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Deep Purple, Machine Head (Purple Records, 1972)

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Nel dicembre del 1971 i Deep Purple arrivarono a Montreux con un progetto semplice: registrare un disco dal vivo in studio, riducendo sovraincisioni e artifici al minimo. Avevano affittato il Rolling Stones Mobile Studio e scelto il Casinò cittadino come sala di ripresa. Tutto molto razionale, salvo il fatto che il Casinò prese fuoco durante un concerto di Frank Zappa, il Pavilion nel quale ripiegarono attirò immediatamente la polizia e il gruppo dovette infine occupare un Grand Hotel chiuso per l’inverno.

Per realizzare il disco più ordinato della propria carriera, insomma, i Deep Purple dovettero prima incendiare involontariamente Montreux, farsi cacciare da un teatro e trasformare i corridoi di un albergo vuoto in uno studio di registrazione.

Il risultato fu Machine Head, pubblicato il 25 marzo 1972: sette brani, meno di quaranta minuti e neppure una nota superflua. Non soltanto uno dei grandi dischi dell’hard rock, ma l’istante preciso nel quale cinque virtuosi smisero di contendersi il centro del palco e diventarono una macchina collettiva.

I cinque uomini della macchina

Questa è la formazione Mark II dei Deep Purple, quella sulla quale si è costruita la leggenda:

  • Ian Gillan — voce, armonica

  • Ritchie Blackmore — chitarra

  • Jon Lord — organo Hammond e tastiere

  • Roger Glover — basso

  • Ian Paice — batteria e percussioni

Producono loro stessi; Martin Birch registra e miscela con Jeremy “Bear” Gee come assistente.

Nessuno dei cinque accompagna semplicemente gli altri. La chitarra di Blackmore e l’Hammond di Lord occupano lo stesso spazio drammatico; Glover tiene insieme armonia, ritmo e dinamica; Paice fa respirare una musica che, con un batterista meno mobile, sarebbe diventata una marcia militare; Gillan passa dal canto quasi confidenziale all’urlo senza perdere intonazione né identità.

L’elemento più caratteristico non è quindi la potenza, ma l’equilibrio. I Deep Purple suonano forte, certamente, però sanno anche aspettare, lasciare spazio, accentare in ritardo. Il loro hard rock possiede uno swing che gran parte dei discendenti perderà per strada.

Montreux brucia, il disco prende forma

La storia è nota perché diventerà il testo di Smoke on the Water. Il 4 dicembre 1971, durante l’esibizione di Frank Zappa and the Mothers of Invention, uno spettatore sparò un razzo segnaletico verso il soffitto del Casinò. L’edificio bruciò e il fumo si distese sul lago di Ginevra. Claude Nobs, il “Funky Claude” della canzone, aiutò il pubblico e i musicisti a mettersi in salvo.

Svanita la sala prescelta, i Deep Purple tentarono di lavorare al Pavilion. Il volume provocò una pronta reazione dei residenti e l’arrivo della polizia. Restava il Grand Hotel, vuoto durante la chiusura invernale: strumenti sistemati nei corridoi, materassi contro le porte, cavi trascinati fino allo studio mobile parcheggiato all’esterno.

Questo isolamento forzato fu decisivo. Il gruppo non aveva pubblico, distrazioni o il comfort di uno studio convenzionale. Aveva soltanto se stesso, il proprio repertorio ancora incompleto e la necessità di trasformare rapidamente le idee in esecuzioni definitive.

Machine Head conserva quella concentrazione. Sembra costruito con enormi blocchi sonori, ma ogni blocco è collocato con precisione.

Non soltanto heavy metal

Collocare Machine Head accanto a Led Zeppelin IV e Paranoid è inevitabile: sono tre pilastri della trasformazione del rock britannico in una musica più pesante, fisica e monumentale. Ma i Deep Purple non sono una versione alternativa né degli Zeppelin né dei Black Sabbath.

Blackmore porta nel blues la disciplina della musica europea, Jon Lord tratta Bach come materiale combustibile e Paice non rinuncia mai alla propria formazione jazzistica. Ci sono il boogie, il soul, il funk, il contrappunto e l’improvvisazione. L’organo, spinto attraverso amplificatori Marshall, non colora la chitarra: la affronta.

Per questo Machine Head ha generato molto hard rock ma non è facilmente riducibile al genere. È troppo elastico per essere soltanto metal, troppo disciplinato per essere una jam, troppo fisico per diventare progressive sinfonico. I Deep Purple trovano un punto di equilibrio che durerà poco e proprio per questo resterà irripetibile.

Guida all’ascolto

Highway Star

Il disco non comincia: parte.

Il basso e la batteria costruiscono un motore continuo, mentre chitarra e organo occupano progressivamente l’intera carreggiata. Gillan canta l’automobile come estensione del corpo e della libido, senza alcuna pretesa di profondità letteraria; ma l’architettura musicale è assai più raffinata del testo.

Il solo di Jon Lord è un turbine di Hammond distorto. Quello di Blackmore, preparato con sequenze regolari e figurazioni di ascendenza barocca, sembra Bach proiettato a duecento chilometri orari. Nessuno dei due cerca soltanto l’effetto: i soli sono veri episodi compositivi, con sviluppo, tensione e risoluzione.

È una delle aperture più eloquenti della storia del rock. In poco più di sei minuti presenta potenza, tecnica, velocità e carattere del gruppo senza ancora esaurirne il linguaggio.

Maybe I’m a Leo

Dopo la corsa arriva un riff pesante e leggermente sbilenco. È uno dei brani meno celebrati dell’album e uno dei più rivelatori.

Paice suona dietro al battito, Glover lascia aria tra le note e Blackmore non riempie ogni spazio disponibile. Il peso nasce dal modo in cui i musicisti respirano insieme, non dalla saturazione continua. Gillan adotta un registro più rilassato, quasi soul, mentre Lord interviene con frasi brevi e taglienti.

Chi identifica i Deep Purple soltanto con velocità e volume dovrebbe cominciare da qui. La macchina sa anche procedere lentamente, e proprio allora se ne percepisce meglio la massa.

Pictures of Home

Un’introduzione di batteria annuncia uno dei brani più compatti e completi del disco. Il riff possiede l’urgenza di Highway Star, ma la scrittura è più nervosa: strofe serrate, cambi dinamici e una sequenza di interventi solistici che comprende anche il basso di Glover.

Il testo parla di isolamento e lontananza, un sentimento perfettamente compatibile con cinque inglesi chiusi in un albergo svizzero fuori stagione. Tuttavia non c’è malinconia contemplativa: tutto viene trasformato in movimento.

Paice è magnifico. Suona molto, ma non appesantisce mai; sposta continuamente gli accenti e impedisce alla struttura di diventare meccanica. Il titolo dell’album promette una macchina, il batterista le fornisce articolazioni umane.

Never Before

I Deep Purple la considerarono la canzone più adatta a diventare un singolo. Il pubblico, con la consueta mancanza di rispetto per le previsioni degli artisti e delle case discografiche, decise diversamente.

È il pezzo più esplicitamente funk e soul dell’album: Glover e Paice costruiscono un andamento elastico, Gillan canta con misura e Blackmore rinuncia in parte alla propria severità neoclassica. La sezione centrale rallenta e oscura improvvisamente il paesaggio, prima del ritorno al riff.

Non è il vertice del disco, ma è essenziale alla sua proporzione. Senza Never Before, Machine Head sarebbe più monolitico e meno completo.

Smoke on the Water

Occorre liberarla da cinquant’anni di negozi di strumenti musicali, feste scolastiche e chitarristi alle prime quattro note.

Il riff entra solo, asciutto, quasi spoglio. Poi si aggiungono charleston, rullante, basso e organo. La sua forza non risiede nella difficoltà — evidentemente modesta — ma nella disposizione degli ingressi, nelle pause e nel peso attribuito a ogni accento. Suonare le note è facile; suonarle come Blackmore è un’altra faccenda.

Jon Lord raddoppia e amplia il disegno della chitarra, trasformandolo in una massa sonora più grande dei singoli strumenti. Gillan racconta l’incendio senza mitizzarlo: è una cronaca diretta, popolata da Zappa, Claude Nobs, fumo, panico e un luogo di registrazione perduto.

La canzone divenne celebre soltanto dopo l’uscita dell’album, soprattutto grazie alla programmazione radiofonica americana. Era troppo lunga e troppo poco levigata per sembrare il singolo ideale. Appunto.

Ascoltata senza il peso della celebrità, resta una lezione di orchestrazione rock: pochissimo materiale, organizzato alla perfezione.

Lazy

Il solo elemento pigro è il titolo.

Jon Lord apre con una lunga introduzione nella quale l’Hammond borbotta, geme e infine prende fuoco. Il gruppo entra gradualmente in uno dei blues più mobili e sofisticati del rock britannico. Blackmore alterna frasi tese, silenzi e accelerazioni; Gillan aspetta diversi minuti prima di comparire, canta poche strofe e aggiunge l’armonica.

Lazy è il laboratorio segreto del disco. Dimostra quanto profondamente i Deep Purple conoscano il blues e quanto poco siano interessati a riprodurlo in modo ortodosso. L’esecuzione conserva il carattere di una jam, ma la forma è sorvegliata: ogni divagazione prepara un nuovo ingresso o un aumento di tensione.

È anche il punto nel quale il dualismo Lord-Blackmore raggiunge l’equilibrio migliore. Non una gara di assoli, ma un dialogo tra due modi opposti di produrre lo stesso incendio.

Space Truckin’

Il finale abbandona ogni prudenza. Il testo è fantascienza da fumetto, il riff è elementare, il ritornello sembra costruito per essere urlato da migliaia di persone. Paice spinge il gruppo con un ritmo quasi tribale e Gillan si presenta nella sua forma più sfrontata.

La versione in studio è breve e controllata, ma contiene già ciò che accadrà dal vivo: Space Truckin’ diventerà un territorio aperto, dilatabile fino a venti minuti e oltre.

Qui dura meno di cinque e chiude il disco senza solennità. Dopo tanta precisione, i Deep Purple escono dalla porta facendo rumore.

L’ottava traccia: When a Blind Man Cries

Registrata durante le stesse sessioni e pubblicata come lato B di Never Before, When a Blind Man Cries rimase fuori dall’album originale. Blackmore non l’amava e la formazione Mark II la eseguì raramente.

È una ballata blues scura, spoglia, cantata da Gillan con una vulnerabilità che trova poco spazio nel resto di Machine Head. Bellissima, ma estranea all’arco narrativo del disco: rallenterebbe il passaggio tra Lazy e Space Truckin’ e ne altererebbe la conclusione.

Il remix del 2024 la inserisce proprio in quella posizione. È un esperimento interessante, non una correzione storica. Il vero Machine Head rimane composto da sette tracce; When a Blind Man Cries va ascoltata subito dopo, come l’ombra rimasta fuori dalla fotografia.

Da Machine Head a Made in Japan

Machine Head è il progetto architettonico; Made in Japan è lo stesso edificio durante un terremoto.

Nell’album dal vivo del 1972 le strutture vengono allargate, deformate e sottoposte alla pressione del pubblico. Lazy respira più liberamente, Space Truckin’ diventa una suite improvvisata, Highway Star acquista una violenza quasi incontrollabile.

Ma sarebbe sbagliato considerare le versioni dal vivo semplicemente superiori. La grandezza di Machine Head risiede proprio nella disciplina: cinque musicisti notoriamente competitivi riescono a condensare la propria esuberanza in forme brevi, leggibili e definitive. Il concerto mostra quanto quelle forme potessero espandersi; il disco dimostra perché funzionassero.

Il suono

La registrazione non ricerca la spettacolarità audiophile. Il Grand Hotel non era una sala studiata per incidere e il Rolling Stones Mobile Studio lavorava con cavi stesi lungo corridoi e stanze adattate. Eppure il suono possiede coerenza, presenza e una sorprendente sensazione di spazio.

La batteria di Paice è naturale, veloce e poco gonfiata. Il basso non scende negli abissi delle produzioni moderne ma conserva definizione e funzione ritmica. La chitarra di Blackmore è più asciutta di quanto si ricordi, mentre l’Hammond di Lord occupa una porzione enorme dello spettro e costituisce buona parte del vero peso dell’album.

Gillan è collocato dentro il gruppo, non davanti. Anche nei passaggi più estremi la voce rimane parte dell’impasto strumentale.

Non è un disco levigato. Si sentono la grana del nastro, la saturazione degli amplificatori e qualche asprezza nelle zone superiori. Ripulirlo troppo significherebbe privarlo dell’aria calda che circola tra gli strumenti.


Le edizioni consigliate

Il vinile originale

La prima stampa britannica Purple Records, TPSA 7504, resta il riferimento storico. Ha un suono compatto, energico, con medi ricchi e una fusione molto naturale tra Hammond e chitarra.

Trovarne una copia silenziosa e non consumata costa ormai più del soggiorno al Grand Hotel. Non è indispensabile inseguirla a qualsiasi prezzo: Machine Head è musica, non numismatica.

Il mix originale in 24/96 su Qobuz

È la versione dalla quale consiglio di partire: sette tracce, 37 minuti e 41 secondi, mix stereo originale in alta risoluzione. Conserva le proporzioni e la densità dell’album senza obbligare ad acquistare cofanetti o attraversare decine di bonus track.

È attualmente disponibile su Qobuz in 24 bit/96 kHz. Per conoscere il disco, questa è la scelta di riferimento.

Il remix di Roger Glover del 1997

Realizzato per il venticinquesimo anniversario, separa maggiormente gli strumenti e permette di udire particolari meno evidenti nel mix originale. Alcuni passaggi utilizzano durate o materiali leggermente differenti.

È una lettura autorevole, perché firmata dal bassista e produttore del gruppo, ma resta un complemento. Il mix del 1972 possiede una coesione più brutale e inevitabile.

Remix e remaster 2024

Il remix stereo di Dweezil Zappa apre il quadro, rende la batteria più presente e distingue nettamente chitarra e Hammond. In alcuni momenti è illuminante; in altri fa percepire gli elementi come parti separate di una registrazione che era nata per colpire come un unico corpo.

Il remaster 2024 del mix originale è una buona alternativa moderna, mentre il remix va considerato una reinterpretazione. Interessante, talvolta spettacolare, mai sostitutiva.

I cataloghi Qobuz non sono uniformi: secondo il territorio, alcune edizioni 2024 risultano in 16/44,1, altre in 24/48, mentre il mix originale autonomo è disponibile in 24/96. Conviene quindi controllare non soltanto il titolo, ma anche data, scaletta e risoluzione effettiva.

Machine Head: Super Deluxe Edition

Pubblicata il 29 marzo 2024, raccoglie il remix stereo e Dolby Atmos di Dweezil Zappa, il remaster dell’originale, il vecchio mix quadrifonico americano, registrazioni dal vivo e materiale aggiuntivo in tre CD, LP e Blu-ray. La documentazione completa è disponibile presso Deep Purple e Rhino.

È l’edizione per chi desidera studiare il disco, confrontarne i mix o ascoltarlo in multicanale. Per tutti gli altri, le sette tracce originali bastano e avanzano.

In conclusione

Machine Head viene spesso ridotto a Smoke on the Water, come se la Cappella Sistina fosse famosa soprattutto per il colore di una tenda. In realtà è uno degli album più equilibrati e meglio costruiti del rock degli anni Settanta.

Non ha la mitologia oscura dei Black Sabbath, la sensualità dei Led Zeppelin o l’ambizione cosmica degli Yes. Possiede qualcosa di più concreto: cinque musicisti al massimo delle proprie capacità che accettano, per trentasette minuti, di servire la stessa musica.

Blackmore e Lord si fronteggiano senza annullarsi. Gillan urla senza trasformare tutto in teatro. Glover ordina il traffico senza farsi notare troppo. Paice fa muovere una massa che, nelle mani sbagliate, resterebbe inchiodata a terra.

Mezzo secolo dopo, il disco non sembra un reperto né il documento di un genere nascente. Sembra ancora una band chiusa in un albergo vuoto, con poco tempo, molto volume e nessuna intenzione di sprecare una nota.

Giudizio artistico: 10/10
Registrazione: 8,5/10
Edizione Qobuz 24/96: riferimento consigliato
Brano rivelatore: Lazy
Brano inevitabile: Smoke on the Water
Brano da rivalutare: Maybe I’m a Leo

4 Comments

Recommended Comments

  • Administrator

Re-Machined: quando i nipoti mettono le mani su Machine Head

Nel 2012, per il quarantesimo anniversario di Machine Head, Eagle Rock Entertainment riunì una compagnia tanto prestigiosa quanto eterogenea e affidò a ciascuno un frammento del monumento. Il risultato fu Re-Machined: A Tribute to Deep Purple’s Machine Head: non una ristampa, non un remix e neppure una reinterpretazione unitaria, ma una raccolta di reazioni contemporanee davanti a uno dei testi fondamentali dell’hard rock.

Carlos Santana apre con Smoke on the Water, cantata da Jacoby Shaddix dei Papa Roach: molto Santana, inevitabilmente, e assai meno Blackmore. I Chickenfoot affrontano Highway Star con esuberanza americana; Glenn Hughes, Chad Smith e Luis Maldonado scelgono il passo pesante di Maybe I’m a Leo; i Black Label Society irrobustiscono ulteriormente Pictures of Home, impresa che sembrava quasi superflua.

I Kings of Chaos riuniscono Joe Elliott, Steve Stevens, Duff McKagan e Matt Sorum per Never Before. I Flaming Lips smontano Smoke on the Water e la ricostruiscono secondo la propria logica aliena. Jimmy Barnes e Joe Bonamassa trasformano Lazy in una lunga palestra blues, gli Iron Maiden comprimono Space Truckin’ in poco più di tre minuti e i Metallica scelgono intelligentemente When a Blind Man Cries, il magnifico brano registrato durante le sessioni ma escluso dall’album originale. In alcune edizioni compare inoltre una seconda Highway Star con Glenn Hughes, Steve Vai, Chad Smith e Lachlan Doley.

Il valore del disco non sta nell’uniformità, che semplicemente non esiste. Ogni partecipante tira Machine Head verso il proprio linguaggio: Santana lo latinizza, Bonamassa ne espone le radici blues, gli Iron Maiden ne accentuano la velocità, i Metallica cercano invece la sua zona più scura e vulnerabile. Alcuni rifanno le canzoni; altri finiscono soprattutto per raccontare se stessi. È il rischio inevitabile di ogni tributo e, in questo caso, anche la parte più divertente.

Su Qobuz l’album viene attribuito a Carlos Santana come artista principale, probabilmente perché compare nella traccia d’apertura. È soltanto una bizzarria dei metadati: Santana non firma né dirige l’intero progetto. Re-Machined è una compilation di artisti vari, pubblicata originariamente da Eagle Rock Entertainment e oggi presente nel catalogo earMUSIC.

Non sostituisce Machine Head e non pretende di farlo. Serve piuttosto a misurarne la discendenza: quarant’anni dopo, musicisti provenienti da generazioni e territori differenti potevano ancora riconoscersi in quelle sette canzoni, deformarle e farle proprie senza riuscire a consumarne la forza.

Si ascolta dopo l’originale, possibilmente senza fare confronti nota per nota. Il monumento resta dov’è; intorno, i nipoti fanno parecchio rumore.

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GiulianoM

Nikonlander

  • Nikonlander

Io ho la versione del 25° anniversario curata da Roger Glover, in musica liquida. Però mi sembra che suoni piuttosto bene. Non posso fare paragoni con altre versioni, compreso l'originale,
perché quando sentì per la prima volta questo disco, era registrato su una musicassetta registrata di qualità piuttosto dubbia ☹️

Gian Luca Mandrile

Aspirante Nikonlander

Scoperto a 15 anni e da allora sempre preferiti agli Zeppelin. Ma d’altronde per un patito del prog la scelta era facile…

Equilibrio perfetto che non avrebbero più raggiunto, anche se “Perfect Strangers”, più di un decennio dopo, occupa il suo bel posto nell’Olimpo del gruppo.

Dopo tanti ascolti, su tutte per me resta “Pictures of Home”.

Valerio Brustia

Nikonlander Veterano

  • Nikonlander Veterano

Io sono un pirla. Li ho snobbati ( e sai perché ? Boh) fino agli anni 2000. Mi avevano regalato Made in Japan, iniziai ad ascoltarlo prima in auto, poi con più attenzione. E da lì mi sono dato il titolo.

Ma i nomi del quintetto li conoscevo tutti, perché? Perché come ho avuto modo di scrivere per tempo, quando ero bambino qui dalle mie parti non esisteva un bar di provincia in cui non ci trovavi un clone di Blackmore o Glover al flipper o a sparare cazzate al bancone. Vale per tutta la fu provincia di Novara, cioè dal confine elvetico fino alla Lomellina. I Deep Purple per me erano l’immagine dei giovani uomini degli anni 70, che fossero impiegati dell’Enel, operai metalmeccanici , tecnici della SIP oppure medici di corsia.

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