BWV 140 — Wachet auf, ruft uns die Stimme
Bach trasforma l’attesa in luce
La notte è già avanzata. Le ragazze incaricate di accogliere lo sposo si sono addormentate, alcune hanno conservato l’olio necessario per alimentare le lampade, altre no. A mezzanotte arriva improvvisamente il grido delle sentinelle: svegliatevi, lo sposo sta arrivando. È una delle parabole più conosciute del Vangelo di Matteo e possiede tutto ciò di cui un compositore potrebbe avere bisogno: oscurità e luce, sonno e risveglio, attesa e arrivo, impreparazione e salvezza. Ma quando Johann Sebastian Bach affronta questa storia il 25 novembre 1731 non scrive una cantata sul timore di essere trovati impreparati. Fa qualcosa di molto più sorprendente: trasforma progressivamente l’attesa dell’ultimo giorno in una storia d’amore.
Wachet auf, ruft uns die Stimme è diventata una delle cantate più celebri di Bach, forse la più celebre in assoluto. Una parte della sua musica è ormai entrata persino in quella categoria pericolosa dei brani che crediamo di conoscere perché ne riconosciamo immediatamente una melodia. Ma BWV 140 è molto più del celebre Zion hört die Wächter singen. È una costruzione di simmetria quasi perfetta, fondata su un corale nato in circostanze terribili e trasformata da Bach in poco meno di mezz’ora di musica nella quale la notte non viene negata: semplicemente, alla fine viene illuminata.
Carta d’identità
Johann Sebastian Bach, BWV 140 — Wachet auf, ruft uns die Stimme. Lipsia, 1731; prima esecuzione il 25 novembre 1731, XXVII domenica dopo la Trinità. Cantata corale basata sulle tre strofe dell’inno omonimo composto, testo e melodia, da Philipp Nicolai e pubblicato nel 1599. I testi dei movimenti intermedi sono di autore sconosciuto. Letture principali: 1 Tessalonicesi 5, 1-11, l’esortazione a vegliare perché il giorno del Signore giungerà senza preavviso, e Matteo 25, 1-13, parabola delle dieci vergini. Organico: soprano, tenore e basso solisti, coro SATB, corno, due oboi, taille, fagotto, violino piccolo, due violini, viola e continuo. Sette movimenti; durata molto variabile secondo l’interpretazione, indicativamente fra 25 e 30 minuti. La soprano rappresenta l’Anima, il basso Gesù; il tenore assume invece prevalentemente il ruolo narrativo e, nel movimento centrale, quello della voce della sentinella.
Una domenica che quasi non esiste
La XXVII domenica dopo la Trinità costituisce un’anomalia del calendario liturgico. Compare soltanto negli anni nei quali la Pasqua cade abbastanza presto da lasciare, prima dell’Avvento, spazio per una ventisettesima domenica. Durante i ventisette anni di Bach a Lipsia capitò soltanto due volte, nel 1731 e nel 1742. Nel grande ciclo di cantate corali iniziato nel 1724 quella domenica non si era presentata; sette anni più tardi Bach sembra cogliere l’occasione per colmare il vuoto con una nuova cantata corale.
È anche la ragione per cui Wachet auf viene spesso associata all’Avvento senza essere propriamente una cantata d’Avvento. Siamo alla fine dell’anno ecclesiastico. La prospettiva è escatologica: non si attende la nascita di Cristo, ma il suo ritorno. La prima lettera ai Tessalonicesi ammonisce che il giorno del Signore arriverà «come un ladro nella notte»; il Vangelo racconta le dieci giovani che attendono lo sposo e ricorda che nessuno conosce né il giorno né l’ora. La parola decisiva è quindi vegliare.
Sulla carta potrebbe uscire una predica terrificante sul giudizio universale.
Bach apre invece in mi bemolle maggiore.
Prima di Bach: Philipp Nicolai guarda il cimitero dalla finestra
La storia del corale merita di essere raccontata perché cambia completamente il modo in cui ascoltiamo questa musica. Philipp Nicolai era pastore a Unna, in Westfalia, quando nel 1597 la città fu devastata dalla peste. Dalla sua abitazione vedeva il cimitero. Nel Freudenspiegel des ewigen Lebens, pubblicato due anni più tardi, raccontò personalmente che in certi giorni venivano seppelliti davanti a casa sua ventiquattro, ventisette, ventinove e perfino trenta morti; complessivamente la pestilenza portò via circa 1.400 persone. In quella situazione Nicolai rivolse la propria meditazione alla vita eterna e alla consolazione, e nel volume del 1599 pubblicò anche due inni destinati a diventare immortali: Wie schön leuchtet der Morgenstern e Wachet auf, ruft uns die Stimme.
È importante perché Wachet auf non nasce dall’ingenuità di chi pensa che il mondo sia luminoso. Nasce da qualcuno che la morte la vedeva letteralmente dalla finestra.
Eppure il titolo del libro non parla di morte: parla dello specchio gioioso della vita eterna.
Centotrentadue anni più tardi Bach prende quella stessa melodia e compie un’operazione analoga. La notte esiste, l’ultimo giorno esiste, la morte esiste, ma ciò che la musica sceglie di rappresentare è ciò verso cui si sta andando.
Non il cimitero.
La festa.
Dentro la musica
1. Corale — Wachet auf, ruft uns die Stimme
Il primo movimento è una di quelle costruzioni nelle quali Bach sembra disporre contemporaneamente di più dimensioni del tempo. L’orchestra comincia prima del coro con un ampio ritornello dominato da ritmi puntati, scale ascendenti, oboi e archi che si rispondono. C’è qualcosa di cerimoniale, quasi processionale, ma non di statico: la musica è già in cammino.
Poi entra il coro.
Il soprano porta la melodia del corale in valori lunghi, rinforzato dal corno, come se quella linea appartenesse a una dimensione stabile e immutabile. Sotto, contralti, tenori e bassi sono molto più agitati. Si chiamano, si inseguono, ripetono wach auf, svegliati, e trasformano alcune parole in movimento puro. Intorno a loro l’orchestra continua a tessere un materiale indipendente.
Bach riesce così a costruire simultaneamente la voce che arriva dall’alto e il mondo che si sveglia sotto di essa.
La grandezza del movimento sta anche nel fatto che non sembra una sveglia militare. La mezzanotte del testo non è resa con oscurità minacciosa. Siamo già nella luce dell’esito. Le sentinelle annunciano che lo sposo arriva, le lampade devono essere prese, la festa sta per cominciare. Anche quando le voci chiedono Wo seid ihr klugen Jungfrauen?, dove siete, vergini sagge?, la musica non sembra realmente dubitare che qualcuno risponderà.
Poi arriva Alleluja e Bach libera definitivamente il movimento. Le linee si espandono in lunghi melismi e ciò che era un richiamo diventa celebrazione.
Ascoltando bene questo primo numero si comprende già la differenza fondamentale rispetto a BWV 82. Là Bach ci portava lentamente verso la pace interiore di un singolo uomo. Qui prende una comunità intera e la mette in movimento verso qualcosa.
2. Recitativo — Er kommt, er kommt
Il tenore non perde tempo:
Er kommt, er kommt, der Bräutgam kommt!
Viene, viene, lo sposo viene!
Il recitativo è breve, ma compie una trasformazione decisiva. La parabola evangelica comincia a confondersi con immagini provenienti dal Cantico dei Cantici: lo sposo corre sui monti come un giovane cervo, le figlie di Sion vengono invitate a uscire per incontrarlo. L’anonimo librettista non sta più semplicemente raccontando Matteo 25. Sta preparando la tradizione della mistica nuziale, nella quale Cristo diventa lo sposo e l’anima credente la sposa.
Per un ascoltatore moderno il passaggio può sembrare sorprendente; per la cultura religiosa di Bach era perfettamente comprensibile. Ciò che diventa straordinario è il modo in cui Bach decide di rappresentarlo.
Non con un sermone.
Con un duetto d’amore.
3. Duetto — Wenn kömmst du, mein Heil?
L’Anima, soprano, domanda: Quando vieni, mia salvezza?
Gesù, basso, risponde: Vengo, sono la tua parte.
Fra loro c’è un violino piccolo, strumento accordato più in alto del violino ordinario, al quale Bach affida una linea sottile, inquieta, quasi febbrile. Siamo in do minore. Dopo la luminosità del grande coro iniziale, improvvisamente l’attesa diventa personale.
Il procedimento teatrale è meraviglioso. Soprano e basso non dicono la stessa cosa contemporaneamente: una voce domanda mentre l’altra risponde. L’Anima attende con la lampada accesa; Gesù promette di arrivare. Lei domanda che venga aperta la sala del banchetto celeste; lui le dice che la aprirà. Alla fine le loro invocazioni si incrociano: Komm, Jesu! — vieni, Gesù; Komm, liebliche Seele! — vieni, anima amata.
Non è difficile capire perché i due grandi duetti di BWV 140 possano mettere leggermente a disagio chi continua a pensare alla musica sacra di Bach come a qualcosa di severamente astratto. Qui il linguaggio è inequivocabilmente amoroso.
Non sensuale nel senso operistico più superficiale, ma neppure disincarnato.
Bach sta usando il linguaggio dell’amore umano per rappresentare il desiderio dell’unione spirituale. E lo fa con una confidenza espressiva tale che, eliminando le parole, nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi una scena fra due persone che si aspettano.
Il punto, però, è che ancora non si sono incontrate.
L’attesa non è finita.
4. Corale — Zion hört die Wächter singen
Ed eccoci davanti a uno dei brani più famosi di Bach.
Gli archi all’unisono iniziano quella melodia ampia, camminante, immediatamente riconoscibile. Sopra — o, più precisamente, dentro — il tenore intona la seconda strofa del corale di Nicolai: Sion sente cantare le sentinelle, il suo cuore balza di gioia, si sveglia e si alza in fretta; il suo amato viene dal cielo.
Il movimento occupa esattamente il centro della cantata: tre numeri prima, tre dopo. Non è un dettaglio architettonico. Le tre strofe originali di Nicolai formano i pilastri 1, 4 e 7; fra esse Bach inserisce due coppie recitativo-duetto. L’intera cantata possiede così una simmetria leggibilissima:
corale — recitativo — duetto — corale — recitativo — duetto — corale.
E il centro dice una cosa molto semplice: lo sposo è arrivato.
Qui vale la pena ascoltare con particolare attenzione perché la fama del brano produce un piccolo equivoco. La bellissima linea affidata agli archi, quella che molti identificano istintivamente come “la melodia di Wachet auf”, non è il corale di Nicolai. È il controcanto inventato da Bach. La vera melodia del corale viene cantata dal tenore, più lenta e molto più semplice.
È una dimostrazione perfetta della capacità bachiana di scrivere una melodia nuova talmente memorabile da finire quasi per oscurare quella sulla quale l’intero movimento è costruito.
Negli ultimi anni della sua vita Bach tornò proprio su questa pagina e ne realizzò la trascrizione per organo pubblicata tra i Sei Corali Schübler: è BWV 645, Wachet auf, ruft uns die Stimme. Nella versione organistica la mano destra prende la parte degli archi, la sinistra quella del tenore con il corale e il pedale sostiene il basso. È probabilmente grazie a quella trascrizione che questa musica ha continuato a circolare ben oltre la cantata dalla quale proviene.
Il momento da non perdere
Questa volta sceglierei proprio il movimento centrale, ma non perché sia il più famoso.
Ascolterei l’inizio dimenticando per un momento il tenore. Seguiremmo soltanto gli archi, quella linea apparentemente autosufficiente che cammina con una serenità irresistibile. Poi cercherei la voce e mi accorgerei che sta cantando un’altra melodia, molto più lenta.
A quel punto proverei a seguire contemporaneamente entrambe.
È Bach in miniatura: due cose perfettamente autonome che, invece di ostacolarsi, acquistano significato proprio perché esistono insieme.
Ed è anche un magnifico esercizio per il nostro progetto: imparare ad ascoltare una cantata significa spesso imparare a decidere dove mettere l’orecchio.
5. Recitativo — So geh herein zu mir
Adesso parla Gesù.
So geh herein zu mir, du mir erwählte Braut!
Vieni dunque a me, sposa che ho scelto.
Gli archi accompagnano il basso e il linguaggio diventa ancora più esplicitamente quello del Cantico dei Cantici: «ti porrò sul mio cuore e sul mio braccio come un sigillo», «riposerai sulla mia sinistra e la mia destra ti bacerà».
Non bisogna annacquare queste parole per timore che risultino troppo carnali. Sono proprio così.
La teologia nuziale barocca poteva utilizzare senza imbarazzo il linguaggio dell’amore e persino del corpo per rappresentare l’unione con Cristo. Bach risponde con archi morbidi, avvolgenti, senza alcuna monumentalità. Il Gesù di questo recitativo non emette una sentenza e non pronuncia una dottrina: parla alla persona amata.
E prepara il secondo duetto.
6. Duetto — Mein Freund ist mein!
Il primo duetto era l’attesa. Il secondo è l’incontro.
Mein Freund ist mein! — il mio amato è mio.
Und ich bin sein! — e io sono sua.
Il testo proviene direttamente dal mondo poetico del Cantico dei Cantici. Ma adesso non c’è più domanda e risposta incerta. Le voci possono sovrapporsi perché ciò che aspettavano è avvenuto.
Anche Bach cambia completamente il paesaggio sonoro. Dal do minore del primo duetto passiamo al luminoso si bemolle maggiore; il violino piccolo cede il posto all’oboe obbligato e la musica acquista una fluidità quasi danzante. Le due voci si inseguono, si imitano e infine si uniscono proclamando che nulla potrà separare l’amore.
Qui la musica sacra e quella profana diventano categorie quasi insufficienti. Bach dispone dello stesso linguaggio affettivo che avrebbe potuto utilizzare per rappresentare due innamorati e lo indirizza verso un significato teologico.
È uno dei motivi per cui questa cantata è così importante per liberarsi definitivamente dell’idea del Bach in bianco e nero.
Bach sa scrivere una musica felice senza renderla superficiale.
Anzi, poche cose sono più difficili.
7. Corale — Gloria sei dir gesungen
Il ritorno conclusivo del corale ci porta dalla coppia alla comunità.
Tutte le voci cantano insieme la terza strofa di Nicolai e l’orchestra le sostiene. Le immagini non vengono più dal racconto delle vergini ma dall’Apocalisse: Gerusalemme celeste, le dodici porte di perla, gli angeli intorno al trono, arpe e cembali.
Il testo accumula immagini di splendore fino ad ammettere che nessun occhio ha visto e nessun orecchio ha sentito una gioia simile.
E proprio quando ci aspetteremmo una conclusione teologicamente composta, Nicolai chiude con un’esclamazione quasi infantile:
Io, io!
Ewig in dulci jubilo.
Gioia, gioia, eternamente nel dolce giubilo.
Bach non aggiunge trombe e timpani. Non ne ha bisogno. La semplice armonizzazione a quattro parti porta con sé tutto ciò che abbiamo attraversato nei sei movimenti precedenti: il richiamo, l’attesa, l’arrivo, l’incontro.
La notte è finita.
Una cantata costruita intorno a tre strofe
BWV 140 appartiene formalmente alla famiglia delle cantate corali, ma è una composizione tarda rispetto al grande ciclo del 1724-25. Bach conserva integralmente le tre strofe di Philipp Nicolai e le colloca nei punti strutturalmente decisivi: apertura, centro e conclusione. Fra esse l’anonimo librettista costruisce una progressione drammatica basata sul Vangelo e sul Cantico dei Cantici.
Questa organizzazione permette di leggere l’intera cantata come un’unica trasformazione. Il primo corale parla alla comunità: svegliatevi. Il secondo racconta la sua risposta: Sion si alza con gioia. Il terzo non attende più nulla: la festa è già cominciata.
Fra questi tre pilastri l’Anima e Gesù vivono invece la stessa storia in forma privata. Prima si cercano, poi si incontrano.
La costruzione è quindi contemporaneamente collettiva e individuale, liturgica e teatrale.
E Bach non deve scegliere fra le due.
Come ascoltarla oggi
Questa è una delle cantate in cui applicheremo immediatamente la regola che ci siamo dati: ascoltarne più di una, perché le differenze sono troppo interessanti.
La registrazione di Masaaki Suzuki con il Bach Collegium Japan, realizzata nel 2011 e pubblicata nel volume 52 BIS, è un magnifico punto di partenza. Hana Blažíková è l’Anima, Gerd Türk il tenore e Peter Kooij Gesù. Suzuki mantiene una chiarezza quasi ideale nell’enorme quantità di materiale del coro iniziale: nulla appare affollato e tuttavia la musica non perde mai slancio. Blažíková e Kooij nei due duetti appartengono perfettamente allo stesso mondo sonoro; il primo conserva la sua incertezza notturna, il secondo acquista luce senza diventare grazioso. È quello che ormai riconosciamo come il tratto più affascinante di Suzuki: una spiritualità che non viene aggiunta alla musica dall’esterno, ma sembra illuminare gli spazi fra le note.
Poi ascolterei John Eliot Gardiner. Abbiamo due letture importanti: quella in studio dei primi anni Novanta e quella del Bach Cantata Pilgrimage, registrata dal vivo a Winchester nel novembre 2000. Preferirei quest’ultima per il nostro percorso. Susan Hamilton, William Kendall e Peter Harvey sono i solisti. Il primo coro possiede quella tensione ritmica che Gardiner sa imprimere come pochi altri: le sentinelle non annunciano semplicemente che è il momento di svegliarsi, ci svegliano davvero. Dove Suzuki illumina, Gardiner mette in moto. La perdita di una certa levigatezza è compensata da quella sensazione di urgenza che costituisce una delle ragioni per cui continuiamo ad aver bisogno di lui.
Ton Koopman, con Sandrine Piau, James Gilchrist e Klaus Mertens, offre inevitabilmente un terzo carattere. Il movimento iniziale è elastico, colorato, meno solenne; i duetti assumono un carattere quasi teatrale e Piau con Mertens rendono particolarmente evidente il gioco amoroso fra Anima e Gesù. Koopman ci ricorda ancora una volta che il matrimonio della parabola non è un espediente allegorico da leggere soltanto sul libretto: Bach ha scritto davvero musica da festa.
Aggiungerei Nikolaus Harnoncourt, nella registrazione dei primi anni Ottanta con il Tölzer Knabenchor, Kurt Equiluz e Thomas Hampson, non perché tutto risulti oggi ugualmente convincente, ma perché permette di ascoltare quanto fosse radicale allora restituire alla cantata strumenti, articolazioni e sonorità che oggi consideriamo quasi normali. La distanza rispetto a Suzuki è enorme e precisamente per questo vale la pena percorrerla.
E qui incontriamo una piccola assenza che personalmente dispiace: non abbiamo una BWV 140 di Philippe Herreweghe, diretta da lui, fra le sue principali incisioni commerciali delle cantate. La sua discografia bachiana è selettiva e questa celeberrima cantata non è entrata nel nucleo che ha lasciato su disco. Per una volta non possiamo quindi aspettare che arrivi Herreweghe a mettere tutti d’accordo.
All of Bach: vedere ciò che Bach ha intrecciato
Questa volta il video della Nederlandse Bachvereniging è particolarmente utile. La registrazione del 2018, diretta da Jos van Veldhoven, schiera Maria Keohane, Daniel Johannsen e Matthew Brook nei ruoli solistici. È una lettura musicale già molto valida, ma la ragione per cui la inserirei stabilmente accanto agli ascolti riguarda soprattutto ciò che possiamo osservare.
Nel grande coro iniziale la regia permette di capire fisicamente quanto siano indipendenti i piani sonori. Nel duetto possiamo seguire lo strumento obbligato e vedere il rapporto con le due voci; soprattutto in Zion hört die Wächter singen diventa chiarissimo ciò che sulla registrazione audio bisogna imparare a separare mentalmente: gli archi possiedono la loro melodia, il tenore un’altra.
È un esempio quasi scolastico, nel senso migliore, della ragione per cui abbiamo deciso di includere All of Bach nel nostro metodo.
Prima vediamo.
Poi chiudiamo gli occhi e ascoltiamo di nuovo.
Il testo
1. Corale
Wachet auf, ruft uns die Stimme
der Wächter sehr hoch auf der Zinne,
wach auf, du Stadt Jerusalem!
Mitternacht heißt diese Stunde;
sie rufen uns mit hellem Munde:
wo seid ihr klugen Jungfrauen?
Wohl auf, der Bräutgam kömmt;
steht auf, die Lampen nehmt!
Alleluja!
Macht euch bereit
zu der Hochzeit,
ihr müsset ihm entgegen gehn!
Svegliatevi, ci chiama la voce delle sentinelle dall’alto delle mura; svegliati, città di Gerusalemme. È mezzanotte. Esse chiamano a voce alta: dove siete, vergini sagge? Alzatevi, lo sposo viene; prendete le lampade. Alleluia. Preparatevi alle nozze: dovete andargli incontro.
2. Recitativo — Tenore
Er kommt, er kommt,
der Bräutgam kommt!
Ihr Töchter Zions, kommt heraus,
sein Ausgang eilet aus der Höhe
in euer Mutter Haus.
Der Bräutgam kommt, der einem Rehe
und jungen Hirsche gleich
auf denen Hügeln springt
und euch das Mahl der Hochzeit bringt.
Wacht auf, ermuntert euch!
den Bräutgam zu empfangen!
Dort, sehet, kommt er hergegangen.
Viene, viene, lo sposo viene. Figlie di Sion, uscite: dall’alto egli si affretta verso la casa di vostra madre. Lo sposo arriva e, simile a un capriolo, a un giovane cervo, balza sulle colline portandovi il banchetto nuziale. Svegliatevi, riprendete animo per accogliere lo sposo. Guardate: eccolo arrivare.
3. Duetto — Anima e Gesù
Anima:
Wenn kömmst du, mein Heil?
Gesù:
Ich komme, dein Teil.
Anima:
Ich warte mit brennendem Öle.
Anima:
Eröffne den Saal zum himmlischen Mahl.
Gesù:
Ich öffne den Saal zum himmlischen Mahl.
Anima:
Komm, Jesu!
Gesù:
Komm, liebliche Seele!
Anima: Quando verrai, mia salvezza? Gesù: Vengo, sono ciò che ti appartiene. Anima: Ti aspetto con l’olio che arde nella lampada. Apri la sala del banchetto celeste. Gesù: Apro la sala del banchetto celeste. Anima: Vieni, Gesù. Gesù: Vieni, anima amata.
4. Corale — Tenore
Zion hört die Wächter singen,
das Herz tut ihr vor Freuden springen,
sie wachet und steht eilend auf.
Ihr Freund kommt vom Himmel prächtig,
von Gnaden stark, von Wahrheit mächtig,
ihr Licht wird hell, ihr Stern geht auf.
Nun komm, du werte Kron,
Herr Jesu, Gottes Sohn!
Hosianna!
Wir folgen all
zum Freudensaal
und halten mit das Abendmahl.
Sion sente cantare le sentinelle e il cuore le balza di gioia; si sveglia e si alza in fretta. Il suo amato viene splendente dal cielo, forte nella grazia, potente nella verità; la sua luce risplende, la sua stella sorge. Vieni dunque, corona preziosa, Signore Gesù, Figlio di Dio. Osanna. Ti seguiamo tutti nella sala della gioia per partecipare al banchetto.
5. Recitativo — Gesù
So geh herein zu mir,
du mir erwählte Braut!
Ich habe mich mit dir
von Ewigkeit vertraut.
Dich will ich auf mein Herz,
auf meinen Arm gleich wie ein Siegel setzen
und dein betrübtes Aug ergötzen.
Vergiss, o Seele,
nun die Angst, den Schmerz,
den du erdulden müssen;
auf meiner Linken sollst du ruhn,
und meine Rechte soll dich küssen.
Vieni dunque a me, sposa che ho scelto. Da sempre mi sono unito a te. Ti porrò sul mio cuore e sul mio braccio come un sigillo e darò gioia ai tuoi occhi afflitti. Dimentica ora, anima, l’angoscia e il dolore che hai dovuto sopportare; riposerai sul mio braccio sinistro e la mia destra ti abbraccerà e ti bacerà.
6. Duetto — Anima e Gesù
Anima:
Mein Freund ist mein.
Gesù:
Und ich bin sein.
Insieme:
Die Liebe soll nichts scheiden.
Anima:
Ich will mit dir in Himmels Rosen weiden.
Gesù:
Du sollst mit mir in Himmels Rosen weiden.
Insieme:
Da Freude die Fülle, da Wonne wird sein.
Anima: Il mio amato è mio. Gesù: E io sono suo. Insieme: Nulla potrà separare il nostro amore. Anima: Con te pascolerò fra le rose del cielo. Gesù: Con me pascolerai fra le rose del cielo. Insieme: Là la gioia sarà piena, là sarà la beatitudine.
7. Corale
Gloria sei dir gesungen
mit Menschen- und englischen Zungen,
mit Harfen und mit Zimbeln schon.
Von zwölf Perlen sind die Pforten,
an deiner Stadt sind wir Konsorten
der Engel hoch um deinen Thron.
Kein Aug hat je gespürt,
kein Ohr hat je gehört
solche Freude.
Des sind wir froh,
io, io!
ewig in dulci jubilo.
Gloria sia cantata a te dalle lingue degli uomini e degli angeli, con arpe e splendidi cembali. Dodici perle formano le porte della tua città, dove saremo compagni degli angeli intorno al tuo trono. Nessun occhio ha mai veduto, nessun orecchio ha mai udito una gioia simile. Per questo gioiamo: io, io! Eternamente, nel dolce giubilo.
Per continuare
BWV 140 ci apre almeno tre strade. BWV 1, Wie schön leuchtet der Morgenstern ci riporterà a Philipp Nicolai e all’altro grande corale nato nello stesso Freudenspiegel. BWV 49, Ich geh und suche mit Verlangen ci permetterà di ritrovare il dialogo amoroso fra Gesù e l’Anima in una cantata ancora più esplicitamente nuziale. BWV 172, Erschallet, ihr Lieder ci porterà invece verso un altro Bach: trombe, timpani e una gioia che non ha più alcuna intenzione di restare contenuta.
Ma BWV 140, per ora, ci lascia già una lezione sufficiente. Philipp Nicolai aveva davanti agli occhi un cimitero nel quale, nei giorni peggiori, venivano seppellite trenta persone. Scrisse un canto che parlava di lampade accese e di una festa. Bach, più di un secolo dopo, non attenuò quella contraddizione.
La trasformò in musica.
La notte c’è. Ma quello che Bach ci chiede di ascoltare è la luce che arriva.
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