La foto che avrei voluto scattare
Una Nikon F, quindici amici e un sorriso da correggere. Come abbiamo costruito con l’AI un’immagine di gratitudine, discutendo più di persone che di tecnologia.
Gli amici di Nikonland mi hanno regalato una Nikon F. Un regalo inatteso, di quelli che ti fanno perdere per qualche momento la disinvoltura e anche le parole. Ci ho montato il mio 55/1.2 e l’ho fotografata. Poi mi è venuta un’altra idea: rappresentarmi seduto, con la macchina in mano, circondato da tutti quelli che avevano partecipato al regalo. Davanti a noi un tavolone ingombro di fotocamere, obiettivi, stampe e riviste Nikonland. Tutti sorridenti. Una scena capace di raccontare il piacere di ricevere quel dono e, soprattutto, quello di avere attorno quegli amici.
L’immagine che accompagna queste righe è nata così. È una costruzione realizzata con l’intelligenza artificiale a partire da fotografie vere delle persone e della macchina. Quel tavolo, quella disposizione e quell’istante collettivo sono immaginati. Il regalo e la gratitudine, invece, appartengono alla mia vita. Mi interessa dirlo subito, perché il senso dell’esperimento sta proprio qui: dare una forma visibile a qualcosa che desideravo esprimere, dichiarando come l’abbiamo ottenuta.
Sono partito con una domanda apparentemente tecnica: posso fornire una serie di ritratti eterogenei e armonizzarli come se fossero stati ripresi con un 85 mm? Le fotografie erano molto diverse: selfie, ritratti più curati, riprese da vicino, luci all’aperto e in casa, cappelli, occhiali. La mia richiesta conteneva già un’intenzione fotografica: volevo proporzioni credibili e un insieme coerente. Naturalmente un 85 mm non è una formula magica. La prospettiva dipende dalla distanza di ripresa e un volto fotografato da vicinissimo non cambia prospettiva con un semplice ritaglio. Per modificarla bisogna ricostruire, e ogni ricostruzione può allontanarsi dalla persona vera.
Ho quindi fornito i quindici ritratti degli amici, il mio e la fotografia della Nikon F con il suo obiettivo montato. Poi ho spiegato la scena. Io seduto al centro, sorridente, il regalo in mano; gli altri attorno a me, possibilmente rivolti verso di me, felici. Avevo descritto un piccolo avvenimento, con un protagonista, un oggetto e una relazione fra le persone. Era questo che doveva tenere insieme l’immagine.
La prima prova aveva già parecchie cose al posto giusto. Il tavolo era pieno di materiale fotografico, la stanza plausibile, il gruppo raccolto. Ma tutti guardavano verso chi scattava, come nella consueta fotografia ricordo, e la mia espressione aveva qualcosa di profondamente sbagliato. Diciamo che sembravo sottoposto a una prova piuttosto spiacevole. Nella conversazione l’ho descritto in termini assai meno eleganti, che risparmio al lettore. Il punto era chiarissimo: avevo chiesto felicità e mi era arrivata una contrazione dei muscoli facciali.
Qui è cominciato il lavoro interessante. Scrivere «più sorridente» è facile; capire quale sorriso appartiene alla scena richiede uno sguardo. La bocca da sola non basta. Contano gli occhi, le guance, la fronte, la distensione dell’intero volto. Abbiamo fatto una prima correzione, poi ho indicato un riferimento concreto: Max, accanto a me, aveva una risata che funzionava. Quella era l’allegria che cercavo. Gli altri dovevano parteciparvi con le proprie facce, conservando i propri tratti. Anche io potevo finalmente concedermi di essere contento del regalo.
A quel punto ho cominciato a guardare il gruppo come si guarda una fotografia da rifinire. Il signore in basso a sinistra doveva essere decisamente più felice. Il volto dell’amico con la maglia grigia mi sembrava invecchiato e troppo largo nella mandibola: ho chiesto di ringiovanirlo e assottigliarlo. Una testa sulla destra era troppo grande, un’altra troppo piccola. Tre persone sembravano incastrate nello stesso spazio. Sono interventi che mostrano quanto il risultato generato sia un’interpretazione: può apparire convincente nel complesso e avere proporzioni o somiglianze da correggere quando lo si osserva persona per persona.
Abbiamo tolto un cappello nero, ricostruendo una testa calva, e rimosso gli occhiali da sole a un altro amico per rendere visibile uno sguardo sorridente. Anche qui c’è un limite concreto: ciò che una fotografia nasconde deve essere ricostruito, e il risultato plausibile non è automaticamente quello esatto. Per Max ho aggiunto un secondo ritratto, senza cappellino, che mostrava la fronte e l’attaccatura dei capelli. Un riferimento in più diceva molto meglio delle parole come doveva essere fatta quella testa.
L’ultima richiesta ha riguardato il respiro dell’inquadratura. La scena era troppo compressa: tutti addossati, poco spazio sopra, la sensazione di essere stati sistemati dentro una scatola. Ho chiesto un formato 3:2 orizzontale, più aria e maggiore dettaglio generale. Il risultato ha guadagnato spazio soprattutto sopra il gruppo e sul tavolo. Sulla destra gli amici restano abbastanza stretti, e gli sguardi continuano a essere prevalentemente rivolti verso l’obiettivo. La scena spontanea immaginata all’inizio è diventata una fotografia ricordo costruita. È giusto riconoscerlo: le richieste orientano il risultato, ma non vengono eseguite tutte con la precisione di un comando geometrico.
Anche «aumentiamo il dettaglio» va valutato con occhio fotografico. Una maggiore nitidezza apparente non certifica la fedeltà di una scritta, di un particolare della Nikon F o dei lineamenti di un amico. L’immagine va guardata, confrontata con i riferimenti e giudicata. La capacità di osservare continua a servire, forse ancora di più quando la prima impressione è così persuasiva.
Da questo piccolo lavoro mi porto a casa un’indicazione molto pratica: conviene spiegare che cosa vogliamo raccontare, fornire riferimenti pertinenti e correggere difetti precisi. «La testa è troppo grande», «qui manca spazio», «questo sorriso funziona», «ti mando una foto senza cappello» sono indicazioni utili perché nascono dall’osservazione. La conversazione diventa il luogo in cui l’idea prende forma, attraverso decisioni successive. E la conoscenza degli amici resta mia: sono io a dover dire se quella persona somiglia a se stessa e se quel sorriso mi convince.
Alla fine mi ritrovo con un’immagine che rende visibile il mio grazie. So come è stata costruita, vedo dove funziona e dove conserva qualche limite. E guardandola penso soprattutto a quelle persone, alla sorpresa che mi hanno fatto e a quella Nikon F che adesso posso prendere davvero in mano. Se un giorno ci troveremo tutti attorno a un tavolo, la macchina per fare anche la fotografia vera non ci mancherà di certo.
dopo le chiacchiere, il sodo, riporto l'intera conversazione creativa avuta con GPT Astra 6.0
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e questo è il prodotto finito
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migliorabile ulteriormente a condizione di fornire ritratti iniziali migliori.
Perchè in informatica si dice che Shit In, Shit Out.
Se la qualità iniziale è scadente, nei passaggi successivi si può solo peggiorare il risultato.
Giovanni per esempio, rispetto alla prima foto è invecchiato e dimagrito e si dovrebbe rifare.
Max perdendo il cappello ha guadagnato un collo da 75enne, ame sembra sempre che debba correre al volo al gabinetto, etc. etc.
Ma l'occasione era ghiotta per dimostrare un procedimento.
Al solo scopo accademico !
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