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Il peso di ogni nota: Hindemith, Britten e Šostakovič secondo Yuri Bashmet e Sviatoslav Richter

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Acquistai questo CD quando ero ragazzo. In quel periodo volevo approfondire la musica di Dmitrij Šostakovič e chiesi consiglio al venditore del negozio nel quale mi rifornivo abitualmente. Lui mi mise in mano questo disco e disse, con assoluta serietà:

«Questo disco mi ha cambiato la vita».

Una frase impegnativa da affidare a un CD, capace di suscitare aspettative smisurate e anche una certa diffidenza. Eppure lo comprai e mi accompagnò nella scoperta dell’ultima Sonata di Šostakovič. Insieme a essa mi fece conoscere Paul Hindemith, del quale allora ignoravo praticamente tutto.

Molti anni dopo, scorrendo il catalogo di Qobuz, ho riconosciuto immediatamente quella stessa copertina. Sono tornati alla memoria il negozio, il venditore e naturalmente la sua frase. Ho rimesso il disco in ascolto.

Il recital fu registrato dal vivo l’8 marzo 1985 alla Paulussaal di Friburgo e ha avuto una storia editoriale piuttosto tortuosa. È comparso sotto diverse etichette, fra le quali Melodija, Mezhdunarodnaya Kniga, Olympia e Alto, oltre che in alcune edizioni giapponesi.

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Un’interpretazione di questa statura ha quindi attraversato quasi clandestinamente la storia del disco, affidata a marchi poco conosciuti e ristampe non sempre facili da rintracciare.

I due interpreti, naturalmente, sconosciuti non erano affatto.

Sviatoslav Richter è stato uno dei massimi pianisti del Novecento, capace di unire controllo architettonico, potenza e un’intensità a tratti inquietante. Yuri Bashmet ha contribuito come pochi altri a dare alla viola una piena identità solistica.

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Nel 1985 Bashmet aveva trentadue anni, Richter quasi settanta. La distanza generazionale si trasforma qui in un equilibrio raro: la voce scura e inquieta della viola trova nel pianoforte una presenza monumentale, autorevole e sempre partecipe. Parlare di semplice accompagnamento sarebbe riduttivo. Richter è un secondo protagonista, talvolta interlocutore, talvolta paesaggio, talvolta forza contro la quale la viola deve trovare il proprio spazio.

Il programma riunisce la Sonata op. 11 n. 4 di Hindemith, Lachrymae di Britten e la Sonata op. 147 di Šostakovič. Tre opere lontane per epoca e linguaggio, unite dalla voce della viola e da una comune disposizione alla memoria e all’ombra.

Hindemith: una scoperta inattesa

La Sonata in fa maggiore op. 11 n. 4 risale al 1919, quando Hindemith aveva appena ventitré anni. È una musica ancora lontana dall’immagine severa e vagamente accademica che sarebbe stata associata al compositore maturo. Conserva un ampio respiro tardoromantico, libertà fantastica e una vitalità quasi impetuosa.

I tre movimenti si susseguono senza interruzione. La breve Fantasie iniziale apre uno spazio lirico nel quale viola e pianoforte sembrano cercarsi; seguono un tema semplice, quasi popolare, e una serie di variazioni che conducono al vasto finale.

Riascoltandola oggi, trovo che Bashmet e Richter ne offrano una lettura molto russa, nel senso del peso attribuito a ogni frase, alla densità scura del suono e al modo in cui la forma delle variazioni diventa racconto.

La Fantasie respira con ampiezza, il tema centrale assume il carattere di un canto e il finale cresce progressivamente in energia e tensione. Richter pensa il pianoforte quasi orchestralmente; Bashmet alterna calore, asperità e slanci improvvisi, conservando una componente ruvida anche nei passaggi più lirici.

I due portano in primo piano il lato febbrile e narrativo del giovane Hindemith. Le variazioni diventano le tappe di un percorso emotivo chiarissimo. Proprio la Sonata che all’epoca rappresentava per me il nome sconosciuto del programma è diventata una delle principali ragioni per tornare a questo disco.

Già qui emerge il tratto fondamentale del recital: ogni nota ha un peso. Nessun gesto viene abbandonato alla routine e la concentrazione degli interpreti lascia comunque respirare la musica.

Britten e la memoria di Dowland

Al centro del programma si trova Lachrymae, Reflections on a Song of Dowland, composta da Britten nel 1950 per il violista William Primrose.

Il riferimento è alla canzone di John Dowland If my complaints could passions move, ma Britten rovescia il normale procedimento delle variazioni. All’inizio presenta frammenti e deformazioni della melodia; il tema diventa pienamente riconoscibile soltanto verso la conclusione.

La presenza di Richter ha qui un significato particolare. Il pianista era stato amico e collaboratore di Britten, oltre che ospite frequente del Festival di Aldeburgh. I due avevano suonato insieme in diversi programmi per due pianoforti.

Richter fu inoltre uno degli interpreti di riferimento del Concerto per pianoforte op. 13 di Britten, che eseguì più volte sotto la direzione del compositore. Nel 1970 i due lo incisero insieme con l’English Chamber Orchestra: Richter al pianoforte e Britten sul podio. La sua lettura di Lachrymae nasce quindi da una conoscenza diretta e profonda del mondo musicale del compositore inglese.

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Insieme a Bashmet, Richter attribuisce a ogni “riflesso” un’identità precisa. I colori cambiano continuamente e la canzone di Dowland emerge lentamente da un clima sospeso e inquieto. Lachrymae costituisce così un passaggio naturale fra il lirismo di Hindemith e il paesaggio desolato dell’ultima Sonata di Šostakovič.

Šostakovič: il congedo

Con la Sonata op. 147 il disco cambia profondità.

Šostakovič la completò il 5 luglio 1975 e morì il 9 agosto. Fu la sua ultima composizione, scritta mentre le sue condizioni fisiche erano ormai gravemente compromesse e dedicata a Fëdor Družinin, violista del Quartetto Beethoven.

Anche Richter conosceva personalmente Šostakovič e ne aveva frequentato a lungo la musica. Aveva inserito stabilmente nei propri recital una selezione dei Preludi e fughe op. 87 e nel 1981 aveva inciso con il Quartetto Borodin una memorabile versione del Quintetto op. 57.

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Ancora più significativo era stato il suo rapporto con la Sonata per violino op. 134. Nel 1969 ne aveva tenuto la prima esecuzione pubblica insieme al dedicatario David Oistrakh, lasciandone poi una registrazione diventata un riferimento. La Sonata per viola apparteneva dunque a un linguaggio che Richter conosceva profondamente.

È difficile sottrarsi all’idea del testamento, anche se dentro questa musica continuano a muoversi il sarcasmo, il teatro e quello humour deformato che in Šostakovič può diventare angoscia nel giro di poche battute.

Il Moderato iniziale nasce da un pizzicato isolato della viola. Le note emergono una alla volta dal silenzio e il pianoforte risponde con accordi scarni. Bashmet e Richter espongono la nudità della scrittura; le pause entrano a far parte del discorso e ogni attacco sembra comportare una decisione.

La profondità dell’interpretazione risiede anche nella capacità di evitare sovraccarichi espressivi. La musica contiene già una quantità quasi insostenibile di emozione e i due interpreti le permettono di affiorare attraverso il suono e il tempo.

L’Allegretto centrale recupera materiale dall’opera incompiuta I giocatori, tratta da Gogol. Inizia come una danza grottesca, a metà strada fra polka e marcia, ma sotto il movimento continua a serpeggiare qualcosa di instabile. La musica sembra sorridere e quel sorriso ha ben poco di rassicurante.

Nell’Adagio conclusivo il tempo perde progressivamente consistenza. Šostakovič richiama l’inizio della Sonata “Al chiaro di luna” di Beethoven: una memoria che affiora dentro un’altra musica.

È qui che Bashmet e Richter raggiungono il vertice del recital. Richter dosa gli accordi con una gravità quasi rituale e porta alla luce ogni dettaglio della parte pianistica. Bashmet conserva nel suono della viola asperità, ombre e una vulnerabilità dolorosa. L’esecuzione è austera, concentrata e priva di compiacimenti. Ogni nota ha un peso preciso e ogni pausa appare necessaria.

L’incisione

La ripresa dal vivo mostra qualche limite e non possiede la trasparenza delle migliori registrazioni moderne. Viola e pianoforte sono comunque presenti, credibili e ben leggibili; soprattutto, rimane intatta la tensione dell’esecuzione. Non è un disco dimostrativo per valutare un impianto: la qualità tecnica non ostacola l’ascolto e passa rapidamente in secondo piano.

Queste pagine, del resto, richiedono concentrazione e una particolare disposizione d’animo. La loro densità, accentuata dalla profondità con cui Bashmet e Richter le affrontano, lascia poco spazio a un ascolto distratto. È musica alla quale bisogna concedere tempo, silenzio e attenzione; metterla in sottofondo mentre si fa altro significa perderne gran parte del senso.

Il disco è anche figlio di un’altra epoca. Richter aveva attraversato la guerra, lo stalinismo e il dopoguerra; Bashmet apparteneva a una generazione sovietica successiva, cresciuta comunque dentro quella storia. Sarebbe semplicistico far discendere la profondità di un’interpretazione direttamente dalla biografia, ma è difficile pensare che quelle esperienze non abbiano lasciato traccia nel loro modo di leggere il dramma, il silenzio e il tempo.

Oggi esistono interpreti straordinari, eppure esecuzioni di questa densità sembrano sempre più rare. È curioso che una registrazione di tale livello sia arrivata fino a noi attraverso etichette poco note ed edizioni differenti, sostenuta soprattutto dal passaparola fra gli ascoltatori.

Quel venditore mi consigliò il disco perché volevo conoscere meglio Šostakovič e, grazie a lui, scoprii anche Hindemith. A distanza di molti anni, il suo consiglio continua a reggere. Con questo articolo mi sento di passarlo ad altri.

1 Comment

Recommended Comments

  • Administrator

Percorso che ho fatto prima di te ... ma solo per ragioni strettamente anagrafiche.
Lo consiglio a chi non abbia paura di esplorare.
Nonostante sia musica un pò ... "gnucca"* (tranne il quintetto di Dmtri).

(*) gnucco : in lingua "padana" - duro da masticare e conseguentemente da digerire

Guest
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