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About This Club

Musica classica ed ascolti di qualità.

Location

Castelmagno, Italy
  1. What's new in this club
  2. Louise Farrenc : sinfonie n. 1 e n. 3 - Insula Orchestra/Laurence Equilbey Erato 9 luglio 2021 *** Louise Farrenc - nata Dumont - alla sua epoca (1804-1875) era una musicista famosa e ben considerata in tutta Europa. Dimenticata dopo la sua morte, la riscopriamo solo in questi anni per l'opera di rivisitazione delle compositrici romantiche e tardo romantiche in corso. Più fortunata di altre sue colleghe, almeno in ambito familiare, perchè messa in grado di studiare musica da una famiglia di artisti (il padre e il fratello erano noti scultori parigini), potendosi formare alla scuola pianistica di Clementi e prendendo lezioni direttamente da virtuosi come Moscheles e Reicha. Il marito, il flautista Farrenc, la incoraggiò a sviluppare la sua carriera sia di insegnante di pianoforte - ebbe la cattedra al Conservatorio di Parigi per trenta anni - che di editrice musicale. La Éditions Farrenc, che divenne una delle più importanti case editrici musicali della Francia per gli ultimi 40 anni. Le sue composizioni sono varie e in tutti i generi, tranne l'opera lirica. Tra il 1820 e il 1830 esclusivamente per pianoforte. Dal 1834 anche per orchestra, ed insieme, musica da camera. Ci restano 49 composizioni, tra cui spiccano quintetti e trii, tre sinfonie - scritte tra il 1942 e il 1847, molte pagine per pianoforte. Lodata da Schumann e da molti critici, nonostante l'ostica accoglienza della musica in quanto scritta da una donna e considerata all'epoca, per lo più una curiosità. La terza sinfonia vedrà la prima al Conservatorio di Parigi nel 1849 ma la prima per ottenere una accoglienza felice fu fatta debuttare a Bruxelles. Il Conservatorio era il tempio di Beethoven e difficilmente venivano accolte composizioni di autori contemporanei, meno che meno di donne. Il debutto di una sinfonia di una contemporanea, per di più insegnante alla stessa scuola di musica è stato certamente il più elevato tributo che potesse esserle rivolto da una società non tenera con i debuttanti in generale e dove i fiaschi erano concretamente sonori. Ascoltata oggi, molta della sua musica, specie quella cameristica potrebbe essere facilmente liquidata come Biedermeier ma sarebbe uno sbaglio. Considerando ciò che circolava negli anni 30-40 dell'800, ascoltando con attenzione, le sue pagine richiamano Beethoven e Schubert nelle scelte tecniche e nei colori e possono essere facilmente accostate al miglior Mendelssohn. Il nonetto in particolare venne acclamato da critica e da pubblico, con la partecipazione alla prima esecuzione di Joseph Joachim come primo violino. Diciamola conservatrice, senza la verve iconoclasta di Berlioz ma intensamente originale una volta fatta mente locale sull'esatto periodo storico. La terza sinfonia in sol minore, presente in questo disco, è particolarmente densa di materiale tematico e il suo sviluppo è di primordine. Se pensiamo alla povertà delle pagine orchestrali di Chopin o del primo Liszt, entrambi avrebbero dovuto prendere lezioni dalla Signora Farrenc. Negli adagi si sentono temi di stile operistico, lo scherzo richiama Berlioz mentre il finale sarà piaciuto molto a Schumann perchè ci sono tutte le sue soluzioni, più un pizzico di Mozart e di Beethoven. Questo album è il primo volume della serie completa di tre Sinfonie di Louise Farrenc dirette da Laurence Equilbey a capo dell'Orchestra dell'Insula, orchestra che lei stessa ha assemblato per esplorare un repertorio poco conosciuto, in particolare per portare alla luce opere del grande dimenticato compositori come Fanny Hensel-Mendelssohn o Clara Schumann. Compito impegnativo ma per cui le siamo particolarmente grati. Ammetto che non avevo mai sentito nominare questa musicista ed ho invece trovato motivo di apprezzarla molto. Per cui vi segnalo questo disco molto al di là della semplice curiosità. ritratto ad olio di Louise Farrenc, 1835, Luigi Rubio Laurence Equilbey alla testa della Insula Orchestra Registrazione equilibrata con un ottimo apporto di bassi e percussioni che mette in mostra il piglio vigoroso dell'interpretazione.
  3. Amy Beach : Quintetto op. 67 - 1907 Samuel Barber : Dover Beach Op. 3 - 1931 Florence Price : Quintetto - 1935 Kaleidoscope Chamber Collective Chandos 28 maggio 2021, formato HD *** autografo del quintetto Op. 67 di Amy Beach Fortunatamente non possiamo più considerare una sconosciuta la Grande Amy Beach, probabilmente la più genuina brahmsiana che ci sia stata. Lo stesso del suo quintetto Op. 67, pluri-registrato anche da formazioni con un solido palmares. Si tratta di una composizione praticamente fuori dal suo tempo eppure intimamente originale che crea un'atmosfera tutta sua. In alcuni casi avvicinato a pagine di Elgar, è invece più melodico, sognante seppure sempre energico. Vivo dalla prima all'ultima pagina va oltre il suo modello per la sua brillantezza. Dopo una parentesi - francamente a mio gusto dispensabile di Samuel Barber - segue un inedito di Florence Price, ritrovato fortunosamente in una soffitta della sua vecchia casa solo nel 2009. Non deve sorprendere in quanto sono parole della stessa Price in vita lei ha dovuto affrontare "due handicap: quelli del sesso e della razza", e gran parte della sua musica è rimasta inedita al momento della sua morte. Siamo nel 1931 ma la musica è ancora più conservatrice e puramente romantica ancora dell'altro quintetto presente in questo disco. Più melodico con una impronta afroamericana portata da echi di stirituals. Il terzo movimento è peraltro una juba, danza tipica delle piantagioni del sud, qui ritmata con il piano quasi in tempo di ragtime. Finale un pò sopra le righe, si tratta comunque di una composizione piuttosto interessante, anche questa tipicamente americana, almeno per il nostro orecchio. Anche se sappiamo bene dove l'avanguardia americana si stesse posizionando in quegli stessi anni. Il Kaleidoscope Chamber Collective é una formazione " a geometria variabile" che vede mischiarsi le parti nelle sue performance, formata da strumentisti e cantanti di diversa formazione, legati da un'approccio intenso e creativo. Passione, intensità e ritmo si leggono in ogni momento di questo bellissimo disco che per il quintetto della Beach io vedo al momento una spanna sopra gli altri disponibili, compreso il celebrato recente del Takacs Quartet edito da Hyperion e il cui approccio compassato mi convince di più in Elgar. Certo che accostare Beach ed Elgar ci da veramente il segno di quanto tempo sia passato. Vivaddio !
  4. una vignetta che descrive molto sinteticamente la capacità di Rachmaninov di suonare con ritmi elevatissimi di note per battuta, tratto distintivo della sua musica. C'è tanta aneddotica nella carriera musicale di Sergei Rachmaninov. Era di proporzioni gigantesche ma soprattutto aveva mani sproporzionate anche per la sua statura, tanto da isprirare studi genetici sull'origine delle sue manone. Fatto sta che fino alla seconda parte del '900 la sua musica era sostanzialmente ineseguibile per i pianisti incapaci di coprire le sue ottave a mano aperta e senza la stessa capacità di carico sulle spalle (ci sono, ovviamente, le geniali eccezioni di un piccoletto come Arthur Rubinstein ma al caro nonnetto risultava tutto facile e naturale, quindi non conta). Horowitz era certamente il tipo di pianista capace di suonare Rachmaninov alla Rachmaninov. Altri pianisti dovevano mettercela tutta per avvicinarsi. Non parliamo delle donne. Solo grazie allo sviluppo delle tecniche didattiche degli ultimi decenni, Rachmaninov è entrato stabilmente nel repertorio delle pianiste tanto che oggi è normale vedere uno scricciolo come la cara Yuja Wang mettersi in tasca il celebratissimo Rach 3. Ma nei primi decenni del '900 non era certamente così. Rachmaninov deve al suo fisico e alle composizioni adattate ad esso molta della sua celebrità. Così come alla sua vicenda personale che lo vede più concertista per necessità che compositore per scelta per buona parte della sua vita. Dividiamo idealmente la sua carriera in due, in Russia prima e poi, dopo la fuga all'estero per la Rivoluzione, la seconda vita negli Stati Uniti. Nato da famiglia ricca, mostra rapidamente un grande talento musicale che gli vale l'avvio a studi formali, prima a San Pietroburgo e poi a Mosca. Ma il padre sperpera rapidamente tutto il patrimonio è perfino la prosecuzione degli studi di Sergei diventa critica. Rachmaninov cresce nell'ultimo periodo d'oro della Russia Zarista, potendo frequentare direttamente grandi musicisti come Chaikowsky, Taneiev, Rubinstein, Arenski (alcuni dei quali suoi insegnanti al Conservatorio di Mosca). Gli esordi come compositore sinfonico non sono dei più fortunati ma riesce comunque a costruirsi una carriera, alternandosi come direttore d'orchestra - con una discreta fortuna anche in campo operistico - più che come pianista. Il nuovo secolo, la prosperità ottenuta dalla carriera concertistica, quella degli affetti familiari, i viaggi per l'Europa, riconciliarono la propensione verso la composizione, accantonata per anni. Il culmine se vogliamo arriva nel 1910 quando per il debutto del suo celeberrimo terzo concerto per pianoforte e orchestra, sceglie New York e debutta personalmente al piano sotto la direzione di Gustav Mahler. Di li a poco la pubblicazione di opere capitali come gli Etudes-Tableaux Op. 33 Ma la rivoluzione spariglia le carte in tavola e sotto la minaccia bolscevica per tutto il mondo di Rachmaninov, intimamente legato alla vecchia Russia, fugge - letteralmente - con il solo bagaglio leggero, verso la Scandinavia e di li a poco, dopo l'esecuzione della famiglia dello Zar, verso gli Stati Uniti. Di nuovo povero e con la necessità di provvedere all'agiatezza cui erano abituate la moglie e le due figlie, Rachmaninov - come tanti altri esuli russi presenti in America nel primo dopoguerra - si improvvisa una nuova carriera di pianista/compositore. Firma un buon contratto con Steinway e comincia a girare il Paese suonando le sue opere e il repertorio romantico a lui caro, Chopin, Liszt e del suo mondo perduto, rappresentato da Chiaikowsky. Cicli convulsi di concerti, sedute in sala di registrazione (contratto con la Victor, poi RCA, grazie al quale abbiamo tante registrazioni del Rachmaninov pianista degli anni '20 e '30), gli permettono di ricreare un ricco patrimonio che gli ridanno la tranquillità. Ma che gli fanno accantonare di nuovo la composizione. Intanto passano gli anni e se Rachmaninov è entrato nell'immaginario collettivo del pianista romantico per gli americani, intanto arrivano concorrenti formidabili e più giovani, pianisti come Horowitz e Rubinstein e compositori come Prokofiev e Strawinsky. La musica di Rachmaninov è indubbiamente vecchia scuola, nulla del '900 è permeato anche appena alla superficie della sua arte. Il paragone con il nuovo secolo comincia a diventare difficoltoso. Specialmente considerando la nuova generazione di compositori americani che si va affacciando alla ribalta e che si afferma piano piano. Immaginiamoci l'imbarazzo di Sergei, cresciuto con le sinfonie e le opere di Chaikowsky, alle prese con Gershwin, con Copland, con Barber ed Ives ... Per rispondere in parte alle critiche che gli danno del finito, riprende alcune vecchie composizioni e le riarticola. Ne completa alcune. Si ostina a voler dimostrare di essere capace di ciò che gli viene contestato, fabbricando nuove composizioni aggiornate. Intendiamoci, nulla di questo turba un grand'uomo della sua levatura - che intanto si gode le sue sostanze con lunghi soggiorni in Europa - specialmente in Svizzera, sognando di trasferirsi con la famiglia. Ma giunge una nuova guerra mondiale, e la malattia, la morte. Rachmaninov resta intimamente legato alla Grande Russia zarista pre-rivoluzionaria e patrizia, quella nostalgica sognata dagli esuli post-rivoluzione e descritta nel film Anastasia. Negli Stati Uniti rappresenta in quegli anni la quintessenza della passione musicale romantica, con i suoi concerti tra i più rappresentati nelle sale, fino ad oltre gli anni '50. Voglio sottolineare questo aspetto con la citazione che ne fa Billy Wilder nel suo film del 1955 "Quando la moglie è in vacanza" (The Seven Year Itch) dove un marito nella crisi del settimo anno, libero dalla moglie, ricorre al "Secondo Concerto per pianoforte di Rachmaninov" per suscitare irrefrenabili ... fremiti alla procace vicina Marylin Monroe. Qui c'è un estratto godibilissimo del film, con i nostri doppiatori italiani dell'epoca. Il tono è certamente ironico, non lo è il senso attribuito alla musica del nostro compositore. *** Guida all'ascolto Mi scuserete per questa lunga anticipazione biografica, mi è venuta di getto e credo sia necessaria perchè le vicende private di Rachmaninov e la natura del suo successo planetario ne hanno condizionato per sempre sia la verve compositiva che le scelte interpretative. In effetti ci ha lasciato un numero abbastanza ridotto di composizioni, non tutte dello stesso livello, non tutte con le stesse fortune. Qui da noi, per esempio, il Rachmaninov sinfonista è quasi del tutto sconosciuto. Eppure possiamo assimilarlo al Chaikovsky dell'Onegin o del Manfred, del tutto in linea con quello pianistico. Ma del tutto al di fuori del "personaggio" Rachmaninov e quindi non di moda. Volendo, ricorrendo al cofanetto della Decca, è possibile avere praticamente tutto insieme e con una spesa contenuta.- in 32 CD venduti su Amazon a 59 euro abbiamo un completo spaccato della sua opera, con il contributo di grandi musicisti che non è il caso di sottolineare ulteriormente. Sarebbe già una buona scelta ma non ci permetterebbe di offrire spunti di lettura alternativi e magari contrapposti, come invece ci piace fare sulle nostre pagine. E poi per noi è più un gioco che una necessità ... scegliere 10 dischi 10 ! 1) SINFONICA Sinfonia n. 2 - EMI 1973, André Previn, London Symphony Orchestra anche oggi rappresenta la prima scelta obbligata. Questa interpretazione è una gita in mare, attraverso onde e mare grosso ma con la certezza di un ritorno sicuro in porto. In varie edizioni esistono anche le altre 2 sinfonie (pensiamo che la 1a, quella che ha rinunciare Rachmaninov per la prima volta alla composizione, data 1894, la seconda è del 1908, la terza è del 1936. Si aggiungono anche le Danze Sinfoniche (1940) e L'isola dei Morti (1908). Di quest'ultima c'è una bella registrazione di Fritz Reiner, una inascoltabile (per il rumore di fondo) dello stesso Rachmaninv, una molto misteriosa nell'integrale di Mariss Jansons EMI che ritengo l'alternativa prima a Previn. 2) CAMERISTICA Veramente poca cosa la musica da camera che ci ha lasciato Rachmaninov e sinceramente non andrei oltre la sonata per violoncello e pianoforte (1901). prenderei tra le tante disponibili quella del 2007 con un vivace Lugansky che accompagna il suo connazionale Alexander Kniazev. aggiungerei poi i due trii elegiaci (1892 e 1893) con il Beaux Arts Trio 3) CONCERTI il piatto forte sono naturalmente i quattro concerti per pianoforte. I più importanti sono il 2° e il 3°. Volendo resta in tema del Rachmaninov "americano" del film di Billy Wilder, che credo sia il più genuino e vicino allo stereotipo del ... chiaro di luna e il candelabro, potete scegliere una versione qualsiasi, purchè alla guida ci sia Fritz Reiner e al piano uno a scelta tra Horowitz, Van Cliburn o Byron Janis. in questo momento sono ... nel momento Van Cliburn e quindi scelgo questa registrazione con il mitico e inarrivabile Fritz Reiner con la altrettanto mitica Chicago Symphony registrati dalla stessa etichetta per cui registrava Rachmaninov, la RCA Victor Red Seal ... Naturalmente il suono non sarà quello cui siamo abituati noi oggi, ma l'atmosfera sarà magicamente quella dell'epoca, e irripetibile diversamente. La scelta maestra più vicina a noi resta ancora la lettura di Vladimir Ashkenazy con Andrè Previn degli anni '70 per la Decca con la London Symphony. Interpretazione autorevole e un vero classico moderno. Ashkenazy peraltro ha registrato l'integrale anche per pianoforte solo. Venendo ai giorni nostri, non vedo altra soluzione che non sia quella offerta dal "giovane" Lugansky ad inizio anni '2000 con Sakari Oramo e la City Of Birmingham Symphony Orchestra e che include anche altre composizioni importanti come le variazioni e la rapsodia "Paganini". Eviterei edizioni mediatiche tipo quelle di David Helfgott (dal film Shine). Naturalmente la discografia di questi concerti è sterminata e ognuno avrà la sua preferenza. Potete anche ascoltarli tutti, ma qui ci limitiamo a questi. Aggiungo in coda la Rapsodia Paganini, brano che io adoro in tutte le sue edizioni e trasposizioni e che non mi stancherei mai di ascoltare, fosse suonato anche da un carillon. In questo caso scelgo la versione di Yuja Wang con il mai troppo compianto Claudio Abbado al di là della copertina stucchevole (ma si narra della corsa notturna di Rachmaninov in slitta a cavalli, sotto la neve, per passare la frontiera nel 1917 ... ), il furetto Yuja si trova perfettamente a suo agio in questi funambolici passaggi e la Mahler Chamber Orchestra è perfetta ad accompagnare la partitura "moderna" del Rachmaninov americano. 4) PIANOFORTE SOLO Ma perdonatemi se ho lasciato in fondo quello che non deve essere trascurato dell'opera di Rachmaninov, il corpus primo, alcune delle composizioni che porterei peraltro nella classica isola deserta. Lascerei il resto, ma non a) le due sonate per pianoforte (1908 e 1913) per fortuna c'è una buona scelta e si può spaziare. Ci sono anche registrazioni della prima e della seconda versione rivista della sonata n.2 (edizione originale del 1913 eseguita a Kursk da Rachmaninov, edizione rivista eseguita a Portland nel 1931 sempre dal Rachmaninov. Edizione del 1940 di Horowitz che combina le due, per sovrammercato). Della seconda sonata trovo di straordinaria potenza e d'intensità quella esibita dal gigantesco John Ogdon presente in una raccolta antologica b) gli Etudes-Tableaux op. 33 e Op. 39 (1911 e 1916) una visione all'inglese, molto recente, analitica e molto ben incisa. segnalo per curiosità che di alcuni Etudes-Tableaux esistono versioni orchestrate da Respighi di grandissima ricchezza tonale ed espressiva c) Preludes Op. 23 e op. 32 (1903 e 1908) d) six moments musicaux Op. 16 (1896) la versione di Ashkenazy è particolarmente ispirata ed include anche i Morceaux de Fantasie. Ma non escluderei in questo novero anche le interpretazioni di Lugansky e di Giltburg. e) le variazioni Corelli (1931) No, le variazioni su un tema di Corelli non sono le variazioni Goldberg né le Variazioni Paganini di Brahms ma sono e restano un caposaldo del pianismo universale. Le edizioni disponibili sono innumerevoli e tutte di grande livello. Sono in imbarazzo ... Ashkenazy, Lugansky, Ogdon, Lugansky, Grimaud, Trifonov, Giltburg, Shelley, Cherkassy ... in questo momento preferisco la meravigliosa Helene Grimaud degli esordi. Ma insieme al secondo Lugansky. f) e volendo le variazioni Chopin (1903) composizione un pò contorta e difficile da posizionare. la mia preferenza va a quella intensissima di un ispiratissimo Trifonov che a metà brano va letteralmente in estasi e si libra oltre la tastiera. Come vedete tutte composizioni temporalmente vicine, tranne le variazioni Corelli. Rimarrebbero fuori composizioni comunque interessanti ma indubbiamente minori come le due suite per due pianoforti, i Morceaux per due pianoforti e la serie delle trascrizioni e parafrasi di Rachmaninov su opere di altri compositori. Delle Opere Liriche di Rachmaninov non so proprio nulla e quindi non mi attardo oltre. E Buon ascolto !
  5. Il nuovo riferimento, per me, per la seconda sinfonia di Rachmaninov (è bellissima, non la trascurate per i soliti concerti per pianoforte !) :
  6. Cuffie che passione La mia (lunga) frequentazione con le cuffie é una storia di amore-odio. Sinceramente non trovo mai del tutto appagante l'ascolto in cuffia. Per mia fortuna non ho problemi "ambientali" e quindi posso ascoltare a volume normale dai diffusori la mia musica ad ogni ora del giorno. Le cuffie le impiego quando voglio isolarmi oppure quando cerco nuance e sfumature difficili da ritrovare nella musica riprodotta dai diffusori. Ma c'è una peculiarità delle cuffie che, lo concedo, anche per me è impagabile. Ogni cuffia ha un suono suo, diverso dalle altre. Non solo modelli differenti, anche esemplari differenti dello stesso modello. Diversa intonazione, diverso scopo, diverso carattere. Diverse tecnologie, aperte, chiuse, semichiuse, dinamiche, elettrostatiche, ortodinamiche. Di scuola europea, giapponese, americana. Alta impedenza, bassa impedenza. C'è da divertirsi. E poi le cuffie costano molto meno di una coppia di diffusori dello stesso livello. Occupano poco spazio, si possono collezionare. E poi scegliere secondo l'estro quelle che ci piacciono di più in quel momento. E' bello anche parlarne alle volte e discuterne come facciamo su queste pagine. Ma non tutte le cuffie escono perfette dalla scatola, a volte ci sono cose che piacerebbe correggere, almeno a livello di risposta globale o particolare. Una volta questi interventi potevano essere fisici. Modificando materialmente a mano le cuffie stesse. Cambiando i padiglioni, aumentando o togliendo l'imbottitura interna. Chiudendo parzialmente l'apertura esterna. Passando da sbilanciato a bilanciato. E via spropositando. Modifiche per lo più permanenti e non sempre reversibili. Oggi per fortuna la moderna tecnologia ci rende la vita più facile e si possono fare interventi soft via ... software, per modificare, addolcire, linearizzare, riplasmare la risposta delle cuffie. Capiamoci bene, un modello impostato per dare il massimo per la musica elettronica o i mix spinti non potrà diventare miracolosamente adatta all'opera barocca. E le cuffie elettrostatiche resteranno sempre confinate più o meno nell'ambito della musica acustica a bassa energia. Ma nel mezzo ci sono tante possibilità di intervento. Prendiamo per esempio questa riposta in frequenza : e il medione tra le risposte dei due canali delle Sennheiser HD700, viceammiraglia di casa di qualche anno fa, un modello da 1000 euro poco meno. Lineare come la schiena di un mulo. L'ascolto lo conferma. Eppure la forma dei padiglioni e i driver derivano da quelli dell'ammiraglia HD800, proposta a prezzo molto più alto. Con qualche potenzialità inespressa, secondo me, considerando che la tenuta in potenza è esemplare. Quindi che fare ? Ma equalizzare, è ovvio. Le orecchie Certo, si può fare ad orecchio finchè il risultato ci soddisfa. Ma se possiamo prima misurarle e poi allinearle ad un ideale perchè fare le cose a casaccio ? ci viene in aiuto miniDSP che ha messo in commercio un paio di anni fa una ... specie di testa di misura ad un costo amatoriale. Le teste sono sul mercato da anni ma costano ... un occhio della testa. EARS di miniDSP costa poco più di 200 euro e si può impiegare collegato ad un normale pc, via cavo USB, impiegando peraltro un programma di pubblico dominio. Le mie AKG K712 Pro al banco di misura nel mio studio. In breve, le cuffie vanno collegate al normale amplificatore che usiamo per ascoltare la musica. All'amplificatore si manderà un segnale generato sinteticamente da un programma di misura che riceverà dal cavo USB la risposta delle cuffie mediante due microfonini messi all'interno delle orecchie finte del dispositivo di misura. Una cosa tutto sommato banale da mettere in atto. Il programma che impiego io è REW Room EQ Wizard. Un programma che è nato proprio per ottimizzare la risposta in ambiente dei diffusori ma può essere allo stesso modo impiegato anche per le cuffie. REW - Room EQ Wizard Non sono qui per fare una guida di questo bel programma, gentilmente offerto dal suo creatore John Mulcahy e quindi salto i passaggi. Vi dico che è questione di minuti caricare la calibrazione dei microfoni e poi effettuare la misura, ottenendo un grafico come questo : una risposta che manifesta una carenza sulle basse frequenze sotto ai 100 Hz (sono cuffie aperte), un avvallamento esagerato intorno ai 2500 Hz e poi un andamento molto tormentato ed eccessivamente crescente oltre i 3000 Hz. Possiamo decidere di tenerci queste cuffie come sono, oppure provare a renderle più dolci. Impiegando la parte di equalizzazione di REW si può far modellare un filtro secondo un target prescelto. Questo target rappresenta l'ideale, non necessariamente il massimo. E deve tenere conto della tenuta in potenza delle cuffie, nonchè della facilità di implementazione nell'equalizzatore. Modellando la risposta su una linea perfettamente retta potremmo avere cuffie molto neutre, non necessariamente caratterizzate da un buon suono. Ma potrebbe essere semplicemente una base di partenza. Personalmente io preferisco una curva target tipo quella Harman che prevede un andamento decrescente verso l'aumento della frequenza, con basse in evidenza e alte in ritirata. Ma ci sono teorie che si basano sulla sensibilità delle nostre orecchie in relazione alla potenza acustica che vorrebbero invece una risposta più a U, con basse e alte in evidenza. A me le alte e altissime non interessano troppo perchè nella musica che ascolto non ci sono. Chi predilige la musica sintetica avrà altri orientamenti. E' bello poter giocare con queste cose proprio perchè si può andare a gusto. Quindi utilizzando REW si può avere una correzione con un certo numero di filtri parametri. i fitri parametrici sono caratterizzati da tre grandezze : la frequenza di intervento, l'entità del guadagno (che può essere negativa) e la forma dell'intervento, ovvero il Q del filtro. Esistono poi altri filtri che possono intervenire anzichè su una singola frequenza (i picchi o gli avallamenti che vediamo nella risposta più sopra), su una gamma di frequenza da quella in avanti oppure fino a quella data frequenza. in questo caso il Q se omesso, sottintende che il guadagno sia applicato sommando l'intervento per ogni ottava di frequenze (ovvero, partendo da una data frequenza di 1000 Hz, se il guadagno è di +3 dB, avremo un incremento di 3 decibel per ogni raddoppio di frequenza a partire da 1000 Hz). Le due immagini che vedete sono di esempio e si riferiscono ad un DSP elettronico della miniDSP. Ma noi qui utilizzeremo esclusivamente un DSP software. Quindi, tornando alle nostre Sennheiser HD700 e alla loro complicata risposta, applichiamo un target massimamente piatto : la linea quasi retta è il target. Quella verdolino è la risposta in frequenza misurata con EAR, quella in azzurrino è la risultante dell'applicazione dei filtri. Magico, no ? Attenzione che si tratta di una simulazione, non di una misurazione. Attendibile ma comunque teorica. Data dall'applicazione di questi filtri. che intervengono in queste 12 frequenze superiori a 245 Hz. Personalmente poi applicherei un guadagno di +3 dB da 120 HZ a 0 e un guadagno di -3 dB da 3000 Hz in su. Ma questo secondo i miei gusti. Bene, ma che fare adesso di questi filtri e come impiegarli ? JRiver Media Center Io uso JRiver ma immagino che altri player software (tipo Foobar) abbiano moduli di equalizzazione. JRiver ha l'equalizzatore parametrico inserito dentro al modulo DSP e questo contiene ogni tipo di filtro correttivo. Questo è un esempio, esattamente l'equalizzazione che ho applicato alle mie AKG K712 Pro per avere una risposta "Harman". Sono bastate 8 correzioni ma poi ho inserito (qui non evidenziato) anche un filtro sulle frequenze basse sotto ai 120 Hz con un guadagno di 3 dB. Ottenendo cuffie molto più piacevoli da ascoltare. Il bello di questo modulo è che si può inserire e disinserire in tempo reale mentre ascoltiamo la musica, potendo quindi avere un monitoraggio in tempo reale con le nostre orecchie di quello che succede alla risposta della cuffie. E' possibile apportare tante modifiche quante ne vogliamo e confrontarle tra loro. Le correzioni vengono apportate in dominio digitale ad alta frequenza (64 bit) senza alcun artefatto salvo un lievissimo lag che però è del tutto trasparente dal punto di vista sonoro e dipende dalla potenza del vostro computer. Con un processore veloce non noterete niente. E in ogni caso nessun degrado sonoro audibile. Si possono salvare più equalizzazioni e richiamarle a piacere, quando si cambiano cuffie. Ed è anche divertente giocarci Vediamo un altro esempio per chiudere. Le AKG K701 sono abbastanza lineari ma molto, troppo, "chiare". Secondo me la linearizzazione, abbastanza facile, non basta : e si deve proprio ridurre la risposta sopra ai 1000 Hz. Ma lascio alle vostre orecchie valutare il risultato. Lo ripeto, ogni modello e ogni esemplare di cuffie ha una storia a se e non necessariamente la ricetta andrà bene per tutte e, soprattutto, per tutte le orecchie. Ho voluto mantenere questa mia "trattazione" volutamente sul semplice per non spaventare nessuno ed invogliare altri a provarci. Per approfondimenti vi rimando al sito miniDSP (qui) e all'articolo su Wikipedia relativo all'equalizzazione e al loudness con le curve Fletcher-Munson Oltre, ovviamente, alla madre di tutte le curve di equalizzazione, il target Harman. Mi raccomando, linearizzare una risposta, non è necessariamente la cosa migliore da fare. Qui ho solo voluto mostrare un metodo. Fatemi sapere se avete osservazioni o domande da fare. L'argomento è vasto e non è una scienza esatta !
  7. Bene, parliamo di un argomento che va a braccetto con i tempi moderni ma che farà arricciare le narici e raddrizzare i peli ai puristi. Puristi di che ? Non so, vedete voi. Io sono passato da tempo al 100% al Computer Audiofilo e quindi sinceramente di certe argomentazioni tardo ottocentesche me ne infischio. In fondo credo siano battaglie di retroguardia e non voglio nemmeno perdere troppo tempo a rintuzzare i contrattacchi del nemico in fuga. Che continuino a pascersi nelle loro incertezze. Qui le cose sono molto più chiare. Dismesso l'elettrodomestico musicale (il lettore CD) da lustri e passato tutto in digitale puro con un software che fa da lettore dentro ad un bel computer, non vedo perchè legarsi le mani evitando di andare oltre. Avete presente la risposta dei vostri bellissimi diffusori in camera anecoica con cui vi siete convinti di fare l'acquisto ideale a suo tempo ? Tutte balle, valide solo in quell'ambiente. Ma nel vostro, bene che vi vada, tra riflessioni, risonanze, rimbalzi, vetri e finestre, le cose saranno di gran lunga differenti. E quindi il suono che sentirete e a cui vi abituerete sarà ben diverso da quello che il progettista ha immaginato e ... vi ha venduto. Non ci credete ? Dotatevi di un microfono USB da poche decine di euro (come il miniDSP UMIK-1 che uso io) e un programma di misurazione free come REW e lo vedrete in pochi minuti. Poi vi farete domande sciocche che non meritano grandi risposte. E' così e non ci si può fare molto. Tappeti, trappole per i bassi, sofà e controsoffitti non vi aiuteranno molto a rendere lineare, pulita e coerente la risposta dei vostri diffusori in ambiente. Tenete conto che sicuramente sarà diversa la risposta dei due diffusori tra loro. E che difficilmente vi riuscirà di sistemarla semplicemente spostando un diffusore avanti o indietro. questa è la risposta dei due canali dei miei nuovi DIP 2, due affari enormi di cui sto parlando su queste pagine. Li ho concepiti, progettati, costruiti e regolati io me medesimo da solo. Utilizzando la tecnologia che il 21° secolo ci mette a disposizione. Fa spavento, vero ? Eppure sarà facilmente simile anche quella dei vostri, purchè non abitiate in una camera anecoica o in un teatro greco. Che si può fare ? Si può ricorrere all'equalizzatore. Vi ricordate quei cosi in voga negli anni '70 e '80 del secolo scorso pieni di cursori ? Quelli belli si chiamavano parametrici e consentivano di fare correzioni oculate. Normalmente ad orecchio. E chi ha un orecchio tarato bene ? Per di più su un numero limitato di frequenze. Oggi ci sono strumenti digitali che ci consentono di intervenire manualmente sulle singole gamme di frequenza inserendo filtri precisi con un fattore di merito adeguato alla bisogna. Ma su una figura così tormentata vi immaginate quanto tempo ci vorrà ? E cosa fare, per esempio, sulla figura impulsiva, così ... smorta ? o sul ritardo delle varie gamme di frequenza. E sulla differenza tra i canali sul punto di ascolto ? Appunto, lavoro improbo, soggetto a ... soggettività, lungo e sempre troppo artigianale per una mente aperta ma che sul piano dell'audio bada al suono : bello, pulito, preciso, nitido. Come da progetto delle mie DIP21 (leggetevi gli altri articoli al riguardo ... quando saranno in linea, se vi va). E allora ? E allora si fa intervenire l'intelligenza artificiale, si chiamano gli specialisti e si lavora alla radice del problema. Una società svedese ha preso il nome di un grande fisico inglese, Paul Dirac, autore di una equazione che è diventata famosa come ... l'equazione dell'amore (parliamo di meccanica quantistica applicata ai fermioni) ed ha sviluppato un sistema di correzione automatico della risposta in ambiente che viene applicata all'ascolto domestico, agli studi di registrazione, agli auditorium e alle automobili. La trovate a questo indirizzo. Collabora con grandi case (BMW, Bentley, Rolls Royce, Theta, Nad, Oppo, Huawei ...) ma rende disponibile il suo sistema anche ai privati come noi. Il suo software - Dirac Live Room Correction - é disponibile in due versioni : quella normale stereo (cui farò riferimento in questo articolo) e quella più evoluta ad 8 canali per il theather (tematica che non mi sfrizzola moltissimo). Il sistema si compone di due parti, uno che si occupa delle misure, ed uno che si occupa di applicarle alla periferica audio utilizzata per la riproduzione della musica. Come funziona ? Sulle prime viene richiesto di individuare l'ambito e la periferica di uscita. Il campionamento disponibile va dal formato CD (44100 Hz) a 192.000 Hz, più che sufficienti per i normali usi (per frequenze più elevate sarà necessario sottocampionare). quindi il microfono, necessario per le misurazioni : si dovranno impostare i livelli opportuni perchè la misurazione sia compatibile con il sistema regolando i cursori in dotazione : io ho montato il mio microfono (acquistato online da Audiophonics di Bordeaux) su un normale treppiedi da studio fotografico, con lo spike a vite da 3/8''. L'ho regolato perchè l'altezza dosse pari a quella della mia testa (altezza orecchie) nella normale posizione di ascolto (poltroncina a rotelle da ufficio : siamo nel mio studio, non nella sala d'ascolto). A questo punto si passa nella fase di effettiva misurazione. E' possibile scegliere tra sedia, sofa e auditorium. A seconda dei casi saranno proposte più misurazioni in posizioni differenti. Ad ogni passaggio si farà una misurazione e poi si sposterà il microfono come proposto. Il sistema ad ogni misurazione emette un segnale a tutta banda (dalle frequenze più basse a quelle più alte) di circa 12 secondi, dopo di che elabora il segnale e lo accantona. Vi consiglio di tapparvi le orecchie perchè dopo un pò dà fastidio ! Il mio cane infatti mi ha lasciato infastidito al secondo fischio ad alta frequenza. nella parte bassa della finestra qui sopra vedere la figura della forma d'onda nei vari impulsi. Finite le misurazioni si potrà procedere e verrà visualizzato il responso finale. Qui c'è una rappresentazione mediata della risposta in ambiente dei due canali sovrapposti (modulati dalle diverse risposte intorno ai due diffusori, l'asimmetricità della stanza, la presenza a sinistra della finestra, a destra di un mobile davanti alla parete, io medesimo messo da qualche parte, etc. etc.). E' la figura in azzurrino sullo sfondo blu. Terribile, vero ? Un basso profondo a picco fino a sensibilità esagerate che poi precipita e recupera solo nel medio basso, per poi decrescere con una ondulazione impossibile da correggere a mano. Il medio è quasi esemplare ma la variabilità è comunque elevata. L'alto è a doppia campana con un avvallamento all'incrocio tra i midrange e il tweeter che da manuale non ci dovrebbe essere ma, peggio, una differenza tra i due canali che fa paura. In arancione viene proposta una risposta in frequenza ideale, detta di target, cui il sistema vorrebbe allineare i diffusori. é possibile modificarla a mano secondo le proprie necessità. Io sapendo che il grosso delle registrazioni di musica è pensato per chi possiede minidiffusori senza woofer o, peggio, cuffie e cuffiette con risposte sui bassi ridicole, ho modulato i bassi sotto ai 150 Hz un pò all'ingrosso, come era da propositi del mio progetto delle DIP21 : avere un basso possente su un medio articolato e pulito. A queto punto si dice al sistema di regolare l'ottimizzazione del sistema che viene normalizzato così : per quanto riguarda la risposta. Il punto flat del basso è a 24 Hz, ben al di sopra della media dei diffusori migliori al mondo. E l'impulso è questo, molto, molto realistico, considerando che stiamo parlando di 2 pannelli che sommano quasi 3 mq di superficie con 18 driver complessivi e che, soprattutto, emettono da entrambe le superfici. Salviamo il filtro e il progetto per poterlo utilizzare. Insomma, banalmente che cosa ha fatto il nostro Dirac ? Ha creato una serie di filtri (un elevato numero, anche migliaia) piccoli e ravvicinati, che vanno a manipolare la risposta dei due diffusori, allineando al contempo anche i due canali e la loro risposta nel tempo. Tenendo conto di tutti i parametri effettivamente misurati nel mio ambiente nelle mie condizioni di ascolto. Ok, bello. Ma come si utilizza questo filtro ? Dirac Audio Processor C'è un altro tool messo a disposizione da Dirac che si installa automaticamente all'avvio del computer e che va ad impossessarsi della periferica audio (in questo caso un DAC Audio-GD) per manipolarne in tempo reale la risposta in frequenza. Si presenta con questa finestrella qui. e si possono caricare fino a 4 filtri differenti, selezionando quale poi utilizzare. ho chiamato il mio semplicemente UNO, immaginando in queste settimane di messa a punto del mio sistema ne progetterò diversi e mi piacerà confrontarli tra loro. Il DAP può essere regolato in modo fine per ottenere aggiustamente ad orecchio in caso sentissimo la necessità di farlo (non è, per ora, il mio caso). in termini di risposta tra i due canali e di intervento del processore come sia, da questo momento la risposta in frequenza del sistema sarà quella imposta e non più quella effettiva. Ad una prima prova di ascolto ho riscontrato in modo netto ed evidente la differenza di qualità, pulizia e, soprattutto di sensazione di ricostruzione tridimensionale della scena sonora, praticamente con tutti i genere musicali, anche quelli - non ci avrei creduto - più beceramente "elettronici". Ne riparlerò quando descriverò nel complesso le DIP21 ma in questo articolo monografico mi premeva parlare del Dirac Live Room Correction, un must have secondo me, quanto lo sono oramai la riproduzione musicale digitale direttamente da computer, i DAC, i cross-over digitali e i collegamenti bilanciati tra le elettroniche. Il prezzo di acquisto è sensibile (389 euro cui aggiungere i 79 del microfono) ma secondo me ne vale la pena. Sicuramente ne guadagnerà il vostro sistema di ascolto molto più che cambiando .... tutti i componenti secondo quella malattia che a più riprese colpisce tutti gli audiofili. Ma su questo sito siamo musicofili e quindi cerchiamo la via migliore per ottenere il massimo da quello che abbiamo deciso di utilizzare. Alla prossima !
  8. Piotr e Johannes si sono incontrati a Lipsia intorno al 1888 in uno dei tanti giri del russo per l'Europa e pare che si siano trovati reciprocamente antipatici. Non ci deve sorprendere, tanto erano diversi ed opposti i due musicisti. Chi scrive è un discepolo osservante della musica contrappuntistica che discende dal barocco italiano attraverso Bach, Beethoven e Brahms, che vede con assoluto sospetto tutto ciò che è disorganizzato e liberamente irrazionale, come la quasi totalità della musica di Chaikovsky. Un soggetto così controverso da non sapersi mai come scrivere il nome e pure il cognome e che pare sia arrivato addirittura ad organizzare in melodramma la propria dipartita. Del resto questo sito si intitola alle Variazioni Goldberg e non c'è nulla da nascondere al riguardo. Insomma, di Chaikosky si parla come di Chopin. Sarebbe facilissimo stilare una lista di 10 dischi con la musica più passionale che ci sia e lasciare poi all'ascoltare fare una discernita. Ma sarebbe un compilato del tutto inutile. Le nostre guide invece vogliono essere una traccia per guidare chi si riconosca in certe logiche. Come per la guida sulla musica di Brahms, per l'appunto, che esclude completamente le celeberrime sinfonie e pone al centro invece musica che ai più è del tutto sconosciuta, qui si vuole fare una cosa ancora più ardita. Brahms si diceva in vita che detestasse Wagner. Ma non è vero, apprezzava sinceramente l'Opera di Wagner che ascoltava volentieri e conosceva bene. Detestava invece il mercimonio "a programma", i poemi sinfonici di Liszt. Anzi, tutta la persona e l'opera di Liszt. Chaikovsky non era il Liszt russo, per nulla ma il suo romanticismo nazionale non era poi così dissimile. Quindi come sceglierebbe 10 dischi di Chaikovsky il nostro Brahms ? Un giorno spero di poterglielo chiedere di persona se sarà di buon umore e se io sarò dell'umore giusto per chiederglielo. Oggi lo sono e quindi provo ad immaginarmi il mio Johannes che fa una selezione ragionata di ciò che va conosciuto ed apprezzato in Piotre - del resto anche qualche cosa di Liszt la si può ben salvare ! - e cosa invece non meriterebbe l'attenzione che gli viene tributata. Piotr Iliic Chaikovsky ha lasciato un catalogo con 80 opere scritte tra il 1867 e il 1893. Il corpus più importante della sua musica probabilmente pesa per lo più su quelle orchestrali. Ci sono le 6 sinfonie, i 4 concerti e pezzi concertanti, le suite orchestrali e le serenate, le musiche di scena. Ma non meno importanti sono le opere liriche, per tacere dei balletti. Sono invece da considerare per lo più composizioni minori quelle per pianoforte e la musica vocale. E anche la musica da camera non era dove il russo si esprimeva al massimo. Il massimo della sua notorietà viene certamente dai balletti e dalle opere. Dai i due più famosi concerti. E dalle ultime sinfonie. Ma forse c'è dell'altro ... 1) Sinfonie 4, 5 e 6 Pur essendo tre coacervi di "marce slave" le 3 ultime sinfonie sotto la guida del Grandissimo Mravinsky avrebbero finito per convincere anche il vecchio Brahms. Ci vuole disciplina per impedire a tutti quei sentimenti concentrati a pressione di fuoriuscire per la sala ed impregnare tutto quanto. Qui la simbiosi tra Direttore e orchestra é talmente totale che Lui poteva dirigere semplicemente con gli occhi, senza un gesto, nemmeno con il sopracciglio. La Quinta soprattutto è sensazionale. E perfino la torbida quarta risulta interessante. Per digerire la Sesta Johannes avrebbe fatto ricorso alla più amara cioccolata con panna offerta dalle pasticcerie di fronte al Prater .... 2) concerto per pianoforte e orchestra n.1 Sensazionalismo a parte, Gilels qui era una forza della natura e Reiner ha spinto la Chicago oltre i limiti della partitura. Il materiale tematico di questo concerto è essenziale, lo svolgimento volgare, i raddoppi esagerati. Ma è uno dei pochi concerti per pianoforte che si possono avvicinare al 2° di Brahms. 3) concerto per violino e orchestra Vecchia scuola qui, con la Boston nelle mani del leggendario Leinsdorf di scuola che più viennese non si può. Mentre Perlman al suo massimo alleggerisce i tratti esageratamente glicemici di certe parti del concerto per violino di Chaikovsky che Brahms di questi tempi, avrebbe scoperto con sorpresa, rivaleggia con il suo per notorietà e numero di esecuzioni. 4) Evgenij Onegin Onegin non è la Dama di Picche. Non lo è nel testo originale di Puskin e non lo è nella musica. Ci sono arie di grande lirismo mentre mancano almeno in parte i cori giovanili a tempo di marcia militare della Dama. E' la sintesi dell'operismo colto dei russi e, per lo meno, non richiede cuscini imbottiti come il Godunov o dosi massicce di antidepressivi come la Lady Macbeth. Scegliamo in questo caso un grande russo come Fedoseyev alla testa di una compagine tutta moscovita. Johannes si beveva l'Anello tutto di seguito, l'Onegin e la sua narrazione continua, senza recitativi e senza intervalli è un antipastino. Si sarebbe innamorato di Olga ? Chissà. 5) Romeo e Giulietta Brahms sarebbe uscito di senno ascoltando Manfred o Francesca da Rimini, mentre Romeo e Giulietta ha il dono, almeno, della sintesi. Il materiale tematico ha una parvenza di sviluppo e la storia si capisce tutta. E mancano del tutto i tratti ridicoli dei passi dei balletti. Per fortuna. Qui una versione sensazionale con cui Seji Ozawa - interprete magnifico del balletto di Prokofiev - lega la tragedia di Shakespeare nei colori di Berlioz, Chaikovsky e Prokofiev. 6) Il Lago dei Cigni, rigorosamente in riduzione da suite da concerto Il Lago dei Cigni è una storia commovente ma assistere al balletto e vedere paperette e tacchini che zampettano con forza sul palco richiede disciplina che il nostro Johannes non ha mai posseduto se non nell'applicare i principi del contrappunto a tutto ciò che si può scrivere in musica. Una suite, con un raddoppio di arpe, dopo una cena impegnativa. Perchè no ? Previn la vede come se fosse musica da film e toglie un pò della patina luccicante dei più classici direttori russi, troppo legati al balletto dell'800. e temo che il vecchio Brahms si fermerebbe qui, tranne che per un gesto di indulgenza finale non volesse aggiungere il trio Op. 50, un mezzo sorriso bonario, strizzando l'occhio opposto e mettendosi entrambe le mani sulla pancia con i pollici nelle bretelle ... Ovviamente questo articolo vuole solo suscitare qualche momento di ilarità ai lettori. Chaikovsky ha scritto grande musica, a tratti. Se avesse studiato a Vienna o a Berlino, probabilmente ne sarebbe uscito qualche cosa di più buono
  9. La dedica originale ("scritta per il sovvenire di un grand'uomo") della Sinfonia n. 3 "L'eroica" è lo spunto per questa piccola Guida all'ascolto. Naturalmente Beethoven bisognerebbe conoscerlo a fondo tutto ma la sua musica ha avuto uno stile in continua evoluzione, tanto che la si può separare in più fasi. Quella ... di mezzo, la più immediata all'ascolto ma anche quella che più coinvolge. Non ci sono ancora le sonorità aspre degli ultimi quartetti, della grande fuga, e nemmeno le forme arcaiche di contrappunto intricato delle ultime sonate. Della nona sinfonia, solo il tema ma non lo spirito allucutorio. E' il Beethoven della Quinta e della Terza Sinfonia. Della sonata a Kreutzer, del concerto per violino. E' il Beethoven praticamente coetaneo dell'astro europeo, quel Napoleone che da Primo Console diventa Imperatore e poi padrone d'Europa, scorrazzando con le sue armate dalla Baviera alla Polonia, passando per l'Italia e Vienna. Questo periodo "Eroico" coincide per i due titani. E' vero, anche Napoleone raggiunge la piena maturità "strategica" negli anni che vanno dal 1800 al 1809 (da Marengo a Wagram, dove si cominciano a vedere i primi segni di appesantimento del suo "metodo"). Il Napoleone che libera le genti europee per poi dominarle come Imperatore, arrivando ad essere da liberatore atteso, allo straniero che bombarda Vienna per costringerla alla resa (con Beethoven rintanato in cantina) per poi sposare la figlia dell'Imperatore Asburgico (cui prima aveva fatto decadere la corona del Sacro Romano Impero). Del Beethoven il cui ultimo concerto per pianoforte che qui chiude idealmente la lista del periodo "Eroico" viene poi attribuito l'epiteto de "L'imperatore", pur senza un reale riferimento ... all'Imperatore E' il Beethoven degli Eroi, Coriolano e Prometeo tra tutti. Ma anche Leonora, eroina ideale come molte delle dedicatarie della musica del Maestro. Naturalmente come da nostra abitudine, qui si è fatta una selezione, con le opere più rappresentative, senza voler escludere necessariamente le altre se non per il numero. Non abbiamo nulla contro la 4a e la 6a sinfonia, ne con i quartetti e le altre sonate del periodo. Mentre è esclusa sia per il periodo di composizione che per il significato, quella Wellington Sieg che celebra la sconfitta delle armate francesi ad opera del Duca inglese ma che ancora deve incontrare quello che è divenuto "l'orco corso". Più avanti Beethoven diventerà più cupo come la sua musica, più introverso, più socialmente disturbato. Morirà qualche anno dopo, rispetto all'Imperatore componendo i suoi più grandi capolavori che però, tolta la 9a sinfonia, al pari delle più brillanti manovre napoleoniche della fine della carriera, non sono mai le opere più celebrate del maestro ma più rivolte ad un uditorio erudito e preparato. Ma stiamo andando oltre, ecco qua, il catalogo è questo ! Concerto per pianoforte n. 3 in do minore Op. 37 - 1800/1802 Sonata per violino e pianoforte n. 9 in la maggiore "Kreutzer" Op. 47 - 1802/1803 Sinfonia n. 3 in mi bemolle maggiore "Eroica" Op. 55 - 1803 Sonata per pianoforte n. 21 in do maggiore "Waldstein" Op. 53 - 1803/1804 Sonata per pianoforte n. 23 in fa minore "Appassionata" Op. 57 - 1804 Concerto per pianoforte n. 4 in sol maggiore Op. 58 - 1805/1806 Concerto per violino in re maggiore Op. 61 - 1806 Trentadue variazioni per pianoforte su un tema originale in do minore WoO 80 - 1806 Ouverture "Coriolano" in do minore Op. 62 - 1807 Sinfonia n. 5 in do minore Op. 67 - 1807-1808 Fantasia corale "Schmeichelnd hold" Op. 80 - 1808 Concerto per pianoforte n. 5 in mi bemolle maggiore "Imperatore" Op. 73 - 1809 Ho inserito un paio di scelte per alcune delle composizioni ma in generale ho voluto premiare interpretazioni classiche, degli anni d'oro della stereofonia, con solo una manciate di edizioni moderne, digitali o ad alta risoluzione. Ovviamente è una scelta personale, ognuno si farà la sua compilation ideale. Iniziando questo anno Beethoveniano che anche noi cercheremo di celebrare degnamente, mi premeva principalmente tagliare esattamente in termini di repertorio e di epoca storica questo Beethoven Eroico, il mio preferito in assoluto (senza disdegnare assolutamente tutto il resto di cui avremo ampiamente tempo di dibattere di qui a dicembre). Ma se qui c'è qualcuno in ascolto o in visione che vuole aggiungere la sua gradita opinione, ci leveremo il cappello
  10. Abbiamo l'idea di Brahms vecchio, panzone che, con le mani incrociate dietro alla schiena, la barba lunga e il sigaro in bocca passeggia per i vialetti del Prater sorridendo alle donzelle del luogo cui regalava sovente caramelle e cioccolatini. Che si sedeva a fatica e che, burbero, malsopportava le presenza importune, sebbene lo celasse per quanto possibile con un atteggiamento per lo più affabile. Quello ritratto in questa fotografia del 1894, a sinistra il giovane Johann Strauss II, piuttosto compiaciuto di se e dei suoi baffoni e della perfetta piega dei pantaloni, a destra il nostro brontolone con la sua palandrana informe : che ci riserva un mezzo sguardo enigmatico ben nascosto da barba e baffi. Mentre pensiamo al Brahms senza barba come l'eterno innamorato deluso, alla ricerca delle tracce degli antichi e alle prese con complesse soluzioni contrappuntistiche da definire sulla carta per fissare le effimere ispirazioni della mente. In verità lo stesso uomo, introverso, complesso e fermamente deciso a nascondere la gran parte di se (distruggendo documenti, taccuini, manoscritti, partiture incomplete, dandole alle fiamme o gettandole nel fiume) perchè al mondo restasse solo la sua musica. Probabilmente però quello vero cui dobbiamo pensare mentre ascoltiamo la sua musica è questo : Ritratto di Johannes Brahms nel 1868 Amare Brahms non è parimenti semplice, meno che meno farne una guida breve per chi non lo conosca. Ha scritto relativamente poca musica e l'elenco delle sue opere è ben più sintetico di quello di Bach, di Mozart o di Handel. Dovrebbe essere cosa di un attimo proporne una selezione. Eppure una selezione qualsiasi darebbe una visione completa ? Non sono in grado di rispondere. Posso solo anticipare che la guida che segue è la più arbitraria e soggettiva possibile e non ho alcuna presunzione di trovare l'approvazione di chi già conosce Brahms. Brahms ha scritto quasi esclusivamente musica per pianoforte nei primi anni della sua vita. Ed ha concluso la sua esistenza scrivendo musica per pianoforte o per pianoforte e un altro strumento. Per tutta la vita ha scritto lieder e musica vocale. Durante la maturità, musica sinfonica, per strumento solista e orchestra, per coro e orchestra, per gruppi da camera fino a sei strumenti. Per orchestra da camera e per grande orchestra. Ha scritto musica delicata e sentimentale e sfacciata e popolare. Fortissimo e pianissimo insieme. 122 opere catalogate in tutto. Molte delle composizioni sono da considerare "minori" e la gran parte di quelle vocali, sostanzialmente sconosciute. Ma qui abbiamo detto di voler scegliere esattamente 10 dischi, per una disamina più completa dell'opera del nostro Johannes ci prenderemo tutto il tempo necessario. Guida all'ascolto 1) Zwei Gesange Op. 91 Magdalena Kozena (& friends) : Soireé In questo disco c'è la più soave e luminosa edizione dei 2 Gesange Op. 91 che io abbia ascoltato. Generalmente vengono drammatizzati eccessivamente (e soprattutto sopranizzati : questi due canti sono stati scritti per viola o contralto) ma qui la luce è quella dello sguardo di Johannes. La composizione è del 1863-1884. 1) Gestillte Sehnsucht 2) Geistliches Wiegenlied Nello stesso disco sono contenuti 5 lieder Ophelia riadattati per voce e quartetto d'archi con la medesima tranquilla luce tardo pomeridiana. Una versione alternativa dei due canti potrebbe essere quella con la poetica viola di Yury Bashmet 2) 21 Ungarische Tanze Brahms deve la sua fama alle grandi composizioni sinfoniche e pianistiche ma in vita il suo best-seller e in gran parte ciò che gli ha riempito le tasche grazie alla vendita degli spartiti e dei diritti sono state le brillanti Danze Ungheresi. Qui propongo l'edizione orchestrale ristampata in SACD da Esoteric sulla registrazione digitale Deutsche Grammophn di Claudio Abbado con i Wiener. Vivace ma in qualche momento anche troppo contenuta. Ben più frizzanti nell'edizione originale per pianoforte a due e a quattro mani dell'edizione mitica e irripetibile del grandissimo Julius Katchen per la Decca qui nell'originale in vinile che è disponibile nella ineguagliata integrale dello stesso Katchen : e per i più curiosi, la trascrizione per violino e pianoforte dell'eterno amico Joseph Joachim registrate per la Hyperion 3) Alt-Rhapsodie Op. 53 (e Gesang der Parzen Op. 89, Schicksalslied Op. 54, Nanie Op. 82) contenute insieme alle sinfonie e alle ouverture nel cofanetto dedicato a Brahms da Claudio Abbado alla testa dei Berliner Philamoniker. nella rivelatrice interpretazione di John Gardiner con la voce tenebrale di Nathalie Stutzmann che fa venire la pelle d'oca. Il ciclo brahmsiano di Gardiner è immerso in una luce rinascimentale che mette in evidenza ogni segno, immergendo questa musica nel solco della tradizione tedesca del 500-600. L'intera edizione di Gardiner per me si porta ai primi posti nella storia dell'interpretazione di Brahms, forse più per i pezzi di contorni che per le sinfonie. 4) Concerto per violino e orchestra Op. 77 (1878) Il concerto per violino e orchestra di Brahms, è, per me, insieme a quello di Chaikovsky, IL concerto per violino e orchestra. Lo scontro tra lo strumento solista e l'orchestra non è titanico, anzi, il violino appare piuttosto primus inter pares e tutta la composizione è piena di garba e di rispetto. Il materiale tematico è ineguagliabile, così come lo svolgimento. Virtuosistico ma mai sfrontato. Nè iper-romantico come altri concerti contemporanei. Le interpretazioni di questo concerto fanno parte della storia dell'interpretazione e credo non ci sia un solista di grande livello che non l'abbia avuto in repertorio. Potrei sceglierne dieci, ne scelgo uno, con l'adorabile Janine Jansen validamente accompagnata dall'Orchestra di Santa Cecilia sotto l'abile Antonio Pappano, anche perchè contiene il più bel primo concerto di Bartòk, che con Brahms non ci azzecca proprio nulla ma è grande musica ugualmente. come scelta alternativa, il violinista dei violinisti, il cui unico difetto è sempre stato solo quello di suonare tutto alla Heifetz, dando quell'impronta inequivocabile non sempre rispettosissima del testo ma difficilmente superabile, sia nel tocco che nel piglio. Per non parlare del suo suono unico. Qui poi c'è Fritz Reiner alla testa della strepitosa Chicago Symphony dei suoi tempi ! 5) Quintetto per clarinetto e archi Op. 115 (1891) I Brahms autunnale che abbiamo sempre in mente è sublimato in questo disco che raccoglie insieme due quintetti della maturità. In entrambi il timbro è caratterizzato dalla seconda viola nel quintetto per archi Op. 111 e dal clarinetto, strumento che suona sullo stesso registro e che è abbastanza alternativo alla viola, nel bellissimo quintetto per archi e clarinetto Op. 115. Il Melos Quartett viene qui rinforzato da Gèrard Caussé che spesso si aggiunge come viola in queste partiture (ci sono registrazioni di tutte le etichette) e dal clarinettista Michel Portal che conduce l'Op. 115 senza mai esagerare. La registrazione dell'Harmonia Mundi rende grande giustizia al timbro rugoso di entrambe le formazioni e secondo me aumenta il valore di questa edizione (tra le tante disponibili). Sappiamo dell'amore per la viola di Brahms, lo stesso vale per il clarinetto per cui ha ripreso a comporre quando praticamente aveva deciso di smettere. 6) Concerto per pianoforte e orchestra n.1 Op. 15 (1865) e n.2 Op. 83 (1881) I due concerti per pianoforte, molto differenti tra loro, secondo me molto più delle sinfonie, rappresentano l'estetica di Brahms per la formazione orchestrale. In entrambi la parte solistica è preponderante ma il primo è più sinfonico a cominciare dalla lunga introduzione, mentre il pianoforte assume un tono a volte più drammatico e sprezzante. Nel secondo invece l'intero mondo brahmsiano, fatto di equilibri sottili e di celata calma olimpica si gioca nei dialoghi tra il pianoforte e i corni o i violoncelli. Ci sono grandissime interpretazioni di questi concerti. Qui ne segnalo tre edizioni, quella bellissima e molto virile di Gilels con i Berliner diretti da Jochum. Gilels dava il massimo nei concerti dove ci volevano mani forti e dita d'acciaio. una vita passata insieme e una collaborazione intellettuale completa sono esaltati dall'ultima edizione (c'è n'è una precedente con i Wiener ma qui cerchiamo il duo) tra Abbado e Pollini. Non c'è alcun accenno di rabbia, di rassegnazione, di travaglio irrisolto in questa lettura che pone Brahms sul piedestallo degli Dei. Daniel Baremboin e Barbirolli, la coppia ideale (se c'è il pianoforte) della Swinging London . Questa edizione è un vero miracolo di equilibrio. Daniel suona con forza e lo Zio Giovanni lo sostiene ad ogni passaggio, incalzandolo quando lui vorrebbe rallentare. Prova Grandiosa di uno dei dischi più belli del secolo. 7) Gli ultimi pezzi per pianoforte (1892-1893) Gli ultimi pezzi per pianoforte di Brahms non sono gli ultimi pezzi di un uomo deluso e rassegnato alla morte. Non sono nemmeno gli ultimi pezzi (le ultime composizioni di Brahms saranno successive e dedicate a musica laicamente sacra, con i corali per organo Op. 122) anche perchè si tratta di materiale raccolto nei decenni precedenti e pubblicato poi nell'ultimo periodo quando Brahms stava chiudendo le fila del suo lavoro. Non è musica per vecchi e non dovrebbe essere interpretata con logiche crepuscolari se non in parte. C'è tutto Brahms in queste raccolte di pezzi sostanzialmente slegati tra loro. Quello mite, quello rabbioso, quello deluso, quello dolce delle ninnananne. Non è la migliore interpretazione assoluta ma negli anni è quella di un giovane pianista che mi é rimasta più impressa, quella di una Helene Grimaud ancora non superstar e con l'abitudine a gettare il cuore oltre l'ostacolo anzichè interiorizzare tutto come fa nell'ultimo periodo con scelte di repertorio un pò troppo "mistiche" a mio parere. ci sono comunque tante altre edizioni e ne parleremo a parte. 8 ) Quintetto per pianoforte e archi Op. 34 (1864) Il quintetto con pianoforte Op. 34 è una composizione a due facce e in questo modo può essere letta. Nel mio caso è uno sfogo di rabbia più che di passione, non è musica per vecchi e nemmeno per addormentati. Per questo non riesco a trovare alternative alla sensazionale e incalzante versione dell'indimenticabile Quartetto Italiano con Maurizio Pollini al suo apice. 9) variazioni Paganini Op. 35 (1863), Handel, Schumann Per Brahms, sempre rivolto al passato alla ricerca delle radici musicali, alla tradizione musicale tardo-rinascimentale e barocca di Bach, di Handel e anche di Schutz e degli altri compositori tedeschi del '600, le variazioni rappresentano un modo di essere. Non sono variazioni formali alla Goldberg, per intenderci. E nemmeno alla Diabelli, insomma. Sono composizioni abbastanza libere, portate e legate dal basso ma con un indirizzo ben preciso che spesso solo nel finale trovano un epilogo (è il caso delle Handel e delle Haynd che si chiudono con una fuga). Io le trovo la quintessenza della musica di Brahms e non sono che la sintesi di un modo di comporre che si ritrova in molte delle opere di Brahms, sia sinfoniche che cameristiche ma anche in quelle corali. Per averle tutte non c'è che da rivolgersi al solito Katchen ma ci sono edizioni sciolte molto interessanti. Per Handel segnalo ad esempio questo bel disco di Perahia e questo fantastico e recente disco Alpha con Nelson Goerner che associa le Paganini ad una delle più belle Sonate Op. 5 della storia del disco. Segnalo l'integrale di Barry Douglas e segnatamente alle variazioni Schumann e in generale alla relazione tra Johannes e gli Schumann una edizione veramente toccante di una giovanissima pianista nel suo disco di esordio Il tocco delicato e struggente di Mishka Rushdie Momen nelle variazioni su un tema di Lui dedicate a Lei di Johannes Brahms offrono momenti del perduto lirismo di un vero tributo d'amore. 10) Ein Deutsches Requiem Op. 45 (1854-1868) Finisco come ho cominciato con una proposta di rottura. Il Requiem di Brahms ci azzecca poco o per nulla con gli altri requiem della storia musicale moderna. Il laico Johannes da una lettura di grande Fede, senza rabbia, senza ire, senza acredine o rassegnazione. E' l'accettazione dell'essere che arriva ad essere concepita fin dalla giovane età ma realizzata negli anni a venire e pubblicata a 35 anni. Non è il finale voluto dall'impresario di Mozart. Non è una composizione commissionata. E' Brahms in tutte le sue sfaccettature. Non è un best-seller, sebbene sia stato registrato innumerevoli volte. E devo ammettere che in gioventù io non lo capivo per nulla. Non adesso che lo condivido in pieno nella sua essenza, specie quando te lo propone un saggio illuminato come Sir John Gardiner. *** Naturalmente ogni mia scelta qui può essere contestata perchè questo mio modo di vedere Brahms è tanto personale quanto può esserlo il vostro. Maturato in quaranta anni di passione e di lenta crescita di sensibilità e modo di sentire.
  11. Il Burleske (la Burlesca nella nostra lingua) di Richard Strauss è un NON concerto per piaforte e orchestra. Nato come Scherzo per pianoforte e orchestra in Re minore nel 1885, fu considerato subito ineseguibile e messo da parte dall'autore stesso che all'epoca, ventunenne, guidava l'orchestra di Meiningen. Nel 1889 lo poté vedere Eugene d'Albert che propose alcune modifiche alla parte pianistica. In questa occasione ricevette il titolo di Burleske (farsa o beffa), dedicato allo stesso d'Albert che lo eseguì in prima assoluta nel 1890 ad Eisenach, città natale di Bach. Von Bulow non lo capiva ne parlava in questi termini con Johannes Brahms ("il Burleske di Strauss ha decisamente del genio ma per certi versi è terrificante") dopo averlo diretto a Berlino, sempre con d'Albert come solista nel 1891. Il giudizio di Bulow ha pesato sulla considerazione di Strauss stesso sulla composizione, tanto da ritardarne la pubblicazione che avvenne nel 1894 ma senza numero d'opera. Ma nel tempo diventò una delle sue composizioni preferite, tanto da includerla nel suo concerto finale di Londra nel 1947. La beffa o farsa e appunto, probabilmente il motivo dell'incomprensione del tradizionalista Bulow, è l'essere un concerto per pianoforte e orchestra non dichiarato, in un solo movimento ma internamente in quattro tempi. I - allegro vivace II - Tranquillo III - A tempo. Sostenuto. IV - Un poco animato. Quasi cadenza mai effettivamente dichiarati. La formazione orchestra prevede, oltre al pianoforte e agli archi, il piccolo, due flauti, due oboi, due clarinetti in Sib, due fagotti, quattro corni, due trombe e timpani. il frontespizio della partitura a stampa, con la dedica a Eugene d'Albert (1894) Richard Strauss e Alfred Blumen al concerto di Londra del 1947, pubblicato in CD nella serie Testament Dunque, cos'è il Burleske di Richard Strauss ? E' un concerto per pianoforte e orchestra che si sviluppa come una parodia del secondo concerto per pianoforte e orchestra di Johannes Brahms. Un omaggio scherzoso, ovviamente, per questo definito scherzo e poi burleske. Il parallelo con il concerto di Brahms c'è tutto, sia nella tessitura che nel calore complessivo. Ma anche nel rapporto tra il pianoforte e gli altri strumenti che diventano di volta in volta solisti, come i timpani che aprono e chiudono la composizione. Il materiale tematico, la cadenza, il virtuosismo estremo ma anche l'atmosfera calma e olimpica sono genuinamente brahmsiani. La prova sta nel pudding, ovviamente, lo stesso Strauss, poi in vecchiaia critico verso Brahms, nella sua giovinezza ne era invece un grandissimo estimatore che lui esprimeva come Brahmsschwarmerei tanto da assistere alle prove del concerto della quarta sinfonia del grande amburghese. Ci stà tutto, ovviamente ma è e resta una composizione molto originale, brillantissima, ricchissima di materiale tematico e se anche lo sviluppo non è quello tipico del concerto per pianoforte romantico ha dato l'ispirazione a tutte le generazioni di successivi compositori che si sono misurati con il genere. Da Prokofiev fino a Britten. E' anche la musica del primo Strauss, iper-vigorosa, eroica, apollinea, non ancora pregna di tutta quella sovrastruttura allegorica dei poemi sinfonici e delle opere liriche. Il lirismo del Burleske va diritto al cuore e lo fa con toni riconciliatori, sebbene quella che il pianoforte intraprendere sia una battaglia totale con il resto dell'orchestra che schiera i timpani in prima battuta e poi tutti gli strumenti timbrici sostenuti dagli archi per dargli alla tastiera. Vince l'orchestra ma fino all'ultimo il pianista combatte in condizioni di parità suprema, lui da solo sovrastato da quattro corni e due trombe, oltre ai timpani, appunto e i bassi che segnano il destino. La sintesi, impossibile per loro due, tra il Brahms del secondo concerto e il Wagner della Walkiria ? Ecco, leggiamolo così. Composizione estremamente virtuosistica che non è stabilmente in repertorio oggi ma che lo è stata dei principali pianisti del nostro tempo che ne hanno dato letture, qualche volta controverse la cui misura viene immediatamente dalla durata complessiva del pezzo. Si va dai 18:30 della visione dell'ultimo Strauss (e forse nell'edizione del 1891 poteva essere anche più veloce ?) che abbiamo la fortuna di avere su disco. Ai quasi 26 minuti (!) dell'ultimo Trifonov che crede di suonare il suo Rachmaninov, passando per Glenn Gould che già mi sembrava bradipico 30 anni fa quando l'ho ascoltato la prima volta con i suoi 23:50 ai mediani 20 minuti delle tante edizioni disponibili. Nella mia collezione ne ho alcuni che vorrei commentare in chiusura di questo articolo nella speranza di aver incuriositi se non conoscevate bene questa grande composizione. Friedrich Gulda edizione SWR edito di recente Radio-Sinfonieorchester Stuttgart, diretta da Hans Muller-Kray Live del 10 gennaio 1962 durata 19:33 Friedrich Gulda, Orfeo Wiener Philarmoniker diretti da Karl Bohm 25 agosto 1957, Live dal Festival di Salisburgo durata 19:32 *** C'è poca storia, difficilissimo se non impossibile eguagliare Gulda in queste interpretazioni. L'edizione del 1962 che preferisco è un continuo fuoco d'artificio che è, credo il modo giusto di vedere una burla che si risolve nel mostrare il proprio virtuosismo sia compositivo che tecnico. Strauss qui voleva crearsi una fama duratura nonostante Brahms e d'Albert e non è un caso che sia l'ultima cosa che ha diretto in vita. Retorica l'edizione con Bohm ma solista libero di andare sopra le righe e scapicollarsi tra le ottave. La registrazione (o il riversamento) dell'edizione SWR è nettamente meglio e più si addice a valorizzare l'assoluta performance di Gulda che, io credo, è valsa il prezzo del biglietto, anche se la davano per radio ... esiste anche una edizione più anonima, con la London Symphony diretta da Anthony Collins nel 1967 che risolve il tutto in un tempo record di 18 minuti. Semplicemente incredibile se pensiamo alle letture successive. Eppure Gulda non si distoglie da una visione che va oltre la performance atletica, i temi romantici sono ben svolti e l'atmosfera complessiva mantenuta perfettamente. Insomma, non è una lettura "tirata via". Io faccio fatica a trovare di meglio di Gulda per il Burleske. Forse solo Strauss trentenne ! in un certo senso allieva di Gulda (praticamente fu l'unica allieva di Gulda), Martha Argerich credo sia l'unica che si avvicina a questa lettura. Nel concerto di capod'anno del 1992 sotto la guida di Abbado in una tutt'altro che grandiosa registrazione Sony con i Berliner, a Berlino, la strepitosa Martha ripercorre le orme di Gulda alla sua maniera. Risolve l'intero lavoro in 18:44 ma anche qui i momenti lirici sono rispettatti solo che il tratto resta forte, impetuoso, senza un attimo di tregua. C'è la maggiore dolcezza che quando vuole (è raro, lo ammetto) anche Martha sa mettere nel suo tocco. Mi piace immensamente questa lettura, tanto che ho comprato due volte questo disco, perchè il primo l'avevo perso. Risale alle gioventù l'interpretazione di Helene Grimaud del Burleske di Strauss. Con una delle orchestre minori di Berlino, originariamente per Erato, alla direzione David Zinman. A tratti un pò didascalica, molto acerba, lontana dalla semplicità di tocco proverbiali, uniche di Gulda e della Argerich ma ricca di ardore giovanile e intrisa di romanticismo genuino. L'unica edizione che mi ricordo divisa nei quattro tempi. Dura nel complesso addirittura 21:50 e si capisce quanto sia ... femminile nella lettura. Dolce eppure ardita, con un fraseggio che permette persino all'orchestra di non apparire solamente un indispensabile oggetto dello sfondo. E' un peccato che non sia stata ripresa nell'ultima fase "sperimentale" della pianista francese. Io spero sempre che si riprenda. Byron Janis era la superstar degli States e sebbene subisse la ferrea presenza di Fritz Reiner in questa edizione appare in forma. Sono 20 minuti netti di performance molto maschia dove comunque la Chicago Symphony spesso prende il sopravvento. Il pianismo di Janis è comunque molto brillante anche se un pò di maniera con accenni di virtuosismo un pò istrionico che cerca di farsi spazio in un parterre un pò troppo veemente. Posso capirlo, non doveva essere facile essere Byron Janis quando c'erano sulla scena Horowitz e Rubinstein. Bisognava dimostrare di essere diversi. E qui Byron ce la mette tutta e ci riesce anche. Ma siamo lontani dai fuochi artificiali di cui sono capaci solo Gulda e la Argerich qui le pause servono a creare effetto ma ... fanno meno effetto dell'apparente inesauribilità del tocco dei due antagonisti. Pensando al Daniel Baremboim odierno che fatica a chiudere il colletto della camicia si fa fatica a pensare quanto sia stato brillante in gioventà anche prima di sposare la Dupré. Qui sembra che il suo grande amico Zubin Metha lo spinga e i Berliner producono un suono suadente ma preciso su cui il bravo Daniel ricama da par suo. Il disco se non vado errato è del 1987 e la durata complessiva è di 19:35 ma non si direbbe tanto è spedito nel suo incedere. Generalmente trascuro sempre Claudio Arrau nelle mie considerazioni, il bello di usare Qobuz come database principale me lo offre sempre disponibile ed eccolo qua. Molto lontano dagli ultimi anni di carriera - sono registrazioni degli anni '40 - qui è più vivace del solito. La registrazione originale viene da un nastro RCA VIctor del 1946 a Chicago e purtroppo è pessima in qualità e dinamica. Il pianoforte è in secondo piano e si sentono più che altro le frequenze medie. Questa è la storica registrazione dell'ultimo concerto di Richard Struass stesso a Londra nel 1947. Scelse nel programma il Burleske che tanto amava e scelse anche un pianista decisamente di secondo piano per assecondarlo. Il risultato probabilmente rispecchia la visione dell'autore, come è ovvio che sia, nei tempi e negli spazi (18 :30 di durata) ma con tutta la benevolenza del mondo, la registrazione viene da un nastro consumato e rumoroso con dinamica zero e il pianista sembra paperino alle prese con il pianoforte di Zio Paperone. Leggiamo comunque come Strauss avrebbe voluto dirigere ... Friedrich Gulda se lo avesse avuto sotto mano e non avesse temuto che prendesse il sopravvento. Lo prendiamo come riferimento. Recentissimo, uscito solo lo scorso autunno, questo bel disco tutto dedicato a Strauss da Chandos. Contiene tra le altre cose il Burleske per una lettura molto energica di Michael Mchale (chi era costui ?) con la BBC Symphony Orchestra diretta da Michael Collins. L'esecuzione è pienamente romantica, rotonda, sontuosa nei suoi 20:19, a tratti si vorrebbe il pianoforte un pò più in evidenza ma tant'è. Comunque tutto il disco è molto interessante e ve lo segnalo (anche per il concerto per violino con la solita splendida Tasmin Little). Chiudo con la delusione assoluta. Nel disco dedicato a Strauss da Mariss Jansons compare in chiusura Trifonov nel Burleske. La sua interpretazione richiama il Gould più pedante e nonostante tutti i suoi proverbiali sudori ... in ben 25:55 di rallentamenti nonostante l'energico intervento della Bayerischen con Jansons più in forma che mai (ascoltare lo Zarathustra se non ci credete), non infiamma, anzi. Peccato perchè è un'occasione sprecata. Ma Trifonov è un genio, probabilmente avrà ragione lui se impiega 8 minuti pieni più di Strauss stagionato. Nei commenti inserisco altre interpretazioni che non si trovano in disco. Estremamente interessante, ancorchè parziale, quella di Richter che ce lo mostra istrionico come non mi era mai capitato di vederlo. Uno spettacolo. C'è poi l'Argerich di cui abbiamo parlato, Emanuel Ax, il solito Matsuev con il suo ciuffo scolpito e infine il solito Gould versione rallenty. Spero di non avervi annoiato troppo, lo so che solo io ho il pallino di questo concertino fine secolo, che ci volete fare !
  12. Alfred BLumen con Richard Strauss in persona alla testa della Philarmonia Orchestra a Londra nel 1947
  13. La Fantasia in fa minore per pianoforte a 4 mani, pubblicata come op. 103 da Diabelli dopo la morte di Schubert, fu scritta tra i mesi di gennaio e aprile del 1828 e dedicata alla contessa Carolina Esterhàzy, come risulta da una lettera del compositore datata il 21 febbraio 1828 e inviata all'editore Schott. Simile alla Wanderer-Phantasie, questo lavoro si articola in quattro movimenti in una libera forma di sonata. L'Allegro molto moderato inizia in tono minore, secondo l'uso ungherese, ma ben presto si arricchisce di modulazioni che slanciano il discorso melodico. Il Largo in fa diesis minore è una specie di omaggio all'arte italiana, in quanto si sa che proprio in quell'anno il musicista aveva avuto occasione di ascoltare Paganini e dopo l'Adagio del Secondo Concerto op. 7 del violinista aveva detto di aver udito cantare un angelo. Lo Scherzo brillante e il Finale rivelano uno Schubert contrappuntistico quanto mai insolito tanto che il compositore per arrivare a controllare più coscientemente questa scoperta pensò negli ultimi mesi della sua vita di prendere qualche lezione (c'è chi sostiene però che si trattò di una sola) dal teorico e didatta austriaco Simon Sechter (1788-1867), che fu tra l'altro maestro di Bruckner e di numerosi artisti importanti della Vienna musicale del suo tempo. La Fantasia in fa minore per pianoforte a quattro mani di Franz Schubert è stata composta ad inizio 1828 e pubblicata postuma come Op. 103 da Diabelli (Quel Diabelli !). Solo formalmente una "fantasia" forse per evitare critiche dai colleghi più formali, é simile come struttura alla Fantasia Wanderer e si articola in quattro movimenti di sonata. La dedica è alla Contessa Carolina Esterhàzy e questo forse giustifica l'incipit alla maniera ungherese ma non sapremo mai se la dedicaria ne sia stata informata, dato che c'è traccia solo in una lettera del 21 febbraio di Schubert all'editore Schott. Si dice ci siano anche influenze italiane - nel largo - indotte forse dall'ascolto recente del Secondo Concerto di Paganini a Vienna. Nel finale c'è anche l'insolito - per Schubert che non aveva una formazione rigorosa - accenno contrappuntistico. Si tratta comunque della sublimazione dello stile di Schubert, le ampie e continue ripetizioni, i ritornelli, i cambi di melodia repentini, si fanno perdonare dal ritmo sempre incalzante e da un accenno di melodramma. Una composizione che si presta maledettamente bene alla trascrizione sinfonica. Ricamando sul materiale melodico molto drammatico e romantico nel senso più letterario del termine si sono ricamate .... fantasie sulla fantasia. C'è chi parla di amore impossibile per questa contessina, ex-allieva, conosciuta in una vacanza del 1824. Certamente il materiale emotivo è estremamente ricco e porto su un piatto di portata. Ma come tutte le composizione di Schubert necessita di mani sapienti, capaci di distillare il succo puro dell'invenzione musicale dal mare di consuetudine a volte un pò triviale in cui il compositore era solito annegare le sue intuizioni anche le più brillanti, per dovere di allungare il brodo. Ma resta assolutamente inequivocabile già nella scelta formale - pianoforte a quattro mani - il dialogo tra due parti, una in basso e una in alto. Non c'è dubbio alcuno. Poi voi datele il senso che vi pare. E se proprio vi piace, ascoltate cantare Carolina all'alto e Franz al controcanto in basso. La soluzione è un fa minore molto intimo, con i quattro movimenti collegati che consentono una distribuzione delle tonalità - fa minore il primo e l'ultimo, con il finale che è il doppio del primo movimento - i due movimenti centrali invece sono in fa diesis minore, ci fosse stato bisogno ancora di aumentare il pathos della scena. Colori e tonalità stanno perfettamente vicini al Winterreise sebbene la composizione sia stata terminata a primavera. Ma siamo negli ultimi mesi della vita di Schubert e quindi tutto ci stà. L'intera stesura è anche intrisa di inquietudine ed instabilità, anche solo a mantenere il tema per la coda. Il tema principale del primo movimento che compare dopo una breve preparazione del basso. lascia improvvisamente spazio ad un "duetto d'amore" come lo definirebbero i frequentatori dei salotti dei coevi romanzi di Jane Austen. Il secondo motivo è se vogliamo ancora più irrequieto e il basso e tutt'altro che comprimario della melodia. Primo e secondo tema vengono rielaborati più volte su luci diversi. Schubert qui manifesta appieno le sue doti pittoriche. Segue il largo, come si diceva in fa diesis minore ma non aspettatevi un preavviso. Anzi, se volete trovare le tracce separate nei dischi che segnalo, andate direttamente nella versione secondo Sviatoslav e Benjamin perchè le altre non lasciano respiro tra un movimento e l'altro. Alla faccia del largo abbiamo una serie di accordi percussivi e di trilli infiniti che aprono un dialogo tra l'alto e il basso che lascia in sospeso. Ripresa quasi sottovoce con un accenno da opera all'italiana che porta al successivo allegro. Questo non consente affatto di prendere fiato perchè è vitale e brillante, con tratti popolari, anche qui con riprese continue di ritornelli e con accompagnamento martellante, pieno, forte. Le voci non cessano di accavallarsi. E provatevi a seguirle separatamente se ci riuscite. Qui Franz mi perde un pò perchè i cinguettii durano per circa un terzo dell'intera composizione e alla terza ripetizione io sinceramente cercherei il telecomando per cambiare canale. Ma per fortuna che arriviamo magicamente alla ripresa, con una modulazione che ci riporta al tempo Primo e alla tonalità iniziale. E' un nuovo inizio che prelude ad un epilogo non troppo allegro. C'è un palpito tutto operistico. Questo è un lieder doppio, modulato dal tremolo, quasi, l'agitazione lascia posto all'inquietudine con sprazzi di speranza. L'appoggio del basso è meno esasperato, quasi rassegnato nel seguire la voce principale. Un fugato, una cosa più che rara per Schubert che forse vi ricorreva solo quando il padrone di casa chiedeva la pigione ma credo che Ludwig ne sarebbe stato felice se l'avesse potuto leggere, se non proprio ascoltare. I trilli della voce di destra elevano strilli reali, il basso diventa più concitato, aumentano pathos e agitazione. SIlenzio. Ripresa magica del tema iniziale, sottovoce, senza accelerare, forzando l'ultima frase in una conclusione a rintocchi che tutto lasciano significare (scrivete voi il finale). Applausi meritati per un chiusura di carriera che desidererei anche io. Allegro molto moderato (fa minore) Largo (fa diesis minore) Allegro vivace (fa diesis minore) Con delicatezza (re maggiore) *** La discografia di questa composizione non è straripante, perchè non ci sono tantissimi duo in attività e perchè l'intesa tra i due deve essere assoluta con la necessità di lunghe sessioni di prove, cosa sempre meno possibile. Nella disponibilità di edizione ne ho scelte cinque le più diverse che però, quasi tutte, identificano un legame quasi amoroso tra il duo. Abbiamo marito e moglie, padre e figlia, allievo e maestra, e due coppie di sodali di provata amicizia. Vediamole insieme. *** Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Avanticlassic 2010 Durata 16:30 *** Questo disco contiene solamente la Fantasia. Ed è sufficiente. Si tratta forse della interpretazione più intensa disponibile in disco. A tratti largamente commovente, forse un filo sopra le righe, mai, nemmeno in un istante, banale. Intensità emotiva ed affiatamento dell'allievo insieme alla maestra. Io rispondo con i brividi alla base della nuca. Non mi importa se sembra che Zia Martha avesse fretta di andare dal parrucchiere (una cosa che credo faccia solo ad ogni anno bisestile). Vince a mio parere per visione, per tensione, per tono, per la drammatica narrazione. Martha dà il ritmo e Sergio ricama sopra. Bellissima. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Sviatoslav Richeter e Benjamin Britten Decca Durata 17:47 *** Festival di Aldenburgh, ma quanto saranno stati fortunati quelli che al tempo hanno potuto assistere ai duetti tra Benjamin Britten e i suoi amici, Sviatoslav Richter, Slava Rostropovich e Peter Pears ? Qui abbiamo un disco straordinario, ripreso dal vivo che mostra un'intesa virile di rara chiarezza. Le due voci sono perfettamente fuse in un'unica intensa frazione di un momento. L'unico momento di perdita di tensione è nell'allegro dello scherzo del terzo movimento. Ma qui Schubert ha seminato la partitura di trappole cui nessuno - o quasi - può opporsi. Il resto è tutto urla e forza di chi vuole fermamente opporsi al destino proclamando il suo diritto, almeno, all'autodeterminazione. I momenti di struggimento ci sono tutti ma sono attenuati da una inesorabile volontà di giungere all'epilogo. Intendiamoci, non è una versione da record di velocità, l'incedere è marziale, virile appunto. Ciò che c'è da dire viene detto, sempre e con veemente potenza. Ma si sente che manca una donna. Il risultato, appunto sorvolando sul terzo movimento, lascia senza fiato. A tratti violento, collerico, potente. Beethoveniano. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Radu Lupu e Murray Perahia Decca Durata 19:19 *** Silenzio, delicata presenza. Qui lo spasimante sembra già certo dell'esito della vicenda e la sua è più una supplica rispettosa. Quasi a giustificare la differenza di ceto e di casta (sto celiando, ovviamente). Ma la rassegnazione è più forte dello struggimento e le due voci non si sovrastano, dialoga su toni omogenei. Il senso complessivo è drammatico, teso, nonostante la durata sia quasi biblica rispetto a quella dettata dalla Argerich. Non mi piace, lo devo ammettere, ma ha fatto scuola (vedi recenti edizioni Fischer+Helmchen e Fray+Rouvier) Un modo alternativo, rassegnato, romanticamente più "tedesco" che non mi si addice per indole nemmeno in una frase. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Robert e Gaby Casadesus Columbia Durata 16:54 Una coppia formidabile i due coniugi Casedus che mostrano un'intesa assolutamente ferrea. Probabilmente il ruolo guida resta Robert perchè la visione è certamente maschile, molto veemente, veloce. O alla veloce, se vogliamo. Lo si capisce sin dal primo accordo della sonata per due pianoforti K448 con cui incomincia il disco. Sia come sia, importa poco capire le dinamiche di coppia in questo contesto visto che valutiamo il risultato. Che è sensazionale, quanto se non meglio di quello dell'eccezionale coppia Britten+Richter, e scusate se è poco. Schubert : Fantasia per pianoforte a quattro mani Op. 103 - D940 Emil ed Elena Gilels Deutsche Grammophon Durata 19:19 Questa coppia forse è la più debole tecnicamente. Adatta al concerto KV365 di Mozart ma Elena, pur bravissima, poco può contro il padre Emil. Che impone alla fine un tempo lagnoso di una lunghezza sproposita. Beninteso, non necessariamente la velocità è da considerare una debolezza ma se sommiamo la tendenza alla ripetizione pertinace di Schubert con un andamento lento come questo il risultato non può che essere un pò sonnecchioso. E' la meno interessante, per la mia opinione delle interpretazioni che ho scelto. Ma si riscatta su quella altrettanto compassata dei due Perahia+Lupu per gli scatti veeementi di Emil quando può prendere il volo. C'è tutta la sua forza e la sua voglia di vincere ad ogni costo con la sola forza delle sue dita. Solo che qui vince il suo amore paterno, non me ne voglia la graziosa Elena. C'è tutto Emil in ogni nota. Finale travolgente che da solo vale, ogni nota, di tutta l'interpretazione.
  14. Molto lento (19:30) ma "sublime" duo Tal & Groethuysen gennaio 2020 (disponibile in disco Sony del 2013 in un programma tutto Schubert).
  15. Aggiungo due interpretazioni recenti che secondo me vanno molto nel solco intimista-rassegnato iniziato nella mia rassegna dalla lettura Perahia+Lupu. Julia Fischer (al piano) e Martin Helmchen potrebbero essere i protagonisti di una storia d'amore osteggiata dai genitori (di lei, naturalmente !). visionaria ma non convincente (secondo me) la più recente edizione Erato con David Fray accompagnato dal maestro Jacques Rouvier. Troppo compassata e tragica per me. In questa composizione l'emozione si deve mediare con la lotta strenua nonostante ogni avversità e anche se destinata al fallimento. Emil Gilels fa così, trascinandosi la figlia oltre ogni ostacolo in un atto d'amore continuo per tutta la partitura. Ma onore e gloria a Franz Schubert che in queste pagine raggiunge secondo me vette magnifiche. E' una delle occasioni più brillanti di pianismo doppio, per scrittura e significato complessivo. Il vero romanticismo che, sono sicuro, avrà emozionato le sorelle Bronte.
  16. Gli ultimi pezzi per pianoforte di Brahms non sono le ultime composizioni di un uomo rassegnato, stanco e solo come qualche volta si vorrebbe credere. Anzi, non sono nemmeno gli ultimi pezzi di Brahms che dopo aver pubblicato le raccolte dei numeri di opera 116-119 - in larga parte opere delle decadi precedenti - si rimetterà a comporre, per clarinetto, per basso, per organo. Il laico Brahms concluderà la sua opera con testi della Bibbia e in forma corale all'organo. Mi perdonerà Rattalino, ma non credo affatto che queste raccolte siano "il testamento di chi ripercorre il passato guardando avanti con impassibile disperazione", perché allora non so cosa dovremmo pensare delle opere corali composte o impostate sin dall'età dei 25-30 anni. Del resto basta ascoltarli per ritrovare semplicemente tutto Brahms. C'è la solita melanconia, c'è la solita rutilante forza "dell'aquila del Nord". C'è la tenerezza della madre che canta per coccolare il suo bambino. C'è la volontà di fare doni alla sua amica di una vita, come è vero che Clara Schumann scriverà nel suo diario dopo aver ricevuto i pezzi dell'Op. 116-117 «Grazie a questi brani ho sentito ancora una volta la mia anima attraversata dalla vita. Posso suonare ancora con sincero abbandono, e ho ripreso la musica pianistica di Robert con più entusiasmo [...]. Per quanto riguarda la tecnica digitale, i pezzi di Brahms non sono difficili, tranne che per alcuni passaggi; tuttavia, la loro tecnica intellettuale richiede una comprensione profonda, e bisogna avere familiarità con Brahms per poterli suonare come lui li ha concepiti». Per avere questo effetto la sua musica NON poteva essere scaturita da impassibile disperazione. Brahms la vita la vedeva così già a venti anni. E la sua musica è tutta così. E in fondo, l'intera serie non comincia con un capriccio veemente che riverbera l'inizio della 4a sinfonia o dell'introduzione sinfonica del primo concerto per pianoforte ? E come termina ? Con una marcia degna del Robert sognatore, nascosta dentro ad una rapsodia. In mezzo ci sono ballate, ninnananne, intermezzi, fantasie. Insomma, seguiamo le parole di Clara che Johannes lo conosceva bene. Bisogna avere familiarità con Brahms per frequentarlo, altrimenti si finisce per giudicarlo superficialmente. Senza offese per nessuno, naturalmente. Ma Johannes Brahms non è Sergei Rachmaninov. Le raccolte sono state tutte pubblicate negli anni 1892-1893. I precedenti brani per pianoforte solo risalivano alle Op. 76 e 79 del 1878-1879. Brahms non ha improvvisamente smesso di comporre per pianoforte ma abbozzava, annotava, schizzava. Certamente l'Op. 119 contiene musica del 1893 come da questa lettera del maggio a Clara : "Sono tentato di copiare un piccolo pezzo di pianoforte per te, perché vorrei sapere se sei d'accordo. È pieno di dissonanze! Queste possono [bene] essere corretti e [possono] essere spiegate - ma forse possono accordarsi con il tuo gusto, anzi avrei voluto che fossero anche meno corretti, ma più appetitosi e gradevoli per i tuoi gusti. Il piccolo pezzo è eccezionalmente malinconico e 'essere suonato molto lentamente' non è un eufemismo. Ogni battuta e ogni nota deve sembrare un ritardato, come se si volesse risucchiare la malinconia da ognuno, lussuriosamente e con piacere da queste stesse dissonanze ! Buon Dio, questa descrizione [sicuramente] risveglierà il tuo desiderio! Chiusa questa parentesi, andiamo alla musica. Op. 116 : sette fantasie per pianoforte capriccio in re minore intermezzo in la minore capriccio in sol minore intermezzo in mi maggiore intermezzo in mi minore intermezzo in mi maggiore capriccio in re minore Il primo capriccio è un allegro energico che con ondate investe l'ascoltatore per poi ripiegare su un tema più appassionato. Due minuti senza pause, nemmeno per prendere fiato. Segue un andante molto raccolto, anche esso con un fraseggio ampio e dei chiaroscuri dipinti dal basso. Intimo ma del tutto privo di rassegnazione. L'allegro appassionato torna impetuoso e senza pause, ancora con una costruzione ad onde. Fino ad un momento di raccoglimento con uno dei temi più romantici che lo stesso autore può provare. Niente altro che amore, in musica. Chiusura con ripresa del tema iniziale ma con solo un pò meno veemenza. Il quarto è un adagio tenero e sognante, che potrebbe aver scritto Schumann. Riflessi sull'acqua in una giornata di fine inverno. Le note sono scandite con forza pur nel rispetto della metrica. Poi un'andante che è una danza stilizzata con passi quasi da altalena. "Andantino teneramente" dice l'ultimo intermezzo, ancora con il basso che scandisce il passo. Dopo la prima frase però la lirica assume forza, si ferma, riprende da dove aveva cominciato. Il capriccio finale é assolutamente agitato come impone l'annotazione ma il tema che segue continua ad essere melanconico e al contempo tenero fino ad essere portato con forza. Op. 117 : tre intermezzi per pianoforte intermezzo in mi bemolle maggiore intermezzo in si bemolle minore intermezzo in do diesis minore Il primo di questi intermezzi è una ninna-nanna, la tonalità in maggiore lascia comunque spazio ad un filo di nostalgia pur in un quadro comunque lieto. L'andante seguente segue e non può essere che suonato di seguito per portare all'andante con moto finale che sale di tono, di ritmo e di forza mano a mano che la melodia assume corpo. Le note sono scandite in modo fermo sia dalla destra che dalla sinistra. E' una romanza senza parole con frasi lungamente ripetute per tutti i ritornelli. Op. 118 : sei Klavierstucke per pianoforte intermezzo in la minore intermezzo in la maggiore ballata in sol minore intermezzo in fa minore romanza in fa maggiore intermezzo in mi bemolle maggiore Il primo intermezzo è una ouverture che introduce ad uno dei più struggenti momenti di tenerezza di tutta la musica di Brahms che è il secondo intermezzo in la maggiore. La parte centrale di quest'ultimo è un ricordo, ancora vivo e presente, e per questo ancora più caro. Ma c'è tutto Brahms in questi sei pezzi per pianoforte, perchè senza intervalli la ballata successiva è piena di forza, coraggio, decisa, speranzosa come sottolinea il momento centrale. L'allegretto successivo (il n.4, intermezzo) resta agitato ma in punta di dita, senza momenti urlati, anzi, anche qui c'è un rallentamento centrale. La costruzione dei brani di tutte queste raccolte mantiene questa forma sostanzialmente ABA ripetuta in stili differenti. E anche qui c'è la ripresa iniziale, più forte. La romanza è tranquilla, un incedere nobile e cadenzato. Con frasi molto lunghe. Sincopato, con lunghe pause ed arpeggi, "l'andante largo e mesto" finale che riprende l'aurea dell'intermezzo n.2 ma senza raggiungerne il tenero abbandono tanto che la musica prende forza mano a mano che procedono le ellissi che la compongono. Op. 119 : quattro Klavierstucke per pianoforte intermezzo in si minore intermezzo in mi minore intermezzo in do maggiore rapsodia in mi bemolle maggiore un adagio senza fine ma non senza ritmo, giocato sulle frasi e il dialogo tra le mani che alternano la musica. Un valzer, magari non proprio ballabile ma amabile ed energico. Si prosegue con un ritmato agitato che si chiude nel successivo grazioso che gioca sul ritmo delle ribattute, variandone l'intensita. La musica per pianoforte di Brahms si conclude con una rapsodia in mi bemolle maggiore che una marcia di uomini liberi che proseguono a passo deciso verso una meta che vogliono raggiungere, non senza sforzo ma nemmeno con tutta questa fretta. C'è tutto il tempo anche per riflettere ma senza abbandono e sicuramente senza alcuna rassegnazione. Anzi, c'è speranza, mite, lieta. In fondo queste raccolte sono composte tutte da musica cantabile, ballabile, giocate di ritmo e di materiale tematico articolato tra il basso e doppie melodie con strutture simili. Nel complesso molto semplici, ripetute, ma non per questo prive di originalità o di spirito. Anzi. Dalla prima all'ultima nota viene voglia di fare musica, di cantare, di concentrarsi sull'oggi e sulle cose belle di ieri. Queste pagine sono state registrate innumerevoli volte ma non ci sono tantissime registrazioni che le contengano tutte. Ho voluto qui proporre quattro alternative molto differenti, una appena uscita che mi ha dato l'idea per questo articolo, altre di epoche differenti. Vediamole insieme. Brahms : gli ultimi pezzi per pianoforte Stephen Hough Hyperion 2020 durata complessiva 1 ora e 9 minuti Ultima uscita in ordine cronologico. Stephen Hough ha 59 anni, circa l'età di Brahms quando ha pubblicato queste "compilation". A tratti suona come un quarantenne ma un quarantenne compassato, molto british. Intendiamoci, è una visione di prim'ordine ma manca di trasporto per passare di categoria. Alla fine mi sembra un pò asciutta. Brahms : 3 intermezzi op. 117, 6 klavierstucke op. 118, 4 klavierstucke op. 119 Wilhelm Kempff DG 1964 durata complessiva 1 ora e 11 minuti Kempff aveva 69 anni quando ha registrato questo disco ma non importa, Kempff per come lo conosco io ha sempre suonato così. Va avanti a passo di marcia, quasi ci fosse Alte Fritz in testa ai prussiani che sfilano davanti alle posizioni austriache a Praga. Con distacco e in barba ad ogni sentimentalismo. Brahms : pezzi per pianoforte opp. 116-119 Helene Grimaud Erato 1995 durata complessiva 1 ora 14 minuti e 30 secondi Helene Grimaud aveva 26 anni nel 1995. E c'è tutto l'ardore giovanile che si può avere in queste opere ... senili. Non ineccepibile, né il tocco né la visione in diversi pezzi. Forse un pò acerba ma ci piacerebbe risentire la Grimaud adesso, appena sarà di nuovo ispirata. Brahms : tre intermezzi Op. 117, pezzi per pianoforte op. 118 e 119 Julius Katchen Decca 1965 durata complessiva 1 ora 14 minuti e 43 secondi Julius Katchen aveva meno di trenta anni quando ha registrato l'integrale di Brahms. Tutta l'opera è affrontata con un piglio epico, senza risparmiarsi. Come si vede è tutt'altro che veloce eppure si percepisce più forza, più anima, più coraggio e anche più vicinanza con lo scritto. Sarà un caso per cui questa lettura resta, a distanza di 55 anni, la più preziosa testimonianza omogenea dell'opera pianistica di Brahms ? *** Solo poche note perchè certamente ogni appassionato di Brahms avrà la sua opinione, in fondo ciò che volevo era solo puntualizzare i fatti e togliere un pò di mito. Di Brahms si è troppo parlato in termini distanti dalla vera personalità. Quella di un uomo che ha fatto di tutto perchè di lui ci restasse per lo più ciò per cui ha vissuto : la musica.
  17. Giulio Cesare in Egitto, l'opera di Handel che più di altre rese l'autore una superstar internazionale dell'epoca. Eh, se ci fossero stati i Grammy Awards ... A parte gli scherzi l'impegno grandioso vide altrettanto grandioso successo con repliche su repliche tra il 1724 e il 1737. Un caso più unico che raro dato che spesso in quei tempi la popolarità di un'opera lirica non durava una stagione, tano era ricca la produzione, per lo più italiana, in tutta Europa in quegli anni. Ma Handel ci credeva e pur avendo "riciclato" di fatto un libretto molto più vecchio (quello di Giacomo Francesco Bussani del 1677), scrisse musica tanto ispirata da richiedere due prime parti di rilievo assoluto, la prima diva, Francesca Cuzzoni nella parte di Cleopatra - la protagonista vera dell'opera, nominalmente dedicata nella storia a Cesare - e al contraltista Francesco Bernardi, detto il Senesino nella parte di Cesare. Le parti del canto sono otto in totale, alla prima c'erano almeno sei cantanti italiani madrelingua. L'orchestra non è leggera, con violini e viole, basso continuo, legni completi (due flauti dolci, traverso, due oboi, due fagotti), quattro corni e tromba, con parti sulla scena anche per arpa, viola da gamba e tiorba. l'opera ripresa nella prima metà del secolo scorso dopo duecento anni di abbandono conta numerose registrazioni, probabilmente quella di Handel che ne conta di più al giorno d'oggi. E naturalmente tutte le primedonne - soprani e semmosoprani - di oggi si sono cimentate o nell'opera completa o nelle arie principali che la caratterizzano. La fortuna dell'opera risiede certamente nella ricchezza melodrammatica della trama, tessuta con grande perizia da Handel con una maestosa orchestrazione inframmezzata da arie magistrali. Il risultato, consegnato alla storia, è senza pari secondo il mio punto di vista. Tra le arie più belle e fortunate dell'opera, dedicate alla parte di Cleopatra ci sono certamente la celeberrima "Piangerò la sorte mia" e "Se pietà di me non senti". Due arie in forma A-B-A col da capo che lascia all'interprete libertà espressiva con ornamenti e fioriture, richiedendone al contempo estensione, forza, cambio di registro, ora pianissimo, ora fortissimo, ora lirico, ora drammatico. In un primo momento stavo scegliendo solo la seconda ma poi riascoltandole entrambe ho deciso di usare entrambe queste due arie per un confronto tra primedonne di oggi, cantanti di grande temperamento e con voci realmente barocche per quanto ne possa capire io. Dicevo che sono innumerevoli le registrazioni di queste arie, e si capisce bene il perchè. Senza voler fare torto a nessuna cantante contemporanea, ho scelto le quattro che preferisco e in ordine rigorosamente alfabetico : Natalie Dessay Simone Kermes Magdalena Kozena Roberta Invernizzi Due parole su Francesca Cuzzoni, una delle prime dive e certamente la primadonna per Handel a Londra dove la convinse a trasferirsi per le sue stagioni teatrali in qualità di autore ed impresario con un ricchissimo contratto di 2.000 sterline, una cifra stratosferica se consideriamo che con poco più di 20.000 sterline si armava una nave di linea da battaglia della flotta inglese a metà del '700. Francesca Cuzzoni aveva 29 anni alla prima del Giulio Cesare. Viene descritta come tozza e piccola, tutt'altro che avvenente, senza grandi qualità sceniche ma con una grande estensione vocale e una voce d'angelo o da usignolo. Non particolarmente tecnica ma in grado di incantare l'uditorio. Una donna difficile da trattare dentro e fuori dal palco, passata alla notorietà anche per eventi scellerati e morta in povertà dopo che la voce le sfiorì verso i 50 anni. Per tutta la sua carrierà dovette misurarsi con i più celebri castrati (Senesino e Farinelli per esempio) e le loro straordinarie capacità tecniche. Ma anche con una rivale più attrezzata di lei sia sul piano della pura tecnica, Faustina Bordoni, un soprano capace di mettere in difficoltà gli stessi castrati, sia su quello della presenza scenica, capacità teatrali, semplice bellezza. Sono celebri due aneddoti che la riguardano - oltre alla precipitosa fuga dopo la misteriosa morte del marito a Londra - uno nel quale Handel stesso, la minacciò "fisicamente" di defenestrarla sollevandola per i fianchi verso la finestra se non avesse cantato un'aria come lui l'aveva scritta e un altro si lasciò andare in insulti scurrili sull'onorabilità della rivale (contraccambiata, ovviamente) per poi passare alle mani durante una rappresentazione in cui cantava con la Bordoni, presente una principessa della famiglia reale. Non una Cleopatra nel senso in cui la immaginiamo dopo che Elizabeth Taylor l'ha rappresentata al cinema nell'aspetto, ma certo una donna dotata di grande temperamento fuori dalle scene. Un demonio, come la epitetò Handel. E due parole sulle due arie. "Se pietà di me non senti", atto secondo, scena ottava e preceduta da un recitativo con orchestra "Che sento? Oh Dio!" che carica l'aria drammatica dell'aria che segue. Recitativo : Che sento? Oh dio! Morrà Cleopatra ancora. Anima vil, che parli mai? Deh taci! Avrò, per vendicarmi, in bellicosa parte, di Bellona in sembianza un cor di Marte. Intanto, oh Numi, voi che il ciel reggete, difendete il mio bene! Ch'egli è del seno mio conforto e speme. aria : Se pietà di me non senti, giusto ciel, io morirò. Tu da pace a' miei tormenti, o quest'alma spirerò. archi, fagotto, soprano, continuo il recitativo è attaccato all'aria e ne è il drammatico preambolo. Cesare è fuori con i soldati per rintuzzare la minaccia di Tolomeo mentre Cleopatra nel palazzo si scopre realmente innamorato di Cesare e cessa di fingere. "Piangerò la sorte mia", atto terzo, scena terza Piangerò la sorte mia, sì crudele e tanto ria, finché vita in petto avrò. Ma poi morta d'ogn'intorno il tiranno e notte e giorno fatta spettro agiterò. testo appena più articolato e di forma opposta a quella dell'aria precedente. L'aria è nella classica forma A-B-A con il B molto vivace (ultime tre versi) e i due A adagi, il da capo prevede fioriture e abbellimenti sui primi tre versi. *** Le nostre quattro primedonne ci consegnano le loro interpretazioni in età certamente più matura (a parte la più giovane, la Kozena che quando ha registrato Cleopatra aveva la stessa età della Cuzzoni) ma sicuramente nel pieno della maturità artistica. Certamente sono quattro interpreti di grande temperamento e di evidente presenza scenica. Per il confronto ho scelto registrazioni recenti o molto recenti e in particolare secondo il gusto odierno. L'opera come ho scritto è stata riscoperta solo negli anni '30 del secolo scorso ma è negli ultimi decenni a cavallo del nuovo secolo che ha rivisto nascere l'antico splendore. Il mio intento non è comunque quello di valutare una mera riproduzione immaginaria ma fedele di quella che poteva essere la performance della nostra Cuzzoni ma leggere l'interpretazione di quattro cantanti in fondo molto differenti già a partire dalla scuola e dalle origini. Due latine e due mitteleuropee, tutte con differente curriculum, carriera, ranking internazionale. Tutte legate a grandi ruoli di primo piano nella musica barocca nelle rispettive scuole interpretative - generalmente filologiche - dell'ultimo periodo. Simone Kermes : La Diva, Handel arie per Cuzzoni, 2009 "Se pietà" : 09:47 "Piangerò" : 07:21 Natalie Dessay : Cleopatra, arie dal Giulio Cesare, 2011 "Se pietà" : 09:08 "Piangerò" : 06:21 Roberta Invernizzi : Queens, arie di Handel, 2017 "Se pietà" : 10:10 compreso il recitativo "Piangerò" : 06:17 Magdalena Kozena : Giulio Cesare in Egitto, 2002 "Se pietà" : 09:21 "Piangerò" : 06:04 La Kermes idealmente per me rassomiglia di più alla Cuzzoni. E' fredda e immobile, il canto e leggero ma la voce bellissima, canta apparentemente senza sforzo. Le due arie vengono dalla registrazione in singolo e non dalle opere e questo potrebbe influire. Ma parliamo di una cantante d'esperienza consumata ed avendola ascoltata in altri dischi e in altro repertorio, sempre per lo più barocco, posso intuire che il suo sia proprio uno stile distaccata. Purtroppo non l'aiuta una dizione che spesso incespica in scivoloni tipicamente mitteleuropei. La Dessay è la più vivace sulla scena e in questo non tradisce il suo esordio come attrice. La sua Cleopatra usa gli artifici propri del suo ruolo, tanto da andare in scena con un busto che riproduce il seno nudo. La voce è più sottile delle altre ma più modulata. In generale tende ad eccedere con le fioriture, c'è molta libertà nella sua interpretazione in questo allineata ed assecondata dalla sua partner alla direzione d'orchestra, la vivace Emmanuelle Haim. Anche qui siamo in riprese dell'opera portata in scena, e questo certamente aiuta. Ma ho visto video di questa cantante che anche durante le prove, mentre legge con gli occhiali la partitura, la canta allo stesso modo e mostra temperamento ed esuberanza. La Kozena è l'unico mezzosoprano del gruppo, certamente un mezzo leggero, tanto che per lo più esegue repertorio per soprano, come in questo caso. Il suo taglio è drammatico, con una voce più di gola rispetto alle altre. L'orchestra, di scena, è possente con piena preponderanza di bassi. Canta impostato, va sugli acuti portando la melodia col tremolo. Cambia velocità e piglio nella "cadenza" con l'orchestra che la incalza e il tremolo diventa più coloratura sulle vocali finali. Ripresa ancora più in sordina della prima strofa con abbellimenti contenuti. Resta il tono molto drammatico e di grande efficacia. La Invernizzi è l'unica madrelingua del novero dizione perfetta e modula a piacere ogni sillaba, comprendendone perfettamente il significato. Ha grazia, eleganza, non ha una voce perfetta ma la sua è una passione vera quando anche una regina ritiene di non doversi contenere. *** Conclusioni. E' difficile seguire il filo di quattro - comunque notevoli - interpretazioni di arie che sono capolavori assoluti della storia dell'Opera Lirica senza ascoltarle insieme. Mentre vi invito - se volete - ad ascoltarle per conto vostro (se non avete i dischi le trovate - credo tutte - su Youtube) e non volendo assolutamente voler fare una graduatoria o esprimere giudizi di merito, concludo confermando le mie impressioni già annotate mentalmente durante i primi ascolti. Simone Kermes è regale, con una voce cristallina, ma tanto distaccata da non rendere credibile la sua parte nella regina del Mediterraneo, donna di tanta passione capace di far innamorare ogni uomo al suo cospetto. Sembra dire, dando per scontato, io son bella, e tanto ti basti. Non c'è tragedia, più delusione, non c'è indignazione, più forse un contenuto disprezzo. Natalie Dessay cerca di ammaliarci come avrebbe fatto Cleopatra, più con le sue arti che con la bellezza. E ammicca dicendo, son brava, son brava, son brava. Lo è, lo sappiamo. Forse in certi momenti lo mette anche sin troppo in mostra, però. Magdalena Kozena ... sembra effettivamente sempre una Maddalena Penitente, super-drammatica, sebbene non a livelli di isteria come quando più recentemente ha interpretato ... effettivamente la Maddalena nella Passione di Bach con il marito alla direzione. Tocca, certamente. Sembra che da un momento all'altro ci possa penetrare il petto con un pugnale, più che uno stiletto. Ammetto che 10 anni fa mi ha molto colpito. Adesso un pò meno, però. Roberta Invernizzi è una Cleopatra molto personale. Dignitosa come una regina ma appassionata come una donna. Capace di avvolgere la musica con le sue parole, portando la musica di Handel ad un livello superiore di comprensione. Non è una tragedia consumata, c'è la rassegnazione di chi ha dovuto giocare un ruolo datole dal destino, ed ha perso. Certamente é una donna che ha vissuto, amato, sofferto. Non è la perfezione, non ci può essere perfezione nell'interpretazione personale, guai ci fosse, ci sarà sempre qualche cosa da dire in futuro. Ma è quanto di più toccante io possa dire di aver sentito sinora, senza al contempo indulgere in autocompiacimento o voglia di apparire. Però qui mi fermo e lascio a voi ulteriori argomentazioni.
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