Bach, Cantata BWV 82 : Ich habe genug - Bach trasforma l’addio in serenità
Ich habe genug viene normalmente tradotto con «Ho abbastanza», ma in italiano rischia di suggerire esattamente il contrario di ciò che questa cantata vuole dire. Non è il nostro «ne ho abbastanza», pronunciato da chi non ne può più. È piuttosto «ho quanto mi basta», «sono appagato». Qualcosa che si attendeva è finalmente accaduto e, dopo quello, non resta più nulla da desiderare.
Questa distinzione è fondamentale, perché BWV 82 parla della morte dall’inizio alla fine senza essere realmente una cantata sulla morte. Parla di compimento, del momento nel quale un’esistenza può considerarsi conclusa perché ciò che le dava senso è stato finalmente raggiunto. Bach dispone di una sola voce, un oboe, gli archi e il continuo. Nessun coro, nessun grande apparato celebrativo, nessuna tromba. In poco più di venti minuti costruisce un percorso che comincia nell’intimità, quasi nell’immobilità, attraversa una delle più straordinarie ninne nanne della storia della musica e termina danzando.
Carta d’identità
Johann Sebastian Bach, BWV 82 — Ich habe genug; nella fonte originale compare anche la forma Ich habe genung. Lipsia, 1727; prima esecuzione il 2 febbraio 1727, per la festa luterana della Mariae Reinigung, Purificazione di Maria, oggi più comunemente indicata come Presentazione di Gesù al Tempio. Testo di Christoph Birkmann. Letture liturgiche: Malachia 3, 1-4 e Luca 2, 22-32. Versione originaria in do minore per basso solo, oboe, due violini, viola e basso continuo. Cinque movimenti, tre arie alternate a due recitativi; durata orientativa intorno ai 22-25 minuti. Bach tornò ripetutamente sull’opera, realizzandone versioni e adattamenti per registri vocali e strumenti differenti.
2 febbraio 1727: Simeone ha finalmente visto
Il 2 febbraio cade quaranta giorni dopo Natale. Nella liturgia del tempo di Bach era la festa della Purificazione di Maria, legata al racconto del secondo capitolo del Vangelo di Luca: Maria e Giuseppe portano Gesù al Tempio di Gerusalemme e incontrano Simeone, uomo giusto e devoto al quale era stato annunciato che non sarebbe morto prima di avere visto il Messia.
La tradizione ha fatto di Simeone un vecchio — ed è così che pittori, predicatori e musicisti lo hanno quasi sempre immaginato — anche se il testo evangelico non ne precisa l’età. Ciò che conta è la sua attesa. Quando prende il bambino tra le braccia comprende che quell’attesa è finita e pronuncia il cantico che la tradizione latina conosce dalle sue prime parole come Nunc dimittis: ora il servo può essere lasciato andare in pace, perché i suoi occhi hanno visto la salvezza.
È da qui che parte Ich habe genug. Ma Christoph Birkmann non si limita a parafrasare il Vangelo. Nella prima aria possiamo ancora identificare abbastanza chiaramente Simeone: «Ho preso tra le mie braccia il Salvatore, speranza dei fedeli». Già nel recitativo successivo, però, il personaggio storico arretra e l’io della cantata diventa quello di qualsiasi credente che riconosca nella vicenda di Simeone il modello del proprio congedo.
È un passaggio decisivo. Se BWV 82 fosse soltanto la rappresentazione musicale di un vecchio che desidera morire, sarebbe un piccolo dramma biblico. Bach e Birkmann ne fanno invece qualcosa di molto più universale: che cosa significa poter dire, alla fine, che ciò che importava è stato compiuto?
La risposta settecentesca è naturalmente cristiana e luterana. Sarebbe assurdo eliminarla per rendere Bach più comodo all’ascoltatore moderno. Ma non è necessario condividere quella teologia per riconoscere la domanda umana che contiene.
Christoph Birkmann: il librettista ritrovato quasi tre secoli dopo
Per molto tempo il testo di BWV 82 è stato indicato semplicemente come anonimo. È una delle informazioni che rendono rapidamente vecchie molte guide ancora in circolazione.
Nel 2015 le ricerche di Christine Blanken al Bach-Archiv di Lipsia hanno permesso di identificare il librettista in Christoph Birkmann, giovane studente di teologia e matematica proveniente da Norimberga, musicista preparato e vicino all’ambiente di Bach. Nel 1728 Birkmann pubblicò una propria raccolta di testi per cantate, Gott-geheiligte Sabbaths-Zehnden; l’unico esemplare conosciuto, rimasto a lungo fuori dalla portata degli studiosi, ha permesso di ricondurre a lui un gruppo di testi utilizzati da Bach, tra i quali BWV 82 e un’altra grande cantata solistica per basso, BWV 56 Ich will den Kreuzstab gerne tragen.
La scoperta modifica anche un po’ la prospettiva con cui leggiamo Ich habe genug. Non abbiamo davanti la meditazione testamentaria di un poeta anziano che sente vicina la propria morte. A elaborare questa insistente aspirazione al congedo è un uomo di poco più di vent’anni. È linguaggio teologico, certamente, ma Bach riesce a trasformarlo in esperienza psicologica.
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Dentro la musica
1. Aria — Ich habe genug
Prima della voce parla l’oboe.
Bach gli affida una frase immediatamente riconoscibile, aperta da un salto ascendente di sesta minore. È un gesto ampio ma non teatrale, una linea che sembra sollevarsi e poi tornare su se stessa. Gli archi procedono con discrezione; il basso continuo non spinge la musica in avanti con quella pulsazione inesorabile che incontriamo tante volte in Bach. Tutto sembra avere già trovato il proprio posto.
Quando entra il basso con Ich habe genug, non inaugura un nuovo discorso. Risponde a ciò che l’oboe ha già detto. I due diventano quasi due manifestazioni della stessa coscienza: la voce formula le parole, l’oboe ne ha anticipato il contenuto.
È importante non ascoltare questo movimento come un lamento. La tonalità è do minore, il colore dell’oboe è inevitabilmente malinconico e il testo desidera il congedo, ma la musica non contiene disperazione. Il sentimento prevalente è quello di un equilibrio raggiunto. Quando il testo arriva a mit Freuden von hinnen zu scheiden, partire da qui con gioia, il significato della cantata è già dichiarato.
Nell’interpretazione di Peter Kooij con Masaaki Suzuki questo equilibrio è esemplare. Kooij non impersona teatralmente Simeone e Suzuki non trasforma la lentezza in immobilità. L’oboe conserva una propria autonomia espressiva e la voce sembra appoggiarsi alla sua linea più che dominarla. È una lettura che rende immediatamente comprensibile la parola che preferiamo per questa cantata: serenità.
2. Recitativo — Ich habe genug
Con il primo recitativo Birkmann lascia progressivamente Simeone e porta il discorso nel presente del credente: «La mia sola consolazione è che Gesù sia mio e io possa essere suo». Bach segue il testo con estrema economia, fino al momento in cui la linea diventa più cantabile su Laßt uns mit diesem Manne ziehn! — seguiamo quest’uomo.
La morte viene descritta con un’immagine che al nostro orecchio può sembrare durissima: il corpo è una catena dalla quale essere liberati. Ma il recitativo non precipita nel tragico. Torna invece alla frase iniziale e prepara il vero centro dell’opera.
3. Aria — Schlummert ein, ihr matten Augen
Se BWV 82 dovesse sopravvivere attraverso un solo movimento, probabilmente sarebbe questo.
Schlummert ein, ihr matten Augen, fallet sanft und selig zu: assopitevi, occhi stanchi, chiudetevi dolcemente e beati.
Bach passa al mi bemolle maggiore e, nella versione originaria, lascia da parte l’oboe per affidarsi agli archi e al continuo. Il suono diventa più uniforme e avvolgente. Non abbiamo più il dialogo fra due protagonisti dell’aria iniziale: siamo entrati in uno spazio interiore.
Definire Schlummert ein una ninna nanna è corretto, purché non dimentichiamo chi dovrebbe addormentarsi. Il sonno è la morte. Ma Bach elimina quasi ogni elemento terrificante da questa identificazione. Le frasi respirano con ampiezza, il movimento si arresta ripetutamente, le pause interrompono la normale percezione del tempo. Non è una musica che descrive qualcuno mentre muore: sembra piuttosto immaginare come sarebbe non avere più bisogno di andare da nessuna parte.
Il testo contrappone il mondo, nel quale l'anima non trova nulla che possa veramente soddisfarla, a quel «dolce pace, quieto riposo» che attende altrove. E la musica gli concede una durata eccezionale. Bach non ha fretta di svegliarci.
Non sorprende che proprio questo movimento abbia continuato a vivere anche fuori dalla cantata. Il primo recitativo e Schlummert ein, trasposti e ridotti, entrarono nel secondo quaderno musicale di Anna Magdalena Bach, quello iniziato nel 1725 ma completato negli anni successivi. È una piccola traccia domestica importantissima: questa musica non rimase soltanto legata alla funzione liturgica per cui era nata.
Nelle ultime revisioni Bach tornò ancora su Schlummert ein, aggiungendo anche una parte di oboe da caccia. Una musica apparentemente perfettamente conclusa continuava evidentemente a interessargli.
4. Recitativo — Mein Gott! wenn kömmt das schöne: Nun!
Dopo l'immensa sospensione dell'aria centrale bastano poche battute.
Mein Gott! wenn kömmt das schöne: Nun!: mio Dio, quando verrà quel meraviglioso «ora»?
È forse la frase più sorprendente dell'intero testo. Non «quando verrà la morte», ma quando arriverà l'istante. Il Nun del Nunc dimittis diventa qualcosa da attendere.
La linea del continuo accompagna il pensiero verso il basso, fino alla terra nella quale il corpo riposerà. Poi tutto si riduce a due parole di congedo: Welt, gute Nacht. Mondo, buona notte.
A questo punto ci aspetteremmo il silenzio.
Bach fa esattamente il contrario.
5. Aria — Ich freue mich auf meinen Tod
Ich freue mich auf meinen Tod: mi rallegro pensando alla mia morte.
La tonalità torna al do minore dell'inizio, torna l'oboe, torna l'intero gruppo strumentale. Ma il do minore non significa più ciò che significava venti minuti prima.
La musica è diventata mobile, vivace, ritmicamente leggera. Le agilità della voce e dello strumento obbligato trasformano il congedo in movimento. Non stiamo più contemplando la possibilità della morte: stiamo andando incontro ad essa. Si sente perfino qualcosa che assomiglia a una danza, con quella capacità tipicamente bachiana di far convivere una struttura rigorosissima e una vitalità fisica immediata.
Ed è qui che BWV 82 distrugge definitivamente l'immagine di un Bach necessariamente tetro perché parla dell'aldilà. Il punto di arrivo della cantata non è la rassegnazione. È la gioia.
Possiamo non condividerne la motivazione teologica. Ma non possiamo fraintendere ciò che la musica sta facendo.
Una cantata che Bach non volle lasciare andare
La storia delle fonti di BWV 82 è molto più interessante della formula semplicistica «esiste anche una versione per soprano».
La prima versione documentata è quella del 1727, in do minore, che conosciamo come cantata per basso. Curiosamente, l'autografo mostra che Bach aveva cominciato pensando la parte vocale in un altro registro: l'aria iniziale fu impostata in chiave di contralto, poi il compositore cambiò idea e proseguì per basso. La questione della voce, quindi, era mobile fin dalla nascita dell'opera.
Intorno al 1731 compare una parte per soprano in mi minore, copiata da Johann Ludwig Krebs. Alcuni anni dopo, intorno al 1735, compare una parte per flauto traverso che sostituisce lo strumento obbligato della versione per basso. È da questi materiali che deriva ciò che ascoltiamo abitualmente come BWV 82a.
Qui è bene essere precisi. La bella e diffusissima versione per soprano, flauto, archi e continuo non ci è arrivata sotto forma di una partitura completa predisposta da Bach in un singolo momento. La ricostruiamo attraverso materiali appartenenti a fasi diverse della storia dell'opera. La parte vocale e quella del flauto, in particolare, non sono coeve. Questo non rende la versione meno autenticamente bachiana; significa semplicemente che la sua trasmissione è più complessa di quanto faccia pensare la comoda etichetta «versione del 1731».
Bach tornò poi al do minore, intervenne nuovamente sul registro vocale — anche con indicazioni riconducibili a un mezzosoprano — e ancora negli anni 1746-48 preparò o fece preparare nuove parti per successive riprese. Proprio il materiale tardo è quello che ci è giunto nel modo più completo.
Non sappiamo che cosa Bach avrebbe considerato la «versione definitiva». Probabilmente la domanda stessa sarebbe estranea al suo modo di lavorare. Aveva davanti una musica che poteva adattare ai cantanti disponibili, agli strumenti, all'occasione e forse anche all'ambiente domestico.
BWV 82 non è quindi una reliquia fissata il 2 febbraio 1727. È una composizione con la quale Bach continuò a convivere per oltre vent'anni.
Kooij e Sampson: la stessa musica cambia persona
Per conoscere BWV 82 comincerei dalla versione per basso. Non perché quella per soprano sia secondaria, ma perché il basso rende immediatamente leggibile il rapporto con Simeone. Una voce grave, l'oboe, il do minore: la figura tradizionale dell'uomo arrivato alla fine della propria attesa appare quasi senza bisogno di essere spiegata.
Peter Kooij, Bach Collegium Japan, Masaaki Suzuki, registrazione del 2006, BIS, è per questo un magnifico punto d'ingresso. Suzuki evita ogni monumentalità; Kooij possiede autorevolezza senza pesantezza e soprattutto non trasforma Schlummert ein in una scena d'opera. La grande aria centrale rimane un pensiero privato. Quando arriva il movimento finale, il cambio di energia risulta quindi ancora più evidente.
Poi ascolterei immediatamente Carolyn Sampson con lo stesso Suzuki e il Bach Collegium Japan, registrazione del 2007, nella versione in mi minore per soprano e flauto.
Succede qualcosa di sorprendente. Cambiare il basso con il soprano non significa semplicemente spostare la musica verso l'alto. Scompare quasi del tutto la suggestione iconografica del vecchio Simeone. Il flauto possiede meno materia dell'oboe, la voce di Sampson è luminosa e flessibile, e l'intera cantata sembra liberarsi dal personaggio per diventare una meditazione personale.
Carolyn Sampson è, come dicevi mentre la ascoltavi, semplicemente toccante. Non forza mai la fragilità. Non cerca di «interpretare la morte». Canta la serenità con una naturalezza che rende Schlummert ein quasi sospesa al di fuori del tempo. Se Kooij ci porta davanti a Simeone, Sampson ci porta dentro il testo.
Non sceglierei quindi fra le due. Suzuki/Kooij è il nostro ascolto di riferimento per conoscere BWV 82; Suzuki/Sampson è il complemento che considero indispensabile per capire quanto Bach stesso abbia lasciato aperta questa musica.
Come ascoltarla oggi
Accanto alle due registrazioni di Suzuki, terrei nel nostro scaffale ideale almeno altri tre punti di riferimento.
Peter Kooij con Philippe Herreweghe e La Chapelle Royale, 1991, permette innanzitutto un confronto affascinante con lo stesso cantante quindici anni prima di Suzuki. È un Bach più morbido e raccolto, nel quale Herreweghe lascia respirare magnificamente le grandi campate di Schlummert ein. Non è una versione da archiviare perché ne abbiamo una successiva dello stesso Kooij: racconta un altro momento dell'interpretazione bachiana.
Dietrich Fischer-Dieskau con Helmuth Rilling e il Bach-Collegium Stuttgart, 1983, appartiene inevitabilmente a questa storia e non soltanto perché stava dentro quel nostro scatolone nero della Edition Bachakademie. Fischer-Dieskau aveva già inciso BWV 82 con Ristenpart e con Karl Richter; con Rilling porta il testo in primo piano con quella cura della parola che gli era propria. Oggi l'impostazione strumentale e vocale appartiene a un'altra stagione rispetto a Suzuki, ma proprio per questo è preziosa: documenta magnificamente quanto sia cambiato il nostro modo di intendere Bach senza rendere ciò che veniva prima automaticamente sbagliato.
Infine c'è Lorraine Hunt Lieberson con Craig Smith ed Emmanuel Music, registrata nel 2002. Qui usciamo dalla ricerca di un riferimento filologico neutrale. La voce di mezzosoprano e l'intensità quasi confessionale della Hunt Lieberson trasformano la cantata in un'esperienza personale di rarissima forza. Non la sceglierei come prima BWV 82 da conoscere; la sceglierei quando si pensa di conoscere già BWV 82.
È proprio questo il tipo di discografia che vorremmo costruire nel nostro percorso: non un inventario di tutto ciò che è stato registrato, ma pochi ascolti che aggiungano realmente qualcosa alla comprensione dell'opera.
Il momento da non perdere
Verrebbe spontaneo scegliere Schlummert ein. È una delle grandi pagine di Bach e da sola basterebbe a rendere BWV 82 una cantata essenziale.
Io, invece, per capire l'intera composizione sceglierei il passaggio dal secondo recitativo all'ultima aria.
Prima:
Welt, gute Nacht.
Mondo, buona notte.
Poi:
Ich freue mich auf meinen Tod.
Mi rallegro pensando alla mia morte.
E la musica comincia a danzare.
In pochi secondi c'è tutto il percorso di BWV 82. Se si ascolta soltanto il testo, si rischia di scambiarla per una meditazione cupa sulla morte. Se si ascolta Bach, si scopre che ha scritto una cantata sulla liberazione dall'ultima paura.
Il testo
Una nota prima di leggerlo. Nelle fonti compare la forma genung, variante allora ancora in uso; il tedesco moderno ha stabilizzato genug, che adotteremo nei titoli perché è la forma con cui l'opera è universalmente cercata e conosciuta. Nella trascrizione del testo conserviamo invece genung.
Testo originale
1. Aria
Ich habe genung,
ich habe den Heiland, das Hoffen der Frommen,
auf meine begierigen Arme genommen;
Ich habe genung!
Ich hab ihn erblickt,
mein Glaube hat Jesum ans Herze gedrückt,
nun wünsch ich noch heute mit Freuden
von hinnen zu scheiden:
Ich habe genung!
2. Recitativo
Ich habe genung!
Mein Trost ist nur allein,
dass Jesus mein
und ich sein Eigen möchte sein.
Im Glauben halt ich ihn,
da seh ich auch mit Simeon
die Freude jenes Lebens schon.
Lasst uns mit diesem Manne ziehn!
Ach! möchte mich von meines Leibes Ketten
der Herr erretten;
ach! wäre doch mein Abschied hier,
mit Freuden sagt ich, Welt, zu dir:
Ich habe genung!
3. Aria
Schlummert ein, ihr matten Augen,
fallet sanft und selig zu!
Welt, ich bleibe nicht mehr hier,
hab ich doch kein Teil an dir,
das der Seele könnte taugen.
Hier muss ich das Elend bauen,
aber dort, dort werd ich schauen
süßen Frieden, stille Ruh.
4. Recitativo
Mein Gott! wenn kömmt das schöne: Nun!
Da ich im Friede fahren werde
und in dem Sande kühler Erde
und dort bei dir im Schoße ruhn?
Der Abschied ist gemacht,
Welt, gute Nacht!
5. Aria
Ich freue mich auf meinen Tod,
ach! hätt er sich schon eingefunden.
Da entkomm ich aller Not,
die mich noch auf der Welt gebunden.
Traduzione italiana
1. Aria
Ho quanto mi basta. Ho preso tra le mie braccia il Salvatore, speranza dei fedeli; ho quanto mi basta. L'ho visto, la mia fede ha stretto Gesù al cuore e ora desidero, oggi stesso e con gioia, andarmene da qui. Ho quanto mi basta.
2. Recitativo
Ho quanto mi basta. La mia sola consolazione è che Gesù sia mio e io possa appartenere a lui. Nella fede lo tengo con me e già vedo, insieme a Simeone, la gioia della vita futura. Seguiamo quest'uomo. Ah, possa il Signore liberarmi dalle catene del mio corpo; potesse avvenire qui il mio congedo, con gioia direi a te, mondo: ho quanto mi basta.
3. Aria
Assopitevi, occhi stanchi, chiudetevi dolcemente e beati. Mondo, non rimarrò più qui, perché nulla di ciò che mi appartiene in te può giovare alla mia anima. Qui devo vivere nella miseria; ma là, là vedrò dolce pace e quieto riposo.
4. Recitativo
Mio Dio, quando verrà quel meraviglioso «ora», quando potrò partire in pace, riposare nella fresca terra e, lassù, presso di te, nel tuo grembo? Il congedo è compiuto. Mondo, buona notte.
5. Aria
Mi rallegro pensando alla mia morte; ah, fosse già arrivata. Allora sfuggirò a ogni affanno che ancora mi tiene legato al mondo.
Per continuare
BWV 82 apre già diverse strade che seguiremo. BWV 56, Ich will den Kreuzstab gerne tragen ci riporterà a Christoph Birkmann e alla grande cantata solistica per basso. BWV 83, Erfreute Zeit im neuen Bunde e BWV 125, Mit Fried und Freud ich fahr dahin ci consentiranno invece di tornare alla stessa festa della Purificazione e allo stesso Nunc dimittis, scoprendo come Bach possa affrontare uno stesso nucleo teologico con soluzioni completamente differenti.
Ma per oggi fermiamoci qui. Ventidue minuti sono bastati a Bach.
Simeone ha visto ciò che attendeva. Può dire che gli basta. Gli occhi possono chiudersi, il mondo può ricevere la buona notte.
E la musica, sorprendentemente, continua danzando.
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