Le fotografie che aspettano di essere scelte
Due parole sui Contest di Nikonland, sugli archivi pieni e su quella strana timidezza che compare proprio quando bisogna premere “Pubblica”
Negli ultimi giorni ho trascorso parecchio tempo dentro ai Contest di Nikonland. Ho guardato le fotografie, letto le presentazioni, seguito i commenti e, alla fine, ho provato a mettere insieme qualche numero. Non per compilare classifiche di diligenza o distribuire voti di partecipazione, ma per capire che cosa stia accadendo.
La prima conclusione è semplice: non manca la fotografia.
Nei due contest che ho appena commentato ho trovato paesaggi alpini e marini, animali incontrati sul campo o arrivati a sorpresa sul balcone, ritratti, architettura, fotografia urbana, notturni, macro, immagini concettuali, esperimenti con il flash e qualche idea capace di farmi sorridere. Ho trovato fotografie tecnicamente molto solide e altre magari meno perfette, ma sincere, personali e degne di essere viste.
Non ho trovato un deserto fotografico. Ho trovato, semmai, molte più fotografie che fotografi disposti a parlarne.
I numeri dei commenti non coincidono esattamente con quelli dei partecipanti, perché comprendono anche interventi, repliche e osservazioni successive. Tuttavia raccontano ugualmente una tendenza. A giugno, La vostra foto migliore del mese aveva raccolto 68 commenti e il contest Ombre più forti dei corpi ne aveva ottenuti 49.
A luglio la partecipazione era ancora vivace: 56 commenti per la fotografia nuova del mese, 46 per la migliore fotografia d’archivio e 44 per l’avifauna. Il contest più impegnativo, dedicato ai bagliori e al calore senza forma, si era fermato a 22, ma almeno chiedeva davvero di uscire, osservare una luce particolare e costruire una fotografia apposta.
Il dato più interessante è forse quello del contest non competitivo di agosto: 80 commenti. Nessuna votazione, nessuna classifica, nessun vincitore. Soltanto la possibilità di mostrare l’ultima fotografia pubblicabile, come se fossimo appena tornati da un’uscita insieme e appoggiassimo le nostre immagini sul tavolo.
Quando scompare il timore del giudizio, dunque, le fotografie arrivano.
Durante agosto il ritmo ha cominciato a rallentare. Il ritratto di donna ha raccolto 34 commenti, l’avifauna 24, le persone fotografate di spalle 24. La migliore fotografia di agosto, nonostante accettasse anche immagini d’archivio, si è fermata a 36 commenti e a 24 partecipazioni effettive. I due contest terminati il 10 settembre sono scesi ancora: 13 commenti per la fauna selvatica e 8 per il nudo femminile, quest’ultimo certamente più specialistico e non praticato da tutti.
Si potrebbe dare la colpa all’estate, alle vacanze, al caldo, ai nipoti, alle partenze intelligenti e ai rientri meno intelligenti. È tutto plausibile. Però settembre è arrivato, le giornate si sono accorciate e, a giudicare dal sito, le nostre fotocamere non sono state vendute durante le ferie.
Allora provo a formulare un’ipotesi diversa: forse siamo un po’ più timidi di quanto lascino immaginare i nostri teleobiettivi.
Pubblicare una fotografia significa sceglierla. E scegliere significa escludere tutte le altre, esporsi e ammettere: fra ciò che ho fatto, oggi desidero mostrarvi proprio questa. Non necessariamente perché sia perfetta, ma perché mi rappresenta, racconta qualcosa o contiene un’emozione che vorrei condividere.
È un gesto più intimo di quanto sembri.
Comprendo bene chi guarda le fotografie degli altri e pensa di non avere nulla di altrettanto spettacolare. Ma un contest fotografico non è una mostra alla quale si viene ammessi soltanto dopo una selezione internazionale. Non occorre avere una Via Lattea sopra un rudere, una modella, un orso nel bosco o le Dolomiti illuminate dall’arcangelo Gabriele.
Può bastare una bicicletta lasciata accanto all’acqua. Una mantide comparsa fra le foglie. Una bandiera agitata dal vento. Una persona che attraversa una porta. Un vecchio muro nel quale, per qualche ragione, abbiamo visto il mare.
La fotografia non dipende dalla rarità del soggetto, ma dalla particolarità dello sguardo.
E poi c’è l’archivio. Su questo, permettetemi un affettuoso: ecchediamine.
Anni di fotografie, cartelle, dischi, backup, NEF custoditi con maggiore attenzione dei documenti di famiglia. Migliaia, talvolta centinaia di migliaia di scatti. Davvero lì dentro non esiste una fotografia alla quale siamo ancora legati? Una che oggi svilupperemmo diversamente, ma che conserva un momento irripetibile? Una fotografia dimenticata che, riguardata dopo anni, ci sorprende perché nel frattempo siamo cambiati noi?
Tornare nell’archivio non è barare. È fotografare una seconda volta.
Quando scegliamo un’immagine del passato, la osserviamo con l’esperienza presente. Riconosciamo errori che allora non vedevamo, ma scopriamo anche una spontaneità che forse abbiamo perduto. Possiamo accorgerci che una fotografia tecnicamente imperfetta possiede qualcosa che le nostre immagini più recenti, pulite e impeccabili non hanno più.
Il contest diventa così un’occasione per comprendere il nostro percorso, non soltanto per mostrare un risultato.
Lo stesso vale per i commenti. Non occorre trasformarsi in critici d’arte, conoscere tutte le regole della composizione o trovare obbligatoriamente un difetto. È sufficiente raccontare dove si è fermato il nostro sguardo. Perché una fotografia ci ha incuriositi, rasserenati, divertiti oppure messi leggermente a disagio. Che cosa avremmo fatto noi e che cosa, invece, non ci sarebbe mai venuto in mente di fare.
Una fotografia pubblicata e osservata in silenzio rimane un oggetto esposto. Quando qualcuno le rivolge una parola, comincia una conversazione.
In questo momento su Nikonland restano attive due possibilità molto diverse. Nel contest per la migliore fotografia di settembre si può partecipare con una fotografia nuova oppure con una d’archivio. Le prime due immagini sono già molto differenti: uno still life costruito con pazienza e flash e un paesaggio incontrato dopo la pioggia. C’è tempo fino al 30 settembre e, soprattutto, c’è ancora moltissimo spazio.
Nell’altro, dedicato semplicemente alla nostra ultima fotografia pubblicabile, non esistono votazioni, graduatorie o giudizi. Sono già comparsi un ritratto, Monza, un paesaggio alpino in bianco e nero, una fotografia sportiva giocata sul movimento e una mattina nella Valle del Primiero. Cinque interventi che sembrano pagine iniziali di un diario collettivo, al quale ne potrebbero seguire molti altri.
Non vi assegnerò compiti. È una rubrica fotografica, non un corso serale con il registro delle presenze.
Però, la prossima volta che aprirete una cartella e una fotografia vi farà rallentare per qualche secondo, ricordatevi che potrebbe interessare anche a noi. Non domandatele subito se è abbastanza bella, abbastanza recente, abbastanza nitida o abbastanza importante. Chiedetele soltanto se racconta qualcosa di voi.
Se la risposta è sì, ha già una buona ragione per uscire dall’archivio.
E magari, dopo averla pubblicata, fermatevi un momento davanti a quella di qualcun altro. Non serve una recensione illuminata. Bastano attenzione, sincerità e la voglia di parlare di fotografia fra persone che, almeno su questo, dovrebbero capirsi piuttosto bene.
La timidezza può essere deliziosa in certi ritratti.
Dentro a un hard disk, un po’ meno.
Sara
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