Stella Almondo: Liszt Angels & Demons (Naïve, 2026)
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Stella Almondo: Liszt senza protezioni
Angels & Demons — Naïve, 2026
Con Liszt non basta possedere le dita. Le dita, naturalmente, sono indispensabili, ma possono diventare il problema: quando tutto riesce, la tentazione di trasformare la musica in un’esibizione di possibilità tecniche diventa quasi irresistibile. Scale, ottave, accordi, salti, tremoli e masse sonore finiscono per occupare il posto delle idee che dovrebbero rappresentare.
Stella Almondo ha vent’anni e possiede già mezzi pianistici tali da consentirle quasi tutto. La buona notizia è che in Angels & Demons non sembra particolarmente interessata a dimostrarcelo. La tecnica c’è, è impressionante e in alcuni passaggi persino sfacciata, ma viene utilizzata per raccontare un Liszt attraversato da forze contrarie: amore e morte, seduzione e paura, fede e dannazione, luce e tenebra.
Il titolo potrebbe far pensare a una facile alternanza fra pezzi angelici e pezzi demoniaci. Il programma è più intelligente. I due mondi non vengono separati: si contaminano continuamente. Il demone può presentarsi con una voce seducente, mentre la preghiera contiene il presagio della morte. Anche la luce, in Liszt, non è mai completamente innocente.
Il disco è stato pubblicato da Naïve il 12 giugno 2026. Comprende dieci brani per 73 minuti e 24 secondi ed è disponibile su Qobuz in formato 24 bit/96 kHz. Non si tratta di una monografia organizzata cronologicamente né del consueto florilegio di pagine celebri. È un recital costruito come una traversata, aperto dal primo Mephisto-Walzer e concluso dalla Fantasia quasi Sonata dopo una lettura di Dante.
Fra questi due estremi incontriamo Petrarca, Schubert, Schumann, Saint-Saëns, Goethe, Heine, Walter Scott e naturalmente lo stesso Dante. Liszt assorbe poesie, leggende, canti e partiture altrui trasformandoli in teatro pianistico. Stella Almondo accetta la dimensione narrativa di questa musica e, soprattutto, non tenta di ridurne le contraddizioni.
Una pianista che non aspetta il permesso
Di fronte a una pianista tanto giovane si ricorre spesso alla parola “promessa”. È un modo prudente per lodarla senza assumersi la responsabilità di giudicarla nel presente. Dopo questo disco, però, la promessa non mi interessa particolarmente. Stella Almondo è già una pianista.
Non è ancora un’interprete arrivata al termine della propria evoluzione — e vorrei vedere, a vent’anni — ma possiede una qualità molto più rara della semplice sicurezza tecnica: prende posizione. Non attende che la tradizione le indichi quanto deve accelerare, dove deve commuoversi o in quale punto sia consentito liberare tutta la potenza dello strumento.
In qualche occasione anticipa il culmine, forza la transizione o concede all’impeto più spazio di quanto la costruzione complessiva potrebbe sopportare. Ma sono i rischi di chi vuole dire qualcosa, non le incertezze di chi non sa ancora che cosa fare.
Preferisco largamente questa generosità talvolta eccessiva a un Liszt beneducato, accuratamente lucidato e privo di necessità. Stella suona come se ogni pagina la riguardasse personalmente. Non osserva dall’esterno l’inquietudine di Liszt: vi entra.
Il suo pianismo è passionale, ma la passione non coincide sempre con il rumore. La vera prova di maturità arriva quando deve ridurre il peso, sostenere una linea melodica o lasciare che una frase continui a vivere dopo l’attacco. È qui che il disco supera la categoria del debutto spettacolare e comincia a delineare una personalità.
Il programma
Mephisto-Walzer n. 1
Il disco comincia senza presentazioni. Il primo Mephisto-Walzer è una delle pagine nelle quali Liszt porta il pianoforte più vicino a un’intera compagnia teatrale. Ci sono il violino accordato nell’osteria, la danza che prende possesso dei corpi, la seduzione, l’ebbrezza e infine la fuga notturna di Faust con la ragazza.
Stella Almondo non tenta di rendere rispettabile la scena. Attacca con energia, differenzia bene i piani e conserva sotto la massa degli accordi il carattere irregolare, quasi animale, della danza. La velocità non cancella completamente i dettagli e il passaggio verso gli episodi seduttivi non viene trasformato in una semplice pausa prima della successiva esplosione.
In alcuni momenti vorrei una maggiore attesa, un poco più di malizia e meno desiderio di raggiungere immediatamente la temperatura massima. Méphisto non è soltanto furia: è soprattutto persuasione. Stella possiede già il fuoco; l’arte di farlo covare sotto la cenere potrà diventare ancora più sottile.
Resta comunque un’apertura travolgente, capace di stabilire immediatamente che il disco non sarà un esercizio di cautela.
Sonetto 104 del Petrarca
Il passaggio al Sonetto 104 è rivelatore. Il testo di Petrarca vive di opposizioni: pace e guerra, speranza e timore, ardore e gelo. Non ci siamo quindi allontanati dal tema del disco; siamo entrati in un altro genere di tormento.
Qui Stella dimostra di possedere un canto autentico. La melodia non viene semplicemente fatta emergere sopra l’accompagnamento, ma sembra nascere dal corpo armonico del pianoforte. Le frasi si espandono senza perdere direzione e il suono rimane pieno anche quando la dinamica si ritira.
È una lettura giovane nel senso migliore: generosa, aperta, ancora disposta a credere completamente nell’enormità dei sentimenti espressi. Non vi trovo ironia né distacco, ma non ne sento la mancanza.
Erlkönig
Nella trascrizione lisztiana del Lied di Schubert il pianoforte deve diventare narratore, padre, bambino, cavallo lanciato nella notte e voce insinuante del Re degli Elfi. L’interprete non dispone delle parole, ma deve conservarne i personaggi.
Almondo domina la terribile continuità fisica della scrittura senza ridurre tutto a una galoppata. La mano che sostiene la pulsazione rimane incalzante, mentre le voci emergono con colori differenti. Il Re degli Elfi non urla: seduce. È proprio questa relativa dolcezza a renderlo minaccioso.
La tensione cresce con naturalezza e l’ultimo precipitare verso la morte non ha bisogno di essere sottolineato teatralmente. La giovane pianista dimostra di aver compreso che l’orrore più efficace arriva quando il racconto continua ad avanzare senza fermarsi per mostrarcelo.
Danse macabre
La Danse macabre è già una trascrizione di Liszt del poema sinfonico di Saint-Saëns, ulteriormente trasformata dalla fantasia di Vladimir Horowitz. Siamo quindi davanti a una trascrizione elevata al quadrato, nella quale il pianoforte tenta di sostituire un’orchestra e, contemporaneamente, di superarla.
Stella si trova evidentemente a proprio agio. Possiede la potenza, la precisione e soprattutto il gusto per il rischio necessari a tenere in vita questa macchina virtuosistica. Il ritmo mantiene qualcosa di scheletrico, le percussioni non diventano soltanto pesantezza e gli improvvisi cambi di prospettiva producono un’ironia quasi beffarda.
È forse il brano più apertamente spettacolare dell’album, ma non il più importante. Dimostra che Stella può affrontare l’impossibile; le pagine successive ci diranno che sa fare anche altro.
Liebeslied e la terza Consolation
Il centro del programma non è occupato dal fragore, bensì da due confessioni.
In Liebeslied, trascrizione lisztiana della Widmung di Schumann, la pianista lascia cantare il tema senza coprirlo di profumo. La dichiarazione amorosa rimane intensa ma conserva dignità, sostenuta da un accompagnamento mobile che non diventa semplice sfondo.
La terza Consolation è ancora più esposta. Poche pagine sono state tanto facilmente trasformate in musica da salotto. Stella ne evita la leziosità attraverso un tempo che respira e un suono raccolto, mai impoverito. Non cerca di rendere importante ogni nota: permette alla melodia di procedere con naturalezza.
È qui che la sua interpretazione mi convince definitivamente. Il Mephisto-Walzer poteva avermi impressionato; la Consolation mi fa ascoltare la musicista.
Die Loreley
La Lorelei non è un demone nel senso tradizionale. È una bellezza che canta sopra una rupe e conduce il navigante alla morte. Ancora una volta, in questo programma, il male non si presenta con un volto mostruoso: assume la forma del desiderio.
Almondo costruisce il brano come una ballata senza voce. Il canto emerge gradualmente, si allarga e finisce per dominare lo spazio, mentre sotto di esso continua a scorrere l’acqua. Il rischio sarebbe trasformare ogni aumento dinamico in una dichiarazione romantica generica. La pianista conserva invece un elemento ipnotico, una distanza che rende il culmine più inquietante.
Wilde Jagd
L’ottavo degli Studi trascendentali riporta in primo piano l’energia fisica. La caccia selvaggia passa come una forza incapace di fermarsi, ma la scrittura richiede una disciplina feroce: gli accenti devono mordere senza frantumare la continuità.
Stella la affronta con slancio impetuoso. Il ritmo è netto, le ottave hanno peso e i passaggi più esposti vengono superati senza che si avverta il calcolo tecnico necessario a realizzarli.
Qui la giovane età si sente nella voglia di correre insieme alla caccia più che di osservarne l’architettura. Ma sarebbe difficile rimproverarle di possedere troppa energia in una pagina che vive precisamente di energia. Non è ancora la più profonda Wilde Jagd che abbia ascoltato; è certamente una delle meno addomesticate.
Ave Maria
Dopo la caccia arriva la preghiera. Liszt trascrive il Lied di Schubert distribuendo sul pianoforte la voce, il sostegno armonico e l’atmosfera raccolta dell’originale.
Almondo non immobilizza la pagina in un santino. Conserva il movimento della frase e lascia che il canto si sviluppi con semplicità. La dinamica rimane controllata, ma il suono non perde presenza; la luce non viene ottenuta rendendo tutto pallido.
La collocazione immediatamente precedente alla Dante-Sonate è decisiva. Non rappresenta una conclusione religiosa, ma un momento di sospensione prima dell’ultima discesa.
Après une lecture du Dante
Tutto il disco conduce a questi diciassette minuti.
La Fantasia quasi Sonata raccoglie inferno, terrore, desiderio, visione e trasfigurazione. Il celebre intervallo di tritono non è soltanto un segnale del demoniaco: diventa la materia dalla quale Liszt costruisce un percorso enorme, capace di portare il pianoforte dall’abisso alla luce.
Stella Almondo non affronta la pagina con prudenza. Le ottave iniziali possiedono un carattere perentorio e il primo sviluppo procede con una tensione quasi febbrile. Nei passaggi lirici sa cambiare peso e colore, evitando che l’intera composizione rimanga imprigionata nella stessa temperatura.
Qualche culmine arriva forse troppo presto. Una costruzione di queste dimensioni richiede non soltanto potenza, ma la capacità di conservarne una parte per ciò che deve ancora accadere. La pianista tende occasionalmente a vivere ogni episodio come se fosse già quello definitivo.
Eppure la forma non crolla. Il ritorno del materiale viene riconosciuto, le trasformazioni restano leggibili e l’ultima parte non suona come un’appendice trionfale. Vi è la percezione di un cammino compiuto.
Non è una Dante-Sonate definitiva — espressione che, riferita a una ventenne, sarebbe peraltro assurda — ma è una lettura vera. Non cerca di assomigliare a quelle che l’hanno preceduta e non domanda protezione alla giovane età dell’interprete.
Il suono
La ripresa colloca il pianoforte molto vicino all’ascoltatore, ma non dentro la meccanica. L’attacco è netto, il registro grave possiede massa e quello acuto conserva brillantezza senza diventare metallico. La prospettiva favorisce inevitabilmente la componente fisica del pianismo di Almondo, soprattutto nel Mephisto-Walzer, nella Danse macabre e nella Dante-Sonate.
La registrazione, però, sa arretrare quando la musica lo richiede. Nella Consolation e nell’Ave Maria restano udibili il decadimento delle note e le variazioni minime di peso. Il pedale non viene trasformato in una nebbia artificiale e i passaggi più densi conservano una buona distinzione dei piani.
L’edizione 24/96 disponibile su Qobuz conserva efficacemente una ripresa dinamica e molto presente. Come sempre, non è il numero di bit a creare la qualità: sono il posizionamento, l’equilibrio e il lavoro di produzione. Qui sono al servizio di un pianismo che ha bisogno tanto dell’impatto quanto del silenzio.
Stella, non “la giovane Stella”
Il rischio, parlando di un’interprete ventenne, è dedicare più spazio all’età che alla musica. L’età spiega la precocità di certi risultati, ma non deve trasformarsi in una categoria critica.
Non ascoltiamo un disco notevole “per una ragazza così giovane”. Ascoltiamo un disco notevole. Alcune scelte potranno maturare, determinati rapporti fra i tempi potranno trovare un respiro più ampio e la gestione delle grandi architetture diventerà probabilmente ancora più consapevole. Ma il carattere, il suono e l’istinto narrativo sono già presenti.
Soprattutto, Stella Almondo non sembra utilizzare Liszt per mostrare se stessa. È attratta dalla sua smisuratezza perché vi riconosce qualcosa che le appartiene: la necessità di passare in pochi istanti dall’impeto alla fragilità, dalla sfida alla confessione.
La passione, in musica, non costituisce da sola una garanzia. Può produrre disordine, enfasi e persino cattivo gusto. In questo disco, invece, diventa quasi sempre una forma di conoscenza. Stella comprende Liszt perché non ha paura di lasciarsi coinvolgere.
In conclusione
Angels & Demons è il secondo album di una pianista che ha deciso di non procedere per gradi. Dopo il repertorio russo di Passion, Stella Almondo affronta uno degli autori più pericolosi per chi possiede una grande tecnica: Liszt può trasformare con facilità il talento in esibizionismo.
Lei evita quasi sempre la trappola. Nei brani demoniaci suona con un’energia che non ha nulla di scolastico; in quelli lirici trova un canto ampio e sincero; nella Dante-Sonate tenta una costruzione che forse non controlla ancora in ogni proporzione, ma che vive dall’inizio alla fine.
Non mi interessa sapere se a vent’anni abbia già raggiunto la maturità. Mi interessa che abbia qualcosa da dire e il coraggio di dirlo senza protezioni.
Stella Almondo è molto brava. È passionale, impetuosa e talvolta persino eccessiva. Ma l’eccesso appartiene a Liszt assai più della prudenza.
Questo disco non chiede soggezione davanti al repertorio e non deve suscitarne davanti alle grandi incisioni del passato. Possiamo ascoltarlo accanto a Berman, Cziffra, Bolet, Horowitz o Trifonov senza pretendere che Stella li sconfigga e senza utilizzarli per ridimensionarla.
Non è ancora un monumento. È una presenza. E si fa ascoltare.
Giudizio artistico: 8,5/10
Interpretazione: 9/10
Registrazione: 9/10
Vertice lirico: Sonetto 104 del Petrarca
Rivelazione musicale: Consolation n. 3
Vertice spettacolare: Danse macabre
Opera decisiva: Après une lecture du Dante
Stella Almondo in breve
Stella Almondo è nata a Monaco nel 2006, ha cominciato a studiare pianoforte a tre anni e ha tenuto il primo recital a dieci. Dopo la formazione con Igor Lazko, a sedici anni è stata ammessa all’unanimità al Conservatoire National Supérieur de Musique et de Danse di Parigi, nella classe di Marie-Josèphe Jude. Ha inoltre conseguito l’Artist Diploma all’École Normale de Musique de Paris, studiando con Nicolas Bringuier.
Nel 2021 ha ricevuto il Maria Callas Award come “Best Music Talent”; l’anno successivo ha ottenuto il Primo Gran Premio al Concorso Internazionale Scriabin di Parigi. Dal 2023 è Young Steinway Artist.
Si è già esibita all’Opéra di Monte-Carlo, alla Salle Gaveau e alla Salle Cortot di Parigi, all’Opéra di Reims e in numerosi festival francesi. Ha suonato come solista con l’Orchestre National de Cannes, la Helsingborg Symphony Orchestra e la Slovak Sinfonietta; in ambito cameristico ha collaborato, fra gli altri, con Gautier Capuçon, il Quartetto Modigliani, Théo Fouchenneret e Pierre Fouchenneret.
Il suo primo disco, Passion, pubblicato da Naïve nel 2024, riuniva Blumenfeld, Rachmaninov e Scriabin e aveva già rivelato la naturale affinità della pianista con il repertorio di grande intensità romantica. Angels & Demons non rappresenta quindi un cambiamento di direzione, ma un passo ulteriore: dalla passione slava al teatro spirituale di Liszt. Biografia ufficiale
Da accostare, non da usare contro di lei
Queste registrazioni non servono a stabilire una graduatoria. Illuminano aspetti differenti delle opere affrontate da Stella Almondo e permettono di ascoltare quanto spazio rimanga ancora all’interpretazione.
Lazar Berman — Liszt: Années de pèlerinage (Deutsche Grammophon)
Per il Sonetto 104 e soprattutto per la Dante-Sonate. Berman possiede una concezione architettonica più ampia, lascia sedimentare le transizioni e raggiunge i culmini senza anticiparli. Almondo risponde con maggiore immediatezza e una tensione più scoperta. Non è un confronto umiliante: mostra semplicemente che la monumentalità può nascere dal tempo quanto dalla potenza. Ascolto su Qobuz
György Cziffra — Mephisto-Walzer n. 1 (Warner/Erato)
Cziffra sembra inventare la musica mentre la esegue. Il suo Méphisto cambia direzione, colore e umore con una libertà quasi insolente. Stella è più frontale e meno imprevedibile, ma possiede abbastanza temperamento da non apparire una diligente allieva posta accanto al maestro. La differenza più interessante è nella seduzione: Cziffra insinua dove Almondo incendia.
Vladimir Horowitz — Danse macabre da Horowitz Plays Liszt (Sony/RCA)
Il confronto è inevitabile perché Stella utilizza proprio la versione elaborata da Horowitz. Nell’incisione del 1942 ogni deformazione ritmica e ogni esplosione sembrano nascere da una fantasia diabolica. Almondo non possiede ancora la stessa libertà illusionistica, ma restituisce alla pagina una forza moderna, fisica e sorprendentemente controllata. Non replica Horowitz: prende sul serio la sua provocazione.
Jorge Bolet — Liszt: Schubert Song Transcriptions (Decca)
Da ascoltare per Erlkönig e Ave Maria. Bolet ricorda che una trascrizione pianistica deve continuare a respirare come una voce. Il suo suono è sontuoso senza ostentazione e la linea melodica conserva sempre la priorità. Stella è più drammatica e nervosa; Bolet più aristocratico. Sono due modi opposti, entrambi legittimi, di trasformare il pianoforte in racconto.
Daniil Trifonov — Transcendental (Deutsche Grammophon)
Il confronto più vicino alla nostra epoca, particolarmente utile per Wilde Jagd. Trifonov unisce velocità, immaginazione timbrica e una capacità quasi inquietante di far dimenticare la difficoltà tecnica. Almondo è meno sfuggente e più terrena: si sente il corpo che partecipa alla caccia. Trifonov evoca il fenomeno; Stella sembra attraversarlo. Ascolto su Qobuz
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