Yes : Close to the Edge (Atlantic Records, 1972)

Yes, Close to the Edge: la complessità diventata naturale
Ci sono dischi ambiziosi perché vogliono contenere molte cose e altri nei quali ogni elemento sembra essere stato attirato verso una forma inevitabile. Close to the Edge appartiene alla seconda categoria. È complesso, virtuosistico, spirituale, costruito attraverso sovraincisioni e montaggi laboriosi; eppure, una volta cominciato, procede con la naturalezza di un organismo che non potrebbe respirare diversamente.
Pubblicato nel settembre 1972, è il quinto album degli Yes e dura meno di trentotto minuti. Contiene soltanto tre composizioni: Close to the Edge, che occupa l’intera prima facciata; And You and I e Siberian Khatru sulla seconda. Non sono però tre esercizi di espansione. Rappresentano tre modi differenti di concepire la durata: trasformazione continua, contemplazione e movimento ritmico.
È il punto nel quale gli Yes trovano un equilibrio che non si ripeterà più nella stessa forma. Fragile aveva riunito cinque personalità eccezionali, lasciando ancora percepibili gli spazi individuali; Tales from Topographic Oceans avrebbe portato l’ambizione oltre il limite della necessità, chiedendo alla musica di sostenere un’architettura ancora più vasta. In Close to the Edge, invece, la complessità non precede l’invenzione e non la segue: coincide con essa.
Non è il vertice del rock progressivo perché contiene il maggior numero di cambiamenti, le melodie più difficili o le parti strumentali più ardite. Lo è perché nessuna di queste cose sembra introdotta per dimostrare qualcosa.
Nel 1972, tutto sembrava possibile
Gli Yes arrivarono a Close to the Edge dopo il successo internazionale di Fragile e di Roundabout. Jon Anderson, Steve Howe, Chris Squire, Rick Wakeman e Bill Bruford avevano ormai compreso che il pubblico era disposto a seguirli in composizioni sempre più lunghe: Starship Trooper, Yours Is No Disgrace e Heart of the Sunrise avevano già superato la forma ordinaria della canzone senza perdere la propria efficacia sul palcoscenico.
Dopo la tournée di Fragile, il gruppo entrò negli Advision Studios di Londra insieme a Eddy Offord. Non esistevano demo complete. Idee, frammenti, melodie e sezioni ritmiche venivano provati, registrati, ricomposti e spesso modificati direttamente in studio. Anderson e Howe fornivano gran parte della direzione generale; Squire e Offord contribuivano a trasformare quella quantità di materiali in una struttura possibile, mentre Wakeman e Bruford vi inserivano soluzioni che nessun arrangiatore esterno avrebbe potuto prescrivere.
Offord fu molto più di un tecnico del suono. Aveva seguito il gruppo dal vivo e cercò di ricrearne in studio l’energia facendo costruire una piattaforma di legno sulla quale potessero suonare insieme. Ma l’album nacque anche attraverso il procedimento opposto: sezioni di poche battute registrate separatamente e poi montate sul nastro. Bruford ricordò una lavorazione per frammenti di dieci, dodici o sedici misure. In un’occasione una porzione destinata al master venne gettata per errore e recuperata fra i rifiuti dello studio.
La musica dà l’impressione di svilupparsi in tempo reale, ma è anche una delle grandi costruzioni da studio del rock britannico. Questa apparente contraddizione ne costituisce la forza: Close to the Edge conserva l’eccitazione dell’esecuzione collettiva pur essendo assemblato con una precisione quasi cinematografica.
Il disco uscì l’8 settembre 1972 nel Regno Unito e pochi giorni più tardi negli Stati Uniti, raggiungendo il quarto posto nella classifica britannica e il terzo in quella americana. Era possibile, allora, che un album con un’intera facciata occupata da una composizione di quasi diciannove minuti diventasse il maggiore successo commerciale ottenuto fino a quel momento dal gruppo. Non perché il pubblico avesse improvvisamente imparato ad amare la complessità, ma perché gli Yes sapevano darle colore, energia e senso della meraviglia.
Cinque musicisti e una sola forma
Jon Anderson non è soltanto il cantante. La sua voce, collocata in un registro quasi privo di peso corporeo, agisce come un ulteriore strumento melodico. Le parole non costruiscono sempre un significato narrativo decifrabile; stabiliscono associazioni, immagini e risonanze fonetiche. La loro apparente oscurità non impedisce alla musica di comunicare, perché il timbro e la linea vocale indicano con chiarezza la direzione emotiva.
Steve Howe passa dalla chitarra elettrica alla dodici corde acustica, dalla steel guitar al sitar elettrico, modificando non soltanto il colore ma la prospettiva delle composizioni. Il suo stile non appartiene interamente al rock, al jazz, al folk o alla chitarra classica. Può essere aspro e angolare, poi improvvisamente lirico; soprattutto, pensa sempre in relazione alla struttura.
Chris Squire suona il basso come uno strumento melodico e contrappuntistico. Il suo Rickenbacker non occupa il fondo dell’orchestra: attraversa il centro dell’immagine, risponde alla voce, raddoppia o contraddice la chitarra e mantiene riconoscibile la direzione armonica nei momenti di maggiore densità.
Rick Wakeman dispone di pianoforte, pianoforte elettrico, organo Hammond, Minimoog, Mellotron, clavicembalo e organo a canne. Avrebbe potuto trasformare il disco in un catalogo di tastiere; al contrario, assegna a ogni strumento una precisa funzione teatrale. Il Mellotron apre lo spazio, il Minimoog lo attraversa, il clavicembalo lo rende più mobile, l’organo a canne introduce nella title track una dimensione sacrale.
Infine Bill Bruford, probabilmente l’elemento più inquieto del gruppo. Non offre alla musica una griglia regolare: la interroga continuamente. I suoi accenti spostati, i colpi asciutti e la capacità di sottrarre peso alle battute più complesse impediscono all’architettura di irrigidirsi. Il rapporto con Squire non è quello convenzionale fra basso e batteria; è un dialogo fra due linee indipendenti che, proprio perché non procedono sempre insieme, producono una propulsione straordinaria.
Accanto a loro Eddy Offord può essere considerato il sesto Yes. Senza il suo lavoro di registrazione e montaggio, l’album non avrebbe assunto quella continuità che ancora oggi fa apparire naturali passaggi ottenuti unendo frammenti separati.
Il bordo verde di Roger Dean
La copertina esterna sembra inizialmente negare tutto ciò che gli Yes avevano promesso con Fragile. Non vi sono creature fantastiche né paesaggi sospesi: soltanto un gradiente che sale dal nero verso il verde, il titolo e, per la prima volta, il celebre logotipo disegnato da Roger Dean.
Il paesaggio appare aprendo la confezione. All’interno si trova un mondo di rocce, acque e cascate che sembra sostenersi contro ogni legge fisica. Dean immaginò un lago collocato sulla cima di una montagna e continuamente alimentato dall’acqua che esso stesso lasciava precipitare. È la rappresentazione visiva perfetta del disco: un sistema chiuso che produce incessantemente nuova energia e che pare possedere proprie leggi naturali.
La copertina esterna non è dunque povera o reticente. È una soglia. Prima il verde indistinto, poi, aprendola, un territorio impossibile. Anche l’ascolto comincia così: suoni d’acqua e richiami di uccelli, poi improvvisamente l’irruzione del gruppo.
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Guida all’ascolto
Prima facciata: Close to the Edge
La composizione principale è suddivisa in quattro sezioni — The Solid Time of Change, Total Mass Retain, I Get Up, I Get Down e Seasons of Man — ma la suddivisione non coincide sempre con cesure nette. I temi appaiono, scompaiono e ritornano trasformati; alcuni passaggi sembrano anticipare ciò che comprenderemo soltanto più avanti.
The Solid Time of Change
Il disco non comincia con gli Yes. Comincia con un ambiente: acqua corrente, uccelli, una materia sonora naturale sottoposta a un lento movimento elettronico. Anderson aveva ascoltato Sonic Seasonings di Wendy Carlos e ne aveva ricavato l’idea di un suono che si avvicinasse gradualmente all’ascoltatore. Il nastro d’ambiente, lungo circa dodici metri, richiese due giorni di lavoro.
Poi la band irrompe senza preparazione. Chitarra, basso, batteria e tastiere sembrano entrare contemporaneamente da direzioni differenti. Non è un’introduzione nel senso tradizionale; è un caos organizzato dal quale emerge lentamente il riff di Steve Howe. Bruford non stabilizza immediatamente il tempo, Squire si muove con aggressività melodica e Wakeman riempie gli interstizi con rapidi disegni di tastiera.
È una delle entrate più audaci della storia del rock, ma il suo vero significato si comprende soltanto quando compare la voce. Il primo tema cantato non contrasta con il tumulto precedente: ne rivela l’ordine nascosto. Le sillabe vengono disposte ritmicamente con precisione quasi percussiva, mentre le armonie vocali rendono luminoso ciò che strumentalmente rimane frastagliato.
Anderson e Howe costruirono la composizione pensando anche alla Settima Sinfonia di Sibelius: non come modello stilistico, ma come esempio di una forma capace di far emergere il tema principale dopo un lungo processo di preparazione. Le parole furono invece influenzate da Siddhartha di Hermann Hesse. Non ne narrano la vicenda, ma ne riprendono l’idea della conoscenza come percorso, della trasformazione come ritorno a qualcosa che era già presente.
Total Mass Retain
Il passaggio alla seconda sezione non offre un vero riposo. La musica si fa più regolare, ma continua a mutare accento e prospettiva. Frammenti ascoltati poco prima vengono compressi o presentati in un contesto differente; basso e batteria sembrano spingere in avanti mentre la linea vocale tende a distendersi.
È qui che si percepisce maggiormente il lavoro di montaggio. La continuità non nasce da un’esecuzione integrale, ma dalla capacità di Offord e del gruppo di far coincidere sezioni registrate separatamente. Eppure non si avverte mai la sensazione di un collage. Ogni episodio sembra derivare organicamente dal precedente.
Squire è decisivo: il basso conferisce unità armonica a una musica continuamente attraversata da dettagli concorrenti. Bruford, invece di sottolineare tutti i cambiamenti, lascia talvolta che siano gli altri strumenti a dichiararli, mantenendo una pulsazione interna obliqua e mobilissima.
Quando ritorna il canto, la composizione sembra aver trovato una direzione più riconoscibile. Ma gli Yes non stanno preparando un ritornello: stanno conducendo l’ascoltatore verso il vuoto centrale dell’opera.
I Get Up, I Get Down
Dopo circa dieci minuti, la musica si ritrae. Rimangono tastiere sospese, voci sovrapposte e una sensazione di spazio improvvisamente smisurato. È il cuore di Close to the Edge, non un interludio predisposto per consentire alla band e all’ascoltatore di riprendere fiato.
Le tre linee vocali non procedono come un coro omogeneo. Anderson canta la frase del titolo mentre Howe e Squire introducono un testo differente, creando un’alternanza quasi liturgica. Le parole diventano più comprensibili proprio quando il loro rapporto logico si fa meno immediato. Non raccontano un avvenimento: rappresentano forze contrapposte, ascesa e caduta, coscienza individuale e moltitudine.
Il Mellotron di Wakeman amplia lentamente la profondità, finché entra l’organo a canne registrato nella chiesa di St Giles-without-Cripplegate. È il momento più apertamente spettacolare del disco, ma non è grandioso per quantità sonora. Lo è perché modifica la natura dello spazio: fino a quel momento eravamo dentro una costruzione da studio; improvvisamente ci troviamo in un ambiente fisico, enorme e riverberante.
L’organo non conclude la sezione. La spalanca.
Seasons of Man
Dal culmine dell’organo ricompare il movimento. Wakeman passa alla tastiera solista, Howe e Squire riprendono a costruire linee contrapposte e Bruford ristabilisce la tensione ritmica. I materiali delle sezioni precedenti ritornano, ma non nello stesso stato: sono stati attraversati dalla sospensione di I Get Up, I Get Down.
Quando Anderson rientra, la voce non deve più imporsi sulla complessità strumentale. Galleggia al di sopra di essa, mentre la band raggiunge il proprio punto di massima densità. Il ritornello del titolo acquista ora una funzione conclusiva; non è più soltanto una frase, ma il luogo al quale l’intera composizione tendeva.
La musica accelera emotivamente senza aumentare davvero la velocità. Poi, dopo l’ultima affermazione vocale, il gruppo scompare e ritornano l’acqua e gli uccelli dell’inizio. Il cerchio è chiuso, ma non ci troviamo nello stesso punto. La natura che all’apertura precedeva la musica ora contiene l’esperienza che abbiamo appena attraversato.
Close to the Edge non procede in linea retta. È una spirale: ritorna all’origine a un livello differente.
Seconda facciata
And You and I
Si sentono le corde della chitarra acustica, qualche accordo provato, la voce di Howe che osserva informalmente la correttezza dell’accordatura. Dopo la costruzione monumentale della prima facciata, And You and I sembra nascere davanti a noi da un gesto elementare.
Anche questa composizione è articolata in quattro sezioni: Cord of Life, Eclipse, The Preacher the Teacher e Apocalypse. Ma il suo principio costruttivo è differente. La title track procede per trasformazione; And You and I presenta un nucleo acustico e lo circonda progressivamente di paesaggi sempre più vasti.
Cord of Life
La dodici corde di Howe stabilisce immediatamente una dimensione intima e pastorale. Anderson entra con una melodia che sembra molto più semplice di quanto sia realmente: gli intervalli ampi e la durata delle frasi richiedono un controllo assoluto, ma la voce non lascia percepire lo sforzo.
Squire e Bruford non irrompono per convertire la ballata in rock. Entrano con discrezione, lasciando che la pulsazione rimanga elastica. Il basso aggiunge una seconda melodia, mentre la batteria evita di delimitare rigidamente le battute.
La frase “And you and I” apre lo spazio. Il canto si solleva, il Mellotron compare all’orizzonte e la canzone domestica diventa improvvisamente paesaggio.
Eclipse
Il tema viene ingrandito fino ad assumere una dimensione orchestrale. Wakeman non sostituisce un’orchestra: costruisce con il Mellotron una luce sonora continua, sulla quale la steel guitar di Howe disegna una linea lenta e intensamente vocale.
È facile considerare Eclipse il momento romantico dell’album. In realtà la sua funzione è architettonica. Mostra che il fragile materiale della prima sezione può sostenere una massa sonora enorme senza perdere la propria identità. La melodia non viene schiacciata dall’arrangiamento; sembra produrlo.
Il movimento raggiunge il culmine e poi si ritira, restituendo la musica alla dimensione umana dalla quale era partita.
The Preacher the Teacher
Howe cambia linguaggio quasi senza preavviso. La chitarra assume un’inflessione folk e country, Bruford rende il ritmo più mobile e Squire entra con una delle sue linee più cantabili. L’atmosfera pastorale si fa più terrena, quasi itinerante.
Il titolo suggerisce una contrapposizione fra predicatore e maestro, fra proclamazione e conoscenza; la musica evita però qualsiasi pesantezza didascalica. Anderson non spiega il significato delle proprie immagini. Le dispone in modo che la voce possa attraversarle.
La sezione dimostra la straordinaria capacità degli Yes di passare da un genere all’altro senza trasformare il brano in una successione di stili. Folk, rock, musica corale ed elettronica non vengono citati: appartengono ormai alla stessa geografia.
Apocalypse
Il materiale iniziale ritorna spogliato. La conclusione non cerca un altro culmine dopo quello di Eclipse. La voce e la chitarra sembrano osservare da lontano il paesaggio appena attraversato.
La parola “Apocalypse” non indica una catastrofe. Conserva il proprio significato originario di rivelazione, disvelamento. Ciò che viene rivelato non è una verità formulabile, ma la continuità fra l’intimità della chitarra iniziale e la vastità raggiunta dall’intera composizione.
And You and I finisce senza spezzarsi realmente. Lascia uno spazio aperto nel quale può entrare l’ultimo brano.
Siberian Khatru
Dopo due costruzioni articolate in movimenti, Siberian Khatru presenta subito il proprio riff. È il brano più diretto dell’album, ma “diretto” non significa semplice. Chitarra, basso e batteria insistono su accenti differenti, mentre le tastiere inseriscono colori rapidi e cangianti.
La funzione del pezzo è essenziale. Dopo l’esperienza ciclica della title track e l’espansione lirica di And You and I, il disco ha bisogno di ritrovare il corpo. Siberian Khatru è ritmo, attrito, energia concentrata. Non chiude contemplando: chiude suonando.
Howe costruisce il brano intorno a uno dei riff più riconoscibili degli Yes, ma non vi rimane prigioniero. Chitarra elettrica, sitar elettrico e parti solistiche cambiano continuamente superficie. Wakeman risponde con clavicembalo e tastiere, mentre Squire produce una linea di basso tanto incisiva da poter essere ascoltata come un secondo riff indipendente.
Bruford è forse al massimo della propria arte. La musica sembra procedere con una pulsazione immediata, ma la batteria evita ogni prevedibilità, spostando accenti e punteggiando le frasi senza appesantirle. La complessità ritmica non rallenta il brano: ne moltiplica la spinta.
Le parole di Anderson sono ancora più fonetiche e associative. “Khatru” non apparteneva inizialmente a un progetto concettuale definito; Anderson sostenne in seguito di aver scoperto che poteva significare “come desideri” in un dialetto arabo. Più importante del significato è il suono della parola: duro nell’attacco, aperto nella conclusione, adatto a diventare perno ritmico.
Il finale si accumula per strati. Voci, chitarre, basso, clavicembalo e batteria continuano ad aumentare l’energia finché il disco termina senza epilogo. Dopo l’acqua e gli uccelli della prima facciata, gli Yes ci lasciano nel punto più fisico e terrestre dell’opera.
L’ultimo disco con Bill Bruford
Close to the Edge è il risultato più compiuto della formazione Anderson, Howe, Squire, Wakeman e Bruford; è anche il disco che ne determina la fine.
La lavorazione fu estenuante. Bruford sopportava con crescente difficoltà il metodo basato sulla costruzione per frammenti e la lunga ricerca di soluzioni condivise. Una volta concluso l’album, ebbe la sensazione che gli Yes avessero raggiunto ciò che stavano cercando e che, per lui, rimanere avrebbe significato ripetere o ingrandire quella formula. Accettò quindi l’invito di Robert Fripp ed entrò nei King Crimson.
Alan White venne chiamato a sostituirlo a pochi giorni dall’inizio della tournée. Dovette imparare un repertorio di difficoltà formidabile in un tempo quasi inesistente e divenne poi uno dei pilastri della storia successiva degli Yes. Ma sul disco in studio suona Bruford: è bene ricordarlo anche perché i crediti digitali della nuova edizione Qobuz attribuiscono erroneamente ad Alan White la batteria delle tre tracce originali.
L’uscita di Bruford non fu soltanto una sostituzione strumentale. White avrebbe dato agli Yes maggiore peso, continuità e potenza sinfonica; Bruford aveva invece introdotto nella musica una componente di instabilità. Close to the Edge vive anche di quella tensione: cinque musicisti arrivano alla perfezione comune proprio mentre uno di loro comprende di dover andar via.
Non il disco più lungo, ma quello più vasto
Il progressive rock viene spesso raccontato attraverso la durata, il virtuosismo e l’ambizione concettuale. Sono criteri utili, ma non sufficienti. Un brano di venti minuti può contenere semplicemente più musica; non necessariamente una forma più grande.
Close to the Edge dura meno di molti album ordinari e molto meno del successivo Tales from Topographic Oceans. La sua vastità dipende dal modo in cui il tempo viene percepito. La prima facciata sembra insieme lunghissima e rapidissima: contiene un viaggio completo ma non offre quasi mai la sensazione di essersi fermata. And You and I fa nascere uno spazio sinfonico da pochi accordi acustici. Siberian Khatru concentra in nove minuti un’energia che molti gruppi avrebbero diluito in un’intera facciata.
La complessità è quindi una conseguenza della forma, non il suo argomento. Gli Yes non ci chiedono di ammirare quanto sia difficile ciò che stanno facendo. Ci chiedono di entrare in un mondo nel quale quella difficoltà è diventata il modo più naturale di raccontare.
Edizioni consigliate
Edizione digitale di riferimento: Super Deluxe Edition 2025
Su Qobuz è disponibile la Close to the Edge – Super Deluxe Edition pubblicata da Rhino Atlantic nel marzo 2025. La versione in streaming comprende cinque dischi digitali, ventotto tracce e oltre quattro ore e mezza di musica in 24 bit/96 kHz: il nuovo remaster del missaggio originale, il remix stereo di Steven Wilson, versioni strumentali, singoli, prove, rough mix e il concerto al Rainbow Theatre del dicembre 1972. Close to the Edge – Super Deluxe Edition su Qobuz.
Per l’ascolto dell’album storico sceglierei il 2025 Remaster contenuto nel primo disco. Conserva il missaggio originale di Eddy Offord e permette di ascoltare Close to the Edge per ciò che fu nel 1972, con una definizione e un’estensione adeguate a un impianto contemporaneo.
Il 2025 Steven Wilson Remix, nel secondo disco, è una prospettiva alternativa molto interessante. Le parti risultano più facilmente distinguibili, il basso di Squire e la batteria di Bruford possono essere seguiti con maggiore chiarezza e le sovrapposizioni vocali acquistano più spazio. È particolarmente utile per comprendere come l’album sia costruito. Tuttavia, proprio quella separazione attenua in parte la densità misteriosa del missaggio di Offord. Non lo considererei un sostituto, ma una seconda lettura: analiticamente illuminante, storicamente subordinata all’originale.
Le versioni strumentali sono tutt’altro che superflue. Senza la voce di Anderson si comprende quanto le composizioni siano sostenute da un lavoro contrappuntistico minuzioso e quanto Squire e Bruford determinino la direzione della musica. Le rarità, invece, interessano soprattutto dopo una conoscenza approfondita dell’album: Siberia, il rough mix della title track e le riduzioni destinate ai singoli mostrano il laboratorio, ma non migliorano la forma definitiva.
La confezione fisica Super Deluxe comprende sette supporti, aggiungendo Blu-ray con Dolby Atmos e missaggi multicanale a ciò che Qobuz propone in stereo. È l’edizione documentaria più completa, ma non è necessaria per chi ascolti esclusivamente in due canali: i cinque programmi disponibili su Qobuz contengono già tutto ciò che serve per studiare l’opera e confrontarne le due principali prospettive sonore. YesWorld – Super Deluxe Edition.
La Definitive Edition di Steven Wilson del 2013
La precedente edizione Panegyric del 2013 rimane importante, soprattutto nella configurazione Blu-ray/CD. Contiene il remix stereo e 5.1 di Steven Wilson in 24/96, il trasferimento piatto del master stereo originale del 1972 e, sul Blu-ray, anche i missaggi originali a 24/192, versioni strumentali, materiali alternativi e una digitalizzazione di un LP originale in condizioni perfette.
Fu la prima occasione nella quale Wilson ricostruì integralmente l’album partendo dai multitraccia, cercando di rispettare l’identità del missaggio di Offord mentre rendeva più leggibili strumenti, voci e sovraincisioni. Oggi la Super Deluxe del 2025 la rende meno indispensabile per il semplice ascolto stereo, ma la Panegyric conserva valore per chi desideri confrontare il remix, il flat transfer e la resa multicanale all’interno di un progetto editoriale più compatto.
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la versione in 5 dischi in 192/24 che sto ascoltando in questo momento, mentre scrivo, da Qobuz
Il vinile originale
Il vinile Atlantic non è soltanto il supporto sul quale Close to the Edge fu concepito. La divisione in due facciate appartiene alla forma dell’opera. La prima termina con il ritorno dell’acqua e degli uccelli; il gesto di alzarsi, girare il disco e appoggiare nuovamente la puntina crea la pausa necessaria prima della chitarra acustica di And You and I.
Anche la copertina dispiega pienamente il proprio significato nel formato del 33 giri. Il fronte verde è deliberatamente chiuso e quasi privo di immagini; il paesaggio di Roger Dean si rivela soltanto aprendo il gatefold. In piccolo, o ridotto all’icona di un servizio di streaming, rimane un’immagine affascinante. Nell’LP diventa parte dell’ascolto.
Nel nostro caso non si tratta della primissima copia acquistata nel settembre 1972, ma di un disco comprato qualche anno dopo e ancora conservato. Non ne diminuisce il valore; semmai racconta meglio il modo in cui album come questo continuarono a essere scoperti. Close to the Edge non apparteneva soltanto all’attualità della sua uscita: era uno di quei dischi che passavano di mano, venivano consigliati, ascoltati su impianti diversi e acquistati quando si era finalmente pronti ad affrontarli.
La nuova edizione Qobuz permette di separare i livelli, confrontare i missaggi e ascoltare dettagli che il vinile può lasciare immersi nell’insieme. Il vecchio LP conserva però qualcosa che nessuna rimasterizzazione può ricostruire: la relazione fra le due facciate, il grande paesaggio interno di Dean e la memoria di quando trentasette minuti di musica potevano richiedere anni per essere assimilati.
Conclusione
Close to the Edge non è perfetto perché elimina le contraddizioni degli Yes. È perfetto perché riesce a contenerle tutte. La voce incorporea di Anderson e il basso fisico di Squire; l’eleganza di Howe e l’irrequietezza di Bruford; la teatralità di Wakeman e la precisione artigianale di Offord; la spiritualità dei testi e la concretezza quasi meccanica del montaggio.
Ogni elemento potrebbe spingere il disco verso l’eccesso. Nessuno lo fa, perché ciascun musicista trova negli altri il proprio limite. Wakeman può dispiegare l’organo a canne senza trasformare il brano in una cerimonia, poiché Bruford e Squire ne preparano il ritorno al movimento. Howe può cambiare continuamente strumento e linguaggio perché Anderson mantiene riconoscibile la direzione melodica. Anderson può affidarsi a parole enigmatiche perché la band rende chiarissimo il percorso emotivo.
Dopo questo disco gli Yes avrebbero continuato a produrre musica importante, talvolta grandiosa. Avrebbero ampliato ulteriormente le forme, cambiato formazione, cercato nuove sintesi e attraversato epoche diverse. Ma non avrebbero più ritrovato esattamente questa proporzione fra ambizione e necessità.
Close to the Edge si trova davvero vicino al bordo: oltre c’è la possibilità che l’architettura diventi gigantismo, che il virtuosismo diventi dimostrazione, che la spiritualità diventi retorica. Gli Yes arrivano fino a quel limite e vi rimangono per trentasette minuti, senza precipitare.
Non ci riescono perché controllano ogni cosa. Ci riescono perché, al termine di una lavorazione faticosa e conflittuale, la complessità ha smesso di apparire costruita ed è diventata naturale.
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