Basta Ferrari. Da oggi tifo Kimi Antonelli !
Una squadra senza un padrone fa cagher. A Maranello lo dimostrano da vent’anni e io non ho più tempo da perdere aspettando il prossimo miracolo.
Scriviamolo come si direbbe dalle parti di Modena, senza cercare sinonimi eleganti: una Ferrari senza un padrone fa cagher.
Non intendo un azionista di maggioranza, un amministratore delegato, un presidente che appare ai Gran Premi o qualcuno che tenga in tasca le chiavi di Maranello. Per padrone intendo uno che comanda davvero, sceglie gli uomini, assegna le responsabilità, pretende i risultati e paga personalmente quando sbaglia. Uno che alla fine della giornata non dica «dobbiamo capire», perché ha già capito e ha già deciso che cosa fare.
La Ferrari di Formula 1 quest’uomo non ce l’ha più da vent’anni. Ha dirigenti, organigrammi, consulenti, strateghi, tecnici, responsabili della comunicazione e una quantità industriale di persone abilissime nel raccontare perché ciò che non ha funzionato oggi funzionerà certamente domani. Ma non ha un padrone.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una squadra che cambia uomini, programmi, metodi, proclami e perfino campioni del mondo, riuscendo a lasciare immutata soltanto una cosa, la sconfitta. Ogni inverno è quello della riscossa, ogni presentazione segna l’inizio di un nuovo ciclo, ogni primavera porta le prime spiegazioni e ogni autunno ci ritroviamo a parlare dell’anno successivo.
Sono stanco. E, francamente, alla mia età non ho altri vent’anni da regalare alla speranza che prima o poi a Maranello qualcuno rimetta insieme i pezzi.
Non c’è più tempo e temo non ci sia nemmeno rimedio, perché il problema non è una sospensione, una strategia sbagliata, una galleria del vento o la correlazione con il simulatore. Il problema è un sistema nel quale nessuno sembra disporre contemporaneamente dell’autorità per decidere e della responsabilità per rispondere dei risultati. Tutti partecipano, nessuno comanda. E quando nessuno comanda, la Ferrari diventa una marca di automobili che incidentalmente iscrive due vetture al Mondiale di Formula 1.
Per me può bastare così.
Non sono mai stato un tifoso nel senso calcistico del termine. Sono un appassionato di automobili. Mi interessano le macchine, la tecnica, il talento, la velocità. In fondo, di chi le guida mi importa relativamente: se uno è bravo, è bravo anche se non indossa la tuta del colore che qualcuno vorrebbe impormi.
Amo anche le Mercedes. Se potessi scegliere senza guardare il conto in banca, nel mio garage al posto della Cupra ci sarebbe una AMG GT. Perciò non avverto alcun conflitto morale nel guardare una Mercedes di Formula 1 e sperare che vinca.
Eppure la Ferrari è entrata nella mia vita molto prima che sapessi che cosa fosse la Formula 1. Avevo cinque anni quando mio padre mi regalò una spider a pedali. Era rossa, naturalmente. Aveva il clacson e perfino i fari illuminati dalle pile. Con quella macchina correvo dappertutto, anche se non sapevo ancora andare in bicicletta e a piedi ero una schiappa. È probabile che una parte del mio rapporto con le automobili sia cominciata proprio lì, dentro quella piccola spider rossa spinta da due gambe troppo corte.
Ma i ricordi non possono diventare una condanna. Non si è obbligati a sostenere per tutta la vita una squadra soltanto perché da bambini si guidava una macchinina rossa. L’affetto si può conservare; la fiducia, quando viene tradita abbastanza a lungo, finisce.
Oggi c’è Andrea Kimi Antonelli.
Quando vedo quel ragazzino italiano con i riccioli lanciare la sua Mercedes tra i muretti di Montecarlo, penso a una sola persona: Ayrton Senna, quasi mio coetaneo, il Dio della Formula 1 e soprattutto delle qualifiche decise all’ultimo giro. Non sto dicendo che Antonelli sia Senna. Nessuno è Senna e nessuno lo sarà mai. Ma riconosco la stessa specie di coraggio: quello di chi arriva all’ultimo tentativo sapendo che deve andare più forte di tutti e parte senza lasciare spazio al dubbio.
A Montecarlo Antonelli ha conquistato la pole proprio con l’ultimo giro della Q3 e poi ha vinto la gara. Adesso ha vinto anche a Monza partendo diciannovesimo. Un italiano non vinceva il Gran Premio d’Italia da sessant’anni. Lo ha fatto lui, con una Mercedes, mentre la Ferrari trovava ancora una volta il modo di ricordarci che il blasone non guida la macchina, non sceglie la strategia e non taglia il traguardo.
Antonelli non ha bisogno di vestirsi di rosso per rappresentare l’Italia. Oggi l’Italia in Formula 1 è lui: il suo talento, la sua faccia pulita, i suoi riccioli, la sua incoscienza controllata e quella naturalezza con cui sembra fare cose che per gli altri richiedono riunioni, simulazioni e interminabili analisi dei dati.
Qualcuno penserà che prima o poi finirà alla Ferrari, magari quando il pur grandissimo ma ormai stagionato Hamilton andrà in pensione. Io non ci credo. Gli Antonelli hanno Mercedes e AMG nel sangue. Mercedes lo ha allevato, protetto e portato in Formula 1; gli ha dato fiducia quando era ancora soltanto una promessa e ora raccoglie ciò che ha seminato. Non vedo perché dovrebbe lasciarla per entrare nel tritacarne di Maranello.
E spero che non lo faccia.
Io continuerò ad amare le Ferrari stradali e seguirò con interesse la Ferrari nel WEC, che è un’altra organizzazione, un’altra storia e soprattutto un’altra dimostrazione di ciò che Maranello sa ancora fare quando esistono obiettivi chiari, responsabilità riconoscibili e persone messe nella condizione di lavorare.
Ma con la Ferrari di Formula 1 ho chiuso. Anche se un giorno Antonelli dovesse davvero arrivare a Maranello, non tornerei indietro per questo. Continuerei a tifare per lui, non per la squadra che eventualmente gli avrà cambiato il colore della tuta.
Perché non sono diventato mercedesista. Sono diventato antonelliano.
Non è un tradimento. È la conclusione logica di vent’anni buttati ad aspettare una Ferrari che non esiste più. Il Cavallino resterà nella memoria, insieme alla spider rossa a pedali, al clacson e ai fari alimentati dalle pile.
Ma da oggi, quando si spegneranno i semafori, io guarderò la macchina con la stella.
E tiferò per quel ragazzino italiano con i riccioli.
A Enzo Ferrari sarebbe piaciuto Kimi Antonelli?
Sì, moltissimo. Non soltanto perché è italiano, ma perché possiede quasi tutto ciò che il Vecchio cercava in un pilota: velocità naturale, coraggio, freddezza e quella capacità rarissima di giocarsi tutto nell’ultimo giro senza lasciare spazio al dubbio. Un ragazzo con i riccioli che conquista Montecarlo e vince a Monza partendo dal fondo avrebbe acceso irresistibilmente la sua immaginazione.
Enzo Ferrari non avrebbe aspettato che Antonelli bussasse alla porta di Maranello. Avrebbe cercato personalmente di strapparlo alla Mercedes, poi lo avrebbe messo contro il compagno di squadra, tormentato attraverso i giornali e probabilmente reso infelice. Ma avrebbe fatto qualsiasi cosa per averlo sulla propria macchina.
Il problema è proprio questo: oggi Enzo Ferrari non c’è. E a Maranello non è rimasto nessuno capace di riconoscere un destino, decidere di inseguirlo e assumersi personalmente la responsabilità di conquistarlo.
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