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Bill Charlap Trio : And Then Again (Blue Note Records, 2024)

(0 reviews)

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Bill Charlap, pianoforte; Peter Washington, contrabbasso; Kenny Washington, batteria
Blue Note, 2024 – registrato dal vivo al Village Vanguard di New York nel 2023

Bill Charlap Trio, And Then Again: il coraggio di non dover essere nuovi

Esistono dischi che cercano di dichiarare la propria modernità sin dalle prime battute. Modificano gli organici, alterano il suono degli strumenti, contaminano i linguaggi e presentano ogni scelta come una rottura con ciò che è venuto prima.

And Then Again non fa nulla di tutto questo.

Bill Charlap suona un pianoforte acustico insieme a Peter Washington al contrabbasso e Kenny Washington alla batteria. Il programma comprende otto composizioni di Kenny Barron, Jerome Kern, Thelonious Monk, Dave Brubeck, Jimmy Van Heusen, Vincent Youmans, George Gershwin e Victor Young. Nessun brano originale del pianista, nessuna elettronica e nessun tentativo di dimostrare che il trio jazz debba essere reinventato per avere ancora qualcosa da dire.

Eppure il disco non suona vecchio.

La sua modernità non nasce dai materiali utilizzati, ma dal modo in cui tre musicisti, dopo più di venticinque anni trascorsi insieme, riescono ancora a prendere decisioni nell’istante. Ogni tema appartiene alla storia del jazz, ma ogni esecuzione appartiene soltanto a quella sera.

Tre musicisti, non un pianista accompagnato

Charlap, Peter Washington e Kenny Washington formano il proprio trio stabile dal 1997. Un sodalizio tanto lungo può produrre due risultati opposti: la progressiva trasformazione della musica in repertorio oppure una forma di conoscenza reciproca capace di liberare gli interpreti dalla necessità di preparare ogni dettaglio.

And Then Again appartiene decisamente alla seconda categoria.

Il pianoforte non è collocato davanti a una sezione ritmica incaricata di sostenerlo. Contrabbasso e batteria partecipano alla costruzione della forma, suggeriscono deviazioni, modificano gli equilibri e, quando necessario, sottraggono a Charlap il controllo della direzione.

Peter Washington possiede un suono ampio, rotondo e perfettamente leggibile. Il suo walking bass non serve soltanto a stabilire la pulsazione: solleva il trio, offre appoggi al pianista e contemporaneamente ne prepara le successive possibilità armoniche. Non cerca costantemente il primo piano, ma la musica cambierebbe natura se anche una sola delle sue note venisse spostata.

Kenny Washington è ancora più determinante. Può spingere il trio con energia bop, lavorare quasi impercettibilmente con le spazzole oppure frammentare il tempo senza farlo crollare. La batteria non sottolinea ciò che sta già accadendo: provoca reazioni.

Charlap si trova quindi nella condizione ideale. Può affidarsi a due musicisti che conoscono il suo linguaggio abbastanza bene da non limitarsi ad assecondarlo.

L’arte di Bill Charlap

La tradizione pianistica di Charlap attraversa Teddy Wilson, Hank Jones, Tommy Flanagan, Bud Powell, Ahmad Jamal e Bill Evans, senza coincidere completamente con nessuno di loro.

Il suo tocco è luminoso, l’articolazione nitida, il senso dello swing naturale. Possiede una conoscenza enciclopedica della canzone americana, ma non utilizza questa cultura per esibire citazioni o impartire lezioni di storia. Entra in ogni composizione cercando di individuarne il principio generatore: una particolare progressione armonica, il rapporto fra tre note, una modulazione o il modo in cui la melodia modifica la percezione del tempo.

La sua eleganza può trarre in inganno.

Charlap fa apparire spontanee costruzioni molto complesse e non mette mai in evidenza la difficoltà tecnica. Le volate, gli accordi pieni e le sovrapposizioni ritmiche non chiedono di essere ammirati separatamente dalla musica. Sono strumenti della narrazione.

Non prende uno standard per mostrarci quanto sia capace di trasformarlo. Lo interroga finché non trova qualcosa che, pur essendo sempre esistito, non era ancora stato pronunciato in quel modo.

Otto brani, una sola serata

Il disco si apre con And Then Again di Kenny Barron, una pagina attraversata da un’energia quasi parkeriana. Charlap espone immediatamente la propria agilità, ma è Kenny Washington a determinare la temperatura dell’esecuzione. La batteria spinge, interrompe, rilancia; il trio entra in azione senza bisogno di una fase di assestamento.

Il brano stabilisce anche il carattere della serata. Il linguaggio è quello del bop, ma non esiste alcuna volontà di ricostruzione stilistica. I tre musicisti non riproducono un’epoca: utilizzano una grammatica condivisa per parlare al presente.

All the Things You Are comincia con il pianoforte solo. Charlap parte dalla melodia e sembra osservarne la celebre architettura armonica da differenti punti di vista. Quando entrano contrabbasso e batteria, la musica attraversa accenti latini e differenti assetti ritmici prima di trovare uno swing sempre più deciso.

È uno dei brani più rivelatori del disco. La canzone rimane riconoscibile in ogni momento, ma la familiarità non produce sicurezza. Frasi ripetute, improvvise condensazioni armoniche e piccoli spostamenti d’accento introducono una tensione che contraddice l’apparente compostezza del pianista.

In ’Round Midnight, Charlap affronta il rischio più evidente: suonare Monk senza imitarlo e senza levigarne gli spigoli.

Conserva le pause, le dissonanze e la logica asimmetrica della composizione, ma le pronuncia con il proprio suono. Il risultato è meno ruvido dell’originale, inevitabilmente, eppure non diventa decorativo. Charlap comprende che in Monk ogni intervallo, compresi quelli apparentemente più strani, appartiene a una costruzione necessaria. Non corregge quella scrittura per renderla elegante; trova l’eleganza già contenuta al suo interno.

Quando il trio scompare

In Your Own Sweet Way di Dave Brubeck costituisce uno dei vertici dell’album.

La melodia possiede quella naturalezza che fa dimenticare la raffinatezza della struttura armonica. Il trio la espone senza enfasi, lasciandola respirare. Dopo circa un minuto, però, pianoforte e contrabbasso sembrano ritirarsi e Kenny Washington rimane quasi solo.

Non si tratta di un convenzionale assolo di batteria. I piatti producono una trama sospesa, priva di un centro immediatamente riconoscibile. Quando gli altri rientrano, Charlap insiste deliberatamente su una nota contro il tempo. Per qualche istante non è chiaro dove si trovi l’appoggio ritmico e l’intera esecuzione sembra oscillare.

È un passaggio breve ma fondamentale. Dimostra che la libertà del trio non ha bisogno di diventare rumorosa o dichiaratamente sperimentale. Può nascere da una nota ripetuta, da un’assenza o dalla decisione di non risolvere immediatamente una tensione.

Darn That Dream riporta il disco verso la ballad. Charlap ne conosce l’intera storia e lascia affiorare una discreta memoria dell’arrangiamento di Gerry Mulligan per Birth of the Cool. Non è una citazione destinata agli intenditori, ma il riconoscimento che ogni standard porta con sé le interpretazioni che lo hanno preceduto.

Il pianista canta la melodia senza addolcirla eccessivamente. Le linee ascendenti e le successive ricadute conservano il carattere sognante del brano, mentre Peter Washington impedisce alla pulsazione di dissolversi in un tempo puramente contemplativo.

Dall’ironia al silenzio

Sometimes I’m Happy viene trasformata in un blues obliquo e ironico. Un semplice frammento iniziale diventa il punto di partenza per un’esecuzione ricca di deviazioni, bassi improvvisamente scuri e frasi che sembrano scivolare lateralmente rispetto al tempo.

È probabilmente il brano nel quale Charlap mostra più apertamente il piacere di suonare. La sua cultura rimane presente, ma non pesa. Il trio gioca senza perdere la precisione e modifica continuamente il rapporto fra esposizione tematica e improvvisazione.

The Man I Love concentra in poco più di quattro minuti tutto ciò che rende grande questa formazione. La costruzione è compatta, il movimento inesorabile, il dialogo serrato. Charlap inserisce volate di ascendenza tatumiana senza trasformarle in esibizione; Peter Washington mantiene la linea con sovrana sicurezza e Kenny Washington controlla l’intera accelerazione come un meccanismo di precisione.

La conclusiva (I Don’t Stand) a Ghost of a Chance with You cambia completamente prospettiva.

Dopo la mobilità ritmica delle pagine precedenti, Charlap torna alla melodia e le concede il tempo necessario per rivelare la propria malinconia. Il trio riduce progressivamente il gesto, il suono sembra allontanarsi e il pubblico del Village Vanguard rimane quasi sospeso insieme ai musicisti.

Non è un bis sentimentale. È la dimostrazione che, dopo aver esplorato tutte le possibilità del trio, può essere sufficiente pronunciare una canzone con sincerità.

Il Village Vanguard come quarto musicista

And Then Again è stato registrato nel 2023 durante una serata al Village Vanguard di New York. Non è un dettaglio accessorio.

La particolare forma del locale, le sue dimensioni contenute, il palco basso e la vicinanza del pubblico hanno contribuito alla nascita di alcune delle più importanti registrazioni dal vivo della storia del jazz. Il suono non si disperde e i musicisti percepiscono immediatamente ogni variazione prodotta dagli altri.

La ripresa conserva questa intimità senza trasformarla in effetto.

Il pianoforte è presente ma non sovradimensionato. Il contrabbasso possiede profondità, corpo ligneo e una collocazione stabile, senza invadere artificialmente la scena. La batteria mantiene la differenza fra pelle, metallo, bacchette e spazzole; i piatti si espandono nell’ambiente senza diventare taglienti.

Il pubblico è udibile quanto basta per ricordare che stiamo assistendo a un concerto, ma non viene utilizzato per costruire una teatralità estranea alla serata. La scena sonora rimane compatta e credibile, con una dinamica naturale e nessuna ricerca dell’effetto dimostrativo.

L’edizione digitale ad alta risoluzione permette di apprezzare soprattutto le piccole variazioni: il decadimento del pianoforte, la vibrazione delle corde del contrabbasso, il passaggio dalle bacchette alle spazzole e gli spostamenti dinamici attraverso i quali i tre musicisti comunicano.

Non è una registrazione progettata per impressionare l’impianto. È una registrazione che permette all’impianto di scomparire.

Tradizione e libertà

Chi considera la modernità una conseguenza necessaria della novità potrebbe giudicare And Then Again un disco conservatore.

Il trio non introduce strumenti insoliti, non altera il suono acustico e non sottopone gli standard a demolizioni programmatiche. Charlap non pretende di rifondare il linguaggio del piano trio.

Ma la tradizione non coincide con la ripetizione.

Una lingua resta viva finché qualcuno riesce a utilizzarla per dire qualcosa che gli appartiene. Charlap, Peter Washington e Kenny Washington conoscono il lessico del jazz tanto profondamente da potersi dimenticare della grammatica. Non devono decidere in anticipo come essere originali: la loro identità emerge naturalmente dal modo in cui ascoltano, reagiscono e costruiscono insieme ogni esecuzione.

Il vero soggetto di And Then Again non è quindi il Great American Songbook e nemmeno il pianismo di Bill Charlap.

È il tempo trascorso insieme.

Venticinque anni di concerti permettono ai tre musicisti di affidarsi a un’intuizione comune senza rinunciare alla propria individualità. La precisione non elimina il rischio; lo rende più sottile. La familiarità non produce abitudine; crea la fiducia necessaria per abbandonare il percorso previsto.

And Then Again non è un disco rivoluzionario e non ha alcun bisogno di esserlo.

È jazz suonato da tre uomini che conoscono perfettamente ciò che è venuto prima e sono ancora abbastanza curiosi da non sapere, all’inizio di ogni brano, dove finiranno.

Giudizio artistico: 9/10
Interplay del trio: 10/10
Registrazione: 9/10
Vertice ritmico: In Your Own Sweet Way
Vertice lirico: (I Don’t Stand) a Ghost of a Chance with You
Brano per comprendere il disco: All the Things You Are

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1 Comment

Recommended Comments

happygiraffe

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander

Grazie! Gran bel disco!

Guest
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