel 1921, a Rachmaninoff fu chiesto: "Saresti d'accordo che il cuore dovrebbe essere la guida del compositore attraverso i labirinti delle forme accettate?". “Sì”, ha risposto, “il cuore prima di tutto. Certo, la testa deve aiutare nella costruzione di grandi strutture musicali, ma di per sé la testa è impotente. Se un compositore è privo di cuore o non ha il cuore al posto giusto, è impossibile per lui nascondere la sua mancanza. Questo spiega perché la musica russa è così superlativamente fantastica; parla così direttamente al cuore. Questo è ciò che gli conferisce la sua bellezza vitale, la sua universalità di fascino, e quindi tutta la grande arte ha carattere universale e nazionale – sarebbe meglio dire locale anziché nazionale – nello stesso momento”. È forse per questo motivo che il giovane pianista Nikolay Medvedev ha scelto un programma di capolavori pianistici russi per il suo album di debutto. ©
  9. SOL & PAT Musiche di Zbinden, Ravel, Kodaly Patrizia Kopatchinskaja, violino, Sol Gabetta, violoncello Alpha 8/10/2021, HD, via Qobuz *** Due pazze che si conoscono bene, da oltre 20 anni ed hanno una intesa assoluta. Avete presente il disco di Sol Gabetta con Helene Grimaud che mi aveva lasciato piuttosto freddo ? Ecco, qui siamo all'opposto. Secondo me Sol non ci azzecca niente con Helene e le ha messe insieme il marketing, mentre con Patrizia o si va d'accordo o si va d'accordo. Non è tutta musica che io digerisco facilmente ma, santo cielo, che spettacolo. Note originali : "Nonostante il suo semplice titolo, Sol & Pat è un album più interessante di quanto possa apparire. Dietro il nome di questo duo, che ricorda i music-hall degli anni '40/'50, si nascondono due grandi interpreti, la violinista Patricia Kopatchinskaja e la violoncellista Sol Gabetta, impegnate in un recital di opere del XX e XXI secolo, nel segno di due eminenti artisti “barocchi”, Jean-Marie Leclair e Johann Sebastian Bach. Oltre ai due compositori, è un puro piacere scoprire opere per violino e violoncello di Jörg Widmann, Francisco Coll e Marcin Markowicz. La Fête au village del compositore svizzero Julien-François Zbinden - morto alla veneranda età di 103 anni l'8 Marzo 2021 - ci introduce nella campagna del cantone di Vaud, dove il vino bianco di quella regione sembra aver fatto girare la testa alle nostre due interpreti, prima che Xenakis e Ligeti ci portino verso orizzonti più lontani. Il piatto forte - o dovremmo dire la portata principale - di questo menù così ricco di colore, è composto da quei due capolavori acidi e tormentati composti per questa rara formazione di archi, che sono la Sonata in la minore per violino e violoncello di Ravel e il Duo per violino e violoncello in re minore, op. 7 di Zoltán Kodály. Se Ravel sembra quasi voler dimostrare di non essere un compositore classico, tra un'armonia tonale spinta ai suoi limiti estremi e splendidi accenni di jazz, Kodály sperimenta nuove timbriche, ispirandosi alla tecnica e all'espressione della musica popolare che ha ricercato nelle campagne di Ungheria e Romania. Sol & Pat è, fondamentalmente, la storia di un'amicizia tra due musiciste piena di umorismo e freschezza, e al contempo è la testimonianza vivente di due concerti tenuti in Svizzera, a Saanen e Zweisimmen, nel 2014 e nel 2018, nell'ambito del Gstaad Festival."
  10. simplyMozart Mozart, concerto per violino n. 3, Sinfonia "Jupiter", Le nozze di Figaro (ouverture) Julien Chauvin, direzione e violino Le Concert De la Loge Alpha 15 ottobre 2021, formato HD; via Qobuz *** Disco di una freschezza e frizzantezza eccezionali. E' vero qualcuno non si troverà con queste velocità. Ebbene, ascolti Bruno Walter o Colin Davis. S.T.R.E.P.I.T.O.S.O. dalla prima all'ultima nota e bellissimi i richiami "operistici" del 3° concerto che qui è di un altro pianeta rispetto a tante versioni rituali che continuano a propinarci ... Note di copertina : "Dalle prime note sdolcinate dell'ouverture Le nozze di Figaro di Mozart, sai che ti aspetta una corsa spensierata qui da quella che è sia la prima incursione di Julien Chauvin che il suo strumento d'epoca Le Concert de la Loge su Alpha, e la prima nel loro nuovo ciclo dedicato a Mozart. In realtà, va detto che il ritmo di questa ouverture di Figaro richiede un po' di tempo per abituarsi, al punto che alcuni ascoltatori non si acclimatano. Tuttavia, qualunque sia la tua opinione sul suo tempo, è sicuramente un inizio di grande impatto. Anche significativo, dato che suggerisce fortemente - sottolineato dalle esecuzioni concertistiche e sinfoniche che seguono - che i segni distintivi di questo ciclo sono probabilmente quelli di virtuosismo d'insieme mozzafiato, passo leggero come una piuma intrecciato con esplosioni grassocciamente incisive, individualità audace e sì , il tachimetro di tanto in tanto colpisce il rosso. In seguito al Terzo Concerto per violino, Chauvin come solista, e questa è una cosa di gioiosa bellezza, dall'agilità, galleggiamento e trasparenza ariosa dell'ensemble, alle linee pulite e senza fronzoli e alla morbida eleganza dello stesso Chauvin; e mentre l'Adagio centrale non rimane in giro, l'impressione prevalente è di grazia piuttosto che di fretta, Chauvin che intona la sua canzone con un lirismo ordinato su un sensuale accompagnamento palpitante dell'orchestra, prima di consegnare una cadenza squisitamente delicata e dolcemente decorata. Seguito da un finale gloriosamente divertente e sfaccettato che spesso ti farà venire voglia di prendere le tue scarpe da ballo. Usciti di recente da una lunga immersione nel mondo di Haydn, questi lotti sono esperti dell'umorismo musicale del XVIII secolo, e si vede. Allo stesso modo per la magnifica Sinfonia n. 41 in do maggiore "Giove" di Mozart, in quanto riescono a onorare la maestà, la pompa e l'effervescenza di quella che era la più lunga sinfonia di Mozart, ricordandoci allo stesso tempo il suo lato più ironico, l'opera buffa . Parla di un inizio di cracking. Avanti con la prossima puntata!"
  11. Trombettista Britannica di musica classica esce con un nuovo lavoro, un album della Warner classic in cui raccoglie musiche di Bach, Purcell, Telemann e Haendel. Notevole è il fraseggio e la composizione dei brani presenti con una freschezza che fa eco solo alla bellezza della bella trombettista. L'opera esce in alta risoluzione (24-192) e giustamente l'ascolto ne fruisce in maniera notevole. Brani noti ai cultori ed amanti di musica classica, grazie a nuovi arramgiamenti acquistano una nuova vivacità e piacere d'accolto. Music for the Royal Fireworks and Bach’s Christmas Oratorio, grazie a una rivistazione dell'enseble orchestrale di Simon Wright caratterizzano fortemente la novità di tale registrazione. Dice la Balsom a proposito di questo album: "Eseguo registrazioni da quasi 20 anni e questa è stata di gran lunga l'esperienza di registrazione più piacevole che ho avuto. La musica è piena di gioia e magia assoluta, le versioni che suoniamo sono spesso nuove e in alcuni casi piuttosto anticonformiste. L'emozione di registrare con alcuni dei più grandi artisti in circolazione, tutti noi su strumenti barocchi, che sono anche miei buoni amici, è stato un privilegio. Spero che il piacere che abbiamo ottenuto suonando questa musica si presenti nell'album. E noi non possiamo che essere d'accordo!
  12. Grazie B ! Alison Balsom è un'ottima strumentista e anche il suo complesso non è da meno. Però tutta la "sua produzione" ha il vizio formale di proporre programmi non formali, piuttosto musica ... pop, assemblata per non appesantire l'ascolto dei meno informati che vogliono sentire il "motivo" famoso senza "sorbirsi" tutto il resto della composizione come il compositore l'ha scritta. Molto, forse troppo, english-national-popular con arrangiamenti alle volte stile "James Galway" ! Anche se qualche esperimento le riesce particolarmente bene (come gli Schubler Chorale di Bach che sto ascoltando adesso in un disco che ha per titolo un "incomprensibile" Jubilo).
  13. Daniil Trifonov : Bach, The Art of Life Deutsche Grammophon 8 ottobre 2021, formato HD, acquistato *** Un altro monumentale volume della visione di Trifonov dell'arte pianistica. Sono 2 ore e 16 minuti in totale. Il pezzo forte è l'Arte della Fuga, come il titolo del disco fa immaginare. Con tanto di Contrappunto #14 completato in forma "obbligata" dallo stesso Trifonov. Ma il percorso "di vita" per giungere all'opera capitale di Sebastian passa per brani dello stesso Bach - più lievi come alcuni della raccolta del Notebuch per la moglie Magdalena - e dei figli, tutti quanti, Emanuel, Christian, Friedrich, Christoph e Friedemann (se non ne ho dimenticato qualcuno). Con un intruso che ci sta come il cacio sul minestrone, il basso sassone Johannes Brahms e la sua trascrizione per sola mano sinistra della Ciaccona in re minore, che sostanzialmente è come se fosse una traduzione giurata dell'originale. Trifonov ha rilasciato interviste, video e i media hanno parlato a lungo di questo volume. Il progetto è nato dall'Arte della Fuga prima del periodo Covid su suggerimento del suo maestro Babayan che - giustamente - dopo aver visto il "mattonazzo" dedicato ai russi, intenso ma al limite dell'inascoltabile, uscito in precedenza - deve aver pensato che il suggerimento giusto fosse quello di far tornare Daniil alle origine. Cosa ti ha fatto sentire che era giunto il momento di affrontare The Art of Fugue? "Mi è stato suggerito dal mio insegnante, Sergei Babayan. Mi ha dato l'idea qualche tempo fa. Avevo molte altre cose su cui stavo lavorando, ma alla fine ho iniziato con The Art of Fugue . Certo, questo è un pezzo estremamente affascinante quando guardi la partitura e come lavorare con il materiale. Una cosa è scrivere una fuga su un singolo tema, ma un'altra è scrivere tanti contrappunti diversi così complessi usando lo stesso tema. È tutta un'altra lega di complessità polifonica." E in mezzo a tutto quel "Re minore" (compresa la Ciaccona) "L'Arte della Fuga è un sacco di re minore, ed è una grande esperienza di ascolto, ma volevo mostrare alcuni altri lati della musica di Bach, e in particolare la musica dei suoi figli. Molti dei suoi figli stavano producendo musica estremamente ben scritta. C'è CPE Bach, ovviamente, ma anche fantastici pezzi di Johann Christian Bach, Wilhelm Friedrich Bach e poi anche Johann Christoph Friedrich Bach. E poi abbiamo il Quaderno di Anna Magdalena" Ancora, sulle origini del suo interesse per Bach "Mi è sempre piaciuto suonare la musica di Bach, e questo è uno dei motivi per cui Tatiana Zelikman, la mia ex insegnante a Mosca, ha voluto che studiassi con Sergei Babayan a Cleveland: venerava così tanto il suo Bach. Con l'Arte della Fuga , una volta che inizi ad impararlo, ti attira e il tempo passa molto più velocemente rispetto ad altra musica. Per due periodi di due settimane – quando ho appena iniziato a impararlo e più tardi quando stavo per iniziare a suonarlo – è stato normale per me esercitarmi 8 ore al giorno, cosa che non consiglierei mai. Non ricordo che sia mai stato così con altra musica." Mentre sul completamento della parte incompiuta : Per la registrazione, hai completato tu stesso l'ultimo Contrapunctus XIV incompiuto. Puoi spiegare come ti sei avvicinato a questo compito? In realtà non ci sono molti modi per affrontarlo: c'è letteralmente solo una combinazione in cui ogni tema può iniziare che può far funzionare tutti e tre i temi. Una cosa che faccio, però, è usare le versioni invertite di tutti i temi, perché la cosa miracolosa è che funziona davvero! Questo è probabilmente il più grande vantaggio dall'apprendimento di questo pezzo e dalla scrittura di questo completamento. Non è stato così difficile da fare perché tutto è andato a posto. I temi e il contrappunto hanno molto senso e funzionano in qualsiasi combinazione, e anche nella versione retrograda [invertita]. Bach non l'ha usato in questa occasione, come ha fatto in Un Offerta Musicale , ma chi lo sa? Forse se fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto farlo anche nell'Arte della Fuga . Devo ammettere che ho cominciato ad ascoltare il disco già questo venerdì con un certo scetticismo. Vinto subito dopo le prime pagine, effettivamente, lievi sia della musica dei figli di Bach che del loro sommo Padre. In particolare è stata una grande scoperta - limite mio - quello delle variazioni su "Ah, vous dirai-je, Maman" di Christoph, del quale ho ascoltato veramente pochissimo. Mano mano che ho ripetuto l'ascolto - non so quante volte - nell'arco del week end mi sono persuaso che questo è probabilmente il primo disco veramente convincente del "sudaticcio" Daniil che affronto in questo modo. L'Arte della Fuga non è rigida ed ascetica come quella di molti clavicembalisti ma non è nemmeno libera come quella di tanti pianisti russi. In questo probabilmente dobbiamo veramente ringraziare Babayan che oltre ad essere un pianista raffinatissimo è anche un didatta inestimabile. L'immagine che ci da Trifonov è rispettosa ma aperta, vitale, non da Finis Germaniae o Gotterdammerung. Il tocco è lieve, senza troppo pedale. I tempi liberi ma comunque asserviti a questo spirito del sublime senza troppo ... sublimare. In ogni nota c'è vita, come il titolo del disco vuole a questo punto sottolineare. Eppure in alcuni fugati non manca di entusiasmare, ben più che in Chopin o in Prokofiev per dire solo alcuni dei suoi ultimi, celebri tentativi. Chiude il disco un solenne Jesu Meine Freude, corale dalla cantata BWV 147 trascritto dalla dolcissima mano della Dama Myra Hess. Lieve come l'ultima neve di primavera che prelude al tiepido sole delle prossime stagioni. Peccato solo che questo tripudio di musica strepitosamente interpretata soffra del perpetuo limite di molte registrazioni pianistiche DG : microfoni ravvicinati, dinamica inesistente, rumori, compressione elevata, al limite del metallico. Daniil cambia etichetta, questi non ti meritano ... stampato anche in vinile una delle foto del libretto. Il mood è intonato con l'interpretazione. Bravo Daniil.
  14. Tutto comincia da questa domanda: Il perchè è presto detto: per una persona di 55anni come me, passata acusticamente dall'ascolto della musica dai mangiadischi e mangiacassette dell'infanzia, al Lesa della mamma,per poi transitare all'HiFi degli anni 80 con giradischi e testine americane, come le mie Stanton, a proseguire con la rivoluzione digitale del gira CD Philips e proseguendo con la smaterializzazione del concetto elettrico fino ad arrivare alla musica liquida attuale contenuta in un lettore portatile che legge formati audio fino a poco tempo fa per me sconosciuti, leggere su un diffusore acustico nuovamente un marchio come questo mi ha prodotto uno sfasamento spazio/tempo nel quale l'iniziale diffidenza verso il nuovo modo di poter godere della musica (detesto le cuffie ed ogni auricolare per quanto leggero o performante sia) si è convogliata verso un'accettazione agevolata da un marchio, garanzia di ...sensazione fisica di pressione sonora, fin dal 1962 (come si legge sul frontale), quasi coetaneo quindi alla mia nascita ! E dopo aver letto del test di Florestan del modello di punta di questi diffusori, mi è punta subito vaghezza di poter provare anche il più piccolo, agevole per dimensioni e prezzo di questa nutrita serie di diffusori Marshall, alcuni anche wi-fi, altri come questo bluetooth o wired, distribuiti in Italia da Mtrading a cui ho quindi chiesto di poter provare il Marshall BT ACTON II mobile contenente un woofer e due mid-tweeter, amplificati, dotato sulla plancia comandi di tre semplici quanto eleganti potenziometri per volume, bassi ed acuti, affiancati a sx dalla presa jack da 3,5 di ingresso e dall'interruttore per shiftare dal funzionamento wired a bluetooth, a dx dal tasto play/pause e dalla leva di accensione, all'attivazione della quale un tono di conferma differenziato, permette di capire di aver acceso o spento. dimensioni davvero contenute da 26x16x15cm ed il peso inferiore ai 3 kg, nonostante l'eccellente qualità costruttiva del mobile e di ogni particolare, anche dei più nascosti e potenzialmente trascurabili, ne consentono una facilissima collocazione in ogni parte della zona di ascolto, che proprio per questo motivo, nel periodo in cui ho avuto modo di provarlo, è cambiata spesso, osservare la risposta del diffusore alla risonanza delle varie superfici su cui l'ho collocato anche delle più impensabili... ma che in funzione del target di clientela per questo apparecchio, possono dover esser prese in considerazione. Ho utilizzato l' ACTON II sia in bluetooth, attraverso le applicazioni del mio smartphone, piuttosto che quelle Marshall, un pò lente alla risposta, sia wired dove indipendentemente dalla qualità del cavo di connessione ciò che dà vantaggioè di certo la stabilità della trasmissione rispetto al Bluetooth, che a seconda della sorgente utilizzata, mi ha fatto riscontrare delle differenze notevoli di segnale, evidentemente indipendenti dal ricevitore del Marshall, quanto invece dalla qualità del trasmettitore, smartphone o tablet che fosse. La caratteristica che pare accomunare tutti questi Marshall sembra essere la forte presenza nella gamma bassa e dei mediobassi, specialmente se agevolata dal genere musicale ed io ho utilizzato prevalentemente e con grande soddisfazione musica della sua epoca, come rock, reggae, jazz e molto meno pop e sinfonica, generi con i quali, per le caratteristiche di emissione proprie di questa configurazione, questo diffusore non può trovarsi sufficientemente ...attrezzato. Del resto, chi acquisti per la cifra richiesta un Marshall Acton II, ritengo desideri conferire proprio quella "presenza" ai file audio, magari prevalentemente poco nobili come mp3 e 4, residenti nel proprio device, piuttosto che attrezzarsi con gli stessi brani musicali in formati come il FLAC, che necessitino di una risposta in frequenza più estesa ed omogenea di quella garantita da questo diffusore, per poter estrinsecare il proprio potenziale. E avrebbe fatto la scelta giusta perchè è proprio sulle opportunità mediocri di uno smartphone qualunque collegato a YouTube o altri fornitori di musica liquida che si manifesta l'immediatezza e la collaborazione del Marshall con le esigenze mordi e fuggi di uno o più utilizzatori che si avvicendino in collegamento alternato con il diffusore, ognuno con la sua musica immediatamente disponibile. Ovviamente questo taglio di risposta del bass-reflex si accentua con un posizionamento accosto a pareti di fondo o su superfici non particolarmente rigide, come l'impiantito di legno di un soppalco, piuttosto che su di un piedistallo per diffusori o una superfice rigida in marmo o ceramica. La direzionalità di ascolto non è eccessiva, per le caratteristiche di filtratura degli altoparlanti cui è demandata la parte medioalta ed alta dell'emissione: il potenziometro del volume sembra essere un attenuatore, per cui ho preferito tenerlo al massimo quasi sempre, per regolarne la gradualità dal device (specie in bluetooth, sfruttando la possibilità di farlo a distanza). Lo stupore di mio figlio di 16 anni non ha prezzo, quando me l'ha visto in casa: papà...è davvero un Marshall ? mi ha chiesto... Evidentemente il marchio è ancora qualcosa che conti, anche per queste nuove generazioni che sembrano essere incuranti della qualità, piuttosto che della quantità. Grazie ancora agli amici di che ci hanno concesso anche questa esperienza. Max Aquila photo (C) 2019
  15. Ne ho 2 di questi: uno stanmore e un acton II, il primo un po' più grande il secondo un po' più piccolo. Ovviamente quello più piccolo dispone di una potenza inferiore ma per quello che serve a me vanno bene entrambi. Personalmente preferisco lo stanmore perché ha la levetta di accensione meccanica mentre l'altro no e dopo un po' va in stadby, ma ripeto il tutto va visto per l'uso mio ovvero come cassa per il pc.
  16. carino il Marshall, ma le attuali Sonos One Gen.2 sembrano molto meglio,... Sarà che sono ONE e ciò mi ricorda qualcosa di lontano?
  17. Vengo da lontano e mi ha sempre fatto compagnia la musica, dovunque mi trovassi, qualunque essa fosse, non necessariamente la Mia musica. In una simile condizione immaginerete che io sia sempre andato in giro, per città, monti e per valli con le cuffie alle orecchie, per consentirmene l'ascolto, vero? E invece no: detesto la costrizione imposta da ogni cuffia, quella di trovarsi con una struttura addosso, in testa, in giro (vale anche per gli occhiali). Ma in cuffia ho ascoltato tanto, per necessità, per non disturbare, fino dalle origini della mia passione di ascolto della musica: a casa. Da un decennio vivo da solo, quindi il problema non si è più posto, ma grazie a questo sito e alle sue recensioni sia della Musica sia degli attrezzi che ne consentono l'ascolto, mi è tornato il desiderio di provare e grazie ai suggerimenti di Florestan, mi sono procurato due cuffie poco più che entry level per i rispettivi marchi, ognuna delle quali rappresentativa di un percorso per le due Case. La AKG K240 mk II e la Sennheiser HD599, che si differenziano peraltro nella fascia di prezzo, inferiore ai 70 euro la prima, attestata oltre il doppio, la seconda. Si tratta di due modelli semiaperti e cablati, di impostazione differente: da studio, operativa, la AKG, più strutturata e definita nei padiglioni la Sennheiser che sconta in partenza un peso superiore di poco (250g senza cavo contro i 230 dell' AKG) ma che per materiali e costruzione, dà l'impressione di essere ben più pesante. La dotazione di entrambe è simile, si tratta di modelli con cavo sostituibile e vengono vendute con doppio cavo a jack e minijack (6,3 e 3,5mm), diversificati per l'attacco alla cuffia, un mini XLR nella AKG, molto ben realizzato, con pulsante di sblocco e pin dorati mentre nella Sennheiser troviamo un mini jack TRRS da 2,5mm munito di specifica baionetta di bloccaggio (più difficile da trovare per eventuale sostituzione con cavi più performanti) ugualmente curato nella doratura, un pò meno per la precisione del bloccaggio/sbloccaggio. Per entrambe, come detto, un secondo cavo che nel caso della Sennheiser è anch'esso liscio, ma con jack da 3,5mm (però da soli 1,5m), mentre per l' AKG è spiralato ma sempre con mini jack, pensando la K240mkii probabilmente incline anche ad un utilizzo itinerante e dedicato a smartphone o DAC. Ovviamente presenti i rispettivi gli adattatori di formato. Nella AKG anche una coppia di cuscinetti di ricambio per gli auricolari, spugnosi in velour, insieme a quelli in similpelle premontati Cominciamo proprio dalla mia prima AKG: Semplice ed elegantenella sua struttura essenziale: l'archetto e velocissimo e auto regolante sulla testa, gli auricolari cardanici si orientano orizzontalmente e verticalmente consentendo il massimo dell'adattabilità ai miei sensibili, delicati ed intolleranti, padiglioni auricolari. La similpelle dei tamponi non dà sensazione di eccessivo calore, all'inizio dell'ascolto, ma di naturalezza di contatto. Le cuciture non interferiscono mai con la mia pelle, schiacciando gli auricolari contro le orecchie non si produce una significativa sensazione di maggior chiusura: ergo, la pressione del sistema sulle tempie è esattamente calibrata. Bella estetica col blu cobalto a contrasto col nero e gli ologrammi delle scritte sui tondini ai lati dell'archetto. Decisamente una cuffia da tirarsi sulla testa, senza tanto pensare a sistemarla e clamparla al device origine del suono: DAC, mixer, smartphone che sia. Metto su musica leggera (De Gregori, Rimmel) e la voce di Francesco si allinea tra chitarra e tastiera, aumento il volume subito, si... ecco che arriva la batteria e resta ben simmetrica al resto, ma rullante e tom, quando sollecitati si presentano a esigere il conto, diventando protagonisti. Aumento ancora il volume e mi aspetto alterazioni che non arrivano: resta tutto in linea. Bene. Cambio genere e voglio restare selettivamente sul pianoforte di Keith Jarrett nel Koln Concert II parte percepisco esattamente la sensazione precedente di neutralità e assenza di protagonismo della scena: ho eliminato la voce e rimango sullo strumento, la percussione delle dita di Jarrett è percepibile ma non in maniera ossessiva, come pretenderei: i grugniti durante l'esecuzione si sentono lontani. La musica è il messaggio, qui non si fanno prigionieri, non ci sono eroi.... Del resto la risposta in frequenza me lo suggerisce, come queste cuffie siano orientate a stazionare per ore su orecchie e tempie dell'ascoltatore e quindi vogliano fare senza strafare, indipendentemente dal prezzo di acquisto. Alzo il tiro e passo sul mio Topping DX7s, Blue Interlude del Wynton Marsalis Septet con l'inseguimento tra fiati dell'ultimo brano, "Something it goes like that" dove tra intermezzi e preludi cadenzati da contrabbasso e spazzole del batterista, i due sassofoni, dominati dalla tromba di Wynton e dal trombone irridente, si alternano nelle AKG K240 mkii con ritmo ma lasciandomi la sensazione che ...debba ancora alzare il volume: ideale, ...se fossi un DJ che nel frattempo deve fare altre quattro cose con le cinque mani residue... Non trovo grande spazialità, tantomeno separazione dei canali. Ma una prestazione ineccepibile per la classe di appartenenza di questa cuffia. Voglio riascoltare le percussioni e la voce: Bob Marley, "Three little birds" da Exodus rattatttattatttta... reggae, respiro, messaggio: don't worry about anything, le AKG parlano ma non vibrano.... sono fedeli e non offendono l'orecchio neppure nel graffiante basso iniziale del brano che dà il nome all'album più celebre del giamaicano. Continuo ad alzare il volume per trovare la voce, sempre arretrata in queste cuffie, senza trovare il limite di tolleranza etico, impostomi dall'apparato uditivo.... movement for jah people, insomma... Ora... passiamo alle HD 599 Non sono imparziale: le mie prime cuffie serie da ragazzo, quarant'anni fa furono le Sennheiser 414x... Queste HD599, esteticamente come dice mio figlio di 17 anni, sembrano antiche e non posso dargli torto, beige su marrone e con il vellutino dei padiglioni tanto invernale all'apparenza, quanto...dopo le prime due o tre mezzore di ascolto. Tanto quanto la AKG si tira su in testa senza starci a pensare, questa Sennheiser va modellata sull'orecchio quanto l'impugnatura della racchetta sul polso di Ivan Lendl al momento della preparazione del servizio (si, sono antico anch'io...) Del resto i padiglioni non sono cardanici come quelli della AKG ma consentono solamente una regolazione verticale sull'orecchio. archetto superiore...ben presente, ma altrettanto ben imbottito, fa da cassa armonica alle estroflessioni dei trasduttori nelle orecchie: poco stabile, fa pensare che questa cuffia possa essere unicamente utilizzata a casa, davanti all'impianto origine, ben seduti e organizzati all'ascolto. Del resto l'esperienza acustica che me ne deriva è radicalmente differente da quella appena fatta sull' AKG a parità di brani. Rimmel parte con la tastiera che pare amplificata quasi fosse un organo e la voce di De Gregori che appare subito dopo, prende immediatamente il sopravvento sulla scena acustica. Eppure la risposta in frequenza mi evidenzia una maggiore presenza rispetto all'austriaca ascoltata prima solo sulle frequenze più basse e si sovrappone quasi sulle medie: eppure... Sarà l'aria, sarà l'acqua, sarà...il caffè...ma ogni colpo di tom sembra provenga da subwoofer JBL sotto la mia scrivania, invece che dai trasduttori delle mie nuove Sennheiser ! Vado a Colonia da Keith e nella parte IIc del suo Concert , o della speranza, trovo i tasti neri e quelli bianchi fondersi sotto la fatica di una jam session straordinaria tanto nel 1975 quanto fino ad oggi dentro le mie cuffie del Mulino Bianco (gli stessi colori, no?) Saltano argentine dalla mano destra alla sinistra reiterante. Un'altra esperienza, senza dubbio. Lo ascolto fino alla conclusione, perchè poi per anni di nuovo dimenticherò di ricordarmene, quindi...ne approfitto adesso. Marsalis è tronfio, sa di essere il mio trombettista preferito degli ultimi trent'anni, anche se del black power ha mantenuto una parvenza più alla Denzel Washington che alla Ray Charles, ma le atmosfere da interludio blu del brano che dà titolo al suo album del 1992 mi fanno tornare proprio a quegli anni newyorchesi alla Spike Lee, alla quale ispirazione antrambi attingono a piene mani: ecco le HD599 mi fanno pensare al luogo e non agli strumenti che si avvicendano su piani tridimensionali della scena acustica, e se aumento (come faccio ugualmente) il volume, la cornetta a sinistra ed il charleston a destra mi trapanano i timpani, dicendomi....: SI... ANCORA !!! Natural Mystic di Marley arriva minaccioso fino alle bacchette della batteria che spaziano il reggae dello speech di Bob: la testa si muove a ritmo, assertiva come lui: senza bisogno di fumo. La vera droga è la Musica, il Ritmo, la Struttura. Torno su Exodus brano: everything it's allright... Stereofonia, alternanza, tridimensionalità: sarà che la Sennheiser costa il doppio della AKG? Boh... io non me la riesco più a levare dalla testa... Insomma...e qui il suo peggior difetto, oltre a quelli più evidenti dalle frequenze medie verso le alte, nelle quali qualcosa si impasta...ma stiamo appunto parlando di strumenti dal prezzo davvero basic. Il difetto delle HD599 è che fanno male alle mie orecchie, dopo un'oretta di ascolto me le sento costrette, proprio come odio sentirmele trattare: ma il tattaratatta di Jamming, vale questo ed altro. Guariranno ... Max Aquila photo (C) 2021
  18. Beethoven, concerti per pianoforte n.2 e n.5 "Imperatore". Kristian Bezuidenhout, fortepiano; Freiburger Barockorchester, direttore Pablo Heras-Casado. Harmonia Mundi 2020 *** Devo ammettere che, al primo ascolto di questo disco, non ho seguito l’ordine delle tracce che prevederebbe prima il quinto e poi il secondo, ma sono passato direttamente al secondo concerto, uno dei miei preferiti. Non avevo particolari aspettative: stimo Bezuidenhout come un ottimo fortepianista, ma le sue incisioni dei concerti di Mozart sempre con Heras-Casado non mi avevano entusiasmato. E invece…BANG!!…sono stato letteralmente cappottato sul divano! La sensazione che ho provato è stata quella di ascoltare quel concerto per la prima volta, ma anche di essere trasportato nello spazio e nel tempo al momento della sua prima esecuzione. Non è solo l’effetto degli strumenti d’epoca (Bezuidenhout suona una replica del 1989 di un Graf del 1824), dei tempi vivaci, del piglio energico del solista e del direttore e dell’affiatamento che c’è tra i due, ma c’è dell’altro e precisamente una freschezza di approccio e una certa libertà che ricorda l’improvvisazione, come se questi pezzi fossero eseguiti per la prima volta. E’ come se Bezuidenhout e Heras-Casado si fossero dimenticati di due secoli di tradizione interpretativa, tale è la spontaneità con cui rivisitano queste pagine. E del resto lo stesso Beethoven, ci ricorda Bezuidenhout nelle note di copertina, alle prime esecuzioni dei suoi concerti lasciava molto spazio all’improvvisazione, non avendone ancora ultimato la partitura in ogni dettaglio, al punto da presentarsi con i fogli della parte per pianoforte appena abbozzati o spesso completamente bianchi! Sempre Bezuidenhout conferma le nostre sensazioni, dichiarando che l’approccio seguito nelle sedute di registrazione è stato proprio quello di combinare lo studio approfondito delle edizioni critiche moderne con una maniera di suonare rispettosa di quelle che erano le abitudini ai tempi di Beethoven, vale a dire di “usare il testo come una sorta di canovaccio o, se vogliamo, di trampolino”. Nel complesso ho trovato assolutamente entusiasmante il secondo concerto, mentre un po’ più tradizionale il quinto, ma non per questo meno interessante. In entrambi si percepisce in ogni momento una totale immedesimazione nello spirito di questa musica. Per le cadenze, nel secondo concerto Bezuidenhout ha rielaborato dei materiali scritti da Beethoven per la cadenza del primo concerto, mentre per il quinto concerto ha utilizzato una trascrizione della cadenza improvvisata da Robert Levin per la registrazione del 1999 con John Eliot Gardiner (Archiv). Praticamente irreprensibile la qualità della registrazione, come da standard Harmonia Mundi. Consigliatissimo!
  19. Purtroppo l'effervescente spontaneità di queste interpretazioni non si è ripetuta nei volumi successivi di questa integrale.
  20. Chopin : Studi Op. 25, 4 scherzi Beatrice Rana, pianoforte Warner Classics, 24 settembre 2021, HD,via Qobuz *** Riconosco a Beatrice Rana una qualità unica per la sua generazione. Non è la tecnica solida e assoluta di cui è dotata, né il piglio deciso o il coraggio artistico. E' la maturità con cui affronta la musica che interpreta che la fa sembrare una pianista molto, molto più matura. Sarebbe facile affrontare gli studi Op. 25 (ok, è Chopin, non è Brahms e non è nemmeno Shostakovich) con virile veemenza, spazzando via pagine e note con la forza della gioventù. Tutta un'altra cosa però dire la propria con personalità, con un taglio originale e riconoscibile. In una parola con una maturità artistica sempre più difficile nel mondo di oggi dove gli interpreti girano come trottole per i teatri e le sale senza avere il tempo di smaltire nemmeno il jet-lag. Soprattutto considerando la sua età. Qualcosa che riconosco in ogni performance di questa pianista. Anche quando, come è in questo caso, il disco mi convince solo a metà. Insomma, cercherei questa quasi definitiva visione in Horowitz o in Richter, ma siamo ancora qui per maturare e crescere, nella vita come nella musica, no ? Oppure sono io che probabilmente cerco ancora il guizzo prima della parola fine. Probabilmente la spiegazione me la da la stessa interprete nelle sue parole nelle note di copertina, che riporto, tradotte dall'inglese : “Il mio rapporto con Chopin è iniziato relativamente tardi – il mio maestro, Benedetto Lupo, non ha voluto farmi conoscere il compositore all'inizio dei miei studi. All'epoca ero delusa e frustrato, ma ora posso capire il suo ragionamento. Ho iniziato a suonare i Preludi a 16 anni, e affrontarli prima di allora non sarebbe stato giusto per me. Chopin è riservato, visionario e misterioso – non certo un compositore facile da affrontare per gli esecutori, che richiede una grande quantità di preparazione e una ricerca approfondita. Ci sono elementi romantici nel suo lavoro, ma non è mai dolce o zuccherino: ha una potente sostanza musicale, persino feroce in alcuni punti". Ecco 16 anni forse erano ancora troppo pochi. E forse lo sono anche 28 per chiudere un discorso di questa portata. Che si potrà trovare da dire nei prossimi trenta anni ? Non si prestano a critiche ma molto meno "definitivi" i più complicati Scherzi, composizioni più difficili da capire ed interiorizzare su cui ci sarà tempo in futuro. Sarà magari la scusa per ripetere una prova già magistrale, forse troppo. Registrazione eccellente, senza ombre.
  21. Condivido la tua analisi. Disco straordinario a metà, con gli studi Op.25 che si pongono come un nuovo riferimento e nei quali la pianista salentina mostra una grande personalità (forse eccedendo qua e là, ma le si perdona tutto), mentre degli Scherzi ci offre un'ottima lettura, solida, ma meno interessante.
  22. Franz Schubert, sonate per pianoforte D959 e D960 Krystian Zimerman Deutsche Grammophon 2017 *** Ammetto che sono un po' in imbarazzo nel dover parlare di questo disco. Krystian Zimerman è considerato una leggenda vivente del pianoforte e in più i suoi dischi da solista sono molto rari: se si esclude la seconda sonata per pianoforte della Bacewicz del 2011, il disco precedente risale addirittura al 1993 (Préludes di Debussy). Nutrivo quindi grandi aspettative, anche se devo ammettere che ho sempre guardato con una certa diffidenza al pianista polacco: pur riconoscendogli una tecnica straordinaria e alcuni dischi leggendari, spesso mi lascia perplesso per una ricerca maniacale del suono e per una cura del microdettaglio che va a scapito della spontaneità. In questa incisione dedicata a Schubert leggiamo che ha addirittura modificato la meccanica del pianoforte con il duplice scopo di sostenere meglio il suono della linea melodica e non appesantire le note ripetute dell'accompagnamento. Il timbro che ne risulta è in effetti molto particolare e conferisce un carattere ben definito a questa registrazione. Zimerman ancora una volta colpisce per la raffinatezza del suo pianismo, per la tecnica sopraffina, per la cura del dettaglio. Le sue interpretazioni di queste due celebri sonate sono sicuramente di un livello altissimo, tuttavia...tuttavia dopo diversi ascolti ho l'impressione che manchi quella fluidità del discorso musicale, quella capacità di rendere il senso della struttura, vado oltre sperando di non essere accusato di blasfemia, quella capacità di andare coraggiosamente in profondità per cogliere il senso pieno del discorso musicale, tutte cose che permettono di catturare l'attenzione dell'ascoltatore per quella quarantina di minuti che dura ciascuna di queste due sonate. In conclusione, certamente un disco importante, con alcuni momenti memorabili, ma che aggiunge poco di nuovo all'ampia discografia già presente.
  23. Franz Schubert, quartetti per archi n.14 "La morte e la fanciulla" e n.9 Chiaroscuro quartet BIS 2018 *** Il quartetto n.14 di Franz Schubert, composto nel 1824, rappresenta probabilmente uno dei vertici più alti del repertorio romantico per quartetto d'archi. Viene chiamato "La morte e la fanciulla" perché il tema del secondo movimento venne ripreso dal lied omonimo composto dallo stesso Schubert nel 1817 su testo di Matthias Claudius. Il quartetto Chiaroscuro, guidato dalla brava violinista russa Alina Ibragimova, ha la particolarità di suonare su strumenti d'epoca (con corde di budello e archetti classici), ma questo elemento mi è parso secondario rispetto alle emozioni che mi ha regalato questo disco. Quello che più di tutto mi più mi ha colpito di questa registrazione e che mi ha fatto letteralmente riscoprire e apprezzare nuovamente questo lavoro è l'esattezza della scelta dei tempi. Prendiamo ad esempio il celebre secondo movimento, eseguito in 11'48'', quasi due minuti in meno di quella che è la prassi (penso all'Italiano o più recentemente al Pavel Haas). Questo riporta il movimento all'indicazione dell'autore di "Andante con moto", togliendo un eccesso di dolente pesantezza al brano, ma senza perdere in drammaticità, anzi. Per il resto una lettura tesa, che non manca di pathos, energia, contrasti, raffinatezza timbrica. Dopo tante emozioni, passa onestamente in secondo piano il quartetto giovanile n.9, che preso singolarmente rimane tuttavia un piccolo gioiello. La qualità della registrazione, infine, rende giustizia alla bravura degli artisti. Palcoscenico sonoro piuttosto ampio. Disponibile in 96/24.
  24. Eugène Ysaÿe (1858-1931): Poème élégiaque Op 12 César Franck (1822-1890): Sonata per violino in La maggiore Louis Vierne (1870-1937): Sonata per violino in Sol minore Op 23 Lili Boulanger (1893-1918): Nocturne Alina Ibragimova, pianoforte, Cédric Tiberghien, pianoforte. Hyperion Records, 2019 *** Ruota tutto intorno alla figura imponente del violinista belga Eugène Ysaÿe il programma di questo disco e se a prima vista il pezzo forte sembrerebbe la celebre sonata di Franck, in realtà già dal primo ascolto si capisce che i piatti di contorno sono più sostanziosi di quello che saremmo pronti a pensare. Il disco si apre proprio con una composizione dello stesso Ysaÿe, il Poème élégiaque Op.12 del 1893. E' un brano di atmosfera di quindici minuti scarsi, dal fascino misterioso e intimista, ispirato alla scena della tomba di Romeo e Giulietta. Il libretto ci informa che nella "scène funébre" centrale la corda di sol del violino viene accordata sul fa, ottenendo così un colore più cupo, simile alla viola. Eugène Ysaÿe Segue la famosa sonata di César Franck, forse una delle sonate per violino e pianoforte più eseguite e conosciute in assoluto. Composta nel 1886 fu il regalo di nozze di Franck a Ysaÿe e quest'ultimo ne fu il primo esecutore e la portò al successo in Francia e nel mondo. Si tratta di uno dei vertici della musica da camera francese, composta in forma ciclica, motivi uguali si ritrovano infatti in tutti i movimenti, e caratterizzata da uno straordinario equilibrio strutturale e da un'inventiva melodica trascinante, specialmente nell'ultimo famosissimo movimento, composto secondo un procedimento a canone, con la melodia che si intreccia e si insegue da uno strumento all'altro in modo irresistibile. L'intesa e l'affiatamento tra i due interpreti sono assoluti, si sente eccome che Ibragimova e Tiberghien suonano insieme da anni. Il suono della russa è morbido e dolce, dal canto suo il pianista francese riesce a estrarre dei timbri incredibili dal suo Steinway. Nel complesso è un'interpretazione che mi ha colpito per la sua sensibilità e profondità, ma soprattutto per la naturalezza con cui il discorso musicale si dipana nel corso dei quattro movimenti, mantenendo al contempo delicatezza, grande chiarezza e trasporto. E arriviamo così alla sonata per violino Op.23 di Vierne e qui la domanda che mi sono posto immediatamente è stata:"ma chi diamine è Vierne?" E' un nome che probabilmente è noto agli amanti della musica per organo: Vierne è stato dal 1900 al 1937 organista della cattedrale di Notre-Dame, il cui organo, che all'epoca versava in pessime condizioni, fu restaurato grazie ai fondi che lo stesso Vierne riuscì a raccogliere nel corso di una tournée in Europa e America. Vierne da giovane aveva vinto anche un premio di violino al Conservatorio di Parigi e nel corso della sua vita fu anche compositore, nonostante la sua quasi cecità gli imponeva di scrivere la musica in Braille, e un noto improvvisatore all'organo. Fu così che Ysaÿe commissionò a Vierne, allievo e ammiratore di Franck, una sonata per violino, che fu poi pubblicata nel 1908. Il violinista la eseguì per la prima volta con successo in quello stesso anno e continuò a portarla in concerto anche l'anno seguente. Se si può a tratti sentire l'influsso di César Franck, in realtà il linguaggio di Vierne appartiene al tempo in cui è stata composta: siamo ormai ai primi del '900 e Vierne è nato 48 anni dopo Franck. Basta l'attacco divertito e ironico del primo movimento per accorgersene. Louis Vierne Il disco si chiude con un breve Nocturne di Lili Boulanger (sorella della più celebre Nadia, morta a 24 anni nel 1918) del 1911, che chiude il disco con grande delicatezza, così come si era aperto. Tirando le somme, questo è un disco che mi è piaciuto molto: prima di tutto per la capacità di impostare un programma di grande fascino, in grado di affiancare a un brano arcinoto come la sonata di Franck, altri molto meno conosciuti, ma in grado di reggere il confronto; in secondo luogo per la straordinaria bravura e l'affiatamento dei due interpreti. Da ultimo va menzionata la qualità irreprensibile della registrazione, che rende giustizia alla bravura di Ibragimova e Tiberghien.
  25.  
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