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Giovanni Bertolazzi: il lisztiano italiano che non conoscevamo

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Il nuovo album per Piano Classics ci ha fatto scoprire un pianista straordinario. Ma per comprenderne davvero la statura bisogna risalire ai due dischi precedenti, incisi sul grande Borgato.

Ho incontrato Giovanni Bertolazzi per caso, attraverso un disco comparso sulle piattaforme digitali con qualche giorno d’anticipo rispetto alla distribuzione ufficiale. Un’uscita ancora priva di recensioni, annunciata senza particolare clamore da Piano Classics: i sei Grandes Études de Paganini, i cinque Studi da concerto e Ab irato di Franz Liszt.

Il nome del pianista non mi diceva nulla.

Sono bastati pochi minuti perché questa ignoranza cominciasse a sembrarmi inspiegabile. Non perché Bertolazzi suonasse velocemente, forte o senza errori. Tutte qualità ormai relativamente comuni in un’epoca che produce esecutori tecnicamente prodigiosi con la stessa regolarità con cui un’accademia sportiva prepara giovani atleti. Ciò che mi ha costretto ad ascoltare è stato il modo in cui entrava nella musica: attacco netto, frase decisa, pieno controllo della direzione e nessuna traccia di timore davanti a una scrittura costruita per mettere in soggezione chi la affronta.

Giovanni Bertolazzi non sembra un pianista che abbia deciso di registrare Liszt.

Sembra un pianista nato parlando quella lingua.

La tecnica è la parte meno interessante

Il web ci ha abituati a una forma particolare di virtuosismo. Ottave, salti, velocità, mani riprese dall’alto, primi piani del volto nel momento culminante, esecuzioni tagliate in frammenti sufficientemente brevi da produrre stupore prima che l’attenzione si sposti altrove. La difficoltà tecnica è diventata immediatamente visibile, mentre tutto ciò che richiede tempo — costruzione, respiro, trasformazione tematica, controllo delle tensioni — rimane penalizzato.

Non è colpa dei giovani pianisti se oggi vengono presentati così. Molti possiedono mezzi straordinari e una preparazione impensabile soltanto qualche generazione fa. Ma l’abbondanza ha prodotto anche una sostanziale intercambiabilità. Dopo avere ascoltato dieci esecuzioni impressionanti dello stesso Studio, ricordiamo la difficoltà del brano più facilmente della personalità di chi lo ha suonato.

Bertolazzi appartiene a un’altra categoria.

La sua tecnica è enorme, ma non costituisce mai l’argomento principale. Non ascoltiamo qualcuno che supera una difficoltà; ascoltiamo qualcuno che utilizza la difficoltà per affermare un carattere. Le ottave non sono una prestazione atletica, gli accordi non vengono prodotti per saturare lo spazio e la velocità non rappresenta uno stato di eccitazione permanente. Ogni gesto possiede peso, intenzione e responsabilità.

Uso senza esitazioni un aggettivo che oggi può sembrare sospetto: il suo è un pianismo virile.

Non significa muscolare, brutale o insensibile. Significa che Bertolazzi prende posizione. Il suo attacco non domanda il permesso, la frase non viene accompagnata sino al traguardo con prudenza e il culmine non è suggerito per timore di apparire retorico. Quando la musica richiede forza, egli la assume interamente. Ma il suono non diventa mai confuso, perché dietro la potenza rimane una mente capace di ordinare la materia.

È questa la differenza fra suonare molte note e sapere perché debbano trovarsi esattamente lì.

La prova di un brahmsiano

Devo aggiungere una confessione che, in questo caso, ha un preciso valore critico: sono brahmsiano nel sangue.

Liszt non mi appartiene con la stessa naturalezza. Posso ammirarne l’importanza storica, l’invenzione pianistica, l’audacia armonica e la capacità visionaria, ma non sempre ne amo il bisogno di proiettare ogni sentimento verso l’esterno. Brahms concentra, trattiene e scava. Liszt espande, trasfigura e incendia. Dove il primo sembra chiedere alla musica di custodire qualcosa, il secondo vuole spesso che quel qualcosa occupi l’intera sala.

Perciò non ero il destinatario ideale di questo nuovo disco. E proprio per questo l’ascolto è diventato interessante.

Nei Grandes Études de Paganini Bertolazzi possiede naturalmente tutto ciò che occorre: agilità, precisione, sicurezza nei salti, accordi capaci di mantenere definizione anche alla massima intensità. Ma la sua qualità principale consiste nel non ridurre il ciclo a una successione di prove specialistiche. Il Tremolo iniziale ha gravità; lo Studio delle ottave conserva ironia e mobilità; La campanella non viene trasformata in un grazioso carillon da salotto; La chasse mantiene slancio senza diventare precipitosa. Nelle variazioni conclusive la difficoltà cresce insieme alla tensione musicale, invece di sostituirla.

Poi arriva La leggierezza.

È qui che il pianista dal piglio virile deve rinunciare alla propria arma più evidente. Non basta diminuire il volume: occorre sottrarre peso al gesto senza perdere la direzione della frase. La pagina deve muoversi con libertà capricciosa e sembrare quasi indipendente dalle mani che la producono.

Bertolazzi non diventa improvvisamente lezioso. La sua leggerezza conserva nervo e sostanza; il suono si assottiglia, ma non perde carattere. Ed è forse questo il momento nel quale ho definitivamente smesso di domandarmi se mi piacesse la musica. Stavo ascoltando il pianista.

Per un interprete di Liszt non è difficile impressionare chi ama già Liszt. È molto più significativo riuscire a disarmare chi, davanti a questa musica, tende istintivamente a opporre resistenza.

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Il nuovo disco: eccellente, ma non decisivo

Liszt: Paganini Etudes, Concert Etudes, pubblicato da Piano Classics nel settembre 2026, raccoglie dodici pagine per circa cinquantasette minuti: i sei Studi di Paganini S. 141, Waldesrauschen e Gnomenreigen S. 145, Il lamento, La leggierezza e Un sospiro S. 144, con Ab irato S. 143 come conclusione.

È un programma coerente e una formidabile presentazione delle possibilità del pianista. Permette di passare dal virtuosismo di trasformazione dei Paganini alla pittura sonora di Waldesrauschen, dal carattere grottesco di Gnomenreigen al canto disteso di Un sospiro, sino alla violenza concentrata di Ab irato.

Eppure, paradossalmente, è il meno interessante dei tre album lisztiani pubblicati finora da Bertolazzi.

Non il meno riuscito. Il meno rivelatore.

Il programma appartiene alla grande tradizione discografica del virtuosismo lisztiano ed espone il pianista a confronti inevitabili. È probabilmente la scelta più efficace per il debutto presso un’etichetta dalla distribuzione internazionale: repertorio riconoscibile, durata contenuta, titolo immediato e numerose pagine che possono circolare autonomamente sulle piattaforme.

Ma proprio questa accessibilità rischia di presentare Bertolazzi come l’ennesimo giovane capace di suonare ciò che pochi possono suonare. Gli album precedenti dimostrano invece che la sua qualità più rara non consiste nel dominare il pianoforte. Consiste nel pensare attraverso di esso.

La campanella e Un sospiro erano già presenti nel progetto Borgato del 2023. Il confronto fra le due incisioni potrà dirci qualcosa sull’evoluzione dell’interprete e sul rapporto con strumenti e riprese differenti. Ma il significato del nuovo album rimane soprattutto un altro: è la porta attraverso la quale un pubblico più ampio può finalmente incontrarlo.

Una volta entrati, però, bisogna proseguire.

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Il primo Borgato: Liszt davanti all’abisso

Giovanni Bertolazzi è nato a Verona nel 1998 e ha cominciato relativamente tardi lo studio del pianoforte, a dieci anni. Si è formato al Conservatorio di Venezia con Massimo Somenzi e ha poi proseguito a Catania con Epifanio Comis, conseguendo con il massimo dei voti i diplomi in pianoforte e musica da camera.

Nel 2021 il secondo premio e cinque riconoscimenti speciali al Concorso Liszt di Budapest lo hanno imposto all’attenzione dell’ambiente specialistico. Erano stati preceduti da oltre quaranta premi, fra i quali il Thalberg di Napoli, il quarto posto al Busoni e l’Alkan Award for Piano Virtuosity. Oggi Bertolazzi insegna pianoforte principale al Conservatorio di Ferrara e svolge una crescente attività concertistica internazionale.

Tutto questo compone un curriculum notevole. Ma i concorsi certificano ciò che un pianista è riuscito a fare in un determinato momento davanti a una giuria. Non spiegano necessariamente chi sia.

Per cominciare a comprenderlo bisogna ascoltare il primo album Borgato, pubblicato nel 2022 e registrato sul Grand Prix 333, un pianoforte da concerto lungo tre metri e trentatré centimetri, costruito per ampliare l’estensione e la profondità della sonorità orchestrale.

Il programma non concede vie di fuga: Sonata in si minore, Harmonies du soir, Après une lecture du Dante e la trascrizione lisztiana del sonetto dantesco musicato da Hans von Bülow.

Qui il virtuosismo non può essere giudicato sul singolo episodio. La Sonata in si minore chiede al pianista di governare una delle più grandi architetture dell’intero Romanticismo, facendo percepire come un unico organismo una composizione attraversata da metamorfosi, conflitti e ritorni. I temi cambiano carattere, funzione e significato; ciò che sembrava demoniaco può diventare lirico, ciò che appariva consolatorio può rivelare una minaccia. La tecnica necessaria è smisurata, ma rimane subordinata alla capacità di conservare memoria di quanto è avvenuto mezz’ora prima.

È il genere di Liszt che un brahmsiano può comprendere più facilmente. Non perché rinunci alla spettacolarità, ma perché ogni spettacolo nasce da una logica interna.

Bertolazzi affronta questa architettura con autorità precoce. Non segmenta la Sonata in una raccolta di grandi momenti e non considera le transizioni come corridoi fra un culmine e l’altro. Mantiene la tensione, differenzia i piani e lascia che il materiale si trasformi senza perdere identità. Quando libera la potenza del Borgato non dà l’impressione di sfruttare un pianoforte eccezionale per ingrandire se stesso: utilizza quella riserva sonora per allargare la prospettiva dell’opera.

Harmonies du soir e la Sonata Dante completano il ritratto. La prima dimostra che il suo suono può espandersi per risonanza, senza bisogno di essere continuamente spinto; la seconda gli permette di attraversare inferno, desiderio, violenza e contemplazione dentro una forma più scopertamente narrativa.

È un disco ambizioso, compatto e necessario. Se si dovesse scegliere un solo album per comprendere la statura di Bertolazzi, comincerei da questo.

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Il secondo Borgato: tutti i volti di Liszt

Nel 2023 arriva il doppio album Liszt: Piano Works, novantacinque minuti di musica che evitano accuratamente la struttura del recital convenzionale.

Il percorso si apre con Chasse-neige, l’ultimo degli Studi trascendentali: non una semplice tempesta di neve, ma la progressiva cancellazione del paesaggio, del movimento e infine dell’orientamento. Segue Totentanz, nella versione per pianoforte solo, dove il Dies irae viene sottoposto a una metamorfosi ossessiva, grottesca e quasi moderna. Poi Recueillement, pagina breve e meditativa composta in memoria di Bellini, riduce improvvisamente lo spazio e obbliga il pianista a trovare intensità senza massa.

Già queste prime tre tracce contengono tre interpreti differenti: il visionario, il demoniaco e il contemplativo.

Seguono La campanella e Un sospiro, quindi il Preludio Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen, costruito sul basso cromatico della Cantata BWV 12 di Johann Sebastian Bach. Per me è un passaggio inevitabile. Liszt prende quel lamento barocco, lo trasporta dentro la sensibilità romantica e lo amplia sino a farne una meditazione personale sul dolore. Il virtuosismo non serve a decorare Bach, ma a misurare la distanza fra l’ordine della fede e l’inquietudine dell’uomo moderno.

In questa pagina Bertolazzi dimostra che la sua affinità con Liszt non dipende soltanto dal temperamento. Occorrono disciplina polifonica, coscienza armonica e capacità di sostenere un processo emotivo che non può essere risolto con l’impeto.

Il programma continua con Isoldens Liebestod, due Rapsodie ungheresi, Puszta-Wehmut, il raro Chant des fleurs, la Rapsodia spagnola e La valse triste di Vecsey nella trasformazione di Georges Cziffra.

È un album vasto e sorprendentemente personale. Il repertorio più celebre convive con pagine laterali; il Liszt trascrittore incontra quello visionario, religioso, nazionale e mondano. Il pianista non tenta di uniformare tutto dentro una sonorità riconoscibile. Cambia peso, colore e prospettiva, ma conserva la fermezza del proprio gesto.

Questo è forse il ritratto più completo di Bertolazzi. Il disco del 2022 ne misura la capacità di sostenere le grandi forme; quello del 2023 rivela l’ampiezza della sua immaginazione.

Nel 2024 la Liszt Society di Budapest ha assegnato a queste incisioni il proprio Grand Prix du Disque. Non è un riconoscimento sufficiente a trasformare automaticamente un pianista in un grande interprete, ma conferma che la nostra scoperta tardiva era già avvenuta, silenziosamente, negli ambienti che conoscono più profondamente questa musica.

Il Borgato non è una curiosità

Il Grand Prix 333 rischia di essere presentato come un’attrazione: il pianoforte da concerto più lungo del mondo, oggetto inevitabilmente destinato a fotografie, misurazioni e confronti.

Nei dischi di Bertolazzi non è un espediente pubblicitario.

L’estensione della coda e la ricchezza della tavola armonica producono bassi profondi, una lunga persistenza della risonanza e la possibilità di costruire masse sonore realmente orchestrali. Sono qualità ideali per Liszt, ma anche pericolose. Uno strumento tanto generoso può sommergere le voci interne, rendere opaca la tessitura e incoraggiare il pianista a innamorarsi della potenza disponibile.

Bertolazzi non cade nella trappola. Il suo tocco deciso permette al suono di mantenere un nucleo anche quando la risonanza si espande. Gli accordi non diventano nuvole indistinte e i bassi non vengono usati come effetti speciali. Il pianoforte conserva dimensioni eccezionali, ma rimane uno strumento musicale, non il protagonista della registrazione.

Il passaggio a Piano Classics apre ora una nuova fase. Sarà interessante capire se la diversa identità sonora delle future incisioni modificherà il suo modo di fraseggiare e di costruire le masse. Ma i due album Borgato resteranno documenti fondamentali proprio perché registrano l’incontro fra un pianista giovane, un autore che sente come proprio e uno strumento fuori dall’ordinario.

Oltre Liszt: Rachmaninov

Nel marzo 2026 Bertolazzi è tornato al Teatro Massimo Bellini di Catania con un programma formato da Wagner-Liszt, Sonata Dante, Recueillement, Totentanz e Seconda Sonata di Rachmaninov. Alla fine ha concesso sei bis, passando da Falla, Chopin e Stravinskij-Agosti sino a una propria elaborazione di Casta Diva.

Sei bis possono sembrare un dettaglio pittoresco. In realtà raccontano una concezione quasi scomparsa del recital: il concerto non come esecuzione di un programma amministrato con precisione, ma come relazione con un pubblico che può continuare finché esistono musica ed energia da condividere.

La testimonianza critica di quella serata descrive il suo Rachmaninov come luminoso e classico: non frenetico, non barbarico, non sommerso dal proprio stesso magma pianistico. La complessa struttura della Sonata rimaneva leggibile e la quantità delle note non diventava confusione.

È una descrizione perfettamente coerente con ciò che ascoltiamo in Liszt. Il tratto distintivo di Bertolazzi non è la forza, benché ne possieda in abbondanza. È la capacità di attraversare una materia incandescente senza perdere lucidità.

Sul web si trovano anche la Seconda Sonata e il Terzo Concerto di Rachmaninov. Circolano quasi inosservati, mentre esecuzioni assai meno personali raccolgono numeri enormemente superiori. Non è uno scandalo e non occorre costruirvi una teoria del complotto. È semplicemente il risultato di un sistema nel quale visibilità e valore non hanno alcun obbligo di incontrarsi.

Ma ascoltando Bertolazzi viene spontaneo desiderare un suo grande progetto discografico dedicato a Rachmaninov. Non perché debba abbandonare Liszt, bensì perché quella scrittura potrebbe rivelare un altro versante della stessa personalità: canto ampio, densità armonica, grandi strutture e una fisicità che deve continuamente essere ordinata dalla mente.

Come abbiamo potuto non conoscerlo?

La domanda rimane.

Giovanni Bertolazzi è italiano, ha ottenuto riconoscimenti internazionali importanti, suona con orchestre e istituzioni prestigiose, insegna in conservatorio e ha pubblicato due progetti lisztiani accolti con entusiasmo dalla critica specialistica. Eppure il suo nome resta sconosciuto persino a molti ascoltatori curiosi e assidui.

Una parte della risposta si trova nella distribuzione. Borgato Collection è un’etichetta strettamente legata al costruttore dello strumento e non possiede la forza promozionale delle grandi case discografiche. Un’altra dipende dal funzionamento contemporaneo della notorietà: non basta essere straordinari, occorre che qualcuno trasformi quella qualità in racconto, immagine e presenza continua.

Infine esiste il repertorio stesso. Il web ama Liszt quando può ridurlo alla difficoltà visibile. Bertolazzi diventa invece realmente interessante quando la difficoltà smette di essere visibile, assorbita dentro la costruzione. Bisogna concedergli mezz’ora di Sonata, seguire la trasformazione dei temi, percepire come prepari una culminazione e ascoltare il decadimento di un accordo. Tutto ciò resiste male alla frammentazione.

Forse non è stato oscurato da pianisti migliori. È stato oscurato da pianisti più facilmente comunicabili.

Il debutto per Piano Classics potrà cambiare qualcosa, anche se avviene attraverso il programma meno personale della sua discografia. Gli Studi offrono all’etichetta un titolo immediato e al pubblico un punto d’ingresso sicuro. Starà poi all’ascoltatore comprendere che dietro La campanella esistono la Sonata in si minore, Bach, Dante, Wagner, Bellini e un pensiero pianistico molto più vasto.

Da dove cominciare

Chi desideri conoscere Bertolazzi può naturalmente partire dal nuovo disco. È compatto, spettacolare, impeccabilmente dominato e mostra con immediatezza la qualità del tocco, la sicurezza tecnica e la capacità di differenziare caratteri molto lontani.

Ma non dovrebbe fermarsi lì.

L’album Borgato del 2022 è la scelta più importante: contiene il Bertolazzi architetto, drammaturgo e visionario. La Sonata in si minore e la Sonata Dante misurano la sua statura con maggiore precisione di qualsiasi Studio.

Il doppio album del 2023 è invece il ritratto più ampio: novantacinque minuti nei quali Liszt appare demoniaco, contemplativo, religioso, mondano, nazionale, funebre e trasfiguratore della musica altrui. È il disco che permette di comprendere quanto Bertolazzi sia versato in questo repertorio e quanto poco dipenda da una sola qualità.

Il nuovo Piano Classics viene dopo, anche se per noi è venuto prima.

Un pianista finalmente incontrato

Non so se Giovanni Bertolazzi diventerà un nome universalmente riconosciuto. Il talento non garantisce la notorietà e la notorietà, come sappiamo, non certifica il talento.

So però che ascoltandolo ho provato una sensazione ormai rara: quella di trovarmi davanti non a un pianista perfettamente preparato, ma a una personalità.

Il suo Liszt possiede forza senza brutalità, chiarezza senza freddezza, passione senza disordine. Il tocco è fermo, il gesto autorevole e il virtuosismo tanto naturale da smettere rapidamente di essere il centro dell’attenzione. Dietro le note si avverte una convinzione assoluta, quasi fisica, ma governata da una maturità interpretativa che la giovane età renderebbe sorprendente se fosse ancora necessario giudicare gli artisti attraverso l’anagrafe.

Sono entrato nel nuovo disco con la diffidenza di un brahmsiano e ne sono uscito cercando gli album precedenti. È forse il complimento più sincero che possa rivolgere a un interprete di Liszt.

Abbiamo incontrato Giovanni Bertolazzi attraverso il disco meno necessario della sua discografia. È bastato per riconoscere un pianista straordinario; sono serviti i due album precedenti per comprendere quanto fosse grave non conoscerlo.

Adesso lo conosciamo.

E non lo perderemo più di vista.

Oltre Liszt: Rachmaninov e la prova di Brahms

Nel marzo 2026 Bertolazzi è tornato al Teatro Massimo Bellini di Catania con un programma formato da Wagner-Liszt, Sonata Dante, Recueillement, Totentanz e Seconda Sonata di Rachmaninov. Alla fine ha concesso sei bis, passando da Falla, Chopin e Stravinskij-Agosti sino a una propria elaborazione di Casta Diva.

Sei bis possono sembrare un dettaglio pittoresco. In realtà raccontano una concezione quasi scomparsa del recital: il concerto non come semplice esecuzione di un programma amministrato con precisione, ma come relazione con un pubblico che può continuare finché esistono musica ed energia da condividere.

La testimonianza critica di quella serata descrive il suo Rachmaninov come luminoso e classico: non frenetico, non barbarico, non sommerso dal proprio magma pianistico. La complessa struttura della Sonata rimaneva leggibile e la quantità delle note non diventava confusione.

Il Terzo Concerto disponibile in video conferma che non si trattava di un’osservazione occasionale. Bertolazzi è strepitoso, ma ancora una volta la parola non va intesa soltanto in senso atletico. Possiede tutti i mezzi necessari per affrontare una delle parti pianistiche più temute del repertorio, eppure non trasforma il Concerto nella lotta pubblica fra un uomo e una tastiera.

La tecnica rimane dentro la musica. Il pianoforte conserva peso, ampiezza e autorità senza separarsi dall’orchestra; i grandi accumuli non vengono trattati come rampe di lancio verso la cadenza e i passaggi lirici non diventano parentesi sentimentali fra due esplosioni. Bertolazzi continua a costruire anche quando avrebbe la possibilità di limitarsi a travolgere.

È la stessa qualità incontrata in Liszt: la capacità di attraversare una materia incandescente senza perdere lucidità. Ma Rachmaninov aggiunge una dimensione ulteriore. La sua scrittura obbliga il pianista a trasformare la forza in canto e a conservare una linea umana dentro una densità armonica quasi orchestrale. Bertolazzi vi appare perfettamente a casa.

Poi ho trovato il suo Brahms: l’Intermezzo in la maggiore op. 118 n. 2.

Per un brahmsiano non è un ascolto accessorio. È la controprova definitiva.

In questa musica non esistono salti spettacolari, ottave capaci di conquistare il pubblico o culminazioni dietro le quali nascondere un’idea incompleta. Tutto dipende dal peso assegnato a una voce interna, dalla durata di un respiro, dal modo in cui un accordo prepara quello successivo e dalla capacità di lasciare che l’emozione rimanga custodita anziché esibita.

Bertolazzi accetta di cambiare completamente natura. Il gesto conserva fermezza, ma rinuncia alla proiezione eroica; il suono canta senza essere caricato di sentimentalismo e la tensione nasce dall’interno della frase. Non tenta di suonare Brahms come se fosse Liszt diventato improvvisamente malinconico. Comprende che qui la passione deve essere trattenuta, ripensata e quasi protetta dallo sguardo dell’ascoltatore.

Per me questo breve Intermezzo vale quanto molte delle pagine virtuosistiche che lo hanno fatto conoscere. Dimostra che il suo piglio virile non è una maniera applicata a ogni repertorio, ma una forma di responsabilità musicale. Bertolazzi può entrare nella scrittura con decisione e, quando occorre, avere la forza ancora maggiore di ritirarsi.

Sono arrivato a lui attraverso Liszt con la diffidenza di un brahmsiano. È stato Brahms, alla fine, a confermarmi che avevo incontrato un grande pianista.

La registrazione dei due album Borgato

La qualità artistica dei due progetti Borgato non deve impedirci di rilevarne un limite tecnico. In alcuni passaggi è chiaramente percepibile un rumore di fondo, particolarmente evidente durante le pagine più quiete e nel decadimento delle note. L’ascolto in alta risoluzione, anziché nasconderlo, lo rende ancora più riconoscibile.

Non disponiamo degli elementi necessari per attribuirlo con certezza allo strumento, all’ambiente, alla catena di ripresa o a una fase successiva della produzione. Sarebbe quindi scorretto formulare una diagnosi. Possiamo però affermare che il fondo non è sempre silenzioso e che, in alcuni momenti, il disturbo interferisce con quella sospensione sulla quale la musica dovrebbe poter contare.

La sonorità del Grand Prix 333 rimane imponente: bassi profondi, risonanza generosa, grande estensione dinamica e una capacità quasi orchestrale di occupare lo spazio. Ma le due incisioni non possono essere considerate riferimenti audiophile assoluti. Sono documenti musicalmente fondamentali, tecnicamente ambiziosi e non sempre impeccabili.

La distinzione è importante. Il rumore appartiene alla registrazione; la grandezza dell’interpretazione appartiene a Bertolazzi.

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