Il punto d’ascolto / 5 - Dove ci hanno fatto sedere?
Il punto d’ascolto è una serie dedicata alle persone, agli strumenti e alle tecnologie che costruiscono la musica registrata.
Dove ci hanno fatto sedere?
Microfoni, distanze e prospettive: il posto d’ascolto deciso prima che il disco arrivi a casa.
A un concerto il posto è scritto sul biglietto e ce ne accorgiamo appena si comincia a suonare. In prima fila arrivano gli attacchi e parecchio suono diretto; più indietro la sala prende il sopravvento e l’orchestra si ricompone. In certi teatri il loggione è magnifico, in altri sembra di ascoltare dal comune confinante.
Sul disco il numero della poltrona non c’è. Qualcuno, però, ci ha fatti sedere lo stesso scegliendo microfoni, posizione e livelli. Possiamo ritrovarci in platea, accanto al direttore, con la testa dentro il pianoforte o sul pianerottolo di una scala.
Siamo partiti chiedendoci che cosa ascoltiamo davvero in un disco. Poi sono arrivati il corpo dell’esecutore, gli strumenti e la sala. Adesso qualcuno deve piazzare il microfono.
Basta mezzo metro
Per chi fotografa la questione è intuitiva. Spostando la macchina cambia il rapporto fra soggetto e sfondo; nella registrazione lo sfondo è la sala e spostare un microfono di mezzo metro può cambiare il risultato più che sostituirlo con un modello molto più costoso.
Da vicino il microfono raccoglie soprattutto il suono diretto: attacchi netti, dettagli minuti, rumori meccanici. Allontanandolo entrano le riflessioni dell’ambiente; gli strumenti si fondono e qualche particolare si perde per strada. Un omnidirezionale ascolta ciò che lo circonda, uno direzionale guarda soprattutto davanti a sé. Fermiamoci qui, prima che compaia un diagramma polare e qualcuno cambi pagina.
Il pianoforte è un magnifico campo di battaglia. Un microfono sotto il coperchio sente corde e martelletti da una posizione che nessuno occuperebbe durante un recital. Due microfoni ravvicinati possono invece allargare la tastiera fino alla parete di casa: gravi a sinistra, acuti a destra.
C’è chi la considera la prospettiva corretta, perché il pianista sentirebbe i bassi alla propria sinistra. Ma quando mai? Il pianista ascolta anche corde incrociate, tavola armonica, coperchio, pavimento e sala, mica ottantotto piccoli altoparlanti messi in fila. E noi dovremmo essere seduti in platea.
Una coppia di microfoni collocata a qualche metro restituisce più facilmente il pianoforte intero. La tastiera panoramica può piacere e rendere chiarissime le voci. Resta una scelta di regia.
Nove musicisti, un microfono. Quasi
Un modo completamente diverso di costruire l’equilibrio si ascolta in The Trinity Session dei Cowboy Junkies, registrato nel 1987 nella Church of the Holy Trinity di Toronto. Nove musicisti si disposero attorno a un microfono stereo Calrec. Per trovare l’equilibrio spostavano se stessi: servirono circa sei ore di tentativi e, a volte, bastavano pochi centimetri. Il mixer aveva le gambe.
Il famoso “unico microfono” nascondeva un piccolo trucco. La voce di Margo Timmins entrava in un secondo microfono, passava attraverso un altoparlante nella chiesa e soltanto allora veniva raccolta dal Calrec. Una soluzione ingegnosa, come spesso accade dietro le registrazioni miracolose.
Con un solo punto di ripresa musicisti e riverbero restano nello stesso spazio. Se il basso copre la chitarra o una voce finisce troppo lontana, non c’è il cursore giusto da alzare: si ricomincia e qualcuno sposta la sedia.
Prima un microfono, poi un albero
Nel 1951 la Mercury registrò i Quadri di un’esposizione con Rafael Kubelík e la Chicago Symphony Orchestra usando un solo microfono sospeso sopra il direttore. Da lì nacque la serie Living Presence, nome ambizioso ma tutt’altro che ridicolo.
Con la stereofonia arrivò il Decca Tree, sviluppato negli anni Cinquanta da Roy Wallace e Arthur Haddy. Il nome fa pensare al giardinaggio, l’oggetto un po’ meno: tre microfoni omnidirezionali disposti a triangolo sopra il direttore. I due laterali danno ampiezza, quello centrale evita un buco in mezzo all’orchestra. Ancora oggi stabilisce la prospettiva principale di molte riprese.
Attorno all’albero, nel frattempo, è cresciuta spesso una foresta: microfoni vicini alle sezioni, altri rivolti alla sala e al pubblico. Nel Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker il Decca Tree è affiancato da numerosi appoggi. Se la regia televisiva mostra ad esempio il triangolo in primissimo piano, anche il suono tende ad avvicinarsi. La nostra poltrona si sposta con la telecamera senza avvisarci.
La Settima vista ai raggi X
Mescolando ripresa principale e microfoni ravvicinati nasce una prospettiva che in sala difficilmente esisterebbe. Il solista può starci quasi in braccio mentre l’orchestra conserva profondità e riverbero. Le tentazioni sono parecchie.
Ricordo bene la Settima di Beethoven diretta da Teodor Currentzis, pubblicata da Sony nel 2021. L'orchestra sembra vicinissima; le linee interne emergono una per una e pare di trovarsi sul podio, con una lente puntata sull’orchestra. Affascinante, finché non mi domando quale essere umano potrebbe davvero sentire così.
La ripresa è pulita, dinamica, avara di sala e quasi radiografica. Currentzis lavora già con una meticolosità al limite dell’ossessione, quindi i microfoni hanno parecchio materiale da mettere sotto la lente. Il risultato rivela particolari solitamente coperti; qualche volta perdiamo il disegno per vedere ogni filo della tela.
Il numero dei microfoni non assegna voti. Una ripresa minimale può essere naturale oppure lontana e confusa; cinquanta canali possono smontare un’orchestra o ricomporla in modo credibile. Dipende dall’idea che c’è dietro.
LED ZEPPELIN - IL POSTO ERA SULLE SCALE
Per registrare la batteria di John Bonham in When the Levee Breaks, gli strumenti furono sistemati nell’atrio di Headley Grange, una casa di campagna inglese con una scala che saliva per tre piani. Il tecnico Andy Johns collocò due microfoni Beyer M 160 sul primo pianerottolo e trattò il segnale con compressione ed eco. Distanza, pareti e vano della scala produssero quella batteria enorme e immediatamente riconoscibile.
Quel posto d’ascolto fu scoperto dentro l’edificio e scelto perché suonava magnificamente. Se per ottenere Bonham bisogna sedersi sulle scale, ci si siede sulle scale.
Quale posto vogliamo?
Quando diciamo che una registrazione è presente, ariosa o asciutta, descriviamo anche una geometria. Il tecnico può offrirci il punto di vista dello spettatore, del direttore, del musicista oppure inventarne uno.
La prossima volta che ascoltiamo un disco, proviamo a immaginare il posto assegnato. Se il pianoforte va da una parete all’altra, distinguiamo il secondo fagotto meglio del direttore o il cantante sembra appoggiato al tavolino, difficilmente sarà colpa dei diffusori.
Resta da capire se ciò che ascoltiamo sia mai stato suonato dall’inizio alla fine. Tagli e montaggio possono costruire un’esecuzione che nessuno ha mai sentito tutta intera. Ma questa è la prossima storia.
QUALCHE PROVA D’ASCOLTO
Mussorgsky/Ravel – Pictures at an Exhibition, Rafael Kubelík, Chicago Symphony Orchestra
Mercury, 1951 — MG 50000
La prima Mercury Living Presence: una ripresa monofonica con un solo microfono. Niente immagine distribuita fra i diffusori, eppure distanza, proporzioni e ambiente sono chiarissimi.
Led Zeppelin – Led Zeppelin IV
Atlantic Records, 1971
In When the Levee Breaks la batteria permette di sentire quanto la posizione dei microfoni possa trasformare una stanza in parte dello strumento.
Beethoven – Sinfonia n. 7, Teodor Currentzis, musicAeterna
Sony Classical, 2021 — 19439743772
Una prospettiva ravvicinata e analitica, capace di rendere udibili le parti interne con una chiarezza quasi innaturale. Affascinante, purché non la si scambi per una normale poltrona del Konzerthaus.
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