All of Bach — quando Bach non si ascolta soltanto: si vede
Il monumentale progetto audiovisivo della Nederlandse Bachvereniging
Siamo abituati a pensare alla storia dell’interpretazione di Bach attraverso i dischi. Rilling, Harnoncourt e Leonhardt, Koopman, Gardiner, Suzuki, Herreweghe: ciascuno ha costruito un proprio universo sonoro e noi possiamo attraversarlo mettendo sul giradischi un LP, aprendo uno dei vecchi cofanetti di compact disc oppure, oggi, scegliendo una registrazione in streaming. La Nederlandse Bachvereniging, internazionalmente Netherlands Bach Society, ha fatto qualcosa di differente: ha immaginato che l’opera di Johann Sebastian Bach potesse diventare un grande archivio audiovisivo mondiale, gratuito e progressivamente completo. Non una discografia alla quale aggiungere le immagini, ma un progetto concepito fin dall’origine affinché Bach possa essere ascoltato e, nello stesso tempo, visto mentre viene ricreato dai musicisti. Si chiama All of Bach e ci sembra una delle iniziative culturali più intelligenti rese possibili dal web.
Una storia che comincia molto prima del web
La Nederlandse Bachvereniging nasce nel 1921 per iniziativa del direttore Johan Schoonderbeek. All’origine c’era già un’idea precisa: proporre la Passione secondo Matteo nella Grote Kerk di Naarden con dimensioni più raccolte rispetto alle grandi esecuzioni sinfonico-corali che Willem Mengelberg dirigeva al Concertgebouw di Amsterdam. La prima Matthäus-Passion della società ebbe luogo nel 1922 e quella tradizione sarebbe diventata uno degli appuntamenti musicali più radicati dei Paesi Bassi. In un certo senso All of Bach nasce dallo stesso impulso quasi un secolo dopo: non rendere Bach più semplice, ma cercare un modo più diretto e contemporaneo per metterlo in relazione con il pubblico.
Il progetto fu avviato nel 2013 in vista del centenario della Bachvereniging e il 2 maggio 2014 vennero pubblicate online le prime sei registrazioni: BWV 61, BWV 82, BWV 130, BWV 565, BWV 593 e BWV 858. Cantate, organo, clavicembalo: era evidente fin dall’inizio che l’obiettivo non sarebbe stato quello di costruire soltanto un nuovo ciclo delle opere vocali, ma di arrivare progressivamente a tutto Bach. C’è una coincidenza che ci piace particolarmente: BWV 82, Ich habe genug, la cantata con la quale abbiamo inaugurato le nostre monografie, fu anche una delle prime sei opere pubblicate da All of Bach. Dieci anni più tardi il progetto aveva già messo online centinaia di opere e accumulato decine di milioni di visualizzazioni. Non male per un compositore morto nel 1750 e, soprattutto, una dimostrazione piuttosto eloquente del fatto che non sia necessario banalizzare Bach per trovare un pubblico.
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Non è un concerto con qualche telecamera intorno
È questa, probabilmente, la caratteristica che distingue All of Bach da gran parte del materiale musicale disponibile in video. Una normale ripresa televisiva rimane essenzialmente un concerto al quale sono state aggiunte delle immagini. Nelle realizzazioni migliori della Bachvereniging, invece, l’immagine entra nel processo di comprensione della musica. Nelle cantate possiamo osservare materialmente il rapporto tra cantante e strumento obbligato, vedere l’oboe prendere fiato prima di iniziare una frase, il violino preparare un attacco, organo e violoncello costruire il continuo, un cantante rivolgersi quasi fisicamente verso la linea alla quale sta rispondendo. Il contrappunto, che all’ascolto rimane inevitabilmente un fenomeno astratto, assume improvvisamente anche una dimensione spaziale.
Naturalmente non significa che per capire Bach sia necessario guardarlo. Bach funziona benissimo a occhi chiusi e continuerà a funzionare così. Significa però che vedere chi produce ciascuna delle linee che ascoltiamo può insegnarci a distinguerle meglio. Questo è particolarmente evidente nelle cantate, nelle quali una voce non canta semplicemente sopra un’orchestra: dialoga con un oboe, viene inseguita da un violino, si appoggia sul continuo, si contrappone a un’altra voce oppure emerge dall’intreccio del coro. Se la regia conosce la partitura, la telecamera può rendere visibili queste relazioni e, a quel punto, il video smette di essere decorazione.
La produzione stessa rivela quanto seriamente venga preso questo aspetto. Le cantate vengono normalmente registrate in chiese, la musica da camera può essere collocata in ambienti differenti e gli strumenti a tastiera vengono documentati nei luoghi più appropriati. Dietro ogni video ci sono regia, fotografia, diverse camere, montaggio, illuminazione, registrazione e missaggio del suono, correzione del colore e persino chi segue la partitura durante la ripresa. È un dettaglio tutt’altro che secondario: filmare seriamente della musica non significa mettere quattro camere intorno ai musicisti e sperare che una abbia l’inquadratura giusta. Bisogna sapere che cosa sta per succedere nella musica per decidere dove guardare. Se mentre l’oboe raccoglie dalla voce una frase fondamentale la regia ci mostra una vetrata della chiesa, abbiamo perso qualcosa. All of Bach nasce invece dall’idea che sia la partitura a guidare anche lo sguardo.
Non esiste un “Bach secondo All of Bach”
La seconda caratteristica fondamentale del progetto è che non possiede l’unità interpretativa delle grandi integrali discografiche. Suzuki ci offre, inevitabilmente, il Bach di Suzuki; Gardiner quello di Gardiner; Koopman ha una personalità talmente riconoscibile che spesso bastano poche battute per sapere chi sta dirigendo. All of Bach non ha questa uniformità e non sembra nemmeno cercarla. Nel corso degli anni sono cambiati direttori artistici, concertmaster, solisti, cantanti e concezioni esecutive; Jos van Veldhoven, Shunske Sato e oggi Johanna Soller appartengono inoltre a generazioni e sensibilità differenti, alle quali si aggiungono continuamente musicisti e direttori ospiti.
Quella che potrebbe sembrare una debolezza è in realtà uno degli aspetti più interessanti del progetto. Non esiste un dogma interpretativo All of Bach. Cambiano gli organici, le idee, gli spazi e qualche volta persino il modo di intendere la prassi storicamente informata. Alcune esecuzioni adottano organici vocali molto ridotti, altre impostazioni più tradizionali; alcune insistono maggiormente sul carattere retorico, altre sulla cantabilità o sulla danza. Non abbiamo quindi davanti un’integrale d’autore, ma un laboratorio permanente su Bach, abbastanza lungo nel tempo da consentire perfino alle idee di cambiare.
Questo lo rende molto diverso da Suzuki, Gardiner o Koopman e, proprio per questo, complementare. Una grande integrale può raggiungere una coerenza interpretativa straordinaria; un progetto come All of Bach può invece mostrarci quanto quella stessa musica continui a prestarsi a letture differenti senza perdere la propria identità. Per noi che abbiamo deciso di attraversare le cantate una per una è quasi una condizione ideale.
BWV 82: la nostra prima cantata vista da Utrecht
La loro Ich habe genug merita naturalmente una sosta particolare. Fu registrata il 1° febbraio 2014 nella Geertekerk di Utrecht, praticamente alla vigilia della festività per la quale Bach aveva scritto la cantata, e pubblicata il 2 maggio successivo come una delle opere inaugurali del progetto. Dirige dal clavicembalo Lars Ulrik Mortensen, canta il basso Thomas Bauer e Martin Stadler suona l’oboe.
Guardandola dopo avere ascoltato Peter Kooij con Suzuki e Carolyn Sampson nella versione per soprano, succede precisamente ciò che intendevamo descrivere. L’oboe iniziale non è più soltanto una meravigliosa linea melodica che arriva dagli altoparlanti: vediamo Stadler respirare, iniziare la frase e darle forma, vediamo gli archi sostenerla e poi osserviamo l’ingresso del basso. Diventa ancora più evidente ciò che avevamo notato ascoltando la cantata: quando la voce intona Ich habe genug non inaugura veramente il discorso, entra in qualcosa che l’oboe ha già cominciato a dire. Il video non rivela una musica differente e non sostituisce l’analisi. Semplicemente rende più facile vedere quella che c’era già. E quando successivamente torniamo alla sola registrazione sonora, qualcosa di ciò che abbiamo visto rimane anche nel nostro modo di ascoltare.
Ammirazione, non venerazione
Proprio perché consideriamo All of Bach un progetto straordinario, sarebbe un errore trasformarlo in una nuova Bibbia bachiana. Non sostituisce Bach Digital, il Bach-Archiv di Lipsia, le edizioni critiche o la ricerca musicologica. Le sue pagine sono state prodotte nell’arco di molti anni e inevitabilmente non tutte possono riflettere nello stesso momento le acquisizioni più recenti degli studi.
La stessa BWV 82 ci offre un esempio perfetto. Per molto tempo il librettista di Ich habe genug è stato considerato sconosciuto; soltanto nel 2015 le ricerche di Christine Blanken hanno consentito di attribuire il testo a Christoph Birkmann. Una pagina preparata prima di quella scoperta può quindi contenere un’informazione ormai superata senza che questo diminuisca minimamente il valore dell’esecuzione. È semplicemente la natura di un archivio costruito nel tempo e costituisce una buona lezione anche per il nostro lavoro: un’opera monumentale pubblicata sul web deve essere considerata continuamente revisionabile. Fra dieci anni alcune delle cose che oggi scriviamo nelle nostre monografie saranno probabilmente precisate o corrette dalla ricerca; dovremo tornare indietro e aggiornarle. Il vantaggio del mezzo è proprio che potremo farlo.
Quando Internet fa esattamente ciò che dovrebbe fare
Siamo spesso critici nei confronti di quello che il web ha fatto alla cultura: velocità al posto dell’approfondimento, visibilità al posto dell’autorevolezza, titoli costruiti per ottenere un clic e contenuti progettati per essere consumati e dimenticati in pochi secondi. All of Bach dimostra che Internet può fare anche l’esatto contrario. Può prendere un patrimonio enorme, studiarlo, eseguirlo con musicisti di livello internazionale, registrarlo con mezzi professionali, corredarlo di testi, interviste e approfondimenti e metterlo gratuitamente a disposizione di chiunque si trovi in qualsiasi parte del mondo.
La cosa più importante è che lo fa senza chiedere a Bach di travestirsi da qualcos’altro. Nessuna cantata ridotta a tre minuti, nessun arrangiamento pensato per rendere Bach più vicino ai giovani, nessun bisogno di spiegare che il contrappunto «in fondo è un po’ come il jazz». Semplicemente Bach, eseguito seriamente, registrato bene, filmato bene e reso accessibile.
Qui sta probabilmente la lezione culturale più importante dell’intero progetto: rendere accessibile non significa semplificare. Significa eliminare gli ostacoli che impediscono di arrivare a qualcosa, non modificare quella cosa affinché richieda meno attenzione. È una distinzione che il web dimentica continuamente e che All of Bach dimostra invece con una chiarezza quasi programmatica.
All of Bach nel nostro viaggio attraverso le cantate
Da questo momento All of Bach entrerà stabilmente nel nostro metodo di lavoro. Per ogni nuova monografia controlleremo se la Nederlandse Bachvereniging abbia già pubblicato la relativa cantata e, quando esisterà, la guarderemo e la ascolteremo insieme alle registrazioni di Suzuki, Gardiner, Herreweghe, Koopman e agli altri interpreti che riterremo significativi. Non avrà alcun diritto automatico a essere consigliata soltanto perché disponibile gratuitamente e accompagnata da belle immagini: qualche volta potrà essere una delle letture che preferiamo, qualche altra no. Ma potrà offrirci qualcosa che nessuna registrazione esclusivamente sonora possiede, cioè la possibilità di osservare materialmente come quella musica viene costruita.
Per un progetto come il nostro, che vuole aiutare ad ascoltare Bach senza trasformarsi in un trattato di musicologia, è una risorsa formidabile. C’è infine una simmetria che non avevamo cercato e che ci piace particolarmente: nel 2014 All of Bach iniziò il proprio percorso pubblicando sei opere e una di esse era BWV 82; nel 2026 abbiamo deciso di costruire una guida completa alle cantate di Bach e, senza saperlo, abbiamo cominciato anche noi da BWV 82, Ich habe genug. Gli olandesi vogliono arrivare a tutto Bach; noi, più limitatamente nel campo ma non nelle intenzioni, vogliamo arrivare a tutte le cantate. È quindi inevitabile che le nostre strade si incontrino ancora moltissime volte.
E qualche volta, per ascoltare meglio Bach, useremo anche gli occhi.
ALL OF BACH IN UNA FRASE
Non è il Bach di un direttore. È Bach osservato da generazioni differenti di musicisti mentre continua a cambiare senza smettere di essere Bach.
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