Yulianna Avdeeva, Metanoia: Liszt verso il futuro
Liszt Metanoia.
Yulianna Avdeeva, pianoforte.
Pentatone 2026.
Disponibilie in 24/192.
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Metanoia, il nuovo album di Yulianna Avdeeva dedicato a Franz Liszt, ha già nel titolo una dichiarazione d’intenti.
La parola viene dal greco e indica un cambiamento profondo del pensiero, una trasformazione interiore. Nel linguaggio religioso può significare conversione, ma qui Avdeeva sembra riferirsi soprattutto alla metamorfosi di Liszt: dal grande virtuoso romantico al compositore degli ultimi anni, capace di mettere in discussione quel linguaggio fino a lasciarne talvolta soltanto frammenti, dissonanze e silenzi.
Devo fare una premessa. Liszt mi è sempre stato piuttosto indigesto. Il Liszt del virtuosismo esibito, funambolico, costruito anche per lasciare il pubblico a bocca aperta, spesso finisce più per farmi sorridere che per coinvolgermi davvero.
Ci sono però due importanti eccezioni: la Sonata in si minore e il Liszt degli ultimi anni, quello che riduce progressivamente il linguaggio all’essenziale e sperimenta con armonie sempre più ambigue, scrivendo pagine che talvolta sembrano appartenere a un’epoca successiva.
Metanoia contiene questi due Liszt.
Il programma si apre con la Sonata e prosegue con La lugubre gondola II, Bagatelle sans tonalité, Nuages gris, Csárdás macabre, R.W. – Venezia, la Rapsodia ungherese n. 17 e Unstern! – Sinistre. Alla fine Avdeeva torna indietro di circa vent’anni con St. François de Paule marchant sur les flots.
Una Sonata senza bisogno di dimostrare nulla
La Sonata in si minore è un pessimo posto per nascondersi. Tutto ciò che un pianista pensa di Liszt prima o poi viene fuori.
Avdeeva evita una lettura esasperata. Esistono Sonate più esuberanti, elettriche, telluriche o anche filosofiche. La sua procede senza sottolineare continuamente i contrasti della partitura, risultando a tratti molto introspettiva e poetica.
Questo non significa mancanza di energia. Quando c’è da pestare, Avdeeva pesta, e con mezzi che non lasciano dubbi. Ma è soprattutto la qualità del colore a colpire. Il pianoforte cambia continuamente fisionomia e i climax vengono preparati con pazienza, una caratteristica che ritroveremo in tutto il disco.
Qualche riserva c’è. L’uso generoso del pedale, fondamentale per la sua tavolozza timbrica, in alcuni momenti presenta il conto. Nel terribile passaggio di ottave verso il finale, per esempio, la mano sinistra perde qualcosa in leggibilità. Nulla di grave, ma è un aspetto che ritroveremo più avanti.
Il pianoforte di Horowitz
Poi c’è lo strumento.
Avdeeva suona il CD-18 di Tippet Rise, uno Steinway appartenuto a Vladimir Horowitz. È uno strumento spettacolare, ricchissimo di colori, con un medio-grave pieno ma leggibile e una capacità di mantenere e far decadere il suono che Avdeeva sfrutta fino in fondo.
La registrazione Pentatone è sontuosa. La prospettiva restituisce pianoforte e ambiente insieme, con molta aria attorno allo strumento. Sul mio impianto l’impressione è davvero quella di essere seduti in platea davanti allo Steinway.
Qui la risonanza diventa parte dell’interpretazione, con risultati spesso magnifici e qualche controindicazione.
Nel territorio dell’ultimo Liszt
Con La lugubre gondola II entriamo nel cuore del progetto. Avdeeva ne controlla il lirismo e lavora soprattutto sul colore. Viene spontaneo pensare a Debussy: la tonalità perde progressivamente le proprie certezze e il timbro acquista un peso sempre maggiore.
La Bagatelle sans tonalité cambia completamente clima. Avdeeva ne coglie con grande naturalezza il carattere leggero, capriccioso, quasi giocoso, senza cercare di dimostrarci a tutti i costi quanto sia moderna questa musica.
Poi arriva Nuages gris, uno dei momenti più riusciti del disco. Qui il riferimento a Debussy diventa ancora più forte, fino a ricordare certe atmosfere del secondo libro dei Préludes. Nella prima parte la mano sinistra è leggerissima, quasi a suggerire qualcosa di sinistro che si avvicina ma ancora non c’è. Poi le note si diradano e tutto entra in un’atmosfera spettrale.
Il decadimento dello Steinway e l’uso della risonanza da parte di Avdeeva sembrano fatti apposta per questa musica.
Una danza completamente folle
Csárdás macabre appartiene allo stesso periodo di Nuages gris, ma sembra provenire da un altro pianeta.
Il materiale legato alla tradizione musicale ungherese viene deformato fino a diventare una danza macabra, grottesca e ossessiva. Alcuni passaggi fanno inevitabilmente pensare a Bartók, che nasce proprio nel 1881, anche se il rapporto dei due compositori con il folklore sarà molto diverso.
Avdeeva non esaspera subito il carattere del pezzo. Il ritmo è presente ma non eccessivamente marcato, mentre il grottesco e la tensione crescono progressivamente fino al climax. Ancora una volta c’è una grande attenzione al colore, che in alcuni momenti diventa quasi ultraterreno.
È un pezzo completamente folle. E pensare che a scriverlo era un Liszt ormai settantenne.
Quando la risonanza diventa troppa
R.W. – Venezia, scritto dopo la morte di Wagner, è per me il momento meno convincente dell’album.
È una pagina scarnificata nella quale poche armonie generano una tensione enorme. Qui mi viene da fare un confronto con Pollini (DG 1990, il programma è molto simile). Nella sua lettura ogni dissonanza rimane esposta, la struttura è chiarissima e in alcuni momenti viene perfino da pensare a Ligeti.
Avdeeva mantiene invece la propria estetica della risonanza. Il risultato sonoro rimane affascinante, ma le armonie tendono a sovrapporsi e la tensione interna perde qualcosa. Ciò che funzionava magnificamente in Nuages gris qui vela un po’ la struttura.
Inquietudine e angoscia
La Rapsodia ungherese n. 17 riporta subito il disco ai livelli migliori. Non c’è quasi più nulla delle Rapsodie scintillanti e spettacolari: rimangono cellule ritmiche, intervalli e ripetizioni. Il risultato è inquieto, allucinato, ossessivo, straniante.
Avdeeva lo rende molto bene. La risonanza contribuisce questa volta all’ambiguità senza compromettere la struttura, sostenuta dall’ostinazione ritmica.
Poi si passa a Unstern! – Sinistre. È musica inquietante, fatta di intervalli nudi, tritoni, blocchi accordali e silenzi. Qui siamo semmai dalle parti dell’espressionismo. Pollini ne dava una lettura lucida e implacabile; Avdeeva è più sfumata e ambigua.
Non è un pezzo che ami particolarmente, ma la sua esecuzione mi convince. Riesce soprattutto a rendere l’angoscia della pagina attraverso un crescendo costruito lentamente, che alla fine diventa quasi insopportabile. È una delle qualità che emergono più chiaramente dal disco: Avdeeva sa far maturare la tensione senza forzarla.
Passeggiando sulle acque
Il disco termina con St. François de Paule marchant sur les flots. La leggenda racconta che San Francesco di Paola, non potendo pagare il traghetto per attraversare lo Stretto di Messina, stese il proprio mantello sull’acqua e lo attraversò insieme ai compagni.
Liszt ne ricava una sorta di poema sinfonico per pianoforte: il tema del santo rimane riconoscibile mentre sotto di esso il movimento dell’acqua cresce progressivamente fino a un enorme climax.
Avdeeva passeggia sulle acque con grande nonchalance. La difficoltà tecnica quasi scompare. La mano sinistra rende il movimento dell’acqua visibile, il tema è sempre al suo posto e il climax segue il proprio corso con assoluta naturalezza.
Ed è curioso per chi, come me, tende a sorridere davanti al Liszt più funambolico. San Francesco è tecnicamente mostruoso, ma qui il virtuosismo serve interamente alla musica: ascoltandolo non si pensa quasi mai alla difficoltà necessaria per produrla.
Metanoia
Alla fine il titolo acquista senso.
Avdeeva legge questo percorso dalla prospettiva della trasformazione di Liszt. Persino la Sonata, riascoltata mentalmente dopo Nuages gris, Csárdás macabre e Unstern!, appare sotto una luce diversa.
L’ultimo Liszt percorre strade sorprendenti. A volte sembra guardare verso Debussy attraverso l’ambiguità armonica e il colore; altrove verso Bartók attraverso ritmo e ripetizione; in Unstern! si affaccia su territori che associamo all’espressionismo. Più che cercare profezie del Novecento, però, è interessante ascoltare un compositore che in vecchiaia rimette profondamente in discussione il proprio linguaggio.
Avdeeva affronta questa musica con una personalità molto riconoscibile: grande attenzione al colore, lirismo controllato, contrasti mai esasperati gratuitamente e una notevole capacità di costruire lentamente la tensione.
La predilezione per la risonanza è insieme uno dei grandi pregi del disco e il suo limite. Quando la musica vive di atmosfera e decadimento del suono, come in Nuages gris, il risultato è magnifico. Quando richiede che le relazioni armoniche rimangano completamente esposte, come in R.W. – Venezia, qualcosa si perde.
Metanoia rimane un grande disco di pianoforte, magnificamente registrato, suonato su uno strumento straordinario e costruito attorno a un’idea musicale precisa.
E, cosa per me tutt’altro che scontata, è un disco di Liszt che avrò voglia di riascoltare.
Yulianna Avdeeva
Nata a Mosca nel 1985, Yulianna Avdeeva ha iniziato lo studio del pianoforte a cinque anni alla Gnessin Special School of Music, proseguendo poi la formazione con Vladimir Tropp e Konstantin Scherbakov.
Nel 2010 ha vinto il Primo Premio al Concorso Chopin di Varsavia, prima donna a riuscirci dopo Martha Argerich nel 1965. La vittoria l'ha imposta sulla scena internazionale, portandola nelle principali sale da concerto e a collaborare con orchestre e direttori di primo piano.
Chopin occupa naturalmente un posto importante nel suo repertorio, ma la sua discografia spazia da Bach e Mozart a Schubert, Liszt, Prokofiev e Shostakovich.
Tra le incisioni recenti spiccano Resilience (Pentatone, 2023), costruito attorno a compositori che attraversarono periodi di guerra e oppressione, e Chopin: Voyage (Pentatone, 2024), registrato a Tippet Rise sullo Steinway CD-18 appartenuto a Vladimir Horowitz.
Particolarmente interessante è anche il suo lavoro su Shostakovich, culminato nell'incisione di una selezione dei 24 Preludi e Fughe op. 87: un repertorio nel quale rigore della costruzione, controllo delle voci e varietà del colore mostrano un versante particolarmente congeniale al pianismo di Avdeeva.

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