Skip to content
View in the app

A better way to browse. Learn more.

Nikonland.it

A full-screen app on your home screen with push notifications, badges and more.

To install this app on iOS and iPadOS
  1. Tap the Share icon in Safari
  2. Scroll the menu and tap Add to Home Screen.
  3. Tap Add in the top-right corner.
To install this app on Android
  1. Tap the 3-dot menu (⋮) in the top-right corner of the browser.
  2. Tap Add to Home screen or Install app.
  3. Confirm by tapping Install.

Anthony Hopkins : Life is a Dream (Decca agosto 2026)

(0 reviews)

kvqvyhfi2zzdo_600.jpg

Life is a Dream
Musica composta da Sir Anthony Hopkins
Gustavo Dudamel alla testa della Philarmonia Orchestra.
Decca agosto 2026

Anthony Hopkins, Life Is a Dream: il compositore nascosto dentro il grande attore

Non è un brutto disco. Ma è un disco musicalmente modesto, enormemente nobilitato da chi lo esegue e da come è stato prodotto.

Occorre dirlo subito, perché la presenza di Anthony Hopkins rende difficile mantenere separate ammirazione e valutazione. Per chi lo considera uno dei più grandi attori viventi, ascoltare la sua musica provoca quasi un riflesso di benevolenza. Non vorremmo negargli proprio ciò che siamo disposti a riconoscere a qualunque artista meno celebre: il diritto di esprimersi, sperimentare e mostrare una parte differente di sé.

E Anthony Hopkins non si è improvvisato compositore a ottantotto anni. Studia pianoforte dall’infanzia, scrive musica da oltre sessant’anni e ha continuato a farlo parallelamente alla carriera teatrale e cinematografica. Alcune delle pagine raccolte in Life Is a Dream risalgono alla giovinezza; altre sono nate successivamente e sono dedicate ai luoghi e alle persone della sua vita.

Non siamo quindi davanti al passatempo estemporaneo di un attore famoso al quale una casa discografica abbia messo a disposizione una grande orchestra. Questa musica rappresenta una parte autentica della sua storia.

Ma la sincerità non basta automaticamente a produrre grande musica.

Un’autobiografia in dodici quadri

Life Is a Dream raccoglie dodici composizioni ispirate all’infanzia gallese di Hopkins, alla famiglia, alla moglie Stella, alla città di Margam, alle strade percorse da bambino e al cinema che per primo ne accese l’immaginazione.

Il disco è costruito come una successione di ricordi. Non segue un arco sinfonico unitario e non pretende di farlo: ogni brano apre una finestra sopra un luogo, una persona o un momento. Il titolo stesso suggerisce una memoria ormai osservata da lontano, nella quale avvenimenti reali e immagini interiori hanno finito per sovrapporsi.

Hopkins possiede un autentico istinto narrativo. Sa introdurre un’atmosfera, suggerire un paesaggio, far entrare un personaggio e condurre rapidamente verso un’emozione riconoscibile. È, in fondo, la medesima capacità che ha dimostrato per tutta la vita davanti alla macchina da presa.

Il problema è che una successione efficace di atmosfere non costruisce necessariamente un pensiero musicale.

Le idee vengono esposte con chiarezza, rivestite sontuosamente, condotte verso una culminazione e poi congedate. Raramente sono sottoposte a una trasformazione profonda. Non si ha spesso la sensazione che un tema generi conseguenze necessarie: arriva piuttosto un’altra immagine, un altro colore, un’altra emozione.

È una musica che racconta molto, ma sviluppa poco.

La musica che Hopkins ha amato

Gli ascolti di Hopkins emergono con grande evidenza. C’è il sinfonismo britannico di Elgar, Vaughan Williams e Delius; c’è la musica cinematografica americana, con le sue ampie melodie affidate agli archi e le sue improvvise aperture degli ottoni; affiorano qua e là Khachaturian, John Williams, le grandi ballate orchestrali del dopoguerra e il gusto celebrativo della tradizione gallese.

Non parlerei di imitazione intenzionale. Hopkins compone dentro la musica che ha amato, con la naturalezza di chi ne ha assimilato il vocabolario durante una vita intera. Non possiede però una voce abbastanza individuale da trasformarne completamente le tracce.

Il suo linguaggio rimane tonale, melodico, immediatamente accessibile. Non mostra alcun interesse per le avanguardie, per la ricerca timbrica fine a se stessa o per la complessità come attestato di modernità. Tutto deve comunicare, possibilmente al primo ascolto.

È una scelta legittima. La semplicità non rappresenta una colpa e l’immediatezza non coincide necessariamente con la superficialità. Ma quando la musica utilizza strumenti già profondamente familiari, deve trovare nel trattamento delle idee, nella forma o nell’invenzione melodica una ragione per non sembrare soltanto già ascoltata.

Life Is a Dream non sempre la trova.

Il gigantesco abito orchestrale

Gustavo Dudamel dirige con convinzione e generosità. La Philharmonia Orchestra suona magnificamente; Sergio Tiempo al pianoforte e Gregorio Nieto al violoncello conferiscono vera qualità alle parti solistiche. Il Bach Choir e i ragazzi della Cattedrale di Winchester aggiungono ulteriore ampiezza alle pagine corali.

La registrazione Decca è sontuosa: spaziosa, dinamica, ricca di colore, capace di rendere tanto il dettaglio strumentale quanto le grandi masse orchestrali. Ogni elemento del disco viene presentato al livello tecnico più alto possibile.

Ed è proprio qui che nasce la principale perplessità.

Sentiamo idee spesso intime, private e relativamente semplici presentate come grandi eventi sinfonici. Quando entrano gli archi al completo, gli ottoni, le percussioni e il coro, tutto sembra annunciare una rivelazione. Non sempre la rivelazione arriva.

L’orchestra amplifica magnificamente l’emozione, ma talvolta finisce anche per mettere in evidenza la sostanza limitata del materiale. L’abito è tagliato splendidamente; in qualche occasione appare però più grande dell’uomo che lo indossa.

Con un ensemble ridotto, un pianoforte, un violoncello e pochi altri strumenti, alcune di queste composizioni avrebbero forse conservato maggiore intimità e acquistato più verità. La produzione sinfonica tende invece a trasformare ogni ricordo nella colonna sonora del ricordo stesso.

Quando il disco funziona meglio

Hopkins convince maggiormente quando rinuncia alla proclamazione e rimane vicino alla memoria.

Bracken Road, secondo movimento della suite 1947, nasce da una melodia concepita nel 1963, mentre il giovane Hopkins lavorava al Liverpool Playhouse. Possiede una malinconia autentica, con inflessioni da ballata orchestrale e un pianoforte che sembra ricostruire il ricordo mentre lo attraversa.

Margam, dedicata al luogo della sua infanzia, conserva un calore affettuoso e non ha bisogno di dimostrare altro. Farewell My Love e Stella Aria, rivolte alla moglie, funzionano proprio perché non nascondono il proprio sentimentalismo. Non sono pagine profonde nel senso strutturale del termine, ma sono sincere, comunicative e scritte senza ironiche precauzioni.

And the Waltz Goes On rappresenta forse il caso più evidente: elegante, piacevole e immediatamente memorizzabile, appartiene più al mondo del grande intrattenimento orchestrale che a quello del poema sinfonico. Non c’è nulla di offensivo in questo. Occorre soltanto chiamare le cose con il loro nome.

Nei brani più energici — Fanfare and March, Circus, The Eagle — emerge invece l’uomo di teatro e di cinema. Hopkins sa perfettamente quando debba accadere qualcosa: un ingresso degli ottoni, una svolta ritmica, un addensamento orchestrale, una conclusione spettacolare.

Molto meno personale appare il linguaggio con il quale quel qualcosa accade.

Un disco che vive di addii

Dietro la varietà dei brani si avverte un tema comune: il congedo.

Hopkins guarda all’infanzia, ai genitori, ai luoghi della giovinezza e alle persone amate dalla prospettiva di un uomo arrivato a ottantotto anni. La nostalgia non è quindi un semplice espediente estetico. Nasce dalla consapevolezza che la vita sia costituita anche da una successione di separazioni: dall’infanzia, dai luoghi, dalle persone e infine da noi stessi.

Questo spiega l’emozione autentica che attraversa il disco e impedisce di liquidarlo come una semplice operazione commerciale. Hopkins non utilizza l’orchestra per dimostrare di essere anche un compositore. Sembra piuttosto voler affidare alla musica qualcosa che la parola e la recitazione non gli permettono di dire nello stesso modo.

Non tutto ciò che è profondamente sentito diventa necessariamente altrettanto profondo per chi ascolta. Ma il sentimento che alimenta queste pagine non è artefatto.

Il dilettante nel senso più nobile

La venerazione per Anthony Hopkins attore non deve diventare un ostacolo al giudizio. Possiamo continuare a considerarlo uno dei massimi interpreti del nostro tempo e riconoscere che, come compositore, è un autore dotato, sincero e colto, ma sostanzialmente dilettante.

Uso “dilettante” nel suo significato più nobile: qualcuno che crea per amore, per necessità personale e perché non potrebbe fare diversamente.

Non tutti gli artisti devono raggiungere la stessa grandezza in ogni linguaggio. Hopkins pittore non deve necessariamente essere Francis Bacon; Hopkins pianista non deve essere Sergio Tiempo; Hopkins compositore non deve diventare Elgar soltanto perché Hopkins attore è stato Hannibal Lecter, Stevens, Lear e tanti altri personaggi indimenticabili.

Trovo anzi commovente che un uomo arrivato a quell’età, dopo aver raggiunto tutto ciò che poteva raggiungere nella propria arte, abbia ancora il coraggio di mostrare al pubblico una parte più fragile di sé.

Questa musica non possiede la precisione psicologica, l’ambiguità, l’economia del gesto e la capacità di trasformazione che hanno reso immensa la sua recitazione. Ma ci permette di vedere l’uomo dietro l’attore: il figlio del fornaio gallese, il bambino seduto al pianoforte, il giovane che improvvisava prima delle prove, il marito che dedica una melodia alla moglie e l’anziano che guarda la propria vita come qualcosa di reale e insieme già sognato.

In conclusione

Life Is a Dream è un album piacevole, affettuoso, molto ben realizzato e perfettamente ascoltabile. Non è però particolarmente necessario sul piano strettamente musicale.

Ha più valore come autoritratto di Anthony Hopkins che come raccolta di musica orchestrale contemporanea. Le composizioni sono sincere, melodiche e comunicative, ma spesso derivative, poco sviluppate e sovradimensionate dall’apparato sinfonico. Dudamel, la Philharmonia e la produzione Decca conferiscono loro una magnificenza che non sempre nasce dalle partiture.

Non lo stroncherei. Non ne avverto la vanità, il calcolo o la presunzione. Ma non gli attribuirei nemmeno, per rispetto verso Hopkins stesso, una profondità musicale pari a quella della sua arte interpretativa.

Life Is a Dream non ci rivela un grande compositore rimasto accidentalmente nascosto dentro un grande attore.

Ci rivela qualcosa di forse più umano: un grande attore che per tutta la vita ha avuto bisogno anche di comporre.

E questo merita rispetto. Non necessariamente venerazione.

Musica: 6,5/10
Sincerità e valore autobiografico: 9/10
Esecuzione: 9/10
Registrazione e produzione: 9/10
Giudizio complessivo: 7/10

2 Comments

Recommended Comments

happygiraffe

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander

Se lo sarà autoprodotto in un momento di megalomania senile?

Lo ammiro tantissimo come attore, ma qui...insomma...

Avrei capito lo avesse pubblicato un etichetta più piccola, ma qui abbiamo Decca, Dudamel, la Philarmonia!

Alessandro Pisano

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

Quando ho visto la pubblicazione stentavo a crederci poi mi sono documentato ed ho letto letto che già all'età di 4 anni "suonava" musica Sir Anthony.

E' vero, è difficile mantenere separate ammirazione e valutazione ma personalmente il disco mi è piaciuto molto, e sono d'accordo che alcuni brani sembrano richiamare il cinema romantico americano che Lui deve aver molto amato.

Guest
Add a comment...

Account

Navigation

Search

Search

Configure browser push notifications

Chrome (Android)
  1. Tap the lock icon next to the address bar.
  2. Tap Permissions → Notifications.
  3. Adjust your preference.
Chrome (Desktop)
  1. Click the padlock icon in the address bar.
  2. Select Site settings.
  3. Find Notifications and adjust your preference.