Il fotografo non praticante
Crede fermamente nella fotografia, purché non debba uscire di casa
Esiste una figura molto diffusa, perfettamente rispettabile e talvolta difficile da riconoscere perché possiede più attrezzatura di un inviato del National Geographic.
È il fotografo non praticante.
Crede profondamente nella fotografia. La difende, la studia, la commenta e ne custodisce gelosamente i sacri strumenti. Ha soltanto qualche difficoltà con la pratica.
Alla domanda «Fotografi?» risponde senza esitazione:
Certamente. Sono fotografo da quarant’anni.
L’ultima fotografia risale però alla cresima del nipote, che nel frattempo ha due figli e problemi alla schiena.
Una fede incrollabile
Il fotografo non praticante non ha dubbi sulla propria vocazione.
Possiede una fotocamera principale, una di riserva e una terza «più leggera, per uscire senza pensieri». Dispone di obiettivi adatti al paesaggio, al ritratto, allo sport, alla fotografia naturalistica e a un eventuale sbarco sulla Luna.
Le batterie sono sempre cariche.
Le schede di memoria sono formattate.
Il sensore è pulito.
Il firmware è aggiornato.
L’unico componente che talvolta non risulta operativo è il fotografo.
Ma non per impreparazione. Al contrario: egli si prepara continuamente.
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La liturgia della preparazione
Il fotografo non praticante dedica molta cura ai riti che precedono l’atto fotografico.
Dispone gli obiettivi sul tavolo, controlla le ghiere, soffia via un granello di polvere, cambia la disposizione degli scomparti nello zaino e valuta se il 24-120mm debba stare a destra oppure a sinistra.
Decisione tutt’altro che banale: da essa potrebbe dipendere la riuscita di una spedizione che, per il momento, non è stata ancora programmata.
Periodicamente svuota tutta la borsa e la ricompone secondo criteri nuovi. Ne approfitta per verificare che ogni accessorio acquistato negli ultimi quindici anni sia ancora presente.
Lo è.
Alcuni sono ancora nella confezione originale, a testimonianza di una fede così pura da non essere mai stata contaminata dall’uso.
Terminati i preparativi, il nostro si sente giustamente stanco. Ripone tutto e decide che uscirà il giorno successivo, quando sarà più riposato.
Il giorno successivo piove.
Una solida preparazione teologica
Non fotografare non significa essere disinformati.
Il fotografo non praticante conosce perfettamente le caratteristiche di tutte le fotocamere in commercio, comprese quelle che non comprerebbe mai e quelle che devono ancora essere annunciate.
Sa discutere per ore dei vantaggi di 24, 33, 45 o 60 megapixel. Conosce la gamma dinamica a ogni sensibilità, la velocità di lettura del sensore e la differenza tra perdita di dettaglio teorica, percepita e supposta.
Può spiegare perché una determinata fotocamera non sia adatta alla fotografia d’azione senza aver mai fotografato nulla che si muovesse più rapidamente della propria pianta sul balcone.
Segue attentamente ogni prova, confronta i file al 400% e legge tutte le discussioni sull’autofocus.
Quando finalmente arriva il nuovo firmware, lo installa immediatamente.
Adesso la fotocamera riconosce meglio uccelli, aeroplani, motociclette e animali selvatici.
Dal cassetto.
Le festività comandate
Anche il fotografo non praticante osserva alcune ricorrenze.
C’è il giorno dell’annuncio, dedicato alla speranza.
C’è il giorno dell’acquisto, celebrato con particolare solennità.
Segue l’unboxing, durante il quale ogni involucro viene rimosso lentamente e fotografato con il telefono.
Infine arriva il periodo delle prime prove: il gatto, la libreria, il telecomando e l’immancabile fotografia dalla finestra per controllare la nitidezza agli angoli.
Dopo questa intensa attività, la nuova attrezzatura viene riposta in attesa di un’occasione degna.
Purtroppo le occasioni degne sono creature elusive. Non si manifestano quasi mai nel quartiere, al mercato, in famiglia o durante una passeggiata. Prediligono l’Islanda, il Serengeti e certe valli toscane raggiungibili soltanto alle 4:30 del mattino.
Le giustificazioni canoniche
Il fotografo non praticante vorrebbe uscire, naturalmente.
Ma oggi la luce è piatta.
Domani sarà troppo dura.
Sabato è previsto vento.
Domenica ci sarà troppa gente.
In città non c’è nulla da fotografare, in campagna non succede niente, al mare ci è già stato e in montagna bisogna camminare.
Potrebbe fare qualche ritratto, ma non trova modelli. Potrebbe fotografare la famiglia, ma non collabora. Potrebbe dedicarsi alla natura, ma gli animali hanno la pessima abitudine di non rispettare gli appuntamenti.
E poi manca sempre qualcosa.
Con il 24-70mm servirebbe il 70-200mm. Con il 70-200mm sarebbe indispensabile il 400mm. Con il 400mm occorrerebbe un treppiede migliore. Comprato il treppiede, bisognerà trovare uno zaino capace di contenerlo.
Quando finalmente tutto sarà perfetto, comincerà a fotografare sul serio.
Questa promessa viene rinnovata a ogni acquisto.
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Nessun giudizio sugli assenti giustificati
Naturalmente fotografare poco non è una colpa.
Esistono il lavoro, la famiglia, la salute, la stanchezza e periodi nei quali manca semplicemente la voglia. C’è chi produce poche fotografie perché le pensa a lungo e chi torna volentieri sul proprio archivio. Tutto questo fa parte della vita e non richiede alcuna giustificazione.
Il fotografo non praticante di cui parliamo è un’altra creatura.
È quello che avrebbe tempo e desiderio, ma ha lentamente sostituito la fotografia con tutto ciò che le gira intorno.
Legge di fotografia invece di fotografare.
Compra strumenti per fotografare invece di fotografare.
Discute di come si dovrebbe fotografare e, al termine della discussione, non rimane più tempo per fotografare.
È come essere appassionati di cucina e trascorrere l’intera giornata a confrontare pentole, affilare coltelli e discutere la temperatura del forno, per poi ordinare una pizza.
Il ritorno alla pratica
La buona notizia è che non serve una conversione sulla via di Damasco.
Non occorre prenotare un safari, frequentare un corso, trovare una modella professionista o attendere che il cielo assuma esattamente la tonalità vista nel tutorial.
Basta prendere una fotocamera.
Una sola.
Con un obiettivo già montato, possibilmente senza convocare una commissione per decidere quale.
Poi si esce. Anche per mezz’ora. Anche intorno a casa. Anche senza una destinazione e senza l’obbligo di tornare con un capolavoro.
Si può fotografare una persona conosciuta, una strada, un cane, un riflesso, un albero, la luce sul muro oppure qualcosa che normalmente non meriterebbe neppure di essere notato.
La fotografia ricomincia proprio lì: non quando incontriamo finalmente un soggetto straordinario, ma quando torniamo a guardare in modo straordinario un soggetto qualsiasi.
La prima uscita potrà produrre fotografie mediocri. Anche la seconda.
Non succede nulla.
Nessun tribunale ritirerà la tessera di fotografo e nessun obiettivo perderà luminosità per la vergogna.
In compenso, alla terza uscita potrebbe riaccadere qualcosa che nessuna recensione, nessun grafico e nessun nuovo firmware sono capaci di procurare:
il piacere di fotografare.
Perché il fotografo non praticante crede già fermamente nella fotografia.
Deve soltanto ricordarsi di praticarla.
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