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Variazioni Goldberg / Nikonland 2026 Award: le candidature

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Dodici registrazioni pubblicate fra l’ottobre 2025 e l’ottobre 2026. Non un pronostico sui premi degli altri, ma la memoria ragionata degli ascolti che hanno lasciato un segno.

Ogni premio discografico finisce inevitabilmente per raccontare anche chi lo assegna. Le categorie prescelte, i repertori meglio rappresentati, le etichette ricorrenti e perfino le assenze compongono un autoritratto della giuria almeno quanto una fotografia dell’anno musicale. Non c’è nulla di scandaloso: l’assoluta neutralità critica non esiste e, se esistesse, sarebbe probabilmente molto meno interessante di un giudizio dichiaratamente personale ma sostenuto da ragioni riconoscibili.

Il Variazioni Goldberg / Nikonland 2026 Award nasce da questa convinzione. Non vuole correggere i Gramophone Classical Music Awards, né prevederne i vincitori. Non abbiamo obblighi di rappresentanza nazionale, quote da rispettare o la necessità di distribuire una medaglia a ogni settore del catalogo. Ci interessa ricordare i dischi che, durante la stagione compresa fra ottobre 2025 e ottobre 2026, ci hanno costretto a interrompere ciò che stavamo facendo, tornare indietro, riascoltare e infine formulare un giudizio. Prendiamo Qobuz come riferimento per disponibilità ed edizione, ma non confondiamo l’alta risoluzione con l’alto valore artistico: un file 24/192 può contenere un’interpretazione irrilevante con la stessa precisione con cui può conservarne una memorabile.

Queste sono le candidature, non ancora la graduatoria definitiva. Alcuni titoli sono già stati recensiti estesamente; altri sono rimasti colpevolmente ai margini e riceveranno nelle prossime settimane l’attenzione che meritano. Il vincitore, quando lo sceglieremo, dovrà avere superato la prova più difficile: non soltanto entusiasmare al primo ascolto, ma continuare a crescere quando la sorpresa iniziale si sarà consumata.

David Fray — Baroque Encores (Warner Classics)

David Fray appartiene alla categoria, sempre più rara, degli interpreti disposti a rischiare il fallimento pur di sostenere una visione personale. In Baroque Encores Bach, Scarlatti, Couperin e gli altri autori del programma non formano una garbata collezione di bis: diventano personaggi di un teatro privato, governato dal peso del tocco, dalle sospensioni e da una concezione quasi fisica del silenzio. Qualche scelta può apparire deliberatamente manierata; nessuna è neutrale. Fray non tenta di far dimenticare che sta suonando il Barocco su un pianoforte moderno e non domanda allo strumento di imitare il clavicembalo. Ne adopera invece risonanza e dinamica per rendere contemporanea la retorica degli affetti. È un disco controverso nel senso migliore: obbliga chi ascolta a prendere posizione.

Alexander Malofeev — Forgotten Melodies (Sony Classical)

Il debutto discografico di Alexander Malofeev avrebbe potuto essere il consueto biglietto da visita di un giovane virtuoso: grande repertorio, difficoltà esibite e una fotografia accuratamente studiata per annunciare l’arrivo di una nuova stella. Forgotten Melodies segue una strada più intelligente. Glazunov, Glinka, Rachmaninov e Medtner sono riuniti dal destino dell’esilio, ma soprattutto da una comune condizione di memoria lontana dalla patria. Malofeev non suona per dimostrare che a ventitré anni possiede già tutti i mezzi; li mette al servizio di una narrazione nella quale nostalgia, eleganza e inquietudine non diventano mai sentimentalismo generico. La tecnica è prodigiosa, ma quasi sempre assorbita nella costruzione del suono. Più che la promessa di un futuro, il disco registra la presenza di un interprete già formato.

Nikolai Lugansky — Schumann: Fantasie op. 17, Faschingsschwank aus Wien, Humoreske (harmonia mundi)

Il Lugansky maturo è profondamente diverso dal pianista dei primi dischi. La precisione, il controllo e la naturale padronanza della tastiera non sono diminuiti; hanno semplicemente cessato di essere l’argomento principale. In Schumann il pianista russo non cerca il disordine esteriore, le brusche accelerazioni o la febbre ostentata con cui talvolta si tenta di rappresentare la duplicità fra Florestano ed Eusebio. La Fantasie cresce per grandi arcate, l’Humoreske trova una continuità mentale al di sotto dei suoi mutamenti improvvisi e il Faschingsschwank non viene ridotto a una dimostrazione di brillantezza. È il disco che meglio conferma quanto avevamo sostenuto nel profilo dedicato a Lugansky: Tatiana Nikolaieva gli trasmise una concezione umana e morale del fare musica senza imporgli il proprio suono. La lezione è diventata libertà, non imprinting.

Piotr Anderszewski — Brahms: Late Piano Works (Warner Classics)

Anderszewski non incide integralmente i venti pezzi delle opere 116-119. Ne sceglie dodici e modifica l’ordine editoriale, costruendo una sequenza autonoma di tonalità, affetti e risonanze. È una decisione che potrebbe sembrare arbitraria soltanto a chi confonde la completezza documentaria con l’interpretazione. Il Brahms tardo non è qui un monumento dell’autunno romantico, ma un pensiero che procede per associazioni, esitazioni e ritorni. Anderszewski ascolta le voci interne con la consueta attenzione quasi microscopica, ma la sua analisi non dissecca la musica: ne rende udibili le tensioni che continuano a muoversi sotto la superficie. La candidatura nasce proprio da questa natura selettiva. Non ci viene consegnato tutto Brahms, bensì il Brahms che Anderszewski è riuscito finalmente ad accettare come proprio.

András Schiff — Johannes Brahms: Klavierstücke (ECM New Series)

Se Anderszewski ricompone Brahms secondo una drammaturgia personale, András Schiff sembra farlo entrare in una stanza. Il pianoforte del 1859, con la sua voce meno uniforme e meno imperiosa di quella di un moderno gran coda da concerto, non viene utilizzato come certificato filologico: determina il modo stesso in cui la musica parla. Molto è sussurrato, nulla è debole. Schiff conserva l’eleganza del gentiluomo e la lucidità del grande architetto, ma lascia affiorare anche la fatica dell’età, la gravità e una tenerezza priva di compiacimento. L’impressione è quella confidata durante il primo ascolto: Johannes potrebbe essere al piano nella stanza accanto, oppure un amico potrebbe suonare per lui in un soggiorno silenzioso. È un disco delicato e prezioso, nel quale l’intimità non diventa mai miniatura.

Francesco Piemontesi, Gewandhausorchester Leipzig, Manfred Honeck — Brahms: Concerto per pianoforte n. 1 e Sei pezzi op. 118 (Pentatone)

Il Primo Concerto di Brahms possiede qui il peso e la necessità delle grandi registrazioni del passato, ma non il loro involucro sonoro. Piemontesi e Honeck non imitano Gilels o Van Cliburn; ricordano piuttosto un’epoca nella quale il solista non considerava l’orchestra un fondale e il direttore non riduceva il concerto a una diplomatica alternanza di competenze. Il Gewandhausorchester conserva densità e oscurità senza diventare opaco, mentre Piemontesi affronta la parte pianistica con un suono saldo, nobile e mai decorativo. L’op. 118 completa il ritratto spostando il centro dall’architettura pubblica alla confessione privata. La qualità della registrazione Pentatone permette di ascoltare questa concezione con una presenza e una profondità irraggiungibili per le incisioni storiche alle quali, per statura, viene spontaneo accostarla.

Bertrand Chamayou e Leif Ove Andsnes — Schubert: Four Hands (Warner Classics)

La musica a quattro mani può facilmente trasformarsi in un’esibizione di coordinazione oppure, all’estremo opposto, in un salotto troppo ben arredato. Chamayou e Andsnes evitano entrambi i rischi. Nella Fantasia in fa minore D 940, in Lebensstürme, nella Fuga D 952 e nel Rondò D 951 le due personalità rimangono riconoscibili, ma rinunciano alla tentazione di contendersi la tastiera. Il risultato non è l’uniformità: è una conversazione nella quale ciascuno sembra conoscere in anticipo il respiro dell’altro. La Fantasia conserva la propria ambiguità fra intimità domestica e tragedia senza pubblico; Lebensstürme acquista energia senza diventare sinfonismo trasferito al pianoforte. È una candidatura da sottoporre ancora a ripetuti ascolti, ma possiede già la qualità più difficile da ottenere in questo repertorio: l’impressione che quattro mani stiano formulando un unico pensiero.

Pieter Wispelwey — Britten: Cello Suites (Evil Penguin Classic)

Le tre Suite di Britten non sono le Suite di Bach trasportate nel Novecento e non traggono beneficio da un’interpretazione che cerchi di nobilitarle mediante quella parentela. Sono monologhi nei quali danza, canto, parodia e inquietudine convivono senza mai trovare una riconciliazione definitiva. Wispelwey ne conosce da decenni la lingua e in questa nuova registrazione evita sia l’ascetismo programmatico sia il virtuosismo trasformato in spettacolo. Il violoncello cambia voce continuamente, ma conserva un’identità narrativa riconoscibile. È forse il candidato più severo della selezione: non seduce, non offre una bellezza uniforme e domanda all’ascoltatore la stessa concentrazione richiesta all’interprete. Proprio per questo continua a lavorare nella memoria dopo che il suono si è spento.

Mahan Esfahani e Britten Sinfonia — Bach: The Complete Keyboard Concertos (Hyperion)

È la candidatura più discussa e tale deve rimanere. Esfahani non cerca la naturalezza danzante e l’equilibrio quasi inevitabile che rendono ancora Koopman un riferimento difficilmente sostituibile. Accentua invece urti, contrasti, articolazioni e cambi di prospettiva, trattando questi Concerti come musica da camera combattiva piuttosto che come una successione di eleganti dialoghi fra solista e orchestra. Non tutto persuade nella stessa misura e talvolta l’intelligenza dell’idea si avverte prima del piacere musicale. Ma sarebbe ingiusto confondere il dissenso con l’irrilevanza. È un Bach che obbliga a riconsiderare opere troppo spesso affidate alla routine e, proprio perché non ci consente di accomodarci nella familiarità, merita di restare fra i candidati fino al confronto finale.

The BanXhies ed Emmanuel Arakélian — 48° North: Caldara, from Venice to Vienna (Alpha Classics)

Antonio Caldara viene spesso trattato come una figura di passaggio: veneziano trasferito alla corte imperiale, compositore prolifico collocato fra mondi più facilmente riconoscibili. 48° North mostra invece che il passaggio è il contenuto stesso della sua musica. Il calore italiano, la disciplina contrappuntistica e il gusto cerimoniale viennese non vengono ordinati in compartimenti, ma circolano all’interno di una scrittura continuamente mobile. The BanXhies ed Emmanuel Arakélian suonano con precisione, fantasia e un senso teatrale che non richiede il palcoscenico; la registrazione, ricchissima di dettaglio ma mai artificiosamente ravvicinata, permette di seguire il dialogo fra le parti senza spezzarne il movimento. È uno di quei dischi che al primo ascolto incuriosiscono e al terzo rivelano di avere già conquistato uno spazio proprio.

Duo Dorado — Spice of Italy (Chandos)

Dopo avere studiato Nicola Matteis e la sua influenza sulla musica inglese, sarebbe stato imperdonabile trascurare un disco che rende udibile esattamente quel passaggio storico. Hazel Brooks e David Pollock dedicano un programma generoso a Matteis padre e figlio: gli Ayres for the Violin, le Sonate e le variazioni sulla Follia mostrano come lo stile violinistico italiano abbia introdotto nella Londra della Restaurazione non soltanto nuove difficoltà tecniche, ma un’altra maniera di fraseggiare, ornamentare e concepire il gesto musicale. Spice of Italy è stupendo perché non presenta Matteis come un reperto da specialisti. Il violino parla, danza, seduce e talvolta provoca; il continuo gli offre sostegno senza addomesticarlo. La storia che avevamo ricostruito sulla carta prende vita e spiega, meglio di molte pagine musicologiche, perché gli inglesi ascoltassero quell’italiano con il violino in mano, pronti a imparare.

Raphaël Pichon e Pygmalion — Bach: Johannes-Passion (harmonia mundi)

La discografia della Johannes-Passion è tanto vasta da rendere sospetta qualsiasi pretesa di novità. Pichon non tenta di prevalere sui predecessori mediante eccentricità vistose. La sua lettura nasce dall’urgenza narrativa: cori, recitativi, arie e corali appartengono a un unico arco, teso fin dall’attacco di Herr, unser Herrscher verso la quiete conclusiva. Pygmalion possiede la trasparenza necessaria per articolare il contrappunto, ma non la usa come fine autosufficiente; le folle hanno violenza, i silenzi hanno peso e l’Evangelista non racconta una vicenda remota. Il confronto con Herreweghe, Gardiner e Suzuki rimane inevitabile e sarà parte della recensione completa. Già ora, tuttavia, è evidente che questa non è una candidatura concessa per prestigio o per attualità: Pichon restituisce alla Passione la sua crudele umanità senza trasformarla in opera e senza proteggere l’ascoltatore dietro la bellezza dello stile.

Un premio, non una distribuzione di premi

Dodici candidature possono sembrare poche in una stagione che ha prodotto migliaia di nuove registrazioni. Sono invece persino molte, se il criterio non è la semplice eccellenza professionale. Oggi si pubblicano innumerevoli dischi ben suonati, ben registrati e perfettamente presentabili; assai meno numerosi sono quelli capaci di modificare, anche di poco, il nostro rapporto con un’opera o con un interprete.

Questa selezione non nasconde le proprie inclinazioni. Il pianoforte occupa molto spazio perché continua a essere uno dei luoghi nei quali l’identità dell’interprete si manifesta con maggiore evidenza. Brahms ritorna più volte perché tre musicisti diversissimi — Piemontesi, Anderszewski e Schiff — hanno mostrato che la sua voce può ancora cambiare radicalmente senza essere deformata. Il Barocco non è rappresentato per dovere filologico, ma attraverso dischi nei quali la ricerca storica produce vita presente: Caldara, Matteis e Bach non vengono conservati, vengono nuovamente messi in movimento.

Non abbiamo incluso registrazioni soltanto perché monumentali, rare o autorevolmente premiate altrove. L’importanza musicologica non basta, come non bastano la perfezione tecnica, la celebrità del nome o la qualità sonora. Il Variazioni Goldberg / Nikonland 2026 Award andrà al disco che, dopo tutti i confronti e gli ascolti mancanti, continuerà a sembrarci necessario. Le recensioni ancora dovute arriveranno. Il verdetto soltanto dopo.

Trionfo Goldberg_ ensemble solleva il trofeo.png

Il box delle esclusioni

Le esclusioni non hanno tutte lo stesso significato. Alcuni dischi restano fuori per un giudizio musicale; altri perché non appartengono realmente al periodo considerato o non costituiscono una nuova registrazione. Distinguere le due cose è indispensabile: una candidatura mancata non equivale sempre a una bocciatura.

Fuori per scelta critica. L’integrale di Louis Couperin realizzata da Jean Rondeau è un’impresa imponente per durata, ricerca organologica e ampiezza documentaria. Proprio la dimensione monumentale, tuttavia, finisce per trasformare l’ascolto in una prova di resistenza: l’importanza del progetto non basta a produrre varietà, tensione e desiderio di ritornare alla musica. Non premiamo le ore di registrazione né il peso del cofanetto. Anche The Leipzig Cantatas di Johann Ludwig Bach, dirette da Johanna Soller, possiede un evidente interesse storico: diciotto cantate conservate grazie alle copie di Johann Sebastian Bach e più di cinque ore di prime registrazioni. Ma la qualità melodica e corale non impedisce alla relativa uniformità delle strutture e alla minore forza dei recitativi di emergere sulla lunga distanza. Abbiamo studiato entrambi i progetti; nessuno dei due ci ha incantato.

Fuori per regolamento. Philarmonica di Le Consort è un disco del 2023 e non può concorrere soltanto perché lo abbiamo scoperto quest’anno. Pilgrimage – Extended Edition dei Sixteen ricompone registrazioni precedenti e deve essere giudicato come progetto editoriale, non come nuova interpretazione. La Messa in si minore di Pichon e Pygmalion precede il nostro periodo di riferimento; il Ludus Tonalis di Jacob Katsnelson, pubblicato nel settembre 2025, ne resta fuori per poche settimane. Sono rinunce talvolta dolorose, ma un premio credibile deve rispettare i propri confini temporali anche quando sarebbe comodo allargarli.

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