La psicostoria di Nikonland
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Hari Seldon, Facebook e la misteriosa scomparsa dei commenti
Nella saga della Fondazione di Isaac Asimov, Hari Seldon sviluppa la psicostoria: una disciplina matematica capace di prevedere il comportamento futuro di popolazioni immense.
Non può sapere che cosa farà domani il signor Pincopallo del pianeta Trantor. Può però calcolare, con ragionevole approssimazione, come reagiranno miliardi di persone davanti a una crisi economica, politica o sociale.
Il singolo rimane imprevedibile. La moltitudine, statisticamente, molto meno.
Nikonland non dispone di miliardi di iscritti, non governa venticinque milioni di pianeti e, almeno per il momento, non ha ancora nominato un Primo Radiante. Ma dopo vent’anni di attività possiamo ugualmente osservare alcuni comportamenti collettivi con un certo grado di sicurezza.
Non sappiamo chi pubblicherà una fotografia domani mattina.
Sappiamo però che, se per farlo deve scegliere una sezione, aprire una discussione, inventare un titolo, scrivere un’introduzione e presentarsi da solo davanti a una platea di presunti espertoni, saranno in pochi a provarci.
Non sappiamo chi commenterà un articolo.
Sappiamo però che premere un like richiede meno impegno che spiegare in tre righe perché siamo d’accordo oppure no. Quindi i like saranno sempre più numerosi dei commenti.
Non sappiamo quale nuovo iscritto diventerà un Nikonlander.
Sappiamo però che, se non comprende dove scrivere e che cosa gli è consentito fare, molto probabilmente rimarrà un lettore silenzioso.
Non è ancora psicostoria. Ma cominciamo a esserci pericolosamente vicini.
La prima legge della psicostoria nikonlandiana
Potremmo formulare la probabilità di partecipazione con una semplice equazione:
Partecipazione = (interesse × accoglienza × facilità) ÷ (timore × attrito)
Non occorre che la formula sia matematicamente corretta. Del resto, anche Asimov si guardò bene dal mostrare tutti i calcoli di Hari Seldon.
L’interesse è la voglia di parlare di fotografia, mostrare un’immagine, chiedere un consiglio o confrontare un’esperienza.
L’accoglienza è la sensazione che quell’intervento sia pertinente e gradito.
La facilità è la possibilità di capire subito dove e come pubblicarlo.
Dall’altra parte abbiamo il timore di essere giudicati e l’attrito prodotto da menu, sezioni, titoli, regole reali o soltanto immaginate.
Se aumentiamo l’interesse ma lasciamo invariati timore e attrito, la partecipazione potrebbe non crescere affatto.
In altre parole: non basta che una persona abbia voglia di mostrare una fotografia. Deve anche sentirsi autorizzata a farlo e sapere quale pulsante premere.
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L’effetto del tema comune
I contest di Nikonland ci offrono una dimostrazione quasi scientifica.
Molte persone esitano ad aprire una discussione per pubblicare una propria fotografia. Le stesse persone partecipano senza difficoltà a un contest, specialmente quando il tema è libero.
La fotografia non è cambiata. È cambiato il contesto.
Nel contest:
la discussione esiste già;
il tema fornisce una ragione per partecipare;
tutti stanno compiendo lo stesso gesto;
non occorre presentare la propria immagine come un evento autonomo;
basta rispondere, allegare la fotografia e inviare.
Il tema comune distribuisce il rischio psicologico. Non siamo più soli al centro del palcoscenico: siamo parte di un’attività collettiva.
La psicostoria di Nikonland può quindi formulare una seconda legge:
Le persone partecipano più facilmente quando qualcuno ha già preparato loro il posto.
Non significa che siano pigre. Significa che ogni azione richiede una quantità diversa di energia, sicurezza e motivazione.
La crisi Seldon del nuovo iscritto
Chi arriva su Nikonland incontra un sito con quasi vent’anni di storia, migliaia di contenuti e persone che utilizzano Nikon da decenni.
Noi vediamo un patrimonio.
Il nuovo iscritto può vedere una biblioteca nella quale tutti sembrano avere già letto ogni libro.
Comincia allora la crisi Seldon:
Dove posso scrivere?
Posso commentare questo articolo?
Devo essere Nikonlander?
Posso aprire un blog?
Dove pubblico una fotografia?
E se dico una sciocchezza?
Queste domande non rivelano necessariamente che il sito sia troppo complicato. Rivelano che chi lo conosce da anni considera ovvie molte cose che per un nuovo visitatore non lo sono affatto.
Le guide che stiamo pubblicando in questi giorni servono a ridurre questa distanza.
Non intendono obbligare nessuno a partecipare. Spiegano semplicemente quali porte esistono e che cosa si trova dall’altra parte.
La porta resta sempre aperta. Ma anche una porta aperta serve a poco se, vista dal corridoio, sembra quella del ripostiglio.
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Poi arrivò il Mulo
Nel Piano Seldon esiste una variabile imprevista capace di alterare il comportamento delle masse: il Mulo.
Nella nostra modesta trasposizione nikonlandiana, il Mulo ha un nome facilmente riconoscibile:
Facebook.
Facebook non ha inventato la fotografia superficiale, il commento inutile o la pigrizia. Ha però addestrato milioni di persone a un comportamento estremamente preciso:
guardare rapidamente;
premere un like;
eventualmente scrivere «Bella!»;
passare al contenuto successivo;
dimenticare quasi tutto entro pochi minuti.
Un’intera generazione, compresa una notevole quantità di boomer, è stata sottoposta per anni a questo allenamento. Non possiamo poi stupirci se, entrando in un forum, trova faticoso aprire una discussione, darle un titolo, spiegare il contesto e attendere risposte ragionate.
Facebook li ha drogati con la facilità.
Non con una sostanza proibita, ma con un sistema nel quale ogni gesto è rapido, gratificante e immediatamente sostituito dal successivo.
Il Mulo ha quindi mandato fuori strada il nostro Piano Seldon. Stavamo costruendo archivi, discussioni e progetti proprio mentre il resto della rete insegnava a scorrere, reagire e dimenticare.
Non dobbiamo trasformarci in Facebook
La soluzione non consiste nell’eliminare ogni soglia e trasformare Nikonland in un flusso indistinto di fotografie, like e pollici alzati.
Se copiassimo completamente Facebook, perderemmo proprio ciò che rende Nikonland utile: la memoria, la possibilità di approfondire, la ricerca, il confronto e la permanenza dei contenuti.
Possiamo però imparare qualcosa dal suo successo.
Quando un gesto è troppo complicato, le persone lo compiono meno.
Quando un luogo non è chiaramente indicato, viene frequentato poco.
Quando per partecipare sembra necessario conoscere già tutte le regole, molti rinunciano prima ancora di provare.
Ridurre l’attrito non significa abbassare la qualità. Significa evitare che la qualità venga utilizzata come scusa per costruire un ingresso inutilmente difficile.
Il Piano Seldon di Nikonland
Il nostro piano non deve prevedere che cosa farà ogni singolo iscritto. Deve creare condizioni nelle quali partecipare risulti naturale per chi desidera farlo.
Per esempio:
spiegare chiaramente dove presentarsi;
mostrare come cercare i contenuti con Google;
distinguere il forum dal blog;
ricordare chi può aprire un blog personale;
spiegare come commentare una fotografia andando oltre il like;
rassicurare chi teme di non essere abbastanza competente;
offrire attività collettive nelle quali sia facile pubblicare;
rendere la fotografia visibile quanto l’attrezzatura.
Nessuno di questi interventi obbliga a scrivere.
Non introduciamo quote minime di commenti, piani quinquennali di pubblicazione o squadre di incaricati che bussano alla porta chiedendo perché ieri non abbiate messo una fotografia.
Ci limitiamo a osservare il comportamento collettivo e a rimuovere qualche ostacolo.
Hari Seldon avrebbe probabilmente utilizzato formule più complesse. Noi possiamo accontentarci di menu comprensibili, indicazioni chiare e ambienti nei quali le persone non abbiano paura di aprire bocca.
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La Fondazione
Nella storia di Asimov, la Fondazione nasce per conservare la conoscenza durante una lunga epoca di decadenza.
Senza pretendere di salvare la civiltà galattica, anche Nikonland conserva qualcosa: esperienze, fotografie, prove, opinioni e discussioni che altrimenti verrebbero disperse nel flusso effimero dei social network.
Un articolo scritto quindici anni fa può ancora essere cercato e letto. Una discussione può continuare a offrire risposte. Un progetto fotografico può essere seguito nel tempo. Una fotografia non deve necessariamente scomparire sotto cinquanta contenuti nuovi prima dell’ora di cena.
Ma una Fondazione sopravvive soltanto se qualcuno continua ad aggiungere conoscenza a quella ricevuta.
Non sappiamo chi lo farà.
Non possiamo prevedere quale lettore silenzioso deciderà un giorno di scrivere il suo primo commento, pubblicare una fotografia o raccontare un’esperienza.
Possiamo però fare in modo che, quando ne avrà voglia, trovi la porta aperta, l’indicazione giusta e una sedia libera.
Questa non sarà ancora psicostoria.
Ma per amministrare Nikonland potrebbe bastare.
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