A mio figlio non gliene frega niente
La vignetta fa ridere perché dice una cosa che molti della nostra generazione non vogliono ancora ammettere. Il padre mostra al figlio una parete di fotocamere e obiettivi Nikon e gli annuncia con orgoglio che un giorno tutto quello sarà suo. Il figlio non gli domanda quale sia stata la sua prima macchina, quale obiettivo abbia usato per le fotografie più importanti o quale corpo gli ricordi il periodo più bello della sua vita. Gli chiede quanto potrebbe ricavare vendendo tutto.
Diciamolo nella maniera meno elegante possibile: a mio figlio non gliene frega un cazzo di niente di tutto quello che io ho amato.
Non gli interessano le mie Nikon, i miei obiettivi, gli amplificatori in classe A, i diffusori grandi come armadi, i dischi, le automobili e le motociclette che hanno popolato i miei sogni prima ancora che potessi permettermele. Non gli interessa sapere perché un motore, una voce, un attacco orchestrale o il rumore dell’otturatore di una reflex abbiano avuto tanta importanza nella mia vita. Vede oggetti vecchi, ingombranti, complicati e, in certi casi, ancora abbastanza costosi da poter essere trasformati in qualcosa di più utile.
Noi nati negli anni Sessanta siamo cresciuti desiderando. Prima ancora di possedere qualcosa, la studiavamo sulle riviste, la guardavamo nelle vetrine e facevamo calcoli che quasi sempre non tornavano. Una Nikon, un amplificatore, una motocicletta o un’automobile sportiva non erano soltanto cose da comprare: rappresentavano la persona che speravamo di diventare. Quando finalmente riuscivamo ad averle, ce le ricordavamo per tutta la vita.
La musica non usciva da un telefonino. Per ascoltarla bisognava comprare un disco, portarlo a casa, metterlo sul piatto e dedicargli del tempo. Poteva anche non piacerci subito, ma ormai lo avevamo pagato e quindi lo ascoltavamo ancora. A volte, dopo il terzo o il quarto tentativo, scoprivamo qualcosa che ci avrebbe accompagnato per quarant’anni. Oggi tutta la musica registrata è immediatamente disponibile, ma proprio per questo ogni brano può essere eliminato dopo dieci secondi. Non serve più un impianto e non serve nemmeno scegliere davvero: basta lasciare che una piattaforma decida che cosa verrà dopo.
La patente, per noi, significava poter finalmente andare da qualche parte senza chiedere il permesso a nessuno. L’automobile e la motocicletta erano libertà, pericolo, conquista e anche una parte importante del rituale necessario per incontrare le ragazze. Oggi sono soprattutto assicurazione, carburante, parcheggio, multe e manutenzione. Probabilmente i giovani hanno ragione loro, almeno dal punto di vista economico, ma spiegare razionalmente perché non desiderino ciò che noi desideravamo non cambia il risultato.
Quanto alle donne e al sesso, inutile fingere che fossero questioni marginali. Noi pensavamo continuamente alle ragazze, spesso senza capire niente di loro e comportandoci da perfetti imbecilli. Però dovevamo uscire, farci coraggio, rischiare una figuraccia e qualche volta prendere un rifiuto senza poterlo trasformare in una discussione pubblica. Il desiderio ci costringeva a muoverci.
Adesso ci sono applicazioni per incontrarsi, pornografia illimitata, messaggi continui e fotografie di chiunque, ma pare che incontrarsi davvero sia diventato più difficile. Si studiano i profili, si mandano segnali prudentissimi e si teme che una frase sbagliata venga conservata in uno screenshot per l’eternità. Gli uomini aspettano che siano le donne a fare la prima mossa, le donne aspettano di capire se gli uomini siano interessati e nel frattempo entrambi continuano a guardare il telefono. Non è detto che sia maggiore civiltà; potrebbe essere soltanto una forma più educata di paralisi.
Anche la fotografia è stata divorata dallo stesso apparecchio. Per noi una macchina fotografica era lo strumento necessario per produrre immagini. Per loro è un oggetto separato, pesante e sostanzialmente inutile, perché il telefonino che possiedono già fotografa, filma, monta, pubblica e riceve immediatamente l’approvazione degli altri. Spiegare che una Nikon F2, una F3 o una D3 non sono la stessa cosa ha più o meno lo stesso effetto che avrebbe avuto su di noi una lezione sulle differenze tra due modelli di aratro.
Non sto dicendo che noi fossimo migliori. Abbiamo speso cifre assurde, riempito case e garage, confuso qualche volta il possesso con la competenza e accumulato molte più cose di quante potessimo realmente usare. Abbiamo anche creduto che i nostri figli, vedendoci così appassionati, avrebbero automaticamente ereditato le nostre passioni. Non è successo.
Forse non poteva succedere, perché sono cresciuti in un mondo nel quale quasi tutto si noleggia, si scarica, si guarda per qualche minuto e si sostituisce. Noi conservavamo anche le scatole; loro considerano già eccessivo dover conservare l’oggetto. Noi pensavamo di lasciare un patrimonio affettivo, mentre loro vedono un problema logistico del quale dovranno occuparsi quando non ci saremo più.
Non possiamo obbligarli ad amare Brahms, una motocicletta italiana, un amplificatore senza display o un vecchio Nikkor. Possiamo tuttavia evitare di raccontarci che un giorno custodiranno tutto con la stessa attenzione che abbiamo avuto noi. Se vogliamo che certi oggetti continuino a essere usati e apprezzati, forse è meglio affidarli mentre siamo ancora vivi a qualcuno che li desideri davvero, vendendo il resto senza aspettare che debbano farlo gli eredi.
Quando il padre della vignetta dice «un giorno tutto questo sarà tuo», pensa di offrire al figlio una parte della propria vita. Il figlio sente invece che un giorno dovrà liberare la stanza, fotografare ogni pezzo, mettere gli annunci e discutere con cinquanta sconosciuti sul prezzo.
La sua domanda non è affettuosa, ma è onesta. Ed è proprio questo che ci fa incazzare.
[come tutti sanno, io non ho figli, nutro solo cani, gatti e chiunque passi dal mio terreno anche volando]
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