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BWV 56 — Ich will den Kreuzstab gerne tragen

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La vita è il viaggio. La morte, il porto.

Un uomo attraversa il mondo portando un peso che non ha scelto. La sua vita è una navigazione esposta alle onde, l’afflizione e la necessità lo sommergono, la morte lo spaventa quotidianamente; eppure la prima cosa che afferma non è il desiderio di liberarsi dalla croce, ma la disponibilità a portarla: Ich will den Kreuzstab gerne tragen, voglio portare volentieri la croce. La ragione si comprende poco dopo, quando scopriamo che quel peso non rappresenta la destinazione ma il mezzo attraverso il quale il viaggiatore raggiungerà, dopo le proprie sofferenze, la terra promessa.

BWV 56 è così una delle più perfette cantate solistiche di Bach e, insieme a BWV 82, una delle sue meditazioni più compiute sul congedo dalla vita. Entrambe sono affidate alla voce di basso, appartengono praticamente allo stesso periodo e utilizzano testi oggi ricondotti a Christoph Birkmann; entrambe parlano della morte senza essere realmente cantate funebri, ma la prospettiva è profondamente diversa. Simeone, in Ich habe genug, ha già visto ciò che aspettava e può finalmente congedarsi. Il protagonista di Ich will den Kreuzstab gerne tragen è ancora in cammino. Anzi, è in mare.

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Carta d’identità

BWV 56 — Ich will den Kreuzstab gerne tragen
Lipsia, 1726 — prima esecuzione 27 ottobre 1726
XIX domenica dopo la Trinità
Testo dei movimenti 1-4: Christoph Birkmann
Corale conclusivo: Johann Franck, Du, o schönes Weltgebäude
Basso solo; coro nel movimento conclusivo
2 oboi, taille, archi, fagotto e continuo
5 movimenti — circa 20 minuti

Bach annota sull’autografo Cantata à Voce Sola e Stromenti, definizione non così frequente nella sua produzione sacra e perfettamente adatta a un’opera nella quale una sola voce sostiene praticamente tutto il percorso. Il Vangelo della domenica raccontava la guarigione del paralitico in Matteo 9, ma Birkmann non segue direttamente l’episodio: ne astrae le idee del peso, della liberazione e del cammino verso la salvezza, costruendo una serie di immagini concrete che sembrano fatte apposta per Bach. Croce, mare, onde, ancora, nave, aquila e porto trasformano la teologia in paesaggio.

Il titolo: una croce che serve anche a navigare

Kreuzstab è innanzitutto il bastone della croce, il peso che il cristiano accetta di portare, ma il termine poteva richiamare anche il bastone a croce utilizzato nella navigazione per determinare la posizione attraverso gli astri. Croce e viaggio sono dunque sovrapposti fin dal titolo. Bach sembra giocare persino graficamente con questa ambiguità: nell’autografo compare la forma Xstab e la parola Kreuz coincide musicalmente con un diesis, che in tedesco si chiama appunto Kreuz. È uno di quei piccoli esempi di musica destinata anche all’occhio che non modificano il significato dell’opera, ma ci ricordano con quanta attenzione Bach sapesse intrecciare parola, simbolo e scrittura.

Dentro la musica

1. Ich will den Kreuzstab gerne tragen

La prima aria traduce immediatamente il peso della croce in gesto musicale. L’orchestra presenta una figura ascendente seguita da una lunga ricaduta e il basso, entrando con il titolo della cantata, assume praticamente lo stesso profilo: la linea sembra sollevare qualcosa e poi adattarsi al suo peso. Non c’è compiacimento doloristico, ma una gravità fisica che il registro del basso rende particolarmente efficace.

Birkmann chiarisce però subito che la croce conduce da qualche parte: Der führet mich nach meinen Plagen zu Gott in das gelobte Land, dopo le sofferenze mi condurrà a Dio nella terra promessa. Il dolore non è quindi sacralizzato in sé; possiede un senso soltanto perché appartiene a un cammino. Quando, verso la fine dell’aria, il protagonista immagina il momento in cui potrà deporre la sofferenza nella tomba e Cristo asciugherà personalmente le sue lacrime, Bach attenua la tensione e lascia intravedere per la prima volta il sollievo futuro.

2. Mein Wandel auf der Welt ist einer Schiffahrt gleich

Il secondo movimento contiene l’immagine decisiva dell’intera cantata: il mio cammino nel mondo è simile a una traversata. Il violoncello mette in moto una figura continua di semicrome che accompagna il recitativo come un mare incessante. Non è una tempesta da teatro barocco; è qualcosa di più sottile, perché l’acqua continua a muoversi qualunque cosa il basso stia dicendo.

Afflizione, croce e necessità sono le onde che ricoprono il viaggiatore e lo spaventano quotidianamente con la morte; poi compare l’ancora, la misericordia di Dio, e il significato dello stesso movimento cambia. Il mare non scompare, ma esiste finalmente qualcosa che impedisce alla nave di perdersi. La promessa Ich bin bei dir, ich will dich nicht verlassen noch versäumen — sono con te, non ti abbandonerò — ci riporta quasi naturalmente alla BWV 21 appena ascoltata, con una differenza decisiva: là l’Anima doveva ancora ricevere quella risposta; qui il viaggiatore l’ha già interiorizzata.

Quando il testo annuncia che la schiuma furiosa avrà fine, Bach compie uno dei gesti più semplici e straordinari della cantata: il violoncello smette di ondeggiare. Dopo aver ascoltato il mare scorrere sotto ogni parola, improvvisamente lo sentiamo fermarsi. Il protagonista allora dice che scenderà dalla nave ed entrerà nella propria città, il Regno dei cieli. La morte non viene rappresentata con un accordo terribile o con un gesto enfatico: è il momento in cui la traversata termina e l’uomo mette piede a terra.

Non muore. Sbarca.

3. Endlich, endlich wird mein Joch

La seconda aria compie il movimento opposto alla prima. Là la voce caricava il peso sulle spalle; qui la musica comincia progressivamente a liberarsene. Endlich, endlich, finalmente: la ripetizione contiene già un senso di impazienza, mentre l’oboe dialoga con il basso con una mobilità nuova.

Il testo introduce quindi l’immagine dell’aquila: quando il giogo sarà tolto, il viaggiatore riceverà forza nel Signore, salirà dalla terra e correrà senza stancarsi. La trasformazione fisica è ormai completa: dalla croce caricata sulle spalle siamo arrivati al volo. Bach non cancella la gravità dell’inizio, ma la utilizza come misura della leggerezza conquistata.

4. Ich stehe fertig und bereit

Il quarto movimento ci porta davanti all’ingresso del porto. Ich stehe fertig und bereit, sono pronto. Non c’è più tempesta e non c’è più esitazione. Il basso attende di ricevere dalle mani di Gesù l’eredità della propria beatitudine e pronuncia la frase che riassume l’intera metafora: Wie wohl wird mir geschehn, wenn ich den Port der Ruhe werde sehn, quanto starò bene quando vedrò il porto della quiete.

A quel punto il recitativo diventa arioso e Bach riprende le parole e il materiale della prima aria: Da leg ich den Kummer auf einmal ins Grab, da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab. Le avevamo già ascoltate, ma allora appartenevano a una promessa pronunciata mentre la croce era ancora sulle spalle; adesso il porto è davanti agli occhi. La musica è sostanzialmente la stessa, ma noi non siamo più gli stessi ascoltatori.

5. Komm, o Tod, du Schlafes Bruder

Quando finalmente il porto viene raggiunto, il basso tace ed entra la comunità. Komm, o Tod, du Schlafes Bruder, vieni, o morte, fratello del sonno, è una delle più belle conclusioni dell’intero corpus delle cantate. Johann Franck prosegue la metafora nautica: löse meines Schiffleins Ruder, bringe mich an sichern Port, sciogli il timone della mia piccola barca e portami in porto sicuro.

Il diminutivo Schifflein è particolarmente bello: dopo croci, tempeste, aquile e Regno dei cieli, l’uomo torna piccolo. Non è un eroe che conquista l’oceano, ma una fragile imbarcazione che chiede soltanto di essere accompagnata nell’ultimo tratto. Bach armonizza il corale senza artifici conclusivi, perché non c’è più nulla da dimostrare. La morte che nel secondo movimento spaventava quotidianamente il viaggiatore non è stata distrutta: ha semplicemente cambiato funzione. Prima era il pericolo del mare; ora è ciò che permette alla barca di entrare in porto.

La morte non è la destinazione. È l’ingresso.

Il momento da non perdere

Sceglierei la conclusione del secondo movimento. Bisogna seguire il violoncello fin dall’inizio, lasciarsi portare dalla sua onda continua mentre il basso racconta afflizione, paura, ancora e misericordia; quando il testo dice che la furia del mare avrà fine, il moto si arresta. In quel semplice silenzio del violoncello Bach compie l’intera traversata.

È uno di quei punti nei quali comprendiamo perché non basti tradurre il libretto: bisogna ascoltare che cosa Bach fa accadere alle parole.

Birkmann e la sorella BWV 82

La presenza di Christoph Birkmann rende inevitabile il confronto con Ich habe genug. Era ancora giovanissimo e tuttavia elaborava con sorprendente naturalezza temi di morte, congedo e vita eterna; ma sarebbe un errore leggerli come un’ossessione funebre. Nella cultura religiosa cui apparteneva, meditare sulla morte significava ordinare la vita rispetto alla propria destinazione.

Birkmann possedeva inoltre un talento particolare per le immagini. BWV 82 vive delle braccia che hanno accolto Cristo, degli occhi che possono chiudersi e del sonno; BWV 56 della croce, del mare, dell’ancora, della barca, dell’aquila e del porto. Bach trova in questi testi non idee da spiegare, ma immagini da trasformare in musica.

Come ascoltarla oggi

La prima scelta per me rimane Peter Kooij con Philippe Herreweghe e La Chapelle Royale, 1991. Kooij possiede materia vocale sufficiente per rendere credibile il peso senza monumentalizzarlo, mentre Herreweghe evita accuratamente di trasformare la cantata in una meditazione funebre. Nel recitativo nautico lascia spazio al violoncello, Endlich acquista movimento e il corale conclusivo viene lasciato respirare con quella naturalezza che rende spesso Herreweghe difficilissimo da superare proprio quando sembra fare meno degli altri.

Il confronto più affascinante è però con lo stesso Peter Kooij, sedici anni più tardi, con Masaaki Suzuki e il Bach Collegium Japan. Lo stesso uomo torna sul medesimo viaggio immerso in un ambiente sonoro completamente differente. Suzuki separa maggiormente i piani, il mare del violoncello diventa quasi visibile e l’oboe di Endlich anticipa con una purezza particolare la leggerezza della destinazione. Il Kooij maturo è più interiorizzato. Se Herreweghe rende soprattutto umano il viaggio, Suzuki sembra illuminarne costantemente la direzione.

Peter Harvey con John Eliot Gardiner, dal Cantata Pilgrimage del 2000, offre un terzo carattere. La componente fisica della partitura viene resa più evidente: peso, moto del mare, liberazione, volo. Gardiner legge l’arco come una vera progressione narrativa e Harvey possiede sufficiente agilità e attenzione alla parola da non rendere mai statuario il basso.

Terrei poi vicini Klaus Mertens, interprete centrale dell’integrale Koopman e del progetto della Bach-Stiftung, e Matthias Goerne, che porta inevitabilmente una componente più liederistica e psicologica. Ma non formulerei ancora una gerarchia. BWV 56 meriterebbe anzi un confronto parallelo fra grandi bassi analogo a quello che abbiamo appena fatto con le donne di BWV 199: non tanto chi canta meglio, quanto quale uomo ciascuno di loro mette su quella barca.

All of Bach: guardare il mare che si ferma

Nella registrazione della Nederlandse Bachvereniging, realizzata nel 2015 con Matthias Winckhler e Fabio Bonizzoni, il video risulta particolarmente utile proprio perché permette di seguire il violoncello. Nel recitativo Mein Wandel auf der Welt vediamo materialmente l’arco produrre l’onda continua sotto il basso; quando la furia dell’acqua finisce e il movimento si arresta, il gesto visivo rende ancora più evidente il procedimento musicale. Dopo averlo visto, è difficile tornare ad ascoltare quel punto senza aspettare il momento esatto in cui il mare finalmente tace.

Il testo

1. Aria — Ich will den Kreuzstab gerne tragen

Ich will den Kreuzstab gerne tragen,
er kömmt von Gottes lieber Hand.
Der führet mich nach meinen Plagen
zu Gott in das gelobte Land.
Da leg ich den Kummer auf einmal ins Grab,
da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.

Voglio portare volentieri la croce: viene dalla cara mano di Dio. Dopo le mie sofferenze essa mi condurrà a Dio, nella terra promessa. Là deporrò tutto il mio dolore nella tomba e il mio Salvatore asciugherà personalmente le lacrime dai miei occhi.

2. Recitativo — Mein Wandel auf der Welt

Mein Wandel auf der Welt
ist einer Schiffahrt gleich:
Betrübnis, Kreuz und Not
sind Wellen, welche mich bedecken
und auf den Tod
mich täglich schrecken;
mein Anker aber, der mich hält,
ist die Barmherzigkeit,
womit mein Gott mich oft erfreut.
Der rufet so zu mir:
Ich bin bei dir,
ich will dich nicht verlassen noch versäumen!
Und wenn das wütenvolle Schäumen
sein Ende hat,
so tret ich aus dem Schiff in meine Stadt,
die ist das Himmelreich,
wohin ich mit den Frommen
aus vieler Trübsal werde kommen.

Il mio cammino nel mondo è simile a una traversata. Afflizione, croce e necessità sono onde che mi ricoprono e ogni giorno mi spaventano con la morte; ma l’ancora che mi trattiene è la misericordia con la quale il mio Dio spesso mi rallegra. Egli mi chiama così: sono con te, non ti abbandonerò e non ti lascerò. E quando la furiosa schiuma avrà finalmente termine, scenderò dalla nave ed entrerò nella mia città, che è il Regno dei cieli, dove giungerò insieme ai giusti dopo tanta tribolazione.

3. Aria — Endlich, endlich wird mein Joch

Endlich, endlich wird mein Joch
wieder von mir weichen müssen.
Da krieg ich in dem Herren Kraft,
da hab ich Adlers Eigenschaft,
da fahr ich auf von dieser Erden
und laufe, sonder matt zu werden.
O gescheh es heute noch!

Finalmente, finalmente il mio giogo dovrà essere tolto da me. Nel Signore riceverò forza, avrò la natura dell’aquila, mi leverò da questa terra e correrò senza stancarmi. Oh, potesse accadere oggi stesso!

4. Recitativo e arioso — Ich stehe fertig und bereit

Ich stehe fertig und bereit,
das Erbe meiner Seligkeit
mit Sehnen und Verlangen
von Jesus Händen zu empfangen.
Wie wohl wird mir geschehn,
wenn ich den Port der Ruhe werde sehn:
Da leg ich den Kummer auf einmal ins Grab,
da wischt mir die Tränen mein Heiland selbst ab.

Sono pronto e preparato a ricevere dalle mani di Gesù, con desiderio e attesa, l’eredità della mia beatitudine. Quanto starò bene quando vedrò il porto della quiete: là deporrò tutto il dolore nella tomba e il mio Salvatore asciugherà personalmente le lacrime dai miei occhi.

5. Corale — Komm, o Tod, du Schlafes Bruder

Komm, o Tod, du Schlafes Bruder,
komm und führe mich nur fort;
löse meines Schiffleins Ruder,
bringe mich an sichern Port.
Es mag, wer da will, dich scheuen,
du kannst mich vielmehr erfreuen;
denn durch dich komm ich herein
zu dem schönsten Jesulein.

Vieni, o morte, fratello del sonno, vieni e conducimi via. Sciogli il timone della mia piccola barca e portami in porto sicuro. Chi vuole può temerti; tu invece puoi rallegrarmi, perché attraverso te entrerò dal mio amatissimo Gesù.

Per continuare

BWV 56 conduce inevitabilmente a BWV 82: stesso librettista, stessa voce grave e stessa capacità di trasformare la morte in serenità, ma due itinerari diversi. Simeone ha concluso la propria attesa; il viaggiatore della BWV 56 deve attraversare il mare. BWV 27 e BWV 158 ci riporteranno ancora nel mondo dell’ars moriendi, ma difficilmente con un sistema di immagini altrettanto compatto.

Qui Bach non ci chiede di immaginare la morte in astratto. Ci fa sentire un peso sulle spalle, il moto dell’acqua, la sicurezza dell’ancora, il momento in cui il mare tace e infine il porto davanti agli occhi. Quando il coro chiede alla morte di sciogliere il timone della piccola barca, la traversata è già terminata.

La vita è stata il viaggio. La morte, semplicemente, il porto.

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